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  1. Adelaide J. Pellitteri

    [CP 4] Eri bello, amore

    Esistenziale Traccia 7 Amore Stanotte ti ho sognato. Mentre la nebbia ci offuscava già il paesaggio e il vento contrastava i nostri passi, hai spiccato il volo. Sulle spalle, con le braccia spalancate, portavi qualcosa di assai simile a una croce. Dio, quanto pesava! Sul volto ti leggevo la fatica, sebbene vedessi anche il sorriso. Eri bello, amore, mi portavi a toccare il cielo.
  2. ElleryQ

    Lisciani

    Nome: Lisciani Libri Generi trattati: Noir, gialli, varia, manualistica, narrativa per ragazzi, fumetto. Modalità di invio dei manoscritti: davide.dilodovico@educationalgroup.it (invio diretto al direttore editoriale) Distribuzione:ALI Sito: https://www.liscianigroup.com/ Facebook: https://www.facebook.com/LiscianiLibri/ Instagram: https://www.instagram.com/liscianilibri/ Youtube: https://www.youtube.com/user/liscianitv Lisciani Group nasce in seguito alla separazione da Giunti ("Giunti & Lisciani") a inizio anni '90. Con 40 anni complessivi di esperienza nel campo dei giochi e della didattica, ha di recente inaugurato una sezione narrativa, divenuta autonoma anche sul piano amministrativo: "Lisciani Libri". Le collane sono: "I MIti" (per ragazzi); "Black List" (gialli e noir per adulti); "I girasoli" (graphic novel) e una collana di "Varia". Le collane di narrativa sono dirette da Davide Di Lodovico, quella di graphic novel da Giuseppe Guida. Attualmente, dal sito Lisciani Group la narrativa non è più reperibile, perché è in fase di realizzazione un sito autonomo, come già avvenuto per i social (è infatti disponibile la pagina Facebook di Lisciani Libri e il profilo Instagram). La distribuzione, anch'essa in via di riorganizzazione, è già molto estesa e include, oltre alle librerie, supermercati e Autogrill (o Sarni).
  3. Nightafter

    La messa - Pt. 3

    La messa - Pt. 3 L'ulteriore disagio sommato a quello principale era costituito dal fatto che Nella, accettasse con favore tutte le attenzioni erotiche che lui le offriva, era in questo una vera spugna: assorbiva ogni sorta di carezza, vellicata o bacio intimo che fosse. Lei, in qualche modo, era paragonabile a quei vecchi motori diesel che impiegavano parecchio tempo a entrare in temperatura: pertanto necessitavano di un lungo e paziente pre-riscaldamento, ma quando divenivano caldi si faticava a spegnerli. Essendo poi tardiva nel giungere all'orgasmo, le loro pomiciate si protraevano per ore e ore, pur non completando mai con la penetrazione quei loro amplessi. Il cuore del problema nasceva dal fatto che lei non ricambiasse, con un criterio di reciprocità, carezze e baci intimi. L'unica cosa a cui si abbandonava erano appassionate limonate da fidanzatini e qualche risicata carezza, ma sempre al di sopra della cintura. Nonostante lui cercasse, con garbo, di condurle la mano laggiù, dove il momento e la natura richiedevano, non c'era storia: lei sviava la mossa con nonchalance e tornava a condurla in zona franca, ignorando il suggerimento. Insomma, in quelle partite, non c'era verso di farle toccare palla. Al termine di quei convegni di passione, lui si ritrovava la lingua gonfia, le mascelle dolenti e i tendini del collo rigidi per lo sforzo. Un po' ne era orgoglioso, in quanto effetti di una performance fisico-erotica: al pari delle dolenzie che accusano gli atleti a seguito di prestazioni sportive di elevato livello. La cosa lo lasciava però interdetto: era la prima volta che, in intimità con una donna, incontrava tanta ritrosia allo sfiorargli il sesso. Questo non giovava al suo amor proprio già duramente provato: il pensiero di avere tra le gambe un orpello che suscitasse, in lei, repulsione al tatto, lo angustiava fortemente. Così, durante una chiacchierata d'altro argomento, prese coraggio e le pose al brucio la questione: - Micetta, è un po' che volevo chiedertelo: ma esteticamente, il mio pene, lo trovi brutto e sgraziato? Magari perché, come nella circoncisione ebraica, il glande resta sempre scoperto, in quanto ho subito un intervento di fimosi da piccolo? - - Lei scoppiò in una grassa risata. - Ahahah! Ma no! Cosa mai vai a pensare cucciolotto? Il tuo cetriolo è bellissimo: uno dei più belli che mi sia capitato di vedere. Che ti viene in mente? - Marco tirò un respiro di sollievo: quel singolare comportamento non era, quindi, dovuta a motivi di ordine estetico. Questo era rasserenante, sebbene gli nascesse un dubbio sul numero di organi maschili, da lei esaminati prima di incontrarlo. Però quella prolungata eccitazione, non esitata da una conclusione liberatoria, gli causava uno stato di dolorosissima congestione ai testicoli. Non giungendo mai all'orgasmo, la sera nel suo letto o nel bagno di casa, doveva porre rimedio da solo a quelle urgenze. Trovava mortificante, essendo Nella una ragazza attraente e con un corpo che ispirava fantasie accese, il doversi ridurre a quelle pratiche da ragazzino alle prime armi. Nei primi tempi del rapporto, reputò si trattasse di virginale pudore: lei cresciuta in una famiglia del sud, molto rigida e tradizionalista, aveva subito un'educazione assai rigida, non a caso veniva costretta, ogni domenica ad assistere alla messa parrocchiale, comunicarsi e assumere la comunione. Non era sicuramente questo, il clima più favorevole al superamento delle inibizioni e allo sviluppo di una natura spigliata nell'intimità. Essendo ottimista, optò che la confidenza dei loro corpi fosse ancora acerba: tutto si sarebbe risolto, in futuro, attraverso una più assidua familiarità. Ottimismo non premiato dai fatti, poiché dopo un semestre nulla era mutato, salvo i suoi testicoli a rischio di un'orchite cronica. Era evidente che la ragione della fine del rapporto tra lei e Filippo, non stava nella “focalizzare esistenziale” di lui, ma era imputabile al problema sessuale di lei. Un uomo fatto di ventotto anni, non aveva tempo da perdere con certi problemi emotivi di una ragazzina, gli premeva unicamente di scopare senza tante storie. Nella raccontò che lui, arido di spirito, la penetrava con ruvidità benché fosse doloroso: una vera violenza carnale ogni volta. Era dell'idea che certe situazioni richiedessero maniere spicce, diceva: “Fuori il dente, via il male!”. Non aveva alcuna delicatezza, anzi, dato l'impeto, dava la sensazione che i lamenti di lei lo eccitassero, solo l'amore che gli portava la induceva a subire quegli amplessi brutali . Sconsolata, aveva chiesto di limitare quei rapporti di tormento: lui seccato, per compensare quella rinuncia, la costrinse a lascive pratiche orali. Con la scusa di erudirla in quella tecnica sconosciuta, chiedeva di ripeterla a ogni loro incontro, quindi la conduceva, in auto, ad appartarsi fra le macchie verdi della prima collina, o in strade deserte, presso vecchi opifici abbandonati. Quelle pratiche palliative e l'imperizia di lei nella fellazione, alla lunga non lo soddisfarono più, volle il tornare al sesso consueto da lei osteggiato. Troppo cinico per arrestarsi davanti all'ostacolo, decise che, se la via maestra fosse inagibile, non restava che percorrere quella secondaria: senza ritegno, le propose di passare al sesso anale, elogiandolo come alternativa assai piacevole al coito naturale e soprattutto sicura, con la quale non ci sarebbe più stato l'incomodo di impiegare il profilattico. La poveretta si sentì oltremodo umiliata, addirittura nauseata e offesa da quella abominevole proposta: si oppose con vigore, ne nacque un litigio e per una settimana non si sentirono più. Poi visto che lui non si faceva vivo, consumata d'amore fece il primo passo e lo chiamò al telefono sul posto di lavoro. Filippo era un agente assicurativo e possedeva una piccola agenzia propria, succursale di una nota compagnia nazionale. Solitamente era lui a cercarla quando aveva voglia di vederla, non amava essere chiamato sul luogo di lavoro, quando sentì la voce di lei era probabilmente intento a ricevere un cliente, quindi il colloquio fu quanto mai sbrigativo e informale: - Allora ti sei decisa? - chiese senza preamboli. - Sì. Amore, mi manchi. - rispose lei con un groppo in gola. - Bene. Allora passo a prenderti domani a fine pomeriggio. Fatti trovare pronta. - Poi chiuse la conversazione senza un saluto. (Continua)
  4. _.Michaela._

    Quel vecchio venditore di sogni

    Commento Questa è storia vera. Una storia di quelle costruite e ingioiellate dalla fantasia del narratore, violente nello sfarzo e ingentilite dalla realtà. Perché il narratore altro non è che servo della penna, schiavo del vizio estetico, ed ossa e carne attraverso cui agisce la storia. Se alla sera, ti capiterà di passeggiare per le strade di una città morente, chiuso nel tuo cappotto e nei tuoi pensieri, vedrai un uomo come ce ne sono tanti in giro. Un uomo dai capelli bianchi e neri, dall'odore acre di alcool e gin, diluito con quel poco di amarezza, che tanto basta a sciogliere il dolore. Quest’uomo, che puoi chiamare come vuoi, è un mendicante di strada, un venditore di sogni, con le mani di legno e un sacco pieno di burattini. Anche lui è un narratore, di commedie e cerimonie. E` un narratore di quelli che ci nascono, uno di quelli con l’occhio a punta di coltello e l’animo aggraziato. Giacché sin da bambino gli dicevano “Giovanotto, il tuo dono è narrare!”, si convinse e iniziò a scrivere e a raccontare. Più la mano era stanca e appesantita, più facilmente l’ingegno lo vinceva, e tanto dolce gli parve a un tratto la sconfitta, che senza alcun lamento, vi si arrendeva. E giorno e notte stendeva nuove righe, creava personaggi, andava di qua andando di là, regalava i suoi scritti, li lanciava giù dal campanile, li dedicava ai parenti e lasciava all'editore mille lire. Quando gli dissero “Sei bravo. Se vuoi, puoi andar lontano” era poco più d’un uomo. Tuttavia, per quanto cercassero di farlo ragionare, il grande danno era ormai fatto perché lui lo voleva, Dio se lo voleva. Scrivere per vivere. Vivere per scrivere. Ecco allora che il poverino, senza esperienza alcuna dei valzer turbolenti che si ballano nel mondo, era come un ballerino senza scarpe, come un pappagallino spelacchiato a cui tagliano le ali ma incitano a volare. Arrivò a credere d’esser egli stesso la zavorra del suo successo. Poco talento? Probabilmente scarsa astuzia e intelligenza. Perché il fatto è questo ed anche molto semplice: nessuno aveva mai trovato quelle parole di bestiale sfrontatezza che la sincerità trasforma in vero, nessuno aveva mai osato rivelargli che il problema non era affatto lui, ma la società in cancrena, che ti dice “Tu puoi essere chi vuoi, hai tutto ciò che serve” e poi ti lascia lì nel fango, ingozzato di dolcezze, senza un filino d’acqua per soddisfare la tua sete. Così, mentre le camicie si logoravano e le macchie d’inchiostro disegnavano i Paesi in cui mai sarebbe andato, si ripiegava nella sua febbricitante commiserazione. Era quindi evidente che la cosa non andava, e quando la pancia chiama non esiston saggi o sognatori. Narrare non poteva più essere il suo solo impiego. Allora ogni volta s’inventava un nuovo gioco per irretir la sorte e farsi assegnare un’altra strada, ma cambiare non è facile. Perché il suo unico dono era narrare, gli dicevano. Fu così, che tra il calore del metallo ed il grano macinato, si ritrovò un giorno a fare il fabbricante di suole e tacchi. Si divertiva a fabbricare e aveva la mano buona e forte, come un gigante dalle ossa rotte. Fabbricare gli piaceva e lo portava almeno fino a cena, ma si sa, le bugie son nuvole di fumo ed anche l’illusione si dissolve. Partenope d'altronde non lo aiutava affatto, lo istigava e alimentava quell'insipida speranza di tornare a raccontare. Quando un giorno si scontrò con un gruppo di teatranti, andò dal suo destino e se lo prese con le mani, vi affondò gli artigli nella carne e prese la sua scelta. Questi teatranti, ben lontani dall'eccentrica stravaganza degli attori, gli insegnarono a non prender mai la scena, a muovere le mani come fossero di stoffa e a guardar da dietro un legno le risa dei passanti. Fare il burattinaio era il mestiere che più gli si addiceva, ma non lo portò lontano. Non tutti sono destinati a grandi cose. Bisogna farci i conti. Così continuò la sua vita, tra aspirazioni deluse e confermate, tra le piazze vuote e i viali meschini, tra i ricordi del futuro e i fotogrammi del passato. E quando la notte spegne le luci ed i rumori, altro non gli resta che quelle buffe figurine. Osserva, osserva caricature umane e gli pare, quando la lucidità lascia il posto alla spossatezza e all’incomprensione, che quelle teste vuote, lo guardino beffarde. –Fallire è il tuo dono. Non, raccontare o fabbricare, ma lasciar dietro di te una scia di brocche vuote- Una volta, vinto dal freddo e dalla stanchezza, ha ceduto sotto il colpo degli insulti e per dimostrare di avere vinto, le ha spaccate ad una ad una quelle faccine scolorite. Riconoscendo le sue rughe riflesse nelle piaghe del legno, ha anche pianto, come da molto non faceva. Con il corpo fatto a pezzi, vaga ancora con quel che resta. Come quell'uomo, per le strade, sotto i ponti e in ferrovia, ce ne sono tanti che cercano riparo. E se alla sera, ti troverai a passargli accanto, prestagli attenzione. Monito vivente per gli altri e per te stesso. Non fingere pietà intellettuale ma ostenta la potenza che già provi nel guardarlo. Perché tu non sei come lui e non puoi diventarlo. Lascia che ad osservarlo non sia la tua indifferenza, perché basta poco più di un soffio, per trasformarlo come te. Fa’ che ad osservarlo sia la curiosità caina, di chi sa che basta poco più di un soffio, per trasformarsi come lui.
  5. Adelaide J. Pellitteri

