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Trovato 477 risultati

  1. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  2. Kikki

    Biblioteca dei leoni editrice

    Nome: Biblioteca dei leoni editrice Generi trattati: http://www.bibliotecadeileoni.com/chi-siamo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.bibliotecadeileoni.com/nuovi-talenti/ Distribuzione: http://www.bibliotecadeileoni.com/contatti/ Sito: http://www.bibliotecadeileoni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bibliotecadeileoni/
  3. stefia

    Il Soldato

    Commento La guerra, per qualche ora, si è dimenticata di me e così, seduto sulla sabbia, osservo il cielo separarsi via via più nettamente dalla massa oscura del mare. Ai miei piedi il grosso fucile sembra un innocuo giocattolo, ma in realtà è mortale e pesante, gravato com'è da tutte le anime che insieme, nel tempo, abbiamo rubato. Certi giorni riesco a sollevarlo a malapena, ma l’ombra impietosa che mi oscura l’anima mi spinge a non arrendermi: dopotutto, se posso assistere a un’altra alba radiosa è solo grazie all’assenza di luce che ho dentro di me.
  4. Nightafter

    Tu lo amavi

    Tratto da : One Stupid Song - ( Una stupida canzone ) Quando morirò, io vorrei morire soltanto in inverno Quando è tutto calmo e tutto fermo Quando cade la neve, quando fa tanto freddo e la gente resta chiusa in casa a fare niente. Quando morirò, quando morirò dimmi come farai tu mio grande amore, quando resterai sola col tuo cuore. Quando cadrà la neve, quando farà freddo e nel cuore non ti resterà più niente. Stupido, amato bastado, che scrivevi profezie a tempo di bossa nova. Tu lo amavi Stavo seduto al pavimento, la schiena alla parete in fronte alla classe, nel corridoio del secondo piano. Avevo libri legati con la cinghia elastica e la mia sacca etnica posati accanto. Fumavo e attendevo le otto e mezza per entrare a lezione: avevo due ore di Ornato quel mattino. Dal finestrone in angolo si vedeva la guglia del campanile di San Carlo Borromeo: una delle due chiese barocche affacciate sulla vicina piazza San Carlo. Nembi fitti, intinti nel piombo, riempivano la porzione di cielo più in alto. I compagni giungevano alla spicciolata: le facce assonnate, l'aria un po' inebetita di chi aveva fatto colazione con una canna già a quell'ora. Alcuni entravano subito in classe, altri si attardavano a fumare l'ultima sigaretta e spartirsi il cazzeggio mattutino prima della campanella. Io mi stringevo nelle braccia, sentivo freddo a dispetto dello spesso norvegese che indossavo: erano mesi che il freddo mi accompagnava ovunque. La notte dormivo male, facevo sogni strambi, il giorno la pressione bassa mi rincoglioniva: scintille bianche danzavano nel buio, quando serravo gli occhi. Quella mattina girava peggio del solito. Non avevo testa per disegnare: mi sarei intanato in qualche bar della via Po, a stendere i pensieri sotto un tavolino al profumo di caffè, a guardare cornetti fragranti, scomparire nella schiuma dei cappuccini. Arrivò Marika: amica e più gnocca della classe. Mi salutò con un sorriso morbido, come il casco biondo di capelli che le riempivano il cappuccio dell'Eskimo. Posò la sacca dei libri e sedette al mio fianco. La mini scamosciata viola le salì all'inguine lungo le cosce tornite: portava spessi collant coprenti in tinta, che sviavano l'attenzione dall'assenza di biancheria intima. Aveva modi disinvolti da apparire priva di pudore: lei se ne fregava. Non si faceva problema a esporre la merce, come se il corpo fosse cosa distaccata e la bellezza un satellite marginale e molesto. Si sapeva che quella mercanzia era possesso esclusivo di Massimo, il suo ragazzo di terza, un marcantonio grande e grosso quanto un orso bruno, duro e integro come un cristallo di Rocca Mi domandò una sigaretta: le porsi il pacchetto e d'accendere. - Come ti va? - Chiese. - Non bene, grazie. Anzi, a dirla tutta, proprio di merda. - Risposi. Mi sorrise. Ricambiai il sorriso. Tirò una boccata profonda, poi fissando il cielo livido, oltre la finestra: - E' per Giulio? - Disse. - Lo so, ti manca. - La campanella trillò nel corridoio: i ragazzi radunarono le loro cose e si trascinarono, indolenti, verso l'ingresso dell'aula. Marika drizzò le lunghe gambe e piroettò su di sé per sgranchirle, poi senza guardarmi, aggiunse: - Tu lo amavi. Ti manca per questo. Perché hai perduto un amore. - Lo disse a bassa voce, come fosse in pensiero fra sé, nel congedarsi mi lasciò una carezza sul capo, delicata e fraterna. “Tu lo amavi.” Aveva detto. Tre parole, quasi il riverbero di un pensiero, una persuasione distratta di disarmante banalità. Così semplice da formulare: un indicativo imperfetto nella declinazione di un verbo. Ma io non l'avevo mai detto. Indicava qualcosa nel passato, quando il tempo apparteneva alle nostre mani e tutto era ancora possibile. Ora il tempo era finito. Era ricordo dietro noi. Solo il rimpianto per il non detto. Le lacrime che non sapevo di possedere, come un ospite non invitato, esplosero. Irrefernabili, scroscianti come pioggia che spazza la polvere nelle starde dell'estare. Pure e infantili, disperate come nel bimbo dimenticato dalla madre all'uscita della scuola. Nulla aveva importanza di quell'attimo di dolore a lungo trattenuto: abbracciato alle ginocchia, con la testa affondata nei sighiozzi, indifferente al luogo, alle espressioni attonite dei compagni, ai commenti divertiti di chi non poteva sapere. “Tu lo amavi.” Aveva detto. Una pietra era stata scalzata dalla base di un effimero equilibrio e un muro, edificato a secco nell'arco di mesi, franò al suolo in un attimo, senza apparente rumore. Si era formata una crosta dura in me: sangue rappreso, un grumo pietrificato di dolore. Era divenuta cruda, solida, essiccata nel fondo dell’anima, ma bruciava ancora a ogni respiro, come al il riaprirsi di una ferita. Quanto male possiamo affrontare nella nostra vita? Cosa accade se esauriamo in una sola volta la nostra intera porzione? Diveniamo aridi e inerti come rami secchi. Così, in quella stagione ostile per l'anima, mi ero chiuso in un torpore anestetico, simile a un vegetale nella stagione fredda: vivendo senza apparenza di esistere. Non comprendi mai il reale valore del sole. E' così naturale la sua esistenza che, abituato alla luce, ne dimentichi la necessità vitale. Quando si spegne, cammini al buio e non sai farlo. Invidi la fortuna dei ciechi e la loro intimità con la notte. Se le stelle muoino generano buchi neri, voragini che ingoiano galassie: universi si dissolvono nel silenzio. Il mondo per me aveva smesso i colori: guardavo i miei giorni aprirsi alla nausea del primo caffè, per chiudersi la notte nel buco sedato di un sonno chimico. In quel malessere cupo, avevo messo in fila, come birilli mesti o soldatini ordinati e tristi, i miei giorni di lutto. Giulio se ne era andato senza un saluto una sera di gennaio. Senza un preavviso, un segno, lasciandomi in questo mondo freddo come una landa boreale. Se ne era andato da solo, come sempre era vissuto, autonomo e bastante a sé stesso, in una soffitta non riscaldata, con la neve che stendeva una coperta di candore sulle tegole sconnesse del tetto. Andando si era portato poche cose: il nostro sogno dell'India, la nostra musica, le illusioni di futuro e l'ultima stagione diella nostra giovinezza. Ero suo fratello. Un fratello non biologico, ma forse per questo maggiormente vicino. Ora ero risentito con lui, insofferente del mondo, rancoroso con un Dio disinteressato e lontano. Gli uomini sono stupidi: inventano parole per definire sentimenti profondi, poi le coprono di tabù, per timore di usarle. Amore: quanti significati diamo a questo termine? Ci sono persone intime e care, alle quali ci lega un profondo e indissolubile sentimento d’amore, ma non osiamo chiamarle con questo nome. Mio madre, mio padre, mia mia sorella, certamente li amavo, eppure non li avevo mai chiamati amore, ricorrevo per loro a parole più neutre e timide. Perché la parola amore restava quasi univocamente confinata a ciò che legava una coppia di amanti. Ma un sentimento tra due uomini, forse più intenso di quello fraterno, non lo si può definire con questo nome, perché apparirebbe ambiguo, anche se non ne troveremmo uno di più adatto a significare ciò che sentiamo. I maschi non possono chiamare ciò che sentono l'uno per l'altro con questa parola, senza temere d’apparire deboli, ridicoli, o finocchi. Ora mi era chiaro il senso del vuoto che mi seguiva ovunque: era lo spazio che lascia un amore perduto. Il docente di Ornato era giunto al piano, iniziava l’ora di lezione. Vedendomi gettato come uno straccio bagnato in quell’angolo, si accostò e mi toccò la spalla: si informò con premura se mi sentissi male, se mi necessitasse qualcosa o ci fosse un qualche serio problema in famiglia. Alzai la testa e la scossi per rassicuralo. Tutto andava bene, non mi occorreva nulla, e in parte dicevo il vero. Lo ringraziai e dissi che avevo bisogno di restare lì ancora un poco da solo: sarei entrato a lezione all’ora successiva. Mi strinse con un gesto gentile la mano sulla spalla, a significare che aveva compreso. Si voltò a guardarmi un attimo dalla soglia della porta, poi la varcò serrandola alle spalle. Giulio aveva lasciato i versi di una sua canzone: lui impazziva per Jobim, Vinícius de Moraes e João Gilberto. Sembrava solo una stupida canzone, era invece una profezia scritta a ritmo di bossa nova. Se ne era andato fregandosene, senza un pretesto, un motivo apparente. Io ero rimasto, senza riuscire a lascialo andare.
  5. dfense

    Fuorilinea Editore

    Nome: Fuorilinea Editore Generi trattati: http://lnx.fuorilinea.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: non specificata Distribuzione: non specificata Sito: http://lnx.fuorilinea.it/ Facebook: https://www.facebook.com/fuorilineaeditore/
  6. mina99

