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  1. dyskolos

    Il mio amico Rib

    Il mio amico Rib, di cui ho detto e dirò appresso, è un tipo davvero strano: è convinto che prima o poi vincerà il Nobel per la letteratura — beata gioventù! —; sta con una racchia che aveva velleità di diventare Miss Italia e addirittura una volta ebbe l’ardire di iscriversi al concorso – che coraggio! —, e per questo le appiopparono il soprannome ironico di Miss; gli garba mangiare insetti e vermi – che schifo! — e sostiene di essere stato rapito dagli alieni e portato nel 5820. Ma la stramberia più grande che ha è parlare per acronimi. Ah, intollerabile! E mica è l’unico. I ragazzini scrivono cose come TVB per “Ti Voglio Bene”, TVTB per “Ti Voglio Tanto Bene” e altre menate del genere. Io gli dico «scialla!»: non so che significa, ma mi fa tornare indietro ai miei quattordici anni, quando non facevo una mazza oltre a respirare, magiare, bere e ca… Bei tempi! Tornando più indietro nel tempo, negli anni ‘60 avevamo televisori enormi, quei matacubi col tubo catodico, ingombranti e pesantissimi, che se li volevi spostare, eri costretto a chiedere aiuto a mezzo quartiere. Poi — finalmente! — sono usciti gli schermi piatti. Dicevano che un giorno avresti potuto appendere la tivvù al muro come una natura morta di Caravaggio. Poi hanno inventato gli HD – altro acronimo. Poi gli UltraHD, eccetera. E io mi chiedo: ma poi che faranno? Gli Ultra-MegaHD o UMHD? E poi gli Ultra-Super-MegaHD o USMHD? E gli Ultra-Iper-Super-MegaHD o UISMHD no? E quando termineranno la parole? Voglio proprio vedere! Ma mi sa che mi toccherà campare altri trecento anni, come minimo. Anzi, MTCATA, ossia Mi Toccherà Campare Altri Trecento Anni. Il mio amico Rib stesso è un acronimo ambulante: il suo nome completo — il cognome non me l’ha mai detto, boh! — infatti è Reginaldo Innocenzo Berengario. Sono solidale con lui, porello! Se avessero chiamato così anche me, avrei denunciato mia madre per lesioni personali gravissime. Io, a ogni buon conto, me la prendo con gli AR: sono stati loro a inaugurare questa moda assurda degli acronimi con lo strafamoso SPQR, che stava per Senatus PopulusQue Romanus. Tra parentesi, quattro anni fa Rib lavorava a Ginevra — o almeno così dice — come programmatore. Il suo software preferito era un “editor HTML” professionale WYSIWYG — altro acronimo! —, ovverosia What You See Is What You Get: ciò che vedi è ciò che ottieni. Mi raccontò che alcuni colleghi sviluppatori sognavano di integrare il BlackWidow, un programma oltremodo popolare a Ginevra, con l’editor da lui prediletto. Quando fu rapito dagli alieni — e io dovrei crederci! — e portato sul pianeta Ekros nel 5820, vide come venivano chiamati i programmi. Mettevano un acronimo del nome e poi una V minuscola, che stava per “versione”, anzi per “version” in inglese, seguita dall’anno in cui era avvenuto l’ultimo aggiornamento. Là c’era anche il BlackWidow con l’editor WYSIWYG integrato, come sognavano a Ginevra; e come sognava lui, d’altronde. Il nuovo programma aveva questo nome: Bwv5820. Rapito dagli alieni? Ma per favore! Possibile mai che nel 5820 useranno ancora i programmini che abbiamo noi nel duemila e qualcosa? Ci saranno ancora i vari Mark Zuckerberg e Bill Gates a sbriciolarci le palle con FB5820 e Win5820? Cavernicoli della tecnologia! E l’IA? I robot umanoidi come Sophia? La realtà aumentata? I viaggi spaziali a bordo di astronavi tipo Star Trek con il capitano Kirk? E poi, ancora acronimi? Io, questa, non me la bevo mica! Intanto MIIRAWD: Meglio Inviare Il Racconto Al WD, dico io…
  2. Adelaide J. Pellitteri

    La favola è finita

    La Regina aveva governato sempre con saggia intelligenza. Con il Re perennemente lontano a condurre le sue guerre, per garantire il benessere al popolo, si sobbarcava ogni incombenza; applicava le leggi, amministrava le casse reali, si prendeva cura personalmente di ogni singolo suddito. Accorreva al capezzale di anziani e malati, e particolare attenzione dedicava ai problemi dell’adolescenza. A tutti dava supporto e consolazione. Al pari di Re Salomone amministrava la giustizia facendo perfino da paciere nelle controversie, soprattutto nelle dispute tra fratelli. Ogni cosa le stava a cuore e piuttosto che fuggire davanti ai problemi, che ogni regno genera, li affrontava come una protettrice impavida. Il popolino la chiamava la Regina cazzuta, i religiosi la Madonna terrena, i filosofi guida illuminata. Certo non mancavano i denigratori, i nemici, chi riusciva – più o meno metaforicamente – perfino a pugnalarla alle spalle, scalfendone talvolta l’autostima, altre volte fiaccandola fisicamente, costringendola a correre da un confine all’altro del regno per inutili quisquilie. Tuttavia, altrettanto amata dai più, riusciva a superare ogni cosa, rimanendo sul trono dove risplendeva, più che di oro, di luce intensa e purissima. Un giorno, però, accadde qualcosa d’inaspettato. Al Re, in partenza per una nuova guerra, difficile da vincere, chiese se poteva accompagnarlo. La Regina voleva cavalcare al suo fianco per sostenerlo, essergli d’aiuto; c'erano i Ministri, il regno non ne avrebbe risentito. Lui rifiutò, senza giustificazione o, almeno, senza metterla a parte dei suoi perché, lasciandola, come al solito, a sobbarcarsi oneri sicuri e onori presunti. Si sentì offesa, umiliata, fino a convincersi: il Re non la riteneva all’altezza di un compito importante fuori dalle mura! Dopo una notte insonne e agitata, con il cuore in astio si affacciò dal loggiato gettando l’occhio là dove la vista spaziava tra campi coltivati e orizzonti lontani. Vide dei contadini chini a raccogliere i frutti generati dall’orto e si chiese: “Forse non sarei capace di fare anche il loro mestiere?” Si convinse che il suo lavoro di Regina era inutile, non valeva niente. Dare stupidi ordini a menadito, eseguendo tal volta, per altro, quelli del sovrano, a cosa poteva portarla? Coltivare e attingere da madre natura era di certo cosa migliore e più soddisfacente. Rapida e decisa calzò delle vecchie braghe sottratte a un servo, e corse verso i campi. Imparò subito l’arte della coltivazione e il suo orto, ben presto, divenne l’invidia dei contadini più esperti. Vivere del suo lavoro fu un’esperienza magnifica, respirare gli odori dell’alba, osservare la schiusa di boccioli e ortaggi le valse una nuova visione di sé. Tornare a sera esausta e sedersi sul trono aveva adesso tutto un altro sapore. Aveva appena scoperto il mondo. Prese a riflettere. Non si capacitava come il Re l’avesse potuta tenere in disparte dalla “creazione” del regno, avesse potuto relegarla – sebbene grande il numero di stanze e magnifici i giardini all’italiana – in quelle che poteva definire quattro stupide pareti. Sobbarcarsi le lagne di vecchi, di malati e di sconclusionati adolescenti era forse un lavoro? Portava a qualcosa? I vecchi alla fine morivano, i malati li curavano i medici, e gli adolescenti alla fine sarebbero cresciuti lo stesso. Stravolse le sue priorità. Disporre del suo tempo a piacimento le fece scoprire mille altri aspetti di una vita fuori da quei − seppur regali − miseri confini. Fu per questo che poco tempo dopo passando sopra un ponte dalla campata lunghissima, rimanendo stupita dalla pregevole struttura, decise di imparare a costruirne anche lei, riuscendo a progettarne un numero incalcolabile; tutti bellissimi, da fare impallidire i migliori architetti. La sua intelligenza, adesso più che mai, risplendeva come oro estratto da una miniera, e a lavorarci ancora un po’, ne fu certa, avrebbe cambiato e stupito il mondo intero. Da lì a poco guardando le stelle, ritenne che fosse suo preciso dovere osservare il regno da lassù; indubbiamente da quella postazione avrebbe goduto di una vista più esaustiva. Da vera Regina avrebbe potuto apportare altre migliorie a favore di tutti. In verità da un po’ non sedeva più sul trono, ma anche senza di lei, sapeva bene, tutto avrebbe continuato a funzionare; le regole erano già state scritte e osservarle non era una cosa difficile. Sotto l’influsso della nuova cognizione di sé, della vita e di ogni altra cosa, le stelle assunsero – giorno dopo giorno – un significato profondo e irrinunciabile. Ma lassù ci andavano solo gli astronauti, veri scienziati, e lei? La sua determinazione e le sue capacità le valsero il viaggio tra le stelle! Il suo popolo vedendo la sovrana guidare il razzo con la stessa sicurezza di quando teneva le redini al suo cavallo la guardò sbalordito. Applaudì, applaudì, applaudì; poi intimidito da qualcosa di oscuro e inspiegabile abbassò lo sguardo corrugando la fronte. La Regina, felice come non mai, lassù comprese quanto e cosa fosse stata capace di fare. Orgogliosa oltre ogni misura disse a se stessa che aveva fatto bene a gettarsi in quelle avventure, senza di esse non avrebbe mai compreso la meraviglia della sua esistenza, il valore delle sue capacità. Non era meno a nessuno, contadini e scienziati le erano pari, il Re non avrebbe potuto più negarlo. Abbassò finalmente lo sguardo sul piccolo impero, per gustare a pieno ogni sua meraviglia. Sgranò gli occhi! Non riusciva a comprendere cosa stesse osservando. Vide: i suoi giovani amati, vinti dall’apatia e dai vizi, brancolare in quell’età che si era sempre prodigata a rendere felice. Vide gli anziani marcire in luoghi fatiscenti, la gente in combutta tra loro, mentre i Ministri più fedeli la derubavano in casa. Si accorse delle violenze che si abbattevano su donne e bambini, della spazzatura piena dei loro corpi come di piatti rotti, azioni disoneste che, incredibilmente, sembravano portare la sua firma, il suo avallo. Si rese conto, perfino, che il Re (da tempo non si incontravano più) aveva smesso di tornare per offrirle le piccole o grandi ricchezze conquistate. Provò a urlare credendo che da lassù fosse più facile farsi sentire, batté i pugni contro l’oblò della navicella; nell’abbraccio del nero galattico, le rispose il silenzio ottundente dell’universo. La favola è finita.
  3. Stevesteve

    In ascensore

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41831-amore-giovane/?do=findComment&comment=740561 ____________________________________________________________________________________________________________________________ IN ASCENSORE Salgono insieme sull’ascensore. Lui va al 25° piano. Anche lei. Lui è di media statura, media corporatura, media età. Appena stempiato. Sudato. Ha parcheggiato con difficoltà lasciando l’auto un po’ di traverso. Ha percorso sotto il sole il tratto di marciapiede lungo l’edificio dentro al quale è poi entrato. È un po’ teso perchè deve avere un colloquio per un posto di lavoro importante. Non ne sa molto ma ha deciso di tentare. In verità non gliene frega niente, dato che ha già un lavoro soddisfacente. Ci va per mettersi alla prova, per vedere se vale. Per gratificarsi. Lei è giovane, spigliata. L’aria condizionata dell’ingresso le ha gelato la camicetta di seta sulla schiena. Viene direttamente dal parrucchiere all’angolo. Torna a casa, dove finirà di prepararsi per la serata. Si osserva uno sbaffo scuro sulla scarpa sinistra, di camoscio color tortora. Resta indecisa se provare a pulirlo: sarebbe un movimento poco elegante. Lo fa, poi sorride di sghimbescio al compagno di ascensore, per scusarsi. Lui lo prende per un vero sorriso. Si è accorto della manovra con la scarpa, ma magari era un pretesto, pensa. Sorride a sua volta ma lei ha già voltato lo sguardo. Ora guardano entrambi la bottoniera. Poi l’indicatore dei piani. Il pavimento. Lui pensa che potrebbe gratificarsi anche conquistando quella donna. Lei si sente osservata ma le capita spesso. Venticinque piani sono tanti e questo ascensore è lento. Le fa piacere essere guardata. Fingendo di aggiustare un ciuffo di capelli si gira fuggevolmente: lui la sta fissando. Ora è infastidita. Lui si aggiusta la camicia, si schiarisce la voce, si dondola da un piede all’altro. Potrebbe gratificarsi anche violentandola, perchè no. Poco tempo. Ma no, mica è necessario proprio venirle dentro. Potrebbe violentarla pizzicandole un capezzolo. Oppure, strappandole i vestiti. Urlerebbe. Potrebbe minacciarla per farla stare zitta. Non lo farò, ma potrei farlo. Dunque sei in mio potere, pensa lui. Sembra carino, pensa lei. È così impacciato che le viene voglia di parlare per prima. Intanto giocherella con la collana. Lo sbaffo sulla scarpa è rimasto tale e quale. Sorride a sè stessa e pensa che potrebbe farne qualsiasi cosa, di quel tipo. Potrebbe farlo innamorare. Oppure solo eccitarlo, provocarlo. Farsi invitare a cena e non andarci. O andarci: potrebbe anche essere piacevole. Lo sente plasmabile. Potrebbe gratificarsi anche uccidendola, pensa lui. Se la strozza lei si divincola e restano tracce. Un colpo alla carotide con taglio della mano: lei resta senza fiato a occhi sbarrati e lui la uccide con calma. Lei sta sbirciando il giornale che l’uomo tiene in mano. Lui se ne accorge e coglie l’occasione per attaccare discorso chiedendole se vuole leggerlo. Glielo porge. Lei lo guarda un attimo, ringrazia e glielo restituisce con un commento su uno dei titoli della prima pagina. Lui risponde con un’osservazione sul caldo di quei giorni. Lei sta per replicare ma le porte automatiche dell’ascensore si aprono. È il venticinquesimo piano. Lei si avvia verso la porta di fronte con la chiave in mano. Lui apre la bocca senza emettere alcun suono. Fa un passo verso di lei. Dieci minuti dopo, dove aveva appuntamento per il colloquio, lo cancellano dalla lista.
  4. Freedom Writer

