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Trovato 343 risultati

  1. Natale insanguinato 1/4

    Fiaba nera sul Natale in 30.000 caratteri, diviso in quattro parti. Parte 1 di 4. 24 dicembre 20XX, ore 15:00 Il paese oggi sembra una vera e propria cartolina. È la vigilia di Natale, fa freddo e la neve cade copiosa sulle ripide e strette viuzze, i castani ormai spogli, le case in pietra e il vecchio campanile della chiesa di santa Michela. In una casetta ai limiti del bosco, tre bimbi guardano fuori. «Uao, quanta neve!», fa Martina, trecce bionde e tutù rosa, dall’alto dei suoi cinque anni. «Non ne avevo mai vista così tanta! È bellissimo!» «Andiamo fuori col bob, dai!», le fa eco Simona, sorella gemella, incisivo centrale destro appena cascato e maglietta di Frozen. Alberto, orecchie a sventola e camicia a quadretti, si fa avanti in mezzo a loro e appoggia le mani sul davanzale della finestra, col gesto fermo e sicuro di chi di anni ne ha già compiuti sette. «No, niente slitta», dice, «Sapete benissimo cosa dobbiamo fare stasera. Dobbiamo economizzare le nostre forze, riposarci. Guardate che questa è una cosa seria!» Le due sorelle si scambiano un’occhiata poco convinta: è tutto il giorno che il loro cugino blatera una storia strana che le mette un po’ a disagio, e la cosa, onestamente, comincia a essere un po’ pesante. Però Alberto è anche grande, va già a scuola, fa delle costruzioni pazzesche coi Lego; quando giocano a nascondino, non riescono mai a trovarlo. Alberto è intelligentissimo, sa addirittura leggere. E pertanto, quando parla, le due lo ascoltano. Il bambino osserva il vecchio pendolo di legno scuro, che fa mostra di sé accanto al divano liso su cui nonno Attilio e nonna Marisa si sono appisolati guardando Rai Uno. «Sono le tre», dice. «Oohhh», fanno le bambine. Loro non la sanno mica leggere, l’ora! Papà Enzo e papà Mauro spalano la neve in giardino, mamma Irene e mamma Emma sono scese un attimo al negozio per le ultime compere in vista del cenone. Con mosse calme e sicure Alberto si siede a terra, poi fa segno alle cugine di sistemarsi attorno a lui. «Avanti, venite che vi mostro il libro di cui vi parlavo.» Le bimbe si siedono a gambe incrociate sul vecchio parquet, proprio come quando, all’asilo, si cantano le filastrocche. Alberto tira fuori un libro. «Eccolo qui», dice posandolo a terra davanti alle cugine, che si piegano in avanti per osservarlo, quasi fosse un vero e proprio talismano. Sulla copertina c’è Babbo Natale, rubicondo e felice, spaparanzato davanti al camino e circondato da buffi folletti vestiti di verde. «L’ha scritto un esploratore polare, uno che è stato al Polo Nord», spiega Alberto. «Oooohhh», fanno le bambine scambiandosi un’occhiata ammirata. Chissà che cavolo vuol dire “esploratore polare?» Anche quello fa parte del fascino del cugino: spesso pronuncia parole difficilissime, che non riescono a capire, ma su cui, ovviamente, si guardano bene dal chiedere spiegazioni. Alberto si bagna il dito sulla lingua e apre il libro alla prima pagina. Poi lo fa ruotare per mostrarlo alle bambine. In alto, nel primo disegno, Babbo Natale beve un caffè fumante osservando una gigantesca cartina. «Vedete? Questa è la mappa del mondo», spiega Alberto. Muove il dito avanti e indietro sulla carta. «E… questa è l’Italia», dice puntando l’indice al centro dell’immagine. «È questo paese a forma di stivale, me l’ha spiegato papà.» Le due osservano la cartina, non ci capiscono niente ma Alberto sembra sapere il fatto suo. Annuiscono. «Vedete queste frecce? Mostrano il percorso che fa Babbo Natale. Lui abita quassù, al Polo Nord. Questa notte prende la slitta con le renne e va a portare i regali a tutti i bambini del mondo. Il primo...» «Solo ai bambini buoni!», si intromette Simona. Alberto annuisce, grave. «Già, solo ai bambini buoni.» «Anche a noi?», fa Martina, con aria vagamente preoccupata. «Chiaro», risponde Alberto, «Siete state buone quest’anno voi due?» Le due si scambiano un’occhiata, poi annuiscono. «Sì.» «Anch’io», fa Alberto. «Sono stato buonissimo.» Stringe il pugno. «È da un anno intero che mi preparo per questo giorno», aggiunge. Le due bambine lo guardano senza dir niente, e Alberto si chiede, per l’ennesima volta, se quelle due potranno davvero essergli d’aiuto, o se, invece, saranno poco più che un intralcio. Pensa a quanto gli farebbe comodo, in quel momento, un cugino un po’ più grande e più intelligente… E invece ha solo Simona e Martina, e purtroppo ha bisogno di loro. Da bravo leader, sa come parlargli. «Insomma,» dice tornando a indicare la mappa, «queste frecce mostrano la strada che Babbo Natale fa per portare i regali a tutti i bambini e...» Simona punta il dito su un disegno a fondo pagina. «E questa cos’è? Cos’è?», chiede eccitata. Alberto sbuffa, ma sa dosare bene il bastone e la carota. Anche se ha una gran voglia di tirarle un pugno, sa che deve tenersi amica tanto lei quanto la sorella, altrimenti quelle non solo non lo aiuterebbero, ma sarebbero pure capaci di raccontar tutto a papà e mamma. «Questa», spiega paziente, «è la fabbrica dei regali di Babbo Natale, al Polo Nord. Una fabbrica enorme, nascosta sotto al ghiaccio, c’è scritto che ci lavorano mille folletti!» «Ooohhhh», fanno le due, facendo passeggiare gli occhi sulla grande immagine, dove una fila immensa di buffi esserini assembla bambole, macchinine, cavalli di legno. Pensano che quello è un libro bellissimo, e poi bisogna dire che Alberto lo sa leggere proprio bene! «Ora guardate qui», dice tornando a indicare la mappa del mondo. «Dunque, come vedete quando Babbo Natale parte dal Polo Nord va giù dritto. Il primo posto in cui passa è l’Italia, poi continua il suo viaggio. Va in Australia, in Russia, in Brasile… Dappertutto.» Le bambine sono impressionate: mannaggia quanti paesi conosce Alberto! «Quindi», dice lui con occhi luccicanti, «quando passa di qui...» Si ferma un attimo, aspettandosi, come in un film, che almeno una delle due finisca la frase al posto suo, dimostrando quel minimo di intelligenza che tanto, tanto gli farebbe comodo. E invece niente: quelle lo guardano imbambolate, con due sorrisi idioti stampati in faccia. «…Quindi quando passa di qui ha ancora i regali di tutti i bambini del mondo nella slitta, no?» «Cavolo, è vero!», fanno le due. Alberto si alza in piedi e si mette a camminare avanti e indietro con le mani dietro alla schiena. «E noi glieli rubiamo!», dice abbattendo il pugno destro nella mano sinistra. Le due bambine si scambiano un’occhiata inquieta, Alberto le guarda da sopra in giù. «Capito?» Le due continuano a osservarlo poco convinte. «Ma…», balbetta Martina. «...E se Babbo Natale va a dire a tutti che gli abbiamo rubato i regali?», finisce Simona per lei. «Già, ci metteranno in prigione!», le fa eco la sorella. Alberto guarda le cugine con aria grave. «Non lo farà», dice, sicuro. «Perché?», chiedono le due insieme. «Perché lo uccidiamo!», risponde Alberto. Le bambine fanno un salto. Hanno già sentito parlare di “uccidere”, e, anche se in realtà non hanno ancora capito bene tutte le implicazioni del concetto, sanno che è una cosa molto, molto grave: quelle due o tre volte che hanno sentito pronunciare quella parola da qualcuno, gli adulti presenti hanno preso la cosa molto, molto seriamente. E sono stati guai. Alberto capisce il loro disagio, si accuccia a terra e le guarda dritte negli occhi. «Non preoccupatevi, ci penso io a ucciderlo, voi siete ancora troppo piccole», spiega rassicurante. Le due tirano un piccolo sospiro di sollievo. «E... come si fa a uccidere Babbo Natale?», chiede Martina. Alberto tira fuori un grande coltellaccio. «Con questo», spiega facendole luccicare la lama davanti agli occhi, «L’ho preso in cucina.»
  2. Fefè Editore

    Nome: Fefè Editore Generi trattati: narrativa, saggistica, pedagogia\psicologia Modalità di invio dei manoscritti: https://www.fefeeditore.com/fefe-editore/manoscritti Distribuzione: Messaggerie (https://www.fefeeditore.com/fefe-editore/chi-siamo) Sito: https://www.fefeeditore.com/ Facebook: https://www.facebook.com/fefe.editore/
  3. Lettere dal carcere CIAO MARIA

    Ciao Maria, se ti scrivo questa lettera è perché ho delle buone novità. Oggi ho cominciato la scuola. La professoressa è una madre di famiglia e credo che ci farà prendere questa benedetta licenza media. Anzi a sentire lei potremmo pure prenderci il diploma. E allora ci voglio provare, Maria. Il tempo ce l’ho purtroppo, e allora forse è meglio che mi diplomo. Lo so che non mi servirà e se trovo lavoro per scaricare frutta al mercato ci devo dire pure grazie, ma il fatto è che, non te l’ho detto mai Maria, ma quando è morto mio padre e abbiamo smontato casa, ho trovato una busta dove c’erano un milione di lire e un biglietto, c’era scritto, per il diploma di mio figlio. Mi sono sentito morire Maria, a parte il fatto che erano soldi in lire che ormai si potevano buttare e basta, quello che mi ha fatto stare male è stato vedere che erano tutte carte da diecimila lire. Le aveva raccolte una sopra l'altra, neppure una carta da cinquanta, Maria, tutte da dieci. Che mi ricordo quando certe volte ci dicevo "pa’ ma picchì un ti tagghi sti’ capiddi" ( papà ma perché non ti tagli i capelli?)e lui mi rispondeva "a sta’ simana ‘un po’ essiri" (per questa settimana non è possibile). E penso che allora non poteva essere perché diecimilalire costava il barbiere e lui, invece, li doveva conservare per me. Io cretino non mi presi manco la licenza media. E mentre lui li raccoglieva io facevo il primo furtarello. Avevo giurato che l’avrei fatto solo una volta perché volevo il motorino e invece, ho capito solo dopo che la parola “basta” non esiste, perché il colpo mi andò bene e rubare diventò come una droga, mi sentivo invincibile. E ora so che pure se mi andava male avrei continuato lo stesso. Pure che mi beccavano, appena uscito ci avrei provato di nuovo perché quannu si è picciutteddi (quando si è ragazzini) le sconfitte non si accettano, Maria. Non lo so come finirà la mia vita perché qui ci sono delinquenti che tutto il giorno bestemmiano e si azzuffano e bravi cristiani che si lamentano e chiancinu (piangono) e certe volte ti sembra di diventare pazzo. E poi manca un abbraccio della persona che ci vuole ben, Maria, e tu mi manchi che nemmeno me lo immaginavo. Menomale che adesso ci ho la scuola e certe cose le metto di lato. Magari questa notte mi sogno a mio padre che mi viene a dare una carezza. Ti abbraccio Maria con tutto il cuore e la buona volontà.
  4. Danza con la luna

