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  1. dfense

    21 Editore

    Nome: 21 Editore Generi trattati: Quattro, le collane descritte nella prima pagina del sito. Modalità di invio dei manoscritti: via mail - autori@21editore.it Distribuzione: non specificata Sito: http://www.21editore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/21editore/ N.b. Dal sito: "21 Editore si chiama così in onore dell’omonimo articolo della Costituzione italiana. La casa editrice è nata a Palermo nel 2011 e la prima pubblicazione è stata una rivista (21 Magazine) dedicata prevalentemente alla Sicilia".
  2. Moriarty

    Bonaventura e il tacco della morte

    **Il seguente racconto è un esperimento personale mero a creare un personaggio in puro stile noir/poliziesco immerso però in una realtà distorta e comica. Spero vi piaccia, ci sto ancora lavorando. Ogni consiglio è ben accetto.** BONAVENTURA E IL TACCO DELLA MORTE «BONAVENTURA!» «Sì, capo?» «Sei un buono a nulla! Questa ti sembra una notizia interessante? A chi diavolo vuoi che interessi un articolo sulla misteriosa sparizione di un container pieno di dannate scarpe rosse?» «Ma capo…io...» «Io, io… Tu stai cercando di farti licenziare, vero? O vuoi far implodere il mio vecchio cuore? Ho già il Sindaco con il fiato sul collo, non mettertici pure tu.» «Capo, ho fiutato una pista. Lo scorso sabato uno degli addetti allo scarico della nave che conteneva il container è stato trovato in un magazzino con l’osso del collo rotto. La polizia lo ha archiviato come incidente sul lavoro, caduta accidentale dicono. Un container misteriosamente scomparso e un operaio morto. Credo sia abbastanza per indagare, non crede?» «Ma che gran segugio. E tu saresti più acuto di un poliziotto eh?» «Faccio solo il mio lavoro.» «Beh vuol dire che non hai capito qual è il tuo lavoro. Quando ti vidi la prima volta ero sicuro tu fossi un osso duro, un grande reporter, ambizioso e dotato. Dov’è finita la tua grinta ragazzo? Siamo la testata giornalistica più importante di questo dannato Paese. La gente vuole essere coinvolta in quel che legge, vuole notizie da prima pagina. Dovrei metterti a lavorare in coppia con Anderson, almeno impareresti qualcosa. Rimettiti al lavoro e vedi di portarmi un articolo decente.» «Agli ordini, capo.» Mi chiedo perché continuo a lavorare per questi idioti. Non colgono l’importanza del mio materiale. Dovrei mettermi in proprio. Anderson... tsk! Figlio di un riccone che fece fortuna nel mercato di protesi mammarie, infilato fresco di laurea come reporter. Non fa altro che scrivere di omicidi, stupri, rapimenti. È semplice cavalcare l’onda con queste notizie ovvie. Il mio duro lavoro viene invece deriso e trattato con superficialità. La perizia usata nel confrontare tutti i registri di polizia per tracciare un ipotetico profilo dei loschi individui coinvolti nel furto e nel traffico di scarpe rosse non è importante a parer loro. Beh voglio proprio vedere la faccia che faranno quando scoprirò che sono coinvolti, chissà, i servizi segreti, o spietati terroristi, oppure quando metterò allo scoperto un vero e proprio mercato nero internazionale di scarpe rosse, gestito da morbose signore di mezz'età pronte a tutto. Sarà meglio rimettersi al lavoro. Devo riesaminare con cura tutti i documenti e cercare di restringere le piste da seguire. Forse dovrei passare le mie informazioni a qualche detective della polizia, loro avrebbero di sicuro i mezzi per ultimare l’indagine, ma credo proprio non lo farò. In fondo faccio il reporter perché sono stato cacciato via dalla scuola per detective, a quanto pare zero centri su cento al poligono di tiro non è un risultato accettabile. Come se un detective dovesse per forza essere un pistolero. Ad ogni modo… il giornale di oggi riporta una notizia interessante: ** Benton Adams, proprietario della fortunata azienda Adams&Adams è ricoverato presso il Benny Hospital. Un fattorino afferma che il malore del signor Adams è seguito alla lettura di una lettera che lo stesso gli avrebbe recapitato nella mattinata di ieri, lettera di cui tuttora non v’è traccia. Per ora la prognosi è riservata, nessuno può contattare il noto magnate, nessuno eccetto la polizia che è già al lavoro per far luce sull’accaduto. ** Bingo, ci siamo! L’azienda di Adams ha denunciato diversi mesi fa il furto di due container contenenti scarpe da donna. Ovviamente la polizia non ha dato molta importanza alla cosa, loro no, ma io sì. Credo proprio sia il caso di fare due chiacchiere con il signor Adams. Sì, ma come? Nessuno può avvicinarlo, solo la polizia. Forse posso travestirmi da infermiere, uhm...no, troppo scontato. Ecco, ho trovato! Devo solo passare dal francese, lui penserà al resto. Il francese andava proprio forte qualche anno fa. Diede parecchio filo da torcere alla polizia, un ladro come pochi, abile nei travestimenti, e si dà il caso che sia in debito con me. [appartamento del francese] «Philippe apri, sono io.» «Io chi?» «Torquemada.» «Torque chi? Senti amico non ho tempo da perdere. Dimmi chi sei o vattene al diavolo!» «Dannazione Moreau, sono Bonaventura.» «Ehi Nick, vecchia volpe, ora ti apro.» L’appartamento del francese è una vera reggia. Dipinti, statue, tecnologie all’avanguardia, un grazioso bottino frutto dei suoi furti passati. «Che ci fai qui reporter?» «Mi serve il tuo aiuto, francese.» «Che tipo di aiuto? Lo sai che sono fuori dal giro amico.» «Dimentichi che mi devi un favore? Vuoi che qualcuno venga a sapere del piccolo incidente a Disneyland? Già pronto per la prima pagina: Philippe Moreau, dopo aver ingerito un incredibile dose di frullato alla fragola, sopraffatto dalla carica di zuccheri, cerca disperatamente di abusare sessualmente di Biancaneve sfidando a braccio di ferro sei dei sette nani e facendo pressioni psicologiche sul povero Cucciolo che, spaventato, afferra un coltello attaccando un visitatore. Che te ne pare? Credi che questo piacerà ai soci del tuo club? Se non ci fossi stato io laggiù a tirarti fuori dai guai saresti finito dietro le sbarre, altro che in questa reggia. Quindi amico, cerca di essere riconoscente.» «Frena, frena Bonaventura. Volevo solo sapere in che modo potevo esserti utile.» «Necessito di un documento, devo diventare un cardiologo del Benny Hospital.» «Uhm… non dovrebbe essere un problema.» «Mi serve per stasera. Fai un buon lavoro.» [ufficio] «BONAVENTURA! Nel mio ufficio, subito!» Dannazione, ci risiamo… «Si capo?» «Dove sei stato? Ti ho fatto chiamare ma non c’eri.» «Sto seguendo una pista.» «Perdiana, di nuovo quelle maledette scarpe rosse?» «Niente affatto, capo. Si tratta di un cadavere, anzi, molti cadaveri. Sangue, e morte ovunque.» «Lo spero per te ragazzo. Ritorna a lavoro e tienimi informato.» Non mi resta che aspettare. Il francese farà di certo un ottimo lavoro. [dopo qualche ora] «Francese apri, sono Bonaventura.» «Entra Nick, ho appena finito di timbrare il tuo documento.» «Uhm… dov’è?» «Ecco qui, che te ne pare?» «Eccellente, ottimo lavoro. Sfido chiunque a dire sia un falso.» «Sono contento ti piaccia.» «Un ultimo favore Philippe, scattami una foto mentre indosso queste.» «Problemi d’identità, Bonaventura? Perché dovrei fotografarti mentre indossi scarpe da donna?» «Non fare domande e procedi.» «Voilà, ecco la tua foto.» «Francese, io vado. Tieniti fuori dai guai.» «Certo Nick.» [in ospedale] L’ospedale è sempre il solito via vai e con questo camice mi mimetizzo davvero bene tra la folla. Mi occorre il registro dei ricoveri. Eccolo qua, terzo piano, lì si trova la stanza di Adams. Come sospettavo un giovane poliziotto piantona la porta. Spero non fiuti il trucco. «Agente!» «Dottore, buonasera.» «Buonasera agente. Dovrei visitare il paziente.» «Mi spiace dottore, gli ordini sono di non far entrare nessuno.» «Io le sembro nessuno? Il paziente è sotto la mia responsabilità. Devo visitarlo.» «Il suo nome non compare nella lista dei medici autorizzati, dottor Willow.» «Sostituisco il mio collega, si è dovuto assentare per un grave caso di sprongellosi acuta irreversibile. Malattia altamente infettiva. Dico, non sarà mica entrato in contatto con il mio collega?» «A dire il vero credo di aver stretto la sua mano.» «E siete vaccinato per la sprongellosi acuta irreversibile?» «Non saprei, credo di no.» «Santi numi! Corra presto al pronto soccorso ragazzo se non vuole ridursi ad una piaga vivente. Faccia presto. Forse è ancora in tempo per il vaccino.» «Ma devo piantonare il signor Adams.» «Ci penso io qui. Rimarrò finché lei non sarà di ritorno. Deve sbrigarsi prima che l’aorta si infetti fratturando l’omero causando così un ascesso di pus autoimmune deteriorando il sistema nervoso centrale nelle sinapsi dell’organismo. Faccia presto e mi raccomando non starnutisca in giro. Corra, corra in nome del cielo.» «Corro. Grazie dottore.» Sprongellosi, sono davvero divertente quando mi ci metto. Un camice bianco, due termini scientifici buttati giù a casaccio e il gioco e fatto. Benton Adams, eccolo! Dovrò giocare bene questa carta. Non posso fallire. «Adams.» «Dov’è il dottor Jhonson?» «Adams…Mi mandano loro.» «Loro chi?» «Vogliono sapere dove hai messo la lettera. Hanno paura che possa cadere la copertura. Che tutto venga a galla.» «Paura? Chi avrebbe paura? Di cosa state parlando?» «Adams, non fatemi perdere tempo. Scarpe rosse!» «Oh… Anche voi siete finito in questo orribile giro? Che Dio ci aiuti.» «Avete ragione. Dov’è la lettera? Devo eliminarla prima che la polizia la trovi.» «Guardate nella giacca, la ladra interna è forata. La lettera deve essere da qualche parte tra la stoffa della giacca.» «Trovata!» «Mi raccomando, io non ho aperto bocca.» «Lo spero Adams, lo spero.» L’operazione si è dimostrata più semplice di quanto pensassi, troppo semplice forse. Sarà meglio sbarazzarsi di questo travestimento e tornare a casa. Vediamo cosa dice questa lettera: “Adams, sono spiacente ma la vostra cassa è andata perduta. Sono desolato. Abbiamo dovuto sistemare un operaio giù al porto. Mi ha visto in faccia, non potevo permettergli di cantare. Avevamo detto niente morti lo so, ma nessuno deve ostacolare la nostra ascesa. Vi manderò presto altre due casse per scusarmi dell’accaduto. In ogni caso è arrivata nuova merce. Venite martedì al vecchio magazzino dietro al porto dopo mezzanotte. Metteremo la merce all’asta. Roba di ottima fattura, per veri intenditori.” Le cose cominciano a farsi sempre più chiare. Domani notte andrò al magazzino. [il giorno dopo, al magazzino] Mancano ancora venti minuti a mezzanotte. Nascosto come sono fra questi bidoni non dovrebbero esserci problemi. Nel magazzino c’è un po’ di movimento, ma nulla di rilevante. Due gorilla scrivono qualcosa su una specie di registro. Devo riuscire a prenderlo. Ecco sì, scimmioni, fate i bravi, andate lontano sì... Preso! Maledizione questa è roba che scotta, la maggior parte dei nomi illustri della città sono presenti in questa lista. Quando pubblicherò l’articolo verrà fuori proprio un bello scandalo. «EHI TU! CHE COSA CI FAI QUI? ESCI FUORI!» Dannazione, mi hanno scoperto. «BECCATI QUESTO, CURIOSONE!» [in una stanza, dopo essere rinvenuto dal colpo] «Ma che cavolo...?» «Benvenuto Bonaventura, la aspettavo. Si serva pure, beva un drink.» «Sindaco Jackson? Da non crederci. Dov’è il gatto obeso che solitamente accarezzate voi cattivi in queste occasioni?» «Sono allergico ai gatti, purtroppo. Comunque, quello che tu chiami casino non è altro che semplice mercato.» «Certo, lo dicevano anche della tratta degli schiavi.» «Sono un uomo d’affari, faccio solo il mio lavoro.» «E in cosa consisterebbe il suo lavoro? Cosa c’è dietro il traffico di scarpe rosse col tacco? Perché avete ucciso quell’operaio giù al porto?» «A questo punto non vedo perché dovrei nasconderlo, tanto non credo lo racconterai mai a nessuno. Ecco, ammira la sinuosità della mia figura.» «Ma cosa significa? Perché indossa quelle cavolo di scarpe rosse col tacco?» «Tutti hanno i loro segreti ragazzo, i loro vizietti. Io purtroppo sono avvezzo da anni a certi piaceri della vita. Io, come altri illustri e rispettabili uomini. Non c’è niente di più gratificante, di più stupefacente che indossare delle comode ed eleganti scarpe rosse col tacco. Per quanto riguarda quell’operaio, diciamo che è stato vittima della sua stessa curiosità.» «Ma questa è follia!» «Sarei io il folle eh? Folle è chi ha stabilito che gli uomini non possono mettere un elegante smoking nero con delle graziose scarpe rosse col tacco conservando ad ogni modo la propria mascolinità e virilità! Vedo che avete in mano la lista dei partecipanti all’asta. Come ben vedete sono persone illustri, di alto rango, gente rispettabile che si concede di tanto in tanto il piacere di calzare una scarpa rossa col tacco. Aumenta l’autostima, dovreste provare Bonaventura.» «Non tirarmi dentro questo schifo. Lasciami andare, Jackson.» «Un colpo in testa e tutto finirà, Nick Bonaventura.» «Jackson, fossi in te non lo farei. Non puoi. Perché io… io...» «Perché mai non dovrei farlo?» «Perché ecco, io… io non l’ho mai detto a nessuno per paura di essere deriso, ma…ecco, ADORO LE SCARPE ROSSE COL TACCO!» «Cosa? Non prendermi in giro.» «È così, dico la verità. Guarda nel mio portafogli, è la foto più cara che ho.» Per fortuna ho fatto fare quella foto dal francese. «Gran belle scarpe, complimenti. Ma non capisco Bonaventura, cosa cerchi di dirmi?» «Non volevo arrivare fino a questo punto, non mi sopporto quando piango. Ho seguito questa pista non per smascherarvi, ma per potervi incontrare. Ho vissuto un’infanzia decisamente infelice e l’unico mio svago era indossare le scarpe di mamma e sognare ad occhi aperti. Quante strade avrei calcato, quanti chilometri avrei percorso con quelle adorabili scarpe. Le avrei indossate anche a scuola fosse stato per me. Credevo non avrei mai detto queste cose a nessuno, che fosse un gusto tutto mio. Questo finché non ho letto della sparizione del container, allora ho capito di non essere solo. Noi non siamo soli. Non lo siamo.» C’è l’ho fatta! Le finte lacrime hanno funzionato come al solito. Jackson singhiozza come un bambino, è davvero convinto che io adori quelle cavolo di scarpe col tacco. «Bonaventura, tu sei il figlio che ogni padre vorrebbe avere. Scusami se sono stato duro con te. Un giorno non dovremo più nasconderci. Un giorno chiunque sarà libero di indossare scarpe rosse col tacco senza essere deriso. Senza che gli venga puntato il dito contro. Sei libero, farò recapitare a casa tua quattro scatole di scarpe col tacco di ogni modello e fattura. Te le meriti. Quando avrai bisogno d’aiuto, di sfogarti con un amico, la mia porta è sempre aperta ragazzo.» [qualche giorno dopo] Uscito da lì mi precipitai subito dalla polizia. Raccontai tutto, diedi una copia della lista e ottenni l’autorizzazione per pubblicare il mio articolo. Com’è buffa la vita, in fondo quei poveracci volevano solo essere liberi di calzare una scarpa, volevano essere loro stessi, senza maschera alcuna. Un po’ mi dispiace, forse se non avessero ucciso quell’uomo... Il giorno dopo arrestarono il Sindaco e tutti gli illustri signori coinvolti nello scandalo. Dopo la notizia, Anderson prese due giorni di riposo per smaltire il mal di stomaco da invidia. Io pertanto mi godo il meritato successo professionale. Nel giro di pochi giorni ho ricevuto offerte da molte testate giornalistiche e anche da un produttore cinematografico. Mi vogliono incontrare nei loro studi, dicono faranno un film sulla mia storia: BONAVENTURA E IL TACCO DELLA MORTE.
  3. Ospite

