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  1. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/
  2. dyskolos

    Il rito dell'orizzonte

    «Per noi il mare significa due cose: la prima cosa è andare e tornare; la seconda è andare e non tornare.» Salvatore sentiva quella frase uscire dalle labbra della madre. Donna Maria lo ripeteva mentre, seduta sulla spiaggia, osservava i nuvoloni grigi precipitarsi all’orizzonte, una linea alla fine del mare a nord, e inabissarsi nel nulla. Poi raccoglieva un pugno di rena gialla, la faceva scorrere tra le dita e ricordava che alla sua famiglia era toccata in sorte la seconda cosa. «Come questa sabbia, che scende ma non ritorna mai nella mano.» Era ormai un rito per lei: ogni pomeriggio lo eseguiva con precisione, da quando aveva smesso di rifare anche l’altra metà del letto. «Spero che un giorno da quell’orizzonte venga tuo padre Fortunato» diceva a Salvatore. La brezza marina faceva tremolare l’orlo del fazzoletto, nero di lutto, che indossava stretto sui capelli. Un ciuffetto scuro e riccio però riusciva a sbucare. Il paesino declinava dal Massiccio di Santa Lucia verso il mare, dove il porticciolo riparava le barchette di legno dei pescatori. Alle prime luci dell’alba, esse facevano ritorno dalla pesca notturna. Attraccavano alla banchina con le reti cariche di pinne saltellanti e i pescatori vendevano il frutto delle loro fatiche ai signori piombati apposta dalle città vicine. D’improvviso un pesce sgusciò via. Sottile, e tutto verde verde, si dibatteva sulle balate di pietra. Una mano affusolata lo trattenne. Era di Donna Maria. Tutti nel porticciolo la conoscevano bene. L’incubo di non tornare assaliva i pescatori da secoli. «Come sta, Donna Maria?» «Come sta una che non ha nemmeno un corpo su cui piangere.» Il cimitero del paese era un balcone che si affacciava sul mare. I defunti, se solo non erano sotto terra, ne avrebbero ammirato le acque talvolta blu e calme, talaltra brune e limacciose, quando pioveva e il fiume vicino gonfiava i flutti di fanghiglia. Una stradina collegava il camposanto con la spiaggia. Donna Maria, con Salvatore al fianco, la imboccava ogni pomeriggio, di ritorno dal rito dell’orizzonte. Cammina e cammina, un bivio a Y compariva dietro a una curva: la viuzza in discesa che si dipartiva sulla destra guidava i viandanti al paesino. Salvatore la prendeva lasciando sola la madre, che proseguiva per il cimitero sull’altra stradina. La salita era sempre più ripida e Donna Maria si inerpicava tra i sassolini a testa bassa. Poi si fermava, sollevava il mento al cielo. Dolorante, con un braccio dietro la schiena. In alto sul versante del Massiccio di fronte, i boschi radi ombreggiavano la scritta “DUX”. Non appena mosse i primi passi sul piazzale antistante il cimitero, l’andirivieni della gente con i fiori tra le mani la sommerse. Una donna la guardò da capo a piedi, toccandosi la gonna nera che le spolverava le caviglie. Oltrepassato il cancello del cimitero, Donna Maria si strinse la gola e si fermò. Respirava con affanno, con minuscoli fiati che andavano su e giù per i polmoni. Da lontano un grammofono diffondeva le note di “Balocchi e profumi” tra i sepolcri, nell’aria lugubre. Allora corse verso il luogo dove stavano le tombe dei marinai e si sedette. Ce n’era una diversa dalle altre: una fossa vuota e una croce latina nera piantata accanto, sul braccio della quale un’incisione in oro diceva: “Fortunato Provenza (nato 1888 – morto ?)”. Donna Maria andò all’uscita a passi rapidi e sul cancello trovò Salvatore. «Che ci fai qui da solo? Non eri andato al paese?» gli chiese. «Sì, ma ora andiamo alla spiaggia.» Vi andarono. Maria si era giusto accoccolata sulla sabbia, quand’ecco che le nubi si diradarono in fretta. «Il sole balla, pulsa, diventa grande e poi si rimpicciolisce» disse. E, mentre lo diceva, una barchetta bianca fendeva il mare davanti a loro. Salvatore la seguiva in piedi con la mano tesa sulla fronte. «È arrivata!» Maria si alzò e balzò su, sola. Il legno riprese il largo sul mare placido, celestissimo. Minute le onde s’inseguivano sulla superficie, dove tre delfini vicino nuotavano e saltavano. La costa era ormai lontana, quando d’un tratto il vento cessò e, in mezzo al mare, il profilo di un isolotto si disegnò nitido. La prua si diresse da quella parte. A mano a mano che avanzava, un puntino prendeva la forma d’un uomo vestito di bianco, con una coppola dello stesso colore e le braccia aperte, sulla riva sabbiosa e così chiara che riluceva al sole inglobando le scarpe dell’uomo. La barca giunse alla meta, un’angusta lingua di terra in mezzo al mare, e Donna Maria scese bagnandosi l’orlo inferiore della gonna lunga, per quanto la tenesse un po’ sollevata. «Ben venuta, Maria!» Lei gli si gettò addosso, abbracciandolo con vigore. «Fortunato, Fortunato del mio cuore, sei il mio angelo.» Lo stringeva sempre più forte e gli versava lacrime pesanti sulle spalle. Lui le accarezzava il velo. «È nero per te, amore mio» disse lei. Una cascata di lacrime precipitava sempre più copiosa. «Non dovevi, io sono ancora vivo.» «Sento il tuo cuore battere. Tornerai a casa?» «Mi ha ingoiato un’acciuga verde mentre pescavo.» L’uomo si ritrasse di mezzo passo, prese le guance madide di Donna Maria tra le mani e poi le scostò delicatamente il velo. «Non devi piangere per me» disse, asciugandole tante lacrime con i pollici. E le indicò una fossa, accanto a cui una piccola croce nera era infissa nella sabbia e un’incisione d’oro sopra diceva: “Fortunato Provenza (nato 1888 – morto ?)”. Poi aggiunse: «Quella è la mia tomba. Guarda dentro». Lei si sporse. Sul fondo della fossa, un’acciuga verde dormiva. Lui, spiccato un breve salto, si distese accosto al pesce. «Adesso seppelliscimi e va’ al cimitero.» Donna Maria mise mano a un mucchio di sabbia candida e lo gettò sull’uomo disteso e sull’acciuga fino a coprirli del tutto, dopo di che si accomodò sulla barchetta che l’aveva portata là. Partì. Durante il viaggio, più volte Donna Maria si era voltata indietro a scrutare il mare, ma l’isoletta di Fortunato non c’era più. Una volta giunta sulla costa, gridò: «Dove sei, Salvatore?». Nessuno rispose. Un alito di tramontana, gelidissimo, spirava e le invadeva i capelli sotto al fazzoletto. Il mugghiare delle onde si faceva più rumoroso. Il cielo si ricoprì di nuvoloni funerei e cominciò a piovigginare. Donna Maria quindi si acconciò bene il velo e riprese le strada del camposanto sotto una pioggia lieve. Arrivata che fu sul piazzale, la melodia di “Balocchi e profumi” soffiava nel vento. Quattro donne le si pararono innanzi con le vesti umide. «Abbiamo trovato questa croce nera col nome di vostro marito Fortunato tra le tombe dei pescatori.» Posero la croce a terra e si dileguarono. Donna Maria la sollevò e lesse l’incisione dorata. Poi la lasciò ricadere e corse verso il cimitero. Entrò e si strinse la gola. L’indomani mattina al porto i pescatori dicevano: «Abbiamo pescato un’acciuga verde». «Un’acciuga verde» urlavano altri. «Piccola e verde, tra le reti». Donna Maria sospirò. «Fortunato è ancora con me» ripeteva a sé stessa, serrando sotto il mento il fazzoletto colore del lutto. E sorrideva.
  3. dyskolos

    La rivolta dell'arcobaleno

    In una terra dove persino il sole fa particolarità, risplendendo in una parte più e meno altrove, c’era un paesino sotto un monte a occidente, che alzava l’orizzonte anticipando il tramonto. Ad aggirare quel monte, avevano costruito una strada larga in terra battuta. Questa per un lungo tratto dava su uno strapiombo, che terminava giù nell’acqua azzurra del mare, tra onde e scogli; dall’altra parte cresceva una pineta folta. Di là dal monte, oltre il precipizio e la pineta, si distendeva una vasta pianura, che in paese era detta “Pianura Grande”. Lì la strada digradava e l’orizzonte si faceva più basso così che il sole tramontava più tardi che nel paesino; e proprio lì i contadini del luogo possedevano fazzoletti di terra che coltivavano con amore. E ci andavano con le bestie, tutti i giorni; anche quando soffiava lo scirocco e appesantiva gli zapponi di umidità; anche quando il calendario cambiava di colore. Rosario rientrò a casa dalla madre Maddalena. «Ci sono quattro uomini armati con lupare sulla strada della Pianura Grande.» «Li hai visti?» «Sì, mamma, mi sono nascosto dietro a un cespuglio e li ho sentiti chiedere la tassa a chi passava con muli e asini.» «Dopo che hanno scaraventato tuo padre Manfredi giù nel mare, non sono ancora contenti! Così lo hanno ringraziato perché si rifiutava di pagare. E il corpo… Il corpo non lo ha mai ritrovato nessuno: ora lo bagna la pioggia e lo muove il vento.» Si fermò, abbassò gli occhi e aggiunse con voce grave, scuotendo la testa: «Questi vogliono succhiarci il sangue dalle vene, questi!» «Maledetti!» Rosario sospirò osservando la finestra aperta che si affacciava sul porticciolo. «Sono arrivati i Carabinieri, i quattro hanno calato le coppole e li hanno ringraziati, ma in un altro modo.» Si affacciò alla finestra e gridò con tutta la voce che aveva in corpo: «Bastardi!». «Bastardi!» ripeté Maddalena tra i denti, con disprezzo. «Mio padre… Non posso morire senza averlo vendicato.» Corse nella sua stanza, prese il diario segreto, se lo strinse al petto e ne uscì. La signora Maddalena lo guardò in lacrime e gli sussurrò in un orecchio abbracciandolo: «Quello, te lo ha regalato Manfredi prima di lasciarci per sempre. Abbine cura.» Rosario scese al porticciolo. I pescatori rammendavano le reti squarciate nella pesca della notte precedente e lavavano le nasse, sulla banchina cui le loro barchette erano assicurate con funi nodose, prestando i fianchi all’acqua che ci sbatteva contro e produceva un suono ritmato. Un ragazzo stava in piedi su una di esse, e Rosario gli s’avvicinò. «Procopio!» Lo chiamò così, una sola volta, e quello gli rivolse lo sguardo. Rosario continuò: «Ricordi l’arcobaleno di ieri dopo la pioggia?». «Sì, era bellissimo.» «Usciva dalla pineta.» «Ricordo bene.» «Là, da dove viene l’arcobaleno, c’è una pentola di monete d’oro.» «Lo dice pure una favola. Quando in alto mare incontriamo un arcobaleno, sappiamo che sul fondo laggiù c’è una pentola.» «La saggezza popolare ha sempre ragione. Vuoi quella pentola?» «Sì, sarebbe una buona cosa per noi poveri pescatori.» «Quanti siete?» domandò Rosario. «Centoventi.» «Dovrete cercarla: più siete, meglio è. Se riesci a portarli tutti alla pineta domenica mattina alle nove, la pentola sarà vostra.» «Oggi è martedì, ho poco tempo per parlare con loro e convincerli» disse Procopio. «Ce la farai. Ricorda che non dovete portare armi, così vuole la favola, e se vedete qualcuno armato, lo allontanerete.» L’indomani mattina Procopio parlò con Rosario. «Li ho convinti tutti. È dura la vita di mare, che l’unica cosa che possiedi davvero è la barchetta su cui peschi. Se te la levano, sei morto.» Rosario si recò in un bar e vi trovò Giorgio. «Come va con la compagnia teatrale?» gli domandò. «Abbastanza bene. Fra un mese ci esibiremo nel teatrino del paese: Teatro Vitale si chiama adesso col nuovo proprietario.» «Avete le chiavi?» «Sì, il Comune ce le presta per le prove e il signor Vitale è d’accordo: viene ad assistere e ci fa tante osservazioni intelligenti.» Il giovane passeggiava per la via verso casa osservando il monte con espressione pensosa. Entrò. «Mamma, ho bisogno di radunare i contadini al Teatro Vitale sabato mattina alle sette.» «Che hai in mente?» «Voglio che non paghino più la tassa a quegli sgherri venuti da chissà dove.» Maddalena gli carezzò i capelli setolosi e le guance. «Sono stanchi di pagare, mi dicono.» Sollevò il viso al soffitto, giungendo le mani. «Noi lo sappiamo bene perché abbiamo già pagato con la vita.» Poi piantò uno sguardo torvo sul figlio e continuò: «Un pedaggio salato… e così oggi siamo ridotti a vivere delle donazioni che ci fanno gli altri contadini impietositi.» «Mio padre era ben voluto.» «Ci penso io per quel raduno.» La sera Maddalena tornò a casa. «Saranno tutti al teatro sabato mattina. Ho sparso la voce tra gli zappatori più anziani.» Ma quel giorno, all’ora convenuta, solo due persone affollavano il teatro: Fifì e Fofò, i due scemi del villaggio. Due sventurati che avevano perso la testa e farneticavano tutto il santo giorno, si mormorava in giro. Uno disse: «Preferiscono pagare», mentre si avviavano all’uscita. «E sgobbare sulla terra.» «Hanno saputo.» E volarono via. «Chi ha saputo e cosa?» chiese Rosario alla madre. «Pensavo che sarebbero venuti almeno al teatro, e invece hanno pagato anche oggi.» Sei energumeni ben vestiti guardavano il paesino dal monte, in doppiopetto gessato e cravatta, con gli occhiali scuri appollaiati sul naso e le dita straboccanti di anelli lucidi, un cappello nero sulla testa e bracciali d’oro intorno ai polsi. E ridevano sotto i baffoni a manubrio. L’indomani, domenica, i pescatori salirono in massa a cercare la pentola nella pineta. Non c’era nessuna pentola. Solo guai e camicie bucate. Le donne aspettarono invano fino a sera. Rosario si rinchiuse nella sua stanza; prese il diario, una penna e scrisse in rosso: «La rivolta è andata male e si è trasformata in una strage». E più avanti: «Padre, i vostri amici contadini non vi hanno onorato». «Vendicherò la vostra morte, prima o poi!» aggiunse in verde.
  4. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  5. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. https://divergenze.eu/contatti/ Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal loro sito Il catalogo di letteratura è completo sino a dicembre 2024, pertanto ringraziamo chiunque abbia pensato a noi per proporre un’opera di narrativa, ma oltre ad essere orgogliosamente slow book, non abbiamo la forza finanziaria di produrre più titoli di quelli già inseriti in calendario. Sarà invece possibile inviare testi di teatro o di saggistica varia. Ogni lavoro sarà letto e valutato con la massima cura da trentasei consulenti, i cui tempi di lettura variano da quattro a sei settimane
  6. dyskolos

