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  1. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  2. NayaN

    Sangue sporco, di Enrica Aragona

    Titolo: SANGUE SPORCO Autore: ENRICA ARAGONA Collana: NARRATORI CORBACCIO Casa editrice: CORBACCIO, Gruppo Garzanti ISBN: 9788867005864 Data di pubblicazione (o di uscita): 23 Maggio 2019 Prezzo: (della versione cartacea e/o digitale) 16,90 cartaceo cartonato - 9,99 ebook Genere: Narrativa Pagine: 288 “Sangue sporco” di Enrica Aragona è un romanzo che non fa sconti, in cui l’intensità del racconto e la potenza delle immagini restano impressi nella memoria del lettore come una cicatrice. Roma, fine degli anni Settanta. Il padre di Scilla ha sempre sognato per sé, la moglie e la bambina una casa popolare. Quando però finalmente la famiglia ne ottiene una, il sogno si trasforma presto in incubo. Quella striscia di terra e cemento ai margini della Capitale è infatti un quartiere abbruttito, violento e rabbioso. La piccola Scilla, che ha appena quattro anni, fa amicizia con Renata, una bimba di due anni più grande, che vive nel suo stesso palazzo. Renata e Scilla cresceranno insieme, maturando un legame sempre più stretto e non privo di desiderio. Ma si può vivere nello squallore senza esserne toccati? “Sangue sporco” di Enrica Aragona è un romanzo dalla grande forza, che racconta la periferia e l’adolescenza, con rara sensibilità. Il romanzo è già prenotabile per l'acquisto in tutti gli store on line. Di seguito alcuni link: https://www.amazon.it/Sangue-sporco-Enrica-Aragona/dp/8867005863 https://www.ibs.it/sangue-sporco-libro-enrica-aragona/e/9788867005864 https://www.libreriauniversitaria.it/sangue-sporco-aragona-enrica-corbaccio/libro/9788867005864
  3. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico, né racconti, poesie o raccolte. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.adiaphora.it/contatti Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Distribuzione: https://www.adiaphora.it/contatti/ Libro.Co per le librerie, in Digitale StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  4. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. (https://divergenze.eu/manoscritti/) Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz
  5. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 128] Il re di Cuba

    MI 128 Traccia di mezzogiorno (e un poco mezzanotte) Identità Il re di Cuba Il funerale era già finito, tornati a casa c’era stato chi si era offerto di tenergli ancora compagnia. Aveva licenziato tutti, erano stanchi. Dopo due notti di veglia gli serviva solo un po’ di riposo, disse. Non era vero, non avrebbe chiuso occhio, era talmente curioso di sapere come sarebbe stata la vita senza di lei che cominciò a rovistare tra cassetti e armadi per vedere quanto spazio avrebbe potuto recuperare. Uno spazio insperato, alla soglia dei sessant’anni. No, non era un cinico. Calando il feretro nella fossa aveva sentito il suo essere liberarsi da tutto ciò che lo aveva oppresso e represso. Uno struggimento gli aveva serrato la gola e tutti guardandolo non avevano potuto che affermare quanto gli pesasse quel lutto. Nessuno avrebbe potuto credere che il suo, invece, era uno magone di contentezza che rasentava la felicità; le lacrime agli occhi. Appunto. Aveva comunque da salvare un’immagine, e non avrebbe potuto fare le cose senza riflettere. Ma come procedere? Non poteva certo cambiare abitudini di vita nell’arco di un giorno, doveva riflettere, riflettere bene. Non era mai stato brutto, non lo era nemmeno adesso con il capello color cenere, pensò guardandosi allo specchio. Finalmente poteva ammirarsi con un certo orgoglio, senza temere di essere biasimato. Non sapeva spiegarsi neanche lui cosa gli stesse capitando, ma l’idea che già al cimitero gli si era agitata nel petto si acuì. Era padrone di tutto, della casa, del tempo, degli anni a venire… Vagando per le stanze gli sembrò di essere tornato adolescente, quando i genitori erano fuori e lui completamente libero poteva… beh sì… poteva fare ciò che voleva. Una voglia libidinosa gli stava scuotendo i sensi. Doveva però meditare su come comportarsi. Fosse dipeso da lui avrebbe già preparato una valigia, comprato un biglietto online e partito per una spiaggia esotica, magari di quelle dal sesso facile. Ma cosa gli stava succedendo? Sua moglie era morta all’improvviso e lui si metteva a pensare certe cose? Alla poveretta era esploso il cuore mentre, come al solito, lo stava massacrando a suon di insulti. Gli aggettivi li ricordava tutti: inetto, nullità, idiota… Era stata una donna davvero ingombrante, con il suo vocione, la sua eredità e la sua mole; e gli amici venuti per l’ultimo saluto a decantarne le lodi con una mano poggiata sulla bara. Anche lui veniva chiamato in causa “Giuseppe, ricordi Daniela quella volta…? Che gran donna” e Giuseppe aveva continuato a sentirsi schiacciato, costretto a ricordare eventi e fatti che avrebbe preferito cancellare. Adesso nondimeno schiacciati a terra c’erano solo i petali dei fiori, tracce del calpestio di chi era venuto a piangerne la dipartita. Gironzolava per casa in preda a un’euforia crescente, sentiva la voglia di tutto ciò che si era negato per paura e pudore. Un tradimento gli avrebbe fatto perdere il benessere offerto dalla moglie, mentre il pudore lo aveva castigato fin da ragazzino. La scoperta del sesso era stata peccaminosa, gli aveva detto la, madre e da allora i suoi desideri più si erano fatti arditi più li aveva mortificati, e Daniela aveva contribuito non poco alla “sedazione”. Ponderava. Piano piano, spalancando un’anta e poi un’altra, aprendo cassetti e tirando fuori mutandoni e biancheria che lo avevano annoiato a morte, ricordò anche i seni della moglie: una quinta flaccida, con i capezzoli larghi e bruni che “guardavano” il pavimento. Fece una smorfia. Chi lo aveva visto camminare sempre un passo in dietro rispetto a lei aveva parlato di mitezza, amore incondizionato, riconoscenza. Ora si trattava di salvare quella immagine affinché nessuno mutasse il giudizio. Si fregò le mani, l’idea gli si era palesata! Avrebbe tenuto le luci perennemente spente, il frigo vuoto e ascoltato la Tv a volume bassissimo, in capo a un mese amici, parenti e tutto il vicinato lo avrebbero spinto a fare un viaggio, a uscire, a non pensare più all’adorata moglie. Alla fine, li avrebbe ascoltati e nessuno si sarebbe stupito. Venduto l’appartamento in centro sarebbe andato a Cuba per viverci da re.
  6. Adelaide J. Pellitteri