    Ciesse Edizioni

    Nome editore: Ciesse edizioni Generi pubblicati: biografie e autobiografie, thriller, horror, gialli, noir, mistery, sillogi poetiche, fantasy, fantastico, narrativa, romanzi contemporanei e storici, miscellanea, manualistica tecnica, sportiva e professionale, romanzi storici e/o testimonianze di guerra, libri fotografici, antologie tematiche, romanzi rosa, eros soft, letteratura per ragazzi, opere di Science Fiction, opere in lingua italiana di autori stranieri, opere umoristiche e satiriche, saggistica Invio manoscritti: seguire le indicazioni su http://www.ciessedizioni.it/manoscritti/ Distribuzione: http://www.ciessediz.../distribuzione/ Sito: http://www.ciessedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/CIESSEdizioni?ref=sgm
  4. Ospite

    L'erudita

    Nome: L'erudita Genere: Il catalogo spazia dalla narrativa alla saggistica, dalla poesia ai racconti Invio Manoscritti: http://www.lerudita.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: librerie fiduciarie (http://www.lerudita.it/librerie-e-partner/) o attraverso piattaforme on-line Sito: http://www.lerudita.it Facebook: https://www.facebook.com/lerudita/?ref=br_rs Attualmente è un marchio della Giulio Perrone Segnalataci da un utente, contattata, ha risposto alle nostre richieste. Casa editrice nata da poco che si professa non a pagamento, ha tre collane principali (di cui una divisa in diverse sotto-collane) e navigando sul loro sito si trovano diverse iniziative concorsuali, anche per poesia. Sicuramente da tenere d'occhio, mostrano un grande entusiasmo Operano editing, non richiedono contributi per pubblicare di alcuna forma, il loro motto è
  5. pietroc67

    Runa Editrice

    Nome: Runa editrice Genere: Noir, Giallo, Avventura, Narrativa, Saggistica Invio manoscritti: non specificato (contatti: http://www.runaeditrice.it/index.php/contatti.html) Sito web: http://www.runaeditrice.it/ Distribuzione: http://www.runaeditrice.it/index.php/promozione.html Facebook: https://www.facebook.com/runaeditrice
  6. Scarpanto