    Scusami, non so cosa dire

    Commento Sara lo fa più per ripicca che per reale intenzione. Non vorrebbe uccidersi, ma deve. Giorgio l’ha tradita. Dopo quattro anni di relazione – da quando avevano cioè sedici anni – Giorgio l’ha tradita. E gliel’ha detto pure su Whatsapp. “Sara, vado a letto con un altra. Da tre mesi ormai.” A parte che si era dimenticato l’apostrofo, la cosa che più l’infastidisce è che non si era preso la briga neanche di lasciarla dal vivo, o per videochiamata. Esiste Skype, ad esempio, o anche solo le videochiamate di Whatsapp stesso... Ma no. Un semplice messaggio. Va be’. Perciò ora Sara è in soggiorno, di fronte alla porta d’ingresso, in piedi su una sedia, la testa infilata in un cappio che pende da un’asse del soffitto. La porta non è chiusa a chiave. Sara ha pregato Giorgio di venire a trovarla, così che quando arriverà la troverà già morta. Si è vestita elegante per l’occasione. Indossa un lungo vestito rosso, il preferito di Giorgio, con gli orli di pizzo. I capelli corvini sono raccolti in una treccia alla francese. È truccata con rossetto rosso fuoco, mascara e matita nera, rovinata quasi subito dalle lacrime. Sotto il vestito indossa un semplice reggiseno bianco e un perizoma nero. Ai piedi porta Converse alte, bianche con un motivo a cuori. Si è dimenticata di allacciarsi le stringhe, e notarlo ora la innervosisce. Non vuole tirare fuori la testa dal cappio. Chiude gli occhi e si prepara al salto, ma si perde nei ricordi. Lei e Giorgio si erano conosciuti attraverso amici di amici, a scuola. Alcuni compagni di classe di Giorgio, con cui lui aveva legato particolarmente, facevano parte di una compagnia che comprendeva anche altra gente nella scuola, tra cui Sara stessa. Fu così che iniziarono a passare gli intervalli assieme. La prima volta che si rivolsero la parola fu per sparlare di una professoressa che avevano in comune, la professoressa Monti di matematica. Giorgio aveva fatto una battuta sulla sua calvizie, e Sara aveva riso. Un mese e mezzo dopo si davano il primo bacio, semplice, ingenuo e inesperto, naso schiacciato contro naso e labbra che si sfiorano a malapena. Erano al parco, in mezzo a bambini urlanti e vecchietti arrancanti con granite in mano. Nei giorni successivi uscirono ripetutamente nello stesso parco, a passeggiare, baciarsi, parlare e innamorarsi. Non tardò molto che Giorgio le rivelò della depressione che lo affliggeva da quando aveva memoria, sguardo basso e mano destra che sfregava nervosamente sulla manica sinistra. Ma Sara lo abbracciò. Lo abbracciò... E lui scoprì cos’era il calore. Quattro anni passarono in fretta, tra risate, baci, passeggiate, sushi, sesso, cinema, rivelazioni, crisi, liti, pianti, urla, abbracci, ancora baci, ancora sesso. Il mostro non voleva lasciare in pace Giorgio, da quando apriva gli occhi il mattino a quando li chiudeva la sera. Sara lo amava e lo faceva stare bene, ma non era... abbastanza. Lui non riusciva a parlarle. All’inizio le aveva detto tutto, tutto su di lui e quello che sapeva e non sapeva, ma poi aveva capito che erano troppo diversi, che non c’era nulla che valesse ancora la pena dire, eppure continuava a sentire il bisogno di aprirsi e vomitare fiumi di parole. Andò avanti così per un po’, finché Giorgio non conobbe Sonya. Era nella biblioteca universitaria, vagando tra gli scaffali in cerca di qualcosa con cui passare il tempo, quando si imbatté in un trattato di entomologia. Allungò la mano per afferrarlo, ma invece che la superficie ruvida e fredda della copertina incontrò quella morbida e calda di una mano con le unghie smaltate di blu. Sussultò, e altrettanto fece Sonya. «S-scusa, non volevo, prendilo tu...» Sonya scosse la testa e sorrise. «No, l’hai visto prima tu, è giusto che lo prenda tu». Giorgio abbassò lo sguardo e incontrò quello del seno della ragazza. «Potremmo, ecco, leggerlo assieme...» «Volentieri». Sonya si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio destro. Quel pomeriggio Giorgio e Sonya sedettero a un tavolo della biblioteca, l’uno accanto all’altra, a leggere lo stesso libro, posto tra di loro. Quel pomeriggio Giorgio si innamorò di Sonya. È più alta di Sara, e più magra; ha la carnagione olivastra, come piace a lui, le ciglia più lunghe e gli occhi più grandi di Sara. Inoltre è più intelligente e ha tutte le passioni in comune con Giorgio: sembrano quasi la stessa persona. Giorgio può parlare con lei di cose che Sara neanche capirebbe, come manga, anime e videogiochi, e questo gli dà grande soddisfazione; inoltre anche lei, come Giorgio, è una gran chiacchierona. Non passò molto che fecero sesso per la prima volta, il miglior sesso che Giorgio avesse mai avuto, e da allora passa i giorni a contare quanto manca al loro prossimo appuntamento. Giorgio sta ancora pensando a lei, quando entra nel condominio di Sara, largamente in anticipo, attraverso la porta gentilmente lasciata aperta da un coinquilino che ormai lo conosce. Ha lasciato il caricabatterie da Sara e ha deciso di passare in anticipo per recuperarlo. Indossa un paio di jeans blu scuro, strappati sul ginocchio destro, sotto cui porta dei boxer viola. Una t-shirt stropicciata, con una grafica degli Iron Maiden sopra, un paio di Vans nere e occhiali da sole. Bussa alla porta, ma nessuno risponde. «Sara?» Nessuna risposta. La chiama più volte e a gran voce, ma nessuno risponde. Fa spallucce e prova la maniglia. Scende. Giorgio sospira. Apre piano la porta... Sara lo fissa, in lacrime. Giorgio la fissa, sgomento. Si immobilizza sulla soglia. «...» Chiude gli occhi e cerca di mettere ordine in testa. «Sara...» Fa una pausa. «Scusami, non so cosa dire. Io... scendi da lì, Sara. Scusami, ti ho tradita. Non so... Non so niente. Sono solo un ragazzino, Sara, uno stupido ragazzino, e tu non mi meriti... Scendi da lì. Non so niente. Non so neanche se c’è qualcosa da sapere. Scusami se sono stato assente, mi ha tenuto lontano ciò che mi affligge, e non so quanto ancora potrà farlo, è più forte di me, forse per sempre, non lo so, non lo so, non lo so. Avevo... Avevo un sacco di cose da dirti, più o meno pronte per essere pronunciate. Sei la mia confidente più fidata. Ma non vale più la pena dirle, le cose sono cambiate, e ho dimenticato come si parla, come si fa a far arrivare un messaggio, e perciò sono finito col tacere, e col preferire ascoltare e guardare, piuttosto che dire e fare, e tutto è andato avanti, senza aspettarmi, mentre la cosa che più mi piaceva, parlare, parlare con te, mi diventava impossibile... Perché? E ora sono inerte. È da tanto che non parliamo, e ora ho dimenticato come si fa. Non c’è nulla da dire, Sara, nulla che valga la pena di essere detto. Eppure l’altra gente parla, e parla bene, dice cose interessanti, perciò il problema sono io. Scusami... Scusami, non so cosa dire. Le cose che sento sono migliori e molto più interessanti di qualsiasi cosa che io possa mai dire ora. Nonostante questo mi piace ancora parlare, lo trovo figo e mi compiaccio, ma non ne sono più capace. Una volta, ad esempio, avevo una cosa da dirti, già fatta e finita, che parlava di me, dei miei sentimenti mentre parlo, invece che di nessuno, ma non ho mai avuto il coraggio di dirtela. Ci sono tante cose che avrei voluto dirti e che invece ho tenuto per me, molte altre che avrei voluto dire meglio, e per lo più rimpiango di aver taciuto. Ho provato a dire cose senza senso, solo per il gusto di disgustare, ma nessuna reazione mi ha mai soddisfatto. Non so neanche perché ti sto parlando ora, Sara... Io adoro parlare, da sempre. Dovrebbe piacermi anche ora, no? Dovrebbe essere una cosa che mi appaga. Allora perché mi sto annoiando? Sai... Non controllerò quello che dico, non tornerò indietro a riguardare. Credevo che nella vita avrei fatto solo ciò che serviva a farmi stare bene, e che con questa filosofia sarei stato a posto, ma ho dimenticato che non è così semplice capire cosa mi fa bene e cosa mi ferisce. Nessuno sa qual è il proprio bene, no, Sara? Altrimenti ora non saresti lì con una corda attorno al collo. Però so anche che, che, che non sarò mai chi pretendo di essere. Lo so che non si fa così, che ci sono delle regole, che non è questo che dovrei dire, ma, ecco, se decidessi che non voglio seguire le regole? Ma, ah... Ti sto facendo perdere tempo, vero? A cosa serve questo discorso? In fondo, a cosa serve parlare? Sara... Nonostante tutto, ti amo ancora.» Tira su col naso. Sara piange più forte che mai al discorso sgangherato e insensato del suo ragazzo. Il suo viso è contratto in una strana espressione, di dolore e comprensione, commozione e agitazione. Sorride tra le lacrime. Fa per indietreggiare e togliersi il cappio. Inciampa nelle stringhe slacciate delle scarpe e scivola. Spaventata nel sentire la sedia vacillare, salta più forte che può. Giorgio urla. La sedia cade, Sara piomba giù, con grande violenza, a causa dei chili di troppo. Il cappio si stringe. Crack. E il collo si rompe sul colpo. Giorgio corre, la abbraccia, piange, grida, le parla, ma parla a un cadavere. Crolla in ginocchio e vi resta per un’eternità a singhiozzare. «Non è colpa tua... Non piangere, detesto vederti così. Mi rende così triste. Non è colpa tua...» Giorgio alza di scatto la testa e incrocia lo sguardo di Sonya. È troppo scosso per aprire bocca. Lei si china su di lui, gli carezza una guancia, gli asciuga le lacrime. «Non pensare a lei... Hai me, ora». Si avvicina per baciarlo. L’ira saetta nello sguardo di Giorgio a quelle parole, e allunga le mani per respingere Sonya. Toccano l’aria. Sgrana gli occhi. Le sue braccia sono stese dentro al corpo della ragazza. «Giorgio... Non l’hai ancora capito? Non hai idea di come sia il mondo reale, eh? Giorgio... Sono frutto della tua fantasia. Io non esisto.» Giorgio, terrorizzato, scuote la testa e scatta in piedi. Le volte le spalle, piangendo disperatamente, e si lancia di corsa per le scale della palazzina condominiale. Varca l’uscita, piove. È troppo scosso per ricordare la buca sul marciapiede di fronte a casa di Sara, quella buca che è lì da anni, e che ha imparato a riconoscere e salutare con affetto e ironia, giorno dopo giorno, assieme a Sara. Vi inciampa e finisce disteso per strada. Una jeep sfreccia a tutta velocità su di lui. Il bacino gli va in pezzi, e alla testa non va meglio. Il pneumatico vi sussulta sopra e la fa esplodere come un melone, mandando pezzi di cervello ovunque. «Cos’è stato?», squittisce Adele. Giacomo scrolla le spalle. «Non so. Non avrò visto un dosso. Perché hai smesso di baciarmi?», chiede, senza smettere di sfrecciare per le strade della città. Adele sorride maliziosa. «Giusto, scusa...» Poggia la testa sulla sua spalla e gli lecca il collo lentamente. Giacomo sorride. «Ti amo, Adele». «Anche io, scemo. Allora, dov’è che mi stai portando?» «Lo vedrai. È per lui». Poggia una mano sul pancione della donna. «Cosa? Inizi già a fargli i regali? Finirai per viziarlo...», sorride. «Non mi importa. Lo amo già, come amo te. La vita è così... meravigliosa.»
  7. dfense

    Carbonio Editore

    Nome: Carbonio Editore Generi trattati: Filosofia, narrativa fiction/ non fiction Modalità di invio dei manoscritti: https://carbonioeditore.it/contatti/ Distribuzione: non specificato Sito: https://carbonioeditore.it Facebook: https://www.facebook.com/Carbonioeditore Giovane casa editrice milanese. Hanno un catalogo molto interessante, in cui, però, non c'è un solo autore italiano. Seppur presumibilmente free, non credo che al momento prendano in considerazione esordienti (sul sito non ci sono specifiche precise, a riguardo). Magari mi sbaglio. (Magari...)
  8. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico. Modalità di invio dei manoscritti: Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Non saranno accettati romanzi di genere esclusivamente erotico o storico, né racconti, poesie o raccolte. Distribuzione: fornitura diretta alle librerie interessate https://www.adiaphora.it/librerie/ Distribuzione Digitale a cura di StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  9. Adelaide J. Pellitteri

