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Trovato 262 risultati

  1. Estelwen

    Hope Edizioni

    Nome: Hope Edizioni Generi trattati: La Hope Edizioni è aperta a ogni genere di romanzo, dal rosa con tutte le sue sfumature (erotico, dark romance, bdsm, storico) alla fantascienza, passando per New Adult, Young Adult e thriller e finendo con il fantasy (epico, contemporaneo, ma anche paranormal e urban) e gli M/M. Al momento NON si accettano saggi o poesie né altri tipologie di testi non presenti nella precedente lista. Modalità di invio dei manoscritti: tramite questo form: http://www.hopeedizioni.it/invia-manoscritto/ o via mail all'indirizzo pubblicazioni@hopeedizioni.it Distribuzione: Non specificato Sito: http://www.hopeedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/HopeEdizioni/
  2. Sissi77

    Delrai edizioni

    Nome: Delrai edizioni Generi trattati: romance, distopico, fantasy, erotico, retelling, steam-punk, thriller e giallo Modalità di invio dei manoscritti: https://delraiedizioni.com/informazioni/ Distribuzione: DirectBook Sito: http://www.delraiedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/delraiedizioni/?fref=nf Dal loro sito: attualmente non accettano manoscritti in valutazione. (gennaio 2020)
  3. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  4. frideos

    L'ultima domenica

    Titolo: L'ultima domenica Autore: Francesco Mineo Collana: Le Fenici Casa editrice: Montag ISBN: 9788868923839 Data di pubblicazione (o di uscita): 23/10/2019 Prezzo: 18€ Genere: Thriller/Mistery Pagine: 230 Ryan Norrell è un dipendente del "Palmer & sons", un noto negozio di antiquariato della città di Newdroit. L'equilibrio instabile della sua vita routinaria e intrisa di apatia viene messo a repentaglio quando, giunto tra le sue mani un misterioso oggetto per una sua valutazione, riceve una telefonata anonima da parte di uomo che lo informa sulla sua particolarità. Tra conflitti interiori, una donna di nome Elaine - che appare solo nei suoi sogni -, e la necessità di scoprire l'identità dell'uomo e la verità su una presunta maledizione che colpisce i precedenti proprietari dell'oggetto, si troverà a rivalutare ogni aspetto della sua vita. Link all'acquisto: Mondadori store - laFeltrinelli - IBS
  5. segugio delle parole

    Il sepolcro di Encelado di Michele Giannone

    Titolo: Il sepolcro di Encelado Autore: Michele Giannone Casa editrice: Dark Zone ISBN: 9788899845926 Data di pubblicazione: 23 Dicembre 2019 Prezzo (versione cartacea): € 14,90 Genere: Thriller Pagine: 320 Quarta di copertina o estratto del libro: Una I e una V vergate col sangue sulla parete di un appartamento accanto al cadavere di un uomo. Ma a Rocca Etnea l’eco di quell’omicidio appare destinata a spegnersi presto. Luca Barresi era il contabile di un clan locale. Prima o poi avrebbe fatto una brutta fine, lo sapevano tutti. Dario Greco, Sostituto Procuratore originario di Rocca, si è visto affidare il fascicolo. Delle indagini in realtà non gli importa molto. Ha lasciato il paese anni prima, ma adesso il caso Barresi gli offre il pretesto per tornarci e affrontare i fantasmi del passato. Quando al primo omicidio ne segue un altro, ancora più brutale, Greco si rende però conto che a Rocca un pazzo sta colpendo seguendo un macabro rituale. Sul biglietto rinvenuto sul luogo del delitto, infatti, l’assassino ha lasciato scritto un nome: Enceladus. Chi si nasconde dietro questo personaggio mitologico? E qual è il nesso tra gli omicidi e l’eruzione dell’Etna ormai prossima? In un paese che teme di vedersi cancellato dalla lava, tra gente abituata all’omertà, Greco si trova così ad affrontare una difficile corsa contro il tempo alla ricerca di indizi che gli permettano di scoprire l’identità dell’assassino e fermarlo prima che colpisca ancora. Link all'acquisto: http://www.dark-zone.it/prodotto/il-sepolcro-di-encelado/
  6. futurio

    "L'Età dell'Immaginazione" di Ercole Turiani

    Titolo: L'Età dell'Immaginazione Autore: Ercole Turiani Casa editrice: LFA Publisher ISBN: 9788833431888 Data di pubblicazione: novembre 2019 Prezzo: cartaceo 16 euro Genere: thriller Pagine: 172 Quarta di copertina: Giovanni, un docente d’architettura, prende in affitto un appartamento nella città in cui si è trasferito. Sulla terrazza che condivide con la locatrice, giorno dopo giorno si avvicina al di lei nipote, Lapo, di cui la donna si prende cura. Il bambino trascina l’austero professore nella scia della propria immaginazione introducendolo in un mondo elementare e perfetto, dove i mediocri non trovano posto, i cattivi hanno la peggio e i buoni la spuntano sempre. Più di un segno di cambiamento nella vita di Giovanni trapela dalla sua riservatezza, e gli amici vedono attenuarsi a poco a poco la ruga che Simona, lasciandolo, gli aveva scavato in fronte. Quando Lapo, oramai alle soglie dell’età scolare, dovrà confrontarsi con i modelli reali che ne segneranno inevitabilmente la crescita, l’incanto si rompe. L'epilogo è drammatico e misterioso, anche perché incrocia le imprese di un fantomatico night climber, uno scalatore di edifici monumentali di cui si sono occupate ripetutamente le cronache in occasione dei suoi presunti avvistamenti. Per fare luce sull'oscura vicenda, la polizia avvia un'indagine sulla base dei pochi elementi a disposizione. Tra questi, la testimonianza delirante dell'uomo, che stride fin troppo con le apparenze, viene ritenuta inattendibile. Il margine di dubbio, tuttavia, provoca allarme e sconcerto nell'intera comunità cittadina e non soltanto, ricevendo l'attenzione anche dei media nazionali. Link all'acquisto: https://www.lfaeditorenapoli.it/le-nostre-pubblicazioni-2019/ https://www.ibs.it/eta-dell-immaginazione-libro-ercole-turiani/e/9788833431888
  7. bukowsky77

    Nero Press

    Nome: Nero Press Generi: Horror e Gotico, Noir, Giallo, Thriller Modalità di invio Manoscritti: http://neropress.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: http://neropress.it/distribuzione/ Sito web: http://neropress.it/ Facebook: https://www.facebook.com/neropress.edizioni
  8. Writer's Dream Staff

