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Trovato 243 risultati

  1. bukowsky77

    Nero Press

    Nome: Nero Press Generi: Horror e Gotico, Noir, Giallo, Thriller Modalità di invio Manoscritti: http://neropress.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: http://neropress.it/distribuzione/ Sito web: http://neropress.it/ Facebook: https://www.facebook.com/neropress.edizioni
  2. Hastalis

    La Corte Editore

    Nome: La corte editore Generi valutati: thriller, fantasy, sentimentale, narrativa e storico Invio Manoscritti: http://www.lacorteditore.it/invia-il-tuo-manoscritto/ Distribuzione: http://www.lacorteditore.it/distribuzione/ Sito: http://www.lacorteditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lacorteeditore Pubblicazione senza contributo Qualcuno conosce questa Casa Editrice? So che è free ma il loro sito e in ri(costruzione). Comunque ho chiamato sul numero del sito e mi hanno detto che accettano manoscritti sia di narrativa generale che Fantasy. C'è qualcuno che me ne sa dire di più?
  3. Ospite

    Edizioni Della Sera

    Nome editore: Edizioni della Sera Generi pubblicati: narrativa, thriller, gialli, noir, saggi, inchieste, poesia, fantasy, comunicazione Invio Manoscritti: http://www.edizionidellasera.com/pubblica-con-edizioni-della-sera/ Distribuzione: http://www.edizionidellasera.com/distribuzione/ Sito: http://www.edizionidellasera.com/ Twitter: https://twitter.com/edizionisera Dal sito:
  4. Sanguy

    Nocturnal di Roberto Saguatti

    Titolo: Nocturnal Autore: Saguatti Roberto Collana: Aurendor Casa editrice: Plesio Editore ISBN: 9788898585724 Data di pubblicazione 01052019 Prezzo: 12,00 Genere: Giallo-Thriller-Steampunk Pagine: 170 Quarta di copertina o estratto del libro: Una serie di omicidi sta decimando i senatori di Tricantone alla vigilia di un'importante votazione. Quando Ario viene chiamato a indagare in merito, scopre oscuri messaggi rivolti a lui. La chiave di decodifica è un apparecchio desueto, un Nocturnal. Per tentare di catturare l'assassino, Ario dovrà fare i conti con i fantasmi di un passato sepolto, mentre misteriose figure tramano contro la parte più ricca della città e i suoi abitanti. Ne seguirà una ribellione sanguinosa, in un mondo fatto di vapore, intrighi e ingranaggi. Link all'acquisto: https://www.plesioeditore.it/it/shop/noctu.html https://www.amazon.it/Nocturnal-Roberto-Saguatti/dp/8898585721
  5. MonsieurNoir