    La Ponga Edizioni

    Nome: La Ponga Generi pubblicati: narrativa, mainstream o di genere: fantascienza, noir, fantasy o qualsiasi altra forma un romanzo possa prendere. Modalità di invio testi (se disponibile): Sito in lavorazione Distribuzione: Sito in lavorazione Sito: https://www.lapongaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lapongaedizioni Dal loro Facebook: vi comunichiamo che il piano editoriale per il 2017/2018 è pieno e che, attualmente, non valutiamo proposte fino a data da destinarsi. --------------------------------------------------------------------- Mi chiamo Omar e volevo segnalare la mia esperienza (positiva) con questa casa editrice. Ho trovato il nominativo su Internet e vedendo che è vicino a casa (Monza), ho deciso d'inviare la sinossi di un mio lungo racconto, insieme al primo capitolo. Dopo una decina di giorni sono stato contattato via mail da Valerio, che diceva di essere interessato e d'inviare l'intero manoscritto. L'ho fatto e dopo circa un mese mi ha inviato una valutazione completa del testo. Essendo che abitiamo vicini, ci siamo trovati per un caffè per parlare della pubblicazione. Valerio è stato chiaro fin dall'inizio. Non vogliono contributi di nessun genere ma la loro politica aziendale è la seguente: Pubblicano in ebook, poi passano al cartaceo solo se il riscontro del mercato è positivo. Preferiscono stampare poche opere ma che ritengono valide. Ho accettato e così mi ha inviato un contratto editoriale che ho fatto valutare. Seri, non chiedono nessun contributo. Dopodichè ho lavorato con l'editor per quanto riguarda la correzione del testo ed abbiamo impiegato quasi due mesi di contatti pressochè quotidiani. Si sono occupati di tutto, dalla copertina all'impaginazione, coinvolgendomi però in tutto quello che facevano. Tra pochi giorni uscirà il mio racconto, "Notturno Parigino". PRO Non chiedono contributi; Editing serio e curato; Velocità di risposta; Contatto molto personale (per la firma del contratto ci siamo trovati per bere un mirto); Vendono sugli store italiani ed internazionali (IBS; Unilibro, Amazon ecc..) Tengono conto delle opinioni dell'autore; CONTRO Inesperienza (devono farsi le ossa); Pubblicano solo su ebook e poi passano al cartaceo (però lo mettono bene in chiaro al primo contatto); Stampano poche copie e le piazzano sul mercato in modo calibrato; Sono ancora poco conosciuti. La mia esperienza è stata positiva, dopo aver conosciuto altre CE (tra cui Albatros) che mi volevano solo spennare. Credono in quello che fanno e hanno passione. Quando avrò pubblicato vi dirò come si sono comportati in fatto di promozione e se hanno mantenuto le promesse. Saluti Omar
  7. Roberto Ballardini

    Il picchiatore

    [Rimosso su richiesta dell’autore]
  8. Titolo: Cliché Noir Autore: Riccardo Gramazio Casa Editrice: Lettere Animate Anno di pubblicazione: 2017 Prezzo: 2,99 Euro (Ebook), 10 Euro (Cartaceo) Genere: Pulp, Noir, Thriller, Commedia Nera Pagine: 160 TRAMA: Un grossista da colpire, una squadra da allestire e parecchi soldi da intascare. Un viaggio scomodo da nord a sud per raggiungere la fittizia Purple Beach, città in cui risiede l’Alieno, il grande e meticoloso capo banda. Personaggi ambigui, violenti e dai tratti folli. Imprevisti, aneddoti, sangue e immoralità in abbondanza. Cliché noir è un omaggio sincero alla tradizione pulp, un romanzo che spiazza e diverte al contempo. LINK: Amazon Mondadori IBS PAGINA AUTORE: PAGINA AUTORE Grazie per l'attenzione...
  9. Roberto Ballardini

