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Di me diranno che ho ucciso un angelo


Ci sono dei libri che sono capaci di toccare il cuore del lettore con un dito invisibile. Che trascinano, semplicemente trascinano dentro il testo e tutti i suoi messaggi. È   questo l’effetto che mi ha fatto Gisella con il suo esordio, e proprio per tale motivo, non finirò mai di ringraziarla per avermelo mandato.

Gisella

Titolo: Di me diranno che ho ucciso un angelo
Autore: Gisella Laterza
Editore: Rizzoli
Prezzo: 15 euro
N. Pagine: 192

Trama: dopo una notte dove, di sicuro, nulla è andato come avrebbe voluto, Aurora, giovane ragazza triste, si ritrova in un tram. Sola. In quell’occasione incontrerà un angelo che, con pazienza, le racconterà la storia della sua caduta dal cielo, e la costante rincorsa della persona, la demone Sera, di cui si è perdutamente innamorato. Tra racconti di aneddoti della vita dell’angelo e della ricerca di Sera, la trama si sviluppa verso il suo epilogo dove l’amore, in modo dolce e amaro, alla fine vince. A ogni sacrosanto costo.

Contenuti: Pur presentandosi come fiaba moderna, i contenuti del testo che si evincono nell’immediato sono di ampia portata. Si parla di passione, ma non un amore comune: si tratta di quello che unisce due persone, un angelo e una demone, talmente diverse tra loro da richiedere a entrambi un percorso di cambiamento che possa in qualche modo andare incontro a entrambi, nel mezzo. A parte tutte le riflessioni a corredo, dove il lettore si ritrova a pensare che forse la diversità non va mai giudicata ma, nel caso, scavalcata per incontrare l’altro, in questa storia toccante ci ho ritrovato  la metafora della vita stessa, intesa come un percorso unico e irripetibile da affrontare senza remore per essere felici, qualsiasi siano le conseguenze. E in questo senso, ritengo che il concetto si esprima con vigore e che sia positivo che il target di lettura individuato sia anche nella gioventù, laddove proprio il senso della vita si disperde quando si fanno i conti con la società moderna. Vita, amore e intenti si mischiano, corrompendosi, parlandoci di esistenza spirituale e carnale nel contempo.
Pur richiamando, nella sua espressione attraverso incontri con personaggi nitidi e nel contempo sfuggenti, il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, il libro di Gisella Laterza fa un ulteriore passo in avanti, differenziandosi da quel tipo di storia a morale per diventare, nella sua stesura, essa stessa principio guida, da tenere a mente nei momenti di sconforto. Un altro contenuto sul quale ho riflettuto è l’avanzare della spersonalizzazione della società moderna, dove la tecnologia, la società e l’organizzazione aggregativa dei pari (e in questo è calzante l’intero vissuto inespresso di Aurora), così come la rincorsa del tempo da non perdere, i soldi o il sesso offuscano i piccoli valori quotidiani, facendo tendere l’animo a raggiungere un concetto mitizzato di felicità che poi, invece, si perde per strada proprio perché i valori e i piccoli obiettivi vengono dimenticati. Tutti i personaggi che compaiono nella storia definiscono questo concetto, lo sviscerano, ci propongono il prima e il dopo con immediatezza. Ci ricordano cosa sia l’eroismo, che parte nei gesti quotidiani, quanto sia importante l’innocenza nell’affrontare l’altro e, soprattutto, che il calore del cuore non è meno importante di altre cose effimere per farci stare bene con noi stessi e nel mondo.

Stile e forma: lo stile è immediato, carico e particolarmente emotivo. La forma, in questo frangente, è quasi sempre azzeccata, a parte qualche ripetizione di termine che anziché rinforzare il concetto emozionale, fa storcere il naso. Il quadro della trama, organizzata in comparti tra racconto dell’angelo/incontro e riflessione di Aurora/percorso di Sera, risulta alla fine essere funzionale e senza forzature. Sicuramente la dote maggiore è il riuscire, con la scrittura delicata ma non edulcorata, a rendere forti e vivide le passioni e i sentimenti, a volte senza nemmeno doverli esplicitare direttamente.

