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Di me diranno che ho ucciso un angelo


Ci sono dei libri che sono capaci di toccare il cuore del lettore con un dito invisibile. Che trascinano, semplicemente trascinano dentro il testo e tutti i suoi messaggi. È   questo l’effetto che mi ha fatto Gisella con il suo esordio, e proprio per tale motivo, non finirò mai di ringraziarla per avermelo mandato.

Gisella

Titolo: Di me diranno che ho ucciso un angelo
Autore: Gisella Laterza
Editore: Rizzoli
Prezzo: 15 euro
N. Pagine: 192

Trama: dopo una notte dove, di sicuro, nulla è andato come avrebbe voluto, Aurora, giovane ragazza triste, si ritrova in un tram. Sola. In quell’occasione incontrerà un angelo che, con pazienza, le racconterà la storia della sua caduta dal cielo, e la costante rincorsa della persona, la demone Sera, di cui si è perdutamente innamorato. Tra racconti di aneddoti della vita dell’angelo e della ricerca di Sera, la trama si sviluppa verso il suo epilogo dove l’amore, in modo dolce e amaro, alla fine vince. A ogni sacrosanto costo.

Contenuti: Pur presentandosi come fiaba moderna, i contenuti del testo che si evincono nell’immediato sono di ampia portata. Si parla di passione, ma non un amore comune: si tratta di quello che unisce due persone, un angelo e una demone, talmente diverse tra loro da richiedere a entrambi un percorso di cambiamento che possa in qualche modo andare incontro a entrambi, nel mezzo. A parte tutte le riflessioni a corredo, dove il lettore si ritrova a pensare che forse la diversità non va mai giudicata ma, nel caso, scavalcata per incontrare l’altro, in questa storia toccante ci ho ritrovato  la metafora della vita stessa, intesa come un percorso unico e irripetibile da affrontare senza remore per essere felici, qualsiasi siano le conseguenze. E in questo senso, ritengo che il concetto si esprima con vigore e che sia positivo che il target di lettura individuato sia anche nella gioventù, laddove proprio il senso della vita si disperde quando si fanno i conti con la società moderna. Vita, amore e intenti si mischiano, corrompendosi, parlandoci di esistenza spirituale e carnale nel contempo.
Pur richiamando, nella sua espressione attraverso incontri con personaggi nitidi e nel contempo sfuggenti, il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, il libro di Gisella Laterza fa un ulteriore passo in avanti, differenziandosi da quel tipo di storia a morale per diventare, nella sua stesura, essa stessa principio guida, da tenere a mente nei momenti di sconforto. Un altro contenuto sul quale ho riflettuto è l’avanzare della spersonalizzazione della società moderna, dove la tecnologia, la società e l’organizzazione aggregativa dei pari (e in questo è calzante l’intero vissuto inespresso di Aurora), così come la rincorsa del tempo da non perdere, i soldi o il sesso offuscano i piccoli valori quotidiani, facendo tendere l’animo a raggiungere un concetto mitizzato di felicità che poi, invece, si perde per strada proprio perché i valori e i piccoli obiettivi vengono dimenticati. Tutti i personaggi che compaiono nella storia definiscono questo concetto, lo sviscerano, ci propongono il prima e il dopo con immediatezza. Ci ricordano cosa sia l’eroismo, che parte nei gesti quotidiani, quanto sia importante l’innocenza nell’affrontare l’altro e, soprattutto, che il calore del cuore non è meno importante di altre cose effimere per farci stare bene con noi stessi e nel mondo.

Stile e forma: lo stile è immediato, carico e particolarmente emotivo. La forma, in questo frangente, è quasi sempre azzeccata, a parte qualche ripetizione di termine che anziché rinforzare il concetto emozionale, fa storcere il naso. Il quadro della trama, organizzata in comparti tra racconto dell’angelo/incontro e riflessione di Aurora/percorso di Sera, risulta alla fine essere funzionale e senza forzature. Sicuramente la dote maggiore è il riuscire, con la scrittura delicata ma non edulcorata, a rendere forti e vivide le passioni e i sentimenti, a volte senza nemmeno doverli esplicitare direttamente.