    In chat

    commento Topi. Milioni di topi. Vedo i loro occhi, nel buio. In chat Dall’esterno provengono rumori concitati, grida, imprecazioni. Donnie esce dal letto come un’anima da una bara. Gli occhi infossati, le guance incavate fanno sembrare il naso più sporgente. C’è un caldo terribile, nella stanza illuminata a stento dal pc. Controlla la chat. Gli scappa una pisciata, anche se non beve molto. L’acqua del rubinetto ha un sentore di ammoniaca. La alterna a quella minerale, per farla durare, ma sta per finire lo stesso. Anche il cibo. A breve sarà costretto a uscire. D’altra parte stanno per finire anche i soldi e quello non è un problema, è una catastrofe. Donnie non ha ricordi, soltanto sensazioni. Brutte. L’intero appartamento, tre camere più bagno, è un piccolo inferno in cui è precipitato in circostanze poco chiare. Alla sua stanza c’è abituato e nel soggiorno-cucina regna l’oscurità, ma riguardo la camera con la lampada accesa ha una sensazione terrificante. Fa scorrere col mouse la schermata verso l’alto. L’ultimo messaggio che ha inviato risale alle 21:24. Onaplain ha risposto: Sei un grande, Nevermind. Sarà, però si sente una merda. Sogna sempre topi, non sa da dove gli sia venuta questa fissa. Milioni di occhi rossi nell’oscurità. Dall’esterno altri tonfi, ordini, invocazioni. Gli sembra di distinguere la voce dei neri del piano di sotto e dei rossi, giù in cantina. La temperatura sale. Ora che si è abituato al tanfo vomitevole di cui è impregnata la stanza, non osa aprire le finestre, e neanche le tapparelle. L’aria buona lo ucciderebbe. La luce gli taglierebbe via gli occhi. È già molto riuscire a tollerare quella del pc, che a tratti pulsa come se avesse il muscolo cardiaco. Malgrado l’impellente bisogno di vuotare la vescica, si lascia cadere nella sedia girevole ed entra in chat. A quell’ora sono in pochi a essere collegati, i soliti. Onaplain sta dissertando sulla famiglia. Lithium sui cambiamenti climatici. Polly si limita a commentare gli altri due. Olà, kids. Dov’eri finito? Ho avuto da fare. Aveva due o tre gambe? Due. La terza era di gomma e te l’ho spedita per posta, così ti diverti anche tu. Spero che quando arriva sia ancora calda. Certo, forse non troppo pulita. Nessun problema. La nuova troia di mio padre si infila in bocca qualsiasi cosa. Donnie non riesce a fare il collegamento tra pulizia e bocca. Invia a Lithium un’emoticon amichevole e capirà lui quello che vorrà capire. Ventisette giorni prima, quando il sole ha ancora il permesso di entrare nella stanza, squilla il telefono. Donnie lo guarda sorpreso. Le uniche chiamate che riceve sono quelle di sua madre, e lei ora sta in cucina a cucinare. Numero sconosciuto. Angoscia. Risponde al telefono. Silenzio. «Pronto» ripete. «Ciao.» «Chi parla?» «Sono Polly.» «Polly.» «Non credo che ti ricordi. Mi avevi lasciato il tuo numero in chat, con un messaggio privato. Io non ho avuto il coraggio di darti il mio.» «Mi ricordo. Mi fa piacere sentirti.» «Davvero? Non ti ho disturbato?» «No, figurati. Mi fa piacere.» «Sì, l’hai già detto.» La sua risata è come un campanellino. «Ho letto le tue poesie. Sono belle.» «Grazie. Anche a me piacciono le tue.» Hanno già esaurito gli argomenti. Silenzio. Imbarazzo. Lei si schiarisce la voce. «Mi dispiace che hai tolto la foto.» «La foto?» «Quella del profilo.» «Ah sì, mi sentivo…» «Esposto.» «Esatto.» «Però è un peccato.» «Tu non l’hai mai messa una foto.» «No…Non sono bella.» «Io scommetto di sì.» «Come fai a dirlo?» «Lo sento. Dalla voce.» «Che sciocchezza. Di chi è la foto che hai messo ora?» «Kurt Cobain. Bel tipo, no?» «Non lo conosco, ma pure tu sei un bel ragazzo. Anche di più.» «Grazie…» «Devo andare ora. Ciao.» Donnie non fa tempo a trattenerla. Guarda il telefono per quasi un minuto intero, prima di tornare in chat. Nel momento in cui ricorda di dover pisciare, si rende conto di essersela fatta addosso. I pantaloni della tuta sono zuppi. Anche la sedia. In chat i messaggi si susseguono come ogni giorno, come le frazioni temporali di un orologio. Tanti sassi lanciati nell’acqua e nessun cerchio. Onaplain e Lithium cazzeggiano sulle presunte proprietà terapeutiche della Bud Light, lui si è appena introdotto quando Cinderella irrompe nella conversazione con una tirata esistenziale, avvilente nella sua banalità. Donnie sospira, infilandosi una t-shirt sporca ma asciutta nelle mutande. Ha voglia di dire qualcosa di veramente cattivo, ma proprio in quel momento subentra Polly e la negatività evapora. Va tutto bene, Nevermind? Donnie fissa la schermata fino a che le lacrime gli rigano le guance. Vorrebbe rispondere, ma non ci riesce. Non riesce più a discernere la realtà dalla fantasia. Di vero c’è soltanto una telefonata che risale a una ventina giorni prima, e ora quattro parole e un punto di domanda che possono voler dire qualsiasi cosa, anche niente. Tuttavia Polly rappresenta l’ultima pallida sorgente di luce per cui valga la pena fare uno sforzo. Andrà tutto bene, Polly. Donnie non se ne è accorto, la vista offuscata dalle lacrime, ma la chat è andata avanti. Il suo messaggio arriva in coda a una lunga serie di scambi a proposito di Trump e dei cambiamenti climatici. Lithium va in paranoia sul futuro dell’umanità. È lui a rispondere per primo. Lo penso anch’io, Nevermind, mica possiamo essere arrivati fin qui per schiattare come topi, no? Topi! Donnie guarda verso la porta. Ha la netta sensazione che siano là fuori, a milioni. Certo che no, io e Nevermind abbiamo ancora una cosa in sospeso, giusto Nev? Non è che a Donnie dispiaccia flirtare con Polly, anzi, ma la barriera virtuale è diventata insormontabile. Sì, digita tra le lacrime, ho un debole per te, Polly. Lo so, Nev. Sono la tua topina. Cazzo! Donnie si spinge all'indietro con un calcio, Stringe le mani sui poggioli della sedia. Topi. Topi. Si alza di colpo e va verso la porta. Lo specchio montato sull’anta aperta dell’armadio riflette l’immagine di uno spettro pallido e curvo. Appoggia l’orecchio alla porta. Silenzio. Prende coraggio e la spalanca. La camera di Polly è un casino. Indumenti dappertutto, appallottolati o buttati alla rinfusa. Mutande e calzini. Residui di spuntini e piatti da lavare. Vuoti di bottiglia, birra perlopiù e qualche coca. Una distesa di poesie abortite, appallottolate sul pavimento. Portacenere stracolmi di cicche. Un assorbente usato chiuso in un fazzoletto e dimenticato dietro una foto di Kurt Cobain. Polly fissa la chat, non i messaggi più recenti ma l’ultimo che ha spedito a Donnie. La tua topina. Forse è stata troppo leziosa. Lui non ha risposto, non è più entrato in chat. Lei siede con la schiena curva e si mangia le unghie. Starnutisce, non ha un fazzoletto e si strizza il naso tra pollice e indice. Sua madre è andata a dormire, ubriaca. Senza pranzare. Si sveglierà fra qualche ora per il turno di notte al Saint Mary Hospital. Nemmeno Polly ha mangiato. Si sente fiacca, prostrata, tediata. La sua pelle è screziata di brufoli e non ha un bel colore, non si guarda mai allo specchio. Pensa sempre a Nevermind. È solo un’idea nella sua testa, lo sa. Non è una persona vera, anche se vorrebbe tanto che lo diventasse. Il tanfo lo colpisce allo stomaco, che si contrae con violenza, avvitandosi su sé stesso. Donnie si piega contro lo stipite, lacerato da conati che sembrano latrati di un cane senza voce. Dalla bocca penzolano fili viscosi di bava acida. Incrocia le braccia, rabbrividisce, si riprende a stento. L’appartamento è buio e deserto. Tutto tace. Si affaccia alla mente il vago ricordo di una madre e due sorelle ma non ne è affatto sicuro. Si adatta al nuovo livello di fetore e calore. Il silenzio è in realtà popolato di suoni, su scala minore. Nell’oscurità si allunga infatti un mormorio cupo analogo a quello di un’officina, uno di quegli antri in cui uomini ombrosi, simili a demoni, battono metallo su metallo e dove sul fondo si apre la bocca di una fornace, pronta a inghiottire qualsiasi cosa. La sagoma di una porta è delineata nell’oscurità da un sottile filo fiammeggiante, là dove il bagliore del fuoco che arde dall’altra parte si insinua tra gli interstizi del legno. Quella è senza dubbio l’ultima porta da attraversare, la fine del percorso, e Donnie vi si dirige con il suo passo sciancato. Ma ci sono tappe intermedie, che non può evitare. Lungo il corridoio si aprono le altre due stanze e il bagno. Nella prima c’è il debole fiocco di luce di una lampada da comodino posata sul pavimento, e la più piccola delle sorelle di Donnie. Kim. La sorella maggiore, Courtney, tenta di rapinare un drugstore insieme al suo ragazzo Dave, nei pressi di Aberdeen, Washington. Il gestore, un nord coreano di centoventidue chili ha un Remington M11 calibro 20 a pompa, sotto il banco, e quello che rimane di Dave è meglio che i suoi genitori non lo vedano, ammesso e non concesso che avessero mai avuto intenzione di farlo. Sbattuta nella stanza degli interrogatori di una anonima stazione di polizia, il naso sanguinante per un ceffone buscato dagli agenti lungo il tragitto, Courtney confessa dopo otto ore di torchio di aver ucciso sua madre Wendy. Sua sorella Kim, se quello che dice è vero, era in buona salute quando lei ha lasciato l’appartamento. «Magari un po’ fatta, ma stava ok.» «E tuo fratello?» la incalza il detective. «Donnie stava chiuso in camera sua» risponde con strafottenza, «con la musica nelle cuffie. Non si è accorto di nulla, prima che io me ne andassi. Poi sarà uscito per la cena, credo, e…» Courtney alza le spalle e prende una sigaretta dal pacchetto che lo sbirro le ha allungato sul tavolo. Nel momento in cui la ragazza si libera la coscienza, il palazzo in cui è cresciuta, in Washington Boulevard 171, è già bruciato. La storia è finita su tutti i notiziari. Di fronte alla piena dei ricordi che scende a valle del suo cervello, Donnie non sente altro, né il calore insopportabile, né la puzza soffocante, né il fumo che si infiltra e striscia sul soffitto, malgrado gli infissi serrati. Avanza tossendo nella camera di sua sorella, accarezzando con lo sguardo le ultime testimonianze di Kim. Orsacchiotti, bamboline, quindici anni e un terrore fobico dell’oscurità. Il suo corpo putrido è rannicchiato nell’angolo più lontano dalla porta. La lampada di foggia antica, comprata in un mercatino, illumina con dolcezza il volto frollo. Le mani, i piedi avvizziti. Il resto del corpo è pietosamente occultato dal pigiama verde pistacchio, con i pinguini stampati a coppie. La siringa è rimasta conficcata tra l’alluce e il secondo dito. Donnie le si inginocchia accanto, non ha il coraggio di toccarla. Non per lo schifo, ma perché ha paura di compromettere la carne già umiliata e offesa. Non è mai stato così lucido. L’ultima stazione prima di sprofondare nella pazzia totale. Quando si affaccia alla porta della cucina nulla lo può più ferire, ormai. Le fiamme all’esterno hanno attaccato l’imposta e illuminano il locale di una luce fosca e oscillante. Wendy è distesa supina sul pavimento, le braccia allargate come in croce. Grossa e putrida. Non ci sono milioni di topi, come Donnie ha sognato più volte. Soltanto uno che pasteggia con la lingua, nella bocca. Donnie non lo caccia, non entra nemmeno nella stanza. Passa oltre, deciso a farla finita. Quando apre la porta d’ingresso, il fuoco irrompe come un animale con le fauci aperte, divora l’ultima riserva d’ossigeno e il corpo smunto. La pelle si squaglia, i capelli friggono. La sua vita viene cauterizzata all'istante. Torna indietro nel corridoio, con la carne che brucia e si stacca a pezzi dalle ossa. Gli occhi scoppiano, ma il corpo conosce la strada. Gli infissi sono corrosi dal fuoco quando sfonda la porta del bagno e si lancia nel vano della finestra. Polly mangia insieme alla madre, in silenzio. La televisione accesa, accanto al microonde. Il notiziario parla dell’incendio in Washington Blvd. Otto morti, compreso un vigile del fuoco. Pare sia stato innescato da un fornello elettrico, nel seminterrato, dove una famiglia di immigrati dell’est Europa, quattordici persone, viveva in una cantina. La notizia scivola addosso alla donna e alla ragazza senza suscitare nessuna reazione emotiva degna del nome. Anche gli ultimi dati sull’innalzamento della temperatura negli oceani non sortiscono in loro maggior interesse. Mildred e Polly mangiano senza entusiasmo una pizza confezionata e dividono una terrina di pattine fritte. «Mi passi il ketchup?» Polly glielo passa. «Anche il sale, per favore.» Polly glielo passa. «Che fai oggi pomeriggio?» «Esco. Vado giù al fiume.» «A fare che?» «Una passeggiata, lungo l’argine.» «Da sola?» «Sì.» Silenzio, sole, polvere che scende senza dare nell’occhio. La ragazza si è già alzata per lavare i piatti quando lo Smartphone segnala l’arrivo di un messaggio. Apre il telefono e la schermata di Whatsapp. I messaggi seguenti si susseguono senza darle il tempo di rispondere. Ho freddo. Topi. Milioni di topi. Vedo i loro occhi. Nel buio. Ho freddo. H frdo. Fdo. Mildred, ancora seduta e concentrata sul proprio telefono, non si accorge di nulla. Polly resta a guardare le ultime lettere, mentre un brivido le taglia la schiena. Prova una forte angoscia per il ragazzo a cui ha pensato tanto spesso negli ultimi tempi, ma non vuole leggerne altre, per nessuna ragione al mondo. Il freddo di cui lamenta Donnie sembra uscire dal display e congelare l’aria intorno. Richiude lo Smartphone con uno scatto secco e lo fa scivolare nell’acqua saponata. Mezz’ora più tardi, quando il tremito e la paura si sono attenuati, si infila il giubbotto e lo zaino a tracolla ed esce nel sole del pomeriggio lasciando il telefono dove sta, nel bidone della spazzatura.
  10. Nowhere Books

    Selezioni Progetto Breaking Book > ANIMA LIQUIDA

    Fino a
    A breve avranno inizio le selezioni dei prossimi 8 autori da inserire all'interno del Progetto Breaking Book per la produzione del terzo romanzo della serie: ANIMA LIQUIDA. Non sai così è un Breaking Book? Qui tutti i dettagli.
  11. Estelwen

    Hope Edizioni

    Nome: Hope Edizioni Generi trattati: La Hope Edizioni è aperta a ogni genere di romanzo, dal rosa con tutte le sue sfumature (erotico, dark romance, bdsm, storico) alla fantascienza, passando per New Adult, Young Adult e thriller e finendo con il fantasy (epico, contemporaneo, ma anche paranormal e urban) e gli M/M. Al momento NON si accettano saggi o poesie né altri tipologie di testi non presenti nella precedente lista. Modalità di invio dei manoscritti: tramite questo form: http://www.hopeedizioni.it/invia-manoscritto/ o via mail all'indirizzo pubblicazioni@hopeedizioni.it Distribuzione: Non specificato Sito: http://www.hopeedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/HopeEdizioni/
  12. dri

    Hypnos Edizioni

    Nome: Hypnos Edizioni Generi trattati: Weird Modalità di invio dei manoscritti: premio Hypnos Distribuzione: DirectBook, internet, librerie affiliate Sito: http://www.edizionihypnos.com/ Facebook:https://it-it.facebook.com/edizioni.hypnos/
  13. bukowsky77

