Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'narrativa non di genere'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Cerca risultati in...

Cerca risultati che...


Data di creazione

  • Inizio

    Fine


Ultimo Aggiornamento

  • Inizio

    Fine


Filtra per...

Iscritto

  • Inizio

    Fine


Gruppo


Sito personale


Skype


Facebook


Twitter


Provenienza


Interessi

Trovato 414 risultati

  1. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: alla voce "Invia manoscritti" del sito Distribuzione: non specificata Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Dovrebbero essere free, visto che le persone che gli hanno dato vita sono le stesse de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica) e personalmente non so dirvi quanto sia ancora in piedi il progetto precedente. Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  2. Alessandro Colella

    Il misterioso cane nella fontana

    Era una calda e afosa sera di maggio, le strade del paese erano pressoché deserte, solo un anziano signore, in camicia a righe verticali e sandali, sostava su una panchina, leggeva un giornaletto alla luce calda di un lampione invaso dagli insetti. Federico uscì dal bar in chiusura e cominciò a camminare, diretto verso il suo appartamento. Aveva bevuto un paio di birre quella sera e aveva avuto un diverbio, per così dire, un litigio, con quella che era la sua compagna. La camminata non era lineare, anzi, barcollava e non era di certo dell'umore giusto per intrattenere una qualsiasi conversazione. Si asciugò il sudore dalla fronte con la manica della camicia azzurra, (una bella camicia in popeline, con il colletto all'italiana) e continuò la sua marcia. Si infilò di violenza una mano in tasca ed estrasse il cellulare. La tentazione di chiamare Giulia era forte, ma riuscì a limitarsi, bestemmiò, guardò il cielo nero, luminoso di stelle, e rimise il cellulare in tasca. Aveva una gran voglia di sedersi per terra e piangere, fumare due sigarette e bestemmiare ancora, più forte di prima. Tanto era solo, pensò, c'era solo quel vecchiaccio che leggeva uno stupido giornale sulla panchina. Probabilmente sfruttava l'ora tarda per sfuggire al caldo del sole. In fondo, non gli importava nulla. Federico passò vicino al signore e lo salutò con un cenno del capo, lui si voltò e lo guardò per un attimo, poi continuò a leggere il suo giornale. Federico sbuffò, leggermente spazientito per il non ricambiato saluto. Andò a sedersi sul bordo della fontana al centro della piazza. Il vecchio era appena ad una decina di metri da lui, continuava a non togliere gli occhi dalle pagine del giornaletto. Federico prese una sigaretta e l'accese, aspirò una bella boccata e soffiò il fumo verso il cielo. Gli faceva male il collo a stare in quella posizione, ma le stelle erano davvero fantastiche quella notte. Erano migliaia e brillavano tutte intensamente. Il signore girò pagina. Giulia aveva chiaramente torto in quella discussione che avevano avuto, pensò Federico. Ma non c'è neanche più bisogno di pensarci ormai, si disse. Per lui, ormai, Giulia non significava più niente. Cercò di convincersi di questo, non so dire se ci riuscì oppure no, sta di fatto che buttò la sigaretta non ancora finita e si asciugò le lacrime con il dito. Giulia, oh Giulia. I suoi capelli biondi sembravano una duna del deserto quando camminava. Federico percepì dietro di lui un rumore particolare, come se l'acqua della fontana venisse mossa con la mano. Due gocce fredde lo colpirono sulla schiena. - Ma che cavolo, - iniziò a dire, girandosi di scatto. Poi si fermò. Davanti a lui vide un grosso cane, dal pelo lungo e liscio, tranne verso le zampe, dove iniziava a diventare riccio. Era un Golden Retriever e stava giocando con il muso, spostava l'acqua da una parte all'altra e sembrava divertirsi un mondo. A Federico non importò più niente delle due gocce sulla sua schiena, non gli importò più niente di niente, in realtà, neanche di Giulia. Era così pazzescamente felice di vedere quel cane che giocava con l'acqua, bagnandosi tutto. Non sapeva davvero il motivo, quell'immagine era così dolce e triste. Alla fine il vecchio chiuse il giornale e se ne andò, mise le mani dietro la schiena e camminò via piano. Ad un certo punto fischiò due volte e il cane uscì dalla fontana con un balzo e lo seguì, standogli dietro, lungo la via.
  3. Alice Bottoni

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: "Leggiamo tutte le opere inviate, e in qualunque formato. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. Dunque, non abbiate paura ad inviare i vostri manoscritti, abbiate paura della nostra selezione. Inviate il vostro manoscritto a manoscritti@divergenze.eu" (https://divergenze.eu/manoscritti/) Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz Buongiorno, sono Alice Bottoni dell'Ufficio Stampa di una nuova realtà editoriale non a pagamento che vorrei presentarvi: si chiama "Divergenze" ed è stata fondata da Fabio Ivan Pigola, consulente letterario, saggista, responsabile della webzine Kultural (http://www.kultural.eu/) e studioso di scienze politiche, storiche e sociali. La casa editrice si propone di promuovere opere di autori classici e contemporanei, riscoperte del passato, esplorazioni della tradizione e di una letteratura che agisce sull’attualità. Dunque romanzi ma anche teatro, novelle, poesie, racconti, saggi, monografie ed altre provocanti esperienze dell’immaginazione. Il lavoro della casa editrice è incentrato sulla ricerca della qualità dei testi ma anche sul pregio dell’oggetto-libro in sé, dei suoi materiali. Copertine avoriate, legatura con filo di refe e sobrietà del paratesto, che per scelta reca solo i dati fondamentali: nome dell’autore, titolo dell’opera e logo dell’editore. Ogni edizione sarà corredata di apparato critico, spunti e scritti di studiosi, intellettuali e ricercatori, spigolature linguistiche, curiosità, eventuali documenti fotografici. Per ulteriori informazioni scrivere a: info@divergenze.eu
  4. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/ Casa Editrice No Eap. Per le proposte, è possibile inviare il manoscritto in formato .doc, .rtf., .pdf all'indirizzo redazione@writeupsite.com, completo di sinossi e recapiti autore/autrice
  5. Adelaide J. Pellitteri

    Stella

    Stella era pagata per questo: guardare con dolcezza intrigante i clienti e spillare loro la cartamoneta. Un bicchiere, poi un altro, e tra luci soffuse essi si abbandonavano all'idea di certe carezze, al desiderio di particolari sussurri. Chi le avesse insegnato il mestiere di femmina era impossibile da sapere, il suo passato era noto a nessuno. La natura c'entrava ben poco perché il talento, se pure lo hai, deve essere preso e istruito. E allora maestra, a volte, è anche la vita. Quella di Stella non la si poteva immaginare nemmeno, l'avresti creduta nata in quel club. Era parte integrante di luci e di arredo - brillava nel suo abitino argentato ed era un tutt'uno con lo sgabello da dove si lasciava ammirare. La pelle liscia e desiderabile, un corpo tornito, ben fatto, una giovinezza che... avresti voluto rubarle. Sembrava non avere altra storia al di fuori da là. Ma Stella aveva ricordi di un mare azzurrissimo, docili onde e un futuro che aveva puntato col dito, "laggiù" s'era detta "sarà la mia vita", poi il mare aveva cambiato colore e, possente, aveva spezzato la barca. Ricordi di urla e di braccia che non erano riuscite a trattenere la vita. Lei, salva tra i morti. A sedici anni era diventata la star di Cielo nero, il locale che apriva solo di notte. Stella, che di nero aveva la pelle.
  6. Giorgia Tribuiani

    Guasti - Giorgia Tribuiani

    Titolo: Guasti Autore: Giorgia Tribuiani Collana: Amazzoni Casa editrice: Voland ISBN: 978-8862433181 Data di pubblicazione: 7 giugno 2018 Prezzo: € 14.00 Genere: Narrativa Pagine: 113 Quarta di copertina o estratto del libro: Dopo la morte del compagno, fotografo di fama internazionale, Giada ha un insolito luogo dove andare a trovarlo: la sala in cui adesso è esposto il cadavere plastinato dell'uomo, trasformato in opera d'arte dal celebre anatomopatologo Dottor Tulp, come richiesto nelle sue volontà. Un countdown di trenta capitoli accompagna Giada nei trenta giorni di durata della mostra, e mentre i ricordi della vita vissuta all'ombra dell'amato si mischiano agli incontri con giornalisti, critici d'arte e visitatori, il premuroso "vigilante del piano di sotto" cerca di indicarle una via di uscita per quel lutto troppo difficile da elaborare. Quando tutto sembra potersi risolvere, ecco la notizia: un appassionato di arte è intenzionato ad acquistare il fotografo plastinato per la propria collezione privata. Giada è dunque chiamata a prendere una decisione: rischiare di non vedere mai più l'amato o finalmente agire? Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Guasti-Giorgia-Tribuiani/dp/8862433182
  7. Andrea.Dee

