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  1. M.Writ

    Italialegge.it

    Sito: https://www.italialegge.it/ Per informazioni e contatti: https://www.italialegge.it/index.php/contact-us-2/ Il nuovo portale dedicato al mondo della letteratura, principalmente italiana, di genere thriller, noir e gialli – Con articoli, recensioni, segnalazioni di libri, consigli di scrittura creativa, biografie, focus su premi letterari, notizie riguardanti produzioni cinematografiche e serie televisive tratte da libri. E molto altro ancora… Il blog si propone anche di ricercare collaborazioni con altri appassionati di libri thriller, gialli e noir e di tutto il panorama letterario e cinematrografico legato a tali generi. Naturalmente ogni contatto richiederà una previa valutazione, perciò - mi raccomando - partecipate alle discussioni e non esitate a contattarci: troverete tutte le informazioni sul sito. Di seguito il link del nostro ultimo articolo: https://www.italialegge.it/index.php/2019/04/08/non-sono-un-assassino-il-best-seller-di-francesco-caringella-ora-anche-film-di-andrea-zaccariello/ Non mi resta che salutarvi con il nostro slogan: sentiti libero di leggere e di scoprire!
  2. Luca Ferrarini

    La Madre

    Credo sia stata una bella giornata. Non saprei dirlo con certezza, ero troppo occupato a dissimulare i miei pensieri affinché nessuno si sentisse ancor più a disagio. Sospetto comunque che alcuni abbiano intuito, quanto meno il mio stato d'animo. Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo e protese in avanti, stava ripercorrendo con la mente gli avvenimenti più significativi della giornata. Non era venuto nessuno la mattina ad aiutarlo. Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi. L'abito nero lo aveva trovato appeso nell'armadio, dove lo attendeva da anni. Si era alzato e preparato per tempo. Non avrebbe potuto sopportare il disagio di farsi trovare impreparato, quando fossero venuti a prenderla. Ero pronto. Quando sono arrivati, verso le 9.00, ero pronto per seguirli. Aveva trascorso tutta la notte in camera con lei, a vegliarla. Cos'altro avrebbe potuto fare? Le abitudini più radicate sopravvivono, si spingono oltre il limite che ci è imposto. Ogni giorno, ogni notte durante quegli ultimi dieci anni si era preso cura di lei. In fondo era sua madre. Quando l'hanno chiusa, non sono riuscito a piangere. Forse avrei dovuto, per loro. Invece niente. Nessun senso di separazione. Li aveva seguiti con la propria auto fino alla chiesa, dove ad attenderli aveva trovato un ristretto numero di parenti. Pochi volti, poco riconoscibili. La cerimonia è stata bella. Sono certo le sia piaciuta. Era riuscito a mantenere un tono dimesso mentre il parroco pronunciava messa. Non ne era certo, ma sospettava che in alcuni punti della recita avesse persino sentito qualche lacrima bruciargli il viso. Le aveva ricacciate indietro, vergognandosene. Chissà se qualcuno di loro ha potuto anche solo immaginare i miei pensieri? Il silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretro. Gli è bastato uno spiraglio. Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici. Sicuramente non aveva dimenticato gli spazi interni, le stanze, gli angoli bui. Così, quando loro erano usciti, lui era rientrato per la porta principale, adagiandosi su ogni cosa. Forse alcuni di loro pensano sia stata una scelta. Ma non è così. Non scegli di rinunciare alla tua vita da un giorno all'altro. No, la vita come la conoscevi ti viene strappata via a piccolissimi bocconi. Sono le piccole rinunce che, accumulandosi nel tempo, fanno affiorare il volto della solitudine. Quando la madre si era ammalata, era tornato a vivere con lei. Molte delle persone che allora frequentava gli avevano consigliato altrimenti, ma non vi era stata altra possibilità. Sua madre non avrebbe mai accettato di lasciare quella casa. I primi mesi aveva continuato a lavorare quotidianamente e ad uscire almeno una volta o due al mese. Poi le condizioni di sua madre erano peggiorate. I momenti di lucidità erano diventati sempre meno frequenti. Ho smesso di uscire la sera. Era impossibile lasciarla sola. Sarebbe stato crudele. Lo diceva anche lei. Per almeno due anni aveva continuato a dormire nella propria stanza, ma poi anche quello non era stato più possibile. Non tanto per lei, quanto per quel che ancora rimaneva della sua sanità mentale. Le urla di un ammalato puoi sopportarle da un'altra stanza durante il giorno. Puoi razionalizzarle. Ma di notte le cose cambiano. Attanagliato dal sonno, il cervello è preda di pensieri che graffiano dentro. L'unico modo era vederla, vederla mentre urlava la sua folle disperazione. Solo così potevo sapere che ad urlare era lei e non io. Le assistenze sanitarie erano state regolari ma di scarso supporto. Una persona (quante volte quel volto era cambiato negli anni!) era venuta giornalmente a controllare lo stato di salute di sua madre. Visite di poco più di un'ora. All'inizio aveva atteso quel momento con feroce desiderio: per poter parlare con qualcuno. Ma poi la palese inutilità di quel palliativo lo aveva convinto a starsene in disparte e lasciare che sbrigassero i loro compiti il più velocemente possibile. Rinuncia dopo rinuncia, la malattia di sua madre aveva sconfitto il suo istinto ad una vita normale. L'isolamento era divenuto la sua unica realtà. Con il passare degli anni, in lei si era liberata un’aggressività che lui stentava a riconoscere. Nei peggiori momenti della notte, quando per evitare che si facesse male le bloccava entrambe le braccia sul letto con le proprie mani, il volto di lei continuava ad inveire contro il suo, a pochi centimetri di distanza, sputando parole che non avrebbe mai immaginato potesse conoscere. Aveva paura. Vedeva cose attorno a lei ed aveva paura. Le ho viste anch'io, in diverse occasioni. Strisciano tra le ombre proiettate sui muri. E sussurrano verità che non sei pronto ad accettare. Tra poco si sarebbe alzato dalla sedia. Nessuna cena da preparare. La poca luce che filtrava dalle finestre creava giochi di ombre che cambiavano al mutare della sorgente esterna: i fari di un'auto di passaggio, l'inconsistenza fredda e tremante dei lampioni al neon. Ombre in movimento. Il silenzio. Provo pena per lui. Si diffonde e schiaccia ogni forma primordiale di ribellione, ti entra dentro con l'aria che respiri per soffocarti le parole in gola. Eppure, esiste solo nel suo passare inosservato, nel suo non esserci. E comunque sia, qui non ha vinto lui. La sento già, di sopra. Si sta preparando per la notte. Sarà lei a prevaricare. Spinse indietro la sedia e si alzò in piedi. In fondo, lo aveva promesso. Salendo le scale, riusciva a distinguere con chiarezza il cigolio dei propri passi sugli scalini consumati dal tempo dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto. Quando è così, meglio non farla aspettare. La luce nella camera filtrava da sotto la porta. Chiuse gli occhi, respirò profondamente. Quando li riaprì, la luce era scomparsa. Non l'ho immaginato. A scuoterlo fu l'urlo improvviso che lo travolse. Urlò a sua volta, non di paura. Era comunicazione. L'unica che avrebbe conosciuto d'ora in poi. Si avvicinò alla porta socchiusa, preparandosi per la notte. L'avrebbe curata come aveva sempre fatto. Quando lei aveva promesso che non lo avrebbe mai più lasciato, lui aveva promesso di fare altrettanto. Aprì la porta quel tanto che bastava per vedere lo specchio appeso al muro sulla parete di fronte. Nel suo riflesso, il letto. Nel letto, il suo destino. Lo stava aspettando. Il silenzio aveva perso. Vi sarebbe stata solo follia. Entrò, lasciandosi il resto del mondo alle spalle, proprio come aveva fatto dieci anni prima. I fari d'un auto illuminarono solo per un istante ancora la casa. Si fecero strada fino al piano di sopra, fino ad incontrare lo specchio. In esso, videro un letto vuoto ed un uomo seduto accanto. Stringeva con una mano le lenzuola. Con l'altra accarezzava il cuscino. La bocca spalancata in un urlo senza fine.
  3. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  4. Vincibosco

    Pelledoca

    Nome: Pelledoca Editore Generi trattati: noir, thriller, horror per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: A.L.I agenzia libraria international Sito: http://pelledocaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pelledocaeditore
  5. Fraudolente

    Il titolo "porno"

    Mi manca giusto (solo…) un centinaio di pagine per ultimare il nuovo romanzo. Si tratta di un giallo che si svolge in epoche diverse, con una trama abbastanza intricata e che lascia il lettore nel dubbio tra due ipotetiche soluzioni. Onde non farmi editare dallo staff, non posso citare il titolo: mi piace moltissimo, è una minisinossi, incuriosisce e “spiccherebbe” in libreria, ma… Ecco, si potrebbe equivocare con il titolo di un porno, e anche la copertina che avrei in mente, tutt’altro che pudica, sarebbe più o meno sulla stessa lunghezza d’onda. E il mio romanzo non è un porno. L’alternativa è il solito titolo da giallo normalissimo, appropriato ma non altrettanto “particolare”. Come fareste? Potrei lasciare la decisione all’editore, ma la tentazione a favore del “titolaccio” è forte…
  6. Torba