    La storia la facciamo noi

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39687- Ero compagna di Anna. Ancora priva di forme e avvenenza, stava sempre china sui libri, sprofondata nel suo personale “infinito” fatto di Storia e poesie. I Frank, gente ricca e perbene. Non li amavo più, e Anna meno che gli altri. Il perché è presto detto: mio padre mi aveva ordinato di prenderli in odio. "Faranno una brutta fine" mi disse. Poi aveva aggiunto "loro e quelli come loro". Seppi in seguito che al rientro dell’estate del ’41 non avrei nemmeno rivisto la mia compagna di banco. Gli ebrei avrebbero frequentato scuole separate. Anna, dunque, non avrebbe più fatto parte del mio mondo, anzi, probabilmente non avrebbe fatto più parte del mondo in generale. Anche i miei erano amici dei Frank e quando mia madre seppe - così come me – ciò che sarebbe loro accaduto, ebbe un moto di ribellione. Se pure a voce bassa disse: “Ma sono nostri amici!” Mio padre aveva risposto "tanto meglio". Suppongo intendesse dire che metteva i nuovi principi al disopra di tutto, perfino di se stesso. E avrebbe avuto un modo per dimostrarlo. Non ce la facevo, mio padre era stato chiaro, ma io non riuscivo a starle lontana. Seppure diverse in tutto ci affacciavamo al mondo con lo stesso sguardo. Forse la nostra era l'età dei sentimenti più puri. Ci cibavamo solo di amicizia: il nutrimento per ciò che saremmo state domani. Non ce la facevo, la sola idea che al mio fianco non ci sarebbe stata più lei suscitava in me un’angoscia smisurata, profonda. Potevo anche essere figlia di un Generale di Stato Maggiore, ma scoprii presto che i miei sentimenti e le mie idee non erano figlie di mio padre. Ricordo la casa segreta dei Frank sopra il magazzino, in Prinsengracth. Anna si era fidata di me. Quando pubblicamente non avevo potuto più definirla mia amica, sgattaiolando dalla mia stanza, c’ero stata tutta una notte. Vietata la mia presenza, avevo approfittato della serata di gala data dai miei. Ero uscita mentre in casa i camerieri allestivano i tavoli e un’orchestra provava spartiti e strumenti, lasciandomi alle spalle un trambusto assordante. "Vado in camera mia", avevo avvisato. Le pareti della camera di Anna, erano tappezzate di foto: gli attori e le attrici più in voga. Proprio di fronte alla porta della stanza c'era una scala stretta, molto ripida, portava ad un solaio spazioso e squallido, ma con una piccola finestra da dove si poteva spiare il cielo. Ad Amsterdam non sempre splendono le stelle, e poterle scrutare già qualche volta è un vero prodigio. Quella notte, sul canale baluginava anche la luna. Dall'esilio di Anna, quindi, di lune potevi intravederne due; la seconda galleggiava come una particola sopra l'acqua nera. Passati i primi minuti fatti di stupore e ammonimenti avevamo cominciato a parlare in francese - la lingua delle signorine della buona società. Eravamo due adolescenti in vena di vuotare il sacco dei propri segreti. Risate soffocate con una mano sopra la bocca e qualche sguardo stupito per le mie rivelazioni, di certo piccanti. Ero più smaliziata di lei, troppi soldati per casa e lunghe attese prima che potessero parlare con mio padre; da loro carpivo segreti e non. Ascoltando di spavalderie e gradassate, avevo arricchito il mio vocabolario. Di case come la nostra si sarebbero potute immaginare stanze segrete e usci blindati, invece gran parte dei discorsi veniva fatta con le porte aperte. Da noi, era il quartier generale. In casa, d’altronde, solo gente fidata, mentre io ero giudicata troppo piccola per comprendere la portata dei loro discorsi. Ero a conoscenza di tutto, e da parecchie notti ormai ero presa dagli incubi. Più stavo sveglia più si ingigantiva il senso di angoscia, si palesavano chiare le notizie apprese di giorno. Notizie che avrebbero fatto inorridire chiunque, ma non gli uomini - mio padre per primo - che frequentavano la mia quotidianità. Pianificavano giorno per giorno la trama di quello che, al meglio, poteva definirsi un film dell’orrore. Seppi della sortita che avrebbero fatto, grazie a un soldatino in attesa. "Questa notte prendiamo i Frank", mi disse con aria soddisfatta. Era lì ad aspettare gli ordini. Mi appressai al salone. Mio padre era a convegno con i soliti "grandi", illustrava, spiegava; Hitler, venuto apposta da Berlino con una Mercedes 770 e numerosi progetti, tutti nefasti, ne approvava ogni parola; seduto sul nostro sofà beveva cioccolata calda. Mi si era gelato il sangue. Chi li aveva traditi? I Frank con i teli scuri alle finestre per non lasciare trapelare all'esterno neppure il più sottile filo di luce, che non scaricavano neppure l'acqua nel water per non far risuonare le tubature, così attenti ai respiri, alle voci, agli odori… Con una coperta pesante sul tavolo per attutire il rumore di piatti e bicchieri. Silenziosi come pesci dentro un acquario. Chi li aveva traditi? Appena fui certa della notizia inforcai la bicicletta senza nemmeno inventarmi una scusa. Ero dalla parte dei dominatori, potevo usare la stessa audacia sprezzante e voltare le spalle a chi avesse osato fermarmi. Nessuno lo fece. Corsi con il cuore che andava più forte dei pedali, scaraventai la bici contro il muro del civico 263, non c'era tempo per certe precauzioni. Nel magazzino dove era ancora attivo il commercio di opekta dei Frank, c’era un passaggio coperto da uno scaffale. Una porta, una rampa di scale ed ero su in casa. Già da qualche tempo portavo loro notizie. Mentendo li tranquillizzavo: "È troppo assurdo quello che sta accadendo, non dubitate, presto finirà tutto. Questa follia non può durare". Io e lei ci abbracciavamo e andavamo su a spiare il cielo. Rimanevamo un’ora a progettare fughe che sapevamo irrealizzabili. Li aiutai a raccogliere il necessario, il meno possibile. Li spinsi via, suggerendo loro di andare verso nord, verso Watergang; quella parte risultava sguarnita, sapevo. Avrebbero trovato rifugio in qualche sperduta fattoria. Ne ero sicura? Dalle scale, voltandosi indietro, Anna mi regalò un sorriso che non saprei nemmeno definire se non descrivendo il felice sussulto che ebbe il mio cuore. Avevo riconosciuto l’affetto, la gratitudine, la speranza. Ci saremmo riviste. Ci saremmo riviste perché nei progetti azzardati, a volte, difficile è solo l'inizio poi il cammino si costella di braccia protese; una staffetta tra audaci, giusti, misericordiosi, e tutto si fa rapido. I nodi si sciolgono, le funi liberano le navi: si salpa. Raggiunsero l'America e lì la salvezza.
  10. Adriano