    Ti faranno del male - Andrea Ferrari

    Ti faranno del male – Andrea Ferrari. Titolo: Ti faranno del male Autore: Andrea Ferrari Casa editrice: Edizioni Leucotea (Leucotea Project) ISBN-10: 8899067767 ISBN-13: 978-8899067762 Data di pubblicazione: 20/04/2017 Prezzo (cartaceo): 12.90 euro, scontato su alcuni siti. Prossimamente anche l' e-book. Genere: Narrativa, Biografico, Noir Pagine: 102 Quarta di copertina: Andrea vive in un appartamento protetto del servizio di salute mentale, dentro cui trascorre le proprie giornate quando non lavora come magazziniere o riflette sulla sua condizione vagando per la città. Ormai le donne sono per lui una chimera, non coltiva amicizie e ha una condizione economica precaria. L'uomo è rinchiuso in se stesso e affranto; neanche la pubblicazione del suo primo romanzo, gli dona speranza. Dopo essersi ritrovato, suo malgrado, a vivere in tre diversi ospedali psichiatrici, l'arrivo di Carolina cambierà la sua vita. Questa ragazza dalle vedute antisemite e dai comportamenti particolari, lo condurrà verso situazioni difficili da affrontare. Un romanzo che esaspera la naturale condizione dell'uomo: perché se tutto può andare per il verso sbagliato, quasi sicuramente accadrà. L'opera, seppur inventata, tratta in alcuni casi argomenti ed emozioni vissuti in prima persona dall'autore. Per l'acquisto: Il romanzo sarà a breve (una settimana circa dopo la pubblicazione) disponibile in tutte le librerie. Le più veloci a farlo arrivare in caso di prenotazione, saranno Le Feltrinelli. Altrimenti è disponibile ai seguenti link: Amazon IBS Link utili: Edizioni Leucotea - Pagina del libro Pagina Facebook dell'autore Sito dell'autore Comunicato stampa
  8. Angelarosa

    Un solo giro

    <<Maledetta moto!>> Martina prese a calci, con tutta la rabbia che aveva in corpo, una lattina abbandonata sul ciglio della strada. Avrebbe voluto sapersi accanire su Andrea, pestandolo ovunque, ma sentendolo piangere, disperato, non ne ebbe in corpo. Provò a ferirlo con le parole: <<Stupido stronzo, cosa ti è passato per la testa! Io che ti ho dato anche fiducia, povera me! Due mesi, non l’avevi mai prestata a nessuno! Un ragazzino, diciotto anni, festeggiati una settimana fa. L’hai mandato a morire, con la moto intestata a me, per altro. Li hai o no trent’anni, coglione! >> La ragazza s’infilò in macchina e lo lasciò a contorcersi con i suoi sensi di colpa. Aveva insistito tanto, Fabrizio: “Dai, ti prego Andrea, mi fai il regalo più bello della mia vita, un solo giro; ti prometto che non corro. Non potrò mai permettermi una moto del genere ”. Andrea lo aveva visto in sella alla moto con la stessa luce negli occhi di quando aveva comprato il suo primo centauro. Stava risparmiando da tre anni per comprarsi questa. Era il suo gioiello, non faceva avvicinare nessuno. Raccomandava anche Martina di non salire con i tacchi per non graffiarne la vernice. << Il casco, mettilo, e non accelerare: non la conosci, è un mostro; un giro per il senso unico e ritorna!>> Fabrizio aveva annuito senza convinzione, infilando il casco mentre gli tremavano le mani ma, non appena imboccò la curva e fu lontano dallo sguardo ansioso di Andrea, le sue paure svanirono: si sentì padrone del veicolo, aumentò la velocità e superò la strada per il ritorno. “Arrivo all’altro capo del paese e svolto, che saranno due chilometri in più? Penserà che stia andando piano”. Per Andrea invece i minuti stavano diventando pietre nello stomaco. Non vedeva l’ora di rivederlo sbucare dal lato opposto. Gli amici gli davano a parlare, si divertivano a prenderlo in giro, lo deridevano per la sua preoccupazione. Marcella stava lavando i piatti della cena. Il resto della famiglia era sul divano ad ascoltare il concerto in diretta di Pino Daniele, commentando l’uno o l’altro cantante che interpretava le canzoni. Marcella guardò distrattamente oltre la finestra: la strada era deserta, illuminata dal lampione. Un attimo dopo si sentì un boato tremendo, il lampione si era piegato. Qualcosa era schizzato a velocità folle rompendosi in pezzi che presero traiettorie diverse. Uno di questi frantumò i vetri della finestra e la colpì in pieno volto. Andrea era preoccupato, avrebbe voluto telefonare a Fabrizio ma snon volle disturbarlo durante la guida. Il ragazzo, intanto, giaceva già a terra, nel suo sangue, con la mascella scomposta bloccata dal casco. I polmoni perforati, le gambe spezzate. Marcella era una maschera di sangue. Due ambulanze partirono dalla Misericordia. Si udirono subito anche a nove chilometri di distanza. Andrea svenne.
  9. Amanda Greco

    Mary Rose

    La vidi arrivare, Mary Rose, molto bella, malgrado gli occhiali da vista pesanti e il rossetto sbafato. Era venuta in bici, accaldata. Ci sedemmo, lei si sfilò il pullover, mostrando fieramente peli neri sotto le ascelle. Capelli brizzolati, cortissimi, tratti del volto delicati, slanciata, mani spellate, callose, unghie corte, sbocconcellate da un uso frettoloso della forbice. Californiana, al suo inglese strascicato mi abituai a fatica... ...e lesbica, Mary Rose. Ecco, devo dire, io nelle lesbiche non avevo mai creduto. Pensavo fossero un mito, una leggenda, come le Sirene. Sì, di uomini gay in Italia ne avevo visti, ma di ragazze lesbiche, mai, nemmeno una. Ora ne avevo una proprio davanti a me. Ed era vera, e non era neanche come Molly, un po’ etero, un po’ bisex, un po’ dove tira il vento. Mary Rose era una lesbica purissima. Lei costituì per me il varco verso l’esplorazione di una piccola frazione di mondo saffico a Berlino, con le sue particolarità, la complessità della sua sotto-cultura. Mary Rose era fidanzata con Güla. Una stronza... Piccolina e bellissima com’era, quella Güla si dava delle arie fastidiose. Solo perché aveva nella pelle la lucentezza dei marmi scolpiti dal Canova; solo perché il nasino lo aveva talmente ben fatto che nemmeno gliel’avesse disegnato il Raffaello; solo perché la bocca, gli zigomi, il mento, le si erano arrangiati sulla faccia con tale armonia, che pure il Creatore s’era sorpreso nel vederne il risultato; solo perché aveva capelli biondo cenere che facevano impallidire gli splendidi colori bronzati degli autunni berlinesi... solo per questo, ecco, quella Güla si dava delle arie che mi facevano innervosire. Ebbene, lo ammetto, mi infastidiva quella sua bellezza politicamente scorretta, il modo in cui se la portava addosso, con sufficienza, nemmeno le spettasse per merito. E di lei conservo un’immagine mentale quasi brutta, tanto spudoratamente era bella. Güla, a quanto pare, non si innamorava, né di uomini, né di donne, faceva soffrire e basta. Si imbattevano in lei vari esemplari di umani, ella vi si insinuava fin nelle viscere profonde, vi iniettava il siero gelido del suo ascendente, lasciava dietro di sé scie di acuto dolore. Negli occhi suoi impassibili trapelava un senso di disprezzo per chiunque l’amasse. Odiava gli uomini, Güla, li seduceva, li inebriava, li conduceva fin dentro al letto, ma lì non si concedeva, li dominava a modo suo, ficcava loro cose nel didietro finché non si mettevano a piangere. Come ci riuscisse poi, così piccolina com’era, non lo so proprio. Non so nemmeno se fosse vero, dato che era una delle storie che Theo amava raccontare. Ma so di certo che Güla massacrava Mary Rose, le sconquassava l’anima. La tirava a sé, la respingeva. Tant’è che Mary Rose pur praticando diligentemente yoga e meditazione, pur avendo passato periodi interminabili in India alla conquista dell’equilibrio interiore; eppure, di fronte a Güla Mary Rose si sgretolava. E tutta la sua ascesi mistica, cotanto equilibrio spirituale, si sfaldavano penosamente se solo Güla muoveva la bocca rosea per dire: «I don’t feel like meeting you tonight». Allora Mary Rose si disperava, si tormentava e si metteva a bere, se ne andava brilla e fuori di testa sui lunghi viali che fiancheggiano il canale oscuro, giungeva fin sotto casa di Güla, si piazzava innanzi al suo portone e, caduta in ginocchio, si sgolava urlandole contro ogni sorta di dannazione. Poi tornava indietro struggendosi d’amore.
  10. nemesis74

    Il giorno prima delle nozze

    Titolo: Il giorno prima delle nozze Autore: Gabriele Giuliani Collana: Le fenici Casa editrice: Montag Edizioni Isbn: 9788868922634 Data di pubblicazione: 14 Maggio 2018 Prezzo: 14,00 euro (cartaceo) Genere: mainstream Pagine: 87 Quarta di copertina: Due fratelli, due vite. Antichi rancori e vecchi litigi riaffiorano dopo anni, proprio il giorno prima delle nozze del fratello maggiore. Non solo due persone profondamente diverse, ma anche due modi di affrontare e interpretare la vita che si scontreranno in una vecchia casa colonica che, allo stesso tempo, darà ai due la possibilità di confrontarsi e chiarirsi, scoprendosi molto più simili di quel che avrebbero mai creduto. Una riflessione sulla nostra società di oggi, sulla mancanza del tempo e sull'impossibilità di riflettere appieno sulla nostra vita. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/giorno-prima-delle-nozze-libro-gabriele-giuliani/e/9788868922634 https://www.mondadoristore.it/Il-giorno-prima-delle-nozze-Gabriele-Giuliani/eai978886892263/
  11. bwv582