    Anastasia, La Donna In Nero - Cap 1. Tre di Notte

    Tuona e piove ormai da un po di ore, e la lancetta del mio orologio Tissot segna le tre di notte precise e ancora non riesco a prendere sonno, probabilmente per il fatto che io sono in grado di rimanere sveglio fino a tarda ora e perché la mia insonnia mi perseguita da una vita, tanto da rendermi un nottambulo incallito. Ci sono giorni in cui rimango sveglio per tutta la notte, per poi addormentarmi all'alba, come se fossi un vampiro. Dal momento che i miei occhi sono ancora fin troppo lucidi e la mia mente non presenta nemmeno l'un per cento di stanchezza, ho deciso di sedermi sulla sedia della mia scrivania e riflettere su quello che intendo fare per far passare il tempo, in modo che non mi accorga della sua lentezza quando ci si annoia a morte. E' ormai da mezz'ora che sono seduto su questa sedia, con la testa chinata in direzione del mio diario, posto sul vetro lucido della mia scrivania, circondato dal silenzio e sopratutto abbracciato dalla quasi totale assenza di luce che ricopre questa stanza di una camera d'affitto, situata al sesto piano di un palazzo posto in un quartiere periferico della città di Milano. Sulla mia destra, accanto al diario, vi è una tazza in cera riempita con cioccolata calda al gusto 60% fondente e una bustina di dolcificante qualora non mi piacesse la sua punta di amaro che, per me, è fondamentale. Odio tutto ciò che può risultare troppo dolce. Dall'altro lato vi è il mio lettore musicale acceso che, tramite auricolare Bluetooth, riproduce la mia playlist di canzoni preferite, quella che riproduce adesso è la celebre canzone degli Aerosmith I Don't Wanna Miss a Thing, usata colonna sonora nel film Armageddon, e vi giuro che questa è la settima volta in due ore che l'ascolto, assieme a Paranoid dei Black Sabbath che ho ascoltato per tredici volte. Ammetto che mi piace ascoltare una canzone più di una volta se mi piace davvero tanto, una mia abitudine, non ho nulla da rimproverarmi per questo, non lo considero così strano. In tutto l'appartamento ho spento tutte le luci, l'unica che invece è rimasta accesa è quella di una lampadina a limitata capacità di illuminazione, quanto basta per mostrare la pagina ingiallita e vuota del mio diario che mi accingo a riempire con inchiostro nero. Da ciò che potreste pensare mi verrebbe da dire che balenate nella vostra mente l'idea che io sia così sciocco da rovinarmi la vista, dal momento che intendo scrivere qualcosa in una semi totale assenza di illuminazione, rappresentata da una insignificante lampada dalla luce fioca. Ma la verità è che a me questa oscurità serve sul serio, affinché io possa concentrarmi al meglio; quando una situazione richiede una tale concentrazione e una riflessione profonda io preferisco meditare al buio, con il conforto di una cioccolata, della musica nelle orecchie, oppure rilassandomi con il mio sigaro Montecristo e le sue colonne di fumo che, dal bordo escono per salire e volteggiare lentamente nella stanza, fino a dissolversi. E' importante che ci sia l'oscurità affinché io possa anche sciogliere, distruggere, rimuovere ogni mio pensiero inutile o qualche rumore che ho accumulato durante la giornata, in modo che io possa scrivere fluidamente e senza perdermi in inutili e patetici giri di parole. Voglio ricordare punto per punto e senza tralasciare nulla questa parte della mia storia, la parte a me più cara poiché essa modifica la mia noiosa routine, cambia alcune delle mie percezioni e soprattutto trasforma in maniera stupefacente e allo stesso tempo complicata la mia esistenza. Ora la mia concentrazione è altissima e sono rilassato a tal punto che posso anche cominciare, con la mano sinistra afferro la mia Dupont, la mia penna stilografica appartenuta a mio padre, e sollevo la tazza di cioccolata e la bevo. Dopodiché inizio a scrivere sulle pagine ingiallite dal tempo: La mia vita si susseguiva in una noiosissima routine da quando io avevo lasciato le facoltà di Anatomia e Biologia. Ogni giorno pareva uguale all'altro e non vi era alcuno stimolo che potesse rendere più interessante il tutto, fino a quando non arrivo il sesto giorno del mese di ottobre dell'anno 2009, due giorni dopo il mio ventiseiesimo compleanno. Dopo che io avevo volontariamente deciso di abbandonare le facoltà scientifiche avevo finalmente l'opportunità di poter iniziare a costruire il mio cammino verso il mio sogno segreto: diventare un'artista. Era ed è il mio obiettivo, ma ero l'unico che era riuscito a scoprirlo dal momento che chi avevo accanto non mi aveva mai capiva. Avevano sempre visto in me, per i miei progressi in campo scientifico, un futuro scienziato, un predestinato in quel campo e, anche se io avevo dato molte volte la prova che non si sbagliavano, io non volevo rincorrere questo destino. L'arte mi affascinava e desideravo tanto dipingere, era la mia passione fin da quando ero nato e finalmente avevo occasione di sfruttare questo mio lato nascosto. Il giorno in cui potetti cominciare a pensare al mio futuro da pittore fu proprio il sesto giorno del mese di ottobre del 2009, ovvero il primo giorno all'Accademia di Belle Arti di Brera. Potevo dare inizio alla mia visione, alla mia ribellione contro un destino già scritto, alla mia intenzione di suscitare e seguire nuove emozioni e tener fede alla mia volontà. Mi dicevano che io stavo inutilmente sprecando opportunità, una persona con un'attenta percezione delle cose e della realtà avrebbe pensato ciò e mi avrebbe rimproverato dal momento che fare fortuna con le belle arti equivale ad una percentuale dell'otto per cento, al giorno d'oggi. Malgrado mi ritenga tale, io ero davvero stufo di seguire i dettami della mia famiglia ( dal momento che i miei genitori erano medici), volevo tracciare un'altra via ed essere indipendente e quella era la mia grande occasione. Tuttavia non mi aspettavo che tutto sarebbe cominciato da lì, da quello stupido desiderio di cambiare la mia vita e scacciare quella routine noiosa. Io, che avevo immaginato tutto come un inizio e uno svolgimento normale, non mi sarei mai aspettato che in un anno e tre mesi la mia mente avrebbe potuto scoprire cose che andassero al di fuori delle parole "ragione" o "limiti". Ciò che io potetti sperimentare e vedere fu qualcosa di inaspettato, di complicato ma allo stesso tempo travolgente e stucchevole, e ancora adesso io sono desideroso di sapere di più e andare oltre i miei stessi limiti fino ad arrivare alla mia completezza, al desiderio supremo dell'umanità: superare il concetto di umano per diventare qualcosa di più. Non lo so se ci sono già riuscito, starà alla fine della vita scoprirlo. Inizierò proprio parlando di quel giorno in cui venne quella svolta che stavo cercando, ma prima voglio godermi le prime luci dell'alba.
  6. Titolo: Il killer dei camerieri (Le inchieste di Gretije de Witt 1) Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Gli occhi di tigre Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897524 Data di pubblicazione (o di uscita): 26 giugno 2019 Prezzo: € 13,50 Genere: Poliziesco Pagine: 367 Quarta di copertina: Amsterdam, quartiere di Leidseplein. Qualcuno ha preso di mira i camerieri italiani. Prima che in città dilaghi la psicosi del serial killer, l’ispettore di polizia Gretije de Witt, coadiuvata dalla sua squadra, indaga per fermare l’omicida. Quasi quarantenne, in piena crisi di identità, Gretije si rende conto che dopo la fine del suo matrimonio con Richard si è dedicata solo ed esclusivamente al lavoro. Pur essendo ancora una donna piacente, lo specchio le rimanda infatti un’immagine impietosa e poco femminile di sé. Decide quindi che da quel momento in poi darà una sterzata alla sua vita, ma l'assassino non pare intenzionato a lasciargliene il tempo. Fra caffè ristretti e pizze napoletane, Gretije si immerge in un mondo di cui sa poco. Le indagini la porteranno anche in Italia, dove germoglierà la scintilla che la condurrà alla soluzione del caso e a una svolta imprevista nella sua vita sentimentale. Link all'acquisto: https://www.blomming.com/it/prodotto/19441981/il-killer-dei-camerieri-morte-a-leidseplein.html (bookshop della casa editrice). Nei prossimi giorni poi entrerà in tutti gli store. Detto fatto: IBS: https://www.ibs.it/killer-dei-camerieri-morte-a-libro-marcello-nucciarelli/e/9788894897524 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/killer-camerieri-morte-leidseplein-nucciarelli/libro/9788894897524 Mondadori: https://www.mondadoristore.it/killer-camerieri-Morte-Marcello-Nucciarelli/eai978889489752/ a seguire gli altri.