    Commento 1 e Commento 2 Era un giorno speciale, un giorno di festa. C’erano gli aquiloni e le mongolfiere, i palloncini e i bambini. C’era Senzaluna, c’era Nina, c’era Lerin, c’era quella bandiera che svolazzava e sembrava una ballerina di cabaret. C’era anche Scavafosse con la sua pala. “Scavafosse, Scavafosse, seppellisci questa, seppellisci tutte le nostre storie! Quelle belle, quelle meno riuscite”. Voltai lo sguardo e sognai Silvia, lì sul prato verde. C’era una volpe che strofinava la coda sopra la gonna di Silvia, spazzolando i resti della polvere accumulatasi durante i balli e le giravolte, in Puglia, fra pizzichi e pizzicate. C’era una volpe, c’era lo spirito volpe e cantava: “Sono lo spirito volpe! Sono lo spirito volpe e mi sono fermato, arenato in un porto. Avevo una ricerca da compiere e al primo ostacolo mi sono insabbiato. Forse un giorno sarò chiamato anch’io viaggiatore, come quel tale, Basho, al quale ho rubato le parole e come quell’altro tale, che dei tali rubava le parole. Sono lo spirito volpe. Sono lo spirito incantato!” E Silvia scattava le sue foto catturando la volpe e il mio spirito, per rivenderle il giorno dopo, con cura. E la volpe fuggì nella navata del bosco accompagnata dai folletti spifferoni, quelli di una favola senza padroni che Scavafosse stava seppellendo. Silvia immortalò anche Scavafosse e poi nel cielo azzurro rilasciò il suo respiro. Silvia voleva partire e viaggiare, forse in Senegal, forse in Chiapas. La salutai e lei mi disse: «Vieni con me». Anche se in un’istantanea sfuocata si poteva distinguere qualsiasi cosa, come in un ricordo sbiadito. Come la mia fantasia che si faceva vortice e girava la testa: quel giorno, nell’abside della foresta alle spalle del prato, l’acrobata era sul filo teso fra due tronchi, in bilico fra quello che successe e quello che fu solo immaginazione. Per fortuna, il funambolo non sbagliò il suo atterraggio, come invece cantava Fabrizio De Andrè, e trombe e tamburi l’acclamarono insieme agli applausi. S’avvicinò quel pittore che andava in giro col basco e faceva innamorare le donne sfoderando la sua parlata alla francese. M'incitò: «Scrivi, dai! Ché ci piace come narri e le cose che racconti!» Quasi fosse una parata, lo seguiva la ragazza impegnata politicamente che motteggiava le sue grida di rivolta. E tutti finirono nella nuova buca che Scavafosse s’apprestava a ricoprire. Un gruppo di gatti sfuggiti dal rifugio di Torre Argentina era arrivato fin lì da Roma, forse a piedi, forse a cavallo di un destriero o nella stiva merci di un treno. E quei vagoni che partivano pieni per ritornare vuoti, come una casa abbandonata, come un’umanità perduta. Anche loro scivolarono sottoterra e Scavafosse preparò la prossima sepoltura. L’indovina divinò il futuro e uscirono carte di Rider Waite come tre spade nella roccia, a trafiggere cuori e ideali in attesa di una nuova primavera. Il menestrello cantò le sue soffuse melodie ed eravamo arrivati in Calabria, dopo ore di percorso sopra un’autostrada gestita da Don Padrino di una delle tante mafie locali. Don Bosco, invece, era una parrocchia sulla Tuscolana, alla periferia della capitale. C’era una casa da quelle parti, un’altra abitazione abbandonata dai rifugi e dalle speranze, dai canti e dai menestrelli. Il pulmino sgangherato pagò il dazio al casello di Don Padrino e mentre gli uomini del borgo guidavano l’automobile col giornale spiegato sul volante, la gioventù fiorente progettava di derubarci giacche e giacconi. Fu una finta telefonata a salvarmi. Quando il tramonto del giorno dopo si avviava al termine, decidemmo di visitare la mostra delle maschere di creta, sottobraccio il peperoncino raccolto in trecce, occhi negli occhi, nacquero giochi d’intesa. Ripassammo per Don Bosco e poco più in là, dove il burattinaio si esibiva e anch’io scimmiottavo una marionetta. Trascorse un mese e nessuno s’accorse che ero assente in Toscana, presente solo il mio corpo, quando andammo a visitare una fiera medievale. La prima volta c’era un furetto e un bel vestito nero, la seconda volta una gogna e poca confidenza, la terza chi c’era c’era, ma io ero sparito e ognuno dormiva per conto suo. Niente più tende all’albeggiare su una montagna. Sparì d’incanto il ricordo e Scavafosse sorrise. Il sole era alto, il prato fresco. Il patio della villa dei coniugi Lumi, invece, era triste e l’arredamento della reggia troppo pacchiano per i miei gusti. Sapevo che sarebbe finita a insulti. Osservai la donna mimo impersonare una sfinge a Piazza del Campo, ma era l’anno sbagliato per tifare al palio di Siena. A Napoli, tre ragazzi cavalcavano un motorino e il vigile fischiò. Voleva multarli, sequestrare il mezzo, addirittura arrestarli. Uno dei tre si giustificò che in quattro proprio non erano riusciti a entrarci. Da Partenope si riunirono tutti a Vasto, sulle coste dell’Adriatico per lapidare una piccola vipera in una strada di paese. Poco prima, avevamo incontrato la testa dell’elefante rosa che sostituiva l’insegna di un vecchio bowling scalcinato e che ci faceva sentire a casa, al mare. Altrove, alcuni congolesi litigavano con dei bracconieri rumorosi e dai pochi scrupoli morali. Sfrecciai via, superando una macchina in autostrada, ma non c’era nessuna fretta, come non era freddo quel pomeriggio, ma indossai comunque i guanti, la sciarpa e il cappello. Incrinai nuovamente lo specchietto retrovisore della mia macchina blu. Aveva uno sticker sul parafango posteriore: “Salta su, l’unico mostro che manca sei tu!” recitava Dylan Dog. A un crocicchio del quartiere Testaccio non incontrai nessun diavolo intenzionato a insegnarmi i segreti della chitarra, come fu oltreoceano per Robert Johnson, ma spiai una donna piangere sotto un lucernario della Madonna. Ai castelli romani, dopo Marino, dopo l’uva, la porchetta e il vino, vidi il mio amore baciarsi con il suo amore poco dopo che c’eravamo lasciati: il cuore implose, esplose e implose per un migliaio di volte nell’arco di qualche secondo. Poi proseguimmo tutt’insieme e appassionatamente a visitare il museo dei giocattoli. Ignoravo cosa fossero una grappa o un amaro alle cinque del pomeriggio. Forse sarei stato un po’ più allegro anch’io, forse avrei solo potuto peggiorare il disfacimento del mio stomaco. Giocammo a scopa, a briscola e a tresette, mentre in quel mazzo di piacentine continuava a esserci il nove di spade con un angolo smozzicato e si poteva riconoscerlo anche al rovescio. Cacciarono gli operai dalle fabbriche, pestarono gli innocenti e intascarono tangenti. Costruirono ponti traballanti e industrie chimiche che svuotavano le loro viscere nei fiumi. Gli alberi per la carta, per i mobili o per far spazio ai parcheggi. La plastica per sigillare gli oggetti e poi buttarla nell’atmosfera un minuto dopo averli comprati. C’era un amico che chiese: «Scegliere fra cosa: coca-cola o pepsi?» Un vecchio guru campò anni e anni senza mangiare né bere, solo sciacquandosi la bocca una volta al giorno con un bicchiere d’acqua che sputava quasi per intero, se non un minuscolo quinto, suo unico sostento. Era notte e difesi un armeno storpio che qualcun altro aveva investito nei pressi dei Fori Imperiali, poi, il giorno dopo, sostenni che il forno per la cucina era troppo grosso. Miranda si fece avanti da sola: era la promoter di non so quale azienda. La vidi Miranda, lì nel vestibolo del prato, vicino a Nina, vicino a Silvia, ma c’era anche Scavafosse che non voleva sentire ragioni e recideva bruscamente ogni capitolo con una manciata di terra sopra. A vent’anni, passai la primavera a Villa Chigi, un parco cui cambiarono il nome e c’erano i cani e c’era Elena e diventammo amici. C’era Alice, la ringraziai e le sottoposi i miei stupidi racconti. Lei li appese in camera. C’erano un sacco di altre persone, musiche e spensieratezza. Pensai che prima o poi sarebbe venuto giù, prima il diluvio e dopo il cielo, ma non crollò mai niente che non fosse imperituro. Il signor Botto tenne una conferenza sul concetto della ciclicità di un ritornello come una nenia strampalata e al ritorno dalla Calabria decisi di narrare la storia della Città dei Cunicoli, il mio primo romanzo incompiuto. Lo dedicai a due amiche e mi venne voglia di andare a caccia insieme a Enki Bilal, ma i miei regali non valevano quanto una sua “battuta”. Così, Scavafosse adocchiò uno scrittore stanco e un lettore, un lettore, un lettore. Leggeva le parole dello scrittore stanco mentre parlava di una mongolfiera che volava fra le stelle come fosse una bambina che saltava la corda vicino a un pozzo. Dentro al pozzo c’era un mozzo. Un mozzo cadde nel pozzo e disse al suo gozzo: zozzo gozzo di un rozzo mozzo, ora il gozzo è tutto zozzo e il mozzo resterà nel pozzo. Poi un cane salì su una nave e fece pipì vicino a una trave, quindi un aeroplano volò lontano e un aquilone finì nell’androne. Dei pesci indisponenti uscirono dai torrenti per diventare degli avvocati molto potenti. La musica di un piano suonava in lontananza, da qualche parte, forse in una cantina orchestrata a sala prove. Poi Andju, o Carlo, mi raccontò di aver riso di quel clown che faceva girare un pallone sul dito, gridando: «Agliaiai, che male! Ahi, ahi, ahi, come brucia!» Provai molta nostalgia per non essermi più potuto arrampicare sopra un albero. Da Roma viaggiammo fino al Salento e si ruppe una bottiglia d’olio sulla corriera, poi qualcuno, perché era arrabbiato, tirò un calcio e mi colpì indirettamente. «Buon viaggio!» diceva lei prima di cominciare un pranzo. «Buon viaggio!» augurarono al mozzo appena si fu imbarcato. «Buon viaggio!» e io non mi sono mai mosso. Mi fischiavano le orecchie, segno che qualcuno stava sparlando di me, ma ero molto stanco. Mi fermai su una panchina a riposare, solo un attimo. Non ricordo d’essermi più svegliato. Una leggera brezza s’alzò da nord, lì nel nartece del prato. Scavafosse sembrava essersi concesso una pausa. Tutti guardavamo in alto, fra le nuvole. Senzaluna aveva appena rubato una mongolfiera per levare le ancore sopra ogni chimera. Senzaluna era una pirata spensierata e cercava una risposta alla domanda più complicata. La sua storia non apparteneva né al mondo degli uomini né a quello degli dei. Era una storia di vento che assomigliava al sogno di una farfalla che sogna la donna sognata: quella era la storia che Senzaluna si era sempre immaginata. Era la storia dell’illusione senza forma e dell’ombra. Era la storia senza nuca della capra senza il volto e di Senzaluna, la corsara senza dimora, che volava fra il cielo e le rivolte, fra le scope e le giravolte, per cercare senza fuga la visione mai sognata di una donna addormentata. E al calar del sole, s’accorse di essere l’ombra del sogno rubato, dove la donna sognava la farfalla sognante e, delirante, passava la mano davanti alla forma del cielo animato, mentre l’ombra derideva il passato e il futuro, continuamente ipotizzato, diveniva il tramonto di un astro mai nato. La storia di Senzaluna apparteneva a tutti quelli che non avevano mai trovato il senso del giocattolo trafugato, della porta contro il naso, del barattolo rimasto aperto o dell’uovo e della gallina. Era venuto prima il medico o la medicina? Mentre la piuma cadeva nell’aria, la zingara alzava una carta e Senzaluna partiva. Sulla nave senza vele, scrutava Senzaluna rotte e approdi, sempre spinta nel suo viaggio da un traguardo postulato che, simile alla linea dell’orizzonte, si allontanava di un passo a ogni passo avanzato. Dall’alto, Senzaluna ammirava terre lontane dove uomini e donne si rimandavano melodie arcane. Salutava il mondo irreale che entusiasta s’apprestava ad abbandonare. Ma Scavafosse era stanco e pose termine a tutto questo divagare. Abbassai gli occhi e lì, nel chiostro del prato, non c’era più nessuno. Cercai Scavafosse. Dove era andato a nascondersi? Seguii il fruscio dell’acqua. Qualcuno giudicò che io fossi sempre stato un buon ascoltatore. Poteva essere vero, ma mi piaceva molto anche parlare del più e del meno e ogni tanto esageravo. Esagerai ad aspettare così a lungo: sapevo che Gioia non sarebbe tornata. Incontrai il ruscello a ridosso di una scarpata, lo valicai e misi un piede in fallo. Stavo pensando a quella volta in cui udii di due persone convinte che la loro relazione fosse assomigliata a una ics. Due rette che non avevano niente in comune e che solo per un attimo si erano unite in un unico, strabiliante punto. Allora inciampai sulla costola di una zebra egizia e ruzzolai giù per la scoscesa, interrompendo una gara di corsa clandestina e salutando di sfuggita il presidente del bosco impegnato nella toilette mattutina, mentre una pioggia di dardi infuocati mi percuoteva la schiena e la compagnia d’immigrati miliardari mi tirava schegge d’impulsi elettromagnetici addosso. Caddi a perdifiato, chiuso come una palla a una velocità crescente per ogni giro di dieci volte lo spessore dell’ozono, con dei parassiti mutati che cercavano di analizzare i miei cromosomi e insultavano alcune lucciole argentate occupate a dipingere la storia delle società umane su tele di marzapane. Giunsi a valle nel momento in cui il sole scompariva per un attimo nella bocca di un cielo con la gastroenterite, per poi riapparire e irradiare i petali di un fiore maltese sul cui gambo era incisa la poesia che Tagore avrebbe sempre voluto scrivere. Infine, mi fermai e controllai le mie ferite. Mi ero rotto quattro ossa del collo, ma brindai comunque alla sorte, recitando tutto l’antico poema di Gilgamesh in inglese moderno per le scene d’ambientazione e in accadico antico per i dialoghi. La mia mano toccò qualcosa di metallico e m’accorsi di aver trovato il forziere che il principe dei pirati Samuel Bellamy aveva fatto seppellire dalla sua amante Maria mentre lei suonava il flauto attirando a sé tutti i coccodrilli del deserto. Allora mi alzai esclamando: «Indubbiamente, se ne dicono di stronzate nella vita! Scavafosse, aiutami tu! Dove sei andato a finire? Scavafosse?!» Nessuno rispose, eppure io avevo ancora la mia storia da far seppellire, una vicenda che non volevo più portarmi nel fagotto. Dopo la Calabria, la Puglia, la Toscana e il Lazio, giù nella regione del limbo. Sopra un alto carro l’avevo salutata. Lei, la trama, la persona, proseguiva altrove. Io non chiesi la direzione e nessuno me la mostrò. «Scavafosse!» gridai a perdifiato. «Seppellisci anche la mia avventura! Cosa accadde, ricordi? Andammo in giro per bancarelle e per sobborghi, a scoprire e a contrattare. Ci baciammo lì, a Perugia, alla fiera del cioccolato. O forse no, forse ci lasciammo proprio lì, sull’autostrada di don padrino del bosco dei poveri illusi, lontani da un letto, in una cucina, alla fiera degli imbecilli». E spezzando il sogno ricomposi lo specchio. Non erano mille facce a guardarmi né c’erano mille nemici a minacciarmi: erano solo gli infiniti frammenti del vetro che riflettevano i contorni sparpagliati delle forme. Per una vita, avevo desiderato trasformare la realtà in un sogno, o materializzare le aspirazioni in un futuro assoggettato alle mie illusioni. Allo stesso modo, avevo cercato l’abbaglio ormai invecchiato, scappato da un racconto mal congegnato, di una donna, di una danza, di un bosco e di un cielo stellato. Avevo creato migliaia di fantasie, rifuggendo l’attimo e inventandomi vane speranze per il domani. E quando il cielo di cristallo si sgretolava, quanto tremendo e forte s’affermava l’impatto sciatto della cosiddetta realtà dei fatti. Il velo sottile che circondava il mondo in una prigione assumeva l’aspetto triste di una lamentosa canzone. Ma il sogno era sempre stato uno: se la gioia era un’illusione, equilibrando l’ago della bilancia, constatai in conclusione che anche la sofferenza poteva essere un’apparenza. Volare fra le pieghe di una mongolfiera comportava la serena accettazione della pioggia e del sereno. L’unica grande comprensione stava nel non identificarsi con il pallone e nel ricordarsi che ogni viaggio era ed è sempre stato solo una nostra, piccola o grande, invenzione.
  5. Declinazioni

    Titolo: Declinazioni Autore: Virginia Less Tre donne attempate si ritrovano nei luoghi in cui hanno trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Berta ha lasciato temporaneamente Ferrara, dove vive insieme alla figlia e fa la nonna a tempo pieno; Gabriella, ancora affascinante, è la moglie di un esponente dell'alta finanza romana; Sandra, ex insegnante, invece da Fondi non si è mai mossa. Tutte hanno un segreto più o meno importante, con il quale faticano a confrontarsi. In forza dell'imprevista "sorellanza" riusciranno a superare gli ostacoli interiori e le loro esistenze ne usciranno cambiate, in diversa misura. Collana: I fuoriclasse Casa editrice: Argento Vivo ISBN-10: 8894249638 Data di pubblicazione gennaio 2018 Prezzo: € 12,50 (cartaceo) Genere: mainstream Pagine: 240 Link all'acquisto: https://www.unilibro.it/libro/less-virginia/declinazioni/9788894249637
  6. WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/ Casa Editrice No Eap. Per le proposte, è possibile inviare il manoscritto in formato .doc, .rtf., .pdf all'indirizzo redazione@writeupsite.com, completo di sinossi e recapiti autore/autrice
  7. Filantropia

    commento: http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/37028-il-viandante-con-la-valigia/ Vi prego di seguire il mio ragionamento da principio. Non tengo certo a dilungarmi oltremodo per esprimere una riflessione personale, ma vedete, mi è capitato proprio l’altro giorno, mentre come al solito sostavo in un’osteria della zona per poco più di un bicchiere di vino, di rivivere – mentalmente, si capisce – una situazione familiare. Mi spiego meglio: stavo consultando la pagina dedicata alle previsioni meteorologiche poiché Fiorenza aveva maturato l’intenzione di fare un giro in barca quel sabato, e io nutrivo una forte speranza a proposito di una precipitazione, in modo tale da poter adempire alle mie mansioni quotidiane in tutta tranquillità. Sfortunatamente non avvenne. Il mio bicchiere di vino era sul tavolo dove io soltanto ero seduto. Non era terminato. Lo avevo solo allontanato leggermente in modo da poter ampliare la superficie del giornale e facilitarmi la lettura. Sono sicuro che Domenico se ne era accorto, ne sono sicuro. Mi fissa sempre, possibile che proprio in quel momento stesse guardando altrove? Allora, dico io, era d’accordo con la cameriera, anzi, l’idea era sua! Può sembrare uno scherzo stupido, ma vi basterebbe conoscerlo un po’ per sapere che non ha una mente in grado di andare oltre; ed io non gli sono mai andato a genio. Sarà che non lavoro, o sarà che ho ancora i capelli lunghi mentre a lui non ne è rimasto nemmeno uno; non pensiate però che lo prenda in giro per questo! Io i capelli non li pettino molto, questo sempre, anche quando vado dal panettiere o dall’ortolano, non certo per farmi beffa di lui. Eppure io non gli vado proprio giù, questo è chiaro. Sì, perché quel bicchiere la cameriera l’ha gettato nel lavandino. Mi scaldai un po’, è vero, ma non si fa. Non si getta del vino, è anche immorale con tutti bambini che muoiono di sete, considerai io. E questo non certo perché era il mio vino. Avrei difeso a spada tratta il vino di qualunque altro commensale, eccetto forse quello del ragazzo che viene tutti i giorni: probabilmente marina la scuola, che fannullone! Non spiccica mai una parola, beve il suo bicchiere di vino e lascia tutti i giorni la mancia, quel disgraziato sperpera così tutti i soldi dei suoi genitori. Pensate che una volta mi trovai a dover presenziare dal medico per una visita ordinaria ed arrivai un po’ più tardi all’osteria. Lui aveva il mio giornale. Certo, è di tutti e non intesi fare pressioni su di lui, gli chiesi solamente se avesse finito e provate ad indovinare cosa mi rispose? “No”. Dico io, il giornale è di tutti e va bene, però non potrete non concordare con me che la risposta cosi formulata è poco gentile, estremamente ineducata. Tuttavia mi riservai da qualsivoglia commento e mi sedetti nel mio tavolino infondo nell’angolo ad aspettare. Solitamente impiega solo pochi minuti per bere il suo vino ed andarsene verso sinistra a fare Dio-solo-sa-cosa tutte le mattine, ma quella mattina non stacco gli occhi dal giornale per ore, quando me ne andai lui era ancora lì, fisso sopra il giornale. Non lo legge mai il giornale! Non c’è bisogno che vi dica che l’ha fatto apposta solo per torturarmi… Tuttavia cercherò di non divagare, quel giorno mi tornò alla mente di molti anni prima, la volta che mia nonna era ricoverata in un piccolo ospedale fuori città, vicino al minuscolo paesino dove abitava – niente di grave, aveva solamente una costola fratturata in un consueto scivolone domestico. Il suo problema vero era un altro; faceva avanti e dietro all’ospedale con cadenza mensile, e io la rimproveravo da molto prima che la sua affezione iniziasse ad acutizzarsi: soffriva di filantropia. Ho provato in tutti i modi a salvarla, trovandomi sempre solo in questa battaglia. Con gli altri familiari non c’è mai stato un grande rapporto, e comunque non avrebbero avuto un’adeguata visione di insieme per comprendere la drammaticità della situazione, avevano l’abitudine di sottovalutare tutto, la vita, le mie idiosincrasie e la mia qualità narrativa: le conferivano il mediocre titolo di “bugie”. Rispondevo che la verità e la bugia hanno la stessa faccia, ma la bugia la riconosci perché non ha le dita nel naso. Niente. Dicevano che non è così. Non capivano la mia tormentata teatralità. I dottori (o sedicenti tali) poi! Loro trovavano le motivazioni più assurde: declino fisico, deficit sensoriali e neurologici, fattori sociali di stress, difficoltà cardiache e respiratorie, disturbi del sonno, carente alimentazione e addirittura sono arrivati a ipotizzare malattie degenerative croniche, e non vi dico la maestria nel trovare sempre qualcosa di vivamente plausibile, che gentaglia! Per raggiungere l’ospedale dovetti ovviamente prendere il treno, gli studi universitari e le mie contemplazioni quotidiane mi impedivano di ritagliarmi del tempo per conseguire la patente, così rimandai. Si sedette accanto a me questa bambina bionda di quattordici anni circa. Il mio non era l’unico posto libero e lei era bellissima. Badate a tener fuori la vostra malizia dalle mie parole, ero più che ventenne e non avevo alcuna pulsione erotica verso di lei. Osservavo solo la larghezza dei suoi occhi, la perfezione dei suoi lineamenti, il delicato rigore del suoi piccolo naso e l’avvolgente tonalità cremisi delle sue guance. Mi parlò intimorita. Il suo sguardo tradiva l’angoscia di quel pomeriggio noioso della sua tarda infanzia. Aveva due amici – mi confessò – uno tedesco e uno francese, certamente da questo la sua attitudine diplomatica e neutrale ha preso il sopravvento. Mi raccontò una storiella divertente su una signora grassa che fa la dietologa, ora non la ricordo più, ma era certamente ambientata in un ristorante. Scese anche lei all’ospedale, ma erano quasi le cinque e dovevo assolutamente passare al bar a prendere un caffè. Se lo prendo dopo le cinque poi la notte non dormo. In questo modo la persi di vista – pazienza – pensai, magari la incontro di nuovo sul treno di ritorno. La trovai nella stanza di mia nonna. Sembravano in confidenza. Insolito, pensai. Aspettai un po’ che se ne andasse, non volli entrate per spostare un qualche equilibrio che mi sembrava esserci. Poi una volta dentro le dissi: “Nonna, dai ancora soldi alle bambine delle case famiglia?” Rispose di no. Ed eccoci qua, trent’anni dopo che mi appare dietro la vetrina appannata a raccogliere le feci del suo cane davanti all’osteria. E poi proseguire verso il corso. Era certamente lei. Mi affacciai dicendo: “la sa quella della dietologa grassa?” Disse di no e che le dispiaceva. Insolito, molto insolito.
  8. Matteo.