    Don Lino

    In paese lo chiamavano Don Lino. Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti sapevano che era una persona importante e che possedeva terre sconfinate. Con una camicia a quadretti, un panciotto grigio pieno di tasche e un paio di pantaloni marroni, si aggirava per il podere, il dorso curvato in avanti, e il sole gli fiammeggiava sempre sopra. Quando compariva sui dossi della strada, la sua figura pingue si stagliava nell’azzurro del cielo, talvolta annerando, e a terra si proiettava l’ombra d’un cappello. Un cappello bianco, a tesa larga, roso lungo i fianchi dalla calura estiva, che Don Lino era solito calzare a coprire la calvizie. Si era costruito una corte al centro del suo possedimento, che sulla bocca dei paesani passava per “feudo” e lui per “Re”. I campieri armati, di ritorno dal lavoro in groppa a muli, si fermavano dinanzi all’entrata della corte, là dove gli antenati avevano piazzato un abbeveratoio rifornito da tante fontanelle in fila e sempre ben idratato. I muli, invece, non lo erano; anzi, tutti ischeletriti mulinavano nell’acqua lingue arse dalla sete per ristorarsi dopo un interminabile scalpiccìo, fatto di sentieri afosi che serpeggiavano tra campi e poggi ricoperti di erbaccia rinseccolita. All’interno della corte, c’erano depositi per il raccolto e case dei mezzadri; e gli alloggi dell’unica figlia del proprietario, una femmina di nome Immacolata, e della moglie, di nome Crocifissa; e altri locali di vario uso e quartieri per gli agricoltori più facoltosi non a mezzadria. Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno. Sorvegliava che tutto fosse perfetto e salutava i contadini che gli sorridevano quando lo vedevano passare per le stradine di pietrisco. «Buon giorno, Re.» «Oggi fa caldo.» «La semina sta andando bene.» Alcuni bambini ruzzavano sui pendii abbrustoliti. Don Lino li osservava da lontano e un sorriso gli scappava sotto la falda del cappello, sulle guance incartapecorite per lungo lavorare, arrugginite di estate e di fatica. Correva tra i bambini una fanciulla e cantava, con la chioma ornata di fiori violetti. Arrivò il tempo della vendemmia: le viti cariche si inchinavano alla terra. Accorrevano contadini da ogni dove e affollavano i solchi e le trazzere con cesti per l’uva variopinti. I piccoli col nasino all’insù dicevano: «Guarda lassù, mamma», poi indicavano due falchi, che danzavano nel cielo impazziti al lezzo degli acini calpestati tra le zolle. A Roccapipa, Don Lino era descritto come un uomo probo. D’altronde, aveva dato lavoro a mezzo paese, aveva impiegato tutti nel proprio feudo, gli dava una paga decente a fine mese. Quando il suo bisnonno era vivo, trovarono un giacimento d’acqua nel feudo e là ci costruirono un pozzo. Don Lino poi ereditò tutto. Così chiunque volesse acqua per i propri campi o per le attività cittadine doveva chiedere la sua benevolenza col cappello in mano. E col cappello in mano bisognava chiedergli il permesso per qualsiasi cosa. Don Lino amministrava la vita di ciascuno con la saggezza del buon padre di famiglia: decideva chi doveva vivere, sposarsi, far figli e festa; persino chi Iddio aveva condannato a crepare di siccità, sapeva. La domenica era giorno di riposo al podere. Tanti mezzadri rifiatavano al fresco, se lo trovavano; altri no. I contadini più ricchi scendevano a Roccapipa per stiparsi nella chiesa della piazza centrale e ascoltare in piedi la messa e pregare la madonna piangente, intanto che un venticello trasportava il suono arroventato d’un marranzano, a mezzogiorno. Quel suono echeggiava fin presso all’olivo cui Don Lino si era appoggiato, esausto dopo una passeggiata tra i campi, seduto con le gambe incrociate e la schiena stesa su di un tronco, con la faccia rivolta a levante. Il grecale gli solleticava gli zigomi rugosi, si incuneava tra le fronde e le faceva oscillare. L’oliveto vibrava di vita. Un cappello bianco prendeva aria e ombra, di fianco. D’un tratto un ragazzo s’appressò a Don Lino. «Siediti qui, accanto a me» gli disse. Il ragazzo s’accovacciò a terra, poi incrociò le gambe. «Ho deciso di sposarmi» disse, mentre reclinava la schiena sullo stesso tronco di Don Lino, ma dalla parte opposta. «Quanti anni hai, giovanotto?» «Venti.» «Come ti chiami?» «Rosario.» «E vuoi prender moglie?» «Sì. Mi sono innamorato di una ragazza.» «Di chi?» «Di vostra figlia.» «Ha quindici anni.» «Ci vediamo di nascosto la domenica sotto il cipresso, quando tramonta il sole e il rosso sale da dietro l’orizzonte.» «Dimmi, hai terra?» «No, lavoro nella vostra proprietà. In gennaio raccolgo i carciofi e in settembre sudo nella vigna.» «Devi essere un bravo ragazzo da quel che dici, ma non basta.» «Vi saluto, Don Lino.» Rosario guizzò in piedi e corse via senza guardarlo. Non lo aveva guardato neppure mentre gli parlava. Don Lino allora si tirò su a fatica, raccolse il cappello e se lo rincalcò sulla testa di modo che la fronte fosse tutta coperta, mentre un ghigno s’affacciava sulle guance e gli occhi neri gli si socchiudevano. Non spirava più vento, ma un suono imponente di marranzano cresceva. Il sole asciugava tutto nel feudo, finanche parole e sentimenti. Le ginocchia di una donna e quelle di un uomo si adagiarono accosto a un mucchio di pietre arrotondate dello stesso colore della terra bruciata che le circondava. Il mucchio straripava di lacrime e la donna, con un fazzoletto nero sui capelli, di tanto in tanto alzava le braccia al cielo in atto di implorazione. «È il secondo figlio che riposa senza sepoltura, mio Signore Messia». Con la testa fra le mani l’uomo osservava due campieri; i quali andavano via su muli smunti, con gli archibugi fumanti tra le mani e il berretto abbassato sul davanti. Li inseguì per pochi passi, imprecando, ma poi tornò indietro ad asciugare le lacrime della donna prostrata sulle pietre. La terra era intrisa di tristezza. Sotto il cipresso quella sera non vi giunse alcuno. Il rosso montava e nessun cuore batteva. «L’hanno trovato morto» urlava la piazza del paese, con la chiesa grande. «Rosario è morto nella terra del Re.» I campieri si ritiravano barcollando sulle loro cavalcature. Dicevano che quel ragazzo era morto per il morso di un insetto. La folla gridava: «Viva il Re!». Anche gli insetti sapevano di Don Lino.
  7. Freedom Writer

    I bambini della stazione devono saper lanciare i sassi

    Il cane viene scosso dai fremiti, forse le pulci. La stazione è piuttosto fredda in questo periodo dell’anno e le anime buone preferiscono volare altrove, verso il centro, dove quelle perse sono più di qualità e gli occhi abbondano. All’altro capo della piazza, il palazzo di mattoni rossi che ospita la biglietteria fa una curva e si allunga in un loggiato sotto cui si ritrovano le anime stordite, quelle che hanno preferito riversarsi come zucchero liquido in un mondicino più interno; di fronte, la sala slot ospita le ultime reclute da tornire. È un viavai di facce allungate ed espressioni talmente sforzate ad esser temibili da esserlo diventate davvero. In stazione è poco possibile volersi bene. I bambini della stazione tengono qualche pietra sotto il banco, a scuola. Qualche volta ne lanciano una al maestro e questi non può chiamare i genitori, perché i genitori dei bambini della stazione avviluppano goffi pacchetti e non possono perdere tempo con i maestri e le sassaiole. I bambini lo sanno e ne approfittano, così sono molti i maestri che vanno presso altri bambini e ignorano per un po’ le stazioni. Il cane che finisce di grattarsi, con la pelle scorticata dietro l’orecchio e il sangue rappreso in secchi ciuffi di pelo grigio e nero, passa davanti al loggiato e butta fuori la lingua scodinzolante, mentre una delle reclute della sala slot sceglie accuratamente la posizione della pallina da sciogliere nel cucchiaio. Seguendo la coda e facendo finta che non ci abbia visto, penetriamo nel ventre umido della stazione da un’entrata nascosta, nell’intercapedine tra due palazzi. Il canide errabondo parrebbe volerci condurre un po’ più lontano, ma qualcos’altro distoglie la nostra attenzione; dietro alcuni casamenti una decina di bambini stanno scambiandosi pareri contrastanti lanciati insieme ai sassi. Corriamo molto veloce, come se avessimo davvero fretta di vedere cosa combinano, o forse semplicemente per la curiosità di conoscere le ragioni della scaramuccia, la stessa di quando davanti a un incidente tutti si fermano a guardare. Lo fanno sempre e quasi sempre non si va oltre l’ecchimosi vistosa agli arti, ma stavolta Maicol si è preso una pietra in testa e un rivolo di sangue gli cola lungo la guancia. Si è messo a piangere e tutti si dileguano, anche quelli che stanno dalla sua. Maicol si siede dove è a gambe incrociate e chiude le braccia al petto. La stazione fa male a entrare e bisogna tenere le braccia in quel modo per misurare il dolore, come se fossero il miscelatore dell’olio. O dei distillati. Resta lì in mezzo alla radura per un po’ di tempo perché deve trovarne una da raccontare, e deve pulirsi il sangue, e deve assumere l’espressione della stazione. Bisogna che vesta l’abito. Ma resta lì anche perché è contento di essere solo, almeno per un po’. La casa è parallela alla ferrovia e Maicol non ricorda il suono del treno. Quando si alza vede il sole cadere rapido verso terra, come fosse una boccia lanciata in alto nell’aria e lasciata precipitare senza forza arrestante. Desidererebbe vederla sfracellare al suolo, ma il sole non è una boccia e in fondo sta bene dov’è. Mica è colpa del sole se presso la ferrovia sono tutti stronzi e se Vanni lo è più degli altri. Salire la rampa di scale dopo la sassaiola può non essere facile, ma Maicol non lo sa e le sale di corsa perché vuole che Vanni se la prenda con lui subito, e che la smetta presto. Maicol non apre la porta perché è già aperta e le palle da biliardo di Vanni sono fisse su di lui, la pappagorgia oscilla nervosa e la grossa testa rotonda sembra un casco lucido. Le hai prese o le hai date? È chiesto senza che parola sia proferita, ma all’occhio attento del gigante non sfugge il taglio sopra la tempia di Maicol, nonostante abbia terso il sangue con impegno, fino a farsi sanguinare di nuovo. Viene afferrato per la collottola e fatto passare attraverso la porta dalla tinta beige sgretolata, tanto piccola che Vanni deve abbassare un poco il gran chiorbone per passarci, o forse è lui ad essere tanto grosso. Come è dentro Maicol viene pigiato a forza su una sedia con le gambe schiappate, mentre l’uomo si mette a cavalcioni di un’altra più resistente, ma anch’essa sul punto di cedere. Adesso i due si guardano dritti in faccia. Maicol vorrebbe incrociare le braccia al petto, ma sa che con Vanni non si può, il corpo deve essere libero dalle difese, e poi sa che a breve pioveranno le botte. Le mani del gigante infatti sferzano l’aria e per una frazione di secondo tutto il mondo sembra muoversi a destra e a sinistra, ma è solo la testa di Maicol che rischia di staccarsi dal collo. Non fa una piega, Maicol, perché sa che la sassaiola è importante e le botte, sì, lo sono anche quelle per diventare come Vanni. C’è un tale alla stazione che si chiama Sorcio e che legge sempre; legge persino i bugiardini dei medicinali e le carte dei panini. Pare che stia lì tutti i giorni ad aspettare le botte, che continuano sempre ad arrivare perché non vuole imparare la sassaiola. A lui proprio tirare i sassi agli altri bambini o al maestro non gli garba e quindi non lo fa. Però becca sempre le botte dai suoi genitori e una volta le ha beccate anche da Vanni, che aveva la maglia tutta chiazzata di rosso, a macchie piccole; lui nulla, leggeva lo stesso. Tutti i giorni becca le sassate e per qualche giorno non viene a scuola perché legge e non è scemo, e sa che quando dicono che un giorno l’ammazzeranno fanno sul serio; tanto quelli che muoiono li buttano tutti nello stesso posto, dove si squagliano come quelle palline argentate nei loro cucchiai. Maicol qualche volta ci ha parlato; dice che proprio perché legge non tira i sassi. Chi tira i sassi è ignorante. E siccome Maicol non vuole far vedere di essere ignorante, allora a lui i sassi non glieli tira, anzi lo saluta. Se noi avessimo seguito il cane lungo la ferrovia, avremmo incontrato un capannello di bimbetti più grandi degli altri e vestiti di grigio. Le squadre speciali di Vanni. In mezzo a loro avremmo visto un prigioniero con la testa bassa e un foglietto svolazzante nella mano destra; se avesse alzato la testa avremmo visto parecchio di ciò che non si vorrebbe vedere fatto a una persona. Se avessimo guardato meglio avremmo certamente dubitato che potesse essere altri che il Sorcio, e che i bimbetti vestiti di grigio portassero altro che pietre nelle mani. Ma tant’è, non l’abbiamo seguito, e tutto questo non lo abbiamo visto. Poi succede che Maicol esce il giorno dopo e sulla panchina cerca il saluto cortese del Sorcio, ma non c’è. Neanche i giorni successivi si vede e dopo un po’ Maicol si rassegna e diventa esperto nella sassaiola. Succede sempre. Lo ha detto Vanni. C’è sempre qualcuno che fa qualcosa di diverso, come leggere, o disegnare, o scrivere, o studiare davvero anziché tirare sassi ai maestri. Poi, chissà come, d’un tratto decide di andarsene e nessuno lo rivede. Ma Vanni è contento, la stazione non era vita per lui, dice, e magari là fuori ci sta parecchio meglio.
  8. Walter Angelucci