    Colpisci

    Commento: Quando Stefania si decise a rivolgere di nuovo la parola a Marco, fu per chiedergli l’ora: < Sono le due meno venti, tesoro >, rispose lui dopo aver dato un’occhiata al cruscotto della macchina. Tesoro, al suono di quella parola carica di strafottenzaStefania serrò i denti impedendosi di dire altro. Continuò piuttosto a massaggiarsi il polso, nella maniera più plateale possibile, il polso sinistro che lui le aveva afferrato un’ora prima di fronte a tutti gli altri presentialla festa, umiliandola. Le aveva fatto male, sul serio, mentre lastava stringendoin quel modo a Stefania era sembrato per un attimo che il tempo si fosse bloccato, e il viso di Marco era rimasto sospeso nell’aria, con quell’odioso sguardo da uomo colpito da un eccesso di testosterone: “Non te lo prendi un secondo cocktail”, le avevano intimato i suoi occhi, “Non alla festa del mio migliore amico, non dopo che quasi tutti hanno saputo che sei finita in carcere”. Era stata così tentata di gettargli in faccia il suo Mojito, ma come al suo solito si era frenata. C’era stata solo due notti in carcere porca miseria, ed era successo tre anni prima, e non era nemmeno stata colpa sua. Questo a Marco loaveva detto tante, tantissime volte, ma non aveva aiutato a frenare il suo costante bisogno di controllarla. Quindi erano le due meno venti di notte, e stavano percorrendo una stradina dimenticata da Dio in mezzo alla campagna, senza nemmeno un lampione, sperando presto di rientrare nella civiltà. Quando se n’erano andati la festa dell’amico di Marco non era ancora finita, aveva affittato un agriturismo per celebrare il primo anno di matrimonio con sua moglie, un evento del tutto evitabile, ma Marco ovviamente non aveva voluto evitarlo. La macchina prese una buca, entrambi si lasciarono sfuggire un leggero sussulto, ne seguì una curva molto stretta e infine si ritrovarono su un rettilineo, dove gli abbaglianti illuminarono a distanza di un centinaio di metri qualcosa che nessuno dei due avrebbe voluto vedere. Un uomo seduto sul margine della strada, robusto, con un cappellino in testa, uno zaino sulle spalle: non appena fu colpito dalla luce spalancò la bocca e scattò in piedi, come una bestia intimorita che è pronta a fuggire e ad attaccare allo stesso tempo. Nel vederlo Stefania provò subito un senso di allarme, si aggrappò istintivamente al bracciolo del sedile e guardò Marco: anche lui sembrava turbato, le sopracciglia gravavano sugli occhi e tutto il corpo si era irrigidito. La macchina intanto avanzava, la figura all’esterno era sempre più vicina, la luce degli abbaglianti si rifletteva sulle lenti dei suoi occhiali. Fu una questione di secondi, Stefania fece un respiro, si domandò per quale ragione quel tizio si trovasse lì seduto in mezzo al nulla, ma sul momento non trovò nessuna risposta, e la macchina era sempre più vicina… tornò a guardare Marco ed esclamò: < Non ti fermare! >, con un tono quasi disperato, perché sapeva che molto probabilmente non sarebbe stata ascoltata, perché lui era l’uomo, non poteva mica darsela a gambe, lui doveva dimostrarlo tutto il suo coraggio, anche se quel personaggio là fuori era maledettamente inquietante. Così, non appena lei pronunciò quelle parole, Marco rallentò, sempre di più, si tolse l’espressione preoccupata dal viso e dopo aver lanciato un rapido sguardo alla sua compagna disse: < Ti pare che non mi fermo? >, ed ecco che si ritrovarono a pochi passi dall’uomo, ormai quasi fermi, e Stefania desiderò di prendere a pugni quella testa di cavolo che aveva di fianco, a pugni, a calci, a morsi, fino a fargli davvero male. L’estraneo si trovava sul ciglio destro della strada, quindi dal lato di lei: quando lo raggiunsero e si fermarono completamente, Marco abbassò di qualche centimetro il finestrino di Stefania, poi si protese verso di esso e disse: < Ehi, tutto a posto? >, una domanda piuttosto idiota, pensò la donna, la quale con un po' di riluttanza orientò a sua volta lo sguardo verso il finestrino: l’uomo si stava avvicinando, adesso il suo volto paffuto era più chiaro, con una corta barba a ricoprirne gran parte, la bocca semiaperta che rivelava qualche dente. No, non le piaceva affatto quella situazione. < Eh, credo di essermi perso >, rispose l’uomo con un mezzo sorriso sulle labbra, un po' imbarazzato; usò un tono strano, quasi infantile. < Dove sei diretto? >, continuò Marco, estremamente calmo: Stefania avrebbe potuto riconoscerglielo, in quel momento lei se la stava facendo sotto, mentre lui sembrava piuttosto imperturbabile, ma era tutto calcolato, tutto forzato, per farle vedere quanto fosse un tipo saldo e affidabile, mica come lei. Allora provò il più possibile a mantenere la calma, continuò a guardare lo sconosciuto mentre questo muoveva un altro passo verso di loro, ritrovandosi a pochi centimetri dal finestrino: < Eh, a casa mia, me la stavo facendo a piedi >, più parole diceva, più quell’uomo le sembrava un grosso bambinone con la barba, gli occhiali e il cappellino, e questo non la rassicurava per niente. < Se vai nella nostra stessa direzione possiamo darti uno strappo >, propose Marco, e Stefania non poté evitare di voltarsi verso di lui con uno sguardo perplesso, ma niente, lui guardava fisso verso il suo interlocutore, il quale dopo qualche borbottio incomprensibile disse di sì, ringraziando. A quel punto Marco la guardò, sempre molto sereno, e le disse che doveva scendere: < Fallo entrare dalla tua parte >. Ma certo, avrebbe detto Stefania a quel punto, che idea ottima, ora scendo e se vuoi lo accompagno a casa sua a piedi, tu puoi tranquillamente ripartire, tesoro! Quanto avrebbe voluto dirglielo, ma rimase muta, lo fissò per qualche istante senza manifestare più alcuna emozione precisa, e poi si arrese, non aveva molte altre opzioni: slacciò la cintura, sollevò faticosamente le labbra all’insù e aprì lo sportello. < Salve… >, disse non appena uscì dalla macchina, ritrovandosi di fronte al bambinone che la superava in altezza di una decina di centimetri. Faceva freddo fuori, parecchio, ma lui indossava solo maglietta e felpa. Con una mano gli fece cenno di entrare, quello sorrise e annuì, quindi si chinò per infilarsi nell’abitacolo, ma si fermò subito: < Ehm, lo zaino, mi sa che devo metterlo dietro >, disse mentre si reggeva fra le mani il suo grande zaino grigio. Stefania guardò a sua volta all’interno del veicolo: aveva ragione, c’erano degli scatoloni pieni di libri vecchi a occupare quasi interamente il divanetto posteriore, avrebbero dovuto disfarsene il giorno precedente, non l’avevano più fatto. Lo zaino però avrebbe potuto tenerselo in braccio, non sarebbe stato un gran problema… perché il bagagliaio? L’uomo intanto si era messo a fissarla, in attesa, lei provò a guardare Marco ma da lì fuori non riusciva a raggiungere il suo volto. Iniziò a sentire un formicolio fastidioso, un moto all’interno del suo corpo che la scuoteva e infiacchiva, proprio come era successo nel giorno più spaventoso della sua vita, quando aveva rischiato di rimanere soffocata sotto a una massa di persone, poco prima di venire sbattuta in carcere. Si era promessa di non ritrovarsi mai più in una situazione così pericolosa, di evitare categoricamente qualunque cosa potesse rappresentare un serio rischio, ma forse in quel momento stava esagerando, di fronte a quel bambinone. < Non funziona il pulsante del bagagliaio…! >, si lamentò Marco, forse dopo aver detto anche qualcos’altro, ma Stefania si era distratta. < Come? >, chiese con un filo di voce, chinandosi in modo da vedere bene il suo compagno: il bagagliaio per posare lo zaino dello sconosciuto, bisognava aprirlo per forza con la chiave. Ma certo, le sembrava logico. Allungò una mano, Marco le diede la chiave, quindi tornò a guardare il bambinone e gli sorrise, lui ricambiò. Camminò verso il vano, seguita dall’altro, e realizzò quanto quella strada fosse buia, sembrava che attorno a lei ci fosse il nulla più totale, e quel tizio era spuntato proprio da quella massa nera di nulla, chissà come. Poi un piccolo colpo di scena: l’altra portiera si aprì e vide la testa di Marco emergere, forse non era proprio un idiota totale, doveva essersi accorto che lasciare la sua ragazza lì fuori con un estraneo non era la mossa più intelligente. Stefania infilò la chiave, girò e il portabagagli si aprì: la prima cosa che vide fu il blocca pedali difettoso che Marco aveva lasciato lì, e per un istante provò l’impulso di afferrarlo. Difesa personale, esattamente come nel giorno più spaventoso della sua vita, in mezzo a una folla di manifestanti impazziti, con la polizia che aveva iniziato a caricare, e lei che si era ritrovata di fronte a uno tsunami di persone. Era tutto all’opposto in quel momento: nessuno intorno, silenzio, buio, solo lei e quel bambinone, e Marco che si era degnato di uscire dalla macchina; eppure provava lo stesso tipo di angoscia. Si voltò verso l’uomo, il quale le stava dietro con lo zaino ancora stretto fra le mani: stava per fargli cenno di metterlo nel bagagliaio, ma quello glielo consegnò, cosicché ce lo mettesse lei. Avrebbe potuto ritrarsi e dirgli che poteva tranquillamente farlo lui, ma accadde tutto troppo in fretta, si ritrovò con lo zaino in mano e costretta a voltarsi di nuovo, dandogli le spalle. Era tutta colpa di Marco, questo si disse mentre si allungava per posare lo zaino, con gli occhi fissi su quel blocca pedali. Se solo prova a fare qualcosa… il formicolio lungo il suo corpo si intensificò, lasciò andare lo zaino, poi percepì un movimento repentino alle sue spalle e in una frazione di secondo capì di essere realmente in pericolo, capì che i suoi sospetti erano fondati, che lei e Marco non avrebbero mai dovuto fermarsi. L’uomo la stava sovrastando, mentre Stefania si risollevava poté percepirne la mole gravare su di lei, come un’onda, come quello tsunami di persone, e lei era stata così stupida da mettersi nella condizione perfetta per venire aggredita. Ma alla manifestazione non si era fatta schiacciare da quella marea, aveva sollevato le braccia, piantato i piedi a terra ed era sopravvissuta. Colpisci. Afferrò il blocca pedali, si girò verso il suo aggressore e lo colpì in piena faccia, catapultando la sua sagoma scura giù a terra, contro l’asfalto. < Aaaaaaaah! >, un grido inquietante si sollevò, Stefania guardò alla sua sinistra e vide il bambinone fare un balzo all’indietro e poi darsela a gambe, terrorizzato. Marco invece era a terra, con una mano premuta sul viso, imbrattato di sangue. Era lui che le si era piazzato dietro, forse per aiutarla o chissà per quale altra stupida ragione, e lo aveva colpito. Si gettò su di lui, nel panico più totale: < Marco! Marco! Come stai?! >, gli scostò la mano e vide solo rosso, mentre i suoi occhi inebetiti la guardavano con confusione. Della sua aria risoluta, un po' strafottente, nemmeno l’ombra. < Mi senti? Mi capisci? >, gli fece, e lui sollevò appena una mano. < Ora corriamo a casa e ci mettiamo del ghiaccio, io… non volevo farlo >. Sì invece, le sembrò di sentirgli dire, tu volevi proprio colpirmi, è da prima che volevi farlo!Quindi scosse il capo, mortificata, poi sollevò lo sguardo in cerca dell’altro uomo: nemmeno l’ombra, se l’era proprio data a gambe. Tornò al bagagliaio, prese lo zaino e lo gettò via, chiuse il vano, poi tornò da Marco e lo aiutò ad alzarsi. Rientrarono in macchina, questa volta lei al volante, gli diede una pezza, lui se la premette sul naso: era ancora stordito, apparentemente incapace di elaborare una frase, e forse era meglio così. Mise in moto e ripresero il viaggio verso casa, a tutta velocità.
  11. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: alla voce "Invia manoscritti" del sito Distribuzione: non specificata Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Dovrebbero essere free, visto che le persone che gli hanno dato vita sono le stesse de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica) e personalmente non so dirvi quanto sia ancora in piedi il progetto precedente. Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  12. Kiky99

    Illustrazioni libro per bambini

    Ciao a tutti, sono una scrittrice esordiente e ho scritto qualche piccola storia per bambini che vorrei pubblicare in self publishing. Per questo libro però, ho bisogno di illustrazioni che accompagnino i bambini durante il corso della storia. Sapete se c'è qualche programma per computer che possa aiutarmi a crearle p devo rivolgermi a qualcuno che sappia disegnare? Io non sono brava con il disegno. Grazie a chi risponderà.
  13. Marcello

    Tour umbro – Assisi – Appuntamento n. 2

    Fino a
    Tre libri – Tre autori venerdì, 28 settembre ore 18,30 presso Mondadori S.Maria degli Angeli – Assisi incontro con Gabriele Giuliani, autore di Il giorno delle nozze, Montag edizioni, 2018 Giovanni Staibano, autore di La madre, LFA publisher, 2018 Marcello Nucciarelli, autore di La pista portoghese, Alcheringa Edizioni, 2017 Nasce dall’iniziativa di tre autori, che pubblicano con tre diverse case editrici, l’idea di un incontro letterario a più voci in cui sono gli autori stessi a presentare il libro del collega. Giuliani, nato a Roma, ha scritto un romanzo introspettivo, familiare, a sfondo sociale; Staibano, di Foligno, presenta un thriller ambientato in America; Marcello Nucciarelli, di Forlì, ha dato vita alla serie di inchieste della poliziotta olandese Gretije de Witt. @Jhonjey @nemesis74
  14. Marcello

    Tour umbro 2018 – Terni – appuntamento n.1

    Fino a
    Presso la Biblioteca comunale di Terni (http://www.bct.comune.terni.it/) dal programma di settembre (http://www.bct.comune.terni.it/uploads/programma_settembre_2018.pdf) giovedì 27 settembre caffè letterario ore 17.00 incontro con Gabriele Giuliani, autore di Il giorno delle nozze, Montag edizioni, 2018 Giovanni Staibano, autore di La madre, LFA publisher, 2018 Marcello Nucciarelli, autore di La pista portoghese, Alcheringa Edizioni, 2017 Nasce dall’iniziativa di tre autori, che pubblicano con tre diverse case editrici, l’idea di un incontro letterario a più voci in cui sono gli autori stessi a presentare il libro del collega. Giuliani, nato a Roma, ha scritto un romanzo introspettivo, familiare, a sfondo sociale; Staibano, di Foligno, presenta un thriller ambientato in America; Marcello Nucciarelli, di Forlì, ha dato vita alla serie di inchieste della poliziotta olandese Gretije de Witt. @Jhonjey @nemesis74
  15. Maria Santiago

