Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'storico'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Trovato 107 risultati

  1. Identità Provvisoria

    Titolo: IDENTITA' PROVVISORIA Autore: Iolanda Stella Corradino Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 978-88-942182-5-1 Settembre 2017 Prezzo: € 12,90 cartaceo Genere: Biografia - Intervista - Storia Moderna - Didattico Pagine: 112 Illustrazioni a colori e in bianco e nero, schede di verifica per eventuale uso scolastico Link all'acquisto Di cosa parla Giovanni Napolano ha 18 anni quando nell’estate del 1943 decide di arruolarsi nella Marina Militare Italiana. Viene inviato a Pola, in Croazia, e mentre altrove divampa l’euforia per la liberazione americana, i Tedeschi invadono la città, sequestrando l’intero equipaggio della nave sulla quale è imbarcato. Giovanni si ritrova così a trascorrere due anni d’inferno nel campo di lavoro di Magdeburgo, in Germania. Vive la sua “identità provvisoria” da militare italiano, un numero tra i tanti nei campi di concentramento nazisti. Questo libro ne ricostruisce la storia, raccontata dalla viva voce del protagonista stesso, che fonde la sua personale storia con la memoria collettiva del mondo.
  2. Si spengono le stelle - Matteo Raimondi

    Titolo: Si spengono le stelle Autore: Matteo Raimondi Editore: Mondadori Collana: Omnibus ISBN cartaceo: 9788804687375 ISBN ebook: 9788852086595 Data di pubblicazione: 17 aprile 2018 Prezzo: Cartonato con sovraccoperta 19.50€ | EBook 9.99€ Genere: Thriller - Horror - Storico Pagine: 460 1691. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana. Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla. Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto. Si spengono le stelle è un thriller stupefacente sulla Nuova Inghilterra di fine Seicento, che indaga uno dei periodi più cupi della storia americana a colpi di miracolose incursioni nei temi classici della letteratura fantastica. Ne emerge una grandiosa allegoria della civiltà contemporanea, che rivela una nuova, formidabile e poliedrica voce della narrativa italiana, capace di scolpire magistralmente luoghi e personaggi, di esplorare le terre di confine tra i generi e di intrecciare passato e presente, modernità e tradizione, racconto individuale e Storia collettiva in una miscela esplosiva. Amazon IBS Mondadori Store
  3. CIMBRI E TEUTONI alla conquista di ROMA

    Fino a
    Nel corso del convegno il nostro autore Luigi Mattioli presenterà il suo saggio divulgativo "Gens Vaga", basato proprio sull'epopea dei due temibili popoli germanici.
  4. Fino a
    Amici Romani (e non), martedì 17 aprile presso la storica libreria indipendente Giufà, nel cuore del quartiere San Lorenzo, in un clima disteso a base di birra e noccioline, si terrà un incontro col sottoscritto, autore del romanzo Si spengono le stelle (Mondadori) - che uscirà il giorno stesso. Non una vera e propria presentazione, ma di sicuro l'occasione per inaugurare insieme ad amici e conoscenti la pubblicazione del libro approfittando dell'atmosfera popolare della libreria Giufà. Se vi facesse piacere fare un salto, scambiare due chiacchiere, acquistare il romanzo live e roba del genere, mi troverete lì a partire dalle 19.00.
  5. Romanzo "L'ultimo Paleologo" in fiera

    Fino a
    Dom. 15 Aprile a Legnano (MI), la città della famosa battaglia e del Barbarossa, in Via Barbara Melzi, dalle 7.30 alle 19.30, potrete trovare delle copie de "L'ultimo Paleologo", alla bancarella dell'arte medioevale, presso la fiera degli hobbisti. Ovviamente con una speciale sconto.
  6. O barra o

    Nome: O barra o Generi trattati: inchieste, Oriente-Occidente, libri di viaggio, saggi, scritti filosofici, teatrali, scientifici Modalità di invio dei manoscritti: manoscritti@obarrao.com Distribuzione: non specificato Sito: https://www.obarrao.com/ Facebook: https://www.facebook.com/obarra.edizioni
  7. 22 luglio 1944

    «Eccoli!» Il tenente Pesaresi si accucciò all’improvviso dietro un enorme cespuglio di rovi. Si volse e portò l’indice alle labbra. Leo si immobilizzò e gli altri, via via, seguirono il suo esempio. Pesaresi, a cenni nervosi, fece intendere di circondare la casa. I ragazzi erano nell’aia, due seduti sul gradino davanti alla porta e il terzo, di guardia con un vecchio moschetto, in piedi all’ombra del fico. Leo, tenendosi basso, strisciò dal tenente: «Sono solo quelli o ce ne saranno degli altri?» «Aspettiamo…» Incurante del volo di mosche, il tenente ribadì con la mano l’invito a star calmi. Il tempo sembrò fermarsi. Il tizio sotto il fico era alto e secco come una pertica, con un paio di calzoni larghi che finivano con un risvolto, zozzo e liso, che lasciava scoperte le caviglie. La camicia era logora, chiara, e aperta sul petto. Gli occhi, grandi e azzurri, spiccavano sul volto abbronzato, dalla fronte alta sotto un ciuffo di capelli scuri e scompigliati. «Quello deve essere il capo…» Leo non era capace di stare zitto, e il tenente lo sgridò con un’occhiataccia. Paolino strinse con forza il fucile e si appiattì nell’erba. Dal lato opposto, verso il crinale coperto di faggi, individuò, oltre la siepe di pruno selvatico che delimitava il sentiero, il nascondiglio degli altri camerati. Trattenne il fiato e attese. Le cicale frinivano, quasi assordanti, e senza curarsi della malvagità dell’uomo. Paolino pensò che ai banditi sarebbe bastato un cagnetto per dare l’allarme… Quelli sul gradino, in brache corte, canottiera e senza scarpe, andavano sbocconcellando due tocchi di pan nero e coriaceo da mandar giù. Per deglutirlo dovevano masticare a lungo, e intervallare ogni tanto qualche sorso da un fiasco di vino. «Ehi, voi due, lasciate qualcosa anche per me!» Il tono del ragazzo sotto il fico era maschio, quasi da uomo maturo. «Giulio, la mamma domani ce ne darà dell’altro…» La voce tradì la giovane età: poco più di due fanciulli, ancora imberbi. Gli occhi chiari e i capelli erano gli stessi del fratello maggiore. Attesero ancora pochi minuti e, quando fu lampante che i tre erano soli, il tenente annuì l’ordine muto a Leo. Era il momento. Paolino chiuse gli occhi, mollò il fucile e, con entrambe le mani, si turò le orecchie. Leo prese la mira con calma. Il colpo secco fece tacere le cicale. Giulio, per un attimo, rimase in piedi, il viso contorto in un moto di paura e stupore. Poi si accasciò supino, senza un grido, sull’erbetta verde sotto il fico. Strillarono, in tono acuto e infantile, i suoi fratelli. I legionari uscirono allo scoperto e, imbracciando le armi, chiusero il cerchio attorno alla casetta. I due fanciulli, in lacrime, si strinsero l’un l’altro disperati. Pesaresi si avvicinò al cadavere. Una macchia vermiglia sulla camicia si andava allargando sempre più. «Colpito al cuore…» Si chinò per prendere il moschetto. «È scarico, porca…» Trattenne l’imprecazione e lo porse a Leo che, dopo averlo afferrato, sogghignando chiese: «E gli altri due, signor tenente?» «Chi, quei due bambini?» «Signor tenente, hanno dato ricovero e celato la presenza di un bandito!» «Sono i fratelli…» Leo citò pedissequamente l’ultima ordinanza del Tenente Colonnello Zuccari Merico: «Saranno passati per le armi tutti coloro che aiuteranno in qualsiasi maniera i banditi (fra questi sono compresi anche quelli che offriranno agli stessi un semplice bicchiere d’acqua)» «Marchi, non rompere i coglioni! Per fucilare qualcuno ci vuole il processo…» «Ma…» «Ma un cazzo!» Leo, deluso, si zittì. Pesaresi si avvicinò ai fratelli. Quello che pareva il più grande ebbe un moto d’orgoglio, e lo fissò dritto negli occhi. Muovendo la mano su e giù, l’ufficiale gli indicò il sentiero in discesa. Si alzarono senza fiatare. Un’ultima occhiata a Giulio e, tremanti, si incamminarono. Un legionario si scansò per farli passare. E le cicale ripresero a frinire.
  8. 23 luglio 1944

    Iddio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore rinnova ogni giorno la passione mia per l'Italia. Rendimi sempre più degno dei nostri morti, affinché loro stessi -i più forti- rispondano ai vivi: "Presente"! Paolino si rigirò in branda bisbigliando la solita preghiera. Nonostante la stanchezza, gli eventi sconvolgenti degli ultimi giorni erano ancora lì, davanti ai suoi occhi. Edo russava già come un trombone, mentre Leo sbuffò: «Si può sapere che cosa hai da borbottare?» «Niente, niente… ho caldo e non riesca a chiudere occhio.» «Beh, almeno lascia in pace i camerati che hanno voglia di dormire!» Paolino si raggomitolò in posizione fetale e chiuse gli occhi. Ma non dormì. Erano arrivati a Sassocorvaro da poco più di un mese, e il colonnello non aveva dato loro tregua. I rastrellamenti si erano susseguiti ininterrottamente, su e giù per i monti, nei posti più impervi e sempre con l’ansia di incappare in un’imboscata. I banditi erano armati un po’ alla buona, ma conoscevano benissimo i luoghi, ogni anfratto, ogni grotta e ogni casupola e baracca, anche quelle più isolate e sperdute, dove trovare ricovero e rifugio. Inoltre, nonostante la minaccia di passare per le armi chiunque li aiutasse, la popolazione continuava a proteggere i partigiani. Ne avevano già catturato qualcuno, ragazzotti magri e malvestiti che non erano stati abbastanza lesti da fuggire in tempo, e il colonnello li aveva subito messi al muro. Il tenente, le prime volte, aveva provato a salvarli, dicendo che, per fucilare qualcuno ci volevano un processo e una sentenza, ma non c’era stato nulla da fare. Erano morti così, una sigaretta tra le labbra, i polsi legati dietro la schiena, i più riottosi e fieri dopo essere stati presi a bastonate, e senza neppure il conforto di un prete. Paolino provò a pregare in silenzio e, questa volta, ripensò l’Ave Maia e l’Angelo Custode con la mamma, nella sua cameretta di Cremona. Il babbo, un fornaio fascista, di quelli convinti e della prima ora, gli aveva insegnato tutto quello che un bravo balilla avrebbe dovuto sapere: vincere o morire! Quando suo figlio, appena sedicenne, era partito volontario per difendere la patria dagli invasori, si era persino quasi commosso. La mamma, invece, aveva pianto disperata, ma orgogliosa di quel prode ragazzo, bellissimo nell’elegante divisa con la camicia nera e il fez.
  9. La fortezza di Dio

    Titolo: La fortezza di Dio - La storia della Povera Milizia di Cristo nel misterioso Krak dei cavalieri Autore: Daniele Cellamare Collana: Tempesta Racconta Casa editrice: Tempesta Editore ISBN: 9788885798007 Data di pubblicazione (o di uscita): 4 marzo 2018 Prezzo: 20,00 Genere: romanzo storico (ambientato nel secolo XII) Pagine: 350 Quarta di copertina: Una storia che parte dalla Cattedrale di Autun e da una misteriosa firma: Gislebertus. Pierre, giovane scalpellino tormentato da una vita piena di incognite che per sfuggire a un destino già segnato si rifugia nella cupa fortezza del Krak dei Cavalieri, seguendo la Povera Milizia di Cristo. Bernardo da Chiaravalle, le nuove eresie, il Vangelo di Giuda, i Catari e le lotte in Terra Santa renderanno quest’opera serrata e piena di tensione. Romanzo pieno di riferimenti storici realmente accaduti, affiancati da altri nati dalla mente dello storico Cellamare, faranno da cornice ad aspetti e personaggi della Povera Milizia di Cristo poco conosciuti. Link all'acquisto: https://tempestaeditore.it/shop/tempesta-racconta/la-fortezza-di-dio/ L'Autore: Daniele Cellamare, nato nel 1952, si è laureato in Scienze Politiche all’Università LUISS Guido Carli. È stato docente presso la Sapienza di Roma e il Centro Alti Studi della Difesa. È stato direttore dell’Istituto Studi Ricerche e Informazioni della Difesa e autore di numerose pubblicazioni di storia contemporanea. Ha collaborato con testate e radio-televisioni nazionali. Appassionato di studi sulla storia militare, La Fortezza di Dio è il suo secondo romanzo storico, dopo Gli Ussari Alati pubblicato da Fazi Editore. Copertina di Francesco Dezio
  10. Oltre il reno, solo fango