    La Penna Blu Edizioni

    Nome: La penna blu edizioni Generi valutati: fantasy di ogni tipo, fantascienza, narrativa per bambini e ragazzi, gialli e thriller, Gialli e Thriller ambientati in Puglia o collegati al “Tacco d’Italia”, romanzi storici, romanzi a bivi Invio manoscritti: https://www.lapennablu.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: https://www.lapennablu.it/distribuzione/ Sito:https://www.lapennablu.it Facebook: https://www.facebook.com/lapennablulibri/
  9. SCADENZA DEL BANDO DELLA VI EDIZIONE: 20 GIUGNO 2019 Per agevolare il lavoro della Giuria e del Comitato di lettura, si consiglia vivamente di spedire gli elaborati con ampio anticipo rispetto alla scadenza del Bando. Il Premio Città di Como è libero, autonomo, indipendente e riconosce pari dignità a tutti i partecipanti garantendo la totale imparzialità di giudizio. Il Premio Città di Como opera in ambito nazionale ed internazionale: gli elaborati in lingua originale non italiana dovranno pervenire corredati di traduzione in lingua italiana. SEZIONE EDITI POESIA in omaggio ad ALDA MERINI: partecipano a questa sezione le opere edite di poesia a tema libero. NARRATIVA in omaggio a GIUSEPPE PONTIGGIA: partecipano a questa sezione le opere edite di narrativa a tema libero di ogni genere: romanzo, raccolta di racconti, fiabe, memorialistica, biografie, libri per ragazzi, testi teatrali. Sono previsti premi speciali per la narrativa di genere. Sono richieste una breve sinossi dell’opera e una breve nota biografica dell’autore. SAGGISTICA: partecipano a questa sezione opere edite di saggistica, a carattere scientifico o divulgativo, di qualsiasi argomento senza limiti di ambito di trattazione. Sono richieste una breve sinossi dell’opera e una breve nota biografica dell’autore. SEZIONE INEDITI Partecipano a questa sezione opere mai pubblicate in versione cartacea o digitale in versione ebook nei vari formati o sui siti internet, blog o social network. Opere di Poesia: sia una singola poesia, sia una raccolta di poesie, sia un’antologia di più autori. Opere di Narrativa di ogni genere: romanzo, raccolta di racconti, fiabe, memorialistica, biografie, libri per ragazzi, testi teatrali. Sono richieste una breve sinossi dell’opera e una breve nota biografica dell’autore. SEZIONE MULTIMEDIALE Partecipano a questa sezione opere multimediali, sia edite che inedite: A) “Raccontano”: un testo letterario (in prosa o in poesia, edito o inedito, di qualsiasi autore), un paesaggio o un viaggio raccontato attraverso immagini e/o testo e/o musica. B) “Espressioni del volto”: volti ed emozioni (di uno o più soggetti) che esprimano delle emozioni attraverso immagini e/o testo e/o musica. C) “Videopoesie”: un testo poetico recitato attraverso il libero abbinamento di immagini e/o testo e/o suoni. D) “Book-trailer”: audiovisivo di breve durata per promuovere una pubblicazione. E) “Reportage fotografico” di qualsiasi genere. PRESENTAZIONE DEGLI ELABORATI La partecipazione al Premio avviene tramite la presentazione degli elaborati. Qui di seguito le indicazioni per la presentazione. SEZIONE EDITI Per le opere edite in formato cartaceo: inviare n. 2 copie del volume stampato. Per le opere edite in formato elettronico: inviare per e-mail e-book in formato pdf con accesso libero. SEZIONE INEDITI Per le opere inedite in formato cartaceo: inviare n. 2 copie stampate in formato A4, in b/n o a colori. Per le opere inedite in formato elettronico: inviare per e-mail l’elaborato in un unico file in formato pdf con accesso libero. SEZIONE MULTIMEDIALE Per le opere realizzate come sequenze fotografiche digitali: inviare la sequenza – costituita da un minimo di 5 e da un massimo di 10 immagini, progressivamente numerate, in formato JPG, peso massimo 2 MB l’una – per e-mail (per invii superiori a 5 MB, utilizzare modalità WeTransfer o simili). Per i reportage da un minimo di 30 a un massimo di 50 immagini. Per le opere realizzate come video: inviare il video – realizzato in un unico file, in formato Wav-Avi-Mp4-Mov della durata massima di 10 minuti – per e-mail (con modalità WeTransfer o simili). I video pervenuti saranno inseriti sul canale YouTube del Premio. Tutte le lavorazioni audio-video saranno ammesse se nel rispetto delle normative di YouTube. Con l’invio, si autorizza la pubblicazione del video sul sito www.premiocittadicomo.it e sui social network di riferimento. NORME DI PARTECIPAZIONE I partecipanti (Autori e Case editrici) possono concorrere a una o più Sezioni del Premio, senza limiti. Ogni partecipazione richiede un’iscrizione separata. Le case editrici concorrono con volumi di loro pubblicazione, garantendo l’autorizzazione alla partecipazione da parte dell’autore. Alle case editrici si raccomanda di dotare di idonea fascetta l’opera che risulterà vincitrice del Premio per le sezioni editi e speciali. INVIO DEGLI ELABORATI IN FORMA CARTACEA Gli elaborati in forma cartacea dovranno essere inviati per posta – secondo le modalità indicate in “Presentazione degli Elaborati” – unitamente alla scheda di iscrizione (SCHEDA ISCRIZIONE scaricabile e compilabile dal sito) e alla certificazione (fotocopia della ricevuta) del pagamento della quota di partecipazione (vedi “Quota di Partecipazione”) a: C.P. n°260 c/o Poste Centrali, via Gallio, 6 – 22100 Comooppure Associazione Eleutheria, via Oriani 8 – 22100 Como (per la Svizzera: Fermo Posta 6830 – Chiasso 1). INVIO DEGLI ELABORATI IN FORMA DIGITALE Gli elaborati in forma digitale potranno essere anche inviati – secondo le modalità indicate al punto “Presentazione degli Elaborati” – per e-mail unitamente alla scheda di iscrizione (SCHEDA ISCRIZIONE scaricabile e compilabile dal sito) e alla certificazione (scansione in pdf della ricevuta) del pagamento della quota di partecipazione (vedi “Quota di Partecipazione”) all’indirizzo: Per le sezioni letterarie editi e inediti: info@premiocittadicomo.it Per la sezione multimediale (sequenze fotografiche e video): sezioneimmagine@premiocittadicomo.it ATTENZIONE: Per motivi organizzativi – sia per invio in forma cartacea sia per invio in forma digitale – la scheda di iscrizione (o uno scritto equivalente), l’opera in concorso e la certificazione del versamento della quota di partecipazione devono giungere uniti e contemporaneamente. Non verranno ammessi al concorso elaborati spediti non unitamente alla scheda di iscrizione e alla certificazione del pagamento della quota di partecipazione. QUOTA DI PARTECIPAZIONE La quota di partecipazione – per tutti i partecipanti, autori e case editrici – è di € 20,00 – Euro Venti/00 (ogni partecipazione richiede una quota separata). Gli scritti provenienti da istituti penitenziari sono esenti. La quota potrà essere versata: tramite assegno o contanti presso la Segreteria del Premio; tramite versamento sul c/c postale n°1016359752 intestato ad Associazione Eleutheria tramite bonifico bancario: BPS – IBAN: IT 72M0569610901000009091X44 – BIC / SWIFT: POSOIT22 Filiale: 073 Como- ag.1 intestato ad Associazione Eleutheria. DESTINAZIONE DEGLI ELABORATI Al termine del Concorso, gli elaborati non verranno restituiti. Le opere edite verranno donate a Biblioteche del territorio insubrico. Le opere inedite verranno distrutte a tutela del Copyright. COMUNICAZIONE DEI FINALISTI, VINCITORI E CERIMONIA FINALE Gli elaborati pervenuti entro la data di scadenza del bando (vedi “Scadenza Bando del Concorso”) verranno puntualmente esaminati. Dopo la prima selezione si determinerà una rosa di selezionati. Nella rosa dei selezionati, i finalisti verranno scelti e avvisati dalla Segreteria del Premio. Tra i finalisti verranno scelti i vincitori. Gli elenchi della rosa dei selezionati e, successivamente, l’elenco dei finalisti verrà reso noto tramite pubblicazione sul sito del Premio. La Cerimonia di Premiazione si svolgerà nel mese di Ottobre (presumibilmente sabato 19/Ottobre) a Como, in una sede di prestigio e sarà aperta al pubblico a ingresso libero. Tutte le informazioni relative alla data e l’ora della cerimonia di premiazione saranno consultabili sul sito. I vincitori verranno proclamati all’atto della Cerimonia e saranno tenuti a parteciparvi per la riscossione dei premi. I premi in denaro non ritirati personalmente o tramite delegato durante la Cerimonia, rimarranno a disposizione del Premio per l’edizione successiva. Le spese di trasferimento e di soggiorno per la presenza alla Cerimonia di Premiazione saranno a carico dei singoli partecipanti. Il Premio ha tuttavia stipulato apposite convenzioni con alberghi per pernottamenti a prezzi speciali (informazioni presso la Segreteria o sul sito del premio). ACCORDI EDITORIALI, CONSULENZE L’Associazione si riserva la possibilità di stipulare accordi di rappresentanza e consulenza editoriale con gli autori delle opere inedite ritenute più meritevoli di pubblicazione. Gli autori di inediti che desiderassero una valutazione puntuale del testo, potranno richiederla contestualmente all’invio del loro manoscritto in regola con la sottoscrizione (20 euro). Il Premio Città di Como si appoggerà quindi, per questa prestazione allo Studio Pym di Via G.Pascoli 32, Milano, che leggerà e analizzerà entro la data di premiazione i testi più brevi (fino a un massimo di 100 cartelle da 2000 battute spazi inclusi) al costo di € 100, mentre per i testi più lunghi (oltre le 100 cartelle da 2000 battute spazi inclusi) il costo salirà a € 200. TALI COSTI, SARANNO VERSATI DALL’AUTORE DIRETTAMENTE ALL’AGENZIA CHE PROVVEDERA’ ALLA RELATIVA FATTURA. Oltre alla valutazione, nella scheda di lettura lo Studio Pym includerà dei consigli di lavorazione per migliorare il manoscritto. L’autore potrà in seguito decidere se commissionare un vero e proprio lavoro di editing all’agenzia. La partecipazione al Concorso deve essere formalizzata entro la data di scadenza del Bando. La Segreteria del Premio, a chiusura del Bando, resta a disposizione per un periodo tassativo di giorni 15 per eventuali avvisi, omissioni, refusi o segnalazioni: oltre il suddetto periodo non verrà presa in esame alcuna richiesta in merito alle opere oggetto del Concorso. A chiusura del Bando verranno pubblicati sul sito del Premio gli elenchi dei partecipanti al concorso. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento. Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzazione o di terzi per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso. I partecipanti dichiarano di esseri autori delle loro opere. La partecipazione al concorso comporta automaticamente da parte dell’Autore la concessione all’Ente Promotore il diritto di riprodurre le immagini presentate al concorso su cataloghi ed altre pubblicazioni che abbiano finalità di propagandare la manifestazione e i luoghi dove ambientata l’immagine, senza fini di lucro. Ai sensi della Risoluzione n.8/1251 del 28/10/1976 il Premio non verrà assoggettato a ritenuta alla fonte. Resta pertanto a carico del percettore del premio l’obbligo di comprendere il valore del riconoscimento e le somme complessive a tale titolo conseguite nella propria dichiarazione annuale alla fine della determinazione del reddito. Per i minorenni occorrerà la firma di un genitore o di chi esercita la patria potestà sulla scheda di partecipazione. Tutti i dati sensibili pervenuti da quanti partecipano al Premio verranno trattati nel rispetto del Decreto legislativo 30/06/2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali, noto anche come “Testo unico sulla privacy”) ed utilizzati esclusivamente per i fini del Premio stesso. I CONCORRENTI, SOTTOSCRIVENDO LA SCHEDA DI ISCRIZIONE, ACCETTANO TUTTE LE CONDIZIONI DEL PRESENTE BANDO. PREMI SEZIONE EDITI VOLUME EDITO DI POESIA Primo classificato € 2.000 VOLUME EDITO DI NARRATIVA Primo classificato € 2.000 Premi speciali per generi: Romanzo storico € 500 Romanzo d’avventura € 500 Romanzo thriller € 500 Romanzo per ragazzi € 500 Romanzo fantastico (fantasy, horror, fantascientifico) € 500 Volume edito di genere teatrale € 500 VOLUME EDITO DI SAGGISTICA Primo classificato € 2.000 Premi speciali per generi: Divulgazione scientifica € 500 Libro di inchiesta € 500 SEZIONE INEDITI Il testo inedito che risulterà vincitore – sia esso romanzo o raccolta di racconti, per adulti o per ragazzi – verrà pubblicato dall’Editore Francesco Brioschi di Milano o da altri, con il consenso dell’autore e dopo un accurato Editing al fine di migliorare se necessario la struttura del testo. Potranno essere pubblicati anche altri inediti ritenuti meritevoli di attenzione. La segreteria del premio dovrà essere tempestivamente avvisata qualora un testo inedito inviato in partecipazione raggiungesse accordi editoriali nel periodo del concorso.Alla data di premiazione le opere vincitrici, pena l’esclusione, dovranno risultare inedite e svincolate da qualsiasi diritto di terzi. POESIA SINGOLA O FINO A 5 POESIE INEDITE Primo classificato € 1.000 SEZIONE RACCONTO SINGOLO EDITO O INEDITO Primo classificato € 1.000 Miglior racconto a tema il lago, qualsiasi lago e in ogni sua eccezione € 500 SEZIONE MULTIMEDIALE PREMIO UNICO Primo classificato € 1.000 OPERA PRIMA (Sezione a scelta della Giuria) Primo classificato € 1.000 OPERA DALL’ESTERO O TRADOTTA IN ITALIANO DA LINGUA STRANIERA Primo classificato € 1.000 OPERA SUL TEMA “IL VIAGGIO” (saggistica, narrativa, reportage) Premio Unico € 500 Il Premio e la Giuria potranno: conferire riconoscimenti con diplomi e targhe, premi speciali della Giuria e assegnare ulteriori premi in denaro o equivalente ai secondi e terzi classificati o al romanzo inedito, in caso di impossibilità alla pubblicazione. Assegnare premi speciali, per opere di prosa o poesia, a persone in regime di detenzione. Referente per gli scritti provenienti da istituti penitenziari: Avv. Marcello Iantorno assegnare Soggiorni Premio nei primari alberghi del territorio elencati sul sito del Premio. accrescere il montepremi. Durante la Cerimonia verranno assegnati: un premio alla memoria del Prof. Augusto Cirla, già eminente clinico dell’Ospedale Sant’Anna di Como. un premio a una personalità o a un Ente che si siano distinti per la diffusione della cultura o per particolari meriti in campo umanitario. GIURIA TECNICA Presidente Andrea Vitali Scrittore Edoardo Boncinelli Scienziato e scrittore Francesco Cevasco Già Responsabile delle Pagine Culturali del Corriere della Sera Milo De Angelis Poeta e critico Giovanni Gastel Fotografo Giulio Giorello Filosofo Dacia Maraini Scrittrice Armando Massarenti Giornalista e scrittore Pierluigi Panza Giornalista del Corriere della Sera e docente universitario Flavio Santi Scrittore e docente all’Università Insubria Laura Scarpelli Editor Mario Schiani Responsabile pagine culturali quotidiano La Provincia LE DELIBERAZIONI DELLA GIURIA SONO INSINDACABILI ED INAPPELLABILI. COMITATO DI LETTURA (SEMPRE AGGIORNATO) Marco Albonico Fiorella Bianchi Mafalda Bianchi Anna Falezza Boracchi Paola Linda Pedraglio Luciana Schnyder Giorgio Albonico Lorenzo Morandotti Sergio Mestrinaro Daniela Baratta Greta Albonico Marielina Confalonieri Raffaella Rizzo STUDENTI LICEO VOLTA: I nomi degli studenti qui Insegnante di riferimento: Prof.ssa Marina Doria coordinatrice progetto “Leggere per davvero” RETE DI BIBLIOTECHE DELLA PROVINCIA DI COMO: Fabio Della Valle Paolo Cadenazzi Carlo Romanò Simona Molteni Stefania Molteni Maddalena Bellini Eva Cariboni Silvia D’Arrigoni Nicoletta Sterlocchi Daniele Bianchi Maria Ida Pozzoli Alessandra Scansiani Lorenza Calcaterra Barbara Mascarucci Alessandra Rossini Francesca Trabella Iris Bellini Monica Neroni Gabriele Nuttini Silvia Bonfanti Laura Furlanetto Celestina Lietti Donatella Gaetani Marcel Paolini Leila Laze Maria Emilia Peroschi Maria Giovanna Bullock Elisabetta Beltrami Silvana Selva Christiane Colombo Cristina Mauri Piera Cattaneo Sonia Molteni Franca Giossi Pinuccia Nogara Lorenza Calcaterra BIBLIOTECA DI BORMIO Cinzia Sosio Luisa Pozzi Massimo Favaron Maurizio Favaron Maria Bruna Peruviani Federica Bormetti Consuelo Peccedi Sabina Colturi Assunta Giacomelli Franca Colturi Federica Lumina Assunta Giacomelli BIBLIOTECA DI CREMONA Consuelo Cabrini Sabrina Pamela Miglio Maria Anita Pasquale Rebecca Rossi Marinella Seghizzi Annamaria Sorgente Nicoletta Trovato Laura Vincenzi LIBRERIA TORRIANI DI CANZO Luigi Torriani Massimo Autieri Monica Galanti Nello Evangelisti Margherita Conforti Alberto Riolo Daniela Cattaneo Riolo Piera Polti STUDIO PYM DI MILANO (Via G.Pascoli n° 32, Milano 20129) www.studiopym.com: lavora con tutti i principali gruppi editoriali italiani (Gruppo Mondadori, Giunti, Feltrinelli, HarperCollins, Gruppo GeMS, DeA Planeta, San Paolo, Amazon Publishing) LIBRAI DEL TERRITORIO INSUBRICO Ennio Monticelli (Libreria Ubik) Paola Cattaneo (Libreria Via Mentana Como) Debora Aloi (Libreria Mondadori) Silvia De Carli (Nonsololibri) LEGGER-MENTE (Cesenatico) Marco Bazzocchi Monica Biselli Patrizia Borgioli Maria Farnedi Anna Lelli Mami Elena Naldi Graziella Nasolini Dina Paganelli Alma Perego Alessandra Senni COMITATO ESECUTIVO Ideatore e organizzatore premio: Giorgio Albonico – giorgio.albonico@premiocittadicomo.it Per informazioni: Segreteria Organizzativa Daniela Baratta Via Oriani 8 – Como Telefono: 031 241.392 Cellulare: +39 334 5482855 – +39 340 9439256 – +39 329 3336183 ORARIO UFFICIO 9:00-12:00 15:00-17:30 Email: info@premiocittadicomo.it URL: www.premiocittadicomo.it Responsabile sezione fotografica: Greta Albonico – gretaalbonico@yahoo.it In collaborazione con Guido Taroni Responsabile Comunicazione – Eventi: Barbara Sardella barbara.sardella@ubiklibri.it Promozione e contenuti digitali : Lorenzo Morandotti lorenzomorandotti@gmail.com Progettazione grafica e realizzazione sito internet: Partners.co.it
  10. Writer's Dream Staff

    Fanucci Editore

    Nome: Fanucci Editore Generi trattati: Avventura, fantasy, fantascienza, thriller, noir, rosacrime, narrativa per ragazzi, narrativa Modalità d'invio manoscritti: http://www.fanucci.it/pages/aspiranti-scrittori Sito web: http://www.fanucci.it/ NB: Pare che la casa editrice in questione preferisca trattare perlopiù con agenzie.
  11. Ospite

    Dunwich Edizioni

    Nome: Dunwich Edizioni Generi: Horror, Thriller e Mistery Modalità di invio manoscritti: http://www.dunwichedizioni.it/contatti/ Distribuzione: http://www.dunwichedizioni.it/about/ Sito web: http://www.dunwichedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/DunwichEdizioni Editore free, specializzato in tematiche horror, thriller e mistery.
  12. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  13. Marcello

