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Conta più il gesto o l’importo?


Dopo averne parlato tanto e dopo aver affrontato l’argomento da ogni punto di vista, non possiamo negare che ancora oggi in rete ci siano delle difficoltà ad afferrare cosa sia l’Editoria a Pagamento: un fenomeno non illegale  (e le persone lo possono accettare o meno), e che si sostanzia nella prassi di chiedere all’autore che vuole essere pubblicato la corresponsione di un pagamento, da utilizzarsi per le più disparate finalità. I casi più comuni (ma che non racchiudono la totalità delle richieste che conosciamo):
Contributo alle spese di produzione del libro: l’editore ti richiede una cifra X per contribuire alla produzione generica del materiale cartaceo/digitale;
Contributo con acquisto copie: l’editore vincola la pubblicazione all’acquisto di n X copie a prezzo di copertina (o scontato) sempre per sopperire alle spese di gestione e produzione del tuo lavoro;
Contributo per l’editing: l’editore ti pubblica, ma il tuo testo per essere pubblicato va editato (come di norma) e i costi del lavoro di editing sono a carico dell’autore;
Contributo per la promozione: l’autore si obbliga a procurarsi X presentazioni o X eventi o corrisponde una quota per il patrocinio delle attività promozionali all’editore;
Contributo di lettura: l’editore per leggere e valutare il tuo manoscritto si fa pagare,
Contributo di acquisto altrui opere:  ti richiede di acquistare tot libri dal suo catalogo e di dimostrarne l’acquisto per rientrare nei costi, prassi che se fosse a mo’ di invito (perché di norma un esordiente farebbe bene a leggere un libro degli editori che individua per rendersi conto del loro genere e del tipo di lavoro che svolgono) non ci sarebbe nulla da eccepire, nel momento in cui mi si obbliga, mi spiace, ma stai andando contro le leggi della libera lettura consapevole (e su questo, ci torneremo nella prossima puntata).

E via dicendo…

Fino a qui, tutto sembra liscio. Il problema nasce nel momento stesso in cui si quantifica il costo: molte persone infatti sostengono che esiste editoria ed editoria: se il contributo richiesto è elevato, si può esprimere un giudizio anche di non accordo, se il contributo invece è irrisorio, 10 € , 5 € o anche 1 cent, non possiamo “condannare” l’editore e anzi, non è editoria a pagamento.

Ecco, in fondo noi siamo dei sognatori, come tutti gli emergenti di questo mondo. Nell’universo che ci piace immaginare, noi crediamo che un editore che ti pubblica, si accolla, in qualità di azienda, i rischi del mestiere e, in quanto tale, non chieda nulla all’autore che già presta il suo lavoro con il suo manoscritto. Pagare per pubblicare non è un reato, ma nel nostro mondo editoriale immaginario, preferiamo pensare che l’autore non debba sborsare soldi e che anzi l’editore si assuma il rischio di impresa, come è giusto che sia nelle regole di mercato o, se ciò non è possibile, che non ti pubblichi e basta.
Per cui, per noi, non c’è differenza tra 10.000 o 10 euro in fondo, perché ciò che qualifica l’editoria a pagamento non è l’importo ma il gesto di chiederli i soldi, che per noi significa semplicemente una cosa: il tuo è un bel lavoro, ma io come impresa, non ci credo. E pertanto devi aiutarmi finanziariamente a crederci, anche se solo con 1 € o un libro del mio catalogo.

Cerchiamo di capirci, dunque: pagare per pubblicare è un fenomeno complesso, che esiste e che nessuno può cancellare: noi non siamo d’accordo, ma auspichiamo che vi sia almeno l’onestà di ammettere che chiedere soldi per pubblicare un sogno, a qualsiasi titolo e di qualsiasi entità, sia riconosciuto come editoria a pagamento.

Pensieri di un’aspirante


Faccio parte della truppa degli aspiranti scrittori.
Sai che novità, direte voi, dal momento che è assodato che in Italia una persona su due ha un romanzo nel cassetto (anche mio nipote, di due anni, ne ha uno. Probabilmente.).
Ecco, faccio parte di questa truppa o, perlomeno, pensavo di farne parte fino a pochissimo tempo fa. Potrete citarmi La Volpe e l’Uva, potrete dirmi che parlo per invidia verso coloro che hanno pubblicato e avuto il loro buon successo di pubblico e critica, potrete accusarmi di scarsa profondità in quello che sto per dire, ma il fatto è che non lo so più se davvero vorrei essere pubblicata.
Oggi.
In Italia.

