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Trovato 238 risultati

  1. Hastalis

    La Corte Editore

    Nome: La corte editore Generi valutati: thriller, fantasy, sentimentale, narrativa e storico Invio Manoscritti: http://www.lacorteditore.it/invia-il-tuo-manoscritto/ Distribuzione: http://www.lacorteditore.it/distribuzione/ Sito: http://www.lacorteditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lacorteeditore Pubblicazione senza contributo Qualcuno conosce questa Casa Editrice? So che è free ma il loro sito e in ri(costruzione). Comunque ho chiamato sul numero del sito e mi hanno detto che accettano manoscritti sia di narrativa generale che Fantasy. C'è qualcuno che me ne sa dire di più?
  2. bukowsky77

    Nero Press

    Nome: Nero Press Generi: Horror e Gotico, Noir, Giallo, Thriller Modalità di invio Manoscritti: http://neropress.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: http://neropress.it/distribuzione/ Sito web: http://neropress.it/ Facebook: https://www.facebook.com/neropress.edizioni
  3. Marcello

    Il killer dei camerieri al Covo del Lovo

    Fino a
    Completamente riscritta, torna la prima avventura di Gretije de Witt, esaurita da anni. Presenterò il romanzo assieme all'amico Maurizio Gioiello, autore di "Adriatika"; possibilità per chi lo desidera di degustare l'aperitivo rustico dell'amico Spino. Vi aspetto.
  4. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  5. Prologo Capitolo 1: 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 La riunione finì com’era prevedibile: la questione famiglia del governatore rimase in sospeso. Baba garantì l’appoggio del sindacato, ma raccomandò a Drache di tenere a freno la delegazione imperiale. «Non usciranno vivi dai cantieri se non si danno una regolata» disse Baba a Drache. «Se esce una sola volta la parola colonia in pubblico, non rispondo delle chiavi inglesi che voleranno.» Drache lo rassicurò. Non c’era alcuna iperbole nelle parole di Baba: l’impero era rimasto a guardare durante l’ultimo assedio che Algor aveva subito e l’ispettore che era arrivato qualche mese più tardi era uscito dai cantieri in barella con un braccio rotto e una commozione cerebrale senza aver neanche aperto bocca. Il colpevole lo stavano ancora cercando; senza troppo impegno per verità. Khady salutò appena Lianna. Passò una mano sul braccio di Drache poco dopo l’uscita di Baba e andò verso la porta senza dire una parola. Lui cercò di afferrarle il polso e lei fece gli ultimi passi all’indietro scuotendo la testa. La pioggia non aiutava e neppure il freddo e gli spifferi in corridoio. Khady si strinse nel cardigan e uscì all’aperto. Pioveva così forte che l’acqua si infilava sotto il portico, ma lei non ci badò e si avviò verso l’accademia. Quello che non sopportava degli inverni algoriani era che non faceva veramente freddo. Non c’era alcuna giustificazione per mettersi un cappotto o degli scarponi pesanti: bastava togliersi dalla corrente o trovare un angolo appena riparato perché il semplice cardigan che indossava diventasse anche troppo. Così passava dal caldo al freddo senza alcuna possibilità di difendersi. Voleva la neve, voleva il freddo vero e l’odore dell’aria pulita e gelata sul viso e quella sensazione di protezione che derivava dall’avere i piedi al caldo degli stivali e il corpo nella tuta termoisolata. Entrò nell’accademia e scese al secondo piano sotto la strada, dove c’era l’unico poligono disponibile in tutta la città. In tutta la colonia, avrebbe detto il funzionario Sayov. Nessuno portava armi ad Algor: il personale della marina imparava a sparare solo perché era richiesto dal curriculum delle accademie imperiali, dato che a bordo delle astronavi era proibito farlo. Erano usate solo dai membri della sicurezza, il corpo di polizia militare; ma i membri della sicurezza della marina le portavano solo quand’erano in servizio a terra. Khady si fermò davanti a un cancello di ferro pesante dietro il quale c’era una stanza buia con un tavolo e degli armadietti. Appoggiò il telefono allo scanner che controllava la serratura. Ci fu un clang molto rumoroso che risuonò nei corridoi deserti e la porta si aprì. La luce si accese e illuminò le pareti grigio scuro. La spia blu di uno degli armadietti si mise a lampeggiare. Khady appoggiò il telefono e lo sportello si aprì. Svuotò l’armadietto sul tavolo: due scatole di plastica e una borsa. Controllare le armi la rilassava. Cominciò dalla borsa. Il primo a uscire fu il sacchetto delle batterie e quello degli strumenti di pulizia. Controllò che nessuna delle batterie fosse gonfia e passò l’apposito tampone per ripulire i contatti. Passò alle scatole e tirò fuori l’elmetto. Lucidò l’interno e fece quello che poté per l’esterno: era vecchio e aveva visto diverse guerre. Il vetro della visiera era graffiato da un lato e in parecchi punti la vernice da grigio-verde opaca era diventata marrone lucida. Sul lato destro, l’incisione 7RECT, che stava per Settimo Reggimento Elicotteri Coimbra Terovesh, aveva perso la E e parte della C per un proiettile che l’aveva presa di striscio. La sua vita non poteva essere banale, aveva detto il funzionario Sayov, con la leggerezza di chi non aveva idea di cosa stesse dicendo. No, non era stata banale la sua vita: ma adesso tutto quello che chiedeva era di diventare insignificante e venire dimenticata. Mise la batteria all’elmetto e lo indossò. La visiera si adattò alla luce, schiarendo la stanza e mostrandogliela più nitida. Comparve una mappa dell’edificio in un angolo, con la sua posizione. E infine una figura umana stilizzata, rossa lampeggiante, che segnalava che il resto dei sistemi era spento. Così Khady li riaccese uno per uno: per primi gli scarponi e i piedi dell’uomo nella visiera divennero verdi, ma continuarono a lampeggiare perché Khady non li indossò: le bastava sapere che funzionavano. Quindi il giubbotto, i parapolsi e gli schinieri. E la fondina della pistola. Comparve un nuovo simbolo sulla visiera, tre piccoli omini stilizzati: l’elmetto stava cercando di comunicare col resto del reggimento. Avrebbe dovuto spengerlo prima, era un test che non poteva che fallire. Invece lo lasciò proseguire finché, come ogni volta, non comparve il numero 0 vicino al simbolo e le lacrime le offuscarono la vista. Khady stava rimettendo a posto le cose nell’armadietto quando il telefono si illuminò e apparve un cubetto di legno con delle lettere incise. Era l’animazione che usava Khizr: dopo qualche istante il telefono iniziò a suonare. Khady sfiorò lo schermo. «Mamma...» «Nilüfer?» gli chiese Khady. «Sì» rispose lui in affanno. «Fa’ presto.» La chiamata si interruppe. Khady buttò le cose nell’armadietto senza guardare. Si preoccupò solo che le porte si chiudessero e corse via. Stava uscendo dall’accademia quando il telefono suonò di nuovo. «Mi hanno avvisato dalla scuola» disse la voce di Drache dall’altra parte. «Due minuti e sono là.» «Non riesco a liberarmi adesso.» «Non preoccuparti.» Trovò Anya che l’aspettava assieme alla direttrice Amian. «Si è chiusa in bagno e non vuole più uscire, mamma» disse sua figlia, bianca come uno straccio. «Khizr è con lei.» Anya aveva i capelli rossi, ma per il resto assomigliava a Kira. Più alta, certo, ma con gli stessi occhi, gli stessi lineamenti e gli stessi gesti. «Non preoccuparti» le disse Khady. «Andrà tutto bene.» «Khizr sta di nuovo male.» Le carezzò il viso: erano gemelli, erano sempre stati insieme e Khady sentiva la sofferenza che lei provava nello scoprirsi diversa dal fratello. «Avete chiamato il dottor Quan?» «Ha detto che sarà qui il prima possibile» rispose la direttrice. «Bene» disse Khady. Tornò a guardare Anya. «Chiama Leyla» le disse, più per tenerla impegnata che perché ce ne fosse davvero bisogno. «Dille che venga qui.» Entrò nel bagno. C’erano tre lavandini da un lato e tre porte dall’altro. Khizr era seduto per terra, appoggiato alla porta centrale; era pallido e tremava. Khady si accucciò vicino a lui e gli toccò la fronte. «Hai la febbre. Hai preso le pillole?» Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi e assenti. Cercò di parlare e le appoggiò la mano al braccio. Khady bussò alla porta del bagno. «Andate via!» urlò Nilüfer dall’altra parte. «Lasciatemi in pace.» «Sono la mamma, Nilüfer. Riesci ad aprire?» «Va’ via.» Le era difficile vedere i figli stare male e mantenere la tranquillità che serviva ad aiutarli. «Nilüfer lo sai che ti voglio bene e sai che posso aiutarti. Un piccolo sforzo, tesoro, e sarà tutto finito.» Non aveva senso insistere: doveva aspettare che lei trovasse il coraggio di girare la chiave. Aiutò Khizr ad alzarsi e a raggiungere il lavandino. Gli bagnò le tempie e lo accompagnò alla porta. Si concentrò: doveva essere positiva e serena. Richiamò alla mente il giorno che era tornata ad Algor, cinque anni prima, e aveva sentito di avere una casa e una famiglia. Appoggiò la mano alla porta e rimase ad aspettare finché il chiavistello non si mosse. Girò la maniglia. Nilüfer era rannicchiata, con la testa appoggiata alla parete. Khady le mise la mano sulla spalla e fu come essere investita da un uragano: il terrore le si riversò dentro e per un attimo si sentì persa. Riprese fiato pensando alla neve e alla risacca del mare calmo al tramonto. «Guardami negli occhi» disse più lentamente che poté. «Fidati di me, bambina mia. Sono qui per aiutarti.» Sorrise. Nilüfer annuì, esausta. «Fidati di me» ripeté Khady. L’abbracciò e le baciò la testa, riuscendo ad accoglierla nello scudo che la proteggeva dal mondo. La isolò e lei svenne.