  7. Questo è il prologo di un romanzo che sto cercando di scrivere da un sacco di tempo. Spero di riuscire quantomeno a finirlo prima o poi. -- Kira andava a cavallo solo per compiacere l’uomo che amava. Non succedeva spesso: una volta la settimana, di rado due, lui le chiedeva di accompagnarlo. Uscivano da palazzo, andavano nel parco e dopo una passeggiata di mezz’ora si fermavano a un capanno; di solito uno di quelli vicino al mare, al limitare degli alberi. Rimanevano lì per un’ora, fingendo di essere due persone normali, un uomo e una donna ormai anziani che si accontentavano del loro amore e dell’odore della salsedine sulla spiaggia. L’illusione finiva appena lasciato il parco. Varcato il cancello, prima ancora di scendere da cavallo, lui ridiventava l’imperatore e lei la seconda consorte. Il Cerchio Interno, il cuore del palazzo, era un grande giardino rotondo con al centro il Padiglione d’Oro, la residenza imperiale. Le scuderie erano ai suoi margini, nella parte posteriore. Da lì partiva una rete di strade e stradine, seminascoste dalle siepi e dai cespugli. La piccola vacanza si chiudeva con loro due che camminavano in silenzio e cercavano di rimandare il momento della separazione. Quella sera, prima di lasciarla al solito bivio, lui le prese la mano destra e la voltò. Kira si era fatta un taglio sul palmo e il cerotto che aveva messo dopo la doccia si era già riempito di sangue. – Non è normale – disse lui. L’imperatore aveva i capelli quasi bianchi, ma poche rughe appena accennate attorno agli occhi e alla bocca: bisognava essere vicini com’era lei in quel momento per accorgersene. – Sei pallida. – Non è nulla, domattina starò bene. – Ti accompagno. – No, è già tardi. Devi andare. Kira si sollevò e gli diede un bacio sulla guancia. Lui l’afferrò per la vita e unì le labbra alle sue. Era ancora forte, nonostante l’età. Lo guardò allontanarsi pensando che non avrebbe mai potuto amare nessuno quanto amava lui. Il sole era già tramontato quando Kira aprì il cancello del Padiglione delle Rose, la sua residenza. Era una casa a due piani, circondata da un giardino disordinato fitto di alberi e arbusti, che ospitava un gazebo di ferro battuto con sotto un tavolo e due panche. Sedette a riprendere fiato. Davanti a lei c’erano quattro aygar, alberi slanciati che provenivano da Africa, il suo pianeta natale. Avevano da tempo superato l’altezza della casa. D’inverno si spogliavano, ma adesso, a primavera inoltrata, i rami, che dalla base del tronco salivano in verticale fino al cielo, erano ricoperti di foglie verde scuro. Si alzò appoggiandosi al tavolo. Salì a fatica i quattro gradini della veranda e, prima di aprire la porta, si fermò a riprendere fiato. La luce nell’atrio si accese mentre entrava. Flora, la cameriera personale, arrivò dalla zona pranzo. Indossava, come ogni giorno, la divisa grigia degli inservienti di palazzo. Era una donna energica e col piglio deciso dei servitori d’alto rango. – Vi sentite bene, altezza? – Sono solo stanca, Flora, non si preoccupi. – Dispongo per la cena. – Non ho fame, ho solo bisogno di dormire. Faccia lasciare sul tavolo, mi arrangerò più tardi. Flora sollevò un sopracciglio. Dopo quindici anni di servizio ancora non riusciva a nascondere il disappunto che le provocava la frase “mi arrangerò”. Normalmente Kira l’avrebbe presa in giro e alla fine ne avrebbero riso insieme, ma quella sera era troppo stanca per fare altro che afferrare il corrimano e cercare di arrampicarsi sulla scala. – Volete che resti per stanotte? – Vada a casa Flora, ha una famiglia a cui pensare. Se servisse la chiamerò. Non c’era muscolo del suo corpo che non protestasse a ogni gradino. Le era capitato altre volte di essere ferita o malata e di dover comunque andare avanti. Si aggrappò al corrimano, sperando che Flora non facesse ciò che avrebbe dovuto, cioè chiamare il dottor Meris, il medico della famiglia imperiale. Rallentò il passo senza darlo a vedere e controllò il respiro per non mostrare l’affanno. Arrivata in cima alla scala, racimolò un po’ di energia per girarsi e sorridere a Flora, nonché per rimanere dritta fino alla fine del ballatoio. Riuscì a entrare in camera e arrivare al letto prima di crollare. La verità era che era vecchia. Una vecchia cocciuta e ostinata, ma incapace di stringere i denti come un tempo. Le capitava di essere stanca, di saltare la cena, di faticare a salire le scale: solo il suo orgoglio di ammiraglio le impediva di mettersi uno di quegli aggeggi di monitoraggio che Meris avrebbe tanto voluto che indossasse. La nausea le impediva di dormire. Si sollevò e le venne un capogiro, ma riuscì ad andare in bagno. Cercò di vomitare, ma a stomaco vuoto poté solo sputare un po' di saliva. Comunque ebbe il suo effetto, perché si sentiva più lucida e tornò a letto senza problemi. Rimase seduta a fissare il pavimento. Avrebbe dovuto cambiare il cerotto finché era in bagno, ma si era dimenticata e non si fidava ad alzarsi di nuovo. La mano le faceva male, non riusciva più a chiudere le dita e sentiva il polso rigido. Si sciolse i capelli: profumavano di shampoo all’arancia, un’essenza che le ricordava quand’era un giovane capitano agli ordini di suo padre. La sua camera era molto semplice, con mobili di legno chiaro e tappezzeria beige, illuminata dalla luce calda dell’abat-jour. Il comodino era sgombro: Soylem, l’imperatore, aveva dormito lì la notte precedente e come al solito lei aveva nascosto le cornici digitali nel cassetto. L’aprì e prese quella con le foto di sua figlia Khady. Quasi cinquant'anni di vita erano racchiusi in quel dispositivo, che impiegava circa tre giorni a compiere il giro completo. Kira sorrise a rivederla bambina. Stava in piedi, senza scarpe, sulla coscia del nonno, il padre di Kira, e gli tirava i bottoni della divisa mentre lui rideva fino alle lacrime. Ricordava quell’episodio: la bambina aveva finito con l’aprire la spilla di Primo Ammiraglio e sfilarla dal colletto. – Posso tenerla, nonno? – Perché no? Tanto ne ho altre. Era una vera peste, irrequieta, indipendente e curiosa. C’era una sola persona in tutto l’impero che riusciva a calmarla. La foto successiva mostrava Khady in braccio all’imperatore (avrà avuto forse quattro o cinque anni), avvolta in un giubbottino col collo di pelliccia, che dormiva serena come con nessun altro. Quella foto era la preferita di Kira, ma anche la più dolorosa. Non riusciva a non piangere guardandola. Chi avrebbe potuto prevedere che quarant'anni più tardi avrebbero cercato di uccidersi a vicenda? Una lacrima cadde sullo schermo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di nuovo insieme, felici come in quella foto e nelle altre di Khady ragazzina. La cornice scivolò e cadde sul pavimento, seguita da tre grosse gocce rosse. Il cerotto non era più in grado di trattenere il sangue. Strinse le mani tra loro. Si alzò e cadde all’indietro. Il cuore le batteva velocemente. Faticava a respirare e non ricordava dov’era il telefono, forse in una delle tasche dei pantaloni. – Chiamata! – urlò, e quasi svenne per lo sforzo. Sentì il beep. – Chiama… – Mi dispiace – rispose la voce sintetica. – Non ho capito. – ...Meris. Respirò. La mano era umida. Sentiva il battito del cuore nelle orecchie. – Non ho trovato “miris”. Vuoi che lo cerchi nella rete? Meris, stupido telefono! Non poteva finire in quel modo. Aprì la bocca. – ‘hiama ‘eris… Era tutto buio. Dal taglio le arrivavano delle scosse. Il braccio era preda agli spasmi. Il resto del corpo non le rispondeva. Parlare era fuori discussione. – Mi dispiace, non ho capito. Vuoi che legga i messaggi? Il dolore veniva dalla mano: le sembrava che un esercito di artigli roventi stesse risalendo le sue vene, fino alla spalla, al collo, alla testa, poi al cuore, all’altro braccio, e giù lungo le gambe fino alla punta dei piedi. E c’era sangue, sangue ovunque. No, non così. Non ancora. Non oggi. Era troppo presto. Troppo, troppo presto.
  8. Vincibosco