    Namo e Padma

    NAMO E PADMA Ho conosciuto Frances otto giorni fa. Lei credeva che la sua bella casa di campagna ereditata dai genitori fosse infestata dai fantasmi, invece io ho scoperto che era infestata solo dai tarli. Naturalmente non le ho fatto pagare niente ( le disinfestazioni dai tarli so che costano molto), ma un appuntamento me lo doveva. E' andato tutto bene, sia la cena in un ristorantino italiano, che il dopo cena a casa sua. Frances è bella e simpatica e stiamo bene insieme. Ora lei ha la testa appoggiata sul mio petto, io invece la mia ce l'ho appoggiata sulla sponda del letto. Guardando le travi di legno del soffitto e l'antico arredamento della camera mi viene spontaneo dirle che era normale la sua paura, una casa così grande e zeppa di ricordi incute soggezione, impressiona. Ma lei insiste coi sensi di colpa : - No Roger, la verità è che sono stata semplicemente una sciocca. La mia mente irrazionale m’ha fatto tralasciare le possibili cause logiche dei rumori che sentivo e m’ha fatto pensare ciò che io forse inconsciamente volevo: un segno dall’al di là.- - Non devi aver voglia o paura dell’al di là, forse anche noi siamo l’al di là per qualche altro mondo. Conosco storie che molti penserebbero ultra-terrene e invece sono reali.- - Ad esempio? – Frances solleva la testa dal mio torace e mi guarda come una bambina in attesa della fiaba: - Ok. Anni fa, in un quartiere popolare di Leeds vivevano due famiglie di origine indiana, i Mahal e i Begam. I Mahal avevano un grande negozio di audio,tv ed elettronica, mentre i Begam erano dei bravissimi sarti . Tutte e due le famiglie erano molto agiate. I signori Mahal e Begam avevano ciascuno otto figli, che aiutavano a mandare avanti le rispettive aziende . Pur provenendo sia gli uni che gli altri dal Punjab i Mahal e i Began non si frequentavano anche se si conoscevano di vista, forse anche perché essendo i primi jainisti e i secondi induisti avevano meno punti di contatto. Padma era l’ultimogenita dei Mahal e Namo l’ultimogenito dei Began. Tutti e due avevano diciotto anni.Namo era un bellissimo ragazzo, intelligente e simpatico: era benvoluto da tutti , soprattutto dalle ragazze, ma lui fino a quel momento non aveva mostrato per nessuna di loro un interesse particolare. Padma era altrettanto bella e intelligente, ma d’un pudore e una timidezza tali che la sminuivano agli occhi del prossimo . Come al solito Namo tornò a casa tardi da scuola : - Buongiorno madre.- - Salute a te, Namo. – Rispose la signora Began prostrandosi in un inchino. - Vieni, aspettavamo te prima di mangiare.- Erano le tre del pomeriggio ma tutti i componenti della famiglia Began, compreso il capofamiglia, il signor Chandi , aspettavano Namo per mangiare. - Bentornato Namo, mio adorato figlio. Siedi a capotavola e benedici la tua famiglia prima di portare alla bocca questo umile cibo che tua madre e le tue sorelle hanno preparato.- Namo, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, comandò la preghiera e tutta la famiglia e la servitù obbedirono. - Padma, sei tornata?- - Sì padre.- Rispose con rispetto la bella Padma rientrando in casa. - E’ successo niente a scuola ? – - No padre, tutto normale come al solito.- Il signor Mahal allora strinse dolcemente a sé la figlia e la baciò con tenerezza sulla fronte. La signora Mahal sulla porta della sala da pranzo guardò la scena con gli occhi lucidi. Namo aveva sempre frequentato una esclusiva scuola privata, ma poiché un giorno aveva dato un pugno al figlio d’un lord per difendere un amico, fu costretto a trovarsi una nuova scuola. Caso volle che fosse la stessa di Padma. - Benvenuto fra noi Namo. Ci frequenteremo, mi auguro per te, solo un anno ma spero che sia proficuo e ricco di soddisfazioni per tutti .- La signora Quant era un’ottima insegnante e un’ottima persona, a Namo piacque subito, come gli piacque subito anche la ragazza che veniva dalla terra dei suoi avi, Padma Mahal. Fu l’unico nome dei nuovi compagni di classe che ricordò.Sicuramente il primo impatto con la Allerton High School fu positivo sotto ogni aspetto. Non le era mai successo prima, era quasi sconvolta. Tornata a casa passò velocemente davanti a sua madre e a due sue sorelle e si chiuse a chiave nella camera: - Cos’hai Padma, stai forse male? – Le chiese la signora Mahal. - No mamma, va tutto bene , un minuto e vengo di là.- Non se la sentiva proprio di confidare a sua madre che s’era innamorata d’un ragazzo visto appena una volta. S’alzò dal letto e aperta la finestra accarezzò le primule . Faceva ancora freddo, eppure il vaso sul davanzale della camera di Padma si colorò di giallo e viola. Dopo alcuni giorni di “studio” in cui si erano salutati e scambiati qualche sorriso oltre ad innumerevoli occhiate furtive, Namo prese l’iniziativa e con una scusa avvicinò Padma mentre aspettavano l’arrivo del professore d’inglese: - Lo sai che io sono un dio? Se tu vorrai essere la mia ragazza diventerai una dea pure te.- Padma non scoppiò a ridere, ma abbassò lo sguardo e ringraziò. I giorni seguenti furono sempre più fitti di scambi di battute e di carezze. Namo non aveva mai provato un’attrazione simile per una ragazza, altrettanto Padma per un ragazzo. Vivevano tutti e due un’esperienza nuova, strana, misteriosa, ma soprattutto ricca d’amore, sì, quell’amore fra uomo e donna che li aveva fatti nascere, di cui tutti parlavano ma che loro non avevano ancora mai conosciuto. Finchè non si diedero un appuntamento, finchè stretti sotto un ombrello non si diedero un bacio. - Namo, possiamo…? – - Siamo tutte e due creature di Dio Padma,”dobbiamo” amarci! - - Namo, figlio di questo indegno padre, ti vedo cambiato ultimamente. T’è successo qualcosa? – - No padre, non è successo niente.- Namo non seppe spiegarsi il perché di quella bugia. Il signor Chandi Begam non aggiunse altro. Ritornato nella sartoria chiamò il figlio più grande, Kudrat: - Namo è strano ultimamente. Ora sta uscendo: seguilo senza farti vedere e vedi di scoprire dove va.- Padma non voleva che Namo la venisse a prendere a casa, non sapeva come avrebbero reagito i suoi, ma lui testardo e sicuro di sé come sempre aveva insistito tanto, e lei non seppe opporsi. - Viene un ragazzo qui a casa nostra per te !? – Mamma Aarati non credette alle sue orecchie: suo marito e i suoi figli erano al negozio, lei stava in casa con due camerieri e con le altre figlie, Damini e Dela. - Padma….- La donna era nervosa, sapeva di dover dire qualcosa d’estremamente spiacevole alla figlia - ….Tu conosci la tua condizione, tu sai che non puoi…. Non ce la fece a finire la frase: tutte e due, madre e figlia s’abbracciarono piangendo. Ma bisognava fare qualcosa, Namo stava arrivando.La signora Aarati decise di telefonare al marito e dopo pochissimi minuti la famiglia Mahal era tutta riunita nel salotto per ricevere Namo. Padma tremava come una foglia. Anche Namo era molto nervoso mentre suonava il campanello di casa Mahal. Gli aprì la porta la signora Aarati: - Buongiorno. Io sono Namo Begam e sono qui per Padma.- La signora Aarati non rispose, ma non per maleducazione: il suo sguardo appariva stranamente più preoccupato che pieno di rabbia. Accennando un lieve sorriso accompagnò il ragazzo nel salotto, dove era riunita tutta la famiglia Mahal. Namo si sentì un po’come un animale preso in trappola, ma vedere Padma con gli occhi pieni d’amore lo calmò: -Namaste . – Pronunciò Namo facendo un leggero inchino. I Mahal risposero al saluto, dopodichè il capofamiglia invitò il ragazzo a sedere . Gli fece portare un tè e poi parlò: - Namo, di nome conosciamo la tua famiglia e sappiamo che siete gente onesta e lavoratrice. So che sei qui per Padma e io in un’altra situazione ne sarei felice e fiero, anche nostra figlia sa bene quanto dolore mi dia parlare così, ma purtroppo il karma di Padma non vuole per lei nessun uomo, nemmeno te Namo. Lei è destinata a Dio.- Namo ascoltò incredulo le parole del padre della sua amata, ma erano parole che non voleva capire, che non voleva sentire: -Non si può giustificare un karma che vuole negare l’amore fra me e sua figlia, Mahal sahib, il mio Dio non vuole questo. Io continuerò a frequentare Padma e nulla e nessuno lo impedirà.- - Namo, io….- - Taci Padma! Non abbiamo più niente da dirci da dirci giovane Begam.- Stavolta fu un cameriere ad accompagnare alla porta Namo. Appena uscito, Namo ebbe per la prima volta nella vita l’istinto di piangere. Più che le parole del padre di Padma lo avevano ferito gli occhi rassegnati della sua amata. Poco distante, attento a non farsi vedere, c’era Kudrat. Padma da quel triste giorno non andò più alla Allerton High School, l’unico segno di vita lo manifestò con un sms in cui pregava Namo di dimenticarla. Il giovane non dava ai famigliari nessuna spiegazione della sua tristezza, ma loro, grazie a Kudrat, sapevano tutto o quasi, e un giorno, esasperati, decisero d’intervenire. - Namastè! Io sono Chandi Begam, il padre di Namo.- - Namaste a voi Begam sahib. Capisco la sua preoccupazione di padre, ma io ho già spiegato tutto a Namo: Dio ha voluto onorarci dando alla nostra famiglia un essere puro e bello e noi lo dobbiamo mantenere tale, per farla arrivare alla fine del suo karma e del nostro. Namo ha compreso la grandezza dell’animo di Padma, più della sua bellezza esteriore, ha conosciuto di conseguenza l’amore, ora non lo deve ricambiare con l’egoismo ma con la comprensione.- - Mahal sahib, voi dite che vostra figlia è sacra ma io vi rispondo che se su questa terra c’è un solo essere divino questi è mio figlio Namo. Voi dovete credermi quando vi dico che a lui dovrebbero rendere omaggio tutti, e se lui concede l’onore ad una qualsiasi ragazza di entrare nel suo cuore, la ragazza in questione non solo non deve rifiutarlo, ma deve ringraziare la sacra Trimurti per questo ! – Il signor Chandi era veramente fuori di sé: - Non abbiamo più niente da dirci Begam sahib.- Esclamò con determinata pacatezza il signor Mahal. - Tu sei un blasfemo peccatore ! – Le mani di Chandi Begam si serrarono sulla gola del suo interlocutore. Muni Mahal, uno dei figli , aveva fra le mani le forbici usate per tagliare la stoffa d’un abito da uomo; non si rese nemmeno conto di ciò che faceva, tuttavia per salvare il padre ne uccise un altro. Il signor Mahal guardò sconvolto Chandi Begam agonizzante. Era immobile,sotto choc. Kudrat invece, dopo un attimo, con le lacrime agli occhi lasciò sul pavimento il corpo del padre, gli estrasse le forbici dallo stomaco e con queste sgozzò il signor Mahal. Era notte fonda, Namo e Padma stavano ognuno davanti alla finestra aperta della propria camera, forse a rimirare la luna. Al pianterreno delle loro case famigliari e amici piangevano i rispettivi morti. Loro due non piangevano, non sapevano perché, nei loro cuori più che il dolore c’era la consapevolezza d’un destino che si stava avverando. Fino a quel momento avevano vissuto una normale vita terrena, custoditi dalle loro famiglie come le reliquie di un santo, ma ora sapevano cosa dovevano fare: lentamente si spogliarono alla fioca luce lunare, abbandonarono le vesti sul pavimento, come a significare un addio, e si posero in piedi sul cornicione delle loro rispettive finestre. Si riempirono tutti e due i polmoni di quanta più aria possibile e poi, ormai pieni del coraggio che gli serviva, si gettarono nel vuoto. Non avevano molta dimestichezza col volo, le loro famiglie avevano paura che qualcuno li vedesse, ma ben presto salirono alti sbattendo le ali sui tetti della città, si videro da lontano e mano nella mano si diressero verso la loro vera casa, nel cielo. La luna li prese in un abbraccio e li accompagnò . Frances era come ipnotizzata: - Ti è piaciuta questa storia? – - Oh Roger, è bellissima. Esistono dunque gli angeli? – - Certo Frances ! Perché, tu chi pensi di essere? – Frances gli sorride, lo prende in un grande abbraccio e poi l'attira su di sé .
  9. Ambra...