    Romanzo in cento parole

    Non so se a qualcuno può interessare ma la Giulio Perrone (l'invito mi è arrivato dall'editore) selezionano romanzi in cento parole (ricordate Centuria? La scia grossomodo è quella) per una nuova antologia che pubblicheranno in autunno. Non si vince nulla se non la pubblicazione nella detta antologia, non c'è quota di partecipazione nè obbligo d'acquisto (ho partecipato diverse volte ed è sempre stato così). È chiaro che sperino di vendere agli stessi autori, ma, ripeto, non si è obbligati. Potete mandare il testo (libero per genere e tema, quindi dal fantasy all'horror, dalla narrativa al giallo va bene tutto) entro il 30 giugno a raccontoincentoparole@gmail.com Se volete ulteriori chiarimenti potete chiederli allo stesso indirizzo mail. Mi raccomando 100 parole nè una di più nè una di meno.
  7. Archer

    Elzebet bathory

    Ciao a tutti sono nuovo del forum e ho bisogno del consiglio di persone esperte che possano guidarmi e consigliarmi libri o fonti online veritiere e di qualita' su questo personaggio spero che qualcuno possa indirizzarmi verso la strada giusta grazie
  8. dfense

    Bolognese Editore

    Nome: Bolognese Editore Modalità di invio dei manoscritti: / Distribuzione: / Sito: / Facebook: /
  9. Adelaide J. Pellitteri

    Falesie (racconto icerberg)

    Moules et frites alla normanna, cozze con panna e patatine fritte. Ognuno interpreta il mare come crede, lo cucina come vuole, lo attraversa come può. Quello della Normandia sta lì dal principio, Monet lo ha dipinto, prima degli Americani. L’ospedale da campo oggi è un bazar, tutto cambia, le bandiere no, non ancora. Non adesso, speriamo. Il vento è fortissimo quassù, in cima alle falesie, ma la vista vale bene un mal di gola, un mal d’orecchio…, perché a tutto c’è rimedio tranne che alla memoria; nel bene non cambia il passato, per fortuna, ma nel male non cambia nemmeno il futuro, purtroppo. Falesie, luogo di memoria. E poco più in là, in terra di Francia e d’America insieme: nomi, età, lettere e scarponi, il museo dedicato alla mia libertà.
  10. Nick

    Segmenti Editore

    Nome: Segmenti Editore Sito: https://www.segmentieditore.it/ Catalogo: https://www.segmentieditore.it/catalogo-editoriale Distribuzione: https://www.segmentieditore.it/informazioni/distributore-nazionale Modalità di invio dei manoscritti: https://www.segmentieditore.it/informazioni/pubblica-con-noi Facebook: https://www.facebook.com/segmentieditore/?fref=ts
  11. Mattia Cerbiatti

    Tropico di Gallina

    Titolo: Tropico di Gallina Autore: Mattia Nocchi Collana: Voluminaria rosso Casa editrice: Ex Cogita ISBN: 978-88-99499-36-5 Data di pubblicazione: maggio 2019 Prezzo: 16 euro Genere: Narrativa non di genere Pagine: 168 Quarta di copertina: Finché il silenzio religioso che durava da più di un’ora attorno a quel duello rusticano in salsa di noci e funghi non venne squarciato da un urlo improvviso, siderale e incredibile: «È tornato Stalin! È tornato Stalin! È tornata l’Unione Sovietica!» Il grido veniva da lontano, ma aveva tutta l’intenzione di avvicinarsi. «Ve l’avevo detto io, ve l’avevo detto, caproni che non siete altro, che saremmo tornati!» I paesini di campagna sono come le famiglie felici: si assomigliano tutti. Gallina non fa eccezione. Le persone si muovono lente nelle settimane sempre uguali, un’umanità raccontata con note di sarcasmo ma anche di quieto e desolato lirismo; i vecchi ingannano il tempo tra una briscola e una bestemmia, i ragazzi sognano di scappare dalla monotonia. Fino a quando un giorno, per le strade che si srotolano tra le biancane, ritorna l’Armata Rossa: nessuno se lo aspetta, eppure qualcuno non ha mai smesso di crederci. Tropico di Gallina è un romanzo che vede intrecciati i destini di Kurt Cobain e del perfido Stalin, una strega che colleziona le voci dei morti, cosmonauti che vagano sulle dolci colline senesi e un pastore sardo che parla nella lingua del Bardo (Shakespeare) mentre sogna, assieme al fratello, di mettere a segno il colpo della vita. Tra teste di cinghiale appese al bar e fumose sezioni “del Partito”, partite a briscola e fantomatiche invasioni, tra canzoni dei Clash e insospettabili visite dall’aldilà, va in scena una vibrante commedia degli equivoci sulla vita e la morte, una picaresca epopea dei piccoli che ruota attorno al tema dell’identità. A tratti amaro, a tratti ironico, l’autore dà vita a una commedia degli equivoci il cui unico punto fermo è un cartello giallo ben piantato nel cuore del paese, a indicare il passaggio del 43esimo parallelo dell’emisfero boreale. Link all'acquisto: http://www.excogitabookshop.it/tropico-gallina-p-399.html
  12. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  13. scrivo

    Titani Editore

    Nome: Titani Editore Generi trattati: vari Invio manoscritti: http://www.titanieditori.it/398782156 Distribuzione: http://www.titanieditori.it/398782155 1)Distribuzione da parte della nostra casa editrice del volume tramite scheda libraria con inoltro della proposta di acquisto presso le librerie che lo richiederanno 2)Invio di rassegna stampa agli organi d’informazione con preparazione del comunicato 3)Inserimento gratuito nel catalogo e nel sito on line della Casa Editrice, nonché negli scaffali dello Store Internazionale On line della Titani Distribuzione 4)Partecipazione gratuita del volume alle iniziative promosse dalla Casa Editrice Sito: http://www.titanieditori.it Facebook: https://www.facebook.com/titanidistribution/?fref=ts ho ricevuto da loro una proposta gratuita. allegano al contratto un modulo per acquistare delle copie, ma assicurano che non sono obbligatorie. non esiste un contatto telefonico, ma solo attraverso la mail. firma un customer care. al terzo cordiale scambio, ho ricevuto una mail molto maleducata. volevo capire se qualcuno ha avuto un'esperienza con loro. grazie mille. daniela
  14. Toy

    ChiPiùneArt Edizioni

    Nome: ChiPiùNeArt Edizioni Generi trattati: poesia, narrativa, antologie Modalità di invio dei manoscritti: https://www.chipiuneartedizioni.eu/category/chi-siamo/ Distribuzione: Libro.Co, FastBok Sito: http://www.chipiuneartedizioni.eu/ Facebook:
  15. Antipodes Casa Editrice

    Antipodes a "Una Marina di libri 2019"

    Fino a
    Antipodes a "Una Marina di libri 2019" Antipodes partecipa alla decima edizione de "Una Marina di libri 2019"!! Festival del libro Orto botanico dell'Università di Palermo 6-9 giugno 2019 6 giugno: ore 18 - 24 (INGRESSO GRATUITO) 7 giugno: ore 10 - 14 e 16.30 - 24 8 giugno: ore 10 - 14 e 16.30 - 24 9 giugno: ore 10 - 24
  16. Adelaide J. Pellitteri