  6. Questo è il prologo di un romanzo che sto cercando di scrivere da un sacco di tempo. Spero di riuscire quantomeno a finirlo prima o poi. -- Kira andava a cavallo solo per compiacere l’uomo che amava. Non succedeva spesso: una volta la settimana, di rado due, lui le chiedeva di accompagnarlo. Uscivano da palazzo, andavano nel parco e dopo una passeggiata di mezz’ora si fermavano a un capanno; di solito uno di quelli vicino al mare, al limitare degli alberi. Rimanevano lì per un’ora, fingendo di essere due persone normali, un uomo e una donna ormai anziani che si accontentavano del loro amore e dell’odore della salsedine sulla spiaggia. L’illusione finiva appena lasciato il parco. Varcato il cancello, prima ancora di scendere da cavallo, lui ridiventava l’imperatore e lei la seconda consorte. Il Cerchio Interno, il cuore del palazzo, era un grande giardino rotondo con al centro il Padiglione d’Oro, la residenza imperiale. Le scuderie erano ai suoi margini, nella parte posteriore. Da lì partiva una rete di strade e stradine, seminascoste dalle siepi e dai cespugli. La piccola vacanza si chiudeva con loro due che camminavano in silenzio e cercavano di rimandare il momento della separazione. Quella sera, prima di lasciarla al solito bivio, lui le prese la mano destra e la voltò. Kira si era fatta un taglio sul palmo e il cerotto che aveva messo dopo la doccia si era già riempito di sangue. – Non è normale – disse lui. L’imperatore aveva i capelli quasi bianchi, ma poche rughe appena accennate attorno agli occhi e alla bocca: bisognava essere vicini com’era lei in quel momento per accorgersene. – Sei pallida. – Non è nulla, domattina starò bene. – Ti accompagno. – No, è già tardi. Devi andare. Kira si sollevò e gli diede un bacio sulla guancia. Lui l’afferrò per la vita e unì le labbra alle sue. Era ancora forte, nonostante l’età. Lo guardò allontanarsi pensando che non avrebbe mai potuto amare nessuno quanto amava lui. Il sole era già tramontato quando Kira aprì il cancello del Padiglione delle Rose, la sua residenza. Era una casa a due piani, circondata da un giardino disordinato fitto di alberi e arbusti, che ospitava un gazebo di ferro battuto con sotto un tavolo e due panche. Sedette a riprendere fiato. Davanti a lei c’erano quattro aygar, alberi slanciati che provenivano da Africa, il suo pianeta natale. Avevano da tempo superato l’altezza della casa. D’inverno si spogliavano, ma adesso, a primavera inoltrata, i rami, che dalla base del tronco salivano in verticale fino al cielo, erano ricoperti di foglie verde scuro. Si alzò appoggiandosi al tavolo. Salì a fatica i quattro gradini della veranda e, prima di aprire la porta, si fermò a riprendere fiato. La luce nell’atrio si accese mentre entrava. Flora, la cameriera personale, arrivò dalla zona pranzo. Indossava, come ogni giorno, la divisa grigia degli inservienti di palazzo. Era una donna energica e col piglio deciso dei servitori d’alto rango. – Vi sentite bene, altezza? – Sono solo stanca, Flora, non si preoccupi. – Dispongo per la cena. – Non ho fame, ho solo bisogno di dormire. Faccia lasciare sul tavolo, mi arrangerò più tardi. Flora sollevò un sopracciglio. Dopo quindici anni di servizio ancora non riusciva a nascondere il disappunto che le provocava la frase “mi arrangerò”. Normalmente Kira l’avrebbe presa in giro e alla fine ne avrebbero riso insieme, ma quella sera era troppo stanca per fare altro che afferrare il corrimano e cercare di arrampicarsi sulla scala. – Volete che resti per stanotte? – Vada a casa Flora, ha una famiglia a cui pensare. Se servisse la chiamerò. Non c’era muscolo del suo corpo che non protestasse a ogni gradino. Le era capitato altre volte di essere ferita o malata e di dover comunque andare avanti. Si aggrappò al corrimano, sperando che Flora non facesse ciò che avrebbe dovuto, cioè chiamare il dottor Meris, il medico della famiglia imperiale. Rallentò il passo senza darlo a vedere e controllò il respiro per non mostrare l’affanno. Arrivata in cima alla scala, racimolò un po’ di energia per girarsi e sorridere a Flora, nonché per rimanere dritta fino alla fine del ballatoio. Riuscì a entrare in camera e arrivare al letto prima di crollare. La verità era che era vecchia. Una vecchia cocciuta e ostinata, ma incapace di stringere i denti come un tempo. Le capitava di essere stanca, di saltare la cena, di faticare a salire le scale: solo il suo orgoglio di ammiraglio le impediva di mettersi uno di quegli aggeggi di monitoraggio che Meris avrebbe tanto voluto che indossasse. La nausea le impediva di dormire. Si sollevò e le venne un capogiro, ma riuscì ad andare in bagno. Cercò di vomitare, ma a stomaco vuoto poté solo sputare un po' di saliva. Comunque ebbe il suo effetto, perché si sentiva più lucida e tornò a letto senza problemi. Rimase seduta a fissare il pavimento. Avrebbe dovuto cambiare il cerotto finché era in bagno, ma si era dimenticata e non si fidava ad alzarsi di nuovo. La mano le faceva male, non riusciva più a chiudere le dita e sentiva il polso rigido. Si sciolse i capelli: profumavano di shampoo all’arancia, un’essenza che le ricordava quand’era un giovane capitano agli ordini di suo padre. La sua camera era molto semplice, con mobili di legno chiaro e tappezzeria beige, illuminata dalla luce calda dell’abat-jour. Il comodino era sgombro: Soylem, l’imperatore, aveva dormito lì la notte precedente e come al solito lei aveva nascosto le cornici digitali nel cassetto. L’aprì e prese quella con le foto di sua figlia Khady. Quasi cinquant'anni di vita erano racchiusi in quel dispositivo, che impiegava circa tre giorni a compiere il giro completo. Kira sorrise a rivederla bambina. Stava in piedi, senza scarpe, sulla coscia del nonno, il padre di Kira, e gli tirava i bottoni della divisa mentre lui rideva fino alle lacrime. Ricordava quell’episodio: la bambina aveva finito con l’aprire la spilla di Primo Ammiraglio e sfilarla dal colletto. – Posso tenerla, nonno? – Perché no? Tanto ne ho altre. Era una vera peste, irrequieta, indipendente e curiosa. C’era una sola persona in tutto l’impero che riusciva a calmarla. La foto successiva mostrava Khady in braccio all’imperatore (avrà avuto forse quattro o cinque anni), avvolta in un giubbottino col collo di pelliccia, che dormiva serena come con nessun altro. Quella foto era la preferita di Kira, ma anche la più dolorosa. Non riusciva a non piangere guardandola. Chi avrebbe potuto prevedere che quarant'anni più tardi avrebbero cercato di uccidersi a vicenda? Una lacrima cadde sullo schermo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di nuovo insieme, felici come in quella foto e nelle altre di Khady ragazzina. La cornice scivolò e cadde sul pavimento, seguita da tre grosse gocce rosse. Il cerotto non era più in grado di trattenere il sangue. Strinse le mani tra loro. Si alzò e cadde all’indietro. Il cuore le batteva velocemente. Faticava a respirare e non ricordava dov’era il telefono, forse in una delle tasche dei pantaloni. – Chiamata! – urlò, e quasi svenne per lo sforzo. Sentì il beep. – Chiama… – Mi dispiace – rispose la voce sintetica. – Non ho capito. – ...Meris. Respirò. La mano era umida. Sentiva il battito del cuore nelle orecchie. – Non ho trovato “miris”. Vuoi che lo cerchi nella rete? Meris, stupido telefono! Non poteva finire in quel modo. Aprì la bocca. – ‘hiama ‘eris… Era tutto buio. Dal taglio le arrivavano delle scosse. Il braccio era preda agli spasmi. Il resto del corpo non le rispondeva. Parlare era fuori discussione. – Mi dispiace, non ho capito. Vuoi che legga i messaggi? Il dolore veniva dalla mano: le sembrava che un esercito di artigli roventi stesse risalendo le sue vene, fino alla spalla, al collo, alla testa, poi al cuore, all’altro braccio, e giù lungo le gambe fino alla punta dei piedi. E c’era sangue, sangue ovunque. No, non così. Non ancora. Non oggi. Era troppo presto. Troppo, troppo presto.
  7. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte L’inverno era deciso a dare un assaggio agli algoriani già in quel principio d’autunno: il vento sbatteva la pioggia contro la finestra di Khady quasi in orizzontale e lei, con una tazza di tè caldo in mano e stringendosi nel cardigan d’ordinanza, guardava sconsolata la pista dell’eliporto in mezzo al nubifragio. C’erano molte cose a cui il palazzo-ponte era progettato per resistere: un bombardamento, per esempio; oppure i venti a trecento chilometri orari che a volte capitavano nello stretto. Quattro anni prima, durante l’ultimo assedio, ci si era schiantata sopra una piccola astronave e il ponte non aveva fatto una piega. Ma quello per cui non era progettato era il freddo. Non che ad Algor se ne sentisse davvero il bisogno: giornate come quelle erano rare e casomai il problema era raffreddare d’estate. Lo stesso, quando c’era pioggia e vento si formavano dei microclimi gelidi nei corridoi e negli uffici più esposti come quello di Khady, tanto che le veniva il desiderio di un bel caminetto acceso; di un sofà; di una coperta; di qualcuno che la tenesse al caldo e condividesse la tazza di tè alla luce del fuoco. Come se l’avesse sentita, la scrivania ebbe un fremito: in un angolo era comparso un drago minore con una lettera tra le zampe, che la guardava con occhi dolci. Khady sorrise e appoggiò un dito sul messaggio che Drache le aveva mandato. Il drago si inchinò e uscì dallo schermo. “Mangi? Nel pomeriggio mi servi a una riunione.” Ne scrisse uno lei: “Va bene. Tanto oggi non si vola.” Un piccolo pesce blu e giallo se lo mise sotto una pinna e uscì dallo schermo scodinzolando. Dopo un istante comparve un altro draghetto, che depositò un messaggio con scritto: “Ti aspetto” e un cuoricino palpitante. Khady rispose con un altro cuoricino che fu portato via da un pesce tutto rosso e luccicante. Continuava a piovere. La sala riunioni scelta da Drache era all’interno e prendeva luce dal soffitto a vetri: sembrava di essere sotto una cascata, ma almeno lì faceva più caldo. Tutti i presenti appoggiarono i telefoni al tavolo rotondo al centro della stanza, che si suddivise in spicchi uguali, ognuno con la propria animazione. Qualche pesciolino dalla barriera corallina di Khady volò nel cielo azzurro di Drache, mentre i draghetti di quest’ultimo si tuffarono e crearono scompiglio dal lato di Khady. La riunione riguardava l’aspetto mediatico dell’ispezione: c’erano due rappresentanti della stampa, il funzionario Sayov, coordinatore dell’evento mandato da Elmà, e i suoi