    Butterfly

    Nome: Butterfly Edizioni Generi trattati: romanzi d’amore (no erotici), romanzi contemporanei, romantic suspense, chick lit, umoristici e drammatici, young adult, new adult, thriller Modalità di invio manoscritti: https://butterflyedizioni.wordpress.com/about/ Distribuzione: https://butterflyedizioni.wordpress.com/distribuzione/ Sito: https://butterflyedizioni.wordpress.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/edizionibutterfly/ Dal sito: Accettiamo Opere di non oltre 650.000 battute spazi compresi. TEMPI DI VALUTAZIONE: da 1 a 4 mesi circa, rispondiamo anche in caso di esito negativo. La pubblicazione è gratuita e l’autore è sostenuto realmente nella promozione del proprio libro! I libri più amati dai lettori avranno anche la possibilità di finire all'estero. ------------------------------------------------------------------------- Esperienze con questa casa editrice? Mi pare che propongano l'ebook e il cartaceo solo dopo la vendita di un certo numero di copie..
  10. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  11. Giampo

    Artestampa edizioni

    Nome: ARTESTAMPA EDIZIONI Sito: www.artestampaedizioni.it Catalogo: www.artestampaedizioni.it/catalogo-cartaceo Modalità di invio dei manoscritti: https://www.artestampaedizioni.it/contatti/ Distribuzione: non specificato Facebook: www.facebook.com/EdizioniArtestampa
  12. Giampo

    Edizioni Ponte Gobbo

    Nome: Edizioni Pontegobbo Sito: http://www.edizionipontegobbo.com Catalogo: http://www.edizionipontegobbo.com/e-books.php Modalità di invio dei manoscritti: non specificato (http://www.edizionipontegobbo.com/contatti.php) Distribuzione: non specificato nel sito, ma dovrebbe essere Casalini Libri. Facebook: https://www.facebook.com/ed.pontegobbo/
  13. Stevesteve