    Eyeliner

    “Prendete la vostra nuova confezione di AP Blade, edizione glamour. Notate la lucentezza della scatola, la sua compattezza raffinata, facile da nascondere in borsetta. Apritela e afferrate con cautela il minuscolo coltello. Notate la lama, sottilissima e affilatissima. Neanche i migliori chef ne hanno di così efficienti. È tecnologia giapponese! Ora immergetelo nell’apposito calamaio ricolmo di kajal. Sfilatelo verticalmente, in modo da far sgocciolare l’inchiostro in eccesso. Stirate la palpebra con il polpastrello, e con l’altra mano cominciate ad applicare il trucco. Fate attenzione, ci vuole un gesto morbido, ma deciso. Il rischio è di tagliarsi e, come alcune hanno riportato (niente di confermato, sia chiaro, ma va sottolineato a fini legali), c’è pericolo di danneggiare permanentemente la cornea e rimanere cieche. Un ultimo ritocco ai lati, et voilà, il vostro AP Blade eyeliner è pronto. Meraviglioso, vero? E’ così sottile e allo stesso tempo definito, con un risultato che solo un coltello di tale manifattura ci può dare. E’ tecnologia giapponese!” Laura mise in pausa il video tutorial. Ci provava per la terza volta a mettersi quel maledetto Eyeliner. Le era gia’ capitato di tagliarsi ai lati dell’occhio due volte. Le sue amiche avevano sperimentato lo stesso. -Ma nulla di grave- le diceva Mara, la più vissuta della compagnia, -Metti l’acqua ossigenata, ti brucia un po’, e poi al massimo ti ripassi la ferita con l’eyeliner normale, così non si vede- In tv si parlava di AP Blade come la nuova folle moda adolescenziale. Perchè rischiare di rimanere cieche per colpa di un eyeliner? Ci si chiedeva. Anche Laura, questo dubbio, un po’ ce lo aveva. -Ma dai, mica parliamo di non mangiare, o di tagliarsi i polsi.- Rispondeva prontamente Mara, che aveva sempre quell’aria sicura di sè - È solo trucco, mica ti droghi o fai cose strane per attirare l’attenzione. Pure con la ceretta c’è chi si è scorticato, ma mica siamo qua a bandire la ceretta- Anche questo aveva senso. Infondo, si consolava Laura, le donne in passato avevano sopportato sofferenze ben peggiori per sembrare belle: si pensi ai bustini che stringevano la vita, alla fasciatura dei piedi nell’antica Cina, alle iniezioni di botox. Quanto poteva nuocere, in confronto, un eyeliner? Laura ci riprovò, cercando di mantenere una mano ferma e decisa. Stavolta il tratto stava risultando quasi perfetto. -Ouch, cazzo!- urlò all’improvviso. Si era tagliata un lato, e il sangue le rigava la guancia. -Ma chi me lo fa fare!- penso’, lanciando via il coltellino, che rimbalzo’ tintinnando sul pavimento. Fortunatamente l’occhio stava bene, e tamponò la ferita laterale con un pezzo di cotone. Poi si ricordo’ che quella sera ci sarebbe stato anche Marco, che le aveva confidato di avere un debole per le donne con lo sguardo da gatta. Sbuffo’. Tanto valeva ritentare. Fece un bel respiro, riprese il coltellino e fece ripartire il video tutorial. “Siete pronte ragazze? Sarete le regine della festa!”
  16. Cerco  compagni per un gruppo di lettura. Il titolo è: Vox di Christina Dalcher.

     

    Rispondete se siete interessati, grazie. <3

  17. lapidus

    Come ti calpesto il cuore - Francesco Rago

    Titolo: Come ti calpesto il cuore Autore: Francesco Rago Casa editrice: Ferrari Editore ISBN: 9788899971625 Data di pubblicazione: 30 agosto 2018 Prezzo: € 15,00 Genere: Romanzo non di genere Pagine: 194 Link all'acquisto: sito editore ibs amazon Quarta di copertina: Un romanzo intelligente, leggero e ironico che approda alla riflessione. Il concetto di responsabilità, attraverso la scrittura di Francesco Rago, diventa un elemento plastico e plasmabile, indirizzato alla ricerca di significati da dare ai respiri, ai silenzi e alle pulsioni, che vivono dietro e dentro le parole. Flashback di vita ordinaria si alternano a dialoghi serrati ma brillanti, in un percorso narrativo fatto di emozioni e consapevolezze in movimento, analizzate nella doppia prospettiva di Alberto e Giulia, due personaggi persi tra flussi di coscienza e problematiche contemporanee. Un itinerario che si snoda lungo la traiettoria di una speranza che accende le sfumature della nostra impotente quotidianità. Le aritmie dell’anima diventano così il principio costruttivo di una storia che scruta la realtà alla ricerca di risposte e istruzioni capaci di non farci calpestare il cuore.
  18. mercy

    È successo di nuovo

    Sono in fila alla cassa del supermercato, una sera di fine agosto. Siccome è quasi l'ora di chiusura, la fila è interminabile e tutti hanno fretta. Nel cestino ho giusto quello che serve per cena e un additivo anti-calcare. «L'acqua dura è il killer silenzioso delle lavatrici - mi ha detto ieri il tecnico consegnandomi una fattura esorbitante - dovrebbe prendersi cura dei suoi elettrodomestici. Pulire i filtri tutte le settimane ed usare dei prodotti appositi per la manutenzione». Mi ha fatto sentire una madre indegna: la mamma cattiva della lavatrice. Comunque ho fretta anche io, e sono stanca: sono fuori casa da questa mattina. I clienti in fila davanti a me paciugano con i cellulari, interrompendosi soltanto per lanciare sguardi indignati a chi li precede. Dato che non ho nulla da fare, mi sporgo e li osservo uno per uno: sembra quasi di sentire i loro pensieri. Perché quella troia ha deciso all'ultimo momento che le serviva un'altra confezione di pasta? Dovrebbe rimettersi in fila, invece che bloccarci tutti; Qualcuno faccia smettere di piangere il moccioso, prima che lo faccia io; Lo sanno tutti che i nuovi sacchetti si rompono subito, cretino. La prossima volta portati quelli riutilizzabili da casa; I negri li distingui subito. Puzzano e pagano in monetine. Secondo me questo è anche clandestino; Avrei dovuto scegliere la cassa sette, guarda come sono veloci lì. Le sfighe capitano tutte a me. In una folla il cattivo umore rimbalza da un cervello all'altro, e cresce esponenzialmente. Per fortuna il cassiere rimane cortese ed imperturbabile. È anche carino. Progetto oziosamente di sorridergli, quando sarà il mio turno: un sorriso è gratis ed io ho bisogno di sorridere a qualcuno. Quest'estate è stata disastrosa. Niente vacanze e lavoro incerto. Il trasloco di mia madre – che ha buttato le mie cose senza avvisarmi – e papà che ha avuto quell'infarto e rifiuta di curarsi come si deve. Parlare è inutile: non crede nemmeno al cardiologo. Se ad un mese dall'infarto papà ha deciso di partire per un un'isola sperduta della Grecia, nota per la prontezza e l'efficienza delle strutture sanitarie, io non posso farci niente. Quanto al resto, non arriveremo mai da nessuna parte, lui ed io. Tra me e il cassiere carino è rimasta una sola cliente, che però ha comprato per quattro. La signora ha vent'anni più di me, ma è decisamente più bella. Pelle di porcellana, capelli impeccabili e l'eleganza noncurante dei ricchi. Io scopro improvvisamente di avere un brufolo sul mento e di essere coperta di sudore gelato dall'aria condizionata. Mentre il commesso scansiona gli acquisti, lei inganna serenamente l'attesa pescando mandorle da una confezione di frutta secca mista: ho visto anche io quella confezione, ma non l'ho presa. Costa quarantacinque euro al chilo. Invidio la serenità con cui questa donna spende, ed invidio la sua compostezza. "Sono centosettanta e quindici" sorride il cassiere. La signora infila le mandorle in borsa – non le ha fatte passare per la cassa - e tira fuori una carta di credito. Tra poco tocca a me. Sono sollevata, anche se non so più se è il caso di espormi, riguardo la faccenda del sorriso. Potrebbe sembrare sfacciato. "Mi dispiace, signora, ma la transazione è stata rifiutata" dice il cassiere, e sembra quasi volersi scusare. La signora non si scompone e sceglie un'altra tessera: "Provi con questa, allora. A proposito: perché non mi ha dato i sacchetti?" "I sacchetti deve chiederli. Costano venti centesimi l'uno" risponde lui strisciando la carta sul lettore. "Me ne dia cinque, per favore" "Certamente, ma dovrà pagarli a parte" il commesso sorride di nuovo, ma questa volta con un po' d'incertezza "Uhm, la transazione è stata negata anche su questa carta". La fila dietro di me comincia a dare evidenti segni di impazienza: qualcuno borbotta, le ruote dei carrelli stridono. "Di nuovo? Da un paio di giorni succede continuamente e non capisco perchè. Cosa faccio?" chiede lei, tranquilla e fiduciosa. "Non ha contanti?" "No" "Beh, le consiglio di telefonare alla sua banca..." "La banca! Non ci avevo pensato. Aspetti, chiamo subito" "Non credo che le risponderanno. Le banche chiudono alle quattro, signora" Uno dei clienti lancia una parolaccia, alcuni cambiano fila e molti hanno sguardo omicida. "Ha ragione... Pazienza. La spesa me la mette da parte, vero?" "Non posso, signora. Stiamo per chiudere..." "Allora buonasera" "Buonasera a lei" Lei si allontana, agile ed intatta. Il commesso chiama dal telefono interno una collega perché metta in salvo i surgelati. Data l'ora e la ressa sembra che nessuno sia disponibile ad occuparsi della faccenda. La vita è quello che ci succede mentre tentiamo di salvare i surgelati. "Scusami. Faccio in un attimo" sospira lui, alzandosi e cominciando a mettere da parte gli acquisti non pagati. Ha spalle notevoli, il ragazzo. Qualcuno, nella fila dietro di me, minaccia di chiamare la direzione. "Non preoccuparti". Sorrido. Un sorriso è gratis, e ce lo siamo meritato.
  19. Nightafter

    La soffitta – PT.6 (Fine)