    Nero Press

    Nome: Nero Press Generi: Horror e Gotico, Noir, Giallo, Thriller Modalità di invio Manoscritti: http://neropress.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: http://neropress.it/distribuzione/ Sito web: http://neropress.it/ Facebook: https://www.facebook.com/neropress.edizioni Casa editrice giovane e del tutto free, nasce come marchio editoriale dell'associazione culturale Nero Cafè. Hanno esordito traducendo in italiano l'horror Exilium - L'inferno di Dante di Kim Paffenroth, e in questi giorni esce il nuovo romanzo di Danilo Arona, L'autunno di Montebuio.
  14. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  15. Quando sentì i cinque rintocchi di campana, Anna si sentì percorrere da un brivido perché il momento tanto sognato stava arrivando. Per gli strani equilibri che regolano la mente umana, ebbe un momento di paura, tanto che si stupì di sperare, inconsciamente, di aver fatto male i calcoli e che il furgone portavalori non fosse venuto quel giorno, mandando a monte la rapina. Ma questi pensieri furono spazzati via, appena la ragazza udì un campanello: era quello suonato dagli agenti del furgone portavalori per avvertire l’addetto allo scarico dei sacchi di denaro. Il dipendente della banca aprì il cancello automatico, lasciò entrare il furgone e richiuse un attimo dopo. Il mezzo si accostò alla pensilina e spense il motore. Ne uscirono due agenti sui quarant’anni circa, ai quali venne incontro il bancario. Per Anna era arrivato il momento di agire: aprì il bagagliaio silenziosamente e balzò fuori accucciandosi dietro la macchina con in mano la sua pistola. Dalle movenze sembrava una gattina. Spostandosi coperta dalle auto parcheggiate, si avvicinò ai tre uomini che stavano parlando del più e del meno. Nessuno captò alcun rumore. Anna si rizzò in piedi e facendo due passi lateralmente si posizionò a due metri da loro e, puntando il fucile, intimò con la voce cammuffata dalla calza che comprimeva la bocca: «Fermi tutti! Questa è una rapina!». I tre malcapitati rimasero inizialmente bloccati dalla sorpresa: il fucile puntato contro di loro, il fatto di essere rapinati da una donna e la calza sul viso che ne dava un aspetto un po’ diabolico e un po’ beffardo, creavano una situazione inconsueta che li lasciava interdetti. Stavano per alzare le mani, quando si sentì il rumore di una finestra che si apriva. Istintivamente Anna alzò lo sguardo verso l’alto e una delle guardie, un uomo corpulento, non molto alto, pensò di approfittarne cercando di disarmare la donna. Ma questa, prima che l’agente potesse bloccarla, piegò la pistola verso di lui e premette il grilletto, colpendolo alla gamba destra. L’uomo si accasciò lamentandosi per il dolore. «Avevo detto di non muovervi!». Questo era un aspetto su cui Anna aveva riflettuto nei giorni precedenti la rapina. Sapeva che, come donna, avrebbe corso più rischi rispetto ad un uomo, perché sarebbe stata ritenuta incapace di commettere un simile gesto e il rapinato avrebbe potuto tentare di prendere il sopravvento. Questa idea la faceva andare su tutte le furie. In Italia la mentalità maschilista ed arretrata non riusciva a concepire che le donne fossero capaci, almeno alla pari degli uomini, di ricoprire ruoli di responsabilità nella società, e anche il crimine non faceva eccezione. Pertanto Anna era preparata all’eventualità di essere sottovalutata, nell’attimo in cui si sarebbe presentata davanti ai poliziotti di scorta al furgone portavalori. Come puntualmente avvenne. A provocare il rumore dell’apertura della finestra era stata Francesca, la quale, dopo essersi mascherata accuratamente, iniziò la discesa tramite la fune che aveva assicurato al termosifone del bagno. Arrivata in fondo, corse all’interno dell’ufficio e premette il pulsante di apertura del cancello automatico, che lentamente cominciò a muoversi. Quindi ritornò verso Anna, le si affiancò, ed insieme tennero sotto tiro i tre uomini. Appena il cancello fu aperto, entrò il furgone che Alessandra portò fino a ridosso del portavalori. Dalle porte sul retro scesero due ragazze con i volti cammuffati da collant neri, che altre non erano che le sorelle Alessandrini. Anna si avvicinò alla seconda guardia, con un atteggiamento minaccioso. «Apri gli sportelli. Muoviti!». L’agente, evidentemente impressionato da quel che era capitato al collega, prese le chiavi e aprì gli sportelli posteriori del portavalori. All’interno erano riposti dieci voluminosi sacchi bianchi, pieni di banconote di vario taglio, come Giorgia potè appurare aprendone uno con un taglierino. «Forza. Al lavoro!» disse rivolta alla sorella. Le due ragazze salirono all’interno del furgone e iniziarono a trasferire i sacchi nel Ducato, uno alla volta. Data la pesantezza, per trasportare ogni sacco erano necessarie le braccia di due persone, almeno della forza di Giorgia e Marisa. Nel frattempo Anna e Francesca tenevano d’occhio i prigionieri, in uno stato di altissima tensione. Era fondamentale mantenere la concentrazione per evitare colpi di mano, anche se il ferimento della guardia era un monito efficace che scoraggiava altri tentativi. L’altro poliziotto e il bancario si guardavano bene dal mettere a repentaglio la propria vita e, in cuor loro, speravano che le rapinatrici finissero il lavoro il prima possibile per poi andarsene. Nella cabina del furgone, di tanto in tanto Alessandra guardava nervosamente verso l’interno per verificare a che punto fossero le complici. Finalmente, con non poca fatica, tutti i sacchi furono trasferiti nel furgone bianco, nel quale balzarono anche Giorgia e Marisa. Anna si rivolse allora ai prigionieri: «Sul portavalori. Veloci! E tiratevi dietro anche il vostro amico». «Ma è ferito. Morirà dissanguato se non verrà medicato al più presto» disse il bancario. Anna era sinceramente dispiaciuta di essere stata costretta a sparare. Aveva voluto questa rapina, ma non voleva, se possibile, avere morti sulla coscienza. Doveva però cercare di mantenersi fredda e cinica agli occhi delle vittime, onde evitare di essere presa sottogamba. «Hai la cassetta di pronto soccorso, in ufficio?». «Si. A sinistra, entrando dalla porta». «Sai fare medicazioni?». «Me la cavo. Ho una certa esperienza in questo campo». Anna si sentì più sollevata. Fece un cenno a Francesca che capì al volo e corse in ufficio, ritornandone pochi secondi dopo con la cassetta. «Entrate nel furgone, ora. Lì potrete medicare con calma il vostro amico. Vi chiuderemo dentro a chiave, ma fra poche ore la banca riaprirà i battenti e quindi verranno a liberarvi». Rinchiusi i tre uomini, Alessandra accese il motore del furgone e, con gli sportelli posteriori ancora aperti, si avvicinò lentamente al cancello. Intanto Francesca era tornata nell’ufficio per azionare l’apertura automatica, per poi correre fuori e balzare con un salto atletico nel retro raggiungendo le complici. Con movimenti rapidi, Anna richiuse gli sportelli dall’interno e il furgone uscì dal parcheggio, svoltando a sinistra, in direzione est. Era fatta ormai. Tuttavia le ragazze non si sentivano al sicuro e non si fidavano a levarsi le calze dalla testa. Rimasero così, mascherate e con le armi in pugno, temendo un intoppo che avrebbe mandato in fumo la loro impresa criminosa. Il furgone intanto viaggiava, allontanandosi sempre di più dal luogo della rapina. L’azione era durata non più di mezz’ora, pertanto era ancora buio in quella mattina di aprile, mentre il mezzo procedeva ad andatura regolare verso l’autofficina, luogo designato per lo scarico del bottino. Finalmente, dopo circa quindici minuti, il furgone giunse a destinazione. Davanti al cancello, prima di scendere per aprirlo manualmente, Alessandra si tolse la parrucca e il collant velato che le ricopriva il volto, quindi comunicò alle compagne che il pericolo era ormai cessato. Nel retro del mezzo le rapinatrici emisero sospiri di sollievo e cominciarono a togliere le maschere e i vestiti usati durante il colpo. Erano passate le sei da pochi minuti ed entro le otto e trenta, orario di apertura dell’autofficina, il furgone doveva essere rimesso a posto e il denaro fatto sparire. Una volta all’interno del cortile dell’officina, quindi, le ragazze si rivestirono velocemente indossando jeans e magliette sulle quali, vista l’aria frizzante della mattina, misero dei giubbottini. Poi cominciarono a lavorare alacremente. I dieci sacchi bianchi vennero tagliati uno a uno e liberati delle mazzette di contante. Il denaro fu riposto nel bagagliaio della Yaris di Anna e della Panda di Marisa e ciò che non ci stava fu messo sui sedili posteriori e su quello anteriore a fianco del guidatore; il tutto fu poi ricoperto con degli stracci. Sistemato il malloppo, Alessandra e Anna rimontarono le targhe vere sul furgone e nascosero quelle rubate nella Yaris, insieme ai soldi. Rimaneva ancora mezz’ora prima della riapertura dell’officina e tutto ormai era stato messo in ordine. Nessuno avrebbe potuto trovare tracce riconducibili alla rapina al Credito Commerciale Milanese. A questo punto, le ragazze si divisero: Alessandra e Giorgia andarono regolarmente al lavoro, Francesca si recò alla fermata dell’autobus per tornare a casa, mentre Anna e Marisa, a bordo delle loro vetture cariche di denaro, si avviarono verso Rogoredo dove il bottino sarebbe stato messo al sicuro.
  16. Elbuitre