    [N2019-3B] L'amore ci farà a pezzi

    Qui il mio commento. Traccia: L'ineluttabile Macro genere: thriller sottogenere: thriller psicologico caratteri: 7651 Le gambe della ragazza spuntano dalla soglia del negozio. Ha perso una scarpa e giace in una posizione innaturale; la gonna è salita fino a scoprirle una coscia. A Gabriela pare il dettaglio più raccapricciante e deve tenersi salda allo sportello del Van per impedirsi di correre fin laggiù a riportare l'orlo della sottana nella posizione naturale. Il selciato riflette impietoso i raggi del sole. Ha il collo della camicetta madido sotto il giubbotto antiproiettile e non sa dire da quanto tempo se ne sta al riparo del furgone, di traverso nella calle de Cervantes. Fissi sulla serranda della gioielleria abbassata a tre quarti, gli occhi le bruciano. Per allentare la tensione ogni tanto sposta lo sguardo sulla vetrina del locale accanto, dove spicca la scritta Rebajas. Riesce a distinguere una gonna di lino e s'immagina di attraversare la strada per andare a controllare se i saldi sono convenienti. Solo due porte più in là c'è l'entrata del Duque, dove si mangia il miglior maialino arrosto di tutta Segovia. Voci e rumori alle sue spalle la distraggono da quelle fantasticherie; il grosso dei mezzi è parcheggiato un centinaio di metri più indietro, davanti all'acquedotto romano. La via doveva essere gremita di turisti quando tutto è iniziato. Molti sono fuggiti al rumore degli spari, ma ce ne sono ancora parecchi asserragliati nei caffè e nei negozi. E a loro purtroppo si sono aggiunti i curiosi, che i fatti di sangue attirano come le mosche. Gabriela torna a osservare l'entrata della bottega maledetta. Si sforza di non guardare in basso, ma è inutile. La figlia del gioielliere deve aver fatto qualche mossa avventata, altrimenti lui non l'avrebbe colpita. Ormai non si muove più da parecchi minuti; i paramedici hanno provato a raggiungerla, ma quello ha sparato di nuovo e si sono dovuti ritirare. Gabriela osserva l'uomo seduto nel furgone, che si sta passando un fazzoletto sulla pelata. I loro sguardi s'incrociano e lei percepisce la sua sfiducia. Il negoziatore ha già tentato due volte di convincere il criminale a mollare l'ostaggio, ma per tutta risposta lui ha minacciato di fare esplodere il cervello del commerciante, se non gli consegneranno un'auto veloce con il pieno di benzina. E lei sa che non sta scherzando. Perché Gabriela conosce bene Juan Armendariz. Fino ai sedici anni hanno diviso tutto, dalle merendine all'asilo fino alla sordida mansarda di un palazzone ad Ayamonte, la città dove sono cresciuti. Juan che le passava i compiti d'inglese, imparato strimpellando le canzoni dei Joy Division, Juan che sapeva sempre dove trovare il fumo e si lamentava perché lei non voleva assaggiarlo, Juan che era stato il primo ragazzo a toccarla... Quanti anni sono passati da allora, venti? No, ventidue. È un brusio nell'auricolare a riportarla al presente; metallica e professionale, la voce del sergente a capo della pattuglia dei corpi speciali è l'unica cosa gelida in quel pomeriggio soffocante. «Gli uomini sono dislocati, comandante, ma non abbiamo una visione diretta del soggetto; le finestre del palazzo di fronte sono troppo alte per poterlo inquadrare da lì.» «Non c'è un accesso dal retro?» «No, purtroppo. Soltanto la porta e la vetrina che si affacciano sulla strada.» «Come avete intenzione di intervenire, allora? Con un gas narcotizzante?» «Nemmeno. Saremmo costretti a farlo tramite il condotto di ventilazione e ci vorrebbe troppo tempo; per di più l'ostaggio è anziano e metteremmo a repentaglio la sua salute. Abbiamo deciso di acconsentire alla richiesta e fargli recapitare l'auto, i tiratori scelti entreranno in azione nel momento in cui cercherà di far salire l'uomo.» «Quando contate di agire?» «L'auto dovrebbe essere sul posto tra sette minuti.» «Mi dia mezz'ora, sergente. Voglio provare a convincerlo.» «Negativo, ha visto come ha trattato il negoziatore? Non interferisca comandante, tra dieci minuti sarà tutto finito.» Tutto finito, certo. A modo loro, però. Non può lasciarlo andare così. Si strappa le cuffie e un attimo dopo è già in mezzo alla strada, con le mani alzate. Gli uomini della Guardia Civil riescono solo a urlarle di restare al riparo. «Sono io, Gabriela» grida quando è a pochi metri dalla porta. Nel silenzio più assoluto un gatto sguscia fuori da sotto un'auto parcheggiata e, sussiegoso, la fissa per un attimo prima di allontanarsi senza fretta. «Getta a terra la tua arma e metti le mani dietro la testa. Cosa vuoi?» Lei obbedisce. «Parlarti, fammi entrare.» Passano lunghi istanti, poi si ode lo sferragliare della serranda che si solleva di mezzo metro. Da sotto spunta la canna di una Glock. Gabriela s'insinua in quello spazio esiguo. Le si stringe il cuore quando deve scavalcare il corpo esanime della ragazza. Gli occhi di lui sono febbricitanti, la barba di qualche giorno ricopre lineamenti induriti, che lei non riconosce. Steso a terra, semi incosciente, il gioielliere rantola. «Sta bene» dice lui che ha seguito il suo sguardo, «non gli ho fatto nulla. È solo sconvolto.» Come potrebbe non esserlo? Gli hai ucciso la figlia sotto gli occhi. «Le avevo detto di non muoversi, ma quella stronza ha premuto l'allarme» risponde Juan alla sua domanda muta. Anche allora bastava uno sguardo per intendersi. Ma non c'è altro in lui del ragazzo che un tempo ha amato. «Perché?» gli chiede. «E perché no?» «Sei venuto a Segovia perché sapevi che c'ero io?» Lui si lascia andare a una risata sguaiata. «Sempre così voi donne, credete che tutto vi ruoti intorno.» «Un tempo non lo avresti detto.» «Un tempo! Ma sentila... Sei stata tu a volere che quel tempo finisse. Tu mi hai lasciato per andare a Madrid, o sbaglio?» «Sei ingiusto, hai sempre saputo che il mio desiderio era entrare nella scuola di polizia!» «E infatti ora eccoci qua...» Gabriela non sa più cosa ribattere. Cerca di tornare con la mente al periodo spensierato in cui Juan la teneva tra le braccia, ma non ci riesce: la visione di quel povero vecchio che singhiozza e l'immagine della figlia riversa al suolo non glielo permettono. È andata lì con uno scopo preciso, non può perdersi a rivangare il passato. «Adesso ascoltami, devi arrenderti» dice, muovendo mezzo passo in avanti. La mano che impugna l'arma si risolleva di scatto; ora lui gliela punta al petto. «Non dire stronzate e prega piuttosto che quell'auto arrivi in fretta!» Non ci crede nemmeno lui di potere uscire indenne da quella situazione, Gabriela lo sente. «Libera almeno quel poveraccio, ora hai me.» «Posso benissimo tenervi a bada entrambi.» «Juan, ti prego, dammi la pistola. Usciamo assieme da qui, non ti accadrà nulla.» «Smettila. Mi conosci, potrei mai passare la vita dietro alle sbarre?» Una serie di immagini le sfumano davanti agli occhi; lo rivede pedalare a torso nudo lungo le stradine del borgo antico, arrampicarsi sugli alberi nel podere del nonno e poi l'ultima, che le procura una fitta al petto: loro due alla foce della Guadiana, stretti l'uno all'altro a spiare la riva portoghese, mentre l'acqua azzurra del fiume si tinge dei riflessi dorati del tramonto. No, uno come lui non resisterebbe in carcere. Lo guarda fisso in volto e le pare finalmente di riconoscere quei tratti. «Ti ricordi qual era la nostra canzone preferita?» le chiede lui. Anche la sua voce ha perso il tono arrogante di poco prima. «Love will tear us apart, certo.» Con la mano libera Juan le prende la sua e gliela stringe. «Posso chiederti un favore?» Lei annuisce. «Voglio anch'io quelle parole scolpite, come Ian.» «Ma...» «Me lo prometti?» Gabriela non capisce, ma fa ancora segno di sì. Con un gesto repentino la destra di lui scatta verso l'alto. Lei ha soltanto la visione della canna puntata alla gola. Poi il boato. Ritiene inutile urlare, e non lo fa. Cade in ginocchio nel suo sangue. Nota:
  14. Ambra...

    Butterfly

    Nome: Butterfly Edizioni Generi trattati: romanzi d’amore (no erotici), romanzi contemporanei, romantic suspense, chick lit, umoristici e drammatici, young adult, new adult, thriller Modalità di invio manoscritti: https://butterflyedizioni.wordpress.com/about/ Distribuzione: https://butterflyedizioni.wordpress.com/distribuzione/ Sito: https://butterflyedizioni.wordpress.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/edizionibutterfly/ Dal sito: Accettiamo Opere di non oltre 650.000 battute spazi compresi. TEMPI DI VALUTAZIONE: da 1 a 4 mesi circa, rispondiamo anche in caso di esito negativo. La pubblicazione è gratuita e l’autore è sostenuto realmente nella promozione del proprio libro! I libri più amati dai lettori avranno anche la possibilità di finire all'estero. ------------------------------------------------------------------------- Esperienze con questa casa editrice? Mi pare che propongano l'ebook e il cartaceo solo dopo la vendita di un certo numero di copie..
  15. albertus

    La fata delle anime

    Titolo: La fata delle anime Autore: Alberto Campora Autopubblicato: YouCanPrint ISBN cartaceo: 9788831642569 ISBN digitale: 9788831645188 Data di pubblicazione (o di uscita): Ottobre 2019 Prezzo: 15 € cartaceo, 4,49 digitale Genere: Splatter punk metropolitano Pagine: 268 Quarta di copertina o estratto del libro: In una Torino sonnolenta e soltanto apparentemente tranquilla, la professoressa Molinari, una cinquantenne in crisi, dopo una vita casta e morigerata, decide di concedersi una serata di follie, durante la quale scoprirà che Lilith Blue, la più pericolosa criminale del capoluogo sabaudo non è soltanto una leggenda metropolitana ma è una ragazza in carne ed ossa. Una sadica pazza che uccide le sue vittime seguendo il terribile rituale della fata delle anime, che prevede l’accecamento dell’anima della vittima in modo che, da morta, non possa trovare i cancelli del Paradiso. La comparsa della feroce e sanguinaria setta dei Sumeri Redenti, la cui Somma Rabbina celebra i suoi olocausti seguendo il terribile rituale della fata delle anime, scatenerà la furia omicida di Lilith Blue. Lo scontro tra la sublime ed infallibile Hanka Dovarga, gioia e speranza delle donne pure e caste, e Lilith Blue, accusata di essere la figlia di Satana ed una prostituta babilonese, è inevitabile. Uno scontro epico sconvolgerà Torino e le campagne piemontesi. Quale terribile segreto lega Lilith Blue e la Somma Rabbina alla terribile fata delle anime? Quali terribili segreti si nascondono nel passato della figlia di Satana ed una prostituta babilonese? Link all'acquisto: https://www.amazon.it/fata-delle-anime-Alberto-Campora/dp/8831642561/ref=tmm_other_meta_binding_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1573126701&sr=8-1 https://www.ibs.it/fata-delle-anime-libro-alberto-campora/e/9788831642569 https://www.youcanprint.it/fiction-generale/la-fata-delle-anime-9788831642569.html
  16. Naif1988

    Come evitare una violenza di gruppo.

    Ciao a tutti, ho bisogno del vostro aiuto, perché altrimenti non ne vengo più fuori: come potrebbe fare una ragazza di diciassette anni ad evitare una violenza di gruppo progettata da alcuni suoi coetanei? C'è da dire che questa viene anche ricattata con un video che la ritrae in atteggiamenti osé. Dato che non voglio l'ennesima storia sul femminicidio, mi piacerebbe una protagonista femminile che alla fine riuscisse a vendicarsi. Ma come? Eliminare tre persone da sola mi sembra piuttosto improbabile e, oltretutto inverosimile. Potrebbe farlo con uno di questi. E gli altri? Che fine fanno? Se avete idee, vi ringrazio in anticipo. P.S.: Il genere sarebbe un romanzo di formazione/thriller. All'incirca.
  17. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  18. Giampo

    Edizioni Ponte Gobbo

    Nome: Edizioni Pontegobbo Sito: http://www.edizionipontegobbo.com Catalogo: http://www.edizionipontegobbo.com/e-books.php Modalità di invio dei manoscritti: non specificato (http://www.edizionipontegobbo.com/contatti.php) Distribuzione: non specificato nel sito, ma dovrebbe essere Casalini Libri. Facebook: https://www.facebook.com/ed.pontegobbo/
  19. Marty12

