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  1. nemesis74

    Il palazzo dei sette portoni

    Titolo: Il palazzo dei sette portoni Autore: Gabriele Giuliani Casa editrice: Bertoni editore Isbn: 9788855351317 Data di pubblicazione: 14/3/2020 Prezzo: 15,00 euro cartaceo Genere: Formazione / Introspettivo / Psicologico Pagine: 197 Quarta di copertina: Le scelte: quelle che abbiamo compiuto nella vita, e che ci hanno permesso di diventare ciò che siamo, e quelle che vorremmo fare per cambiare ciò che siamo diventati. È quanto accade al protagonista di questo romanzo. Un notaio ricco e cinico che, a causa di un evento inaspettato, dovrà riconsiderare tutte le sue scelte, in un percorso di cambiamento che si rivelerà molto più difficile del previsto. Un viaggio interiore di riscoperta, lungo e faticoso, che lo porterà a scavare nel suo passato ma anche a svelare delle verità incredibili e mai sospettate, che faranno vacillare le sue nuove decisioni. Sullo sfondo, un palazzo con i suoi sette portoni, che non avrà una funzione solo simbolica bensì di fondamentale importanza per un legame indissolubile e ammantato di mistero. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/palazzo-dei-sette-portoni/dp/8855351311 https://www.mondadoristore.it/Il-palazzo-dei-sette-portoni-Gabriele-Giuliani/eai978885535131/
  2. Ciao a tutti, sto scrivendo un giallo umoristico in cui un serial killer rapisce esclusivamente professori di Scienze delle scuole superiori. Vi viene in mente un soprannome con cui la stampa lo potrebbe chiamare? Vi ringrazio per l'aiuto!
  3. Dark Smile

    I Am

    Immagine di copertina: Titolo: I Am Autore: Sara Tramonte Casa editrice: Autopubblicato (Amazon KDP) ISBN: 979-8678787002 Data di pubblicazione: 24 agosto 2020 Prezzo: 3,38€, versione ebook (gratuita con kindle Unlimited e promozione gratuita per tutti dal 9 settembre al 13 settembre); 9,99€ versione cartacea Genere: Narrativa non di genere; romanzo di formazione Pagine: 126 Quarta di copertina: un viaggio tra strada e parco, casa e bar, alla ricerca di una risposta che valga abbastanza da saziare la domanda. Tra inadeguatezza e un esser schivi verso la società e il proprio animo, il Personaggione abituato alla sua apatia, nella sua casa svuotata da frivolezze e addobbi, pone all'esterno il mondo, chiudendosi a riccio. Sarà l'aver dimenticato le chiavi a casa, l'ostacolo che lo obbligherà a reagire? Link all'acquisto: clicca qui
  4. ophelia03

    "La quarta dimensione del tempo"