    Rapina: sostantivo femminile - capitolo 2

    Nei mesi seguenti, le ragazze perfezionarono il piano in ogni dettaglio e si procurarono tutto l’occorrente che sarebbe servito per entrare in azione. Per prima cosa, da una abitazione vicina alla casa dei genitori di Anna, il cui proprietario era all'estero per motivi di lavoro, rubarono una vecchia Volvo. Presso l’autofficina di proprietà del padre di Alessandra, a questa vettura vennero prodotti cinque grossi fori nel cofano posteriore. Poi, alla Volvo e a un vecchio furgone di proprietà dell’officina, vennero sostituite le targhe originali con altre, rubate durante un’effrazione presso una concessionaria. La parte più difficile e costosa fu il reperimento di armi con silenziatore. Le ragazze dovettero affidarsi al mercato nero del cosiddetto “deep web” e ottennero delle pistole con numerose cartucce di proiettili, con le quali fecero un veloce addestramento, giusto per capire come funzionavano. Alla cena di aprile, le aspiranti rapinatrici fecero il riepilogo della situazione e, constatato che disponevano di tutto ciò che serviva, fissarono di entrare in azione il mercoledì successivo. Il pomeriggio di questo giorno, verso le quindici, Alessandra si presentò a Rogoredo, vestita elegantemente. Suonò al campanello di Anna facendosi aprire la porta, poi salì nell’appartamento. La complice era pronta, vestita tutta di nero, dal collo fino alle scarpe. «Sei bella. Il nero ti dona» disse Alessandra appena dentro la porta. Anna accennò appena un sorriso. Era troppo tesa e non aveva molta voglia di parlare. «Andiamo in garage. Forza!» rispose. La Volvo non era più stata toccata dopo i lavori fatti all’officina ed era rimasta parcheggiata nel garage. Anna aprì il bagagliaio che era stato svuotato di qualsiasi oggetto. Lo spazio, già di per sé molto ampio, era stato aumentato abbassando i sedili posteriori. La ragazza prese un collant nero e se lo infilò in testa in modo da distorcere i bei lineamenti e comprimere i ricci castani. Il suo volto ora aveva cambiato completamente i connotati e sarebbe stato irriconoscibile. Indossò, quindi, un paio di guanti neri di pelle. Presa una delle pistole, vi avvitò un silenziatore e mise l’arma all’interno del bagagliaio. Poi, con un movimento rapido, entrò lei stessa sdraiandosi a pancia in giù. «In bocca al lupo, cara. Ci vediamo domani mattina» le disse Alessandra. «Crepi!» rispose l’amica prima che il portellone venisse richiuso. A questo punto Anna era separata dal mondo esterno e lo sarebbe stata per circa quattordici ore. Non avrebbe potuto mangiare nè bere, nè soddisfare i propri bisogni fisiologici. Era un grande sacrificio, ma lei lo sapeva ed era preparata a questo sforzo, pur di raggiungere l’obiettivo che si era prefissata già da molti anni. La determinazione, che di certo non le mancava, era supportata dalla convinzione di essere a un passo dalla meta. I vetri dell’auto erano stati oscurati in modo che non fosse possibile sbirciare dall’esterno. Solo l’aria poteva entrare ed uscire dal bagagliaio attraverso i cinque fori nella carrozzeria. Alessandra indossò anch’essa un paio di guanti di pelle nera, quindi si mise al volante della Volvo e la guidò all’esterno del condominio, iniziando il tragitto che l’avrebbe portata verso Milano-centro. Poco prima dell’incrocio tra via Mecenate e via Dalmazia, accostò in una piazzola e, attenta a non farsi notare da occhi indiscreti, infilò la testa in un collant velatissimo di color neutro che, abbarbicandosi alla pelle, le schiacciò il naso e le piegò gli occhi all’ingiù, come una madonnina addolorata. Sopra la calza sistemò una parrucca bionda: era quella che la madre indossava per nascondere gli effetti della chemioterapia. La ragazza riprese la marcia di avvicinamento verso l’obiettivo: Via Marco Bruto, Viale Forlanini, Viale Corsica, il lungo Corso XXII Marzo e finalmente Corso di Porta Vittoria dove era situato il Credito Commerciale Milanese. Erano circa le sedici, quando la Volvo entrò nel parcheggio. Il pomeriggio cominciava a volgere al termine, mantenendo un tiepido clima primaverile. I raggi del sole non riuscivano più a fare breccia tra gli alti edifici e il piazzale era completamente ombreggiato. Alessandra, arrivata a metà del parcheggio, igranò la retromarcia ed occupò uno spazio libero lungo il muro di cinta, a sinistra del cancello, in modo tale che la parte posteriore dell’auto fosse rivolta verso il muro, ma con uno spazio di circa mezzo metro. Quindi smontò dalla macchina, chiuse manualmente la portiera e lasciò il parcheggio imboccando il marciapiede a destra, non prima di aver dato due colpetti con le nocche delle mani sulla carrozzeria, a mò di saluto e di augurio per Anna. Camminando lungo Corso di Porta Vittoria, incrociò alcune persone che la guardarono di sfuggita senza notare alcunchè di strano; solo se si fossero avvicinate a pochi centimetri, avrebbero potuto notare che il viso della donna era coperto da uno strato leggerissimo di nylon. Ad un tratto Alessandra fu affiancata da una Panda rossa, la macchina delle sorelle Alessandrini. La ragazza vi entrò velocemente e l’auto ripartì. «Tutto a posto, Ale?» domandò Marisa che, al volante, stava fumando nervosamente una sigaretta. «A posto, sì» rispose Alessandra, mentre sicura di non essere notata si toglieva la parrucca e il collant, scoprendo i capelli castani corti e liberando, dalla costrizione del nylon, gli occhi e il naso. Quindi si accese, anche lei, una sigaretta per sciogliere la tensione accumulata, espirando lunghi sbocchi di fumo. «Il primo passo è fatto, Marisa. Adesso basta solo aver pazienza e sperare in bene». Negli stessi frangenti, Francesca stava entrando nella sua vecchia scuola, il liceo “Vittorio Alfieri”, il cui ingresso era in Via Ottorino Respighi, perpendicolare con Corso di Porta Vittoria. Con sé aveva una borsa a tracolla, ed era diretta in biblioteca con la scusa di visionare alcuni libri: lo faceva spesso per i suoi studi universitari, per cui non avrebbe destato nessun sospetto. Anche l’abbigliamento, molto casual, era poco appariscente. Rimase in biblioteca fin quasi all’ora di chiusura, le diciotto, quindi se ne andò, ma invece che prendere la strada per l’uscita, guadagnò la porta del bagno, il vecchio bagno dove andava a fumare insieme ad Anna. Si chiuse dentro e attese. Quando fu sicura di essere rimasta da sola nell’edificio, iniziò a cambiarsi e a vestirsi di nero, in modo simile ad Anna. Estrasse dalla borsa una grossa fune che fissò saldamente al termosifone del bagno, poi si sedette per terra con la schiena appoggiata al muro. Per lei, così come per l’amica nascosta nel bagagliaio della Volvo, mancavano molte ore al momento dell’azione. Ci sarebbe stato tempo per dormire un pochettino, ma entrambe le ragazze avevano i nervi a fior di pelle e l’adrenalina aveva invaso il loro corpo. Le ore passavano lente. Alle venti, come di consueto, il cancello fu chiuso, pertanto nessuno poteva entrare o uscire dal parcheggio. Anna, distesa nell’ampio bagagliaio, di tanto in tanto appoggiava la bocca ai fori della carrozzeria per respirare l’aria fresca della notte. Da lontano sentiva i rintocchi della campana del Duomo che scandivano le varie ore. Francesca, dal canto suo, cercava di memorizzare tutti i passi che, di lì a poco, avrebbe dovuto compiere, ma continuava a guardare nervosamente l’orologio che teneva al polso.
  17. Elbuitre