    La minzione del geometra Messana

    LA MINZIONE DEL GEOMETRA MESSANA Si rialzò sonnacchioso dal breve riposo pomeridiano. Si sentiva appiccicato. I calzini aggrumati, la camicia spiegazzata, il cervello confuso. Avrebbe fatto meglio, prima di coricarsi, a spogliarsi e mettersi in pigiama, invece di limitarsi a slacciare la cintura e allentare la lampo dei pantaloni. Se lo diceva ogni giorno, da trentadue anni, tanti quanti ne erano trascorsi da quando si era sposato con Elvira. La finzione con se stesso gli serviva, forse, a mantenersi la possibilità di un qualche miglioramento, nella sua vita, che dipendesse unicamente da lui. Doveva tornare al lavoro, dove sperava che la nuova impiegata, convinta dai suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, fosse rimasta per gli straordinari. Il fastidio per sentirsi trasandato si acuiva perché non voleva fare brutta figura con la signora Laura (così si chiamava la nuova impiegata). Ma cambiarsi avrebbe significato rompere un’abitudine. Di più. Avrebbe consumato quella possibilità di miglioramento di cui si diceva. La quale valeva finché restava una possibilità. E se avesse verificato che cambiarsi d’abito dopo aver dormito era effettivamente un miglioramento della sua vita, che cosa avrebbe dovuto concludere, che aveva sbagliato per più di trent’anni? No no, meglio rinviare la verifica. Si sciacquò la faccia e si cosparse di lavanda. Francese comprata a Parigi. Scusi eh. Ravviò i capelli ancora scuri e ondulati. Tirò indietro le guance un po’ cascanti. Si chiuse il colletto della camicia, rifece il nodo della cravatta, allacciò le scarpe che Elvira aveva lucidato mentre lui riposava. Infilò il gilet di lana inglese – questo comprato in un buon negozio del centro, perché a Londra non era ancora stato – e indossò la giacca. Si guardò allo specchio. Non andava. Decise che era una giornata in cui era giusto cambiare qualcosa. Oh solo per oggi sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole insomma l’eccezione che conferma, come si dice. Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Il che implicava non più le scarpe nere ma quelle marroni. Ma questo non lo disse perché Elvira avrebbe capito. Elvira eseguì. Era però inquieta. Ogni giorno, da trentadue anni, esaudiva amorevolmente le richieste del marito. Si era sempre, però, rifiutata di collegare– come pure sarebbe stata in grado anche senza essere molto colta né tantomeno esperta di statistica – i repentini mutamenti di abitudine del marito con le crisi familiari che erano regolarmente seguite. Così si era rassegnata all’insicurezza permanente, che sfogava con meschine scenate per la cena raffreddatasi o per la scelta del canale televisivo. In tal modo, senza saperlo – ma poi chissà – svolgeva l’utile funzione di compensare i sensi di colpa che il buon geometra Messana, se ne fosse stato capace, avrebbe potuto provare. Il geometra Messana, alle 16 in punto, vestito a nuovo e profumato, scese in garage, borbottò per il coinquilino che lasciava sempre l’auto fuori del box rendendogli così più difficile la manovra, e si diresse in ufficio. La signora Laura c’era. Mora, più alta della media. Le scarpe con i tacchi le imponevano una camminata che, non riuscendo alla signora Laura di assumere il portamento cui peraltro aspirava (passo lungo flessuoso nonchalante), risultava piuttosto legnosa. Certe doti di portamento, d’altra parte, non basta l’applicazione e la volontà a conquistarle, se non le si è respirate fin dall’infanzia. E la signora Laura era di famiglia che qualcuno avrebbe potuto definire «modesta ma decorosa». Non esattamente, quindi, «nobile» né «alto borghese» che, come è noto, sono i luoghi dove certe attitudini si acquisiscono. Il geometra Messana salutò la signora Laura, fingendo professionale sorpresa per averla trovata ancora al lavoro e si chiuse, come sempre, nella stanza. Lì stava bene. Una poltrona comoda, girevole e pieghevole, bei quadri forniti dalla ditta, piante ben curate, moquette blu scuro, un salottino ricavato in un angolo, ampia scrivania con su carte ben ordinate. L’insieme doveva trasmettere, a chi vi entrasse, efficienza nell’ordine e potere nella giustizia. La seconda espressione era un po’ forte ma pazienza: il geometra Messana aveva altre qualità che non un vocabolario forbito. Era un posto di responsabilità, che il geometra Messana aveva meritato per la sue capacità di lavoratore instancabile, in nome delle quali sapeva di poter pretendere altrettanto impegno, se non dedizione, dai suoi sottoposti. Qualche collega di malanimo, come ce ne sono, sospettava che il geometra Messana fosse arrivato in quella posizione per due interessi diversi ma parzialmente concomitanti: le proteste per i modi bruschi e villani con i sottoposti e la volontà dell’Amministratore delegato di tenere per un po’ in frigorifero il settore – in altri momenti importante ma con pochi dipendenti – a cui il geometra Messana era stato preposto. Il geometra Messana, infatti, non era tipo di grandi iniziative, pur essendo scrupoloso esecutore di direttive. Certo, si rendeva ben conto che un capo – sia pure intermedio – in quanto tale doveva averne. Aveva risolto il problema accontentandosi di presentare ai suoi sottoposti, ed ai colleghi di pari grado, le istruzioni che riceveva come frutti di sue proposte fatte ingoiare dopo lunghe discussioni all’Amministratore delegato, su cui pensava così di rifarsi per il modo supponente con cui lo trattava. Il geometra Messana stava bene nella sua poltrona, nella sua stanza. I momenti critici con l’Amministratore delegato erano tutto sommato pochi, e gli restava molto tempo per compensare le frustrazioni che lì accumulava. Il che faceva, come del resto la generalità dei suoi pari grado – ma che sia un’attitudine ancora più diffusa? – riversando sui sottoposti le angherie che riteneva di subire. Il conto, tuttavia, non tornava. Infatti, il geometra Messana in qualche modo riconosceva all’Amministratore delegato il diritto di infliggergli – e a sé il dovere di subire – tali angherie, ma non gli sembrava di trovare analoga disposizione nei suoi sottoposti. Quel giovane architetto, per esempio, che ogni tanto pretendeva di scrivere relazioni infarcite di paroloni, quando tutto si poteva dire con le buone cento parole del linguaggio di ufficio. Parole sicure, sperimentate, non aggredibili da equivoci, non soggette a richieste di precisazioni. Più facile, ma anche di minor soddisfazione, con l’uomo delle pulizie. L’ufficio era uno specchio, ma il geometra Messana gli aveva fatto una scenata, due giorni dopo esservisi insediato, perché a metà mattinata i cessi erano sporchi. Naturalmente egli sapeva benissimo che l’uomo delle pulizie svolgeva il suo lavoro prima dell’inizio e dopo la fine dell’orario d’ufficio e che perciò non poteva essere responsabile della sporcizia degli impiegati. Ma serviva a definire le distanze. Non per niente, dopo la scenata l’uomo delle pulizie salutava sempre con deferenza il geometra Messana, il quale peraltro, qualche settimana dopo, lo gratificò con un «effettivamente da qualche tempo i cessi sono un po’ meno zozzi». Il pensiero gli fece venire lo stimolo di mingere. La signora Laura lo vide passare nel corridoio e poco dopo lo osservò ritornare con aria soddisfatta. Il geometra Messana aveva una sua teoria, cui teneva molto e di cui era tanto geloso da non averne fatto parola con alcuno: che ciascuno sfrutti per sé le proprie conoscenze, si diceva, se ho un vantaggio sugli altri perché mai dovrei starlo a dividere? La teoria, dunque, consisteva nella considerazione che l’urina, al momento della minzione, costituiva una via di comunicazione tra il corpo di chi mingeva e il cesso. Vero che l’urina andava in direzione corpo-cesso, ma vero pure che non si poteva del tutto escludere la possibilità che microrganismi batteri virus e insomma tutto il bestiario che si annida nelle latrine avesse imparato a risalire lungo l’urina con velocità superiore a quella con cui l’urina scendeva e a penetrare così nel corpo. Faremmo torto al geometra Messana se non gli dessimo credito di rendersi conto della scarsa probabilità che i microrganismi batteri virus etc. fossero così veloci. Ma egli era particolarmente fiero di aver trovato un campo di applicazione a sé stesso di un complesso concetto – il principio di precauzione –di cui aveva letto su qualche titolo di giornale. Del resto, chi potrebbe dimostrarvi che egli avesse torto? Così, dopo la prima folgorazione, pisciava – pardon, mingeva – in una boccetta che si portava appresso e che vuotava poi nel cesso ripulendola ogni volta scrupolosamente. In seguito, rivelatosi il sistema troppo complicato e fastidioso, si limitava ad evitare di mingere tutto di seguito e orinava a schizzi. In tal modo, argomentava tra sé il geometra Messana, che non era privo di intuito circa i principi della teoria delle probabilità, non aveva la certezza del risultato ma certo rendeva difficilissimo – e per il tempo più breve e per lo schizzo più veloce – il compito dei microrganismi batteri virus etc. Questa, e non altra, era la ragione per cui il geometra Messana appariva così soddisfatto di sé dopo aver orinato, il che faceva spesso. Si risiedette in poltrona, sparse ordinatamente alcune carte sulla scrivania – tutte rigorosamente parallele o perpendicolari sia tra loro che rispetto ai margini della scrivania – e chiamò la signora Laura spingendo due volte il segnale dell’interfono. Quella si presentò dopo un attimo con in mano un blocco notes per stenografia e una matita, pronta ed efficiente. Una bella cavallona, con quei capelli neri e anche il viso un po’ allungato. La invitò a sedersi e cominciò a dettarle una lettera. Si interruppe spesso, come a concentrarsi, con gli occhi chiusi e le mani strette sulle tempie. La signora Laura lo osservava con curiosità riemergere da queste brevi apnee mentali, sembrandole apprezzabile lo sforzo che il geometra Messana compiva per rendere in buon italiano i suoi pensieri. Forse avrebbe apprezzato meno – ma era stata assunta da pochi giorni – se avesse avuto modo di sfogliare il velinario dell’ufficio, dove giacevano decine di lettere identiche a quella che stava stenografando con tanto impegno, desiderosa di fare bella figura. Certo che lo sforzo di controllo del proprio intelletto di cui il geometra Messana dava mostra doveva apparirle un tantino eccessivo. Tuttavia avrebbe cambiato idea, al riguardo, ammirandone invece la capacità di autocontrollo, se avesse potuto seguire i pensieri del geometra Messana: tutto concentrato, nel suo chiudere gli occhi, a rivivere la scena – da un film – di uno stallone che nella nebbia umida della brughiera montava una splendida cavalla. Il geometra Messana si compiaceva, rientrando dalle sue brevi assenze ad occhi chiusi, di rivedere la scena in tutti i particolari – lo zoccolo scalpitante, le froge fumanti, l’equuspisello vermiglio e spenzolante, i muscoli della coscia saettanti sotto pelle – riuscendo a non sovrapporre i suoi piani sulla signora Laura alle immagini che ricreava. Finita la dettatura ristette qualche attimo in silenzio ad osservare la signora Laura. Questa, prima restò per un po’ in attesa di altre disposizioni, poi prese a gingillarsi con la matita, infine si sistemò meglio sulla poltrona appoggiandosi all’indietro. Si rassettò la gonna, si aggiustò i capelli spostandoli con i mignoli delle due mani dietro le orecchie. Si guardò intorno nella stanza mentre il geometra Messana aveva preso a consultare un libro. Restò a guardarlo per qualche minuto imbarazzata. La lettera era finita. Lui non la congedava ma sembrava ignorarla. Doveva restare con le mani in mano, rischiando la figura della sciocca, o doveva andare di là a battere a macchina la lettera, col timore di essere ripresa? Fece un paio di «ehm». Accavallò le gambe da una parte. Poi dall’altra. Ogni volta riassettando la gonna e risistemandosi sulla poltrona. Si decise, seduta ora sul pizzo della poltrona e con la mano sul bracciolo pronta ad alzarsi, ad un «posso andare» che uscì smozzicato perché mentre lo esalava le venne in mente che sarebbe stato preferibile un «ha ancora bisogno di me». Lo «scccc» del geometra Messana la lasciò a mezz’aria, col sedere sollevato e il peso del corpo distribuito malamente tra il polso sinistro sul bracciolo della poltrona ed il gomito destro sulla scrivania. Ricadde sulla poltrona. Arrossì violentemente quando il geometra Messana, poco dopo, chiese brusco che cosa mai facesse lì impalata e come mai non avesse ancora battuto la lettera, che poi era così breve e semplice, tanto per farla abituare alla dettatura senza impegnarla troppo dato che era alle prime armi. Sentì che dalle gote la rabbia passava fino alla radice dei capelli, s’impappinò, non trovò le parole giuste e si limitò a tornare nella sua stanza reprimendo le assurde lacrime che insistevano per spuntare. Il geometra Messana sorrise indulgente e compiaciuto per la propria capacità di controllo del personale. Esercitarsi nel mettere in imbarazzo gli inferiori, renderli insicuri, era uno dei sistemi preferiti di far valere il suo potere, ed il geometra Messana era intimamente convinto che facesse parte delle qualità del buon capo usare di quando in quando questi trucchetti. La prossima volta la signora Laura si sarebbe alzata appena finita la dettatura e lui l’avrebbe bloccata sulla porta – non prima, non prima! – con un gelido «signora, chi le ha detto di andarsene? Si accomodi, prego». E l’avrebbe tenuta lì per qualche minuto. Dopodiché, l’avrebbe congedata. La volta successiva, il copione era collaudato, la signora Laura sarebbe stata tesa ed incerta, timorosa di sbagliare, e per lui sarebbe stato più facile cominciare ad aprire qualche breccia. Mostrandosi premuroso, gentile, e preoccupato per il disagio evidente della signora Laura. Così che, dopo averla sollecitata ad esporre con franchezza il perché di quella mancanza di serenità, quando ella avesse cominciato a girare intorno al problema ed egli avesse fatto un gesto di conforto – come una carezza rapida sui capelli – la signora Laura avrebbe «dovuto» considerarla un moto paternalistico, pur percependone in pieno l’ambiguità. Il geometra Messana si alzò per pisciare. Non poteva davvero dire che la vita fosse avara, con lui.
  14. commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 13. Incipit: due ragazzi e Claire T. Oaks nel deserto Leonard sa che è arrivato il momento. Il sonno è la porta di accesso, e i suoi familiari defunti lo aspettano subito al di là di essa, nel sogno. Per questo la tira alla lunga il più possibile, prendendo persino qualche pillolina non meglio identificata per restare sveglio. Undici della sera, quindi. Bar dell’albergo, un Boulevardier davanti (il terzo), e una gran voglia di chiudere gli occhi. «Così lei sarebbe uno scrittore?» gli chiede la bella donna dai capelli lisci e biondi, in abito blu piuttosto scollato. Leonard non ricorda nemmeno quando si sia seduta accanto a lui. «Lo ero. Non ho scritto una parola negli ultimi quindici giorni.» «Che è successo?» Leonard scuote la testa, sempre più pesante. «È complicato.» «Le piace essere uno scrittore?» «Non saprei. È come respirare. Non mi chiedo se mi piace respirare.» La risata cristallina gli suona familiare, ma solo per un momento. Leonard si volta a guardarla. È davvero una bellissima donna, con appena qualche traccia di ansia negli occhi ma due gambe lucenti nella penombra vellutata del locale, e due piedi di classe in un paio di scarpe che tra le dita e le caviglie si avvolgono come un delicato ricamo dorato. Se non fosse così stonato dalla stanchezza, si sentirebbe inadeguato. La felpa col cappuccio, i jeans scoloriti e le scarpe da ginnastica che hanno visto giorni migliori, non fanno certo una bella figura accanto all’eleganza di lei. «Pensa che il suo sia un lavoro utile?» «Che strana domanda.» Lei alza le spalle e sorseggia il drink. «Devo andare» le dice, «ho un appuntamento con delle persone.» «Peccato. Magari ci rivediamo.» «Lo spero. Riconoscerò il suo profumo, immagino.» «Ahahah, che carino. Arrivederci Leonard.» Lui si è già incamminato verso gli ascensori, per raggiungere la sua camera, ma si volta. «Come fa a sapere il mio nome?» «Non importa, vada, la stanno aspettando.» «Sì, lo so.» Leonard si sveglia nell’anticamera della sua metafora scrittevole, sopra un divano con tessuto a fiori dei primi del novecento che gli ricorda tanto quello della casa in cui ha trascorso la prima infanzia. Suo padre, Bernard, era appassionato di qualsiasi pezzo di legno avesse almeno due o tre tarli dentro. La stanza è lunga e stretta, quasi un corridoio. Le finestre lo sono altrettanto, subito sotto il soffitto. Impossibile vedere fuori, perché stanno troppo in alto. Più avanti c’è una vecchia poltrona rossa, di nessun valore, con Godz seduto tra i due cuscini. Godz è il pupazzo di Godzilla da cui Leonard non si separava mai, da bambino. In fondo alla stanza, contro la parete stretta, è appoggiato il vecchio scrittoio inglese a serranda su cui ha cominciato a scrivere. Quello lo faceva impazzire. Suo padre diceva che veniva dal set di The front page, il film di Billy Wilder con Jack Lemmon e Walter Matthau, lo stesso in cui Hildy Johnson, il giornalista, nasconde Earl Williams, l’evaso. Sua madre è seduta lì, e sta scrivendo. «Era ora che arrivassi» dice, chiudendo il quaderno e voltandosi verso di lui. «Ho preso qualche appunto. Direi che possiamo cominciare.» «Cominciare che cosa?» «Tu comincia con l’attraversare quel cazzo di parete e poi vediamo.» Leonard deglutisce e si approssima alla parete lunga, completamente libera. Vi posa sopra le mani. È fredda. «Mi sa che sei un po’ arrugginito. Ti toccherà spingere un bel po’, eh.» Leonard aumenta la pressione. Niente. Aumenta ancora. Niente. Usa tutta la forza che ha e finalmente qualcosa comincia a cedere, ma quando molla lo fa di schianto e si ritrova proteso in avanti. Chiude gli occhi. Sua madre esulta alle sue spalle con un gorgheggio da mandriano. Leonard si aspetta di ritrovarsi nella luce azzurra, crepuscolare della camera di scrittura – la metafora che lui stesso ha creato per visualizzare il suo approccio alla scrittura - ma quello che lo abbaglia all’improvviso è il sole del deserto intorno a Las Vegas. L’interno in cui si ritrova è quello di una Caprice argento dell’82. Lui è seduto accanto al posto di guida, dove invece c’è una Claire T. Oaks più giovane, immobile come una fotografia. Ha uno sguardo cupo, fisso sul deserto davanti a sé, le labbra serrate, le mani aggrappate al volante. Sembra in procinto di dover fare qualcosa di sgradevole, ma non muove un muscolo. Leonard segue il suo sguardo, attraverso il parabrezza impolverato, e vede due ventenni, forse meno, a circa quindici metri di distanza. Sono usciti da una Dodge Charger identica al generale Lee - l’auto dei fratelli Duke nel serial Hazzard – ma senza i numeri stampati sulla portiera. Lei è bionda e carina, lui è rasato e tatuato e gira a torso nudo per mettere in mostra la pelle istoriata. Stanno evidentemente aspettando Claire, ma anche loro sono immobili, come in una fotografia. «Ok, questo è l’incipit della nostra storia.» Leonard sussulta e si volta verso l’immagine congelata di sua madre alla sua sinistra, perché la voce che ha sentito è indubbiamente la sua, ma subito dopo si rende conto che è arrivata dal sedile posteriore e quindi si volta. Ed ecco una seconda Claire, seduta dietro, che parla e si muove. «Mi spieghi che cazzo sta succedendo, mamma?» «Non l’hai capito? Ti sto mostrando l’inizio della storia che dovrai scrivere.» Leonard alterna lo sguardo tra la figura di sua madre più giovane - seduta davanti, in fermo immagine - e quella dietro con tutti gli anni che dovrebbe avere, che gli sta parlando. «Fra poco questa storia prenderà vita e tu potrai vedere quello che è successo, e poi scriverne. Però ti avviso, è incompleta. È così che si formano le storie nella tua mente, no? Le idee si aggiungono una alla volta.» «Non necessariamente, ma… di che storia stiamo parlando?» «Della mia, di Peter e di Janine.» «Queste cose sono successe davvero?» «Sì, quello che vedi è accaduto realmente.» Leonard comincia faticosamente a realizzare, osservando di nuovo ogni particolare che lo circonda con più attenzione. «Sei pronto?» «Pronto è una parola grossa, in queste circostanze.» «Forza, scendiamo dall’auto, così vedi meglio.» Nello stesso momento in cui Leonard apre la portiera, anche la Claire seduta al posto di guida prende vita e apre la sua, e quando cammina sulla sabbia insieme a lei, verso i due sconosciuti della Dodge, si rende conto che la seconda Claire, quella parlante, più vecchia, è svanita nel nulla. A circa sei, sette metri dai due ragazzi, che hanno mosso appena qualche passo per venir loro incontro, Leonard è costretto a fermarsi, come se una lastra di vetro trasparente gli impedisse di proseguire. Sua madre invece avanza tranquilla incontro alla coppia. «Chi cazzo sei tu, eh?» la apostrofa il giovane a torso nudo. «Dov’è il professore?» «Peter ha mandato me per risolvere la faccenda.» «Non se ne fa niente. Doveva presentarsi di persona. Ero stato chiaro in proposito, cazzo.» Il giovane è molto adirato, ma Claire continua ad avanzare verso di loro, senza esitazione. «Perché non è venuto lui?» chiede la donna. Anch’essa sembra contrariata, osserva Leonard, ma è come se recitasse, come se in realtà fosse sollevata. Sua madre risponde solo quando è abbastanza vicina, e lo fa estraendo contemporaneamente da dietro la schiena una pistola che non è quella d’ordinanza. «Perché lui non ce l’ha una pistola, cara, e comunque non avrebbe il coraggio di usarla.» Il giovane tatuato porta d’istinto la mano dietro la schiena, a sua volta, ma Claire gli punta contro l’arma e gli intima di consegnarle la semiautomatica calibro 22 che voleva estrarre. Appena lo ha disarmato, costringe entrambi a voltarle le spalle e inginocchiarsi nella sabbia. «Ehi, mamma, che hai intenzione di fare?» mormora Leonard. Claire si volta un attimo verso di lui, e lo guarda - nei suoi occhi c’è un rimpianto infinito -, poi la donna sospira e solleva la sua pistola. «Mamma, no!» urla Leonard. Claire spara alla testa della ragazza, per prima, e subito dopo al ragazzo. «Ma che cazzo…» Leonard chiude gli occhi d’istinto, sconvolto, e si risveglia nella sua camera d’albergo, sudato e ansimante. continua
  15. Stevesteve