    «Ciao». «Cosa ci fai qui?». «Disturbo?». «Veramente stavo uscendo». «Passavo di qua. È una serata così bella. Dalla via ho visto i colori del cielo, così mi sono detto: “Salgo un attimo da Luigi. Magari è in casa. Chissà che bel tramonto si vede dal suo terrazzo”». «Ho un appuntamento con Lucia». «Ti rubo soltanto pochi minuti». «Ti va un aperitivo?». «Se vuoi, grazie. È così bello quassù. Ti ho sempre invidiato questa terrazza. Da quando abito in città non riesco più a vedere i tramonti. Dalle finestre di casa non si vede il cielo, ma questo lo sai già». «Preferisci limone o arancio?». «Come vuoi. Invece questa vista mi ricorda i tempi di quando vivevamo in collina. Ci sedevamo in giardino, a guardare la pianura sotto e il sole che scendeva a toccare le colline. Chiara aveva due anni e mi chiamava ancora babbo». «A proposito,… mi dispiace». «Mi manca il cielo, mi mancano i colori del tramonto… mi mancano cazzo. Ho sbagliato tutto. Non mi esce dalla testa. Non riesco più a dormire. La notte… ». «Bé sai... può succedere». «Non dovevo lasciare quel lavoro del cazzo. Non sarei finito così. Chi l’avrebbe detto. Pensavo di potercela fare, avevo delle prospettive, degli agganci». «Non potevi prevederlo». «Non dovevo licenziarmi! Adesso… staremmo ancora insieme. Avrei uno stipendio, i soldi per pagare il mutuo della casa e le vacanze all’estero di Chiara. Che ci teneva tanto. Roberta non avrebbe preso l’esaurimento. E non se ne sarebbero andate. Tornate a Milano. Cazzo!». «Non ci pensare sei ancora giovane… ». «Io ci provo. Ci ho provato porca puttana. Poi ti capitano quelle situazioni, che ti mettono su di un motorino e ti dicono “vai!”. Ma dove cazzo vai». «Eh! Sì, sì. Sai com’é… ». «E quegli stronzi che se ne fregano. Credono di insegnarti loro come fare. Gente che è stata sempre con il culo al caldo. Ho quasi sessant’anni. Non posso farle certe cose. Non posso. Non sono più un ragazzo. Finisci che ti schianti contro un camion». «Perché non esci qualche volta?». «E invece ci siamo chiusi dentro quell’appartamento, che si vedevano soltanto le finestre del palazzo di fronte. Com’è bella la luce del cielo e questi tetti, che si accendono di rosso con l’azzurro sopra che viene voglia di passeggiarci, come su un grande tappeto». «Eh sì, sì… ». «Non dovevo licenziarmi. Cazzo! Guarda quella striscia di nuvole. Se soltanto si riuscisse a fermarli questi momenti. La luce, i colori, il profumo dell’aria. Sarebbe tutto perfetto, anche il mondo, anche la vita non farebbe più paura. Come quando eravamo in campagna e ci sedevamo sull’erba sotto il noce a guardare il sole tramontare. E avevamo il cielo di fronte. E il domani non faceva paura. E Chiara mi chiamava ancora babbo. Tutto perfetto. Semplice, pulito». «Scusa ma devo andare». «Hai ragione. Anch’io devo andare». «Porto via i bicchieri… ». «È così bella la luce, l’aria che sembra ti accarezzi e ti porti in alto. Basta così poco. Un passo avanti e tutto si ferma, all’improvviso. E si fissa nel tempo, per sempre. Mi dispiace Luigi, ma non volevo che finisse così… ». « …Finisse cosa?». «La vita». «Eh? ...Matteo!».
  9. [MI108] Il destino in uno scherzo

    commento Il destino in uno scherzo ...E così, infine, mi rendo conto che non posso più vivere nella menzogna e, più semplicemente, non posso più vivere. Lascio questo mondo che già mi disse addio tanti anni or sono, firmando infine con il mio nome. Alberto Richiuse la penna e la posò accanto al foglio. Lo scorse con gli occhi. Non era abituato a vedere la propria scrittura su un foglio libero; per decenni aveva utilizzato solo carta intestata. Ma non voleva più usare quel nome. Per una vita intera aveva mentito, recitato il ruolo, ora basta, voleva dire al mondo che Alfredo era morto da quarant’anni e che lui, Alberto, stava infine per raggiungerlo. Aveva quasi voglia di gridarlo, «Alberto, sono Alberto». La settimana prima, mentre stringeva per l’ultima volta la mano della madre, aveva provato il desiderio, ancora una volta come mille altre prima, di rivelarle la verità. Pregarla di perdonarlo e di amarlo, lui, Alberto, ma non aveva potuto. L’aveva lasciata spegnersi in pace, non aveva avuto l’ardire di tormentarla per alleggerirsi l’anima. Ora che lei non era più, infine, poteva dire addio all’impostura e alla vita. Rilesse il passaggio della lettera in cui spiegava l’origine di tutto. Uno scherzo idiota, quello era e avrebbe dovuto restare, chi avrebbe potuto prevedere le conseguenze? Ricordava quella notte come se il tempo si fosse fermato. Alfredo che rideva, «Pensa la faccia dei vecchi, quando sapranno come li abbiamo fregati, loro che si vantano di distinguerci al primo sguardo». Avevano riso, doveva essere un ennesimo sberleffo ai danni dei genitori che pensavano poter imporre le loro regole. Non voleva andarci, Alberto, a quell’escursione in bicicletta col padre, odiava la bici e lo sport in generale. Era la sua punizione per il ritardo di troppo e le sigarette che mamma lo aveva sorpreso a fumare. Era stato Alfredo ad avere l’idea: lui adorava la bici, la montagna, lo sport. «Tu resti qui e fai la mia versione di latino, io sbrigo la corvée ciclistica col boss, poi uno di questi giorni, quando i due matusa decanteranno le lodi della loro autorità, riveleremo lo scambio con un “Ohibò, la vostra autorità l’aggiriamo e irridiamo a nostro piacimento”...» Avevano riso ancora, fieri della loro idea. Rammentava perfettamente l’occhiolino che il fratello gli aveva lanciato, uscendo all’alba dalla loro stanza, indossando i suoi abiti e le sue scarpe da ginnastica preferite. Lo aveva rivisto due giorni dopo nella camera ardente, elegantissimo, in un completo acquistato apposta per il funerale e quelle stesse scarpe. Quarant’anni più tardi, ricordava ancora i tre squilli del telefono del salone prima che sua madre rispondesse. Rivedeva il pallore sul volto di sua madre, le parole, inimmaginabili, che aveva formulato, dopo aver posato la cornetta. «Un incidente, un camion… tuo padre, Alberto…». E quella frase che gli si era formata nella testa senza mai raggiungere le labbra. «Mamma, Alberto sono io… era uno scherzo». In quelle ore di dolore, di sconforto, di urgenza, di cose da sbrigare, non aveva mai trovato il modo né il coraggio di svelare lo scambio tra gemelli. E le settimane erano passate veloci, tristi, confuse, fino a trasformarsi in mesi e anni. Aveva guardato seppellire suo padre e se stesso ed era diventato, per tutti, il proprio fratello. Ne aveva vissuto la vita, proseguito gli studi. Lui che aveva sempre sognato di diventare architetto, era stato per trent’anni un medico stimato. Aveva praticato ogni sport che Alberto aveva amato, mangiato i suoi cibi preferiti. Ne aveva persino sposato la fidanzata. Un’unione nata sulla menzogna e morta in pochi anni di rancore e incomprensioni. Aveva vissuto la vita del fratello e cancellato la propria. La lapide su cui era inciso “Alberto Proietti, figlio e fratello amato e indimenticabile” gli era servita da promemoria. Vi si era recato in pellegrinaggio ogni volta che la voglia di rivelare al mondo il suo segreto e di ridiventare se stesso rischiava di sommergerlo. Gli bastava rileggere l’epitaffio per ricordare d’esser morto quel giorno, a causa di uno scherzo. Per anni aveva pensato e sperato che l’inganno si sarebbe spezzato da solo: un gesto, un vezzo nel parlare; ogni volta che si grattava il mento con la mano, prima di aprire bocca. Ma nessuno aveva compreso: per tutti era il suo modo di elaborare la perdita, il dolore. Credevano che inconsciamente avesse assunto i tic del fratello, per tenerlo in qualche modo con sé. Nemmeno Eliana, la sua amata Eliana, lo aveva riconosciuto. Si erano consolati a vicenda, l’aveva vista piangere per lui per mesi, poi, da lontano, l’aveva guardata riaprirsi alla vita e all’amore. Non aveva più amato nessuna, come lei, eppure aveva dovuto rinunciarvi. Nessuno avrebbe compreso se avesse corteggiato la “vedova” di suo fratello. Nemmeno lei. Quarant’anni dopo, la amava ancora. L’aveva incontrata pochi giorni prima, uscendo dallo studio del notaio, a braccetto con il marito, provando al suo saluto lo stesso tumulto in petto di quando la aspettava all’uscita da scuola. Eliana. Cosa avrebbe pensato quando la sua lettera avrebbe rivelato l’inganno? Lei che serbava il ricordo di un perfetto primo amore morto troppo giovane, cosa avrebbe pensato di quel vecchio che aveva ingannato tutti per quarant’anni? Fu il pensiero di troppo. Non sopportava di andarsene immaginando che Eliana lo avrebbe disprezzato, forse odiato. Che lo ricordasse come un seducente diciottenne morto in un tragico incidente, che tutti lo ricordassero così: l’Alberto che tutti avevano amato e già compianto, tanto tempo fa. Prese il foglio e lo lacerò più volte. Gettò nel posacenere i brandelli di carta e vi appiccò il fuoco fino a ridurli a un pizzico di cenere. Prese una pagina dal blocco di carta intestata, vergò di nuovo la data e scrisse. Sono stanco, perdonatemi. Alfredo Aveva vissuto la vita di suo fratello, sarebbe morto essendo lui. E anche nella tomba avrebbe portato il suo nome. Richiuse la penna e la posò accanto al foglio. Lanciò un ultimo sguardo alla vecchia foto in cui due gemelli avidi di vita e di futuro sorridevano alla telecamera con aria impudente e aprì la finestra. L’aria era fredda ma il cielo terso. Sorrise: non aveva paura di morire, lo aveva già fatto quarant’anni prima.
  10. [MI 108] Ava Komelava: una settimana d'addio