    Il professor Pupillo

    La gran secchiata d’acqua si spiaccicò per terra, lo splash fu identico a quello dei fumetti. Luca, o meglio il Professor Luca Pupillo, si ritrovò, così, coi pantaloni tutti inzaccherati. Con gli occhi sgranati e le narici dilatate, sembrava stesse risucchiando tutta l’aria intorno per restituirla con un boato (e un’imprecazione) capace di far crollare le mura d’un paese. Ero lì, a due passi, strizzai gli occhi aspettandomi l’ingiuria urlata a squarciagola e: «CONTADINO!» gli uscì, ma con una voce stridula che non avrebbe fatto paura neppure a un moscerino. La voce del Professor Pupillo era sempre stata la sua croce, più c’era da urlare, più diventava ridicolo con quella vocina, per altro in sintonia con la sua statura. Piccoletto, magrolino, quasi calvo e con un naso adunco che in qualche modo ricordava Dante. Intanto aveva già urlato “Contadino.” Chi gli aveva inzuppato i pantaloni, si era rintanato nel negozio. Era un marocchino che stava tirando a lucido il centro scommesse “Felici e Fortunati”; aveva alzato la mano accennando a delle scuse, poi era sparito dietro la vetrata. Mio padre era stato contadino. Aveva zappato e seminato canticchiando le canzoni di Natalino Otto. Non poté farsi una cultura perché, frequentando la quinta elementare, gli capitò l’incidente della pallonata. Sì, tirò una pallonata dritto in faccia al preside Gulotta e venne espulso da tutte le scuole del “Regno”. A quei tempi l’Italia era ancora dei Savoia. Dunque non proseguì gli studi e non poté apprendere nulla su Catullo e Cicerone; però da qui a diventare una parola d’offesa certo ne correva. A quel punto fui io a ritenermi insultata dal Professor Pupillo. Lo conoscevo bene, abitava in una villetta a due piani poco distante dai palazzoni dove si trovava il centro scommesse e pure casa mia. Lui s’era ritagliato un angolo in un quartiere che negli anni aveva cambiato aspetto grazie alle nuove costruzioni. Intorno alla sua casa, un appezzamento di terreno era l'ultimo scampolo di verde della zona, ma tale e quale da lunghissimi decenni. Col Professore c’eravamo scambiati sempre qualche saluto, qualche gentilezza. Andavamo tutti i giorni dallo stesso panettiere dove, se nell’attesa si apriva qualche disputa, un semplice discorso, davo sempre ragione a lui. Lo ritenevo profondamente colto e facesse qualunque affermazione la consideravo più che corretta, estremamente esatta. Subivo il fascino della sua cultura perché avevo il mio complesso d’inferiorità. Mi ero diplomata in ragioneria con uno striminzito trentasei (per altro del tutto raccattato) e, crescendo, quel numero mi era rimasto appiccicato addosso come fossero state le orecchie d’asino del tempo di mio padre. «Contadino, contadino e contadino!» aveva pure ripetuto, dopo che il marocchino era sparito dietro al vetro. Ma come contadino? Contadino a chi? Mio padre, che aveva importato i capitali dall’estero. E sì che li aveva importati. Esportando agrumi in mezza Europa. Che se ancora oggi si parla di “arance di Sicilia” il merito per buona parte è suo, e il Professor Pupillo si permette!? Ecco, dentro mi si era rivoltato tutto quanto e adesso il Professore mi sembrava un emerito cretino. Mi tornava in mente mio padre, soddisfatto di conoscere, al pari di un grande letterato, la poesia della sua terra, dei suoi frutti, di tutte le stagioni. Adesso lo vedevo intento ad intrecciare il pergolato, come il migliore tra tutti gli architetti. Lo ricordavo mostrarmi mandarini grossi come mele, farmi annusare la zagara di maggio. Mostrarmi anche il male del pidocchio che avvizziva gli alberi, insegnarmi la cura per guarirli. Non gli importava che fossi femmina e che non sarei mai stata contadina. A lui importava che conoscessi la terra che un giorno sarebbe stata mia. Non ci dormivo la notte, ci rimuginavo di giorno. «Contadino a chi?» Mi dicevo. Mio padre mi veniva in sogno, e io frullavo bile. Il nonno del Professor Pupillo era stato un notaio e suo padre un avvocato. Insomma erano uomini di “carta” da tre generazioni. Per la verità il padre era una sorta di Dottor Azzeccagarbugli, almeno a detta di mio padre che, vissuti sempre nel medesimo quartiere, lo conosceva bene. Il padre del Professor Pupillo, vi dicevo, era un uomo di legge solo che più che rispettarla, la legge, la usava a piacimento, con leggerezza o con pedanteria. Una volta, ad esempio aveva trascinato in tribunale un povero cristiano, accusandolo di furto, solo per due limoni presi allungandogli la mano oltre la ringhiera. «Contadino che!? Ma contadino a chi!?» E non mi si schiodava l’offesa dalla testa. E melanzane, fichi, tenerumi… affollavano ormai tutti i miei pensieri. Rivedevo mio padre chino, tutti i santi giorni, a raccogliere ortaggi e frutta cantando le canzoni che parlavano di guerra e di scarponi, mentre io me la svignavo quatta quatta. Fingevo avessi da studiare. Pur non sapendo niente di Catullo e Cicerone, mio padre, amava leggere le poesie di Petru Fudduni e gli scritti del Pitrè. L’ultimo regalo che mi fece fu “‘A livella” il libro di poesie del Principe Totò. Che il Professor Pupillo sapesse di Catullo e Cicerone a menadito, adesso m’importava molto meno, ma che bevesse spremute di arance di Sicilia, mi faceva andare veramente in bestia. Quando lo incrociavo aveva sempre un sacchettino in mano, con delle arance, per l’appunto, oppure con “verdurine fresche, fresche”, mi diceva; mentre io per tanto tempo ero andata in giro con le novelle del Verga sottobraccio per fargli credere che amassi veramente la letteratura. Ero ricorsa a quell’espediente quando, cogliendomi di sorpresa, mi aveva chiesto se conoscevo la poesia di Giosuè Carducci dedicata alle fonti del Clitumno. E che erano queste fonti? Boh. Oddio la reminiscenza c’era, del caro Giosuè, ma di quella poesia, nella mia testa, nessuna traccia. “Mi è sfuggita” avevo detto, giurando che avrei recuperato. Sapevo che il professore amava scrivere in latino, “poesie brevi” mi diceva, “molti distici e qualche poemetto”. Certo scrivere poesie in latino nel duemilasette era una cosa forte, ma mi domandavo chi mai potesse leggerle? Non osavo inoltrarmi nella discussione e annuivo con sorrisi timidi, quasi sottomessi. Allora, quell’essere minuto, mi sembrava ancora un concentrato di sapienza. Fu dopo la secchiata e quel “contadino” urlato con disprezzo, che il vecchio Luca mi perse l’aurea e tutta la cultura. Oltre alla rabbia sentivo in copro un’amarezza strana, profondissima, un cruccio dentro l’anima. Non riuscivo a debellare quella sensazione e m’infiammavo fino ai pugni stretti a ogni incontro. Passai notti e giorni e ripetere sempre la stessa parola, “contadino, contadino e contadino… Che il professore meritasse una lezione? Ci misi più di un mese a capire perché quel “contadino” continuasse a rimbombarmi in testa. Ci misi davvero tanto tempo a capire che il professore, la lezione l’aveva data a me. Proprio con la sua la “letteratura”, m’aveva insegnato finalmente qualche cosa. Il contadino era la cosa più lontana che ci fosse nella sua genealogia, loro erano uomini di carta, nella fattispecie. Ma io? Per quel mestiere, mio padre m’era sempre sembrato l’ultimo di tutti. Ero nata dentro la poesia della natura, ma più del professore ne avevo disdegnato l’importanza. Mi pesava più d’un macigno quel “contadino”, disprezzato e offeso soprattutto da me stessa che avevo venduto tutta la mia terra, per farci crescere enormi palazzoni.
  6. Nightafter