    Pietà per gli spietati

    Commento a Cujo Il mio romanzo si intitolava "Pietà per gli spietati". Narrava di Pequod, eroe improvvisato e votato alla ricerca di chi gli ha sterminato la famiglia e maciullato la gamba. I proiettili lo hanno colpito alla coscia e lasciato incosciente in mezzo ai cadaveri della moglie e della figlia. Viene ritrovato dopo alcuni giorni da dei vicini, ma la gamba è ormai irrimediabilmente perduta. I dettagli medici erano ancora da verificare, ma l'idea in sostanza era questa. Il protagonista era ispirato alla figura di Ciccio Pequod, all'anagrafe Francesco Agnello, titolare della fumetteria dove lavoravo, nonché zio dalla parte di mio padre. Anche a lui manca una gamba, sostituita da una protesi che lo costringe a un'andatura da pinguino. Tumore osseo, a sedici anni. Ora ne ha cinquantaquattro e sedici mesi fa ha deciso di aprire il suo angolo di paradiso che si chiama, neanche a dirlo, Pequod. Gli attestati di stima gli sono arrivati da tutte le parti, non soltanto dai nerd e dagli addetti ai lavori. Non è da tutti cercare di vivere di passioni in una città che la passione l'ammazza. Una città che non è nemmeno così squallida da avere il fascino di Sin City. Una città mediocre. L'unica cosa che si è salvata dall'incendio del negozio è una riproduzione della katana della Sposa. Kill Bill, di Quentin Tarantino. Per il resto, non c'è stato nulla da fare. La fumetteria Pequod è stata completamente distrutta da uno dei cortocircuiti che capitano di tanto in tanto a chi prova ad alzare un po' la testa, tanto per vedere se c'è qualcos'altro nel mondo a parte la terra. La saracinesca è stata quasi completamente divelta e a proteggere l'ingresso adesso ci sono solo i nastri piazzati una settimana fa dai carabinieri. Mi infilo tra di essi facendo attenzione a non strapparli inavvertitamente con lo zaino. Punto il fascio della torcia intorno e illumino un inferno annerito di supereroi caduti e vetri rotti. Mi fermo a raccogliere dal pavimento un Dylan Dog. Questa volta l'indagatore è finito in un incubo reale, materiale, che degna di attenzione la carta solo quando deve bruciarla. Il belloccio di Sclavi in copertina impugna la pistola senza paura, ma dalla vita in giù è completamente carbonizzato. Arrivo fino al bancone della cassa, facendo scricchiolare con le scarpe una quantità di detriti. Tolgo un po' di sporco e calcinacci dalla superficie. La profonda tacca incisa dal coltello è ancora visibile, nonostante le fiamme. L'autore del segno non poteva essere più vecchio di me, sui venti o venticinque. Aveva una cicatrice che gli attraversava il sopracciglio, oppure si era tolto i peli con la pinzetta per fare più scena. Molto teatrale. Il suo nome non l'ho mai saputo. Circa un mese fa è entrato e si è guardato un po' in giro, con le mani sprofondate nelle tasche della tuta. Ho messo nel cassetto il quaderno con il mio romanzo. "Buongiorno" l'ho salutato. Non mi ha risposto. Arricciava il labbro superiore attorno a dei baffetti ridicoli, come se dovesse dare un bacio a qualcuno. Sembrava più il muso di un maiale. Si è avvicinato al bancone. "Beddicchio sto negozio." "Grazie" gli ho rispondo. "Però è tutta robba per figghioli. Ma qualcuno ve li ccatta sti giocattoli?" "Hai bisogno di qualcosa?" gli ho chiesto, ma avrei voluto solo prenderlo a calci. Io questi giocattoli li colleziono. Non sono per bambini. Questa è arte, idiota. Ancora non avevo capito bene cosa stava succedendo. Baffetti si è guardato di nuovo intorno e poi mi ha chiesto: "C'è Ciccio?" "No, non c'è." "Ti ha lasciato qualcosa?" "Che mi doveva lasciare?" Mi ha guardato come fossi un cane ritardato. Ha alzato una mano e si è sfregato il pollice con l'indice. "Apri 'sta cassa" mi ha ordinato. Al negozio non era mai successo niente, anche se avevamo aperto da poco. Solo gente tranquilla che veniva a curiosare. Ogni tanto un gruppo di ragazzini più chiassosi. Mio zio non mi aveva mai raccontato di niente del genere, neanche quando era nel settore dell'abbigliamento. "Sei sordo? Iapri!" "Esci di qua," gli ho detto, "sennò finisce male." Non so da dove mi sia uscita. Forse con la testa ero ancora nel mondo di Pequod, quello del mio romanzo. Gli ho indicato la porta con il mento, facendo il duro, ma stavo tremando e lui lo sapeva. Lo fiutava. Era il suo pane quotidiano. "Chistu è sicuru." Ha tirato una mano fuori della tasca e ho visto il coltello. Credevo che gente del genere passasse direttamente alla pistola, ma evidentemente Baffetti aveva visto troppi film di mafia vecchio stile. Lo scatto della lama. L’ha fatta ondeggiare un po' per farmela ammirare e la luce si rifletteva sul metallo per poi finirmi negli occhi. Poi ha piantato la punta nel legno del bancone e l’ha lasciata lì. L'arma ha vibrato per un paio di secondi. "Finisce così, finisce" mi ha detto quello. Mi sono sentito chiamare dal retrobottega ed è stato come svegliarsi da un'ipnosi. Sulla porta c'era mio zio. "Ci parlo io con il signore" mi ha detto. "Tu prenditi una pausa." Sono rimasto immobile. "Ti ho detto che devi uscire!" "Vai e pigliati una Coca Cola, senti a Ciccio" ha detto Baffetti. Ho abbandonato la mia postazione a capo chino. Quando sono passato accanto al delinquente ho sentito che ridacchiava. Stavo per scoppiare. Mi sono fermato giusto fuori dall'ingresso, il minimo per non farmi vedere. Ho sentito i due che alzavano la voce. Non riuscivo a distinguere le parole, ma alla fine Baffetti ha gridato l'unica che contava. Bum. In una nazione progredita. In un centro cittadino. Dopo qualche secondo è uscito, mi ha visto e, prima di allontanarsi, mi ha mandato un bacio con quelle labbra da porco. Quando sono rientrato, il coltello non c'era più e mio zio si stava rintanando nel retrobottega. Non usava mai la stampella. Ora più che mai, sembrava il vecchio capitano di un vascello prossimo a inabissarsi. Giuro che avevo iniziato a scrivere "Pietà per gli spietati" molto tempo prima che questo accadesse. Quando ho incontrato Baffetti per la prima volta, ne avevo già completati i tre quarti ed ero arrivato a un punto cruciale. Pequod, eroe suo malgrado, era riuscito a rintracciare il suo nemico e doveva decidere le modalità di irruzione nel covo. Sarebbe stata una cosa pulita o un bagno di sangue? Avrebbe assicurato il criminale alla giustizia o si sarebbe preso la sua vendetta? Batman o The Punisher? Mi sono bloccato perché io stesso non avevo idea di come procedere. Credevo di avere una strada chiara in mente quando ho iniziato ma, a quanto pare, i punti di vista cambiano alla svelta. Se avessi dovuto rispondere alle domande della mia trama qualche giorno dopo l'incendio, mentre guardavo mio zio in un letto d'ospedale, la risposta sarebbe stata scontata. Eh già. Ciccio Pequod non ha ricevuto in dono da Madre Natura solo il tumore osseo. Ha anche un cuore debole che si è messo a fare i capricci quando ha saputo dell'intimidazione. I malpensanti direbbero che di fragile ha anche la spina dorsale, ma lui è semplicemente troppo buono. Docile. Non è fatto per la guerra. Baffetti invece ce l'ha nel DNA. Il giorno stesso del ricovero, mentre mi prendevo una pausa dall'aria opprimente del Pronto Soccorso, sono sceso al pianterreno a prendere un caffè al bar. E l'ho visto lì. Baffetti. Aveva addosso la stessa tutta di quando è venuto a minacciarci. Con una mano reggeva la tazzina e vi soffiava dentro, arricciando di nuovo quelle labbra suine. Era appoggiato al bancone, parlottava con altri suoi compari che sembrano fatti con lo stampino. Nulla di cui stupirsi. Lo sanno tutti che il bar dell'ospedale è gestito da amici di amici di amici. Sono rimasto lì impalato a fissarlo attraverso la vetrina e, a un certo punto, anche lui si è accorto della mia presenza. Non mi ha riconosciuto subito. Chissà quanti negozi aveva da visitare ogni giorno per guadagnarsi onestamente la pagnotta. Ma, quando mi ha ritrovato nella sua banca dati mentale, mi ha sorriso e ha mimato con la bocca la stessa parola. Di nuovo. Bum. Finora ho parlato del mio romanzo al passato perché "Pietà per gli spietati" non esiste più. Il giorno prima dell'incendio stavo lavorando ad alcuni capitoli per rifinirli, appollaiato sul mio sgabello dietro la cassa, quando lo sguardo mi è caduto sul segno lasciato dal coltello di Baffetti. Ho allungato una mano e ho accarezzato il legno deturpato con i polpastrelli. Pensavo al metallo che aveva segnato per sempre le nostre vite, inutile far finta di niente. In quel momento è entrato mio zio, chiedendomi qualcosa. Ho aperto il cassetto e vi ho fatto scivolare dentro l'unica copia del manoscritto, come facevo sempre. Non avevo detto a nessuno delle mie aspirazioni da scrittore e non volevo farmi sgamare a sognare a occhi aperti sul posto di lavoro. Quando è stato il momento di chiudere bottega - per l'ultima volta, ma non potevo saperlo - sono tornato con lo sguardo a quel segno indelebile che raccontava la nostra sottomissione. Ho distolto lo sguardo, pieno di vergogna. Avevamo piegato la testa sotto gli occhi di centinaia di supereroi che ci guardavano dagli espositori. Metallo su legno. Mi sono voltato verso l'espositore e ho visto la spada della Sposa, forgiata dal mitico Hattori Hanzo, che riposava sullo scaffale. Senza filo, ovviamente, ma sono cose a cui si può porre rimedio. È stato un attimo. Ho preso la katana e ho dimenticato il romanzo nel cassetto. Non so se sia stata una semplice distrazione o una decisione inconscia. È successo e basta. Poggio la spada sul bancone coperto di fuliggine con la riverenza che si riserverebbe a un altare. Quasi mi inchino. La Sposa, prima di completare la sua vendetta, ha avuto un lampo di pietà. Pazienza, nessuno è perfetto. Nell'affibbiare il soprannome a Baffetti, non sono andato molto lontano dalla realtà. Effettivamente, gli amici del suo giro lo chiamavano "Baffuzzi", in dialetto. Dopo l’ospedale, l'ho seguito fino a casa - certa gente non fa nulla per nascondersi - e così nei successivi cinque giorni: sono stato la sua ombra mentre lui sbrigava diligentemente i suoi giri di racket. Mezz'ora fa ha concluso l'ultimo, uscendo da un bar scalcinato con una busta in tasca. Apro la zip dello zaino e tiro fuori il sacco di plastica nero, di quelli della spazzatura. Perché di spazzatura si tratta. Sotto gli occhi degli eroi inceneriti, decido di abbandonare le mie velleità letterarie. In fondo, mi sono piaciuti sempre più i fumetti che la letteratura. Sugli scaffali della mia stanza ci sono action figure e non libri. Io colleziono oggetti di fantasia materializzata. Come la lama della Sposa. Ho deciso di dare un taglio netto al passato. Baffuzzi ride da dentro il sacco gocciolante. Lo prendo dai capelli e lo piazzo proprio sul segno del suo coltello. La parte che andava dal collo in giù l'ho lasciata vicino alla sua auto, insieme alle labbra. Ora la sua faccia è libera da quei peli morbidi e ridicoli. Ride Baffuzzi, e rido anch'io, mentre ammiro il primo pezzo della mia nuova collezione.
  7. Prologo Capitolo 1. Sei mesi prima, ad Algor Nello schermo a tutta parete della sala riunioni il generale Naime, primo rettore delle accademie militari dell’impero, appariva sconsolato. «Signori, sono sessant’anni che questo trattato è in vigore.» «Cinquantanove» disse l’ammiraglio Lyzr, rettore dell’accademia di Algor. «Saranno sessanta tra quattro mesi.» Naime fece un respiro profondo. «Va bene ammiraglio: cinquantanove. In ogni caso, non pensa che sia ora di adeguarsi?» «Deve capire, generale» Lyzr guardò gli astanti cercando supporto, «che non siamo su un pianeta qualsiasi. Da Elmà non potete pretendere che non ci siano difficoltà.» Khady faceva parte del consiglio dell’accademia di Algor da tre anni e mezzo, ma sentiva discutere della questione da che era bambina. Finché era stata cadetto di quella stessa accademia aveva, come tutti, dato una grande importanza alla cosa, partecipato a dibattiti e persino a un concorso per idee su come risolverla; e ci si era pure impegnata. Ma adesso, a quarantasette anni, pensava che anche solo parlarne fosse una perdita di tempo. E si chiedeva come fosse possibile che gente come Naime, Lyzr o gli altri membri del consiglio si scaldassero così tanto. «Ammiraglio» riprese Naime «vorrei poter dire all’imperatore che l’armonizzazione dell’accademia di Algor è una questione chiusa. Ultimamente è molto interessato all’argomento.» L’ammiraglio Lyzr spostò lo sguardo verso di lei. Khady scosse la testa: erano sessant'anni che se ne discuteva, e proprio ora l’imperatore sentiva questa urgenza? «E l’ammiraglio Kira cos’ha detto?» rispose Lyzr. «Lei non può non sapere quali siano gli ostacoli.» Con questo richiamo di Lyzr, il quadro familiare di Khady era completo: l’ammiraglio Kira, seconda consorte imperiale, era sua madre. In momenti come quelli sentiva il fastidio che il padre potesse portare a tali livelli il dissidio personale tra loro due. «La principessa Kira ha detto, in effetti, di considerare la questione chiusa, visto che il problema del calendario è marginale. Ha proposto un emendamento al trattato.» «Ma?» «Ma l’imperatore» Naime si rivolse a Khady «ha detto che sperava che la presenza di sua figlia nel consiglio dell’accademia di Algor potesse portare a una soluzione che non comportasse di emendare alcunché.» Quando Algor si era sottomessa all’impero, una sessantina di anni prima, buona parte del trattato aveva riguardato l’ingresso della flotta di Algor nelle forze armate imperiali: del resto era l’unica cosa che Algor avesse da offrire. L’armonizzazione dell’istruzione militare era stato e continuava ad essere un punto delicato, per questioni certo più rilevanti di quella che si discuteva quel pomeriggio. Tuttavia, almeno formalmente, l’accademia di Algor si comportava come tutte le altre dell’impero: insegnava gli stessi argomenti e diplomava gli stessi ufficiali e sottufficiali. Tranne un piccolo particolare, che era quello in discussione quel giorno: le lezioni ad Algor iniziavano da sei a dieci giorni prima e terminavano tre o quattro giorni più tardi delle altre; e c'erano delle festività diverse. «Può dire a mio padre, generale...» Khady era intervenuta senza aspettare che Lyzr la invitasse a parlare, ma all’ultimo si trattenne dal dire quello che pensava. «Parlerò con mia madre, generale. Sempre, ovviamente, che a lei e all’ammiraglio Lyzr e al consiglio vada bene.» Naime annuì e anche Lyzr. Ci furono parecchie alzate di spalle tra gli altri, ma per lo più approvarono. Chiusa la conversazione con Naime, Khady si alzò e andò alla finestra. Il cielo era azzurro e senza nuvole. Erano al secondo piano del palazzo-ponte e il mare, che si trovava un centinaio di metri sotto di loro, era nascosto dalla strada. Sulla balaustra si erano appollaiati due draghi minori, un tipo di pterosauro molto comune ad Algor: avevano un’apertura alare di poco meno di un metro, il becco lungo e appuntito, e una cresta ossea che partiva dagli occhi e arrivava fino a dietro la testa. Il piumaggio era di solito blu, ma quello di uno dei due tendeva più al verde. Quest’ultimo si alzò in volo, cabrò e si lanciò in picchiata sparendo sotto il ponte, presto seguito dal compagno. Era una bella giornata per volare. «Finiamo?» disse la voce di Lyzr alle sue spalle, questa volta in algoriano. Khady si voltò e tornò al tavolo. Dismessa la lingua di Elmà, con tutti i suoi formalismi e difficoltà, i componenti del consiglio dell’accademia si spogliarono anche dell’atteggiamento e delle giacche che un colloquio col generale Naime imponeva. Khady li imitò, mise la sua alla spalliera della sedia e sbottonò colletto e polsini arrotolando le maniche della camicia. «Pensi che tuo padre continuerà ancora a lungo?» le chiese il commodoro Tarè, uno degli altri membri del consiglio. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme, ma da diversi anni lui mostrava solo ostilità nei suoi confronti. «Cerca solo di infastidirmi.» «Lo so, ma finisce col mettere in difficoltà tutti.» «Se volesse davvero metterci in difficoltà, le sue navi sarebbero qua fuori e non staremmo a discutere di idiozie come il giorno in cui cominciano le lezioni in accademia.» «Era una questione morta e sepolta prima che tu entrassi in consiglio.» «Basta così» lo interrupe Lyzr. «Ne discutiamo ogni volta e ogni volta arriviamo alla stessa conclusione: non gliela possiamo dare vinta così facilmente. Sapevamo che sarebbe successo già da prima che Khady entrasse nel consiglio. E sono d’accordo: finché l’imperatore si limita alle idiozie rimane innocuo.» «Secondo me» intervenne l’ammiraglio Noburo, «dovremmo mandargli un biglietto di ringraziamento.» Noburo, che aveva ben più di novant'anni, era consigliere dai tempi della fondazione dell’accademia. Sorrise a Khady e lei ricambiò. «Se ogni tanto non ci facesse qualche dispetto» proseguì «finiremmo col cadere nella noia e nell’ozio.» «Potrebbe non essere così male» gli rispose Lyzr. «Vorresti un governatore nominato da lui?» «Assolutamente no.» «Vedi, se l’imperatore fosse sempre carino e gentile magari daresti una chance al suo governatore. Invece così ti ricordi sempre perché pretendiamo di sceglierceli da noi. Lo fa per il nostro bene.» Ci furono delle mezze risate. «Quanto a entrambe le questioni, sapete come la penso: Khady è qui e non si tocca; e per il calendario basta che la tiriamo in lungo come al solito e si stuferà da sé.»
  8. bukowsky77