Ambientazione e personaggi: Una caratteristica che risulta chiara dalla narrazione è una predilezione per un ambiente buio, scuro o grigio, che si fonde nel substrato caldo della storia, quasi a creare un piccolo e piacevole contrasto che da un lato stempera i sentimenti forti, rinforzandoli. Piove, nella foresta fa buio, fuori fa freddo, si sente la brezza del mare, il sole sorge… tanti piccoli dettagli tristi che vengono gestiti con maestria consentendo alla storia di emergere sul resto e catturare il lettore. Non ci sono descrizioni approfondite, esse scivolano con semplicità all’interno dei gesti, senza mai ostacolare lo svolgersi delle vicende.
I personaggi sono di diverso grado e intensità. Alcuni, come Sera, Aurora e l’angelo, appaiono in tutta la loro drammaticità, in tutto il loro potenziale. Altri invece, per quanto intessuti tra loro in modo efficace, senza lasciare nulla al caso o alla comparsa del momento, compaiono più come delle macchie, evanescenti ma comunque indelebili nel ricordo che l’Angelo o Sera trasmettono e lasciano sulla carta. L’unico che appare fuori schema è Argento, proprio perché la natura del suo desiderio e delle sue motivazioni appaiono piuttosto oscure: compare, un breve attimo appena, nella narrazione, per poi farvi ritorno e contribuire all’epilogo. Forse, se fosse stato concesso al lettore qualche altro dettaglio della sua storia e del suo agire, apparirebbe meno forzato, meno legato al ruolo di fautore del destino dei due amanti.

Giudizio Finale: Per me, per noi, leggere è in primo luogo un’esperienza di vita. Di rado mi capita di incontrare dei testi che siano in grado appieno di strisciare dentro l’animo e apportare dei messaggi importanti anche per situazioni reali che, all’apparenza, non sono pertinenti con la storia. Questo per me è uno dei casi. Un bel libro, che Gisella ha saputo regalare alla comunità dei lettori e a cui auguriamo ogni bene di questo mondo. È consigliato a tutti coloro che vogliono leggere una bella storia su cui vogliono meditare, e a me e a tutti coloro che in questo momento stanno cercando risposte dalla vita

La bambina senza cuore


Titolo: La bambina senza cuore
Autore: Emanuela Valentini
Editore: Speechless Books
Prezzo: Gratuito, scaricabile qui: http://labambinasenzacuore.altervista.org/download/
Pagine: 295

Trama: Sullo sfondo di un borgo inglese, Whisperwood, circondato un bosco ricco di leggende e regolato da strane leggi che impongono alla cittadinanza il coprifuoco, la piccola Lola incontrerà l’adolescente Nathan. Nonostante i 100 anni di differenza che li separano, tra i due si svilupperà un sodalizio importante, che permetterà a Lola di recuperare la memoria sul suo tempo e la sua storia e nel contempo a Nathan di rimediare agli errori dei suoi avi una volta per tutte.

Contenuti: In 295 pagine si parla di amicizia, di dolore e di elaborazione del lutto, ma anche di famiglia e del valore dell’affetto e dell’onore. Tutte i personaggi si muovono nella scacchiera dell’ambientazione esprimendo, aldilà degli stravolgimenti e dei colpi di scena, dei sentimenti basilari comuni al vissuto degli esseri umani. Un aspetto di rilievo, espresso prioritariamente con gli usi e le etichette del 1890 (me che comunque poi si ripercuotono e passano attraverso anche gli atteggiamenti del 1990) è la concezione della donna “inconsueta” identificata come strega e, in quanto tale, da evitare/etichettare/isolare se non proprio punire. Aldilà dell’effettivo possesso di poteri paranormali, l’idea che transita al lettore è comunque un valore positivo della diversità che si deve affrancare agli occhi della collettività non con la tolleranza, ma con l’accettazione. ( – Non aver paura di quel che non conosci). I temi universali pertanto acquisiscono spessore all’interno della trama, restituendo nella lettura tanti piccoli messaggi sui quali riflettere, apprendere la lezione, proprio come nelle fiabe.