Partiamo con un presupposto non da poco: prima di considerarmi aspirante scrittrice, sono senza ombra di dubbio una lettrice forte. Appartengo a quella razza in via di estinzione che si perde in libreria e che porta a termine ogni mese quattro o cinque titoli diversi. Ecco, forse, dovrei usare il passato anche qui.
Non riesco più a leggere così tanto, con così tanto gusto.
All’inizio pensavo che fosse del tutto colpa mia. Poi ho creduto fosse un periodo di stanchezza, in cui gli impegni quotidiani mettevano del loro per rendere difficile e discontinuo il mio hobby prediletto.
Poi mi ha colpita una consapevolezza: mentre riesco con la stessa intensità di prima a leggere e godere dei “classici”, o dei testi di autori che ho apprezzato in passato (le cosiddette “riletture”), faccio una gran fatica con i “nuovi arrivi”.

Non sarà forse che la colpa non sia del tutto mia?

Secondo me, c’è stato un abbassamento pazzesco nel livello letterario italiano. Dico italiano, perché – evidentemente – anche le opere importate non raggiungono quello che per me è il livello base di un buon libro.
Se penso che il record di vendite appartiene alle Cinquanta Sfumature mi spiego molte cose.
La prima: ormai un libro si vende come un dentifricio. È sparita l’aura strettamente “culturale” che rendeva quasi mitico il mestiere dell’editore. Oggi non si pensa più alla qualità, ma soltanto a generare nuovi – e possibilmente redditizi – filoni: i vampiri e gli angeli caduti prima, il sadomaso al’acqua di rose ora… E il fatto di rifilare spazzatura scritta come potrebbe averlo fatto mio nipote (ve l’ho già detto che ha due anni?), solo con contenuti un po’ più pruriginosi, non importa a nessuno. Questo, per quanto riguarda le grandi case editrici, che monopolizzano il mercato grazie anche alle catene di librerie dedicate ed alla possibilità di acquistare intere vetrine in quelle cosiddette indipendenti.

Secondo: va bene, la soluzione allora dovrebbe arrivare dalle piccole.
Si suppone che la Piccola Casa Editrice abbia tutto l’interesse a crearsi una propria credibilità e quindi nei cataloghi si possano trovare vere e proprie perle.
Ehmmmm, sì. In un’altra vita, forse.
Sono una persona che ha sempre dato grande attenzione alle piccole case editrici, sia perché – appunto – speravo di trovare originalità e “nuovi talenti”, sia perché ho sempre sperato di cominciare da lì e per poter inviare uno scritto ad una casa editrice devi conoscerne almeno un poco la linea editoriale.
A fronte di poche realtà molto serie (che non cito perché conosco e chiacchiero via internet con una persona che ci lavora e sarebbe come fare una recensione-marchetta nella mente dei malati, no?) ho trovato anche gente assurda. Gente che pubblica la propria fidanzata, la quale non conosce la differenza d’uso di aggettivi come “tenue” e “leggero”. Gente che pubblica gratuitamente emuli di Tolkien che mettono gli stessi nomi di Tolkien, solo sostituendo le L alle R e viceversa. Gente che pubblica fan fiction di Twilight, chesssssivedecheèunafanfictiondiTwilight. Santoddio.

Ora, di certo passerò per snob, ma a volte mi chiedo se questi sedicenti editori non siano, appunto, sé – dicenti. Se la cantano e se la suonano, insomma.
In fondo, la realtà, per quanto riguarda un “piccolo” è questa: chiunque può aprire una casa editrice, purché abbia un tot di soldini da parte per gli investimenti iniziali. Quindi chiunque può sentirsi un po’ Padreeterno e dire: TU puoi pubblicare, TU no.
Se poi il Padreeterno in questione non sa distinguere una fan fiction di Twilight da un testo che contiene un vago omaggio a Borges, perché pensa che Borges sia un giocatore di calcio… chissenefrega. Tanto scaricare la colpa sull’orgoglio degli aspiranti scrittori che pensano di essere geni e non sopportano il rifiuto è lo sport preferito di tutti.