assistenti. Per Algor c’erano Drache, Khady e Lianna, il commodoro Rapuan, capo dell’ufficio relazioni pubbliche, due membri del consiglio la cui unica funzione era di dare sempre ragione a Drache e l’immancabile Baba, che accolse Khady con un sorriso e un abbraccio. Drache fece le presentazioni e al solito ebbe un attimo d’incertezza nello spiegare chi fosse Baba. L’uomo ormai anziano era ufficialmente un rappresentante sindacale, ruolo che ricopriva da quando l’ammiraglio Khizr era governatore; e già questo era difficile da spiegare a un funzionario imperiale che non aveva la minima idea di cosa fosse un sindacato. Ma Baba era molto di più, di fatto era il signore della Algor bassa e se si voleva sperare che non ci fossero disordini durante le visite dell’ispettore al di fuori del palazzo-ponte bisognava che lui sedesse a tutti i tavoli organizzativi. Non che questo fosse sufficiente, ma avere Baba dalla propria parte era sempre il primo passo da compiere. «Da Elmà» iniziò il funzionario Sayov «ci chiedono di approfittare della visita per presentare Algor al grande pubblico.» Khady sorrise per circostanza: si stava chiedendo come potesse essercene ancora bisogno. «Africa è un pianeta molto interessante, con aspetti decisamente curiosi» spiegò il funzionario. Aspetti che centinaia di documentari avevano già sviscerato: dai draghi all’allevamento dei mesiteré, passando per i na-pur, i grossi mesosauri della pesca d’altura, o le diverse specie di ammaniti della cucina algoriana; e non c’era persona in tutto l’impero che non sapesse che l’algoriano aveva una cinquantina di termini per dire uovo. Khady solo due settimane prima aveva accompagnato in elicottero una troupe fino al continente, per un sopralluogo per una nuova serie dedicata ai grandi predatori. Anche il palazzo-ponte aveva i suoi appassionati, per non parlare dell’accademia o dei cantieri spaziali; e i grandi network avevano tutti una rubrica fissa di approfondimento sulla politica algoriana. «In particolare» proseguì il funzionario «è come si vive nella colonia che ci interessa.» Khady percepì il malumore salire nella sua metà del tavolo: colonia non era una parola gradita ad Algor. «Con un ovvio accento» il funzionario sorrise nella sua direzione «sulla famiglia del governatore. Una cosa classica: i ragazzi che vanno a scuola, come si organizza una casa nel palazzo-ponte, la vita privata, cose così. L’imperatore ha già approvato la pubblicazione delle foto dei membri della famiglia per tutto il periodo.» Il funzionario passò a Khady un foglio di polimero oled su cui si vedeva in rilievo il timbro imperiale. La lettera era standard, ma quello che la sorprese, e la irritò, era che la firma in fondo al foglio era stata fatta a mano da suo padre. Non era una prestampata in uso alla segreteria imperiale come quelle che avevano autorizzato l’inserimento delle foto nell’annuario scolastico o quella che era arrivata quando Anya era finita sul giornale per aver vinto la gara di canto delle scuole di Algor. «Non se ne parla nemmeno» disse Khady posando il foglio sul tavolo. Una medusa lo attraversò e una copia fu trasferita tra i suoi documenti. Restituì il foglio al funzionario. «Ma granduchessa, la lettera è firmata dall’imperatore in persona.» «Lo so.» «A Elmà chiedono…» «Ho capito cosa chiede Elmà, ma lei, e i gentili signori della stampa, non avrete un’autorizzazione indiscriminata a pubblicare immagini dei miei figli.» Ci fu un attimo di panico dall’altro lato del tavolo: non erano abituati a veder messi in discussione gli ordini imperiali. «Sono sicura» Khady cercò di essere conciliante «che l’imperatore abbia solo cercato di agevolarci, in modo da non costringerci a richiedere un’autorizzazione a Elmà per ogni foto o filmato. Ma non penso che la sua intenzione fosse di sospendere la protezione che la Legge di successione concede ai membri della famiglia imperiale.» «Sì, certo, capisco» disse il funzionario Sayov. «Tuttavia, possiamo attenderci che la sua autorizzazione ci sarà, una volta visionati i filmati.» «Ci sarà la foto di rito, nel salotto dell’appartamento di rappresentanza. Dopodiché mi aspetto che i ragazzi siano lasciati in pace.» «Granduchessa, stiamo cercando di mettere Algor nella miglior luce possibile, e il suggerimento di occuparci della vita della famiglia più illustre della colonia viene da molto in alto.» Khady si voltò verso Baba: se Sayov avesse pronunciato ancora una volta la parola colonia la sua pazienza avrebbe raggiunto il limite. Appoggiò la mano su quella di Drache e gli sorrise. «Cerchiamo di dare ai nostri figli una vita normale, comune, simile a quella dei loro compagni di scuola. Non troverete niente di speciale: è una situazione molto tranquilla e banale. Noiosa persino.» «Noiosa e banale?» replicò Sayov quasi ridendo. «Come può essere banale qualcosa che riguarda lei, granduchessa?» Khady cercava di mantenere la calma, ma l’atteggiamento di Sayov lo rendeva difficile. «Passiamo oltre» disse Drache. «Ha il programma della visita?» «Governatore, dobbiamo essere sicuri che…» La riunione era difficile per tutti: quell’atteggiamento, in cui Khady riconosceva la formazione dei funzionari di palazzo, ricordava a tutti che erano Elmà e i suoi cerimoniali ad avere il vero potere, qualcosa che qualsiasi algoriano avrebbe voluto dimenticare. «È nella mia provincia, funzionario Sayov, decido io di cosa si parla. Passiamo oltre.»
  8. Salve, sono un autore che autopubblica i suoi libri in esclusiva su Amazon da circa tre anni, con alterne fortune: alcuni sono andati bene (una trilogia fantathriller; per bene, naturalmente, intendo entro i limiti dell’autopubblicazione) altri ( una paio di gialli pubblicati sotto pseudonimo) decisamente meno. Dopo tutto questo tempo mi sono fatto un’idea sul lettore medio di Amazon. Amazon, a mio avviso, ha avuto il merito di avvicinare ai libri una categoria di lettori che probabilmente ne sarebbe rimasta distante e di proporre all’attenzione del pubblico una serie di autori che altrimenti avrebbero avuto difficoltà ad emergere; tuttavia, credo che sia una categoria di lettori che difficilmente ha messo piede, o lo farà mai, in una libreria o in una biblioteca. Questo giudizio, forse ingeneroso, l’ho ricavato leggendo alcuni “bestseller” di Amazon, in particolare quelli pubblicati da Amazon stessa con l’etichetta Amazon Publishing e che quindi godono di un indubbio vantaggio promozionale, se non altro perché hanno un editore. Ebbene - tranne qualche eccezione che c’è, va riconosciuto – in genere sono di una pochezza imbarazzante, e si potrebbe affermare che più sono banali e più vendono. Io ho elaborato una mia personale equazione in proposito: Amazon sta alla (buona) letteratura, così come McDonald’s sta al (buon) cibo. E’ un po’ come quelle catene di negozi cinesi che offrono tutto a 99,€ (costo medio di un libro auto pubblicato su Amazon): in genere è paccottiglia. Allora perché ci pubblico? Per farmi le ossa cercando di capire il gusto del pubblico, senza cedere i diritti ad alcuno. Non mi piace pubblicare tanto per pubblicare e se devo cedere i diritti dei miei lavori a un editore deve essere un editore “vero”, se no aspetto e intanto genero qualche profitto pubblicando in proprio. Tornando ai bestseller di Amazon (ovviamente parlo dei libri di autori che pubblicano in proprio) ricevono centinaia di recensioni (molte ma molte di più di quelle di autori famosi) quasi tutte molto positive se non entusiastiche; allora dici: “Wow! Chissà che razza di capolavoro!” e ti viene voglia di leggerli; lo fai, cercando di restare il più possibile imparziale nel giudizio, e cominci a smadonnare di brutto fin dall’inizio, chiedendoti: ma come c…o si fa? E non una volta, spesso. Al contrario, ogni volta che provi a pubblicare qualcosa di un po’ meno banale e che richiede un maggior sforzo di comprensione sono critiche feroci. Io ad esempio ho pubblicato un giallo (tra l'altro con pseudonimo) chiaramente ispirato al Pasticciacccio di Gadda, in cui faccio largo uso dei dialetti ma solo nei dialoghi e non nell’esposizione (cosa che fa mirabilmente Camilleri, ad esempio) e subito una lettrice si è infuriata dicendo che un libro destinato a tutti (magari!) non può assolutamente avere dialoghi scritti in dialetto. Vai a sapere perché. In altre parole, a sentire la tizia, dovevo pubblicare il libro con i sottotitoli o abolire del tutto i dialetti, che tra l’altro, come potete immaginare, mi sono costati parecchia fatica, visto che ce ne sono almeno quattro. Alla tipa non andavano già i dialetti perché la distraevano dalla lettura, sosteneva; in poche parole, perché la sottoponevano a uno sforzo di comprensione probabilmente imprevisto e che non era disposta a sostenere. Questo per dirvi. È di oggi la conferma che noi italiani leggiamo sempre meno (sono in calo anche i libri per l’infanzia che negli ultimi anni erano gli unici con il segno più davanti) e siamo un popolo di analfabeti di ritorno, o analfabeti funzionali, con notevoli difficoltà a comprendere ciò che leggiamo. In un quadro simile, mi chiedo, ha senso proporre lavori per quanto possibile originali (e badate bene! sto parlando di romanzi di genere, non di saggi filosofici), o non è il caso di fare il compitino per il lettore zoppicante? (spesso zoppicano anche gli autori, va detto, me compreso). E mi domando ancora, quelli che vendono tanto è perché si sono adeguati al gusto e alle (scarse) capacità intellettive del pubblico di riferimento (insomma, detto in termini scorrettissimi, sanno di scrivere per degli ignoranti), o vendono perché sono come loro? E' sempre il solito dilemma: E' nato prima l'uovo o la gallina? Immagino che la risposta possa essere: dipende se vuoi andare sul sicuro e vendere, o vuoi proporre qualcosa di più originale e impegnativo, a tuo rischio e pericolo. Nel secondo caso, temo che Amazon non sia il luogo più adatto, occorre trovarsi un editore. Mi auguro che non sia un argomento già trattato altrove, nel qual caso mi scuso. Grazie.
  9. Sissi77