    La messa - Pt. 2

    La messa - Pt. 2 Al termine di quella passeggiata muta e densa di risentimento, sedettero al dehors della Gelateria Peppino, in piazza Carignano, la meta iniziale della loro uscita pomeridiana. Ordinarono due coppe di gelato in quella storica cremeria, del centro città, situata nella splendida cornice barocca della piazza, in cui si affacciava lo storico palazzo che le aveva donato il nome, nel quale aveva visto la luce Carlo Alberto di Savoia, padre del primo futuro re d'Italia, era rinomata per la qualità delle sue creme e dei sorbetti, proposti in una ricca gamma di gusti e allettanti colori. Le consumarono scambiando risicati frammenti di dialogo: un temporale di risentito nervosismo, incombeva nell'aria luminosa della metà pomeriggio. La ricomparsa di Filippo non aveva fatto che riportare a galla un problema mai risolto, persistente fin dalla nascita del loro rapporto. Quanto era accaduto un'ora prima era solo l'episodio terminale di qualcosa che non funzionava, tra loro, da tempo. Alla base di quel comune scontento c'era il sesso. Ogni amore nasce da una attrazione sentimentale, un'intesa sorretta della condivisione di valori e progetti comuni, nel reciproco scambio di gusti e passioni. Ma è pur vero, soprattutto in una giovane coppia, che esso trovi nutrimento e vigore anche in una appagante intesa fisica. Per dirla con Jacques Brel, ne La Chanson des Vieux Amants: “Bisogna pur che il corpo esulti”. Insomma l'amore platonico era sacro, ma negli anni giovanili, in cui gli ormoni gridano tutta la loro vitale energia biologica, l'amore fisico aveva la sua bella importanza. Questa, purtroppo, a loro mancava, anzi era un vero disastro. In un anno insieme non avevano mai avuto un rapporto intimo completo. Nella, infatti, soffriva di una seria difficoltà nel fare l'amore: era, ahimè, afflitta da una invalidante sindrome di “vaginismo”. La cosa si era evidenziata quando i loro approcci erano andati oltre il petting superficiale. In sostanza si trattava di un disturbo di origine psicologica che generava uno spasmo involontario dei muscoli che circondano l’accesso vaginale. La cosa si ripeteva ogni volta che si cercava di penetrare la vagina con un oggetto o un pene. In talune, anche la sola idea di inserire qualcosa nel sesso, poteva generare lo spasmo: procurando tensione e disagio o anche dolore, giungendo nelle forme più acute a inibire totalmente la penetrazione. Questo gli era accaduto ogni volta che, al culmine della passione, lui aveva provato a introdurre il proprio sesso in quell'invitante giardino di delizie. Tutto funzionava nei preliminari: lui tenero e sensibile, non mancava mai di prodigarsi sulle zone erogene, dedicava intere mezz'ore a soavi e instancabili cunnilingus, praticati a quel tumido nido di voluttà. Quando, all'apice del climax, la parte d'interesse appariva più ricettiva e pronta, tentava un cauto avanzamento verso l' interno: ma un urlo lancinante lo inchiodava, all'istante, su quell'uscio agognato. Inutile ogni paziente nuovo tentativo: vane le fantasiose acrobazie di lingua e labbra, o l'uso della massima prudenza, tutto portava sempre a quell'esito scoraggiante. Andava da sé che, a seguito di quelle infelici débâcles, Marco perdesse, via, via, fiducia nelle proprie capacità amatorie e che la sua autostima ne uscisse profondamente frustrata. Inevitabile che, a fronte di quei ripetuti rifiuti, il vigore della sua virilità si ritirasse umiliata e depressa, subendo penosi cali di rigidità. Sulle prime, lui si era anche chiesto se, parte del problema, non traesse origine dalla dimensione del proprio pene: in verità non straordinaria, ma sicuramente dignitosa. Nella lo rassicurò: - No amore, tu non hai colpe, tranquillo, non è per quello. Il ragazzo col quale ho perso la verginità e anche Filly, lo avevano tutt'altro che piccolo. Infatti quando mi penetravano mi pareva di essere sventrata. - Lui rabbrividiva nel sentire quelle cose. - Ma, scusa amore. Vuoi dirmi che, nonostante i tuoi lamenti, non si fermavano come faccio io? - Lei assumeva un'espressione contrita: - No amore, purtroppo no. Tu sei una persona sensibile e generosa. Per questo io ti amo tanto. Loro non avevano nessuna comprensione, lo facevano senza riguardi. Pensavano solo al loro piacere nonostante i miei gemiti. - Nell'udire quelle cose Marco era preso da una rabbia cieca. Pensare a lei sofferente, mentre subiva le voglie di quelle bestie, gli procurava la nausea. Avrebbero meritato la castrazione. Non quella chimica indolore, ma quella chirurgica, da praticargli senza anestesia, con l'ausilio di una cesoia da giardinaggio. Un colpo secco e zac! Poi, gli orpelli mozzati, raccolti in un sacchetto di plastica, quelli usati per impacchettare le frattaglie del pollo. Quei pensieri gli riempivano la mente di propositi feroci, come una vertigine di odio che gli oscurava la vista. Allora stringeva Nella al suo petto, con un abbraccio tenero e protettivo, con l'anima colma di commozione e la ferrea volontà di prendersi cura di lei, difendendola dalle brutture del mondo. - Povero amore mio, quanto devi aver sofferto - le diceva con la voce vibrante di pena – Ma ora ci sono io, che voglio solo la tua felicità. Vedrai che insieme supereremo questo scoglio e faremo l'amore in modo bellissimo. - Lei ricambiava quell'abbraccio con uguale intensità. - Lo so amore, con te mi sento sicura. Poi baci così bene là sotto che, se anche non dovessimo mai riuscire a scopare in modo completo, io mi contenterei, senza chiedere altro. - Sentimenti ed emozioni si affollavano nelle loro anima tormentate, donando a entrambi momenti di spiritualità esaltanti, Ovviamente, a mente fredda e senza ammetterlo, in cuor suo scongiurava quella soluzione riduttiva, non perché fosse restio alla pratica del bacio intimo, che, anzi, era una di quelle maggiormente amate, ma onestamente nutriva speranze più favorevoli e confortanti. Amava Nella e la comprensione gli veniva spontanea: non aveva fretta, essendo il vaginismo un disturbo psicologico, si sarebbe trattato di portare pazienza, di farla sentire amata e rassicurata, al punto da allentare ogni sua tensione inconscia. L'amore li avrebbe aiutati a superare quell'ostacolo, erano giovani: lui aveva diciotto anni e lei uno in meno, tutto il futuro era loro, avrebbe atteso i suoi tempi, fiducioso di una totale guarigione. Certo era che la strada non appariva breve né agevole da percorrere. Dopo alcuni mesi di quel percorso non si percepiva ancora un minimo miglioramento: la notte iniziava ad avere il sonno animato da incubi angosciosi. Talvolta sognava d'essere in procinto di fare l'amore, ma al momento della penetrazione scopriva che il pube di lei era liscio e glabro come quella di una bambola Barbie, o peggio; che lei fosse aperta e disponibile, eccitata come mai l'aveva veduta e che lo attirasse invitante: -Vieni amore. Guarda come è bella: umida e pronta, non mi fa più male. Senti come sono morbida e calda. Dammi il tuo cetriolino, fammi vedere quanto mi desideri. - Il sogno era di un erotismo incandescente. A quel punto lui acceso come un Bonobo in estro, cercava di prenderla prima che quella potente erezione svanisse. Ma nel momento di mettere mano al sesso, scopriva, atterrito, che il proprio inguine era quello di Ken, l'eunuco compagno di Barbie. La situazione era pesante, poiché veniva aggravata anche da un ulteriore motivo di disagio. Certe mattine, avendo Marco la casa libera, poiché i suoi erano fuori per lavoro fino al tardo pomeriggio, tagliavano entrambi da scuola. Allora lei andava a casa di lui nella prima mattina, si infilavano insieme nel letto della sua cameretta a fare del sesso fino alle dodici, poi lei si rivestiva e tornava a casa sua, come se fosse stata regolarmente a lezione. (Continua)
  7. Titolo: Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Le Ossidiane Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897265 Data di pubblicazione : 23 Giugno 2018 Prezzo: 12,90 (cartaceo) Genere: Antologia di racconti, generi vari Pagine: 275 Quarta di copertina: Un tormentato amore adolescenziale, il sapore acidulo di un liquore slovacco, un solitario dai risvolti filosofici, l'incredibile avventura capitata a una senzatetto: non sono che alcune delle storie raccontate nelle pagine di “Siamo in ballo”. Le popolano persone qualsiasi e personaggi di grande spessore, come Lech Wałęsa e Sandro Pertini, ma non mancano una gatta dal pelo fulvo e un cane che soffre di nostalgia. Li accomuna il trovarsi di fronte a scelte difficili, spesso dolorose, che decideranno del loro futuro. In questi racconti l'autore trova spazio per sviluppare temi e sentimenti soltanto accennati nei romanzi che compongono la serie poliziesca di Gretije de Witt, i cui protagonisti ritornano nei due più corposi dei trentotto che compongono l'antologia. Dai ringraziamenti: Buona parte dei racconti presenti in questa raccolta sono nati per partecipare ai contest che si tengono periodicamente sul forum e in particolare a quello più longevo: il Mezzogiorno d'inchiostro, una gara dove in dodici ore, da mezzogiorno a mezzanotte, si deve comporre un racconto di massimo ottomila caratteri, rispettando una traccia che si apprende soltanto all'inizio della gara. La caratteristica che distingue Writer's Dream da altri siti analoghi è l'accuratezza dei commenti che si ricevono, utili in un secondo tempo per rielaborare i racconti, seguendo suggerimenti e consigli degli altri utenti. Per questo motivo i ringraziamenti vanno estesi a tutti gli iscritti al forum, vecchi e nuovi: grazie ragazzi, se almeno qualcuno di questi racconti sarà piaciuto, il merito è soprattutto vostro. Un grazie speciale va a Chiara, per aver ideato l'isolotto di Ruca e per la mappa dettagliata che trovate a pag. 79 Link all'acquisto: Alcheringa IBS Libreria Universitaria Amazon Unilibro Feltrinelli negli altri store seguirà a breve
  8. don Durito

    Naja (Storia d'altri tempi)