    La soffitta – PT.6 Tratto da :
One Stupid Song  I servizi al piano interrato erano situati nel sottoscala della rampa d’accesso all’Aula magna: a destra il bagno delle donne, a sinistra quello dei maschi. Mi apprestai a scendere i primi gradini dello scalone, Giulio che mi seguiva, si arrestò e mi disse: - Tu vai, io aspetto qualche momento e ti raggiungo. - Non compresi la ragione, ma assentì con un cenno. Trovai Arianna nell’antibagno, stava poggiata ad un lavabo e fumava, aveva gli occhi arrossati e lo sguardo acquoso, facile si fosse fatta una canna in precedenza. - Ciao - dissi, lei gettò la sigaretta nel lavandino, mi venne incontro cingendomi le braccia al collo e porgendo le labbra per un bacio. Scostai la testa, mi sciolsi dall'abbraccio; mi guardò interrogativa: - Cosa c'è? - Chiese sorpresa. Ma non ci fu il tempo di formulare una risposta. Il suo sguardo era andato oltre la mia testa, all’ingresso della stanza: si scostò indietro di due passi. Gli occhi chiari avevano il colore di uno stupore incredulo. Compresi che alle mie spalle, Giulio era comparso nella cornice della porta. Stava appoggiato allo stipite, le mani sprofondate nei jeans e la sigaretta nella piega delle labbra, gli occhi a sostenere lo sguardo di lei. - Cos’è questa cosa, uno scherzo? - Chiese. La voce si spezzava, mentre correva con occhi interrogativi da me a lui. - Vi siete accordati per mettermi in mezzo? - La sorpresa virava in un'allarmata consapevolezza. - È stata tua l’idea? - Chiese a me, senza guardarmi. - Oppure è una tua pensata Giulio? - - Ditemi cosa credete di dimostrare con questa sceneggiata? - aggiunse con una nota di disarmata ostilità. - Io credo semplicemente di dimostrare che tu sia un po' puttana Arianna. Che forse non ti guasterebbero un paio di sberle. - Rispose Giulio, marcando funereo le ultime parole. Lei era sconvolta, abbandonò le braccia lungo il corpo, la rabbia negli occhi stava cedendo il passo alle lacrime: un vuoto desolato le si dipinse su un viso di gesso. Sembrava oppressa da un peso immane, appariva annientata, piccola e debole. Riprese a parlare: occhi al pavimento, la voce fievole, di chi affronta una grande fatica. - Siete due stronzi. Volete punirmi, picchiarmi? Che aspettate? Avanti, sono qui fatelo! - Le prime lacrime le rigarono di rimmel le guance. - Volete darmi della troia? Avanti fatelo! Ma, grandi uomini, non avete capito un cazzo. - Le labbra tremavano di un nervosismo febbrile. - Perché io non ho tradito nessuno di voi due. Io non ho scelto uno e rifiutato l’altro. Perché, brutti stupidi, questo voi non lo potrete capire, ma io vi amo allo stesso modo, tutti e due e non posso dividervi. Posso solo dividere me stessa, perché non ho potuto che amarvi entrambi. - Poi portò le mai al viso per coprire le lacrime, che esplosero incontenibili come acqua che frana a valle dallo squarcio di una diga. I singhiozzi e il tremito di tutto il corpo la scuotevano, pareva che il freddo del mondo l'avvinghiasse e nulla potevano, su quel gelo, le braccia strette al busto, come a proteggersi da un vento doloroso. La guardammo consumarsi in quello sfogo di emozioni violente Si piegò, davanti ai nostri occhi, come un gambo di fiore spezzato, scivolò al pavimento con le ginocchia strette al petto e il viso nascosto tra esse. A vederla così, provai un pena profonda, ci guardammo con Giulio in preda a uno sconcerto cupo e muto Poi Giulio si mosse, le infilò le mani sotto un braccio per aiutarla a rialzarsi, io feci lo stesso con l’altro. - Dai Arianna, non fare così. Basta ora piangere, su. - La sollevammo di peso, sembrava un fuscello, uno straccio bagnato. Tremava e singhiozzava ancora. L’abbracciammo insieme, serrandole il corpo tra i nostri. - Va tutto bene tesoro, basta lacrime. - Le sussurrò Giulio nell'orecchio. Restammo così, immobili per un tempo lunghissimo, il silenzio era colmato dal rumore della pioggia e dal ritmo dei nostri respiri. Lentamente si calmò, il tremore andò acquietandosi, ricambiò il nostro abbraccio stringendoci forte a sé. Stare raccolti in silenzio, rendeva irreale la situazione, ma era la sola cosa che si adattasse a quel momento denso di sensazioni indecifrabili. Il calore dei nostri corpi generava una magica comunione che medicava l'anima. Mi domandai come saremmo usciti da quel sottoscala e dal peso di una storia più grande dei nostri sedici anni e di quanto stavamo vivendo. Fu Arianna a liberaci da quegli assilli, portò le mani alle nostre nuche e richiamò a sé i nostri visi, finché ci trovammo con i respiri accostati, allora ci baciò entrambi. Le nostre bocche si unirono alle sua e le anime volarono alte, in quella piccola stanza. Cazzo! Pensai. Tale e quale la scena del film di Giuseppe Patroni Griffi, in “Metti una sera a cena”, con Tony Musante, Florinda Bolkan e Lino Capolicchio. Lo avevamo visto con Giulio al Cineforum d’Essai, un mese prima. Il letto ondeggiava come un gondola sul Canal Grande, non erano le vecchie molle a causare quel beccheggio, ma le “planate” provocate dall'ottimo fumo consumato. Arianna dondolava la testa al ritmo della musica, poi allungò la mano a cercare la mia, gliela strinsi con calore. Pensai alle cose accadute in un tempo così breve, a come avevamo attraversato quel casino di triangolo sentimentale: ne eravamo emersi ammaccati, ma senza ossa rotte e forse un poco più adulti. Lei aveva affermato di amarci entrambi, diceva fossimo due esseri speciali e complementari: le due facce di una stessa moneta. Le monete non puoi dividerle, le porti in tasca così come sono, con le loro due facce. Non voleva spezzare l'amicizia tra me e Giulio, sarebbe stato un sacrilegio. Al contempo non le era possibile rinunciare nessuno di noi, sarebbe stata una scelta innaturale e crudele. Ci voleva insieme, così come era stato fin dall'inizio della nostra amicizia. Accettarlo non fu semplice, eravamo pronti solo in teoria ad una forma di amore tanto avanzato e trasgressivo. Il libero amore, tra i giovani, era un ideale assai proclamato a parole, ma metterlo in pratica, senza remore e tensioni, era tutt'altra cosa e lo stavamo toccando con mano. Decidere che fare non era stata una passeggiata, io e Giulio ci ragionammo per un giorno intero, rollandoci cinque canne di fila per trovare la giusta disposizione di spirito. Alla fine stabilimmo che avremmo tentato di percorrere la via di quello strambo rapporto a tre. Se ci voleva così, ci saremmo adeguati, ci avremmo fatto l'amore sempre insieme, per non far nascere incomprensioni o rivalità. Steso sul letto seguivo il piano decrescente del soffitto, scomparire oltre il limite del letto. Il fumo acuiva la mia attenzione per i particolari futili: mi perdevo cercando gibbosità nella parete, dove rilievi ravvicinati disegnavano bizzarre figure di fantasia. Restammo immersi nei nostri pensieri con i corpi abbandonati e leggeri. Arianna tra noi, teneva gli occhi chiusi: seguiva nella mente una qualche visone creata dalla musica. Era un momento di grande pace e preziosa felicità, di lucente pienezza dell'anima. Le mani non erano più fredde, l'ansia era scomparsa, sentì la bocca di Arianna aderire alle mie labbra, le dischiusi e la sua lingua incontrò la mia: serrai gli occhi per catturare ogni piccola frazione di quel bacio. Le feci scorrere le mani fra i capelli, con tutta la più tenera dolcezza di cui ero capace. Poi lei si staccò, io riaprì gli occhi e sollevai la testa: vidi che Giulio le aveva sbottonato il corto vestitino. Sotto non portava reggiseno, aveva capezzoli piccoli ed eretti, i capelli sparsi tra il seno e le spalle. Era la prima volta che facevamo l'amore in tre, inauguravamo la soffitta e la dimensione fisica di quella nostra unione. Giulio le sfilò le mutandine, lei accompagnò il gesto inarcando elastica il bacino. Sentì il mio sesso animarsi, mentre Carlos Devadip carezzava struggente, le prime note lunghe del refrain d'assolo. (Fine)
  20. Libro: Norvegian Wood, Murakami Tema: solitudine, suicidio  Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, pensavo a una storiella natalizia edificante. Magari un po' fuori stagione dato che siamo solo a fine estate, ma comunque in quello spirito di buoni sentimenti che la festività da sempre ispira. Infatti mi ripromettevo di inserire, come link sonoro, una di quelle soavi musichette di Natale che tutti abbiamo in mente. Ma alla fine, credo che questa sia molto più adatta. https://www.youtube.com/watch?v=SKh04dw4ujU  Loretta ha freddo - Pt 2 Aveva vent'anni allora i denti già marcivano, ma solo quelli dietro, non visibili al sorriso. Quando serviva, sapeva ancora sorridere in quel tempo: era ancora bella e rimorchiava facile gli uomini di passaggio nei corridoi della metropolitana, facendo marchette nei cessi delle stazioni. Ora, dopo dieci anni, la piorrea le aveva devastato la bocca, i capelli erano stoppie ispide. Catene cicatrizzate di buchi tatuavano le braccia e ogni altro punto del corpo con una vena utile. Era secca ed esile, marcia come un frutto invecchiato sul ramo. Aveva smesso di guardare negli specchi: riflettevano ostili solo il presente: completamente estranei al suo passato di principessa. In giro si diceva che fosse fortunata, perché era durata tanto a lungo: un cadavere ancora in vita dopo quindici anni, un privilegio raro. L'urgenza di bucarsi era insostenibile: una sensazione di morte imminente, dolorosa e senza termine. Il corpo spasimava nel desiderio della fine, sognava il buio perpetuo a epilogo di quella tortura agonica. Ma non c'era scampo, la morte non conosceva clemenza: il buco e la vita erano più forti di lei. Non c'era pace né casa, né letto o pasti caldi, per quelli come lei che non avevano mai creduto alla redenzione delle comunità di recupero o dei SERT. Gabbie di riabilitazione coatta per sfuggire altre prigioni: allora meglio la stada, che se li inghiottiva senza dare o chiedere nulla in cambio. Quanti ne aveva persi lungo la strada anche di più giovani di lei. Aveva smesso l'appello di volti e nomi, restavano tracce di evanescenti fantasmi, come cocci nella memoria. Aveva iniziato con Natalino, che era un gigante biondo, un bel ragazzo che piaceva alla figa e lui, invece di scoparla, si sparava in vena tutto ciò o che trovava. Dragava via Po con passo stanco e movimenti d'automa, trascinava la sua giornata d'accattone battendo lira per comprarsi il buco. Vomitare nei portoni o dormire in piedi strafatto erano le sue attività quotidiane. Lo trovavi a oscillare cieco come uno zombie, poggiato alla palina di una fermata di tram: ne sfilavano cinque, prima che emergesse dalla cottura chimica, per riuscire a prenderne uno. Era il decano dei tossici della città, quando lo zucchero bruno si era mangiata il commercio del fumo e degli acidi sulla piazza, togliendo la clientela dall'impiccio di scegliere di cosa farsi. Stazionava in piazza Carlo Alberto, dove trafficavano spaccio e consumo in piena luce del sole. La polizia voltava la testa, lasciava fare, purché non rompessero il cazzo con scippi o furti di autoradio alle macchine in sosta. Quando non aveva roba, qualcuno che divideva la propria con lui si trovava sempre. Era benvoluto perché era un bravo Cristo, corretto e generoso: qualità introvabili in un tossico. Lo sapevi che quando poteva si sdebitava condividendo la sua, senza pensarci un attimo. Era una festa sciogliere insieme la sostanza: vederla friggere nel cucchiaino alla fiamma dell'accendino, in soluzione di acqua e limone. Si accudivano reciprocamente: uno a reggere quel crogiolo, mentre l'altro vi immergeva l'ago per caricare la soluzione nella spada monouso. Era un gigante buono Natalino, ma alla fine si era ridotto pelle e ossa. Senza più un dente come un vecchio: gli indovinavi le gengive spoglie attraverso la depressione delle guance. Vestito di bianco, i capelli legati a coda, fermati da un nastro di velluto nero, un orecchino d'argento portato al lobo sinistro, sporco e bruciato come uno junky. Se ne era andato da solo, nel capannone di un'officina abbandonata, alla periferia di Torino sud. Quando il tanfo del cadavere aveva richiamato lì e la polizia, era morto de almeno una settimana. I topi gli avevano mangiato il volto, ma l'avevano identificato con facilità, per via dell'orecchino d'argento. Erano trascorsi cinque anni dal suo primo buco, ne aveva ventitrè, quando con l'ultimo aveva smesso per sempre. La vecchia era una barbona, senza ricovero e futuro. Nel giorno trascinava un piccolo carrello lercio, colmo di stracci e dei suoi averi miserabili, la notte si avvolgeva nei cartoni e dormiva per strada, dove poteva. Col freddo e il brutto tempo, cercava riparo nel dormitorio pubblico: un lusso caldo, protetto come la suite di un cinque stelle, fra gli olezzi di corpi sfatti, Tetra Pack di vino scadente e vite in bilico. Uno strapuntino con candide lenzuola di carta per una intera notte: senza il timore che ti rubino gli stracci nel sonno, o discoli sciagurati versino benzina sui cartoni per dargli fuoco, in un atroce gioco scaccia noia, Condividevano stili di vita comuni lei e la vecchia, in quelle consuetudini si somigliavano. Aveva il corpo minuto e curvo, un viso scarno in una testa grande quanto un'arancia, la vitiligine le aveva disegnato sulla pelle del volto una mappa scolorita e stramba, ciocche rade incanutite scendevano a coprire gli occhi lacrimosi. Chiedeva l'elemosina sul sagrato della chiesa del quartiere, o in piazza, nelle mattine di mercato. Anche lei come la vecchia chiedeva la carità, quando nessuno la voleva più per il sesso, e il corpo aveva perso di valore come merce di scambio. Non si vergognava di farlo: la vergogna era un lusso che non potevi permetterti se volevi sopravvivere, farti era più forte di ogni umiliazione, La dignità era rimasta al fondo di qualche cassonetto di rifiuti, rovistato nel bisogno, nel sapore nauseante e acido della vasellina di preservativo, che ti restava in bocca dopo un pompino da cinque euro, che non bastavano neppure a pagarti la dose. Era rimasta a bruciare nel disprezzo dell'immigrato a cui si era offerta, ottenendo un rifiuto e la sua risata brutale, umiliante più di uno schiaffo. L'aveva osservata la vecchia, lei e la sua miserabile vita randagia: ciò che aveva visto non le era piaciuto, era un presagio, un ologramma cupo di futuro. Quella sera, impazzita di bisogno e soldi per farsi: l'aveva seguita, appostandosi come la belva in caccia di preda. Paziente aveva atteso che approntasse il suo giaciglio di cartoni recuperati, che svuotasse mezza bottiglia del vino dozzinale, buono per conciliare il sonno. Nascosta alla vista da una fila di cassoni per rifiuti, dopo un'ora di snervante immobilità, l'aveva vista smorzarsi nel sopore alcolico. Allora si era mossa, rapida e silenziosa nel buio come un predatore notturno. L'aveva raggiunta sul cumolo di stracci, frugandole addosso, cercando la sacchetta della questua del giorno, per strappargliela. La donna si era destata dal sonno troppo lieve con occhi sbarrati di sgomento: grida di terrore riempirono il vicolo. Animata di paura e disperazione, tentò di opporre una resistenza scomposta e cieca, dibattendosi come un volatile caduto in trappola. Nei frammenti caotici di ricordo di quell'aggressione, restò quello della bottiglia rovesciata: il vino sparso sul marciapiede, nell'oscurità, aveva l'identico colore del sangue sul volto della vecchia. Le era rimasto impresso il rumore secco del vetro esploso dopo una sequenza di colpi concitati e violenti, su quella testa, minuta quanto un'arancia. Colpi vibrati nel panico per sfuggire alle mani di lei, avvinghiate come piccoli artigli ad arginarla. Una reazione istintiva per disticarsi di quel fardello ammorbante di stracci, per far tacere quello strepido troppo penoso e fermare l'insostenibile crudezza di quel momento. Dopo, con quel furto fra le mani, corse via a perdifiato lontano dal sangue di quella violenza, ponendo una distanza iimmane tra lei e il corpo inerte della vecchia. Corse per fuggire dall'occhio immanente e adirato di Dio, dell'angelo nero delle sua vendetta, che le lambiva la nuca con la sua ala gelida. Quando ansimante, con i polmoni infuocati, si getto stremata sulla panchina di un giardinetto deserto, aprì il sacchetto. Conteneva l'inutile bottino di sei euro. (Continua)
  21. Melfo