Ed ecco che, come per magia, l’Aspirante diventa il capro espiatorio, fonte e origine di tutti i mali dell’editoria. L’Aspirante che non legge (!), l’Aspirante che si crede chissà chi, l’Aspirante che è invidioso di coloro che ce l’hanno fatta!
Beh, no. Non sarò mai invidiosa di una persona che non distingue tra “tenue” e “leggero”, neanche se il suo libro fosse nella top ten di Tv Sorrisi e Canzoni. Non sarò mai invidiosa di uno il cui protagonista mago si chiama Gandarf. Né lo sarò mai – attenzione! – di una che scrive una fan fiction di Twilight, toglie il vampiro, ci mette un miliardario e fa credere a tutti di aver scritto il nuovo capolavoro dell’erotismo mondiale.

Il fatto è che se non so più se voglio entrare in questo mondo, ecco. Sarebbe stato meraviglioso scrivere una storia, proporla, essere rifiutata da editori severi, anche con parole dure… se poi sugli scaffali avessi trovato testi che mi avessero fatto sospirare e dire: “sì, ho ancora molto da imparare. Sì, voglio andare a casa a studiare e riscrivere, perché voglio arrivare a scrivere così”.
I libri di Neil Gaiman, per esempio, mi fanno questo effetto. Lui sì che dovrei invidiarlo. Invece, ogni pagina scritta da lui è motivo di orgoglio e ispirazione. Non dovrebbe essere questo, la letteratura?
Oggi, tutto questo mi manca. Sì, Neil Gaiman scrive ancora e ci sono ancora i “bravi”. Peccato che fanno sempre più fatica ad arrivare nelle librerie e – quel che è peggio – a rimanerci, in favore dei “venditori di dentifrici”.
Ora, poi, c’è la rete e temo che sarà questo il futuro, quindi tutto sarà ancora più confuso e difficile. E chissà se la mia passione sarà abbastanza forte…ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

Rinnovati e rinomati


Questo non è un semplice articolo che avvisa del nostro ritorno, nossignore. Perché il titolo scelto per questo post dice tutto: rinnovati e rinomati. Come potete vedere, ci siamo rinnovati fino al midollo: non solo nella grafica, ma anche nelle strutture, nei contenuti e nelle iniziative, che sono più numerose che mai. Siete pronti al vortice di novità che vi si sta per scaricare addosso?

 

  • Nuova grafica, nuovo logo: volevamo dare un taglio col passato, voltare pagina, e così abbiamo fatto. Et voilà! Eccoci, tutti nuovi di zecca, con una grafica più sobria, elegante e professionale – e soprattutto più navigabile, dato che Il Fatto Quotidiano ci aveva rimproverati di essere di difficile navigazione. Inoltre abbiamo un nuovo marchio di fabbrica, un logo che ci contraddistingue nella sua semplicità: lo potete ammirare in ogni pagina, nella colonna sinistra del sito. È stato realizzato dalla bravissima Serena Marina Marenco.
  • Bookaholic: da qualche tempo è apparso sulla barra del network il link a Bookaholic. Finalmente il mistero sarà svelato: il velo si alzerà il 15 settembre, e in pompa magna verrà annunciato il nuovo progetto di Writer’s Dream. Solo qualche indizio: riguarderà il self publishing e una collana editoriale.
  • Letture incrociate:  si sa, i commenti ai propri testi sono sempre troppo pochi. Così abbiamo introdotto le letture incrociate, un servizio che permetterà a ogni autore di ricevere ben tre commenti approfonditi e dettagliati al proprio racconto! L’iniziativa partirà il 1 ottobre, e in seguito sarà aperta anche a romanzi e poesie.
  • Porto emergenti: riparte alla grande Porto Emergenti, il porto dove il posto per attraccare è il più ambito del web. Si rinnovano le modalità di partecipazione e le adesioni; trovate tutto nell’apposita sezione sul forum.
  • Collana Writer’s Dream su eBookVanilla: dal 15 settembre, con l’apertura di Bookaholic, Writer’s Dream selezionerà romanzi e racconti per la pubblicazione, per la collana ultra selezionata a marchio WD con la casa editrice ebookVanilla, nuovo ed esclusivo portale di self publishing e distribuzione eBook. Inoltre, vedranno finalmente la luce le antologie di Yurutsuki, Urban Gods e Corsetti, velluto e pirati, e assisterete al lancio di nuovi talenti già a partire da questo mese.
  • Nuove rubriche: sul blog vedranno la luce nuove rubriche; innanzitutto assisterete alla pubblicazione settimanale di approfonditi prontuari per gli autori, che saranno utili dagli esordi alla promozione; inoltre verranno segnalati con frequenza assidua i concorsi più interessanti (e affidabili) della rete, nonché gli eventi a cui non potete mancare. Infine, preparatevi a mirabolanti articoli e approfondimenti su eBook, generi letterari e sul mondo dell’editoria, che verrà sviscerato fino al midollo.
  • Incontri con autori, editori, blogger e agenti letterari: perché parlare solo con gli autori è troppo, troppo poco per noi! Così assisterete a incontri con editor, membri di case editrici, agenti letterari e sì, anche blogger del settore, quelle persone che operano e sono attive nel background e portano spesso avanti iniziative interessanti e originali.
  • Mezzogiorno d’inchiostro: oltre ai classici contest bisettimanali, una nuova sfida in cui battersi contro il tempo: dodici ore di gara, da mezzogiorno a mezzanotte, per scrivere un racconto ispirato a un prompt a scelta tra Mezzogiorno e Mezzanotte. Siete pronti ad affrontare la battaglia?
  • Interviste ai librai: poveri librai, figure così trascurate e denigrate negli ultimi tempi! Vogliamo vedere cosa si prova a stare dall’altra parte della filiera del libro, e sentire le testimonianze dirette di chi ogni giorno vende i nostri lavori. Ne sentiremo delle belle!