    Delrai edizioni

    Nome: Delrai edizioni Generi trattati: romance, distopico, fantasy, erotico, retelling, steam-punk, thriller e giallo Modalità di invio dei manoscritti: http://www.delraiedizioni.com/invio-manoscritti Distribuzione: DirectBook Sito: http://www.delraiedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/delraiedizioni/?fref=nf
  10. ALBERTO ALLEGRINI

    SHARON-LO STRANO GIOCO DEL DESTINO

    Fino a
    Sharon - Lo strano gioco del destino 2 giugno alle ore 15:55 · dal 10 al 14 giugno #promozione #ebook a zero euro... cogli l'attimo https://www.amazon.it/SHARON-STRANO-GIOCO-DEST…/…/1982903791 … AMAZON.IT
  11. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Nota: ho dovuto spezzare in due la scena perché era troppo lunga, quindi questo brano è il seguito dell'ultima scena della quarta parte. «Figlio cadetto del sangue di Crym. Sangue? Bleah.» «Concordo» rise Khady «è un’espressione disgustosa.» «Che significa cadetto?» «Che non siamo nel ramo principale.» Soylem scosse la testa. Khady si chiese come spiegarglielo. «Il capo della famiglia di Crym è il governatore della regione di Crym.» Khady la indicò sulla cartina. «Governatore come papà?» «Sì, solo che a Crym i governatori si chiamano margravi. Lo hai incontrato il margravio di Colibi nel libro di Belü?» Soylem divenne serio e un pochino arrabbiato. «È un uomo molto cattivo e vuole uccidere il papà di Belü e rubargli il regno.» «Questi sono invece margravi buoni. Il margravio di Crym, lo zio Sheriel, aveva una sorella, che si chiamava Khady.» «Come te?» «Sì. Ed è la mamma di nonno Soylem.» Il volto di Soylem si illuminò. «Quindi il tuo nome viene da Crym? Per questo è così strano!» «Esatto.» «E tutte quelle che si chiamano Khady poi hanno un bambino che si chiama Soylem?» Khady scoppiò a ridere. «Questo non lo so. Ma nella nostra famiglia sembra andare così, per ora.» «Anche il mio nome è strano.» «Un po'. Ma il tuo viene da Bukara.» «Come il papà di Belü?» Soylem non aspettò che Khady annuisse: guardava affascinato la cartina del nord-est di Mund. «È un nome molto importante il tuo. Il primo a portarlo è stato il principe Soylem, il figlio minore di re Barem e eroe della battaglia di Nagora.» «E sconfiggeva tutti i nemici!» «No. La battaglia di Nagora l’abbiamo persa.» «E perché lui è un eroe allora?» «Re Barem fu catturato durante la battaglia di Nagora, ma lui riuscì a fuggire e a riportare a Bukara un pezzo dell’esercito; e impedì che anche la città fosse catturata.» «E poi? Riuscì a liberare re Barem?» «No. Re Barem era già morto quando il nemico arrivò a Bukara.» «E allora lui divenne re?» «Fu suo fratello più grande a diventare re, re Mür, il re dei dodici giorni: sia lui che Soylem furono feriti durante l’assedio di Bukara. Mür morì quasi subito, ma Soylem ci mise qualche giorno.» «Ma non avevano dottori?» Soylem la guardava preoccupato. «Purtroppo in quel tempo c’erano poche medicine e un sacco di persone morivano per cose stupide.» «Ma quindi non è rimasto più nessuno?» «Mür aveva un bambino piccolo, che si chiamava Mayste. Soylem invece aveva una figlia, che aveva poco meno di diciotto anni. E siccome lei non poteva diventare re, la nominò reggente.» «Che significa?» «Significa che il vero re era Mayste, ma siccome era troppo piccolo allora tutte le decisioni importanti le prendeva lei. E sai qual era il suo nome?» Lui scosse la testa. «Nilüfer. Principessa Nilüfer.» Soylem si voltò verso la sorella e la indicò. «Come lei?» Khady gli abbassò il braccio. «Non sta bene indicare le persone.» Soylem scivolò giù dalla sedia e corse dalla sorella. Girò attorno alla scrivania e le prese un braccio. «Ma tu lo sapevi» le chiese «che c’era una principessa che si chiamava come te?» «Sì» sospirò lei «lo sapevo.» «E lo sapevi che…» «Sì. È famosa, hanno scritto un sacco di libri su di lei.» «E tu li hai letti tutti?» «Qualcuno.» Khady sorrise guardandoli parlare: Soylem era l’unico che riuscisse a distrarre Nilüfer quando leggeva. Come ogni volta, lui le infilò la testa sotto il gomito e lei lo prese in braccio. «Cosa stai leggendo?» le chiese curiosando sulla sua scrivania. «Questa è la scrittura di Crym, vero?» «Sì.» «Anch’io voglio imparare la lingua di Crym. Il nome della mamma viene da lì, lo sapevi?» «Sì, il suo e quello di Shery. I nomi di Crym finiscono spesso in -y per le donne e in -iel per gli uomini.» «È bella Crym?» Khady percepì la tristezza di sua figlia: lasciare Crym era stato per lei solo il primo di una serie di traumi, culminati con la morte del padre e l’abbandono da parte della madre. Shery aveva solo pochi mesi, ma lei e Leyla invece erano abbastanza grandi da sapere cosa stesse succedendo, e reagivano in due modi opposti: Leyla aveva rimosso la sua vita prima di Algor, era diventata la figlia dell’ammiraglio Drache in tutto e per tutto, si era iscritta all’accademia ed era determinata a seguire le orme della nonna Kira, del bisnonno Khizr e di Khady, l’unica madre che era disposta a riconoscere come tale. Con Nilüfer niente era così semplice. «Sì» rispose al fratello. «È piena di verde, ci sono le montagne. Si allevano i cavalli e i falchi.» «Tu sei mai stata a cavallo?» Nilüfer alzò lo sguardo verso Khady. «Andavo a cavallo tutti i giorni quando ero piccola.» «Lascia in pace tua sorella» intervenne Khady. «Abbiamo del lavoro da finire, torna qui.» Khizr comparve sulla soglia. Guardò dentro e un accenno di delusione gli si disegnò sul volto quando si accorse che Nilüfer era nella stanza. Si accucciò di fronte a Soylem. «Allora, campione» gli disse serioso, «ce la possiamo tenere la mamma?» Soylem annuì ripetutamente. «Non abbiamo bisogno di diventare orfani?» «No. Io non volevo neanche prima. Sei cattivo a dire così.» «Ma no cucciolo, sto solo scherzando.» Khizr gli prese le manine. Khady ricordava suo nonno nella stessa posizione. Sarebbe bastato poco: il colore dei capelli, qualche ruga e lineamenti del viso più marcati, le mani invecchiate, ed ecco che suo figlio sarebbe diventato una copia esatta dell’ammiraglio Khizr. «Ma tu lo sapevi» disse Soylem al fratello «che ci sono un sacco di storie nel mio nome?» «Sul serio?» «Sì. Vuoi vederle?» Senza aspettare risposta, Soylem afferrò la mano del fratello e lo trascinò alla scrivania di Khady, si arrampicò sulla sedia e iniziò a trafficare con la cartina. Khizr si mise tra loro due, in piedi. Soylem iniziò a spiegargli di Belü e del principe Soylem e Khizr si mostrava ammirato, fingendo di non sapere niente. «Devo parlarti» disse sottovoce a Khady. Lei annuì. «Va bene. Quando vuoi.»
  12. Mettere a tavola una famiglia di otto persone era un’impresa. Ogni volta Khady si chiedeva se non fosse il caso di prolungare l’orario alle persone di servizio, in modo che rimanessero fino a tardi, giusto per acchiapparli tutti e aiutarla a legarli alla sedia. Leyla, la maggiore, era sempre la prima: era una ragazza alta, con i capelli chiari tagliati cortissimi e due occhi color ghiaccio che Khady si chiedeva sempre di dove fossero usciti. Si sentiva adulta perché era già in accademia e quello per lei era un momento in cui poteva avere suo padre tutto per sé: mentre portavano le cose in tavola lei gli raccontava la giornata o parlavano di politica o di navigazione. Inevitabilmente questo scatenava la gelosia di Anya, la gemella di Khizr, che cercava di attirare l’attenzione suonando al pianoforte. La cosa diventava caotica quando Soylem si metteva a correre per farsi inseguire dal fratello. Khady aveva imparato che a quel punto la cosa migliore era appoggiarsi alla parete e da lì rimanere a godersi la scena senza intervenire. Dopo un po', Khizr afferrava Soylem e lo portava in braccio fino al suo posto, Khady e Drache si sedevano, Anya smetteva di suonare e Leyla si allontanava, a caccia delle piccola Shery, la penultima della cucciolata, la cui specialità era sparire proprio nel momento in cui tutti erano pronti. Quando infine ben sette di loro erano a tavola, si udiva la voce di Nilüfer spuntare da uno dei divani: «Finisco la pagina e arrivo.» Era una ragazza schiva, di poco più giovane di Khizr e Anya, con lunghi capelli neri lisci. Come Leyla e Shery, Nilüfer era in realtà figlia del fratello di Khady, Mayste, morto sette anni prima, ed era quella che gli assomigliava di più. Alla fine della cena, Anya riuscì a strappare il padre a Leyla. Si sedettero insieme al pianoforte per cantare. Buona parte del fascino di Drache risiedeva proprio nella voce e quando cantava la parte istrionica del suo carattere dava il meglio di sé. Di solito prediligeva canzoni allegre, come quella che stava cantando con Anya; nelle occasioni giuste anche quelle che il nonno di Khady chiamava da taverna. Ma c’erano state diverse volte in cui l’aveva sorpreso a suonare da solo brani malinconici, in un modo che avrebbe fatto piangere anche le pietre. «Andiamo di là?» chiese Khady a Soylem, che le si era di nuovo messo in braccio. Il bambino annuì e scivolò giù. Avevano una stanza grande destinata a studio, dove c’era un tavolo per ognuno di loro. Khady prese la sedia di Soylem e la portò vicino alla sua. Il bambino si sedette e lei usò un tasto sullo schienale per sollevarlo al livello del tavolo. «Dobbiamo leggere qualcosa?» chiese Soylem con entusiasmo. «Se vuoi.» Khady appoggiò la mano al tavolo e comparve una barriera corallina piena di pesci, piante e altre creature colorate. Soylem picchiettò sullo schermo e l’acqua iniziò ad agitarsi, attirando qualche pesce. Khady premette una delle icone a lato, scorse un menù e selezionò un documento con il volto di Soylem. «Ecco: qui c’è il tuo nome completo.» Khady ingrandì la scritta sullo schermo e lui la guardò come fosse una formula magica. «E devo impararlo tutto?» «Eh già. Provi a leggerlo?» Lui cominciò, sottolineando col dito e scandendo ogni parola. «Soylem di Elmà, figlio di Khady di Algor, granduchessa, e Drache di Algor, governatore.» «Fin qui è facile, no?» «No.» «Come no? C’è prima il tuo nome, dove sei nato e chi sono i tuoi genitori. Prova.» Khady nascose la scritta. «Soylem. Di Elmà.» Aspettò che lei annuisse. «Figlio di Dra… Khady. Di Algor, granduchessa. E di Drache di Algor.» La guardò in cerca di un suggerimento. «Ammiraglio?» tentò, ma Khady scosse la testa. «Uffa. Non me lo ricordo.» «Governatore.» «Ma tutti lo chiamano ammiraglio, perché nel mio nome dev’essere messo diverso?» «Perché essere governatore è più importante che essere ammiraglio e siccome se ne può scegliere solo uno si mette quello che vale di più.» «Quindi granduchessa vale di più che capitano?» «Sembra di sì.» «Ma anche te tutti ti chiamano capitano.» «Eh già.» «E governatore vale più che… com’è marito di una granduchessa?» «Nobile consorte dell’impero.» «Tutta quella cosa lì?» «Tranquillo, anche se tuo padre smettesse di essere governatore diventerebbe ammiraglio. Non credo che lo userà mai nessuno.» «Perché ammiraglio vale di più?» «Esatto. Vogliamo andare avanti?» Khady fece riapparire la scritta e Soylem riprese a leggere. «Figlio cadetto del sangue di Crym, discendente di Belü di ramo dorato, progenie dei signori di Algor, duca.» «Hai capito qualcosa?» Soylem scosse la testa. «Va bene. L’ultima parola sai cosa significa?» «Duca? Che sono figlio tuo?» «Esatto, quello è il tuo titolo, come granduchessa per mamma o governatore per papà. Ed è sempre l’ultima cosa che devi mettere.» Soylem annuì. «E tutta la parte in mezzo? Non ci riuscirò mai a ricordarmela.» «Vediamo. Ah, ecco: Belü sai chi è, giusto?» Soylem la guardò interdetto. «Ma come? Che libro c’è sulla tua scrivania?» «Belü, il piccolo principe delle steppe» disse nella lingua di Elmà, com’era scritto sulla copertina. «Ma è una storia per bambini.» «È esistito davvero e da grande è diventato un re.» «Sul serio?» Soylem sgranò gli occhi. «E sua madre era davvero una strega e vivevano in un castello e faceva le magie?» «Più