    Titolo: La quarta dimensione del tempo Autore: Ilaria Mainardi Collana: Bohemien Casa editrice: Les Flâneurs Edizioni ISBN: 978-8831314404 (versione cartacea) Data di pubblicazione (o di uscita): 24 giugno 2020 (tengo buona la data di Amazon) Prezzo: 15 euro (cartaceo), 8,99 euro (ebook). Disponibilità del romanzo per Kindle Unlimited, e dunque senza costi aggiuntivi. Genere: Narrativa non di genere Pagine: 214 James Murray, newyorkese d'adozione, è un affascinante pubblicitario che ha passato gli ultimi tre decenni a costruirsi una nuova e brillante identità sui cocci del passato. Finché una lettera, giunta ai suoi occhi in ritardo di ventisette anni, non fa crollare ogni impalcatura. Insieme all'amico Gavin dovrà ripercorrere a ritroso la strada verso un Missouri verde come l'Irlanda, verso una figura materna cancellata da troppo tempo, verso i sogni perduti, verso se stesso. Nella consapevolezza che, come gli ripeteva l'amato padre, dove si arriva e da dove si parte sono i soli punti da tenere sempre presenti per non sbandare durante il percorso. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/quarta-dimensione-del-tempo/dp/8831314408/ (il romanzo è comunque reperibile sui principali store on line e ordinabile in libreria) Se qualcuno si stesse chiedendo la ragione di un'ambientazione estera, be', è piuttosto semplice: ho scelto di spostarmi in alcuni dei luoghi, fisici o putativi, dove si è forgiata la mia immaginazione che è soprattutto cinematografica. Sapendo, con fin troppa consapevolezza, che i miei miti, letterari o, appunto, cinematografici, sono i puntolini laggiù lontani, inquadrati in campo lunghissimo, se io sono l'occhio dello spettatore che deve decifrare l'immagine, ci ho provato lo stesso. E allora ho guardato, con rispetto e infinita ammirazione, a Sergio Leone (l'italiano coi sogni nel lontano ovest), ai fratelli Coen, a Quentin Tarantino, a Martin McDonagh (l'europeo che scruta, con occhi europei, un'America decostruita da un rancore e da un senso di colpa forse ancora estinguibili), a Osvaldo Soriano che ha saputo omaggiare, con cinico disincanto e tanta poesia, la letteratura hard-boliled e la Hollywood dalle mille contraddizioni: ammaliante e spietata, sofisticata e rozza. Non sarò mai quello che avrei voluto essere (mi mancano il talento, la fiducia nelle mie possibilità, la caparbietà), ma mi sono fatta il piccolo regalo di provare a raccontare una storia a cui tenevo. Se mai leggerete il mio romanzo, spero che il tentativo non vi dispiaccia troppo. Se si coglierà un po' dell'amore che ci ho messo, sarò comunque felice di averci provato.
  5. Daniele R.

    Trecentoquarantadue

    Immagine di copertina: Titolo: Trecentoquarantadue Autore: Daniele Riccioni Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 8894218228 Data di pubblicazione (o di uscita): Giugno 2017 Prezzo: € 13,90 Genere: Narrativa non di genere Pagine: 278 Sinossi: Il lavoro precario di Fabio consiste nel testare su strada i prototipi di nuovi scooter, gli scooter del futuro. Non importa che tempo faccia fuori, se sia giorno o notte, inverno o estate, asciutto o bagnato: lui è sempre lì, in mezzo al traffico, a percorrere i suoi trecentoquarantadue chilometri per tornare esattamente nel punto da cui è partito. Solo l'incontro con Dana sembra riuscire a interrompere il suo girare a vuoto. Quando la ragazza dal profumo magico della quale è innamorato lascia la provincia toscana per conquistarsi un domani migliore, Fabio dovrà scegliere se accettare il sogno di un futuro poco probabile o arrendersi a un più tranquillizzante fallimento, tipico della sua generazione. Link all'acquisto: https://www.facebook.com/aporemaedizioni/
  6. Aporema Edizioni

    RISALIRE

    RISALIRE Igor Jogan Aporema Edizioni ISBN Cartaceo 9788832144475 ISBN Ebook 9788832144741 maggio 2019 Prezzo versione cartacea € 13,90 Prezzo versione digitale € 2,99 Pagine 220 Link all'acquisto cartaceo Link all'acquisto Kindle Link all'acquisto Epub Quarta di Copertina Nella vita di Libero, un ingegnere informatico di origini istriane, è arrivato il momento in cui di solito un uomo si ferma a riposare e a tracciare un bilancio della propria esistenza. Per lui invece è ancora l’ora delle sfide: quella col lavoro, perché i soldi della pensione non bastano mai, quella con la moglie, dalla quale ha deciso di separarsi, quella con il figlio, ormai adulto ed emigrato all’estero, che però ancora ha bisogno del suo aiuto per tirare avanti. Vorrebbe sedersi, invece deve ancora camminare e “risalire” lungo il crinale della vita e delle sue amate montagne. Ad affiancarlo in questo percorso, due donne: la giovane Paruša, che lo aiuterà a inserirsi nel mondo dell'e-commerce internazionale e l'affascinante Chiara, l'unica in grado di riaccendere una luce nel buio della sua anima ferita.
  7. Nightafter