    Bastonate fra 3,2,1...via! Pioveva da giorni e senza sosta, come se il cielo non volesse mostrare il suo lato migliore in quella parte del mondo. Le cime degli alberi, piegati dal peso dell’acqua, sembravano essere stufe della pioggia incessante, come se prostrassero le loro chiome alle divinità del cielo, per supplicare una tregua. Le giornate soleggiate sono una rarità in Germania, perciò, è abitudine che gli uomini caccino nei giorni di pioggia: è da sempre un fattore di sopravvivenza, e Wort, conosceva ben più di una regola. Sapeva muoversi con orientamento e la tetra foresta d’abeti era definita casa. L’oscurità, il fango e le sterminate foreste temprarono il carattere e il fisico, tanto da possedere un corpo robusto e l’aspetto famelico di un lupo. Membro della tribù dei Catti, popolazione stanziata alla foce del fiume, confinante con il regno dell’Aquila. E quei vicini, erano i peggiori di tutti. Un giorno, tutti gli uomini furono chiamati a raccolta in un punto impreciso nella foresta, per prendere una solenne decisione. Wort notò la presenza di uno sconosciuto mai visto prima, corazzato come gli stranieri d’oltre Reno. Il viso era celato da una maschera in bronzo brillante. Lo chiamavano Arminius, principe germano ma da anni ufficiale romano. ‘’Dov’è Roma?’’ Pensò Wort. Ne aveva sentito parlare spesso dalla gente del suo popolo. Doveva forse percorrere la strada infinita per raggiungerla? Com’è un estate senza pelliccia? Tanti pensieri martellavano la testa mentre gli uomini ascoltavano le parole di Arminius, quasi increduli della richiesta imminente: <<Siete i più vicini al confine, e ancora loro alleati. Si fideranno di voi. La loro strada si insinua nel cuore delle vostre terre. Dovranno percorrerla per sedare le rivolte che ho congegnato. Basta uccidersi a vicenda, il nostro comune nemico è Roma. È tempo di vendicarci dei torti subiti. Unitemi alla mia coalizione! Ho vissuto a Roma per molti anni tanto da conoscerne i punti deboli delle sue legioni.>> <<E quali sarebbero?>> gridò Wort. <<Gli spazi chiusi.>> Così Wort, dopo una settimana, si ritrovò accovacciato con l’arco in pugno, mentre le legioni, ignare, marciavano a passo svogliato verso l’entrata di una gola stretta, ricoperta da una foresta fittissima: Teutoburgo. Il piano procedeva come progettato, e i guerrieri, tatuati secondo le usanze tribali, aspettavano il segnale, nascosti dalle ombre dei rami. Quando infine la retroguardia si addentrò in profondità nella gola, i corni squillarono e una pioggia di dardi investì i legionari. L’agguato ebbe inizio. Wort scoccò le frecce ripetutamente finché la faretra fu vuota. Dopodiché attese il secondo segnale, impaziente di caricare le legioni. L’imboscata, rappresentava l’occasione di guadagnare maggior rispetto e notorietà, così da esser considerato un degno guerriero catto. Notò che la formazione romana, scomposta dal terreno accidentato, si riparò dall’ondata di frecce come meglio potè senza serrare i ranghi. Un secondo squillo di tromba echeggiò. ‘’È il segnale!’’. La furia dei germani si abbatté sui nemici, ripagandoli delle ingiustizie subite, dal momento in cui, la caliga romana oltrepassò il Reno. Wort, grazie alla sua mole, travolse ed uccise un legionario, aprendogli la gola con un ascia più adatta per la legna che per le battaglie. Colpiva ripetutamente fino a distruggere la guardia del nemico, sfiancandolo, e finendolo quasi sempre con un colpo al collo o dove il ferro non proteggeva la carne. Questa era la sua tattica: la forza bruta e il massimo impiego del suo misero armamento. Magari un giorno affronterà un nemico con una spada e almeno uno scudo. È molto rischioso combattere a dorso nudo. Ora non pensava, colpiva sotto Il cielo rombante e le grida di guerra. Decapitava, fendeva e umiliava le sue vittime, reso cieco dal furore della battaglia. Come tutti, aspirava essere il classico eroe protagonista delle ballate. Il massacro continuava, spezzando il morale dei romani. C’era già chi scappava dalla furia dei barbari mentre i più saggi continuavano a combattere. Ucciso un uomo con un elmo crestato, Wort si allontanò dalla mischia per riprendere fiato, ma una figura non tanto distante catturò la sua attenzione. Teneva con entrambe le mani una grossa asta decorata in cui sulla sommità, vi era lo spirito dorato di Roma, e il motivo per cui il catto ignorò la battaglia e partì all’inseguimento. L’ Aquilifero correva, senza una precisa direzione. Sconfitte le legioni, l’uomo tentava almeno di continuare il suo dovere, salvando l’onore di Roma. Ma la sua corsa era appesantita dall’armatura del soldato che permise al barbaro di guadagnare terreno. Fiutò il profumo del trionfo come fa un predatore con la sua preda, immaginando il sapore della vittoria e della fama. Ma in un attimo, dovette tornare alla realtà: Un cavaliere da dietro lo urtò, facendolo cadere di faccia nel terreno. Gli mancavano pochissimi passi e lo avrebbe preso. La faccia pittata del catto, ora sporca di fango, vedeva sgretolarsi immediatamente il suo sogno. Il cavaliere, con brevi falcate della sua cavalcatura, raggiunse il romano uccidendolo e liberando l’Aquila dalla sua stretta. Era Arminius! Il cavaliere che aveva architettato l’imboscata e dato al popolo oltre il Reno una sonora batosta. <<Questa appartiene a me, catto>> disse mentre smontava da cavallo, <<sei stato molto valoroso ma non posso progettare un agguato e non ricevere la ricompensa più alta per quest’impresa. Tieniti questo pezzo di bronzo. Potrai sempre dire di aver ammazzato un cavaliere. Non prenderla a male ma meriti una gloria della tua misura, e questa maschera, secondo me, è anche troppo.>> Raccolse l’asta e rimontò in sella abbandonando Wort, la maschera e il suo sogno nel fango. Si rialzò e ritornò da dove era venuto. Arminius si era guadagnato un nuovo nemico.
  11. Fino a
    Il Comune di Ripa Teatina, con la Scuola Macondo – l’Officina delle Storie, e con il contributo di Saquella Caffè, Azienda Leone 1947, Infinito Edizioni, Lions Club Pescara Ennio Flaiano, Il Centro Quotidiano d'Abruzzo e Libreria Mondadori Francavilla al Mare, e il patrocinio di Regione Abruzzo, CONI Abruzzo, Proloco Ripa Teatina e Siedas, indice la II edizione del Premio Letterario Rocky Marciano “Storie di sport”, con il fine di diffondere i valori ed i principi dello sport considerato nei suoi molteplici aspetti, con particolare evidenza su principi e valori quali diritti umani, salute, cultura, educazione e integrazione. DESTINATARI: studenti della Scuole Primaria e Secondaria di primo e secondo grado presenti su tutto il territorio italiano, e ai Giovani under 35 GENERI LETTERARI AMMESSI: Tutti ISCRIZIONE GRATUITA ELABORATI: un unico racconto di propria produzione, edito o inedito, in lingua italiana, anche già premiato in altri concorsi. SCADENZA: entro le 24.00 del giorno 15 maggio all’indirizzo mail premioletterariostoriedisport@gmail.com SITO UFFICIALE, SCHEDA ISCRIZIONE E REGOLAMENTO qui: http://www.scuolamacondo.it/iniziative/storiedisport.html
  12. Titolo: La Città delle Streghe Autore: Luca Buggio Casa editrice: La Corte Editore Genere: thriller storico Pagine: 392 Formato: cartaceo, ebook ISBN: 978-88-88516-02-1 Prezzo: 16,90 € (cartaceo), 7,99 € (ebook) Trama La guerra è alle porte del Ducato di Savoia, con i francesi pronti all’invasione, e la popolazione si prepara a fronteggiarla. Questo lo scenario in cui prendono vita le storie dei protagonisti, Laura Chevalier e Augusto Graziadei detto Gustìn. Due vicende che in comune hanno soltanto un elemento: la forte dose di mistero che trasuda il Piemonte settecentesco. Laura è una giovane di buona famiglia che fugge da Nizza con madre e padre adottivo; Gustìn una spia e uomo di fiducia del conte Gropello. L’una permeata di spiritualità e superstizione, l’altro fedele alla sua razionalità laica, tendente all’ateismo. Laura compie un viaggio duro e rischioso per raggiungere Torino, Gustìn lascia la città per seguire un’indagine nelle campagne per conto del suo padrone. Si troveranno ad affrontare omicidi ed enigmi all’apparenza inspiegabili, nonché a temere per la propria incolumità, a muoversi nei meandri di una terra permeata di credenze popolari, di manifestazioni soprannaturali, sinistre. Un ruolo di spicco è ricoperto dalla figura della masca, strega tipica del folclore piemontese. Contenuti Laura e Gustìn sono una lo speculare dell’altro. Le loro avventure sono l’istanza di una nota contrapposizione: quella fra superstizione e razionalità, dicotomia che è anche l’emblema dell’epoca in cui il romanzo è ambientato, con la cultura illuminista agli inizi della sua diffusione. L’aspetto interessante è come ciascuno dei fronti venga messo in discussione, come i due punti di vista presentino qualche crepa. Troviamo da un lato uno scettico Gustìn che indaga su fatti ritenuti paranormali, ossia la stregoneria delle masche, dove cerca sempre l’interpretazione razionale ma non gli è sempre facile resistere alle suggestioni scaramantiche; dall’altro lato c’è Laura, ragazza incline alla spiegazione soprannaturale per misfatti di cui è vittima o che accadono attorno a lei, ma a cui è restia ad abbandonarsi del tutto. In questo forte dualismo, i percorsi di Laura e Gustìn sono in realtà legati indissolubilmente, e la forza del romanzo risiede anche nel riuscire a nascondere il legame fino alle battute finali, lasciando il lettore in balia della suspence. Ambientazione e personaggi Risalta subito all’occhio la meticolosità della ricostruzione storica, sotto ogni aspetto: vita quotidiana, politica, mentalità, dall’ideologia ai piccoli gesti. Un grande lavoro di documentazione che rende l’ambientazione vivida, in grado di circondare il lettore. Scene statiche e dinamiche, atmosfere, conversazioni, ciascun momento trasmette il forte connubio di incertezze, speranze e timori spirituali di inizio Settecento. Un discorso che si può estendere ai personaggi, protagonisti e non, tridimensionali e credibili. Il risultato è più sorprendente se si considera il fatto che l’autore non fornisce quasi mai caratterizzazioni visive, neppure di Laura e Gustìn. L’unico difetto che ho riscontrato è la difficoltà che si incontra nel memorizzare l’ingresso dei vari personaggi: sono tanti e arrivano tutti assieme, nella maggior parte dei casi. Ci si sente come al momento di presentarsi a una comitiva sconosciuta, sai già che ti scorderai ogni nome nel momento stesso in cui stringi le mani. Comunque, complice la rilevanza che ogni nuovo innesto va a ricoprire nella storia, il problema è limitato solo al primo impatto. Poi tutti i volti si impara a conoscerli e apprezzarli, anche perché la “distanza” è nostra alleata: si ha tempo e modo di entrare nelle dinamiche. Stile e forma Il romanzo si presenta con uno stile ordinato, particolareggiato, capace di indirizzare l’attenzione del lettore su dettagli diversi in maniera repentina, contribuendo così a mantenere vivo l’interesse. Nonostante il lessico ben ponderato, al confine della ricercatezza, il registro resta fresco e scorrevole. Le varie incursioni dialettali aiutano a calarsi nel dove e nel quando della storia. Si apprezzano in modo particolare i dialoghi, dove il sapore settecentesco si fonde con le esigenze stilistiche moderne: un equilibrio ottimale per la resa di un parlato antico ma fruibile al lettore del ventunesimo secolo. Giudizio finale La città delle streghe è un romanzo di fattura pregiata. Ha l'accuratezza di un romanzo storico, la tensione di un thriller e la suggestività del genere fantastico, aspetti che si amalgamano alla perfezione. Non ritengo che voglia comunicare particolari osservazioni o critiche rivolte al mondo di oggi. Il messaggio, se vogliamo, è senza età: la divisione fra ragione e spiritualità c’era allora come c’è adesso, e ci sarà domani. In ogni caso è la vicenda in sé, le peripezie di Laura e Gustìn, a determinare la buona riuscita del testo. Un romanzo curato e coinvolgente, quindi, e una lettura per tutti. Non bisogna essere appassionati di storico o di fantastico per apprezzarlo, e parlare una lingua universale è senz’altro un traguardo degno di nota.