    Il maggiore aveva un debole per la carraia. Quando la infilava con la sua giulietta super ti 1300 alle 7 e 45 di tutte le stellate mattine che il colonnello comandante comandava, ai suoi cinquant'anni suonati ci dava giù a sgasare infoiato come un ragazzino prima della sterzata brusca a sinistra che sollevava un'iradiddio di polverume peggio che lo scatenarsi del ghibli nel deserto, col ghiaino che schizzava a bersagliare baschi giubbe brache e anfibi degli astanti e porcogiuda! uno faceva appena in tempo ad alzare la barra metallica e l'altro a scrinciare di lato con salto olimpionico che quel bolide ringhiante entrava sparato nel recinto ospedaliero per poi arrestarsi al parcheggio con stridio stratosferico di freni. Grigie per il fall-out del polverone si facevano allora le divise delle burbe nei dintorni e cadaveriche le facce traumatizzate dal sobbuglio, pronte per il ricovero da cardiopalma nell'infermeria di quell'Ospedale Militare dove avrebbero ritrovato il farabutto compreso stavolta nel ruolo istituzionale di maggiore medico, la cui aria paciosa avrebbe arrecato più d'un dubbio al casuale osservatore riguardo l'identità tra il suddetto maggiore e l'invasato guidatore della giulietta super ti 1300 che alle sette-e-quarantacinque spaccate di tutte le stellate mattine che il colonnello comandante comandava gli veniva l'uzzolo di dichiarare una sua guerra unilaterale a piantoni e burbe bazzicanti per obbligo di comando o per bighellonaggine congenita la porta carraia, e col ghigno di chi si compiace alla grande nel vedere i goffi balzi da rospi dei fantaccini dai visi rabescati dallo spavento, scambiava l'esaltato maggiore per fischiar di pallottole le sventagliate tutt'intorno di pietrisco e per rimbombar di granata gli scoppiettii del motore sotto pressione, e di quel bellico scompiglio, oltre all'immaginazione, anche l'animo frustrato del Nostro si pasceva, trovandovi adeguato conforto per i lunghi anni di servizio inoperoso. Ma se di guardia alla carraia venivano comandati, caso in verità assai raro, appartenenti al glorioso corpo della vecchia, così volendo definire i soldati prossimi al congedo, la faccenda assumeva tutt'altra piega e una calma piatta regnava sul luogo prima, durante e dopo l'irrompere del bolide rossofuoco. Nessun momento fatidico veniva a scompigliare l'andazzo consueto d'uomini e cose, ché gli smaliziati piantoni sapevano riconoscere tra mille il rombo del motore in oggetto e di conseguenza s'attrezzavano all'accoglienza, sollevando flemmatici l'asta di sbarramento nell'attimo stesso in cui il bolide inforcava la curva d'entrata. In tal modo l'emulo di Fittipaldi veniva defraudato del perverso piacere d'assistere agli scatti & scrinci & mammasantissima & si-salvi-chi-può di chi da lì aveva la sventura di passare in quel momento. Ecco perché alla carraia erano di preferenza destinate le burbe vergini d'esperienza, e più impressionabili erano e più se la godeva il maggiore, che non mancava di beneficiare con dovizia di permessi 36 e 48 ore i furieri tutti, secondo gerarchia andando di furiere capo, vice-furiere e financo furiere aggiunto, per i loro avveduti ordini di servizio che il caporale di giornata affiggeva alla bacheca della porta principale. Molti anni prima che il sottoscritto avesse dolorosa contezza dell'esistenza dell'O.M. in questione, vi svolgeva mansione di magazziniere un ragazzone del contado casertano, uno dei rarissimi non raccomandati su cui gli ufficiali esercitavano la loro inflessibilità senza pagar dazio, il quale vedeva come fumo negli occhi il nostro maggiore da quando, per una questione di basco d'ordinanza smarrito, gli aveva fatto saltare la licenza agricola su cui la famiglia di lui faceva affidamento per l'imminente vendemmia. Giunto che fu alla vigilia del congedo il casertano, grazie all'intercessione di tre barattoli di caffè pregiato e di due stecche di sigarette americane costatigli la paga di cinque decadi, era riuscito a farsi mettere per l'ultima volta di guardia alla carraia nel turno dalle 6 alle 14. Alle sette e quaranta, dunque, di quel giovedì 28 ottobre 19*** in cui si svolge la nostra storia, il casertano s'accese una sigaretta e posò con indolenza gli avambracci sulla barra della carraia in attesa. Alle sette e quarantacinque, non appena la giulietta super ti 1300 si presentò rombando alla curva d'ingresso dell'O.M. il casertano scattò e con un mezzo giro si posizionò all'estremità della stanga dov'era il contrappeso, sollevandola con perfetto tempismo. Ma prima che l'asta s'alzasse del tutto, il casertano parve ripensarci e la calò giù con forza. L'impatto fu tremendo. La barra colpì in pieno il parabrezza dell'auto prima di piegarsi in due e cedere di schianto, e chissà come sarebbe andata a finire se il maresciallo addetto alla fureria all'epoca non avesse lucrato sul costo del materiale, e invece del fragile lamierino la barra fosse stata di robusto acciaio. Chi lo vide uscire illeso dall'auto raccontò che una lastra di candidissimo marmo sarebbe parsa nera come la notte a confronto del colore della faccia del maggiore, il quale, resosi conto d'averla scampata bella, prese a sbraitare come un forsennato, inveendo all'indirizzo del casertano, che lo guardava da lontano con le labbra modulate in un sorrisetto ironico. Anziché la settimana che mancava al suo congedo prima del patatrac, al casertano ci vollero tre mesi per ritornare alla vita civile, tempo che trascorse in CPR a meditare sullo scherzetto giocato al maggiore e sul rombare tracotante della di lui giulietta super ti 1300 allorché infilava la carraia alle 7 e 45 esatte d'ogni stramaledetta mattina che s'affacciava indolente su quell'O.M.. Fu grazie all'intercessione del colonnello comandante e alla buona fede che questi concesse al casertano per il "malaugurato incidente", se il giovane se la cavò senza incorrere in sanzioni disciplinari ben più gravi, datosi che l'inferocito maggiore aveva giurato che non si sarebbe accontentato di niente che non fosse il sangue del casertano. Ma non fu per bontà d'animo né tantomeno per personale convincimento dell'innocenza del casertano che il colonnello comandante si spese come non mai per mettere a tacere la faccenda. La vera ragione andava ricercata nella possibilità paventata dal colonnello comandante che un'eventuale inchiesta militare sull'accaduto avesse incidentalmente portato alla luce la filiera di bustarelle che lui s'imbertava per esentare dal servizio militare di leva rampolli di famiglie benestanti della zona. E non fu per senso di disciplina che il maggiore medico mise a tacere la sua conclamata sete di giustizia. A placarne i bollenti spiriti fu semmai il favoloso risarcimento danni concessogli dall'assicurazione, per il quale s'era mosso il direttore stesso dell'agenzia previa pressione del colonnello comandante, suo vecchio compare in più d'un inghippo assicurativo. Né estranea alla vicenda fu la giovane moglie del colonnello comandante la quale, venuta a conoscenza di tutto quel pasticcio che avrebbe posto a repentaglio la sua vita spensierata di shopping e trallallà, s'industriò di sua sponte nel barattare gli ultimi rantoli del desiderio di giustizia del maggiore coi rantoli d'un desiderio ben più alla sua portata femminea, non mancando peraltro di trovare nel suddetto scambio il proprio personale diletto. In questo labirinto di cause e concause, in questo imbroglio d'apparenze e opportunismi, si smarrì la storia del maggiore medico *** fino al momento in cui questa stessa storia non giunse alle orecchie dell'autore in qualità di recalcitrante coscritto e approdasse perciò alle presenti pagine. Quanto all'O.M. va detto che resistette eroico alle varie ristrutturazioni susseguitesi nel tempo, prima che l'abolizione della leva obbligatoria lo chiudesse definitivamente.
  9. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    La messa - Pt. 1 Stavano insieme da un anno lui e Nella, ma erano tre settimane che non si vedevano: avevano litigato. La discussione era nata da un incontro casuale, avvenuto nel pomeriggio di tre settimane prima. Passeggiavano lungo la via Genova quando, una vecchia Fiat 124 Spider, rossa, col tettuccio scapottato, si affiancò con una brusca frenata al loro tratto di marciapiede, facendoli voltare di scatto. - Ma che cazzo! - esclamò Marco, mentre Nella ebbe un sussulto per lo sconcerto. Dalla macchina saltò giù un giovane iper lampadato e dal capello “cofanato” che gli si parò davanti. - Ciao Nella, come ti va? - esordì con un sorriso nei denti ma non nello sguardo: occhi chiari e vacui, da rettile. - Ciao! Chi si rivede. Io bene, e tu? - Tutto avvenne in maniera fulminea: gli parve di leggere un lampo di sorpresa gradita, negli occhi di lei. Lui, rimasto un passo indietro da loro, si domandò chi mai fosse questo, che pareva uscito fresco da una ballera? Vestiva un doppiopetto spezzato nero, scarpe a punta color becco d'oca e una cravatta col nodo spesso come un pugno. Il lampadato proseguì con fare gioviale: - Bene anch'io, grazie. E' un da un po' che non ci si sente. Pensavo giusto di chiamarti uno di questi giorni. - - Ah Beh! Se abbiamo smesso di sentirci dovresti ricordarne la ragione. - rispose lei con una punta di sarcasmo. L'altro oppose una risatina, eludendo la frecciata e scostò, vezzosamente, il ciuffo ribelle sceso sulla fronte. - Hai ragione. - Ammise - Troppe cose da fare, sempre dietro al lavoro. Così il tempo vola. Ma anche tu potevi farti viva, il mio numero lo hai sempre, no? - Nella sorrise, con l'aria soddisfatta di chi sta ricevendo un utile atout: - Per la verità, Filippo, fosti tu a decidere di non sentirci più, ricordi? Avevi bisogno di tempo per capire la tue priorità. Dicesti che mi avresti chiamata al termine della ricerca. Poiché sei scomparso, ho cancellato il tuo numero. - Da quelle parole, lui comprese che quella specie di gagà, era il famoso Filippo: quindi si trattava dell'ex ragazzo di Nella. Filippo. Quello che lei chiamava amenamente: “il merda”. Quello dei pompini in macchina. Ovvero lo stronzo che l'aveva mollata poco prima che loro si mettessero insieme. Il tipo portava un'acconciatura sul genere “Mal dei Primitives”: una foggia ridicola, vecchia di un decennio. Gingillava, nervosamente, le chiavi dell'auto passandole da una mano all'altra. - Sai com'è, avevo bisogno di un momento per focalizzare. - Nella sollevò un sopracciglio beffardo: - Alla faccia del “momento”, sono trascorsi sei mesi filati di silenzio. - L'altro, stretto all'angolo, sviò dal discorso: - A proposito, come va la scuola, tutto bene? Non ricordo se hai la maturità quest'anno o quello prossimo? - - La scuola va bene, grazie. Tranquillo, la maturità è l'anno venturo. - - Ah! Bene, sono contento. Sei sempre stata brava con lo studio. - Comunque - riprese - Dicevo che ormai basta col passato: lasciamocelo alle spalle. - Poi con un sorriso, viscido come bava di lumaca, aggiunse: - Dovremmo tornare a sentirci. In fondo abbiamo avuto dei bei momenti ed è un peccato non restare amici. - Nella sistemò il cerchietto fermacapelli, di velluto blu, sulla fronte: - Solo amici si può restare. Anche se certe cose non si cancellano.- c'era una nota risentita nelle sue parole. Lui, imperterrito, proseguì diretto su quello che era l'obiettivo di quella chiacchierata: - Anzi, pensavo che appena ho un attimo ti chiamo e parliamo un po' davanti a un caffè, se ti va? - - Un caffè in amicizia può starci, non è un problema. - Condiscese lei, conciliante. Marco che fino a quel momento si era tenuto pazientemente fuori dalla conversazione, risentito dal ruolo di terzo incomodo in quella reunion di due ex fiamme, sbotto tagliente: - Ma certo! Perché poi limitarsi solo a un caffè? Si potrebbe pensare a una cenetta romantica, celebrata in memoria dei bei tempi. - L'azzimato Filippo che, dall'inizio della conversazione, forse per la sua giovane età non l'aveva degnato di alcuna attenzione, fu costretto a considerarne la presenza. - No, Certo che no. Non esageriamo. - Fece un sorriso sforzato quanto un'ernia. - Sarà un piacere offrirlo a tutti e due. Se ti vorrai unire a noi. - - Grazie, ma di caffè ne prendo pochi perché sono nervoso di natura. E quei pochi unicamente con chi scelgo, inoltre sono io ad offrire. - L'altro era più alto di lui di una decina di centimetri, ma fisicamente era tutt'altro che un quarto di manzo: Marco gli piantò frontalmente lo sguardo negli occhi, a muso duro. Stava pronto, con i pugni sprofondati nelle tasche dei jeans e la schiena tesa come un arco prossimo a scoccare la freccia: calò un silenzio pesante mentre si studiavano pesando il reciproco tasso di testosterone. Sembrava una scena di duello da film western. Nella al centro di quella tensione, cercò di allentarla passando alle presentazioni: - Filippo: lui è Marco il mio nuovo ragazzo. Marco: lui è Filippo. Il mio ex, di cui ti avevo già parlato. - Lui annuì col capo - Sì. L'avevo capito. Chi non muore si rivede. A volte tornano, infatti. - - Ah? Piacere. - Disse l'altro, senza cordialità, infatti non gli porse la mano. Marco girò sui tacchi mostrando le spalle. Era seriamente incazzato: “- Insomma! - pensò - “Questo l'aveva mollata: dopo più di un anno, riappariva con quell'effetto da film americano di terza categoria. Approcciava la sua ragazza per strada, menzionava di bei momenti trascorsi insieme, poi la invitava a un tête-à-tête, con la scusa del caffè. Il tutto come se lui fosse invisibile. - Ma chi cazzo pensava d'essere 'sto pezzo d'idiota, con quella macchina da pappone? -” Decise di chiudere l'episodio prima di dire o fare qualcosa di poco civile. - Allora, Nella: che si fa, andiamo? Che viene tardi. - - Si, amore. Andiamo. - Si voltò verso il suo “ex” - Ciao Filippo, mi ha fatto piacere rivederti. - Arrivederci Nella. Stammi bene. Ci sentiamo per il caffè, ci conto. - Lei fece assentì col capo e gli tese la mano. Lui la strinse e le stampò un bacio fugace sulla guancia. Poi con un gesto da pellicola anni '60, senza aprire la portiera, saltò all'interno della 124. Avviò il motore e ripartì facendo stridere i pneumatici sull'asfalto. Due veicoli che sopraggiungevano inchiodarono bruscamente, per evitare di montargli in braccio. “Che tamarro!” Pensò lui, mimando di sputare il suo disprezzo al suolo. Lei abbassò gli occhi, gli prese la mano e sorrise: - Dai è fatto così, ma non è cattivo: gli piace sempre di fare scena. E' solo un bambinone.- Bambinone sto cazzo! Quello ha trent'anni! - Rispose acido. Lei rise di gusto. - Amore. Ma non è che mi diventi geloso di Filly? Non scherzare, su. - Gli era rimasto in gobba anche il bacio finale sulla guancia. Non gli andava che lei non avesse rifiutato la proposta del caffè. Bastava quello a farglielo sentire simpatico come una scartavetrata ai testicoli - Non sono geloso! Ma quello è un buffone. Già mi stava sulle palle per quanto mi avevi raccontato di lui. Ora che l'ho conosciuto, mi 'sta ancora più sul culo. - - Ma che sarà mai? Non fare lo sciocco. Prenderci un caffè: che c'è di male. Mica ci finisco a letto per questo? - - Ci mancherebbe, con quello che ti ha fatto! Ti sei già scordata del perché ti ha scaricata? - - No. Non l'ho certo dimenticato e sai bene quanto ci sia stata male. E' inutile che me lo ricordi. - - Ah! Meglio così! Sembrava fosse bastato l'invito al caffè a farti perdere la memoria. - - Non ho cose belle, su di lui, da ricordare e lo sai bene !- Anche lei si stava alterando. - E' evidente, invece, che lui ricordi il tutto con nostalgia. - Replicò lui con cattiveria. Lei non rispose, voltò la testa verso le vetrine dei negozi, chiudendosi in un silenzio offeso e imbronciato. Aveva esagerato. L'ultima battuta era stata perfidia gratuita. Ma il danno, per il resto del pomeriggio, era ormai fatto. Proseguirono senza tenersi per mano, fingendo interesse per traffico e negozi sul cammino, silenziosi e distanti nei loro pensieri scuri. (Continua)
  10. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 134] Non lo sapevo