    Alfio - Pt.1

    Alfio - Pt.1 Giulio suonava assai bene la chitarra, possedeva una Ovation Glen Campbell Deluxe Balladeer, che si era fatto acquistare da un suo zio che era sovente per lavoro negli Stati Uniti. Quella era il simulacro divino, in terra, delle chitarre: una meraviglia tecnica che aveva rivoluzionato i materiali e la concezione costruttiva dello storico strumento. Inutile dire che ne era gelosissimo, la trasportava in una custodia rigida nera con l'interno in velluto rosso cardinale, un vero scrigno d'eleganza formale. Quando apriva la custodia, vedevi nell'atto un rispetto rituale che aveva del religioso, una delicatezza che neppure un infante di una settimana aveva mai goduto. Per la verità la visione di quel legno pallido, adagiato sul velluto rosso con quella cornice nera intorno, a me dava un che di funereo, una volta glielo dissi: - Non ti sembra un cadavere nel suo feretro? - Ci mancò poco che mi spaccasse lo strumento in testa: - Ma sei scemooo? Cazzo dici? Come può venirti in mente una stronzata simile? - era veramente offeso. - Boh? che ne so, mi da quell'impressione. - risposi timidamente. - Tu sei malato! Devi farti curare da uno bravo. Non dire mai più una bestialità simile sulla mia Ovation, perchè quanto è vero Dio, ti ingiacco di botte. - - Vabbè, dai che sarà mai? E' solo un'impressione: dicevo per dire. - - Tu non devi proprio dire un cazzo! Sei musicalmente un bifolco analfabeta, che annega nella sua ignoranza. Questa è la chitarra che suonano artisti del calibro di: Leonard Cohen, John McLaughlin, Jimmy Page, Mick Jagger, Cat Stevens, Roger Waters e David Gilmour, giusto per elencarne un paio. Va affanculo tu e le casse da morto. - Non mi permisi più di dire alcunché su quella chitarra. Però diceva il vero: quando conobbi Giulio le mie conoscenze in fatto di musica erano esigue e lacunose. Ero cresciuto amando Celentano, Little Toni, la Patty Pravo, più di recente spaziavo su Battisti. Ero allo scuro dei grandi cantautori italiani del momento, oltre che della musica internazionale. Salvo qualche hit dei beatles, solo De Andrè col suo “Il pescatore” mi aveva iniziato a quell'universo parallelo. Giulio sentendo di quale musica fossi vissuto fino a quel momento, si strappava i capelli per la disperazione. Vista la gravità della condizione in cui versavo, si era preso seriamente il compito di formarmi una cultura musicale: mi aveva introdotto alla conoscenza della musica contemporanea: dal blues, al country, al progressive rock, alla samba, all’hard rock e da ultimo alla musica indiana. In un anno, grazie a lui, era divenuto un discreto conoscitore di quanto di meglio offrisse la musica giovanile del mondo civilizzato. Tra le altre cose avevo ascoltato “Aqualung”, il quarto album della band progressive rock inglese dei Jethro Tull: fu una rivelazione, la nascita di una vocazione musicale. Decisi che il flauto traverso sarebbe stato il mio strumento, un giorno avrei emulato le prodezze d’assolo del barbuto Jan Anderson, suonando in piedi su una gamba sola come lui. Per giungere a tale risultato Giulio mi aveva consulenziato nell’acquisto del mio primo flauto, per la verità un flauto dolce, un piffero, appena più grande di quelli che si usavano a scuola nelle lezioni di educazione musicale. Ma per me che, aveva sempre avuto un rapporto complicato con la musica, già il solo tenerlo in mano e sapere dove posizionare le dita sui fori, era il compimento di una impresa di straordinario valore. Alla inevitabile mancanza di tecnica supplivo con un cipiglio del volto di grave intensità, con il quale accompagnavo quelle prime, incerte, note. Severino Gazzelloni in concerto, non sarebbe stato capace di maggiore solennità. Giulio si era occupato della mia formazione di base nell’uso dello strumento: armato di grande pazienza, aveva sovrainteso ai miei primi passi nel destreggiare i polpastrelli tra fori e forellini, lungo il cavo cilindro di legno mentre ci soffiavo dentro con incerti risultati. - Lì, le devi mettere le dita