    Pelledoca

    Nome: Pelledoca Editore Generi trattati: noir, thriller, horror per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: A.L.I agenzia libraria international Sito: http://pelledocaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pelledocaeditore
  9. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  10. anarchist_anger

    Linee infinite edizioni

    Nome: Linee infinite edizioni Generi: Narrativa, Romance, Fantasy, Thriller, Poesia, libri illustrati Modalità di invio dei testi: http://www.lineeinfinite.com/manoscritti Distribuzione: http://www.lineeinfinite.com/distribuzione Sito: http://www.lineeinfinite.com/ Facebook: https://www.facebook.com/LineeInfinite/?fref=ts ----------------------------------------- Aggiornamento dal loro sito a gennaio 2018: attualmente non accettano nuove proposte editoriali fino a nuova comunicazione.
  11. chiaraassi

    Collaboratori esterni della Polizia italiana

    Ciao a tutti! Ho cercato questo argomento sul sito ufficiale della Polizia ma ovviamente si capisce poco... ci sono degli elenchi di nomi e posizioni collaboratori (non molto aggiornati tra l'altro) ma sono lì solo per la legge sulla trasparenza delle amministrazioni pubbliche, quindi spero che qualcuno mi possa aiutare. La Polizioa di Stato ha collabortori esterni? Mi spiego: professionisti che non siano poliziotti, tipo psichiatri, criminologi e cose così? Il mio romanzo si svolge ai giorni nostri, a Milano. Il protagonista è un Commissario di Polizia, aiutato dalla sua squadra, ma avrei bisogno di aggiungere la figura "esterna" di uno psichiatra che lo aiuti nelle indagini (e non solo). Dal sito della Polizia sembrerebbe possibile (vedo che hanno vari medici e altri professionisti nella lista) ma mi chiedevo se qualcuno ne sapesse di più. Anticipatamente ringrazio!
  12. Fraudolente

    Il titolo "porno"

    Mi manca giusto (solo…) un centinaio di pagine per ultimare il nuovo romanzo. Si tratta di un giallo che si svolge in epoche diverse, con una trama abbastanza intricata e che lascia il lettore nel dubbio tra due ipotetiche soluzioni. Onde non farmi editare dallo staff, non posso citare il titolo: mi piace moltissimo, è una minisinossi, incuriosisce e “spiccherebbe” in libreria, ma… Ecco, si potrebbe equivocare con il titolo di un porno, e anche la copertina che avrei in mente, tutt’altro che pudica, sarebbe più o meno sulla stessa lunghezza d’onda. E il mio romanzo non è un porno. L’alternativa è il solito titolo da giallo normalissimo, appropriato ma non altrettanto “particolare”. Come fareste? Potrei lasciare la decisione all’editore, ma la tentazione a favore del “titolaccio” è forte…
  13. M.Writ

    Italialegge.it

    Sito: https://www.italialegge.it/ Per informazioni e contatti: https://www.italialegge.it/index.php/contact-us-2/ Il nuovo portale dedicato al mondo della letteratura, principalmente italiana, di genere thriller, noir e gialli – Con articoli, recensioni, segnalazioni di libri, consigli di scrittura creativa, biografie, focus su premi letterari, notizie riguardanti produzioni cinematografiche e serie televisive tratte da libri. E molto altro ancora… Il blog si propone anche di ricercare collaborazioni con altri appassionati di libri thriller, gialli e noir e di tutto il panorama letterario e cinematrografico legato a tali generi. Naturalmente ogni contatto richiederà una previa valutazione, perciò - mi raccomando - partecipate alle discussioni e non esitate a contattarci: troverete tutte le informazioni sul sito. Di seguito il link del nostro ultimo articolo: https://www.italialegge.it/index.php/2019/04/08/non-sono-un-assassino-il-best-seller-di-francesco-caringella-ora-anche-film-di-andrea-zaccariello/ Non mi resta che salutarvi con il nostro slogan: sentiti libero di leggere e di scoprire!
  14. Marcello