    Il cerchio della conoscenza

    Osservando il solco lasciato per terra dal carro di passaggio, la giovane Tropea s’era come imbambolata; era rimasta incantata, stregata dal movimento circolare della ruota di destra. A dire il vero, senza nemmanco accorgersene, s’era alzata per porsi proprio al centro dei due binari lasciati dal carro e l’aveva visto allontanarsi ciondolando un po' di qua e un po' di là. Se i cavalli fossero bianchi o neri certo non lo rammentava, anzi, nemmeno si ricordava se fossero cavalli, muli, vacche o buoi. E il carrettiere? Non lo aveva visto che di sfuggita. Al contrario, rimembrava perfettamente l’ellissi che il suo sguardo aveva seguito dal muso delle bestie (o della bestia?), passando per il carrettiere fino alla ruota. Questa, d’un legno decisamente usurato, era circoscritta da uno strato di metallo fissato saldamente e battuto con alcuni chiodi agli antipodi della circonferenza, posti a croce. La riparazione aveva impedito il deterioramento del cerchio, che appariva molto ben conservato rispetto ai cinque raggi i quali, invece, presentavano solchi imputabili alla pressione esercitata dal peso del carro. La vita rigida nelle campagne al servizio dei padroni era sempre stata ben poco elastica con la giovane Tropea che, nei suoi due decenni al mondo, non aveva mai evaso le circostanze. Dedita a null’altro che al dovere aveva sempre assecondato i voleri materni, che tendevano ad avviarla ad un’esistenza fondata sul principio cristiano del sacrificio. Non aveva mai conosciuto un uomo nel senso in cui si intende far la conoscenza di qualcuno col presupposto di doverci metter su famiglia e, a dire il vero, anche il solo pensiero di incontrare da sola un uomo l’aveva esorcizzato molto tempo prima, dacché la madre era stata risoluta nell’esprimere il proprio giudizio: “gli uomini e le bestie son diversi perché gli uni lavorano e gli altri son l’oggetto del loro lavoro, ma questo perché gli uomini sanno adoperar le mani e le bestie ancora no!”. E la bella Tropea - perché era bella, ma bella davvero - accettava tutto purché di storie come questa ne sentisse il men possibile. Sebbene la mamma, che lei segretamente aveva rinominato “l’Arpia”, la volesse indirizzata al mestiere della casa, Tropea tanto aveva detto e insistito che il padre, dal buon cuore incatenato, aveva accondisceso e posto per una volta un freno alla lingua della consorte; la giovane aveva così potuto dedicarsi agli studi per un poco. Il maestro si era dedicato all’istruzione di quella giovane dai tratti libertini che sulle pagine, del mondo, ne apprendeva sempre più e, a poco a poco, si accorgeva che in lei ben poco c’era dei declivi del paesello. Quand’ebbe terminato e fu sul che di conseguir la licenza, il maestro chiamò a raccolta i parenti della giovane e con parole mai come allora tanto risolute li informò della sua natura. Tropea era affetta da un’irrequietezza che non poteva trovar pace e che, oggi o domani, l’avrebbe portata via. Voleva conoscere. Era il sogno concepito da una mente sovrumana, di questa il germoglio più genuino e, che fosse voler di Dio o del demonio, il suo futuro sarebbe stato ben diverso da quel che l’Arpia in cuor suo s’immaginava. Aveva mostrato un’inclinazione innata per le Lettere, sapeva leggere e ben scrivere e della conoscenza ne faceva respiro. Quando sentiva del bel mondo, là fuori oltre il paesello, ella si lasciava talmente trasportare che si affacciava alla finestra e il maestro doveva richiamarla, ma non aveva assolutamente perso il filo di ciò che egli stava dicendo, tutt’altro, vi era penetrata talmente da esserne divenuta parte. L’Arpia, tuttavia, aveva schernito il forbito precettore intimandogli il silenzio e sentenziando sul suo parere con intercalare irriverente. Tropea l’aveva avuta vinta, ma ora la casa, i campi e le sterpaglie la reclamavano; sarebbe stata una massaia istruita, ben più di ciò che ogni donna del paese avrebbe mai potuto avere. Di che lamentarsi, dunque? Il maestro, non poco contrariato, aveva ammonito la donnona sotto gli occhi complici del marito: se avesse tarpato le ali di Tropea vi sarebbero state asprissime conseguenze. La vita della giovane proseguiva sotto i dettami dell’Arpia, senza che vi fosse giovamento dal desiderio che tempo prima aveva espresso. Ora, con la sua licenza, avrebbe potuto lasciare il paesello e invece pareva esser condannata a restarvici. Un giorno, inforcando sterpaglie e sistemandole in un cassone di legno, Tropea dovette interrompere il lavoro per il caldo e, forse anche per i pensieri che si insediavano in lei, si voltò di scatto verso il sole per maledirlo e ne rimase abbagliata. Una forma scura e circolare su uno sfondo di luce le si parò davanti agli occhi doloranti, che adesso non riusciva ad aprire. Era un cerchio. Il sole è un cerchio. Il mondo è un cerchio. Una stella e un pianeta. Queste nozioni non son che il frutto dello studio di alcuni esseri umani e gli esseri umani fan parte del regno animale. La suddivisione dei regni, degli ordini e delle specie è frutto anch’essa di studi umani e gli studi son ciò che serve al fine di ambire alla conoscenza. La conoscenza è l’illuminazione, come accendere una candela nella più completa oscurità. Una luce in mezzo al nero nulla, come il sole, una sfera che all’occhio si fa cerchio. Ecco, la risposta è una calma perfetta, una geometria di natura, qualcosa su cui l’uomo non ha potere alcuno; è il destino scritto senza parole in una forma tra le più banali… il cerchio, sì, il cerchio della conoscenza che è in ogni cosa. Ed ecco che, appena il giorno successivo, Tropea era rimasta stregata dal movimento della ruota, quella ruota che con tutto il carico delle sue esperienze, dalla sua costruzione alle mille e più strade battute, adesso usciva dal paesello. Il cerchio. La ruota. La conoscenza. Adesso usciva dal paesello. Pareva più sfrontata Tropea, pareva non tollerare ormai più quella forma arcigna tipica dell’Arpia. Questa, dal canto suo, non aveva mai assistito ad una tal presa di posizione della figlia, la quale in tono definitivo aveva adesso detto di “no!”. Non avrebbe lavorato e, per di più, aveva chiesto denaro al padre ed era uscita per poi rincasare con nei tasconi della sottana un libro. Un libro! La furia dell’Arpia, ormai cieca, aveva fatto sì che l’afferrasse per la chioma e la scuotesse con forza. Ma quando Tropea si era rialzata, coi capelli mogano scompigliati, aveva sputato saliva sul pavimento e si era asciugata la bocca con la mano. La sua bellezza ora mutata dall’ira non traspariva che dai suoi lineamenti intatti e l’Arpia, anche se non lo sapeva, non avrebbe avuto occasione di rivederla. Tropea aveva afferrato con veemenza degli indumenti, che poi aveva riposto con cura in una sacca, dopodiché si era avviata verso l’uscio della casupola al limitare del sentiero. L’Arpia, adesso come illuminata, implorava la bella Tropea di restare; avrebbe potuto anche studiare purché restasse. Come avrebbe fatto il suo povero babbo senza in grazia l’onore di veder crescere la propria figliola? E lei, povera donna, che era stata risoluta ai limiti del crudele solo perché la casa andava portata avanti, le spese erano consistenti, i padroni sempre più esigenti e le loro schiene da vecchi sempre più stanche, cos’avrebbe fatto?. La supplica della donna che si inginocchiava, piangeva e congiungeva le mani come in preghiera alla madonna, si asciugava gli occhi col cencio da cucina e poi tornava a rinfoderarlo nel laccio che cingeva il grembiule, non pareva sortire alcun effetto su Tropea che, con gli occhi sgranati dall’odio, si accostava alla madre per posarle gelidamente una mano sulla spalla. L’aveva perdonata sì, ma non sarebbe rimasta. La sua casa sarebbe stata il mondo e dove sarebbe andata non avrebbe costituito un problema. I padroni erano in debito con lei dei denari del mese ed era giunto il momento di reclamarli. L’Arpia, accortasi che quello di Tropea era un addio, aveva scrollato via la sua mano candida levandosi di scatto. Se non aveva intenzione di rimanere, che se ne andasse, in quella casa non vi sarebbe stato più spazio per lei. Ma Tropea aveva già chiuso la porta alle sue spalle e aveva udito ancora un poco il pianto dell’Arpia risuonare, scandendo un ritmo macabro e stonato. Nel cortile il babbo lavorava di lena, con i baffetti grigi imperlati di sudore e la testa calva madida. Vi era stato solo uno sguardo tra i due, poi lui aveva annuito e lei aveva capito di poter andare, con il cuore più leggero di una piuma. I denari in una sacchetta di cuoio, la sacca dei panni e un libro costituivano il suo passato e con quelli, era certa, avrebbe costruito il futuro. La terra battuta era costellata da innumerevoli solchi lasciati dai carri come quello che portava il nome della sua libertà e a lei non restava che aspettare il prossimo. E finalmente ecco uno scalpitio e in lontananza avvicinarsi due cavalli e un carrettiere, stavolta li riconobbe distintamente senza prestar troppa attenzione alla ruota di destra; solo ci aveva buttato un occhio ed era salita sul carro. Più in alto, di un giallo brillante, il sole disegnava un cerchio nel cielo.
  5. Titolo: Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Le Ossidiane Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897265 Data di pubblicazione : 23 Giugno 2018 Prezzo: 12,90 (cartaceo) Genere: Antologia di racconti, generi vari Pagine: 275 Quarta di copertina: Un tormentato amore adolescenziale, il sapore acidulo di un liquore slovacco, un solitario dai risvolti filosofici, l'incredibile avventura capitata a una senzatetto: non sono che alcune delle storie raccontate nelle pagine di “Siamo in ballo”. Le popolano persone qualsiasi e personaggi di grande spessore, come Lech Wałęsa e Sandro Pertini, ma non mancano una gatta dal pelo fulvo e un cane che soffre di nostalgia. Li accomuna il trovarsi di fronte a scelte difficili, spesso dolorose, che decideranno del loro futuro. In questi racconti l'autore trova spazio per sviluppare temi e sentimenti soltanto accennati nei romanzi che compongono la serie poliziesca di Gretije de Witt, i cui protagonisti ritornano nei due più corposi dei trentotto che compongono l'antologia. Dai ringraziamenti: Buona parte dei racconti presenti in questa raccolta sono nati per partecipare ai contest che si tengono periodicamente sul forum e in particolare a quello più longevo: il Mezzogiorno d'inchiostro, una gara dove in dodici ore, da mezzogiorno a mezzanotte, si deve comporre un racconto di massimo ottomila caratteri, rispettando una traccia che si apprende soltanto all'inizio della gara. La caratteristica che distingue Writer's Dream da altri siti analoghi è l'accuratezza dei commenti che si ricevono, utili in un secondo tempo per rielaborare i racconti, seguendo suggerimenti e consigli degli altri utenti. Per questo motivo i ringraziamenti vanno estesi a tutti gli iscritti al forum, vecchi e nuovi: grazie ragazzi, se almeno qualcuno di questi racconti sarà piaciuto, il merito è soprattutto vostro. Un grazie speciale va a Chiara, per aver ideato l'isolotto di Ruca e per la mappa dettagliata che trovate a pag. 79 Link all'acquisto: Alcheringa IBS Libreria Universitaria Amazon Unilibro Feltrinelli negli altri store seguirà a breve
  6. dyskolos

    È meglio vincere il Nobel o Miss Italia?

    Sono le otto e un quarto. Mi siedo alla scrivania e accendo il computer. Ogni volta ci mette tre ore! La rotellina al centro dello schermo gira, gira sempre… e poi gira ancora… Ti prego, sbrigati, cara rotellina dei miei stivali, che fra un po’ arriva la vicina a bussarmi alla porta e… Toc! Toc! La “sveglia umana” suona puntuale. Ma put…! Se quella tizia si chiama Eva, non è mica colpa mia. Scusate, vado ad aprire e le dico che sono sveglio, così se ne tornerà a casa — spero. Fatto! Mi riaccomodo. La rotellina nel frattempo ha smesso di girare, dunque inserisco la password e apro il browser sul WD. Vediamo che fanno. C’è una notifica di Mister Frank: ha commentato — dice — “Unpopular opinion”. Ce la scriverei io un’opinion: “Ho una vicina troppo invadente: conoscete un metodo per neutralizzala prima che la mandi a quel paese per direttissima?”. Non ho tempo, devo aprire il file “capolavoro.txt” e fare copia-e-incolla. Finalmente! Ma… per Zeus! No! Qualcuno bussa di nuovo, e insiste per giunta. Chi sarà mai a quest’ora? Una vocina fa: «Sono Rib, apri, Giuse’». Ah, è lui. Rib l’ho conosciuto due anni fa a una pallosissima presentazione di un libro fantasy. Mi disse che da lì a cinque anni avrebbe vinto il Nobel per la letteratura. «Quando avrò finito il mio ventitreesimo libro» aveva detto due mesi prima in un’intervista pubblicata su un giornale locale «se ne accorgeranno, di me.» Mi mostrò un pezzo della pagina, sbrindellato ai bordi, dove c’era quella dichiarazione. Avrà esagerato? Perché, in fondo, anch’io vorrei quel premio. Ma soprattutto, uno si porta appresso un giornale strappato per pura vanagloria? Mi alzo e vado ad aprire contro voglia. «Che c’è?» «Togliti il pigiama e seguimi a casa, presto!» Odio quando mi forzano a vestirmi. Fosse per me, starei in pigiama tutto il giorno, alla Fantozzi, con la frittatona di cipolle sul tavolino. «Ma che è successo?» gli chiedo. «Miss sta male! Aiutami!» Miss? Per un attimo penso al manzoniano Carneade, ma subito dopo rammento chi sia. Cinque mesi fa, Rib è andato a vivere — “a convivere”, secondo il suo lessico — con codesta Miss. La chiamavano così in città perché una volta aveva partecipato a Miss Italia. Che non avrebbe vinto, io ne ero certo: troppo cozza finanche per Miss Condominio! Oltre tutto, la mancata reginetta di bellezza nazionale che va a vivere con uno che aspira al Nobel sembra la trama di un “rosa” di centesima categoria. È proprio vero che Dio li fa e poi li accoppia. Se Miss sta male, invece di stare con lei, viene qui a rompermi le scatole? Avrebbe potuto farmi uno squillo sul cellulare. Boh, certa gente non la capisco e mi rifiuto di capirla in futuro. A casa di Rib, sul divano, Miss guarda la televisione col telecomando tra le dita: danno un talent-show con due ragazzi che cantano. Cioè, in sostanza, che Rib fosse un gran cretino, l’ho sempre pensato. Vincere il Nobel? Ma va’, va’, e non tornare più! Dice che lui è più bravo di quelli dei talent — sarà! — e che, se proprio non dovesse vincere il Nobel, almeno un concorso canoro lo vuole mettere nel curriculum — farà Sanremo Young? — e che sa a memoria La bohème: quindi attacca un “che gelida manina, se la lasci riscaldar”, scimmiottando il Maestro Pavarotti e sfiorando la mano di Miss. «Rib, stonato in questo modo…» esclamo, mi turo le orecchie e mi volto verso Miss. «Chiudi la finestra che si sta mettendo a piovere.» Miss si alza con un ghigno e tira un sospiro: «Canta, respira, ridi e ama. Siamo in tre!». «Lo so: io, tu e Rib» rispondo.
  7. dyskolos

    La mia amica Antares

    E niente! Sono ancora qui, davanti al computer, assetato di mandare il racconto al WD. Ce la farò? O, come dice il mio amico purista del romanesco, gliela farò? Che se per caso — non sia mai! — mi scappa un “ahò, ja famo”, mi toglie il saluto e fa finta di non vedermi quando m’incontra per strada. Intanto cerco il file capolavoro.txt e apro la relativa cartella. Clicco su parole, poi su giochi, poi su… Un attimo. C’è Plurali.txt. Perché metto sempre nomi del bip ai file? L’altro giorno il file con il video del castello di Erice l’ho chiamato politica.mp4, mah! Così un giorno mi toccherà di dare ragione a quelli che dicono che sono strano. Plurali.txt? Ah, sì! Sei mesi fa, parlavo con la mia vecchia amica Antares — nome strano, lo so, ma tra di noi ci capiamo — di plurali. Lei sosteneva che il plurale dei nomi propri di persona si forma regolarmente. Quindi, prendendo a esempio il mio nome: un Giuseppe, due Giuseppi… Io non so che pensare: devo sforzare il neurone superstite, l’unico che m’è rimasto vivo in testa? «Giuseppe o Giuseppi, con te non ci vengo!» mi dice sempre quando la invito su da me a vedere la collezione di farfalle. Sarà anche una scusa vecchia, ma garantisco che funziona! Lei però preferisce stare tutto il giorno con il collo piegato sullo smartphone. «Sai che ne ho uno nuovo?» mi fa, sollevando gli occhi dall’aggeggio. «Quello vecchio me l’hanno fregato ieri.» È successo anche a me, o forse dovrei dire “a mio fratello Nino”. Un pomeriggio passeggiavamo in centro, quando entrai in una tabaccheria per comprare un tubetto di Vigorsol. All’uscita, lui tremava come un pulcino fradicio d’acqua. Gli avevano grattato il cellulare. Orco b…! Un tizio sfrecciava su un motorino smarmittato e diceva «gidi… gidi…». O almeno credo, considerato il rumore. «È stato lui!» mi gridò Nino in faccia. «Ma chi? Quello sul motorino? Gidi?» Io già l’avevo battezzato Gidi. «Capperi! L’ho visto solo di spalle e in lontananza.» Nino chiamò la polizia, che ci invitò in questura per un confronto all’americana. Vai! Mi piacciono le cose tipo “obiezione, Vostro Onore”. Sogno di dirlo sin da bambino. Quando mi chiedevano «Giuseppino, che lavoro vuoi fare da grande?», io rispondevo «l’avvocato americano», mentre i miei coetanei magari dicevano «l’astronauta» o «il ghostbuster». Eh, lo so, troppi film americani danno alla testa. Poco dopo ci presentammo. Avevano catturato alcuni sospetti e volevano sapere se eravamo in grado di identificare l’autore del furto tra questi. Ah, mitico! Dovevamo riconoscere Gidi! Mio fratello era radioso: «Mo individuo Gidi, come lo chiami tu, e lo mando al fresco per direttissima!». Ci condussero in uno stanzone, dove i sospetti sfilavano dietro un vetro unidirezionale — che figata! noi vedevamo loro e loro non vedevano noi — piazzato innanzi ai nostri grugnacci, mentre su un display compariva il cognome del sospetto presente in quel momento. Il primo gaglioffo si fermò dietro la vetrata con sguardo truce, e il display faceva “Provenzano”. Un poliziotto chiese a Nino se lo riconosceva, ma lui si voltò verso di me domandandomi: «È lui Gidi?». Ma io che ne potevo sapere⁈ Il telefonino lo rubano a lui e lo chiede a me? Poi io l’avevo visto solo di spalle. Dopo passarono un certo “Matte” e un “Salvi”. E Nino: «Che dici? Matte o Salvi?». Niè, mio fratello è più strambo di me. A volte dubito della sua salute mentale. D’altro canto lui dubita della mia. E va be’, me ne sono fatto una ragione ormai. Meglio mandare il racconto al WD, però…
  8. Roberto Ballardini