o meno.» «E che ci fa nel mio nome?» «Perché è il nostro bis-bis-bis, tanti tanti bis, nonno.» «Ma i nonni sono vecchi. E i bis-bis-nonni anche di più.» «Anche loro sono stati bambini prima di diventare vecchi.» Soylem la guardò perplesso. Tornò a leggere. «Ma quindi tutti questi pezzi sono dei nostri bis-bis-tanti bis-nonni?» «Sono le nostre tre famiglie: Crym, la famiglia imperiale e Algor.» «La famiglia imperiale è quella di Belü?» «Sì.» «Quindi anche lui è diventato imperatore, come il nonno?» «È stato tanto tempo fa, si diventava re, non imperatori.» «Tanto tempo fa?» «Più di mille anni. Non c’erano viaggi spaziali, né i tram, né i telefoni, né niente di tutte queste cose.» «E lui dove stava?» «Su Mund, non l’hai letto sul libro? Sai cos’è Mund, no?» «Sì, è dove stanno la nonna Kira e il nonno. Ma il castello di Belü è a Kambaya, non a Elmà dove stanno loro.» «E il papà di Belü dove sta?» «A Bukara.» Khady aprì una cartina sullo schermo. «Guarda: qui c’è Elmà, questo puntino qui. E Bukara invece è quassù.» Khady fece scorrere la cartina verso nord-est. «Quassù» proseguì Khady «ci sono le steppe e i grandi fiumi. Grandi distese di erba e acqua. Freddo e vento. E d’inverno la neve. Tanta neve, tutto si gela e si cammina sul ghiaccio.» «Tu ci sei stata?» Nilüfer entrò in quel momento e andò a sedersi al suo tavolo senza dire una parola. «Va tutto bene?» le chiese Khady. «Sì» rispose. Era più malinconica del solito. «Devo solo finire di leggere una cosa.» Soylem tirò Khady per un braccio. «Mi ci porti?» «Dove?» «Al castello di Belü.» Khady fece fatica a comprendere cosa chiedesse Soylem: l’ingresso di Nilüfer l’aveva distratta. «Non c’è più. Ma si può andare a Bukara.» «E ci sono anche i cavalli e i falchi come nella storia?» «Sì, ma se ti piacciono cavalli e falchi, è a Crym che bisogna andare.» Khady spostò un po' più a sud la cartina. «I miei compagni non ci credono che si può salire su un cavallo come si fa coi kay-mesiteré» disse lui imbronciato. Khady gli accarezzò la testa. Amava Algor, era casa sua, dove aveva vissuto fin da piccola. Però capiva bene le difficoltà dei suoi figli: chi più chi meno, ognuno di loro era portatore di una cultura diversa, che era quasi impossibile far comprendere a un algoriano. Africa era un pianeta dominato dai sauri, tutto girava attorno a loro: per esempio, c’erano decine di specie di uova e centinaia di modi per prepararle e conservarle; ma il latte era un alimento sconosciuto, e far capire a un algoriano che nel resto dell’impero c’era chi mangiava formaggio era un’impresa. «Riprendiamo? Eravamo rimasti a Crym.» Soylem riprese la scritta col suo nome. Si era messo in ginocchio sulla sedia ed era semi-sdraiato sul tavolo, attirando tutti i pesci dell’animazione di Khady.
  13. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  14. Le comunicazioni interstellari erano complicate. Si potevano mandare messaggi asincroni, come delle lettere o delle foto, che impiegavano qualche ora a raggiungere il destinatario. Oppure si poteva richiedere l’apertura di un canale: era necessario non solo che i due estremi si mettessero d’accordo, ma anche che fosse richiesto l’uso di tutti i ripetitori lungo il percorso che il segnale avrebbe fatto attraverso lo spazio, un processo che in parte veniva svolto ancora a mano, da tecnici specializzati, per via delle instabilità a cui era soggetto. Era una forma di comunicazione molto costosa, appannaggio delle amministrazioni pubbliche, delle forze armate e di pochi ricchi. Dalla scrivania Drache attivò la parete alla sua destra, con somma gioia dei draghetti che ci si trasferirono in massa, e si mise ad aspettare su una poltrona. Non ci volle molto prima che il suo sistema e quello di Kira iniziassero a interagire: lo scambio di informazioni necessario a stabilire la comunicazione era nascosto agli utenti, che vedevano solo le animazioni dell’uno e dell’altro che si mescolavano. Il desktop di Kira rappresentava lo spazio profondo e per prima cosa il monitor divenne nero, poi apparvero le stelle e i draghetti si misero a volare intorno ai pianeti, a fare surf sugli anelli sollevando polvere o a giocare a palla con i satelliti. Lo schermo divenne più chiaro; comparve uno stormo di draghi maggiori che portò via i pianeti e le stelle e scacciò tutti i draghetti, rivelando il volto di Kira sorridente dall’altra parte. Due cose tradivano l’età di Kira: i capelli completamente bianchi e, ma per questo bisognava conoscerla, l’aria pacata che le era venuta con gli anni, quell’atteggiamento tranquillo che ha chi ormai non riesce a stupirsi di nulla. Per il resto era la donna affascinante ed energica che era sempre stata. Era seduta su una poltrona, in una stanza poco illuminata, con in mano una tazza di tè caldo. Indossava i pantaloni pesanti e il maglione della divisa invernale. Tutto rigorosamente color carta da zucchero. «So che Soylem ti ha mandato un’altra ispezione» gli disse. Lui annuì. Kira era una delle poche persone che chiamava l’imperatore per nome. «Già» proseguì lei. «Da che è arrivato il freddo si è incupito. È periodo di caccia e… devi convincere Khady a parlargli di nuovo.» Drache rise. «Convincere e Khady non possono stare insieme nella stessa frase.» Anche Kira rise, ma in modo triste. «Per favore. Soylem è intrattabile e non lo è solo con Algor.» «Posso provarci, ma so già che mi dirà di no.» «Fa pressione su Naime e su Auxen, e spesso anche su di me. E quando si rende conto di cosa sta facendo, si chiude nel suo studio e passa le giornate lì dentro senza ricevere nessuno.» «Almeno non fa danni.» Kira lo fulminò con lo sguardo: era una frase che poteva costare molto cara e che a lui veniva graziata solo in virtù di un’amicizia quarantennale. Drache alzò le braccia. «Kira, non riesco a dare torto a Khady, neanche se mi impegno. Sinceramente, è solo perché è l’imperatore che stiamo qui a parlarne. Quello che è successo tra loro non ho idea di come possano fare a superarlo.» Kira distolse lo sguardo. Drache capiva quanto fosse difficile la sua situazione: non erano certo le pressioni su Naime e Auxen o i piccoli dispetti come le ispezioni che la preoccupavano. La verità era che Khady era sua figlia e l’imperatore era l’uomo che amava e non avrebbe mai smesso di cercare di rinconciliarli. «Si incupisce se gliene parlo» cercò di spiegarle. «Non mi dice nulla, ma so sempre quando Khady sta pensando a lui: si chiude e per un po' è come se non esistesse più nient’altro che i suoi pensieri.» Quando il sole andava verso il tramonto, sul palazzo-ponte si accendevano le luci all’ultimo piano e rimanevano aperti solo pochi bar e ristoranti: la maggior parte degli algoriani, che abitasse nella città alta sopra la scogliera o vicino al porto e alle spiagge, preferiva svagarsi altrove. Rimanevano i soldati e i funzionari che non erano di Algor; e che molto di rado si avventuravano altrove. Il governatore era l’unico algoriano che abitava nel palazzo-ponte. Nonostante i buoni propositi, come ogni sera si ritrovò a uscire che era già buio. Salì fino al giardino pensile sopra il tetto. Lassù poteva vedere, dietro gli alberi e i cespugli, la striscia rosso-violacea all’orizzonte, quanto restava del tramonto. C’erano due cose che avrebbe desiderato: un bel viaggio per mare sullo yatch, con Khady e tutti i loro figli. E tre giorni alla casa sulla scogliera, dove abitavano prima che diventasse governatore, lui e lei da soli, senza figli né impegni; né imperi. Ma non aveva avuto un solo giorno di vacanza in quattro anni e non se ne prospettavano molti in futuro. Eppure si sentiva felice quando, superata la siepe in fondo al giardino, entrò in casa. Si tolse le scarpe appena passata la porta e le mise nel guardaroba. L’open space dava l’impressione di essere basso, ma in verità era molto ampio. Quattro divani accoglievano chi entrava e a destra una parete nascondeva la cucina, seguita da una grande tavola apparecchiata. In fondo, prima della porta che portava alle camere, c'era il suo pianoforte a coda. La parete opposta all'ingresso era di vetro e si vedevano il giardino e la piscina. Come ogni sera, erano tutti là fuori. Tranne Khady, sul divano col più piccolo dei suoi figli, un diavoletto biondo di nome Soylem. Il piccolo alzò la testa e gli mostrò la faccia tutta impiastricciata. «Mamma, lo dici tu a papà che io non volevo davvero che tu e lui non ci foste più?» «Sono convinta che lo sa già.» Drache si sedette sul divano davanti a loro. Non riusciva a capire quale fosse la tragedia di quella sera, ma lo sforzo che stava facendo Khady per non scoppiare a ridere lo tranquillizzava. «È vero, no?» Khady si rivolse a lui. «Lo sai che Soylem non voleva davvero che morissimo?» «Sì. Ho la ragionevole certezza che i miei figli non mi vogliano morto.» «Anche perché» intervenne Khizr, il fratello più grande «non servirebbe a niente.» Khizr aveva diciotto anni ed era un ragazzo alto coi capelli castani. Non aveva preso solo il nome dall’ammiraglio Khizr, il nonno di Khady: per un attimo, nella penombra, il modo di camminare e la voce del ragazzo avevano dato a Drache l’illusione che il suo vecchio mentore fosse resuscitato. «Prima di tutto, è la mamma quella che dovrebbe morire» proseguì Khizr. «A uccidere papà non ti risolvi nessun problema.» Soylem fissava il fratello spaventato. «Ma non basta che muoia: bisognerebbe che il nonno si incazzasse di brutto e decidesse di tagliarle la testa e che noi non siamo più figli suoi e…» Il bambino scoppiò di nuovo a piangere. «Gran bel risultato» disse Drache. «Ma è la verità.» «Sarà» riprese Drache, «ma eravamo riusciti a calmarlo prima che intervenissi tu.» Khizr scosse la testa e cercò con lo sguardo da sua madre una comprensione che non trovò. Sbuffò e si mise in ginocchio davanti a lei, posando la mano sulla schiena di Soylem. «Dai, piccolo, non fare così. Puoi sempre impararlo il tuo nome.» «Ma è difficile.» «Eh, lo so. È toccato anche a me. Ce l’abbiamo fatta tutti, puoi farcela anche tu.» «Ma voi siete grandi.» «Ma l’abbiamo imparato da piccoli.» Soylem si asciugò gli occhi e prese il fazzoletto. Così era quella la grande tragedia: al piccolo Soylem, chissà poi per quale motivo, era richiesto di sapere l’intero nome, una sfilza di titoli di tre righe pieni di termini incomprensibili per un bambino. Era stato un evento, e in un paio di occasioni un vero dramma, per ognuno degli altri cinque figli. Khizr, che ora era qui fiducioso e tranquillo, a suo tempo si era sdraiato per terra rotolandosi sul pavimento, dichiarando che si sarebbe chiuso nella sua stanza e non ne sarebbe uscito finché non l’avessero espulso dalla famiglia imperiale. Incrociò lo sguardo di Khady, che mimò un maestra idiota con le labbra. L’unico pensiero che rimase a Drache era che amava la moglie e i figli ed era felice che preoccupazioni di quel tipo avessero spazio nella sua vita.