testina di cavolo. Lì, non due buchi più sopra. E' la decima volta che lo ripeto. Te le taglio 'ste ditina rattrappite, se continui a non capirlo. - Era severo, ma giusto! Come era prevedibile, data la ridotta attitudine al ritmo e una quasi drammatica mancanza d’orecchio musicale, il compito per il maestro non era meno impegnativo di quello dell’allievo. Ma Giulio non era uomo da perdersi d’animo, la sua idea era che se riusciva a fare della musica anche uno sordo come Beethoven, sotto la sua guida ci sarei riuscito anche io. - Tranquillo, - diceva per incoraggiarmi: – vai, che te le sturo io quelle cazzo d’orecchie. - Quindi, così motivato, ce la mettevo tutta nonostante che i progressi fossero lenti e assai sofferti. Sofferti non solo moralmente, ma anche fisicamente. Si, perché Giulio, per sveltire il training aveva adottato una tecnica didattica, a suo dire, molto efficace e praticata con successo dagli antichi maestri Zen. La tecnica consisteva nel tenere in mano un corto righello di legno e quando nell’eseguire l'esercizio sbagliavo posizione o smarrivo la cadenza del tempo, lui, implacabile, mi calava vigorosamente il righello sulle nocche della mano. In effetti in capo a qualche mese, un qualche positivo risultato si poteva apprezzare. Ero sempre stato convinto di avere difficoltà con la musica per via di un blocco psicologico. Ci avevo riflettuto a lungo, infatti ricordavo chiaramente come e quando avevo subito il trauma che mi aveva reso disabile all’armonico universo dei suoni. Era accaduto in terza elementare, il giorno in cui, il maestro, indicandomi con la bacchetta mi aveva fatto cenno di tornarmene al mio posto, perchè stonavo così tanto da mandare fuori registro l'intera classe, durante le prove del coro natalizio. Ne remasi profondamente umiliato, soffrendone a lungo, nonostante gli anni, non avevo superato quel danno alla mia autostima musicale. Grazie all'insegnamento del mio amico e del fumo di uno spino, di recente, avevo scoperto incidentalmente un possibile rimedio, o quantomeno un palliativo alla mia deficienza. Infatti dopo una canna la mia musicalità cresceva in maniera considerevole. Era lampante che quando ero fatto, le barriere psicologiche si abbassavano e divenivo finalmente permeabile alle onde del suono e del ritmo. Come per magia, sentivo la musica penetrare come un fluido nelle mie orecchie e fluire nella mia anima: riuscivo a “sentirla” e anche a suonarla. Oddio, suonare era parola grossa, ma pur con tutti i limiti, qualcosa di udibile usciva fuori. Fu un vero trionfo giungere a eseguire al flauto il pezzo “Dolce acqua”, di Ivano Fossati dei Delirium: l’esaltazione per quello storico risultato era tale che iniziai a suonarlo in loop, ogni momento era buono per esercitarmi nel ripeterlo, nel cercare di migliorarne e impreziosirne l’esecuzione. La suonavo a casa, portando allo sfinimento l’intera famiglia: mia sorellina più piccola minacciò di chiamare il Telefono Azzurro se non l’avessi piantata. Lo suonavo anche a scuola, durante gli intervalli tra una lezione e l’altra, poiché avevo quel flauto sempre con me, ovunque andassi. Finalmente suonavo ed ero felice quanto ansioso di far ascoltare al mondo i miei progressi: il mondo, comprensibilmente, un poco meno di starli a sentire. Alla fine Giulio siglò la raggiunta maturità esecutiva: dopo un'ennesima audizione mi parlò, con lo sguardo fermo e franco del vecchio maestro: - Sì, il pezzo lo hai imparato. Lo sai fare e te lo confermo - poi aggiunse: - così come ti confermo che se me lo suoni ancora una volta, io, quel piffero del cazzo, quanto è vero Iddio te lo infilo su per il culo. - (Continua)
  8. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: https://info9377839.wixsite.com/jollyroger/invio-manoscritti Distribuzione: LibroCo Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Coloro che gli hanno dato vita sono gli stessi de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica). Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  9. Aporema Edizioni