Personaggi: Tutti i personaggi della storia, che siano secondari o principali, hanno un ruolo ben definito e costruito sul piano narrativo. Al di là di alcuni cliché di massima (il padre scomparso di Maud, la madre di Lola che si sacrifica per lei e che la sorveglia sotto mentite spoglie, tanto per esemplificare) si acquisisce nella lettura un quadro dinamico e variegato che rende bene l’effetto di coralità della narrazione, concedendole il giusto brio. L’assenza di spessore di alcune comparse è comunque funzionale alla resa cinematografica (e ci torneremo a breve) del romanzo, consentendole un buon ritmo di lettura e assimilazione proprio con l’impatto visivo della scena raccontata.
Un altro aspetto sul quale è doveroso esprimersi è di sicuro la dimensione emotiva del vissuto e dei pensieri dei personaggi: le percezioni e il trasporto nel vissuto e nei sentimenti provati permeano il testo, consentendogli di coinvolgere oltre che di apparire verosimile, mediando l’aderenza tra ciò che i personaggi provano e quello che i lettori, secondo il proprio bagaglio esperienziale, riconoscono.

Ambientazione: E’ il vero punto di forza del testo. Nell’esperienza di lettura si percepisce con notevole forza la presenza fisica dell’ambiente dove le scene si svolgono: gli odori, i rumori, il clima ma soprattutto le tinte, estremamente cupe tanto da ricordare le atmosfere proprie di una corrente cinematografica espressa al meglio da Tim Burton. Le scene sono buie, brulle, desolate, ogni rumore si amplifica, ha delle eco che si ripercuotono tra le righe. L’effetto cinematografico, dove tutti gli elementi spazio temporali si amalgamano con prepotenza ai dialoghi e ai gesti dei personaggi, consente al lettore di visualizzare con semplicità il narrato e l’implicito dei protagonisti. Una tecnica ambiziosa e che non è facile da gestire, ma il risultato ottenuto dalla scrittura di questo testo non sfugge comunque al lettore, rilevando quasi mai incongruenze o sviste di alcun tipo. L’unico difetto plausibile è quello degli elementi atmosferici, che condiscono (forse troppo soprattutto quando vengono ripetuti più volte a poca distanza nel testo) l’ambientazione cupa, appesantendo, in alcuni momenti, la scena che dovrebbe magari acquisire un maggior dinamismo.

Stile: Il romanzo è strutturato con un rimando tra le vicissitudini dell’oggi (1990) e quelle accadute nel passato (1890), su diversi piani temporali non sistematici, ovvero le due narrazioni non hanno, a prima vista, un ritmo comune o una ripetitività. Aspetto che potrebbe trarre in inganno un lettore poco attento, nel dare la giusta collocazione alle vicende. La prosa si sviluppa con uno stile espositivo non semplice, ricco di sfumature sia emozionali che di periodi medio brevi, ma nel complesso la lettura non viene disturbata in quanto gli elementi trovano arricchimento dall’esposizione evitando la pesantezza.

Recensione e Considerazioni Finali: A metà strada tra la novella horror e la fiaba fantasy in chiave moderna (sempre a tinte dark, ma con una buona intenzione di morale) “La bambina senza cuore” è una scommessa narrativa sulla quale vale la pena investire il proprio tempo. Nonostante alcune piccole ingenuità di fondo relative alla costruzione della trama e soprattutto ad alcune prevedibilità nelle vicende, l’esperienza di lettura è positiva, il testo appare curato, si coglie la morale e soprattutto si riesce a immaginare una trasposizione cinematografica della storia, che acquisisce comunque un buon ritmo mediante la capacità di cogliere e utilizzare i colpi di scena per ravvivare le dinamiche della storia.
Il libro è godibile e si coglie appieno che si tratta di un lavoro appassionato ed entusiasta in grado di regalare al lettore, anche a quello più perplesso e non estimatore del genere, un buon ricordo. L’augurio è quello di vedere questa storia non soltanto evolversi in sento letterario, in quanto l’autrice di sicuro possiede le carte in regola per poter regalare tante altre belle esperienze letterarie, quanto quella di rendergli ancora maggiore giustizia con una buona trasposizione cinematografica.
Consigliato a chi ha bisogno di ritrovare la propria strada, di riprendere in mano i propri affetti e i valori irrinunciabili. Al di là del genere, la storia ha il potere magico di restituire un sorriso e di ricordarci che l’eroismo fa parte delle piccole cose di tutti i giorni.