    commento Traccia mezzanotte: Carnevale Prima di conoscere fama e denaro grazie alla sua capacità di viaggiare nel tempo, Frank Topic ebbe un problema. Nei giorni più freddi di un febbraio qualunque, troppo uguale alle decine di mesi precedenti, Frank se la passava come una mosca che galleggia sopra uno sputo, non faceva un cazzo e non vedeva prospettive. Poi arrivò la nuova vicina, una russa. Almeno, doveva essere la nuova vicina visto che si era sistemata d’improvviso nell’appartamento di fronte, quello che Porcari aveva lasciato chiuso per un anno dopo aver sfrattato i rumeni che non pagavano. La russa era bionda, biondissima come Frank immaginava fossero tutte le russe. La prima volta la vide sostare davanti all’appartamento mentre Porcari apriva a calci la porta incrostata; era intenta a sistemarsi i capelli lisci e lunghi come una cascata, curvando la schiena con una flessuosità degna di una ginnasta. Aveva il corpo lungo e sottile come un filo d’erba, e a Frank piaceva. Tanto che passò i giorni successivi a sbirciare dalla finestra e a fantasticare cose. Il giorno dopo, la vicina non tardò a presentarsi. Suonò a Frank che le aprì in mutande. Non se l’aspettava una visita, e passava sempre le giornate in mutande. «Ciao, volevo presentarmi» disse la bionda con un accento russo da film, la mano tesa. «Mio nome è Ava Komelava, vengo da Volgograd.» «Porcograz…» mormorò Frank. Era stupenda. Il volto di una madonna caucasica, con due occhi tutti pupille blu, imperiosa e dall’eleganza flessuosa. Entrò in casa Topic, che era un tugurio e puzzava di piatti sporchi da settimane, con lunghe falcate e il calpestio dei tacchi. Portava lunghi stivali neri, jeans talmente attillati che Frank sperava potessero strapparsi in qualche punto, e un maglione bianco. «Tu avere cosa per fare merenda?» chiese Ava. «Eh?» Frank rimase un attimo sorpreso. «Di solito non si chiede il sale? Però sì, ho qualcosa per fare merenda.» Occultò l’erezione che puntellava le mutande infilandosi il pantalone della tuta e andò a rovistare nella credenza. Tirò fuori dei cornetti pallidi sigillati dentro le bustine. «Ma niet! No questi!» disse Ava rizzando la schiena. «Questi sono pieni di conservanti e additivi aggiunti, e c’è l’olio di palma. Dovresti provare questi.» Tirò fuori da dietro il maglione una brioche, la spezzò in due per farne uscire il ripieno. «Vedi… vedere, questa è vera merenda, con vero ripieno, come fatte forno, uova fresche. Assaggia.» Spinse a forza la brioche nella bocca di Frank. In effetti era buona, fragrante, non si masticava come un bolo di colla. «Visto? Offro io stavolta, ma compra queste per fare merenda con me un giorno» disse Ava, sollevando un spalla con civetteria. Se ne andò, e Frank uscì subito a fare scorta di quella marca di brioche. Dieci confezioni costavano più di una cena da Gigi il Troione, ma il giorno della merenda con la russa sarebbe arrivato presto e doveva farsi trovare pronto. Era una di classe, non poteva portarla da Gigi il Troione. Il giorno dopo Ava si presentò di nuovo da Frank, e stavolta era lei in mutande. Un paio di slip striminziti che si piegavano ad ogni falcata, con le gambe bianche e infinite che catturavano la luce. L’ombra scura che si intravedeva sul davanti fece capire a Frank che non era una bionda naturale, ma si trattava di dettagli. Con la conottierina aderente e le chiappe danzanti, Ava disse: «Devo lavare miei denti, non avere acqua. Posso da te?» Sembrava l’accento di Ivan Drago misto a quello di Mami di Via col Vento. «No problema» scherzò Frank, e le indicò il bagno. Dio, quella topina russa gli strappava le seghe dalle mani. Forse, facendo un po’ l’uomo di classe, con un certo stile, avrebbe rimediato un giretto sulla sovietica. Lei uscì dal bagno con lo spazzolino in una mano e il tubo del dentifricio nell’altra. Si mise in posa, sorridente. «Io usare sempre questo dentifricio, che te sbril… che fa brillare tuoi denti gialli, da.» Allungò il tubetto a Frank. «Tu usa sempre questo, noi di madre Russia adoriamo!» Lo lasciò di nuovo interdetto, a soppesare nella mano il tubetto. Poi Frank corse a farne scorta per scorticarsi i denti gialli come piaceva alle russe. Andò avanti così per una settimana. Ava irrompeva da Frank, lo stordiva con la sua bellezza assoluta, e quando se ne andava Frank metteva mano ai pochi risparmi avanzati per comprare i prodotti suggeriti dalla russa. Frank pendeva dalle sue labbra nella speranza di battere un colpo, quindi la prendeva alla lettera con entusiasmo. Si riempì casa di tute costose, profumi e bibite antistress, perché Ava adorava chi correva e non puzzava e si dissetava nel modo giusto. Poi di vestiti firmati stile manager perché Ava adorava lo slogan “voglio tutto, roar!”. E ancora bagnoschiuma, shampoo, una mini palestra destinata a prendere polvere, e anche un apparecchio acustico che, giurava Ava, nessuno avrebbe notato. Quest’ultimo la russa lo aveva consigliato perché adorava quando un uomo la capiva bene e al primo colpo. L’aggeggio aveva prosciugato le ultime risorse di Frank. Restavano giusto i soldi per fare benzina nel caso fosse riuscito a fare merenda con Ava in macchina e ad aggiudicarsi il gran finale sul sedile posteriore. Finalmente strappò un appuntamento. Sfregò i denti col prodotto che Ava adorava, vuotò il profumo, mise il vestito più costoso che aveva comprato anche se lo faceva sembrare un pinguino con la paresi, e inserì l’invisibile apparecchio acustico. Prese anche una delle brioche che Ava adorava, magari le andava il dessert prima di… Emozionato e stordito, Frank suonò e dopo qualche secondo Ava aprì la porta. Aveva l’asciugamano intorno ai capelli e indossava un pigiama a tema floreale e le infradito. Sfilò la sigaretta dalle labbra e sbuffò una boccata di fumo in faccia a Frank, che la riconobbe a stento. «Ciao Ava… abbiamo un appuntamento, ricordi?» disse Frank. Lei sbuffò, gli occhi buttati al cielo. «Ma quale appuntamento, cì, basta co’ ‘sta fregnaccia, su, me so’ rotta li coglioni.» Ciabattò sgraziata dentro l’appartamento, che puzzava quasi come quello di Frank. «No, scusa, forse sei un’amica di Ava» balbettò umettandosi le labbra secche con la lingua che aveva la consistenza di una foglia morta. «Se me la chiami, per favore.» Lei lo guardò. C’era l’ombra di una patetica pietà in quello sguardo. «So’ io Ava. Cioè, me chiamo Martina, faccio l’attrice e so’ de’ Frascati. Ho interpretato ‘sta Ava pe’ fatte ‘no scherzo. So’ stata brava, ve’? Mo se me lasci asciugà li capelli che me so’ lavata la tinta, me fai un favore, dai.» Lei sciolse l’asciugamano, aveva i capelli scuri. Un “oibò” grosso come il Colosseo si formò nella mente di Frank. Poi una mano lo afferrò da dietro, chiudendosi sopra i suoi coglioni. Lo fece piegare sbilenco, con un urlo strozzato. «A coglione!» La voce grassa di Porcari, forgiata da anni di curva allo stadio e bestemmie al bar riecheggiò nella notte. «Ce sei cascato, eh? La russa dei tuoi sogni, t’è piaciuta?» Risata grassa. Porcari indicò Frank con la mano: «Ma che c’hai dentro la recchia? Levate ‘sto coso, a ridicolo!» Risata grassa. Frank Topic si ritirò in casa senza dire nulla. Ritrovò la comoda nullità delle mutande, e si abbandonò alla vita.
  11. Dimenticare i nomi dei personaggi

    Vi è capitato di dimenticare i nomi dei personaggi del racconto che state scrivendo? A me è successo di dimenticare perfino il nome del protagonista! In genere mantengo un foglio elettronico con liste di luoghi e persone.
  12. Ciao a tutti, Cerco da un po' questo libro attribuito ad M.Ageev ma praticamente introvabile. La casa editrice (E/O) mi ha confermato che è fuori catalogo. Ho trovato la versione in inglese e francese, ma quella italiana non riesco davvero a trovarla..aiutatemi!
  13. Love kaputt

    di Antonio Giugliano Augh! Edizioni ISBN-13: 978-8893431224 1 marzo 2017 € 13,00 Narrativa non di genere/noir Pag. 160 Maurizio Marullo è un agente di commercio. Durante un viaggio in treno conosce Elena, una bella donna. I due si piacciono, si frequentano e in breve si sposano. Dopo soli due anni, però, il matrimonio si logora: Elena appare scostante, distratta, ambigua, quando non indecifrabile. Tempo dopo, viene trovata morta nell'ospedale in cui lavora, appesa ai tubi del riscaldamento. Gli inquirenti sospettano di suo marito, ma il caso viene archiviato come suicidio. Con stile asciutto e senza fronzoli, Antonio Giugliano descrive lucidamente il degrado umano e morale dell'hinterland napoletano in cui non sembra scorgersi alcuna possibilità di riscatto. I veli, che nascondono i personaggi dietro un'apparente vita normale, lentamente scivolano e lasciano allo scoperto passioni furibonde, vizi ed eccessi. Con assoluto disincanto l'autore muove il protagonista, un cinico misantropo, fra le dinamiche di un microuniverso in cui è l'istinto di sopravvivenza, fisica e psichica, a dominare la scena. Un impulso animalesco che non conosce ostacoli. Fino alle estreme conseguenze. https://www.amazon.it/Love-kaputt-Antonio-Giugliano/dp/889343122X
  14. una notte da cani

    Il Cane affilava i suoi denti. La notte prometteva bene. Abbastanza silenziosa, molto fredda, terribilmente nera. Per il soldato Lo Brusco era l’ultima notte. Almeno, era ciò che sperava con tutto se stesso. Ora stava montando di guardia. Il freddo gli arrivava alle spalle e sebbene dovesse star fermo, con il fucile pronto a sparare, si muoveva facendo piccoli passi e saltelli. Si difendeva così dal gelo che gli trapassava i polmoni. Cane, in realtà, non affilava i suoi denti, ma tra questi stringeva un coltello. Un Belunga Citadel nuovo di zecca e dunque affilatissimo. Gli era arrivato dalla Cambogia. Lo aveva ammirato per due notti di fila scoprendo ogni piccolo dettaglio, l’imperfezione artigianale… gli era piaciuta la lama in stile drop, lucidata a specchio e brut de forge. Era un coltello robusto, con l’impugnatura rivestita in favoloso legno di betulla. Di coltelli se ne intendeva parecchio. Lo aveva baciato, lasciato luccicare al bagliore del fuoco del campo, ci si era specchiato allargando il sorriso, pochi denti dal colore terroso. Quei nove centimetri e mezzo di lama erano sufficienti per colpire e uccidere, con la Griz Saw, la sega da ossa che si era fatto arrivare dall’America, avrebbe finito il lavoro. Avrebbe trascinato il cadavere fuori da lì e si sarebbe divertito a smembrarlo. Non aveva voluto il fucile, voleva sentire il fiotto caldo dell’avversario, vederlo mentre gli faceva il lago intorno alle scarpe, poi, tornare con le mani sporche di sangue nemico. Avrebbe consegnato al suo capo anche un pezzo dell’uomo da lasciare girare sul fuoco per darlo in pasto agli animali del campo: pecore, asini e galline. Per questo si era procurato la sega. Non era previsto quest’altro rituale, a lui era stato detto solo di uccidere. Ma per Cane uccidere non era sufficiente. Rideva tra sé e pensava che “uccidere e basta” sarebbe stato come una scopata veloce pagata poche rupie. Al soldato Lo Brusco scappava la “piscia”, ultimamente era sempre così, nemmeno due ore e la vescica non gli reggeva più. Appena tornato in Italia avrebbe fatto qualche controllo. Quel cazzo di piscia stava diventando un problema serio, serissimo! Fare la guardia da solo non gli piaceva, ma ormai metà del battaglione era rientrato, si trattava dell’ultima notte. All’alba si smontava tutto l’armamentario. Dunque, doveva stringere i denti e le gambe per sopportare le ultime ore di guardia. Di tanto in tanto gridava un “chi va là” imbracciando e puntando il fucile sul buio, ne approfittava per sopportare quel freddo da cani. Adesso pensava alle spese per il matrimonio. Teresa non gli aveva dato scampo, non aveva ceduto alla sua proposta di convivenza: «O mi sposi oppure amici come prima» e lui era partito. Per la gioia del suo Comandante e con la scusa di portare la pace nel modo, era partito. Voleva solo evitare la guerra in famiglia. Teresa sognava le cose in grande e con quei quindicimila euro guadagnati sul campo (era proprio il caso di dirlo), forse non ci avrebbe pagato nemmeno il ristorante. Era a questo che pensava mentre Cane scivolava come una serpe sulla terra inumidita dalla notte, ed era già entro il muro di cinta quando lui, Lo Brusco, aveva intimato l’ennesimo “chi va là” guardando da tutt’altra parte, pensando ancora a Teresa e al bisogno di un cesso. Avrebbe avuto un buon odore, il soldato italiano, almeno la coscia che sarebbe finita sul fuoco. A Cane avrebbe ricordato quello delle capre selvatiche dei monti Salang; avrebbe gioito, brandito la sega per aria ridendo. E per lui, la guerra sarebbe stata già vinta. A Lo Brusco scappava la piscia. “E porca miseria!” Si sarebbe potuto beccare una punizione esemplare. Lo tirò fuori voltandosi verso il punto più buio, il fiotto caldo irrorò Cane e il suo coltello Belunga. La sorpresa fu tanta, troppa. Cane non ebbe il tempo di pararsi la faccia. La colluttazione ebbe i gesti rapidi di chi è abituato alla guerriglia. Ai colpi, ai pugni, alle fitte che raggiungevano entrambi non si poteva dar retta… Era uno tosto Lo Brusco e anche con le braghe slacciate e il fucile caduto per terra, sapeva come atterrare il nemico!
  15. Aida