Ambientazione e personaggi: Una caratteristica che risulta chiara dalla narrazione è una predilezione per un ambiente buio, scuro o grigio, che si fonde nel substrato caldo della storia, quasi a creare un piccolo e piacevole contrasto che da un lato stempera i sentimenti forti, rinforzandoli. Piove, nella foresta fa buio, fuori fa freddo, si sente la brezza del mare, il sole sorge… tanti piccoli dettagli tristi che vengono gestiti con maestria consentendo alla storia di emergere sul resto e catturare il lettore. Non ci sono descrizioni approfondite, esse scivolano con semplicità all’interno dei gesti, senza mai ostacolare lo svolgersi delle vicende.
I personaggi sono di diverso grado e intensità. Alcuni, come Sera, Aurora e l’angelo, appaiono in tutta la loro drammaticità, in tutto il loro potenziale. Altri invece, per quanto intessuti tra loro in modo efficace, senza lasciare nulla al caso o alla comparsa del momento, compaiono più come delle macchie, evanescenti ma comunque indelebili nel ricordo che l’Angelo o Sera trasmettono e lasciano sulla carta. L’unico che appare fuori schema è Argento, proprio perché la natura del suo desiderio e delle sue motivazioni appaiono piuttosto oscure: compare, un breve attimo appena, nella narrazione, per poi farvi ritorno e contribuire all’epilogo. Forse, se fosse stato concesso al lettore qualche altro dettaglio della sua storia e del suo agire, apparirebbe meno forzato, meno legato al ruolo di fautore del destino dei due amanti.

Giudizio Finale: Per me, per noi, leggere è in primo luogo un’esperienza di vita. Di rado mi capita di incontrare dei testi che siano in grado appieno di strisciare dentro l’animo e apportare dei messaggi importanti anche per situazioni reali che, all’apparenza, non sono pertinenti con la storia. Questo per me è uno dei casi. Un bel libro, che Gisella ha saputo regalare alla comunità dei lettori e a cui auguriamo ogni bene di questo mondo. È consigliato a tutti coloro che vogliono leggere una bella storia su cui vogliono meditare, e a me e a tutti coloro che in questo momento stanno cercando risposte dalla vita

Recensione – Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi


Titolo: Il sentiero di legno e sangue (isbn:9788895313115)
Autore: Luca Tarenzi
Serie: #
Edito da: Asengard Edizioni
Prezzo: 8,90 euro
Genere: Favola, horror, steampunk, gothic
Pagine: 144 p.
Voto:


Trama: Apre gli occhi nel cuore di un’immensa conchiglia. Ha un corpo di legno articolato e ingranaggi, e il cadavere del suo costruttore giace accanto a lui. Non ha un nome, non ha memoria, ma appena nato ha già mostruosi nemici che lo braccano e una missione che non ha chiesto né desiderato: diventare umano. Attorno a lui c’è un mondo che un’antica catastrofe ha trasformato nel sogno delirante di un folle, alle sue calcagna due Incubi, la Maschera e la Bestia, e davanti a lui un sentiero costellato di mutazioni, tribù selvagge, divinità del caos e giganti marini che lo condurrà verso un destino molto più incerto di quanto i suoi creatori avessero mai potuto prevedere.