    Traccia di mezzogiorno: A porte chiuse Sapevo già che non sarebbero servite a niente, ma avevo accettato perché non si dicesse che non comprendevo di averne bisogno. Distesa come al solito a parlare di ciò che mi turbava tanto, mi rendevo conto di non essere ascoltata, neppure da lei. Ok, ultimamente ero diventata pesante, non parlavo d’altro, ma con lei era di questo che dovevo parlare, no? Fidata, bravissima, suggeritami da mia sorella, la dottoressa – che aveva tirato fuori dalla depressione il fior fiore della comunità – aveva accettato, non senza difficoltà, di inserirmi nella sia fittissima agenda. Un favore che avrei dovuto ricambiare da qui a un’altra vita, sempre secondo mia sorella. Le sedute erano cominciate con un "lei devi capire, accettare e infine buttarsi tutto alle spalle" sussurratomi con voce paziente e calma, al limite dell’ipocrisia. Non c’era nulla che io non capissi, ero entrata in un tunnel senza via d’uscita il giorno in cui mio marito mi aveva detto di non provare più niente per me, non mi amava più. Punto. E lì tutto si era impantanato. La mia vita da quel giorno era diventata teatro di crisi isteriche. Lui aveva fatto le valige e se n’era andato. Chissà dove e chissà con chi non lo so e francamente il chi e il dove non mi importavano più di tanto tanto. Ciò che mi premeva e mi aveva fatto andare fuori di testa era stato non sapere il perché! Non riuscivo a capire dove avessi sbagliato. Non sapevo di avere sposato un uomo con l’affetto a pile. A quel punto si erano esaurite e la parola amore era scomparsa con tutto il corollario di attenzioni e condizioni. Le attenzioni che mi avevano reso felice per tanti anni, e le condizioni che mi avevano dato, fino a quel momento, la stabilità per vivere una vita serena e appagante. Non so se si sia innamorato di un’altra donna, se abbia scoperto un nuovo orientamento sessuale, se una crisi mistica gli abbia fatto capire che il suo futuro doveva proseguire tra le mura di un convento. Non lo so, e non riesco a immaginare nessuna di queste ipotesi. Fino al giorno prima la nostra vita era proseguita con un ritmo regolare, una piccola felicità ogni tanto e pochi problemi, in fondo tutti risolvibili. Mentre cerco di parlare degli ultimi giorni secondo cui io non avrei voluto vedere né ascoltare i segnali mandati da Sandro, mio marito, ho la conferma che la dottoressa prende appunti, ma non mi ascolta. Sono sicura che se mi alzassi in questo istante scoprirei che sul suo blocco sta disegnando fiorellini oppure sta riempiendo d’inchiostro riquadri, come quando si ascolta una telefonata poco interessante. Ne sono certa perché cambio discorso e lei non se ne accorge, seguita con la sua penna a tracciare ghirigori e solo se mi fermo mi dice “continui”. Continuare cosa? Ne sparo un’altra, le dico perfino che mio marito adesso vive a casa sua e che appena finirà di giocarci me lo restituirà. Mi fermo, e lei: “Continui” Fisso la pianta che riempie un angolo alla mia sinistra, una mano di fata. Le sue foglie sono palmi bucati, immagino siano le mie mani che non sono riuscite a trattenere Sandro, le mie carezze dovevano avere delle lacune. Allora mi sembra di poter giocare e comincio a raccontare la mia storia inventata. “Poteva chiedermelo in prestito senza per forza lasciarmi questo vuoto dentro – le dico – almeno non avrei avuto bisogno di ricorrere alle sue cure. Pensa che possa sperare nel suo ritorno a casa, non appena avrete esaurito le posizioni del Kamasutra?” Non m’importa di essere volgare e infatti non si è scomposta, però deve aver colto la parola ritorno e mi dice che lei non è una chiromante e che a noi non deve importare se ritornerà oppure no, anzi, nel caso in cui riuscissimo a stabilizzare la mia mente, sarebbe opportuno che lui non tornasse. Perché? – mi chiedo – Per il suo lavoro che se ne andrebbe a puttane? La penna fa su e giù e allora credo che abbia più problemi di me, sarà stanca anche lei di ritrovarsi difronte donne o uomini con lo stesso problema: l’amore finisce e chi viene lasciato, non riuscendo a capire, va fuori di testa; mentre a lei tocca mettere ordine dove qualcuno ha fatto un casino. Vado a ruota libera, le dico che avevo capito tutto, mi ero solo illusa che la cosa potesse finire prima di arrivare alla drastica decisione presa da Sandro. La penna non si ferma, anzi, la mano della dottoressa sembra abbia preso un ritmo costante e sarei davvero curiosa di sapere cosa sta disegnando, non alza gli occhi neppure un attimo, ma il suo sguardo non è nemmeno concentrato sul disegno, piuttosto sembra vagare, forse sta solo cercando le parole adatte per risolvere il mio problema, identico a quello di tanti. Alla fine immagino possa stilare un frasario ad hoc, non tanto per il singolo paziente quanto per il singolo quesito: stesso problema unica soluzione. Guardo l’orologio sulla parete, la mia ora sta per scadere e la mia storia l’ho delineata nei minimi particolari, ho sempre avuto grande fantasia. Finalmente anche lei solleva gli occhi e guarda l’orologio poi si volta verso di me: “Se sapeva già tutto perché si è rivolta a me? Sì, l’attrazione sessuale è stata determinante affinché Sandro si decidesse a lasciarla, mi dispiace che sappia anche del Kamasutra, ma di uomini insoddisfatti ne ho ascoltato un’infinità. Mi sono fatta una cultura a riguardo, sa? Se ne faccia una ragione e vada avanti. A questo punto non abbiamo più bisogno d’incontrarci”.
  11. Nightafter

    La messa - Pt. 1

    Cancellato su richiesta dell'utente
  12. Joyopi

    [MI134] Silenzio

    Traccia di mezzanotte: È finita Silenzio Arrivò il giorno in cui venne dato l’annuncio che tutti aspettavano. Erano trascorsi quattordici mesi, eppure Carlo ebbe la sensazione di essersi appena accorto di quello che era successo. Il sole tiepido del tardo mattino gli scaldava spalle e schiena. Se ne stava poggiato alla ringhiera del piccolo balcone, la faccia rivolta verso l’interno del soggiorno dove, dalla televisione, il presidente del Consiglio sorrideva con un’espressione a metà tra il commosso e il trionfante. Leggeva un messaggio alla nazione che Martina, seduta con le gambe unite sulla punta del divano e con la fronte quasi incollata all’apparecchio, assaporava famelica come si trattasse di un manicaretto di novelle cussine finito per sbaglio nella ciotola unta di un Terrier. Ogni tanto le scappava un’esclamazione di gioia o di emozione. Da dove si trovava, Carlo riusciva benissimo a vedere sia il presidente che Martina, ma non poteva sentire né la voce dell’uno né dell’altra. Martina si voltò verso di lui, con gli occhi gonfi di commozione, e mosse le mani e la bocca per dirgli nella lingua dei gesti: “Ce l’abbiamo fatta, da oggi è tutto di nuovo come un tempo, amore!”, ma Carlo per la prima volta da quando vivevano insieme fece fatica a comprenderla perché le tremavano le mani e la frase era uscita fuori con qualche strafalcione, qualcosa che poteva suonare del tipo: “L’abbiamo fatta, oggi essere di uovo come tempio di more!”. Gli sfuggì una risatina e corse dentro ad abbracciarla. Era più alto di lei di quasi trenta centimetri, e ogni volta che l’abbracciava si doveva curvare un po' anche se voleva baciarle la fronte. Su questa cosa ci scherzava sempre, lui, e lei non se l’era mai presa perché era “una tosta, ma che sa stare allo scherzo”, come diceva Sergio Masi, che era stato il suo migliore amico per parecchi anni prima di sparire a Londra. Quando l’aveva conosciuta in un’aula della Seconda Università degli studi di Napoli c’era anche lui, anzi era stato grazie a lui e alla sua faccia tosta, visto che Carlo non si sarebbe mai e poi mai azzardato ad avvicinarla per chiederle se le andava di ripassare insieme a loro gesticolando e muovendo la bocca come un pesce. Martina piaceva a entrambi, e Carlo non avrebbe scommesso nemmeno un caffè che l’avrebbe spuntata. Ogni volta che si presentava a qualcuno scrivendo su un foglietto di carta “Ciao, io sono Carlo” pensava che Carlo fa rima con Nonsofarlo. “Non so parlare e non so ascoltare, baby”, faceva una vecchia canzone, manco l’avessero scritta per lui. Eppure Martina aveva scelto lui, anche perché era molto più attraente di Sergio. Se ne era innamorata, a tal punto da imparare in meno di un anno la lingua dei gesti per potergli dire “Ti amo” senza l’ausilio di un foglietto. Dopo averla abbracciata, Carlo la baciò sulla bocca, e fu una sensazione strana, stranissima: un bacio dato senza quella ridicola, illogica ma inevitabile preoccupazione che li attanagliava da più di un anno, quel sentore come di una presenza, di un maledetto microorganismo infettivo che si manifestasse improvviso nella stanza pari a un insetto, e si insinuasse tra le loro labbra e si spingesse da una bocca all’altra come un trapezista vola da un angolo all’altro del padiglione di un circo. Quella volta no. Era un bacio libero, il primo da quanto tempo… subito dopo erano nella stanza da letto a fare l’amore, e anche quello era diverso, ora. Erano di nuovo solo loro due. Carlo andò fuori sul balcone. Il sole c’era ancora ma calato com’era alle spalle del palazzone di fronte se ne riusciva a scorgere solo un quarto. Pareva una fetta d’arancia illuminata. Su quei cinque metri quadrati che si protendevano fuori dall’appartamento aveva trascorso un’infinità di giorni a guardare il sole sorgere o calare dietro a uno dei palazzi, maledicendoli tutti. Perché non si toglievano di mezzo per una volta e non gli facevano ammirare un’alba o un tramonto come si deve? Eppure, quando ti costringono a stare chiuso in casa, un balconcino su una piazza cittadina diventa una scogliera a picco nelle Highlands. In fondo abitava al primo piano e aveva un balcone. Era già una piccola fortuna se pensava a quanti non avevano nemmeno quel piccolo giardino di mattoni su cui rifugiarsi e dovevano accontentarsi di una boccata d’aria a una finestra deprimente. Ciò nonostante, negli ultimi tempi era arrivato a invidiare letteralmente quelli dell’ultimo piano: vista sgombra, profonda, aperta. Per lui, che su cinque sensi ne aveva due fuori uso, gli altri tre rivestivano un’importanza doppia. Se avesse avuto la faccia tosta di Sergio si sarebbe fiondato su per la tromba delle scale e avrebbe bussato alla porta dei signori Cortese con un bel foglietto: “Siate Cortese con un povero sordomuto, che ne direste di fare un po' a cambio di appartamento, giusto per un po’?”. Chissà se quelli avrebbero riso al gioco di parole e accettato piuttosto di cacciarlo via a pedate. Martina era in bagno; stava preparandosi per uscire. Carlo se lo ricordava ancora quanto ci mettesse a scegliere i vestiti. Uscire. Da parecchio non rifletteva più su quella parola. Per un sordomuto le parole sono qualcosa di diverso, oggetti su cui riflettere; svuotate del suono non hanno molto senso se non si possono associare a qualcosa di tangibile, di visibile. Quella era diventata intangibile; nella sua testa, visivamente, era andata sempre più assomigliando a un segnale di divieto di accesso. Adesso avrebbe dovuto sradicare quell’immagine, si disse, ma sapeva che non sarebbe stato facile perché aveva germogliato e fruttato in ben quattordici mesi. Carlo li scorse uno dopo l’altro nella sua testa come sfogliando un calendario difettoso. Nei primi tempi, la cosa peggiore era stata l’aumento graduale del silenzio. Per uno come lui, abituato dalla nascita a quello dei suoni, non poter più mettere un piede fuori era significato il quasi totale silenzio degli odori e del tatto, mentre dal balcone aveva udito man mano dissolversi l’armonia di immagini e colori della città. La piazza e le strade, come un ventricolo bucato e delle arterie recise, si erano rapidamente svuotate del sangue che le nutriva. In compenso, i balconi dei palazzi si erano andati a popolare sempre di più di persone, che per lui erano sussurri piacevoli. Proprio per questo i mesi successivi erano stati ancora più duri. Quando si diffuse la notizia, fondata o no che fosse, che il pericolo potesse viaggiare addirittura nell’aria che tutti respiravano, non ci fu nessuno che non indossasse una maschera a coprire il volto, nemmeno sui balconi di casa propria. Nascoste dalle maschere, le bocche divennero per Carlo un arcano incomprensibile. E man mano quelli più spaventati avevano addirittura smesso di mettere la testa fuori. Il silenzio era diventato totale. Proprio quando Martina gli metteva una mano sulla spalla per avvisarlo di essere pronta, Carlo vide le prime persone che iniziavano a uscire in strada. Si stupì che fossero ancora così poche; quando era stato dato l’annuncio aveva subito pensato alla clessidra che aveva sul mobile in salotto, quella con la sabbia del deserto, pensierino di non ricordava più quale amico o parente. Si sarebbe aspettato una folla che si riversava fuori impetuosa, come quel fiume di sabbia costretto a stare per tutto il tempo sul fondo e al quale all’improvviso viene capovolto il mondo: Ehi, che succede? Tutti sul fondo, l’ultimo paga pegno! E invece no. La gente cominciava ad uscire, ma piano, con moderazione. Restavano ancora distanti l’uno dall’altro. Le facce esprimevano ancora diffidenza. Come se avessero ancora paura. Che sciocchezza! pensò Carlo, eppure si avvicinò a Martina, le diede un bacio e tenendola per mano la trasse a sé, vicino alla ringhiera. Lei non disse nulla, né con i gesti né con la bocca. Ma con gli occhi, che correvano dalla strada ancora semideserta e che ci metteva un po’ a ripopolarsi a quelli di Carlo, gli sussurrava che andava bene anche per lei, magari, restarsene ancora un po’ lì. In silenzio.
  13. Adelaide J. Pellitteri