    L'Agorà

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36906-marco-faceva-ombra-alle-formiche/?tab=comments#comment-694298 Da passione nasce passione, l'unica tendenza ad essere rinnovata sempre, o forse una delle tante, molteplice. Unica è un sostantivo così debole, anche se forte, e sono contraddittorio come lo è il termine perché forse credo d'esser l'unico partecipante in questo corsivo da maratona evolutiva. Ed è strano forte, dire d’essere un essere del genere, o crederlo. Mentre sei in macchina vedi le luci sui monti, i paesaggi ipotetici nei quali sogni di stare da una vita e poi ti accorgi che sono solo lacrime inespresse dettate da un eterno bambino sognante, colmo di stelle e d'infinità di cieli. Scopri un limite. Una colpa; divieto; lo vedi scritto da qualche parte nelle piccole costellazioni della parte di vastità paesana sotto la quale giaci, steso, metaforicamente parlando, con una birra, materiale per davvero, con la quale cerchi di consolarti, curarti, dal mondo che senti perso e vuoto, dilaniato dalle anime inquiete pregne di perse virtù inagibili. Cazzo, è strano sì. Penso di eccellere d'emozione, per questo sono qua. Credo in loro come a Dio, sulla croce ipotetica d'un libro mai scritto, deturpato dalle mille stranezze apostoliche post traumatiche derivanti dalla trinità edipica di Freud. Forse stronzata pure quella; sono rimasto deluso quando ho scoperto che una verità che spieghi la verità non esiste, che voglio essere io a crearla, manifesto vivente di sproloqui e stronzate, alla quale però credo; di giorno in giorno rinnovate da nuova vita, esistenza costantemente in fuga dal centro del buco di culo del nulla; il quesito è; questi che fanno? Nella superficialità delle loro parole vedo la mia rovina, ogni giorno, ogni giorno muoio nella loro ignoranza, perisco a causa dello stesso pensiero di sempre, e ho provato a nascondermi, ricominciare da capo, ritrovare me stesso dentro allo sconosciuto parlare d'altri perfetti sconosciuti, ma poi anche tutto questo è divenuto professione, complotto, eterno ripetersi di confessioni banali e irrilevanti. Così ho perso. Tutto, niente. Che importa? Ricomincio da capo, ancora e sempre. Fino a quando troverò il tutto che conferma quel niente che tutti sembrano concernere nella loro parodia d'espressione. E non mi frega un cazzo che io sembri brutale od incontinente, immorale, voglio fare questo della mia vita; sopravvivere scrivendo. Senza rientrare nelle righe (lo so di non rientrarci, ne sono conscio ma perché non farlo?) vivere come Banner, il professore bestia, o come un virus, infettare, dispiegare la mia vendetta, vendicare la mia morte; arrivato fino a qui non mi sembra più strano, forse lo apparirà più tardi. Quando mi alzerò dal tavolo, finirò la bionda cervogia con disgusto e con disgusto sputerò nella piazza d'un paese così dissimile a quello in cui vivo ma nel contempo identico, e brucerò nelle maledizioni di chi alla pavimentazione parcellizzata in piccoli quadrati ci tiene; forse basterà non dar troppo nell'occhio, alzarmi pacatamente, come dopo aver cacato, quando sei fresco come una rosa. Ma ho mal di testa, e questo inibisce l'alcol inibitore, sfida il mondo, cuce la retina oltre lo specchio della lente dell'occhiale. Credo di voler piangere anch'io, voglio saperlo fare, ma non qui. Darebbe nell'occhio. Così mi limito ad ascoltare i discorsi che provengono dal bar senza distinguere una parola. Ascoltare il brusio fiacco d'un fiacco andirivieni di deboli sentenze contornate dalla stranezza di tutta questa sera, e del mio stato d'animo, ferito, incrostato dalla voglia matta di andarmene di nuovo, per un altro viaggio, per un altro umore. Asociale. Lo sono sempre stato, da un lato. Ho sempre corso da solo, da bimbo mi graffiavo la faccia solo per essere accettato; mi hanno picchiato prima di venire qui, è stata dura, dicevo. Ma sempre rifiutavo poi la loro compassione, una vicinanza già capita, infestata da narcisismo spudorato, interesse personale e punte di inimicità. Non è così che sarebbe dovuta andare; così pensavo. Ora ne sono felice. Forse un po' sulle mie, di nuovo. Magari più maturo, ma sempre troppo acerbo per la gente, per gli alberi di meli Marlene attornianti il mio corpo sterile e privo d'iniziativa. Distrutto, come ho detto prima dalla troppa insistenza estatica della gente, troppo statica per i miei gusti. E per i gusti del mondo, della natura in continua evoluzione, delle mie stesse cellule, di questa rabbia, dell'alta paura di soccombere di nuovo, come un tempo, come ieri, nello status condiscendente d'un'ostrica morta sul bagnasciuga. Voglio dire, come posso permettermi di compromettere la mia vita a causa delle falle che mi circondano, compiere il miracolo, sputare in faccia a Gesù, se sono circondato dai suoi servi più fedeli, antipatici, infedeli nella loro contraddizione? Cazzo. Mi torna tutto strano. Il vento è gelido, siamo a fine maggio, tra non molto è il mio compleanno, ho proibito alla mia famiglia di farmi gli auguri, solo a mia madre, o quello che resta di lei, e lei ha riferito, presumo. Spero. D'una speranza precaria, morta, zozza di troppo pensiero comune, presupposto per starne lontano. Mi gratto le palle, il brusio non smette, non so che fare. Le dita gelide si muovono sui tasti, le tempie glabre d'istinti psichici ed ostili compiono continua pressione, il corpo sta per cedere, il bicchiere di birra è ancora tutto pieno. E non c'entra il fatto che sono ottimista per metà, è tutto pieno per davvero. Ho bevuto solo qualche sorso, poi le falangi hanno riniziato il loro compito, veloci, indomabili, quasi fossero dinosauri non più estinti nella dinamica forma d'antropologia inversa in cui i grossi meteoriti hanno sterminato solo la razza umana e i grandi rettili, se rettili sono, sono sopravvissuti; è o non è strano tutto questo? Altro sorso, altra vacillante miseria che mi colpisce, m'invaghisce di misteri filosofici fondi quanto il nulla della tragedia greca. Un buco perpetuo, animato dall'essere nato dal non-essere, dove tutto un giorno ritornerà, dicono. Io non lo so. Ma non voglio precipitare in queste distinzioni pessimistiche, voglio essere contro il contro del contro, una macchina nuova, nata dall'inizio e morente in una fine che si vede, nel futuro d'un punto in cui tutto ciò che è ritornerà a reiterare le sue stagioni in altre piccole brodaglie primordiali di materia, che continuerà ad evolversi ancora, ancora, e ancora. Voglio andare via. Questo è davvero meno strano. Perché tutti vogliono andarsene, quindi non sono l'unico di cui parlavo, forse maledetto dai demoni del senso comune, improntato nelle mie viscere e slavato, messo a nudo continuo e eguale a tutti gli altri; è possibile? Credo di no. O forse sì. Ma se così fosse allora sarei solo tempo perso, evoluzione sprecata, alterigia incompiuta. E no, non voglio credere a queste prove astruse. Mi piace non farlo, credere d'essere pura volontà impositiva, stessa creatrice del mio cammino, che posso combattere questa sterile forma d'atavismo primitivo, se così si può chiamare. Ansia, fuorviante di fucine olimpiche, del dolore di Efesto; in qualche modo sarò immortale nonostante mi abbiano detto che non valgo, che i miei testi sono imperfetti, troppo fermi, loro vogliono azione, ignoranti che fermano il tempo rendendolo relativo per determinati punti, dotti scienziati sprecati, andate a chiederlo ad un antropologo, a chi scava, a quelli che si fottono i resti fottuti dell'Homo Chicchessia. Andate, su, non perdete tempo. Se i miei scritti fossero troppo fermi allora nessuno su questa terra avrebbe una durata, non saresti né giovani, né uomini, né vecchi da buttare, solo eterni immoti in un eterno punto fermo, come ciò che scrivo. È per questo che vengo rifiutato; strano, no? Forse non riesco a capire. La logica è per quelli che del discorso ci fanno tesi, confutazioni e contro-confutazioni, per la gente è solo termine in bocca alle loro bocche marce. E credo davvero che potrei scoparmi la donna che è appena uscita a fumarsi una sigaretta, anche se non penso mi filerebbe, non penso filerebbe nemmeno un dio statuario come Ares, qualche barbuto incazzoso come Diogene il cane, l'altro lato oscuro del cane appiccicato alla cagna, il suo buco di culo, ma non me. È appena entrata ed io sconfina nella terra dei non, dei ma e dei se. Che esagerazione questa finzione, estrapola troppo senza davvero darmi qualcosa, la solita improduttività di sempre, dei loro eterni cicalecci fallaci, sproporzionati, deviati, deliranti. E tutto questo perché io volevo convincermi di essere il benvenuto nel modo della scrittura, perché volevo starmene da solo per un altro po' prima di diventare quello che forse mai diventerò secondo il diritto esplicativo di qualcuno, dello stesso che magari sta leggendo, o di quell'altro, che ha pubblicato un manuale, la Divina Commedia del Gran Cazzo di Giove, o le sue memorie; questo è super strano. Le strade sono ingiallite dalla luce fragile dei vecchi lampioni lontani dal bar, la Q8 brilla sulla statale, i discorsi si sono indeboliti, ora solo il fumo e la voce roca dell'insuccesso, del freddo della birra, dei messaggi del socio di quella che le chiede come sta, la chiama amore, e che si lamenta. Ed io; sto facendo lo stesso? No. Non credo. Questo non è un lamento, questa è semplice visione, coltelli che si ficcano nella pellicola della sclera che brucia, interpolazioni di realtà distorta, aliena, quasi fosse concausa per un quasi-effetto vitale, distruttivo, perentorio; non m'immagino altro, non sono più capace di giudicare da un pezzo, non sono più capace di amare, parlare, blaterare. Forse solo di scrivere, se mi è permesso farlo in questo modo. Altrimenti sarò nessuno in un mondo fallito, buttato, nell'immondizia d'un paese in fiamme, brutalizzato dal bullismo, dalle lacrime del mio pianto puerile d'un tempo, dal mio fiato sprecato e smorzato da tutti coloro che un po' di dolore m'hanno recato. E tutto questo non mi sembra più strano, ora. Sembra diverso, credo. Impresso in un’immortalità tendente all'evoluzione continua, spasimante d'occhi attenti, amante dei lettori, di tutti quelli che una speranza l'hanno posta nella vita e non nella morte, o di quelli che stanno imparando a farlo. Dopotutto, cosa significa tutto ciò se non una piccola parte di ciò che il mio piccolo voluminoso ego cerca di distruggere e poi ricreare, costantemente? Non è forse diverso? Fantastico? E sì, strano anche se prima ho negato tutto? Non a caso sto in un bar che si chiama Agorà, stretto dal piscio che preme sulle pareti della vescica, imbestialito da qualunque cosa disti da ciò che penso o dico, forse dalla gente in generale, dal mio stesso pensiero estraneo, a volte, dalla più aulica delle mie uscite. E sono distante anch'io, ora. Mi rivedo bambino, svuotato dai valori, smottato come un pezzo di Pangea. Poi mi alzo. Descrivo un cerchio di strada, passeggio, senza farmi notare da nessuno. Pago. Non lo so. Non mi andrebbe di andare a casa, vorrei bere dell'altro, non contenermi, al pari di un'animale coinvolgere l'istinto e buttarmi in un mare di guai con la legge, devastarla, modificarla, derubarla del suo più altro grado d'intenzione ed essere io stesso comandamento là dove la mancanza è resa tale. Ma mi dimentico, e le strade sono vuote, i passi stanchi, le ginocchia storte; passo la farmacia, la miriade di case con le finestre infuocate, pub diversamente gestibili, alleati del quieto vivere del popolo che dorme, mi viene voglia di tornarmene a casa, bere lì. Almeno è gratis, così nessuna legge potrà fermarmi.
  22. Mirca Ferri