    [N2019-2B] Il Re Rosso

    Traccia: la superstizione Genere: Thriller Il Re Rosso Il cielo si adagiava su Venezia come un drappo damascato, nascondendone i tetti alla vista. Gli orli della notte scivolavano lungo i muri, tentando di addormentare la città, ma alle finestre del Ridotto di San Moisè brillavano migliaia di candele: un’unica fiamma per dissolvere il sonno dell’intera nobiltà veneziana riversatasi lì per festeggiare il Carnevale, per sperperare averi in omaggio a Madonna Fortuna e per ingraziarsi la Sorte che già molte vite aveva preso con sé nella battaglia di Candia. I Barnabotti distribuivano le carte ai tavoli da gioco sperando segretamente che anche altri nobili sarebbero stati puniti dalla Sorte, come un tempo era toccato a loro. Un florilegio di maschere ghignanti si muoveva tra i tavoli. Le stanze del casinò erano un tripudio di gioielli, stoffe e profumi intensi, che quasi facevano passare in secondo piano gli ubriachi e goliardici Pantalone che scherzavano con le cameriere per un’ombra in più. Clotilde ne stava giusto evitando uno quando sbatté il bel petto contro un Balanzone, rovesciando il piatto che questo aveva in mano. Tutto il sale delle sarde caduto in terra scrocchiava sotto i suoi piedi. L’espressione dell’uomo era nascosta dalla maschera, ma da come tentava di strapparle l’intero vassoio coi calici di vino non sembrava contento. La ragazza gli sorrise, tentando di rabbonirlo: - Messere, volete bever un’ombra? Il bolognese scosse la testa, le fece segno di sedersi sulle sue ginocchia. - Ho bisogno di buona sorte, io, e tu mi fai pestare il sale!- il Balanzone allungò una mano per punirla della sua impertinenza. Forse voleva schiaffeggiarla, o toglierle la maschera, ma era così ubriaco che il suo gesto mancò il viso, facendole cadere la cuffia che copriva i capelli intrecciati. Una cascata di riccioli rossi le ricadde sulle spalle Tutte le dame al tavolo sussultarono, muovendo i ventagli, in evidente stato di agitazione, persino le morette, sgranarono gli occhi stringendo di più i denti attorno al bottoncino della maschera. Clotilde andò a nascondersi dietro una tenda per riparare al danno fatto dall’aristocratico alticcio. Non era semplice trovare lavoro con la fama di figlia del diavolo che la seguiva ovunque. Alla comparsa del proprietario del San Moisè, che la raggiunse come comparando dal nulla, la ragazza seppe che avrebbe dovuto cambiar maschera per quella sera. Era tutta colpa del sale, di sicuro! Uscendo, sperò che l’aria fresca le rischiarasse le idee: Pur sapendo che il rosso era un colore di moda da tempo per i fulvi capelli delle aristocratiche, sapeva che la vita nella liberale Serenissima non era semplice per quelle come lei… il popolo per primo era preda di stupide superstizioni… - Avete bisogno di assistenza, signorina?- una voce maschile alterata da una bauta. Il tabarro ed il tricorno, della stessa tonalità della notte, facevano apparire la maschera bianca sospesa nel vuoto, opaca come un osso. Era la prima volta che veniva apostrofata così: forse la gentilezza approfittava di starsene ben nascosta dietro all’anonimato di una maschera, per venire fuori? O forse era il caso di tenere i muscoli pronti a scattare, al primo passo che lo sconosciuto avesse fatto verso di lei. - Perché vi ostinate a nascondere quanto avete di più bello?- continuò la maschera. Bello. Non demoniaco, non terribile, non osceno. Bello. - Buonasera siora maschera.- sussurrò lei con le forcine in bocca, ammaliata. La vanità l’avrebbe uccisa, diceva spesso sua sorella. Ma cosa poteva saperne lei, degli sguardi atterriti, che la seguivano mentre camminava, delle donne che mormoravano scongiuri, quando faceva per seder loro vicino? Per una volta voleva essere vista. E amata. Per quello che era. - Lasciatemi osservare la vostra chioma da vicino, poeti e pittori hanno cercato mille modi per riprodurre un tale tesoro che a voi è dato in dote.- le fece notare la maschera. Clotilde afferrò la mano guantata che l’uomo le tendeva, lasciandosi alle spalle le luci delle candele ed addentrandosi tra le calli sconosciute. Il corpo minuto già inghiottito dal profilo del tabarro. *** Il cadavere molle e pesante riemerse tra le acque del canale, il volto nascosto dalla chioma scarlatta come una moltitudine di alghe rosse. - Oh Madonna! Xe sta el Re Rosso!- urlò una servetta coprendosi la bocca. - Non abbiamo perso niente, è una figlia del diavolo in meno!- la riprese una suora, con voce stridula, mentre si segnava il petto. Agata, convocata dal prefetto, strinse le mani a pugno. Era sua sorella, quella! Guardò Alessandro che, al suo fianco la tratteneva avvolgendole le spalle con un braccio. Nell’osservare la sua statura rigida seppe che il promesso sposo l’avrebbe seguita nella ricerca di quel folle seminando il terrore per le calli veneziane che aveva fatto della superstizione la sua missione, si era guadagnato il soprannome di Re Rosso, come le chiome delle sue vittime. *** I barcaioli che remavano fino al cimitero cercavano di non guardare Agata e il suo compagno, né la bara di assi caricata in fondo alla barca. Sia mai che se svegi, par carità. Ma quando la barca sobbalzò, il coperchio si spostò di poco, mostrando una mano bianca. Le dita della ragazza erano sporche, ma non di sangue: solo un rosso può mantenersi nel tempo senza coagulare. Pittura. - Lo voglio morto, quel bastardo.- mormorò contro il bavero della giacca di Alessandro. Passando sul Canal Grande la facciata di Ca’ Dario, la Casa che condannava a morte violenta, si stagliò su di loro come a voler esaudire quella preghiera. *** L’uomo si svegliò con un peso sul petto. Il gatto nero della fantesca, gli stava acciambellato sullo sterno. Pessimo presagio. Non capiva perché le avesse permesso di tenerlo, visto che il micio si avvicinava ai suoi quadri con troppo interesse, forse attirato dall’odore del sangue. Lo sguardo del pittore percorse quel luogo palmo a palmo: dalle pareti dodici giovani donne dallo sguardo vuoto, etereo, lo fissavano di rimando. Aveva gettato il corpo martoriato dell’ultima sua modella nel canale proprio all’imbrunire ed ora, che era calata la notte, si impegnò a diffondere il suono ipnotico della campana tibetana nella stanza, per scacciare la paura che lo spirito dell’ultima, Colombina dalla bellezza dannata, disturbasse i suoi sogni. Aveva provato a dare le spalle a Ca’ Dario, la Maledetta. Era da tempo abbandonata dai Barbaro e questo gli metteva i brividi. La sapeva in rovina, eppure… il barlume di una candela dietro la finestra che gli stava di fronte, la chioma scarlatta proprio lì vicino, non poteva essersele immaginate! *** Entrare dalla porta per la servitù era stato più semplice del previsto. Il legno marcio lasciava quell’entrata socchiusa. Il pittore tentò di muoversi silenziosamente alla ricerca della candela e della Colombina dai capelli color fiamma che lo aveva richiamato lì. Tremava. Non riusciva a credere che la campana non avesse funzionato quella volta. Dovette salire fino in cima per quietare quei sussurri che sentiva nelle orecchie. Quando stava per demordere, tra le ombre dai riflessi ciano, scorse l’abito bianco che le aveva visto addosso prima di disfarsene nei canali…dietro una colonna. Il fantasma di lei era venuto per fargliela pagare. Lo sapeva. - Dovresti vedere come sei bella nel quadro che ho dipinto per te. Lo chiameranno Rosso Veneziano.- le disse, ammaliato e tetro. La donna non rispose, e gli piantò gli occhi addosso accusatrice e quando lui fece per avanzare e toccarla, per pregarla di non perseguitarlo più in nome della bellezza che avevano creato insieme, Alessandro lo spinse da dietro, spezzando le sue urla nelle acque del Canal Grande.
  20. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.4

    Crisi di Civiltà - Pt.4 Visi cerei e labbra livide di freddo, due piccoli spettri pallidi usciti da un sepolcro: un tremito gli scuoteva le membra, l'essere stati scoperti li aveva gettati in un abisso di sgomento, si stringevano l'un l'altra cercando rifugio nel contatto dei corpi minuti. Per un lungo momento lui restò impietrito e muto per la sorpresa: domande si rincorrevano nella mente in un brullichio frenetico di formicaio in fiamme. Chi erano, da dove venivano, da quanto stavano in quel capanno, perché da soli? Erano interrogativi inquietanti, ma non era quello il momento di cercare risposte, lo stato di sofferenza e abbandono dei bambini era evidente. Sui volti, insieme alla paura, si stendevano ombre scure di un sudiciume vecchio di settimane, vestivano indumenti miseri e consunti, erano magri con occhiaie scure intorno agli occhi febbricitanti. Quale fosse la ragione del perché fossero lì, l'unica urgenza era di condurli al riparo da quel freddo e quell'umido, avevano necessità di un bagno caldo e di qualcosa da mettere nello stomaco. Si fece più vicino e si calò in ginocchiò, cercò fra i muscoli facciali qualcosa di simile a un sorriso, pensò che potesse essere utile, tese le mani invitandoli ad avvicinarsi: i bambini si ritrasserò arretrando con uno scatto, spalancarono le bocche in un urlo muto, un gorgoglio soffocato uscì dalle loro gole. Fu allora che lui comprese con orrore che gli avevano mozzato le lingue. Dopo l'abolizione della spesa sociale e pensionistica, restava poco da tagliare per sanare il dissesto finanziario del Paese, a qualcuno venne un'idea folle, così inverosimile da essere presa sul serio e attuata radicalmente: l'eliminazione fisica della parte di popolazione improduttiva. Fu fatta la lista delle voci che più negativamente incidevano sui bilanci: i malati cronici e terminali senza sostentamento autonomo, i dementi, i disabili e infine gli anziani, considerati parassiti inutili, pietre al collo della società. Per la categoria degli infermi e dei vecchi, il problema riguardava unicamente le classi meno abbienti, chi era dotato di solidi patrimoni, poteva continuare a ritenersi sano e giovane fino all'ultimo secondo di vita. I più fortunati e dai fisici forti, scampando agli stenti e alle malattie, potevano giungere al sessantesimo anno d'età, a quella scadenza potevano attendersi, ogni giorno, di ricevere la visita degli "OCD": gli “Operatori di Controllo Demografico”, che avrebbero messo termine alla sua esistenza. Il progresso alla fine del nuovo secolo, si caratterizzava per una totale perdita dei fondamentali valori morali: la disgregazione dei rapporti parentali, l'empatia e la più semplice solidarietà tra gli uomini, le norme fondanti dello Stato di Diritto. Nacque così la Demography Legion, un ente parastatale finalizzata al controllo demografico della popolazione: il suo compito era di vigilare su un costante equilibrio nel ricambio generazionale e nella qualità biologica dello stesso. Non doveva mai accadere che, come in passato, i vecchi soverchiassero nel numero i giovani. Al compimento del sessantesimo anno, si entrava automaticamente nella lista degli eliminabili. Qualcosa che rammentava certo spirito rivoluzionario cambogiano, praticato negli anni ottanta del secolo precedente da Pol Pot, o quello ancor prima dalla sanguinaria ideologia nazista. L'ente formava i futuri famigerati OCD, che venivano istruiti e addestrati attraverso un apposito corso, al termine del quale gli veniva rilasciato il brevetto che gli consentiva di operare su tutto il territorio nazionale. Erano in sostanza liberi professionisti: il cui compito consisteva nello scegliere dagli elenchi dei viventi, attraverso il sortaggio gestito da un algoritmo, sessantenni ai quali notificare i documenti per l'adesione al proprio decesso e quindi ammazzarli, preferibilmente con cortesia. L'aspetto singolare della nuova cultura dominante, frutto di decenni di coercizione, era di azzerare di ogni volontà critica, trasformando gli uomini in automi privi di umanità. Si finì col convincersi che essere cancellati dall'esistenza nello giorno del sessantesimo compleanno, fosse l'unica soluzione praticabile per il bene dei propri figli, delle future generazioni e della prosperità del paese. L'eutanasia divenne un atto d'eroismo personale, di sano patriottismo. Gestire quella funerea burocrazia minimale non necessitava di violenza: i predestinati si consegnavano al loro destino di buon grado. Per ogni imprevista titubanza gli OCD erano comunque muniti di efficaci supporti coercitivi, quali le pistole taser, che inducevano a ragione anche i più ostinati e retrivi. Nella generale penuria di occupazione, appartenere alla struttura diveniva un'interessante prospettiva d'impiego per molti giovani. Si trattava in sostanza di una aggiornata versione dei bounty killer di un tempo. (Continua)
  21. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.3

    Crisi di Civiltà - Pt.3 Si scosse da quei pensieri, il tempo stava scorrendo, aveva solo un'ora prima che il sonnifero cessasse il suo effetto. Doveva scrollarsi di dosso quella strana apatia, il lavoro era lungo: disporre i teli di plastica sul pavimento, denudarli e legarli, inserirgli la pallotta di rafia in bocca, infine calargli i sacchetti di nylon sulle teste, sperando che morissero in fretta. Ripensando a questo, sentiva una sensazione di nausea bloccargli lo stomaco, ripetere quei gesti fatti altre volte era un supplizio, come prendere una medicina disgustosa e necessaria che eri obbligato a mandar giù per restare in vita. C'era poi l'ulteriore problema di liberarsi rapidamente del mezzo con cui erano giunti, anche quello andava messo in conto. Fu intorno agli anni trenta del nuovo millennio, che ebbe inizio la grande crisi planetaria. Catastrofe annunciata che l'occidente opulento aveva generato attraverso miopie politiche ed economiche rapaci, minando le sue stesse fondamenta strutturali. La razzia selvaggia delle risorse, attuata da grandi gruppi internazionali sostenuti da governi corrotti e finanzieri rapaci, nelle aree più arretrate del pianeta, destabilizzò regimi ed economie locali, rendendo critiche le condizioni di vita di interi popoli. Questo e una serie ci concause, maturarono le condizioni per generare la “tempesta perfetta”. Vennero al pettine i nodi legati ai problemi climatici planetari, follemente ignorati per oltre un secolo: il surriscaldamento globale contribuì al dissesto idrogeologico. Mentre cresceva il livello delle acque negli oceani, sommergendo città costiere e creando danni immensi: paesi a sud del pianeta subivano la scomparsa di aree ricche di vegetazione, divenendo immensi deserti. Oltre il petrolio, fu l'acqua e il suo possesso, a generare insanabili conflitti. Le tensioni nei paesi più degradati sfociarono in guerre civili, seguirono conflitti di nazioni e popoli, un caos di follia e violenza senza termine. Un mondo consumato da conflitti locali, creò un'ondata devastante di migrazioni incontrollabili. Una reazione a catena che riversò maree umane inarrestabili verso i paesi più ricchi, milioni di profughi in fuga, alla ricerca di scampo da massacri e bombe, col loro carico di disperazione e miseria. L'occidente visse questo dramma umanitario, frutto di proprie scelte scellerate, come invasione e rispose al problema col rigurgito della xenofobia, del razzismo, del nazionalismo più deteriore. Una recessione senza scampo si abbatté sui mercati mondiali, falcidiando i paesi dalle economie più fragili e con grande debito pubblico. Mancanza di lavoro, invecchiamento della popolazione e bassa natalità fecero il resto. Al collasso del sistema produttivo si accompagnò un incremento di spesa sociale per assistenza e disoccupazione che, unita alla già esorbitante spesa pensionistica e sanitaria, condussero il paese al default. Le cure per questo genere di crisi, sono drastiche e sempre dalle risultanze drammatiche. Nel volgere di pochi decenni si era giunti alla totale eliminazione di ogni sorta di spesa pubblica: abolizione del sistema scolastico statale, sanitario e pensionistico, si conobbe una nuova autarchia, un'economia di guerra. Chi possedeva beni e fondi poteva usufruire di quanto poco si trovava sul libero mercato o alla borsa nera, gli altri si limitavano alla sola sopravvivenza. La piccola utilitaria i giovani l'avevano lasciata nel vialetto davanti all'entrata della casa, era di un rosso ciliegia molto femminile, probabile appartenesse alla ragazza. Era un'auto elettrica come molte da diversi anni, una tardiva riconversione energetica dettata dell'emergenza ecologica che funestava il pianeta. Quel colore vivace era però un problema: troppo segnaletico, colpiva lo sguardo e attirava l'attenzione, difficile da far passare inosservato. Doveva fare trenta chilometri guidandola fino all'officina di autodemolizioni più a valle, allocata alla periferia della cittadina. Quella dove il proprietario, uno dai traffici ambigui, non faceva domande sulla provenienza del mezzo e anche questa volta, come in passato, non ne avrebbe fatte: i pezzi di ricambio, al mercato nero, erano merce preziosa. Avrebbe caricato la bicicletta sul portapacchi portandosela appresso, per fare poi a pedali la strada del ritorno. Era improbabile incontrare gente lungo il tragitto, la zona era praticamente inabitata, ma poteva accadere che per qualche ragione, qualcuno si spingesse fin lì. Era già successo del resto. Pioveva che Dio la mandava la mattina che si diresse capanno degli attrezzi, alla ricerca di un vecchio catino che gli occorreva per raccogliere la goccia d'acqua che pioveva da un'infiltrazione, sul pavimento del corridoio al piano di sopra della casa. Appena avesse smesso quel diluvio sarebbe montato sul tetto a sistemare le tegole. L'aia era una pozzanghera melmosa nella quale, gli stivali di gomma, affondavano nel fango alla scomparsa del piede. La spessa rain coat che vestiva, nell'attraversare quel breve tratto era insufficiente a proteggerlo dai rovesci, il vento che sferzava la pioggia spingeva l'acqua all'interno del cappuccio e rivoli gelidi gli inzuppavano la camicia di lana dal collo allo sterno. Dentro il capanno regnava la penombra, dovette abituare gli occhi per distinguere le cose all'interno. Iniziò a scandagliare lo spazio con lo sguardo, cercando di capire sotto quale mucchio di quel ciarpame potesse nascondersi l'oggetto che era venuto a cercare, non era cosa facile orientarsi nel mezzo di quel casino accumulato in anni. Quel freddo umido, gli aveva stimolata l'urgenza di orinare, imprecò per non essersi premurato di farla quando ancora stava in casa. Non voleva affrontare il fango e l'acqua del cortile, per vuotare la vescica nel bagno domestico e poi tornare nuovamente a cercare il bacile, ma lo stimolo era forte, rischiava di farsela addosso, quindi decise di portarsi verso un angolo della baracca per farla lì, il pavimento era in terra battuta, non ne avrebbe sofferto. Si posizionò pochi passi una catasta di legna secca da ardere, alta più di un uomo: un grande telo di plastica nera, di quelli usati per proteggere gli ortaggi dal gelo, la copriva interamente. Tirò un sospiro di sollievo mentre svuotava la vescica, il piccolo scroscio si unì a quello dei rovesci battenti sulle pareti, in lamiera zincata del capanno. Fu allora che, il rumore sordo di ceppi di legno che franavano, richiamò la sua attenzione verso la catasta impilata alla sua destra. Non ci badò, terminato rapidamente ciò che aveva iniziato, tirò su la zip dei pantaloni, ma il rumore si ripeté più deciso: gli occhi percepirono un sommovimento sul lato posteriore del telone. Pensò all'intrusione di una volpe che aveva trovato ricovero alla pioggia, sovente se ne vedevano in giro, il vicino pollaio era una ghiotta tentazione, del resto il capanno restava sempre aperto da quando i cardini della porta erano marciti per la ruggine. Si avvicinò con cautela, e iniziò a sollevare un lembo del telo, non voleva spaventare il piccolo predatore rischiando di prendersi un morso a una mano. Nello scoprire il lato posteriore della catasta ebbe un sussulto: due bambini, un maschietto e una femminuccia, di forse setto o otto anni, stavano appartati ai piedi della pila di legname. Tutto intorno giacevano i ciocchi di cui avevano procurato lo smottamento: lo guardavano tremanti, con occhi accesi di terrore. (Continua)
  22. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.1