    Molleggio mistico

    Traccia di mezzogiorno: Sta fermo «Vincenzo, ma ci vai o no?» Lui, con gli occhi vacui, era rimasto con le mani incrociate dietro la nuca a dondolarsi sulla sedia. «Prima o poi te la rompo addosso quella sedia!» gli aveva urlato la moglie, e se n’era uscita sbattendo la porta. Ma cosa voleva quella donna? Gli chiedeva di annaffiare le aiuole, di provvedere alla spesa, perfino di andare a votare. E che capperi! Mai che lo lasciasse in pace. La tipa aveva perfino il questionario giornaliero: «Cosa vuoi mangiare oggi? Per domani ti vanno le braciole di maiale? La spazzatura l’hai buttata?» C’erano anche le domande stagionali: «Il Natale lo passiamo dai tuoi o dai miei? Per Pasqua li facciamo due giorni fuori? Dove andiamo per le vacanze quest’estate?» Ma perché la gente non sapeva starsene zitta, con le mani in mano e con la mente a zero? Era così facile starsene per conto proprio a respirare e basta. Vincenzo aveva oltrepassato la soglia dei 35 anni, era un cassaintegrato e non comprendeva il motivo per cui dovesse svolgere anche altri ruoli. Ultimamente guadava il mondo da dietro la finestra e gli sembrava di vedere in giro soltanto degli ossessi; gente che correva da una parte all’altra, saliva o scendeva in tutta fretta da bus, automobili, oppure sfrecciava in sella a motori e biciclette. Tutta quella frenesia gli era inconcepibile, la rapidità di movimenti di faceva salire l’ansia. Già da un po’ non gli piaceva più nemmeno conversare con gli avventori del bar, né con gli amici di sempre. Quelli lo interrogavano sulla politica, sull’economia, come se fosse una cosa indispensabile saperne più del Ministro in carica. E no, Vincenzo non ci stava ad arrovellarsi il cervello per risposte che dovevano dare altri, quelli pagati e strapagati. Per questo quel giorno non era nemmeno andato a votare. Sì, che poi avrebbero pure dato la colpa a lui accusandolo di avere messo la croce sul partito babbuino. No, no, meglio a casa e senza colpe. Quando non dondolava il passo di Vincenzo era strascicato e lento, le sue risposte sempre in ritardo come in una trasmissione in collegamento satellitare. Prima di scegliere aveva provato altre due o tre sedie, ma nessuna dondolava bene su due piedi come quella. Grazie a Dio aveva scoperto il “molleggio mistico”. E non esisteva al mondo una sensazione più gratificante.
  17. Toy

    Edizioni Della Goccia

    [Non accetta altri manoscritti fino a primavera 2017] Nome: EDIZIONI DELLA GOCCIA Generi trattati: narrativa non di genere, giallo, thriller Modalità di invio dei manoscritti: per posta elettronica Distribuzione: satellitelibri e goodbook Sito web: http://www.edizionidellagoccia.it/ Dopo due libri pubblicati in self, ho recentemente pubblicato un romanzo con questa CE e posso testimoniare che è free.
  18. cynthia collu