  13. Fino a
    Si tratta della prima presentazione che si tiene a Busto Arsizio di "Sibrium", un romanzo storico ambientato a Castelseprio e scritto da Alessandro Cuccuru. L'autore illustrerà la genesi e le linee guida che hanno ispirato il libro e risponderà alle domande dei presenti. L'ingresso è libero e gratuito. Per chi lo volesse, sarà attivo un ottimo servizio bar.
  14. Fino a
    Art. 1: L'Associazione culturale e teatrale “Luce dell'Arte” di Roma indice ed organizza la 5^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura "Luce dell'Arte". Art. 2: Il premio, aperto ad Autori adulti con limite d’età minimo 18 anni e massimo nessuno, è diviso in questo modo: Sezione A) - Poesia: poesia a tema libero edita o inedita in lingua italiana o straniera o in vernacolo, con inclusa traduzione, senza limiti di lunghezza, riservata a tutti i poeti di nazionalità italiana o poeti stranieri di età adulta. Sono ammessi anche libri editi di poesia ed e-book.; Sezione B) - Narrativa: racconto, libro di racconti, saggio o romanzo a tema libero, inedito o edito in lingua italiana, anche tradotto da lingua straniera, riservata a tutti gli scrittori di nazionalità italiana e scrittori stranieri. Sono ammessi anche e-book.; Sezione C) - Teatro: monologo, corto, commedia o tragedia a tema libero in lingua italiana o straniera o in vernacolo, con inclusa traduzione, sezione aperta a tutti gli scrittori, attori e sceneggiatori. I testi possono essere editi o inediti. Sono ammessi anche libri con vari testi teatrali ed e-book. Sezione D) – Pittura e/o Fotografia con annessa Poesia, Pensiero Poetico o Racconto breve: opera d’arte fatta con qualsiasi tecnica (olio, acquerello, china, etc.) e/o fotografia, della quale inviare due riproduzioni a colori del formato cm 13x18, indicando per la Pittura tecnica adoperata e misura effettiva della stessa, insieme ad una poesia, pensiero poetico o racconto breve che ne esplichi il senso più profondo. Fondamentale dichiarare che l’opera è frutto del proprio ingegno, presentandola nel formato originale alla premiazione. Il testo annesso ad essa va scritto su un foglio formato A 4, che presenti come titolo lo stesso dell’opera d’arte figurativa. Novità: verranno attribuiti anche due Premi Speciali alla Carriera. Art. 3: Per partecipare al Premio vanno inviate per le sezioni A, B, C e D in un plico due copie dell'opera o delle opere edite o inedite, delle quali una in anonimo e l'altra completa di firma in calce inserita in una busta chiusa più piccola contenente: curriculum vitae completo o breve biografia, scheda di adesione con dichiarazione dell'autore relativa all'utilizzo dei propri dati personali per il premio e quota di partecipazione in contanti o fotocopia del versamento postepay quota effettuato. Per le OPERE EDITE, in caso si sia in possesso di pochissime opere cartacee, è ammesso anche l’invio di Una Sola Copia Cartacea firmata in calce, anzichè Due, di cui una senza firma in calce. N.B. Per tutte le sezioni i lavori in forma anonima (senza dati dell’autore identificativi all’interno del testo) devono essere spediti OBBLIGATORIAMENTE pure per e- mail in formato doc, rtf o pdf a: associazionelucedellarte@live.it per il vaglio della Giuria esterna, con l’unica eccezione per quei testi pubblicati di cui, per varie motivazioni, non si è più in possesso dei file. In tal caso, inviare il materiale esclusivamente in forma cartacea, poichè sarà la nostra segreteria a fotocopiare il tutto per sottoporlo al vaglio della Giuria esaminatrice del Premio. N.B. Ammessa partecipazione solo via e-mail. E’ possibile partecipare al Premio pure inviando tutto il materiale richiesto esclusivamente per e-mail in formato PDF, Word ed RTF ad associazionelucedellarte@live.it mettendo nell’oggetto “Partecipazione Premio letterario “Luce dell’Arte” via e-mail” ed inserendo sempre in allegato fotocopia del versamento effettuato su postepay. Le copie vanno inviate nel numero di due, di cui una senza dati e l’altra con firma. Art.4: Si può partecipare ad una o a tutte e quattro le sezioni. La quota di partecipazione a copertura di spese di segreteria è di: • 10 euro per UNA sezione, inviando massimo tre elaborati; • 15 euro quota unica per DUE e TRE sezioni, inviando massimo tre elaborati a sezione (nello specifico sei e nove in totale); • 20 euro per QUATTRO sezioni, inviando massimo tre elaborati a sezione (dodici in totale). . Quota aggiuntiva di 5 euro SOLO per chi invia Curriculum dettagliato per concorrere anche al Premio Speciale alla Carriera. Per gli Autori che desiderino candidarsi al Premio alla Carriera, devono avere alle spalle oltre 15 anni di impegno artistico-culturale certificato. Il minimo d’età per candidarsi è di 45 anni. Chi desidera farlo, deve barrare sulla scheda di adesione il si per Premio alla Carriera ed aggiungere alla quota base quella aggiuntiva richiesta. SCONTO QUOTA SPESE DI PARTECIPAZIONE. Se si partecipa a Quattro Sezioni (quota base 20 euro), riduzione di 5 euro per studenti che dimostrino con autocertificazione allegata la frequenza dell’anno in corso, per autori ultrasettantenni e per i tesserati dell’Associazione Luce dell’Arte. Art. 5: La quota di partecipazione può essere versata nelle seguenti modalità: • in contanti all’interno della busta chiusa contenente tutta la documentazione anagrafica per il concorso; • tramite versamento su carta Postepay indicando le seguenti coordinate: numero carta: 5333 1710 4875 7252 beneficiario: Carmela Gabriele codice fiscale GBRCML77E71H926K Il contributo richiesto per partecipazione al Premio tramite ricarica postepay può essere effettuato in modo semplice presso sportelli di uffici postali e tabaccherie, e richiede a parte una minina spesa di commissione esclusa dalla quota di partecipazione, ossia 1 o 2 euro. Art. 6: Le opere devono pervenire possibilmente a mezzo raccomandata entro e non oltre il 16 Giugno 2018 (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo: Dr.ssa Carmela Gabriele, Presidente Ass. Luce dell'Arte, via dei gelsi, n. 5 – 00171, Roma, (Rm). Le opere che giungeranno prive della quota di partecipazione, saranno escluse dal premio ed in nessun caso verranno più restituite. L'Associazione si esime da ogni responsabilità per il mancato arrivo per mezzo di posta prioritaria di alcuni elaborati o per gli eventuali ritardi di poste italiane. Art. 7: Gli elaborati e i romanzi non verranno restituiti ed andranno inseriti in un fondo speciale del Premio, per arricchire la Biblioteca dell'Associazione Luce dell'Arte. Art. 8: Ad insindacabile giudizio dei membri della Giuria esaminatrice, composta da personalità del Giornalismo, della Critica letteraria, dell’ Editoria e della Critica teatrale, verranno selezionate vincitrici tre opere per ogni sezione e verrà assegnato per ciascuna sezione un Premio della Critica. Art.9: La Giuria esaminatrice ha facoltà di aggiungere premi per merito speciale. Non sono previsti ex-equo. Art. 10: I vincitori saranno contattati tempestivamente per telefono o per e-mail, per consentire la loro presenza alla premiazione, che avverrà a Roma o in provincia di Roma orientativamente un sabato o una domenica entro la fine di Luglio o i primi di Agosto 2018. Sarà possibile per tutti consultare l’elenco vincitori, disponibile almeno 10 giorni prima della premiazione, sul sito www.lucedellarte.altervista.org. Per gli Autori partecipanti non vincitori che facciano richiesta specifica alla Segreteria dell’Ass. via e-mail, sarà inviato, dopo la cerimonia di premiazione, un Attestato di partecipazione in PDF per via telematica. I premi vanno ritirati personalmente il giorno della premiazione, tramite delegato solamente in casi di grave impedimento fisico o di inderogabile impegno di lavoro. E’ richiesta Presenza Obbligatoria degli Autori o dei loro Delegati per i Primi Tre classificati al Premio. In caso di assenza di Premiati in successione di classifica, a casa saranno spediti a loro spese i diplomi ed eventuali medaglie. Art. 11: Premiazione di tutte le sezioni: 1° Classificato: Grande Targa + Attestato di Merito; 2° Classificato: Targa + Attestato di Merito; 3° Classificato: Coppa + Attestato di Merito; Premio della Critica: Trofeo o Coppa + Attestato di Merito; Premio Speciale alla Carriera: Statua pregiata o Targa + Attestato di Merito; Menzione Speciale: Grande Medaglia + Attestato di Merito; Segnalazione di Merito: Medaglia + Attestato di Merito. Eventuali Diplomi d’Onore per Alti Meriti Culturali. Art. 12: Chi partecipa al Premio, accetta tacitamente tutte le condizioni del presente Bando. Per richiesta di qualsiasi altra informazione, contattare il Presidente dell'Associazione, la dr.ssa Carmela Gabriele. Tel. 348 1184968. Il sito dell'associazione da visitare è: www.lucedellarte.altervista.org Siamo anche su facebook alle seguenti pagine: - Associazione culturale e teatrale Luce dell’Arte - Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura “Luce dell’Arte” Si consiglia di fotocopiare e diffondere il seguente Bando per incrementare la partecipazione all'iniziativa culturale. Scheda di partecipazione da allegare: Il/La sottoscritt _ _________________________________________ Nato/a a _________________________________ il ________________ Residente a _________________________ Prov. ( _____ ) CAP. _______ Indirizzo __________________________________ n.___________ Nazionalità_________________________ e-mail ________________________________________ telefono fisso ___________________ cell.____________________ Chiede di partecipare alla 5^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura "Luce dell'Arte ", sezione/i _________________ con l'opera/le opere dal titolo________________________________________________________________ ____________________________________________________________________ che dichiara essere di suo ingegno. Candidatura al Premio alla Carriera (barrare con crocetta) Si — No Studente, Ultrasettantenne o Associato Ass. culturale e teatrale “Luce dell’Arte” Partecipante a 4 sezioni Premio con agevolazione quota di adesione (solo per chi ha allegato dichiarazione di ciò) Firma _______________ Autorizzazione all'uso dei dati personali al solo fine del Premio Luce dell'Arte. SI (barrare sul consenso) Luogo e data ________________________________________ Firma ___________________________
  15. Casa editrice tedesca / Agente letterario tedesco