Dissonanze: Quel verso a metà tra un ruggito e un barrito, di Massimo Junior D’Auria #TrUr


Il nuovo racconto di cui andremo a parlare è “Quel verso a metà tra un ruggito e un barrito” sempre dell’antologia Dissonanze, di Massimo Junior D’Auria.

La prefazione di Luca Filippi ce lo presenta come un racconto attento alle tematiche sociali che, in questo caso, riguardano la situazione “lavorativa” delle comunità extra-comunitarie.
Questo è in parte vero ma anche un po’ fuorviante: l’elemento sociale serve principalmente da motivazione e motore all’avvio della storia, all’escalation che porterà il nostro nuovo protagonista, Amadou, a fare la scelta che gli cambierà la vita.

Ma andiamo con ordine: Amadou è un lavoratore extra-comunitario, africano, che pur di non morire di fame e di guadagnare in maniera onesta i (sempre troppo pochi) soldi necessari a sopravvivere, accetta lavori di ogni genere e tipo, lavori accoumunati tutti dalle stesse dinamiche: troppo lunghi, mal pagati e senza nessun tipo di attenzione alla vita del lavoratore.

“Un giorno muratore, l’altro contadino, un altro scaricatore.

Questa è la vita multiforme di Amadou.

La vita che odia, ma che sicuramente è meglio della morte. “

Dopo l’ennesimo giorno di lavoro massacrante eseguito per pochi euro, Amadou e gli altri lavoratori (conoscenti, più che amici) si preparano a tornare ognuno a casa quando invece la loro routine viene cambiata: un furgone bianco e anonimo si presenta sullo spiazzo dove si preparano ad andarsene e il guidatore offre loro un nuovo lavoro.
Qualcosa per guadagnare una manciata d’euro in più, quel giorno.
Dopo qualche momento di titubanza alcuni se ne vanno, altri accettano.
Accetta anche Amadou.

“Qualche euro in più fa comodo anche a lui, come a tutti del resto.”

Insieme al racconto precedente questo rientra tra i miei preferiti e rispetto agli altri due racconti di cui abbiamo già parlato questo non presenta nessuno dei problemi degli altri: lo sviluppo non è affrettato, non ci sono sbavature psicologiche, il tutto scorre perfettamente senza inciampare.

Non ho molto altro da aggiungere su questo piccolo racconto se non che funziona e che mostra come l’antologia, pian piano, ingrani la marcia e parta, trasportandoci tra le dissonanze della vita.

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Twitter dell’autore: @MassimoJDAuria

Pagina facebook del libro: Dissonanze

 

I consigli di lettura #2


Ed eccoci qui, puntuali come un orologio svizzero con il nostro secondo appuntamento sui consigli di lettura. Questa volta, in direttissima dal nostro amato Forum arrivano freschi freschi altri suggerimenti su libri che, per nessun motivo, possiamo perdere!

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Deinos: Profumi, di Raffaele Serafini – Recensione #TrUr


In ritardo sul mio personale programma (mi sarebbe piaciuto far uscire questa recensione nel week-end) continua la full immersion in Deinos col secondo racconto dell’antologia.

“Profumi”, di Raffaele Serafini
Anche qui, come nel precedente, il mondo (o quanto meno  Udine) è stato invaso dai Dinosauri e noi arriviamo a cose fatte, in un posto che ha subito tutto il peggio che l’invasione di grossi rettili carnivori possa causare.
In questo scenario due ragazzotti, Leonardo  e Filippo, sembrano essere gli unici sopravvissuti, uno grazie alla propria casa (dotata di finestre blindate, i Dino non sono scemi e non continuano a dar craniate contro qualcosa che non si rompe quando basta girare l’angolo per mangiare una vecchina) mentre l’altro grazie a una brillante intuizione (che non vi spiego da dove gli è nata, meglio mantenere al minimo gli spoiler) e cioè che i Dinosauri non sopportano l’odore dell’alcol.