    Giulio e la statistica

    Commenti https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/37294-in-spiaggia/?tab=comments#comment-674456 https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38199-nel-pugno/?tab=comments#comment-674408 Tag: narrativa non di genere, nerd, matematica, aria fritta Breve nota introduttiva. Giulio e la statistica «Perché in matematica si dà così importanza alla statistica che non è altro che una specie di infima branca dell'approssimazione? È odiosa e insensata! Si tirano su castelli in aria e teorie sul mondo da osservazioni di campioni; nemmeno la peggior fisica...» Ogni volta che la discussione verteva sulla statistica, Giulio iniziava a inveire in questo modo. Andava avanti per decine di minuti, a meno che i suoi amici, per punzecchiarlo, non iniziassero a dire cose come "quando ti arrabbi così, parli in media per un quarto d'ora" dal sapore, appunto, statistico. Era una sorta di genio incompreso, sul trenta fisso che studiava ancora di più una materia odiata come fosse una sorta di "sciopero bianco" per poi lamentarsi ogni tre per due. Giulio amava l'analisi: pochi assiomi necessari e via, teoremi e dimostrazioni nel modo più rigoroso possibile. Si emozionava quando contemplava e sviscerava quei mondi spesso indigesti agli altri. Questi, a loro volta, si vendicavano della sua saccenteria (*) tirando in ballo qualche statistica per farlo stare zitto o allontanarlo. A lui non piaceva. Che fosse stata statistica descrittiva, inferenziale o semplici exit poll elettorali, era tutto un inutile brodo dal sapore acquoso in cui si dava per scontato un mondo. Quel grande mondo che, invece, trovava descritto con impeccabile rigore in ogni particolare nella sua tanto amata analisi. Una sera raggiunse l'apice, arrivando a male parole con il professore di statistica del corso di laurea, al bar sotto mensa universitaria. In una scenata degna di un tradimento, aveva esaltato profonde scoperte e teoremi di analisi complessa, sbertucciando stimatori e verosimiglianze. Arrivò a dire con odio che la statistica non era altro che il vano tentativo di parafrasare la poesia del resto della matematica. Punto nel vivo e spinto dal disgusto, non attese nessuna risposta dal suo interlocutore. Quest'ultimo, dopo aver posato il bicchiere di birra, lo salutò da lontano con un «ne riparliamo all'esame», senza prendersela troppo. Era un tipo strano, Giulio, ma quella volta aveva deciso di andare fino in fondo. Mandando a quel paese chiunque incontrasse, si ritirò nella sua camera di collegio con un diavolo per capello. Qualcuno di altri corsi di laurea affermò di averlo sentito evocare qualche spirito malvagio e forse era proprio così. Lo conoscevano tutti, universalmente soprannominato "benzina" perché facilmente infiammabile. Talvolta al sentire un «occhio arriva benzina», il bar si acquietava, mentre nessuno lo perdeva di vista in attesa di una sua sfuriata, magari da pubblicare sulla pagina facebook creata ad hoc. Il giorno seguente non aveva nulla di speciale. Dopo pranzo, nel solito bar, si respirava l'usuale aria fatta di sigarette elettroniche, imprecazioni, chiacchiere e studenti occupati in vari giochi o collegati alla wifi free. Il fremito si diffondeva a vista d'occhio, soprattutto perché benzina - cioè Giulio - la sera prima se n'era andato via schizzato e giungevano testimonianze di chi lo aveva visto quella mattina a lezione. «Occhio, raga', arriva benzina!» Quell'allarme mise tutti in riga, mentre la curiosità poteva tranquillamente riempire i bicchieri come una qualsiasi bibita alla spina. Tutto il bar si fermò, con il fiato sospeso, quasi che nessuno avesse voglia di parlare. Giulio, jeans e camicia a scacchi blu presa in offerta al Simply, entrò senza fare una piega, salutando qualcuno a gesti. Non accadde nulla. Passava con calma tra i tavoli, costeggiando il biliardo su cui un gruppo di matricoline di giurisprudenza era impegnato in una partita. «Ehi Giu', quante possibilità ho di mettere la otto in buca?» «Il biliardo è una questione di geometria», non si scompose. «Ehi Giu', stasera c'è il Milan, secondo te ha qualche possibilità di vincere?» «Associare probabilità o statistica al calcio è come fare una nave all'uncinetto», di nuovo impassibile. «Giu', che sistema dovrei fare al lotto per avere una chance di portare a casa qualche euro?» «Le palline sono estratte dai bambini bendati, fosse stato un algoritmo si poteva provare qualcosa con un po' di calcolo parallelo». «Giu', secondo te...» «Non riuscirete a farmi arrabbiare, futuri avvocati», rispose con tranquillità lanciando occhiate di fuoco. «Ieri sera, grazie ai potenti mezzi tecnologici, ho iniziato a combattere la guerra contro la statistica e contro il suo insegnamento nel corso di laurea in matematica, che inquina la perfezione della stessa. La voglio fuori dal piano di studi a discapito di qualcosa di formidabile e affascinante, come la teoria dei numeri». Si ergeva come un guerriero che teneva ben alta la propria bandiera. «Dai che probabilmente vincerai tu, sei il migliore», rispose una voce. «Sì, sì, gli altri non hanno possibilità», riprese un altro. Tra le frasi canzonatorie, un suo amico ebbe l'ardire di chiedere cosa intendesse e, l'altro, prontamente rispose, ignorando le provocazioni. «Ho creato un forum che si chiama "abbasso la statistica", ricco di pura teoria matematica. Inoltre ci sono molte spiegazioni ed esempi su come la statistica abbia infettato le nostre vite». Fiero com'era delle sue azioni, non si accorse che gli studenti presenti si dividevano tra chi se la rideva e chi rimaneva totalmente indifferente. Andò avanti elogiando i potenti mezzi tecnici con l'aria di chi possedesse una grande verità e l'avesse finalmente condivisa con il mondo, come se quest'ultimo non aspettasse altro. Giulio non sapeva che il Diavolo si nascondeva nei particolari... Quella sera registrò alcune adesioni al forum che proseguirono nei giorni seguenti. Giulio si adoperò per creare una veste grafica ordinata, fornire molti articoli che parlassero di matematica "perfetta" nelle sezioni apposite, aprire varie discussioni a tema e... creare una chat. Non l'avesse mai fatto, fu un attimo raggiungere questi livelli. A. «Bellissimo forum, sei un grande fra'; partecipavo al WD ma qui è un altro passo». B. «Sì, stiamo scalando le classifiche delle visite, abbiamo possibilità di diventare famosi». A. «Sì, ho visto anch'io le statistiche sugli accessi, siamo letteralmente inondati». Giulio. «Per favore, evitiamo di parlare di statistiche, restiamo in tema con l'idea del forum». A. «Ma ci sono le statistiche...» Giulio. «Lo so, non sono riuscito a toglierle, la piattaforma non è mia». A. «Non ti arrabbiare, comunque danno un'idea e ci fanno vedere lo stato del forum». Giulio. «Traditori! Anche voi fissati con il "dare l'idea". I numeri, veri e certi, dati reali, niente idea. Per cosa ho messo su questo forum se non per l'odio contro questa fissazione di avere "idee", "indicazioni", "opinioni", ...» C. «Sta' calmo, pure a me non piace la materia, tant'è vero che ho ridato quattro volte l'esame. Però non vuol dire che mi metto un paraocchi e non ammetto che la nostra realtà è permeata di statistiche e che queste contribuiscono alla nostra conoscenza del mondo». Giulio. «Che ci faccio delle statistiche? Non sarà una statistica a dirmi che esiste X che è povero se, come dite voi, "in media" il reddito degli italiani è di... quant'è ventimila euro? Comunque non importa il numero, non sarà la statistica e i suoi fantomatici teoremi a darmi la certezza nella ricerca scientifica, non sarà la statistica a evitare le morti anzi, la statistica ce le cancella. Quante volte sentite dire "oh, gli omicidi sono calati, ne capita uno su centomila"... e se fosse un vostro amico? E se fossi tu? Poi venite qui a dirmi che "statisticamente l'Italia è un paese sicuro", mi raccomando, geni!» A. «Fra' sei completamente fuori di testa. Odiamo la statistica ma non possiamo non ammettere il suo valore». Giulio. «Il suo valore? Il mondo va male per via delle statistiche, possibile che non lo capite? Se lo stato sa che il nostro reddito è quello continuerà a fare i suoi comodi con leggi imbecilli perché non pensa che ci sia una frotta di gente che non arriva a fine mese...» A. «Fatti curare». Giulio. «Fatti curare tu, ti banno se continui». A. «Fa' pace con il cervello, fra', dovresti bannarti da solo». Dopo insulti di vario tipo - statisticamente irrilevanti - Giulio lasciò l'amministrazione a l'unico che non aveva partecipato a quella chat, mandando a quel paese chiunque anche online. Il giorno di uno degli esami di statistica previsti dal corso di studi, Giulio fu ovviamente impeccabile. Non sarebbe stato se stesso se non avesse aggiunto che la sua idea era immutata e che quella materia non doveva esistere. Il professore tirò un sospiro e alla fine lo invitò a sedersi di fianco a lui. Senza dire una parola, aprì sul suo browser, la propria pagina web personale nell'ateneo, facendogli vedere il suo curriculum. Lo studente non impiegò molto per mangiare con gli occhi quelle righe virtuali. «Professore, la tua tesi è sulle derivate non intere! Hai delle pubblicazioni di analisi, perché poi fare il dottorato in statistica e insegnare questa materia? Lei ha tradito le sue origini!» «Giulio, ascoltami bene per qualche momento. Che cos'è, per te, l'infinito?» «Come dice la definizione di limite...» «Esatto, mi aspettavo la risposta presa pari pari dall'analisi. Tu lo sai cosa fa l'analisi, Giulio? Definizione di limite, principio di Archimede: detto in parole povere, se pensi a un numero, sommi un'unità e ne hai uno più grande. Stop, finito lì, tutti contenti. Che cos'è l'infinito? Chi se ne frega, basta che lo usiamo, che abbiamo i nostri risultati sui limiti, che ce la caviamo». «Professore...» «L'infinito non esiste in realtà così come non esiste l'infinitamente grande. Ci hanno provato in tanti, Cusano voleva volare ai birdi dell'infinito, a Leopardi a momenti prende un infarto ammettendo che in quel mare era naufragato perché neanche lui ci aveva capito niente. Sai quanti siamo? Circa sette miliardi. Sai quanti anni ha l'universo? Circa quattordici miliardi. Sai quanto paga lo stato - noi cioè - per la spesa pubblica? Più di ottocento miliardi. Immagini queste quantità? Riesci a capirle invece di limitarti a usarle in matematica con tanti saluti e tante regolette? No, non ci riesci, per tutti c'è un limite ed è dato dalla limitatezza intrinseca della nostra mente di fronte a qualcosa che trascende la realtà con cui abbiamo a che fare». L'altro non rispondeva, seguendo in silenzio. «L'italiano medio ha un reddito di ventimila euro l'anno secondo l'Istat? Sono certo che capisci da solo che c'è chi guadagna minimo il quadruplo, mentre c'è un esercito di persone che prende metà di quella cifra se va bene. Senza contare i bambini che non lavorano e tutti quegli anziani con la minima, ai limiti delle possibilità di vita. Le statistica, Giulio, se usata con la testa ci permette di farci un'idea vera sui grandi problemi del mondo, ci permette di conoscerlo davvero e di poterlo capire. La statistica non risponde alla domanda "quando prende pinco pallino" ma dà dei numeri su cui poter fare qualcosa di altrettanto serio rispetto all'analisi». «Quindi?» «Quindi, anche se non ti piace, la statistica c'è e permea la realtà. Inoltre la statistica è figlia della matematica e non è un figlio degenere di cui lamentarsi, ma un figlio di cui andare orgogliosi che porta avanti il nome del padre creando mondi affascinanti. Senza statistica non esisterebbero minimamente medicinali, governi e Dio solo sa quante altre cose. Anche solo la raccolta dati e la divisione in categorie, tu non immagini quanto abbia cambiato la nostra vita». «Professore...» «Pensa solo a riflettere sulle mie parole. In fondo cos'è la bellezza se non un'idea inesistente nella realtà? In fondo cos'è questo infinito che, anch'esso, non esiste? Capirai tra qualche anno che la vera bellezza risiede nelle imperfezioni o, se devo prendere spunto dalla mia materia, che sono gli scostamenti a dare significato a un modello che in realtà non esiste. Però abbiamo bisogno tanto della nostra idea di bellezza che dei nostri modelli». «Va bene, tanto deve avere ragione lei». «Niente ragione e ragione, rifletti solo su quello che ti ho detto senza pregiudizi». «Va bene, lo farò». «Ottimo, comunque ventinove». Giulio era perplesso. «Sì, lo so, mi hai detto tutto per filo e per segno senza fare una virgola di sbavatura. Ma hai tutti trenta e se io facessi lo stesso questo esame sarebbe uno dei tanti. Così, invece, ti ricorderai, magari odiandomi, ma l'odio è migliore dell'indifferenza». «È una motivazione che non sta in piedi». «Allora racconta agli altri che qualche sera fa hai passato un'ora al bar a insultare me e la statistica. Ho bevuto un'unica birra e ricordo molto bene le parole che mi sono beccato. Di' tranquillamente che me la sono presa e che mi sono vendicato pur riconoscendo la tua preparazione». «Maledizione, lei cade sempre in piedi». «Direi di sì. Almeno "in media"». Appeso a un'anta dell'armadio nella camera del collegio, c'era un foglio con i voti presi a ogni esame che serviva a Giulio anche come memento per vedere il proprio percorso universitario. Aggiunse quel ventinove alla voce "statistica", con una smorfia di disgusto. Si buttò sul letto, fissando il soffitto tenendo in equilibrio la penna tra il labbro superiore, arricciato, e il naso, come un pensatore o un artista qualsiasi. Rimuginava su chissà quali massimi sistemi. «Dai, statisticamente parlando, posso dire che la mia media è comunque del trenta», si lasciò sfuggire con un mezzo sorriso. Nota (*) Ammettendo la mia ignoranza, avevo scritto "saccenza" poi, preso dal dubbio, mi sono informato. http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/troppa-saccenteria-saccenza
  12. cld