    God Bless America

    comm God Bless America Il piccolo Falco ha fatto un disegno a scuola, la scorsa settimana. La maestra ha chiesto alla classe di raffigurare, ognuno a suo modo, la bandiera americana. Bush ha appena avallato l’invasione dell’Irak e lei ha pensato probabilmente che infondere un po’ di sano patriottismo nei giovani virgulti non potesse certo far male. I disegni sono stati tutti esposti nel corridoio. Be’, quasi tutti. Quello del piccolo Falco è finito nel cestino. La maestra non ne è rimasta poi tanto sorpresa. Falco è un nativo americano, un nwagee. Dicono di sua sorella che sia un’evocatrice, che parli con i morti, e che il piccolo Falco un giorno diventerà a sua volta un grande uomo di medicina. Cosa ti puoi aspettare da gente simile? Un tempo la porta dello scuolabus si apriva e chiudeva automaticamente, ora bisogna spingerla con le mani. Callen, il fratello maggiore di Junion è un bravo meccanico, persino meglio di suo padre; l’amministrazione cittadina, dopo aver ratificato l’acquisto di un nuovo mezzo di trasporto, ha disposto affinché quello vecchio fosse portato lì, nella sua officina, per rimetterlo in sesto. Callen ci ha già trafficato diverse volte, e tuttavia lo scuolabus giallo sta ancora nell’erba, non ne vuole sapere di ripartire. L’interno del veicolo è buio. Junion avanza nel corridoio guardando a destra e a sinistra, nel timore che possa esservi seduta qualche entità non desiderata. Della ragazzina in fondo distingue soltanto la sagoma scura della testa e delle spalle, e il lieve lucore sulla sommità del cranio, dove la luce lunare che piove dall’alto si riflette sulla scriminatura dei capelli. Le si avvicina con circospezione e, prima di sedersi, accende i ceri. Per un momento ha un brivido immaginandosi di veder apparire nella luce tremula un volto feroce, invece quello che emerge dall’oscurità è il bel viso paffuto che ha già visto nel corso della prima evocazione. Ciao, Sheshebens. Mi chiamavano tutti Papu. Il naso camuso, le guance piene, le braccia e le gambe ben tornite, il seno già abbondante per la sua età le conferiscono un aspetto solido, attaccato alla terra. Se qualcun altro potesse vederla, oltre alla donna di medicina, giurerebbe sulla sua consistenza in carne e ossa. Ricordi qualcosa della tua vita? Sheshebens scuote la testa in segno di assenso. Non tutto. Soltanto fino al giorno in cui il figlio del temporale venne nel nostro villaggio. Intendi il generale Harlan R. Cooper? Non conosco il suo nome. Era il capo delle giacche blu, a Nogarita. Figlio del temporale, ripete Junion, come per valutarne il suono. Chi lo chiamava in quel modo, Papu? Mio padre. Quindi lo avevate già visto, prima di Nogarita? Sì, a Fort Le Grange, quando ci siamo andati per le provviste. C’erano problemi con gli approvvigionamenti, alla riserva? Non c’era da mangiare. Avevamo fame. Barba e stelle aveva proibito agli uomini della tribù di uscire dalla riserva per cacciare. Barba e stelle. Ovvero il colonnello Benson, l’ufficiale più alto in grado a Fort Le Grange. Le stelle erano quelle delle medaglie appuntate sulla divisa. Cooper era stato mandato a prenderne il posto, perché il vecchio sarebbe andato in pensione di lì a qualche mese. Queste informazioni gliele ha passate Leonard Oaks, lo scrittore con cui Junion collabora alla stesura di un saggio sulla persecuzione dei nativi americani. Il libro avrà per titolo "L’olocausto americano". In cambio, lei gli fornisce questo genere di testimonianze, che lui certo non potrà citare nella bibliografia. Per questo siete andati al forte? Per protestare? Sì, mio padre portò con sé donne e bambini. Il vecchio Orso Nero voleva impietosire i bianchi, che lo costringevano a umiliarsi per avere quanto previsto dal trattato: gli approvvigionamenti promessi agli indiani per avere ceduto i loro migliori territori di caccia. La donna di medicina maledice tra sé l’esercito americano, per l’ennesima volta, e gli interessi che ha sempre difeso. L’agente indiano, Donald J. Parker era una brava persona, ma non poteva far nulla per aiutarli. Le provviste erano nei magazzini del forte e il colonnello Benson non se ne voleva privare, sostenendo che anche i suoi soldati dovevano mangiare. In realtà, le rivendeva all’emporio della città più vicina. Cooper era là? Sì, stava sul cavallo, accanto a barba e stelle, e ci guardava come se gli facessimo schifo. Lo avevi già visto prima? No. Era arrivato al forte da poco. Che impressione ti ha fatto? Non sorrideva mai, nemmeno con la sua gente, e quando guardava fisso faceva paura. Anche Parker aveva paura. Anche barba e stelle. Così quel giorno tornaste al campo a mani vuote? No, successe una cosa. Che cosa? Uno dei bambini, annoiato, fece una boccaccia rivolta agli ufficiali. Il generale venne avanti con il cavallo, e si fermò di fronte a mio padre. Gli porse un frustino, ordinò di tirare giù i pantaloni al bambino e di colpirlo fino a che non gli avesse detto di smettere. Sheshebens racconta l’episodio con tranquillità, ma Junion stringe i denti senza accorgersene. La ragazzina è testimone di una quantità di atrocità tali da toglierle il sonno. L’episodio in questione non è nulla a paragone degli orrori di Nogarita, ciò nonostante è abbastanza per farle ribollire il sangue. In cuor suo, spera soltanto di poter sopportare anche il resto. Tuo padre cosa fece? Quando Parker gli ebbe tradotto la richiesta del generale, lui guardò l’ufficiale per qualche secondo, dal basso in alto, poi chinò la testa ed eseguì l’ordine. Quanto ci mise Cooper a fermarlo? Non saprei dire, però ricordo che quando il generale disse basta, le natiche del bambino erano rosse come le strisce della bandiera appesa a sventolare sopra il forte. «Che tu possa essere maledetto, Cooper» mormora Junion. Mentre le donne cercavano di calmare il bambino e gli tiravano su i pantaloni con delicatezza, il giovane capo dei soldati parlò con quello vecchio e poi ordinò a Parker di organizzarsi per la distribuzione di metà della roba che ci spettava. Barba e stelle era arrabbiato perché lui non voleva darci niente. Il figlio del temporale si mise a ridere e io pensai che i suoi occhi erano davvero pieni di fuoco, come fulmini. La sciamana e lo spettro della ragazzina parlano tutta la notte. Quando si sveglia, la mattina seguente, Junion sa di essere sola, sull’autobus, ancora prima di guardarsi intorno. Gli spiriti non rimangono mai troppo a lungo nello stesso posto, a meno che non abbiano motivo di farlo. Il sole sta sorgendo e lei ha gli occhi gonfi, il naso chiuso. Rannicchiata in posizione fetale, sui sedili in fondo, aspetta di ritrovare la forza di alzarsi, ma non sa dire quando sarà. Quella stessa mattina, Junion, Sheshebens e Leonard Oaks sono in piedi all’angolo dell’incrocio tra Lake Bridget Street e Groovenhor, nella luce invadente di mezzogiorno. La ragazzina osserva incuriosita il centro commerciale, un edificio basso e largo senza nessuna pretesa eleganza, un cubo di cemento verniciato di rosso a segnalare l’ingresso principale, tra altri due parallelepipedi blu e bianco. Una manciata di stelle appuntate a caso su ognuno dei blocchi. Vetrate scure agghindate di offerte pubblicitarie. Un’ampia zona ristoro all’ombra del parcheggio sopraelevato, due piste semi ellittiche a senso unico, una che sale e l’altra che scende, sorrette da robusti piloni di cemento. Una serie di lettere fissata sul cubo di mezzo, in alto, sopra le porte scorrevoli. "American Diesel". Un curioso binomio che crea un azzardato connubio tra il nazionalismo imperante degli americani e una discutibile idea di progresso. Due lettere parzialmente staccate penzolano capovolte in coda alle altre ma più in basso nella riga, come un’astrusa nota a piè di pagina. Ciò che resta della scritta assume un involontario e sinistro significato. "American Dies". Altri edifici sorgono intorno, altrettanto squadrati e banali, altri parcheggi, fili da un palo all’altro. Il fiume scorre torbido nell’alveo artificiale, a cinquecento metri di distanza. Oaks ha voluto far tappa in qualche bar, lungo il tragitto fin lì. Ora ha bevuto qualche birra di troppo e si è intristito. Guarda la gente passare così concentrato che sembra voler entrare nella testa di ognuno di loro, anche se nessuno gli presta la minima attenzione. Dove sorgeva esattamente il villaggio, Papu? chiede Junion. La ragazzina indica il centro commerciale, senza nessuna esitazione, come se davanti ai suoi occhi si ergessero ancora i teepee in cui viveva la sua gente. Oaks non può sentire la conversazione, ma Junion lo ha già messo al corrente della presenza di Sheshebens. Anche lui sta cercando di raffigurarsi come si presentasse quel luogo più di cento anni prima. «È qui che è vissuta, la ragazzina?» «Sì, ed è qui che è morta» lo informa Junion. Lo scrittore immagina, affascinato, una vita senza altri termini di paragone all’infuori della terra e del cielo. Senza le continue, sempre più sottili, sollecitazioni commerciali da cui doversi difendere. Senza lo straniante caleidoscopio esistenziale della globalizzazione. Senza i sensi di colpa indotti da serrati ritmi di produzione per i quali chi vi si sottrae, anche temporaneamente, debba sentirsi un fallito. D’altra parte, Oaks non sembra aver voglia di produrre alcunché e, allo stesso tempo, pare immune da qualsiasi tipo di senso di colpa. Com’era la tua vita, Papu? Ti piaceva? La ragazzina la guarda come se non capisse la domanda, poi la liquida con un’alzata di spalle. Il cielo è limpido, ma quasi bianco. La strada è popolata di persone intabarrate che sopportano stoicamente il primo freddo e la faticosa routine, e perseguono ciecamente i propri interessi. I soldati scesero dall’altipiano, laggiù, dice Papu indicando un punto a est dove ora sorge un palazzo di vetro di cinque piani, sede di una grande compagnia di assicurazioni, di una grande banca, e altre blasonate istituzioni. Molti di noi dormivano ancora. C’era un vecchio che viveva solo, e la notte rimaneva sveglio. Si alzava quando fuori era ancora buio e andava a passeggiare lungo il fiume. Fu lui a dare l’allarme. Ricordo che quando aprii gli occhi, la paura già attraversava il villaggio come un serpente. Il sole sorse di lì a poco. Li vedemmo arrivare al galoppo e, dalla furia con cui cavalcavano, fu subito chiaro che venivano per ucciderci. Se qualcuno di noi ancora sperava di salvarsi, era soltanto perché sapeva di non avere possibilità di scampo e non ci voleva credere. In piedi accanto alla ragazzina, Junion si sente stringere la gola, e lo stomaco. Oaks si sforza di decifrare le emozioni che l’attraversano. «È la piccola indiana, vero? Ti sta raccontando qualcosa di terribile.» «Questo luogo è intriso di sangue, e nessuno lo sa. La terra ne è piena e loro…» prosegue indicando con un cenno le persone che si muovono ignare, «ci camminano sopra come se niente fosse.» «Non puoi pretendere che vedano quello che vedi tu» dice lo scrittore, corrugando le sopracciglia e tirando fuori una fiaschetta piatta, studiata per stare nella tasca interna del giubbotto. «E nemmeno quello che vedo io, se è per questo» aggiunge in un tono più basso, rivolto a sé stesso. Sheshebens, intanto, continua a raccontare. Sbirciai mio padre da dentro la tenda, mentre andava incontro a piedi alla linea dei soldati, sempre più vicina. Mia madre tremava accanto a me e credo confidasse ancora nella sua forza di carattere, nella sua capacità di far fronte a ogni problema. Lui si fermò e allargò le braccia. Io non capivo se con quel gesto volesse fermarli o accoglierli, ma alle giacche blu non importava. Le prime fucilate risuonarono secche nell’aria pulita di quel mattino. Aveva piovuto, durante la notte. Non successe niente. Mio padre rimase immobile mentre sparavano. Sembrava che fosse lui a fermare le pallottole, poi una donna che correva lì vicino ebbe un sussulto, la testa le girò di scatto e io vidi che aveva un gran buco al posto dell’occhio. Cadde a terra e il bambino che teneva fra le braccia ruzzolò nel fango. Da una delle mani di mio padre le dita si staccarono e sembrarono prendere il volo. Una nuvola rossa gli uscì dalla testa e lui vacillò, poi cadde all’indietro con le braccia ancora aperte, rigido e dritto come un totem. Mia madre si riscosse, mi afferrò la mano e mi trascinò fuori dalla tenda. Junion prende il fazzoletto, si soffia il naso e si asciuga le prime lacrime sulle guance. Il distacco con cui la ragazzina narra gli eventi che hanno portato alla fine di tutto il suo mondo, la sconvolge. Anche l’idea delle ossa sepolte sotto il cemento dei marciapiedi e delle fondazioni degli edifici che la circondano, la sconvolge. Anche l’indifferenza di un tizio in attesa fuori da un negozio di scarpe - chiuso in un fuoristrada con il motore acceso per l’aria condizionata, che costringe due vecchiette ad allontanarsi dalla panchina su cui chiacchieravano per il fastidio dei fumi di scarico -, anche questo la sconvolge. I soldati entrarono nel campo mentre noi cercavamo di uscirne, anche se non c’era nessun luogo ove rifugiarsi. Soltanto il fiume e la pianura. Speravamo non perdessero tempo a seguirci, ma erano venuti per sterminarci e avevano tutto il tempo che volevano. Il sole raggiunge lo zenit e passa oltre. Le ombre ricominciano ad allungarsi, un poco alla volta. I passanti intorno a loro diventano sempre più numerosi, uscendo da bar e ristoranti e riprendendo il turno lavorativo. Il sottofondo sonoro della città, a quell’ora, assume una tonalità complessa e rumorosa, l’euforia della pausa pranzo che piano si estingue nell’operosità degli uffici e negli studi dei professionisti che si riattivano. Alcuni negozi, pochi, osservano una pausa più lunga. I primi a morire furono i più fortunati. Per la maggior parte se ne andarono con un colpo di pistola alla testa, sparato dall’alto delle cavalcature. Altri caddero a terra a dissanguarsi per i colpi di sciabola, e per loro fu più doloroso, ma agli ultimi rimasti andò anche peggio. Non è difficile da credere, pensa Junion con gli occhi ancora lucidi: quando i soldati ebbero sbrigato il grosso del lavoro e assolto a quello che era il loro dovere, gli fu concesso il piacere. E il loro piacere significava dolore per chiunque fosse chiamato a soddisfarlo. Oaks la guarda costernato e affascinato allo stesso tempo. Anche lui convive con i suoi fantasmi, certo, ma non sono così loquaci e concreti. Vorrebbe poter ascoltare a sua volta il racconto della giovane Sheshebens. La sua scrittura si nutre di storie, in fondo, e quelle dei morti sono di certo le più interessanti perché, a differenza dei vivi, non hanno ragione di mentire. Junion ha fatto un casino, a scuola. Se li è mangiati vivi, prima la maestra, poi il preside e infine anche il bidello, che dicono sia affiliato al KKK. Hanno cercato di metterla a tacere, ma quando ha minacciato di far finire la storia prima sui giornali e poi su You Tube, il disegno di Falco è magicamente ricomparso, anche se un po’ stropicciato, e ora fa bella mostra di sé insieme agli altri, in corridoio. Le polemiche non sono finite, ovviamente. Diversi genitori, bianchi, si sono lamentati del fatto che i loro figli avessero chiesto loro perché il riquadro in alto a sinistra della bandiera fosse vuoto e tutte le stelle ammucchiate per terra, ai piedi dell’asta.
  9. Roberto Ballardini

    On writing 9 - Le parole ultime

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 9. Le parole ultime Nello stesso momento in cui Leonard si sforza di fissare qualche ricordo del proprio passato, Willem Zucker si sveglia di soprassalto nella sua camera da letto, a Los Angeles. La sua mano corre d’abitudine al comodino, in cerca degli occhiali e, nel momento stesso in cui li trova, si accorge del foglio di carta sul quale sono riposti. La penna scivola sul pavimento mentre lo solleva. Si siede nel letto, inforca gli occhiali, dispiega il foglietto e legge. La stanza è illuminata solo dalla luna, ma la carta spiegazzata emana una luce propria, tanto che a Willem non viene nemmeno in mente di accendere la lampada. La calligrafia è la sua, anche se più disordinata del solito. Agocruna\ Filopunta \ LUNA Frustaschiena \ Sanguerivola\ PIENA Ventonord \ Fogliafolle \ LORD Terracruenta \ Ordemorti \DIVENTA Nerocupo \ Odiopotere \LUPO Vitasfuma \ Bruciamorte \ LUNA Belvafiera \ Boccazanne \ NERA VecchiaFord \ Ossidosmog \ LORD Lamarroventa \ Marchiocarne \DIVENTA Fondolago \ Alitofuoco \ DRAGO Mentre scorre il bizzarro componimento, quasi scarabocchiato sul foglio, i suoi occhi si alzano per perlustrare il paesaggio della camera. Willem ha la strana sensazione, malgrado all’apparenza tutto rientri nell’ordinario aspetto delle cose a cui è abituato, che nulla in realtà sia come sembra e di non essere solo nella stanza. Anche se non vede nessuno, avverte chiaramente la presenza di qualcuno, più di uno, come se creature invisibili gli stessero respirando intorno, come se gli togliessero l’aria, abbassando allo stesso tempo la temperatura della camera con il loro respiro. Nel frattempo, completa la lettura della strana filastrocca e rimane basito. Non ricorda assolutamente di aver scritto nulla del genere. Possibile che lo abbia fatto in sogno? Le sue insonnolite riflessioni vengono bruscamente interrotte da una voce profonda e decisa. Leggi ad alta voce, Willem. La voce gli è entrata nella testa, Willem ne è abbastanza sicuro. Non ha attraversato la camera, è risuonata direttamente all’interno della scatola cranica. Il suo corpo è percorso da un brivido e d’istinto indietreggia contro la testiera del letto. La sua voce, all’opposto di quella sconosciuta, è stridula e spaventata. «Chi ha parlato?» Leggi, ti ho detto, e lo vedrai. «Ma…» Leggi, ad alta voce. Il tono è decisamente persuasivo, ma Willem continua a fissare il foglio, a valutarne le parole senza dar retta a ciò che gli è appena stato intimato. Non ha ancora recuperato la piena lucidità, e questo gli impedisce di avere paura come dovrebbe. Una parte di sé è ancora convinta di stare sognando. «È roba fantasy, e nemmeno della migliore. VecchiaFord? Ossidosmog? Sono termini che stridono con tutto il resto del fantasticume.» Non chiederlo a me. Lamentati con il tuo amico Leonard. Presumo non gli venisse una seconda rima con lord. «L’ha scritta lui la filastrocca?» Èccerto. «Allora tutto si spiega. E chi sarebbe questo lord?» Sono io, coglione. Leggi, ti dico. Soltanto le prime due parole di ogni riga. E soltanto le prime cinque strofe, mi raccomando. Leonard obbedisce. La sua voce è tremula. «Agocruna, Filopunta.» LUNA. Willem sobbalza. Il sostantivo sembra essere uscito direttamente dalla carta con un tono squillante, come se lo avesse gridato la parola stessa. Le lettere si accendono e brillano come fulmini. La stanza comincia ad assumere una vaga tonalità azzurra, poi, man mano che Leonard prosegue a leggere, e ogni volta che l’ultima parola della riga urla sé stessa, intorno a lui prende forma lo scorcio di una foresta ghiacciata, tanto che infine il letto si ritrova posizionato in mezzo alla neve e ai tronchi degli alberi, neri come le dita di una salma secolare. Willem sobbalza una seconda volta quando si rende conto di avere seduta accanto una donna molto bella, anche se sul viso affusolato e sul corpo sinuoso sono abbarbicate efflorescenze bluastre, e sotto di esse si ramifica una rete di sottili vene gonfie di sangue scuro. Le pupille poi, spiccano luminescenti nella figura livida, tra capelli attorcigliati e appiccicati sul lungo collo sottile come alghe nere, e lo fissano con una insistenza indifferente e sinistra, mentre lui fissa i suoi seni grigi ma tonici e i capezzoli rugosi e duri all’apparenza come noci. Il corpo della donna emana un intenso effluvio di muffa e pacciame. Una seconda figura analoga è distesa nella piazza vuota del letto, sopra le coperte, e una terza lo osserva da dietro il tronco di un albero. Willem comincia ad assuefarsi alle stranezze e prosegue, intrigato nella lettura. «Nerocupo, Odiopotere.» LUPO, urlano il foglietto e le tre silfidi insieme e, mentre rilucono le quattro lettere della parola lupo, di nuovo rimbomba nella testa di Willem la voce del lord. Basta così. Le prime cinque strofe sono sufficienti. «Perché?» Devi proprio farmi tutte queste domande? «Be’…» C’è la luna piena, Willem. Non hai sentito la successione delle parole ultime? LUNA PIENA, LORD DIVENTA… LUPO. La foresta è svanita. La sua camera è quella di sempre, non fosse per la presenza delle tre creature arboree e dei loro occhi brillanti. La luce lunare è quanto mai intensa e tagliente. La porta dell’armadio in fondo alla stanza, davanti al letto, si schiude con un cigolio e ne esce un grosso lupo dall’aspetto regale e gli occhi lucenti. «Chiaro, è una specie di chiave» osserva Willem, «ma la seconda parte che significa? LUNA NERA, LORD DIVENTA…» NO! urlano tutti insieme, il lupo e le creature. Fermati, cazzo. Ma sei scemo? Lo ammonisce il lupo, nella sua testa. Che ti avevo detto? Quella parte si recita una volta sola. E una sorta di…soluzione finale. Mi sono spiegato? «Credo di sì.» Veniamo al punto, ok? Ho bisogno di te, uomo. Sei la persona attualmente più idonea a soddisfare le mie necessità. «Cioè?» Diciamo che perseguivo un certo mio disegno, intorno alla figura del tuo amico Leonard, e ora sono emersi alcuni elementi di disturbo che mi impediscono di portarlo a compimento. Ho bisogno che tu gli parli, e lo convinca con le buone o con le cattive. «Quel bastardo di Leonard mi ha scritto una lettera, prima di andarsene.» Lo so. «Lo ha fatto per avere l’ultima parola in merito a una nostra discussione e la cosa mi fa tutt’ora incazzare, perché l’ho sempre avuta io, l’ultima parola, in qualsiasi conversazione abbia sostenuto.» Bene. Ti darò il modo di andare a riprendertela, allora. Ti darò gli uomini e i mezzi. Esci nel corridoio. La luce è accesa, nel corridoio al primo piano della villa di Willem Zucker, e illumina una folla di armature che lo riempie completamente, dalla porta del bagno fino alle scale che scendono al piano terra. Willem è costretto a insinuarsi tra una e l’altra, per passare. I colori delle armature sono diversi e, attraverso la celata, vortica in ognuna una sfera di luce azzurra e spettrale che illumina il vuoto all’interno. «Scusate, mi scusi» balbetta imbarazzato mentre cerca di avanzare fino alla porta che si apre a metà del corridoio, anche se nessuno degli Unjack sembra ancora accorgersi della sua presenza. Allungando la mano, infila la grossa chiave nella toppa, la gira tre volte e spinge sulla maniglia. Strisciando tra un’armatura verde e una dorata, riesce a scivolare nella stanza e richiudersi alle spalle la pesante porta di legno massiccio. La mano di Willem avanza sicura nell’oscurità e schiaccia l’interruttore alla sua sinistra. I neon appesi al centro delle finte volte in cartongesso sfarfallano un po’ e infine illuminano con la loro luce siderale le teche, gli armadietti da esposizione e l’impressionante distesa di armi medioevali appese alle pareti. Direi che non ti manca nulla, ora, eh? «Oh no, direi che ho tutto ciò che mi serve» mormora Willem Zucker con un sorriso folle incorniciato dalla barbetta bionda e gli occhi tondi da rospo che gongolano di piacere. continua
  10. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  11. dyskolos