    Commento Ne arrivano tutte le sere, a volte di più, a volte meno, ma sempre piuttosto numerosi. Hanno modi di fare diversi: chi arriva costeggiando il marciapiede con l’auto a bassa velocità, ci squadra una per una, svolta l’angolo e quindi torna indietro dopo aver già scelto, chi va dritto dalla sua preferita, chi si ferma e contratta con tutte, chi ha solo intenzione di insultarci, chi non sceglie, troppo imbarazzato per farlo, va da quella di noi più in disparte e carica lei, senza averla neanche vista. Chi viene da noi guardingo e sospettoso, timoroso di essere scoperto dalla polizia o comunque da qualche conoscente, chi invece è del tutto gaio e disinibito, se non proprio ubriaco, desideroso solo di divertirsi. Eppure non riesco a nutrire nessun rancore verso di loro. Strano destino, quello degli uomini che ci caricano. Vengono da noi per non essere giudicati, ma siamo le prime a farlo. C’è chi li odia, come te, chi li disprezza per non disprezzare se stessa, a chi sono indifferenti e a chi fanno soltanto pena. Tutti questi anni a battere mi hanno persuaso che gli uomini siano diversi da come ce li raccontiamo. Oramai mi sono convinta che gli uomini non siano davvero né bastardi, né stupidi. Sono solo grandi fifoni, tutti. È la fifa che li muove, sempre, in ogni loro scelta: quando non hanno voglia di crescere, è la paura delle responsabilità a frenarli; quando si impegnano, è la paura di perdere quello che amano e di volerlo legare in qualche modo a loro; se si dedicano esclusivamente al lavoro, è per la paura di affrontare la vita. Persino quando vengono qui, è la fifa che li muove. In quel “dateci la fica e non stateci a rompere i coglioni” ci sono un sacco di paure: di essere giudicati, di confrontarsi, di sentirsi inferiori, della solitudine o la paura di amare. Porci, pervertiti, egoisti, incapaci, odiosi e arroganti, a qualunque categoria appartengano restano tutti legati da un filo comune: scappano da qualcosa. Che sia la famiglia, una donna o le proprie paure, poco importa. Gli uomini, la maggior parte di loro, non fanno che scappare da se stessi. È per questo che ho smesso di odiarli. Ho capito che in fondo sono senza speranza. Come me. Il mio corpo è invecchiato, i seni avvizziti, la mia pelle rugosa, il mio viso non suscita più desiderio ma arreca disgusto, e a nulla può servirmi abbassare le mie tariffe, tutti i trucchi e le creme del mondo non bastano più, ho scelto di far fortuna con il mio corpo ma il mio corpo ha ceduto, ed io non posso farci niente, sono invecchiata e devo prenderne atto. Possiamo lottare contro il tempo fin quando vogliamo, il tempo sa essere galantuomo ma se vuole anche un nemico paziente, gli basta aspettare per averla vinta, come la morte. Eppure tu sei ancora bella, trentasette anni e non li dimostri, invidiata ed ammirata persino dalle più giovani di noi. Dimmi pure che sono una ingenua, una credulona, una sognatrice, ma sono convinta che il destino voglia darti una mano. Il nostro passato è per molte di noi un vicolo cieco, ma la tua bellezza può essere la tua via d’uscita. Ed allora approfittane. Che ci fai ancora tra noi? Andiamo incontro ad una vita fatta di donne che ci disprezzano, uomini che ci maltrattano, destino che ci umilia e società che ci considera una piaga, come se il vero problema non fossero le centinaia di uomini che ci cercano ogni notte. Come se nascesse prima l’offerta e poi la domanda, quando l’economia insegna piuttosto il contrario. La stessa società che ci contesta di giorno, ci cerca di notte. Prendete un sacco di soldi e non pagate le tasse, non avete nessun diritto di lamentarvi. Così ci dicono. Come se i soldi comprino tutto, come se le mignotte non fossero donne, come se vendendo il proprio corpo ci si venda anche la dignità di sentirsi persone. Mia cara Francesca, che ci fai ancora tra noi, tu che puoi uscirne? Un uomo si è innamorato di te, e allora prenditelo, e lascia perdere il resto. Lascia perdere il fatto che non sia più attraente, che gli sia cresciuta la pancetta, ogni giorno diventa sempre più calvo, che non sia neanche ricco, ma scusami se ti ricordo che Richard Gere non passa di qui e poi Pretty Wowan è solo una favola per adulti non troppo cresciuti. I milionari, se ancora si divertono una notte con quelli come noi ci riportano indietro al mattino, fingendo di non conoscerci se mai capita loro di rincontrarci, cosi come fanno tutti gli altri, i principi azzurri non esistono più, lo hanno capito anche le principesse che oramai sposano gli orchi. Prendi il tuo orco e lascia questa vita, perché se non lo fai, il passato ti brucerà sempre dietro le spalle. Lo so cosa stai pensando, che ti sto chiedendo di accontentarti del primo che ti si è offerto, ed hai ragione, è proprio quello che ti sto chiedendo di fare. Perché, per quelle come noi, non ne passano tanti, e potrebbe essere l’unico. Perché sei bella ma hai anche una figlia, e persino per una donna normale avere una figlia rappresenta un problema per trovare l’amore. So quello che dico, anni fa ho avuto la stessa scelta ed ho fatto quella sbagliata. Conobbi un uomo non bello ma di una dolcezza infinita, il nostro mestiere non gli impediva di amarmi eppure non mi riuscì di ricambiarne l’affetto e mi sono sentita colpevole, gli stavo facendo un torto che non meritava. Lui capì, e mi lasciò andare. Quell’uomo mai amato resta oggi il mio più grande rimpianto.
  16. Fino a
    Art. 1: L'Associazione culturale e teatrale “Luce dell'Arte” di Roma indice ed organizza la 5^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura "Luce dell'Arte". Art. 2: Il premio, aperto ad Autori adulti con limite d’età minimo 18 anni e massimo nessuno, è diviso in questo modo: Sezione A) - Poesia: poesia a tema libero edita o inedita in lingua italiana o straniera o in vernacolo, con inclusa traduzione, senza limiti di lunghezza, riservata a tutti i poeti di nazionalità italiana o poeti stranieri di età adulta. Sono ammessi anche libri editi di poesia ed e-book.; Sezione B) - Narrativa: racconto, libro di racconti, saggio o romanzo a tema libero, inedito o edito in lingua italiana, anche tradotto da lingua straniera, riservata a tutti gli scrittori di nazionalità italiana e scrittori stranieri. Sono ammessi anche e-book.; Sezione C) - Teatro: monologo, corto, commedia o tragedia a tema libero in lingua italiana o straniera o in vernacolo, con inclusa traduzione, sezione aperta a tutti gli scrittori, attori e sceneggiatori. I testi possono essere editi o inediti. Sono ammessi anche libri con vari testi teatrali ed e-book. Sezione D) – Pittura e/o Fotografia con annessa Poesia, Pensiero Poetico o Racconto breve: opera d’arte fatta con qualsiasi tecnica (olio, acquerello, china, etc.) e/o fotografia, della quale inviare due riproduzioni a colori del formato cm 13x18, indicando per la Pittura tecnica adoperata e misura effettiva della stessa, insieme ad una poesia, pensiero poetico o racconto breve che ne esplichi il senso più profondo. Fondamentale dichiarare che l’opera è frutto del proprio ingegno, presentandola nel formato originale alla premiazione. Il testo annesso ad essa va scritto su un foglio formato A 4, che presenti come titolo lo stesso dell’opera d’arte figurativa. Novità: verranno attribuiti anche due Premi Speciali alla Carriera. Art. 3: Per partecipare al Premio vanno inviate per le sezioni A, B, C e D in un plico due copie dell'opera o delle opere edite o inedite, delle quali una in anonimo e l'altra completa di firma in calce inserita in una busta chiusa più piccola contenente: curriculum vitae completo o breve biografia, scheda di adesione con dichiarazione dell'autore relativa all'utilizzo dei propri dati personali per il premio e quota di partecipazione in contanti o fotocopia del versamento postepay quota effettuato. Per le OPERE EDITE, in caso si sia in possesso di pochissime opere cartacee, è ammesso anche l’invio di Una Sola Copia Cartacea firmata in calce, anzichè Due, di cui una senza firma in calce. N.B. Per tutte le sezioni i lavori in forma anonima (senza dati dell’autore identificativi all’interno del testo) devono essere spediti OBBLIGATORIAMENTE pure per e- mail in formato doc, rtf o pdf a: associazionelucedellarte@live.it per il vaglio della Giuria esterna, con l’unica eccezione per quei testi pubblicati di cui, per varie motivazioni, non si è più in possesso dei file. In tal caso, inviare il materiale esclusivamente in forma cartacea, poichè sarà la nostra segreteria a fotocopiare il tutto per sottoporlo al vaglio della Giuria esaminatrice del Premio. N.B. Ammessa partecipazione solo via e-mail. E’ possibile partecipare al Premio pure inviando tutto il materiale richiesto esclusivamente per e-mail in formato PDF, Word ed RTF ad associazionelucedellarte@live.it mettendo nell’oggetto “Partecipazione Premio letterario “Luce dell’Arte” via e-mail” ed inserendo sempre in allegato fotocopia del versamento effettuato su postepay. Le copie vanno inviate nel numero di due, di cui una senza dati e l’altra con firma. Art.4: Si può partecipare ad una o a tutte e quattro le sezioni. La quota di partecipazione a copertura di spese di segreteria è di: • 10 euro per UNA sezione, inviando massimo tre elaborati; • 15 euro quota unica per DUE e TRE sezioni, inviando massimo tre elaborati a sezione (nello specifico sei e nove in totale); • 20 euro per QUATTRO sezioni, inviando massimo tre elaborati a sezione (dodici in totale). . Quota aggiuntiva di 5 euro SOLO per chi invia Curriculum dettagliato per concorrere anche al Premio Speciale alla Carriera. Per gli Autori che desiderino candidarsi al Premio alla Carriera, devono avere alle spalle oltre 15 anni di impegno artistico-culturale certificato. Il minimo d’età per candidarsi è di 45 anni. Chi desidera farlo, deve barrare sulla scheda di adesione il si per Premio alla Carriera ed aggiungere alla quota base quella aggiuntiva richiesta. SCONTO QUOTA SPESE DI PARTECIPAZIONE. Se si partecipa a Quattro Sezioni (quota base 20 euro), riduzione di 5 euro per studenti che dimostrino con autocertificazione allegata la frequenza dell’anno in corso, per autori ultrasettantenni e per i tesserati dell’Associazione Luce dell’Arte. Art. 5: La quota di partecipazione può essere versata nelle seguenti modalità: • in contanti all’interno della busta chiusa contenente tutta la documentazione anagrafica per il concorso; • tramite versamento su carta Postepay indicando le seguenti coordinate: numero carta: 5333 1710 4875 7252 beneficiario: Carmela Gabriele codice fiscale GBRCML77E71H926K Il contributo richiesto per partecipazione al Premio tramite ricarica postepay può essere effettuato in modo semplice presso sportelli di uffici postali e tabaccherie, e richiede a parte una minina spesa di commissione esclusa dalla quota di partecipazione, ossia 1 o 2 euro. Art. 6: Le opere devono pervenire possibilmente a mezzo raccomandata entro e non oltre il 16 Giugno 2018 (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo: Dr.ssa Carmela Gabriele, Presidente Ass. Luce dell'Arte, via dei gelsi, n. 5 – 00171, Roma, (Rm). Le opere che giungeranno prive della quota di partecipazione, saranno escluse dal premio ed in nessun caso verranno più restituite. L'Associazione si esime da ogni responsabilità per il mancato arrivo per mezzo di posta prioritaria di alcuni elaborati o per gli eventuali ritardi di poste italiane. Art. 7: Gli elaborati e i romanzi non verranno restituiti ed andranno inseriti in un fondo speciale del Premio, per arricchire la Biblioteca dell'Associazione Luce dell'Arte. Art. 8: Ad insindacabile giudizio dei membri della Giuria esaminatrice, composta da personalità del Giornalismo, della Critica letteraria, dell’ Editoria e della Critica teatrale, verranno selezionate vincitrici tre opere per ogni sezione e verrà assegnato per ciascuna sezione un Premio della Critica. Art.9: La Giuria esaminatrice ha facoltà di aggiungere premi per merito speciale. Non sono previsti ex-equo. Art. 10: I vincitori saranno contattati tempestivamente per telefono o per e-mail, per consentire la loro presenza alla premiazione, che avverrà a Roma o in provincia di Roma orientativamente un sabato o una domenica entro la fine di Luglio o i primi di Agosto 2018. Sarà possibile per tutti consultare l’elenco vincitori, disponibile almeno 10 giorni prima della premiazione, sul sito www.lucedellarte.altervista.org. Per gli Autori partecipanti non vincitori che facciano richiesta specifica alla Segreteria dell’Ass. via e-mail, sarà inviato, dopo la cerimonia di premiazione, un Attestato di partecipazione in PDF per via telematica. I premi vanno ritirati personalmente il giorno della premiazione, tramite delegato solamente in casi di grave impedimento fisico o di inderogabile impegno di lavoro. E’ richiesta Presenza Obbligatoria degli Autori o dei loro Delegati per i Primi Tre classificati al Premio. In caso di assenza di Premiati in successione di classifica, a casa saranno spediti a loro spese i diplomi ed eventuali medaglie. Art. 11: Premiazione di tutte le sezioni: 1° Classificato: Grande Targa + Attestato di Merito; 2° Classificato: Targa + Attestato di Merito; 3° Classificato: Coppa + Attestato di Merito; Premio della Critica: Trofeo o Coppa + Attestato di Merito; Premio Speciale alla Carriera: Statua pregiata o Targa + Attestato di Merito; Menzione Speciale: Grande Medaglia + Attestato di Merito; Segnalazione di Merito: Medaglia + Attestato di Merito. Eventuali Diplomi d’Onore per Alti Meriti Culturali. Art. 12: Chi partecipa al Premio, accetta tacitamente tutte le condizioni del presente Bando. Per richiesta di qualsiasi altra informazione, contattare il Presidente dell'Associazione, la dr.ssa Carmela Gabriele. Tel. 348 1184968. Il sito dell'associazione da visitare è: www.lucedellarte.altervista.org Siamo anche su facebook alle seguenti pagine: - Associazione culturale e teatrale Luce dell’Arte - Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura “Luce dell’Arte” Si consiglia di fotocopiare e diffondere il seguente Bando per incrementare la partecipazione all'iniziativa culturale. Scheda di partecipazione da allegare: Il/La sottoscritt _ _________________________________________ Nato/a a _________________________________ il ________________ Residente a _________________________ Prov. ( _____ ) CAP. _______ Indirizzo __________________________________ n.___________ Nazionalità_________________________ e-mail ________________________________________ telefono fisso ___________________ cell.____________________ Chiede di partecipare alla 5^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura "Luce dell'Arte ", sezione/i _________________ con l'opera/le opere dal titolo________________________________________________________________ ____________________________________________________________________ che dichiara essere di suo ingegno. Candidatura al Premio alla Carriera (barrare con crocetta) Si — No Studente, Ultrasettantenne o Associato Ass. culturale e teatrale “Luce dell’Arte” Partecipante a 4 sezioni Premio con agevolazione quota di adesione (solo per chi ha allegato dichiarazione di ciò) Firma _______________ Autorizzazione all'uso dei dati personali al solo fine del Premio Luce dell'Arte. SI (barrare sul consenso) Luogo e data ________________________________________ Firma ___________________________
  17. La Rimpatriata - Parco Rignon

    La Rimpatriata - Parco Rignon Lei annuì con un cenno del capo, nello sguardo le corse un fremito, forse un pensiero improvviso: fece per dire qualcosa, ma si fermò. “Dai camminiamo, andiamo in giù.” Disse, e gli chiese una sigaretta. Lui gliela offrì dal pacchetto, ne prese una anche per sé. Le diede da accendere, poi accese la sua dallo stesso fiammifero, il cerino consumato gli scottò i polpastrelli. Aspirarono assieme la prima boccata: lei esplose in un un colpo di tosse che trasformò in un sorriso, era nervosa, si capiva da come guardava all’intorno, per non incrociare i suoi occhi, aveva una borsetta di cuoio rosso e con le dita giocava a far scattare la chiusura automatica. Si mossero lungo il viale alberato del parco, sotto i passi un tappeto di foglie agoniche nei colori di metà autunno, imbruniva e iniziava a rinfrescare. Camminavano lenti scambiando frasi brevi, lui disse qualcosa di spiritoso, lei rise. Era strano essere lì insieme da soli, diverso da come era il loro rapporto di ogni giorno, sembravano entrambi personaggi di una storia che non era loro. La confidenza che avevano nel loro quotidiano, ora qui sembrava essersi cristallizzata, come subisse la temperatura bassa del posto. “ti va di prendere una cioccolata insieme oggi pomeriggio?” Glielo aveva chiesto a fine mattina, al termine della lezione di Plastica. Lei aveva alzato gli occhi dal lavoro a cui era intenta: una copia di testa dell'Aurora di Michelangelo, esistente nelle Cappelle Medicee a Firenze. “Perché no? Per me alle quatto va bene.” Aveva risposto, con un accenno di sorriso, aveva le mani e il camice bianchi di creta disseccata, teneva i capelli fermati a chignon da un nastro di seta vermiglio che lasciava scoperto il collo. La cremeria era sotto casa di lei, avevano scelto quella perché doveva rientrare entro le sei, aveva da ripassare per il compito di matematica dell'indomani, dalla vetrata del locale si vedeva la cancellata del parco di fronte. Le cioccolate erano scadenti, troppo liquide e la panna montata era qualla da bomboletta spray, ma lei conosceva il posto e non ci aveva badato. Avevano parlato della scuola: i professori, le materie più ostiche, gli scherzi dei compagni, cazzate. Poi era entrato un uomo, adulto, quasi un vecchio: aveva ordinato un caffè al banco, lei si era voltata a nel vederlo e la luce nel suo sguardo era cambiata. Uscendo l'uomo le aveva fatto un cenno di saluto, lei aveva risposto con un gesto della mano, era tornata alle loro chicchiere, ma aveva smarrito il filo del discorso lasciato in sospeso. Con un tono neutro le aveva chiesto chi fosse? Lei aveva risposto: un amico, senza aggiungere altro. Correva voce a scuola che lei avesse una storia con uno col doppio dei suoi anni, e lui non ci aveva creduto, ora sapeva. La visione delle mani dell'uomo sul corpo di lei gli balenò nella mente, turpe come l'immagine di una rivista porno, fu colto da una vertigine, non riusci a terminare la sua tazza di cioccolata. Il fumo delle sigarette indugiava nell’aria umida, confuso come i loro pensieri. Si chiese dove fossero gli argomenti elaborati nella mente centinaia di volte, nei discorsi immaginati con lei, che ora si erano dissolti come emulsione di pellicola vergine alla luce. Odiava quelle mezze frasi che nascevano dalle sue labbra, alla ricerca di uno straccio di discorso, era come il tentare di far partire a pedale un motorino ingolfato di miscela. Maledicevai suoi diciassette anni, così pochi per pesare sul piatto della bilancia, le sue parole gli apparivano puerili, non era così che si era immaginato agli occhi di lei al primo appuntamento da soli. Chissà che pensieri le passavano in mente in questo momento: si stava di certo annoiando, lo classificava un coglione, un ragazzino che le stava facendo sprecare quel pomeriggio? Frustrazione e tristezza gli rendevano le mani frenetiche: le nascondeva nelle tasche del giaccone, tormentando l’anello freddo del portachiavi. Camminarono fino al muraglione di cinta in fondo al parco, il viale terminava, si fermarono e spensero i mozziconi sotto i tacchi . C’era un gruppo di salici piangenti ormai spogli con due panchine di legno che si fronteggiavano, lei gli raccontò che d’estate, coperte dalle fronde, restavano nascoste alla vista, consentendo alle giovani coppie di appartarsi a limonare. Era l’angolo discreto dei primi baci, il rifugio degli innamorati ragazzini. Le mamme lo sapevano, quella storia era anche loro, per questo portavano i bimbi a giocare lontani, in altri punti del giardino. Giunsero al piccolo spiazzo delle altalene e lei si animò come per una improvvisa felicità: “Vieni, faccio un giro.” disse. Lo prese per mano e lo trascinò con l'entusiasmo di una bimba, il ghiaino crepitava sotto i passi di quella breve corsa, mise la borsetta a tracolla e si adagiò sul seggiolino. “Dai! Spingimi ti prego!” Il cigolio della catena e il loro ansimare nello sforzo di quel gioco, erano l'unico rumore nell'aria condensata del tramonto che incalzava. Quando fu stanca, nel voltarsi si trovarono di fronte con i visi ravvicinati, mentre i respiri mescolavano vapori rarefatti, si guardarono negli occhi, fissandosi per un lungo attimo, soli in quel silenzio. La luce si ritraeva verso il confine della sera, allungando le ombre sul ghiaino del viale, lui pensò che quello era un momento perfetto per baciarla, non ce ne sarebbe stato uno più adatto. Si domandò se lo avrebbe ricambiato? Ne era stato certo quando aveva deciso vederla quel pomeriggio: ogni dettaglio di quella scena l'aveva vissuta decine di volte, ad occhi chiusi, solo nel letto della sua stanza. Poteva descrivere con esattezza il sapore e il calore delle sue labbra, il velluto cedevole della lingua che cercava la sua. Ora non era più sicuro di nulla, e restava fermo, in quella esitazione che sospendeva il respiro del tempo: anche lei era immobile, forse attendeva che qualcosa spezzasse quel maleficio che legava i corpi e le parole. Restavano a guardarsi negli occhi, nel timore che il tempo ricominciasse a scorrere. Furiosa, la voce nella sua testa urlava: “Baciala! Baciala ora, coglione!”. Ma non si mosse. Lei gli porse la mano nel tacito invito al ritorno: la sua mano era calda, quella di lui gelida, fu un risveglio per entrambi, guardò l’orologio: “Si è fatto tardi. Torniamo? “ Lui acconsentì con un cenno del capo, tornarono sui loro passi guardando la strada, senza dirsi più nulla fino al cancello. Si salutarono all’uscita con un bacio amichevole, sulle guance. La guardò attraversare veloce la strada fino al portone di casa, si strinse nelle spalle, sentiva freddo e una sensazione di inutilità gli pesava nel petto. Le auto sul corso Orbassano avevano già accese le luci di posizione serali.
  18. Inquieto vivere (L'occhio del giallo)