    ...

    Uscimmo dalle case già vecchi, gli unici a esultare furono i giovani. Avevano conosciuto il mondo solo da bambini e furono i primi ad assaltare giostre e lunapark, mentre noi anziani, dopo esserci guardati in giro, con la “timidezza” tipica della vecchiaia, ci apprestammo solo dopo giorni ai pub, alle pizzerie… Tutto sommato, pensavamo si potesse ricominciare da dove avevamo interrotto, ma… Durante l’anomala prigionia avevamo letto di tutto, cucinato le pietanze più complicate, e chi ne era stato capace aveva scritto pagine e pagine, raccontando di pensieri profondi e introspettivi, come di sconfinati paesaggi chiamati libertà. Facemmo anche l’amore, o meglio molto sesso. Sì, soprattutto questo fece parte delle distrazioni utili a non farci impazzire. Eppure, in quest’ultimo svago si dovette stare attenti, rimanere incinta non era auspicabile; nessun ospedale avrebbe accolto donne gravide. Così, quando tornammo a percorrere le strade di un tempo, mi accorsi che non c’erano bambini. Nessun altro parve rendersene conto, e il tempo ce cercammo di recuperare prese a sfuggirci di mano. Per troppi anni avevamo perso di vista i panorami suggestivi del globo e riagguantare angoli di paradiso, anche quelli fiscali, ci fece tornare ai nostri vecchi diritti. In cosa avrebbe potuto cambiarci la pandemia, non lo ha fatto. Se non riusciremo di nuovo a riempire l’Italia di bambini, esserne usciti vivi non sarà servito a nulla.
  14. Ambra...

    Butterfly

    Nome: Butterfly Edizioni Generi trattati: romanzi d’amore (no erotici), romanzi contemporanei, romantic suspense, chick lit, umoristici e drammatici, young adult, new adult, thriller Modalità di invio manoscritti: https://butterflyedizioni.wordpress.com/about/ Distribuzione: https://butterflyedizioni.wordpress.com/distribuzione/ Sito: https://butterflyedizioni.wordpress.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/edizionibutterfly/ Dal sito: Accettiamo Opere di non oltre 650.000 battute spazi compresi. TEMPI DI VALUTAZIONE: da 1 a 4 mesi circa, rispondiamo anche in caso di esito negativo. La pubblicazione è gratuita e l’autore è sostenuto realmente nella promozione del proprio libro! I libri più amati dai lettori avranno anche la possibilità di finire all'estero. ------------------------------------------------------------------------- Esperienze con questa casa editrice? Mi pare che propongano l'ebook e il cartaceo solo dopo la vendita di un certo numero di copie..
  15. Gualduccig

    Anime stese al sole (incipit)

    Il mio commento: Erano sei ore che saltava da un vagone ad un altro. Trenta giorni che non aveva un lavoro. Otto settimane che non diceva ‘ti amo’ e che non riusciva ad ascoltare quelle due maledette parole, fosse pure un film, senza sentir montare le lacrime a fil di palpebra. Ed era finalmente a casa. La ragazza rimase ferma sotto la pensilina, un trolley dai colori assurdamente vivaci al suo fianco e schizzi di pioggia a incorniciare i tanti mozziconi di sigaretta sparsi a terra. Chiuse gli occhi ed inspirò profondamente, incurante della piccola folla intorno che si faceva inghiottire dalle scale del sottopassaggio. ‘Quando arrivi in un porto di mare te ne accorgi subito’, pensò, ‘anche se il mare non lo vedi’. Anche dalla banchina di una stazione che ha visto anni migliori, o decenni. Anche durante un temporale. Era l’aria a non saper reggere il segreto: trasportava quell’odore di sale e spazi liberi, lo lasciava filtrare, lo spingeva a forza nelle narici. Odore di un passato felice, per lei. Caterina - quello era il suo nome - si riscosse dall’immobilità, aggredì gli spazi della stazione trascinando il trolley come fosse un cucciolo recalcitrante che si impuntasse su ogni inciampo. Era arrivata, finalmente, e voleva mettere spazio e cose e persone tra sé e quelle dolorose rotaie: non voleva passare per una viaggiatrice, anche se la valigia la condannava ad un simile ruolo. Era una figlia di quella Città e tale voleva essere considerata, e basta. Il resto non era importante. Non era niente. Ignorò due taxi parcheggiati a bordo strada e tagliò il piazzale in diagonale: nonostante la pioggia preferiva andare a zonzo ancora un po’, prima di dirigersi a casa. Sentiva le gambe bagnarsi attraverso le calze ma lo trovò quasi piacevole, con quel primo serio caldo di giugno. Pochi metri avanti a lei un turista, sicuramente un americano a giudicare dall’abbigliamento, rischiò una rovinosa caduta e si tenne in piedi solo grazie ad un albero provvidenzialmente cresciuto a portata di mano. Caterina si abbandonò ad un mezzo increspar di labbra: l’acciottolato della zona vecchia era scivoloso anche da asciutto, con un po’ d’acqua diventava una trappola per chi non era abituato. Era una delle piccole cose tanto importanti da tener presenti lì in Città e tanto inutili altrove. Girati un paio d’angoli si ritrovò nel corso principale, un lungo rettilineo in discesa verso il porto. Caterina ne percorse quasi metà prima di rendersi conto di cosa la rendesse diversa dagli altri passanti: non il vestito, benché fosse più ricercato di quanto abituale in quella stagione in un posto di mare. E nemmeno il trolley saltellante dietro di lei. Era il suo passo, la sua velocità: rispetto alla gente intorno a sé stava praticamente correndo. E non aveva neanche urgenza di arrivare dove doveva arrivare, oltretutto: era solo colpa dell’abitudine, una cattiva abitudine. Si morse per un momento l’interno della guancia, quasi a punirsi, poi decise di regalarsi una pausa e si buttò in un bar, il classico baretto con il bancone in marmo, un paio di quotidiani abbandonati sugli sgabelli da un lato e dall’altro una rotonda signora linguacciuta. “Cosa ti preparo, bella?” “Un caffè, grazie.” “Arriva subito: tempaccio, eh?” “Davvero, speriamo smetta in fretta.” “Eh, speriamo sì: mia figlia ha sposato l’altro giorno e vuol fare le foto per l’album. Se smette di piovere, ce la fa finché ancora entra nel vestito da sposa!” e si abbandonò ad una risata chioccia. Caterina le restituì un sorriso, portando la tazzina alle labbra: quanto le era mancata, quella parlata tutta vocali troppo aperte e verbi sbagliati eppur azzeccatissimi. Inghiottì il liquido bollente e man mano che questo scendeva nello stomaco sentì le spalle abbassarsi, le gambe appesantirsi di stanchezza. Se era meno eccitazione e maggiore lentezza che cercava, il suo desiderio era stata esaudito.
  16. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/
  17. Mauro86

    (S)fortuna volle [Cap. 1]