    Intanto nascondo i nomi e poi…

    Il soffitto è ancora là. Oggi voglio mandare il racconto al WD. L'ho salvato nel file "capolavoro.txt", quindi devo solo fare copia-e-incolla. Mi sono appena svegliato con un dolorino al naso. Ahi! Secondo la medicina — ho letto in un libro — di certi, ben poco noti, popoli precolombiani, quando hai un dolore devi disegnare delle U intorno all'area colpita. Basta con l'omeopatia e l'ayurveda: tutte cavolate col botto! Le U posso scarabocchiarmele io stesso sugli zigomi con la biro: ne tengo sempre un paio nel cassetto del comodino insieme a uno specchietto, che adesso fa proprio al caso mio. Mi sento Giotto mentre mi faccio i disegnini sul faccione. Poi con il naso fra U, dolente com'è, mi avvicino alla scrivania. Sopra c'è una vaso di vetro con un giglio candido al centro: delizioso. E rifulge come il sole che lo irraggia, ma purtroppo devo renderlo alla vicina che me l'ha gentilmente prestato con un «ci puoi decorare la tua stanza». Sono le otto e un quarto. Quella picchia alla porta ogni santa mattina a quest'ora: dice che è la mia «sveglia umana». Oh, non sbaglia mai un colpo. Anche oggi scende dal secondo piano, col fiatone… Toc! toc! e io apro. «Che cosa sono quegli sgorbi sulla faccia?» fa lei con meraviglia. «Eh, medicina precolombiana.» «Preco… che⁈» «Dopo aver provato con l'ayurveda…» «Giuse', ma ti sei ammattito?» e intanto si sventola la mano davanti al viso. «Ti ricordi la pianta che ti ho prestato avantieri? Quella pianta restituiscimela subito, prima che vengano a portarti via con la camicia di forza.» Mi fa le linguacce; le do la pianta e chiudo. Strascico le pantofole fino alla mia stanza, ridotta a un forno ormai. È sempre così in estate: la calura entra senza chiedere permesso. La vicina almeno bussa, e per questo la stimo. In estate, sia chiaro; poi in inverno non la soffro più di due minuti di fila, ché si lamenta sempre di sentire freddo."E per forza, siamo a gennaio” penso io. Accendo il computer per prendere il "capolavoro.txt". C'è il browser aperto alla pagina di ieri sera con una bella veduta di Lloret de Mar: i palazzoni a ridosso della spiaggia e l'azzurro del cielo. Ci sono stato alcuni anni fa in vacanza e mi sono innamorato della città. Ricordo l'aria carica di sale, ricordo i sapori vividi dei dolci. Fasciati in fogli di cellofan bluastri, li vendevano nei bar della piazza. Com'erano gustosi i dolci di Lloret de Mar cellofanati in quel modo curioso! Un bar di quelli, mi dissero, era molto rinomato. Non ho mai capito perché: forse per il solo motivo che il proprietario, un italiano, aveva tappezzato le pareti di frasi nella sua lingua madre. C'era anche lo scioglilingua "sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa". Sbaglio sempre la seconda frase, mentre dico bene la parte che fa: "Sopra la panca la capra campa". Rinomato solo per questo? Ma è ridicolo! Se invece fosse per l'avvenenza delle giovani cameriere, allora lo capirei senza fatica. Il racconto lo metto sul WD più tardi, sempre che…
  12. Roberto Ballardini

    On writing 2

    comm ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere Seconda parte «Sei uno scrittore fantastico, Leonard» esordisce Peter in tono educato, «e io ero un buon lettore, lo sai, ma questa storia…Te la stai perdendo» conclude. Non vuole farlo sembrare un rimprovero, ma ci riesce ugualmente. «Quale storia?» «La nostra» dice spingendo sul pronome, indicando con un cenno della mano tutti i presenti. «Dovresti scrivere di noi e invece…» Attendo in mezzo alla stanza, con addosso soltanto i boxer e la t-shirt, ma il resto della frase non arriva. Questa cosa delle frasi in sospeso è ricorrente nelle mie conversazioni. Forse pensano tutti che io sia abbastanza intelligente da completarle, risparmiando loro la fatica, ma non è così. «Quello che intende tuo fratello» interviene mia madre con la malagrazia che gli è consueta, «è che sei uno smidollato, un invertebrato, una nullità. Non hai le palle. Persino una cagata di Murder ha più carattere di te.» Abbasso la testa, ripensando al pastore tedesco che a suo tempo mamma aveva preso per garantirsi la sicurezza e poi si era dimostrato talmente docile che se un ladro glielo avesse chiesto con gentilezza e lui ne avesse avuto la capacità, gli avrebbe aperto il cancello e pure il portone blindato. Era morto di crepacuore due giorni dopo l’incidente, quando la sua padroncina non era più tornata a casa. Forse non sanno della sua morte, penso, ma il cane emerge dall’altro lato del letto per andare ad accovacciarsi vicino a Janine. Lo sguardo di mia sorella è peggio di tutti i rimproveri che mia madre possa muovermi. È così imperscrutabile che lascia immaginare tutto il peggio possibile. Non è mai stata una bambina molto sorridente. «Non posso scrivere di voi. Devo finire il mio romanzo.» «Intendi quella roba di maniaci e poliziotti da operetta?» insinua acida mamma. «Intendo il mio romanzo» insisto. «È un fantasy» aggiungo sulla difensiva, e mi esce come se mi stessi scusando. «Però è molto cupo e violento» mi affretto ad aggiungere, come se cambiasse qualcosa. «Un dark-fantasy, in realtà» insisto, alla disperata. «Con una spiccata vena hard-boiled. Per certi versi può ricordare American Gods di Neil Gaiman» le spiego, e non mi sfugge la surrealtà di questa scena. Io che cito Gaiman a quella sorta di rozzo gangster a domicilio che è mia madre. «Ma tu quanto pensi che me ne freghi eh?» taglia corto lei. «Il tuo romanzo del cazzo sarà ancora lì quando avrai finito con noi» inveisce. «Marianne dice un sacco di parolacce, lo sai? La cosa non ti fa sentire in colpa?» Mia madre mi guarda con odio. «Perché volete che scriva di voi?» «Secondo te?» sbotta, piena di sarcasmo. «Se lo sapessi non lo chiederei.» «Sei proprio…» Janine alza una delle sue mani minute e nostra madre si zittisce all’istante. Gli occhi di mia sorella mi fissano ancora più intensamente, ma continua a non parlare. È Peter a farlo per lei. «Perché ci farebbe piacere, Leon. Tu sei uno scrittore appassionato, potresti...Farci sognare la vita, ancora una volta.» «Sì» annuisco senza esitare, «sognare la vita…» ripeto in un sussurro. Peter l’ha detto come se fosse possibile soltanto questo. Sognare. Il sorriso di Janine è delicato come un fiore, ma talmente raro da lasciare un segno indelebile ogni volta che sboccia. La sua voce sembra il soffio di un pensiero. «Lo farai?» Le parole mi escono in un tono mellifluo, colpevole. «No, tesoro, non posso. Non ancora. Non ci riesco.» Il silenzio scende nella camera, denso e umido come una nebbia. Peter mi guarda, poi abbassa il capo. Mia madre si irrigidisce, il volto simile a una maschera di legno africana. Il mio respiro fa avanti e indietro come la leva arrugginita di una pompa che cerchi disperatamente di mungere acqua da un pozzo, con scarso successo. Poi si ferma di colpo, quando Janine spalanca la bocca e urla. Lo specchio sopra lo scrittoio si rompe, e anche quello del bagno, posso vederlo attraverso la porta aperta. Chiudo gli occhi per la fitta lancinante che mi attraversa il cervello. Mi prendo la testa fra le mani e mi piego in avanti, fin quasi a toccare le ginocchia con la fronte. Quando l’urlo si interrompe bruscamente come si è generato, mi guardo intorno, e sono solo nella camera. Voglio ripeterlo: scrivere non è mai stato un piacere. Il piacere si palesa in seguito, lo so. Nell’immediato non costituisce una motivazione sufficiente. Non ho mai forzato quella parete che mi divide dalla camera di scrittura contando su qualche tipo di gratificazione istantanea. L’ho fatto, come dicevo, per necessità, per mancanza di un’alternativa, perché un’alternativa non l’ho mai avuta. Mi ci è voluto un po’ a capirlo. Non ho mai creduto nella caccia alle sensazioni, nel perseguimento del divertimento, nel conforto della socialità, nella concretezza della fisicità e delle emozioni. Soltanto nella realtà del pensiero e della sua esternazione, e nell’evoluzione della forma mentis. Non ho mai perseguito altra ragione di vivere che non fosse la realizzazione delle storie che mi venivano in mente e, fino a questo momento, le storie non mi hanno mai tradito. Non mi hanno mai lasciato solo, a differenza dei miei genitori, degli occasionali amici, delle ragazze con cui uscivo e della moglie da cui ho divorziato. Nessuno di loro ha mai capito la mia vitale necessità di storie. Marianne ha sempre criticato la mia natura artistica tacciandola di misantropia – Marianne con i suoi amici -appendice, il marito-appendice, i figli-appendice e la sua vita fatta di appendici –, ma io mi sono sempre vista garantita in ogni momento la percezione degli altri, di tutti gli altri, e la consapevolezza di me stesso in mezzo agli altri. Questo grazie alla scrittura. Impegnata com’è tra il suo lavoro di giornalista e la famiglia, Margie non si fa sentire da giorni. Spesso ci incontravamo lungo il percorso dei nostri viaggi, ma ora non avrei comunque il coraggio di vederla: so che comincerebbe subito a contestare l’inerzia con cui mi trascino tra il letto, il bagno e il mini-bar. Non capirebbe nessuna delle mie motivazioni, cercherebbe solo di guarirmi e non posso farlo, per il momento. Il giorno successivo al funerale, la casa di Marianne è immersa nel silenzio come una bottiglia sul fondo del mare. Una bottiglia piena di dolore. E io sto dentro quella bottiglia. È mia sorella a rompere l’incantesimo, naturalmente. «Leonard!» strilla, entrando nel bagno senza bussare. Io sono rannicchiato in un angolo del piatto doccia. L’acqua cade dall’alto e mi batte sul fianco, mi irrita la pelle. Anche gli urli isterici di mia sorella lo fanno. Lei entra nel box di cristallo e comincia a strattonarmi. «Sto bene, cazzo. Perché non bussi prima di entrare?» «E tu perché cazzo sembravi morto eh?» «È tutto a posto. Ora esci da questa cazzo di doccia, ok?» «Mi sono bagnata tutta, porca troia.» «Dovevi bussare» insisto uscendo dalla cabina e girandomi un asciugamano intorno ai fianchi. «Ti avrei detto di non entrare e la cosa finiva lì.» «Hai bevuto!» «Non urlare, Mary, ti prego.» «Ti sei ubriacato di nuovo.» «Lasciami stare. Non voglio litigare.» «E no, cazzo. Troppo comodo. Qui ti hanno sempre difeso tutti quanti, ma io l’ho sempre detto che sei soltanto un immaturo. Un ragazzino di quarant’anni incapace di assumersi qualsiasi responsabilità.» «Mi fai vestire, per favore?» «Vaffanculo. La colazione è quasi pronta» dice lei con la stessa brutalità di nostra madre che prima inveiva e poi ci spediva a tavola. Se non fosse così ipocrita, mia sorella ammetterebbe di odiarmi. Marianne è rozza e volgare, ma non è stupida. Intuisce come i nostri modi di vivere siano antitetici. Non c’è discussione che tenga, ammesso che io e lei si possa mai sostenerne una. La distanza fra noi è una questione di sopravvivenza e lei lo sa, anche se finge di volermi trattenere per potermi dare addosso fino all’ultimo. Io, invece, so che quello è stato solo il primo round. Mentre mi vesto e metto la roba dentro lo zaino, mi preparo psicologicamente al secondo. Continua
  13. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  14. Marcopatico

    La porta nel deserto

    Dopo giorni e giorni in fuga nel deserto Ynea trovò finalmente la porta. Da come ne parlarono i grandi saggi del templio la si potrebbe immaginare di colori sgargianti, ricoperta di diamanti e pietre di ogni tipo, con la maniglia e la serratura d'oro. Nulla di tutto ciò. Una comune porta bianca nel deserto. Con il fiatone e in un bagno di sudore si guardò indietro; le creature nere lo avrebbero fiutato ovunque, e dal rumore dei passi si direbbe che al loro arrivo non sarebbe mancato molto. Dopo qualche passo a stento per la fatica, Ynea era lí, di fronte alla porta. Provó nervosamente ad aprirla ma nulla, era chiusa. Ovviamente serviva la sua chiave. Preso in mano il mazzo di chiavi non rimaneva che cercare quella giusta: si, ma quale? Preso dalla paura Ynea provò tra le centinaia. Una, due, tre, quattro ma niente; nessuna chiave era quella giusta, e le creature nere erano sempre più vicine. La tensione era altissima. Si guardò attorno e subito fissò velocissimo ogni angolo della porta, in cerca di qualche indizio, dato che non gli era stata data alcuna indicazione dall' ex proprietario delle chiavi. Prese un respiro profondo e con concentarzione si mise a fissare con occhi fini il mazzo di chiavi. Le creature erano a un passo da lui, forse poche decine di metri. Urlavano versi incomprensibili e mormoravano frasi pesanti, insulti e grida di rabbia. Pochi metri e sarebbe stato loro preda. Voltandosi di scatto verso il mazzo di chivi e osservandolo bene vide che una era più piccola delle altre, semplice e arrugginita. Infilata con fretta, mezzo giro e la porta si aprì. Si aprì lentamente emanando una luce fortissima. Le creature si fermarono spaventate e attonite. A quel punto, incantato dalla luce, Ynea fece un passo dentro La porta e le creature fuggirono via, scomparendo come fantasmi colpiti da quella luce fortissima e celestiale. A quel punto non restò altro che proseguire all'interno. La paura era tantissima, quasi quanto lo stupore di quella luce accecante, e sapendo che nulla sarebbe più stato come prima, prese coraggio, e dopo un passo all'interno della porta di colpo si chiuse.
  15. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  16. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico, né racconti, poesie o raccolte. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.adiaphora.it/contatti Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Distribuzione: https://www.adiaphora.it/contatti/ Libro.Co per le librerie, in Digitale StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  17. Roberto Ballardini