    Il killer dei camerieri a Morciano di Romagna

    Fino a
    Il commissario Gretije de Witt torna per raccontarvi di quando era ancora una semplice ispettrice e capitò in Romagna per la prima volta, in cerca di indizi per risolvere il caso del "killer dei camerieri". Iniziò tutto lì, tra Cattolica e Gabicce Mare e lei ve ne parlerà, assieme a me e a Stefano... Presentazione all'esterno sul palco alle 20,15 e poi dalle 21 firma-copie in libreria e chiacchiere con Gretije e l'autore.
  15. Marcello

    Il killer dei camerieri al Covo del Lovo

    Fino a
    Completamente riscritta, torna la prima avventura di Gretije de Witt, esaurita da anni. Presenterò il romanzo assieme all'amico Maurizio Gioiello, autore di "Adriatika"; possibilità per chi lo desidera di degustare l'aperitivo rustico dell'amico Spino. Vi aspetto.
  16. Fraudolente

    Giallo storico e disordine cronologico

    Due opzioni: 1) la trama gestita in ordine rigorosamente cronologico; 2) la trama gestita facendo riferimento a oggi e citando le “scoperte” secondo l’ordine in cui vengono fatte. Sembra una stupidaggine ma, in un giallo, la scelta può sconvolgere la narrazione. Un esempio? Il lettore, e non il protagonista, è onnisciente. Per intenderci: Hercule Poirot (si parva licet…) ne sa meno del lettore! Sono, al momento, pieno di dubbi, ma propendo per la numero due. Anche se temo che il disordine cronologico possa disturbare il lettore. Consigli?
  17. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  18. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  19. Prologo Capitolo 1: 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 La riunione finì com’era prevedibile: la questione famiglia del governatore rimase in sospeso. Baba garantì l’appoggio del sindacato, ma raccomandò a Drache di tenere a freno la delegazione imperiale. «Non usciranno vivi dai cantieri se non si danno una regolata» disse Baba a Drache. «Se esce una sola volta la parola colonia in pubblico, non rispondo delle chiavi inglesi che voleranno.» Drache lo rassicurò. Non c’era alcuna iperbole nelle parole di Baba: l’impero era rimasto a guardare durante l’ultimo assedio che Algor aveva subito e l’ispettore che era arrivato qualche mese più tardi era uscito dai cantieri in barella con un braccio rotto e una commozione cerebrale senza aver neanche aperto bocca. Il colpevole lo stavano ancora cercando; senza troppo impegno per verità. Khady salutò appena Lianna. Passò una mano sul braccio di Drache poco dopo l’uscita di Baba e andò verso la porta senza dire una parola. Lui cercò di afferrarle il polso e lei fece gli ultimi passi all’indietro scuotendo la testa. La pioggia non aiutava e neppure il freddo e gli spifferi in corridoio. Khady si strinse nel cardigan e uscì all’aperto. Pioveva così forte che l’acqua si infilava sotto il portico, ma lei non ci badò e si avviò verso l’accademia. Quello che non sopportava degli inverni algoriani era che non faceva veramente freddo. Non c’era alcuna giustificazione per mettersi un cappotto o degli scarponi pesanti: bastava togliersi dalla corrente o trovare un angolo appena riparato perché il semplice cardigan che indossava diventasse anche troppo. Così passava dal caldo al freddo senza alcuna possibilità di difendersi. Voleva la neve, voleva il freddo vero e l’odore dell’aria pulita e gelata sul viso e quella sensazione di protezione che derivava dall’avere i piedi al caldo degli stivali e il corpo nella tuta termoisolata. Entrò nell’accademia e scese al secondo piano sotto la strada, dove c’era l’unico poligono disponibile in tutta la città. In tutta la colonia, avrebbe detto il funzionario Sayov. Nessuno portava armi ad Algor: il personale della marina imparava a sparare solo perché era richiesto dal curriculum delle accademie imperiali, dato che a bordo delle astronavi era proibito farlo. Erano usate solo dai membri della sicurezza, il corpo di polizia militare; ma i membri della sicurezza della marina le portavano solo quand’erano in servizio a terra. Khady si fermò davanti a un cancello di ferro pesante dietro il quale c’era una stanza buia con un tavolo e degli armadietti. Appoggiò il telefono allo scanner che controllava la serratura. Ci fu un clang molto rumoroso che risuonò nei corridoi deserti e la porta si aprì. La luce si accese e illuminò le pareti grigio scuro. La spia blu di uno degli armadietti si mise a lampeggiare. Khady appoggiò il telefono e lo sportello si aprì. Svuotò l’armadietto sul tavolo: due scatole di plastica e una borsa. Controllare le armi la rilassava. Cominciò dalla borsa. Il primo a uscire fu il sacchetto delle batterie e quello degli strumenti di pulizia. Controllò che nessuna delle batterie fosse gonfia e passò l’apposito tampone per ripulire i contatti. Passò alle scatole e tirò fuori l’elmetto. Lucidò l’interno e fece quello che poté per l’esterno: era vecchio e aveva visto diverse guerre. Il vetro della visiera era graffiato da un lato e in parecchi punti la vernice da grigio-verde opaca era diventata marrone lucida. Sul lato destro, l’incisione 7RECT, che stava per Settimo Reggimento Elicotteri Coimbra Terovesh, aveva perso la E e parte della C per un proiettile che l’aveva presa di striscio. La sua vita non poteva essere banale, aveva detto il funzionario Sayov, con la leggerezza di chi non aveva idea di cosa stesse dicendo. No, non era stata banale la sua vita: ma adesso tutto quello che chiedeva era di diventare insignificante e venire dimenticata. Mise la batteria all’elmetto e lo indossò. La visiera si adattò alla luce, schiarendo la stanza e mostrandogliela più nitida. Comparve una mappa dell’edificio in un angolo, con la sua posizione. E infine una figura umana stilizzata, rossa lampeggiante, che segnalava che il resto dei sistemi era spento. Così Khady li riaccese uno per uno: per primi gli scarponi e i piedi dell’uomo nella visiera divennero verdi, ma continuarono a lampeggiare perché Khady non li indossò: le bastava sapere che funzionavano. Quindi il giubbotto, i parapolsi e gli schinieri. E la fondina della pistola. Comparve un nuovo simbolo sulla visiera, tre piccoli omini stilizzati: l’elmetto stava cercando di comunicare col resto del reggimento. Avrebbe dovuto spengerlo prima, era un test che non poteva che fallire. Invece lo lasciò proseguire finché, come ogni volta, non comparve il numero 0 vicino al simbolo e le lacrime le offuscarono la vista. Khady stava rimettendo a posto le cose nell’armadietto quando il telefono si illuminò e apparve un cubetto di legno con delle lettere incise. Era l’animazione che usava Khizr: dopo qualche istante il telefono iniziò a suonare. Khady sfiorò lo schermo. «Mamma...» «Nilüfer?» gli chiese Khady. «Sì» rispose lui in affanno. «Fa’ presto.» La chiamata si interruppe. Khady buttò le cose nell’armadietto senza guardare. Si preoccupò solo che le porte si chiudessero e corse via. Stava uscendo dall’accademia quando il telefono suonò di nuovo. «Mi hanno avvisato dalla scuola» disse la voce di Drache dall’altra parte. «Due minuti e sono là.» «Non riesco a liberarmi adesso.» «Non preoccuparti.» Trovò Anya che l’aspettava assieme alla direttrice Amian. «Si è chiusa in bagno e non vuole più uscire, mamma» disse sua figlia, bianca come uno straccio. «Khizr è con lei.» Anya aveva i capelli rossi, ma per il resto assomigliava a Kira. Più alta, certo, ma con gli stessi occhi, gli stessi lineamenti e gli stessi gesti. «Non preoccuparti» le disse Khady. «Andrà tutto bene.» «Khizr sta di nuovo male.» Le carezzò il viso: erano gemelli, erano sempre stati insieme e Khady sentiva la sofferenza che lei provava nello scoprirsi diversa dal fratello. «Avete chiamato il dottor Quan?» «Ha detto che sarà qui il prima possibile» rispose la direttrice. «Bene» disse Khady. Tornò a guardare Anya. «Chiama Leyla» le disse, più per tenerla impegnata che perché ce ne fosse davvero bisogno. «Dille che venga qui.» Entrò nel bagno. C’erano tre lavandini da un lato e tre porte dall’altro. Khizr era seduto per terra, appoggiato alla porta centrale; era pallido e tremava. Khady si accucciò vicino a lui e gli toccò la fronte. «Hai la febbre. Hai preso le pillole?» Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi e assenti. Cercò di parlare e le appoggiò la mano al braccio. Khady bussò alla porta del bagno. «Andate via!» urlò Nilüfer dall’altra parte. «Lasciatemi in pace.» «Sono la mamma, Nilüfer. Riesci ad aprire?» «Va’ via.» Le era difficile vedere i figli stare male e mantenere la tranquillità che serviva ad aiutarli. «Nilüfer lo sai che ti voglio bene e sai che posso aiutarti. Un piccolo sforzo, tesoro, e sarà tutto finito.» Non aveva senso insistere: doveva aspettare che lei trovasse il coraggio di girare la chiave. Aiutò Khizr ad alzarsi e a raggiungere il lavandino. Gli bagnò le tempie e lo accompagnò alla porta. Si concentrò: doveva essere positiva e serena. Richiamò alla mente il giorno che era tornata ad Algor, cinque anni prima, e aveva sentito di avere una casa e una famiglia. Appoggiò la mano alla porta e rimase ad aspettare finché il chiavistello non si mosse. Girò la maniglia. Nilüfer era rannicchiata, con la testa appoggiata alla parete. Khady le mise la mano sulla spalla e fu come essere investita da un uragano: il terrore le si riversò dentro e per un attimo si sentì persa. Riprese fiato pensando alla neve e alla risacca del mare calmo al tramonto. «Guardami negli occhi» disse più lentamente che poté. «Fidati di me, bambina mia. Sono qui per aiutarti.» Sorrise. Nilüfer annuì, esausta. «Fidati di me» ripeté Khady. L’abbracciò e le baciò la testa, riuscendo ad accoglierla nello scudo che la proteggeva dal mondo. La isolò e lei svenne.