    Rapina: sostantivo femminile - capitolo 1

    Nella sua casa di Rogoredo, Anna aveva ormai terminato di cucinare quando squillò il campanello. Finalmente pensò. Si tolse il grembiule e andò ad aprire. Sulla soglia apparvero quattro ragazze che avevano dai venti ai venticinque anni, come Anna. «Entrate! disse loro la padrona di casa». Quella sera d’aprile, Anna aveva invitato le amiche per la cena, ma c’era in ballo anche un progetto da realizzare entro pochi giorni. Tutto era nato, molti anni prima, quando Anna frequentava la seconda liceo e, durante la ricreazione, andava a fumare nei bagni della scuola. Guardando dalla finestra poteva osservare la conformazione di un parcheggio sottostante. Esso era incastonato fra il palazzo dove c’era la scuola di Anna e un muro di cinta con un cancello, che veniva chiuso ogni sera alle venti e veniva riaperto solo alle otto della mattina successiva. Durante la giornata il parcheggio era usufruibile da chiunque, ma se qualcuno non avesse ripreso la macchina prima della chiusura del cancello, avrebbe dovuto aspettare la mattina seguente. Il palazzo non era di esclusiva proprietà della scuola, ma i due piani inferiori appartenevano al Credito Commerciale Milanese che utilizzava il parcheggio per lo scarico dei furgoni portavalori, effettuato una volta alla settimana, approfittando proprio delle ore notturne in cui il piazzale era chiuso al pubblico. Guardando dall’alto, fra una boccata di fumo e l’altra, Anna iniziò, per passatempo, a fare considerazioni, a ragionare su ipotesi, ad inventarsi fantasie che, giorno dopo giorno, erano sempre meno fantasie e sempre più possibilità, a patto che ci fossero la volontà e le condizioni indispensabili per attuarle. La ragazza cercò di immaginarsi come si dovesse svolgere l’attività giornaliera della banca, praticamente minuto per minuto, e ragionò quasi per gioco come potrebbe muoversi un rapinatore per svaligiare la suddetta banca. Ben presto si accorse che questa fantasia stava diventando un desiderio, talmente eccitante, che non seppe resistere alla tentazione di accennare la cosa a Francesca, la sua migliore amica e compagna di sigaretta al bagno. Dapprima come battute da “cazzeggio” le due ragazze parlavano e ridevano dell’argomento ma, senza rendersene conto, i pensieri diventavano sempre più elaborati e il piano dell’ipotetico rapinatore si affinava grazie anche all’apporto di Francesca che consigliava, correggeva o supportava l’idea iniziale di Anna. Ad un certo punto le studentesse si convinsero che il piano da loro elaborato avrebbe avuto buone possibilità di riuscita e che fosse superflua la presenza di un rapinatore perché… sarebbero bastate loro stesse ad attuarlo, avendo la volontà e le capacità di mettere in pratica il progetto. Restavano in sospeso solo le condizioni indispensabili per la riuscita, in altre parole l’equipaggiamento e l’organizzazione di un team. Qualche anno dopo Anna e Francesca conclusero il liceo e diedero un arrivederci al piazzale, sicure che prima o poi sarebbero tornate. Dalle informazioni che nel frattempo erano riuscite a raccogliere, seppero che un furgone portavalori entrava nel parcheggio una volta alla settimana, il giovedì, alle cinque del mattino, e scaricava il contante proveniente dalle filiali della banca. Secondo il piano che avevano studiato, sarebbero state necessarie per la rapina cinque persone, comprendendo l’autista. Questo fu il primo problema da risolvere: dove cercare i complici? E come si sarebbe potuto domandare a qualcuno di partecipare ad una rapina? Sarebbero state considerate delle pazze o, peggio, avrebbero rischiato una denuncia alla polizia. L’occasione, quasi insperata, capitò nell’autunno di qualche anno dopo. Anna stava frequentando un corso di ginnastica aerobica in palestra, grazie al quale conobbe Giorgia, una ragazza robusta dal carattere deciso, con la quale, dopo la doccia negli spogliatoi, era solita concludere la giornata nel vicino bar. Una sera, il discorso cadde casualmente su un fatto accaduto il giorno prima sull’autostrada, un assalto ad un furgone portavalori compiuto da uomini armati. «Che figata!» se ne uscì Giorgia. «Che cosa?» domandò Anna. «La rapina! Si sono portati via quasi due milioni senza sparare un colpo». «E sei contenta?». «Dovrei piangere secondo te? Con tutti i soldi che spariscono per tangenti in Italia? Hanno fatto bene quelli lì». «Perché, se ti capitasse l’occasione lo faresti anche tu?». «Magari!». Anna decise di prendere il coraggio a quattro mani. «Io ho un piano che potrebbe funzionare» e ad una allibita Giorgia spiegò il progetto che aveva affinato insieme a Francesca. Al termine della sua esposizione le venne il dubbio di aver fatto una sciocchezza a parlarne con l’amica che la stava guardando in silenzio. Finchè questa socchiuse gli occhi per pensare e dopo un attimo di riflessione disse: «Uhm… sei un genio. Davvero! Dici che servono altre due persone vero? E se fossero altre due ragazze?». Anna sospirò di sollievo per il superamento della prova. «Due ragazze? Beh, perché no? Pensandoci… sarebbe meglio. Forse degli uomini, che tra l’altro non conosceremmo bene, cercherebbero di soggiogarci. E poi, chi l’ha detto che delle donne non possano portare a termine un piano simile? L’importante è che riusciamo a fare squadra». «Sono d’accordo con te. E ho già in mente i membri della banda che fanno al caso nostro». Il pensiero di Giorgia correva innanzitutto verso la sorella Marisa, che ebbe qualche ritrosia iniziale dovuta in principal modo al proprio carattere schivo; ma l’ascendente di Giorgia era troppo forte per potervisi sottrarre. La quinta donna, invece, sarebbe stata Alessandra, assistente di Giorgia in ufficio. La sua situazione era delicata perchè la madre stava combattendo una difficile battaglia contro il cancro che, per essere vinta, aveva bisogno dell’apporto di cure molto costose. Alessandra non rifiutò un’offerta così allettante e accantonò ogni scrupolo morale.
  18. Ospite

    Ti faranno del male - Andrea Ferrari

    Ti faranno del male – Andrea Ferrari. Titolo: Ti faranno del male Autore: Andrea Ferrari Casa editrice: Edizioni Leucotea (Leucotea Project) ISBN-10: 8899067767 ISBN-13: 978-8899067762 Data di pubblicazione: 20/04/2017 Prezzo (cartaceo): 12.90 euro, scontato su alcuni siti. Prossimamente anche l' e-book. Genere: Narrativa, Biografico, Noir Pagine: 102 Quarta di copertina: Andrea vive in un appartamento protetto del servizio di salute mentale. Vi trascorre le giornate quando non lavora come magazziniere o riflette sulla sua condizione vagando per la città. Ormai le donne sono per lui una chimera, non coltiva amicizie e ha una condizione economica precaria. L'uomo è rinchiuso in se stesso e affranto; neanche la pubblicazione del suo primo romanzo gli dona speranza. Dopo essersi ritrovato, suo malgrado, a vivere in tre diversi ospedali psichiatrici, l'arrivo di Carolina cambierà la sua vita. Questa ragazza dalle vedute antisemite e dai comportamenti particolari lo condurrà verso situazioni difficili da affrontare. Un romanzo che esaspera la naturale condizione dell'uomo: perché se tutto può andare per il verso sbagliato, quasi sicuramente lo farà. L'opera, seppur inventata, tratta in alcuni casi situazioni ed emozioni vissute in prima persona dall'autore. Per l'acquisto: Il romanzo sarà a breve (una settimana circa dopo la pubblicazione) disponibile in tutte le librerie. Le più veloci a farlo arrivare in caso di prenotazione, saranno Le Feltrinelli. Altrimenti è disponibile ai seguenti link: Amazon IBS Link utili: Edizioni Leucotea - Pagina del libro Pagina Facebook dell'autore Sito dell'autore Comunicato stampa
  19. LupoNero

    Sangue e Paglia

    Buonasera 😊 Volevo condividere con voi questo frammento: si tratta di una scena di grande tensione ambientata in una masseria. I protagonisti si accorgono che in mezzo ai braccianti vi sono alcuni banditi che li vogliono morti. buona lettura! Uscirono dalla sala da pranzo, percorrendo ad ampi passi il porticato della barchessa verso il corpo centrale della masseria: Richard non si sentiva tranquillo, passo dopo passo aveva sempre la sensazione di essere osservato, come se quegli uomini li seguissero con lo sguardo. Svoltarono a sinistra, nella direzione del fienile, facendo per prendere la scalinata per gli alloggi dei viaggiatori. «Ma si può sapere cosa ti è preso?» Si erano allontanati a sufficienza, ora Yarrick doveva dirgli cosa era successo poco prima. «Il mosto...» disse il vecchio, guardandosi intorno con aria circospetta «Era avvelenato». I tre viaggiatori si guardarono tutti egualmente basiti da quella rivelazione. «Volevano rapirvi, quelli non sono i miei uomini...»mormorò Yarrick, sforzandosi di trovare il filo da cui iniziare un discorso sensato «Se vi avessi avvisato ci avrebbero ammazzato...» Rick, con la coda dell’occhio, notò una sagoma che si muoveva verso la porta alle loro spalle, dietro i covoni di grano. «Fermatelo!» Yarrick fece appena in tempo ad urlare che Rick già si era precipitato addosso all’uomo, ruzzolando a terra insieme a lui. Gli tappò la bocca con le mani per evitare che urlasse, schiacciandole con tutta la sua forza. Il Gheppio e Peter si guardarono, come non sapessero cosa fare. «Cazzo state lì impalatati porca troia aiutatemi!» L’uomo, un ragazzo grosso e forzuto sulla ventina, morse con violenza le dita di Rick, che d’istinto mollò la presa. Cazzo. Il bracciante ne approfittò e lo buttò a terra con entrambe le mani, cercando di rialzarsi per scappare: senza pensare Rick afferrò il primo arnese che trovò, una roncola, e si scagliò contro di lui. Quello fece malapena in tempo ad alzarsi che la lama ricurva gli arrivò addosso: il colpo, diretto al cranio, era finito giusto a metà tra scapola e collo, affondando nelle membra come fossero legno giovane. L’uomo ricadde in ginocchio, tremante e sotto shock per via del dolore, e Rick non perse tempo: scattò in piedi come un gatto, estraendo la roncola ed assestando un secondo colpo nello stesso punto già sanguinante, spaccando l’osso come fosse un ramo da recidere. Tutt’intorno volarono schizzi di sangue e stracci di carne, e come un vecchio albero l’uomo stramazzò al suolo, supino fra la polvere e la paglia. Rick tolse l’arma, gettandola in mezzo al covone di fieno: i tre uomini lo guardavano allibiti, forse stupiti da quel rapidissimo impeto di efficiente violenza. Restò immobile a fissarli, per un lungo istante, in silenzio, mentre ai loro piedi si univano gorgoglii e gemiti soffocati nella trachea recisa: poteva sentire il sangue sgorgare dalla testa dell’uomo per poi inondare i suoi stivali. I suoni che emetteva il corpo morente erano però fastidiosi, sospetti, e Rick gli posò il piede sul collo, schiacciandolo perché non passasse aria e non facesse rumore: il silenzio tornò quando sentì il pomo del collo spaccarsi sotto il suo piede. Yarrick scosse il capo, e si gettò sul corpo dell’uomo, strascinandolo verso il fieno. «Correte in camera! Presto!»
  20. Presentazione del libro "Fermo! Che la scimmia spara" 29 novembre 2018 Giovedì 29 novembre 2018, ore 19:30, David Cintolesi presenterà il suo libro di esordio "Fermo! Che la scimmia spara" presso il Caffè degli Artigiani in Piazza della Passera, Firenze. L'autore ne parlerà insieme al docente di Letteratura italiana Maurizio Novigno. Sarà presente anche la casa editrice, Porto Seguro Editore. Qui, l'evento su FirenzeToday http://www.firenzetoday.it/eventi/presentazione-libro-fermo-scimmia-david-cintolesi-29-novembre-2018.html?fbclid=IwAR3HdGbJWlbZUg6GpJty73MrDzSvzUIV3YEDQnCTkGVPHQFaEB2ZPFolOeo
  21. Writer's Dream Staff

    Fratelli Frilli

    Nome: Fratelli Frilli Genere: Attualità ed economia, Letteratura bambini e ragazzi, Narrativa, Noir, Storico, Saggistica, Sport, Teatro, Medicina, Umorismo Invio Manoscritti: mediante email (info@frillieditori.com) come specificato in home page (lato destro) Distribuzione: http://www.frillieditori.com/index.php?option=com_content&view=article&id=88:distributori&catid=42:distributori&Itemid=69 Sito: http://www.frillieditori.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/fratelli.f.editori/
  22. Luca De le Selve