    Crisi di Civiltà - Pt.1 A occhio, in due non superavano insieme i quarant'anni d'età. Erano carini, con quelle uniformi candide della Demography Legion: i profili verde menta che ne orlavano i bordi facevano pensare alle divise dei gelatai di un tempo, Operavano sempre in coppia, per la sicurezza, come gli altri che erano venuti per quattro volte a distanza di tempo negli anni. Era la prima coppia assortita che gli capitava d'incontrare: un ragazzo e una ragazza, non sapeva che arruolassero anche femmine nella struttura. Avevano l'aspetto sano e allegro della loro gioventù, emanava da loro una luce fiduciosa e ottimista di futuro da scrivere, gliela leggevi negli sguardi limpidi e sereni, senza ombre. Sorbivano le loro tazze di tè caldo con garbo e lentezza, non c'era fretta nei gesti. Non c'era mai fretta nel lavoro che facevano, nessuno gli alitava sul collo, era il lato positivo di quel mestiere da libero professionista. Glielo aveva offerto unito a un piccolo vassoio di biscotti ai cereali, non ne aveva d'altri in casa. Era un te verde al gusto di menta, molto aromatico, noto per possedere qualità antiossidanti e inibire la crescita di cellule tumorali. Quello che da sempre preferiva Laura e prendevano insieme ogni pomeriggio. Aveva usato la vecchia teiera in porcellana di Limonges con la decorazione floreale, pezzo unico, superstite del sevizio che un tempo utilizzavano quotidianamente, le tazze, invece, di fattura dozzinale venivano dal saldo di un grande magazzino, Solo la ragazza aveva gradito due biscotti inzuppandoli nella bevanda fumante, il giovane aveva declinato l'offerta ringraziando: era arrossito nel farlo, come un ragazzino timido. Avevano un atteggiamento rilassato e colloquiale: conversavano piacevolmente da un'ora ormai, gli avevano raccontavano dei loro percorsi di studio, delle esperienze di viaggi per cultura o vacanze. Dovevano provenire da famiglie abbienti, le uniche in grado di mantenerli agli studi e consentirgli di viaggiare all'estero. Si erano conosciuti al corso di formazione per il lavoro che li occupava attualmente. Dagli sguardi che si scambiavano aveva compreso che non erano solo colleghi. Lui sapeva leggerli quegli sguardi, c'era del sentimento tra loro. Mentre si assentava per riporre le tazze vuote in cucina, colse con la coda dell'occhio, la mano di lei sfiorare con una carezza lieve il volto del compagno, lui gliela trattenne un attimo, posandole un bacio silenzioso sul palmo. Questo gli riportò a mente la dolcezza di gesti antichi e il cuore gli si accese di nostalgia. Nel riporre la teiera e le tazze nel lavello ebbe una vertigine, la visione della stanza si oscurò per un attimo, dovette sorreggersi al tavolo e respirare a fondo in attesa che cessasse. Quelle vertigini si ripetevano sempre più sovente, forse era un disturbo di pressione, ma che importanza poteva avere ormai. Se ne fregava. I due ragazzi gli ricordavano lui e Laura alla loro età: anche loro si erano incontrati durante gli studi con la stessa promessa di futuro negli occhi. Avevano percorso trentacinque anni di vita sempre insieme. Poi le cose si erano messe male: il paese era andato in malora e anche per loro non era andata meglio. Laura si era ammalata di una malattia che non lasciava speranza o scampo. Senza copertura sanitaria statale, i pochi a potersi permettere le cure erano quei fortunati con imponenti patrimoni, meno del cinque per cento della popolazione. Gli altri, a fronte di patologie serie, potevano solo morire, sperando accadesse in fretta. Laura non aveva avuto quella fortuna, la malattia l'aveva consumata in modo lento e doloroso. I pochi quattrini che avevano da parte non bastavano per terapie che fermassero o rendessero più lenta la progressione della malattia, ma servirono per grandi scorte di analgesici. Farmaci a base di oppiacei così forti da stemperare il dolore, ottundere i sensi e procurare un sonno chimico profondo. Al mercato nero non era difficile procurarseli, non richiedevano prescrizione medica in quel genere di commercio. Vissero un anno di pena prima della fine, nei quali lei era vigile solo per poche ore al giorno. Poco tempo da strappare a quell'oblio forzoso, sfogliando insieme come in un album di vecchie foto i ricordi di giorni sereni, a volte difficili come i tempi in cui vivevano, ma colorati di vita e cose fatte. Se li facevano bastare, per sentirsi entrambi ancora vivi e vicini. Poi il male era cresciuto, Laura poteva nutriva di soli liquidi che lo stomaco tratteneva in parte, il più veniva rigettato nel water rosso di sangue. Pensò al danno iniziato quasi un secolo prima, con i primi segni di una crisi che andò aggravandosi fino al punto di non ritorno. Era stata paragonata ad altre grandi crisi di civiltà della storia umana: quali quella ellenica, il tramonto della civiltà Maya, l'agonia e la caduta dell'Impero Romano. Ne avevano anticipato l'avvento storici, sociologi e analisti politici, molti concordarono che già Marx ne avesse preannunciato le cause generanti nello suo Capitale. Tutti avevano compreso quanto sarebbe accaduto, ci avevano versati fiumi di teorie e parole, ma nessuno era stato in grado di impedire che avvenisse. Quando il morso del male divenne insopportabile e gli analgesici non riuscirono più a sedarlo, Laura chiese di farlo cessare per sempre. Aveva un'angoscia cieca negli occhi, con la voce strozzata dai gemiti lo implorò di ucciderla. “Te ne scongiuro liberami da questo tormento. Se ancora mi ami fallo, aiutami. Ti prego”. Si era turato le orecchie con le mani fino a farsi dolere le tempie, per non udire quella disperazione. Poi era fuggito fuori, in una fuga da sé stesso, sull'aia polverosa della fattoria, dove un cielo gonfio di pioggia precipitò le lacrime rabbiose, violente come schiaffi, di un Creatore sconfitto da mischiare alle sue. Cadde in ginocchio, col volto annegato nel fango, spegnendo nella terra negra e madida il suo urlo di dolore. Non chiese perdono a Dio per ciò che era stato obbligato a compiere quel giorno. Sì sentiva meglio, avvertì che un sudore gelido gli aveva incollato al corpo la tela ruvida della vecchia camicia da lavoro, con passo malfermo tornò ai suoi ospiti nel soggiorno in penombra. I ragazzi non conversavano più quando comparve, si voltarono a sorridergli, la stanza era silente, solo la vecchia pendola a parete, appartenuta ai suoi nonni, proseguiva il suo ticchettio discreto segnando il tempo della metà pomeriggio. Fuori la luce autunnale colorava di oro rosso le fronde dei platani e le stoppie del campo, dalla stalla giungeva il grugnito ansioso dei maiali che brontolando reclamavano il cibo. Sedette alla poltrona in fronte ai giovani, sul tavolino tra loro gli avevano disposto i moduli per la procedura del lavoro da consultare compilare. Si capiva da questo che erano novizi del mestiere: impiegavano ancora documenti cartacei. Venivano dati in dotazione solo ai principianti, quelli avanti col tirocinio e già con più missioni compiute, operavano su tablet ed erano collegati in tempo reale al sistema centrale. Solo una delle coppie precedenti era veterana e ne impiegava uno, ma non era stato comunque un problema, sapeva come scollegarlo e renderlo inerte. Mise gli occhiali da lettura e simulando interesse iniziò a scorrerne il testo, erano tre pagine fitte di dati, con paragrafi in corpo dieci e titoli in neretto. Ora apparivano stanchi, lo osservavano muti, senza interesse, abbandonati sul divano in cui sedevano e gli occhi liquidi, avevano esaurita la vitalità mostrata fino a mezz'ora prima. Erano morbidi e avvolgenti come un giaciglio quei cuscini, invitavano al riposo. Il ragazzo sbadigliò a lungo, portando la mano a coprire la bocca, ambedue avevano battiti di ciglia rapidi e ravvicinati: era evidente che iniziassero a lottare con la pesantezza delle palpebre e la necessità di cedere al sonno imminente. Posò le carte sul tavolino e lasciò che si dormissero, cullati dal battito soffice della vecchia pendola, anche lui sentiva farsi pesanti le membra. Dall'esterno giungeva remoto il verso dei suini affamati. (Continua)
  23. Nightafter