    capitolo V

    Commenti: Una luce si accese in mezzo al buio, non distante da noi. Era la forma sghemba di una finestra nel tetto, vista dalla strada. Il riflesso degli stipiti la prolungava, con una scia, oltre il limite dell’apertura, al di sotto del ciglio della gronda e al di sopra del culmine, intercettando nel vuoto la sua costruzione prospettica, dove le linee di fuga svanivano nel cielo. Cinque colpi a martello. Do, o do diesis, credo. Il rintocco lontano delle ore. Più in là, il rombo di motori, attenuati dalla distanza, annunciava il mattino. La strada esalava di condensa e di asfalto anche se, a fiutare meglio, si riconosceva ancora l’odore della gente che vi era transitata. Chi a passo svelto, schivando gli altri, chi divincolandosi e sgomitando come una preda che sfugge al predatore, chi procedendo svogliatamente e chi incedendo stanco, prima di rintanarsi. L’odore di un’umanità che nessuno si ferma più ad annusare. L’odore di tanta gente che vi cammina in silenzio, giorno dopo giorno, senza lagnarsi e senza blaterare. L’odore dei poveri. Di chi non ha neanche una casa dove andare. Di è costretto a restarci, in quella strada, e non vorrebbe. Di ciascuno di noi. Odori e luoghi in cui chiunque pare esistere soltanto per il breve tempo in cui vi procede, un riconoscimento contrassegnato dalla provvisorietà delle identità personali. L’odore di un’umanità transitoria, che passa e va. La pesantezza del tempo fu interrotta dal propagarsi di un suono che non faceva parte dei comuni rumori della notte. Mi volsi nella direzione in cui avevo visto la luce stagliarsi contro i tetti e udii, lontane, e tuttavia distinte, le note di un esercizio, che a mano a mano si intercalavano prima di ricomporre il motivo e poi finire. Anche lei si era volta in quella direzione. Il suono di uno strumento non te lo aspetti stando lì, fermo, su un marciapiedi, al buio. Ma sebbene a momenti fosse difficile ricomporre la continuità degli arpeggi, disturbati dal rimbombo delle vetture che imboccavano il viale prospiciente, dallo sferragliare del tram che usciva dal deposito per la sua prima corsa mattutina e da qualche altro rumore, quel suono aveva trasformato la notte, rendendola meno angosciante, più sopportabile, umana. Perché anche gli strumenti hanno voce, come hanno voce il pianto, la gioia e l’emozione. Così si riconoscono. Non ci sbagliamo. Non li scambiamo con gli altri oggetti che fanno solo rumore. A questo, loro, ci tengono tantissimo e diventano permalosi, quando li confondiamo. Forse, la loro voce, ce l’hanno già da prima che noi ce ne appropriassimo; prima era il vento che li faceva suonare. La pioggia. La gravità, il calpestio, lo strofinarsi degli animali. Forse ci hanno soltanto chiesto di riconoscerli e di imparare a suonare insieme a loro. Gli strumenti non hanno, semplicemente, una propria forma o un colore, come noi non abbiamo soltanto il nostro aspetto e le nostre corde vocali. Hanno una loro storia. Un carattere, una loro vita. Prendi la tromba. La tromba è un ragazzaccio impertinente che tira sassi al bersaglio e che ti fischia da dietro allorché passi per la sua strada. Stravagante, inquieta, perfino indisponente quando te ne vuoi stare in silenzio o per i fatti tuoi. La tromba non chiede mai il permesso di fare ciò che vuole. Non ha imparato niente delle nostre buone maniere. Ma quando si ammansisce sa cantare come nemmeno immagini e piange, se non la stati a sentire. Non è possibile non tacere quando suona la tromba, com'è impossibile non avvedersi che abbiamo una scarpa rotta se incespichiamo a ogni passo. Prendi l’arpa, con la sua buffa acconciatura con i capelli diritti e allineati, vestita fuori moda e che ti pare antica, fin che non la conosci. Come se non si fosse accorta che non c’è più nessuno che gira come lei. Ma la sua chioma brilla con il sole e il suo fraseggio sono delicate carezze in punta delle dita. Note docili e maliziose, e che segretamente speri che non finiscano mai. Il violino è un altra cosa. È uno strumento introverso e sospettoso, che se ne sta in disparte e se gli sei ostile si adombra e poi non suona più. Si strugge di sentimenti delicatissimi e soffre quando non riesce a esprimerli come vorrebbe. Forse per questo commuove chi lo ascolta stridere nelle arcate, maldestre, di un bambino, suscitando benevolenza e affetto, ma diventa irritante e cattivo quando è suonato da una persona che lo strimpelli per farsi applaudire. Sfida se stesso, il violino, sfida il suo suono e lo prevarica, oltre il limite delle sue stesse note, ben più potenti della sua dimensione. La sua voce sgorga dal silenzio e riempie l’aria, sino a renderla satura, accompagnandoti dove nemmeno immaginavi potessi giungere, nella profondità della vita, e improvvisamente ti accorgi che ti è venuta la pelle d’oca. Sogna, il violino, sogna i sogni di tutti e poi li trasfigura. Solo per chissà quale mondo, con i suoi magici sensi, ora stregati, ora tesi, ora sopiti, come nell'ascesi, come chi varca la soglia della morte e vi ritorna. Il trillo del violino è il sentimento che vibra, la sua arcata una frase d’amore. Quando ascolti il violino è la vita stessa che diviene suono. Con quell'intonazione un po’ triste e quel suo timbro così particolare, che sa essere accondiscendente e insieme austero, fa zittire chiunque. Anche il grasso violone, o la melensa voce della viola da gamba, lucidata con l’olio come le ricciolute parrucche di chi la strofinava. Ogni strumento ti parla, se lo sai ascoltare. Ciascuno come può. Come la cornamusa, che ce la mette tutta, quando si gonfia, e desta tenerezza con quella sua vociona, incerta e pastorale. Come il rimbombo greve e corpulento della pelle tirata sul tamburo. Impressiona un po’, sulle prime. Però lo senti che non ce la fa più a trattenersi, e ti diventa simpatico. Amico rude e inquieto. Un po’ impacciato, ma che non mentirebbe mai e che sa darti tutto quello che ha, se glielo chiedi. O il tintinnio del triangolo, che non ci riesce proprio a stare zitto. I tasti no, sono tutt'altre cose. Sono cubetti infilati nella rena, che la trasformano in strada. E sopra ci cammini, ci salti, ti rincorri e dopo ti trascini, stremato, alla tua meta. Su quella strada ti fermi ad aspettare che qualcheduno si volga per prenderti per mano. Li guardi, a colpo d’occhio, e nella mente ricostruisci immagini lontane, ricomponendo un percorso che si era perso nel tempo e non trovavi più. Con l’instabile umore della primavera altezzosa in una cassa di abete o col soffiare potente dell’aria dentro a un ancia, i tasti sono la metafora dello scandire del tempo nel perpetuo, infinito rincorrersi delle nostre stagioni. Ascolta l’organo. L’organo è l’identificazione stessa del suono, la musica, per antonomasia. Sa fare tutto, sa dire tutto in ogni modo possibile. Lì, nell'assorto rimbombo di una cattedrale, ti senti un niente. Il suo suono ti sovrasta e ti fa sentire piccolo. Riempie lo spazio annullandone il vuoto come se potesse da solo riempire il mondo intero. Perché il suo suono è più forte del silenzio e decide lui che cosa fare. L’organo non ti concede nulla. Lo ascolti, e l’infinito non sembra più tanto lontano. E il cembalo, antico e saggio, e il pianoforte, furioso e poco dopo mite, che ti accarezza con la delicatezza di un’amante dolcissimo e affettuoso. Come potresti dimenticarne uno? Ogni strumento ti parla, se lo ascolti. E la voce del flauto è pura e melodiosa. Non ha il timbro sgraziato delle orazioni cantate nelle messe e nemmeno la voce prepotente del tenore che nello sforzo dell’emissione prevarica il suo stesso canto. Il suo suono è antico e misterioso, sa dire frasi sommesse e farti trasalire. E' la voce dell’intimità in una notte di baci con tante stelle che brillano nel cielo. La voce della persona che ami. Chi sarà mai, a suonare? Chi sarà mai a quest’ora, invece che dormire? Come si chiamerà? E perché suona? sarà felice o triste, ingenuo o disilluso, solo con i suoi sogni o invece con chi ama? Ma forse è uno studente che si è alzato anzitempo per ripassare la sua lezione, chissà... Mi parve allora di vederlo, con i suoi libri e gli immancabili affissi appesi alle pareti, di poco sotto il diaframma del cielo. Vedo il ragazzo montare lo strumento e poi posarlo, delicatamente, cercare sugli scaffali, frugare dentro le cartellette sgualcite lasciate sui ripiani e poi richiuderle e, alla fine, cavarne uno spartito e assestarlo, con cura, sul leggio. E' Syrinx. “Syrinx era una giovane fanciulla con una voce garbata e melodiosa. Cantava, mentre pascolava le capre, e a sera si fermava a parlare con le ninfe dei boschi. Pan la vide, le si avvicinò e, sentendola cantare, si invaghì perdutamente di lei. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per averla per sé. Costui non era certo nuovo a questo genere di sussulti, aveva già importunato un gran numero di fanciulle e di altre giovani ninfe, praticamente ci aveva già provato con la metà del cielo, e Syrinx non gli poteva mancare. Ma la giovane non ne voleva sapere di colui che non era né dio né uomo e gli si sottrasse. Si nascose nel folto di un canneto e vi scomparve. Pan, stizzito, iniziò allora a tagliare furiosamente tutte le canne che vi erano cresciute, a romperle, a calpestarle, trasudando di rancore e di rabbia per colei che gli si era negata. Le tagliò tutte, fino all’ultima che rimaneva, facendone uno scempio, fin che non ne restò che una radura brulla. Ma lei era sparita nel nulla e non sarebbe ritornata più. Raccolse allora l’ultima canna che aveva reciso e la tagliò in varie parti, ineguali come diversa era la loro sorte, le legò l’una all'altra e, per incanto, esse iniziarono a suonare lo stesso canto di Syrinx, con la sua stessa voce. E nel silenzio di quel giorno lontano il loro suono riempì il mondo della sua armonia. …si, si la sol fa mi♭ mi tagliato, re punto, corona, con la dicitura ‘perdendosi’, e poi il nulla.” Anche quell’ultimo suono fievolmente svanì come il delicatissimo sogno che aveva disegnato. Restava solo la notte. Eravamo rimasti soli.
  13. dfense

    Bakemono Lab

    Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
  14. dfense

    Lorusso Editore

    Nome: Lorusso Editore Generi trattati: Narrativa d'impegno sociale Modalità di invio dei manoscritti: http://www.lorussoeditore.it/contatti/ Distribuzione: http://www.lorussoeditore.it/distribuzione/ Sito: http://www.lorussoeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lorusso.editore/
  15. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  16. dfense

    Diana Edizioni

    Nome: Diana Edizioni Generi trattati: Narrativa, saggistica, poesia Modalità di invio dei manoscritti: via mail (info@dianaedizioni.com) Distribuzione: http://www.dianaedizioni.com/distribuzione.html Sito: http://www.dianaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/dianaedizioniofficial/
  17. dfense

    Artetetra Edizioni

    Nome: Artetetra Edizioni Generi trattati: https://artetetra.it/collane Modalità di invio dei manoscritti: tramite form, vedi https://artetetra.it/contatti Distribuzione: non specificata Sito: https://artetetra.it Facebook: https://www.facebook.com/artetetraedizioni/
  18. dfense