    Salve, apro questa nuova discussione perché mi frulla in testa una idea strampalata. Ho la traduzione in tedesco di un mio lavoro. Ora, vorrei provare a inviarlo in Germania. Avete mai letto/sentito nominare delle case editrici e/o agenti letterari tedeschi? Ah, secondo voi sarebbe possibile? Grazie Astenersi perditempo.
  16. Capitolo 1: Un matrimonio (Bozza)

    Commento: Premessa: Sempre lo stesso capitolo, ho fatto dei tagli e aggiunto dei elementi importanti per la trama, sperando di non creare confusione. Londra 1845 Il Marchese di Devonshire John Evans, controllò l’ora, ripose l’orologio nel taschino, si sistemò il cilindro e attese l’arrivo della sua futura consorte. All’entrata del maestoso Hyde Park, il giovane uomo sospirò, con la mente tornò indietro a sei mesi prima, quando il padre l’aveva costretto a corteggiare Lady Margareth. Il Duca Jack, infatti, desiderò mantenere il proprio status sociale, ma soprattutto le proprie entrate provenienti dalla società ferroviaria di cui fu a capo. Non è altro che una questione di immagine... Strinse i pugni per la rabbia. Finalmente arrivò la carrozza privata del ducato di Manchester, si fermò davanti al parco. Il cocchiere aprì la porta e fece scendere dagli scalini Lady Margareth seguita dalla chaperon Rebecca la zia materna. “Tornate qui per le cinque esatte” ordinò altezzosa al vetturino. Oggi è particolarmente di buon umore zia Becky, pensò ironico John. Decise che era meglio concentrarsi sulla nipote: “Buon pomeriggio signore” salutò galantemente “Buon pomeriggio Marchese” ricambiarono le due donne, alla giovane le si illuminarono gli occhi, mentre la più anziana tentò di nascondere una smorfia. “Lady Margareth, venite, oggi è una splendida giornata per passeggiare” disse e le tese la mano, che lei strinse senza esitazione; all'anulare portava un vistoso anello con un diamante al centro. Dato in dono al ricevimento organizzato dal padre della sposa, il Duca George Smith. Lui, lei e la zia Becky, che li puntava come un cane segugio, si incamminarono per le viuzze del parco. Margareth si guardò intorno turbata: “Dite che sia conveniente...Tenersi per mano” aggiunse imbarazzata. “Non preoccupatevi, ormai è da una settimana che il fidanzamento è ufficiale” la rassicurò. “Vi confesso che al ricevimento di mio padre, al momento del brindisi in nostro onore, quasi non ci credevo che fosse tutto vero e quei nobili erano presenti solo per noi” disse Margareth con aria sognate. Lui la guardò e scosse il capo, troppo innocente per il mondo là fuori. “Sentite, anche se ho già il vostro permesso, mi sembra comunque doveroso chiedervi, se siete d’accordo che ci sposiamo nella chiesa di San Frederick” Domandò sempre lei “Certamente ma chérie, come desiderate” rispose neutrale John, ultimamente la chiamava con questo nomignolo. “Sono contenta che vostra madre abbia invitato anche mio fratello per questa sera, a volte Diane parla un po’ troppo”disse sollevata. In quei sei mesi gli confidò di tutto, si fidò abbastanza presto di John che non le rispose, assorto com’era nei suoi pensieri. Margareth lo guardò confusa, ma lui non se ne accorse, dopo i vari richiami di lei finalmente si ridestò: “Vi sento distante, per caso avete ripensamenti sulla chiesa?” Chiese timorosa, le dispiaceva rinunciare a quel luogo sacro. “Scusatemi, no...No, stavo solo pensando se era abbastanza capiente da contenere gli invitati” sparò la prima sciocchezza che gli venne in mente. “State tranquillo, ci ho già pensato, è enorme” non devo farlo preoccupare, pensò Margareth ingenuamente. Continuarono con la passeggiata, John guardò Margareth, i suoi capelli ondulati le incorniciavano il viso e quando incrociò i suoi occhi color ghiaccio, lei gli sorrise, lui diventò paonazzo: “Siete stupenda” ammise, seppur con vergogna, di risposta, le gote di lei si tinsero di rosso. Tra i vari sguardi d’intesa e parole d’amore, il tempo passò in fretta e con il sollievo di Rebecca, alle cinque uscirono dal parco. “Ci vediamo,a stasera Marchese” lo salutò con rammarico Margareth “Non siate triste, l’attesa verrà ripagata” disse con un tono allusivo “A più tardi, ma chérie” la congedò. In quella sera stessa, nella grande sfarzosa villa della famiglia Evans, c’era un gran fermento con un continuo viavai della servitù: le migliori cameriere, si occuparono di apparecchiare il tavolo nella sala da pranzo, mentre i cuochi erano già ai fornelli. Il Duca Jack controllò la situazione, invece la Duchessa Henrietta finì di prepararsi con l’aiuto della sua personale cameriera. Avevano organizzato una cena formale con i parenti più stretti, era giunto il momento di pianificare le nozze. Il maggiordomo avvertì i padroni di casa che i genitori assieme alla futura nuora erano arrivati. Henrietta si precipitò alla camera del figlio: “John sono arrivati, affrettatevi” gli disse in tono sbrigativo, non volle far attendere i suoi ospiti più del dovuto. “Scusatemi, eccomi madre” le rispose seccato. Mentre si sistemò la giacca, ripensò al sorriso di lei. Mi avete stregato alla fine, nonostante tutto pensò John. L’uomo si rassegnò e scese assieme ai genitori, che accolsero il Duca di Manchester George, la Duchessa Edith e la figlia Lady Margareth. Dopo i vari saluti, Henrietta li fece accomodare nell’apposita stanza per gli ospiti. “A nome della famiglia, vi ringraziamo per l’invito” disse con gentilezza Edith. “Figuratevi, per noi è un onore” Henrietta le sorrise educatamente. “Avete una splendida casa, duchessa” si complimentò sinceramente Margareth. “Oh grazie, sapete queste tende vengono dalla Francia” affermò lusingata, ci tenne a fare bella figura. Mentre le tre donne conversarono sul arredamento, gli uomini parlarono di lavoro: “Allora vecchio volpone come sfrecciano gli affari?” gli chiese in tono confidenziale George “Tutto tranquillo, in rotaie sicure” rispose Jack, loro due erano amici di vecchia data, tanto da chiamarsi per nome “Anche grazie all’intervento della nuova entrata in azienda” dette una pacca sulla spalla al figlio, che sorrise forzato. Lavorava assieme al padre da appena un mese, non volle che la notizia si sapesse in giro ma ormai era tardi. “Duca, ho saputo che il nuovo progetto è andato in porto” John provò subito a cambiare discorso “Si è stato rischioso ma alla fine, con il sollievo dei miei collaboratori, il prodotto importato ha avuto successo.” Affermò fiero George, che si occupava della gestione delle navi e delle merci provenienti dall’estero. Continuarono a conversare, finché non arrivarono gli altri ospiti. Il primo ad entrare fu il primogenito dei Manchester l’illustre Marchese Noah assieme alla marchesa Diane, in dolce attesa, che teneva per mano il loro figlioletto Luke. Seguiti dal secondo figlio Lord Andrew, celibe, si era ritirato dall’alta società per aprire un negozio di libri, uno dei pochi a cui non piaceva la vita mondana. Alle sette di sera, il maggiordomo comunicò che la cena era pronta, tutti entrarono nella sala da pranzo. I commensali si sedettero nei rispettivi posti, quando servirono la seconda portata, Margareth annunciò ai presenti che aveva intenzione di sposarsi entro giugno. Jack fu soddisfatto, questo matrimonio gli avrebbe offerto la possibilità di conoscere eventuali finanziatori con cui intraprendere nuovi rapporti commerciali. John si vide sfumare, in via definitiva, il sogno di diventare pittore, invece la futura moglie fu emozionata solo all’idea di indossare l’abito da sposa. “Dove vorreste celebrare la cerimonia?” Diane pettegola com’era, non perse tempo a informarsi. “Ci piacerebbe alla chiesa di San Frederick ” rispose prontamente John, entro domani lo saprà tutta Londra pensò irritato. “Per le decorazioni penserei alle ortensie” affermò Edith “Splendidi fiori si abbiano bene con le peonie” concordò Henrietta. Continuarono a discutere sulla cerimonia, ricevimento sugli inviti e su chi, sommariamente, invitare. Dei dettagli se ne occuparono le signore che decisero di confrontarsi nel salottino, Luke stanco si addormentò sul divanetto. Nella stanza accanto, gli uomini preferirono fumare l’agognato sigaro, si accesero cinque toscani offerti dal padrone di casa. “So che fremevi di sapere la data del matrimonio” disse George buttando fuori una nuvola grigia, lo conosceva fin troppo bene Jack che effettivamente non aspettava altro. “Sai vecchio mio, da il mio unico erede mi aspetterei almeno un nipote oramai ha 24 anni” Cercò di giustificarsi, mentre al figlio gli andò di traverso il fumo a sentir quelle parole. Jack non voleva che il suo amico capisse che dietro al matrimonio ci fosse la sua insistenza. Per evitare che strane voci circolassero tra i vari nobili, con alcuni dei quali era anche in buoni rapporti commerciali. “Avete ragione padre, è tempo che mi sistemi e comunque riuscirò ancora a venire a fare qualche partitina” il figlio cercò di essere convincente, anche se fu il primo a non crederci. “Aspetto ancora la mia rivincita, Marchese” gli disse scherzosamente Noah che fece parte dello stesso club di John. Povera Margareth, pensò invece Andrew preoccupato, altro che partitine, ci rimarrà in calzoni! George sembrò abboccare: “Non siete l’unico Marchese, Anche con Noah è stata necessaria una piccola spinta e ora Diane aspetta il secondo figlio, sperando sia un altro maschio”. John fu un ottimo partito, alle volte si lasciava andare con l’alcool, ma nulla di così grave che Margareth non potesse sistemare. I gentiluomini continuarono a dialogare, la serata si concluse con un brindisi alle imminenti nozze, in seguito gli ospiti si ritirarono presso le loro abitazioni. Jack appena si stese sul comodo materasso, si addormentò rincuorato. Domani l’attendeva una lunga giornata di lavoro, doveva solo pensare alle spese e data la sua ricchezza, non fu un gran problema. La moglie nell’altra stanza padronale, invece era agitata, al sol pensiero di dover organizzare tutto, dopo una buona mezz’ora riuscì ad prendere sonno. Per John, fu come riceve uno schiaffo in faccia, dalla dura realtà. Solo in quel momento comprese che il matrimonio si stava concretizzando. Però alla fine la carriera di pittore non era un lavoro che garantiva grandi guadagni, dato che aveva terminato l’università, era effettivamente giunto il momento di essere utile per suo padre, e poi infondo non gli dispiaceva tenersi ma chérie per sé, senza avere zia Becky tra i piedi. Con questi pensieri cercò di convincersi, in bocca sentì un retrogusto amaro, sarà il liquore pensò mentre le tenebre lo avvolsero.
  17. Edizioni Librarsi

    [Valutazioni sospese per il 2018] Nome: Edizioni Librarsi Generi trattati: Avventure fantasy, mitologia, fantasy game e sottogeneri Modalità di invio dei manoscritti: info@edizionilibrarsi.it, anticipazione/spiegazione tema trattato, sinossi e primo capitolo. Intero manoscritto solo se interessati Distribuzione: http://www.edizionilibrarsi.it/acquistare Sito: http://www.edizionilibrarsi.it/ Facebook: https://www.facebook.com/edizionilibrarsi/ Casa editrice incontrata navigando sul web. Sembrano specializzati per i romanzi a scelta multipla e fantasy. Altro non conosco, al momento. Pensateci voi, grazie!
  18. Capitolo 1 (Bozza riscritta)