    Su biccu/L'Angolo

    Su biccu / L'angolo Papà indossa il completo in lana di Tasmania che gli ha regalato la mamma, il suo preferito. Gli va un po’ largo e il collo magro spicca nel bianco della camicia. Accanto a lui ci sono due vecchi. L’uomo è l’icona di Babbo Natale, le gote piene, i capelli bianchissimi. La stonatura è che veste di un marrone triste, senza predominanza di rossi o di gialli che gli diano un po’ di vita. La donna è paffuta, i capelli sono candidi, ha un sorriso intenerito che nasconde tra le rughe. Se non fosse per il luogo in cui si trovano, penserei a marito e moglie. Papà è al centro della stanza. Sono andata prima dal vecchio e poi dalla donna, li ho osservati in fretta, chiedendo scusa per la curiosità fuori luogo. Poi mi sono girata verso papà. La sua bara è di legno chiaro, dorato. Sono contenta che abbiamo scelto un colore caldo. Le altre due casse sono marrone scuro, non saprei dire di che legno. Sono imponenti, una ha persino dei fregi in rilievo. La bara di papà invece è semplice. Un esagono allungato che illumina la stanza. Mi sono avvicinata, ho indugiato con le dita sulla sua guancia. Non mi pare di avergli mai dato una carezza, prima, né che l’abbia fatto lui. D’improvviso faccio un passo indietro, poi corro fuori dalla camera mortuaria, corro senza fermarmi sino al parcheggio, mi appoggio a una macchina, controllo il respiro, prima in pancia dopo in petto poi in gola, e ancora, e ancora, finché la nausea non se ne va assieme all’odore della morte. Poco lontano c’è un gruppetto di persone. Hai visto com’è serena, la nostra Nina?, sta dicendo un uomo, Pare ancora viva. Gli altri due sorridono, muovono il capo in segno di assenso, sembra che il fatto sia sufficiente a consolarli. Mio padre si chiamava Lorenzo. Ma mia madre lo ha sempre chiamato Renzo. Il più delle volte, semplicemente Re. Re, come sovrano. Pronunciato con la e chiusa, come insegna il dizionario. Re, e chiusa, uguale a monarca, sovrano; re, e aperta, uguale a nota musicale. Così ci si esprime correttamente nella terra di Dante. Mia madre è toscana, ma non credo che chiamando Re mio padre, intendesse dargli una veste di regalità. Noi milanesi pronunciamo queste parole al contrario. Quando intendiamo il sovrano, diciamo un Re bene aperto, se invece indichiamo la nota musicale, stringiamo le labbra in una specie di sorriso forzato. Spesso sbagliamo anche con le o. Per esempio nella parola orco. Orco la diciamo con la o chiusa, invece andrebbe aperta. Mio padre è un orco. Lo pensavo spesso, quando la sera tornava a casa ubriaco. È un orco, e m’infilavo sotto il letto coprendomi le orecchie con le mani. Orco con la o aperta, come nella parola porco. Sei un porco, gli gridava mia madre, e gli tempestava il petto di pugni, cercava di picchiarlo con le sue mani minute. Sono così piccole che mi servono a ben poco, mi aveva detto una volta. Porco detto correttamente, con la o bella spalancata. Anche mio padre urlava porco con la o bella aperta, e poi ci aggiungeva Dio. Dopo il porco qualcosa succedeva, un pugno contro un mobile, un piatto rotto, a volte l’intera tavola sparecchiata di colpo, e di nuovo l’affanno nel respiro di mia madre; dalla mia cameretta intuivo le sue mani in miniatura graffiargli il viso, nel tentativo di cancellarlo. Ascoltavo i rumori provenienti dalla cucina, lo scricchiolio delle schegge di vetro e di ceramica, il ritmo sonnolento dell’acqua che gocciolava, e ogni volta mi stupivo nel constatare la vita propria di quei suoni, la loro indifferenza davanti all’odio dei miei genitori, Odio, con la o bene aperta. Il corteo funebre sta arrivando. Zia Lelia e Zia Maria sorreggono mia madre, la loro cognatina, una per lato, come due carabinieri che svolgono il loro dovere. Mamma lascia fare, immusonita. I miei fratelli sono con me sul piazzale, sorridiamo, stringiamo mani, accettiamo laconiche condoglianze. C’è elettricità nell’aria, il cielo oggi è curioso, terso, l’azzurro è frizzante, verrebbe da dire che è proprio una bella giornata se non fosse sconveniente. Salutiamo conoscenti, parliamo fitto tra noi. Siamo eccitati. Basta niente e scoppia la voglia di ridere. Zia Fede, la sorella di mia madre, ci viene incontro. È bassa, tarchiata, ha difficoltà a camminare per via dei diverticoli, piccole anse che le si sono formate negli intestini. Ho i divertiti, dice a chi le chiede di che male soffre. Una volta a casa sua mi ha detto di usare il bagno muto. Che bagno muto, zia? Quello senza la finestrina, ignoranta! Ci sorride, mostra con orgoglio la collana che ha al collo, dice che è di veri zircoidi, poi si volta a osservare il carro funebre. Caspita!, esclama, che fiori freschi hanno dato al morto! Uno sguardo tra noi fratelli e la nostra aria contegnosa va a farsi fottere. Ridiamo, finalmente. La gente si volta a guardarci, zia Fede non capisce, poi si unisce al coro. Sia mai detto che rinunci all’occasione di far chiasso. La sua risata è chioccia, a scoppi continui, a ogni colpo la sua collana di zircoidi sobbalza. Appena in chiesa io e i miei fratelli c’infiliamo nella navata laterale, lasciamo sole, ai primi posti di quella al centro, la mamma e le zie. Zia Lelia si volta a guardarci, guarda soprattutto me, la nipote femmina. M’irrigidisco, per un attimo temo che venga a prendermi per la collottola e mi trascini fino alla panca che mi è riservata. Per tutto il tempo della funzione sento il suo sguardo conficcato nel cranio. Solo mamma non guarda. Se ne sta immusonita a fissare davanti a sé. Seguo il suo sguardo e d’improvviso mi ricordo di papà. La sua bara è un esagono di luce davanti all’altare. Mi dice, Preparati che oggi ti porto al cinema. È la prima volta che papà me lo dice, e io non so che pensare. Mi vesto in fretta e intanto mamma mi grida, Muoviti!, sembra non accorgersi della novità o forse per lei non è una novità, magari prima gli ha detto, La piccola non è mai stata al cinema, perché non la porti con te? così io posso badare agli altri due, portatela via e lasciami respirare. Entra nella camera dei miei fratelli e ne esce subito, dice che il mio letto sembra una cuccia, lei non ne può più, che male ha fatto per avere una figlia così, cosa aspetta mio padre a portarmi fuori, uscite, aria! Per strada c’è nebbia. Mio padre cammina veloce e io cerco di tenere il passo. Una folata ci si para davanti, papà la guarda e d’improvviso ci corre dentro. Non lo vedo più e per il terrore ci corro dentro anch’io. Il suo cappotto appare e scompare tra i vapori, timidamente ne tocco la manica, puzza di tabacco e di umido. Papà cammina senza guardarmi, il passo teso, punta i piedi come se volesse volar via, e d’improvviso gli sento addosso un altro odore, sottile e pungente come la nebbia. Vorrei stringergli la mano, ma so che non devo. Mi limito a tenere d’occhio il cappotto prima che papà voli via con la sua tristezza, lasciandomi sola. Il locale che ci accoglie è piccolo e freddo. Qua e là delle coppie si sbaciucchiano, un vecchietto seduto accanto a una di loro fissa con interesse lo schermo spento. Dei ragazzi si osservano in giro, quando i loro sguardi s’incrociano col mio mi scivolano sopra come seta. Alle mie spalle finalmente il ronzio della pellicola. Il film è per adulti e della storia non capisco niente. Ed ecco, una donna in sottoveste sta uscendo dall’ombra. Davanti a lei c’è un letto, sul letto un uomo. Gli si mette davanti, si accarezza i seni, si spoglia lentamente. Osservo, incredula. Possibile che papà mi abbia portato a vedere queste cose? Lo sbircio di sottecchi, magari anche lui è a disagio, invece sembra molto interessato alla tizia in mutande e reggiseno. Quando usciamo la nebbia si è alzata. Io e papà non ci guardiamo. L’odore è rimasto, punge gli occhi e la gola. Al cimitero di Musocco qualcosa ci costringe a fermarci. I carri funebri sono tutti in fila, uno dietro all’altro, come in un ingorgo stradale. Che c’è? Che è successo? Niente, qualcuno si è confuso ed è andato in un altro cimitero, il suo morto è il primo della fila e per seppellirlo bisogna aspettare che il congiunto ritrovi la strada e venga qui. C’è un po’ di agitazione, i parenti dei vari defunti escono allo scoperto, si sgranchiscono le gambe, si osservano l’un l’altro fingendo assoluto disinteresse. Finalmente il parente smarrito arriva, Scusate, scusate, ci dice trafelato, e la coda riprende a muoversi. Uno degli operatori del cimitero ci indica dove andare. Davanti a me si snoda una lunga scanalatura nel terreno. Osservo allibita gli addetti alla sepoltura metterci dentro le bare, una dopo l’altra, allineandole con precisione. Abbiamo saltato uno stadio e siamo già alla fossa comune? L’operatore mi rassicura. Adesso la fossa la fanno così, un tracciato unico, ma quando il lavoro è finito non si vede niente, è come per le altre tombe, ognuna ha la sua sistemazione singola, che credeva, signora? Ringrazio, mi avvicino alla fossa e guardo in giù. Papà è il capofila, se ne sta nel suo angolo e aspetta. Una signora anziana dietro di me inizia a piangere, lancia un fiore sulla cassa di mio padre, la figlia le tira dolcemente la manica, Mamma, questo non è papà, papà è quell’altro, non riconosci la sua bara? Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino? C’è stato un tempo in cui papà mi rivolgeva la parola solo quando era ubriaco. Bastava che lo guardassi, oppure che non lo guardassi affatto, o che tentassi di guardare fisso un oggetto qualsiasi purché fosse lontano da lui, per sentirmi dire, Che hai da guardare, cretina, adesso ti levo quel sorriso idiota dalla faccia. Io scappavo e lui mi correva dietro finché non mi acchiappava per poi mollarmi un ceffone. Ma adesso sono grande, non mi dà più dell’idiota e il silenzio tra noi è insostenibile. La lingua sarda è un argomento neutro, possiamo parlarne a lungo senza che provochi imbarazzi. Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di là, il suo grosso naso ne segue il movimento come un compasso che disegni nello spazio cieli grevi di luce, alberi di ulivo contorti in un abbraccio millenario, e in fondo, proprio in fondo, la linea piatta del mare. Mi dice, Per esempio questa frase – pone tre panes in bertula – tu sai che vuol dire? Io l’immagino, perché al liceo ho studiato latino, ma col capo gli accenno di no, e lui piega il suo in avanti, il naso è la cosa che vedo meglio, non è proprio grosso, è lungo e storto come un ramo di ulivo, anche la sua bocca è storta, si solleva leggermente di lato mentre parla. Solo gli occhi sono diritti, due linee azzurre. Vuol dire, mi dice, Metti tre pani nella bisaccia. Si solleva, tutto contento, fissa i suoi occhi nei miei. Io gli sorrido. Puro latino, dice lui. Poi continua, Un’altra parola rimasta tale e quale è “casa”; in sardo “domu”. Anche formaggio, intervengo io, è rimasto identico. Lui conferma scuotendo vigorosamente la testa, “Su casu”, sospira, come se stesse parlando del paradiso perduto. Un attimo di silenzio, poi s’infervora. Lo sai che ci sono delle parole che ormai i giovani non usano più? Quando ero ragazzo ci davamo appuntamento con gli amici all’angolo della piazza, e dicevamo, Ci si vede in su biccu. Oggi nessun giovane conosce il significato di questo termine. Che vuol dire “biccu”, papà? Gli occhi gli s’illuminano. Angolo, significa angolo. Tira su col naso, guarda in direzione della finestra. Propriamente vuol dire becco. Ma noi lo usavamo per indicare l’angolo dove ci si ritrovava. Termini decrepiti, che ormai ricordiamo solo noi vecchi. Si alza. Tuo nonno, dice all’improvviso, è morto con il desiderio di poter rivedere la Sardegna. Ma era troppo malato e non abbiamo potuto accontentarlo. Poi non dice nient’altro. Si affaccia al davanzale e guarda in direzione del bar, che è proprio all’angolo della nostra via. Si lecca le labbra. Ho sete, dice. Sono uscita in terrazzo per respirare. Dopo il funerale abbiamo accompagnato mamma a casa, abbiamo cercato di chiacchierare un po’ ma lei si è subito infastidita. Adesso che il marito si è tolto di mezzo non vuole nessun altro tra le scatole. Si è alzata dalla sedia, ha spostato una tazza dal tavolo, un bicchiere, poi si è riseduta e ci ha guardato, imbronciata, ha detto che aveva mal di testa, le stavamo togliendo l’aria, che aspettavamo ad andarcene? L’abbiamo lasciata dicendo che ci dispiaceva che rimanesse sola. Lei sa benissimo che non è vero ma tanto domani si vendicherà attaccandosi al telefono per farci le sue rimostranze, Mi avete lasciata sola in un momento simile, che male ho fatto per avere dei figli così? A casa ho buttato la borsa su una sedia e mi sono liberata in fretta del cappotto. Sono rimasta a lungo seduta a guardare fuori dalle vetrate. La notte è scesa in fretta e le stelle sono apparse, bianche e gelide come pezzi di ghiaccio. Il terrazzo è immenso, per un po’ l’ho percorso in lungo e in largo senza sapere che fare. Mi è sembrato di sentire un temporale in arrivo, allora mi sono appoggiata alla balaustra, cercandolo sino all’orizzonte. Nelle giornate limpide a nord, proprio diritto davanti a me, oltre i capannoni, oltre le case e le villette, oltre i caseggiati popolari, oltre le due torri di Corsico, si può vedere la madonnina del Duomo. Anche stasera la distinguo subito, è talmente illuminata che non ci si può confondere. Alla mia destra spicca invece un immenso Tre, simbolo della compagnia telefonica, torreggia arrogante su un palazzo grigio. Alle sue spalle la bretella della tangenziale si muove luminosa, in un flusso ininterrotto, taglia la strada all’Ikea. A sinistra bassi capannoni, poi la campagna si perde nelle risaie senza più interruzioni di case sino all’orizzonte. Mi accendo una sigaretta, aspiro profondamente, mi viene voglia di un caffè. Vado in casa, ne riscaldo un po’ di quello avanzato stamattina, torno fuori con la tazza tra le mani. Lo assaggio, ha un sapore disgustoso, lascio la tazza sulla balaustra, accanto a me. Risalgo con lo sguardo verso nord, non proprio al centro, un po’ più a sinistra del Duomo. Lì dovrebbe esserci il cimitero di Musocco. Lì ora ci sta anche mio padre. Me lo immagino nella fossa, l’hanno messo proprio nell’angolo, primo davanti a tutti, come piace a lui. Mi dice, Vieni a vedere. Raggiungo mamma sul balcone, guardo in strada, papà è ritto all’angolo del bar, i piedi rovistano per terra, sono piccoli per un uomo della sua altezza, ha le mani infilate in tasca, si guarda in giro, poi torna a fissare il bar. Mamma dice - le sento una punta di scherno nella voce - Tuo padre si veste di tutto punto, esce di casa, fa cinquanta metri, si piazza lì davanti e non si muove più. Se ne sta fermo per ore, su quell’angolo, guardandosi attorno. Perché non entra? le chiedo. Lei alza le spalle. Gli offrirebbero da bere e lui ha paura di ricascare nel vizio. Da quando col vino ha chiuso non sa come passare le giornate. Tutti i suoi amici sono là dentro, giocano a carte e bevono. Lui non ha più nessuno con cui parlare, allora si mette lì davanti e aspetta. Che aspetta, mamma? Che il tempo passi, e venga l’ora di tornare a casa. Un’altra alzata di spalle ed è già rientrata. Osservo mio padre avvolto nel cappotto enorme, i piccoli piedi irrequieti che scalpicciano sul cemento, il basco gli nasconde il viso magro da cui spunta il naso che indaga se intorno, per esempio, ci sia qualcuno con cui scambiare due chiacchiere. Aspetta, aspetta, ma nessuno arriva a fargli un po’ di compagnia. Allora penso che in fin dei conti dove sta adesso forse è meglio, ha trovato un sacco di compagni e ne avranno di cose da raccontarsi, lì nella fossa, tutti in fila come tanti soldatini. Scalpiccia un po’ con i piedi nella terra fresca, si guarda in giro e intanto è contento che proprio lui sia stato messo nell’angolo, chiacchiera felice, disegna nello spazio cieli grevi di luce, e ogni sera, all’ora convenuta, manda a tutti il suo richiamo, a voce alta, perché ognuno lo senta, Ragazzi, ci vediamo più tardi in su biccu, e poi aspetta, aspetta che il tempo passi, e venga finalmente l’ora di tornare a casa.
  19. DaniloV