    Edizioni Convalle

    Nome: Edizioni Convalle Generi trattati: Narrativa, poesia, letteratura per ragazzi. Modalità di invio dei manoscritti: http://www.edizioniconvalle.com/PBCPPlayer.asp?ID=1912462 Distribuzione: non specificato Sito: http://www.edizioniconvalle.com/ Facebook: https://www.facebook.com/solobelleopere/ Dal pagina Facebook: "Casa editrice non a pagamento (n.b. in maiuscolo). Nasce da un sogno, quello di una scrittrice che vuole fare l'editrice per lavorare insieme ai propri autori, per creare una realtà editoriale forte e motivata. Solo belle opere. Insieme!".
  19. Era un attimo di pura e intensa magia, ma durò poco. - Merda! - La udì imprecare a bassa voce. - Ma cosa tieni nelle mutande? La carogna di un topo morto? Puzzi come una latrina: sembra che ti sei fatto un bagno con l’acqua del cesso. - Lui avvampò di vergogna: se la sentiva che quel problema imbarazzante, alla fine sarebbe venuto fuori. - Ma guarda che schifo di maiale mi doveva capitare! Porca puttana. Ne vedi di ogni con questi segaioli. Fanculo a 'sto lavoro di merda. Che sfiga del cazzo! - Inveiva sottovoce in un fiume di imprecazioni: era davvero fuori della grazia di Dio. Lui avrebbe desiderato sprofondare nel sottopalco, farfugliò scusandosi: - Scusami, dai. C’era un guasto, ho dovuto lavarmi con la minerale … - Nel farlo gli scivolò di bocca il fallo sintetico, restando infilzato al corpo di lei come una banderilla sulla schiena del toro durante la corrida . - Ma va fanculo! Zozzone e stronzo! - - Scusami. - Replicò lui con un refolo di voce. - Me ne fotto delle tue scuse! Vaffanculo! Andicappato, manco reggere un vibratore in figa ti riesce! - Si alzò in piedi, sfilò l’attrezzo dal suo corpo, gli diede un'ultima voluttuosa leccata e con la grazia di una étoile del Bolshoi a fine numero, piroettò sul proscenio in un inchino rivolto al pubblico. Mentre raccoglieva una calorosa bordata di applausi, la musica sfumò e le luci di scena si spensero: il pesante sipario si richiuse lento su quel mesto spettacolo. Lui umiliato e scosso, si affrettò a raccattare i suoi abiti sparsi nel buio alle sue spalle, poi con le scarpe in una mano ed il resto nell’altra, si avvicinò a lei che stava radunando le sue cose. - Beh! Io andrei … - Disse piano, accomiatandosi. - Evapora! - Rispose lei acida, senza voltarsi e degnarlo di uno sguardo. Si rivestì avvilito e rapido, ancora con le scarpe in mano ridiscese i gradini del palco e si mischiò alla fiumana che abbandonava la sala. Nella calca qualcuno gli pestò il piede nudo, ma lui si impose di non mostrare dolore. Sentiva ridere, colse qualche parola di un gruppo alle sue spalle: - Sto scemo aveva quel pezzo di figa tra le mani e sembrava un’impedito. - Un altro aggiunse: - Ma dai, è chiaro: a quello piace il manico, mica la passera. - Altre risa di sarcastica derisione. Fuori il pomeriggio volgeva al termine e non c’era un refolo d’aria. Mentre attendeva il tram del ritorno, rivoli di sudore scendevano lungo la schiena inzuppando la Lacoste già madida. Sulla carrozza, meditava su quella infausta giornata e sul senso della sua esistenza, seguiva con sguardo assente le linee scure di PVC antiscivolo del pavimento. Alla quinta fermata del percorso due controllori salirono sul mezzo, lui non se ne accorse. Si scosse solo quando gli chiesero di esibire il biglietto. (Fine)
  20. Per prima cosa pensò di fare una doccia: puzzava come un caprone, aveva sudato come una provola in essiccazione e non si era ancora neppure lavato la faccia. Si ficcò sotto il soffione della doccia e aprì l’acqua: il getto ne fuoriuscì assai debole: giusto un filo. Attendendo che rinforzasse, versò nella mano un'abbondante dose di shampoo doccia e iniziò ad insaponarsi partendo dalla sommità del capo. La schiuma, sotto la rapida frizione, prese a montare rigogliosa, in compenso il flusso dell’acqua, divenne sempre più esile. In quella un fischio sordo e metallico si produsse dall’impianto idraulico. Risuonando nell’angusto bagno, lugubre come la nota grave di una canna d'organo durante una messa da requiem. Poi il fischio cessò e l’acqua con lui. Accecato dalla schiuma, col corpo ricoperto di quell’emulsione candida, attese nervosamente che l’acqua tornasse a scorrere: trascorsero lunghi minuti, ma dell'acqua non c'era segno. Da prima perplesso, poi con un fastidio crescente, cominciò a smanettare aprendo e chiudendo la manopola della doccia. Visto che non otteneva nessun risultato, in preda alla collera iniziò a imprecare e a calare possenti manate al tratto di tubo che spuntava dal muro. Ottenne unicamente di farsi male alla mano. Nel dimenarsi in maniera scomposta scivolò sul fondo insaponato e prese una botta micidiale al coccige sul bordo della vasca. Bestemmie irriferibili echeggiarono per tutta la casa. “Merda!”, pensò, doveva esserci stato un guasto da qualche parte, forse una perdita nelle condutture del condominio che aveva richiesto una temporanea sospensione dell’erogazione. Il problema era l'essere rimasto impiastrato di sapone e non aveva idea di come sciacquarselo di dosso. Oltretutto sentiva pizzicare l'epidermide e bruciare gli occhi, su cui la schiuma era colata. Nel drammatico contingente gli venne l'dea salvifica dell'cqua minerale: ne aveva una confezione da sei bottiglie in cucina. Le impiegò tutte per ripulirsi alla meglio. Al termine sentiva la pelle tirare ovunque e sul corpo, alla puzza di provola, si era aggiunta una nota di fresco pino silvestre. Non era sicuramente una delle giornate più positive conosciute negli ultimi trent’anni d'esistenza. Ne ebbe conferma quando aprì il cassetto della biancheria alla ricerca di un paio di mutande pulite: il cassetto era vuoto. Gli ultimi slip puliti erano quelli che aveva portato fino a prima di tentare la doccia e che, ovviamente, puliti non erano più, dato che li aveva indossati nelle ultime ventiquattro ore. Giacevano infatti nella cesta della biancheria sporca, sulla nutrita pila degli altri indumenti da lavare accumulati negli ultimi sette giorni. Cazzo! Si era completamente dimenticato di attivare la lavatrice del bucato settimanale il giorno prima. Il sabato mattina, quello col bucato era un appuntamento fisso del fine settimana. Non gli succedeva mai di dimenticarsene, da quando sua madre si era categoricamente rifiutata di continuare a lavargli i panni sporchi e gli aveva comprato una lavatrice, perché imparasse ad arrangiarsi da solo. Cosa che lui faceva quasi in maniera perfetta ormai. Purtroppo quel “quasi” era accaduto il giorno prima e ora era nei cazzi. Non aveva la più pallida idea di come rimediare, salvo uscire di casa senza mutande. Cominciava seriamente ad essere incazzato per tutta questa sequela di sfighe che lo stavano affliggendo. Fanculo! Non poteva andare in giro nudo sotto i jeans. Per la verità c’era stato un momento, intorno ai suoi sedici anni, in cui era di moda farlo, la chiamavano moda del "niente sotto": era una trend unisex ed era durato per una estate. Ne aveva un ricordo preciso perché le ragazze, in quel periodo, usavano indossare dei jeans bianchi di rasatello molto aderenti. Data la quasi trasparenza del tessuto, la mancanza di biancheria intima determinò un vero trionfo visivo di "zoccoli di cammello" pubici e di conturbanti solchi di natiche, in plastica evidenza, che nulla lasciavano all'immaginazione. Sull’onda modaiola, era stato tentato anche lui di seguire quella voga stravagante. Lo aveva fatto per un paio di mesi, fino al giorno in cui, finendo di pisciare, aveva tirato su la zip, con un gesto tanto rapido quanto distratto. Poi