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/34547-chronicles-arcangels/?do=findComment&comment=647032 Premessa: Sto scrivendo un romanzo ambientato nel 1800 in Inghilterra, parla di una storia di cinque fratelli costretti a rubare, prima però volevo spiegare il perché delle loro azioni, e del loro passato: partendo dal matrimonio dei genitori. Ho riscritto la parte iniziale, quella precedente non mi convince facendo tagli e aggiungendo dove serve. L'obiettivo è di rende più chiaro l'inizio della storia. Londra 1845 Il Marchese di Devonshire: John Evans controllò l’ora ripose l’orologio nel taschino, si sistemò il cilindro e attese l’arrivo della sua amata Lady Margareth. All’entrata del maestoso Hyde park il giovane uomo si chiese perché fosse lì, poi ricordò il motivo come se ne fosse dimenticato. Soldi la prima parola che gli venne in mente che subito associò al padre. Il Duca Jack desiderava mantenere il proprio status sociale e soprattutto le proprie entrate provenienti dalla società ferroviaria di cui fu a capo. Non è altro che una questione di immagine strinse i pugni per la rabbia. Finalmente arrivò la carrozza privata del ducato di Manchester, si fermò davanti al parco. Il cocchiere aprì la porta e fece scendere scendere dagli scalini Lady Margareth seguita dalla chaperon Rebecca, ovvero la zia zitella, bisbetica e insopportabile. “Tornate qui per le cinque esatte” disse altezzosa al povero vetturino. Oggi è particolarmente di buon umore zia Becky, pensò ironico John. Decise che era meglio concentrarsi sulla dolce e ingenua nipote: “Buon pomeriggio signore” salutò galantemente “Buon pomeriggio Marchese” ricambiarono le due donne, la giovane con un sorriso, mentre la più anziana con uno forzato. “Lady Margareth venite oggi è una splendida giornata per passeggiare” le tese la mano, lei senza esitazione la strinse, al anulare sinistro portava un vistoso anello con uno smeraldo al centro. Dato in dono al ricevimento organizzato dal padre della sposa, il Duca George Smith. Lui, lei e la zia Becky, che li puntava come un cane da segugio, si incamminarono per le viette del parco. Margareth si guardò intorno turbata: “Dite che sia conveniente...Tenersi per mano” aggiunse imbarazzata. “Non preoccupatevi, ormai è da una settimana che il fidanzamento è ufficiale” la rassicurò “Vi confesso che al ricevimento di mio padre, al momento del brindisi in nostro onore quasi non ci credevo che fosse vero. Tutti quei nobili erano presenti solo per noi” disse con aria sognate. Lui la guardò e scosse il capo, troppo innocente per il mondo là fuori. “Sentite, so che ho già il vostro permesso, però mi sembra più che doveroso chiedervi se vi bene che ci sposiamo nella chiesa di San Frederick” Domandò “Certamente ma chérie, come desiderate” disse neutrale, ultimamente la chiamava con questo nomignolo. “Sono sollevata che vostra madre abbia invitato anche mio fratello per questa sera, a volte Diane parla un po’ troppo ”disse sollevata. In quei sei mesi gli confidò di tutto, si fidò piuttosto presto di John che non le rispose, assorto com’era nei suoi pensieri. Margareth lo guardò confusa, ma lui non se ne accorse, dopo i vari richiami di lei, finalmente si ridestò: “Vi sento distante, per caso avete ripensamenti sulla chiesa?” Chiese timorosa, ci teneva proprio a quel luogo sacro. “Scusatemi, no...No stavo solo pensando se era abbastanza capiente da contenere gli ospiti” sparò la prima sciocchezza che gli venne in mente. “State tranquillo, ci ho già pensato, è enorme” non devo farlo preoccupare ancora di più, pensò ingenuamente. John riusci solamente a sorriderle. Continuarono con la passeggiata, ogni tanto si scambiavano degli sguardi d’intesa e parole d’amore. Con il sollievo di Rebecca alle cinque, uscirono dal parco. “Ci vediamo stasera Marchese” lo salutò con rammarico Margareth “Non siate triste, l’attesa verrà ripagata” disse con un tono allusivo “A stasera ma chérie” la congedò. In quella sera stessa, c’era un gran fermento nella grande sfarzosa villa della famiglia Evans: un continuo viavai della servitù, le migliori cameriere si occuparono di apparecchiare il tavolo nella sala da pranzo, i cuochi erano già ai fornelli. Il Duca Jack controllava la situazione, mentre la Duchessa Henrietta finiva di prepararsi con l’aiuto della sua personale cameriera. Avevano organizzato una cena formale con i parenti più stretti, era giunto il momento di pianificare le nozze. Il maggiordomo avvertì i padroni di casa che i genitori della futura nuora erano arrivati. Henrietta si precipitò alla camera del figlio: “John, sono arrivati, affrettatevi” gli disse in tono sbrigativo, non volle far attendere i suoi ospiti più del dovuto “Scusatemi, eccomi madre” le rispose seccato. Mentre si sistemò la giacca, con la mente tornò indietro a sei mesi prima. A quando il padre l’aveva costretto a corteggiare Lady Margareth. Bella donna, però i suoi progetti erano ben altri. L’uomo si rassegnò e scese assieme ai genitori, che accolsero i suoi futuri suoceri. Quando la rivide con quel vestito elegante, dovette ammettere che era splendida, ancora meglio se nuda. Lei intuì all’instante i suoi pensieri, le sue gote si tinsero di rosso. Dopo i vari saluti, Henrietta li fece accomodare nell’apposita stanza per gli ospiti, non senza aver squadrato da capo ai piedi la duchessa Edith. “A nome della famiglia, vi ringraziamo per l’invito” disse educatamente Edith, sforzandosi di sorriderle. “Figuratevi, per noi è un onore” ti sbatterei fuori di casa, all’istante! Pensò mentre cercò di trattenersi. Le due donne si detestavano cordialmente, ma Edith non ci dette peso. La priorità fu la felicità di sua figlia. “Avete una splendida casa, duchessa” si complimentò sinceramente Margareth. “Oh, grazie sapete queste tende vengono dalla Francia” affermò lusingata, ci teneva a fare bella figura. Mentre le tre donne conversarono sul arredamento, gli uomini parlarono di lavoro: “Allora vecchio volpone come sfrecciano gli affari?” gli chiese in tono confidenziale George “Tutto tranquillo, in rotaie sicure” rispose Jack, loro due erano amici di vecchia data, tanto da chiamarsi per nome “Anche grazie all’intervento della nuova entrata in azienda” dette una pacca sulla spalla al figlio che sorrise forzato. Lavorava assieme al padre da appena un mese, non volle che la notizia si sapesse in giro, ma ormai era tardi. “Duca ho saputo che il nuovo progetto è andato in porto” cercò di cambiare discorso “Si è stato rischioso ma alla fine, con il sollievo dei miei collaboratori, il prodotto importato ha avuto successo.” Affermò fiero di sé, l’uomo baffuto invece si occupava della gestione delle navi e delle merci provenienti dall’estero. Continuarono a conversare, finché non arrivarono gli altri ospiti. Il primo ad entrare fu il primogenito dei Manchester: Il Marchese Noah assieme alla marchesa Diane, in dolce attesa, teneva per mano il loro figlioletto Luke. Seguiti dal secondo figlio Lord Andrew, celibe, si era ritirato dall’alta società per aprire un negozio di libri, uno dei rari a cui la vita mondana non gli piacque. Alle sette di sera, il maggiordomo comunicò che la cena era pronta, tutti entrarono nella sala da pranzo. Al centro della stanza si trovava un tavolo apparecchiato accuratamente: si estendeva una lunga tovaglia bianca, le sedie perfettamente allineate. Ad ogni singolo posto erano posizionati con cura un sottopiatto in oro bianco ornato da preziosi decori, un piatto fondo e uno piano di un bianco splendente. Le posate argentate vengono posizionate alla perfezione, seguendo l’etichetta: il coltello e cucchiaio a destra dal piatto mentre le forchette a sinistra, i bicchieri sono disposti in diagonale a destra. I tovaglioli posti sopra al piatto, due sfarzosi candelabri illuminano la stanza e infine un centro tavola con dei fiori completava l’opera. I commensali si sedettero nei rispettivi posti. Quando servirono la seconda portata, Margareth annunciò ai presenti che aveva intenzione di sposarsi entro giugno. Jack fu soddisfatto era fatta, questo matrimonio avrebbe offerto la possibilità di conoscere eventuali finanziatori con cui intraprendere nuovi rapporti commerciali. Margareth fu emozionata solo all’idea di indossare l’abito da sposa. Invece il consorte si vide sfumare, in via definitiva, il sogno di diventare pittore. “Dove vorreste celebrare la cerimonia?” Diane pettegola com’era non perse tempo a informarsi. “Ci piacerebbe alla chiesa di S. Frederick ” rispose prontamente John, entro domani lo saprà tutta Londra pensò irritato. “Per le decorazioni penserei alle ortensie” affermò Edith “Splendidi fiori si abbiano bene con le peonie” concordò Henrietta, seppur con rillutanza. “Perfetto, per gli inviti potremmo rivolgerci a un certo Louis Brown ne ho sentito parlare bene, se non ricordo male” affermò pensoso George “Ti ricordi bene padre, lo conosco da molto, è abile nel suo mestiere” intervenne Andrew. “Per il ricevimento potremmo...” Incominciò a dire Noah, che non vide l’ora di terminare il discorso, per poi andare a fumare. Il piccolo Luke, intanto si annoiava, stette per alzarsi ma la madre gli lanciò uno sguardo che lo convinse a rimanere seduto. Dopo aver discusso sulla cerimonia, ricevimento e su chi, sommariamente, invitare. Dei dettagli se ne occuparono le signore che decisero di confrontarsi nel salottino, Luke stanco si addormentò sul divanetto. Nella stanza accanto, gli uomini, preferirono fumare l’agognato sigaro: si accesero cinque toscani offerti dal padrone di casa. “So che fremevi di sapere la data del matrimonio” disse George buttando fuori una nuvola grigia, lo conosceva fin troppo bene Jack che effettivamente non aspettava altro. “Sai vecchio mio, da il mio unico erede mi aspetterei almeno un nipote oramai ha 24 anni” Cercò di giustificarsi, mentre al figlio gli andò di traverso il fumo a sentir quelle parole. Jack non voleva che il suo amico capisse che dietro al matrimonio ci fosse la sua insistenza. Per evitare che strane voci circolassero tra i vari nobili, con alcuni dei quali era anche in buoni rapporti commerciali. “Avete ragione padre, è tempo che mi sistemi e comunque riuscirò ancora a venire a fare qualche partitina” il figlio cercò di essere convincente, anche se fu il primo a non crederci. “Aspetto ancora la mia rivincita, Marchese” gli disse scherzosamente Noah che fece parte dello stesso club di John. Povera Margareth, pensò invece Andrew preoccupato: altro che partitine, ci rimarrà in calzoni! George sembrò abboccare: “Non siete l’unico Marchese, Anche con Noah è stata necessaria una piccola spinta e ora Diane aspetta il secondo figlio, sperando sia un altro maschio”. John fu un ottimo partito, alle volte si lasciava andare con l’alcool ma nulla di così grave che Margareth non potesse sistemare. I gentiluomini continuarono a dialogare, la serata si concluse con un brindisi alle imminenti nozze, in seguito gli ospiti si ritirarono presso le loro abitazioni. Jack appena si stese sul comodo materasso, si addormentò sollevato. Domani l’attendeva una lunga giornata di lavoro, doveva solo pensare alle spese e data la sua ricchezza, non fu un gran problema. La moglie nell’altra stanza padronale, invece era agitata, il pensiero di dover organizzare tutto e per giunta insieme a quella schiatta di Edith, non la rallegrò; solo dopo una buona mezz’ora riuscì ad prendere sonno. Per John, fu come riceve uno schiaffo in faccia, dalla dura realtà. Solo in quel momento comprese che il matrimonio si stava concretizzando. Però alla fine la carriera di pittore non era un lavoro che garantiva grandi guadagni, dato che aveva terminato l’università era effettivamente giunto il momento di essere utile per suo padre, e poi infondo non gli dispiaceva tenersi ma chérie per sé, senza avere zia Becky tra i piedi. Con questi pensieri cercò di convincersi, in bocca sentì un retrogusto amaro: sarà il liquore, pensò mentre le tenebre lo avvolsero.
  19. Commento Il cervello del capitano esplode al colpo dell’archibugio. È bastato un istante di distrazione dell’equipaggio per dare inizio all’evasione. La nave della marina era diretta alla capitale, dove noi detenuti saremmo stati processati e giustiziati. Solo il timoniere è stato risparmiato al massacro. E così il vascello è in mano nostra: un’accozzaglia di criminali diffidenti l’uno dell’altro. Nessuno ha idea di come si governi un’imbarcazione. Anzi, scommetto che la metà di loro non sa neanche cosa sia un vascello. «Siamo pirati, ora», dice qualcuno. Sorrido con sarcasmo dal barile su cui siedo. All’orizzonte il cielo è fuoco. Non c’è traccia di terra né di uccelli; non un alito di vento turba la grande tavola blu, e il rollio della nave sarebbe quasi impercettibile non fosse per lo sciabordio. C’è puzza di sale e sangue e inizia a far freddo. «Tu, coso», sento chiamare. Un uomo grasso e peloso indica un ragazzino scheletrico. Punto tutto sul fatto che siano stati presi entrambi per stupro. Di solito leggo bene le persone. Li osservo pulendo il mio coltello intarsiato. «Serve qualcuno a sorvegliare le cose. Va’ lassù, sulla cosa.» «Coffa», sussurro. Si voltano verso di me. Alzo il coltello in segno di saluto. «Capitan...?», faccio all’omaccione. Non regge il gioco e sfiora la pistola alla cintura. «Non mi sfidare». «Da quando dai ordini?» «C’è bisogno di un capo». «E ti sei gentilmente offerto tu», rilancio. Sbuffa, ma lascia e se ne va a passi pesanti. Intanto il ragazzino sta già incespicando sulle sartie. Si agitano attorno al timone come formiche. Stanno discutendo sul da farsi. È sera inoltrata e il cielo è nero all’orizzonte. I tuoni e i lampi scuotono il mare e il levante spira. Il timoniere è incatenato e opera minacciato dall’arma del grassone. Io siedo in un angolo del castello di poppa. Un ragazzo riccio mi si avvicina. «Dai una mano? Ci stiamo tutti facendo il culo.» Scrollo le spalle. «Nessuno sta facendo niente di utile. Non è una partita interessante.» Annuisce, incurva le labbra. «Hai più astuzia di quel che fai credere, eh?» Sorrido e lo fisso negli occhi, consapevole dell’effetto che fa il luccichio del mio sguardo alla gente. Sembra un giovane focoso. Scommetto che è stato preso per un omicidio d’amore. Mi porge la mano e mi dice il suo nome. Estraggo il coltello d’argento e incido la cassa su cui siedo. «Lieto di conoscerti, ragazzo». «Che crimine hai commesso?» Ghigno. «Il crimine è l’esclusiva delle classi inferiori». Si gratta la nuca. Indica il coltello. «Sai scrivere?» Annuisco. Prendo una fiasca di rum e bevo a lunghi sorsi. Il ragazzo allunga una mano. «Non sei giovane per queste cose?» «Sono abbastanza maturo». «Ah sì?», sorrido con voluttà. Fa una risatina nervosa. «Mi piaci, sai?» Mi lecco le labbra. «Anche tu». Sedurre il ragazzo è una partita facile. Arrossisce. L’erezione nei suoi pantaloni è evidente. Balbetta qualcosa. «Quello è tuo, vero?» Indica nuovamente il coltello. «Cioè, sì, l’hai recuperato dall’armeria, ma... ce l’avevi quando ti hanno preso, no? Come l’hai avuto?» «L’ho vinto». Mi alzo, mi stiracchio. Mi unisco a un gruppo di uomini che gioca a dadi. La tempesta è ancora una macchia lontana, ma il vento si è alzato. «Cosa dobbiamo fare?», chiede l’uomo tarchiato al timoniere. «La tempesta è più vicina di quanto sembri. Credo, ma non sono un navigatore. Dovremmo metterci alla cappa: ammainare le vele e aspettare che la burrasca si sfoghi.» «Ma è da pazzi!», «Ci vuole uccidere!». L’attenzione della massa torna alla tempesta. Ne approfitto per chiamare il ragazzo. Gli porgo un archibugio. «Sei disarmato. Tieni, l’ho appena vinto.» Mi ringrazia. Mentre lo prende in mano gliela sfioro. Tu hai l’archibugio, è vero. Ma io ho te. «È troppo veloce, scappare è inutile», dice il timoniere. Si scatena un putiferio di urla e spintoni. Prendo la bottiglia di qualcuno e sorseggio con tranquillità. «Zitti», sbraita il ciccione. Spara un colpo in aria. Cala il silenzio. Poi un urlo seguito da uno scroscio, come se qualcuno fosse caduto in mare. Splash. Scoppio a ridere. Il grassone mi si avvicina a larghi passi e mi afferra per il bavero. «Che cazzo è successo?» Risponde qualcun altro. «Era il ragazzino che avevi mandato sulla...» «Coffa», tossisco. «Aveva bevuto... e il vento... si sarà spaventato per il colpo di pistola ed è caduto.» «Pace all’anima sua», rido. «Adesso hai rotto! Scherzare su queste cose! Fai tanto il superiore, ma siamo tutti sulla stessa barca.» «È evidente». «In catene! Sei un peso sulla nave. Forza, qualcuno prenda una fune.» «Cosa?», sbotto. Un uomo mi lega, mi sequestra il coltello e mi fa sedere a terra. «Non possono esserci altri incidenti. Dobbiamo pensare alla tempesta. Chi sa quanti uomini ci sono?» «Io», risponde il ragazzo riccio. È più previdente di quanto pensassi: mi tornerà utile. «Sedici... ehm, quindici uomini a bordo.» «E una bottiglia di rum», canto. Mi ignorano. «Li voglio al lavoro agli ordini del timoniere», afferma l’omone. Gli uomini si lamentano a gran voce. Siamo sull’orlo del disastro. Spero di non morire. Gli insulti e le minacce esplodono finalmente nel primo sparo. E così il timoniere è stato il primo a perdere. Non mi aspettavo giocatori tanto stupidi. «Ora non puoi più darmi ordini, bastardo!» «Ma siete tutti rincoglioniti?», ruggisce il grassone. Con un colpo d’archibugio fa esplodere le cervella dell’assassino. Mi finiscono in faccia e mi lecco i baffi: delizioso. Il cadavere mi cade addosso e mi fa da scudo nella tempesta di proiettili che segue. Il mio deus ex machina. La sete di sangue ha superato ogni limite. Punto tutto sul fatto che la maggior parte di loro non sa neanche il perché si stiano scannando. La carneficina si estende all’intero vascello. «Brutto pezzo di merda!», grida qualcuno scagliandosi addosso al ciccione. Questi stende l’avversario con un gancio e gli si lancia addosso. Mentre lo tiene a terra gli afferra il cranio e preme con i pollici sugli occhi finché non scoppiano in due grumi rossi. La vittima smette di ragliare quando il cranio esplode come un cocomero. Ploff. La luna si riflette sulla pozza scarlatta. «Tu», mi indica la montagna. Gli ammicco. «Inutile feccia, ti strapperò quel sorriso stronzo con le mie mani!» Si alza, raccoglie l’arma, si avvicina ansante e me la punta contro. Non posso perdere così. Il colpo esplode. Non è il suo. Dietro di lui il ragazzo riccio tiene in mano l’archibugio. Ha colpito di striscio il gigante, che si volta infuriato. Prima di scappare il ragazzo mi lancia il mio coltello. Perfetto. Ci metto pochi attimi a liberarmi dal cordame e accorro dal ragazzo. Il gigante lo blocca a terra e alza un pugno. Io sono più veloce. Do un calcio alle parti basse del grassone, che cade con un urlo secco e si volta. Ne approfitto per affondare il coltello più volte nei genitali. Poi gli recido i tendini e le vene dei polsi, salto a piedi uniti sulle sue ginocchia – crack – e lo lascio a dissanguarsi. Ansimo. Aiuto il ragazzo ad alzarsi. La notte tace. Tranne noi due sono tutti morti. Partita prevedibile. «Grazie», dice. «A te». «Il timone è in pezzi». «Alla fine ci hanno sconfitto», sospiro. «I cadaveri... dovremmo buttarli in mare?» «Scherzi? Li facciamo a pezzi e li mettiamo sotto sale. Sono le nostre provviste.» Strabuzza gli occhi. Non ridere mi è difficile. Poi guarda l’orizzonte. «La tempesta». «Lo so. Siamo spacciati.» «No, intendo: la tempesta si sta allontanando.» «Cosa?» «Guarda coi tuoi occhi». Il mare è calmo, la notte serena. Spira un vento fresco. Le nuvole nere sono un lontanissimo punto in cielo. «Non ci avrebbe mai colpito. Non una goccia di pioggia. Tutto questo è stato inutile.» Si lascia cadere sulla carcassa del timone. Rido così forte da farmi venire mal di pancia e quasi soffocare. Il sole picchia sul vascello. I gabbiani gridano alla brezza mattutina. Mi rilasso sul ponte, sorseggiando rum e prendendo il sole senza vestiti. Stringo in mano i ricci del ragazzo mentre mi fa un lavoro di bocca. La nave va alla deriva. Questa sì che è vita. La tempesta è finita.
  20. Capitolo 1 (Bozza)