Recensione: Sono stata la prima a comprare questo libro. La prova è l’autografo che l’autore ha fatto a me, “prima acquirente ufficiale”, il 15 Maggio 2010 al Salone del Libro di Torino allo stand della Asengard.
Affascinata dalla trama di questo “Pinocchio” versione gothic horror della nuova collana Wyrd della Asengard, oggi mi sono messa d’impegno e in due ore circa ho letteralmente divorato questo libro. Esattamente, divorato. Capirete il perché della scelta del termine solo leggendo.
L’ho trovato affascinante, steampunk per certi versi, l’autore ha tratteggiato un mondo quasi post atomico, dove non ci sono mutazioni, ma che indubbiamente merita l’illustre citazione “Il sonno della ragione genera mostri”. In alcuni istanti mi è venuto persino in mente uno dei miei film preferiti: “Sfera”, con Dustin Hoffman.
Naturalmente della favola di Collodi vi è quasi nulla, viene mantenuto il viaggio di Pinocchio (che nel libro non ha nome) in questa terra popolata da Sognatori umani che, come dei, sono in stasi e mutano la relatà con i propri sogni, spesso orribili e mostruosi.
Si sa, fra i sogni spesso si nascondono anche gli incubi, in questo caso il Gatto e la Volpe, il primo in una inquietante versione di porcellana e la seconda a forma di orripilante bestia che si nutre all’inizio degli intestini del creatore del nostro protagonista, un falegname di nome Polvere Gialla che ha sulle braccia tatuati gli strumenti che gli servono per lavorare il legno.
Il protagonista inizia così una surreale avventura in un mondo grottesco, dove Mangiafuoco è un altro mostruoso sognatore e i suoi burattini alcuni dei pochi esseri umani sopravvissuti, costretti all’orrore senza fine di essere allacciati ai suoi fili conficcati nelle carni e recitare per sempre Shakespeare.
Il libro, breve, è un crescendo dell’avventura che porta “Pinocchio” e il suo logorroico tarlo parlante verso la fine e, come indicato nella prefazione, arriverete sull’orlo del baratro e guardando giù vi verrà da ridere.

Recensione – Alice nel paese della vaporità di Francesco Dimitri


Titolo: Alice nel paese della Vaporità
Autore: Francesco Dimitri
Editore: Salani
ISBN: 9788862562423
Numero Pagine: 280
Prezzo: 16,80 euro – Ordinalo a 12,10€ su Amazon

Voto: 1 su 5

Trama: Ben è un giovane londinese che soffre di allucinazioni. Per lavoro legge manoscritti. Una notte gli arriva un libro che si chiama Alice nel Paese della Vaporità.
Noi con lui seguiamo la storia di Alice, un’antropologa che vive in una Londra Vittoriana che non c’è mai stata.
Alice viaggia nella Steamland, una terra invasa da un gas che provoca allucinazioni e mutazioni. Una terra in cui la realtà cambia a ogni istante, in cui ‘giusto’ e ‘sbagliato’ sono soltanto parole, e in cui le parole stesse di trasformano in odori e sensazioni.
Quella di Alice parte come una ricerca, ma si trasforma subito in una lotta per la vita e per la morte. Alice dovrà sopravvivere in una terra oscura, in cui non c’è differenza tra orrore e meraviglia.
Ben legge la sua storia.
E qualcosa succede anche a lui.

Recensione: Questo libro avrebbe dovuto sdoganare completamente il genere steampunk in Italia, renderlo a tutti gli effetti un signor genere, unito anche alla piacevole trasposizione della famosa fiaba di Alice nel paese delle meraviglie. Non è stato così.

C’è un problema in cui incappano molti scrittori che si avvicinano allo steam, ed è il più grave di tutti: approcciare i fatti in maniera del tutto vaga e giustificarsi con un “tanto è fantasy”. No, non funziona per niente così.

Partiamo dal principio: ignorando le parti in cui è protagonista Ben (e la sua malattia), che prese da sole possono avere anche un senso, dirigiamo la nostra attenzione direttamente su Londra, dove vive Alice. A casa mia lo steampunk è ambientato in epoca vittoriana o giù di lì (perché poi prende il nome in altre declinazioni), quindi se dico Regina Vittoria (generazione più o generazione meno) sappiamo tutti quello di cui sto parlando, no? Ora, io vorrei capire la ragione per cui una si butta da una mongolfiera per poi indossare un trench (UN TRENCH!) e fumare sigarette. A Londra. Vittoriana.

A prescindere dall’emancipazione di Alice (e già qui ci sarebbe da dire), sarebbe più verosimile che la nostra avventuriera fumi sigari, la pipa, se proprio vuole essere grezza potrebbe masticare del tabacco e poi sputarlo.
Ma le sigarette. Incontriamo poi la Vaporità, questo misterioso gas simile al vapore, ma che vapore non è, su cui ci si può rimbalzare come sulle nuvole di panna nel cielo. L’idea in sé è buona, ma l’autore non la rende al meglio, per cui alla fine i protagonisti appaiono come una serie di omini in preda a trip da LSD. Ci si augura solo che l’effetto sia voluto.