    On writing 7 - Riepilogo

    comm ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 7. Riepilogo La storia ha inizio a Charlottesville, Virginia, dove Leonard Oaks, uno scrittore di discreto successo e di un genere piuttosto variegato (dark fantasy\thriller\hard boiled ), fa ritorno nella città in cui è nato dopo aver subito un grave lutto familiare. La madre Claire, il fratello Peter e la sorellina Janine sono tutti morti nello stesso incidente d’auto e lui, dopo il funerale, si ferma qualche giorno presso la casa della sorella maggiore, Marianne. La famiglia Oaks non è evidentemente delle più felici; dopo i primi giorni di doveroso riserbo, riemergono le antiche diatribe in essere e Marianne ricomincia ben presto a rinfacciare a Leonard le sue presunte mancanze nei confronti del resto dei familiari, in primo luogo verso il padre che è rimasto solo nella grande casa in cui tutti loro sono cresciuti. Marianne critica aspramente l’indole artistica di Leonard, accusandolo di essere un misantropo anaffettivo, e lui reagisce ben presto come ha sempre fatto e cioè andandosene e ricominciando a vagare in lungo e in largo per gli states, tra amici, ammiratori, reading, presentazioni e quant’altro. Leonard possiede, tra l’altro, una bellissima villa nel Maine progettata e arredata da Angela Oaks, la quartogenita (dal più vecchio al più giovane, l’elenco dei fratelli Oaks defunti e viventi e il seguente: Marianne, Peter, Leonard, Angela, Janine), che per qualche ragione tutta sua gli risulta invisa e dalla quale preferisce tenersi alla larga, continuando a pernottare presso alberghi e conoscenti. Fin qui tutto normale, giusto? Relativamente, si intende, come può essere normale qualsiasi famiglia in essere, con tutta l’insofferenza, i rancori, le cose non dette, le cose dette anche troppo e, perché no, qualche occasionale sprazzo di buon vecchio e sano ammore. Quello che invece non è normale, è come Leonard cominci a vedere e sentire i familiari defunti. La prima visita la riceve in un motel, qualche giorno prima del funerale, quando ancora lo scrittore non ha raggiunto la sua città natale. Claire si rivela per prima, in tutta la brutale rudezza che l’ha contraddistinta in famiglia e sul lavoro, essendo stata a suo tempo uno dei migliori detective della squadra omicidi di Roanoke. Peter, al contrario paziente e flemmatico, da buon professore universitario, continua a rivestire da morto la stessa figura del perfetto mediatore nella famiglia Oaks che si sforzava di essere da vivo, purtroppo con gli stessi scarsi risultati. Insieme agli spettri e spettro anch’esso, viaggia il cane Murder che, a dispetto del nome, sembra l’animale più pacifico della terra. Anche di più ora che, successivamente all’incidente, è morto per il dolore. Chiude la sinistra sfilata la piccola, taciturna Janine, la quale ha acquisito con la morte un’ulteriore enigmaticità che la pone a metà strada tra l’essere vittima innocente di una vita crudele, e ambasciatrice di un mondo oscuro. È lei a formulare per ultima, con la sua apparente seraficità, la richiesta del gruppo, e cioè che Leonard abbandoni il romanzo in lavorazione per scrivere di loro. Ed è sempre lei a reagire al costernato rifiuto del fratello, con un urlo micidiale che interrompe quella prima digressione dalla realtà. Tornando al giorno successivo alle esequie, Leonard lascia dunque la casa di Marianne e prende un aereo per andare a far visita a un vecchio compagno di college con il quale è rimasto in contatto, a Los Angeles. In realtà è la prima possibilità che gli viene in mente sull’onda del disappunto emotivo, in quanto Willem non è propriamente un amico dal quale Leonard possa aspettarsi la comprensione che vorrebbe. Willem Zucker è uno scrittore di romanzi medioevali e un appassionato storico del periodo. I suoi tomi sono di una puntigliosità esagerata per quel che riguarda il particolare e lui non perde occasione di rimproverare a Leonard la presunta superficialità con la quale si approccia al mestiere. Invidioso del successo del collega, Willem non fa altro che snobbarlo e suggerirgli più o meno affettuosamente come cambiare registro. Ancora innervosito dal litigio con Marianne, dopo qualche giorno di soggiorno nella villa dell’amico, Leonard gli scrive dunque una lettera sarcastica prima di andarsene, con la quale prende di mira quella che a suo modo di pensare è l’ingenua e pedante filosofia esistenziale del vecchio compagno di scuola, confessandogli tra le altre cose di aver sempre deliberatamente ignorato i romanzi che Will gli mandava a ogni nuova uscita, convinto di potergli insegnare qualcosa. Un’altra porta che Leonard si chiude alle spalle, sempre più esasperato dal dolore per la perdita recente e dalla continua, cronica conflittualità dei suoi rapporti familiari e sociali, nei quali gli sembra di non riscontrare altro che richieste, rimproveri, consigli non richiesti e smaccate paternali. Intanto le figure dei familiari scomparsi continuano a lavorargli dentro e in particolare, com’è logico che sia, quella della piccola Janì, come la chiamava lui. È in un parco di Los Angeles, dove Leonard si addormenta su una panchina, che prende corpo il secondo episodio onirico. Quando si sveglia nel cuore della notte, lo scrittore si avvede di una sinistra figura stagliata in cima a una collinetta contro un muro di surreali fiamme bianche come latte. Leonard riconosce fin da subito la sagoma del cavaliere dall’elmo cornuto, ma è egli stesso a parlargli (nella mente) e spiegargli cosa vuole. Lord Lockerhout è uno dei protagonisti (il cattivo, come si suol dire, o come dice mia madre quando si spara tutti gli action movie di Chuck Norris e Steven Seagal incitandoli ad alta voce alla demolizione fisica degli avversari ) del primo tentato romanzo fantasy di Leonard, poi lasciato a metà, che ora si presenta a reclamare per sé e per gli altri personaggi una degna conclusione della storia, in modo che essi possano confermarsi e vivere nell’immaginario dei potenziali lettori. Affinché Leonard si renda conto della effettiva serietà della richiesta, spuntano dal bosco intorno due sgherri di LL, i cosiddetti Unjack che lo scrittore conosce bene in quanto frutto della propria fantasia, ovvero una coppia di vuote armature animate all’interno dalla luce spettrale di un incantesimo, opera del cavaliere\mago sulla collina. I due arcani figuri lo immobilizzano e si accingono a mutilarlo di un paio di dita del piede. Un opportuno avvertimento, a dire di LL, e al tempo stesso un incentivo a far sì che Leonard si disponga, sotto minaccia di ulteriori rappresaglie, a soddisfare la richiesta ricevuta. È proprio all’ultimo momento, prima che la minaccia venga eseguita, che in soccorso di Leonard giungono inaspettatamente i familiari defunti. Con un urlo dei suoi Janine scaraventa gli Unjack lontano dal fratello, mentre Claire esce dal bosco come una furia e con una mazza da baseball li accartoccia al suolo come lattine di birra schiacciate. Curiosamente, a Charlottesville, in quello stesso momento, il padre di Leonard si sveglia e cerca nel ripostiglio la sua mazza da baseball. A Marianne e a suo marito, che si sono fermati qualche giorno da lui per stargli vicino dopo il funerale, Bertrand sembra un povero vecchio demente a cui il dolore abbia bruciato il cervello, ma ciò non toglie che la sua mazza sia effettivamente sparita. È a questo punto che si conclude il sesto episodio, con la madre che si accinge a spiegare a Leonard il punto della situazione, e lo scrittore stretto tra l’incudine e il martello di due ultimatum opposti. Alcune anticipazioni: l’amico medioevalista che rientra in scena, decisamente più folle e letale di quanto si potesse pensare. Un’aspirante scrittrice che si rivela sempre più insistente e ossessiva. La relazione di Leonard con una donna sposata che diventa quanto mai complicata. Lord Lockerhout e compagnia bella che, com’è logico che sia, non ne vogliono sapere di farsi da parte. Ai prossimi capitoli, dunque.
  18. andrea werner mondazzi

    La sindrome di Stoccolma in Isabella

    Di Sindrome di Stoccolma, in verità, non s'è ammalato mai nessuno. Quando scorgiamo qualcuno sofferente nel rinunciare al proprio carnefice, semplicemente, siamo testimoni dell'acuizione di un sintomo pregresso. Semmai alcuni, generalmente piuttosto avanti negli anni, guariscono da questo tanto curioso quanto pandemico morbo dello spirito. Ma tutti ne nasciamo affetti. E ciò lo dimostrano le storie dei bambini malcresciuti in famiglia, specialmente se allevati da madri fredde e manipolatrici, donne egoiste e pure ostili. Lo dimostra, per esempio, la storia di Isabella. Bimba che, nell'infanzia, tutti credevano felice. Per esempio, lo credeva la sua maestra, dato che il giorno in cui dispose alla classe che ognuno avrebbe disegnato il proprio più grande sogno, i bambini tutti tratteggiarono auto, razzi, belle bambole e vestitini, mentre Isabella disegnò sé stessa sorridente, tenuta per mano dalla mamma e dal papà, tutti e tre felici su un prato verde e sotto un sole giallo. Non che alla bambina non piacessero tante delle cose disegnate dai compagni, ma ciò che più desiderava era l'irrealizzato sentirsi amata dai propri genitori. Perciò dipinse quello. Tuttavia, che sul foglio fosse ritratta risposta alla specifica richiesta che lei stessa aveva avanzato, sarebbe potuto venir in mente ad una maestra viva, ma non ad una stanca e disaffezionata, non ad una che la propria missione la mimava. Quindi, la distratta docente si concesse un po' di brodo di giuggiole, concluse con sé stessa Isabella essere la sua alunna più serena, ma che la piccola, invece, avesse lanciatole un segnale, quello no, non le balenò in mente. Lo credevano anche i vicini di casa, dato che quando al pomeriggio i bambini del palazzo giocavano schiamazzando tutti insieme nel giardinetto, Isabella era l'unica a rimaner seduta accanto alla propria mamma, tenendole la mano stretta in grembo fra le sue, mentre la donna s'impegnava a raccontarsi i fatti del condominio con le altre madri. Sì che doveva essere un gran tesoro quella figlia, così mite ed attaccata, considerava ogni donna della palazzo. Estasiate, commentavano tra loro "Quanto aiuto deve darle in casa!", non senza un po' di invidia. Però, una capace di giudicare strana la sistematica rinuncia al gioco da parte di una bimba di tale età, no, una che giudicasse questo non vi fu. Forse perché, a chieder conto dei fatti altrui, si teme poi vedersi costretti a render conto dei fatti propri, chissà, ma sta di fatto che così Isabella potè seguitare a rubare quel poco di contatto dalla propria madre, lì, davanti a tutti, quando muovere il gesto di scansarsela di dosso per la donna sarebbe apparso sconveniente. Che lei fosse, anzi, che lei dovesse essere bambina felice lo pensava anche Isabella stessa. Lo pensava e lo ripensava però con grande dramma, poiché il senso di colpa la divorava. Dato che, certo, se in casa la mamma era sempre scura in viso, un motivo c'era. Se la mamma doveva sgridarla sempre, una ragione c'era. Se la mamma ed il papà erano così belli e sorridenti nelle foto del matrimonio, quando lei non era ancora nata, ma ora, una sera sì e l'altra pure, battibeccavano a non finire, questo qualcosa significava. E, quindi, Isabella di essere così cattiva non se lo perdonava. Più avanti, nel tempo della pubertà, ad ascoltar bene Isabella, forse, uno scricchiolio lo si sarebbe percepito. "Ad ascoltar bene", si badi. Infatti, la voglia di fare, di uscire, di andare a far l'adolescente coi ragazzi e con le amiche ad Isabella non mancava. Però non si poteva. Mamma, maledetta mamma, lo spiegava e di ribadirglielo non lesinava: "Finché stai a casa non t'azzardare a disubbidire" e anche "La puttanella, se vuoi farla, devi cancellarti il cognome di tuo padre". Padre che, ad Isabella che in cerca d'aiuto l'osservava, scostando il giornale dagli occhi quel po' che serviva, lanciava uno sguardo un po' irrigidito come a domandare: "L'hai sentita bene?". E che mamma, maledetta mamma, di ragione ne avesse da vendere Isabella dovette ammetterlo per bene, avendolo imparato l'unica volta che, a fare di testa propria nonostante tutto, fino in fondo ebbe insistito, sicura di saper digerire senza conseguenze le minacciose invettive ricevute a casa. Fu la sera che seguì le amiche in giro fino a tardi e che finì con quel ragazzo giù nell'angolo, seduti al tavolo. L'aggredirono tremori non appena le dita d'una mano sentì da quelle di lui sfiorate. Dovette scappar fuori dal locale con lo stomaco stretto in una morsa di terrore: il tempo d'infilarsi in un vialetto defilato e il panico la fece vomitare fino a quando, su dall'esofago, non gli fu rimasta a salire altro che schiuma. Ad ascoltare bene, come detto, le amiche più vicine qualche scricchiolio sarebbero state in posizione di carpirlo. Ma "ad ascoltar bene", come s'è detto, cosa da quelle amiche ritenuta un po' più faticosa che dimenticare di chiamarla ancora per uscire. Specialmente da quando divenne diffusa quella voce: che Isabella i ragazzi li facesse allontanare. Di quella sera, Isabella, maledetta Isabella, sentì così forte la vergogna che, pur di liberarsi, andò a confessare in lacrime dalla sua benedetta mamma, pregando ed implorando per elemosinare qualche giusta punizione. Ebbene, come fin da piccola ogni volta era accaduto, anche quel giorno, piuttosto che sviscerarlo ed elaborarlo, il senso di colpa di Isabella la madre valutó di lasciarlo sclerotizzare. La donna, infatti, sostenne con grande convinzione di non volerle comminare alcuna punizione poiché "Isabella, mamma lo sa bene, tu sei ragazza di cuore e meritevole". Usciva questo dalle labbra, ma dagli occhi uscivano gelide saette che la poveretta contrita ragazza sentiva, con mesto dispiacere, dritte dritte ficcarlesi nel petto. Intanto, in cuor suo, la madre infatti articolava: "Eh no, bella mia, nel senso di colpa ci devi affogare! Vedremo, così, se metterai la testa apposto!". D'altronde, regola voleva che, lasciata cuocere a sufficienza la ragazza nel proprio triste brodo, al momento propizio la donna affondasse il colpo vero, il colpo quello che faceva male. Esattamente come quella volta che il volgere dei fatti sembrò guidato con grottesca e perfetta perfidia, dandosi che la madre, di lì a poco, carpito che a scuola qualche professore discutesse del perché la ragazza spesso fosse cupa, si tutelò invogliando Isabella a partecipare alla festa d'Istituto, così da mostrare la ragazza, tutto sommato, fosse normale. Però, per non perdere le briglie di quell'animo spaurito, programmò di fingere un malanno la sera stessa, quando la giovane già stazionava sulla porta di casa, pronta ad uscire, tutta emozionata. "Vai serena", le disse con tono benevolente da consumata attrice, "Non pensare a me, mamma desidera la tua serenità". Ed anche se Isabella, ricreduta sulla serata, insisteva per rimanerle al capezzale, lei la spinse e incoraggiò ad andare. Sicché la figlia infine cedette: raggiunse la sala della festa d'Istituto, un poco inquieta prima, ma sorridente piano piano e infine allegra, così da scagionare l'ambiente famigliare dai sospetti che s'andavano addensando tra i docenti. Ma sviare le cogitazioni della scuola era solo un pezzetto di quel piano che, invece, aveva per obiettivo di castigare, affondando un ferale colpo, la coscienza di Isabella. E, infatti, a mezzanotte meno un quarto, orario stabilito in cui il padre sarebbe uscito per andar a recuperare la ragazza, la madre finse un aggravamento, finse il delirio e intimò al marito "Portami in ospedale", al che lui chiese "E Isabella?", ma "Lasciala stare" la moglie gli rispose. Gioiosamente uscita dalla sala della festa, la ragazza salutò tutti e stette lì, dove s'era concordato, ad aspettare il padre che, tuttavia, non venne, non concessogli dalla consorte d'abbandonarla in piena notte lì, al pronto soccorso, dove il finto malore la grande attrice continuava ad interpretare. Non solo ad Isabella toccó la strada fino al mattino, ma anche di sentirsi raccontar dal padre "È andata così: che mentre tu festeggiavi, mamma è stata tanto male" (frasetta dettata all'uomo dalla moglie, naturalmente, e per cinque volte fattagli ripetere, onde constatare sapesse proprio con tali parole rinfacciarla ad Isabella). A ben vedere, che quell'uomo fosse un assente pusillanime cosituiva tassello imprescindibile dell'effetto schizofrenogenico che, su Isabella, l'onnipervadente madre produceva. Ciò si lesse chiaramente quando, colta che fu da un ictus invalidante l'onnidistruttiva donna, egli approfittó per sfilarsi dalla sacrifichevole parte di badante famigliare. Quale miglior occasione per svicolare dalle grinfie dell'ormai inferma onniveggente moglie, dove sentiva, già sei mesi dopo le nozze, d'essere malcapitatamente incorso? A Isabella non disse nulla, solo sparí da un giorno all'altro, rispondendole, quando lei casualmente ebbe ad interrogarlo, incontratolo per strada mesi dopo: "Sei maggiorenne già da un po', quindi non puoi sostenere io ti abbia abbandonata. E poi chi meglio di te può prendersi cura di quella?". La salutò lasciandole il contante che aveva nel portafogli. Un abbraccio, un bacio o una carezza, invece, non glieli lasciò. Non era comoda, né appagante, la vita al fianco della madre inferma. Peraltro, zii, cugini ed altri congiunti, che Isabella pure aveva, negli anni s'erano già fatti presenze pallide e lontane, in fuga proprio dall'ostica personalità della onnimanipolante donna. Tutto si trovò a gravare quindi sulla coscienza di Isabella, la quale, dal canto suo, non s'azzardó mai a maledire quel destino, essendosi fatta ben bastare, oltre ai precedenti, l'ulteriore senso di colpa in cui incorse un mattino, poco dopo aver ricevuto il ben servito da suo padre, quando si svegliò con la lietezza data da un senso di liberazione durato due secondi, dopo i quali prese atto esso provenire dal sogno da cui era appena emersa: madre morta soffocata dal vomito, notturnamente eruttato ad inondarle la faringe. Quel sogno, infatti, l'aveva convinta d'essere animale indegno, desideroso del trapasso della propria madre, spingendola quindi, pur di espiare cotanta bruttezza d'animo, a stabilire con ferma decisione di devolvere la propia vita alla cura della genitrice (non che sino ad allora Isabella avesse condotto altro tipo d'esistenza ma, chissà, la fenomenologia d'uno spirito vessatoriamente colpevolizzato potrebbe non riuscire a riconoscersi poi tante scusanti). S'adattòa spesare cure materne, affitto e sostentamento con i pochi soldi guadagnati come addetta alle pulizie in giro per bettole e condomini e con la pensionuccia d'invalidità che l'inferma s'era guadagnata col suo stato. In ogni modo, giacché la condanna a star vita natural durante stesa a letto all'invalida imponeva di sfogare in altro modo la propria onniprepotenza, non ci fu occasione in cui ad Isabella potesse essere restituita, perlomeno, una parola di gratitudine. Passò del tempo fino a che, per la prima volta in vita sua, un giorno accadde ad Isabella di veder riconosciute da qualcuno le proprie sventure. Quelle d'animo prese in considerazione, si vedrà, ancor prima di quelle materiali. Infatti, ormai femmina matura, eppure donna ancora vergine, Isabella non aveva colto l'interessamento del padrone della ditta pulitrice di cui era dipendente. Ancorché magrolina e dallo sguardo triste e spento, il giocondo gigione sessantenne dovette intravedere in lei l'allettante combinazione di chiare circostanze: la debolezza della psiche, il bisogno del portamonete, l'appetibilità dei suoi pur smorti venticinque anni. Una sera, dentro lo spogliatoio dove dismetteva gli abiti da lavoro, le si presentò. Non le saltò addosso. Disse solo "Spogliati e piegati", poi aggiunse "Dovesse piacere anche a te, fammelo sentire e la paga della giornata te la raddoppio". Isabella neanche pensò. Eseguì. Non le piacque per nulla, provò anzi molto dolore. Ma risultandole in gran comodo i due soldi in più, si mosse e contorse tentando di convincere il padrone che anche lei godeva. D'altronde, le grida di dolore che le uscivano di bocca potevano ben sembrare di piacere, almeno finché non iniziò anche a versare lacrime. Ma per allora lo stallone ritrovato aveva eiaculato e, soddisfatto, le aveva già gettato il contante sul pavimento. Quindi lui le disse "Sbrigati ad andartene che devo chiudere", lei obbedì. Poiché i figli non sempre sono figli dell'amore, anche lei, proprio a seguito di quell'unione, concepì. Se ne accorse il giorno che le nausee le impedirono ogni cosa, anche cucinare o cambiare il pannolone all'immobilizzata madre cosicché questa, osservatala con occhio esperto, con stomaco vuoto e cute dei glutei in gran prurito, le gridò "Sozza sgualdrina, ti sei fatta ingravidare!", per poi aggiungere "Sozza sgualdrina che non sei altro, chi bada a me ora?!" La ragazza piombò in un miserevole e disperato panico. Non lo meritava quel bambino. Non lo meritava per l'amore che ne avrebbe inevitabilmente ed incondizionatamente ricevuto, amore che a lei non spettava per demerito palese. Pertanto, Isabella, bambina cattiva, ragazza puttanella e donna sozza e sgualdrina qual'era, nel bagno di casa si auto procurò un aborto, come meglio le riuscì di congegnare. Mentre moriva delle emorragiche conseguenze di ciò che s'era appena inflitta, non smise di ascoltare le grida della madre "Sozza sgualdrina! Sozza sgualdrina!" in cui lei, col suo ultimo pensiero, convenne di riconoscersi, vergognosamente avendo fallito nel restituire alla sua mamma l'amore ricevuto. Vien da interrogarsi, chissà, se il mondo diverrebbe un posto migliore, non tanto se gli squilibrati svanissero tutto d'un tratto, ma se i sani accettassero d'essere coscienziosi.
  19. RedDeathMasque