 

Una pubblicazione da manuale


In rete fioriscono e sbucano da ogni dove manuali e prontuari dedicati agli aspiranti scrittori, manuali che dispensano consigli e dritte per pubblicare un libro. La loro utilità rimane un mistero, perlomeno per l’acquirente; chi lo compra ha l’ovvio scopo di vendere, scopo che tra l’altro raggiunge senza problemi. Tra l’altro, è sufficiente assemblare un centinaio di pagine, riempite con consigli e suggerimenti che da anni sono liberamente reperibili in un attimo in rete e il gioco è fatto.
Vale la pena spendere soldi per sapere che non bisogna formattare il manoscritto in Harrington rosa shocking e cose del genere? Senza contare che – fortunatamente – la ricetta magica per il successo non esiste: nessun consiglio potrà garantirvi o aiutarvi a pubblicare, perché se il vostro manoscritto non è valido potrete inviarlo anche sotto forma di foglie d’oro, ma non sarete pubblicati.
Morale della favola: questi manuali sono completamente inutili. Tant’è vero che i loro autori l’unico libro che sono riusciti a pubblicare è proprio quello…

La via dell’autopubblicazione – I


Inizia oggi una serie di post dedicati all’autopubblicazione. Alla fine risulterà una piccola guida passo passo per chi sceglie la via del self publishing, con consigli e dritte che vanno dall’editing iniziale alla scelta del pod alla promozione, passando per tanti piccoli punti intermedi molto importanti. Iniziamo con una panoramica generale, scritta da Tanja Sartori:

Arrivare a pubblicare con una vera casa editrice è un’impresa tutt’altro che facile. Ci sono poi particolari tipi di testi, magari di nicchia, la cui collocazione è ancora più difficile e che probabilmente non arriverebbero mai a vendere un quantitativo di copie sufficiente per coprire l’investimento di un editore.

Per gli scrittori che non vogliono cadere nella trappola dell’editoria a pagamento, esiste però un sistema di autoproduzione dei propri testi che viene chiamato “Print on demand” ossia stampa su richiesta. Con questo sistema un qualunque autore può autopubblicarsi semplicemente rivolgendosi ad appositi editori-stampatori che si occupano di stampare un numero variabile di copie, su richiesta dell’autore, e possono offrire vari servizi quali: impaginazione, attribuzione del codice ISBN, messa in vendita dei libri su appositi siti web con tanto di royalities sul venduto.