    Buongiorno. Una minuscola premessa: il mio racconto non prevede una suddivisione in capitoli, ma non essendoci una sezione adatta ad ospitarne di circa trentamila ( ), mi è stato suggerito, appunto, di suddividerlo, per poterlo pubblicare. --- C’ERA questo tizio. Poverino, non aveva nulla… da lustri disoccupato, con un unico, palpabile conto aperto: quello con Dio, il quale, a suo giudizio, lo aveva condannato ad una vita da reietto, mostruosamente al di sotto di quanto credeva avrebbe meritato. Per questo, lo malediceva spesso, facendo sfoggio di un ragguardevole repertorio d’improperi, abile a provocare al Papa un mancamento. Stiamo parlando, in fondo, di uno che – come dice la canzone – pensava tanto all’America, ma in realtà mai oltrepassava i facili confini della piccola città di Foro (…e poi dicono esserci nulla di scritto!), un vero e proprio buco di circa mille abitanti, degno del suo nome. Non li oltrepassava, i confini, un po’ per soldi, appunto, un po’ perché apatico, conseguenza grave, nonché spesso naturale, di un male intriso ormai nell’animo. Beh, a dire il vero “qualcosina” aveva: la proprietà di un, pur modesto, appartamento (hai detto niente! Di questi tempi, poi…) al primo piano di un antico edificio in pieno borgo “storico”, lasciatogli dai genitori. Con essi, suo malgrado, aveva condiviso l’intera esistenza, ma da due anni – a poca distanza l’uno dall’altra – gli avevano detto addio per passare a miglior vita (e quanto spesso li ha invidiati, per questo…). Grazie a loro, se non altro, godeva di un tetto sopra la testa, in aggiunta agli spiccioli che ancora gli rimanevano del suo vecchio lavoro di portalettere, dal quale si era lui stesso licenziato, causa pesante mancanza di stimoli. E menomale che, almeno, aveva acquisito spontaneamente la virtù del risparmio e della previdenza, altrimenti chissà su quale strada si sarebbe trovato a mendicar centesimo! Dai genitori, in particolare, è doveroso far presente uno degli aspetti ereditati che più lo avrebbero contraddistinto: il buon valore, ovvero, della giusta riservatezza, portata da lui all’estremo, al punto da ripudiare amicizie e diffidare di semplici chiacchiere. Nessuno mai, infatti, poté vantarsi di saper granché di egli. Voci non controllate sostenevano si vergognasse… vergognasse della sua condizione. Ecco, dunque, l’anonimo spazio di vita in cui, pian piano, andava consumandosi l’esistenza di questa triste anima h24 rimuginante, prossima alla mezza età. In quelle quattro mura a lui fredde e indifferenti dove, da qualche tempo, il demonio lo tentava alla fine. Una mattina, non si sa come, si era svegliato dal solito un po’ curioso. Dall’interno del suo letto cigolante, che male faceva riposare lui e quei fantasmi dei vicini (li vedessi mai, se non per lamentarsi…) ogni notte, estese spontaneamente il braccio verso il comodino al suo fianco, per prendere il portafoglio in pelle su di esso gettato con noncuranza. Nell’aprirlo, stranamente, non fu assalito dal classico magone, faccia a faccia col verdino da cinque, unico compagno di “valore” davvero con lui da sempre e amico fedele in caso di emergenze. Subito, invece, andò alla finestra e, a dispetto del sole ad importunarlo, posò lo sguardo sulla tabaccheria (l’unica in paese…) sfigata che aveva dieci metri davanti casa, ma dove mai era entrato, e in cui la gente, al massimo, si riuniva per qualche chiacchiera salutare, di rado assai per altro. Fu allora che un’idea lo contemplò, un’idea per lui del tutto nuova, potenzialmente pericolosa: della fortuna al gioco. Perciò scese. Prima ancora di far colazione, senza nemmeno lavarsi… limitandosi a mettere indosso, in tutta fretta, i pantaloni grigi di tuta “d’ordinanza” e la camicia blu a quadri di flanella, oltre ad un paio di scarpe sportive non poco consumate da almeno tre anni di utilizzo quasi quotidiano. Il fatto è che la fortuna, secondo lui, non gli era mai stata amica, per questo volle sfruttare il momento con tal veemenza, per sfuggire al ripensamento. Ciò nonostante, giunto a due passi dall’entrata, fu di nuovo assalito dal dramma cronico dell’indecisione. Tanto forte e palese che un’anziana coppia l’osservò esterrefatta, nel momento in cui dondolava avanti e indietro sul posto, e, credendolo pazzo, volle allontanarsi da lui di scatto (di scatto… diciamo il tempo intercorrente tra prenotazione e visita in ospedale). Difficile biasimarli: non potevano mica immaginare trattarsi, più “semplicemente”, dell’interiore contrapposizione tra l’angelo della coscienza e il demone della lusinga! Il primo lo tirava indietro verso casa, il secondo lo spingeva all’interno della tabaccheria. E come a molti troppo spesso accade, ebbe a vincere la tentazione. Troppo ghiotta risultò l’occasione perché, a quel punto, vi rinunciasse. Fosse anche andata male, di cos’altro si sarebbe trattato, se non di un giorno come un altro?
  18. Marcello

    [Sfida 28] Lisandro

    Qui il commento. La linea sottile dell'oceano si profilò all'orizzonte, al di là delle dune. Canticchiando una canzone che aveva ascoltato al juke-box la sera prima, dopo un ultimo giro di birre per salutare gli amici, Mauricio seguì la strada bianca che procedeva dritta in direzione dell'acqua. Sotto il pianale sentiva rimbalzare i sassolini sollevati dalle ruote della vecchia utilitaria. Si arrestò in uno spiazzo erboso, tra sabbia e pietrisco. Scese e si sgranchì le gambe; aveva guidato per quattro ore di seguito da Lisbona e gli pareva di sentire l'impronta delle molle del sedile sui glutei e sulle cosce. Inspirò a lungo la brezza atlantica e sentì svanire ogni senso di fatica. Prima di avviarsi a scavalcare le dune sostò un attimo, incerto se chiudere l'auto a chiave; c'erano tutte le sue cose lì dentro e una volta di là non l'avrebbe più avuta sott'occhio. Chi mai vorrebbe rubare un catorcio del genere? Accarezzò con un ultimo sguardo la chitarra, che aveva abbandonato sul sedile posteriore perché non gli era stato possibile farla entrare nel minuscolo baule, e s'inerpicò per la breve salita sabbiosa. Dalla cima lanciò un'occhiata al panorama alle sue spalle; il polverone sollevato per arrivare fin lì non si era ancora depositato del tutto e una nube biancastra galleggiava a mezz'aria sopra lo stradello, che si perdeva a vista d'occhio verso la statale lontana. Si tolse le sneakers consunte, ne intrecciò i laccetti e li fece passare sotto il colletto della t-shirt. Poi affrontò la china ripida, con le scarpe che gli ballonzolavano contro il petto. La sabbia si sfaldava al suo passaggio e i piedi nudi vi affondavano. La discesa divenne una corsa audace e gli ricordò quella che, bimbetto scavezzacollo, compiva ogni giorno tra i vicoli dell'Alfama per arrivare al mare, come chiamava il Tejo immenso di cui non riusciva a scorgere la sponda opposta. L'acqua gelida dell'oceano lo accolse con la consueta vigoria e sembrò volerlo trascinare al largo per le caviglie. Mauricio respirò a pieni polmoni quella frustata di libertà. Mancavano almeno un paio di ore al tramonto e i raggi del sole scaldavano ancora, benché la stagione dei bagni fosse lontana. Nonostante la brezza fresca, si sfilò la maglietta e ripiegò il bordo dei pantaloncini in modo che anche le cosce potessero abbronzarsi, poi si lasciò cadere sulla sabbia con lo sguardo fisso alla distesa verde-azzurra che sciabordava a riva. Quel tratto di costa selvaggia tra Figueira da Foz e Aveiro era il preferito dai genitori; quanti fine settimana ci aveva passato da bambino... Lui e Lisandro che rincorrevano i loro aquiloni colorati, mentre papà montava la tenda da spiaggia e poi piantava i due ombrelloni antivento sotto cui si sarebbero riparati tutti, nelle ore più calde. E mamma con l'onnipresente crema solare, che si ostinava a volergli spalmare sulle spalle e la schiena; le sue dita esili gli facevano il solletico e lasciavano sulla pelle quella sensazione sgradevole di attaccaticcio... L'effetto tonificante dell'oceano era già sfumato e la malinconia aveva preso il posto del senso di libertà provato all'arrivo. Sapeva che sarebbe successo, ma non poteva certo andarsene senza dire addio a quei luoghi. Reclinò il capo tra le ginocchia nude e si lasciò avvolgere da quella bolla ovattata di tristezza. Un brivido improvviso, la sensazione di una presenza. Si voltò. «Ciao, signore.» Con indosso un paio di calzoncini blu, una maglietta rossa e sandali di plastica ai piedi, un bimbetto di sette-otto anni lo stava osservando a pochi passi di distanza. Era di un biondo quasi candido e gli sorrideva. Mauricio si rizzò di colpo. «Ciao! Ma che ci fai qui da solo?» «Abito là» disse, indicando con un ditino oltre le dune. Dovevano esserci delle abitazioni che non aveva notato. «Sei qui in vacanza?» gli chiese il bimbo. «No, sono in... viaggio e mi sono fermato per riposarmi un po'.» «Non viene mai nessuno qua.» Con un gesto Mauricio lo invitò a sedersi accanto a lui. «E tu, ci vieni spesso?» gli chiese. Anziché rispondere il bambino alzò le spalle. «È tua la chitarra nella macchina?» «Sì, me la regalò mio fratello due anni fa, prima di partire.» «Come si chiama tuo fratello?» «Lisandro.» Il bimbo lo fissò con i suoi occhietti azzurri. «Anch'io mi chiamo Lisandro» disse. Lui lo guardò stranito. «Io sono Mauricio» dichiarò poi, sorridendogli. «E dov'è andato tuo fratello?» Era ad Amburgo l'ultima volta che mi ha spedito una cartolina, tre mesi fa. Io non ci arriverò mai lassù, con quel rottame. «Lontano, una grande città al Nord.» «E tu dove stai andando?» Fin dove mi porta l'auto; quando schiatterà, lì mi fermerò. Sto fuggendo, perché Isobel è incinta e non mi va di mettermi a cambiare pannolini a vent'anni. «Un po' qua, un po' là... Voglio girare il mondo.» Il bimbo si zittì. Se ne stava lì, lo sguardo assorto, e pareva non avere più domande. Il silenzio si fece presto insopportabile. «Camminiamo un po'?» Lisandro annuì e si alzò in piedi. Mauricio gli prese la mano; era calda, e così piccola che ebbe paura di fargli male. Gliela lasciò andare, ma lui allungò il braccio e gli strinse il palmo con i suoi minuscoli ditini. Procedettero così per un po', sguazzando sulla battigia. «Tu ce li hai il babbo e la mamma?» chiese il bimbo all'improvviso. Mauricio deglutì. «Li avevo, ma sono volati in cielo tre anni fa.» A dire il vero sono caduti dal cielo, dentro quel maledetto aereo. «Vieni, torniamo indietro» disse poi, facendo dietro-front. «Si sta facendo sera e i tuoi saranno in pensiero.» «La mamma starà guardando la televisione.» «E il papà?» «Lui non c'è, la mamma ha detto che è partito per un lungo viaggio. È tanto che è via, io non mi ricordo nemmeno com'è fatto.» Cristo, povero piccolo. Il padre è morto e la madre non ha ancora avuto il coraggio di dirglielo. Gli passò una mano tra i capelli e sentì che gli occhi si inumidivano. Arrivarono al punto dove aveva lasciato le scarpe. Mauricio si voltò verso la distesa d'acqua, che si stava facendo blu cobalto. Non voleva che Lisandro lo vedesse piangere. «Adesso è ora che tu torni a casa» disse dopo aver deglutito un paio di volte. «Sei contento se ti riaccompagno?» Non udì risposta e si girò. Il bambino era scomparso. «Lisandro!» gridò. Silenzio. Mauricio raccolse le scarpe e si gettò di slancio verso la sommità della duna. Salire era più complicato che scendere. Scivolò un paio di volte, imprecò, ma alla fine arrivò in cima. Lo chiamò a squarciagola, ma di Lisandro non c'era traccia. E non vide nessuna costruzione. Si voltò verso l'oceano e guardò giù lungo il pendio. Non c'erano orme di piedini. Calzò le sneakers e scese lentamente fino all'auto. Fece un respiro a pieni polmoni per catturare l'ultimo refolo di brezza, poi salì e mise in moto. Guidò con prudenza fino alla statale e al momento d'imboccarla ebbe un attimo d'indecisione, quindi azionò l'indicatore di direzione destro. Pensò a Isobel e sorrise. Aveva un nome da proporle per il loro bambino.
  19. Nightafter

