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Pensieri di un’aspirante


Faccio parte della truppa degli aspiranti scrittori.
Sai che novità, direte voi, dal momento che è assodato che in Italia una persona su due ha un romanzo nel cassetto (anche mio nipote, di due anni, ne ha uno. Probabilmente.).
Ecco, faccio parte di questa truppa o, perlomeno, pensavo di farne parte fino a pochissimo tempo fa. Potrete citarmi La Volpe e l’Uva, potrete dirmi che parlo per invidia verso coloro che hanno pubblicato e avuto il loro buon successo di pubblico e critica, potrete accusarmi di scarsa profondità in quello che sto per dire, ma il fatto è che non lo so più se davvero vorrei essere pubblicata.
Oggi.
In Italia.

Partiamo con un presupposto non da poco: prima di considerarmi aspirante scrittrice, sono senza ombra di dubbio una lettrice forte. Appartengo a quella razza in via di estinzione che si perde in libreria e che porta a termine ogni mese quattro o cinque titoli diversi. Ecco, forse, dovrei usare il passato anche qui.
Non riesco più a leggere così tanto, con così tanto gusto.
All’inizio pensavo che fosse del tutto colpa mia. Poi ho creduto fosse un periodo di stanchezza, in cui gli impegni quotidiani mettevano del loro per rendere difficile e discontinuo il mio hobby prediletto.
Poi mi ha colpita una consapevolezza: mentre riesco con la stessa intensità di prima a leggere e godere dei “classici”, o dei testi di autori che ho apprezzato in passato (le cosiddette “riletture”), faccio una gran fatica con i “nuovi arrivi”.

Non sarà forse che la colpa non sia del tutto mia?

Secondo me, c’è stato un abbassamento pazzesco nel livello letterario italiano. Dico italiano, perché – evidentemente – anche le opere importate non raggiungono quello che per me è il livello base di un buon libro.
Se penso che il record di vendite appartiene alle Cinquanta Sfumature mi spiego molte cose.
La prima: ormai un libro si vende come un dentifricio. È sparita l’aura strettamente “culturale” che rendeva quasi mitico il mestiere dell’editore. Oggi non si pensa più alla qualità, ma soltanto a generare nuovi – e possibilmente redditizi – filoni: i vampiri e gli angeli caduti prima, il sadomaso al’acqua di rose ora… E il fatto di rifilare spazzatura scritta come potrebbe averlo fatto mio nipote (ve l’ho già detto che ha due anni?), solo con contenuti un po’ più pruriginosi, non importa a nessuno. Questo, per quanto riguarda le grandi case editrici, che monopolizzano il mercato grazie anche alle catene di librerie dedicate ed alla possibilità di acquistare intere vetrine in quelle cosiddette indipendenti.

Secondo: va bene, la soluzione allora dovrebbe arrivare dalle piccole.
Si suppone che la Piccola Casa Editrice abbia tutto l’interesse a crearsi una propria credibilità e quindi nei cataloghi si possano trovare vere e proprie perle.
Ehmmmm, sì. In un’altra vita, forse.
Sono una persona che ha sempre dato grande attenzione alle piccole case editrici, sia perché – appunto – speravo di trovare originalità e “nuovi talenti”, sia perché ho sempre sperato di cominciare da lì e per poter inviare uno scritto ad una casa editrice devi conoscerne almeno un poco la linea editoriale.
A fronte di poche realtà molto serie (che non cito perché conosco e chiacchiero via internet con una persona che ci lavora e sarebbe come fare una recensione-marchetta nella mente dei malati, no?) ho trovato anche gente assurda. Gente che pubblica la propria fidanzata, la quale non conosce la differenza d’uso di aggettivi come “tenue” e “leggero”. Gente che pubblica gratuitamente emuli di Tolkien che mettono gli stessi nomi di Tolkien, solo sostituendo le L alle R e viceversa. Gente che pubblica fan fiction di Twilight, chesssssivedecheèunafanfictiondiTwilight. Santoddio.