Dov’è la differenza con un qualunque editore a pagamento? Innanzitutto le cifre più contenute, la possibilità di acquistare a prezzo di stampa solo il numero di copie richiesto (anche una sola copia) e il totale controllo sull’opera. L’autore è editore di se stesso e non è vincolato a pagare cifre esorbitanti per nebulose spese di promozione, segreteria o quant’altro. C’è da tener presente che in questa situazione la promozione del libro è tutta a carico dell’autore e l’andamento delle vendite dipende unicamente da lui. Ci sono vari tipi di Print on Demand che offrono servizi diversi: si parte da veri e propri “editori on demand” che forniscono ISBN e una vetrina di vendita, a semplici tipografi che forniscono all’autore le copie stampate senza ISBN e senza codice a barre, e che spesso richiedono un acquisto di un quantitativo minimo.

Nella prossima puntata parleremo dell’editing e della revisione di un testo.

Cercasi manoscritti


Mamma Editori – casa editrice non a pagamento – è a caccia di manoscritti da pubblicare. Ci scrive quanto segue:

Buon giorno,
Ci piacerebbe avere il vostro aiuto nella ricerca di un particolare tipo manoscritti.
Vorremmo rivolgerci al vostro pubblico segnalando che Mamma editori, cerca thriller, mystery e urban fantasy, realismo magico per ragazzi, paranormal romance non vampirici. Le storie debbono essere ambientate non in Italia, l’autore deve essere disponibile a subire un forte intervento di editing anche sull’intreccio per conformare il romanzo agli standard della narrativa commerciale; deve essere disposto a pubblicare con pseudonimo inglese; deve essere disponibile alla revisione on line dell’opera, in un forum apposito, almeno fino a metà romanzo. Si riserva all’autore normale contratto editoriale con royalties all’8% fin dalla prima copia venduta. L’autore non ha garantito un numero minimo di copie commercializzate poiché questo numero dipende dalla risposta del mercato.
Gli autori interessati possono inviare, a questo stesso indirizzo email, il primo capitolo e l’intreccio presentato schematicamente con tre righe a capitolo. Si prega di evitare l’invio di documenti con estensione docx.

L’indirizzo a cui inviare i manoscritti è mamma@mammaeditori.it

Spazzatura d’autore e il prezzo del libro


In parole povere: le piccole e medie case editrici pubblicano una marea di schifezze. E parliamo di case editrici non a pagamento. Questo – come lo vogliamo chiamare? – assunto è nato da una discussione sul forum, dove molti di noi hanno tirato le somme dopo un anno passato a leggere principalmente libri di autori emergenti.
Qual è il risultato della somma?

La maggior parte dei libri di esordienti che ho letto sono stati una delusione, più o meno grande ma sempre una delusione. Stile elementare e in alcuni casi palesemente forzato, trame arraffazzonate, idee scarse, zero coinvolgimento, lentezza e mucchi di banalità.
Partendo dal presupposto che un editore free pubblichi esclusivamente testi che ritiene vendibili, commerciabili, scritti bene, le cose sono due: o in 32 anni e con oltre cinquecento libri letti sulle spalle non ho capito una mazza, oppure nel panorama delle piccole e medie case editrici c’è qualcosa che non va.
Se devo spendere 14/16 euro per trovarmi tra le mani un prodotto che nel migliore dei casi è appena sufficiente, e nel peggiore completamente insoddisfacente, inizio a pensare anch’io di non comprare più testi di esordienti.

Sono le parole di Nayan, alias Enrica Aragona, amministratrice di Writer’s Dream insieme a me. E i pareri degli utenti sono molti e molto simili, vi invito a leggerli direttamente nella discussione. L’altro intervento che voglio evidenziare, invece, è quello di Elena di Studio83, un’associazione culturale impegnata sul fronte esordienti:

Per lavoro leggo tantissimi libri di esordienti e, per fortuna, non li devo pagare (me li inviano spontaneamente). E qui piazzerei una piccola parentesi: ma case editrici sono impazzite con i prezzi? 13-14 euro a volume? Chi, a parte gli amici intimi di un esordiente, sarebbe disposto a sborsare cifre simili?

Sono d’accordo sulla qualità generale pessima della maggior parte delle pubblicazioni (e aggiungerei che, in molti casi, non c’è differenza tra i free e quelli a pagamento: scadenti entrambi).

Il perché è abbastanza semplice, imho.