    È caduto giù mentre tiravo fuori una bracciata di libri dallo scaffale. Devono averlo stampato negli anni sessanta. L’Osservo. Dal buco di una serratura mi fissa un occhio. “Immagine vecchia e inefficace” direbbe oggi qualche grafico moderno e invece, l’effetto è ancora quello che il grafico di allora deve avere immaginato. Lo sguardo, che viene su dal pavimento, sembra riesca, perfino, ad alzarmi la gonna sulle gambe. La copertina è gialla e mi sento a disagio. Faccio fatica a focalizzare il titolo, è scritto in nero sopra una riga rossa; riconosco appena i caratteri di una vecchia macchina per scrivere, nient’altro. L’occhio e la serratura sono racchiusi dentro un cerchio, come a catturare una realtà, quasi ad inglobarla, lasciandola senza via d’uscita, senza scelta; il grafico ha centrato in pieno tutto quanto. Uno sguardo lungo più di quarant’anni che, finalmente, è penetrato in milioni di esistenze. Alzo una spalla fino a strofinarmi l’orecchio, quasi a volere allontanare un sussurro, un sibilo, qualcosa d’incorporeo e presente. Il mio respiro ha mille respiri, sono sola, ma sono sicura di sbagliarmi. Ho firmato quintali di carta per difendere la mia privacy, ma, come quest’occhio, ho voglia di entrare nella vita di tutti. Qualcuno ha fatto lo stesso con la mia. Vuole sapere. Vuole carpire. Vuole rubare. Ha bisogno di impadronirsi di ciò che mi appartiene, dei miei pensieri, delle mie ricette di cucina. Mi si è ficcato fin dentro il pc. Il grafico è diventato regista e pendo dalle sue labbra o meglio dal suo occhio, avido, come quello di un falco lodolaio. Oggi, io sono il milione di esistenze e sono l’occhio che è penetrato in esso. M’infilo nei letti degli sconosciuti, nelle loro stanze da bagno, dentro i loro armadi, divento il loro accusatore. Finendo, poi, per imitarli. Sono bramoso, voglio sapere, carpire, rubare. Lo faccio leggendo le riviste di gossip e perfino quelle più snob Class, Panorama, l’Espresso che, in fondo, sono uguali alle altre. Poi… sfido l’occhio: «Guardami, guardami pure, tanto io so gestire bene la mia anima e le mie parole. Addosso terrò soltanto un microscopico bichini, mi spalmerò di creme, ma di me ti mostrerò soltanto ciò che voglio e sarò ciò che vorrò farti credere.» Mi ero illusa. Il Grande Fratello, su di me, aveva fatto altri progetti. Un tempo confidavo sentimenti, paure ed eccitazioni al mio diario, tempio inviolabile e inviolato, usavo una penna spudorata e sincera. Oggi preferisco andare a Pomeriggio Cinque e raccontare con chi ho fatto l’amore stanotte. Sono le cose così che fanno il bello de La vita in diretta. Sono sottomessa al bisogno di scavare, fino allo spasimo, dentro le immagini di storie morbose, il mio desiderio è diventato assillante. E così, in bocca mi ritrovo parole mai dette prima e nel petto sentimenti mai provati finora. Mi spingo anche oltre. Adesso sono io che mi esibisco per scandalizzare, affinché la mia presenza non passi inosservata. Desidero essere spiata perché la mia vita possa diventare “storia”; cerco di spiare per vivere la storia che manca alla mia vita. Ecco il regista, lo vedo dappertutto. Possiede una telecamera alla quale, meticolosamente, pulisco il vetro per venire, anch’io, bene nell’inquadratura. Devo tenerlo sempre a mente, i Talent show sono l’unica occasione della mia vita. Con la telecamera cerco anche l’Amore, vado a Uomini e Donne, prima scelgo, poi mi fanno “l’esterna”. La prima volta bacio Gianfranco, la seconda Antonio, la terza Sandro, poi conosco anche Maurizio. In studio mi chiedono com’é andata, io penso al brivido, alla reazione chimica che mi doveva semplificare la scelta, ma quel dannato occhio, che ci puntava curioso, mi ha distratto, fin troppo, e così sono qui, da Maria, da almeno tre anni. Il “brivido“ magari lo provo quest’oggi; è già pronta l’ennesima esterna con… com’é che si chiama? Non so, forse Oscar oppure Osvaldo, una cosa del genere. Si, mi pare che il nome cominci per O. Una telecamera che rimane occhio. Occhio che dalla mia carne tirerà fuori lo scheletro, dalla mia coscienza il pensiero cattivo e prima che la ripresa sia finita, avrà dato in pasto la mia vita agli avventori del momento. Bocche piene delle mie disgrazie, bocche piene delle mie debolezze. Bocche piene piene. Mentre io non so neppure come ho fatto a finire tra le notizie del Tg delle 20,00. A questo punto, forse, sarà meglio urlare a squarcia gola, e far sapere a tutti chi sono veramente. Urlerò che ho un sano equilibrio, aspiro alla pace interiore e sono pervasa da pensieri votati all’altruismo. «IMPORTA A QUALCUNO?» … e l’eco mi restituisce un “No!” che riempie ogni cosa. Ormai io e l’occhio siamo una coppia di fatto, conviviamo. Mi ha resa incapace di “essere” quanto di “vedere” così come avrebbe fatto un marito padrone. Il mio IO, forse, lo scoverà la troupe di Chi l’ha visto. Sempre che qualcuno ne faccia richiesta. Mastico apparenze e parole per elevarmi a giudice supremo. Ne so più degli altri, almeno così credono tutti, e allora posso dire la mia (o ascoltare la loro) a Ballarò, a Porta a porta… Esibisco la mia scienza pure a Quarto Grado, dove i panni sporchi, puliti non tornano più. Fuori dal tondo di questa copertina, non ci vive nessuno. Una telecamera è appollaiata perfino all’incrocio sotto casa mia. Così tutti sanno che oggi indosso jeans e maglietta e sanno perfino che ho le ascelle sudate. Esiste ancora un modo per uscire dal cerchio? Riscoprire il sapore di pareti inviolate? Non so più chi sono, ma per certo so chi non saremo mai più. L’occhio guarda, sogghigna, non parla. Lascia che noi ci si spii a vicenda. Viviamo felici e contenti, come bambini curiosi e appagati. È da questa copertina che è cominciato tutto? Un sussulto mi libera da un torpore mellifluo, il suono di un clacson, venuto da fuori, ha l’effetto di una sveglia e non so più nemmeno a cosa stessi pensando. Ricomincio a sistemare i miei libri. Ho appena messo a fuoco il titolo di quello caduto ai miei piedi “Giochi maledetti”. Provo a riporlo, voglio farlo sparire di nuovo tra gli altri, lo spingo sul dorso, con forza, ancora e ancora, ho perfino male alle dita, ma lui... non torna al suo posto.
  19. [MI 107] Inf(s)etti

    commento Tema di mezzogiorno MI Virale Luca si svegliò a un’ora qualsiasi di una giornata qualsiasi. Riemerse dal sonno sentendosi come un biscotto impantanato in una pozza gelatinosa, con una mano invisibile che lo spingeva sul petto e lo teneva semi immerso. Sospeso. Riuscì a scivolare fuori dal materasso, che al centro aveva il colore della cancrena, e sentì addosso il gelo del pavimento ricoperto di insetti schiacciati. Illuminò la stanza con la sola lampada a disposizione, gli sembrò come sempre di essere chiuso in un forno incrostato. Le mosche e gli altri insetti in grado di volare presero a cozzargli contro il corpo nudo, mentre gli altri uscivano e rientravano nello spazio di luce giallastra indaffarati sulle zampe frenetiche. Sentì i colpi dolorosi delle proboscidi e degli aghi dai tendini fino all’attaccatura delle gambe, ma non sprecò le poche energie rimaste per delle inutili smorfie di dolore. Dopo due anni adesso riusciva a prendere sonno nonostante i continui morsi, durante la veglia non erano niente. Gli insetti si cibavano di lui e di quanto il suo corpo emetteva, e lo stesso avrebbe dovuto fare anche lui. Come in parte già faceva. Sostò davanti al poster pieno di buchi e sangue smerdato, davanti al corpo immortale di una giovane star americana che ammiccava penzoloni da quella carta piegata dall’umidità, dondolata dagli spifferi d’aria. Si masturbò, meccanico, la mano sinistra premuta contro la parete. Faceva male. Poi andò ai secchi dove raccoglieva l’acqua piovana e le perdite dei tubi e mise insieme in una bacinella il quantitativo per darsi una ripulita. Finché le pustole non andavano oltre la base del collo, finché la pelle si staccava dalla faccia come piccole schegge friabili e bastava passarci un fazzoletto per ripulire il pus, andava bene. Ma ormai mancava poco. Luca scese in strada, i mocassini sollevavano schizzi ad ogni passo. Era inverno, pioveva tutte le notti, e le strade mantenevano la solita patina di acqua torbida che le fogne non riuscivano più a ingoiare. Lui sollevò il colletto della camicia in modo da sentirlo strusciare contro i bordi della mandibola. Un altro albero era crollato, bisognava deviare. Il canto delle bestemmie si alzava da dentro le macchine ingolfate e dai negozi dove panettieri, tabaccai, baristi stavano armati di fucili da caccia e pistole, e da dietro le maschere antigas servivano i primi clienti pronti a seccarli se notavano una sola fottuta pustola. Lui passò davanti alla farmacia blindata. Le guardie bardate in tenuta antisommossa facevano avvicinare solo chi aveva la tessera ed era ancora sano. Luca aveva la tessera, ma da vicino forse non li avrebbe fregati. E le dannate pasticche e il dannato gel li aveva finiti da una settimana, per quel poco che servivano. Si strinse la cravatta, camminò lungo l’infognata Togliatti e nei timpani gli esplose un sibilo che sembrava prendergli a cazzotti il cervello. Si portò d’istinto le mani alle orecchie, le tenne premute ma le tolse subito ricordando a se stesso che non doveva mostrarsi infetto. C’erano delle donne che camminavano a passo spedito dall’altra parte della strada, parlottavano fissandolo. C’era anche un gruppo di ragazzi che aspettava un pullman qualsiasi, ma soprattutto qualcuno da impallinare. Sangue freddo. Il sibilo gli faceva girare la testa, cercò allora di passare il più possibile scostato dalle case trincerate a prova di infetti. Erano tutte con i Repest accesi. Gli ultrasuoni tenevano a distanza gli insetti, così dicevano. Il nugolo di mosche che cozzava contro le finestre chiuse diceva il contrario, ma i Repest sembravano utili a tenere lontani chi insetto stava per diventarlo. Gli uffici erano lì, a trenta metri, quando il violento conato lo fece piegare rabbuiandogli la vista, che recuperò qualche secondo dopo per specchiarsi nel vomito catramoso che aveva schizzato sull’asfalto. Si guardò le mani, i peli irsuti spuntavano ovunque, persino da sotto le unghie, e gli facevano venire i brividi. Perché avvertiva anche il più lieve spostarsi dell’aria. Formicolava, non sapeva cosa sarebbe diventato, ma lo stava diventando. Pensò agli squadroni disinfestanti del governo, mandati tutti i giorni per le strade, chiusi nelle anonime tute anti-contaminazione bianche, armati di gas che sparavano contro migliaia di insetti non con la speranza di sterminarli tutti, ma solo di limitare, arginare. Gli infetti sul punto di mutare finivano bruciati. Era successo a suo padre quando era finito pancia in terra mutato in blatta. Era successo al suo migliore amico quando la pelle gli era caduta liberando la sua nuova forma di mantide. Deportati e inceneriti. Si allontanò dagli uffici, era il momento di licenziarsi. Arrivarono altri conati, sotto la camicia le pustole scoppiavano ogni volta che si piegava per vomitare. Riuscì a raggiungere il sottopassaggio dove ormai finiva sempre più spesso. Sul muro c’era ancora un vecchio manifesto elettorale del presidente, strappato a metà, mezzo accartocciato, ma si vedevano ancora il volto raggiante e le braccia conserte. Era stato lui a spingere per gli allevamenti di insetti, per lavorarli e farli finire sulle tavole, come il futuro richiedeva. Luca aspirò con forza e sputò contro quel manifesto relitto. Poi andò a succhiare quanto trovò lì sotto. Di nuovo nel chiuso del suo appartamento, seduto vicino alla lampada poggiata sul pavimento e nella sua piccola cupola di luce giallastra, Luca vedeva emergere da sotto la pelle i nuovi tessuti, lucidi, un misto di nero e verdognolo. Le mosche ronzavano tutt’intorno. Scosso da brevi risate, il giornale stretto in mano, Luca aspettò schiacciando insetti sulle mattonelle.
  20. Aneddoti dal cuore

    Fino a
    Aneddoti dal cuore - REGOLAMENTO Bando ufficiale: http://www.archiviospettacolo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=110:regolamento-concorso-aneddoti-dal-cuore&catid=41:concorsi&Itemid=164 Art. 1 - Presentazione L’Associazione Archivio Spettacolo, allo scopo di favorire la condivisione delle proprie esperienze personali, indice la prima edizione del concorso a tema: Aneddoti dal cuore. Art. 1.1 - Il Tema Il concorso tratta di storie vere, di persone normali con un’anima speciale. È facile ricordare la vita di persone importanti, un po' meno ricordare quella di persone normali che fanno cose importanti. Attraverso i tuoi ricordi creeremo un percorso di emozionanti memorie, ricordando persone che, con i loro piccoli gesti, hanno cambiato la vita dei propri cari e forse anche di molti altri… o forse involontariamente anche di tutti noi. Art. 1.2 - Quote d’iscrizione Il concorso è completamente gratuito. Art. 2 - Racconti ammessi Sono ammessi solo racconti scritti in lingua italiana, di vita vera e inediti; non saranno ammessi racconti già presentati ad altri concorsi letterari, o pubblicati in rete. Art. 3 - Partecipanti La partecipazione è aperta a tutti, cittadini italiani e stranieri ambosessi, purché l’opera sia scritta in lingua italiana da autori emergenti o persone comuni. Per i partecipanti che non hanno compiuto la maggiore età è richiesta un’autorizzazione scritta e firmata dei propri genitori o tutori legali. Art. 4 - Tempi e modalità I racconti vanno inviati tramite posta elettronica all’indirizzo: info@archiviospettacolo.it entro e non oltre la mezzanotte del 24/06/2018. Nell’oggetto della email va indicato: Partecipazione ad Aneddoti del cuore, nel corpo della email va espressamente indicato di comprendere e accettare il regolamento nella sua integrità, e di accettare nello specifico gli articoli 6 e 6.1. I racconti vanno inviati in un unico file di testo (.doc / .txt). In calce al racconto dovranno essere riportati i seguenti dati: NOME, COGNOME, DATA E LUOGO DI NASCITA, INDIRIZZO (completo di C.A.P.) , NUMERO DI CELLULARE , INDIRIZZO E-MAIL. Art. 5 - Premi e premiazione Al 1° classificato verrà fatta una video-intervista gratuita, dove potrà parlare del soggetto del suo racconto. Gli altri partecipanti ritenuti idonei verranno inseriti gratuitamente sul portale web www.ArchivioSpettacolo.it , con la possibilità di essere ricontattati in futuro per eventuali collaborazioni. L’associazione Archivio Spettacolo si riserva la possibilità di pubblicare un E-book a diffusione gratuita con i racconti migliori; in questo caso gli autori verranno tempestivamente avvisati via E-mail. Resta comunque inteso che l'associazione Archivio Spettacolo nulla dovrà agli scrittori e che i diritti intellettuali dei racconti resteranno dei rispettivi autori, che li potranno utilizzare come meglio credono senza alcun vincolo con l’Associazione. Art. 6 - Accettazione del regolamento La partecipazione al concorso implica il completo comprendimento del regolamento e quindi l’accettazione integrale, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle modalità che regolano la validità dell’iscrizione, determina l’immediata esclusione al concorso, senza che l’organizzazione sia tenuta a informare il diretto interessato. Art. 6.1 - Dichiarazioni Con l’invio dei racconti i partecipanti dichiarano: di avere preso visione del presente regolamento e di accettarlo e sottoscriverlo integralmente; di essere gli autori del racconto inviato, che è unicamente frutto del proprio ingegno ed esperienza reale della propria vita, che il racconto è inedito e che non lede i diritti di nessuno; di sollevare l'associazione Archivio Spettacolo e tutto lo staff organizzativo del concorso dalle responsabilità derivanti da dichiarazioni mendaci. di accettare insindacabilmente tutte le decisioni assunte in merito al concorso da Archivio Spettacolo; di acconsentire alla pubblicazione dei racconti proposti nell’antologia (E-book), come precisato all’art. 5; di essere consapevoli che non percepiranno dall'associazione Archivio Spettacolo alcun compenso per la partecipazione al presente concorso, né da eventuali pubblicazioni; di acconsentire il trattamento dei dati personali ai sensi del DLgs 196 del 30/06/2003; di rinunciare quindi a qualsivoglia pretesa, anche economica, per profitti derivanti da diritti TV, o altra fonte. Art 6.2 - Privacy I dati personali saranno trattati secondo il DLgs n.196/2003 , solamente ai fini del concorso.
  21. [MI 107] In ritardo