  20. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte L’inverno era deciso a dare un assaggio agli algoriani già in quel principio d’autunno: il vento sbatteva la pioggia contro la finestra di Khady quasi in orizzontale e lei, con una tazza di tè caldo in mano e stringendosi nel cardigan d’ordinanza, guardava sconsolata la pista dell’eliporto in mezzo al nubifragio. C’erano molte cose a cui il palazzo-ponte era progettato per resistere: un bombardamento, per esempio; oppure i venti a trecento chilometri orari che a volte capitavano nello stretto. Quattro anni prima, durante l’ultimo assedio, ci si era schiantata sopra una piccola astronave e il ponte non aveva fatto una piega. Ma quello per cui non era progettato era il freddo. Non che ad Algor se ne sentisse davvero il bisogno: giornate come quelle erano rare e casomai il problema era raffreddare d’estate. Lo stesso, quando c’era pioggia e vento si formavano dei microclimi gelidi nei corridoi e negli uffici più esposti come quello di Khady, tanto che le veniva il desiderio di un bel caminetto acceso; di un sofà; di una coperta; di qualcuno che la tenesse al caldo e condividesse la tazza di tè alla luce del fuoco. Come se l’avesse sentita, la scrivania ebbe un fremito: in un angolo era comparso un drago minore con una lettera tra le zampe, che la guardava con occhi dolci. Khady sorrise e appoggiò un dito sul messaggio che Drache le aveva mandato. Il drago si inchinò e uscì dallo schermo. “Mangi? Nel pomeriggio mi servi a una riunione.” Ne scrisse uno lei: “Va bene. Tanto oggi non si vola.” Un piccolo pesce blu e giallo se lo mise sotto una pinna e uscì dallo schermo scodinzolando. Dopo un istante comparve un altro draghetto, che depositò un messaggio con scritto: “Ti aspetto” e un cuoricino palpitante. Khady rispose con un altro cuoricino che fu portato via da un pesce tutto rosso e luccicante. Continuava a piovere. La sala riunioni scelta da Drache era all’interno e prendeva luce dal soffitto a vetri: sembrava di essere sotto una cascata, ma almeno lì faceva più caldo. Tutti i presenti appoggiarono i telefoni al tavolo rotondo al centro della stanza, che si suddivise in spicchi uguali, ognuno con la propria animazione. Qualche pesciolino dalla barriera corallina di Khady volò nel cielo azzurro di Drache, mentre i draghetti di quest’ultimo si tuffarono e crearono scompiglio dal lato di Khady. La riunione riguardava l’aspetto mediatico dell’ispezione: c’erano due rappresentanti della stampa, il funzionario Sayov, coordinatore dell’evento mandato da Elmà, e i suoi assistenti. Per Algor c’erano Drache, Khady e Lianna, il commodoro Rapuan, capo dell’ufficio relazioni pubbliche, due membri del consiglio la cui unica funzione era di dare sempre ragione a Drache e l’immancabile Baba, che accolse Khady con un sorriso e un abbraccio. Drache fece le presentazioni e al solito ebbe un attimo d’incertezza nello spiegare chi fosse Baba. L’uomo ormai anziano era ufficialmente un rappresentante sindacale, ruolo che ricopriva da quando l’ammiraglio Khizr era governatore; e già questo era difficile da spiegare a un funzionario imperiale che non aveva la minima idea di cosa fosse un sindacato. Ma Baba era molto di più, di fatto era il signore della Algor bassa e se si voleva sperare che non ci fossero disordini durante le visite dell’ispettore al di fuori del palazzo-ponte bisognava che lui sedesse a tutti i tavoli organizzativi. Non che questo fosse sufficiente, ma avere Baba dalla propria parte era sempre il primo passo da compiere. «Da Elmà» iniziò il funzionario Sayov «ci chiedono di approfittare della visita per presentare Algor al grande pubblico.» Khady sorrise per circostanza: si stava chiedendo come potesse essercene ancora bisogno. «Africa è un pianeta molto interessante, con aspetti decisamente curiosi» spiegò il funzionario. Aspetti che centinaia di documentari avevano già sviscerato: dai draghi all’allevamento dei mesiteré, passando per i na-pur, i grossi mesosauri della pesca d’altura, o le diverse specie di ammaniti della cucina algoriana; e non c’era persona in tutto l’impero che non sapesse che l’algoriano aveva una cinquantina di termini per dire uovo. Khady solo due settimane prima aveva accompagnato in elicottero una troupe fino al continente, per un sopralluogo per una nuova serie dedicata ai grandi predatori. Anche il palazzo-ponte aveva i suoi appassionati, per non parlare dell’accademia o dei cantieri spaziali; e i grandi network avevano tutti una rubrica fissa di approfondimento sulla politica algoriana. «In particolare» proseguì il funzionario «è come si vive nella colonia che ci interessa.» Khady percepì il malumore salire nella sua metà del tavolo: colonia non era una parola gradita ad Algor. «Con un ovvio accento» il funzionario sorrise nella sua direzione «sulla famiglia del governatore. Una cosa classica: i ragazzi che vanno a scuola, come si organizza una casa nel palazzo-ponte, la vita privata, cose così. L’imperatore ha già approvato la pubblicazione delle foto dei membri della famiglia per tutto il periodo.» Il funzionario passò a Khady un foglio di polimero oled su cui si vedeva in rilievo il timbro imperiale. La lettera era standard, ma quello che la sorprese, e la irritò, era che la firma in fondo al foglio era stata fatta a mano da suo padre. Non era una prestampata in uso alla segreteria imperiale come quelle che avevano autorizzato l’inserimento delle foto nell’annuario scolastico o quella che era arrivata quando Anya era finita sul giornale per aver vinto la gara di canto delle scuole di Algor. «Non se ne parla nemmeno» disse Khady posando il foglio sul tavolo. Una medusa lo attraversò e una copia fu trasferita tra i suoi documenti. Restituì il foglio al funzionario. «Ma granduchessa, la lettera è firmata dall’imperatore in persona.» «Lo so.» «A Elmà chiedono…» «Ho capito cosa chiede Elmà, ma lei, e i gentili signori della stampa, non avrete un’autorizzazione indiscriminata a pubblicare immagini dei miei figli.» Ci fu un attimo di panico dall’altro lato del tavolo: non erano abituati a veder messi in discussione gli ordini imperiali. «Sono sicura» Khady cercò di essere conciliante «che l’imperatore abbia solo cercato di agevolarci, in modo da non costringerci a richiedere un’autorizzazione a Elmà per ogni foto o filmato. Ma non penso che la sua intenzione fosse di sospendere la protezione che la Legge di successione concede ai membri della famiglia imperiale.» «Sì, certo, capisco» disse il funzionario Sayov. «Tuttavia, possiamo attenderci che la sua autorizzazione ci sarà, una volta visionati i filmati.» «Ci sarà la foto di rito, nel salotto dell’appartamento di rappresentanza. Dopodiché mi aspetto che i ragazzi siano lasciati in pace.» «Granduchessa, stiamo cercando di mettere Algor nella miglior luce possibile, e il suggerimento di occuparci della vita della famiglia più illustre della colonia viene da molto in alto.» Khady si voltò verso Baba: se Sayov avesse pronunciato ancora una volta la parola colonia la sua pazienza avrebbe raggiunto il limite. Appoggiò la mano su quella di Drache e gli sorrise. «Cerchiamo di dare ai nostri figli una vita normale, comune, simile a quella dei loro compagni di scuola. Non troverete niente di speciale: è una situazione molto tranquilla e banale. Noiosa persino.» «Noiosa e banale?» replicò Sayov quasi ridendo. «Come può essere banale qualcosa che riguarda lei, granduchessa?» Khady cercava di mantenere la calma, ma l’atteggiamento di Sayov lo rendeva difficile. «Passiamo oltre» disse Drache. «Ha il programma della visita?» «Governatore, dobbiamo essere sicuri che…» La riunione era difficile per tutti: quell’atteggiamento, in cui Khady riconosceva la formazione dei funzionari di palazzo, ricordava a tutti che erano Elmà e i suoi cerimoniali ad avere il vero potere, qualcosa che qualsiasi algoriano avrebbe voluto dimenticare. «È nella mia provincia, funzionario Sayov, decido io di cosa si parla. Passiamo oltre.»
  21. Salve, sono un autore che autopubblica i suoi libri in esclusiva su Amazon da circa tre anni, con alterne fortune: alcuni sono andati bene (una trilogia fantathriller; per bene, naturalmente, intendo entro i limiti dell’autopubblicazione) altri ( una paio di gialli pubblicati sotto pseudonimo) decisamente meno. Dopo tutto questo tempo mi sono fatto un’idea sul lettore medio di Amazon. Amazon, a mio avviso, ha avuto il merito di avvicinare ai libri una categoria di lettori che probabilmente ne sarebbe rimasta distante e di proporre all’attenzione del pubblico una serie di autori che altrimenti avrebbero avuto difficoltà ad emergere; tuttavia, credo che sia una categoria di lettori che difficilmente ha messo piede, o lo farà mai, in una libreria o in una biblioteca. Questo giudizio, forse ingeneroso, l’ho ricavato leggendo alcuni “bestseller” di Amazon, in particolare quelli pubblicati da Amazon stessa con l’etichetta Amazon Publishing e che quindi godono di un indubbio vantaggio promozionale, se non altro perché hanno un editore. Ebbene - tranne qualche eccezione che c’è, va riconosciuto – in genere sono di una pochezza imbarazzante, e si potrebbe affermare che più sono banali e più vendono. Io ho elaborato una mia personale equazione in proposito: Amazon sta alla (buona) letteratura, così come McDonald’s sta al (buon) cibo. E’ un po’ come quelle catene di negozi cinesi che offrono tutto a 99,€ (costo medio di un libro auto pubblicato su Amazon): in genere è paccottiglia. Allora perché ci pubblico? Per farmi le ossa cercando di capire il gusto del pubblico, senza cedere i diritti ad alcuno. Non mi piace pubblicare tanto per pubblicare e se devo cedere i diritti dei miei lavori a un editore deve essere un editore “vero”, se no aspetto e intanto genero qualche profitto pubblicando in proprio. Tornando ai bestseller di Amazon (ovviamente parlo dei libri di autori che pubblicano in proprio) ricevono centinaia di recensioni (molte ma molte di più di quelle di autori famosi) quasi tutte molto positive se non entusiastiche; allora dici: “Wow! Chissà che razza di capolavoro!” e ti viene voglia di leggerli; lo fai, cercando di restare il più possibile imparziale nel giudizio, e cominci a smadonnare di brutto fin dall’inizio, chiedendoti: ma come c…o si fa? E non una volta, spesso. Al contrario, ogni volta che provi a pubblicare qualcosa di un po’ meno banale e che richiede un maggior sforzo di comprensione sono critiche feroci. Io ad esempio ho pubblicato un giallo (tra l'altro con pseudonimo) chiaramente ispirato al Pasticciacccio di Gadda, in cui faccio largo uso dei dialetti ma solo nei dialoghi e non nell’esposizione (cosa che fa mirabilmente Camilleri, ad esempio) e subito una lettrice si è infuriata dicendo che un libro destinato a tutti (magari!) non può assolutamente avere dialoghi scritti in dialetto. Vai a sapere perché. In altre parole, a sentire la tizia, dovevo pubblicare il libro con i sottotitoli o abolire del tutto i dialetti, che tra l’altro, come potete immaginare, mi sono costati parecchia fatica, visto che ce ne sono almeno quattro. Alla tipa non andavano già i dialetti perché la distraevano dalla lettura, sosteneva; in poche parole, perché la sottoponevano a uno sforzo di comprensione probabilmente imprevisto e che non era disposta a sostenere. Questo per dirvi. È di oggi la conferma che noi italiani leggiamo sempre meno (sono in calo anche i libri per l’infanzia che negli ultimi anni erano gli unici con il segno più davanti) e siamo un popolo di analfabeti di ritorno, o analfabeti funzionali, con notevoli difficoltà a comprendere ciò che leggiamo. In un quadro simile, mi chiedo, ha senso proporre lavori per quanto possibile originali (e badate bene! sto parlando di romanzi di genere, non di saggi filosofici), o non è il caso di fare il compitino per il lettore zoppicante? (spesso zoppicano anche gli autori, va detto, me compreso). E mi domando ancora, quelli che vendono tanto è perché si sono adeguati al gusto e alle (scarse) capacità intellettive del pubblico di riferimento (insomma, detto in termini scorrettissimi, sanno di scrivere per degli ignoranti), o vendono perché sono come loro? E' sempre il solito dilemma: E' nato prima l'uovo o la gallina? Immagino che la risposta possa essere: dipende se vuoi andare sul sicuro e vendere, o vuoi proporre qualcosa di più originale e impegnativo, a tuo rischio e pericolo. Nel secondo caso, temo che Amazon non sia il luogo più adatto, occorre trovarsi un editore. Mi auguro che non sia un argomento già trattato altrove, nel qual caso mi scuso. Grazie.
  22. Sissi77