aveva iniziato ad urlare come un suino sgozzato al macello. Nell'incauto gesto si era macinato nella cremagliera della zip, tre centimetri di sensibilissima pelle del prepuzio Gli strilli che seguirono furono agghiaccianti. Quando sua madre accorse nel bagno lo trovò stravolto, accasciato al pavimento in un lago di sangue: una scena assai cruda, indiscutibilmente pulp. Accorsero i vicini di casa, ci fu una certa concitazione, qualcuno si chiese se fosse il caso di far intervenire il 118, altri si domandarono se si trattasse un qualche delitto domestico e non se fosse opportuno richiedere una volante sulla scena del crimine. Per nulla al mondo avrebbe ripetuto quella infelice e dolorosa esperienza. La situazione era drammatica, ci ragionò per qualche minuto, poi giunse ad una conclusione: salvo rinunciare alla sua sortita, non rimaneva che una soluzione. Ovvero cercare tra le mutande già usate nella settimana, scegliere quelle meno compromesse e rindossarle come emergenza. Non era la soluzione più igienica, ma sicuramente, al momento, la più pratica. Escluse dalla scelta quelle indossate troppo di recente, perché emanavano un afrore ancora fresco e gli facevano un po’ senso. Mezz’ora più tardi era sul tram della linea 19. Viaggiava in piedi in fondo alla carrozza accanto alla porta posteriore, perché essendo una giornata festiva, non aveva trovato dove acquistare un biglietto, quindi ne viaggiava privo e temeva che potessero salire i controllori. L'evenienza era assai remota, perché nelle giornata festive, data la forza ridotta del personale, avveniva raramente. In ogni caso stava in allerta, pronto con l’occhio vigile ad ogni nuova fermata del mezzo. Se li avesse intravisti sulla banchina d'attesa, mentre giungeva alla fermata, contava di saltare giù all’apertura delle porte, prima che montassero a bordo. La multa per la mancanza di biglietto era di novantamila lire: un vero bagno di sangue, del resto mica poteva affrontare un'escursione di dieci chilometri a piedi con quella calura. Non c’erano molti passeggeri, il traffico domenicale era ridotto all’osso, non soffiava un filo d’aria ed iniziava a grondare di sudore. Fu intorno alla metà del percorso che la vide salire: una gnocca siderale. Di una bellezza da togliere il respiro, una visione seducente e desiderabile come lo può essere il miraggio di un oasi, per un assetato perso nell'aridità del deserto. Rimase a fissarla inebetito, timoroso che se avesse fatto un respiro più profondo quell'incanto sarebbe svanito. - Buon Dio quanto era figa! - Bruna, un'abbronzatura perfetta le dorava la pelle, mettendo in risalto lo smeraldo degli occhi, ombreggiati dal caschetto di lucenti capelli corvini. Avanzò, all’interno della vettura, con la grazia altera di una giovane pantera. A occhio non superava i ventiquattro anni era fresca come un'orchidea appena recisa. Si muoveva con un incedere elastico ed elegante: il caldo sembrava non riguardarla, benché non fosse molto alta, le proporzioni perfette la rendevano statuaria. Vestiva una mini di cotone color khaki, fermata in vita da una cintura etnica con una grossa fibbia tempestata di turchesi, sopra portava una camicia di madras leggero, annodata sotto il seno che lasciava scoperti ombelico e fianchi. Fu ipnotizzato dal seno che, a ogni respiro, affacciava la sua fiorente fermezza dalla scollatura, aperta al terzo bottone. Ci avrebbe immerso il viso tra quei rilievi soavi, col solo desiderio di restarci per il resto dell'eternità, godere la freschezza morbida di quel triangolo di paradiso. Lei si reggeva al corrimano, guardava assente il paesaggio urbano che scorreva nei finestrini, a tratti soffiava via la frangia che l'aria le gettava sugli occhi. Quell’incontro inaspettato lo riempiva di soddisfazione, la grazia di ciò che stava osservando lo ripagava della malasorte di quel week end. Era valsa la pena di uscire e montare su quel vecchio tram bollente, se anche lo spettacolo a cui si apprestava fosse risultato deludente, non gli sarebbe importato: Il vero spettacolo di quel pomeriggio lo aveva ora davanti agli occhi. Pregò che quella botta di fortuna durasse più a lungo possibile e fu accontentato: infatti lei scese solo dopo una ventina di minuti, alla fermata che precedeva la sua. La guardò scendere e attraversare la strada, allontanandosi con passo elastico. Si sentiva un po’ triste: una così, nella vita, la incontravi una volta ogni trent’anni e forse neppure, pensò mestamente che non l’avrebbe più vista anche se avesse preso quel tram per i giorni che gli restavano da vivere. Del resto cosa mai avrebbe potuto avere da spartire una donna così con uno come lui? Spazi siderali li dividevano, chissà da quale dimensione era calata quel giorno sulla terra, per salire su quel tram? Se avesse avuto il coraggio di seguirla, se per assurdo avesse trovato l’animo di rivolgerle la parola, cosa avrebbe mai potuto dirle? Sudato e puzzolente, con l'aspetto di una nutria scappata da una fogna con le mutande usate di una settimana sotto le braghe? Non c’era neppure da pensarci, la sua inadeguatezza gli torse lo stomaco in una morsa di amarezza e malinconia. La sala era piena solo a metà, tutti gli spettatori si erano ammassati in platea da presso al palco. L’aria condizionata, vantata dalla pubblicità sul giornale, era del tutto insufficiente, l’ambiente era quello di un vecchio cinema di barriera: tendaggi in velluto rosso fatiscenti e polverosi, poltrone in legno senza imbottitura sullo schienale, nell’aria aleggiava un sentore di fumo e cesso mal deodorato.
  21. Aveva lavorato fino a tardi per tutta la settimana, la sera era troppo stanco per uscire, solo fatica e caldo dall'alba al tramonto, nessun momento di relax. Inoltre non c’era la possibilità per distrarsi neppure di fare un salto in spiaggia ad Alassio, perché l’auto se l'era tenuta in pegno il meccanico al quale non aveva ancora saldato le ultime tre costose fatture di riparazioni. Almeno lì avrebbe potuto ammirare qualche bikini di foggia brasiliana o uno straccio di topless, come la moda dell’anno imponeva alle donne sugli arenili nostrani. Quelle poi non aspettavano altro: ansiose di mettere in mostra culo e tette, non se lo facevano ripetere due volte. Di dirottarsi verso una piscina, neanche a parlarne. Data la temperatura di quel luglio incandescente, sarebbero state affollate di tutti quei chiassosi sfigati che, la domenica, non potendo permettersi di trovare refrigerio al mare, si sarebbero accalcati come acciughe in quella vasca a cielo aperto, che puzzava di cloro e ascelle mal deodorate. Si era svegliato poco prima dell’una e si sentiva da cani. La serata prima si era protratta fino alla quattro del mattino. Con quattro compari più rovinati di lui, si erano seppelliti in una discoteca ai piedi della collina. Serata di merda. Un mortorio cimiteriale. Di cubiste sfiziose, manco l'ombra: si erano eclissate, per fiondarsi nelle discoteche della riviera romagnola. Quindi nessuna possibilità di lustrarsi gli occhi con qualche gnocca in microgonna e maglietta bagnata. Penuria assoluta di ninfette, donne scosciate o milfone a caccia di manico: chissà dove erano finite le esponenti dell'altro sesso, in quel bollente fine settimana? Uno scoraggiante novantotto per cento di presenze maschili riempiva il locale. Pareva di stare ad un raduno per il campionato "single contro separati", o a una serata dell’orgoglio gay. Gli era montata una depressione da tagliarsi le vene, chiuso in un cesso. Si erano tirati una serie di "piste" di coca, più per disperazione e noia, che per vizio. Roba