    COMMENTO: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35512-la-stoffa-magica-1/?do=findComment&comment=645914 Premessa: Sto scrivendo un romanzo ambientato nel 1800 in Inghilterra, parla di una storia di cinque fratelli costretti a rubare, prima però volevo spiegare il perché delle loro azioni, e del loro passato: partendo dal matrimonio dei genitori. Londra 1845 C’era gran fermento nella grande sfarzosa villa del Duca di Devonshire: un continuo via e vai della servitù: le migliori cameriere si occuparono di apparecchiare il tavolo nella sala da pranzo, i cuochi erano già ai fornelli. Il Duca Jack Evans controllava la situazione, mentre la Duchessa Henrietta finiva di prepararsi con l’aiuto della sua personale cameriera. I due genitori di John: avevano organizzato una cena con i parenti più stretti con lo scopo principale di stabilire la data di nozze e la sua organizzazione. Solo una settimana prima,Il Duca di Manchester: George Smith,padre della sposa, dopo la sua benedizione. Decise di organizzare un ricevimento e con un brindisi: in onore alla coppia, rese ufficiale il fidanzamento tra il Marchese John e sua figlia Lady Margareth. Il maggiordomo avvertì i padroni di casa che i genitori della futura nuora erano arrivati. Henrietta si precipitò alla camera del figlio: “John, sono arrivati, affrettatevi” gli disse in tono sbrigativo, non voleva far attendere i suoi ospiti più del dovuto “Scusatemi, eccomi madre” le rispose seccato. Mentre si sistemava la giacca, con la mente tornò indietro a sei mesi prima: quando il padre l’aveva praticamente costretto a corteggiare Lady Margareth. Bella donna, però i suoi progetti erano ben altri. Rassegnato scese assieme ai genitori, che accolsero i suoi futuri suoceri. Quando vide Margareth con quel vestito, dovette ammettere che era splendida, ancora meglio se nuda. Lei di risposta arrossì, intuendo i suoi pensieri. Dopo i saluti e i vari convenevoli, la duchessa li fece accomodare nell’apposita stanza per gli ospiti. “A nome della famiglia, vi ringraziamo per l’invito” ringraziò educatamente La duchessa Edith “Figuratevi, per noi è un onore” ti sbatterei fuori di casa, all’istante! pensò mentre sorrideva, le due donne si detestavano cordialmente, ma Edith non ci dava peso: l’importante era che sua figlia fosse felice. “Avete una splendida casa, duchessa” si complimentò sinceramente Margareth. “Oh, grazie sapete queste tende vengono dalla Francia” affermò lusingata, ci teneva a fare bella figura. Mentre le tre donne conversavano sul arredamento, gli uomini parlavano di lavoro: “Allora vecchio volpone come sfrecciano gli affari?” gli chiese in tono confidenziale George “Tutto tranquillo, in rotaie sicure” rispose Jack, loro due erano amici di vecchia data, tanto da chiamarsi per nome “Anche grazie all’intervento della nuova entrata in azienda” dette una pacca sulla spalla al figlio che sorrise forzato. Lavorava nel settore ferroviario assieme al padre da appena un mese, non voleva che la notizia si sapesse in giro, ma ormai era tardi. “Duca ho saputo che il nuovo progetto è andato in porto” cercò di cambiare discorso “Si, è stato rischioso, ma alla fine con il sollievo dei miei collaboratori, il prodotto importato ha avuto successo.” Affermò fiero di sé, l’uomo baffuto invece si occupava della gestione delle rotte commerciali. Continuarono a conversare, finché non arrivarono gli altri ospiti: Il primogenito dei Manchester: Il Marchese Noah assieme alla marchesa Diane: in dolce attesa, che teneva per mano il loro figlioletto: Luke. Per ultimo entrò il secondo figlio: Lord Andrew: celibe, si era ritirato dall’alta società per aprire un negozio di libri, uno dei rari a cui la vita mondana non gli piaceva. Alle sette di sera, il maggiordomo comunicò che la cena era pronta, tutti entrarono nella sala da pranzo: Le pareti della raffinata stanza erano di un delicato bianco crema, sopra al pavimento di legno si estendeva un elegante tappeto di un grigio perlato: con motivi astratti argentati. Al lato destro era collocata una madia: ornata da intarsi che abbellivano le ante, sul mobile era sovrapposto un cesto con della frutta di stagione. Appoggiato al muro: un grande specchio da un elegante ed indefinita forma, contornato da una sinuosa cornice argentata. In fondo al muro, tra le due finestre, c’era una credenza: composta da una sezione centrale che si sporgeva, mettendo in mostra il costoso servizio da tè in porcellana con rifiniture argentate, le due parti laterali gemelle espongono la preziosa argenteria, lucidata per l’occasione. Al centro della stanza si trovava un tavolo apparecchiato accuratamente: si estendeva una lunga tovaglia bianca, le sedie perfettamente allineate. Ad ogni singolo posto erano posizionati con cura: un sottopiatto in oro bianco circondato da preziosi decori, un piatto fondo e uno piano di un bianco splendente. Le posate argentate vengono posizionate alla perfezione,seguendo l’etichetta: il coltello e cucchiaio a destra dal piatto mentre le forchette a sinistra, i bicchieri sono disposti in diagonale a destra. I tovaglioli posti sopra al piatto, due sfarzosi candelabri illuminano la stanza e infine un centro tavola con dei fiori completava l’opera. I commensali si sedettero nei rispettivi posti. Quando servirono la seconda portata Margareth annunciò ai presenti che aveva intenzione di sposarsi entro giugno. Jack era soddisfatto, ormai era fatta: Questo matrimonio avrebbe offerto la possibilità di conoscere eventuali finanziatori con cui intraprendere nuovi rapporti commerciali. Margareth era emozionata solo all’idea di indossare l’abito da sposa. Invece il consorte, si vide sfumare in via definitiva: il sogno di diventare pittore, solo in quel momento si rese conto che il matrimonio si stava concretizzando. “Dove vorreste celebrare la cerimonia?” Diane pettegola com’era non perse tempo a informarsi. “Ci piacerebbe alla chiesa di S. Frederick ” rispose prontamente John, come desiderava Margareth che si sentì rincuorata che se ne fosse ricordato, entro domani lo saprà tutta Londra pensò irritato. “Ottima scelta: è abbastanza grande per accogliere gli ospiti” concordò Edith “per le decorazioni penserei alle ortensie” “Splendidi fiori si abbiano bene con le peonie” affermò Henrietta. Sul matrimonio riuscivano ad andare d’accordo, o almeno sugli addobbi pensò con ottimismo Edith. “Perfetto, ora pensiamo agli inviti” George passò al lato pratico “Ho sentito parlare bene di un ottimo scrivano: Louis Brown, se non ricordo male” “Ti ricordi bene padre, lo conosco da molto, è abile nel suo mestiere” intervenne Andrew. “Per il ricevimento potremmo...” Incominciò a dire Noah, che non vedeva l’ora di terminare il discorso, per poi andare a fumare. Il piccolo Luke, intanto si annoiava, stava per alzarsi ma la madre gli lanciò uno sguardo che lo convinse a rimanere seduto. Continuarono a conversare sulle questioni più importanti: dei dettagli li lasciarono alle signore che decisero di confrontarsi nel salottino, Luke stanco si addormentò sul divanetto. Nella stanza accanto decisero di fumare l’agognato sigaro: si accesero cinque toscani offerti dal padrone di casa. “So che fremevi di sapere la data del matrimonio” disse George buttando fuori una nuvola grigia, lo conosceva fin troppo bene Jack che effettivamente non aspettava altro. “Sai vecchio mio, da il mio unico erede mi aspetterei almeno un nipote, oramai ha 24 anni” Cercò di giustificarsi, mentre al figlio gli andò di traverso il fumo a sentir quelle parole. Jack non voleva che il suo amico capisse che dietro al matrimonio ci fosse la sua insistenza. Per evitare che strane voci circolassero tra i vari nobili, con alcuni dei quali era anche in buoni rapporti commerciali. “Avete ragione padre, è tempo che mi sistemi e comunque riuscirò ancora a venire a fare qualche partitina” cercò di essere convincente, anche se era il primo a non crederci. “Aspetto ancora la mia rivincita, Marchese” gli disse scherzosamente Noah e John facevano parte dello stesso club. Povera Margareth, pensò invece Andrew preoccupato: altro che partitine, ci rimarrà in calzoni. George sembrò abboccare: “Non siete l’unico Marchese, Anche con Noah è stata necessaria una piccola spinta, e ora Diane aspetta il secondo figlio, sperando sia un altro maschio”. John era un ottimo partito, alle volte si lasciava andare con l’alcool ma nulla di così grave che Margareth non potesse sistemare. Lui si fidava ciecamente del suo amico e in automatico si fidò anche di suo figlio, scelta di cui si pentirà. I gentiluomini continuarono a conversare, e fecero un brindisi alle imminenti nozze, poi alle undici gli ospiti si ritirarono presso le loro abitazioni. Jack appena si stese sul comodo materasso, si addormentò sollevato. Domani l’aspettava una lunga giornata di lavoro: ora doveva solo pensare alle spese e data la sua ricchezza, non era un gran problema. La moglie nell’altra stanza padronale, invece era agitata: al pensiero di dover organizzare il tutto insieme a quella schiatta di Edith, non la rallegrava. Di certo non voleva far brutta figura alla vista dei 500 invitati. Ogni cosa: dagli inviti fino al ricevimento doveva essere perfetta e necessitava del suo controllo. Solo dopo una buona mezz’ora riuscì ad prendere sonno. Per John, fu come riceve uno schiaffo in faccia, dalla dura realtà. Però alla fine la carriera di pittore non era un lavoro che garantiva grandi entrate, era giunto il momento di essere utile per suo padre: dato che aveva terminato l’università. E infondo non gli dispiaceva tenersi Ma Chérie per sé- aveva iniziato a chiamarla con questo nomignolo- senza che la zia bisbetica di turno li controllasse. Con questi pensieri cercò di convincersi, in bocca sentì un retrogusto amaro: sarà il liquore, pensò mentre le tenebre lo avvolser
  21. Una delle esperienze di prigionia più dure a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 è stata senza dubbio quella degli I.M.I. (Internati Militari Italiani). All’indomani dell’armistizio, infatti, furono molti i militari italiani, ormai giudicati traditori dai tedeschi, che dovettero subire l’internamento in campi di concentramento nazisti, sopportando privazioni, percosse e umiliazioni. Nella maggior parte dei casi i deportati erano coloro che si erano rifiutati di aderire alla neonata Repubblica di Salò, prendendo quindi ufficialmente le distanze dal fascismo. Vero e proprio punto di forza di questo testo è la ricerca empirica che l’autore ha svolto, individuando gli ex I.M.I. presenti nel suo territorio d’origine (la provincia di Latina, anticamente Littoria). Dall'intervista a cinque reduci sono scaturite verità senza dubbio interessanti e a volte inedite rispetto a quelle circostanze, soprattutto – e qui risiede, ancor di più, il valore della ricerca storica – dal punto di vista della società nella quale questi uomini hanno dovuto confrontarsi, prima come internati e poi come reduci.
  22. Paix entre Nous - capitolo 3