    Nero Press

    Nome: Nero Press Generi: Horror e Gotico, Noir, Giallo, Thriller Modalità di invio Manoscritti: http://neropress.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: http://neropress.it/distribuzione/ Sito web: http://neropress.it/ Facebook: https://www.facebook.com/neropress.edizioni
  9. Questo è il prologo di un romanzo che sto cercando di scrivere da un sacco di tempo. Spero di riuscire quantomeno a finirlo prima o poi. -- Kira andava a cavallo solo per compiacere l’uomo che amava. Non succedeva spesso: una volta la settimana, di rado due, lui le chiedeva di accompagnarlo. Uscivano da palazzo, andavano nel parco e dopo una passeggiata di mezz’ora si fermavano a un capanno; di solito uno di quelli vicino al mare, al limitare degli alberi. Rimanevano lì per un’ora, fingendo di essere due persone normali, un uomo e una donna ormai anziani che si accontentavano del loro amore e dell’odore della salsedine sulla spiaggia. L’illusione finiva appena lasciato il parco. Varcato il cancello, prima ancora di scendere da cavallo, lui ridiventava l’imperatore e lei la seconda consorte. Il Cerchio Interno, il cuore del palazzo, era un grande giardino rotondo con al centro il Padiglione d’Oro, la residenza imperiale. Le scuderie erano ai suoi margini, nella parte posteriore. Da lì partiva una rete di strade e stradine, seminascoste dalle siepi e dai cespugli. La piccola vacanza si chiudeva con loro due che camminavano in silenzio e cercavano di rimandare il momento della separazione. Quella sera, prima di lasciarla al solito bivio, lui le prese la mano destra e la voltò. Kira si era fatta un taglio sul palmo e il cerotto che aveva messo dopo la doccia si era già riempito di sangue. – Non è normale – disse lui. L’imperatore aveva i capelli quasi bianchi, ma poche rughe appena accennate attorno agli occhi e alla bocca: bisognava essere vicini com’era lei in quel momento per accorgersene. – Sei pallida. – Non è nulla, domattina starò bene. – Ti accompagno. – No, è già tardi. Devi andare. Kira si sollevò e gli diede un bacio sulla guancia. Lui l’afferrò per la vita e unì le labbra alle sue. Era ancora forte, nonostante l’età. Lo guardò allontanarsi pensando che non avrebbe mai potuto amare nessuno quanto amava lui. Il sole era già tramontato quando Kira aprì il cancello del Padiglione delle Rose, la sua residenza. Era una casa a due piani, circondata da un giardino disordinato fitto di alberi e arbusti, che ospitava un gazebo di ferro battuto con sotto un tavolo e due panche. Sedette a riprendere fiato. Davanti a lei c’erano quattro aygar, alberi slanciati che provenivano da Africa, il suo pianeta natale. Avevano da tempo superato l’altezza della casa. D’inverno si spogliavano, ma adesso, a primavera inoltrata, i rami, che dalla base del tronco salivano in verticale fino al cielo, erano ricoperti di foglie verde scuro. Si alzò appoggiandosi al tavolo. Salì a fatica i quattro gradini della veranda e, prima di aprire la porta, si fermò a riprendere fiato. La luce nell’atrio si accese mentre entrava. Flora, la cameriera personale, arrivò dalla zona pranzo. Indossava, come ogni giorno, la divisa grigia degli inservienti di palazzo. Era una donna energica e col piglio deciso dei servitori d’alto rango. – Vi sentite bene, altezza? – Sono solo stanca, Flora, non si preoccupi. – Dispongo per la cena. – Non ho fame, ho solo bisogno di dormire. Faccia lasciare sul tavolo, mi arrangerò più tardi. Flora sollevò un sopracciglio. Dopo quindici anni di servizio ancora non riusciva a nascondere il disappunto che le provocava la frase “mi arrangerò”. Normalmente Kira l’avrebbe presa in giro e alla fine ne avrebbero riso insieme, ma quella sera era troppo stanca per fare altro che afferrare il corrimano e cercare di arrampicarsi sulla scala. – Volete che resti per stanotte? – Vada a casa Flora, ha una famiglia a cui pensare. Se servisse la chiamerò. Non c’era muscolo del suo corpo che non protestasse a ogni gradino. Le era capitato altre volte di essere ferita o malata e di dover comunque andare avanti. Si aggrappò al corrimano, sperando che Flora non facesse ciò che avrebbe dovuto, cioè chiamare il dottor Meris, il medico della famiglia imperiale. Rallentò il passo senza darlo a vedere e controllò il respiro per non mostrare l’affanno. Arrivata in cima alla scala, racimolò un po’ di energia per girarsi e sorridere a Flora, nonché per rimanere dritta fino alla fine del ballatoio. Riuscì a entrare in camera e arrivare al letto prima di crollare. La verità era che era vecchia. Una vecchia cocciuta e ostinata, ma incapace di stringere i denti come un tempo. Le capitava di essere stanca, di saltare la cena, di faticare a salire le scale: solo il suo orgoglio di ammiraglio le impediva di mettersi uno di quegli aggeggi di monitoraggio che Meris avrebbe tanto voluto che indossasse. La nausea le impediva di dormire. Si sollevò e le venne un capogiro, ma riuscì ad andare in bagno. Cercò di vomitare, ma a stomaco vuoto poté solo sputare un po' di saliva. Comunque ebbe il suo effetto, perché si sentiva più lucida e tornò a letto senza problemi. Rimase seduta a fissare il pavimento. Avrebbe dovuto cambiare il cerotto finché era in bagno, ma si era dimenticata e non si fidava ad alzarsi di nuovo. La mano le faceva male, non riusciva più a chiudere le dita e sentiva il polso rigido. Si sciolse i capelli: profumavano di shampoo all’arancia, un’essenza che le ricordava quand’era un giovane capitano agli ordini di suo padre. La sua camera era molto semplice, con mobili di legno chiaro e tappezzeria beige, illuminata dalla luce calda dell’abat-jour. Il comodino era sgombro: Soylem, l’imperatore, aveva dormito lì la notte precedente e come al solito lei aveva nascosto le cornici digitali nel cassetto. L’aprì e prese quella con le foto di sua figlia Khady. Quasi cinquant'anni di vita erano racchiusi in quel dispositivo, che impiegava circa tre giorni a compiere il giro completo. Kira sorrise a rivederla bambina. Stava in piedi, senza scarpe, sulla coscia del nonno, il padre di Kira, e gli tirava i bottoni della divisa mentre lui rideva fino alle lacrime. Ricordava quell’episodio: la bambina aveva finito con l’aprire la spilla di Primo Ammiraglio e sfilarla dal colletto. – Posso tenerla, nonno? – Perché no? Tanto ne ho altre. Era una vera peste, irrequieta, indipendente e curiosa. C’era una sola persona in tutto l’impero che riusciva a calmarla. La foto successiva mostrava Khady in braccio all’imperatore (avrà avuto forse quattro o cinque anni), avvolta in un giubbottino col collo di pelliccia, che dormiva serena come con nessun altro. Quella foto era la preferita di Kira, ma anche la più dolorosa. Non riusciva a non piangere guardandola. Chi avrebbe potuto prevedere che quarant'anni più tardi avrebbero cercato di uccidersi a vicenda? Una lacrima cadde sullo schermo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di nuovo insieme, felici come in quella foto e nelle altre di Khady ragazzina. La cornice scivolò e cadde sul pavimento, seguita da tre grosse gocce rosse. Il cerotto non era più in grado di trattenere il sangue. Strinse le mani tra loro. Si alzò e cadde all’indietro. Il cuore le batteva velocemente. Faticava a respirare e non ricordava dov’era il telefono, forse in una delle tasche dei pantaloni. – Chiamata! – urlò, e quasi svenne per lo sforzo. Sentì il beep. – Chiama… – Mi dispiace – rispose la voce sintetica. – Non ho capito. – ...Meris. Respirò. La mano era umida. Sentiva il battito del cuore nelle orecchie. – Non ho trovato “miris”. Vuoi che lo cerchi nella rete? Meris, stupido telefono! Non poteva finire in quel modo. Aprì la bocca. – ‘hiama ‘eris… Era tutto buio. Dal taglio le arrivavano delle scosse. Il braccio era preda agli spasmi. Il resto del corpo non le rispondeva. Parlare era fuori discussione. – Mi dispiace, non ho capito. Vuoi che legga i messaggi? Il dolore veniva dalla mano: le sembrava che un esercito di artigli roventi stesse risalendo le sue vene, fino alla spalla, al collo, alla testa, poi al cuore, all’altro braccio, e giù lungo le gambe fino alla punta dei piedi. E c’era sangue, sangue ovunque. No, non così. Non ancora. Non oggi. Era troppo presto. Troppo, troppo presto.
  10. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  11. Prologo Capitolo 1: 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 La riunione finì com’era prevedibile: la questione famiglia del governatore rimase in sospeso. Baba garantì l’appoggio del sindacato, ma raccomandò a Drache di tenere a freno la delegazione imperiale. «Non usciranno vivi dai cantieri se non si danno una regolata» disse Baba a Drache. «Se esce una sola volta la parola colonia in pubblico, non rispondo delle chiavi inglesi che voleranno.» Drache lo rassicurò. Non c’era alcuna iperbole nelle parole di Baba: l’impero era rimasto a guardare durante l’ultimo assedio che Algor aveva subito e l’ispettore che era arrivato qualche mese più tardi era uscito dai cantieri in barella con un braccio rotto e una commozione cerebrale senza aver neanche aperto bocca. Il colpevole lo stavano ancora cercando; senza troppo impegno per verità. Khady salutò appena Lianna. Passò una mano sul braccio di Drache poco dopo l’uscita di Baba e andò verso la porta senza dire una parola. Lui cercò di afferrarle il polso e lei fece gli ultimi passi all’indietro scuotendo la testa. La pioggia non aiutava e neppure il freddo e gli spifferi in corridoio. Khady si strinse nel cardigan e uscì all’aperto. Pioveva così forte che l’acqua si infilava sotto il portico, ma lei non ci badò e si avviò verso l’accademia. Quello che non sopportava degli inverni algoriani era che non faceva veramente freddo. Non c’era alcuna giustificazione per mettersi un cappotto o degli scarponi pesanti: bastava togliersi dalla corrente o trovare un angolo appena riparato perché il semplice cardigan che indossava diventasse anche troppo. Così passava dal caldo al freddo senza alcuna possibilità di difendersi. Voleva la neve, voleva il freddo vero e l’odore dell’aria pulita e gelata sul viso e quella sensazione di protezione che derivava dall’avere i piedi al caldo degli stivali e il corpo nella tuta termoisolata. Entrò nell’accademia e scese al secondo piano sotto la strada, dove c’era l’unico poligono disponibile in tutta la città. In tutta la colonia, avrebbe detto il funzionario Sayov. Nessuno portava armi ad Algor: il personale della marina imparava a sparare solo perché era richiesto dal curriculum delle accademie imperiali, dato che a bordo delle astronavi era proibito farlo. Erano usate solo dai membri della sicurezza, il corpo di polizia militare; ma i membri della sicurezza della marina le portavano solo quand’erano in servizio a terra. Khady si fermò davanti a un cancello di ferro pesante dietro il quale c’era una stanza buia con un tavolo e degli armadietti. Appoggiò il telefono allo scanner che controllava la serratura. Ci fu un clang molto rumoroso che risuonò nei corridoi deserti e la porta si aprì. La luce si accese e illuminò le pareti grigio scuro. La spia blu di uno degli armadietti si mise a lampeggiare. Khady appoggiò il telefono e lo sportello si aprì. Svuotò l’armadietto sul tavolo: due scatole di plastica e una borsa. Controllare le armi la rilassava. Cominciò dalla borsa. Il primo a uscire fu il sacchetto delle batterie e quello degli strumenti di pulizia. Controllò che nessuna delle batterie fosse gonfia e passò l’apposito tampone per ripulire i contatti. Passò alle scatole e tirò fuori l’elmetto. Lucidò l’interno e fece quello che poté per l’esterno: era vecchio e aveva visto diverse guerre. Il vetro della visiera era graffiato da un lato e in parecchi punti la vernice da grigio-verde opaca era diventata marrone lucida. Sul lato destro, l’incisione 7RECT, che stava per Settimo Reggimento Elicotteri Coimbra Terovesh, aveva perso la E e parte della C per un proiettile che l’aveva presa di striscio. La sua vita non poteva essere banale, aveva detto il funzionario Sayov, con la leggerezza di chi non aveva idea di cosa stesse dicendo. No, non era stata banale la sua vita: ma adesso tutto quello che chiedeva era di diventare insignificante e venire dimenticata. Mise la batteria all’elmetto e lo indossò. La visiera si adattò alla luce, schiarendo la stanza e mostrandogliela più nitida. Comparve una mappa dell’edificio in un angolo, con la sua posizione. E infine una figura umana stilizzata, rossa lampeggiante, che segnalava che il resto dei sistemi era spento. Così Khady li riaccese uno per uno: per primi gli scarponi e i piedi dell’uomo nella visiera divennero verdi, ma continuarono a lampeggiare perché Khady non li indossò: le bastava sapere che funzionavano. Quindi il giubbotto, i parapolsi e gli schinieri. E la fondina della pistola. Comparve un nuovo simbolo sulla visiera, tre piccoli omini stilizzati: l’elmetto stava cercando di comunicare col resto del reggimento. Avrebbe dovuto spengerlo prima, era un test che non poteva che fallire. Invece lo lasciò proseguire finché, come ogni volta, non comparve il numero 0 vicino al simbolo e le lacrime le offuscarono la vista. Khady stava rimettendo a posto le cose nell’armadietto quando il telefono si illuminò e apparve un cubetto di legno con delle lettere incise. Era l’animazione che usava Khizr: dopo qualche istante il telefono iniziò a suonare. Khady sfiorò lo schermo. «Mamma...» «Nilüfer?» gli chiese Khady. «Sì» rispose lui in affanno. «Fa’ presto.» La chiamata si interruppe. Khady buttò le cose nell’armadietto senza guardare. Si preoccupò solo che le porte si chiudessero e corse via. Stava uscendo dall’accademia quando il telefono suonò di nuovo. «Mi hanno avvisato dalla scuola» disse la voce di Drache dall’altra parte. «Due minuti e sono là.» «Non riesco a liberarmi adesso.» «Non preoccuparti.» Trovò Anya che l’aspettava assieme alla direttrice Amian. «Si è chiusa in bagno e non vuole più uscire, mamma» disse sua figlia, bianca come uno straccio. «Khizr è con lei.» Anya aveva i capelli rossi, ma per il resto assomigliava a Kira. Più alta, certo, ma con gli stessi occhi, gli stessi lineamenti e gli stessi gesti. «Non preoccuparti» le disse Khady. «Andrà tutto bene.» «Khizr sta di nuovo male.» Le carezzò il viso: erano gemelli, erano sempre stati insieme e Khady sentiva la sofferenza che lei provava nello scoprirsi diversa dal fratello. «Avete chiamato il dottor Quan?» «Ha detto che sarà qui il prima possibile» rispose la direttrice. «Bene» disse Khady. Tornò a guardare Anya. «Chiama Leyla» le disse, più per tenerla impegnata che perché ce ne fosse davvero bisogno. «Dille che venga qui.» Entrò nel bagno. C’erano tre lavandini da un lato e tre porte dall’altro. Khizr era seduto per terra, appoggiato alla porta centrale; era pallido e tremava. Khady si accucciò vicino a lui e gli toccò la fronte. «Hai la febbre. Hai preso le pillole?» Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi e assenti. Cercò di parlare e le appoggiò la mano al braccio. Khady bussò alla porta del bagno. «Andate via!» urlò Nilüfer dall’altra parte. «Lasciatemi in pace.» «Sono la mamma, Nilüfer. Riesci ad aprire?» «Va’ via.» Le era difficile vedere i figli stare male e mantenere la tranquillità che serviva ad aiutarli. «Nilüfer lo sai che ti voglio bene e sai che posso aiutarti. Un piccolo sforzo, tesoro, e sarà tutto finito.» Non aveva senso insistere: doveva aspettare che lei trovasse il coraggio di girare la chiave. Aiutò Khizr ad alzarsi e a raggiungere il lavandino. Gli bagnò le tempie e lo accompagnò alla porta. Si concentrò: doveva essere positiva e serena. Richiamò alla mente il giorno che era tornata ad Algor, cinque anni prima, e aveva sentito di avere una casa e una famiglia. Appoggiò la mano alla porta e rimase ad aspettare finché il chiavistello non si mosse. Girò la maniglia. Nilüfer era rannicchiata, con la testa appoggiata alla parete. Khady le mise la mano sulla spalla e fu come essere investita da un uragano: il terrore le si riversò dentro e per un attimo si sentì persa. Riprese fiato pensando alla neve e alla risacca del mare calmo al tramonto. «Guardami negli occhi» disse più lentamente che poté. «Fidati di me, bambina mia. Sono qui per aiutarti.» Sorrise. Nilüfer annuì, esausta. «Fidati di me» ripeté Khady. L’abbracciò e le baciò la testa, riuscendo ad accoglierla nello scudo che la proteggeva dal mondo. La isolò e lei svenne.
  12. Ospite