  15. Prologo Capitolo 1. Prima parte Su tutta Africa, il pianeta che si ospitava Algor, c’erano solo due isole abitate, separate da un braccio di mare molto sottile. Gli altri continenti erano dominio incontrastato di varie specie di sauri, così come buona parte degli oceani. Il cuore della città era il palazzo-ponte, costruito nel punto in cui entrambe le isole arrivavano a strapiombo sullo stretto con una scogliera. Khady uscì dall’accademia e si incamminò sulla strada pedonale, tenendosi vicina al parapetto. I veri abitanti di Algor si riconoscevano perché non erano per nulla impressionati dal salto di cento metri sotto di loro e non notavano neanche più i tiranti che sostenevano la campata a intervalli di venti metri, così spessi che ci sarebbero volute tre persone per abbracciarne uno. Avrebbe potuto prendere il tram, dall’altro lato dell’edificio, ma era ancora presto e ora che si avvicinavano all’autunno la temperatura più fresca invitava a stare all’aria aperta. Arrivò comunque in anticipo all’eliporto e, con sua somma sorpresa, scoprì che qualcuno aveva prenotato una lezione. Algor non aveva molte risorse, a parte la sussistenza data dalla pesca e dall’allevamento dei mesiteré, specie di dinosauri simili agli struzzi. La vera ricchezza di Algor era l’astroporto e le sue flotte dedite a commerci più o meno leciti dentro e fuori l’impero; e alla guerra. In quel mondo essere un pilota significava volare nello spazio: il volo in atmosfera con un elicottero era considerato poco più di un eccentrico passatempo. Difatti, l’allievo che la stava aspettando era un soldato del reggimento di stanza ad Algor, un sergente di nome Donio che teneva la divisa perfettamente abbottonata e la salutò scattando sugli attenti e strappandole un mezzo sorriso. «Bene, sergente» gli disse Khady nella lingua di Elmà, «vedo che ha chiesto un corso per il brevetto da istruttore di primo livello.» «Sì, signora. Mi hanno detto che solo lei può tenere quel tipo di corsi qui ad Algor.» Khady annuì. L’accento che aveva le era familiare. «Viene da Terovesh, sergente?» «Sì, signora» rispose lui. «Come ha fatto a capirlo?» «Ho passato diversi anni a Coimbra» disse lei, perplessa perché proprio in quella città aveva sede il maggior centro di addestramento dell’esercito. «Che ha combinato per venire mandato qui?» Il sergente Donio si guardò le scarpe. «Temo di essere molto in imbarazzo a parlarne, signora.» Khady scoppiò a ridere. «Va bene, sergente. Andiamo a prepararci.» Entrati nell’elicottero, Khady fece accomodare Donio al posto del primo pilota e si sedette in quello del secondo. «Prima di iniziare il corso vero e proprio» disse allacciandosi la cintura «ho bisogno di vedere come vola.» «Sì, signora.» L’elicottero da addestramento era un vecchio apparecchio riadattato, con un touch-screen riconfigurabile per emulare diversi modelli reali. Khady appoggiò il suo telefono alla console per ottenere l’autorizzazione a impostare i comandi. Scelse dal menù un modello base. «Come istruttore di primo livello avrà degli allievi principianti, quindi niente cose sofisticate: decollare, atterrare, volare dritti tra l’uno e l’altro.» «Sì, signora.» «Allora vediamo come se la cava con le cose base.» Prima di togliere il telefono, Khady selezionò un’icona in basso a sinistra e confermò. Tutte le scritte e i simboli sparirono e i comandi diventarono anonimi tasti grigi. Donio la guardò interdetto. «Vogliamo decollare, sergente?» «Io, non so se…» «Sì, fa a tutti quest’effetto i primi dieci minuti. Ma stia tranquillo: le sue mani sanno dove andare.» «E se sbaglio?» «Be’, sergente, dubito che riusciremo a schiantarci a motore spento.» «E quando saremo in volo?» Khady gli sorrise. «Intanto pensiamo ad arrivarci, in volo. Del resto ci preoccuperemo lassù.» L’ammiraglio Drache guardò sbuffando la comunicazione che aveva sul tavolo. «Un’altra volta?» Il consigliere Auxen, governatore generale delle province esterne, gli stava annunciando la quarta ispezione da che era governatore di Algor. Non ricordava ce ne fosse mai stata una nei trentasei anni in cui la carica era appartenuta all’ammiraglio Asa e a lui invece gliene toccava una l’anno. Non che si preoccupasse: ormai sapeva cosa aspettarsi e che non sarebbe emerso nulla di rilevante, però era una gran perdita di tempo che metteva a dura prova la pazienza di tutti. Ma non poteva certo opporsi a una richiesta di Elmà. Si alzò per prendersi da bere. Nell’ufficio del governatore trovavano spazio la scrivania, un divano a tre posti, con poltrone e tavolino da tè, e un angolo bar. Il colore dominante era l’azzurro carta da zucchero, di un tono più scuro rispetto a quello delle divise, intervallato qua e là dal bianco crema e dal legno chiaro. La prima volta che Drache era entrato in quell’ufficio lo stavano ancora costruendo: il palazzo-ponte era solo uno scheletro d’acciaio e lui era un giovane capitano al seguito dell’ammiraglio Khizr, il signore di Algor. Tirava vento ed erano al terzo piano, faceva quasi freddo. La parete dietro la scrivania era di là da venire, e così la scrivania, il resto della mobilia, il pavimento di marmo, la porta in vetri oscurabili che lo separava dalla segreteria. Sembrava di essere sospesi nel vuoto mentre camminavano sulle travi spesse due metri con a proteggerli solo una balaustra temporanea. Sotto di loro le onde si infrangevano sui pilastri e l’odore del mare arrivava fin lassù, da dove le barche che servivano il cantiere apparivano piccole come gusci di noce. Drache si risedette. Adesso che non la stava usando, sotto il vetro della scrivania era apparsa una ringhiera su cui stavano appollaiti dei draghi minori. Era un’animazione che usava da anni, ma ancora lo divertiva: ogni tanto arrivava un drago più grande, di solito rosso, e faceva fuggire tutti i più piccoli. Nell’angolo in basso a sinistra comparve una lanterna che ruotava su sé stessa, simile alla luce di un faro. I draghi si spostarono in quella direzione, incuriositi dalla nuova arrivata: Lianna, la segretaria di Drache, cercava di contattarlo. Lui appoggiò la mano e comparvero alcune icone, sempre circondate da draghi impiccioni. Ne tenne premuta una e la parete di fronte a lui da bianco lattiginosa divenne trasparente. Fece cenno a Lianna di entrare. «L’ammiraglio Kira» gli disse lei appena aperta la porta «richiede un collegamento da Elmà per te.» «Quando?» «Dovrebbero aprire un canale tra quindici minuti.» «Di’ pure che me la passino qui.»
  16. Prologo Capitolo 1. Sei mesi prima, ad Algor Nello schermo a tutta parete della sala riunioni il generale Naime, primo rettore delle accademie militari dell’impero, appariva sconsolato. «Signori, sono sessant’anni che questo trattato è in vigore.» «Cinquantanove» disse l’ammiraglio Lyzr, rettore dell’accademia di Algor. «Saranno sessanta tra quattro mesi.» Naime fece un respiro profondo. «Va bene ammiraglio: cinquantanove. In ogni caso, non pensa che sia ora di adeguarsi?» «Deve capire, generale» Lyzr guardò gli astanti cercando supporto, «che non siamo su un pianeta qualsiasi. Da Elmà non potete pretendere che non ci siano difficoltà.» Khady faceva parte del consiglio dell’accademia di Algor da tre anni e mezzo, ma sentiva discutere della questione da che era bambina. Finché era stata cadetto di quella stessa accademia aveva, come tutti, dato una grande importanza alla cosa, partecipato a dibattiti e persino a un concorso per idee su come risolverla; e ci si era pure impegnata. Ma adesso, a quarantasette anni, pensava che anche solo parlarne fosse una perdita di tempo. E si chiedeva come fosse possibile che gente come Naime, Lyzr o gli altri membri del consiglio si scaldassero così tanto. «Ammiraglio» riprese Naime «vorrei poter dire all’imperatore che l’armonizzazione dell’accademia di Algor è una questione chiusa. Ultimamente è molto interessato all’argomento.» L’ammiraglio Lyzr spostò lo sguardo verso di lei. Khady scosse la testa: erano sessant'anni che se ne discuteva, e proprio ora l’imperatore sentiva questa urgenza? «E l’ammiraglio Kira cos’ha detto?» rispose Lyzr. «Lei non può non sapere quali siano gli ostacoli.» Con questo richiamo di Lyzr, il quadro familiare di Khady era completo: l’ammiraglio Kira, seconda consorte imperiale, era sua madre. In momenti come quelli sentiva il fastidio che il padre potesse portare a tali livelli il dissidio personale tra loro due. «La principessa Kira ha detto, in effetti, di considerare la questione chiusa, visto che il problema del calendario è marginale. Ha proposto un emendamento al trattato.» «Ma?» «Ma l’imperatore» Naime si rivolse a Khady «ha detto che sperava che la presenza di sua figlia nel consiglio dell’accademia di Algor potesse portare a una soluzione che non comportasse di emendare alcunché.» Quando Algor si era sottomessa all’impero, una sessantina di anni prima, buona parte del trattato aveva riguardato l’ingresso della flotta di Algor nelle forze armate imperiali: del resto era l’unica cosa che Algor avesse da offrire. L’armonizzazione dell’istruzione militare era stato e continuava ad essere un punto delicato, per questioni certo più rilevanti di quella che si discuteva quel pomeriggio. Tuttavia, almeno formalmente, l’accademia di Algor si comportava come tutte le altre dell’impero: insegnava gli stessi argomenti e diplomava gli stessi ufficiali e sottufficiali. Tranne un piccolo particolare, che era quello in discussione quel giorno: le lezioni ad Algor iniziavano da sei a dieci giorni prima e terminavano tre o quattro giorni più tardi delle altre; e c'erano delle festività diverse. «Può dire a mio padre, generale...» Khady era intervenuta senza aspettare che Lyzr la invitasse a parlare, ma all’ultimo si trattenne dal dire quello che pensava. «Parlerò con mia madre, generale. Sempre, ovviamente, che a lei e all’ammiraglio Lyzr e al consiglio vada bene.» Naime annuì e anche Lyzr. Ci furono parecchie alzate di spalle tra gli altri, ma per lo più approvarono. Chiusa la conversazione con Naime, Khady si alzò e andò alla finestra. Il cielo era azzurro e senza nuvole. Erano al secondo piano del palazzo-ponte e il mare, che si trovava un centinaio di metri sotto di loro, era nascosto dalla strada. Sulla balaustra si erano appollaiati due draghi minori, un tipo di pterosauro molto comune ad Algor: avevano un’apertura alare di poco meno di un metro, il becco lungo e appuntito, e una cresta ossea che partiva dagli occhi e arrivava fino a dietro la testa. Il piumaggio era di solito blu, ma quello di uno dei due tendeva più al verde. Quest’ultimo si alzò in volo, cabrò e si lanciò in picchiata sparendo sotto il ponte, presto seguito dal compagno. Era una bella giornata per volare. «Finiamo?» disse la voce di Lyzr alle sue spalle, questa volta in algoriano. Khady si voltò e tornò al tavolo. Dismessa la lingua di Elmà, con tutti i suoi formalismi e difficoltà, i componenti del consiglio dell’accademia si spogliarono anche dell’atteggiamento e delle giacche che un colloquio col generale Naime imponeva. Khady li imitò, mise la sua alla spalliera della sedia e sbottonò colletto e polsini arrotolando le maniche della camicia. «Pensi che tuo padre continuerà ancora a lungo?» le chiese il commodoro Tarè, uno degli altri membri del consiglio. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme, ma da diversi anni lui mostrava solo ostilità nei suoi confronti. «Cerca solo di infastidirmi.» «Lo so, ma finisce col mettere in difficoltà tutti.» «Se volesse davvero metterci in difficoltà, le sue navi sarebbero qua fuori e non staremmo a discutere di idiozie come il giorno in cui cominciano le lezioni in accademia.» «Era una questione morta e sepolta prima che tu entrassi in consiglio.» «Basta così» lo interrupe Lyzr. «Ne discutiamo ogni volta e ogni volta arriviamo alla stessa conclusione: non gliela possiamo dare vinta così facilmente. Sapevamo che sarebbe successo già da prima che Khady entrasse nel consiglio. E sono d’accordo: finché l’imperatore si limita alle idiozie rimane innocuo.» «Secondo me» intervenne l’ammiraglio Noburo, «dovremmo mandargli un biglietto di ringraziamento.» Noburo, che aveva ben più di novant'anni, era consigliere dai tempi della fondazione dell’accademia. Sorrise a Khady e lei ricambiò. «Se ogni tanto non ci facesse qualche dispetto» proseguì «finiremmo col cadere nella noia e nell’ozio.» «Potrebbe non essere così male» gli rispose Lyzr. «Vorresti un governatore nominato da lui?» «Assolutamente no.» «Vedi, se l’imperatore fosse sempre carino e gentile magari daresti una chance al suo governatore. Invece così ti ricordi sempre perché pretendiamo di sceglierceli da noi. Lo fa per il nostro bene.» Ci furono delle mezze risate. «Quanto a entrambe le questioni, sapete come la penso: Khady è qui e non si tocca; e per il calendario basta che la tiriamo in lungo come al solito e si stuferà da sé.»
  17. M.Writ