Tanti editori sono editori improvvisati; non hanno politica di catalogo, non hanno un discorso culturale, non sanno fare il loro mestiere. Oggi chiunque può aprire una casa editrice (tant’è che spuntano come funghi), ma questo non rende editori più di quanto Microsoft Word e una tastiera rendano scrittori. Immaginiamo una persona che scrive da cani e non ha il minimo gusto: mette da parte un po’ di soldi e apre una casa editrice (anche free, eh). Ecco qua, ha il distintivo di editore. Riceve un manoscritto schifoso, lo legge, gli sembra un capolavoro e lo pubblica. Senza fare editing, per carità, che adesso non va più di moda, e poi lo stagista sottopagato che avrebbe dovuto occuparsene è accidentalmente caduto dalla finestra del quinto piano mentre puliva i vetri (gli stagisti sono versatili, puoi usarli come editor e come inservienti con lo stesso contratto).
La grafica la facciamo fare a mio cugino Peppe che l’anno scorso ha fatto un corso di Photoshop, il tipografo lo rimediamo on-line dalla Cina con qualche bella stampa low-cost illeggibile, et voilà! Ecco servito il libro di m***a.

L’autore, tutto felice perché finalmente o pubblikato!!1!!, spedisce il libro qua e là per farlo recensire. Se è fortunato incapperà in gente ignorante o in qualche amyketto (per dirla alla Gamberetta) che ne canterà le lodi perché sì. Se è sfortunato, si beccherà una vibrante stroncatura a cui non era preparato, ed entrerà in crisi e si arrabbierà perché il mondo è cattivo e ce l’ha con lui.

Quindi abbiamo:

– editori scadenti
– autori scadenti
– lettori scadenti

Un circolo vizioso di incompetenti.

Bello, vero? Da parte mia, che di libri di esordienti ormai ne leggo a bizzeffe, non posso che aggregarmi: gli unici libri veramente validi – e per validi intendo più che semplicemente buoni – sono di XII, Gargoyle e Asengard (sebbene di Asengard ne abbia letti solo due, più uno in corso di pubblicazione), più un paio di Montag e uno de I Sognatori. Ma la lista free contiene quasi 180 case editrici, mentre la lista degli editori di qualità contiene 8 nomi.
Un motivo ci sarà.

Il problema è esposto bene da Elena nel commento riportato poco più su: molte case editrici lo diventano da un giorno all’altro, non c’è bisogno – come per aprire un bar o altro – di sostenere un esame. Non servono titoli di studio, mentre per aprire un bar o un ristorante serve il diploma alberghiero o la pratica per due anni presso un’altra attività di ristorazione. Senza contare che il commento di Elena introduce un altro problema (come se ne avessimo bisogno): il costo dei libri. In una discussione con Ciesse Edizioni l’editore parlava di mettere un libro di 900 pagine a 24/25€. Gli ho fatto notare che nessuno pagherebbe mai quei soldi per l’opera di un autore sconosciuto. Io non li spenderei mai, a meno di rarissime eccezioni. E con le rarissime eccezioni non si rientra certo nelle spese.

Alla fine di questo circolo vizioso di editori scadenti e autori scadenti a rimetterci sono sempre i lettori. Penso che questa frase di Lemming sia la più esplicativa: “I capolavori sommersi? Non lo restano in eterno. Ma sono pochi, pochissimi. Sempre più spesso, mi chiedo se valga la pena ravanare nel mucchio, quando in libreria ce ne sono un’infinità, e devo solo scegliere.”

Quando gli editori rifiutano


C’è stata una frase che mi ha fatto riflettere: “se nessun editore free mi pubblica, a chi posso rivolgermi se non agli editori a pagamento?”. Mi ha lasciata senza parole, per due motivi: il primo perché mostra una totale mancanza di autocritica; il secondo, più grave, è l’assoluto, completo menefreghismo per la qualità e il valore del proprio manoscritto.
In altre parole: l’autore è consapevole – e il fatto che sia consapevole è, per certi versi, agghiacciante – di pubblicare perché ha staccato un assegno all’editore. Come dire: vorrei diventare neurochirurgo, però non riesco a prendere la laurea, quindi vado a comprarla da chi la vende falsa.