    Delrai edizioni

    Nome: Delrai edizioni Generi trattati: romance, distopico, fantasy, erotico, retelling, steam-punk, thriller e giallo Modalità di invio dei manoscritti: http://www.delraiedizioni.com/invio-manoscritti Distribuzione: DirectBook Sito: http://www.delraiedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/delraiedizioni/?fref=nf
  23. ALBERTO ALLEGRINI

    SHARON-LO STRANO GIOCO DEL DESTINO

    Fino a
    Sharon - Lo strano gioco del destino 2 giugno alle ore 15:55 · dal 10 al 14 giugno #promozione #ebook a zero euro... cogli l'attimo https://www.amazon.it/SHARON-STRANO-GIOCO-DEST…/…/1982903791 … AMAZON.IT
  24. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Nota: ho dovuto spezzare in due la scena perché era troppo lunga, quindi questo brano è il seguito dell'ultima scena della quarta parte. «Figlio cadetto del sangue di Crym. Sangue? Bleah.» «Concordo» rise Khady «è un’espressione disgustosa.» «Che significa cadetto?» «Che non siamo nel ramo principale.» Soylem scosse la testa. Khady si chiese come spiegarglielo. «Il capo della famiglia di Crym è il governatore della regione di Crym.» Khady la indicò sulla cartina. «Governatore come papà?» «Sì, solo che a Crym i governatori si chiamano margravi. Lo hai incontrato il margravio di Colibi nel libro di Belü?» Soylem divenne serio e un pochino arrabbiato. «È un uomo molto cattivo e vuole uccidere il papà di Belü e rubargli il regno.» «Questi sono invece margravi buoni. Il margravio di Crym, lo zio Sheriel, aveva una sorella, che si chiamava Khady.» «Come te?» «Sì. Ed è la mamma di nonno Soylem.» Il volto di Soylem si illuminò. «Quindi il tuo nome viene da Crym? Per questo è così strano!» «Esatto.» «E tutte quelle che si chiamano Khady poi hanno un bambino che si chiama Soylem?» Khady scoppiò a ridere. «Questo non lo so. Ma nella nostra famiglia sembra andare così, per ora.» «Anche il mio nome è strano.» «Un po'. Ma il tuo viene da Bukara.» «Come il papà di Belü?» Soylem non aspettò che Khady annuisse: guardava affascinato la cartina del nord-est di Mund. «È un nome molto importante il tuo. Il primo a portarlo è stato il principe Soylem, il figlio minore di re Barem e eroe della battaglia di Nagora.» «E sconfiggeva tutti i nemici!» «No. La battaglia di Nagora l’abbiamo persa.» «E perché lui è un eroe allora?» «Re Barem fu catturato durante la battaglia di Nagora, ma lui riuscì a fuggire e a riportare a Bukara un pezzo dell’esercito; e impedì che anche la città fosse catturata.» «E poi? Riuscì a liberare re Barem?» «No. Re Barem era già morto quando il nemico arrivò a Bukara.» «E allora lui divenne re?» «Fu suo fratello più grande a diventare re, re Mür, il re dei dodici giorni: sia lui che Soylem furono feriti durante l’assedio di Bukara. Mür morì quasi subito, ma Soylem ci mise qualche giorno.» «Ma non avevano dottori?» Soylem la guardava preoccupato. «Purtroppo in quel tempo c’erano poche medicine e un sacco di persone morivano per cose stupide.» «Ma quindi non è rimasto più nessuno?» «Mür aveva un bambino piccolo, che si chiamava Mayste. Soylem invece aveva una figlia, che aveva poco meno di diciotto anni. E siccome lei non poteva diventare re, la nominò reggente.» «Che significa?» «Significa che il vero re era Mayste, ma siccome era troppo piccolo allora tutte le decisioni importanti le prendeva lei. E sai qual era il suo nome?» Lui scosse la testa. «Nilüfer. Principessa Nilüfer.» Soylem si voltò verso la sorella e la indicò. «Come lei?» Khady gli abbassò il braccio. «Non sta bene indicare le persone.» Soylem scivolò giù dalla sedia e corse dalla sorella. Girò attorno alla scrivania e le prese un braccio. «Ma tu lo sapevi» le chiese «che c’era una principessa che si chiamava come te?» «Sì» sospirò lei «lo sapevo.» «E lo sapevi che…» «Sì. È famosa, hanno scritto un sacco di libri su di lei.» «E tu li hai letti tutti?» «Qualcuno.» Khady sorrise guardandoli parlare: Soylem era l’unico che riuscisse a distrarre Nilüfer quando leggeva. Come ogni volta, lui le infilò la testa sotto il gomito e lei lo prese in braccio. «Cosa stai leggendo?» le chiese curiosando sulla sua scrivania. «Questa è la scrittura di Crym, vero?» «Sì.» «Anch’io voglio imparare la lingua di Crym. Il nome della mamma viene da lì, lo sapevi?» «Sì, il suo e quello di Shery. I nomi di Crym finiscono spesso in -y per le donne e in -iel per gli uomini.» «È bella Crym?» Khady percepì la tristezza di sua figlia: lasciare Crym era stato per lei solo il primo di una serie di traumi, culminati con la morte del padre e l’abbandono da parte della madre. Shery aveva solo pochi mesi, ma lei e Leyla invece erano abbastanza grandi da sapere cosa stesse succedendo, e reagivano in due modi opposti: Leyla aveva rimosso la sua vita prima di Algor, era diventata la figlia dell’ammiraglio Drache in tutto e per tutto, si era iscritta all’accademia ed era determinata a seguire le orme della nonna Kira, del bisnonno Khizr e di Khady, l’unica madre che era disposta a riconoscere come tale. Con Nilüfer niente era così semplice. «Sì» rispose al fratello. «È piena di verde, ci sono le montagne. Si allevano i cavalli e i falchi.» «Tu sei mai stata a cavallo?» Nilüfer alzò lo sguardo verso Khady. «Andavo a cavallo tutti i giorni quando ero piccola.» «Lascia in pace tua sorella» intervenne Khady. «Abbiamo del lavoro da finire, torna qui.» Khizr comparve sulla soglia. Guardò dentro e un accenno di delusione gli si disegnò sul volto quando si accorse che Nilüfer era nella stanza. Si accucciò di fronte a Soylem. «Allora, campione» gli disse serioso, «ce la possiamo tenere la mamma?» Soylem annuì ripetutamente. «Non abbiamo bisogno di diventare orfani?» «No. Io non volevo neanche prima. Sei cattivo a dire così.» «Ma no cucciolo, sto solo scherzando.» Khizr gli prese le manine. Khady ricordava suo nonno nella stessa posizione. Sarebbe bastato poco: il colore dei capelli, qualche ruga e lineamenti del viso più marcati, le mani invecchiate, ed ecco che suo figlio sarebbe diventato una copia esatta dell’ammiraglio Khizr. «Ma tu lo sapevi» disse Soylem al fratello «che ci sono un sacco di storie nel mio nome?» «Sul serio?» «Sì. Vuoi vederle?» Senza aspettare risposta, Soylem afferrò la mano del fratello e lo trascinò alla scrivania di Khady, si arrampicò sulla sedia e iniziò a trafficare con la cartina. Khizr si mise tra loro due, in piedi. Soylem iniziò a spiegargli di Belü e del principe Soylem e Khizr si mostrava ammirato, fingendo di non sapere niente. «Devo parlarti» disse sottovoce a Khady. Lei annuì. «Va bene. Quando vuoi.»