    Italialegge.it

    Sito: https://www.italialegge.it/ Per informazioni e contatti: https://www.italialegge.it/index.php/contact-us-2/ Il nuovo portale dedicato al mondo della letteratura, principalmente italiana, di genere thriller, noir e gialli – Con articoli, recensioni, segnalazioni di libri, consigli di scrittura creativa, biografie, focus su premi letterari, notizie riguardanti produzioni cinematografiche e serie televisive tratte da libri. E molto altro ancora… Il blog si propone anche di ricercare collaborazioni con altri appassionati di libri thriller, gialli e noir e di tutto il panorama letterario e cinematrografico legato a tali generi. Naturalmente ogni contatto richiederà una previa valutazione, perciò - mi raccomando - partecipate alle discussioni e non esitate a contattarci: troverete tutte le informazioni sul sito. Di seguito il link del nostro ultimo articolo: https://www.italialegge.it/index.php/2019/04/08/non-sono-un-assassino-il-best-seller-di-francesco-caringella-ora-anche-film-di-andrea-zaccariello/ Non mi resta che salutarvi con il nostro slogan: sentiti libero di leggere e di scoprire!
  18. Toy

    Edizioni Della Goccia

    [Non accetta altri manoscritti fino a primavera 2017] Nome: EDIZIONI DELLA GOCCIA Generi trattati: narrativa non di genere, giallo, thriller Modalità di invio dei manoscritti: per posta elettronica Distribuzione: satellitelibri e goodbook Sito web: http://www.edizionidellagoccia.it/ Dopo due libri pubblicati in self, ho recentemente pubblicato un romanzo con questa CE e posso testimoniare che è free.
  19. M.T.

    L'inizio della Caduta

    Titolo: L’inizio della Caduta Autore: Mirco Tondi Data di pubblicazione: 11 maggio 2019 Genere: thriller paranormale Editore: autopubblicato con Streetlib Prezzo: 2.99 E ISBN: 9788834108215 ASIN: B07RQFR1G8 Formato: e-book Pagine: 265 Link d'acquisto. Amazon GPlay ITunes Kobo Quarta di copertina. Terra. Era dell’Economia. Il denaro domina incontrastato, incontrollato. Gli uomini sono considerati oggetti da usare, da sfruttare. Sempre più diritti sono persi, sacrificati in nome del guadagno, della produttività. I ricchi diventano sempre più ricchi. Imprenditori e politici hanno sempre più potere. Lavoratori e gente comune sono sempre più schiacciati. Una storia che si ripete giorno dopo giorno. Rassegnazione e costernazione sono i sentimenti che dominano il cuore delle persone; stati d’animo che sono divenuti regola, ritenuti inevitabili ma che non hanno più nulla di normale, perché quello che sta facendo l’economia è troppo distorto per poter appartenere solo all’uomo: è qualcosa che sa di soprannaturale, dove il denaro è diventato un dio. O qualcosa di molto peggio. In un clima di morti bianche, perdita di lavoro, scioperi, lotte per mantenere diritti e dignità, iniziano i tempi della Caduta dell’uomo. Ma inizia anche la resistenza di chi vuole salvare l’umanità dalla follia e dalla sua distruzione. Dedicato alle vittime sul lavoro, a chi subisce soprusi, a chi non si piega al volere dei soldi, a chi si sente sconfitto dagli eventi e dalla vita.
  20. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  21. Marcello

    La pista portoghese – Marcello Nucciarelli

    Titolo: La pista portoghese Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Gli occhi di tigre Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897043 Data di pubblicazione (o di uscita): 20 giugno 2017 Prezzo: € 13,50 Genere: Poliziesco Pagine: 458 Quarta di copertina: Esiste un filo che collega l'assassinio di un politico lontano dalla scena pubblica da anni a quello di un deejay radiofonico molto discusso? E i presunti suicidi di due personaggi di spicco della comunità hanno qualcosa a che vedere con quegli omicidi? Al rientro in servizio dopo un anno di congedo a causa di una forte depressione, Gretije de Witt si trova di fronte questi dubbi angosciosi. Ma prima deve fare chiarezza con se stessa: è ancora in grado di condurre una squadra, dopo la malattia che l'ha messa a così dura prova? Il nuovo comandante, un arrogante presuntuoso più interessato all'immagine pubblica che a risolvere i casi, sembra volerle mettere i bastoni tra le ruote anziché agevolarla. Mai come questa volta Gretije avrà bisogno di tutte le persone che le sono accanto per venire a capo di un'inchiesta dai contorni inquietanti, che la farà inferocire ma le offrirà in cambio la possibilità quasi insperata di riallacciare i rapporti con il padre e la sua nuova famiglia. Link all'acquisto: sul sito dell'editore http://www.blomming.com/mm/alcheringaedizioni/items/la-pista-portoghese. IBS Amazon Libreria Universitaria Libro. Co e via via tutti gli altri distributori
  22. MonsieurNoir

    Anastasia, La Donna In Nero - Cap 1. Tre di Notte

    Tuona e piove ormai da un po di ore, e la lancetta del mio orologio Tissot segna le tre di notte precise e ancora non riesco a prendere sonno, probabilmente per il fatto che io sono in grado di rimanere sveglio fino a tarda ora e perché la mia insonnia mi perseguita da una vita, tanto da rendermi un nottambulo incallito. Ci sono giorni in cui rimango sveglio per tutta la notte, per poi addormentarmi all'alba, come se fossi un vampiro. Dal momento che i miei occhi sono ancora fin troppo lucidi e la mia mente non presenta nemmeno l'un per cento di stanchezza, ho deciso di sedermi sulla sedia della mia scrivania e riflettere su quello che intendo fare per far passare il tempo, in modo che non mi accorga della sua lentezza quando ci si annoia a morte. E' ormai da mezz'ora che sono seduto su questa sedia, con la testa chinata in direzione del mio diario, posto sul vetro lucido della mia scrivania, circondato dal silenzio e sopratutto abbracciato dalla quasi totale assenza di luce che ricopre questa stanza di una camera d'affitto, situata al sesto piano di un palazzo posto in un quartiere periferico della città di Milano. Sulla mia destra, accanto al diario, vi è una tazza in cera riempita con cioccolata calda al gusto 60% fondente e una bustina di dolcificante qualora non mi piacesse la sua punta di amaro che, per me, è fondamentale. Odio tutto ciò che può risultare troppo dolce. Dall'altro lato vi è il mio lettore musicale acceso che, tramite auricolare Bluetooth, riproduce la mia playlist di canzoni preferite, quella che riproduce adesso è la celebre canzone degli Aerosmith I Don't Wanna Miss a Thing, usata colonna sonora nel film Armageddon, e vi giuro che questa è la settima volta in due ore che l'ascolto, assieme a Paranoid dei Black Sabbath che ho ascoltato per tredici volte. Ammetto che mi piace ascoltare una canzone più di una volta se mi piace davvero tanto, una mia abitudine, non ho nulla da rimproverarmi per questo, non lo considero così strano. In tutto l'appartamento ho spento tutte le luci, l'unica che invece è rimasta accesa è quella di una lampadina a limitata capacità di illuminazione, quanto basta per mostrare la pagina ingiallita e vuota del mio diario che mi accingo a riempire con inchiostro nero. Da ciò che potreste pensare mi verrebbe da dire che balenate nella vostra mente l'idea che io sia così sciocco da rovinarmi la vista, dal momento che intendo scrivere qualcosa in una semi totale assenza di illuminazione, rappresentata da una insignificante lampada dalla luce fioca. Ma la verità è che a me questa oscurità serve sul serio, affinché io possa concentrarmi al meglio; quando una situazione richiede una tale concentrazione e una riflessione profonda io preferisco meditare al buio, con il conforto di una cioccolata, della musica nelle orecchie, oppure rilassandomi con il mio sigaro Montecristo e le sue colonne di fumo che, dal bordo escono per salire e volteggiare lentamente nella stanza, fino a dissolversi. E' importante che ci sia l'oscurità affinché io possa anche sciogliere, distruggere, rimuovere ogni mio pensiero inutile o qualche rumore che ho accumulato durante la giornata, in modo che io possa scrivere fluidamente e senza perdermi in inutili e patetici giri di parole. Voglio ricordare punto per punto e senza tralasciare nulla questa parte della mia storia, la parte a me più cara poiché essa modifica la mia noiosa routine, cambia alcune delle mie percezioni e soprattutto trasforma in maniera stupefacente e allo stesso tempo complicata la mia esistenza. Ora la mia concentrazione è altissima e sono rilassato a tal punto che posso anche cominciare, con la mano sinistra afferro la mia Dupont, la mia penna stilografica appartenuta a mio padre, e sollevo la tazza di cioccolata e la bevo. Dopodiché inizio a scrivere sulle pagine ingiallite dal tempo: La mia vita si susseguiva in una noiosissima routine da quando io avevo lasciato le facoltà di Anatomia e Biologia. Ogni giorno pareva uguale all'altro e non vi era alcuno stimolo che potesse rendere più interessante il tutto, fino a quando non arrivo il sesto giorno del mese di ottobre dell'anno 2009, due giorni dopo il mio ventiseiesimo compleanno. Dopo che io avevo volontariamente deciso di abbandonare le facoltà scientifiche avevo finalmente l'opportunità di poter iniziare a costruire il mio cammino verso il mio sogno segreto: diventare un'artista. Era ed è il mio obiettivo, ma ero l'unico che era riuscito a scoprirlo dal momento che chi avevo accanto non mi aveva mai capiva. Avevano sempre visto in me, per i miei progressi in campo scientifico, un futuro scienziato, un predestinato in quel campo e, anche se io avevo dato molte volte la prova che non si sbagliavano, io non volevo rincorrere questo destino. L'arte mi affascinava e desideravo tanto dipingere, era la mia passione fin da quando ero nato e finalmente avevo occasione di sfruttare questo mio lato nascosto. Il giorno in cui potetti cominciare a pensare al mio futuro da pittore fu proprio il sesto giorno del mese di ottobre del 2009, ovvero il primo giorno all'Accademia di Belle Arti di Brera. Potevo dare inizio alla mia visione, alla mia ribellione contro un destino già scritto, alla mia intenzione di suscitare e seguire nuove emozioni e tener fede alla mia volontà. Mi dicevano che io stavo inutilmente sprecando opportunità, una persona con un'attenta percezione delle cose e della realtà avrebbe pensato ciò e mi avrebbe rimproverato dal momento che fare fortuna con le belle arti equivale ad una percentuale dell'otto per cento, al giorno d'oggi. Malgrado mi ritenga tale, io ero davvero stufo di seguire i dettami della mia famiglia ( dal momento che i miei genitori erano medici), volevo tracciare un'altra via ed essere indipendente e quella era la mia grande occasione. Tuttavia non mi aspettavo che tutto sarebbe cominciato da lì, da quello stupido desiderio di cambiare la mia vita e scacciare quella routine noiosa. Io, che avevo immaginato tutto come un inizio e uno svolgimento normale, non mi sarei mai aspettato che in un anno e tre mesi la mia mente avrebbe potuto scoprire cose che andassero al di fuori delle parole "ragione" o "limiti". Ciò che io potetti sperimentare e vedere fu qualcosa di inaspettato, di complicato ma allo stesso tempo travolgente e stucchevole, e ancora adesso io sono desideroso di sapere di più e andare oltre i miei stessi limiti fino ad arrivare alla mia completezza, al desiderio supremo dell'umanità: superare il concetto di umano per diventare qualcosa di più. Non lo so se ci sono già riuscito, starà alla fine della vita scoprirlo. Inizierò proprio parlando di quel giorno in cui venne quella svolta che stavo cercando, ma prima voglio godermi le prime luci dell'alba.
  23. Luca Ferrarini