    Da Taganrog a Castelmonte

    La normalità in cui sguazzavo negli ultimi mesi fu infranta da una lettera che trovai sulla scrivania del mio ufficio di Mosca, in Smolenskaya ulitza, del tutto inaspettata. Il mittente era, apparentemente, una ditta di tessuti del Vietnam. In realtà era Nguyet, una cara amica dei tempi dell'università che poi era tornata al suo Paese. L'avevo accompagnata io, fino al metal detector dell'aeroporto, l'ultima volta che la vidi. La lettera era scritta in inglese e nel post scriptum conteneva un recapito telefonico. Non appena finii di leggerla, la ripiegai guardandomi attorno. Avevo paura ci fosse mia moglie, Maria, nascosta dietro di me. Per un momento mi ero dimenticato di non essere a casa. Trovai solo una finestra lucida che dava sul cortiletto dove il custode notturno se ne stava andando a bordo della sua Moskvitc. Rilessi tutto una seconda volta, il che mi portò a chiedermi se valesse la pena rimettere il testo nella busta e farla sparire nel tritacarte per sempre, ignorare l'invito a raggiungerla a Taganrog. "Per un saluto", c'era scritto. "Perché ci è nato Cechov". Cechov, che da quella città era scappato. Nonostante tutto partii immediatamente, avvertendo Maria per telefono e avvisando il mio socio che sarei stato assente per qualche tempo. «Proprio adesso?! Ernesto Ferlenghi vuole sapere se vogliamo aiutarlo per la storia di Confindustria Russia. Che gli dico?», mi chiese. «Digli che tu vorresti tanto venirgli incontro, ma che io non te lo permetterei mai. E ovviamente digli che adesso sono irraggiungibile», gli risposi mentre montavo in macchina. Battè sul finestrino, imprecando invano: «Quello continua a ripetere che tu gli racconti che sono io a non volerlo aiutare!». In poche ore arrivai a destinazione. Mi infilai nel primo albergo libero per la notte. Mi sorprese il busto di Garibaldi, in mezzo ad un parchetto. Nell'avvicinarmi sfiorai qualcuno stazionato alla base del monumento. Era Nguyet. Ci eravamo dati appuntamento lì. «È un eroe italiano, no?», aveva detto al telefono. Mi chinai sulla sua mano, profumava di fresia e l'odore si unì a quello del mare. Garibaldi aveva commerciato fino a lì lasciando un ricordo importante. Mi scrutò a fondo, mi prese i baveri dalla giacca di lino per sistemarla meglio sulle spalle. La temperatura era mite e Nguyet aveva affidato a me la sua borsetta, il mazzolino di fiori e la coroncina di gelsomino mugherino che le avevo portato. Presa la mia mano sinistra, sfilò la fede per leggere il nome stampigliato all'interno. Lo sillabò: «Ma-ri-a», continuando con la data: «Sei sposato da quasi ventiquattro anni. Stona un po' questa cicatrice, hai lottato con qualcuno?». Mi passò una mano sul segno della ferita chiusa. Tornò a mettere la fede al suo posto. Le raccontai cosa avevo fatto dall'ultima volta, oltre a laurearmi e trasferirmi a Mosca. «Però tieni l'anello a sinistra, non hai imparato dai russi», notò. Confermai, solo i russi lo tengono a destra. «Sa voix, tendre et sonore ... Comme un chant de ramiers» canticchiava appena, sulla via del suo albergo. I nostri passi facevano da metronomo. Nel tonchino si impara ancora il francese, nelle scuole. «Je crois entendre encore?», chiesi conferma del titolo. «Ti piace l'opera?», mi chiese interessata. Avevo ascoltato quest'aria de "I pescatori di perle" con Maria, in italiano ed in francese, allo sfinimento, da un disco di Fernando Orlandis. Il marito l'aveva portata con se per un giro di cene di lavoro, l'industria da cui proveniva la lettera era la sua. Prima di andargli incontro facemmo portare via i fiori da un valletto. Anch'io fui invitato a partecipare ma, per evitare di essere presentato come un cicisbeo raccolto per strada, avrei finto di essere un intermediario interessato a comprare qualche chilometro di crêpe de chine per conto di un imprenditore trevigiano. Mi inventai un'identità all'uopo. Per quella sera sarei stato il geometra Mariottin, messo della Conte Asquini s.r.l. Suo marito era un ometto piccino, olivastro e con le occhiaie. Un pochino più basso di sua moglie. Stimai che dopo mangiato sarebbe arrivato a cinquanta chili di peso. Per il momento non ci arrivava. Se si fosse steso un bagigio a terra l'esserino avrebbe potuto salirci sopra senza romperne il guscio e, così facendo, innalzarsi di quella misura che gli mancava per arrivare all'altezza della sua signora. A ingoffarlo non contribuiva solo la camminata buffa ma anche la coda del suo completo nero; questa andava qua e là come quella di una cornacchia e qualche superstizioso avrebbe potuto fare il segno delle corna pensando: «Non si sa mai». Gli invitati erano tanti e tanto rumorosi che nessuno si accorse di come io e Nguyet, ritiratici in un cantone della sala, discorrevamo indisturbati. Arrivai ad abbracciarla. Non più un abbraccio amichevole, ma una stretta da rapitore dalle intenzioni torbide. Schricchiolò qualcosa, forse una mia costola, dato che anche lei aveva una presa rapace. «Andiamo di sopra un momento». La presi per mano e la condussi dove aveva suggerito. Una cameriera ci diede una chiave con una targhetta attaccata. Sulla targhetta era iscritto il numero della nostra stanza. In cambio volle un cumquìbus sostanzioso; lo fece sparire in un portafoglio appeso ai suoi fianchi. «Ne bolsce dvuch ciasov, two hours, zwei Stunde, due ore!», gridò la cameriera in tutte le lingue mentre si allontava spingendo un carrellino di salviette per le mani e cuscini. Stavo per tradire per la prima volta. Quasi una vendetta su mia moglie, che m'aveva fatto la stessa cosa. Con Nguyet avrei potuto fare qualsiasi cosa, nella peggiore delle ipotesi non l'avrei più rivista. Io non ero cosa sua, lei non era cosa mia. Il tessuto Jacquard occhiadino, di seta cruda, dei suo vestiti spiegati in quel modo su di lei, ricordava le ali di una sfinge del convolvolo. V'erano tante applique sulle pareti, altrettante lampadine erano avvitate ad un imponente lampadario sul soffitto. Gran parte di esse erano bruciate ed alcune mancavano del tutto. La luce era poca. Non avrei saputo datare l'edificio, ma le pareti erano affollate dalle boiseries in stile rococò tarlate e scheggiate. L'ebanista soffriva di horror vacui ed era riuscito a trasmettermela, quella paura. Il terrore di compiere una sciatteria in un luogo sciatto e di pentirmene si impossessò di me. C'erano delle perline di plastica, che correvano sul soffitto verso tutte le fonti di illuminazione elettrica, fissate grossolanamente con delle viti. Il passaggio alla lampadina era stato fatto goffamente, senza cura per i dettagli. La bardatura di Nguyet era già effusa ai piedi del letto, lei aspettava qualcosa da me. Stava guardando la radiosveglia sul comodino, cercando di discernere l'orario. Non poteva leggerlo, la sua visuale era coperta da un posacenere colmo di sigarette e sigari di ogni nazione. Era così tanto tempo che nessuno lo svuotava che c'era il rischio che un'Alfa si fosse inabissata lì sotto, i russi erano in grado di fumarle. Un orologio a palette segnava che avevamo già perso un quarto d'ora delle due ore disponibili. Io ero ancora alla fascia dell'abito da sera. Mi accesi una Parliament, sul limite del letto, la luce in favore del suo viso palesava la differenza anagrafica con Maria. Aveva quattro anni in meno di mia moglie e due chiappe perfette. Bianche, come due meloni maturati a mezzanotte. «Non posso farlo. Scusa», confessai. La sua mano si impennò sul copriletto ruvido, quasi volesse lacerarlo. Si coprì furibonda, nel frattempo fumai fuori dalla finestra, dentro la stanza non si poteva stare. Vicino a quel suo aliare insoddisfatto, come di chimere, ero a disagio. L'unico sollievo erano le emanazioni dei gigli di San Pancrazio; vincevano sul tabacco in combustione. Non soffiava neppure un filo di vento. «Non hai le palle. Vergognati», sibilò. Mi lanciò una scarpa addosso. Giunse dalla parte del tacco, proditòria, esattamente sulla zona lombare. Mi piegai dal dolore. Aggiunsi la mia sigaretta spenta alla montagnola e me ne andai di lì. Non puntai verso casa, ma verso un posto della mia infanzia; un convento in Italia. Mi feci lasciare da un taxi in fondo alla salita che portava al convento dei frati cappuccini. L'avrei fatta a piedi, come se fossi ancora un ragazzo in compagnia della madre. Il luogo non avrebbe potuto esercitare la sua forza senza un tributo di fatica. Sulla via erano disperse le stazioni della Via Crucis. La stazione quattordicesima segnava la destinazione. Una strana energia volteggiava nei prati sottostanti, tra i fili d'erba, con le lucciole. L'iphone che avevo in tasca si mise a strimpellare, Maria chiamava insistentemente dal giorno prima. Per la prima volta da quando l'avevo conosciuta mi sentii sopravvenire un conato di vomito al solo pensare alla sua voce. Stavo per lanciare l'apparecchio nei rovi fioriti. Fui fermato. Sentii solo uno scalpiccio ed una pressione sull'avambraccio, poi una voce: «Non si fa così». Era un frate. Mi prese di mano il telefono che gli illuminò gli occhiali. Montatura alla Fanfani, da apologeta del Pentapartito. Lesse: «Strano prefisso +7. "Maria"». Finì di suonare per un momento, poi riprese. Proseguì: «E tu non rispondi se ti chiama Maria? Ti fai desiderare? Salus nostra, o Maria, in manu tua est. Rispondi su». Mi sedetti a terra, sul muretto, il cappuccino mi seguì e si posò accanto. Presi la telefonata: «Pronto», risposi io piatto. «Pronto, carissima», mi corresse il frate velocemente. «Carissima», aggiunsi io controvoglia alla cornetta. Vidi i denti dell'uomo che luccicavano nella notte e il cordone del saio che toccava l'asfalto. «Dove sei stato? Cosa hai fatto? Cosa stai facendo? Quando torni?...». Il solito, criminale, cannoneggiamento. Mi staccai dal telefono, adesso non sapevo cosa dire. Non avevo preparato una storia convincente, dovevo improvvisare. Chi mi aveva messo in quel pasticcio nel frattempo continuava a sorridere, quasi stesse assistendo a dell'umorismo d'avanspettacolo in un cinema di campagna. Stavo per dirle che sapevo cosa aveva fatto, che la cicatrice me l'ero fatta affrontando il suo amante in uno scantinato della Rublievka; un mafioso che mi doveva un favore ospitò la scazzottata ed all'ospedale non fecero domande. Mi rivolsi verso il frate, stava sbadigliando. Mi suggerì lui le battute del copione che avevo dimenticate: «Dille dove sei, dille che i grilli cantano, che l'erba profuma e vorresti che anche lei fosse qui». Maria doveva aver percepito che c'era un terzo incomodo, infatti chiese subito: «Chi è che prega?». In effetti quando parlava sembrava pregasse. Ignorai le sue richieste, seguii la strada indicata dal frate: «Sono in cima a una collina, sotto la chiesa di Castelmonte. I grilli cantano, c'è un profumo d'erba tagliata pazzesco e vorrei tanto che anche tu fossi qui. Ti ricordi che ci siamo stati insieme?». Proprio in quel momento il campanile partì con il suonare i rintocchi delle dieci, quasi a voler rassicurare la mia interlocutrice che effettivamente ero sotto una chiesa. «Mi ricordo, sì, anche a me piacerebbe essere lì. E adesso cosa fai?». Il frate, che sentiva tutto, indicò in successione me, se stesso e l'insegna di una locanda poco lontano: "La casa del pellegrino". Avevo capito tutto, ormai sapevo continuare da solo: «Adesso vado con un prete a bere qualcosa qui vicino». Dovette sembrarle tutto in regola, le insistenze cessarono. «Don Lorenzo!», esclamai quando riconobbi il vecchio claudicante. Lui rispose imperturbato: «Ci hai messo un po' ad accorgertene. Sarebbe una serata stupenda, se non fosse che la luna è coperta. Nihil potes videre, namque iam cubat sol, / nec aureum grabatum luna pigra linquit»-"Non puoi vedere, ché già dorme il sole, / nè l'aureo giaciglio la luna pigra abbandona". Solo dopo questa specie di incantesimo le nuvole si partirono ed una luce lattiginosa illuminò i nostri passi. «Sentirai che buono il sciroppo di olivello. Lo faccio io», mi informò il frate. L'ultima volta che avevo visto Don Lorenzo lui era appena stato ordinato ed aveva una decina d'anni più di me. Al tempo mi fu presentato, dopo la messa, come uno «Squaciàrel»-"un clericale romagnolo sfegatato", da un suo confratello più anziano. Ad un tavolo della sala altri due frati stavano giocando a briscola: «Abbiamo iniziato senza di te, non arrivavi più», disse uno. «Fabio è andato a dormire», disse l'altro. «Poco importa, confesso il mio amico e poi si unirà a noi. Ordinategli qualcosa nel frattempo», rispose Fra' Lorenzo. Il barista era già arrivato con una brocca di acqua e sciroppo di olivello, a sostituire quella già svuotata dai chierici. Uscimmo, su una veranda. Le due sedie di vimini erano scomode. Sistematici uno di fronte all'altro iniziarono le domande: «Hai fatto il segno della croce? Bene. Quanto tempo è che non ti confessi?». «Da Pasqua», ammisi. «L'ultimo che ho confessato mi ha risposto "da dieci anni", ormai ho smesso di fingere di scandalizzarmi», osservò il confessore. Aprii il mio cuore al frate, che lo scrutò con una professionalità degna di un cardiologo. Fui assolto, ma con un cómpito: «Prendi la chiave della chiesa, sali le scale» si interruppe per estrarre un rosario da sotto la tunica, quindi continuò: «Dieci Misereatur per non esserti confessato negli ultimi mesi. Anzi facciamo cinque, ma ti devo dare anche una terza parte di rosario (da fare sùbito) per aver mentito a tua moglie. Per il resto...». Ricevetti la soddisfazione, mi mise le mani sulla testa e concluse: «Io ti assolvo dai tuoi peccati, in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti». «Amen». Uscii, transitando vicino alla fontana accesa, illuminata da dei faretti infestati dalla falene. Sul portone era scolpito il leone di San Marco, con il libro bene in vista. In quel posto l'allusione alla cristianità doveva essere una necessità per i pretonzoli. Il silenzio e l'armonia erano tali che, altrimenti, si sarebbe potuto facilmente pensare ci fosse una divinità pagana alla foce del potente flusso cosmico dell'eremo. Pregando contemplai delle greche sotto il soffitto, i banconi lucidi. San Michele come al solito uccideva un satanasso, in un affresco. Sant'Antonio mi ascoltava; con il suo giglio stava impalato sopra una cassetta per raccogliere le offerte delle candeline, un paio ancora accese. Il mio orologio si era fermato, quando arrivai in fondo alle mie penitenze accesi tre lumini. Per me, per Maria e per Antonio. Ritornai verso la brocca dell'olivello fresco. Il terzo giocatore era un frate vetusto e decrepito con uno sguardo da faina, io giocai con lui. Doveva essere duro d'orecchî, tanto che non disse nulla e sorrise soltanto. Con il suo sorriso Durban's sorseggiava da un bicchiere di vetro reso opaco dai lavaggi in lavastoviglie e dalla condensa. Sul finire dell'ultimo mazzo cominciò a fare dei moti surrettizî, simili a delle pandiculazioni represse. Nelle poche ore di sonno che seguirono recuperai anni. Presa la prima messa della giornata, salutai tutti i frati e mi incamminai a valle. Don Lorenzo mi accompagnò e mi diede un piccolo angelo custode d'argento «È uno Schutzengel. Li fanno in Austria. Portalo a tua moglie». Mi raccontò di un suo viaggio in Messico, da missionario. «... La passione di Cristo? Laggiù la spieghiamo con la passiflora, che sembra una corona di spine. Da loro ho imparato a farmi i sandali». Portai lo sguardo ai suoi piedi. Aveva due sandali con la suola riciclata da un copertone di autoveicolo e le stringhe di spago, di quello normalmente usato per fare il telefono meccanico con i barattoli dei borlotti. Stava raccontandomi dei tanti giovani che si recano ogni anno a Castelmonte, per chiedere la benedizione del loro futuro bambino, che eravamo in dirittura d'arrivo. Lo ringraziai tanto e ci abbracciammo. Lo guardai voltarsi e sgambettare con le caligae alla messicana che gli tamburellavano i talloni. Tornai a casa con il primo volo. Fu forse lo Schutzengel a salvarmi da un altro interrogatorio: «Sono contenta che mi hai pensato».
  20. dfense

    Lorusso Editore

    Nome: Lorusso Editore Generi trattati: Narrativa d'impegno sociale Modalità di invio dei manoscritti: http://www.lorussoeditore.it/contatti/ Distribuzione: http://www.lorussoeditore.it/distribuzione/ Sito: http://www.lorussoeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lorusso.editore/
  21. Plata