La risposta è stata “ma io non faccio del male a nessuno”; purtroppo non è così, perché chi pubblica a pagamento danneggia sé stesso, chi legge e gli altri autori emergenti. Ma non è di questo che voglio parlare, e vi rimando alla sezione sull’editoria a pagamento del blog.
Quel che voglio fare ora è rispondere alla domanda iniziale: “se nessun editore free mi pubblica, a chi posso rivolgermi se non agli editori a pagamento?” . Le possibilità sono due:

  1. A nessuno: l’autocritica non ha mai ucciso nessuno, anzi. Se una trentina o più di editori hanno rifiutato il vostro manoscritto fatevi delle domande sul manoscritto, non sulla competenza dell’editore; riprendete in mano il testo, lavorateci, rileggetelo con occhi nuovi. Chiedetevi “cosa c’è che non va?”. Chiedete l’aiuto di persone distaccate – basta chiedere nel forum – o di amici sinceri, o rivolgetevi a un’agenzia di servizi (posso fare la sfacciata e consigliarvi anche il nostro servizio di valutazione?) in modo da ottenere un giudizio oggettivo su quanto c’è di buono – e meno buono – sul vostro manoscritto, su cosa lavorare e così via.
  2. Ai POD: i print on demand sono la salvezza per tutti coloro che non si arrendono nemmeno dopo duecento rifiuti – o che vogliono pubblicare per i fattacci loro, va da sé; lasciate perdere l’editoria a pagamento. Se anche decidete di farvi fare l’editing da un’agenzia letteraria, risparmierete di molto rispetto a un qualunque EAP, otterrete un prodotto di gran lunga migliore e sarete liberi da quei (giusti, sacrosanti) pregiudizi che (per fortuna) si stanno spandendo a macchia d’olio sulle pubblicazioni a pagamento. Nei prossimi giorni pubblicherò una guida al self-publishing, giusto per dare qualche dritta e punto di riferimento utile – anche per chi vuole autopubblicarsi un eBook.

In ogni caso, ricoratevi: abbiate pazienza e non lasciatevi accecare da nessuno, né da voi stessi né, tantomeno, da qualche venditore di fumo. Dimostrate a voi – ma soprattutto a loro – che non bastano due deboli promesse a farvi perdere la testa.

Il tuo tempo in cambio della pubblicazione


Loredana Lipperini mi ha segnalato un caso piuttosto curioso: un editore free – Transeuropa – pretende che i propri autori organizzino presentazioni nella propria zona. Attenzione: lo pretende, non è una richiesta. Se l’autore si rifiuta il libro non viene pubblicato.

La vicenda, che coinvolge Isabella Borghese, la spiega meglio Lipperini nel suo articolo, e la nota di Seia Montanelli fa ancora più chiarezza sull’accaduto.

“come abbiamo spiegato altrove, la pubblicazione dell’opera era condizionata alla presenza dell’autore. Naturalmente non vale per tutti gli autori, ma specie per i più giovani e gli emergenti, che sono degli sconosciuti, non poter contare sulla disponibilità dell’autore a battersi per la promozione del suo libro ALMENO nella propria città di residenza rende le cose un po’ difficili”.

Qui è Transeuropa a parlare, su Facebook. Vi invito a riflettere sulla cosa, perché ritengo sia una forma di editoria a pagamento anche questa; la moneta non è il denaro ma il tempo, ma il concetto non cambia: l’autore deve dare qualcosa in cambio alla casa editrice per essere pubblicato. Deve farsi da ufficio stampa, organizzando da sé le proprie presentazioni. Se l’autore non ha tempo, disponibilità, possibilità non viene pubblicato, al di là della bontà del suo testo.

Se qualcuno ti dice che non sei un vero scrittore… (forse ha ragione)


Il giornalista Giampaolo Simi – che non è proprio l’ultimo arrivato e ha pubblicato vari libri anche con Einaudi e ha visto un suo racconto trasformato in una fiction Rai – ha scritto una nota diffusa dal suo profilo Facebook che conferma tutto quello che abbiamo sempre sostenuto noialtri di WD.
Ovvero: se pubblicate a pagamento o vi autopubblicate non verrete lanciati nell’Olimpo degli scrittori, non avrete la possibilità di farvi notare.
La verità? La verità è che se pagate per pubblicare vi ignoreranno tutti: critici, giornalisti, altri autori, altri editori, lettori… tutti. Poi, liberi di fare quel che volete coi vostri soldi, anche fare un falò in giardino.

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