    La Madre

    Credo sia stata una bella giornata. Non saprei dirlo con certezza, ero troppo occupato a dissimulare i miei pensieri affinché nessuno si sentisse ancor più a disagio. Sospetto comunque che alcuni abbiano intuito, quanto meno il mio stato d'animo. Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo e protese in avanti, stava ripercorrendo con la mente gli avvenimenti più significativi della giornata. Non era venuto nessuno la mattina ad aiutarlo. Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi. L'abito nero lo aveva trovato appeso nell'armadio, dove lo attendeva da anni. Si era alzato e preparato per tempo. Non avrebbe potuto sopportare il disagio di farsi trovare impreparato, quando fossero venuti a prenderla. Ero pronto. Quando sono arrivati, verso le 9.00, ero pronto per seguirli. Aveva trascorso tutta la notte in camera con lei, a vegliarla. Cos'altro avrebbe potuto fare? Le abitudini più radicate sopravvivono, si spingono oltre il limite che ci è imposto. Ogni giorno, ogni notte durante quegli ultimi dieci anni si era preso cura di lei. In fondo era sua madre. Quando l'hanno chiusa, non sono riuscito a piangere. Forse avrei dovuto, per loro. Invece niente. Nessun senso di separazione. Li aveva seguiti con la propria auto fino alla chiesa, dove ad attenderli aveva trovato un ristretto numero di parenti. Pochi volti, poco riconoscibili. La cerimonia è stata bella. Sono certo le sia piaciuta. Era riuscito a mantenere un tono dimesso mentre il parroco pronunciava messa. Non ne era certo, ma sospettava che in alcuni punti della recita avesse persino sentito qualche lacrima bruciargli il viso. Le aveva ricacciate indietro, vergognandosene. Chissà se qualcuno di loro ha potuto anche solo immaginare i miei pensieri? Il silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretro. Gli è bastato uno spiraglio. Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici. Sicuramente non aveva dimenticato gli spazi interni, le stanze, gli angoli bui. Così, quando loro erano usciti, lui era rientrato per la porta principale, adagiandosi su ogni cosa. Forse alcuni di loro pensano sia stata una scelta. Ma non è così. Non scegli di rinunciare alla tua vita da un giorno all'altro. No, la vita come la conoscevi ti viene strappata via a piccolissimi bocconi. Sono le piccole rinunce che, accumulandosi nel tempo, fanno affiorare il volto della solitudine. Quando la madre si era ammalata, era tornato a vivere con lei. Molte delle persone che allora frequentava gli avevano consigliato altrimenti, ma non vi era stata altra possibilità. Sua madre non avrebbe mai accettato di lasciare quella casa. I primi mesi aveva continuato a lavorare quotidianamente e ad uscire almeno una volta o due al mese. Poi le condizioni di sua madre erano peggiorate. I momenti di lucidità erano diventati sempre meno frequenti. Ho smesso di uscire la sera. Era impossibile lasciarla sola. Sarebbe stato crudele. Lo diceva anche lei. Per almeno due anni aveva continuato a dormire nella propria stanza, ma poi anche quello non era stato più possibile. Non tanto per lei, quanto per quel che ancora rimaneva della sua sanità mentale. Le urla di un ammalato puoi sopportarle da un'altra stanza durante il giorno. Puoi razionalizzarle. Ma di notte le cose cambiano. Attanagliato dal sonno, il cervello è preda di pensieri che graffiano dentro. L'unico modo era vederla, vederla mentre urlava la sua folle disperazione. Solo così potevo sapere che ad urlare era lei e non io. Le assistenze sanitarie erano state regolari ma di scarso supporto. Una persona (quante volte quel volto era cambiato negli anni!) era venuta giornalmente a controllare lo stato di salute di sua madre. Visite di poco più di un'ora. All'inizio aveva atteso quel momento con feroce desiderio: per poter parlare con qualcuno. Ma poi la palese inutilità di quel palliativo lo aveva convinto a starsene in disparte e lasciare che sbrigassero i loro compiti il più velocemente possibile. Rinuncia dopo rinuncia, la malattia di sua madre aveva sconfitto il suo istinto ad una vita normale. L'isolamento era divenuto la sua unica realtà. Con il passare degli anni, in lei si era liberata un’aggressività che lui stentava a riconoscere. Nei peggiori momenti della notte, quando per evitare che si facesse male le bloccava entrambe le braccia sul letto con le proprie mani, il volto di lei continuava ad inveire contro il suo, a pochi centimetri di distanza, sputando parole che non avrebbe mai immaginato potesse conoscere. Aveva paura. Vedeva cose attorno a lei ed aveva paura. Le ho viste anch'io, in diverse occasioni. Strisciano tra le ombre proiettate sui muri. E sussurrano verità che non sei pronto ad accettare. Tra poco si sarebbe alzato dalla sedia. Nessuna cena da preparare. La poca luce che filtrava dalle finestre creava giochi di ombre che cambiavano al mutare della sorgente esterna: i fari di un'auto di passaggio, l'inconsistenza fredda e tremante dei lampioni al neon. Ombre in movimento. Il silenzio. Provo pena per lui. Si diffonde e schiaccia ogni forma primordiale di ribellione, ti entra dentro con l'aria che respiri per soffocarti le parole in gola. Eppure, esiste solo nel suo passare inosservato, nel suo non esserci. E comunque sia, qui non ha vinto lui. La sento già, di sopra. Si sta preparando per la notte. Sarà lei a prevaricare. Spinse indietro la sedia e si alzò in piedi. In fondo, lo aveva promesso. Salendo le scale, riusciva a distinguere con chiarezza il cigolio dei propri passi sugli scalini consumati dal tempo dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto. Quando è così, meglio non farla aspettare. La luce nella camera filtrava da sotto la porta. Chiuse gli occhi, respirò profondamente. Quando li riaprì, la luce era scomparsa. Non l'ho immaginato. A scuoterlo fu l'urlo improvviso che lo travolse. Urlò a sua volta, non di paura. Era comunicazione. L'unica che avrebbe conosciuto d'ora in poi. Si avvicinò alla porta socchiusa, preparandosi per la notte. L'avrebbe curata come aveva sempre fatto. Quando lei aveva promesso che non lo avrebbe mai più lasciato, lui aveva promesso di fare altrettanto. Aprì la porta quel tanto che bastava per vedere lo specchio appeso al muro sulla parete di fronte. Nel suo riflesso, il letto. Nel letto, il suo destino. Lo stava aspettando. Il silenzio aveva perso. Vi sarebbe stata solo follia. Entrò, lasciandosi il resto del mondo alle spalle, proprio come aveva fatto dieci anni prima. I fari d'un auto illuminarono solo per un istante ancora la casa. Si fecero strada fino al piano di sopra, fino ad incontrare lo specchio. In esso, videro un letto vuoto ed un uomo seduto accanto. Stringeva con una mano le lenzuola. Con l'altra accarezzava il cuscino. La bocca spalancata in un urlo senza fine.
  24. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  25. Fraudolente

    Il titolo "porno"

    Mi manca giusto (solo…) un centinaio di pagine per ultimare il nuovo romanzo. Si tratta di un giallo che si svolge in epoche diverse, con una trama abbastanza intricata e che lascia il lettore nel dubbio tra due ipotetiche soluzioni. Onde non farmi editare dallo staff, non posso citare il titolo: mi piace moltissimo, è una minisinossi, incuriosisce e “spiccherebbe” in libreria, ma… Ecco, si potrebbe equivocare con il titolo di un porno, e anche la copertina che avrei in mente, tutt’altro che pudica, sarebbe più o meno sulla stessa lunghezza d’onda. E il mio romanzo non è un porno. L’alternativa è il solito titolo da giallo normalissimo, appropriato ma non altrettanto “particolare”. Come fareste? Potrei lasciare la decisione all’editore, ma la tentazione a favore del “titolaccio” è forte…
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