    Crisi di Civiltà - Pt.2

    Crisi di Civiltà - Pt.2 Ora dormivano profondamente, i respiri erano regolari, i volti distesi. Il giovane russava sommessamente, la ragazza aveva un lieve tremito di labbra, sembrava parlasse, sicuramente sognava. Pensò che potevano essere figli suoi e di Laura, se ne avessero avuti, ma non era successo. Aveva del lavoro da fare, era tempo di muoversi: il sonnifero che gli aveva messo nel te era potente, l'unico durante la malattia che consentisse a sua moglie di serrare gli occhi e dimenticare il dolore per qualche ora. Dormivano, ma non sarebbe durato tutto il pomeriggio, c'era ancora molto lavoro da compiere. Come per le altre volte avrebbe dovuto denudarli, incaprettarli, affinché se si fossero destati anzitempo si ritrovassero immobilizzati. Gli avrebbe ficcato una pallotta umida di rafia in bocca, bloccandogli le labbra col cerotto teso da una guancia all'altra. Poi avrebbe inserito un sacchetto di plastica intorno alle teste, sigillandolo al collo col nastro adesivo, quello alto da pacchi color avana. La morte sarebbe sopraggiunta per asfissia, in quattro o sei minuti per l'anidride carbonica formatasi nel sacchetto. Se fossero stati incoscienti per via del sonnifero, ci sarebbero state solo convulsioni del corpo e un passaggio incruento dal sonno alla morte. Doveva disporre degli ampi teli di plastica sotto i corpi, poiché al decesso si sarebbe verificato il rilassamento degli sfinteri e avrebbero svuotato vescica e intestino. Solo in due occasioni, con gli altri, gli era accaduto che uno si fosse destato nel soffocamento: era stato un brutto affare, la scena certe notti tornava ancora ad agitargli il sonno. Non era cosa piacevole a vedersi: si erano dimenati come ossessi, ricordavano l'agonia dei pesci fuor d'acqua, sul bancone di una pescheria. Da una parte era stato un bene, perché la corda nell'agitarsi stringeva il cappio al collo, sveltendo lo strangolamento, ma assistervi era cosa per stomaci forti: i bulbi oculari dilatati quasi a schizzare dalle orbite, la bava colava della bocca turata inzuppando il cerotto che la serrava, la busta di plastica si incollava al volto a ogni inspirazione, creando una grottesca maschera mortuaria, gemiti gutturali, soffocati e scomposti riempivano la stanza. Aveva vomitato l'anima nella tazza del water per l'orrore a cui aveva assistito. Poi tutto diveniva calmo e silenzioso, l'oscillare della pendola scandiva indifferente il tempo di quello scempio cruento. Allora ripuliva alla meglio i corpi, raccoglieva i nailon sporchi e ne faceva un fagotto contenente il loro abbigliamento, destinati alla caldaia in cantina a dissolversi nella fiamma. La parte più faticosa era di caricare i corpi sul grosso carrello da giardino, quello usato solitamente per spostare legna o altri materiali ingombranti, per trasferirli dalla casa alla stalla. Quando con sua moglie erano venuti lì dalla città, avevano come molti deciso di vivere una vita agreste, con l'orto e un po' di campo seminabile intorno, ciò che coltivavano gli consentiva di campare in autosufficienza. Pannelli solari disposti sul tetto e nel prato sul retro, gli procuravano energia elettrica sufficiente per l'illuminazione e l'uso domestico, la cascina sorgeva in una landa isolata, la rete elettrica era disponibile a molte decine di chilometri e lui e non avevano mai richiesto un collegamento. Era costato quasi tutti i loro risparmi quell'impianto, ma furono soldi spesi bene. Avevano un pollaio con molte galline che forniva uova fresche e carne alla bisogna, nella stalla una decina di grossi maiali, dei pregiati Macchiaioli Maremmani: raggiungevano i centosessanta chili di stazza, delle bestie superbe. Per molti anni polli e suini erano stati fonte di moderati guadagni al mercato nero, o per lo scambio di merci e servizi necessitanti alla loro frugale esistenza. Il pollaio era ormai deserto da anni, mentre nella stalla rimanevano solo due vecchi, grossi, maschi dal manto nero come pece e un appetito inestinguibile. La loro onnivora voracità avrebbero fatto scomparire per sempre e senza tracce i corpi dei legionari che erano venuti a visitarlo Avrebbero divorato le carni e triturato le ossa con la potenza inesorabile di quelle dentature, non un solo grammo di quei resti sarebbe rimasto tra la paglia e lo sterco, sul fondo di quel porcile. Sarebbero scomparsi all'insaputa di tutti, volatilizzati come non fossero mai stati lì: fantasmi che nessuno avrebbe mai cercato o scoperto. Esitava a muoversi da quella poltrona, si sentiva stanco. Forse perché stava davvero invecchiando e sempre meno gli importava di sé, di vedere il giorno appresso di giorni sempre uguali. Questa volta mancava lo stimolo vitale, la voglia di continuare a lottare. Vivere era divenuto il fardello di trascinare a ogni passo il proprio cadavere, di sentirne l'olezzo putrescente, di sentirsi morto pur respirando ancora. La sua vita si era fermata con le sue mani intorno alla gola di Laura. A liberarla da quell'abisso di dolore infinito, a leggerle gratitudine nello sguardo per chi la salvava da quell'inferno, uccidendola per amore. Ne aveva viste di cose in quei sessantacinque anni. Troppe perfino da ricordare. Era tornato lo spettro efferato dei nazionalismi che avevano cosparso di barbarie e lutti la metà di secolo del passato millennio, nulla si era appreso dalla storia, la memoria si era dissolta come polvere lavata dalla pioggia. Si era creata nel paese una situazione da guerra civile: un ideologia folle intrisa di xenofobia, odio razziale aveva avvelenato le menti, trovando terreno fertile nell'ignoranza e nella miseria. Ne era nato uno scontro tra poveri senza tregua né pietà: l'umanità divenne un lusso di pochi che ancora ne serbavano un seme nell'anima e quelli, tra gli altri, divennero un nemico da eliminare. Da prima ci fu la paura della sostituzione etnica: gonfiata ad arte da chi aveva interesse a soffiare sul fuoco per accrescere il proprio potere, la cosa crebbe, si esasperò, ci furono i primi incidenti che innescarono la caccia all'invasore. Il diverso, il profugo, che aveva trovato nel paese un rifugio dall'inferno sanguinoso dei propri paesi d'origine, venne bollato come responsabile della dissoluzione in cui versava il paese. Ebbe inizio una serie infinita di progrom, operati capillarmente: casa per casa, nei campi di raduno, negli infimi tuguri eretti come favelas ai limiti delle città, in ogni rifugio di fortuna, il fuoco inghiottì uomini e cose. Un fumo acre si levava da quelle pire d'odio, oscurando a notte il cielo, affinché quella ferocia sanguinaria non giungesse allo sguardo di Dio. Vennero sigillate le frontiere a chi cercava scampo verso altri paesi, dove gli sventurati non avrebbero comunque trovato miglior accoglienza, confini nazionali, vigilati da uomini in armi, divennero invalicabili, il paese una trappola, un catino dove trucidare milioni di esseri umani. In ogni dove, ebbre di violenza si formarono bande, comitati locali per la “liberazione”, brigate sanguinarie che attuarono una sistematica pulizia etnica: violenze inenarrabili, colpirono uomini, vecchi, donne e bambini. Tornarono drammatiche e attuali le scene feroci che la storia ripete ogni volta che, la luce della ragione e dell'umanità, si oscura nelle menti e nelle anime. Cataste di corpi vennero bruciate, infossate in buche gigantesche coperti di calce viva, le campagne su cui un cresceva il frumento e il mais per produrre pane e farina di polenta, divennero sterminati cimiteri per resti di cadaveri fatti a pezzi. Chi si oppose alla barbarie seguì l'identica sorte delle vittime. Quando il nuovo olocausto ebbe termine, le cose non migliorarono, non ci fu maggiore occupazione o benessere: disagio e indigenza restarono immutati. Allora a qualcuno tornò in mente una balorda convinzione che si era fatta voce e slogan nei primi decenni del nuovo secolo, ovvero: “I vecchi rubano il futuro ai giovani. I padri bruciano la terra dei loro figli”. (Continua)
  24. Nero Infinito

    "Mademoiselle Juliette"