    Nord

    Nome: Casa editrice Nord (Gruppo GEMS) Sito: http://www.editricenord.it Genere valutati: Azione e avventura, Gialli e mystery, Letteratura, Narrativa fantastica, Narrativa non di genere, Thriller Invio manoscritti: http://www.editricenord.it/invio_manoscritto.php Distribuzione: non specificata Facebook: https://www.facebook.com/CasaEditriceNord/?fref=ts
  13. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte L’inverno era deciso a dare un assaggio agli algoriani già in quel principio d’autunno: il vento sbatteva la pioggia contro la finestra di Khady quasi in orizzontale e lei, con una tazza di tè caldo in mano e stringendosi nel cardigan d’ordinanza, guardava sconsolata la pista dell’eliporto in mezzo al nubifragio. C’erano molte cose a cui il palazzo-ponte era progettato per resistere: un bombardamento, per esempio; oppure i venti a trecento chilometri orari che a volte capitavano nello stretto. Quattro anni prima, durante l’ultimo assedio, ci si era schiantata sopra una piccola astronave e il ponte non aveva fatto una piega. Ma quello per cui non era progettato era il freddo. Non che ad Algor se ne sentisse davvero il bisogno: giornate come quelle erano rare e casomai il problema era raffreddare d’estate. Lo stesso, quando c’era pioggia e vento si formavano dei microclimi gelidi nei corridoi e negli uffici più esposti come quello di Khady, tanto che le veniva il desiderio di un bel caminetto acceso; di un sofà; di una coperta; di qualcuno che la tenesse al caldo e condividesse la tazza di tè alla luce del fuoco. Come se l’avesse sentita, la scrivania ebbe un fremito: in un angolo era comparso un drago minore con una lettera tra le zampe, che la guardava con occhi dolci. Khady sorrise e appoggiò un dito sul messaggio che Drache le aveva mandato. Il drago si inchinò e uscì dallo schermo. “Mangi? Nel pomeriggio mi servi a una riunione.” Ne scrisse uno lei: “Va bene. Tanto oggi non si vola.” Un piccolo pesce blu e giallo se lo mise sotto una pinna e uscì dallo schermo scodinzolando. Dopo un istante comparve un altro draghetto, che depositò un messaggio con scritto: “Ti aspetto” e un cuoricino palpitante. Khady rispose con un altro cuoricino che fu portato via da un pesce tutto rosso e luccicante. Continuava a piovere. La sala riunioni scelta da Drache era all’interno e prendeva luce dal soffitto a vetri: sembrava di essere sotto una cascata, ma almeno lì faceva più caldo. Tutti i presenti appoggiarono i telefoni al tavolo rotondo al centro della stanza, che si suddivise in spicchi uguali, ognuno con la propria animazione. Qualche pesciolino dalla barriera corallina di Khady volò nel cielo azzurro di Drache, mentre i draghetti di quest’ultimo si tuffarono e crearono scompiglio dal lato di Khady. La riunione riguardava l’aspetto mediatico dell’ispezione: c’erano due rappresentanti della stampa, il funzionario Sayov, coordinatore dell’evento mandato da Elmà, e i suoi assistenti. Per Algor c’erano Drache, Khady e Lianna, il commodoro Rapuan, capo dell’ufficio relazioni pubbliche, due membri del consiglio la cui unica funzione era di dare sempre ragione a Drache e l’immancabile Baba, che accolse Khady con un sorriso e un abbraccio. Drache fece le presentazioni e al solito ebbe un attimo d’incertezza nello spiegare chi fosse Baba. L’uomo ormai anziano era ufficialmente un rappresentante sindacale, ruolo che ricopriva da quando l’ammiraglio Khizr era governatore; e già questo era difficile da spiegare a un funzionario imperiale che non aveva la minima idea di cosa fosse un sindacato. Ma Baba era molto di più, di fatto era il signore della Algor bassa e se si voleva sperare che non ci fossero disordini durante le visite dell’ispettore al di fuori del palazzo-ponte bisognava che lui sedesse a tutti i tavoli organizzativi. Non che questo fosse sufficiente, ma avere Baba dalla propria parte era sempre il primo passo da compiere. «Da Elmà» iniziò il funzionario Sayov «ci chiedono di approfittare della visita per presentare Algor al grande pubblico.» Khady sorrise per circostanza: si stava chiedendo come potesse essercene ancora bisogno. «Africa è un pianeta molto interessante, con aspetti decisamente curiosi» spiegò il funzionario. Aspetti che centinaia di documentari avevano già sviscerato: dai draghi all’allevamento dei mesiteré, passando per i na-pur, i grossi mesosauri della pesca d’altura, o le diverse specie di ammaniti della cucina algoriana; e non c’era persona in tutto l’impero che non sapesse che l’algoriano aveva una cinquantina di termini per dire uovo. Khady solo due settimane prima aveva accompagnato in elicottero una troupe fino al continente, per un sopralluogo per una nuova serie dedicata ai grandi predatori. Anche il palazzo-ponte aveva i suoi appassionati, per non parlare dell’accademia o dei cantieri spaziali; e i grandi network avevano tutti una rubrica fissa di approfondimento sulla politica algoriana. «In particolare» proseguì il funzionario «è come si vive nella colonia che ci interessa.» Khady percepì il malumore salire nella sua metà del tavolo: colonia non era una parola gradita ad Algor. «Con un ovvio accento» il funzionario sorrise nella sua direzione «sulla famiglia del governatore. Una cosa classica: i ragazzi che vanno a scuola, come si organizza una casa nel palazzo-ponte, la vita privata, cose così. L’imperatore ha già approvato la pubblicazione delle foto dei membri della famiglia per tutto il periodo.» Il funzionario passò a Khady un foglio di polimero oled su cui si vedeva in rilievo il timbro imperiale. La lettera era standard, ma quello che la sorprese, e la irritò, era che la firma in fondo al foglio era stata fatta a mano da suo padre. Non era una prestampata in uso alla segreteria imperiale come quelle che avevano autorizzato l’inserimento delle foto nell’annuario scolastico o quella che era arrivata quando Anya era finita sul giornale per aver vinto la gara di canto delle scuole di Algor. «Non se ne parla nemmeno» disse Khady posando il foglio sul tavolo. Una medusa lo attraversò e una copia fu trasferita tra i suoi documenti. Restituì il foglio al funzionario. «Ma granduchessa, la lettera è firmata dall’imperatore in persona.» «Lo so.» «A Elmà chiedono…» «Ho capito cosa chiede Elmà, ma lei, e i gentili signori della stampa, non avrete un’autorizzazione indiscriminata a pubblicare immagini dei miei figli.» Ci fu un attimo di panico dall’altro lato del tavolo: non erano abituati a veder messi in discussione gli ordini imperiali. «Sono sicura» Khady cercò di essere conciliante «che l’imperatore abbia solo cercato di agevolarci, in modo da non costringerci a richiedere un’autorizzazione a Elmà per ogni foto o filmato. Ma non penso che la sua intenzione fosse di sospendere la protezione che la Legge di successione concede ai membri della famiglia imperiale.» «Sì, certo, capisco» disse il funzionario Sayov. «Tuttavia, possiamo attenderci che la sua autorizzazione ci sarà, una volta visionati i filmati.» «Ci sarà la foto di rito, nel salotto dell’appartamento di rappresentanza. Dopodiché mi aspetto che i ragazzi siano lasciati in pace.» «Granduchessa, stiamo cercando di mettere Algor nella miglior luce possibile, e il suggerimento di occuparci della vita della famiglia più illustre della colonia viene da molto in alto.» Khady si voltò verso Baba: se Sayov avesse pronunciato ancora una volta la parola colonia la sua pazienza avrebbe raggiunto il limite. Appoggiò la mano su quella di Drache e gli sorrise. «Cerchiamo di dare ai nostri figli una vita normale, comune, simile a quella dei loro compagni di scuola. Non troverete niente di speciale: è una situazione molto tranquilla e banale. Noiosa persino.» «Noiosa e banale?» replicò Sayov quasi ridendo. «Come può essere banale qualcosa che riguarda lei, granduchessa?» Khady cercava di mantenere la calma, ma l’atteggiamento di Sayov lo rendeva difficile. «Passiamo oltre» disse Drache. «Ha il programma della visita?» «Governatore, dobbiamo essere sicuri che…» La riunione era difficile per tutti: quell’atteggiamento, in cui Khady riconosceva la formazione dei funzionari di palazzo, ricordava a tutti che erano Elmà e i suoi cerimoniali ad avere il vero potere, qualcosa che qualsiasi algoriano avrebbe voluto dimenticare. «È nella mia provincia, funzionario Sayov, decido io di cosa si parla. Passiamo oltre.»
  14. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Nota: ho dovuto spezzare in due la scena perché era troppo lunga, quindi questo brano è il seguito dell'ultima scena della quarta parte. «Figlio cadetto del sangue di Crym. Sangue? Bleah.» «Concordo» rise Khady «è un’espressione disgustosa.» «Che significa cadetto?» «Che non siamo nel ramo principale.» Soylem scosse la testa. Khady si chiese come spiegarglielo. «Il capo della famiglia di Crym è il governatore della regione di Crym.» Khady la indicò sulla cartina. «Governatore come papà?» «Sì, solo che a Crym i governatori si chiamano margravi. Lo hai incontrato il margravio di Colibi nel libro di Belü?» Soylem divenne serio e un pochino arrabbiato. «È un uomo molto cattivo e vuole uccidere il papà di Belü e rubargli il regno.» «Questi sono invece margravi buoni. Il margravio di Crym, lo zio Sheriel, aveva una sorella, che si chiamava Khady.» «Come te?» «Sì. Ed è la mamma di nonno Soylem.» Il volto di Soylem si illuminò. «Quindi il tuo nome viene da Crym? Per questo è così strano!» «Esatto.» «E tutte quelle che si chiamano Khady poi hanno un bambino che si chiama Soylem?» Khady scoppiò a ridere. «Questo non lo so. Ma nella nostra famiglia sembra andare così, per ora.» «Anche il mio nome è strano.» «Un po'. Ma il tuo viene da Bukara.» «Come il papà di Belü?» Soylem non aspettò che Khady annuisse: guardava affascinato la cartina del nord-est di Mund. «È un nome molto importante il tuo. Il primo a portarlo è stato il principe Soylem, il figlio minore di re Barem e eroe della battaglia di Nagora.» «E sconfiggeva tutti i nemici!» «No. La battaglia di Nagora l’abbiamo persa.» «E perché lui è un eroe allora?» «Re Barem fu catturato durante la battaglia di Nagora, ma lui riuscì a fuggire e a riportare a Bukara un pezzo dell’esercito; e impedì che anche la città fosse catturata.» «E poi? Riuscì a liberare re Barem?» «No. Re Barem era già morto quando il nemico arrivò a Bukara.» «E allora lui divenne re?» «Fu suo fratello più grande a diventare re, re Mür, il re dei dodici giorni: sia lui che Soylem furono feriti durante l’assedio di Bukara. Mür morì quasi subito, ma Soylem ci mise qualche giorno.» «Ma non avevano dottori?» Soylem la guardava preoccupato. «Purtroppo in quel tempo c’erano poche medicine e un sacco di persone morivano per cose stupide.» «Ma quindi non è rimasto più nessuno?» «Mür aveva un bambino piccolo, che si chiamava Mayste. Soylem invece aveva una figlia, che aveva poco meno di diciotto anni. E siccome lei non poteva diventare re, la nominò reggente.» «Che significa?» «Significa che il vero re era Mayste, ma siccome era troppo piccolo allora tutte le decisioni importanti le prendeva lei. E sai qual era il suo nome?» Lui scosse la testa. «Nilüfer. Principessa Nilüfer.» Soylem si voltò verso la sorella e la indicò. «Come lei?» Khady gli abbassò il braccio. «Non sta bene indicare le persone.» Soylem scivolò giù dalla sedia e corse dalla sorella. Girò attorno alla scrivania e le prese un braccio. «Ma tu lo sapevi» le chiese «che c’era una principessa che si chiamava come te?» «Sì» sospirò lei «lo sapevo.» «E lo sapevi che…» «Sì. È famosa, hanno scritto un sacco di libri su di lei.» «E tu li hai letti tutti?» «Qualcuno.» Khady sorrise guardandoli parlare: Soylem era l’unico che riuscisse a distrarre Nilüfer quando leggeva. Come ogni volta, lui le infilò la testa sotto il gomito e lei lo prese in braccio. «Cosa stai leggendo?» le chiese curiosando sulla sua scrivania. «Questa è la scrittura di Crym, vero?» «Sì.» «Anch’io voglio imparare la lingua di Crym. Il nome della mamma viene da lì, lo sapevi?» «Sì, il suo e quello di Shery. I nomi di Crym finiscono spesso in -y per le donne e in -iel per gli uomini.» «È bella Crym?» Khady percepì la tristezza di sua figlia: lasciare Crym era stato per lei solo il primo di una serie di traumi, culminati con la morte del padre e l’abbandono da parte della madre. Shery aveva solo pochi mesi, ma lei e Leyla invece erano abbastanza grandi da sapere cosa stesse succedendo, e reagivano in due modi opposti: Leyla aveva rimosso la sua vita prima di Algor, era diventata la figlia dell’ammiraglio Drache in tutto e per tutto, si era iscritta all’accademia ed era determinata a seguire le orme della nonna Kira, del bisnonno Khizr e di Khady, l’unica madre che era disposta a riconoscere come tale. Con Nilüfer niente era così semplice. «Sì» rispose al fratello. «È piena di verde, ci sono le montagne. Si allevano i cavalli e i falchi.» «Tu sei mai stata a cavallo?» Nilüfer alzò lo sguardo verso Khady. «Andavo a cavallo tutti i giorni quando ero piccola.» «Lascia in pace tua sorella» intervenne Khady. «Abbiamo del lavoro da finire, torna qui.» Khizr comparve sulla soglia. Guardò dentro e un accenno di delusione gli si disegnò sul volto quando si accorse che Nilüfer era nella stanza. Si accucciò di fronte a Soylem. «Allora, campione» gli disse serioso, «ce la possiamo tenere la mamma?» Soylem annuì ripetutamente. «Non abbiamo bisogno di diventare orfani?» «No. Io non volevo neanche prima. Sei cattivo a dire così.» «Ma no cucciolo, sto solo scherzando.» Khizr gli prese le manine. Khady ricordava suo nonno nella stessa posizione. Sarebbe bastato poco: il colore dei capelli, qualche ruga e lineamenti del viso più marcati, le mani invecchiate, ed ecco che suo figlio sarebbe diventato una copia esatta dell’ammiraglio Khizr. «Ma tu lo sapevi» disse Soylem al fratello «che ci sono un sacco di storie nel mio nome?» «Sul serio?» «Sì. Vuoi vederle?» Senza aspettare risposta, Soylem afferrò la mano del fratello e lo trascinò alla scrivania di Khady, si arrampicò sulla sedia e iniziò a trafficare con la cartina. Khizr si mise tra loro due, in piedi. Soylem iniziò a spiegargli di Belü e del principe Soylem e Khizr si mostrava ammirato, fingendo di non sapere niente. «Devo parlarti» disse sottovoce a Khady. Lei annuì. «Va bene. Quando vuoi.»
  15. Naif1988

    Come evitare una violenza di gruppo.