scadente, pessima! Tutta anfetamina e talco mentolato. Un vero bidone. Di autentico solo i soldi che ci avevano buttato per procurarsela. Per rimediare ci avevano bevuto sopra qualche litro di porcate alcoliche, intasandosi come cloache in maniera abbrutente: roba da fare schifo. Ora sentiva lo stomaco devastato, lo assalivano dei crampi come se avesse ingerito una famiglia di porcospini vivi e incazzati. La testa pesava come un’incudine e non ne voleva saperne di seguire il resto del corpo fuori dal letto. Si fece un doppio caffè amaro, per tentare di arrestare la vertigine del campo visivo che continuava a deformarsi come il quadro di un tv col tubo catodico in agonia. Gliene occorsero altri cinque, in rapida sequenza, per ottenere una messa a fuoco di ciò che gli stava intorno nella stanza. Si accese una sigaretta, gli valeva come prima colazione e pranzo. Sapeva che, per l'intera giornata, non sarebbe riuscito a mettere qualcosa di solido in corpo, a stento sopportava l’aria che gli penetrava nei polmoni senza avvertire una fastidiosa ondata di nausea. Si sentiva un cesso umano e a ben guardare forse lo era proprio. In bagno, osservandosi allo specchio, provò compassione per lo stato in cui versava: l’impulso a sputarsi in faccia era violento. Aveva occhi iniettati di sangue, orbite plumbee e l'incarnato verdastro era impressionante: un cadavere, sul tavolo autoptico, avrebbe mostrato un aspetto più vitale e sano del suo. Gli sembrava di udire la voce di sua madre gridargli nelle orecchie: “Debosciato! Hai trent’anni, se non la smetti fare cazzate in giro, non arrivi ai trentacinque.” A vedere come si sentiva ora, come dare torto a quella santa donna? “Metti la testa a posto e fatti una famiglia. Prenditi le tue responsabilità. Cresci! Santo Dio. Cresci!”. Farsi una famiglia? Eh, la faceva facile lei. A parte il grande rompimento di zebedei che implicava un rapporto continuativo con una donna: tutte quelle minchiate dello stargli appresso, portarla in giro, ricordare i regalini per anniversari e compleanni, le attenzioni, le promesse di eterno amore. Lo strisciare come vermi per uno straccio di pompino. Umiliarsi, senza dignità, per una trombata da dieci minuti al sabato sera. Le donne erano comunque una rottura di palle impegnativa e a lui, per altro, a gratis non l'avevano mai data. Era duro farsi una famiglia, altro che storie. Intanto mamma l’aveva cacciato di casa e lui con quella miseria di stipendio che prendeva ci campava al pelo, figurarsi sostenere una famiglia, una casa, le bollette. Non erano tempi di nuove famiglie quelli. Manco pensarci, neppure per scherzo. Restò sul letto a guardare il soffitto, grondando sudore e ottimismo, in un dormiveglia comatoso fino alle quattro del pomeriggio. Una radio lontana passava “Knocking on heaven's door “ nella versione dei Guns N' Roses: l'energia del pezzo lo aiutò a riaprire gli occhi. Quando sentì di riuscire a reggersi in piedi e di poter mettere in fila quattro pensieri sensati, si domandò cosa avrebbe potuto dare un senso a quel che restava di una giornata priva d'aria e di futuro. Scoraggiato, data l'ora, pensò che fosse ormai tardi per organizzare una qualsiasi puttanata. Non aveva molti amici, ma era sicuro di non volerne vedere neppure uno: sai che paranoia ritrovarseli tra i piedi per il resto della domenica. Trovò la forza di provare a ingerire un succo di frutta alla pera, succhiato con la cannuccia da un drink pack avanzato nel frigo. Dopo la prima sorsata contò fino a dieci prima di azzardarne la seconda, per capire se avrebbe vomitato o no. Ponderando le poche ipotesi praticabili, gli venne l'idea di trovare un cinema in cui buttarsi per un paio d'ore. L'ideale sarebbe stata una sala di prima visione del centro, con l’aria condizionata avrebbe smesso di sudare. L' idea gli parve decente, quanto meno fresca, data la temperatura del giorno. Recuperò il quotidiano del giorno prima e iniziò a scorrere la pagine degli spettacoli. Leggendo i titoli in programma, l'entusiasmo gli venne meno: gli unici che non aveva già visto erano: "Pretty Woman" e "Mamma, ho perso l'aereo". Il primo, era un'americanata svenevole e melensa: quel piacione di Richard Gere gli procurava l’orticaria. Il secondo era una favoletta demenziale, buona per dei dodicenni. Nelle seconde visioni le cose non andavano meglio, con l’aggravante dell’assenza di aria climatizzata, quindi l'opzione cinema ebbe vita breve. Chiudendo il giornale, l’occhio cascò sulla piccola manchette pubblicitaria di un cine teatro situato in una zona periferica della città. “Lucrezia Love – Live Sexy Show – Venerdì - Sabato e Domenica - Nuovo spettacolo a luci rosse della regina dell’hard. La sala è dotata d’aria condizionata. Ingresso riservato ai maggiori di anni 18”. L’annuncio ebbe l’effetto deflagrante di una goccia d’acqua gelata in una teglia di olio bollente. “Bingo!” pensò: c'era l'aria condizionata, una topa attraente e sporcacciona che si esibiva dal vivo, lui inoltre, 18 anni li aveva compiuti da mo'. Mancavano due ore all’inizio del primo spettacolo, il luogo era disagevole da raggiungere, stava dall’altra parte della città e per arrivarci doveva prendere un mezzo pubblico: però, se si dava una smossa, nei tempi ci stava. Iniziò a mettere in fila le idee per organizzare la trasferta: per accelerare le connessioni neuroniche mise su un altro caffè e si accese un’altra Gitanes. La scelta di assistere a uno di quel genere di spettacoli era comunque insolita. Non andava matto per l’hard, che ormai imperversava da qualche anno nei cinema a luci rosse, nelle riviste e le cassette VHS che inondavano le edicole. Il porno ormai traboccava ovunque, in un crescendo esponenziale, fin dai primi anni ottanta. Il fenomeno professionale delle pornostar, sulla falsa riga dell'Ilona Staller e della Moana Pozzi, aveva generato un esercito di epigone in giarrettiere e tette gonfiate al silicone. Belle ragazzotte, talvolta dei gran pezzi di gnocca, di provenienza nazionale o importate dai paesi dell’est, si gettavano con entusiasmo nel rutilante mondo delle luci rosse. Affiancando all'attività di attrice porno anche quella di performer negli spettacoli sexy-live all'interno di night club o di cine teatri riconvertiti al genere. Attivando così un virtuoso ciclo economico, con una vantaggiosa ricaduta sull’indotto e un non trascurabile contributo all'incremento del PIL nazionale. Lui, l'hard-core, lo trovava banale, troppo esplicito, sbrigativo e senza tensione erotica. Non che se ne fosse scandalizzato, tutt’altro, non era certo un bacchettone: era solo che decisamente lo annoiava, quelle pellicole risultavano prevedibili, prive di fantasia e di una qualità filmica scadente. Insomma: lo deprimevano più che stimolarlo. Ne aveva anche guardate un paio, entrando in qualcuna di quelle sale specializzate nel genere, ma l’esperienza era stata scoraggiante. Si era ritrovato a russare sulla poltrona dopo solo mezz’ora di proiezione, suscitando le proteste degli altri spettatori che, dato quel ronfare molesto, non riuscivano a concentrarsi sulla storia, perdendone tutta l'avvincente trama filmica. Per lui questo spettacolo dal vivo, rappresentava una novità, non ne aveva mai visto uno. Ne aveva però sentito molto parlare da amici e conoscenti: al bar o sul posto di lavoro. Tutti si sperticavano in lodi per le qualità artistiche di questa o quella divetta e per la temperatura delle loro roventi esibizioni. Ne era incuriosito, ma al contempo ne diffidava un po’, comunque non era giorno da fare troppo gli schizzinosi. (Continua)
  22. Ospite