    La Coda della Volpe - Prologo - Parte 1/5

    “Signori e signore passeggeri, buonasera. È il vostro Comandante che vi parla, a breve inizieremo le procedure di atterraggio, siete pregati di rimanere seduti con le cinture allacciate fino...” Era ora cazzo. Sotto di me, l’Aeroporto Internazionale di Hong Kong ,accovacciato sulla sua bella isola artificiale. Ad accogliermi, enormi ologrammi pubblicitari svettano nel cielo, alti come palazzi. Le immagini di incantevoli hostess cinesi si alternano a pubblicità dell’ultimissimo modello di Tesla a guida autonoma e residence extralusso immersi nel verde come quello che mi sta aspettando. Dopo dieci ore di volo, non chiedo altro. Il mio vicino ha assunto un sonnifero poco prima del decollo, dorme ancora della grossa. Mi concedo una toccatina veloce, il mio contatto, Jie, mi ha promesso un’accoglienza di prima qualità al mio arrivo. Già mi si ingrossa nei pantaloni, basta il pensiero. La salivazione aumenta ed io sento il suo sapore in bocca. Io e Jie non ci siamo mai incontrati di persona ma avverto una certa affinità in gusti e appetiti. Mi garantisce che ad attendermi ci sarà la merce più fresca, che non avrà più di quattordici anni e, soprattutto, vergine. Dal canto mio spero solo che non sia una di quelle thailandesi dall’ imene rattoppato e ricucito, roba di seconda mano disponibile in qualsiasi mercato del sesso del mondo, o, peggio ancora, una di quelle bambole di silicone, mere simulazioni di adolescenza, pezzi di plastica in cui infilare il cazzo che vanno tanto in Russia di questi tempi. Io sono un professionista, e mi aspetto solo merce di prima qualità. “Le procedure di atterraggio sono state completate, vi preghiamo di restare seduti e di mantenere le cinture di sicurezza allacciate, la temperatura esterna è di diciannove gradi centigradi e troviamo ad accoglierci un cielo sereno. Ci auguriamo che la vostra esperienza a bordo abbia soddisfatto le vostre aspettative. Vi ringraziamo per aver scelto la Cathay Pacific Airline e vi auguriamo un meraviglioso soggiorno ad Hong Kong City, Il Porto Profumato.” Mi distendo e riattivo la luminosità dei Blackshades, sono certo che sarà un’ottima permanenza.
  23. LupoNero

    Stralcio del primo capitolo

    Ciao a tutti! Ero curioso di condividere con voi le prime righe del mio libro, giusto per capire se suscitassero la giusta curiosità E suonassero bene. L’ ambientazione è pseudo storica, non immaginatevi un fantasy classico pieno di orchi, elfi e magia. Buona lettura. Su ciò che sia un cavaliere si è discusso ampiamente: taluni credono che si tratti di uomini devoti a principi ormai desueti e polverosi, mentre altri diffondono l’idea che non vi sia onore al di fuori della vita cavalleresca. Sir Richard la pensava diversamente. Erano settimane che arrancava verso Ristoro del Guerriero e, finalmente, era in vista del piccolo borgo. Il suo cavallo lo guardava perplesso e Rick non poteva dargli torto: tutta quella strada, tutti quei giorni in nave per giungere, infine, ad un semplice, per quanto grazioso, villaggio. Quattro case, alcuni edifici leggermente più grandi, ammassati con grande pragmatismo sulle sponde nord orientali del Lago dei Fiori: era da lì che si perdevano le tracce di Sir Lawrence. Appena la chiatta si fermò Richard ebbe i brividi: il profumo del muschio umido, l’odore di legno, l’aria satura degli aromi vivi dei boschi. Finalmente terra.
  24. Alessandroperbellini

    Storia di un uomo senza memoria

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/37782-la-prima-cosa/ È la prima volta che faccio leggere qualcosa a qualcuno, di solito scrivo per me stesso. Accetto qualsiasi consiglio che mi possa aiutare ad imparare a scrivere meglio. Buona lettura! Luci, come lampi, mi scorrono davanti agli occhi. Li apro. Inspiro. Ho il corpo ricoperto da un lenzuolo leggero e mi sento tranquillo. Ho la pelle d’oca, dell’aria fredda sta entrando da qualche fessura probabilmente. Mi chiamo Cesare Turani, ho 26 anni, e sto guardando un bianco soffitto. Mi sento come quando nel dormiveglia non riesci a ricordarti che giorno sia o che cosa hai in programma per il giorno a venire. Io però mi sento perfettamente sveglio. Mi sollevo e lo stomaco mi si attorciglia per un attimo quando vedo questo grosso armadio-specchio di legno, in stile, davanti ad una parete bianca come il soffitto che stavo osservando poco fa. Mi chiamo Cesare Turani e non sono nella mia stanza, oppure, non riconosco la mia stanza. No, non lo è perché non acquisterei mai un mobile in stile ma... ma cosa? Cosa ci dovrebbe essere nella mia stanza? Non ricordo e il mio respiro si fa rapido. Cesare, 26 anni, non so dove sono e non so dove dovrei essere. Mi pizzico nervosamente il fianco, non mi pare di sognare ma provo a svegliarmi comunque. Dev’esser stata davvero una serata intensa quella precedente, ho un black out totale e non mi è mai successo prima d’ora. Mi metto in piedi, mi sento solido sulle mie gambe. Mi avvicino allo specchio dell’armadio, la testa non gira e guardo la mia espressione seria, i miei occhi verdi un po’ più sbarrati del solito e le mie labbra contratte. Ho un viso riposato, un’andatura stabile e la mente lucida. Non è possibile che io abbia bevuto e non credo nemmeno di essermi drogato, penso di non averlo mai fatto fino ad ora. Il mio respiro si fa di nuovo veloce, esploro la stanza, i miei piedi affondano in una soffice moquette, i miei occhi riconoscono una stanza d’albergo. Il mio stomaco è contratto ma l’intestino in subbuglio. Corro verso il bagno. Mi chiamo Cesare, ho 26 anni e quando mi agito cago, è un’altra delle poche certezze che ho questa mattina. Fare qualcosa che usualmente faccio mi rassicura, mi calma un po’. Significa che esisto, ho delle abitudini e dei ricordi che per ora sono rintanati chissà dove. Magari ho un tumore al cervello che mi causa un’amnesia retrograda! Spiegherebbe tutto! Non che questo mi conforti, anzi, mi fa venire il batticuore. Ma aspetta.. come faccio sapere che potrebbe essere amnesia retrograda? Sono un medico forse? Un infermiere? Oppure mi sono causalmente imbattuto nel termine amnesia retrograda su internet in chissà quale occasione? Comincio ad essere inquieto, infilo una tuta grigia forse mia che trovo sul bordo del letto e prendo un improbabile maglione viola dall’appendiabiti vicino al bagno ed esco richiudendo la porta dietro di me. Non c’è nessuna chiave, percorro a passo svelto un corridoio buio poco illuminato. Anche qui pareti bianche e moquette, sicuramente non sono in un hotel di lusso, non che me ne importi molto sinceramente. Scendo lungo delle scale alla mia destra. Uno, due, tre, quattro rampe. Finalmente trovo quella che dovrebbe essere la reception. C’è ancora poca luce, deve essere mattina, anche qui è tutto dipinto di bianco, c’è una colonna portante bianca al centro della hall, un bancone grigio e una porta scura che non lascia intravedere l’ambiente esterno, qualche divanetto di pelle usurato qua e là. Le tende sono tirate e non posso vedere fuori, alla reception non c’è nessuno. Mi pizzico nervosamente il fianco per l’ennesima volta e faccio trillare il campanello sul bancone. Comincio a sudare nell’attesa. Tre trilli dopo, quando ormai sono completamente bagnato sulla fronte e le guance, una signora bionda alta si avvicina dal retro. Ha la faccia assonnata, mi pare, e mi guarda con sufficienza mentre s’incammina verso di me. Provo a sorridere dissimulando il mio disagio e le chiedo se mi potrebbe gentilmente dire quando sono arrivato e con chi. Con orrore la sento rispondere in inglese, dice di non capire. Mi chiamo Cesare, ho 26 anni e credevo di essere in Italia. Cerco di ricompormi, adesso anche la signora mi fissa preoccupata, l’ho guardata come se fosse un fantasma che mi è comparso all’improvviso davanti. Formulo la domanda in inglese. Adesso è lei che sembra non capire, magari crede che il mio sia uno scherzo, dice che sono arrivato questa mattina, da solo, all’incirca 8 ore fa. Mi scusi, le chiedo, mi potrebbe dire che ore sono? Ora mi guarda come se fossi un pazzo, e probabilmente lo sono. Continuo a pizzicarmi un fianco, respiro male, sto pezzando il maglione di sudore. Mi dice che sono le 3. Di pomeriggio. E come mai sembra che sia ancora buio, bisbiglio. “Ma in questo periodo è sempre buio qui, è sicuro di stare bene signore?” È sempre buio in questo periodo. Un dubbio atroce mi assale. Rapidamente mi avvio verso la porta d’ingresso, senza rispondere alla signora che non sa se corrermi dietro o chiamare aiuto. Esco fuori, cerco un cartello, un’indicazione qualsiasi. Il cuore mio batte sempre più forte, rimbomba nelle orecchie ora. Non ho gli occhiali e non riesco a leggere e quindi mi avvicino a quello che sembra un manifesto di un qualche partito locale. Pare norvegese! Vicino al circolo polare artico la notte dura sei mesi l’anno. Mi chiamo Cesare, ho 26 anni e mi trovo in Norvegia. Le gambe cominciano a farsi pesanti, la vista offuscata. Mi guardo attorno. Sento il mio viso che pericolosamente si avvicina all’asfalto. Buio.
  25. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
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