    Giuditta e Oloferne [revisionato]

    Nuova edizione di un racconto brevissimo, che tiene conto - grazie! - di alcune osservazioni fatte da #Cerusico. [come si tagga un utente? ] _______________________________________________________________________________ Giuditta e Oloferne Giuditta lucida il piatto d’argento. Affila la lama. Si è ben esercitata, è pronta: un colpo solo. Si china a poggiare la spada. Dal basso coglie l’ultimo sguardo di Oloferne. Si rialza. Afferra i capelli di Oloferne con la mano sinistra, con la destra il piatto d’argento. Poggia la testa sul piatto. Va verso lo specchio. Dietro, per questo turno, ci sono Artemisia, Botticelli, Klimt, Caravaggio. Giuditta dice spero che sia venuta bene, stavolta. _______________________________________________________________________________ Stefano
  16. Coloroilmiorespiro

    Autodisciplina Futurista

    Autodisciplina futurista. Solo punti. Nessuna virgola. Concreta vita d’obbiettivi fondamentali. A nervi saldi e tesi. Non crollare. Tutta una questione di testa. Sì. Mi serve una strategia per combattere il malessere. Se lo sento arrivare corro. Il naso fuori dalla porta. La voglia di vivere bene. Il brivido che m’ha accarezzato una vita di affogare nell’angoscia ora si libera in scosse elettriche alle gambe. E vado verso la vita. M’allontano dalla morte. La matrice è: via da e verso. Al centro solo Io. Dottore, ho una strategia giusta per me. Eppure barcollante. Ma Dottore… Questo vivere a pugni chiusi Caro Dottore… Lei non lo sa. Nessuno lo sa. Oggi mi è successo che è tornata la sublime carezza di morte. L’ho assecondata un po’. Ora sta di nuovo nell’osso occipitale. E lì la lascio. Giuro. La paranoia mista ad angoscia Dottore. Parlo di quella. Ma io la matrice l’ho tutta in testa. Lo scelgo io quando andare verso e quando via da. Al centro solo Io. Dottore, oggi volevo lasciarmi andare, poi ho visto che sciagura. Non s’immagina nemmeno. Ancora peggio poi quando a parte la Marlboro non c’era nessuno a prendermi. Sta cattiva abitudine che ho preso di combattere io per me. Ma Dottore mi basta solo un po’ d’azzurro tra il grigio paffuto e mi risveglio dall’oscuro. Mi nutro della forza del Sole. L’appartenenza alla notte la lascio alle mie fondamenta. Lì è e lì mi piace, lo sa. Sto risorgendo dalle ceneri caro Dottore. Ho la forza dell’Universo intero.
  17. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  18. Titolo: La Torre Eiffel non esiste Autore: Elisabetta Atzori Casa editrice: Amazon ISBN: 978-1711223346 (versione cartacea) Data di pubblicazione: 24 Novembre 2019 Prezzo: 11,99€ versione cartacea, 2,99€ versione ebook Genere: Narrativa contemporanea Pagine: 186 Quarta di copertina: Giulia ha quasi trent’anni e della vita non sa niente. Quando la dimettono dalla clinica nella quale è ricoverata decide di andare a vivere con Andrea, il suo ragazzo, in un appartamento nello stesso condominio dove vive la sua migliore amica, Clara, nella loro cittadina. Per provare ad avere una vita normale. Ma il senso di alienazione ed estraneità che prova costantemente non l’abbandona. Così, tramite il suo sguardo disilluso e onesto, vediamo un mondo che rifiuta la diversità, l’imperfezione, che considera la malattia mentale come vizio, vergogna, tabù, a partire dalle loro famiglie. Quella di Giulia, semplice e misera, tenuta in piedi dalla zia, Rita, donna di fede, e quella di Andrea, più benestante, rigida e patriarcale. Vediamo una società imbarazzata dalla pazzia, totalmente impreparata, incapace di gestirla. Perché dalla chiusura dei manicomi con la legge Basaglia del 1978, quando i “matti” sono tornati nelle loro case, non è cambiato poi molto. La gente ha continuato a far finta che i malati non esistessero. Ma lo sguardo di Giulia, rimasto a lungo lontano dal mondo, è per questo motivo differente, originale, imparziale, estraneo alle contaminazioni della massa. Puro. E a suo modo, in fondo, pieno di speranza. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Torre-Eiffel-non-esiste/dp/1711223344/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1577057854&sr=8-1
  19. Seta

    Mare

    Commento Homo Sapiens Commento Pietro Mezzodì Il mare che osservo dalla finestra del mio studio, mi permette di vagare con la mente verso mete lontane. I pensieri si formano già liquidi, e prendono la forma del mio esistere. Divagando nei ricordi, ripenso al primo giorno che lo vidi. Al tramonto sulla spiaggia. Camminava a piedi nudi e testa alta sul bagnasciuga verso la mia direzione. Io ero andata a trovare conforto nel rumore ipnotico delle onde e nel profumo salmastro del vento. Senza meta, mi fermai dove si fermò il mio corpo e mi sedetti sulla stessa spiaggia che si offriva al suo passaggio. Lo vidi subito, anche se era ancora lontano; richiamò la mia attenzione ancora più dei miei problemi che mi causavano il mal d’anima, un dolore invasivo che offuscava tutto di me e dal quale mi stavo curando. Lo vidi raccogliere qualcosa e proseguire verso di me. Ricordo bene i suoi capelli dorati giocare con il vento, i suoi lineamenti forti e il suo passo costante. Era bellissimo. Notai che nel suo procedere tranquillo mi guardava e io feci lo stesso con lui, finché fu talmente vicino che vidi il colore azzurro intenso dei suoi occhi. Mi sorrise. Io, rimasi seduta con le braccia attorno alle ginocchia, piegate verso il petto, solo il mio viso si era scomposto per guardarlo e la mia espressione stupita lo interrogava senza perdere il contatto visivo. Ricordo bene quel momento, dal sapore surreale: si chinò leggermente e allungò un braccio con la mano aperta verso di me e mentre io guardavo la conchiglia che riposava sul suo palmo, lui mi disse “Tieni, dicono che avvicinandola all’orecchio si riesce a sentire il rumore del mare.” La sua voce dolce riscaldava l’aria, come il sole del mattino. Lo guardai di nuovo in viso non sapendo cosa fare, ma lui rimase in quella posizione, mantenendo quel sorriso così spontaneo e disinteressato, finché non mi decisi ad accettare quel dono inaspettato. “Si dice anche che quella voce lenisce il dolore profondo.” Poi senza aggiungere altro si rialzò e con un semplice cenno di saluto proseguì il suo cammino. Lo guardai allontanarsi. Statuario come un David di Raffaello, pareva un essere non terreno, come lo era stato quell’incontro. Quando fu abbastanza lontano da non distinguerlo più, guardai quella conchiglia che nelle sue mani sembrava piccola, ma nelle mie diventava un guscio di dimensioni discrete, tanto grande da poterla appoggiare all'orecchio per ascoltare il rumore del mare, come aveva consigliato lui. E così feci. Chiusi gli occhi e mi lasciai cullare dalla brezza della sera che avanzava, dal tiepido calore del sole che ancora scaldava la sabbia su cui ero seduta e dal rumore delle onde che si frangevano dolcemente vicino ai miei piedi, senza toccarmi. Nella mia mente rivedo quegli occhi e quel sorriso, allora non sapevo che quella sarebbe stata solo la prima di molte altre volte. Passarono giorni, prima che potessi ritornare in spiaggia, ma il mio pensiero riusciva a rimanere ancorato a quel ricordo, rivivendolo ogni volta che appoggiavo la conchiglia all’orecchio per ascoltare il mare. Lo facevo spesso, era diventato un atto magico, un rituale, pareva avesse davvero delle proprietà mistiche e curative. Non so se fosse un’illusione, o sentissi davvero il rumore delle onde che usciva dalla conchiglia, ma era così piacevole e rilassante che rimanevo per diversi minuti sdraiata sul letto ascoltando quel bianco rumore cullarmi. Una volta mi addormentai perfino. In quei momenti, il volto di quell'uomo di cui non conoscevo niente, nemmeno il nome, ritornava vivido nella mia mente. E ancora adesso, penso che mai se ne andrà. “Chiamami Mare, è così che molti mi chiamano.” Così mi rispose la terza volta che lo incontrai su quella spiaggia. Avevo notato che lo incontravo ogni volta che andavo in spiaggia all’ora del tramonto, come se fosse sua abitudine quotidiana fare una passeggiata in riva al mare in quel momento del giorno. Decisi quindi di imitarlo, ma solo per il piacere di vedere l’azzurra distesa di acqua che spesso cambiava di intensità, a seconda del cielo e del clima. Fu così che, la terza volta che mi rivolse un sorriso per salutarmi e poi proseguire il suo cammino, anziché stupirmi di incontrarlo e rimanere seduta al mio posto, mi alzai e lo rincorsi per conoscerlo. “Ehi! Scusami…!” Si fermò girandosi verso di me che mi affrettavo a raggiungerlo. Ripresi fiato per il breve ma intenso sforzo fatto, non solo fisico, ma anche emotivo. Il cuore pulsava forte nel petto. “Scusa…” gli dissi goffamente “ti incontro sempre, ogni volta che riesco a venire in spiaggia e…” non sapevo come continuare, cosa dire, cosa fare, mi sentivo stupida per aver fatto un’azione tanto azzardata, non volevo pensasse fossi una di quelle donne che abbordano sconosciuti. Ma lo guardai negli occhi che si confondevano con lo sfondo azzurro del mare, quel mare diventato il luogo di un incontro magico e inaspettato. “Cammina con me.” Mi disse semplicemente senza aspettare che io finissi la frase. Quasi ipnotizzata mi misi al suo fianco sentendo che le mie gambe prendevano da sole l’iniziativa di muoversi, passo dopo passo. “Cosa vorresti sapere?” mi chiese delicatamente come fosse un alito di vento del primo mattino. “Beh… per esempio come ti chiami?” “Chiamami Mare, è così che molti mi chiamano.” Mi rispose girando leggermente la testa dalla mia parte, continuando a camminare senza perdere il ritmo e io a fianco cercando di non rimanere indietro. ‘Mare…’ non mi venne da chiedere il perché di quell’insolito soprannome, in effetti quel nome gli stava perfettamente addosso. Se il mare avesse avuto sembianze umane, probabilmente sarebbe stato come lui. Sosteneva di essere cittadino del mondo, poiché non aveva residenza, nessuna fissa dimora. Andava dove sentiva che c’era bisogno di lui. Di cosa si occupasse, non mi fu subito chiaro, diceva di dedicarsi alla salvaguardia dell’ambiente, e soprattutto gli piaceva accudire le Anime. Trovava la gente molto interessante, “…Profonda tanto quanto basta per poterci fare un tuffo dentro e scoprire i loro tesori nascosti e perduti.” Diceva. Un giorno ci sedemmo sul bagnasciuga. “Sediamoci, stasera il tramonto sarà uno spettacolo magnifico, un dono della natura.” “Volentieri.” E mi lasciai cadere con le gambe incrociate per lasciare che i miei occhi potessero godere di quel panorama e la mia anima potesse ritemprarsi. Gli sorrisi mentre si sedeva accanto a me. Era diventato un amico silenzioso con cui condividere momenti, istanti magici del quotidiano spesso celati dall’inedia e dalla velocità del vivere. I colori cominciarono ad accendersi e il cielo divenne la tela di un Dio pittore, capace di esaltare i sensi di chi stava osservando la creazione di quell’opera d’arte. Respirai a fondo e sentii le mie cellule riempirsi di bellezza, sentii il mio spirito rigenerarsi e la mia anima finalmente, dopo tanto, era in Pace. “Grazie Mare. Grazie per avermi fatto vivere questo momento.” “Tu l’hai permesso. Solo tu puoi permettere alla bellezza del mondo di entrare dentro di te. E per farlo sei costretta a far uscire il dolore che invade la tua anima.” Istintivamente risposi: “Non è sempre così semplice. Adesso è facile perché ci sei tu, qui.” Sospirai. “In cuor tuo sai che non è così.” Mi rispose guardandomi intensamente, uno sguardo talmente forte da scuotermi e da creare dentro di me confusione e stordimento. “In cuor tuo sai che tu non dipendi da me per creare momenti di estasi e di bellezza nel tuo mondo, nel modo di vedere il mondo.” Mi prese la mano e sentii il mio cuore espandersi verso un infinito esistere. “In cuor tuo sai che io ci sono sempre, così come mi hai trovato su questa spiaggia, mi puoi trovare negli angoli degli occhi delle persone che incontri, nelle radici di un fiore che cresce in una fessura dell’asfalto. Mi trovi in un abbraccio, in un sorriso, in un tramonto.” Lo guardavo sentendo di essere in un’intimità profonda, ma non con bellissimo uomo, bensì con un’anima di un infinito immenso che mi trasportava oltre i confini di me stessa. Il giorno dopo tornai, stessa ora, stesso posto, ma con mia grande sorpresa e rammarico, non lo vidi, non passò. E così fu il giorno dopo e quello dopo ancora. Inizialmente mi preoccupai, ma era solo una parte di me che si agitava, era la parte umana, mentale ed ansiosa. In cuor mio sapevo che Mare stava bene e che forse c’era bisogno di lui da qualche altra parte, come mi aveva detto, e speravo che forse sarebbe tornato un giorno. Ad ogni modo sentivo la sua mancanza. Presi l’abitudine di andare a passeggiare all’ora del tramonto sulla spiaggia con la conchiglia che mi aveva regalato. E un giorno, seduta davanti allo spettacolo pittorico del tramonto me la avvicinai all’orecchio e chiusi gli occhi. Mi lasciai trasportare dal ritmo di quel respiro che mi sembrava di sentire rimbombare all’interno delle camere nascoste di quel frammento di mare. Respiravo la salsedine, mentre la brezza giocava sulla mia pelle, e nella mente rividi quell’azzurro profondo dei suoi occhi, il suo sorriso gentile e i suoi capelli morbidi, finché sprofondai in uno spazio senza tempo in cui potevo galleggiare e lasciare andare ogni cosa. Riaprii gli occhi e in un’esplosione convulsiva di lacrime e ampie consapevolezze, ebbi la più grande intuizione che cambiò per sempre la mia vita. Comprai questa casa sul mare, per fare entrare ogni mattina la bellezza nella mia vita, e anche se mi aveva insegnato che non era merito suo, Mare mi aiuta a ricordare che il mio compito come Essere umano è quello di generare momenti di bellezza nel mondo, dentro e fuori di me.
  20. Dianella Bardelli