    MI 107 - Tema di mezzanotte: nel posto giusto al momento sbagliato In ritardo Southampton, Regno Unito, aprile 1912 Pioveva quando era arrivato in albergo e si sentiva depresso. Ordinò la cena in camera e una bottiglia di whisky. Mangiò poco e scolò metà della bottiglia. Si sdraiò sul letto, ripensando alla sua ultima notte a Parigi. “Rien ne va plus” aveva recitato meccanicamente il croupier, facendo girare la ruota della roulette. Era uscito il 17 nero. Aveva perso ancora. “Sai chéri, sono rovinato” aveva detto a Joséphine. “Anche tu?” aveva chiesto lei, con un’espressione di stupore sul bel viso esotico color caffelatte. “E chi altri?” Lei aveva contato con le lunghe dita affusolate, dalle unghie smaltate rosso sangue “Sei il quarto uomo che mando in bancarotta”. “Adesso non ti sopravvalutare, mon amour. Ha contribuito anche il gioco. E in modo meno piacevole”. “E sei venuto qui da New York per rovinarti?”. “Oscar Wilde ha scritto che quando un americano buono muore, Dio lo manda a Parigi, uno cattivo lo lascia in America”. “Chi è Oscar Wilde?” “Un eccentrico”. “Uno ricco?”. Joséphine l’aveva mollato, saggiamente, dicendogli “Sei stato carino a dirmelo subito, mon chou. Un altro avrebbe aspettato, per approfittare un po’ della situazione”. Era un’Epoca Bella, aveva pensato, ma solo per chi poteva viverla alla grande. Poi, nell’elegante appartamento, che aveva in affitto in St Germain e che non poteva più permettersi, aveva meditato sul suo ritorno in America. Segnato da una sfortuna che non sentiva di meritare. Si addormentò di colpo. Fece sogni confusi, si vedeva già a New York, ma nell’appartamento di Parigi. Joséphine chiedeva argent in inglese, lui cercava sul calendario una data che non era scritta. Provava a telefonare con un apparecchio privo di un numero, leggeva nomi di strade conosciute in una città dove non era mai stato. Si era perso. Si svegliò di soprassalto e guardò l’ora. Prese i bagagli già preparati e si precipitò al porto. Troppo tardi, la nave era già partita. La sfortuna, ancora una volta. Restò a lungo sul molo, a guardare il Titanic che prendeva il largo.
  22. Elogio alla Musica

    Questo è un pezzo di qualcosa che ho scritto. Ho voluto sperimentare qualcosa di nuovo, spero piaccia. La senti la musica? E tu la musica la vedi? Io sì. C'è una nota proprio lì che volteggia leggera. Questa è viola, quella blu, quella invece a forma di piccola orca dev’essere nata dalla pancia di un violino, guarda. Ora che si è allontanata dall’intera orchestra la dovresti vedere meglio. Tra le note e lettere a forma di animali che danzano in aria, è quella blu laggiù. Sembra quasi che la musica sia appesa o animata da un filo, Forse sono io a leggere musica dove non c’è, forse hanno ragione loro e sono pazzo, o la è colpa dell’inchiostro. Dannata droga. Maledetto io che lo sniffo fino a vedere musica e lettere a caratteri cubitali. Le vedo anche ora, lí. Lí e lá. Musica tridimensionale. Quella é lilla, quella grigia. La melodia si fa piú sfocata. Muta. Parla. Pare scritta con una calligrafia fitta fitta, che quasi sembra finta e si muove e danza, come una riga che vibra e scritta di fretta. Il volume del disco si abbassa e la cassa sfuma sui bassi. Vorrei tanto poterla scrivere così come la vedo, ma proprio non ci riesco. Il difficile è riuscire a fondere musica e testo, si tratta di far flettere le parole, leggere le note come lettere e ottenere un discorso che scorra rapido come la corrente in una ripida discesa, e chi lo provi a leggere possa lasciarsi trascinare dalla cima della storia fino a valle, prendere lo slancio e trovarsi come sospeso. Quando scrivo, sento sulla schiena tutto il peso delle parole che scelgo, mi chiedo perché ho scelto questa e non quella, perchè ho messo l’accento proprio qui e non lì, ma finisce sempre che scrollo le spalle e basta. Va così, mi dico. E riprendo. Scrivo ora con lo stesso desiderio di riuscire ad alzare un pò più sù l’asta, portare il suono e la scrittura ad un ulteriore livello superiore di quello su cui stanno già, e non parlo di volume ne è un discorso di calligrafia. Per me niente è come la musica, sono uno di quelli infatti dove nella testa non è mai spenta. So che suona scontato, ma se devo essere sincero non me ne frega proprio un cazzo. Dai non potevo essere il solo su sei miliardi a pensarlo, come non sarò il solo al mondo a credere che un assolo sia un urlo di puro piacere, come un canto per la chitarra, paragonabile all'orgasmo di una donna eccitata. Ah, la musica è musica. Se vogliamo essere poetici, è il dolce odore di pioggia che vive nell'aria in una terra arsa e aspra, e scarsa d’acqua. La musica è quella porpora, quella polvere rossa sparsa per colorare questa grigia farsa chiamata vita. Penso troppo vero? Vedo troppi penso in giro. Il senso di ciò che voglio dire è che una melodia è sempre e comunque una vera perla, e per la verità non so neanche io come descriverla. Sarà come dicono, ovvero disegnata da quello che chiamano Io interiore. Una sottospecie di Dio superiore o qualcosa di simile. Dopo queste prime righe sei ancora sicuro di voler andare avanti? Ya? Di leggere a zig zag e vagare come uno zingaro senza meta? Come vuoi. Se vuoi seguirmi, prego, leggimi! Accendi pure il sigaro che qui si puó fumare, non ci sono leggi, anzi fai una cosa riempi il bicchiere anche a me. Cos’è quello caffé? Thé? Correggilo va la. Tu siediti lá e presta attenzione, questa noia è pericolosa, resta distante. Vedrai meandri di quadri che, credimi, tratteggiano la follia, dove non credi se non vedi, poi se lo ritieni troppo rischioso o insensato, o semplicemente non te gusta, non ti piace, puoi anche andare via. Puoi pure dire in giro che a scrivere non sono capace, là c’è la tua uscita, ma la mia è questa. Per tornare indietro basta che segui dove ti porta la strada, c’è una porta coperta da delle felci. Oppure chiudi il libro, più semplice. Se non te ne sei accorto ci troviamo già in mezzo alla selva bruta, guardati intorno solo arbusti. Non senti ancora come sta' roba suona strana? Come la scrittura è sporca. Lo si capisce dalli pazzi piatti della batteria che suona quella tribù là in fondo, nascosta dietro gli alberi, da dove spunta il fumo e si sentono tamburi, bonghi e chitarre picchiarsi tra loro. Quella che senti non è più musica classica. Nemmeno samba. Non è salsa in salti, né un party con santi in cielo che battono le mani a tempo. Quello che suona ora è rock selvaggio. Se pensi che quello che scrivo è follia, non ti sbagli. Non puoi capirlo se non senti musica nei paraggi. Poggia l'orecchio su questi fogli e sentirai il cuore battere nel foglio come nel polso e l'inchiostro scorrere sotto terra, l'albero e le foglie respirare e un gruppo di lettere suonare in sottofondo. Scherzo, non vorrei mai tu lo facessi davvero. So benissimo che cos'è questo foglio. Solo un altro pezzo di carta che prima o poi strappo, accartoccio e butto nel cestino in fondo all'angolo. Anzi lo faccio subito. Guarda. Canestro. Sarebbe d’accordo anche il mio maestro, quello ossuto di quando ero bambino, con sul naso acuto degli occhiali quadrati color alluminio. Una volta mi ha chiamato alla cattedra per dirmi, cos’è questa? te lo dico io, carta straccia! Questa cartaccia è il segno dei traumi e dei mali di cui dovrei liberarmi. Ho ripreso il foglio dalla spazzatura e l’ho riletto. Dalla scrittura confusa non si nota neppure l'errore, o almeno così sembra da qui sotto a tutto con il foglio controluce. Almeno così spero. Il testo l’ho rigettato. Lanciato nuovamente nel bidone, prima di essere troppo tentato di fare della stanza una fornace, ma ho preso il muro ed il foglio è uscito. Allora mi sono alzato per cestinarlo da vicino, e seduto qui nello stesso posto. Poi il cestino si è mosso. Non è la prima volta, spesso succede ed io non posso farci niente. Anzi se devo essere sincero accade quasi sempre. Dovresti vedere la carta dentro come si spreme, si contorce. Dico sul serio. Osserva. Il cestino si è rovesciato! Lo vedi ora, tra la carta vomitata c'è del nero che cola. Ecco, sta prendendo forma. Il foglio, mio figlio. Un tipo poco docile, anzi piuttosto grezzo, ma tu non ci fare caso, non dargli peso. Potrá sembrarti scontroso, stronzo, tu resta tranquillo continua a fare finta di niente. Lui é un po’ maleducato però alla fine si contiene, o almeno a me mi tratta bene. A me mi non si dice e non si scrive, e io l’ho giá fatto due volte. Non fare caso nemmeno a questo. È cosí che parla lui, mette gli articoli davanti ai nomi, sbaglia tutti i congiuntivi, mette le e dopo le virgole, pronuncia male i cognomi e fa tutti gli altri errori che la grammatica vieta. Lo si capisce lo stesso, ma sono proprio questi errori a dargli vita. L'ultima volta ha dato di matto quando gli ho detto che volevo smettere di scrivere, che sarei sparito e lui sarebbe diventato cenere. Mentre lo legavo alla sedia, proprio quella su cui sei seduto tu, prima di imbavagliarlo mi ha bisbigliato all'orecchio, "Sei mio!", ma ha sbagliato, io non sono suo. Stupido. É lui che è solo una specie di autoritratto mio. Perchè è vero, con lui mi sono sempre messo a nudo, anche se comincio ad essere stanco di questo stupido gioco e quando glielo ho detto non l’ha presa per niente bene. Non ci ha creduto, non vuole. Ora è ancora un piccolo fantasma nero e fangoso, ma sta solo prendendo forma e muterà fino ad avere un corpo solido. No! Non so come faccio, ma lui prende vita davvero, praticamente ogni sera che scrivo. Non credo sia la pratica, ne la mente. No, non sono impazzito. Ieri l'ho dovuto imbavagliare con un nastro per farlo stare zitto! Non guardarmi così, sono stato costretto. Aspetta. Ferma tutto. Stoppa la musica. Dammi un attimo. Tra poco lui sarà qua, e sarà incazzato nero. Atre, cosí dice di chiamarsi, arriva dal di là, dall'inferno. Devo chiudere questa storia una volta per tutte. Ci sarà una lotta probabilmente. Non è momento di una pausa ma ne voglio una. Tremo, ma non è paura. Sto sudando e non è colpa del caldo, ho freddo. La pelle scivola sola con le parole e l'odore di sudore è quasi gradevole. Mi sto ancora esponendo troppo e certe cose dovrei tenerle per me. Forse non sono ancora pronto. Forse è tutto un sogno. Anzi è molto probabile. Forse hai ragione tu e gli altri, è follia. Dovrei prendermi del tempo per riflettere, se ciò che vedo è vero o se devo trovare una cura seria per la vista che tanto però, so già che non servirà. Almeno non per la vista, mi servirebbe per la.. Forse la causa è la droga, dovrei smettere, finirla poi smettere, ma... Magari mi sbaglio davvero io, e i miei sensi sono fuori uso, o sono io quello completamente fuso e lui è solo un’impressione, in fondo si tratta solo poche pagine. Tutto effetto di questa pozione nera pece che crea illusioni. Una semplice allucinazione. Anche se devo ammettere che preferisco questa legittima bugia che vivere una vita di città come fossi al cinema, come in televisione, registrata in versione grande di Cinecittà. Ipocrita! Chi ha parlato?
  23. La rimpatriata

    Ti spaccava le ossa il freddo quella mattina. Erano le otto e mezza di un mattino di fine novembre, la luce cruda scorticava le superfici delle cose e i pensieri di passanti assorti nella loro fretta, scie candide di fiato ne seguivano i passi, fluide come sogni scaduti del primo mattino. Un traffico rapido di veicoli sfilava sull'asfalto candido di brina della via Sacchi, al loro passaggio folate di aria gelida lo colpivano insistenti come schiaffi. Non c'era riparo in quella fermata di tram a ridosso del muro della stazione. Di fronte, due palazzi gemelli interrompevano una teoria di colonne grige e si aprivano sulla prospettiva di una stretta via di mercato, in cui verdurieri freddolosi e clienti riluttanti si apprestavano tra risicato bancarelle. Dal vecchio muro alle sue spalle giungevano i rumori operosi della ferrovia: la stazione di Porta Nuova stava cento metri più avanti, in lontananza vedevi il giallo dei taxi portare clienti col loro carico di valige e premura. Alla fermata con lui c'erano due ragazze del quartiere, una coppia di anziani ed un quarantenne impettito in un cappotto grigio fumo e borsa da impiegato, forse un contabile in qualche studio di Commercialista del centro, portava un goffo paraorecchie a fascia elastica rosso. Lui invece le orecchie e la testa le teneva scoperte, infatti non le sentiva più: il freddo le aveva completamente anestetizzate, se gli avessero mozzato il capo con un colpo netto non avrebbe fatto una piega, non se ne sarebbe neppure accorto, né sarebbe uscita una sola goccia di sangue. Fanculo a Giulio che non arrivava. Lui stava assiderando, era li da mezz'ora e dell'altro non se ne aveva storia. Una delle due ragazze, quella bruna alta col maxi cappotto nero e borsa a tracolla con disegni etnici la conosceva, frequentava il suo stesso Liceo, ma era di un anno avanti a lui. La chiamavano "Cavalla", forse per l' altezza, o per quel modo indolente che aveva nel deambulare, aveva gambe lunghe e magre che si immergevano in stivali alti con tacchi smisurati. Nascondeva un viso non brutto sotto un trucco pesante che le dava un aria sprezzante e volgare, a guardarla con quel bistro in eccesso e il rossetto viola alle labbra, ti faceva pensare ad una puttana. Portava una mini scamosciata prugna scuro, quelle a portafoglio, che lasciavano sempre in vista una porzione di coscia e collant colorato da 40 denari, era quasi una divisa per lei quell'abbigliamento. Pareva vivere perennemente in una sua campana di vetro silenziosa e separata dal tutto, aveva lo sguardo svagato di chi non mette a fuoco, forse era il suo modo di proteggersi dentro, lasciando il mondo ad agitarsi fuori. Dicevano fosse così per gli acidi presi che le avevano cotto il cervello e che per questo le girava a regime ridotto. Molti le stavano dietro per via di quell'aria equivoca e svitata che induceva a pensare che la mollasse facile, o forse perché facile lo era realmente e si lasciava fare quando era cotta di fumo o impasticata. Lui con lei non ci aveva mai provato e forse per questo lo salutava a stento, quando si ricordava di farlo, infatti quella mattina la memoria gli faceva difetto e non aveva accennato ad uno straccio di saluto manco per sbaglio. "Zoccola!". Aveva pensato lui. Giravano delle storie su di lei, pare che si lavasse poco, scarsa igiene intima. Un suo compagno di classe una volta se l'era portata in soffitta. Dopo raccontava che quando si era sfilata le mutandine l'olezzo di figa rancida aveva ammorbato l'aria della stanza, lui era un tipo sensibile e schizzinoso, per quel motivo gli era rimasto moscio e non aveva combinato niente. Lui francamente non sapeva se crederci, gli pareva una storia esagerata, facile che la raccontasse così perché non gli si era rizzato proprio. Però una volta che a scuola c'era sciopero, durante un assembla, lei gli si era seduta accanto e la puzza di sudore l'aveva ben sentito. Spendeva molto in ombretti e kajal, ma evidentemente trascurava il deodorante per ascelle. Quella con lei era la sua amica del cuore, che frequentava un liceo diverso, ma vicino al l oro. Fuori da scuola erano inseparabili, facevano coppia fissa, lei era più bassa dell'altra e con una testa voluminosa di cappelli ricciuti tinti di blu, portava delle lunghe sciarpe multicolori, fatte a mano. Era difficile da classificare esteticamente: avresti detto che non era bella e neppure brutta, né grassa né magra, tendenzialmente non era e basta. La chiamavano "Unghia" per via delle unghie lunghissime e smaltate dei più strani colori fluorescenti. Quelle unghie erano la sua nota più significativa, oltre quella restava per tutti semplicemente l'amica di Cavalla. Vivevano in un rapporto simbiotico, dove era l'una, era anche l'altra, i più maligni dicevano che girassero insieme, che fossero lesbiche. Sostenevano che Unghia fosse l'unica in grado di stare vicina a Cavalla ed ai suoi afrori selvatici e forti, forse l'unica capace di leccargliela senza vomitare. Ora aveva preso a camminare su giù per lo spazio della fermata, cercava di riattivare la vita alle estremità inferiori ormai pietrificate. Il tram numero nove arrivò sferragliando, si arrestò con una frenata di metallo abraso e spalancò con uno scatto secco le porte: nessuno ne discese, Cavalla e Unghia e gli altri tre montarono rapidi. Lui invidio il calore che li avrebbe accolti all' interno della vettura, in quel gelo anche il tepore mefitico della vicinanza a Cavalla gli sembrava desiderabile. Era il quarto tram che lasciava andare aspettando Giulio: tardava come sempre, lo stronzo. La sera prima si erano sentiti al telefono, avevano concordato di tagliare insieme da scuola quella mattina, avrebbero trascorso la mattina in un locale dove si poteva bere e sentire musica, un posto nuovo frequentato da studenti, aperto dalle 10 del mattino. In attesa di quell'ora, sarebbero andati a fare colazione insieme in qualche bar del centro, poi a farsi una canna per far carburare la giornata, sarebbe stata una vera rimpatriata. “Ci si vede alle otto, a meno che non senta la sveglia...” aveva detto Giulio ridendo. Si accese una sigaretta e soffio il fumo caldo fra le mani gelide: che cazzata non aver messo un paio di guanti ed una sciarpa quella mattina. Giulio e lui, la leggenda del Secondo Liceo Artistico di Piazza Omero, ne vavano fatte di cazzate, due miti, qualche vota anche due coglioni che si ficcavano in certi casini. Il casino più grosso però lo aveva combinato lui e tutto dopo era cambiato. Lui da quel Liceo era stato cacciato, allontanato, espulso. Inutile spiegare che può accadere alle volte di perderti. Perdi il senso della strada, delle cose, allora ti fermi per capire la direzione, perché hai sedici anni e non lo sai più. Inutile dire che hai perso il filo della storia e ci va tempo per ritrovarlo, a quelli non gli fregava un cazzo. Poi quell'episodio in cui era venuto alle mani con l'assistente di figura, un emerito stronzo che cercava di fare il bavoso con la sua ragazza: quella era stata la firma sulla condanna a morte. Quello che gli aveva fatto male non erano stati i pugni e neache il dover ripetere l'anno, era l'aver visto che lei ci stava. Aspirò con forza una boccata di fumo, gli venne da tossire e piccole lacrime gli riempirono gli occhi. - Che merda di uomo - pensò - L' ha detto e l'ha fatto. Non si è svegliato e io coglione, qui ad aspettarlo gelando. - Fissò lo sguardo verso il fondo della via, oltre l'incrocio col C.so Sommelier, dove sperava di veder comparire la cinquecento blu col tetto apribile di Giulio. Un grumo acido di rabbia e delusione gli bruciava nello stomaco, in lontananza compariva la sagoma verde del prossimo tram. Allora serrò gli occhi, strinse le mascelle, fece il vuoto nella testa e respirò a fondo. Avrebbe contato fino a trenta: se al trenta la cinquecento non compariva, avrebbe preso quel tram. - Uno…due…cinque...nove…12… - - Dai bastardo muoviti. Arriva! - - …15...18…20…25… - - per favore…Cazzo! Dai! -
  24. ""Perchè abbiamo amato John Pope e non Tom Mason"