    Il Taccuino

    Salve a tutti, qualcuno conosce il Taccuino di Bologna che pare essere molto rinomato per recenssire e fare pubblicità al proprio libro?Mi hanno contattati e vorrei sapere se avete esperienze o notizie in merito. Grazie mille Mirca
  23. *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  24. Libro: Norvegian Wood, Murakami Tema: solitudine, suicidio Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, pensavo a una storiella natalizia edificante. Magari un po' fuori stagione dato che siamo solo a fine estate, ma comunque in quello spirito di buoni sentimenti che la festività da sempre ispira. Infatti mi ripromettevo di inserire, come link sonoro, una di quelle soavi musichette di Natale che tutti abbiamo in mente. Ma alla fine, credo che questa sia molto più adatta. https://www.youtube.com/watch?v=SKh04dw4ujU Loretta ha freddo - Pt 1 Dicono che la roba ti porti via l'anima. E' una stronzata letteraria, di quelli che gli piace scrivere di queste cose, ma non ne sanno un cazzo. La roba se ne fotte della tua anima. Sa che l'anima non esiste, soprattutto che tu un'anima non ce l'hai. La roba vuole il tuo corpo, quello è reale: debole, smarrito e pieno di vene. L'anima no. Ma il tuo corpo, la roba, sa dove trovarlo e se lo prende. Loretta ha freddo, c'è vento questa sera, è fine dicembre: da un cielo nero e senza stelle, piove gelo. Le vetrine in città brillano di luci, lustrini e abeti artificiali colmi di decorazioni scintillanti. Un firmamento di luminarie si stende sulle strade del centro, appeso ai primi piani delle case, occultando agli occhi finestre e balconi. C'è in giro una frenesia festosa che stempera l'aria pungente: tra due giorni è Natale. “Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo. O Bambino mio divino, io ti vedo qui a tremar. O Dio beato... ” Note soavi di “Stille Nacht”, scendono dagli altoparlanti dei grandi magazzini: lisciano le anime frettolose degli acquirenti, operano razzie nelle memorie dell'innocenza perduta, riaccendono i loro occhi di bambino. Loretta ha freddo. E' da quattro ore che aspetta il pusher, nel vicolo dietro alla chiesa. Trema, ha dolori in tutto il corpo, spilli sotto le unghie, il naso cola muco e rende difficile il respiro. Fitte feroci mordono le reni, come denti di belva accecata di fame. Coliche che non concedono tregua, che ti fanno pisciare sangue e acido solforico nella porcella del cesso. Molti anni fa, prima di infognarsi della merda che gli ustiona le vene, qualcuno parlando della della crisi d'astinenza: la “carenza”, aveva detto fosse come una forte influenza. Di una cosa era sicura, quel coglione, di carenza, non sapeva un cazzo. “Bastardo di un negro, se mi dà buca, se non mi porta la roba, quant'è vero Dio, gli taglio la gola: lo sgozzo come un maiale, quello schifoso.” Il pusher era un clandestino, arrivato a cercare fortuna come altri dalle coste del nord Africa, nella notte di diversi anni prima. Era giunto a bordo di uno scafo di fortuna che non reggeva il mare, inghiottito dal Canale di Sicilia a mezzo chilometro dalla costa italiana. Possedeva una grande fortuna che aveva discriminato, quella notte, la possibilità di scampare all'acqua non annegando come molti suoi compagni di sventura: lui sapeva nuotare. Privo di documenti e buona sorte, si era accucciato tra le pieghe nascoste di una terra grassa, pascendosi sugli avanzi d'abbondanza della sua periferia. Spacciava, ma aveva smesso da tempo di farlo per vivere: grazie alla capacità di muoversi nel letame senza avvertirne l'odore riusciva a campare con agio: vestiva jeans griffati e calzava Nike con fregi argentati. Guidava un Mercedes CLK Cabrio, un carcassone vecchio di dieci anni, ma con gli interni in pelle. Una macchina da zingaro, dicevano tutti, ma lui non era razzista. Era un maghrebino di statura alta e scuro di pelle, per questo lo chiamavano “Il negro”. Stavano sotto una coperta sudicia, sul letto a una piazza. Era piccolo e scomodo per due, soprattutto per Giulia che, così alta, doveva flettere le ginocchia e rannicchiarsi. Si tenevano abbracciate per darsi calore, come sorelle bambine. Era il modo per scambiarsi un alito di quella vita che ancora restava, divenuta per loro ogni attimo più rara e preziosa, nell'attesa del termine. Giulia fumava e guardava la notte di velluto, distendersi silenziosa oltre il buio di quella finestra chiusa sul mondo. Fumava, ricamando pensieri reflui e creando riccioli effimeri, nell'aria gelida della stanza in affitto. Loretta disse: - Giulia, prometti che non morirai. - Gli parve di averlo solo pensato, ma si sorprese di sentirene il suono. - Morire? - Rise tossendo, Giulia, col fumo che le andava per traverso. - Io non posso morire. Sono già morta, lo sai. - In un'altra vita, c'era stata una bambina con lo zucchero che si appiccicava alla bocca e al viso, mentre la giostra volava alta, sulla domenica di carnevale in piazza Vittorio. L'aria le spingeva addosso quella nuvola rosa, soffice e profumata di vaniglia: aveva sette anni e da grande avrebbe fatto la principessa. Suo nonno paziente sorrideva, stava ai piedi della giostra, col blocchetto da cinque giri acquistato per lei nella mano. Seguiva la giostra a naso in su, col suo pastrano scuro di panno casentino, troppo ampio per quel corpo di vecchio bambino, ogni giorno più smunto, scarno come uno spaventapasseri. Lei pensava che il nonno stesse riducendo il suo corpo, alla fine sarebbe tornato piccolo, per diventare un compagno di giochi alla sua altezza. Lui le carezzava il capo e la chiamava: “la mia piccola principessa”. Il letto dell'ospedale era bianco e immenso, la stanza annegava di luce e calore nel pomeriggio di mezza estate. Ricordava quel chiarore che feriva gli occhi, mentre lui si dissolveva in quello splendore abbagliante. “ Sei una principessa. Non lasciare che qualcuno te lo faccia dimenticare.” Le aveva stretto forte la mano nel dirgli quella cosa. Parlava con fatica, un bisbiglio piccolo, come piccolo era diventato lui. Senza più capelli, glabro ed essiccato: la pelle sottile sulle ossa del viso e sulle le cavità degli occhi, era trasparente ormai come velina. “Non lasciarglielo fare mai.” Le aveva ripetuto. La mano sulla sua, lieve come la zampetta minuta e tremante di un passero. Fu l'ultima volta che vide il nonno. Le dissero che era partito in viaggio, ma lei sapeva che non sarebbe tornato, smise di aspettarlo e iniziò a crescere. La stanza era piena di luce, troppa luce per le sue pupille, contratte come capocchie di spillo: compiva uno sforzo insostenibile a tenere gli occhi aperti in quell'abbaglio. Le cose apparivano nel campo visivo come fantasmi sfocati, immerse in una iridescenza candida. Era come guardare verso il sole a occhio nudo, durante un eclissi. Loretta stava in ginocchio, tremava di un freddo che solo lei sentiva, i crampi si ripetevano a cicli sempre più ravvicinati. “Dai principessa, muovi il culo. Datti una smossa che viene tardi.” Disse, quello più vecchio, con i capelli candidi sul collo e l'aria untuosa di un grasso, viscido, verme pallido. Erano in due, il vecchio guardò l'altro ancora intento finire la sua vodka e gli strizzo l'occhio. C'era qualcosa di ributtante e volgare nell'aria complice e beffarda che aveva in volto. Lei trafficò frenetica con le cerniere dei pantaloni: prese in mano i sessi gelatinosi degli uomini e con l'onda di nausea, che montava come una marea acida, li condusse alla bocca. Divise tra loro, la ripugnanza di quel sesso mercenario. Dopo, il vecchio gli aveva dato i soldi per la dose. Uscendo dalla casa il suo rottweiller le si era accostato e l'aveva annusata, con insistenza, sotto la gonna. “Gli piaci molto principessa. Preparati: sarà il tuo nuovo cliente la prossima volta.” “Vaffanculo, pezzo di merda, tu e il tuo cane.” L'uomo aveva riso in maniera oscena: “Vederemo, se farai ancora la difficile, alla prossima carenza”. Aveva detto, con un una perfidia di rettile. Lei era fuggita, volando giù per le scale, folle di repulsione e terrore. Solo mezzo chilometro più avanti, si era fermata e aveva vomitato l'anima contro il muro di un condomino: quello schifoso pervertito non aveva detto per scherzo. ( Continua )
  25. dfense

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