    L'incontro - Pt.1

    L'incontro “E correndo mi incontrò lungo le scale Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei La tristezza poi ci avvolse come miele Per il tempo scivolato su noi due Il sole che calava già rosseggiava la città Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda Come un istante "déjà vu" Ombra della gioventù, ci circondava la nebbia.” Era il tramonto di una tiepida giornata autunnale e rientravo a casa. Salivo velocemente scale ripide, ero in ritardo per la cena. Qualcosa non mi tornava: le scale non erano quelle lucide in marmo rosa di casa mia, ma la pietra grigia di uno scalone che avevo conosciuto quando, da bambino, vivevo in una vecchia abitazione del centro storico. Me la trovai davanti all'improvviso, ci incrociammo sul pianerottolo del primo piano, lei scendeva con la stessa fretta con cui io salivo. Fu il verde-azzurro del suo sguardo, che avrei riconosciuto tra la folla del giudizio universale, ad arrestarmi. Il fiato mi restò in gola, il corpo inanime come sale e il cuore fece capriola al centro del petto. - Patrizia! - esclamai in un esplosione di stupore. - Claudio, ciao! Quanto tempo. Che bello vederti, come stai? - La voce. Quella sua voce che non era cambiata: pacata e cristallina come acqua sorgiva, luminosa come lei. Ero sbalordito dalla sorpresa, trovarmela davanti in quel luogo aveva dell'incredibile. Gli occhi mi si riempirono della sua visone, nulla in lei era cambiato: la figura snella e aggraziata, i capelli bruni lucenti come seta che sfioravano le spalle, quel viso da madonna del Botticelli. - Io bene – risposi con voce incerta– Non m'aspettavo davvero di incontrati. Come mai sei qui? - Lei mi guardò con aria perplessa, poi si aprì in un riso leggero di denti candidi: - Tesoro, io qui ci abito. Infatti volevo farti la stessa domanda, com'è che sei qui? - Scese un attimo di silenzio, un esitazione reciproca a spiegarci quella bizzarra situazione. - Cioè, vuoi dire che abiti qui? - dissi dubbioso per l'assurdità stessa della domanda. Annuì con la testa: - Sì, certamente, da anni, all'ultimo piano. - - Io al secondo – dissi - Ma come è possibile che non ci si sia incontrati prima d'ora? - Lei mosse le labbra per rispondere, ma restarono mute per l'impossibilità di formulare una spiegazione plausibile. Mi incantava il suo ovale, ricordavo il ritratto a matita sanguigna che le avevo fatto, negli anni di Liceo Artistico, passati nella stessa classe. Durante le lezioni di figura dal vero, facevamo a turno tra noi compagni nel posare come modelli, m'ero prestato anch'io al mio giro. Ero incredulo per la situazione insolita e allo stesso tempo felice. La felicità stava nell'averla ritrovata, nell'apprendere con sorpresa che vivevamo nello stesso posto da anni, ignorandolo. Quanto l'avevo cercata col pensiero e con una stretta dolente di nostalgia nel petto, sapendola lontana in qualche parte del mondo, senza mai trovare il coraggio di cercarla realmente. Il ricordo di lei, ogni volta che credevo di essermene liberato, tornava come il flusso ciclico delle piene nell'alta marea, mi colmava l'anima di un rimpianto sordo e amaro. Lei era una pagina scritta a metà, una frase sospesa, una promessa mai mantenuta. Il tempo trascorso sembrava essersi arrestato ai suoi diciasette anni, nel mantenere soavì i tratti del suo viso, non una sola ruga le segnava l'epidermide candida, non un'ombra in quello sguardo limpido come l'anima che lo sorreggeva. - Patrizia, non capisco come sia potuto succedere: vivere qui entrambi e non esserci mai incrociati su queste scale. Non so davvero spiegarmelo, Ma sono solo felice che tu sia qui. - Claudio è veramente incredibile, siamo due svalvolati come quando ci facevamo le canne. Questa è da racconatare. Anzi, no, meglio se non la raccontiamo affatto. - Rideva di quel riso chiaro e musicale che conoscevo e mi donava una consolazione calda come un lenimento che medichi una ferita dolorosa: lei era qui e l'avevo finalmente ritrovata. Sentivo premere agli occhi lacrime di emozione, ma non mi importava se m'avesse visto piangere di gioia. Mi sei mancata, sai? Mi avevano detto che fossi partita, ma nessuno sapeva dirmi per dove. - - Lo so. Mi sei mancato anche tu Claudio. - Mentre ascoltava i suoi occhi erano una carezza, ci abbracciammo stretti, come due scampati a un naufragio: era esile come uno scricciolo tenuto nel palmo. - Dobbiamo recuperare il tempo perduto, dobbiamo racconatarci gli anni di distanza. - - Sì, lo faremo. Non ci separiamo più. - Ero preda di un fremito nervoso incontenibile, mi pareva di esplodere per la violenza dell'emozione che mi scuoteva, i nostri corpi, uniti in quel contatto erano percorsi da un fluido caldo e amniotico. La sua bocca vermiglia era un richiamo desìderato troppo a lungo: ci baciammo in maniera dolcissima e inevitabile.. Poi mi svegliai col cuore in tumulto: era stato solo un sogno. Erano le sette del mattino, mia moglie mi dormiva ancora al fianco nel nostro letto, entro mezz'ora mi sarei dovuto alzare per docciarmi e prepararmi ad andare in ufficio. Ci vollero una decina di minuti per uscire dalla sensazione realistica che avevo vissuto nel sonno e recuperare la dimensione del reale. La sua presenza, la voce, il calore delle labbra e del corpo stretto a me, erano incredibilmente vivide e concrete che ne avvertivo la presenza fisica, come se mi fosse stata accanto fino a qualche minuto prima. Ma non mi sentivo deluso, ero insolitamente felice, provavo la sensazione di aver ricevuto un regalo o una sorta d'illuminazione. Per assurdo mi sentivo come in colpa con Luisa, la mia consorte, per quel sogno che aveva il sapore di un tradimento. Lei era stata molto gelosa della Patty, l'aveva sempre sentita come una rivale. Patrizia Ballarin era una mia compagna di classe al Liceo Artistico, il suo nome lo usavamo abbreviato, lei era Patty per tutti. Averla chiamata col suo nome per esteso era l'unica incongruenza del sogno: Patty era la Candice Bergen di “Soldato Blu” in versione bruna. Girava con un tale Marco, un ragazzo di un anno più grande di noi che faceva il D-jay a tempo perso. Io stavo già da un anno con Luisa, frequentavamo entrambi l'Artistico, ma nei due Licei separati della citta, aveva conosciuto Patty per via che una volta si era usciti in quattro, con lei e il suo ragazzo. In quel tempo con la mia futura moglie, si era affittata una soffitta in un fatiscente palazzo della zona Vanchiglia, un buco infimo del sottotetto, arredato unicamente da un letto, dove andavamo quasi ogni pomeriggio a scopare. Per un qualche mistero dell'animo femminile, si era messa in testa che la Patty mi piacesse e soprattutto che io piacessi a lei. Questo determinò che per i restanti anni di studio, non si uscisse più insieme, inoltre fu l'inizio di una serire di sospetti e recriminazioni su una nostra possibile tresca segreta. Per la verità in quel momento i miei sentimenti verso di lei erano del tutto innocenti: la ritenevo solo una cara amica con la quale condividevo gusti letterari, musicali e artistici, nulla di più. Tutto era nato da un banale incidente: avvenne che una volta Patty mi domandasse la cortesia di prestragli la soffitta per andarci un pomeriggio col suo ragazzo a fare l'amore. Mi trovai in imbarazzo, perchè non avevo motivi da addurre per un rifiuto, ma al contempo sapevo che se la cosa fosse giunta alle orecchie di Luisa sarebbe stato un serio problema. Il solo collegare il nome della mia compagna alla soffitta, avrebbe scatenato le fantasie più malevole della mia ragazza, sarebbe riuscita a vedere un collegamento perverso tra me, la Patty e quel luogo peccaminoso. Decisi pertanto di lasciargli le chiavi dell'alcova senza dire nulla a Luisa, per la buona regola del: “Occhio non vede, cuore non duole”. Era un piccolo sotterfugio fatto in nome del quieto vivere, la cosa sarebbe scivolata via in silenzio, senza pubblicità né conseguenze. Ma non andò così. Il banale incidente accadde quando due giorni dopo, noi, facendo l'amore, trovammo nel letto un piccolo anellino con una graziosa pietra azzurra, si scatenò l'inferno. (Continua)
  20. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  21. ioly78

    L'incidente

    Salve a tutti, eccomi alle prese con il mio primo frammento. È l'incipit del mio romanzo. Roma, 28 marzo 2003 Il telefono è custodito nella tasca profonda della giacca a vento. Profumi. Voracità. La stessa con cui ingoia ogni boccone; beve, prende fiato, torna sul piatto a testa bassa. Sarà l’ultimo pasto, ma non lo sa. Il naso umido gli dà noia, sbuffa infastidito, si porta alla bocca un tovagliolo di carta; prima si asciuga le labbra, poi si tampona le narici. Sta squillando? Impossibile. Avrebbe sentito la giacca a vento vibrare. Ha qualcosa fra i denti, muove la lingua, se ne libera e manda giù un altro sorso di vino. Sta vibrando. La tavola vacilla quando si alza di scatto mentre fruga dentro le tasche della sua giacca a vento appesa dietro la sedia. Il fiato affannoso. Il cuore accelerato. Il viso teso e il corpo rigido come il ghiaccio. È il segnale che stava aspettando. Indossa il casco afferra le chiavi affretta il passo e abbraccia distrattamente il suo amico. Sarà l’ultimo abbraccio, ma non lo sa. In pochi istanti è in strada, sul suo scooter, intriso di pensieri. Il luogo dell’incontro non gli è chiaro. Forse è mejo se richiamo. Non c’è tempo. Non lo può disperdere il tempo. Intanto va, un po’ confuso. Si tiene in equilibrio e qualche volta accelera; è sicuro di aver dimenticato qualcosa d’importante da qualche parte, anche se non riesce a ricordare cosa. Inserisce la freccia, svolta a sinistra e imbocca una via interna di quartiere; farà prima, perché lo ha capito che non c’è più tempo. L’odore è quello della gomma bruciata. Riesce a sentire il vociare chiassoso e il calpestio delle suole sui vetri in frantumi. Rotea la testa di un millimetro, riesce anche ad allungare lo sguardo: una ruota, un faro. Il suo faro. Oddio! Do’ sta er motorino!? Si agita, fa per muoversi. Le mani. Le gambe. Il bacino. Non si sente. Eppure non c’è sangue sulla faccia e non ha freddo e non ha dolore. Lo raccolgono dall’asfalto. Ora si sente.
  22. Giampo

    Lambda house

    Nome: Lambda house Catalogo: www.lambdahouse.it/it/collane/narrativa/ Modalità di invio dei manoscritti: non specificato (www.lambdahouse.it/it/contatti/) Distribuzione: www.lambdahouse.it/it/distribuzione/ Sito: www.lambdahouse.it/ Facebook: www.facebook.com/Lambda-House-646470889128100/ Si tratta della costola, dedicata alla manualistica e alla narrativa, della Plesio editore (ultra commentata nel forum). Il suo catalogo è ancora povero, data la giovinezza della casa editrice, ma sicuramente crescerà. Da gennaio pubblica anche in digitale.
  23. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. https://divergenze.eu/contatti/ Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal loro sito Il catalogo di letteratura è completo sino a dicembre 2024, pertanto ringraziamo chiunque abbia pensato a noi per proporre un’opera di narrativa, ma oltre ad essere orgogliosamente slow book, non abbiamo la forza finanziaria di produrre più titoli di quelli già inseriti in calendario. Sarà invece possibile inviare testi di teatro o di saggistica varia. Ogni lavoro sarà letto e valutato con la massima cura da trentasei consulenti, i cui tempi di lettura variano da quattro a sei settimane
  24. Mirko Menolfi

    Not sure

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  25. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
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