    Il racconto mai scritto

    Il mio primo commento Il racconto mai scritto E' la storia di un illuso che voleva partecipare ad un concorso letterario con un racconto che non aveva ancora scritto. Il foglio era bianco, lo scrittore sembrava paralizzato e la vecchia penna stilografica, acquistata su Ebay ad un prezzo di occasione, sembrava essere diventata così pesante da non riuscire più a sopportarne il peso. Aveva la fronte imperlata dal sudore, ma non era certo il caldo a fargli quell’effetto. Si sentiva in piena crisi e l'agitazione aveva avuto il risultato di alzargli la temperatura corporea. Non aveva più stimoli, quello che poche ore prima sembrava essere un racconto pronto per essere riportato prima su carta e poi su "Word", ora appariva una chimera lontana quanto la luce del giorno successivo. Sembrava fosse la prima volta davanti ad un foglio bianco, gli pareva di rivivere le stesse emozioni che provava quando, da studente delle scuole superiori, si trovava dinanzi alla traccia di un compito di matematica. Era in quelle occasioni che aveva conosciuto quella strana sensazione di vuoto, di nulla assoluto. Ma nello scrivere no, quello era sempre stato il suo campo di battaglia, non aveva mai avuto problemi ad inanellare parole e riempire fogli di cellulosa e di pixel. Quella sera, però, era diverso. Decise di prendersi una pausa, benché non sapesse da cosa staccare, visto che era seduto da due ore alla scrivania, ma non aveva prodotto una sola frase di senso compiuto. Solo appunti sparsi sui fogli, come foglie secche cadute dall'albero delle idee. Appunti che puntualmente avrebbe buttato nel fuoco del camino che andava spegnendosi lentamente, come la fioca ispirazione del momento. Uscì in veranda per respirare un po' d'aria fresca, sperando che quest'ultima potesse ossigenare maggiormente la parte del cervello dove era asserragliata la creatività smarrita. Il termometro della farmacia di fronte segnava otto gradi, la mezzanotte era passata da otto minuti: il numero otto era ricorrente, era appena iniziato il giorno otto di febbraio, l’ultimo giorno utile per presentare il suo lavoro ad un concorso letterario che aveva trovato navigando su internet. Il concorso portava il nome di “88.88” ed era organizzato dall'Associazione Culturale “Yowras” Young Writers and Storytellers, con sede a Pinerolo, provincia di Torino. Non conosceva molto di Pinerolo, gli era nota la tradizione militare, ma credeva di ricordare anche un'altra cosa, forse perché grande appassionato di storia: Pinerolo aveva dato i natali a Luigi Facta, ultimo Presidente del Consiglio, prima dell'avvento di Benito Mussolini. Questa informazione fu confermata da una veloce e nervosa ricerca su internet. Il fatto di conoscere questo dato storico lo compiacque per qualche secondo, ma di certo non cambiava molto la situazione di quella notte. Se voleva partecipare a "88.88" avrebbe dovuto produrre qualcosa. Negli ultimi tempi lo “scrittore” aveva partecipato compulsivamente a diversi concorsi letterari, aveva evidentemente esagerato e ora gli veniva presentato il conto, sotto forma di corto circuito narrativo. Rientrò in casa quasi incurante del freddo patito in quei minuti fuori, in manica di camicia; percorse la ventina di passi che lo separavano dal riprendere il suo posto in soggiorno, dietro la sua antica scrivania in noce. Era la stessa scrivania che aveva amato sin da subito, quando era entrata a far parte dell'arredamento, ma ora gli sembrava una di quelle ruote che i topolini in gabbia continuano a far girare, correndo quasi senza senso. Con la differenza che il topolino pare si diverta parecchio. Lui non aveva scampo, sentiva salire la tensione quando ritrovò il foglio bianco, esattamente lì dove lo aveva lasciato, impietosamente vuoto. Per un attimo pensò che sarebbe stato bello se fosse accaduto come in alcuni suoi racconti, i suoi scritti di fantasia: la penna avrebbe potuto animarsi, il foglio riempirsi velocemente di una composizione originale e scorrevole, pronta per partecipare al concorso e possibilmente anche vincerlo. Non era così, era solo, nel silenzio della notte sentiva solo i passi morbidi di qualcuno al piano di sopra; qualcuno che, come lui, rifiutava le avance del sonno notturno, perché preso da attività ritenute arditamente più importanti. Impose a se stesso che non sarebbe andato a letto se non dopo aver scritto il racconto. Iniziò a torturare la sua mente alla ricerca di un minimo spunto, accese la televisione quasi supplicandola, come se avesse potuto ricevere la risposta che cercava da quella scatola vuota: in onda c'era il “Festival della Canzone Italiana”, ma non ne ricavò nulla in termini di ispirazione. Su un altro canale stavano dando per l'ennesima volta “Scarface”, un vecchio film di Brian De Palma con Al Pacino. Gli era piaciuto parecchio in passato, ma ora non ci trovava nulla di buono per il suo scopo, anzi, in quel frangente, quel film gli sembrava addirittura stupido. Era bloccato, cominciava a pensare che l’indomani mattina sarebbe stata dura andare a lavorare senza chiudere occhio. Lo scrittore infatti, aveva un lavoro per mantenere sé e la sua famiglia, non viveva dei suoi scritti: quella era un’utopia irrealizzabile e grottesca. Il racconto era in alto mare, anzi no, naufragato in acque calme, nel porto di partenza. Stava cedendo alla stanchezza, la sua cagnolina lo guardò quasi compatendolo o, più probabilmente, implorandolo di spegnere luci e televisione, perché almeno lei aveva voglia di dormire. Si ricordò in quel momento che la giornata era iniziata in maniera straordinaria: in mattinata, infatti, aveva saputo che sarebbe diventato padre per la seconda volta. Non riusciva ancora a prendere energie da questo evento, perché aveva bisogno di metabolizzare le sensazioni prima di renderle disponibili per uno scritto. Gli succedeva sempre così: prima di scrivere di emozioni personali, sentiva il bisogno di lasciarle sedimentare, come si fa per un buon vino, prima di lasciarsi travolgere dai sensi. Avrebbe potuto scrivere la continuazione di un racconto inviato per un altro concorso, “Il racconto nel cassetto”, organizzato a Villaricca, in provincia Napoli: ma riteneva di aver esaurito il filone, e poi, lì, aveva presentato un racconto per bambini. La protagonista era Serena e non aveva, al momento, una nuova avventura da farle vivere. Erano quasi le tre del mattino e lo scrittore per diletto si arrendeva, il sonno era ritornato prepotentemente e stava vincendo sull'assurda frenesia di scrivere a tutti i costi. Doveva accettare il fatto che non era stato capace di mettere insieme un racconto per il Concorso "88.88". L'oscurità della notte inoltrata, volata via quasi nella sua pienezza, aveva avuto l'effetto di riportarlo alla calma, la quiete lo aveva piacevolmente contagiato. Accettava serenamente il verdetto: bisogna saper perdere e stavolta aveva perso. Si lasciò sedurre dal fascino di sua Maestà delle dolci tenebre: ne apprezzò l'ennesimo, quasi insperato, invito a gettarsi tra le sue braccia e questa volta cedette, tuffandosi in un breve ma dolce sonno ristoratore. Dal giorno dopo avrebbe pensato ad un altro concorso, avrebbe scritto ancora racconti, non rinunciava facilmente alle sfide che più lo intrigavano, quelle contro se stesso. Quelle che quasi puntualmente perdeva.
  20. Claudio Piras Moreno