Guarda, una vecchina da asporto!

Così, dopo una pratica doccia alcolica,  Filippo raggiunge l’amico (che nel frattempo ha finito le (poche, data l’inaspettata invasione) provviste e insieme decidono di fuggire da Udine. Verso dove? Ovunque, purché sia lontano dai lucertoloni affamati e bramosi di carne umana.

Se in “Effetto Lazzaro” la componente avventurosa e lo humor non mancavano, in questo racconto predominano invece una cupezza e una crudezza maggiori: abbiamo due ragazzi – non dei soldati – che cercano di sopravvivere e le cui uniche conoscenze in ambito di sopravvivenza sono una botta di culo iniziale e la speranza che qualcuno più in alto di loro (magari l’esercito) abbia fatto o stia facendo qualcosa per salvarli.
Non sono guerrieri, non sono eroi, sono due tipi normali che rischiano d’essere mangiati e non hanno il tempo di far niente se non fuggire e sperare.

Ed è qui il bello del racconto: una storia come ce ne sono tante (non oso immaginare quante coppie o gruppi di “Leonardo e Filippo” ci siano sparpagliati per l’Italia e, chi lo sa, nel mondo intero) e che normalmente verrebbe trattata in maniera banale qui trova invece il suo spazio, la propria dimensione.

E quando arrivi alla fine sei lì e non ti piace quel che pensi perché una parte di te sa come andrà a finire, nonostante tutto.
Però speri e la speranza, stavolta, si trova in una manciata di boccette di profumi.

Link all’eBook: cliccami.

I Ragni Zingari – Recensione


Titolo: I ragni zingari
Autore: Nicola Lombardi
Pagine: 152
Prezzo: 11,50€
Editore: XII Edizioni

Siamo nel 1943, un ragazzo, Michele, sta tornando a casa dal fronte della Guerra, portandosi dietro tutti i residui che un esperienza del genere può gettarti addosso.

Smarrimento (ora che stanno tornando a casa, chi è il nemico?), paura (ma la guerra è davvero finita come dicono sui giornali e alle radio?), angoscia (quali certezze abbiamo?) e così via, in un insieme di pensieri ed emozioni cupe.
Giunto a casa Michele viene scopre qualcosa che non si aspettava, sperando in un felice rientro a casa, un rientro che gli avrebbe permesso di riabbracciare tutta la propria famiglia, cosa che si rivela impossibile: da giorni suo fratello minore è scomparso, non ci sono tracce di lui e nessuno ha idea di dove si trovi, che sia stato lo Zio che tutti sanno (o credono di sapere) essere un po’ fuori di testa? O forse, è stato qualcosa di peggiore? E se fossero stati i Ragni Zingari, creature che forse esistono o forse no, che vivono in un altro mondo e riescono a raggiungere il nostro soltanto tramite gli specchi…

…Da questi presupposti parte il romanzo di Lombardi, anche se più che un romanzo lo definirei un racconto lungo (ma non per questo meno godibile, anzi, la brevità gioca a suo favore), racconto carico d’atmosfera che, non a caso, è la prima cosa che possiamo notare iniziando la lettura: c’è subito un’aria cupa, inquietante e sin dalle prime battute ci ritroviamo privi di certezze, tant’è che durante tutto il romanzo non ci si ritroverà mai in grado di poter dire “Sì, i Ragni Zingari esistono” o l’esatto contrario “No, non esistono”.

Gioco di incertezze e dubbi orchestrato con gran cura dal Lombardi, cura evidente ogni volta che Sogno e Realtà si mescolano facendoci conoscere un frammento d’Italia avvolto dalla tensione e dal timore, dall’incertezza su quale sia verità (ancora, la Guerra è realmente finita come affermano tutti? Può davvero essere cessata? Perché quelli che prima erano nostri “amici” ora sono “nemici”?) e facendoci scoprire (o no? Esiste realmente?) il mondo dei Ragni Zingari, luogo allucinatorio al di là di uno specchio, dove, forse, si cela anche la soluzione al mistero della scomparsa del fratellino di Michele.
Forse.