    Nord

    Nome: Casa editrice Nord (Gruppo GEMS) Sito: http://www.editricenord.it Genere valutati: Azione e avventura, Gialli e mystery, Letteratura, Narrativa fantastica, Narrativa non di genere, Thriller Invio manoscritti: http://www.editricenord.it/invio_manoscritto.php Distribuzione: non specificata Facebook: https://www.facebook.com/CasaEditriceNord/?fref=ts
  23. dfense

    Mario Vallone Editore

    Nome: Mario Vallone Editore Generi trattati: Narrativa, poesia, testi biografici, religiosi, e per bambini. Modalità di invio dei manoscritti: via mail (vallonemario@yahoo.it). http://www.mariovallone.it/invia-un-manoscritto/. Distribuzione: http://www.mariovallone.it/distribuzione/ Sito: http://www.mariovallone.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ThothLibri/ Da leggere, la pagina in cui l'editore illustra in maniera chiara ed esaustiva il proprio sistema di lavoro: http://www.mariovallone.it/modus-operandi/
  24. dfense

    Araba Fenice Libri

    Nome: Araba Fenice Libri Generi trattati: Narrativa, romanzi storici e per ragazzi, libri di cucina e architettura Modalità di invio dei manoscritti: http://www.arabafenicelibri.it/pubblica-con-noi.html Distribuzione: http://www.arabafenicelibri.it/distribuzione.html Sito: http://www.arabafenicelibri.it/ Facebook: https://www.facebook.com/arabafenicelibri.it
  25. Mister Frank

    In spiaggia

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/37192-natale-insanguinato/?tab=comments#comment-657929 Ricordo il mare... Il mare è sempre stato parte di me. Senza non riuscirei a respirare. Era maggio. Avevo diciassette anni. Ricordo la sabbia che scorreva tra le dita, lo sciabordio delle onde contro gli scogli, il vento afoso che soffiava alle mie spalle, lo stormo di gabbiani che volavano in circolo sul fondo di un cielo terso, il grido di esultanza di Matteo che calciava il pallone in aria con una rovesciata, Donato che correva a piedi nudi a toccare l’acqua salata leggermente increspata, Riccardo che parlava dei suoi stupidi problemi di cuore. «André, mi stai ascoltando?» domandò lui in tono brusco. «Si, ti sto ascoltando» risposi io, indispettito. «Secondo te, dovrei parlarci?». Riccardo aveva perso la testa per Anastasia, una ragazza dagli occhi azzurri, alta, bionda, il seno a goccia, bellissima sì ma a me non faceva impazzire anzi, avevo tutt’altri gusti, meno pretenziosi, per così dire. Poi, lei non aveva il minimo senso dell’umorismo, ed era fin troppo vanitosa. Preferivo le ragazze con la carnagione mediterranea, more e con gli occhi castani. Mi sono sempre piaciute, le ragazze così. Non so il motivo, non mi sono domando mai veramente quale fosse. «Al posto tuo, io le avrei già parlato a scuola stamattina» dissi. Riccardo si grattò il naso. «Per te risulta fin troppo facile». Non lo reggevo più, quel discorso si trascinava da giorni ormai. «Riccà, ti stai creando problemi che in realtà non esistono. Se ti piace, diglielo e basta» tentai di mettere un punto fermo a quella discussione a me tediosa. «Se lei dicesse di no?» replicò lui, apprensivo. Sbuffai e mi voltai a guardarlo torvo. Riccardo aveva i capelli ricci, nerissimi, gli occhi grigio chiaro che ricordavano la pioggia. Avevamo la stessa età; lui era il più intelligente della classe, tuttavia non capivo il motivo per cui spesso si comportasse in maniera alquanto stupida, come adesso. «Se dice di no, tu continui a provarci finché lei non dice di sì» convenni. Silenzio. Riccardo rimase in silenzio a guardarmi con occhi che parevano cercare un appiglio, come quando il professore ti rivolge una domanda durante l’interrogazione, a cui tu non sei in grado di rispondere, e subito cerchi una fuga, o un appiglio, per l’appunto. Per un momento, guardi senza osservare. È strano ma lo sguardo di Riccardo era proprio così: in cerca di un appiglio. Poi, senza alcun preavviso, esplose in una lunga risata fragorosa, di quelle che sarebbero capaci a sovrastare una stanza gremita di persone, tanto è forte. «Adesso perché stai ridendo?» domandai confuso dalla sua reazione. Riccardo aveva quasi le lacrime agli occhi e una mano compressa sulla pancia. «Le tue parole!» esclamò in presa alla più sfrenata ilarità. «Le mie parole, che?» gli feci eco ad alta voce. «Mi sei sembrato... come si dice... uno stalker!». Scoppiai a ridere quando sentì la sua risposta. Riccardo trovava il buffo in ogni situazione a me ordinaria, mia nonna lo diceva, d'altronde: «Tutti sono più felici quando in città passa la famiglia Bassani». Non ho afferrato mai appieno il senso di quella sua affermazione, così come di altre, per esempio quando Donato venne a casa mia con la kippah sulla testa, e mia nonna disse a bassa voce: «La famiglia Bianchini ha un piede in due scarpe; vuole sia la botte piena che la moglie ubriaca». Oppure quando Matteo mi portò le arancine, parola da pronunciare rigorosamente al femminile perché fimmina è l’arancina, preparate dalla mamma dopo che la mattina a scuola gli avevo chiesto qual era la differenza tra arancina e arancino, per l’appunto. «La famiglia Bonaventura non è originaria di queste parti, potrebbero mettere zizzania tra le persone» così sentenziò mia nonna.
×