    Quello che state per leggere, è tutto vero. Non c’è finzione nella malattia, non c’è spazio per il dubbio nel dolore altrui. Anche quando può sembrare irrazionale, il dolore è incontestabile. Questa è la tragica storia di una fragile donna e della sua discesa all’inferno dai risultati infausti. “È così importante sapere dove una storia comincia o finisce? Saperne l’origine cambierebbe il finale? Non credo ma che questa storia sia avvenuta nella seconda metà degli anni ’90 in una cittadina operaia di poco più 60 mila anime nel sud della Francia è un’informazione che aiuta a inquadrarne il contesto socio-culturale e a dare credito e realismo a questa discesa all’inferno.” La pioggia batteva forte da giorni sui tetti della città ma Juliette aveva finito le sigarette e il the e armata con ombrello e stivali, si era imposta di uscire lo stesso e già che c’era, aveva comprato anche una rivista di moda, altra grande passione oltre alla pittura, probabilmente trasmessale dalla madre Margerine: una sarta esperta, morta appena tre anni prima. Tornata a casa, la giovane donna di 28 anni si mise accucciata sul puff posizionato di fronte alla finestra del salotto, a sorseggiare un the e a sfogliare la sua rivista. La morte della madre non era mai stata realmente metabolizzata dalla figlia e aveva segnato uno doloroso spartiacque nella vita della giovane che all’epoca studiava all’accademia delle belle arti ma aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare un’artista per andare a lavorare in un vecchio negozio di antiquariato per poter tirare avanti unendo la sua misera busta paga alla pensione minima della madre così dolce e pacata e presenza fondamentale nella vita della figlia nonostante fosse sopraffatta dai lavori di sartoria e dagli orari impietosi per poter sopperire al ridicolo sostentamento corrisposto mensilmente dal padre Vincent, uomo violento e dispotico, insensibile e dalle mille vite parallele. Morto un anno prima della mamma di Juliette, non aveva lasciato che debiti come eredità. La mamma di Juliette era una bellissima donna, giovanile e sempre vestita con gusto, dai modi garbati e forse troppo ingenua. Era una sognatrice e spesso le sfuggiva il quadro completo della situazione, cercando di vedere del buono in tutto e tutti salvo poi finire spesso scottata da false speranze o da amicizie deludenti e il matrimonio ne era la prova più straziante. Anche Juliette era una bellissima ragazzina: alta, snella dai capelli lisci e nero corvino, dalla carnagione chiarissima e un pò emaciata. Aveva preso gli occhi del padre che erano di un verde scuro con rade tonalità di castano. Graziosa nei movimenti e inconscia della sua fresca bellezza, era sempre stata umile e si prestava anche a giochi da “maschiaccio”. In ogni caso, l’infanzia della giovane non era sempre stata rose e fiori, nata nel 1969, Juliette era cresciuta in una famiglia del ceto medio, senza preoccuparsi di mancanze materiali ma nemmeno vivendo nel lusso. Il padre Vincent era un commerciale in un frangente nel quale l’industria terziaria era in ripresa e lavorava molte ore ma pur sempre a pochi chilometri da casa. La paga era buona e in breve tempo divenne più cospicua, tanto che obbligò la moglie a lasciare il lavoro per dedicarsi totalmente alla dolce mansione di madre, svolta per altro alla perfezione. Vivevano in un appartamento non troppo grande di proprietà della mamma di Juliette, la quale era affetta da cecità a causa di una malattia sopraggiunta intorno al compimento dei settanta anni. Juliette crebbe quindi contornata dall’affetto delle due donne, coccolata e istruita fin da piccola alla cultura, al bello e al giusto. Il padre, un uomo alto e sovrappeso, sempre vestito in modo elegante e costoso e con un marcato accento del nord e sempre profumato all’eccesso, a differenza era spesso assente per lavoro e anche quando si trovava a casa, trascorreva la maggior parte del tempo a bere e a dormire davanti alla televisione nella camera da letto. Il grande problema era l’alcolismo e il distacco completo da parte della figlia che ogni tanto cercava di accattivarsi con regali costosi e saltuari. Ben presto si scoprì che l’uomo intratteneva relazioni extra coniugali e faceva uso di una droga che dal sud America era stata introdotta come farmaco anti convulsivante, rilassante e stordente in caso di abuso, la cocaina usata anche in psichiatria già da un paio di decenni. Tra le mura casalinghe riecheggiavano urla e pianti a causa del padre che tramite vessazioni psicologiche nei confronti della mamma e della nonna di Juliette rendevano quella casa un posto per niente sereno e veramente ostico per una adolescente così sensibile. Margerine chiese e ottenne la separazione da quell’uomo, due giorni dopo il Natale del 1988, poco dopo il compimento dei 19 anni della figlia. Cambiò le serrature di casa ma anche da fuori, tramite telefonate al domicilio o pedinamenti, l’uomo continuò per un paio di anni a essere una spina nel fianco per le tre donne. Quando cresci con imposizioni, disaccordi, urla e sei abbastanza sensibile da carpirne le sottili rasoiate che esse rappresentano, è come se la tua pelle si assottigliasse e diventasse sensibile anche a una folata di lieve brezza estiva. Una pianta ha bisogno di cure e sole per crescere fruttifera e sana ma questi lussi parte dell’adolescenza di Juliette la quale spesso si feriva con piccole lamette lasciate nell’armadietto del bagno dal padre e ancora li a distanza di tempo. A volte lo faceva per sentire qualcosa, sentirsi viva, altre per il gusto di vedere il sangue caldo uscire dalla sua carne che usava come le tempere usate durante le ore di pittura per scrivere parole di odio sullo specchio, salvo poi cancellarle in fretta per non addolorare la madre, stando attenta a non scoprire mai la schiena, piena di cicatrici mai suturate. La conformazione fisica di Juliette era cambiata di poco: sempre magrissima, con gli occhi grandi dai quali però traspariva una certa malinconia e ampie occhiaie e dai lunghi capelli neri portati sciolti. Appariva spesso emaciata e dalla pelle tirata e di porcellana tendente al grigio nei momenti di autoimposto digiuno. I vent’anni rappresentarono un grande cambiamento nella giovane che ormai lontana dal padre padrone, vicina alla madre e alla nonna era riuscita a iscriversi all’accademia di belle arti della città poco distante. Durante la settimana prendeva il treno per poter tornare nel fine settimana a casa ma dopo un paio di anni di umili lavoretti estivi, riuscì a comprarsi una piccola macchina per essere più autonoma e presente per le necessità della sua famiglia. La sua vera famiglia erano infatti le due donne con le quali aveva sempre vissuto. I parenti paterni erano stati poco presenti nella sua infanzia e non l’avevano mai amata, tutti gli atteggiamenti erano di circostanza e convenienza. Di origini campagnole, lo zio di Juliette, un uomo calvo magro e dagli occhi di ghiaccio, era riuscito a laurearsi in biologia ma come si suole dire, “puoi togliere il contadino dalla campagna ma non puoi togliere la campagna dal contadino” e quindi una certa grettezza si palesava in mancati biglietti di auguri di compleanno o buone feste, regalini saltuari o inviti spontanei durante le ricorrenze. Il fratello del padre aveva due figli con i quali la ragazza non aveva mai legato e forse, anche se a posteriori ciò avrebbe potuto influire sulla sua stabilità mentale, neanche le importava averne. La nonna paterna, vedova del marito, era una donna di facili costumi, dal fare sboccato e la totale noncuranza nel vestiario mentre la zia, una donnetta insignificante sempre in vesti dimesse e capelli ondulati portati quasi sempre a coda di cavallo, faceva poco più che da ombra che altro. Dalla parte materna i rapporti non erano deteriorati ma semplicemente decisero di trasferirsi tutti, nonno e nonna esclusi, nella capitale e quindi era difficilissimo riuscire a mantenere i contatti. Tuttavia il bel ricordo del nonno materno e del fratello della nonna, facevano bene al cuore di Juliette alla quale venne risparmiato lo scabroso dettaglio che il prozio si era tolto la vita tramite asfissia per onorare un insano patto strappatogli dalla moglie ovvero che una volta che lei se ne fosse andata, lui l’avrebbe dovuta seguire. Anche uno dei due nipoti della nonna, primo cugino di Juliette era mentalmente disturbato e soggetto a crisi di pianto improvvise, deliri e attacchi di ansia. A ben vedere, nella famiglia, scorreva un pò di sangue “infetto”. Ma quel pomeriggio piovoso quei ricordi non sfioravano Juliette che sorseggiando quel the, sfogliava la sua rivista e fumava una sigaretta: fumava tanto e beveva the bollente e ogni tiro e sorso le trasformavano la lingua in una fornace ma forse era parte del suo punirsi o dare poca importanza alla sua vita. In compenso le capitava spesso di pensare che quella casa fosse troppo grande per lei sola che a 28 anni aveva avuto solo amori sbagliati e quello vero era finito con una scottatura infernale e senza un’apparente ragione. Il sangue e le lacrime versate per quell’amore spentosi tre anni prima avrebbero potuto riempire l’argine del fiume che collegava le due parti della cittadina. Cercò di compensare con un amore intrapreso con un uomo di sei anni più adulto ma che finì con lo sfruttarla sia sentimentalmente che economicamente. Ferita per l’ennesima volta, Juliette ebbe il coraggio di rialzarsi dopo due anni e un tentato suicidio con la consapevolezza che ciò che le aveva fatto bene era andato per sempre e quello che la faceva stare male pure: almeno sapeva cosa non voleva, la parte difficile era ora trovare quella che facesse al caso suo e le facesse trovare stabilità e conforto. Finito il the, in abito da camera e calzettoni grigi fatti a maglia, appoggiò la puntina del giradischi su una traccia di un gruppo britannico di nome “Joy Division", chiamata “She’s lost control” che le ricordava quante volte lei stessa avesse giocato con l’oscurità senza il minimo controllo della situazione. Dopo qualche passo improvvisato, si accasciò sul legno del parquet e rimase immobile per qualche minuto. Si spostò poi in camera da letto che era la penultima stanza a destra del lungo corridoio della sua abitazione, la stessa nella quale dormiva da 28 anni e che nel tempo aveva arredato in base alle sue esigenze: di bambina prima, di adulta poi. La carta da parati presentava fiori rosa antico con boccioli di rosa e rovi, il tutto su campo bianco avorio. Sulla sinistra si trovava un armadio a tre ante, da lei lavorato in uno stile che voleva emulare una curata consunzione ma con strati di smalto a donargli il tocco di modernità necessario, nell’anta centrale vi era posto uno specchio, lo stesso usato negli anni da Juliette per contarsi le ossa e le cicatrici. Il peso era sempre stato un problema avendo sofferto per anni di anoressia nervosa data la pesantezza portata in casa dal padre. Non mangiava molto nemmeno ora perché lo considerava quasi uno spreco di tempo. La scrivania era ampia, di legno laccato e con scanalature atte a sorreggere matite, pennelli, penne e un porta oggetti a forma di cuore donatole dalla nonna che usava come svuota tasche o dove riponeva la cancelleria. Nell’angolo destro c’era un treppiedi con tante tele sopra, un porta tempere e pennelli vari e subito accanto un cestino colmo di fogli accartocciati e strappati in quanto non riusciva mai a essere soddisfatta dei suoi lavori che attraverso i tratti forti e decisi sembravano voler tirar fuori l’abisso di tristezza che sentiva dentro. Nei pressi del letto, aveva sistemato un comodino dello stesso stile dell’armadio dove si trovava una piccola macchina da cucire, un portagioie e un’applique a forma di rosa con un cappello rosato a dare calore alla lampadina interna. Il letto era attaccato al muro, con un’impalcatura in ferro battuto e lenzuola sempre fresche. Dormiva sempre accanto al muro, Juliette, perché sentiva un senso di protezione derivare da esso: il muro non si muoveva, non urlava ed era sempre li, dove lei avrebbe potuto trovarlo. Al centro della stanza era infine posto a terra un grande tappeto circolare di colore rosa con tanti piccoli con tanti piccoli ricami alle estremità. Di di fianco alla scrivania era situata una finestra che spesso non riceveva luce e calore esterni a sufficienza, costringendola a usare la lampada del comodino o la luce centrale che era appesa al centro del soffitto e che partiva da un rosone di gesso robusto e si completava nella forma di candeliere a coppetta. Mancavano 45 minuti all’apertura del negozio di antiquariato dove lavorava e dopo una breve doccia, si mise addosso quello che le capitava, senza prestarvi la solita cura. Una volta partita in macchina, arrivò con i soliti dieci minuti di anticipo sui quali si poteva sempre contare: aveva una serie di riti da compiere prima di aprire al pubblico: sistemava le tazze alla stessa distanza l’una dall’altra, posizionava gli oggetti in serie di tre e doveva entrare e uscire dalla soglia per tre volte. Aveva una piccola forma di disturbo ossessivo compulsivo ma nulla di ingestibile. Il negozio era di proprietà di un italiano, fuggito in Francia a seguito della seconda guerra mondiale. Di corporatura robusta e dall’altezza scarsa, Mario portava lunghi baffi, camicie a quadretti di flanella e immancabili bretelle. Voleva molto bene a Juliette, non sapeva molto del suo passato e non faceva tante domande anche se era un uomo molto sensibile e attento e una volta percepito questo, Juliette spesso gli raccontava qualche ricordo o semplicemente la sua giornata. Mai stato sposato ma quarto di sei fratelli, Mario sapeva come relazionarsi agli altri e non giudicava mai. Il suo comportamento leale e pulito gli erano valsi la stima e la fiducia della giovane collega. Il negozio, situato su due piani accessibili tramite vecchie scale a chiocciola in legno grezzo, aveva ampi soffitti in legno e travi a vista con rifiniture di ferro borchiato. Anche se non vendeva molto, il padrone era legato personalmente a molti dei pezzi in esposizione. Essendo di proprietà e con la sola Juliette da pagare, riusciva a tenere in piedi l’attività e a pagare al meglio delle sue possibilità la ragazza. Il suo lavoro le piaceva anche perché la maggior parte dei clienti erano persone erudite e con inclinazioni artistiche che saltuariamente si intrattenevano in conversazioni con la giovane commessa. Tornando a casa all’ora di cena, Juliette si fermò in un piccolo negozio di alimentari dove comprò dell’insalata, una baguette e due litri di spremuta d’arancia. Salite le scale, aprì la porta del suo appartamento che mai le apparse così ampio e vuoto e scoppiò in un pianto incontrollato prendendo a pugni il muro fino a ferirsi le nocche arrivando al sangue. Tornata in se, cenò e si mise davanti alla televisione che trasmetteva un vecchio film horror in bianco e nero con tante scene cruente che entrarono nella testa della ragazza quasi fossero una spirale vorticosa che le penetrava il cervello. Cadde così in un sonno profondo prima ancora che le 23:00 fossero scoccate. Era sabato e sapeva di poter dormire oltre al solito orario dato che il giorno dopo il negozio sarebbe stato chiuso per il riposo domenicale. Juliette si svegliò nel suo caldo letto vestita del suo pigiama preferito, attraversò il corridoio e andò in cucina per prepararsi un cappuccino e mangiare due biscotti secchi. Ingoiato il primo boccone, sentì una stretta allo stomaco e lancinanti dolori addominali e accasciandosi alla credenza in legno antico, cercò una sigaretta per rifuggire quel gusto schifoso di reflusso gastrico che le aveva raggiunto l’esofago. Riuscì a finire il cappuccino e poi corse allo specchio per guardarsi le amate ossa e concentrandosi sullo stomaco quasi come per controllare cosa ci fosse di sbagliato in esso. Dopo una rapida controllata, si rimise a letto e continuò a pensare allo strano avvenimento accaduto poco tempo prima si alzò e girovagò senza meta per la casa salvo poi rimettersi a letto dormendo fino al tardo pomeriggio di quella domenica di ottobre e quando si rialzò sentì uno strano scricchiolio delle ossa a cui però non diede peso in virtù del tempo umido e a una possibile posizione sbagliata tenuta durante il sonno. Per cena, stappò una bottiglia di vino rosso e mangiò una zuppa di legumi seduta alla sua tavola rotonda coperta da una tovaglia in pizzo, conservata dal corredo della nonna, salvo poi mettersi davanti alla televisione lasciandola accesa per simulare una compagnia che da tanto le mancava mentre leggeva la rivista comprata il giorno prima. Il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi presto e andò a letto dopo aver letto poche pagine e guardato una decina di immagini. Al risveglio, bevette una sorsata di the e portò un panino in un sacchetto per la pausa pranzo. Aperto il negozio ed eseguiti i soliti riti, si mise dietro al bancone col suo quaderno da disegno che impiegava per disegnare ciò che le passava per la testa o fare un ritratto di un cliente appena uscito vista l’impeccabile memoria fotografica. Riaprendo per il turno pomeridiano, Mario passò a farle visita e vedendola sciupata, le chiese se tutto andasse bene e come si sentisse, a una prima occhiata, l’uomo capì che c’era del tormento e del malessere nella ragazza e le disse di darsi una sciacquata al viso e guardandosi nello specchio del bagno si vide grigia in volto, con ampie occhiaie e una pelle grigia e spenta. A quel punto, un getto di bile si fece strada nella sua cavità orale, lasciando il suo stomaco ancora più vuoto del solito. Riordinatasi, una volta uscita dal negozio corse al pronto soccorso lamentando dolori allo stomaco, vomito, dolori alle ossa e alle articolazioni e disse che il suo volto le sembrava trasfigurato e sciupato. Il giovane medico che la visitò, vedendo il panico negli occhi della donna, prestò molta premura e fece analisi e le domande di routine e dopo un paio di ore, anche le analisi del sangue furono pronte risultando perfette a parte una carenza di globuli rossi. Prima di lasciarla andare, il dottore vide una foto su un documento della donna che faceva capolino dal portafoglio e subito la riguardò in volto, notando che non c’era alcun pallore o grigiore particolare come lamentato dalla ragazza. Ciò gli fece pensare a qualche di forma stress o di un lieve cedimento nervoso, una volta riesaminata la storia clinica le prescrisse vitamine per l’anemia e le consigliò il numero di uno psicologo qualora la ragazza sentisse la necessità di parlare. Mario andò a trovarla a casa e le disse di prendersi la settimana libera per tornare in forze e la trovò tutta raggomitolata in una coperta con il riscaldamento casalingo spento e tutte le tapparelle tirate giù. Dopo averle portato un caffellatte, si sedette vicino a Juliette e le chiese il perché di tutto quel buio e di quell’isolamento. Di tutta risposta Juliette disse che aveva la sensazione che il suo corpo stesse smettendo di funzionare e poi affermò di sentire un costante fetore nell’aria. Mario le diede un bacio in fronte e le disse di chiamare subito lo psicologo e di non preoccuparsi eccessivamente per il lavoro. Dopo tre giorni, la ragazza venne accolta dal Dott. Remy, un uomo dalla barba incolta, alto e pasciuto con occhialini tondi e un fare rassicurante che subito la fece accomodare nel suo ambulatorio. Le chiese i motivi per i quali si fosse rivolta lui e la donna rispose che aveva la sensazione di invecchiare a vista d’occhio e quasi di non sentirsi più lo stomaco visto che vomitava spesso e anche la minima briciola. Il dottore l’ascoltò con pazienza e le prescrisse un blando antidepressivo da prendere dopo i pasti consigliandola di mangiare qualcosa per via dell’anemia e del sottopeso. Tornata a casa, una volta che la porta si chiuse alle sue spalle, Juliette guardò la sua casa ormai adorna di vecchi ricordi e scarna nell’arredamento ed ebbe la sensazione di “non esistere”, di essere in un posto dove lo spazio occupava la sua dimensione interiore. Si diresse in cucina, aprì il frigo e mangiò un pezzo di formaggio e due uova al tegamino salvo poi prendere il farmaco prescrittole. Le era stato detto che per fare effetto, sarebbero occorsi una decina di giorni e quindi, senza stimoli, si buttò sul letto senza però aver sonno o avvertire stanchezza alcuna. Trascorse neanche due ore, si svegliò dal lieve torpore e non capì dove si trovava, la sensazione di essere in un posto che non le apparteneva era opprimente e dalla frustrazione, prese un bicchiere e lo ruppe a terra per poi tagliarsi ripetutamente ma senza sentire male alcuno, quasi come se il sangue che sgorgava e di cui era intrisa non fosse il suo. Dopo un paio di minuti si riprese e corse in bagno a disinfettare le ferite alle mani e fasciarsele con bende di fortuna, poi con la scopa in mano, buttò i vetri insanguinati nel bidone dell’immondizia posto sotto il lavabo. Appena finito di rassettare, suonò il campanello: era Mario, venuto ad assincerarsi delle condizioni fisiche e mentali della sua amica, lei aprì e come l’uomo le diede le spalle, lei prese un pesante posacenere e glielo ruppe sulla schiena, correndo poi in un angolo emettendo grugniti animaleschi. L’uomo, sotto shock, cercò di riprendersi e calmare Juliette cercando e riuscendo ad avvicinarla e lo abbracciò piangendo a dirotto e scusandosi per il folle gesto. Seduti sul divano, l’uomo ancora dolorante apprese poi che Juliette aveva visto lo specialista e che le aveva prescritto quel farmaco che mai era riuscita a tenere senza rigurgitarlo quasi totalmente. Mario, molto preoccupato ma cercando di rimanere il più calmo possibile, le suggerì di fare una passeggiata il giorno seguente per svagarsi e assaggiare un pò di aria fresca. Congedatosi, Juliette corse allo specchio della sua camera e si spogliò per controllarsi tutta: si vedeva già morta guardando le anche e le clavicole sporgenti, la pelle grigiastra, i capelli fini e raccolti e una rientranza nello sterno. Si sedette sul tappeto rosa e vuoi per l’astinenza dal cibo, vuoi per il farmaco, si addormentò profondamente. Si svegliò nel cuore della notte in seguito a un terribile incubo dove aveva percepito la dannazione eterna della sua anima ed era costretta a subire mutilazioni ed essere bruciata per ore su un rogo. Ormai sveglia, si vestì e passò a casa di Mario per fare due passi e una volta usciti, lei quasi non parlava seppur incalzata dall’amico. Nulla sembrava avere più senso per lei, provava a trattenere il respiro ma non riusciva a gonfiare i polmoni. La mattinata in quel dì francese era soleggiata ma Juliette sentiva tanto freddo. Si fermarono a mangiare qualcosa giusto per riempire un pò quello stomaco che sembrava non appartenerle quasi più e per prendere il medicinale. Dopo qualche parola, la ragazza iniziò a lamentarsi dicendo che sentiva odore di carne in putrefazione nonostante si trovassero di fronte a una pasticceria… Esordì in fine con una richiesta alquanto strana: voleva andare al cimitero e in un primo attimo di sgomento, Mario pensò di far bene ad assecondarla e in macchina raggiunsero il camposanto. Una volta varcata la soglia, Juliette disse che finalmente si sentiva “profumata” e a casa e colse l’occasione per salutare i suoi defunti, poco dopo guardò il suo accompagnatore e lo vide così fuori posto che gli gridò di andarsene e lasciarla nella sua “vera casa”. Intimorito e preoccupato più che mai, il signore fece retromarcia e tornò a casa sua. Alla luce dei fatti, occorrevano contromisure immediate e infatti, nella seconda seduta con il dottor Remy, descritti i vari sintomi e l’inefficacia del farmaco, il medico decise di ricoverarla d’urgenza all’ospedale psichiatrico vicino una ventina di chilometri dalla città natale di Juliette. Stranamente acconsentì e vi fu portata nel pomeriggio stesso. Per le prime 48 ore, venne messa sotto osservazione in una camera sicura e monitorata 24 ore su 24. Pur disponendo di comodino, letto, una finestra e di libri, la ragazza alternava momenti di delirio, autolesionismo come strapparsi i capelli sbattere la testa fra le mani, urlare e dimenarsi, a momenti di tranquillità in cui leggeva libri stesa sul letto. La mattina del secondo giorno, entrata l’infermiera per le cure e l’igiene personale, le sfilò la penna dal taschino per poi piantarsela in varie zone di tutto il corpo e ridere chiedendo di chi fosse tutto quel sangue dato che lei non se lo sentiva più scorrere nelle vene. Entrata d’urgenza tutta l’equipe medica, la ragazza venne messa in un letto di contenzione fino all’arrivo del Dottor Remy, già avvertito dell’accaduto. Al colloquio, la ragazza disse di non sentire più dolore n'è emozioni, di avere la sensazione di essere già morta e quindi di non poter morire una seconda volta. Delirava, la poveretta, quando diceva che sotto la pelle avvertiva degli insetti striscianti sotto la pelle. Per una settimana venne deciso di nutrirla tramite flebo e tenerla costantemente sedata nella speranza che si riprendesse un pò da quei momenti terrificanti. Passata una settimana, i dottori ricominciarono a parlare con lei che però sembrava ferma sulle sue vecchie credenze e affermazioni dicendo che doveva essere punita per il fatto di essere nata, addossandosi anche le colpe del padre e sostenendo di meritare l’oblio per non aver fatto qualcosa in più per la mamma e la nonna. Come ultimo rimedio, la giovane donna venne sottoposta a terapia elettro-convulsivante per svariati giorni: tutto questo sembrò frastornarla ma anche rinsavire facendole chiedere che giorno fosse e l’ora precisa, convinta di dover andare a lavorare al negozio di Mario che era stato a visitarla mentre lei era fortemente sedata. Dopo una settimana di sedute dagli esiti incoraggianti, venne dimessa a un mese di distanza e fu quindi libera di tornare a casa sua ma dopo pochi giorni il feto pestifero tornò a farsi largo nelle sue nari e tutto d’un tratto, il malessere le piombò sulle spalle, più forte di prima. Questa volta la trovò senza difese e forze e allora, in preda alla disperazione prese una lametta per tagliarsi le vene, convinta di non avere più sangue e quindi di ottenere solo il piacere del rosso scarlatto gocciolare a terra ma un certo punto. Il rumore metallico della lametta sancì il fatale momento: la lametta era caduta perché il polso che le diede il potere di ferirla, le diede anche quello di ucciderla. Fu trovata da Mario che dopo tre giorni, in pensiero per lei chiamò la polizia la quale sfondò la porta e trovò la ragazza riversa su se stessa in un bagno di sangue e sentirono anche loro quel fetido odore di putrefazione che ora era realtà. Finisce qui la storia di Juliette che da tempo morta spiritualmente, ora lo era anche fisicamente. Finisce così la sua storia, senza neanche un dolore da dividere in due, senza neanche la certezza di essere creduta ma che almeno poteva riposare in quella che, almeno negli ultimi tempi, sentiva sua natural dimora.
  25. Nero Infinito