Andiamo oltre, nella Steamland, dove Alice inizia il suo viaggio e incontra nuovi amici. A questo punto vorrei soffermarmi un attimo su quante dannate volte viene usato l’incipit “steam” attaccato alle altre parole per dare loro questa patina steampunk che l’autore tanto vorrebbe propinarci, ma non riesce. Non basta scrivere “steam” perché tutto lo diventi. Gli steamcomputer possono diventare “sistemi di computazione a vapore”, così come gli steamgusci erano facilmente declinabili in qualche altra forma espressiva. Dicevamo, la Steamland: questo luogo dove tutti sembrano strafatti ha il suo perché, le prove che deve superare Alice anch’esse seguono un filo logico (la sua crescita come guerriera e come persona), ma francamente dei vampiri che tagliano la gente coi bisturi, i monaci in bicicletta e del guerriero in mutande d’orso se ne poteva davvero fare a meno. Il basilisco che non pietrifica la padrona è il colpo di grazia, sarebbe stato intelligente farle usare degli appositi occhiali per non vedere lo sguardo della serpe, non dire “non la pietrifica punto e basta”.

Inoltre Chesy, lo Stregatto (unico e vero personaggio valevole del libro), non interviene mai per niente e per nessuno… e poi lo vediamo zampettare allegro a chiamare aiuto per salvare Alice. Non ha molto senso. Le battaglie che poi si concludono con il povero Zap che esplode (e sopravvive, facendoci chiedere come) sono il fondo del barile, mai Deus Ex Machina fu più palese. Quando Alice raggiunge lo scienziato, verso la fine del libro, abbiamo una confusionaria spiegazione di “Carne, Incanto, Sogno” ovvero i tre principi che tecnicamente dovrebbero reggere la realtà. Non avendo la sottoscritta letto “Pan”, non posso porre cenno su quando scritto sullo stesso argomento in precedenza da Dimitri, ma limitandomi ad Alice, la verità è che non si capisce niente. Finale personalmente scialbo, ma reso più godibile dalla presenza di Chesy.

Conclusioni finali: si fa leggere, in un paio d’ore lo si può tranquillamente finire, ma lascia l’amaro in bocca. Dimitri è un ottimo narratore, ma appunto racconta le scene e non le descrive, facendo perdere molti punti al proprio romanzo, quando invece aveva fra le mani un’ottima possibilità di diventare un punto di riferimento per il genere.

La valutazione pertanto è estremamente negativa.

Recensione: “Legame doppio”


Titolo: Legame Doppio
Autore: Christian Antonini
Editore: Asengard Edizioni
Genere: Fantastico – Horror
Pagine: 416
Prezzo: € 16,50
ACQUISTA Legame doppio (Helheim) A 11,50€
ISBN: 978-88-95313-00-9

La trama:
Milano, 1944: Sono tempi duri per la famiglia Amici: la guerra ha messo in ginocchio il Paese, il razionamento e i problemi quotidiani svuotano la vita di ogni gioia. Solo gli affetti, semplici e genuini, costituiscono un rifugio sicuro per il piccolo Francesco: affetti per la famiglia, il gatto, gli amici. Poi, improvvisamente, la brutale violenza della guerra irrompe nella vita del bambino, fatta di giochi e sogni. La famiglia Amici si scontra con un individuo privo di scrupoli, disposto a vendere a tedeschi e fascisti chiunque abbia qualcosa da nascondere… È l’Ingegner Gerini, disprezzato da tutti, schivo e riservato: un individuo che sembra godere di un rapporto d’amicizia molto particolare solo con i piccioni e i colombi del caseggiato.
Milano, 2003: Catia Ternani è una ragazza sola in una città che respira tecnologia pur restando ancorata a una realtà fatta di piccole cose. Vive in un appartamento, in compagnia del suo gatto e di un computer. Fra difficili rapporti familiari e problemi di lavoro, la ragazza viene contattata tramite Internet da uno sconosciuto: qualcuno che sembra conoscerla molto bene e che le intima di lasciare al più presto la sua abitazione… qualcuno che sembra addirittura non esistere e che riesce a intromettersi nel suo computer anche quando non è collegato alla Rete.
C’è un legame che unisce la famiglia Amici a Catia Ternani. Un legame profondo ma misterioso, che attraversa il tempo. Contrasti personali, pericoli e doveri costituiscono un ponte tra le vicende della ragazza e quelle di Francesco e dei suoi parenti, persone diverse e un unico scenario: il palazzo di via Cacciatori… (fonte Asengard)