    Macerie - Claudio Piras Moreno

    Titolo: Macerie Autore: Claudio Piras Moreno Casa editrice: Amazon ISBN: 9781541250338 Data di pubblicazione (o di uscita): 1a edizione 01/14, 2a edizione 06/16 Prezzo della versione cartacea: 13 euro, digitale: 2,99 euro. Genere: Realismo magico Pagine: 200 Quarta di copertina: Durante un’alluvione una frana distrugge il paese di Antro e con esso svanisce ogni possibilità per Pietro di ricordare il proprio passato. Mentre tra le macerie ancora si scava, i sogni lo tormentano e lo guidano. Egli allora torna ad Antro e vi trova un ultimo superstite: Antòni. Lo porta a casa convinto che possa rendergli il passato ricomponendo la sua storia e quella del paese, e iniziano a succedersi i racconti. Antòni gli racconta “delle genti” ormai scomparse di Antro. Storie drammatiche e poetiche, difficili da credere, perché non tutto quello che lui racconta corrisponde a quanto i superstiti rammentano. Chi è allora Antòni? Mente dunque quando dice di parlare con i fantasmi di Antro? Difficile dirlo, ma pian piano le sue parole paiono indicare una via di redenzione per un’umanità colpevole e innocente insieme... Il romanzo è stato definito da Mattia Signorini, in una discussione del Writer's dream, come una sorta di Antologia di Spoon River romanzata. "Ognuno pativa la vendetta del paese sepolto dalla montagna e ripudiato dai suoi cittadini, che ad altro non pensavano che a dimenticarlo." "Quel luogo solitario e misterioso in cui sto rinchiuso è come una dimora per me, e se anche mi cercassero, lì non mi troverebbero. Anzi, alcuni che dicono di sapere dove sono, mi guardano con espressione ebete, senza scorgermi. La mia esistenza è presunta e non consensuale, perciò è preclusa a chiunque, e ancor più a loro. Quanti di voi hanno dato il consenso senza saperlo? Ora lo ritirerebbero! Ma non si può tornare indietro. Ogni errore compiuto ha messo radici nella nostra vita e non vi è modo di estirparlo." "Con il mio raccontare mi sono opposto all’oblio, al sedimento della polvere, alla morte. Con il mio corpo ho sfidato le leggi del probabile e ho portato una speranza. L’ho fatto aiutato dai morti di Antro, sopravvivendo, e poi facendo rivivere le loro storie, senza arrendermi nemmeno all’acqua e alle ruspe." Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Macerie-Claudio-Piras-Moreno-ebook/dp/B01GSNNJZ0
  21. Nerio

    35 secondi

    35.L’auto accelera, si sposta nella corsia di sinistra. Le ruote sobbalzano e sollevano sassi sull’asfalto crepato. 34. Il tachimetro si alza con un balzo da ubriaco, l’indicatore sfiora gli ottanta. L’auto sorpassa il trattore. La radio emette qualcosa come un lungo rantolo elettrico. Dal fondo, in direzione opposta, la sagoma massiccia di un tir si profila sulla strada. 33. I fari del tir si accendono. La potenza feroce degli alogeni disegna nello spazio vuoto del viale due tubi di luce. Proprio mentre la radio attacca un pezzo di rock classico. 32. Mentre la marcia è al massimo, mentre la visione di metallo e potenza si compone davanti, sento nel petto il dolore del cuore che sbatte contro la carne. Sereno e arrogante, appena trentenne, non credevo che sarebbe successo così, in una sera di primavera, tentando un sorpasso azzardato. 31. Il tir è una bestia cieca e sorda che squassa la strada. La motrice è contornata da disegni al neon blu: un crocifisso, la scritta ‘Mauro’ sopra il radiatore. In alto, nell’abitacolo, qualcuno schiaccia il clacson con rabbia. 30. L’urlo del clacson attraversa i timpani e fora il cervello. Eppure il piede non si stacca dell’acceleratore. Non è incoscienza, ma una paura folle, completa, che paralizza il corpo. Gli abbaglianti del tir si accendono. 29. Si spengono. 28. Si riaccendono. La distanza con l’auto si accorcia. Posso misurare quello spazio con respiri corti e frenetici. Inspiro. 27. Espiro. 26. Inspiro. La radio suona divertita. Di nuovo l’urlo del clacson. I fari. Le cromature. La scritta luminosa 'Mauro'. E' così che mi appare la morte: targata Salerno. 25. Gli occhi si chiudono. Il battito accelera. Solo adesso, da qualche parte nel cervello, si fa avanti quell’idea. La consapevolezza del pericolo. Dovrei sterzare, dovrei frenare. 24. Le mani si serrano al volante. Si serrano anche i denti e sento un dolore, piccolo, piccolo sotto a un molare. 23. Il dolore al dente dà la scossa giusta che serve ai nervi. La paralisi scompare e il piede abbandona l’acceleratore. 22. Il piede trema. L’auto sobbalza. 21. I freni del tir stridono. Un coro di nitriti isterici. Di colpo la scena di ciò che sta accadendo mi si forma nitida in testa. In una luce dolorosa vedo la scia del veicolo davanti. La corsia di sinistra è occupata dal trattore: impossibile tentare di rientrare. Il piede cerca il freno. 20. Il motore urla. Frenetico il cuore fa salire il sangue alla testa. Sapore di ferro. 19. L’auto sbanda. 18. Eppure era bella la giornata. Cominciava a fare fresco e in ufficio il capo sorrideva. Pensavo al regalo per Giulia. Me la immaginavo dolce la serata, a tavola e poi sotto le coperte. Mi sforzo di muovere le braccia. 17. Il volante si inclina a sinistra. L’auto schizza da un lato. Il corpo resta indietro per l’inerzia, fino a che la cintura si tende e se lo trascina dietro. La scritta ‘Mauro’ si ingigantisce sul vetro. 16. E’ finita. Mentre la macchina tenta di evitare l’inevitabile. È finita e lo so. Mi sale il formicolio per tutto il corpo. Come se per contraccolpo, l’anima si stesse già staccando. La radio suona indifferente. 15. Il mondo si inclina di lato, a bordo strada. Mi sento leggero. 14. Lo schianto. Oh Cristo. Forte. Indescrivibile è quello che provo nelle viscere. 13. Lamiere che stridono. Vetri che scoppiano. Morire. 12. Tutto si fa. 11. Confuso. 10. Il sopra è sotto. 9. Chissà chi piangerà. Mi vestiranno come un manichino a festa o terranno la bara chiusa? Chi se ne fregherà. Chi dirà soddisfatto ‘era ora’. 8. Chissà Giulia. Giulia minuta di mani e di viso. Giulia che sorridendo in un inverno lontano mi disse “se fossi più sveglio m’avresti già baciato e io te l’avrei già data”. Giulia, come me, animale affamato, attaccata alla vita. Che farai, Giulia? Morirai anche tu con me? 7. Giulia. Mentre il balletto dell’auto mi sbalza come un pupazzo, rivedo Giulia che sfoglia il giornale a colazione. La sua fica, i suoi occhi, gli schiaffi di quella piccola mano, lacrime e perdono. 6. Giulia sopravvivrà. Andrà avanti, se ne farà una ragione. Questo lo so bene, perché anche io sono come lei. Mai sazio, troppo fedele a me stesso per esserlo di più ad un altro. E forse è meglio così. 5. Un fischio atroce. Ci siamo, penso. Ci siamo. 4. 3. 2. Alessia. Alessia? Perché penso a lei? Alessia era seduta due posti a sinistra, lungo il tavolo verde delle conferenze. Firenze o Genova? L’avevo notata subito ma aveva cominciato a piacermi veramente solo dopo, quando aveva avuto il coraggio di rispondere al presentatore sul palco: “ci direte che va tutto bene anche quando staremo per fallire?”. Alessia era pazza. Alessia, tette grosse, una sconosciuta seduta a due posti da me, durante un noiosissimo evento aziendale. Prima di morire penso a lei e mi sento triste. Perché Alessia? Dopo quell’intervento, dopo chiacchiere inutili, ci eravamo seduti allo stesso tavolo. Parlava di cose banali o di massimi sistemi ma sempre con spirito leggero. No, non leggero: sereno. Sembrava sfiorare tutte le cose, ma senza lasciarsi trascinare in basso. Come se la normale paura di non arrivare a fine mese o di invecchiare, di sembrare insignificanti e brutti, non la sfiorasse neppure. E forse era proprio così. Dopo la cena, dopo i brindisi, abbiamo evitato le ridicole animazioni organizzate e siano sgattaiolati fuori. Mi ha chiesto una sigaretta e io l’ho baciata senza farla finire. Ho pensato per un momento di essere leggero come lei e l’alcol ha assecondato quell’idea. Ed ho agito come non avrei mai pensato, non con una sconosciuta. «Oh, ti sembrerò scema ma per me la cosa più naturale è essere felici… Giocare ed essere felice. Un po’ come i bambini. Hai presente i bambini? Hai mai pensato come sono felici i bambini? No, dai sul serio. Io mai e dico mai, potrei accettare di perdere quella gioia. A costo di rimetterci il posto. Altrimenti a che pro vivere?». La luce nella stanza era di un bel giallo oro. La sua pelle bianchissima, sotto gli slip. Com’è stato bello e forte fare l’amore. E com’è strano adesso, proprio adesso, ricordare tutti questi particolari prima di morire. Non ti ho mai chiamato da allora, Alessia. Ti ho dimenticata, seppellita sotto la quotidianità. Uno scheletro dentro i miei cassetti, precisi e ordinati. Hai provato a cercarmi un paio di volte. Mi hai mandato delle e-mail che ho cestinato senza leggere. Dopo un anno ti sei licenziata e da allora non ho saputo più nulla di te. Sei stata solo una bella scopata. Un momento di leggerezza che è stato bello vivere, ma solo per una sera. Perché siamo due razze differenti, io e te. Io sto per terra, con i piedi e la testa. Tu stai da qualche parte lassù, con la gioia dei bambini. Eppure adesso che sto per crepare penso a te. E mi sento così triste. Non so bene perché, ma mi sento triste. 1. Se solo. Se solo non dovessi morire. Allora, davvero, ti chiamerei e ti farei mia. Vivremmo in equilibrio: io con le mie certezze e tu con le tue fantasie. Se solo non dovessi morire. Lo giuro, ti chiamerei. E cambierei. - - - Tarda sera d’Aprile. Aria umida e fresca, odore di erba e frinire di grilli. Il cielo è coperto e il buio è quasi completo. In un viale alberato i fari di un tir illuminano una porzione di campagna dove giace la carcassa di un’auto capovolta. Nell’aria c’è un odore terribile di bruciato e di benzina. Sulla strada davanti al tir, il camionista va avanti e indietro con il telefono alla mano, bestemmiando e gesticolando. Più avanti, in un punto selvatico della strada, la figura di un uomo interrato e sanguinante, siede e fuma. Il sopravvissuto guarda la macchina accartocciata e la scia nel fango che ha lasciato per venirne fuori. L’uomo che fuma si cerca nelle tasche ed estrae un cellulare. Con mani tremanti compone un numero, esita. Silenzio. Poi dice: «Pronto… Giulia?! Sono io. Si. Farò tardi stasera. Ma non ti preoccupare… ciao». Spegne il telefono e butta il moncone di sigaretta.
  22. sefora