    Il primo pensiero di Rebecca, quando si svegliò che il sole stava giusto sorgendo, fu di controllare le condizioni del suo paziente. Si avvicinò al letto – lei, invece, aveva passato la notte su un mucchio di cuscini orientali raccolti in un angolo – e stette ad ascoltare: il respiro del Templare era ancora fioco, ma non quanto il giorno prima. Rebecca si sentì più leggera e tastò senza timore il suo polso. Anche i battiti, regolari, erano più forti. Ma doveva essere cauta: Miriam le aveva spiegato che quando gli organi soffrono troppo a lungo per la mancanza di sangue, è possibile che un uomo non si svegli più e che muoia nonostante la ferita sia sana e i segni vitali incoraggianti. Ricordò ciò che aveva detto in presenza dell’arciere e si morse il labbro, temendo di essere stata troppo avventata nelle previsioni. Si vestì in fretta e corse al pozzo di casa per attingere altra acqua. L’avrebbe fatta bollire e poi, una volta raffreddata, l’avrebbe usata per inzuppare fazzoletti da disseminare su viso, spalle e torace del cavaliere. Quando tornò in casa, nel silenzio del sonno di pressoché tutti gli altri abitanti, aspettò che l’acqua fosse bollente e poi, portandosi dietro la pentola in cui l’aveva scaldata, si chiuse nella propria stanza. Quando guardò il letto, però, trovò che il ferito si era mosso. Era ancora privo di conoscenza, ma aveva mosso un braccio. Aveva la mano prossima alla benda che gli fasciava il ventre, come se avesse sentito dolore e inconsciamente avesse voluto cercare la ferita. Era un ottimo segno e Rebecca si precipitò al suo capezzale. La speranza le diceva di vigilare perché avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro. Il rabbino Nathan, anche se riluttante, la raggiunse quella stessa mattina per aiutarla a cambiare le fasciature e, a denti stretti, lodò la medicazione. Tuttavia, prima di lasciarla sola con il ferito, dedicò a entrambi uno sguardo di disapprovazione e scosse la testa. Rebecca si fece portare il pranzo e non lasciò la camera per tutta la giornata: stette seduta sui cuscini o alla finestra e ingannò il tempo mescolando intrugli che le sarebbero tornati utili in un secondo momento. Intanto si avvicinava il tramonto e Bois-Guilbert non aveva più dato cenni di vita. La giovane fanciulla ebrea quasi temeva di scoprirlo morto. E nel frattempo le tornavano alla memoria i tragici momenti dello scontro tra il Templare e Ivanhoe. A proposito, Ivanhoe, il cavaliere sassone cui aveva affidato la vita e che non le aveva rivolto nemmeno una parola nel momento in cui il pericolo era svanito. All’apparire di re Richard, Ivanhoe aveva dimenticato persino dove si trovasse e perché. Aveva ascoltato le accuse ai traditori con il cuore infiammato d’orgoglio, nella consapevolezza che uno di questi giaceva a pochi passi da lui. Si era fatto giustiziere per il re e per Dio. Era davvero tanto diverso dall’uomo che sarebbe dovuto morire e invece respirava sul letto? Sì, in effetti sì: Ivanhoe aveva combattuto per puro spirito cavalleresco, per ricambiare un favore che, per quanto assoluto come la vita, l’aveva spinto all’arena di Templestowe solo per dovere. Brian de Bois-Guilbert – solo ora pensava al suo nome completo, come se nel solo nome della stirpe si confondessero tante cose e si perdesse l’unicità di quella persona e della sua anima – Brian de Bois-Guilbert era lì, suo malgrado, schierato dalla parte sbagliata. “Avevo intenzione di apparire come tuo campione” le aveva detto, quando era andato a trovarla per l’ultima volta nella sua cella. E lei non aveva saputo opporgli altro che uno stentato: “Voi?!” Queste parole erano state pronunciate solo due giorni prima, ma a Rebecca sembrava trascorsa un’eternità. Suonavano lontane, mescolate agli schianti delle spade contro gli scudi. Le lame avevano fatto scintille; e scintille avevano lanciato gli occhi dei due contendenti. Amore e odio si erano scontrati su quel campo di battaglia e l’amore aveva vinto. Questo non significava che avrebbe ceduto alle lusinghe di Bois-Guilbert: l’unica cosa che riconosceva era il suo debito di gratitudine, debito che intendeva sanare attraverso la propria dote di guaritrice. Mentre era assorta in così tragiche riflessioni, la mano del ferito si mosse di nuovo; ebbe un tremito, strisciò contro il lenzuolo e si accostò alle bende. Rebecca osservò tutto, rimanendo immobile sui cuscini. Vide che il suo viso si contraeva in una smorfia di dolore e che le sue palpebre tremavano. Un singulto, e Bois-Guilbert mosse anche la testa: la ruotò a destra, poi a sinistra. Rebecca si alzò, accostandosi ai piedi del letto. Il Templare si contorse ancora per un attimo prima di aprire gli occhi con immensa fatica. Era un morto che risorgeva dalla morte. Le sue membra gli erano pesanti, i legamenti erano intorpiditi e anche lo sguardo era appannato dalla nebbia dell’incoscienza. Pure, il suo spirito battagliero aveva dichiarato guerra al torpore mortifero. Il movimento convulso delle palpebre alla fine trovò requie e gli occhi azzurri del cavaliere brillarono di nuovo di vita. Qualche sguardo, ancora confuso, al soffitto, poi ai tendaggi orientali della finestra. Poi Brian de Bois-Guilbert spalancò gli occhi e li fermò su Rebecca. Parve che, per un attimo, volesse ritrarsi, ma il dolore lo fece crollare nuovamente disteso. Rebecca si avvicinò ancora, lentamente, finché non gli fu accanto. «Sono in Paradiso?» domandò lui, con lo sguardo di un bambino sperduto. «No, signore. Siete nella casa del rabbino Nathan» spiegò lei, impassibile. «Non sono morto, dunque? – continuò – Per un attimo ho creduto che lo fossimo entrambi e che questa stanza fosse il Paradiso...» Le sue parole si spensero pian piano, e Rebecca non si trattenne dal raccomandare: «Non esagerate, signore. Avete bisogno di molto riposo» Lui le sorrise debolmente e reclinò il capo su una spalla: «Siete ancora più bella, Rebecca, di quanto la mia memoria ricordasse» Rebecca si accostò come se non avesse sentito, gli sollevò leggermente la testa e gli porse alle labbra una ciotola ingiungendogli, con tono dolce ma fermo, di bere. Lui obbedì, nonostante nei suoi occhi fosse balenata una vena di sospetto. «Cosa mi hai dato?» domandò. Evidentemente, ora che si trovava in completa balia di lei, l’audace cavaliere ripensava alle accuse di stregoneria e le sue certezze vacillavano davanti alla prospettiva di essere avvelenato. «Qualcosa che vi farà dormire» rispose sibillina Rebecca, quindi uscì dalla camera.
  23. Paix entre Nous - capitolo 2

    Commento «Aiutatemi a sfilargli la cotta» disse Rebecca all’arciere e questi obbedì alle sue indicazioni. Il respiro del Templare era diventato più flebile, ma restava regolare. Una volta che la ferita fu scoperta, Rebecca si armò di ago e filo e ne ricucì i lembi. Subito dopo, sciacquò il sangue e spalmò un unguento dal profumo intenso. Quando ebbero anche fasciato tutto il busto a protezione della sutura, la giovane ringraziò l’arciere sconosciuto, allungandogli un borsello pieno di monete d’oro. Questi ringraziò e chiese di poter attendere l’arrivo dei due compagni per ripartire insieme a loro. Rebecca si inginocchiò accanto al Templare privo di conoscenza e annuì. Intanto tastava il polso, prendeva la temperatura della fronte e tornava a pulire le ultime tracce di sangue schizzate sul viso. Nathan, il rabbino, non era in casa in quel momento; alla servitù Rebecca aveva ordinato di non entrare nella camera riservata agli ospiti – e in quel momento spettante a lei. Non avrebbe saputo dove lasciar coricare il Templare ferito con la certezza che nessuno l’avrebbe trovato. L’arciere non aveva sollevato nessuna questione, ma l’aveva osservata per tutto il tempo con fare sospettoso. Aveva tenuto d’occhio i suoi movimenti, controllato l’unguento e mantenuto un rigoroso silenzio durante le operazioni. Rebecca non riusciva a crearsi un’idea di cosa quel giovane arciere stesse pensando di lei in quel momento. «Diffidate ancora di me?» gli domandò, per spezzare definitivamente la cappa di sospetto che incombeva nella stanza. «No, non più. Ho visto che tenete alla salute di quest’uomo; e francamente non me ne capacito» ribatté, aggiustandosi il cappello sulla testa. «Voi probabilmente non conoscete la storia» constatò Rebecca con un sospiro. «Conosco tutta la storia: mi chiamo Locksley ed ero a Torquilstone con i miei uomini e il Cavaliere Nero; il quale non è altri che re Richard, a quanto ho potuto vedere» Rebecca volse gli occhi in su, sperduta: «Eravate là?» farfugliò, senza tenere conto della seconda parte della risposta. «Ho visto con i miei occhi questo Templare che vi portava via passando attraverso le frecce e le spade dei miei uomini; giuro che non ho mai visto un uomo così pazzo» ribatté Locksley, accennando con la testa. Rebecca si rialzò: «Se supererà questa notte – disse, quasi parlasse a se stessa – potrò auspicare che sopravvivrà alle successive. Ha perso molto sangue...» «Perché salvate l’uomo che avrebbe potuto decidere per la vostra morte?» Rebecca, a disagio per l’insistenza di Locksley, gli dedicò uno sguardo imbarazzato prima di rispondere: «Perché in effetti avrebbe potuto condannarmi, ma ha preferito farsi uccidere piuttosto di vedermi, da vincitore, ardere sul rogo» Locksley annuì, fissando intensamente gli occhi di lei. Ma quel momento di sospensione fu brevissimo: dalla porta d’ingresso la voce di Frate Tuck risuonò potente. Stava discutendo con Isaac su un passo dell’Antico Testamento, tentando in tutti i modi di convincere l’ebreo della propria interpretazione per dichiararlo convertito. «Mio buon eremita – lo interruppe Locksley raggiungendolo all’ingresso – Il cristiano è in buone mani, il funerale non si farà più. L’elemosina, però, l’abbiamo ricevuta lo stesso» e dicendo così fece tintinnare il borsello legato alla cintura. In pochi minuti i tre presero la loro strada e scomparvero nell’aria fredda di un crepuscolo nuvoloso. Isaac indovinò facilmente dove potesse trovarsi la figlia e la sorprese inginocchiata in preghiera ai piedi del letto su cui giaceva il Templare a petto nudo. «Figlia mia! – chiamò ad alta voce, senza rispettare il silenzio della fanciulla e del ferito – Figlia mia, se quegli uomini sapessero che costui è sopravvissuto, ti condannerebbero di certo! Lascia che a prendersene cura siano i suoi compagni...» «Non ne ha più – intervenne Rebecca – Il prezzo della sconfitta sarebbe stata l’espulsione dall’Ordine» «Allora la sua famiglia penserà a lui!» obiettò Isaac. Rebecca negò: «Credo che non abbia neanche questa. O per lo meno, credo sia molto lontana» Isaac la guardò con espressione affranta: «Quale figlia sconsiderata mi ha dato l’Onnipotente. Un passo falso e potremmo essere messi a processo... Ma costei vuole salvare il suo nemico! Non come Giuditta, che preservò il popolo eletto...» Rebecca decise che sarebbe stato inutile rispondere. Si rimise a pregare ad alta voce, recitando i salmi del re David. E suo padre preferì andare a lamentarsi nell’altra stanza piuttosto che interrompere nuovamente le sante parole della figlia.
  24. Commento Sua Maestà re Richard Cuor di Leone aveva gettato la maschera. Stava fiero in groppa al suo destriero, che calpestava altezzosamente il terreno insanguinato della lizza di Templestowe. L’aria vibrava tra lo stupore e la rabbia dei presenti. I contadini dei dintorni alzarono forti urla di approvazione, coprendo quasi del tutto le parole del sovrano. Ma chi non avesse potuto udirle con le proprie orecchie le avrebbe intese dalla faccia del Gran Maestro Beaumanoir, che diventava sempre più livido di stizza e vergogna. Albert de Malvoisin, la serpe della discordia, era assicurato alla custodia delle guardie del re e Richard tornava a rivolgersi al Gran Maestro, circondato dai propri fidi, tra cui lo stesso Wilfred di Ivanhoe. Rebecca non badava a ciò che le capitava attorno, intontita dall’angoscia che lentamente lasciava il suo corpo. Fuoriusciva come fuoriusciva, in quel preciso momento, il sangue dalla ferita aperta nella bianca tonaca del Templare Bois-Guilbert. Da quando aveva visto la spada di Ivanhoe immergersi nella sua carne era pervasa da una sensazione che aumentava al diminuire dell’angoscia. Quasi non si accorse di suo padre che l’abbracciava e baciava e accarezzava. I suoi occhi erano fissi al luogo dove ancora giaceva il cadavere dello sconfitto. Richiamati da Beaumanoir, i Templari si erano raccolti ordinatamente in assetto da combattimento, ma la risolutezza con cui il Gran Maestro aveva ordinato subito dopo di abbandonare la lizza li obbligò a marciare rapidamente via da quella che era stata la Precettoria di Templestowe. E il cadavere di Bois-Guilbert era abbandonato a un destino crudele. Lentamente, Rebecca si sottrasse alle attenzioni del padre. «Rebecca, luce dei miei occhi – la pregò – Lasciamo questo luogo maledetto il più in fretta possibile» «Voglio vederlo» bisbigliò la fanciulla, senza prestare attenzione alle sue parole. «La follia ha colto mia figlia, la mia unica figlia! – si lamentò Isaac tendendo le mani al cielo – Andiamo via, prima che i cristiani si adirino con noi» Rebecca non lo ascoltava; camminò veloce, praticamente non vista, tra i cavalieri del re e raggiunse il nemico che l’aveva condotta alle soglie di una morte orribile. Lo guardò attentamente, fissò il suo viso immobile e pallido, la sua posa degna di un crocifisso, a braccia aperte. E il fianco aperto: ora che era più vicina, si accorse che la ferita non era estesa come aveva creduto. Sentì il cuore sussultare nel petto e non seppe spiegarsi il perché. Si inginocchiò accanto a lui, osservò più attentamente il suo corpo e capì, capì che respirava flebilmente. “È vivo!” pensò, senza sapere se gioire per una vita risparmiata o se disperarsi per il prolungarsi della sua persecuzione. Si voltò e vide che il re si stava allontanando, per mettere fretta ai Templari e convincerli che tornare indietro non sarebbe stata affatto una buona idea. Solo suo padre non distoglieva gli occhi da lei e si stringeva nel mantello, lanciandole certe occhiatacce. Rebecca tornò ad osservare la ferita di Bois-Guilbert: era curabile, avrebbe saputo guarirlo. Oppure avrebbe potuto fare come i Templari e abbandonarlo lì come giusta ricompensa per ciò che le aveva fatto. Ma, pensò, lei gli aveva dato il suo perdono; e nondimeno lui l’aveva esortata a fuggire. Lo stallone aspettava ancora nascosto nel bosco da qualche parte. E poi, quello sguardo... quell’ultimo sguardo prima del terribile fendente... Non era stata una distrazione a condannarlo alla sconfitta. All’attacco disperato di Ivanhoe Bois-Guilbert avrebbe facilmente opposto una difesa; invece aveva allargato le braccia e offerto il petto. Rebecca era tanto concentrata a controllare i segni vitali del Templare da non notare tre figure che si avvicinavano dal vicino boschetto. «Giudea – la apostrofò una voce carica di disapprovazione – Sei stata dichiarata innocente, ma per me resti comunque una negromante: cosa vuoi fare a questo disgraziato, ora che è morto?» Rebecca alzò gli occhi, sorpresa. A parlare era stato l’uomo vestito da monaco. Un altro aveva un cappello a punta dotato di piuma e un lungo arco a cui si appoggiava; il terzo aveva un cappello simile, ma nessun arco, bensì una cetra a tracolla. «Parola mia, giudea – continuò l’arciere – Noi non abbiamo le sofisticherie di questo monaci armati. Emaniamo in fretta le nostre sentenze e, per quanto quest’uomo in vita non fosse proprio uno stinco di santo e neanche un sassone, era comunque un cristiano. Frate Tuck, vorresti provvedere a un buon funerale per lui?» Il monaco storse il naso: «Lo faccio in ossequio alla croce che ha sul mantello; l’ho visto sulle mura di Torquilstone e non ha di certo conquistato la mia simpatia» «Allora andiamo; prima lo seppelliamo cristianamente, prima potremo tornare alla Quercia» rispose l’arciere e si apprestò, con l’aiuto del menestrello, a sollevare il cadavere. «Se lo farete – intervenne Rebecca, frapponendosi – seppellirete un uomo vivo, condannandolo a una morte ben peggiore» All’udire quelle parole, tutti e tre gli uomini sobbalzarono. «Grande Signore! – esclamò il monaco – Questa donna ha già compiuto le sue cabale richiamandolo dall’Inferno!» Rebecca scostò il brandello di stoffa che teneva premuto contro il fianco del Templare, indicò prontamente la ferita e ribatté:«Guardate la ferita: converrete con me che non è mortale. E ascoltate: sentite anche voi? Respira piano, ma respira ancora!» I tre uomini dovettero riconoscere che non si trattava di magia: Bois-Guilbert non aveva mai superato la soglia dell’altro mondo. «Che cosa possiamo fare?» domandò il menestrello, rivolto all’arciere. Questi aveva un’aria cupa; il monaco rispose al posto suo: «Non possiamo farci niente. Io posso solo abbreviargli le sofferenze con un colpo ben assestato del mio bastone» L’arciere alzò le spalle: «Nella foresta non troverebbe chi lo possa medicare» «Potreste aiutarmi a portarlo presso il rabbino Nathan? Noi sapremo salvargli la vita» intervenne Rebecca. Nel frattempo Isaac li aveva raggiunti e aveva sentito le sue ultime parole: «Follia! – esclamò – La mia unica figlia ha perso l’intelletto!» e continuò a lamentarsi per tutto il tempo. L’arciere diede una rapida occhiata ai due compagni e disse: «Giudea, possiamo fidarci davvero delle tue intenzioni?» «Certamente!» «Ma figliola! Questo infedele ti ha quasi fatta bruciare come la buona Miriam, che il Signore accolga la sua anima nei cieli!» obiettò Isaac. «Attento a chi chiami infedele, giudeo! – ringhiò Frate Tuck – Ma su una cosa hai ragione: la tua generosità mi suona sospetta, ragazza» Rebecca deglutì: «Avete visto tutti che si è lasciato trafiggere. L’ha fatto per salvarmi la vita!» «Se tu, Frate Tuck, sei d’accordo con il padre, io lo sono con la figlia. Se quest’uomo non era sotto l’effetto di una magia, c’è solo un’altra spiegazione: amore» ammise l’arciere. Rebecca si sentì arrossire e senza rialzare lo sguardo sugli sconosciuti tagliò corto: «Vogliate portare il Templare dove vi ho detto e avrete una giusta ricompensa per la vostra compassione». I tre accettarono di buon grado. E i lamenti del povero Isaac non sortirono alcun effetto. Rebecca avvertiva con ansia lo scorrere del tempo: la ferita, in sé, non era mortale, ma Bois-Guilbert rischiava il dissanguamento. Isaac aveva un cavallo; lo stallone nero del Templare fu trovato tra gli alberi a brucare. L’arciere montò in sella e caricò il ferito, dando di sprone per fare più in fretta. Non aveva bisogno di guide che gli indicassero la casa di Nathan. Rebecca lo seguì con il cavallo del padre; Isaac e gli altri due avrebbero continuato a piedi.
  25. Cassandra - primo capitolo