Ora, di certo passerò per snob, ma a volte mi chiedo se questi sedicenti editori non siano, appunto, sé – dicenti. Se la cantano e se la suonano, insomma.
In fondo, la realtà, per quanto riguarda un “piccolo” è questa: chiunque può aprire una casa editrice, purché abbia un tot di soldini da parte per gli investimenti iniziali. Quindi chiunque può sentirsi un po’ Padreeterno e dire: TU puoi pubblicare, TU no.
Se poi il Padreeterno in questione non sa distinguere una fan fiction di Twilight da un testo che contiene un vago omaggio a Borges, perché pensa che Borges sia un giocatore di calcio… chissenefrega. Tanto scaricare la colpa sull’orgoglio degli aspiranti scrittori che pensano di essere geni e non sopportano il rifiuto è lo sport preferito di tutti.

Ed ecco che, come per magia, l’Aspirante diventa il capro espiatorio, fonte e origine di tutti i mali dell’editoria. L’Aspirante che non legge (!), l’Aspirante che si crede chissà chi, l’Aspirante che è invidioso di coloro che ce l’hanno fatta!
Beh, no. Non sarò mai invidiosa di una persona che non distingue tra “tenue” e “leggero”, neanche se il suo libro fosse nella top ten di Tv Sorrisi e Canzoni. Non sarò mai invidiosa di uno il cui protagonista mago si chiama Gandarf. Né lo sarò mai – attenzione! – di una che scrive una fan fiction di Twilight, toglie il vampiro, ci mette un miliardario e fa credere a tutti di aver scritto il nuovo capolavoro dell’erotismo mondiale.

Il fatto è che se non so più se voglio entrare in questo mondo, ecco. Sarebbe stato meraviglioso scrivere una storia, proporla, essere rifiutata da editori severi, anche con parole dure… se poi sugli scaffali avessi trovato testi che mi avessero fatto sospirare e dire: “sì, ho ancora molto da imparare. Sì, voglio andare a casa a studiare e riscrivere, perché voglio arrivare a scrivere così”.
I libri di Neil Gaiman, per esempio, mi fanno questo effetto. Lui sì che dovrei invidiarlo. Invece, ogni pagina scritta da lui è motivo di orgoglio e ispirazione. Non dovrebbe essere questo, la letteratura?
Oggi, tutto questo mi manca. Sì, Neil Gaiman scrive ancora e ci sono ancora i “bravi”. Peccato che fanno sempre più fatica ad arrivare nelle librerie e – quel che è peggio – a rimanerci, in favore dei “venditori di dentifrici”.
Ora, poi, c’è la rete e temo che sarà questo il futuro, quindi tutto sarà ancora più confuso e difficile. E chissà se la mia passione sarà abbastanza forte…ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

L’angolo del moralista #2 – Aspirazioni


Quest’articolo fa parte de “L’angolo del moralista“, una rubrica aperiodica dove il moralista di turno bacchetterà sulle nocche qualcuno.

Prendo spunto da questa discussione nata sul forum per parlare di una questione spinosa: le aspirazioni dell’autore. Precisiamo una cosa, prima di continuare: non ce l’ho assolutamente con mackey, né mi riferisco a lui in quest’articolo. Lo ribadisco di nuovo: non parlo di mackey in alcun modo. Si parlerà semplicemente di una tendenza generalizzata (e generale, purtroppo).

Come potete leggere nel topic che ho linkato, l’autore in questione vuole fare il salto di qualità: si sente pronto, si sente carico, si sente quello giusto. L’idea del piccolo editore non lo esalta, aspira a qualcosa di più. E come lui tanti altri. Che c’è di male?, mi diranno i miei piccoli lettori (cit.). La risposta è quantomeno semplice e disarmante: non c’è nulla di male. Assolutamente, totalmente, incredibilmente nulla. È un desiderio legittimo, quello di fare il salto di qualità, di migliorare le nostre condizioni e avere successo. È un desiderio che, inevitabilmente, ci accomuna tutti, nessuno escluso – e tu che stai scuotendo la testa, laggiù, piantala: non ci crede nessuno che ti piace fare lo spazzino per 700€ al mese.

Appurato che non c’è nulla di male a voler fare il salto di qualità, dov’è il problema? Anzi, esiste, un problema? La risposta è no: non c’è nessun problema.

Non c’è nessun problema, perché non c’è nessuno che soffre la fame per tentare di realizzare questo salto, né qualcuno che ci lascia le penne – anche perché fare il salto di qualità comporta un miglioramento della qualità della vita, sarebbe abbastanza strano che nel cercare di saltare ci si schiantasse contro un muro.