    Ciao a tutti, ho bisogno del vostro aiuto, perché altrimenti non ne vengo più fuori: come potrebbe fare una ragazza di diciassette anni ad evitare una violenza di gruppo progettata da alcuni suoi coetanei? C'è da dire che questa viene anche ricattata con un video che la ritrae in atteggiamenti osé. Dato che non voglio l'ennesima storia sul femminicidio, mi piacerebbe una protagonista femminile che alla fine riuscisse a vendicarsi. Ma come? Eliminare tre persone da sola mi sembra piuttosto improbabile e, oltretutto inverosimile. Potrebbe farlo con uno di questi. E gli altri? Che fine fanno? Se avete idee, vi ringrazio in anticipo. P.S.: Il genere sarebbe un romanzo di formazione/thriller. All'incirca.
  16. Estelwen

    Hope Edizioni

    Nome: Hope Edizioni Generi trattati: La Hope Edizioni è aperta a ogni genere di romanzo, dal rosa con tutte le sue sfumature (erotico, dark romance, bdsm, storico) alla fantascienza, passando per New Adult, Young Adult e thriller e finendo con il fantasy (epico, contemporaneo, ma anche paranormal e urban) e gli M/M. Al momento NON si accettano saggi o poesie né altri tipologie di testi non presenti nella precedente lista. Modalità di invio dei manoscritti: tramite questo form: http://www.hopeedizioni.it/invia-manoscritto/ o via mail all'indirizzo pubblicazioni@hopeedizioni.it Distribuzione: Non specificato Sito: http://www.hopeedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/HopeEdizioni/
  17. Mettere a tavola una famiglia di otto persone era un’impresa. Ogni volta Khady si chiedeva se non fosse il caso di prolungare l’orario alle persone di servizio, in modo che rimanessero fino a tardi, giusto per acchiapparli tutti e aiutarla a legarli alla sedia. Leyla, la maggiore, era sempre la prima: era una ragazza alta, con i capelli chiari tagliati cortissimi e due occhi color ghiaccio che Khady si chiedeva sempre di dove fossero usciti. Si sentiva adulta perché era già in accademia e quello per lei era un momento in cui poteva avere suo padre tutto per sé: mentre portavano le cose in tavola lei gli raccontava la giornata o parlavano di politica o di navigazione. Inevitabilmente questo scatenava la gelosia di Anya, la gemella di Khizr, che cercava di attirare l’attenzione suonando al pianoforte. La cosa diventava caotica quando Soylem si metteva a correre per farsi inseguire dal fratello. Khady aveva imparato che a quel punto la cosa migliore era appoggiarsi alla parete e da lì rimanere a godersi la scena senza intervenire. Dopo un po', Khizr afferrava Soylem e lo portava in braccio fino al suo posto, Khady e Drache si sedevano, Anya smetteva di suonare e Leyla si allontanava, a caccia delle piccola Shery, la penultima della cucciolata, la cui specialità era sparire proprio nel momento in cui tutti erano pronti. Quando infine ben sette di loro erano a tavola, si udiva la voce di Nilüfer spuntare da uno dei divani: «Finisco la pagina e arrivo.» Era una ragazza schiva, di poco più giovane di Khizr e Anya, con lunghi capelli neri lisci. Come Leyla e Shery, Nilüfer era in realtà figlia del fratello di Khady, Mayste, morto sette anni prima, ed era quella che gli assomigliava di più. Alla fine della cena, Anya riuscì a strappare il padre a Leyla. Si sedettero insieme al pianoforte per cantare. Buona parte del fascino di Drache risiedeva proprio nella voce e quando cantava la parte istrionica del suo carattere dava il meglio di sé. Di solito prediligeva canzoni allegre, come quella che stava cantando con Anya; nelle occasioni giuste anche quelle che il nonno di Khady chiamava da taverna. Ma c’erano state diverse volte in cui l’aveva sorpreso a suonare da solo brani malinconici, in un modo che avrebbe fatto piangere anche le pietre. «Andiamo di là?» chiese Khady a Soylem, che le si era di nuovo messo in braccio. Il bambino annuì e scivolò giù. Avevano una stanza grande destinata a studio, dove c’era un tavolo per ognuno di loro. Khady prese la sedia di Soylem e la portò vicino alla sua. Il bambino si sedette e lei usò un tasto sullo schienale per sollevarlo al livello del tavolo. «Dobbiamo leggere qualcosa?» chiese Soylem con entusiasmo. «Se vuoi.» Khady appoggiò la mano al tavolo e comparve una barriera corallina piena di pesci, piante e altre creature colorate. Soylem picchiettò sullo schermo e l’acqua iniziò ad agitarsi, attirando qualche pesce. Khady premette una delle icone a lato, scorse un menù e selezionò un documento con il volto di Soylem. «Ecco: qui c’è il tuo nome completo.» Khady ingrandì la scritta sullo schermo e lui la guardò come fosse una formula magica. «E devo impararlo tutto?» «Eh già. Provi a leggerlo?» Lui cominciò, sottolineando col dito e scandendo ogni parola. «Soylem di Elmà, figlio di Khady di Algor, granduchessa, e Drache di Algor, governatore.» «Fin qui è facile, no?» «No.» «Come no? C’è prima il tuo nome, dove sei nato e chi sono i tuoi genitori. Prova.» Khady nascose la scritta. «Soylem. Di Elmà.» Aspettò che lei annuisse. «Figlio di Dra… Khady. Di Algor, granduchessa. E di Drache di Algor.» La guardò in cerca di un suggerimento. «Ammiraglio?» tentò, ma Khady scosse la testa. «Uffa. Non me lo ricordo.» «Governatore.» «Ma tutti lo chiamano ammiraglio, perché nel mio nome dev’essere messo diverso?» «Perché essere governatore è più importante che essere ammiraglio e siccome se ne può scegliere solo uno si mette quello che vale di più.» «Quindi granduchessa vale di più che capitano?» «Sembra di sì.» «Ma anche te tutti ti chiamano capitano.» «Eh già.» «E governatore vale più che… com’è marito di una granduchessa?» «Nobile consorte dell’impero.» «Tutta quella cosa lì?» «Tranquillo, anche se tuo padre smettesse di essere governatore diventerebbe ammiraglio. Non credo che lo userà mai nessuno.» «Perché ammiraglio vale di più?» «Esatto. Vogliamo andare avanti?» Khady fece riapparire la scritta e Soylem riprese a leggere. «Figlio cadetto del sangue di Crym, discendente di Belü di ramo dorato, progenie dei signori di Algor, duca.» «Hai capito qualcosa?» Soylem scosse la testa. «Va bene. L’ultima parola sai cosa significa?» «Duca? Che sono figlio tuo?» «Esatto, quello è il tuo titolo, come granduchessa per mamma o governatore per papà. Ed è sempre l’ultima cosa che devi mettere.» Soylem annuì. «E tutta la parte in mezzo? Non ci riuscirò mai a ricordarmela.» «Vediamo. Ah, ecco: Belü sai chi è, giusto?» Soylem la guardò interdetto. «Ma come? Che libro c’è sulla tua scrivania?» «Belü, il piccolo principe delle steppe» disse nella lingua di Elmà, com’era scritto sulla copertina. «Ma è una storia per bambini.» «È esistito davvero e da grande è diventato un re.» «Sul serio?» Soylem sgranò gli occhi. «E sua madre era davvero una strega e vivevano in un castello e faceva le magie?» «Più o meno.» «E che ci fa nel mio nome?» «Perché è il nostro bis-bis-bis, tanti tanti bis, nonno.» «Ma i nonni sono vecchi. E i bis-bis-nonni anche di più.» «Anche loro sono stati bambini prima di diventare vecchi.» Soylem la guardò perplesso. Tornò a leggere. «Ma quindi tutti questi pezzi sono dei nostri bis-bis-tanti bis-nonni?» «Sono le nostre tre famiglie: Crym, la famiglia imperiale e Algor.» «La famiglia imperiale è quella di Belü?» «Sì.» «Quindi anche lui è diventato imperatore, come il nonno?» «È stato tanto tempo fa, si diventava re, non imperatori.» «Tanto tempo fa?» «Più di mille anni. Non c’erano viaggi spaziali, né i tram, né i telefoni, né niente di tutte queste cose.» «E lui dove stava?» «Su Mund, non l’hai letto sul libro? Sai cos’è Mund, no?» «Sì, è dove stanno la nonna Kira e il nonno. Ma il castello di Belü è a Kambaya, non a Elmà dove stanno loro.» «E il papà di Belü dove sta?» «A Bukara.» Khady aprì una cartina sullo schermo. «Guarda: qui c’è Elmà, questo puntino qui. E Bukara invece è quassù.» Khady fece scorrere la cartina verso nord-est. «Quassù» proseguì Khady «ci sono le steppe e i grandi fiumi. Grandi distese di erba e acqua. Freddo e vento. E d’inverno la neve. Tanta neve, tutto si gela e si cammina sul ghiaccio.» «Tu ci sei stata?» Nilüfer entrò in quel momento e andò a sedersi al suo tavolo senza dire una parola. «Va tutto bene?» le chiese Khady. «Sì» rispose. Era più malinconica del solito. «Devo solo finire di leggere una cosa.» Soylem tirò Khady per un braccio. «Mi ci porti?» «Dove?» «Al castello di Belü.» Khady fece fatica a comprendere cosa chiedesse Soylem: l’ingresso di Nilüfer l’aveva distratta. «Non c’è più. Ma si può andare a Bukara.» «E ci sono anche i cavalli e i falchi come nella storia?» «Sì, ma se ti piacciono cavalli e falchi, è a Crym che bisogna andare.» Khady spostò un po' più a sud la cartina. «I miei compagni non ci credono che si può salire su un cavallo come si fa coi kay-mesiteré» disse lui imbronciato. Khady gli accarezzò la testa. Amava Algor, era casa sua, dove aveva vissuto fin da piccola. Però capiva bene le difficoltà dei suoi figli: chi più chi meno, ognuno di loro era portatore di una cultura diversa, che era quasi impossibile far comprendere a un algoriano. Africa era un pianeta dominato dai sauri, tutto girava attorno a loro: per esempio, c’erano decine di specie di uova e centinaia di modi per prepararle e conservarle; ma il latte era un alimento sconosciuto, e far capire a un algoriano che nel resto dell’impero c’era chi mangiava formaggio era un’impresa. «Riprendiamo? Eravamo rimasti a Crym.» Soylem riprese la scritta col suo nome. Si era messo in ginocchio sulla sedia ed era semi-sdraiato sul tavolo, attirando tutti i pesci dell’animazione di Khady.
  18. Fino a
    Giorno 30 marzo 2019, presso la Libreria Feltrinelli Point di Messina, alle ore 18.00, presentazione del romanzo di Gianandrea Parisi, "Cristallo Imperfetto", un giallo, con venature thriller, horror e fantascienza, edito dalla Argento Vivo Edizioni. Interverranno il presidente dell'Ordine degli avvocati di Messina, Vincenzo Ciraolo e la giornalista della Gazzetta del Sud, Marianna Barone.
  19. sandra777