Lombardi, se non si fosse capito, gioca bene tutte le sue carte, mostrandoci come la bravura esista e non abbia bisogno di centinaia (o migliaia) di pagine per palesarsi, mostrandoci come non serva essere splatter per fare Horror (sempre se vogliamo considerare lo splatter come Horror ma questo è un altro discorso) come non serve nemmeno fare dell’horror psicologico per riuscire a costruire una storia di Paura di quelle vere, cariche d’emozioni e che riescano a colpire la fantasia e la sensibilità di chi legge.
Insomma, “I Ragni Zingari” è un gran bel libro, mi aspettavo una lettura piacevole ma è stata qualcosa di più, qualcosa che consiglio (consiglio che spero verrà usato da molti) di leggere a tutti.

Recensione – Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi


Titolo: Il sentiero di legno e sangue (isbn:9788895313115)
Autore: Luca Tarenzi
Serie: #
Edito da: Asengard Edizioni
Prezzo: 8,90 euro
Genere: Favola, horror, steampunk, gothic
Pagine: 144 p.
Voto:


Trama: Apre gli occhi nel cuore di un’immensa conchiglia. Ha un corpo di legno articolato e ingranaggi, e il cadavere del suo costruttore giace accanto a lui. Non ha un nome, non ha memoria, ma appena nato ha già mostruosi nemici che lo braccano e una missione che non ha chiesto né desiderato: diventare umano. Attorno a lui c’è un mondo che un’antica catastrofe ha trasformato nel sogno delirante di un folle, alle sue calcagna due Incubi, la Maschera e la Bestia, e davanti a lui un sentiero costellato di mutazioni, tribù selvagge, divinità del caos e giganti marini che lo condurrà verso un destino molto più incerto di quanto i suoi creatori avessero mai potuto prevedere.

Recensione: Sono stata la prima a comprare questo libro. La prova è l’autografo che l’autore ha fatto a me, “prima acquirente ufficiale”, il 15 Maggio 2010 al Salone del Libro di Torino allo stand della Asengard.
Affascinata dalla trama di questo “Pinocchio” versione gothic horror della nuova collana Wyrd della Asengard, oggi mi sono messa d’impegno e in due ore circa ho letteralmente divorato questo libro. Esattamente, divorato. Capirete il perché della scelta del termine solo leggendo.
L’ho trovato affascinante, steampunk per certi versi, l’autore ha tratteggiato un mondo quasi post atomico, dove non ci sono mutazioni, ma che indubbiamente merita l’illustre citazione “Il sonno della ragione genera mostri”. In alcuni istanti mi è venuto persino in mente uno dei miei film preferiti: “Sfera”, con Dustin Hoffman.
Naturalmente della favola di Collodi vi è quasi nulla, viene mantenuto il viaggio di Pinocchio (che nel libro non ha nome) in questa terra popolata da Sognatori umani che, come dei, sono in stasi e mutano la relatà con i propri sogni, spesso orribili e mostruosi.
Si sa, fra i sogni spesso si nascondono anche gli incubi, in questo caso il Gatto e la Volpe, il primo in una inquietante versione di porcellana e la seconda a forma di orripilante bestia che si nutre all’inizio degli intestini del creatore del nostro protagonista, un falegname di nome Polvere Gialla che ha sulle braccia tatuati gli strumenti che gli servono per lavorare il legno.
Il protagonista inizia così una surreale avventura in un mondo grottesco, dove Mangiafuoco è un altro mostruoso sognatore e i suoi burattini alcuni dei pochi esseri umani sopravvissuti, costretti all’orrore senza fine di essere allacciati ai suoi fili conficcati nelle carni e recitare per sempre Shakespeare.
Il libro, breve, è un crescendo dell’avventura che porta “Pinocchio” e il suo logorroico tarlo parlante verso la fine e, come indicato nella prefazione, arriverete sull’orlo del baratro e guardando giù vi verrà da ridere.