    Il sole in sella

    IL SOLE IN SELLA Giorgia Antonelli Aporema Edizioni ISBN Cartaceo 9788832144604 ISBN Ebook 9788832144703 Data di pubblicazione: luglio 2020 Prezzo versione cartacea: €13,90 Prezzo ebook: € 3,49 Pagine: 232 Link all'acquisto Cartaceo Link all'acquisto Kindle Link all'acquisto Epub Quarta di Copertina Per molti la boxe è uno sport che rappresenta la metafora della vita: si colpisce, si è colpiti, si va al tappeto e ci si deve rialzare. Anche l'equitazione può essere vista in questo modo. Non importa quante volte sei sbalzato dalla sella, se vuoi continuare a correre, devi risalirci una volta in più. Qui però non sei solo a combattere: c'è il cavallo, fedele alleato dell'uomo dalla notte dei tempi. Nel rapporto con questo nobile animale, Giorgia troverà la forza di affrontare e superare i mille imprevisti che la vita le metterà davanti, per far rinascere la luce della speranza e per riaccendere "Il sole in sella".
  10. Ale Pedretta

    Golgota souvenir

    Titolo: Golgota souvenir Autore: Alessandro Pedretta Casa editrice: Industria Tipografica Novocarnista ISBN: 979-8624528864 Data di pubblicazione (o di uscita): 13 marzo 2020 Prezzo: (della versione cartacea e/o digitale): 7,28 / 0,99 Genere: Fantascienza, cut-up, non di genere Pagine: 119 Quarta di copertina o estratto del libro: Un flusso incontenibile che mette insieme le radiazioni postatomiche di Akira, la desertificazione sociale di Ballard, lo stiloso cazzeggio di Bukowski, l'ossessione alla Cronenberg, il basso futuro di Gibson/Sterling, la logorrea filoso-fica di Miller, tenuto tutto insieme dal cut-up del reverendo Burroughs, che sminuzza come un Minipimer il testo e la logica. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Golgota-souvenir-Alessandro-Pedretta/dp/B085RTHNKS/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1600763676&sr=1-3
  11. niccat13