    Commento Sembra strano come le cose passino veloci. La mente è sempre pronta ad accantonare il passato per far spazio a un presente sempre più ingombrante: studia questo, impara quello, e la poesia, e l’impegno del sabato sera (beh, in realtà questo non dispiace). Ebbene, alla veneranda età di (quasi) diciannove anni, credo di avere un bagaglio immane sulle spalle, un bagaglio che nessun uomo ha mai avuto o pensato di poter avere. Esistono gli storici: ma volete mettere che differenza tra sapere perché si è studiato e sapere perché si è vissuto? Io faccio parte della seconda categoria, e posso affermare con orgoglio di essere l’unico del gruppo ancora vivente: a quanto ne so, tutti gli altri sono morti e sepolti da un pezzo. Dato che non ci crederà mai nessuno, ho pensato di metter giù qualche pagina per qualcuno che vorrà leggere, qualcuno che proprio non ha niente da fare ed è disposto a scendere a patti con un buffone come me, un buffone che racconta solo la verità. La verità, sì. Tanto penserete che sono tutte fantasie, esattamente come vi ho detto. Non voglio anticiparvi nulla: era l’anno scorso, l’anno dei diciotto. In più, da secondogenito ero diventato praticamente figlio unico da quasi due anni, da quando mio fratello aveva pensato bene di togliersi dalle scatole sposando la sua ragazza e uscendo definitivamente di casa. Alleluia! Non pensate a un inizio mozzafiato. La mia era la vita che fanno tanti adolescenti: andavo a scuola, nel week-end calcetto con gli amici, teoria di scuola guida qualche pomeriggio alla settimana. Non mi annoiavo quasi mai, avevo sempre qualcosa da fare insomma. È così ancora adesso che di anni ne ho quasi diciannove. Probabilmente a questo punto vi starete seriamente chiedendo cosa ci sia da scrivere allora, cosa ci sia da raccontare... Forse avete la mia stessa età o press’a poco, e non ci trovate niente in qualcosa che vi racconti la vostra vita per filo e per segno. Ma è qui che interviene l’elemento straordinario del racconto: io non l’ho cercato, non l’ho voluto. Me lo sono beccato. E non è che ne fossi tanto entusiasta. È capitato, è capitato a me. Per questo adesso sento l’esigenza di raccontarlo. Tutto cominciò da una tenda da campeggio. Io e Mich, cioè Michele, il mio vicino di casa, che siamo coetanei, eravamo di strada per andare al liceo. Era una mattina di aprile, poco dopo le vacanze di Pasqua. I cartelloni pubblicitari erano tappezzati con i manifesti degli sconti del vicino supermercato di attrezzature sportive. La vedemmo, e fu nostra: la tenda cinque posti azzurro turchino con finiture cobalto e cerniere doppie interne ed esterne e quattro sezioni separate (cinque se contiamo quella centrale). Modello CLIOpro pt5. E come ho detto si trattava di sconti megagalattici. «Fiiiiiiico!» aveva detto Mich, senza nemmeno valutare il problema portafogli. Ma a quello avevo pensato io: erano 50 euro ciascuno se si aggiungeva alla èlite di proprietari della fantastica tenda CLIOpro cinque posti azzurro turchino eccetera anche il resto della compagnia, vale a dire Flà (Flavio), Lostè (Stefano) e Ben (Alberto). Ne parlammo e naturalmente tutti risultammo d’accordo. Si presentava subito l’occasione di usarla: mio papà aveva categoricamente asserito, come dice lui, che se volevamo andare in vacanza tutti assieme per festeggiare l’ingresso nell’età adulta c’era solo una possibilità per me. La casa in collina. Cavolo, la casa in collina no, dai. Sai che noia, sbuffavo. C’ero stato due volte prima che i nonni passassero a miglior vita e non ne ero rimasto per niente contento. E poi che vai a raccontare alla classe? Sì, abbiamo fatto serata come se non ci fosse un domani... nella casa in collina dei nonni. Sai le risate? Ma quello era (per questioni economiche) e già da mesi ci eravamo accontentati. Esigevamo, a questo punto, di rendere le cose un pochettino, ma poco, più interessanti. Una tenda faceva al caso nostro. Una bella notte fuori di casa ce l’eravamo meritata affrontando eroicamente gli ostacoli come gli Spartani alle Termopili. Riuscimmo a convincere i nostri genitori dopo qualche giorno di preghiere e carinerie (perché siamo tutti dei gran ruffiani), e cominciammo a preparare il programma con annessa lista di cose da comprare: immancabili birra e schifezze varie che non sto ad elencare. Il tempo da allora sembrava non voler passare più. La scuola sembrava non voler finire più. Mich e Flà si beccarono l’affezionato debito in matematica. Giugno passò alla velocità di una tartaruga. Ed ecco finalmente luglio: e una bella mattina di luglio (abbiamo anche dovuto aspettare che mia mamma arrivasse alle settimane di ferie) ci dividemmo tra la macchina di mio padre e quella del padre di Mich e partimmo con la tenda legata saldamente sopra il tettuccio della nostra auto, chiamati dall’avventura. Inutile insistere per passare subito la prima nottata all’aperto. Papà disse categoricamente no, e aggiunse categoricamente che avevamo una settimana. Che aspettassimo, insomma! La solita gioventù impaziente. E va bene, niente tenda la prima notte... ma un bel giretto per il paese era d’obbligo. Col poco che mi ricordavo fui un pessimo cicerone per i miei amici. Ma a loro non importava un fico secco, come neanche a me, di Cicerone, della storia del paese, di quali parenti abitassero in una casa piuttosto che in un’altra. Che alla fine poi le porte erano tutte sbarrate, perché qui la gente ci arriva in agosto, mica in luglio. Sospettavamo che mio padre l’avesse fatto apposta per fare in modo che meno gente possibile ci conoscesse per quei vandali che lui pensava che fossimo. Simpatico, vero? Ma conoscendolo lo avrà di certo fatto apposta. La poca gente che incontrammo sulla strada aveva superato la soglia dei settanta, parlava in dialetto con la bocca sdentata e, vi giuro, in cinque capivamo sì e no le stesse tre parole. Non c’era molto da fare, oltre che andare su e giù per l’unica vera via asfaltata (per il resto la strada era fatta di ciottoli di fiume incastrati, se andava bene, altrimenti direttamente di terra battuta). Questa via finisce in una piazza abbastanza spaziosa, su cui si affacciano le uniche vetrine del paese, esattamente dirimpetto alla chiesa: nell’ordine il panettiere/pasticcere, la drogheria, il bar. Ma non aspettatevi nulla di più di un tavolino per giocare a carte: niente musica, niente ragazze, niente vita. Mentre eravamo in piazza, seduti su una panchina, raccontai quello che sapevo della storia del paese: in passato era stato un centro modestamente importante e popolato, con tanto di podestà o come si chiama. Aveva poi avuto il suo castello e il suo conte, tutta roba che ormai si stava dimenticando. Solo i più vecchi di tanto in tanto saltavano fuori a raccontare qualche storia che sembrava più una leggenda che un racconto di storia vera e propria. Mi era capitato, da piccolo, di ascoltarne qualcuna, ma dissi, ridendo, che ero già abbastanza intelligente a cinque anni per capire che erano tutte favole per spaventare i bambini e non farli andare a curiosare nei ruderi. Cosa che effettivamente mi sarebbe sempre piaciuto fare, perché mi dava l’idea di sfidare le regole. Diciamo che il castello sarebbe stata l’unica cosa davvero interessante in quel paesino, se solo si fosse potuto arrivare fin là: fino a qualche decennio fa c’era una strada che vi portava, e ci si poteva arrivare comodamente in macchina, tanto era ben tenuta. Poi, il proprietario dei campi vicini era morto e i suoi figli erano andati ad abitare in città, lasciando tutto alla grazia di Dio. Erano cresciuti i rovi e le piante più varie, e ora ci si lamentava solo per i fantastici funghi che si trovavano lì intorno, ormai fuori portata perché sarebbe servita troppa fatica a raggiungerli. Ecco, questo era l’unico rimpianto della gente del posto. I funghi. Ma anche ai miei amici interessava poco di quanto dicevo. Tornammo in casa e ci piazzammo davanti alla televisione della nostra camera. Ecco: questo fu il nostro primo deludente giorno.
×