Alice nella pancia delle meraviglie


Titolo: Alice nella pancia delle Meraviglie
Autore: Diego Bortolozzo
Editore: Sogno Edizioni
Prezzo: 8,50 €
N. Pagine: 68
ISBN: 978-88-96746-09-7

Faccio una cosa che di solito non faccio mai, ma qui è necessaria per la recensione: partiamo dal prezzo del libro (e lo dico subito: questo non è stato un e-book inviato dall’autore, l’ho comprato a mie spese).

Questo libro ha un formato 10×12 (più o meno), pagine 68 comprese intestazione della collana, nome della casa editrice, titolo, prefazione, dedica, biografia, bibliografia, 8 pagine di disegni (vignette) e sei pagine lasciate vuote nel mezzo del testo senza spiegazione. I capitoletti (uno per pagina) sono 40. Insomma, io ho cronometrato: l’ho letto in 20 minuti scarsi (18 per l’esattezza).
Copertina: foto fotolia.
Costo: 8,50 euro
Scusate, ma non va bene. Questo non è un ‘libro’ secondo il significato comune del termine; sarebbe meglio racconto, o anche opuscolo (dal dizionario: libretto di poche pagine). E dovrebbe essere venduto a prezzo ben inferiore.

L’ho dovuto dire subito perché la lettura è poi stata influenzata da questa presentazione: fosse stato un racconto, forse sarebbe stato diverso. ma visto che vuole essere libro a sè, come tale lo devo trattare.

Trama: Un feto descrive le 40 settimane di gestazione. Detta così l’idea è anche carina, ma io dopo la lettura sono perplessa. Molto.
A un lettore adulto questo libro non dà nulla. Non ci sono descrizioni, reali o fantasiose, che colpiscano. C’è la poco precisa descrizione di un feto che parla in modo infantile del suo mondo. Inoltre non si capisce perché dica cose come “ho due buchi sul viso, forse si chiamano ‘naso’” e dopo sappia benissimo parlare di millimetri. Non si capisce perché conosca i cartoni animati ma non sappia il titolo di quello che cita. Perché dica di vivere in un universo buio e faticare a comunicare con i genitori e poche pagine dopo descrivere le stelline che il papà ha appiccicato nella sua camera… la coerenza narrativa è inesistente.
L’autore semplicemente descrive la propria quotidianità, ma il lettore non è coinvolto per nulla, non sa bene lui cosa centri a guardare quella famiglia felice. Può essere contento, ma non coinvolto. Addirittura si arriva a dire che Alice è il nome più bello del mondo… ci si chiede: e gli altri nomi cosa sono, di serie B?

Se invece pensiamo a un pubblico di ragazzini (a parte che un libro, per me, dovrebbe essere universale) i problemi si moltiplicano. Il feto sente il calore della mano del papà: impossibile fisicamente, se è un’allegoria va spiegato a chi non lo sa. Il feto parla di una sonda che sarebbe l’ecografo, ma solo l’adulto può capirlo, visto che poi non è spiegato. I 40 capitoli sono le 40 settimane, ma non è chiaro per chi non lo sa (e l’embrione esiste alla seconda settimana: errore, le prime due settimane sono quelle PRECEDENTI al concepimento, come può l’embrione esistere?). Insomma, io non lo proporrei come volumetto esplicativo.

Stile: con la scrittura, per vari motivo, ho dimestichezza e quindi mi posso sbilanciare a dire che un simile testo si può scrivere in una settimana, correzione bozze compresa. Lo stile è elementare, e non nel senso positivo di ‘semplice’, ma proprio a livello di elementari. I vocaboli sono sempre gli stessi, le descrizioni sono quasi inesistenti (cit.: “non so di quanto, ma sto crescendo” – “questo universo è unico e meraviglioso” senza dire nulla più – “nell’ultima settimana sono diventata alta il doppio” senza sapere quanto fosse prima).

In conclusione, questi sono i felici pensieri di un papà in attesa che rimane affascinato dal miracolo gravidanza. E’ carina come cosa. Ma certo non è sufficiente per essere un libro (e non può costare 8,50 euro).

Il Grimorio di Baker Street


Il Grimorio di Baker Street è una raccolta di undici racconti dark e fantasy, dove il grande Sherlock Holmes, il genio razionale, è chiamato a fare i conti con il suo opposto: l’inspiegabile, il sovrannaturale.

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