    CRIMINI D'AMARE

    Fino a
    IL FESTIVAL LECCEINGIALLO organizza il Premio Letterario CRIMINI D'AMARE PRIMA EDIZIONE 2019-2020 REGOLAMENTO Art. 1 Il Comitato del FESTIVAL LECCEINGIALLO, allo scopo di promuovere e divulgare la scrittura creativa e favorire la condivisione di esperienze letterarie, organizza la prima edizione del Premio Letterario CRIMINI D'AMARE per romanzi e racconti a tema libero di genere giallo / thriller / noir. Art.2 L'iscrizione al Premio è aperta agli autori di qualsiasi nazionalità, che abbiano compiuto la maggiore età al momento dell’iscrizione del bando e che presentino opere scritte in lingua italiana. Non sono ammesse opere che inneggino alla violenza, al razzismo o a qualsiasi riferimento che possa turbare la sensibilità delle persone. Art. 3 Il concorso prevede due sezioni: SEZIONE A Romanzi editi pubblicati in edizione cartacea a partire dal gennaio 2018 (provvisti di codice ISBN). SEZIONE B Racconti inediti con una lunghezza massima di 40.000 battute (spazi inclusi). Art.4 Le opere in gara per entrambe le sezioni dovranno pervenire entro il 31/12/2019 (fa fede il timbro postale o la ricevuta del corriere), con le seguenti modalità: SEZIONE A Invio 3 copie del volume mezzo posta o corriere (le spese di spedizione sono a carico dei partecipanti) all'indirizzo: Festival Lecceingiallo, via dei Palumbo 12, 73100 Lecce. In alternativa è possibile invio di una copia digitale (PDF o e-pub) all'indirizzo e-mail lecceingiallo@gmail.com. All'opera dovrà essere allegata una breve scheda di presentazione dell'autore, contenente recapiti utili in caso di qualificazione e la fonte da cui si è appresa la notizia del Premio . SEZIONE B Invio copia digitale per e-mail all'indirizzo leggeingiallo@gmail.com con le seguenti specifiche: formato docx o .pdf, carattere Arial, corpo 12, interlinea 1,5. Nel corpo della mail dovranno essere inseriti: - breve presentazione dell'autore - indirizzo e numero di cellulare - fonte da cui si è appresa la pubblicazione del bando. Art.5 Ogni partecipante potrà presentare una sola opera per entrambe le sezioni. Le opere idoneamente pervenute saranno valutate a giudizio insindacabile e inappellabile dal Comitato del FESTIVAL LECCEINGIALLO comprendente personalità del mondo letterario. Le opere inviate non verranno restituite. Art.6 Nel mese di aprile 2020 il Comitato renderà noti i finalisti di ciascuna categoria. La premiazione dei vincitori avverrà nella serata conclusiva del FESTIVAL LECCEINGIALLO che si terrà a Lecce nel mese di maggio 2020. Art.7 Ai vincitori saranno conferiti i seguenti premi: SEZIONE A Primo classificato - Attestato di merito e riconoscimento creato da un artista del territorio salentino. Il vincitore è tenuto a prendere parte alla cerimonia di premiazione. Secondo classificato - Attestato di merito e omaggio legato al territorio salentino. Terzo classificato - Attestato di merito e omaggio legato al territorio salentino. SEZIONE B Primo classificato - Attestato di merito e omaggio legato al territorio salentino. Secondo e terzo classificato - Attestato di merito Inoltre i primi 10 racconti finalisti saranno pubblicati a titolo gratuito in una raccolta antologica edito dalla casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno. Le modalità di pubblicazione saranno definite a discrezione esclusiva dell'editore. Art. 8 La partecipazione al concorso implica automaticamente: - l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. - l'assunzione in prima persona del partecipante di ogni responsabilità in ordine all'opera inviata, dichiarando di averla realizzata legittimamente, e di poterne disporre in assoluta libertà; - l’espressa autorizzazione al Comitato, nonché i suoi diretti delegati, a trattare i dati personali trasmessi ai sensi del Regolamento EU 679/2016 (GDPR) e successive modifiche, anche ai fini dell'inserimento in banche dati gestite dalle persone suddette; - autorizzazione in caso di premiazione a pubblicare il proprio nominativo su quotidiani, riviste culturali, siti web, etc. - la concessione del libero uso da parte del Premio per l’inserimento in antologia edita da I Quaderni del Bardo.. Partecipando al concorso lo scrittore manleva inoltre il Comitato da qualsivoglia responsabilità e conseguenza pregiudizievole derivante da domande e/o pretese azioni formulate e avanzate in qualsiasi forma, modo e tempo per quanto riguarda contenuto e titolo dell'opera. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario senza obbligo di comunicazione alcuna da parte del Comitato del FESTIVAL LEGGEINGIALLO. Per qualsiasi controversia o contestazione vigono le leggi, i regolamenti e le consuetudini in materia ed è competente il foro di Lecce. Per ulteriori informazioni scrivere a lecceingiallo@gmail.com
  20. Le comunicazioni interstellari erano complicate. Si potevano mandare messaggi asincroni, come delle lettere o delle foto, che impiegavano qualche ora a raggiungere il destinatario. Oppure si poteva richiedere l’apertura di un canale: era necessario non solo che i due estremi si mettessero d’accordo, ma anche che fosse richiesto l’uso di tutti i ripetitori lungo il percorso che il segnale avrebbe fatto attraverso lo spazio, un processo che in parte veniva svolto ancora a mano, da tecnici specializzati, per via delle instabilità a cui era soggetto. Era una forma di comunicazione molto costosa, appannaggio delle amministrazioni pubbliche, delle forze armate e di pochi ricchi. Dalla scrivania Drache attivò la parete alla sua destra, con somma gioia dei draghetti che ci si trasferirono in massa, e si mise ad aspettare su una poltrona. Non ci volle molto prima che il suo sistema e quello di Kira iniziassero a interagire: lo scambio di informazioni necessario a stabilire la comunicazione era nascosto agli utenti, che vedevano solo le animazioni dell’uno e dell’altro che si mescolavano. Il desktop di Kira rappresentava lo spazio profondo e per prima cosa il monitor divenne nero, poi apparvero le stelle e i draghetti si misero a volare intorno ai pianeti, a fare surf sugli anelli sollevando polvere o a giocare a palla con i satelliti. Lo schermo divenne più chiaro; comparve uno stormo di draghi maggiori che portò via i pianeti e le stelle e scacciò tutti i draghetti, rivelando il volto di Kira sorridente dall’altra parte. Due cose tradivano l’età di Kira: i capelli completamente bianchi e, ma per questo bisognava conoscerla, l’aria pacata che le era venuta con gli anni, quell’atteggiamento tranquillo che ha chi ormai non riesce a stupirsi di nulla. Per il resto era la donna affascinante ed energica che era sempre stata. Era seduta su una poltrona, in una stanza poco illuminata, con in mano una tazza di tè caldo. Indossava i pantaloni pesanti e il maglione della divisa invernale. Tutto rigorosamente color carta da zucchero. «So che Soylem ti ha mandato un’altra ispezione» gli disse. Lui annuì. Kira era una delle poche persone che chiamava l’imperatore per nome. «Già» proseguì lei. «Da che è arrivato il freddo si è incupito. È periodo di caccia e… devi convincere Khady a parlargli di nuovo.» Drache rise. «Convincere e Khady non possono stare insieme nella stessa frase.» Anche Kira rise, ma in modo triste. «Per favore. Soylem è intrattabile e non lo è solo con Algor.» «Posso provarci, ma so già che mi dirà di no.» «Fa pressione su Naime e su Auxen, e spesso anche su di me. E quando si rende conto di cosa sta facendo, si chiude nel suo studio e passa le giornate lì dentro senza ricevere nessuno.» «Almeno non fa danni.» Kira lo fulminò con lo sguardo: era una frase che poteva costare molto cara e che a lui veniva graziata solo in virtù di un’amicizia quarantennale. Drache alzò le braccia. «Kira, non riesco a dare torto a Khady, neanche se mi impegno. Sinceramente, è solo perché è l’imperatore che stiamo qui a parlarne. Quello che è successo tra loro non ho idea di come possano fare a superarlo.» Kira distolse lo sguardo. Drache capiva quanto fosse difficile la sua situazione: non erano certo le pressioni su Naime e Auxen o i piccoli dispetti come le ispezioni che la preoccupavano. La verità era che Khady era sua figlia e l’imperatore era l’uomo che amava e non avrebbe mai smesso di cercare di rinconciliarli. «Si incupisce se gliene parlo» cercò di spiegarle. «Non mi dice nulla, ma so sempre quando Khady sta pensando a lui: si chiude e per un po' è come se non esistesse più nient’altro che i suoi pensieri.» Quando il sole andava verso il tramonto, sul palazzo-ponte si accendevano le luci all’ultimo piano e rimanevano aperti solo pochi bar e ristoranti: la maggior parte degli algoriani, che abitasse nella città alta sopra la scogliera o vicino al porto e alle spiagge, preferiva svagarsi altrove. Rimanevano i soldati e i funzionari che non erano di Algor; e che molto di rado si avventuravano altrove. Il governatore era l’unico algoriano che abitava nel palazzo-ponte. Nonostante i buoni propositi, come ogni sera si ritrovò a uscire che era già buio. Salì fino al giardino pensile sopra il tetto. Lassù poteva vedere, dietro gli alberi e i cespugli, la striscia rosso-violacea all’orizzonte, quanto restava del tramonto. C’erano due cose che avrebbe desiderato: un bel viaggio per mare sullo yatch, con Khady e tutti i loro figli. E tre giorni alla casa sulla scogliera, dove abitavano prima che diventasse governatore, lui e lei da soli, senza figli né impegni; né imperi. Ma non aveva avuto un solo giorno di vacanza in quattro anni e non se ne prospettavano molti in futuro. Eppure si sentiva felice quando, superata la siepe in fondo al giardino, entrò in casa. Si tolse le scarpe appena passata la porta e le mise nel