    la mia newsletter letteraria di Settembre 2019

    Buona sera, vi scrivo per sapere se nel sito c'è un'attività, un luogo in cui potrei proporre le mie newsletter letterarie che preparo ogni mese su quello che scrivo. Grazie Dianella Bardelli
  21. Silvia759

    Marlin Editore

    Nome: Marlin Editore Generi trattati: narrativa, storico, saggi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.marlineditore.it/collabora.xhtml Distribuzione: http://www.marlineditore.it/distributori.xhtml Sito: http://www.marlineditore.it Facebook: https://www.facebook.com/MarlinEditoreCava
  22. Roberto Ballardini

    On Writing 12. Folliem et impera

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 12. Folliem et impera La registrazione vocale arriva alle 6:46 del mattino. Nel silenzio preservato all’interno dell’appartamento dagli infissi ad isolamento acustico, il segnale sonoro riempie la camera. In risposta, si leva dal letto un’eco sotterranea e sofferta. Il braccio sottile di Kate Zucker emerge simile a un periscopio. La mano si piega sul polso come la testa di un cigno sul collo affusolato, e va in cerca del cellulare sul comodino. Le dita vi si chiudono a becco, e lo trascinano in immersione sotto le lenzuola. Giusto il tempo di controllare il display e Kate emerge con lo slancio di un delfino dall’acqua. Spinge le coperte da una parte e attraversa scalza la camera, dirigendosi verso la borsetta sulla sedia, e sul telefono all’interno, quello che usa per chattare come Christine Apple. La foga è dovuta al fatto che nessuno dei suoi contatti si alza prima delle otto e quindi il messaggio whatsapp è con tutta probabilità quello che aspetta con ansia da… «Leonard! Mioddio, mioddio, è lui.» Quindici minuti e quarantasei secondi di registrazione vocale. Kate ha addosso il costume da Godzilla usato all’ultimo cosplay, tanto morbido e comodo che da allora non se ne è più separata, riciclandolo come pigiama (anche perché i piedi dentro le zampe rimangono caldi). Il testone verde scuro è posato sul secondo comodino, e digrigna i denti coperto dalla polvere degli ultimi sei mesi. I capelli color noce dorato che non si scompongono più di tanto nemmeno nel sonno, sono sparsi sulle spalle e sulla schiena e circondano il bel collo lungo, come un mantello. Kate sbadiglia, pulisce col mignolo le caccole nel dotto lacrimale, e nel frattempo fissa il display. Ha aspettato per giorni quella risposta, e ora che è arrivata – quando ormai aveva perso le speranze – non ha il coraggio di ascoltarla. Il problema più grosso di un aspirante scrittrice in fondo è proprio quello di non voler mai parlare della propria scrittura, ne è consapevole. Tuttavia la paura di vedersi smontare le proprie illusioni è più forte della speranza di sentirsele confermare. In altre parole, meglio negare ciò di cui, dentro di sé, ha già il sospetto. Non sono pronta, pensa. Una critica negativa prima di aver fatto colazione potrebbe persino ucciderla, così lascia cadere il telefono nella borsa e va verso il bagno, pizzicando con due dita le mutande che si sono infilate tra le natiche (una delle cose che non capirà mai, è come facciano le chiappette che si ritrova a fagocitare regolarmente la biancheria intima). Si sciacqua la faccia, tira giù i pantaloni da Godzilla e fa la pipì, tira lo sciacquone e poi, di colpo, BAM, si decide. «’Fanculo. È un buon giorno per morire» mormora dirigendosi a passo deciso verso la camera, per recuperare il telefono, senonché suona anche l’altro cellulare, quello che adopera normalmente. Esita qualche secondo, chiedendosi chi possa essere a quell’ora, e poi risponde. «Ciao, Kate.» La voce sepolcrale dall’altra parte, nella solitudine e nel silenzio del momento, le agghiaccia il sangue. È quella di Vincent Murd Oaks, the millionarie. Suo padre lo ha sempre chiamato così e lei lo stesso, di conseguenza, anche se tecnicamente è suo nonno. «Ascoltami, tesoro, non c’è molto tempo. Tuo padre ha avuto una ricaduta.» «Oddio, che ha combinato questa volta?» Kate si morde le labbra, pentita di averlo chiesto, perché ha come il presentimento che… «Ne ha fatti fuori altri due.» «Cazzo!» Il vecchio osserva una manciata di secondi di silenzio, in segno di disapprovazione, poi continua. «Devi andare là subito. Ho già avvisato lo zio Boob» dice, slittando come sempre sulla vocale. Malgrado Robert Oaks sia suo figlio, usa il termine zio come un militare userebbe il grado gerarchico. Tipo generale o colonnello. «È ancora il migliore per risolvere questo genere di cose, ma, be’, sai com’è fatto, no?» «Sì. Imprevedibile.» «Appunto. Senti, hai diciannove anni, ormai, e devi cominciare a prenderti cura della famiglia. Ora ti spiego come gestire la situazione affinché noi si possa ritrovare tuo padre e riportarlo a casa prima che qualcun altro si faccia male.» Questo è un eufemismo, pensa lei ricordandosi dell’ultima volta in cui suo padre ha sbroccato con le sue storie medioevali. Kate non ha nessuna voglia di assumersi le sue responsabilità, di qualsiasi tipo esse siano, ma suo padre le ha sempre insegnato a non contraddire mai nonno Vincent, per nessuna ragione al mondo. Se possono permettersi un certo tenore di vita, in fondo, non è di sicuro grazie ai romanzi di Willem Zucker. Di questo è consapevole, anche se lo ha dato sempre per scontato. Per un momento, Kate si vede lì in piedi col costume da dinosauro postatomico, e rischia di lasciarsi sfuggire una delle sue grasse risate, ma si trattiene. «Va bene. Dimmi cosa devo fare.» Quando Kate arriva alla villa di suo padre, a Echo Park, zio Bob è già sul posto. Alto e segaligno nel giacchetto di camoscio, camicia a quadri, jeans sbiaditi e stivali messicani decorati a mano. Quegli indumenti sono come un'uniforme, per Bob, malgrado si sia congedato da almeno dieci anni. I capelli a spazzola sembrano una corona di oro bianco su un viso ossuto e abbronzato, forgiato dal vento. «La cucina è un casino, Kate, e non perché siano rimasti i piatti da lavare» la informa, e poi le permette di affacciarvisi, come se non fosse più la ragazzina che tutti vezzeggiavano, ma un’adulta fatta e finita per cui non sia necessario nessun riguardo. Lei non sa se esserne contenta o meno, frastornata com’è dalla piega che ha preso la sua vita nelle ultime due ore. La registrazione vocale di Leonard è ancora nel telefono dentro la borsa, dimenticata. Lo scenario le strappa un’esclamazione di orrore, e le riporta alla mente quello dell’incidente precedente, quando era stata lei stessa, ancora quattordicenne, a scoprire il macello compiuto da suo padre all’apice della follia. Francisco, il giovane sous chef, sta inchiodato al frigorifero da tre dardi piantati nel petto in ordinata successione. È facile riconoscervi il tocco raffinato e letale della Chu-Ko-Nu. Il peso del corpo ha prima aperto lo sportello e poi inclinato il frigorifero, e rovesciato tutto il contenuto sul pavimento. Un disastro. Se l’elettrodomestico non si è rovesciato è solo perché è incassato sotto i pensili. Olga, la cuoca norvegese, invece, è stesa sul pavimento, con un’unica freccia nell’occhio sinistro. Evidentemente suo padre doveva averci preso la mano, col secondo colpo. Zio Bob, intanto, sta trattando con i domestici, radunati intorno al tavolo dove è posata la borsa piena di contanti con i quali Vincent Oaks ha disposto di comprare il loro silenzio. Stesso copione della volta prima. Si sono tutti pagati parte del mutuo sulla casa, con le intemperanze di Willem Zucker, ma questa volta Arimondo, uno dei maggiordomi più giovani, sembra voler alzare la posta. «Stai contrattando con me, muchacio?» dice zio Bob, freddo come un serpente. «Be’, Francisco era mio amico, sa com’è.» Bob lo guarda fisso per qualche secondo, ma lui non si fa intimidire e tiene alto lo sguardo. «Facciamo così» dice Bob, infine, con un tono rassegnato. «Ti farò avere un piccolo extra per il piede.» «Il piede? Quale piede?» Bob mette una mano dietro la schiena, sfila la Glock17 silenziata e spara al domestico nel piede destro. Il ragazzo ulula di dolore e si rovescia all’indietro, subito sorretto dai suoi colleghi. «Chiaro il concetto?» urla l’ex militare affinché i domestici capiscano che si sta rivolgendo a tutti quanti. «Esta bien.» «No es problema.» «No se preocupe.» «No pasa nada.» Lo zio rimette la pistola nella cintura e raccoglie una lattina di birra dal pavimento, relativamente fresca. «Folliem et impera» declama guardando Kate, e lei non è sicura se la dubbia locuzione si riferisca a suo padre, ai domestici o a zio Bob stesso. «Tu non conosci il latino, zio Bob.» «Be’, ci siamo capiti, no?» sogghigna stappando la birra. Kate non ne è del tutto sicura, e preferisce tacere. continua
  23. Jolly Roger

