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Sul concetto di community


È da tempo – immemore – che ho in mente di scrivere quest’articolo. Ritengo importante – davvero importante – spendere qualche parola su questo concetto, il concetto di community.

Questo termine viene utilizzato, oramai, per qualsiasi cosa: gruppi su Facebook, liste su Twitter, cose simili su social network vari. Un noto print on demand, qualche tempo fa, si definiva “la più grande writing community d’Italia“.
Anche no.

Una community non coincide con la sua piattaforma. Non è il luogo materiale, il dominio o lo spazio e la struttura dove il gruppo di persone si riuniscono e interagiscono l’uno con l’altro. Anche in un supermercato la gente si incontra e interagisce, ma non chi sta in cassa non fa comunità con chi va a far spesa.

A fare una community sono le persone.

Pensate sia una banalità? Troppo spesso in rete ci si dimentica che dall’altro lato dello schermo c’è una persona in carne e ossa, con pensieri, idee e sentimenti. Non si tratta di una manciata di bit che prendono forma su uno schermo.
Basti pensare al fenomeno degli haters e del cyberbullismo – di cui aveva parlato anche la giornalista Loredana Lipperini: nelle liti, nei flame, volano insulti, termini ed espressioni allucinanti.
Se anziché essere dietro a una tastiera si fosse uno di fronte all’altro, face to face, succederebbe ugualmente?
Se ci ricordassimo che dall’altra parte c’è una persona e non una manciata di pixel e byte, succederebbe ugualmente?

Oh, no. Io credo di no. E avendo incontrato molte persone con le quali online mi sono scontrata in maniera violenta posso testimoniarlo – casi patologici a parte, s’intende.

A fare community, quindi, sono le persone.
Ma come la fanno?
La presenza non è sufficiente: non basta mettere dieci, cento, mille persone nello stesso luogo virtuale e lasciarle allo stato brado, facendole scrivere e commentare liberamente.
Occorre che tra i membri, tra quelle persone, avvenga uno scambio. Quale sia l’oggetto dello scambio non ha importanza: una community è un luogo nella quale le persone interagiscono tra loro dando qualcosa l’una all’altra; è un luogo dove si dà e si riceve, dove nascono legami e rapporti – di stima, rispetto, amicizia, lavoro, amore: di qualunque tipo.
I membri di una community sanno darsi sostegno nel momento del bisogno, si aiutano, supportano, consigliano, si confrontano, discutono, a volte litigano; ma alla base di tutto c’è il rispetto reciproco.

Una piattaforma potrà contare anche dieci milioni di utenti registrati, ma se manca lo scambio rimarrà sempre e solo una piattaforma. Molto visitata e sicuramente redditizia in termini pubblicitari, certo, ma nulla di più.

Tre anni fa scrivevo un articolo intitolato “Divide et impera” in cui parlavo della frammentazione dell’utenza della rete. Del desiderio smanioso di emergere, di far valere la propria voce. Ma come si fa a far sentire la propria voce, se si è soli a urlare in una stanza vuota?

Io mi chiedo cosa accadrebbe, se quella massa di lettori, scrittori, gente che ha qualcosa da dire mettesse da parte per un attimo la propria voglia d’indipendenza, di identità prettamente personale, e si fermasse a riflettere sulle potenzialità di un’unione.
Mi domando, se abbiamo le stesse idee, facciamo le stesse cose, abbiamo gli stessi obiettivi perché stiamo separati?
Dividi et impera. Non è teoria, non è nemmeno pratica: è la realtà delle cose.

Sicuri che conviene? Sicuri che stiamo facendo la cosa giusta “mantenendo ognuno la propria identità”?
E che ce ne facciamo, di quest’identità, se rimane sepolta sotto milioni di altre identità e non ha la forza per mettere in pratica le sue idee, per fare quel che si propone?
Stiamo facendo una cosa furba, una cosa intelligente, o ci stiamo facendo manipolare e stiamo facendo il gioco di qualcuno che ci vuole separati, ignoranti e senza punti di riferimento?

Il contrario di “divide et impera” è “l’unione fa la forza”.

Queste sono parole che risalgono al luglio del 2010. Nel luglio del 2013, esattamente tre anni dopo, le cose non sono cambiate affatto. Giusto oggi leggevo su Facebook uno status di una blogger che apprezzo e seguo (Malitia di Dusty Pages in Wonderland) che diceva “L’originalità nei blog letterari è una chimera. Il copia-copia è sempre in agguato.”

Non è questione solo di originalità. È questione soprattutto di una mancanza di coesione, di appoggio, di sostegno, di condivisione di idee e intenti nella più vasta community dei lit-blog italiani. Siamo di fronte a un panorama devastato e devastante, pieno fino all’estremo di piccole entità che fanno a gara, mordendosi alle caviglie e ai polpacci, per due visite, per due followers in più.
Roba che in confronto la guerra tra poveri è un concetto pieno di lustro e di gloria.

Ha senso? Ha senso trasformare quello che all’estero è diventato anche un lavoro, oltre che un hobby rispettato, in una farsa? Mentre altrove la gara è tra chi opera nel migliore dei modi – con obiettività, passione, intelligenza, lucidità, imparzialità – qui la gara è tra chi fa più marchette, chi pubblica più comunicati stampa, chi cerca di ingraziarsi il più possibile quelli che contano. Per ottenere, quando va bene, la pubblicazione presso qualcuno che conta – senza vedere praticamente un centesimo, dato che quello che conta opera secondo una strategia di marketing che recita “spendi zero, guadagna mille”.

La mia domanda rimane la stessa di tre anni fa: sicuri che conviene?

Paladini dell’editoria e scorrettezze editoriali


Succede che un blogger – uno che critica la grande editoria, sostiene che Mondadori fa schifo ma poi manda il suo romanzo a Urania – un giorno pubblica un post dove racconta la sua furbata per smascherare le macchinose macchinazioni della macchina editoriale: si finge una ragazzina cieca di diciassette anni che ha scritto un fantasy a tinte forti. Incredibile ma vero, l’agenzia letteraria gli risponde positivamente: chi mai avrebbe pensato che la storia di una ragazzina di diciassette anni che scrive un libro forte avrebbe potuto interessare qualcuno?
Strabiliante, sconcertante, incredibile.
Riassumendo, insomma, succede che alla fine il nostro blogger, Angra, rivela all’agenzia che la storia l’ha scritta lui, ingegnere quarantenne. Incredibilmente, l’agenzia risponde picche.  Ora, al di là del discorso marketing, chi è che rappresenterebbe mai qualcuno che si presenta facendo carte false – in tutti i sensi – per farsi leggere?

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