Il mio commento:
Ho letto con piacere questo romanzo, senza aspettarmi nulla. La copertina è, a mio avviso, sufficientemente evocativa e ben realizzata, fornisce subito l’idea di un legame e, al contempo, di una qualche rottura, qualche imprecisato elemento di tensione.
La lettura è stata abbastanza piacevole e scorrevole, con qualche refuso qua e là, ma nulla di particolarmente grave: rare ripetizioni che si dimenticano in fretta.
Anche per quanto riguarda lo stile narrativo non ho nulla di particolare da segnalare, anzi, secondo me è adeguato e piacevole. Si nota una certa passione e documentazione preparatoria, fondamentale per proporre un’immagine credibile e verosimile di un periodo, come quello della Seconda Guerra Mondiale, non direttamente vissuto dall’autore del romanzo.
Per quanto riguarda invece il ritmo e lo sviluppo della storia in sè, invece, ho qualche critica da muovere. A mio avviso non è immediato distinguere passato e presente, non da subito comunque, visto che i capitoli ambientati in via Cacciatori nel presente si alternano a quelli ambientati in via Cacciatori negli anni 40. Forse era meglio aggiungere qualche didascalia o delle date a inizio capitolo per agevolare il lettore. Per carità, dopo un po’ di capitoli ci si abitua e, automaticamente, gli eventi vengono collocati nel giusto periodo storico sulla base degli attori coinvolti. Quando è vero anche che ci sono personaggi che creano un legame tra passato e presente narrativo…
Altra nota critica riguarda il ritmo e la densità degli eventi. Da un lato è comprensibile la necessità di giocare sul mistero per creare tensioni e aspettative, così come è accettabile la descrizione degli eventi del passato per preparare l’ambientazione e contribuire alla tridimensionalità dei personaggi, però è anche vero che, a mio avviso, c’è poca azione. A parte nel finale…
Secondo me, comunque, questo può costituire un limite del testo che, nei soggetti meno pazienti, può tramutare la lettura in un’esperienza noiosa e monotona.
Buona invece la caratterizzazione dei personaggi, nè troppi nè troppo pochi. Semmai è discutibile la facilità con cui Catia accetti la presenza che “sembra” perseguitarla, quasi che il sovrannaturale sia cosa di tutti i giorni.
Senza contare che non è nemmeno ben spiegato la presenza di certe entità: ci sono e basta, sembra essere la spiegazione. L’odio, il senso del dovere, la volontà di vivere ancora, i legami di sangue, la vendetta ecc. .. sono motivazioni condivisibili e accettabili però, a meno di raggi di energia cosmica, dubito che bastino a mantenere in vita le persone morte. Ok, ok, nel testo la protagonista ad un certo punto fa delle ricerche in internet e salta fuori che il palazzo è stato edificato in una zona per cui “passano” linee energetiche individuati da druidi, celti et similia ma ugualmente la questione è poco approfondita. Volutamente, forse. Al lettore non resta altro che sospendere la propria volontà di comprendere e accettare quel che viene proposto.
Più interessante invece la tipologia di manifestazione che riguarda una delle due “presenze, ovvero attraverso la rete elettrica e gli elettrodomestici: non credo sia qualcosa di mai sentito o mai visto in altri film (Shocker?), libri o fumetti, ma, per quanto mi riguarda, l’ho trovata una bella pensata. Un po’ meno originale invece, l’idea dello sfruttamento dei corpi dei deboli per le possessioni varie ed eventuali.
Ad ogni modo, si tratta di un buon testo, apprezzabile e interessante e che mi sento di consigliarvi. Soprattutto per il fatto che si tratta di un horror italiano ambientato in Italia che, di per sè, non è poco.

Recensione di Leonardo Colombi

Vento di libri


Dato che fuori ci sono 40° e che le solite segnalazioni di romanzetti commerciali non fanno che aumentare la temperatura, ci pensiamo noi a darvi una rinfrescata.

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