    "Terra alla terra"

    Da sempre la terra è fonte di vita: dall’inizio dei tempi fornisce i suoi frutti al fine di provvedere alle necessità dell’uomo. In cambio, l’uomo ha sempre dovuto sudare per poter coglierne i frutti. Un “do ut des” piuttosto equo. Al giorno d’oggi, le macchine hanno sostituito in buona parte la mano d’opera, sollevando così i contadini da compiti particolarmente onerosi e permettono una raccolta e una distribuzione infinitamente maggiore rispetto alla manovalanza. Tuttavia, nel paesino in cui questa storia trova il suo spazio conta ben 1800 abitanti, il lavoro manuale è rimasto intatto e la metà degli abitanti si occupa ancora di agricoltura. Il paese è davvero triste: uno di quelli che ti fanno diventare matto dalla noia, di quelli che ti porta a drogarti per evadere ma sei così isolato che per una canna devi farti dieci chilometri a piedi e dal quale non puoi fuggire perché fuggire da un posto come quello e un pò come fuggire da se stessi e questo è miseramente impossibile. Ci sono anche i farabutti ovviamente: sono ladri di pollame, salami, formaggio o per i veri professionisti, c’è il rame da rivendere agli zingari rubato dalla vecchia e decadente ferrovia, da anni ormai in disuso. Manolo era un ragazzo molto alto, magrissimo, dai capelli lunghi e un’andatura particolare. Non rideva mai e il massimo che gli si potesse strappare era un sorriso sghembo sminuito dai sempre presenti occhiali da sole neri. Non aveva amici e la sua unica confidente era la madre che era nata in una grande città dalla quale era stata tolta dall’amore da tempo estinto, per il marito, morto da due anni all’epoca dei fatti. Il suo posto preferito era il cimitero, dove i suoi demoni interiori venivano sopiti dalla calma e la sacralità di quel luogo. La strada che lo conduceva a esso lo costringeva a passare lungo il viale alberato costellato di alberi di castagne che per ricordare quanto fosse ostile il posto in cui viveva, erano per 365 giorni l’anno carichi di gusci spinosi che contenevano castagne nemmeno commestibili. Una volta, da piccolo, passeggiando con la madre, un riccio gli cadde in testa così forte che svenne. Era come se la natura gli volesse dire di scegliere un’altra strada o forse lo volesse avvertire che era meglio errare per altri lidi. In fondo al viale c’era la vecchia ferrovia e alla sua sinistra c’era un bar dal quale uscivano solo fumo di sigarette e bestemmie e qualche donnaccia sboccata. Proseguendo a destra, per arrivare al cimitero, erano presenti due cavallini a dondolo, uno dei due senza testa, mettendo a nudo la struttura curva di bronzo, ormai arrugginito, la quale faceva pensare a Manolo a una decapitazione appena avvenuta e che quel sostegno a mezzaluna fosse un forte e zampillante flusso di sangue arterioso. Finalmente era arrivato e come al solito aveva in cuffia la stessa canzone funebre ad accompagnarlo. Ogni volta che vi si trovava di fronte, restava qualche secondo a guardare il cancello di ferro ritorto e poco curato e ne rimaneva sempre egualmente affascinato. Ne conosceva ogni centimetro, a volte provava perfino a contare i sassolini di ghiaia e sapeva benissimo quando i parenti avrebbero portato quei determinati fiori su quelle determinate tombe. Ci restava fino alla chiusura e spesso si sdraiava a guardare il cielo sulle lapidi o nell’erba, accanto alle tombe. Il custode era solo come lui: il ragazzo non aveva nessuno a parte la madre per scelta, lui per mestiere poiché non tutti apprezzano colui che mette i corpi dei propri cari sotto tre metri di terra, senza però considerare che è lo stesso che se ne prende cura e veglia sulle persone che lo avevano evitato in vita. Di fronte al cimitero c’è un casolare in condizioni pietose e abitato da un vecchio che in paese è quasi una leggenda, lo si vede solo una volta all’anno: alla “festa del cervo”: arriva con un carrello enorme, lo riempie di vino fino all’inverosimile e poi con andatura claudicante, torna a casa sua. Il vecchio viene chiamato “l’eremita cieco”, infatti il vecchio infatti, rimase cieco durante la seconda guerra mondiale ma tutto questo non gli impediva di fare qualsiasi cosa, non usava nemmeno un bastone o un cane guida: in paese si mormorava che fosse in grado di sentire il battito dei cuori e a orientarsi sentendo l’aria sul volto e gli odori tramite l’olfatto. Manolo lo vedeva di tanto in tanto nel suo terreno, sempre chino e sporco di concime e letame dei maiali o del latte delle due mucche che possedeva di cui una completamente nera e con occhi gialli come la luna, simile a un angus australiano. La visita giornaliera del ragazzo sarebbe cambiata radicalmente e in modo repentino, in quanto un giorno, arrivato all’appuntamento giornaliero con il suo luogo del cuore, capeggiava una scritta sui ritorti ghirigori dei cancelli in ferro battuto del cimitero: “CHIUSO PER LUTTO”. Uno scherzo di cattivo gusto? Difficile dati i cervelli degli abitanti di quella lingua di terra e cemento… Trovarono il corpo appeso a un robusto ramo di uno degli alberi più possenti e anziani del cimitero. Nella vita e nella morte fu solo. Chiusero il cimitero in cerca di un altro becchino e poiché Manolo aveva 28 anni e una faccia che aveva prodotto pochi sorrisi ed era perfetta per cominciare ad accumulare rughe e grinze ma il vero motivo per cui ottenne il posto era per mancanza di concorrenza. Molti sognano di fare gli attori, i medici o gli avvocati: lui sognava di fare il becchino! Calcolò anche il vantaggio di poter godere appieno della vista del podere del cieco contadino. Era maggio ovvero il periodo in cui, teoricamente, tutti gli alberi danno i frutti anelati tutto l’anno e la temperatura consente l’abbondanza del raccolto di frutta e verdura. Come di consuetudine, il vecchio curvo era intento a seminare perlopiù pomodori, patate, zucchini, melanzane e carote. Per quanto riguarda il piccolo frutteto, vi si poteva trovare un meraviglioso e generosissimo fico, un albero di ciliegie, un pesco e un altro albero di cui non riuscivo a stabilirne l’aspetto in quanto era sito dietro al malconcio casolare. Data l’andatura claudicante, impiegò tre giorni per la semina completa, giorni che erano ore, ore che il giovane si era messo perfino a contare. Manolo si prendeva delle piccole pause per schiacciare piccoli pisolini tra chi ormai riposava in eterno e in quei piccoli minuti di sonno, sentiva di esistere e non vivere, di procrastinare il momento in cui anch’esso non si sarebbe più risvegliato ma non lo temeva perché d’altronde, è così sottile la linea tra la vita è la morte che non vi è da temerla: finita una, subentra l’altra e il nostro corpo tornerà cenere e terra da concime e magari da quella terra cresceranno fiori e noi saremo parte di essi ed è questa l’eternità, l’unico modo di evitare l’oblio. Il passatempo preferito del giovane custode ora era diventato scrutare il campo del vecchio che inaspettatamente era arido come il deserto del Sahara. Nell’ora di chiusura per l’orario per il pranzo, il ragazzo si avvicinò al campo e vide che mentre il contadino era intento a scandagliare il terreno, si tagliò accidentalmente il palmo della mano destra e ne sgorgò parecchio sangue ma non vedendo, torno lentamente in casa per fasciarsi e per quel giorno non lo si vide più. Il giorno seguente, l’area intrisa di sangue faceva spazio a una benché minima crescita di tuberi. Il vecchio se ne accorse tastando il terreno e per l’emozione, fece sgorgare da quegli occhi offesi dalla guerra una lacrima che si andò a posare nella fila delle dei pomodori: già nel pomeriggio iniziarono a ergersi rossi pomi da quel terreno stregato. Due più due faceva quattro anche per il reduce di guerra che ormai aveva associato sangue e lacrime alla crescita dei prodotti della terra. Incominciò a piangere, forse per la sua condizione, forse per un amore perduto, forse per un figlio mai avuto, per un errore o un orrore. Poco contava: il giovane lo vide sbandare per il campo versando lacrime al terreno che lo ripagava con fave e zucchini che pazientemente raccoglieva con il suo carrello: lo stesso che usava nell’incursione annuale alla “fiera del cervo”, dove faceva scorta di vino forte e rosso come il sangue. Qualche giorno dopo e qualche frutto e ortaggio dopo, Manolo, cercò di saltare il fosso di pochi centimetri che separava il cimitero dal suolo di sua proprietà, curioso di poter vedere questa specie di miracolo “in terra” (perdonate la battuta). Subito dopo vide uscire il vecchio sempre ricurvo, pieno di tagli il quale avvertì la sua presenza e lo cacciò a suon di dialettali bestemmie. Intimorito e intrigato, tornò al suo ruolo di custode e fece un giro di ronda per vedere che non ci fosse nessuno a dar fastidio alla pace o a profanare il sacro. Vide due ragazzi amoreggiare all’ombra degli alberi che facevano da verde gabbia al suo posto di lavoro. Erano ragazzini e data la crisi e al fatto che quasi tutte le donne erano casalinghe, non c’erano tante case libere per i giovani amanti, era un paese per vecchi, un paese in via di estinzione, un cazzo di buco insomma. Li lasciò fare dunque e apprezzò sardonico la performance teatrale dei due ragazzi che finsero una tristezza e una afflizione da veri professionisti incrociando il suo sguardo mentre lui gli sorrise complice e loro abbassarono il volto affrettando il passo. Tornando a casa, Matteo si ricordò di avere un binocolo: vecchio regalo non gradito da parte di quel menefreghista bastardo dello zio. Il giorno dopo, decise di usarlo subito per spiare quasi in maniera feticista il vecchio contadino e notò una parata di zucchini alquanto maestosa, subito dopo, uscì il possessore e notò che gli mancava una mano e aveva un vistoso moncone rappezzato alla bene meglio. Ormai il giovane aveva capito e lo aveva capito e anche il vecchio, che guardò nella direzione del cimitero e togliendosi il cappello, mostrò una zona di carne viva a lato del grinzoso capo per poi rimettere la vecchia coppola nella sua naturale collocazione. Sapeva di essere osservato e fornì quella vista come regalo per la costanza dimostrata da Manolo. Dopo una settimana era tutto fiorito, cresciuto e raccolto e capì quello che era successo, per avere qualcosa dalla terra, devi dare qualcosa alla terra che ti da il cibo ma ti fa diventare suo pasto dopo essere stato sepolto da un suo velo. Dopo un paio di giorni che il vecchio non si affacciava più dal casolare, Manolo attraversò il campo e non sentendolo muoversi in casa, uscì nel cortile interno e lo trovò ormai cibo per corvi, lo arrotolò in una coperta e si caricò sulle spalle ciò era rimasto del martire della terra e lo seppellì con la pala e il suo cappello, chiuse i suoi occhi, curò lo spazio che si era guadagnato a sangue, lacrime e fatica. Finito, il giovane custode volle togliersi la curiosità di vedere l’albero che si ergeva nascosto dal casale: l’albero era morto, scuro, ricurvo, affascinante da morire. Matteo corse così al cimitero, preparò un cartello con scritto “CHIUSO PER LUTTO”, ritornò davanti all’albero, slegò la mucca nera, fece un bel cappio e un nodo resistente e lo buttò in mezzo ai rami secchi che sembrarono muoversi per abbracciare il cordone. Si mise il cappio al collo e si impiccò e mentre l’aria non arrivava più al cervello e i piedi cercavano un appoggio assente, il suo ultimo pensiero andò alla madre e a quale potesse essere il suo fiore preferito e non avendone idea, immaginò un girasole, radioso e solare come lei. Ecco, le persone sono solite dire: “nella prossima vita mi piacerebbe fare il cantante, il dottore, l’avvocato o la modella”. Lui no: lui voleva rinascere girasole cosicché la madre potesse rivederlo in ognuno di essi e capire che non era stata colpa sua se la morta aveva attratto il figlio più della vita: la morte lo aveva prenotato il giorno in cui nacque e la terra lo aveva fatto ormai fatto suo e non vi era ritorno. Il giorno dopo chissà cosa pensarono le persone di fronte al nuovo cartello: il neo sbocciato fiore non potè girarsi a guardarle, poiché quel giorno il sole non emanava i suoi caldi raggi e anche se i galli canteranno lui non si potrà mai più risvegliare.
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