    Schizofonia

    Ore 20.45. La città grigia: un teatro, un musicista nel camerino numero 2 poco prima di entrare in scena. - 5 minuti!- -Grazie. Lei è veramente gentile- - Come? Beh, dovere- I collaboratori di palcoscenico restano sempre attoniti, quando li ringrazio: che dire, a me pare il minimo. Mi resta solo una manciata di secondi, ne approfitto per rifare i passaggi critici un paio di volte: in questi momenti tutto diventa incredibilmente difficile, eppure sto suonando praticamente alla metà del tempo. Maurice dovrebbe essere nell’altro camerino: strano, però, non sentire i suoi soliti preludi di riscaldamento. Lui per me ha sempre rappresentato il musicista ideale, prima o poi vorrei diventare come lui: potrebbe essere il mio maestro, anche se si incazza nero quando mi azzardo a chiamarlo in quel modo. -Sono io, il tuo allievo!- Un giorno mi aveva ribattuto così, anche se sono convinto mi stesse prendendo in giro; d’altronde, non sarebbe nemmeno la prima volta. Meglio andare a bussargli alla porta, va a finire che si è addormentato davanti allo specchio; ormai è ora di scendere insieme dietro le quinte. Eccolo lì, subito si mette a scherzare con il personale tecnico; è così sereno da sembrare qualcuno che chiacchiera aspettando l’autobus, al contrario di me. Col tempo mi sono costruito una buona corazza e riesco a non darlo a vedere, ma prima di ogni concerto mi sento un condannato. Sapere che non entrerò in scena da solo, ma ci sarà lui a farmi strada, mi infonde una certa sicurezza. La mia angoscia principale è sempre stata quella di non riuscire a indovinare il corridoio in mezzo agli archi dell’orchestra per raggiungere lo spazio del solista; la peggiore stupidaggine del mondo. Quando ho trovato il coraggio di raccontarlo a qualche collega, l’effetto è sempre stato lo stesso: sono morti dal ridere. Cavolo, io invece ero serissimo. Immaginate la scena: applausi, e un cretino che non riesce ad arrivare lì davanti perché inciampa in tutto ciò che trova. Mi sono sempre chiesto che senso avesse portarsi le borsette sul palco; mica ci si può rifare il trucco tra una pausa e l’altra, no? Eppure, ultimamente pare una mania collettiva. Insomma, ogni volta mi tocca pianificare il percorso in ogni dettaglio: un po’ come feci al mio primo appuntamento con Aurora, un anno fa. Ero terrorizzato all’idea di sbagliare strada e perdermi in un dedalo che mi avrebbe portato dritto filato in Groenlandia. Avrò studiato il percorso mille volte, nemmeno fosse stata una missione segreta del Mossad, ma alla fine ce l’avevo fatta: lei era lì, bellissima, ad aspettarmi vestita nel suo solito modo semplice: jeans, camicetta, un paio di scarpe basse. Uno stile che ben si accordava con i suoi occhi da bimba azzurrissimi e la pelle del volto chiara, la quale evidenziava l’ombra di alcuni peletti impalpabili sopra il labbro. Tra noi era nata una storia tenera, ora probabilmente il problema sarà un altro: trovarne la via d’uscita. La prendevo in giro sovente per i colori che aveva dato in camera da letto: diosanto, un muro giallo, un altro azzurro vivace, il soffitto panna, quella stanza era un casino pazzesco. Semmai fosse entrato lì dentro qualcuno afflitto dal fenomeno sensoriale della sinestesia, costui avrebbe udito immediatamente un cluster suonato di peso con entrambi gli avambracci. Con l’abitudine, però, certe tinte ho quasi imparato ad apprezzarle; tutto sommato è quello, il luogo dove diamo sfogo alle nostre intime effusioni. Ieri mi aveva cinto la vita con le sue braccia scarne; sentivo il suo respiro dietro al collo, il suo alito metallico aveva il sapore dolciastro del mattino. Poi mi aveva dato una carezza, sussurrandomi qualcosa all’orecchio. -Sei strano, oggi. Sembri quasi timoroso- -Sì. Un po’. Ma sono tuo; non ti fermare per nulla al mondo, ti prego.- Mentivo. Ormai sapevo già filo per segno come sarebbe stato far l’amore con lei. Tutto era diventato così consueto: posizioni, gemiti, orgasmi. Avrei avuto tanta voglia di un po’ di paura: che sensazione assurda, desiderare ardentemente qualcosa di forte, un impeto che ti potesse far sentire un leone e un cerbiatto indifeso al tempo stesso. Chiamarla paura credo sia sbagliato, ma non riesco a trovare un buon vocabolo per descrivere quell’agognato stato d’animo. Alla fine ero riuscito a liberarmi dalla morsa dei pensieri, e l’avevo scopata con la veemenza e la tristezza dell’ultima volta di un condannato, assillato da un fastidio insopportabile provocato dall’incapacità di annullarmi dentro lei. Qualche volta ho un sogno ricorrente: applausi, sono sul palcoscenico, ma sto scopando. Suonando. Scopando. Le due cose sono confuse, sfocate, indistinguibili. Basta! Sto perdendo la concentrazione: il silenzio turchese è calato improvvisamente, ed è arrivata l’ora di entrare. Respiro un paio di volte, più profondo che posso. -Maurice. Come si fa, a non avere paura?- -La paura è una cattiva compagna, qui- -Per questo te lo chiedo- -Ma cazzo, ti pare il momento? Ne parliamo dopo, a cena- -C’è anche Aurora- -Tanto meglio. Andiamo.- Atterriamo sul pianeta spettacolo, le luci prepotenti abbagliano senza pietà e gli applausi sono ancora lontani. Lui si volta di tre quarti, con un sorrisetto sornione e le sue sopracciglia beffarde. -Amuse-toi, con! (Divertiti, minchione)- Oh, vecchio Maurice, puoi starne certo. Mi basta solo arrivare fin lì, poi tutto non avrà più lo stesso senso: nemmeno il tempo. Oggi raggiungerò quel magico stato di grazia, me lo sento: nel mio cervello si scateneranno le onde gamma, il concerto comincerà e terminerà nello stesso istante. Di tutto il resto non mi importa. Ore 23.30 La città grigia, un ristorante argentino aperto fino a tardi. A volte l’adrenalina dello stare in pubblico mi anestetizza la fame, stasera invece mangerei da solo un muflone intero. Aurora mi parla allegra delle sue cose, io annuisco ma sono distratto. Troppo. -Maurice, ora dobbiamo parlare. Ricordi cosa ti ho chiesto, prima?- -Ah già, la paura- -Paura è una parola sbagliata, qui però il tedesco mi soccorre. Lampenfieber. Perfetta e intraducibile- -Ho capito. Vedi, mon petit (quando vuole sfottere mi chiama così), io non posso e non voglio darti ricette. Nessuno può dirti come vincere il drago, ma intanto puoi cavalcarlo- -E quindi?- -L’amore. L’amore per quello che stai facendo. Coltivalo, fallo crescere; fa sì che diventi forte, così forte che non potrai più avere paura. Nemmeno se lo vorrai- Già. Mica facile. E tu, dolce Aurora. Abbiamo parlato, riso, ti ho versato addosso il vino e ti sei incazzata, ma coltivo ancora la speranza che tu non ti sia accorta del mio essere altrove. -Portatemi il conto, per favore!- Ho voglia di tornare a casa. Che colori assurdi su questi muri, tesoro mio. Abbiamo fatto l’amore, e adesso li rivedo in tutta la loro arroganza. Sudore, saliva, liquidi organici di ogni sorta, tutto fa brodo per tenerci incollati. -Maurice, mi spieghi cos’hai? Mi sembri così distante: prima, al ristorante muovevi addirittura le labbra, come se stessi parlottando da solo- -Lo so, scusami. È tutto il giorno che mi capita- -Non mi hai ascoltata; nemmeno una parola, ci scommetto- -Ti ho chiesto scusa- -Di solito mi imbufalivo, stavolta mi sono quasi divertita. Oddio, mi hai fatto tenerezza, ecco. A parte il conto della lavanderia, eh. Tu e i tuoi tormenti, ogni tanto vi meritereste un po’ di pace- -Aurora, altro che pace, a me servirebbe un interruttore. Mi sento così stanco.- -Pensi a papà, vero?- -Anche. Diciamo che quella è… è una paura che non vorrei avere- -Tutti l’abbiamo; l'avremo, o l’abbiamo avuta- -Sì, vabbè- -lo so, lo so. È tutto quello che ho. E credimi: mi spiace immensamente, non poterti offrire di meglio- Va bene così, Aurora; tu promettimi solo che resterai qui, nell’incavo della mia spalla. Lascia la mia mano tra i tuoi splendidi capelli: in questo istante, di tutto il resto non mi importa.
  24. L'antipatico

    Morellini Editore

    Nome: Morellini Editore (titolare: Mauro Morellini) Sito: https://www.morellinieditore.it/ Catalogo: https://www.morellinieditore.it/libri.html Modalità di invio dei manoscritti: https://www.morellinieditore.it/scheda-servizio/autori-vari/richiesta-valutazione-testo-narrativa-9788811111111-579333.htm (tassa di lettura di € 29,89 per testi di narrativa) Distribuzione: https://www.morellinieditore.it/chi-siamo.html (Messaggerie Libri, promozione PDE) Facebook: https://www.facebook.com/morellinieditore/
  25. Gianpaolo Tulli

    Lettera di un poeta sconosciuto

    Mia cara Marienne, ho sognato per molto tempo sogni che mai mi sarei reso conto di vedere e per molto tempo, per molto tempo ancora, resterò per settimane in un totale stato d'inerzia paralizzante aspettando con entusiasmo una tua improvvisa chiamata. Nelle nostre ultime conversazioni mi è parso noto con mio relativo stupore, che qualcosa stia germogliando nel tuo cuore giovane. Qualcuno ti ha ferita lasciandoti ferite così sanguinolenti che mai nessuno plasmerà: perché sei ancora più bella quando sfiorisci come le rose in autunno sanno fare. Con quei petali caduti conserverai ogni tua lacrima e proprio quella lacrima scivolerà sulle tue guance di miele, proprio quella lacrima. Ti immagino distesa sul tuo letto profumato, nel tiepido candore delle coperte stirate, nel dorato e immacolato fiume di baci mai dati: baci limpidi come sorgenti d'acqua cristallina. Le tue labbra un'anfora per gli angeli più giovani, intorno al tuo nido d'acque correnti affonderanno la bocca, negli altissimi cieli dei tuoi occhi malinconici si specchieranno favolosi questi leggiadri cherubini dell'amore. Una parola che esprime tanta bellezza non c'è, sei tu il sogno nutrito di luce e di luce eterna è il tuo ultimo sorriso. Come da un'ombra, rapita la mia giovinezza, perduta nella droghe, nelle fantasie, nelle vaghe illusioni. Passeranno senza inquietudini queste notti solitarie, solo con tutti questi spettri e tu dove sei ? dove sei grande taciturna ? Mio incanto fiorito, cos'è questa misera vita paragonata agli elevati pendii dell'eternità. Non sei felice di sorridere alla morte ? hai amato troppo per raggiungere queste rive notturne, hai amato ancor di più per essere così sensibile alla poesia, alla pittura, agli antichi decoramenti neoclassici; eri un'energica pittrice senza tela e mai più potrai tingerla di questi tetri colori. Marienne sono morto quanto te, la mia anima è sfinita, ho trascorso innumerevoli anni negli abissi, senza aver amato. Ho sfiorato le tenebre più remote ove una figura impercettibile mi disperdeva nei più orridi recessi della società, forse per rimanerci per sempre, per sempre. Non posso trascurare la mia solitudine, donami un po' della tua morte, lascia che la tua voce armoniosa fluisca rendendo meno desti i pensieri più tristi, lasciami l'ultimo brandello del tuo cuore intatto mia cara Marienne. Ogni istante senza di te mi tortura, un poeta soffrirà più degli altri diceva Alda Merini. Un poeta si rende poeta solo nel sacrificio più estremo, ed io sono pronto a lacerarmi, a consumarmi, per un volere più nobile, per un dovere di narratore delle cose belle. Ti prego sii sincera mio incanto dagli occhi di fata, mia musa fra le muse. Ps: Ho conservato un anello per te. È un grazioso anello stile impero: 1815-1840, spero possa piacerti. Mi è stato commissionato un lavoro di modesta retribuzione, dovrò scrivere un sonetto e un ode. Allora sarai tu la mia musa ? Dimmi si o no, sarò lieto lo stesso di una sola parola scritta da te, anche se scritta per un tuo dolore, non importa. Le tue labbra poserai sulle mie inebriandomi quando la malattia finirà. Ti saluto dolcissima... Dai passi leggiadri, avvolta nella tunica greca con ghirlande di viole più in fiori del tuo viso diafano, pallido, bianco. G.T.
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