    Pino

    Era un gentile pomeriggio d'ottobre. La sciara da settimane aveva cominciato a tingersi di verde; i cumuli di detriti di ceramica bianca, rosa e azzurra e mattoni grigi e marroni parevano variopinte isole tropicali in un mare di piante carnose e canne dritte verso il cielo che di lì a poco avrebbero superato un uomo in altezza. In quella giungla circoscritta ai margini del vecchio quartiere, poco lontano le scuole medie erano chiuse e dopo il suono della campanella gli ultimi della classe non si erano allontanati troppo per scorrazzare lì attorno a piedi o in bicicletta. La casa di Pino Sciancato era l'ultima della via, fiancheggiava uno spiazzo polveroso e glabro prima della sciara selvatica che costituiva una vasta zona non edificata tra i margini del nucleo abitato e la circonvallazione che lambiva il lungomare. Andrea parcheggiò distante la Ford azzurra per evitare alle sospensioni il disastro del tratto finale dove il sottile strato d'asfalto divelto dalle piogge, l'incuria e il caldo assassino si apriva sopra cadaveri di rocce vulcaniche e brecciolino. Poco prima di bussare vide Pino sullo spiazzo e gli andò incontro. L'uomo concentrato cacciava lucertole con un cappio stretto sulla cima sottile di una lunga canna. «Ciao Pino, c'è Vito?» L'uomo aveva una mano in tasca e con l'altra reggeva la lunga canna secca quasi quanto lui, la sigaretta a un lato della bocca e l'occhio sopra chiuso per il fumo che si alzava. Uno sciatto pescatore in piedi sulla costa di un bucolico mare malato. «Zh, non c'è. C'è Nicki.» I capelli lunghi e la barba così scuri che da dietro la sua testa sembrava un buco nero all'orizzonte. Il polso che scatta rapido: la punta di quell'amo capestro si stringe sul collo della lucertola che scatta in cielo mimando una fuga impossibile. Lo sciancato strinse tra indice e medio il minuscolo mozzicone ormai privo di tabacco e tossì del fumo bluastro, lo gettò a terra e si concentrò sull'animale e il suo terrore. Un grosso gatto bianco e sporco che passava di lì era rimasto affascinato a guardare, fermo sulle zampe sopra un muretto tra cocci di bottiglia conficcati sul cemento all'apice. Non si era avvicinato solo per felina curiosità. Quel gatto sapeva già come sarebbe andata a finire. L'uomo staccò la lunga coda della lucertola e tenendola tra due dita rimase a guardarla contorcersi, affascinato da quella meraviglia biologica, gettò la lucertola nell'erba e quando i suoi occhi furono sazi di quel portento lancò la coda ai piedi del muretto sbreccato e il gatto la raggiunse con un balzo. Andrea era rimasto a guardare fino a quel momento, poi entrò in casa. Nicki era seduto sul divano, o per meglio dire sprofondato, e alla tv guardava dei vecchi cartoni animati. Macchie vecchie di muffa che con l'inverno prossimo si sarebbero rinvigorite e riacquistato colore erano disegnate alle sue spalle sulla parete caffellatte. Ceste di vimini ai suoi piedi pieni di cianfrusaglie, attrezzi, chiavi e cacciaviti. Una vecchia libreria su cui riposavano cinque o sei autoradio Grundig e Casio, la foto di una donna che teneva in braccio un bambino e un altro più grande attaccato alle gonne, portacenere e portapenne pieni di cicche e spicci, viti e bulloni. «Ciao, Nicki.» «Ué, Andre'. Vito arriva presto.» «L'erba?» Il ragazzo sul divano indicò il tavolo. «Però non c'ho sigarette.» «Le ho io. Parlavo di Vito, è andato a prendere il mezzo chilo?» Nicki il tedesco si girò a guardarlo. «Era oggi? Che cazzo di giorno è, oggi?» «Giovedì. Sì, era oggi.» Andrea si sedette su una sedia, mise i piedi sotto il tavolo al centro della stanza e aprì il cofanetto che stava sopra, prese un grumo di erba secca cristallizzata di sudore d'ammoniaca vecchio. Briciole verdi e marroni si sparsero sulla tovaglia di plastica bianca coi fiori rossi e rosa. «Non ho cartine.» «La cassettiera lì» indicò il tedesco. Andrea aprì il primo cassetto, vide le cartine e poi spuntare una palla da biliardo che seguì rotolando il movimento verso l'esterno. Prese le cartine e la palla nera con un otto stampata sul cerchio bianco al centro, si sedette e con uno scatto delle mani impresse un movimento centrifugo alla palla che cominciò a girare su sé stessa. «Se ti vede Pino s'incazza, è il suo portafortuna.» Non gli è servito a molto pensò riprendendola per riporla nel cassetto. Andrea si sedette e alzò le maniche della tuta, ci ripensò e tolse la giacca che poggiò sulla spalliera della sedia perché là dentro faceva caldo. Poi cominciò a rollare uno spinello. Un ventenne che va in Germania per lavorare. In treno. Dalla Sicilia. Da solo. Uno come tanti. Un figlio appena nato e una moglie non ancora maggiorenne che lo salutano dalla stazione mentre lui sul treno scappa dalla fame per fare fortuna. Ti raggiungeremo presto dice la ragazza. Il tempo di sistemarmi e trovare un lavoro e una casa risponde lui. L'arrivo in una stazione completamente diversa da quella da cui è partito. Pioggia e freddo e neve ad accoglierlo, niente sole e niente mare. Facce pallide, diverse da quelle a cui è abituato, nessuno che lo saluta o incrocia lo sguardo col suo per più di qualche secondo ma che lo rialza quando passa e lo piazza sulle sue spalle e pensa Italianische Scheiße, Mafia e altre cazzate. Lingua ostile come pezzi di vetro. Nebbia al posto della salsedine, per strada e nei cuori delle persone. Comincia a lavorare come muratore, il freddo è più duro della malta e del cemento, ha trovato una stanza che divide con altri italiani dallo sguardo triste, perso nel vuoto o nelle pietanze orribili nei piatti delle mense. Sguardo che per osmosi riempie subito anche i suoi occhi. Lavora un anno in cui non vede i suoi cari, impara malissimo la lingua e capisce che meglio di così non può andare. Comincia a soffrire di nostalgia e anche se da qualche tempo la sciatica comincia a tormentarlo tanto da farlo zoppicare, non ha dubbi su cosa rinuncerebbe se potesse scegliere. Tanti conoscenti, niente amici. Non è come nell'isola del sole. Incontra una ragazza bulgara. Lei ammicca e lui la mette incinta. La ragazza caga un figlio che non vuole. Un terrone schifato pure dai discendenti dei pannoni, Pino decide di tornare a casa col piccolo. Nicki. Al suo inevitabile ritorno in Sicilia lei gli sputa in faccia sotto il sole, lui abbozza. Lei va via non si sa dove. Pino lo sciancato adesso ha due maschi che ha cresciuto con una pensione minima in una baracca lasciatagli dal padre, per arrotondare spaccia erba e aiuta un amico spedendo auto usate in Germania perché qualche contatto gli è rimasto. I portafortuna servono solo a chi la fortuna ce l'ha già. Asso di mazze su tre di spade. «Pigliati 'sta briscola» disse Pino con faccia da stronzo. «Che cazzo di culo.» La stanza principale della stamberga, soggiorno e camera da letto e cucina, era illuminata sotto il vecchio lampadario a imbuto di vetro opaco. Il buio fuori si scontrava con la densità prosaica di quella luce che rifletteva di giallo le cose e d'ittero la pelle dei due, mentre il cono d'ombra lasciava fuori Nicki che in piedi fumava e cantava le canzoni dello stereo acceso intento in quel momento in pezzacci neomelodici. Foto ridicole di cantanti con giubbotti di jeans e camicie improbabili su economica carta stampata dentro cassettine pirata di plastica, anonime facce di quartiere con sopra ciuffi con molte pretese in tagli in ritardo di almeno trent'anni. «Quando terminano i domiciliari?» chiese a Pino indicando il figlio. «Mi pare altri due mesi. Se non fa lo stupido.» Andrea terminò lo spinello che ignorato nel portacenere di ceramica si era ormai spento. «Io vado, dite a Vito che se ha concluso domani passi da casa mia. Vado a fare un giro.» «Va bene» rispose Pino mentre mischiava le carte per accingersi a iniziare un solitario. commento
  22. Ospite

    Come Gesù

    Commento a "Mediterraneo!" di DaniloV «Devi essere come Gesù.» Finalmente, Ettore aveva avuto il coraggio di chiedere Floriana come doveva fare per conquistarla. «Come lui» disse la ragazza, estraendo rapida un crocifisso dal seno e baciandolo. «Intendi dire che devo moltiplicare i pani e i pesci?» chiese Ettore, perplesso. «Lui lo faceva» disse Floriana. Come a dire: vediamo-tu-cosa-sai-fare. Il ragazzo ci pensò su. Sapeva che era innamorato di Floriana dal primo momento in cui l’aveva vista. L’aria, timida. Il sorriso, dolce. Gli occhi, grigi. Insomma, aveva quel-certo-non-so-che. Sembrava venuta dal passato. Non aveva mai visto nessuna come lei prima di allora ed era certo che non avrebbe mai più incontrato nessuna di paragonabile. Era la donna della sua vita. «Come Gesù.» Ci ripensò. Gesù era molto buono, era risaputo. Il giorno dopo, si iscrisse a un’associazione di volontariato che si chiamava “Canne da pesca.” Si chiamava così per il seguente motivo. Avete presente la storiella secondo cui ai poveri puoi dare il pesce o insegnare a pescare? L’associazione, nelle intenzioni, “insegnava a pescare.” Da qui, canne da pesca. Il presidente dell’associazione accolse Ettore nel suo ufficio. Era molto seria. «Lei che sa fare?» «Sono ingegnere.» «Di che tipo?» «Informatico.» «Benissimo. La metteremo subito all’opera. Terrà delle lezioni. I nostri assistiti sono molto umili, la maggior parte di loro non sa neppure usare la posta elettronica.» «Quello posso farlo» disse Ettore, rincuorato. «Perfetto. Per quante ore a settimana dà la disponibilità?» Il ragazzo ci pensò su. Pensò a Gesù. Pensò agli occhi grigi di Floriana. «Quarantotto.» La presidente lo guardò. «Due basteranno, per iniziare.» «Va bene.» «Vada a casa. Si prepari. Domani troverà la sua classe.» «Vuole che insegni… » «Posta elettronica. Usare internet. Magari come si scrive un curriculum vitae. Basterà.» Ettore andò a casa e scrisse al computer, su una pagina bianca di word: “Come si usa la posta elettronica.” Già, come si usa? Lui doveva aveva imparato? Era qualcosa che aveva data per scontata. Aprì la mail per studiarla. Scoprì parecchie funzioni che non conosceva. È proprio vero che nulla insegna come insegnare. Andò avanti con le lezioni per circa due mesi. Nel frattempo, si iscrisse a una classe di yoga. Gli sembrava che, per essere come Gesù, dovesse diventare veramente calmo. L’amore è qualcosa di… quieto, di calmo, vero? Quando si sentì pronto, si presentò a casa di Floriana con un mazzo di fiori. «Ettore» disse lei, piacevolmente sorpresa (il ragazzo le stava simpatico) «da quanto tempo!» «Posso entrare?» «Certo! Ho appena finito una lezione. Vieni, ti offro i biscotti col succo di frutta.» Floriana era un’insegnante di pianoforte. Dava lezioni private. La bambina era ancora al piano. Ettore si sedette alla poltrona del salotto. Floriana portò succhi di frutta e biscotti per tutti. «Grazie per i fiori» disse lei, ridendo. «Mi sembra il minimo.» «Che hai fatto, per tutto questo tempo?» «Volontariato» disse Ettore, guardando un ritratto di Gesù che lo fissava da sopra il pianoforte. Aveva lo sguardo molto intenso. Si chiese se il suo fosse paragonabile. «Una nobile occupazione. Io sono molto pigra, a parte dare lezioni non faccio molto altro. Me lo consiglieresti?» «È un’esperienza che ti segna» disse Ettore. «Maestra, è fuori la mamma» disse la bambina, guardando il cellulare. «Certo. Ci vediamo dopodomani a quest’ora.» La bambina uscì. «È dotata?» chiese Ettore. «Per nulla. Però non glielo svelo, altrimenti smette di venire.» Ettore rise smodatamente per la battuta di Floriana. «Volontariato, che storia. Che altro?» chiese la ragazza. «Sto anche frequentando yoga.» «Uao. Sei molto attivo.» «È per via di quello che mi hai detto tu» disse Ettore. «Che cosa?» chiese Floriana. Si era già scordata. «Una volta mi hai detto che, per conquistarti, dovevo essere come Gesù.» «Gesù non faceva volontariato.» «Aiutava gli altri.» «Era il suo lavoro. Era un guaritore. Non aveva il tempo per il fare il volontario.» «Non l’ho mai vista in questi termini.» «Inoltre, non praticava yoga.» «Ho pensato che era uno molto calmo… » «Per nulla.» «Cosa? «Hai mai letto il Vangelo?» «So di che parla.» «Tutti pensano di sapere di che parla ma, ahimè, nessuno lo legge. Aspettami qua.» Floriana andò di sopra. Ettore si avvicinò al piano. Suonò due note. Anche lui era sempre stato negato. Floriana portò un libretto bianco con una scritta d’oro. «Tieni, è per te.» «Per me?» «È il Vangelo. Leggilo. Così scoprirai che Gesù non era affatto calmo. Si arrabbiava di continuo.» «Okay» disse lui, imbarazzato. In effetti, avrebbe dovuto leggere il libro, prima d’imbarcarsi in quell’impresa. «Grazie per fiori.» «L’ho fatto con piacere.» «Ora arriva il ragazzino delle cinque.» «Certo.» Come Gesù. Quel fine settimana, Ettore si lesse il Vangelo da cima a fondo. Ad essere sinceri, essere come Lui non è un bell’affare. Si chiese se poi Floriana gli piacesse così tanto. Comunque, per sicurezza andò a consultarsi con un prete. «Floriana è il nome della sua innamorata?» chiese il buon uomo. Erano seduti nel suo ufficio. «Esatto.» «Ah… l’amore. Lo sa che anche io avevo una fidanzatina, una volta? Si chiamava Rebecca. Una cosina molto dolce.» «Poi le è venuta la vocazione?» «No, poi è venuto il postino.» «In che senso?» «Mi lasciò per lui.» «Poi le venne la vocazione?» «Ah, l’amore… » ricominciò il prete, intrecciandole le mani davanti a lui, trasognato. «Mi può aiutare col mio problema?» «L’amore non è mai un problema.» «Come si fa ad essere come Gesù?» «È molto semplice. Si confessi, venga a messa ogni giorno e prenda la comunione. Nel frattempo non commetta peccati.» «Io pecco molto.» «Non deve.» Ettore fece del suo meglio. Imparò a memoria i dieci comandamenti e cercò di non trasgredirne neppure uno, andò a messa ogni giorno, si inginocchiò, pregò, ascoltò le prediche, per sicurezza continuò a fare volontariato, ma smise con lo yoga. Qualche settimana dopo, incontrò Floriana alla sagra della salsiccia aromatica. «Ettore!» disse lei, finendo di masticare il suo boccone di panino. Il ragazzo, nel frattempo, si era fatto serio e asciutto. Aveva lasciato crescere i capelli e la barba e, se avesse potuto, sarebbe andato in giro con una tunica bianca. «Floriana… » disse, sciogliendosi un poco. «Cosa hai fatto tutto questo tempo?» «Ho seguito gli insegnamenti del Maestro.» «Sei tornato a scuola? «In un certo senso. A proposito, non dovresti mangiare carne di venerdì.» Lei lo guardò, perplessa. «Ho capito.» «Cosa?» «Guarda che Gesù non era un fariseo.» «Cosa?» «I farisei. Sono nel Vangelo. Quel libretto che ti ho dato… » «So chi sono.» «Perché sei così serio?» «La vita è una valle di lacrime.» Floriana sospirò. «Senti, devo andare. Le mie amiche mi aspettano.» «Va’, donna, e non… » E non peccare, stava per aggiungere, ma si fermò in tempo. Quando fu da solo, andò pregare sotto un albero. Forse sarebbe dovuto entrare in seminario. L’amore di una donna non vale quello di Dio. Il giorno dopo tagliò la barba e i capelli, comprò un altro mazzo di fiori e andò da Floriana. «Sono innamorato di te» le confessò, finalmente. «Avevo intuito qualcosa del genere.» «La tua richiesta va oltre le mie capacità. Nessuno può essere come Gesù.» «Certo che sì. Che sciocchezze.» «Cosa vuoi che faccia ancora?» «Questo non posso dirtelo» disse la ragazza. «Devi capirlo da solo.» Ettore smise di frequentare la chiesa ogni giorno. Ricominciò con la vita, più o meno, com’era prima. Andava a lavoro e nel tempo libero si dedicava alla progettazione di software. Aveva avuto l’idea per un programma che avrebbe migliorato la qualità della vita dei non vedenti. Probabilmente avrebbe potuto brevettarlo, ma decise di metterlo in libera condivisione su internet. Una sera, a una festa, parlò della sua vita a Floriana. Se l’era quasi tolta dalla testa e, anzi, si chiedeva perché avesse fatto tutta quella follia per lei. Le disse della sua vita di quei giorni. Quando furono soli, sotto l’albero, lei lo baciò. «Perché?» chiese Ettore, sorpreso. «Ora sei come Gesù.» «Non capisco.» «Capisco io» rispose lei, divertita.
  23. Roberto Ballardini