guardaroba. L’open space dava l’impressione di essere basso, ma in verità era molto ampio. Quattro divani accoglievano chi entrava e a destra una parete nascondeva la cucina, seguita da una grande tavola apparecchiata. In fondo, prima della porta che portava alle camere, c'era il suo pianoforte a coda. La parete opposta all'ingresso era di vetro e si vedevano il giardino e la piscina. Come ogni sera, erano tutti là fuori. Tranne Khady, sul divano col più piccolo dei suoi figli, un diavoletto biondo di nome Soylem. Il piccolo alzò la testa e gli mostrò la faccia tutta impiastricciata. «Mamma, lo dici tu a papà che io non volevo davvero che tu e lui non ci foste più?» «Sono convinta che lo sa già.» Drache si sedette sul divano davanti a loro. Non riusciva a capire quale fosse la tragedia di quella sera, ma lo sforzo che stava facendo Khady per non scoppiare a ridere lo tranquillizzava. «È vero, no?» Khady si rivolse a lui. «Lo sai che Soylem non voleva davvero che morissimo?» «Sì. Ho la ragionevole certezza che i miei figli non mi vogliano morto.» «Anche perché» intervenne Khizr, il fratello più grande «non servirebbe a niente.» Khizr aveva diciotto anni ed era un ragazzo alto coi capelli castani. Non aveva preso solo il nome dall’ammiraglio Khizr, il nonno di Khady: per un attimo, nella penombra, il modo di camminare e la voce del ragazzo avevano dato a Drache l’illusione che il suo vecchio mentore fosse resuscitato. «Prima di tutto, è la mamma quella che dovrebbe morire» proseguì Khizr. «A uccidere papà non ti risolvi nessun problema.» Soylem fissava il fratello spaventato. «Ma non basta che muoia: bisognerebbe che il nonno si incazzasse di brutto e decidesse di tagliarle la testa e che noi non siamo più figli suoi e…» Il bambino scoppiò di nuovo a piangere. «Gran bel risultato» disse Drache. «Ma è la verità.» «Sarà» riprese Drache, «ma eravamo riusciti a calmarlo prima che intervenissi tu.» Khizr scosse la testa e cercò con lo sguardo da sua madre una comprensione che non trovò. Sbuffò e si mise in ginocchio davanti a lei, posando la mano sulla schiena di Soylem. «Dai, piccolo, non fare così. Puoi sempre impararlo il tuo nome.» «Ma è difficile.» «Eh, lo so. È toccato anche a me. Ce l’abbiamo fatta tutti, puoi farcela anche tu.» «Ma voi siete grandi.» «Ma l’abbiamo imparato da piccoli.» Soylem si asciugò gli occhi e prese il fazzoletto. Così era quella la grande tragedia: al piccolo Soylem, chissà poi per quale motivo, era richiesto di sapere l’intero nome, una sfilza di titoli di tre righe pieni di termini incomprensibili per un bambino. Era stato un evento, e in un paio di occasioni un vero dramma, per ognuno degli altri cinque figli. Khizr, che ora era qui fiducioso e tranquillo, a suo tempo si era sdraiato per terra rotolandosi sul pavimento, dichiarando che si sarebbe chiuso nella sua stanza e non ne sarebbe uscito finché non l’avessero espulso dalla famiglia imperiale. Incrociò lo sguardo di Khady, che mimò un maestra idiota con le labbra. L’unico pensiero che rimase a Drache era che amava la moglie e i figli ed era felice che preoccupazioni di quel tipo avessero spazio nella sua vita.
  21. Prologo Capitolo 1. Prima parte Su tutta Africa, il pianeta che si ospitava Algor, c’erano solo due isole abitate, separate da un braccio di mare molto sottile. Gli altri continenti erano dominio incontrastato di varie specie di sauri, così come buona parte degli oceani. Il cuore della città era il palazzo-ponte, costruito nel punto in cui entrambe le isole arrivavano a strapiombo sullo stretto con una scogliera. Khady uscì dall’accademia e si incamminò sulla strada pedonale, tenendosi vicina al parapetto. I veri abitanti di Algor si riconoscevano perché non erano per nulla impressionati dal salto di cento metri sotto di loro e non notavano neanche più i tiranti che sostenevano la campata a intervalli di venti metri, così spessi che ci sarebbero volute tre persone per abbracciarne uno. Avrebbe potuto prendere il tram, dall’altro lato dell’edificio, ma era ancora presto e ora che si avvicinavano all’autunno la temperatura più fresca invitava a stare all’aria aperta. Arrivò comunque in anticipo all’eliporto e, con sua somma sorpresa, scoprì che qualcuno aveva prenotato una lezione. Algor non aveva molte risorse, a parte la sussistenza data dalla pesca e dall’allevamento dei mesiteré, specie di dinosauri simili agli struzzi. La vera ricchezza di Algor era l’astroporto e le sue flotte dedite a commerci più o meno leciti dentro e fuori l’impero; e alla guerra. In quel mondo essere un pilota significava volare nello spazio: il volo in atmosfera con un elicottero era considerato poco più di un eccentrico passatempo. Difatti, l’allievo che la stava aspettando era un soldato del reggimento di stanza ad Algor, un sergente di nome Donio che teneva la divisa perfettamente abbottonata e la salutò scattando sugli attenti e strappandole un mezzo sorriso. «Bene, sergente» gli disse Khady nella lingua di Elmà, «vedo che ha chiesto un corso per il brevetto da istruttore di primo livello.» «Sì, signora. Mi hanno detto che solo lei può tenere quel tipo di corsi qui ad Algor.» Khady annuì. L’accento che aveva le era familiare. «Viene da Terovesh, sergente?» «Sì, signora» rispose lui. «Come ha fatto a capirlo?» «Ho passato diversi anni a Coimbra» disse lei, perplessa perché proprio in quella città aveva sede il maggior centro di addestramento dell’esercito. «Che ha combinato per venire mandato qui?» Il sergente Donio si guardò le scarpe. «Temo di essere molto in imbarazzo a parlarne, signora.» Khady scoppiò a ridere. «Va bene, sergente. Andiamo a prepararci.» Entrati nell’elicottero, Khady fece accomodare Donio al posto del primo pilota e si sedette in quello del secondo. «Prima di iniziare il corso vero e proprio» disse allacciandosi la cintura «ho bisogno di vedere come vola.» «Sì, signora.» L’elicottero da addestramento era un vecchio apparecchio riadattato, con un touch-screen riconfigurabile per emulare diversi modelli reali. Khady appoggiò il suo telefono alla console per ottenere l’autorizzazione a impostare i comandi. Scelse dal menù un modello base. «Come istruttore di primo livello avrà degli allievi principianti, quindi niente cose sofisticate: decollare, atterrare, volare dritti tra l’uno e l’altro.» «Sì, signora.» «Allora vediamo come se la cava con le cose base.» Prima di togliere il telefono, Khady selezionò un’icona in basso a sinistra e confermò. Tutte le scritte e i simboli sparirono e i comandi diventarono anonimi tasti grigi. Donio la guardò interdetto. «Vogliamo decollare, sergente?» «Io, non so se…» «Sì, fa a tutti quest’effetto i primi dieci minuti. Ma stia tranquillo: le sue mani sanno dove andare.» «E se sbaglio?» «Be’, sergente, dubito che riusciremo a schiantarci a motore spento.» «E quando saremo in volo?» Khady gli sorrise. «Intanto pensiamo ad arrivarci, in volo. Del resto ci preoccuperemo lassù.» L’ammiraglio Drache guardò sbuffando la comunicazione che aveva sul tavolo. «Un’altra volta?» Il consigliere Auxen, governatore generale delle province esterne, gli stava annunciando la quarta ispezione da che era governatore di Algor. Non ricordava ce ne fosse mai stata una nei trentasei anni in cui la carica era appartenuta all’ammiraglio Asa e a lui invece gliene toccava una l’anno. Non che si preoccupasse: ormai sapeva cosa aspettarsi e che non sarebbe emerso nulla di rilevante, però era una gran perdita di tempo che metteva a dura prova la pazienza di tutti. Ma non poteva certo opporsi a una richiesta di Elmà. Si alzò per prendersi da bere. Nell’ufficio del governatore trovavano spazio la scrivania, un divano a tre posti, con poltrone e tavolino da tè, e un angolo bar. Il colore dominante era l’azzurro carta da zucchero, di un tono più scuro rispetto a quello delle divise, intervallato qua e là dal bianco crema e dal legno chiaro. La prima volta che Drache era entrato in quell’ufficio lo stavano ancora costruendo: il palazzo-ponte era solo uno scheletro d’acciaio e lui era un giovane capitano al seguito dell’ammiraglio Khizr, il signore di Algor. Tirava vento ed erano al terzo piano, faceva quasi freddo. La parete dietro la scrivania era di là da venire, e così la scrivania, il resto della mobilia, il pavimento di marmo, la porta in vetri oscurabili che lo separava dalla segreteria. Sembrava di essere sospesi nel vuoto mentre camminavano sulle travi spesse due metri con a proteggerli solo una balaustra temporanea. Sotto di loro le onde si infrangevano sui pilastri e l’odore del mare arrivava fin lassù, da dove le barche che servivano il cantiere apparivano piccole come gusci di noce. Drache si risedette. Adesso che non la stava usando, sotto il vetro della scrivania era apparsa una ringhiera su cui stavano appollaiti dei draghi minori. Era un’animazione che usava da anni, ma ancora lo divertiva: ogni tanto arrivava un drago più grande, di solito rosso, e faceva fuggire tutti i più piccoli. Nell’angolo in basso a sinistra comparve una lanterna che ruotava su sé stessa, simile alla luce di un faro. I draghi si spostarono in quella direzione, incuriositi dalla nuova arrivata: Lianna, la segretaria di Drache, cercava di contattarlo. Lui appoggiò la mano e comparvero alcune icone, sempre circondate da draghi impiccioni. Ne tenne premuta una e la parete di fronte a lui da bianco lattiginosa divenne trasparente. Fece cenno a Lianna di entrare. «L’ammiraglio Kira» gli disse lei appena aperta la porta «richiede un collegamento da Elmà per te.» «Quando?» «Dovrebbero aprire un canale tra quindici minuti.» «Di’ pure che me la passino qui.»
  22. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  23. Sissi77