    Declinazioni

    Pubblicazione: marzo 2019 Pagine 218 €15 (solo cartaceo) http://www.heraldeditore.it/Libro-Declinazioni.html Andavano al liceo con lo stesso il treno, conoscenti ma non amiche. Ormai attempate, tre donne si ritrovano nei luoghi in cui hanno trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Sandra, ex insegnante, da Fondi non si è mai allontanata; Berta vive a Ferrara con figlia e nipoti; l'ancora bellissima Gabriella è moglie di un ricco imprenditore romano. Tutte reggono il peso di un segreto più o meno importante, con il quale faticano a confrontarsi. Anche in forza dell'atmosfera peculiare del paese, che coltiva con sollecitudine la propria memoria antica e recente, finiranno per confidarsi gli aspetti celati delle loro storie. L'inaspettata “sorellanza” consentirà alle donne di superare, ognuna a suo modo, gli ostacoli interiori. E le loro esistenze ne usciranno cambiate. Si tratta di una ripubblicazione. Nella prima, come qualche staffer o lettore assiduo del forum forse rammenterà, si erano verificati parecchi problemi, tali da indurmi a rescindere il contratto dopo pochi mesi. Nel breve periodo in cui è stata disponile, questa storia "al femminile" aveva ottenuto un buon riscontro nel corso di due presentazioni e presso un gruppo di lettura. La ricerca di una nuova occasione si è rivelata più agevole di quanto prevedessi: ho ricevuto in breve ben tre proposte. "Declinazioni" è ambientato a Fondi nel Lazio, il mio paese d'origine, così questa volta mi sono affidata a un editore che conoscevo, inserito nella regione e molto attivo nel sociale. Il testo, rivisto e migliorato, sarà presto disponibile anche negli store on line.
  23. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  24. nemesis74

    Il giorno prima delle nozze

    Titolo: Il giorno prima delle nozze Autore: Gabriele Giuliani Collana: Le fenici Casa editrice: Montag Edizioni Isbn: 9788868922634 Data di pubblicazione: 14 Maggio 2018 Prezzo: 14,00 euro (cartaceo) Genere: mainstream Pagine: 87 Quarta di copertina: Due fratelli, due vite. Antichi rancori e vecchi litigi riaffiorano dopo anni, proprio il giorno prima delle nozze del fratello maggiore. Non solo due persone profondamente diverse, ma anche due modi di affrontare e interpretare la vita che si scontreranno in una vecchia casa colonica che, allo stesso tempo, darà ai due la possibilità di confrontarsi e chiarirsi, scoprendosi molto più simili di quel che avrebbero mai creduto. Una riflessione sulla nostra società di oggi, sulla mancanza del tempo e sull'impossibilità di riflettere appieno sulla nostra vita. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/giorno-prima-delle-nozze-libro-gabriele-giuliani/e/9788868922634 https://www.mondadoristore.it/Il-giorno-prima-delle-nozze-Gabriele-Giuliani/eai978886892263/
  25. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
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