Dunque, perché ne parlo? Perché c’è un coro di lamentele che fa un fracasso enorme. Gli aspiranti autori (o gli esordienti, o gli emergenti, o gli emersi; ce n’è per tutti) aspirano, aspirano e aspirano; abbiamo già detto che non c’è niente di male nell’aspirare (magari, a forza di aspirare, mancherà un po’ il fiato); ma quando l’aspirazione si tramuta in pretesa, siamo ancora sicuri che non ci sia niente di male?

Perché, signori, il problema sono le pretese, non le aspirazioni. Mentre chi aspira persegue il suo obiettivo tenendo i piedi ben piantati a terra, chi pretende vola alto con la fantasia e si incazza se le fantasie non diventano realtà. Ci troviamo quindi di fronte all’aspirante che pretende di pubblicare in mondovisione con Il Più Grande Editore Del Mondo, che dal suo libro – venduto in centinaia di trilioni di copie – venga tratto un kolossal girato da Steven Spielberg, Tim Burton e Ridley Scott insieme (perché lui ha bisogno di gloria e competenza, uno solo dei tre non basterebbe mai!), interpretato da Johnny Depp, Angelina Jolie, Anthony Hopkins e Jodie Foster, tradotto in ventordici lingue ed esportato nel resto dell’universo da Doctor Who. E magari portato nel futuro da John Titor.

E lo pretende, badate bene. Non è che lo spera: lo pretende proprio. E se non avviene si incazza, si incazza a morte e se la prende con tutti: con gli altri aspiranti scrittori, perché se fossero meno gli editori avrebbero più tempo e risorse da dedicare al suo Capolavoro; con i piccoli editori, perché sono troppo piccoli per garantirgli il Successo e la Gloria che Lui merita; con i grandi e medi editori, perché non lo considerano non impiegano tutte le loro risorse per fare conoscere la sua Geniale Opera. E se la prenderà anche con altri, solo che non ho voglia tempo di elencare tutti, ché non sto mica qui ad asciugar gli scogli, io.

Il problema? A parte la rottura di scatole che questa tipologia di aspirante scrittore provoca al resto dell’universomondo, il fatto che producono – nel 99% dei casi – delle schifezze inenarrabili. Non ho ancora conosciuto un aspirante con un ego smisurato come quello descritto sopra che abbia prodotto qualcosa di perlomeno leggibile. Questo si traduce in tante piccole cose seccanti: apertura di case editrici ad personam, insozzamento dei siti di print on demand e self publishing, spam in quantità industriali inviato ad cazzum.

Il rimedio? Ignorateli. E distruggete il loro ego, riportateli coi piedi per terra. Vi sembra crudele? Sappiate che in realtà fate un grandissimo favore al mondo gli fate un grandissimo favore.

Adesso mi vengono a dire che


Adesso salta fuori che l’esordiente, l’aspirante scrittore non ha l’obbligo morale di acquistare (e leggere) libri della piccola editoria.
Certo che non ha obblighi, ma francamente a me fa alquanto schifo l’ipocrisia insita in un sistema del genere. Voglio pubblicare, voglio essere letto, ma leggo solo i big.
I best seller, i nomi conosciuti, ché leggere il libro di uno sconosciuto è sempre un rischio.
Però voglio che leggano il mio libro, perché io sono bravo! Merito di essere letto!

Non è ipocrita? Non è quantomeno allucinante, un ragionamento simile?
No, secondo molti non lo è. E tutti a correre a  sottolineare i propri diritti, perché tutti hanno il diritto di fare quello che vogliono e bla, bla e bla. E bla.
Certo: avete il diritto a rintanarvi tra Dan Brown e Fabio Volo, non avete obblighi morali. Ma non avete nemmeno il diritto di pubblicare.

Pubblicare non è un vostro diritto: è diritto di chi ha il talento e le capacità per farlo, esattamente come chi ha il talento e le capacità per diventare architetto ha il diritto di diventare architetto.
Perché è facile, è immensamente facile piagnucolare e lamentarsi che gli editori non prendono in considerazione il proprio libro, che lo dovrebbero pubblicare, che forse allora l’editoria a pagamento non è proprio il male ma la giusta via di fuga da un sistema Malato e Corrotto… ma sarebbe ora di darsi una svegliata e rendersi conto, come qualcuno diceva in un commento al post precedente, che l’editoria è un lavoro come tutti gli altri.
E funziona nello stesso identico modo di tutti gli altri lavori.

Buongiorno, ragazzi.