    Delrai edizioni

    Nome: Delrai edizioni Generi trattati: romance, distopico, fantasy, erotico, retelling, steam-punk, thriller e giallo Modalità di invio dei manoscritti: http://www.delraiedizioni.com/invio-manoscritti Distribuzione: Sito: http://www.delraiedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/delraiedizioni/?fref=nf
  24. Mercante di Rarità

    Chance Edizioni

    Nome: Chance Edizioni Generi trattati: Narrativa, Thriller, Viaggi, Cucina, Fiabe Catalogo: https://chanceedizioni.com/negozio/ Modalità di invio dei manoscritti: chanceedizioni@gmail.com Distribuzione: https://chanceedizioni.com/distribuzione/ Sito: www.chanceedizioni.com Facebook: https://www.facebook.com/ChanceEdizioni/
  25. Titian

    Aiuto per: Inseguimenti automobilistici

    Ciao a tutti. Tante domande mi vengono in testa, ma queste qui sotto sono quelle che cerco una riposta da tanto tempo. Come riuscire a descrivere un inseguimento con le automobili? Come si fa a non perdere il ritmo durante le vicende? Bisogna per forza attenersi a un punto di vista di un solo personaggio oppure si può fare ad altri? Inoltre se ci sono molte scene d'azione come si può fare per non confondersi? Mi spiego. Sto scrivendo un thriller molto strano in cui parla di un uomo che conosce un demone, possiede il dono del fuoco e viene accusato di un omicidio. A causa di quest'ultimo, è costretto a fuggire dalla polizia, deve fare i conti con il suo passato, con quelli del demone e deve scoprire chi l'ha incastrato e perché. Visto che adoro i film d'azione, vorrei scrivere una trama con dei inseguimenti, magari aggiungendo il fuoco, le sparatorie e fare inseguimenti anche a piedi dentro un parco acquatico. La storia è ambientata in una città inventata da qualche parte negli Stati Uniti d'America. Tempo fa, ci ho provato a scrivere degli inseguimenti, ma ci sono stati due casi che senza non avrei mai aperto questa nuova discussione. 1) Agli inizi del mio viaggio della scrittura, avevo uno stile molto povero quasi privi di dettagli per ambientazione e cose così perché volevo tenere il ritmo bello alto. A causa di questo, scrivevo più o meno le stesse cose. Ci provai a fare una serie di inseguimenti in una trama fantasy moderna. Purtroppo, questo stile non mi piacque anche perché dovevo riscrivere più volte i nomi dei protagonisti. Dopo questa trama provai con un'altra trama (sempre utilizzando lo stesso stile) pensando che magari avrebbe cambiato qualcosa. Non funzionò. 2) Ho provato ad aggiungere dei mini dettagli su un inseguimento dentro una trama (le scene con le sparatorie ero molto bravo), ma il ritmo era calato di brutto fino ad essere un semplice viaggetto tra due auto. Avete qualche idea a riguardo? Spero che abbiate capito di cosa voglio dire con questo. Spero che questa discussione non sia già sul sito. Se lo è già, mi scuso. Grazie per le risposte.
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