    È solo il giorno del tuo compleanno

    comm È solo il giorno del tuo compleanno «Fermiamolo» dice MJ. «Fermiamo cosa?» Edgardo si morde la lingua. Lei gli ha rimproverato di recente la brutta abitudine di rispondere a una domanda con un’altra domanda, e con ragione. Lui dovrebbe rimproverarle quella di omettere spesso il soggetto della frase. C’è una finestra sola, davanti al letto. Le stecche delle persiane lasciano filtrare un po’ di luce, poca. Il volto di MJ è proprio davanti al suo, ma non distingue i particolari. Solo il respiro sulla pelle e il profilo crespo dei capelli. Può immaginare i suoi occhi intenti a scrutarlo dall’ombra, fino a che avanza e ci sta dentro anche lui. «Cos’è che volevi fermare?» le chiede più tardi, quando è uscita dal letto. «Il tempo, stupido» risponde brusca, rivestendosi in fretta. Per quanto MJ si sia ammorbidita un bel po’, a volte recupera in parte lo sprezzante individualismo molto americano che le è stato inculcato durante l’infanzia, nel Colorado. «Intendevo il tempo, ma tu sei andato avanti, come al solito.» Lo hanno fatto insieme, ma è una colpa che Edgardo si prende volentieri, come tutti gli uomini. Fermare il tempo…Edgardo ci pensa ancora, all’aeroporto. Fermarlo dove, Mary Jane? Fra i tuoi capelli più giovani, di bambina, di ragazza? E i baci di oggi, dove li mettiamo?» Fermarlo fra i miei capelli, di adulto? No, scivolerebbe via dato che sono sempre più radi. «Fermarlo dove, quindi?» «Fermare cosa?» gli chiede la donna anziana di colore con la bandana, seduta al suo fianco, e lui si rende conto di aver dato voce ai pensieri. «Mi scusi.» «Dica pure, sono curiosa.» «Intendevo il tempo.» «Ah. Non so risponderle, allora. Io vengo qui a vedere gli aerei e la gente che li prende, tutti i giorni. I miei sono tutti uguali, quindi in un certo senso è come io se lo avessi già fermato, il tempo.» Fermare il tempo… Edgardo sta scrivendo un romanzo. Ora che ha cominciato non può fermarsi. Semmai quando lo avrà finito, ma in genere si sente di merda quando lo ha finito. Dopo aver realizzato quello che per quasi due anni è stato il suo obiettivo di vita, nel momento in cui quell’obiettivo si esaurisce sente un grande vuoto dentro di sé. Non è proprio il caso di fermare il tempo in quel momento. Meglio aspettare che ne abbia cominciato un altro, di romanzo, e che il suo umore sia di nuovo migliorato. A quel punto, però, siamo d’accapo. Edgardo sospira e spegne il computer. Non è un giorno per scrivere, quello. È un giorno di riflessioni, per giunta baciato dal sole. Dopo sei ore di pioggia, il piccolo terrazzo fiorito dell’attico in affitto a Des Moines, Iowa, è un tripudio di luce, colore e calore. Gli mancherà quel piccolo monolocale e quel quartiere tranquillo, quando si ricongiungerà a MJ, nel suo appartamento di New York, alla scadenza dell’anno di docenza universitaria. Esce sul terrazzo e siede fra gli oleandri e il rosmarino, con un libro accanto sul quale i pensieri, quel giorno, hanno la precedenza. «Che domande ti fai, Edgardo?» gli ha detto il collega in sala docenti, con un tono di rimprovero. «Non te l’avevo forse già spiegato poco tempo fa?» «Non credo.» Holmes ha settant’anni e soffre di una disfunzione della memoria al contrario: invece di dimenticare le cose, ne ricorda più di quelle che sono realmente accadute. Insegna filosofia da quando Edgardo giocava ancora con i soldatini. Ha sangue irlandese nelle vene - oltre a un bel po’ di birra di cui fa rifornimento ogni sera, al pub – ed è piuttosto collerico. Meglio non contraddirlo, soprattutto quando si infervora su di una qualche teoria. «Il futuro esiste?» gli ha chiesto «Direi di no.» «Diresti bene, perché è soltanto una proiezione della nostra mente. È il passato, esiste?» «Be’, parliamo di cose accadute, reali.» «Che però non esistono più, o perlomeno soltanto qui dentro» ha detto, indicando con un dito l’interno del proprio cranio. «Un’altra proiezione. Ci siamo, fin qui?» «Credo di sì.» «Se il futuro non esiste e nemmeno il passato, non ha molto senso parlare di presente, non trovi?» «In effetti.» «Cosa ti avevo detto? Il tempo non esiste!» «Come non esiste? E tutte le cose che sono successe?» chiede MJ, seduta di fronte, in un ristorante deserto di Battery Park, in un giorno di nuvole fitte in cui presto saranno entrambi soltanto due cappotti neri fra i gabbiani, sulla battigia. È il compleanno di MJ. «Holmes sostiene che gli eventi accaduti sono come sogni» le spiega mentre camminano davanti al mare, «che aggiungono nuove informazioni e ridefiniscono quelle vecchie, nella nostra coscienza, ma che di per sé non provano lo scorrere del tempo.» «Il tuo amico dice cazzate, Ed. Quando ho perso Ethel, non era un sogno, credimi.» Ethel è la sua prima figlia. Una delle vittime della strage di Columbine, nel Colorado. Il preludio della fine del suo primo e ultimo matrimonio, parole sue. «Ti credo, MJ.» «Ma tu sei d’accordo con lui?» «È una teoria affascinante, tutto qua.» Mentre la tiene accanto a sé – più tardi, nel motel, con addosso ancora i cappotti pieni di sale - Edgardo pensa che sì, forse Holmes ha ragione, forse il tempo non esiste. È solo un fantasma capace di apparire in mezzo alle conversazioni più stupide, quando meno te l’aspetti. MJ si è addormentata con le dita sulla barba, vicino alla bocca, come uccellini in cerca del calore del suo respiro. Edgardo è un uomo capace di mantenere sempre il controllo della situazione, ma il tempo... Bè, il tempo continua a scorrere. Oppure, se Holmes ha ragione, la sa dare a intendere bene. Fermare il tempo… Che cosa stupida. Come fai a fermare un treno, un aereo, le nuvole, il mare? Come fai a fermare una pallottola? «Edgardo…» La voce di MJ è quella di un pesce sott’acqua. «Dimmi.» «Non lo possiamo fermare il tempo…» Le parole si intrufolano lente come bruchi, fra i peli del petto, e poi spariscono. «Lo so» le risponde con delicatezza, posandole un bacio sulla fronte e ricominciando a muovere le dita fra i suoi capelli. «Possiamo soltanto corrergli dietro. Non è quello che abbiamo sempre fatto?» sussurra, anche se lei non può sentirlo perché si è già riaddormentata. E a quel punto dorme anche lui e ricorda, nel sogno. «Edgardo?» la voce di sua madre è robusta, piena di quella forza di donna che manda avanti le cose. «Che c’è, mamma?» la sua è sottile, acerba, e ora anche un po’ imbarazzata. La voce di un bambino di sei anni al centro di una stanza piena di persone, tutte con gli occhi puntati su di lui. «Ti sei incantato?» «Sì…» «Spegni le candeline, forza.» «No.» «Come no?» «Non le voglio spegnere. Mi piacciono così, accese.» Le risate si levano intorno. Sua madre, suo padre, sua sorella e il resto dei parenti, alcuni dei quali nemmeno li ricordava. Edgardo ha sempre dato per scontato che gli altri lo capissero, ma per la prima volta si rende conto che non è così. Per la prima volta si sente solo. Anzi, peggio. Si sente messo in discussione. «Non possiamo lasciarle accese, tesoro. Si consumano, per niente.» Per niente? A lui piacciono, non è per niente. «Dai, spegnile» interviene suo padre, che ha sempre l’aria di non poter perdere tempo. «No.» Sua sorella è di poche parole, votata all’azione, e con un unico soffio fa piazza pulita. La superfice della torta acquisisce di colpo il carattere di un campo di battaglia bruciato, brullo, privo di aspettative. Edgardo si mette a piangere. Si vergogna, ma non può farne a meno. Sua madre cerca di tranquillizzarlo, ma si vede che non dà importanza alla cosa, che la trova addirittura divertente. Per lui equivale a un tradimento. Forse è per questo che piange. «Dai, tesoro, è così che funziona. È solo il giorno del tuo compleanno. Ne avrai tanti altri.» «Lo so…» la coscienza di Edgardo si affaccia sul sogno e la sua voce, nel silenzio della camera, nei primi minuti dell’alba, sembra venire da un altro mondo. «…ti riferivi ai compleanni, e fu inutile, non smisi di piangere…» mormora, gli occhi ancora chiusi. «Avresti dovuto…» «…parlarmi d’amore» sussurra MJ.
  24. Roberto Ballardini

    On writing 6 - Soccorso

    comm La comparsa della bambina congela lo scenario e tutti i suoi occupanti. Leonard, schiacciato a terra dalla coppia di arcane armature medioevali, il cuore che batte all’impazzata per la paura, spalanca gli occhi sulla sorella. Dalla posizione supina in cui è costretto, la vede capovolta, appesa al soffitto erboso sopra un nero pavimento screziato di stelle. Il vestitino azzurro, il foulard rosa avvolto intorno all’esile collo, i capelli a frangetta color orsacchiotto e il viso pallido come un confetto, gli ricordano un disegno che lui stesso aveva fatto all’asilo. Ricordo - Quando Janine aveva cessato di essere una bambina per acquisire l'idea di quelle forme che il suo corpo avrebbe poi realizzato pienamente in seguito, lui era salito in soffitta e aveva ripescato l’illustrazione dalla cassapanca, dove sapeva di trovarla. Era vecchia di almeno vent’anni, eppure la ricordava molto somigliante all’aspetto che sua sorella andava assumendo nella realtà. La conferma lo aveva sbalordito. Leonard ricorda ancora di aver avuto la netta sensazione, seduto nella polvere della soffitta con il disegno tra le mani, che la sorellina fosse soltanto un parto della sua fantasia. Sensazione che Janine avrebbe poi regolarmente smentito, affermando la sua identità con una grazia e una dolcezza che nessuna immaginazione, per quanto fervida, avrebbe potuto concepire. Ora, sullo sfondo notturno del parco cittadino in cui la ragazzina, come un magnete, attrae su di sé ogni suono, ogni movimento, ogni sguardo - persino il tempo - i due soprannaturali sgherri di Lockerhout sollevano la testa. Per quasi un minuto le visiere sulla barbozza, illuminate dallo spettrale fulgore dell’incantesimo che tiene in vita gli unjack, rimangono puntate su di lei. Le figure sono immobili, simili a cani che puntano la preda. All’unisono, poi, i due guerrieri si muovono come se il loro padrone, dalla collina, li avesse istruiti entrambi sul da farsi. Si raddrizzano in tutta la loro statura, producendo il prevedibile rumore di ferraglia, e partono minacciosi verso la ragazzina, a passi lunghi. Ne muovono appena un paio, però, prima che Janine spalanchi la bocca come un demone, nel viso angelico, ed emetta uno strillo acuto, sottile eppure assordante. L’escursione sonora proietta le armature all’indietro, facendole volare nell’aria. Due marionette disarticolate a cui siano stati di colpo recisi i fili. Ricadono qualche metro più in là, con un gran clangore, e quando cercano di rialzarsi sembrano ancora stordite (ammesso che una armatura possa considerarsi stordita, certo). Leonard, annichilito dallo stupore, si raddrizza a sedere appena in tempo per vedere sua madre uscire dagli alberi sulla destra, il volto contratto dalla furia sopra il giubbotto di pelle rossa (glielo aveva regalato Jimmy Doe, lo zio mafioso che Leonard aveva conosciuto di straforo da ragazzo, a una sua festa di compleanno). Claire T. Oaks viene avanti di corsa, in direzione delle armature, brandendo una mazza da baseball con le braccia già posizionate per sferrare il colpo. Il suo urlo guerresco non è lancinante come quello di Janine, ma ugualmente terrificante. In quello stesso momento, a più di 4.000 km di distanza da Los Angeles, Bernard Oaks apre gli occhi nel buio della sua camera da letto, a Charlottesville, in Virginia. Il padre di Leonard allunga una mano sopra il comodino e accende la luce, poi scende dal letto e barcolla nel corridoio, fino allo stanzino che funge da ripostiglio, stipato di ogni genere di oggetti. Vecchi giochi da tavolo, indumenti dismessi e mai buttati, i primi libri di Stephen King da cui Marianne è rimasta traumatizzata al punto di doverli far sparire dallo scaffale della libreria, a suo tempo, e poi dimenticati, anche quando lei è andata a vivere altrove con il marito. Il vecchio comincia a frugare, imprecando Dio e la Madonna e tutti i fottuti (parole sue) santi del Paradiso. Sono le quattro di notte, o del mattino, e la sua misteriosa ricerca comincia a farsi tanto rumorosa da svegliare la figlia, il genero e almeno un paio di nipoti (il terzo, Benjamin, ha il sonno talmente pesante che neanche le cannonate). Marianne e la sua famiglia si sono trattenuti qualche giorno a casa del vecchio, dopo il funerale e dopo che Leonard ha pensato bene di svignarsela. Si ritrovano tutti in quello stretto corridoio male illuminato - a quell’ora in cui le cosiddette persone normali, se esistono davvero, se la dormono della grossa - e Marianne non è per niente di buon umore. I suoi occhi, appena sotto la gran massa di capelli arruffati color cammello, hanno la stessa allegria di un paio di biglietti perdenti, appallottolati sul pavimento della sala scommesse. «Sono le quattro del mattino, papà. Si può sapere che cazzo stai facendo?» «Non trovo una cosa.» «Che cosa, perdio?» «Niente, una cosa.» «Niente un cazzo, papà! Ci hai svegliato tutti quanti e…» Kurt, il marito di Marianne, le posa una mano sulla spalla. «Calmati Mary, ok? Siamo rimasti per dare un po’ di conforto a tuo padre, ricordi?» «…» «Ha appena perso la moglie, un figlio e una nipote. Gli vogliamo concedere un poco di tolleranza?» Marianne odia suo marito quando ha ragione e in genere si incazza ancora di più, ma questa volta ha così ragione da non poter far altro che dargli retta e prendere un bel respiro, come le ha insegnato. «E va bene. Calma. Mi dici cosa stai cercando, papino caro?» Kurt, alle sue spalle, alza gli occhi al cielo. Nikky e Lucas, insonnoliti, stanno abbracciati l’una all’altro e ridacchiano di chissà cosa. Bernard esce dallo sgabuzzino come se avesse appena fatto un giro sul Tardis del Doctor Who. I pochi capelli rimasti sono così sottili da fluttuare nell’aria, gli occhi sembrano appena usciti da un sogno e annaspano disorientati nella realtà. «Che cosa vuoi?» «Voglio sapere che cosa stai cercando, papà» gli spiega Marianne, trattenendo l’irritazione. Lui le risponde come se rispondesse a sé stesso. «È strano, però mi sono ricordato improvvisamente della mia mazza da baseball. Ho sognato che era sparita.» Marianne lo guarda, come se fosse un alieno. «Stai cercando la tua mazza da baseball, a quest’ora?» «Non c’è» dice Bernard, desolato. «È sparita davvero.» Nessuna delle due armature stregate riesce a rimettersi in piedi. Claire arriva loro addosso e comincia a menare colpi come un fabbro. La mazza ha una consistenza inverosimile. La furia della donna le ha conferito la durezza dell’acciaio, tanto da accartocciare i due involucri metallici come sacchetti di patatine. Lei sembra instancabile e va avanti per dieci minuti buoni. Quando ha finito di batterle, la luce spettrale dietro la visiera si è spenta. Le armature non hanno più un aspetto umano. Nemmeno lei, se è per questo. Leonard si è alzato in piedi e si è avvicinato con cautela, un occhio sugli unjack ormai ridotti a catorci e uno sul volto stravolto di sua madre. La lunga treccia dei suoi capelli è stesa come un rettile scuro tra i seni che si alzano e si abbassano insieme al respiro affannoso. Il naso grosso, in mezzo al viso rotondo e paonazzo, sembra essersi allargato ancora di più, le narici che soffiano come mantici. Gli occhi sono sporgenti, ancora gonfi di rabbia, le labbra contratte sulla dentatura non proprio esemplare. «Mamma, stai bene?» Lei gli fa cenno di aspettare, continuando ad ansimare. Leonard si volta a cercare Janine con lo sguardo, ma non c’è più, poi si sente sfiorare una mano e quando abbassa gli occhi lei è al suo fianco, le piccole dita sottili intorno alle sue. Peter è sull’altro lato, calmo e posato come sempre. Murder gli sta tra le gambe. Tutti e quattro sussultano quando Claire espelle in un grido gli ultimi residui di furore e si butta la treccia dietro le spalle. Viene avanti fissando Leonard negli occhi, poi solleva la mazza e gliela punta sul petto, allontanandolo dai suoi fratelli e spingendolo verso la panchina. «Siediti.» Lui obbedisce all’istante. Quella luce negli occhi di sua madre la conosce e non gli è mai venuto in mente di contrariarla. continua
  25. JackDawson

    15 minuti di tempo

    L'ingresso del parco di notte, suscita cattivi pensieri, è lugubre! Anna e' sola e sta tornando a casa dal lavoro. Tutti le dicono o le hanno detto almeno una volta che attraversare il parco di notte e' pericoloso. Eppure tagliare per il parco le fa risparmiare 15 minuti di tempo, 15 minuti a cui non intende rinunciare e poi... da due anni fa lo stesso tragitto e non era mai successo niente. Mai che sia stata importunata da qualcuno, mai avuto problemi. Solo che stanotte e' diverso, se ne e' accorta subito dopo essere entrata. La luce dei lampioni e' diversa? Più tenue? Oppure e' solo la sua mente a farle questi scherzi? E i passi che sente dietro di lei sono anche quelli immaginazione? No non può' essere, sono passi veri e propri, ne e' sicura. Passi pesanti, passi da uomo. Ha girato repentinamente in un paio di sentieri, ma i passi sono sempre dietro di lei e si avvicinano. Non vuole girarsi. Come se facendolo desse conferma alle sue paure, come se il girarsi e affrontare l'origine della sua tensione materializzasse i suoi più' oscuri timori. I passi sono sempre più vicini, a che distanza e' l'uomo? 10 metri? 5 metri? Perché non parla? Perché la segue? Perché non inizia a correre se volesse raggiungerla? Quanto manca alla fine del parco? Si rende conto che il suo passo e' velocissimo ora, sta quasi correndo... Chiunque la insegua, sa che è spaventata! Quel poco che sa sulla psiche umana, dagli studi all'università, le dice che mostrare paura e' il modo peggiore di affrontare un pericolo, eppure non riesce a farne a meno. L'uscita dal parco e' ancora lontana e non c'è nessuno in giro, nessuno proprio nessuno. C'è un silenzio irreale, si sentono solo i passi dietro di lei, non può' essere nulla di buono, ne e' assolutamente sicura ormai. Correre? Urlare a squarciagola? Servirebbe? Brividi freddi sul corpo, la salivazione azzerata e sopratutto un sensazione strana alla bocca dello stomaco che risale verso la gola. Il panico si sta impossessando di lei... ...un momento... I passi...? Sono spariti, non si sente più nulla dietro di lei. Sta correndo ora, che l'abbia seminato? L'uscita del parco e' vicina, meno di 100 metri. Forse le luci del traffico e della strada hanno fatto desistere il suo inseguitore? Forse c'è l'ha fatta anche stavolta. L'ansia sta scendendo, le esce un timido sorriso "E tutto ok Anna, e' andata bene stai tranquilla" dice a se stessa... Il cuore ha quasi ripreso i suoi battiti normali, sta già pensando al giorno dopo e se sia ancora il caso di fare il solito tragitto per andare a casa. Stava ripensando ai passi dietro di lei, se fosse stato un malintenzionato, l'avrebbe sicuramente raggiunta, questo è poco ma sicuro! Probabilmente era tutto frutto della sua immaginazione. Aveva paura prima di entrare nel parco e si era autosuggestionata. SI! Era cosi...si era lasciata suggestionare. Che sciocca! Non era più' un ragazzina, era un donna adulta ormai. Ebbe un moto di stizza. Non avrebbe permesso alla sua mente di condizionarle la vita. Sta uscendo finalmente dal parco, quando sente una stretta forte al braccio che la blocca. In un attimo si ritrova a terra e con orrore osserva un ombra che si stende sopra di lei.
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