    Quanto segue doveva essere il primo articolo di un blog mai realizzato. Salve a tutti e benvenuti sul mio nuovo blog, ove si parlerà in termini politicamente scorretti di argomenti quali difesa personale, serie televisive di ultima generazione, film vecchi e nuovi, puttanate e porcherie. Il primo tema è, relativamente alla desolante produzione spielbergiana "Falling Skies": "Perchè abbiamo amato John Pope e non Tom Mason". Due personaggi antitetici, tagliati con l'accetta e credibili quanto una banconota da 15 euro, i nostri si sono confrontati lungo ben 5 estenuanti stagioni, nel corso di uno show limitatosi a sfiorare il traguardo della mediocrità. A risollevarne le sorti, a nulla è valsa la presenza nel cast di almeno un interprete coi controcazzi: Will Patton, icona gay suo malgrado, qui nei panni dell'immarcescibile e perennemente sudicio colonnello Weaver. Ma torniamo a bomba sull'autentica star di questo articolo, quel John Pope tanto caro ai nostri cuori di fighette, cui dà il volto l'attore britannico Colin Cunningham. Egli entra in scena nei primi episodi della stagione 1, e si qualifica da subito come perfetto contraltare e anima nera del protagonista Tom Mason. Fisicamente abbastanza prestante, vestito di pelle e coperto di tatuaggi, John sfoggia un'improbabile e assolutamente posticcia chioma untuosa: il toupè, realizzato con rara maestria, rappresenta il culmine degli effetti speciali del telefilm, nonchè quello meglio riuscito. Tra le ciocche scomposte ad arte, baluginano due grandi occhi, malevoli e affascinanti, evidenziati da un discreto eyeliner; una corta barba nera incornicia l'onnipresente, stolido ghigno. A completare il look da rockstar non possono mancare massicci anelli d'argento, che gli serviranno a pestare chiunque osi contraddirlo o mettere in dubbio la sua autorità. Tom Mason è a capo di un gruppo di sopravvissuti all'invasione Esphena costituito da valorosi cittadini comuni in lotta per riconquistare il pianeta. John Pope comanda col pugno di ferro, uno svaccato manipolo di criminali e reietti da quattro soldi il cui unico scopo e sopravvivere un giorno ancora, ubriacarsi e scopare. Menzione d'obbligo a tal proposito merita il personaggio di Maggie, interpretata dall'avvenente Sarah Carter, bellezza bionda la cui fulgida chioma attraverserà cinque anni di guerra distinguendosi per esser sempre fresca di shampoo, contrariamente a quelle dei suoi commilitoni, zozze e infestate dai pidocchi. Al suo esordio Maggie fa parte della banda di Pope, e a quanto ci è dato velatamente intendere, viene stuprata un giorno sì e l'altro pure da quegli animali dei suoi sottoposti. Ma non da lui. Troppo gentiluomo per abbassarsi a tale nefandezza, John se ne sta con tutta probabilità in disparte a farsi una sega, quale autentica icona glam, guardandosi tuttavia dal sottrarre quel momento ricreativo ai propri fidi. A tal proposito, mooooolto plausibilmente, il rancore di Maggie nei suoi confronti non durerà che pochi episodi, accantonato in fretta e furia per consentire ai due personaggi di coesistere. E già, perchè dallo scontro tra i seguaci di Mason e la milizia di Pope, la seconda non può che uscire sconfitta: si salvano giusto Maggie e quest'ultimo, che viene imprigionato e impiegato come cuoco. Continua...
  25. Oltre la montagna

    Commento «Hai visto anche tu?» «Cosa? Il tramonto? Certo, caro, lo sto ammirando ora, insieme a te, ma non è passato, è ancora di fronte ai nostri occhi». «Ho questa malattia, lo sai: anticipo il tempo. Prima che le cose si compiano, per me sono già finite». «È per questo che vuoi recarti sulla montagna?» «Sì, oltre il Picco Nevoso. Dicono che lassù ci sia la dimora di Ukmar, il demone assassino di testimoni». «Non parlare così, amore, mi fai paura». «Passerotto mio, non devi: non c’è nulla da temere». «Non potresti, invece, restare ancora un poco qui sulla panchina del belvedere, nel paese dove siamo nati e cresciuti e poi tornarcene insieme a casa? La cena è già pronta. Basterà riscaldarla, poi ci coricheremo l’una abbracciata all’altro». «Io ti amo, tesoro, lo sai. Farei qualsiasi cosa pur di saperti felice, ma siamo vecchi ormai. Due vecchierelli che non interessano più a nessuno. Siamo l’uno la testimonianza dell’altra. Dobbiamo prepararci. Non sostengo di partire subito, ma di prepararci: presto dovremo salutare questo mondo». «Ma che dici?! Sei sempre stato un musone, sin da quando eri un bel fusto, ma non avevi il coraggio d’invitarmi a ballare alle sagre, o di chiedermi un appuntamento, o di sapere se anch’io ne avessi voglia». «Voi donne: sempre tremende e astute come l’orsa». «Ma va là! E poi, non siamo così decrepiti, non da buttare almeno. Abbiamo appena settant’anni e camminiamo ancora sulle nostre gambe, mangiamo con i nostri denti, parliamo e ragioniamo con il nostro cervello. Non anticipare tutto, non anticipare anche questo. E poi, ai nostri figli non pensi? Non è vero che siamo rimasti soli. Abbiamo i nipoti e gli amici. Siamo importanti anche noi. Abbiamo così tanto da dare, da dire, da tramandare, da vivere. L’uccisore dei testimoni lasciamolo per le favole che racconteremo ai bimbi». «È difficile immaginarsi vecchi». «Oh, ma noi non dobbiamo immaginarlo, noi lo siamo». «Anche questo “essere”, non è che un’identificazione fantastica, mia adorata». «Vieni, stringiti forte a me». «Ecco, così vicini va meglio?» «Sì, cara. Sai, io non ho mai viaggiato molto». «Certo che lo so: sono cinquant’anni che siamo sposati, posso affermare che un po’ ti conosco». «Non è meraviglioso?» «Cosa?» «Tutto questo tempo trascorso insieme». «Oh, amore mio!» «Vieni, stringiti ancora più forte a me, inizia a rinfrescare. Il sole è calato ormai». «Non ancora, amore, non ancora». «Pensavo che potremmo partire per andare oltre la montagna». «Una gita?» «Sì». «E dove mi porterai, prode cavaliere?» «Te l’ho detto: oltre la…» «Scusa, volevo dire: come mi porterai?» «Sul mio trattore». «Sul tuo…?» «Sul mio cavallo, volevo dire, sul mio cavallo andremo». «Oh, ma non so. Qualche acciacco non è che mi manca». «Allora sul mio calesse. Vedrai: lì sopra starai comoda come una regina». «Questo mi suona meglio. E quanto intendi stare fuori?» «Non so, non ho fatto programmi. Dipende da quello che incontreremo». «Le fate e i giganti?» «È probabile». «Folletti, spiriti, maghi, dei, demoni e fattucchiere?» «Può darsi, principessa mia: sono territori inesplorati quelli oltre la montagna. Potrebbe accadere di tutto». «Anche imbatterci in una tigre del Bengala?» «Perché no, anche una tigre del Bengala». «Volete piantarla voi due di là, io qui sto cercando di dormire!» «Chi ha parlato dall’altro cunicolo?» «Ma come, caro, non lo sai?» «No, davvero. Chi ha gridato?» «Non ricordi? Siamo già partiti e siamo arrivati sin quassù, sul Picco Nevoso. Ci siamo persi nella tormenta di neve e siamo finiti davanti alla tana di Ukmar, la divinità assassina di testimoni. Abbiamo lottato, tu ti sei battuto come un leone, io ho provato a nascondermi». «Sì... ora rammento, ma Ukmar ha avuto la meglio e ci ha imprigionati. Ora ci tiene rinchiusi in questa grotta sua dimora, incatenati al muro. Quando il sole tramonterà, ci eliminerà e tutto sarà finito». «Che triste storia!» «Dobbiamo prepararci, passerotto mio. Stringiti forte forte a me». «Sì, ma abbiamo ancora tempo: il sole è ancora alto nel cielo». «Non sei preoccupata?» «Non con te al mio fianco. Poi, dalla finestra di questa cella di pietra si gode un panorama mozzafiato. Non trovi anche tu?» «Siamo sul tetto del mondo, mia adorata. Pochi esseri umani hanno ammirato questo paesaggio incontaminato e vasto quanto l’esistenza». «Siamo come uccellini che volano fra le nuvole e tutto da lassù osservano». «Peccato che debba terminare così: Ukmar non conosce pietà e di certo non ci risparmierà. Ecco: il sole si oscura». «No, non ancora. E poi a me non piace questa conclusione». «Mi rammarico, ma non ce n’è un’altra: è già tutto scritto». «Chi l’ha scritto, scusa, e dove?» «Non so, è tutto qui, nero su bianco, in questo libro del destino che stringo fra le mani. L’autore è un tale A.C., o forse è una lei, o forse sono una coppia. Comunque sia, non possiamo più sottrarci, ecco gli ultimi raggi del sole che si affievoliscono dietro l’altura». «Non correre, non sono gli ultimi raggi. E poi, questo finale, ti ripeto che non mi soddisfa». «Ma non abbiamo altra scelta». «Come no? Forse non te ne sei accorto, ma mentre eri impegnato a combattere contro Ukmar, io sono stata richiamata da un canto in mezzo alla bufera». «Ah sì? E di chi era la voce?» «Apparteneva a Siù, la regina dei ghiacci. Un tempo sposa di Ukmar, ma da lui ripudiata. Poverina! Sono secoli che soffre e non sa darsi pace. Lei lo ama, capisci? Lo ama e vuole salvarlo dal suo destino crudele che l’ha condannato a uccidere i testimoni della vita. Per questo, Siù s’inventa sempre uno stratagemma diverso per provare a liberare le prede di Ukmar. E mentre tu venivi catturato per primo, Siù mi ha donato quest’altro libro tutto dorato con un finale diverso». «E cosa dice?» «Te lo leggo, tesoro mio. Il libro racconta che, mentre noi stavamo qui a riflettere sul nostro destino, Siù ha assunto le sembianze di Derdenia, la terza figlia della luna, dalla bellezza sconfinata. Si è introdotta nella camera di Ukmar e lui è caduto stregato ai suoi piedi. Ora giacciono insieme e dormono profondamente il sonno degli innamorati». «Bello!» «Sì: bello e romantico. E noi, adesso, siamo liberi. Capisci? Possiamo fuggire». «E le catene?» «Siù mi ha dato anche questa chiave argentea. Forza, apri il lucchetto e usciamo da qui. Guarda: il sole non si è ancora ritirato». «Come è possibile?» «Qui sul Picco Nevoso il sole non tramonta mai e tutto è possibile». «Ma adesso che siamo fuori dalla caverna di Ukmar, cosa faremo, mia stupenda regina della luna?» «Torniamo giù a valle, a casa. Tu ce l’hai un sogno? Un sogno per la nostra vecchiaia che alimenti le giornate quando non troveremo più motivi per vivere?» «Certo, sei tu, amore mio». «Oh, tesoro!» «Vieni, stringiti a me. Tira un vento gelido quassù, all’aria aperta». «E quell’altra idea?» «La scuola?» «Sì, la scuola, caro. Mi piaceva: fondare una scuola dove i bambini e i nostri nipoti potessero giocare, studiare, leggere, imparare, divertirsi, crescere in armonia». «Questo sì che sarebbe fantastico. Ma come faremo?» «Di cosa hai paura? Che il dio del fiume Askramà straripi un giorno e si abbatta sulle nostre speranze?» «È una possibilità: tutto su questa Terra è destinato a essere distrutto». «Certo, se non fosse che Askramà è tremendamente innamorato di Siù e noi siamo ormai amici della regina dei ghiacci. Siù non permetterà alle nevi perenni della montagna di sciogliersi per ingrossare le acque di Askramà e inondare il nostro villaggio». «Va bene, mi hai convinto. Torniamo al paese, allora, e realizziamo questa avventura per il futuro. Ma come riusciremo a ridiscendere?» «È semplice: basta chiudere gli occhi». «Ecco, adesso riaprili, mio adorato. Non vedi dove ci troviamo?» «Certo: siamo nel patio della scuola che abbiamo costruito, ad ammirare il tramonto e i monti lontani. Dietro di noi, dentro le aule, di giorno i bambini giocano, urlano e si divertono. Di sera, qui fuori, noi due vecchietti inventiamo i libri e le storie che gli lasceremo come ricordo». «È così, amore mio. Vieni, avvicinati a me e stringimi forte: il sole non è ancora scomparso».
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