  25. Mettere a tavola una famiglia di otto persone era un’impresa. Ogni volta Khady si chiedeva se non fosse il caso di prolungare l’orario alle persone di servizio, in modo che rimanessero fino a tardi, giusto per acchiapparli tutti e aiutarla a legarli alla sedia. Leyla, la maggiore, era sempre la prima: era una ragazza alta, con i capelli chiari tagliati cortissimi e due occhi color ghiaccio che Khady si chiedeva sempre di dove fossero usciti. Si sentiva adulta perché era già in accademia e quello per lei era un momento in cui poteva avere suo padre tutto per sé: mentre portavano le cose in tavola lei gli raccontava la giornata o parlavano di politica o di navigazione. Inevitabilmente questo scatenava la gelosia di Anya, la gemella di Khizr, che cercava di attirare l’attenzione suonando al pianoforte. La cosa diventava caotica quando Soylem si metteva a correre per farsi inseguire dal fratello. Khady aveva imparato che a quel punto la cosa migliore era appoggiarsi alla parete e da lì rimanere a godersi la scena senza intervenire. Dopo un po', Khizr afferrava Soylem e lo portava in braccio fino al suo posto, Khady e Drache si sedevano, Anya smetteva di suonare e Leyla si allontanava, a caccia delle piccola Shery, la penultima della cucciolata, la cui specialità era sparire proprio nel momento in cui tutti erano pronti. Quando infine ben sette di loro erano a tavola, si udiva la voce di Nilüfer spuntare da uno dei divani: «Finisco la pagina e arrivo.» Era una ragazza schiva, di poco più giovane di Khizr e Anya, con lunghi capelli neri lisci. Come Leyla e Shery, Nilüfer era in realtà figlia del fratello di Khady, Mayste, morto sette anni prima, ed era quella che gli assomigliava di più. Alla fine della cena, Anya riuscì a strappare il padre a Leyla. Si sedettero insieme al pianoforte per cantare. Buona parte del fascino di Drache risiedeva proprio nella voce e quando cantava la parte istrionica del suo carattere dava il meglio di sé. Di solito prediligeva canzoni allegre, come quella che stava cantando con Anya; nelle occasioni giuste anche quelle che il nonno di Khady chiamava da taverna. Ma c’erano state diverse volte in cui l’aveva sorpreso a suonare da solo brani malinconici, in un modo che avrebbe fatto piangere anche le pietre. «Andiamo di là?» chiese Khady a Soylem, che le si era di nuovo messo in braccio. Il bambino annuì e scivolò giù. Avevano una stanza grande destinata a studio, dove c’era un tavolo per ognuno di loro. Khady prese la sedia di Soylem e la portò vicino alla sua. Il bambino si sedette e lei usò un tasto sullo schienale per sollevarlo al livello del tavolo. «Dobbiamo leggere qualcosa?» chiese Soylem con entusiasmo. «Se vuoi.» Khady appoggiò la mano al tavolo e comparve una barriera corallina piena di pesci, piante e altre creature colorate. Soylem picchiettò sullo schermo e l’acqua iniziò ad agitarsi, attirando qualche pesce. Khady premette una delle icone a lato, scorse un menù e selezionò un documento con il volto di Soylem. «Ecco: qui c’è il tuo nome completo.» Khady ingrandì la scritta sullo schermo e lui la guardò come fosse una formula magica. «E devo impararlo tutto?» «Eh già. Provi a leggerlo?» Lui cominciò, sottolineando col dito e scandendo ogni parola. «Soylem di Elmà, figlio di Khady di Algor, granduchessa, e Drache di Algor, governatore.» «Fin qui è facile, no?» «No.» «Come no? C’è prima il tuo nome, dove sei nato e chi sono i tuoi genitori. Prova.» Khady nascose la scritta. «Soylem. Di Elmà.» Aspettò che lei annuisse. «Figlio di Dra… Khady. Di Algor, granduchessa. E di Drache di Algor.» La guardò in cerca di un suggerimento. «Ammiraglio?» tentò, ma Khady scosse la testa. «Uffa. Non me lo ricordo.» «Governatore.» «Ma tutti lo chiamano ammiraglio, perché nel mio nome dev’essere messo diverso?» «Perché essere governatore è più importante che essere ammiraglio e siccome se ne può scegliere solo uno si mette quello che vale di più.» «Quindi granduchessa vale di più che capitano?» «Sembra di sì.» «Ma anche te tutti ti chiamano capitano.» «Eh già.» «E governatore vale più che… com’è marito di una granduchessa?» «Nobile consorte dell’impero.» «Tutta quella cosa lì?» «Tranquillo, anche se tuo padre smettesse di essere governatore diventerebbe ammiraglio. Non credo che lo userà mai nessuno.» «Perché ammiraglio vale di più?» «Esatto. Vogliamo andare avanti?» Khady fece riapparire la scritta e Soylem riprese a leggere. «Figlio cadetto del sangue di Crym, discendente di Belü di ramo dorato, progenie dei signori di Algor, duca.» «Hai capito qualcosa?» Soylem scosse la testa. «Va bene. L’ultima parola sai cosa significa?» «Duca? Che sono figlio tuo?» «Esatto, quello è il tuo titolo, come granduchessa per mamma o governatore per papà. Ed è sempre l’ultima cosa che devi mettere.» Soylem annuì. «E tutta la parte in mezzo? Non ci riuscirò mai a ricordarmela.» «Vediamo. Ah, ecco: Belü sai chi è, giusto?» Soylem la guardò interdetto. «Ma come? Che libro c’è sulla tua scrivania?» «Belü, il piccolo principe delle steppe» disse nella lingua di Elmà, com’era scritto sulla copertina. «Ma è una storia per bambini.» «È esistito davvero e da grande è diventato un re.» «Sul serio?» Soylem sgranò gli occhi. «E sua madre era davvero una strega e vivevano in un castello e faceva le magie?» «Più o meno.» «E che ci fa nel mio nome?» «Perché è il nostro bis-bis-bis, tanti tanti bis, nonno.» «Ma i nonni sono vecchi. E i bis-bis-nonni anche di più.» «Anche loro sono stati bambini prima di diventare vecchi.» Soylem la guardò perplesso. Tornò a leggere. «Ma quindi tutti questi pezzi sono dei nostri bis-bis-tanti bis-nonni?» «Sono le nostre tre famiglie: Crym, la famiglia imperiale e Algor.» «La famiglia imperiale è quella di Belü?» «Sì.» «Quindi anche lui è diventato imperatore, come il nonno?» «È stato tanto tempo fa, si diventava re, non imperatori.» «Tanto tempo fa?» «Più di mille anni. Non c’erano viaggi spaziali, né i tram, né i telefoni, né niente di tutte queste cose.» «E lui dove stava?» «Su Mund, non l’hai letto sul libro? Sai cos’è Mund, no?» «Sì, è dove stanno la nonna Kira e il nonno. Ma il castello di Belü è a Kambaya, non a Elmà dove stanno loro.» «E il papà di Belü dove sta?» «A Bukara.» Khady aprì una cartina sullo schermo. «Guarda: qui c’è Elmà, questo puntino qui. E Bukara invece è quassù.» Khady fece scorrere la cartina verso nord-est. «Quassù» proseguì Khady «ci sono le steppe e i grandi fiumi. Grandi distese di erba e acqua. Freddo e vento. E d’inverno la neve. Tanta neve, tutto si gela e si cammina sul ghiaccio.» «Tu ci sei stata?» Nilüfer entrò in quel momento e andò a sedersi al suo tavolo senza dire una parola. «Va tutto bene?» le chiese Khady. «Sì» rispose. Era più malinconica del solito. «Devo solo finire di leggere una cosa.» Soylem tirò Khady per un braccio. «Mi ci porti?» «Dove?» «Al castello di Belü.» Khady fece fatica a comprendere cosa chiedesse Soylem: l’ingresso di Nilüfer l’aveva distratta. «Non c’è più. Ma si può andare a Bukara.» «E ci sono anche i cavalli e i falchi come nella storia?» «Sì, ma se ti piacciono cavalli e falchi, è a Crym che bisogna andare.» Khady spostò un po' più a sud la cartina. «I miei compagni non ci credono che si può salire su un cavallo come si fa coi kay-mesiteré» disse lui imbronciato. Khady gli accarezzò la testa. Amava Algor, era casa sua, dove aveva vissuto fin da piccola. Però capiva bene le difficoltà dei suoi figli: chi più chi meno, ognuno di loro era portatore di una cultura diversa, che era quasi impossibile far comprendere a un algoriano. Africa era un pianeta dominato dai sauri, tutto girava attorno a loro: per esempio, c’erano decine di specie di uova e centinaia di modi per prepararle e conservarle; ma il latte era un alimento sconosciuto, e far capire a un algoriano che nel resto dell’impero c’era chi mangiava formaggio era un’impresa. «Riprendiamo? Eravamo rimasti a Crym.» Soylem riprese la scritta col suo nome. Si era messo in ginocchio sulla sedia ed era semi-sdraiato sul tavolo, attirando tutti i pesci dell’animazione di Khady.
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