    Miraggi

    Questo è il mio commento. Ciao a tutti, vi lascio un mio racconto, mi piacerebbe molto avere la vostra opinione. Grazie! Le gomme delle auto scivolano sull’asfalto bagnato e gocce di fango schizzano ovunque, mentre cammino sul marciapiede. Ho in mano il cellulare e sto per chiamare un cliente. C’è qualcosa di frenetico nell’aria quando piove in città. Una specie di elettricità convulsa che attraversa le persone, una sorta di smarrimento generale. Mi riparo sotto la pensilina dell’autobus, pioviggina ancora e non ho portato l’ombrello. Mi faccio spazio dietro una signora con il carrellino della spesa e un impermeabile azzurro, lo sguardo dritto davanti a sé in attesa paziente. Riprende a piovere più forte e altre persone si accalcano tra di noi, in cerca di riparo. Rimetto il cellulare nella borsa, per chiamare il cliente avrei bisogno di un po’ di silenzio. Ho promesso a mamma che sarei passata per un caffè, nel pomeriggio, lo farò da lì. I miei genitori abitano nello stesso quartiere da sempre, mentre io e mio fratello Vittorio ci siamo spostati verso la periferia. Domenica è il suo compleanno, quarantacinque anni, due più di me. Andremo tutti a mangiare a casa sua, io e Fabio con le bambine, mamma e papà. E poi ci sarà la sua nuova fidanzata: l’occasione giusta per conoscerla. Dall’altra parte della strada c’è uno di quei bar milanesi tanto di moda: un gazebo moderno, palme, lampadari in fibra di cocco. È molto illuminato, con file di luci attorno all’entrata, due lampioncini ai lati della terrazza e grosse sfere luminose all’interno. Poi lo vedo. È mio padre. È lì seduto con una donna, si tengono la mano. Ma quella donna non è mamma, ne sono sicura. È una donna bionda, da lontano mi sembra più giovane di lui. Mi chiedo se sia una sua amica. Ma che bisogno avrebbe di tenerle la mano, se fosse solo un’amica? Non posso sporgermi, perché sono stretta in mezzo alle persone e allora comincio a muovermi. La signora davanti a me si gira infastidita, scavalco il carrellino della sua spesa, avanzo tra le persone, spingo avanti e di fianco, qualcuno si lamenta. Le loro proteste mi arrivano ovattate, anche quello della pioggia che batte sull’asfalto. Appena riesco a uscire dalla calca mi fermo a guardare. Devo essermi sbagliata. Papà a quest’ora di solito è al circolo, a giocare a carte. Ha settant’anni, mica venticinque. Non può essere lui quello seduto in compagnia di una donna. Attraverso la strada, non cerco neanche le strisce pedonali, aspetto un varco tra le auto che passano, piove sempre di più e le gocce mi scivolano dentro il capotto e negli stivali. Le calze sono già bagnate, la fronte è imperlata di un misto di sudore e acqua. Ho il respiro affannato, sento che si blocca a metà del petto. Mi avvicino al bar senza farmi notare e li guardo da dietro una colonna del gazebo. È proprio lui. Riconosco la giacca di camoscio chiaro, il taglio di capelli sulla nuca e il profilo con il suo naso sottile, le mani grandi. Cosa bevono? Sembra un bicchiere di vino. Lei deve avere la mia età. Ride, e mentre lo fa tira indietro la testa, poi si aggiusta i capelli. È bella. Più bella di me. Più giovane di mamma. Poi lui si alza, all’improvviso, e la bacia sulla bocca, carezzandole la testa. Entro veloce nella tabaccheria di fianco per non farmi vedere. Da dentro lo vedo che va alla cassa, mi giro verso l’espositore delle cartoline e ne prendo una a caso. «Prendo questa e… un pacchetto di Marlboro rosse. E un accendino, sì un accendino, grazie.» farfuglio. Entrano altre persone, io rimango nell’angolo e guardo fuori. Mio padre e la donna si stanno alzando, si prendono sottobraccio e se ne vanno. Devo chiamare Vittorio, penso. Devo parlarne con lui. Ma sono tentata di tacere. Esco dalla tabaccheria e mi siedo in quello stesso bar. Ho bisogno di pensare. Ho la testa pesante, non riesco a trattenere la rabbia. O è paura? O forse, ancor meglio, delusione. Perché non so capire, non sono in grado di accettare. Lui è sempre stato solo la figura che accompagna mia madre nella vita, l’uomo che mi ha corretto i compiti, che mi ha applaudito alla laurea, che mi ha accompagnato all’altare. E adesso l’ho visto nella sua miseria, un uomo che tradisce, mente e si nasconde. E mi fa paura questo pensiero, mi dà la nausea. Il cameriere mi porta il caffè macchiato, lo giro nella tazzina fino a farlo uscire dai bordi. Non sono più in grado di controllare le mie azioni. Lascio cinque euro sul tavolo e prendo un taxi. In venti minuti sono sotto casa dei miei genitori. Il cortile è vuoto, sono le tre del pomeriggio e ha smesso di piovere. Comincio a camminare. Non riesco decidere cosa fare. Di fianco a casa c’è un canale, è lì che andavo a fumare di nascosto dai miei. Tiro fuori il pacchetto e mi accendo una sigaretta. Il primo tiro mi dà alla testa. Non fumo più dall’Università. Guardo verso il palazzo dei miei genitori, al terzo piano la luce della cucina è accesa. Mamma si starà chiedendo se verrò a berlo, quel caffè. La moka pronta sul fornello, seduta in poltrona con le sue matasse di lana, starà sferruzzando un maglioncino per le bambine. Mi sembra così crudele, dirglielo. E se facessi finta di non avere visto nulla, non sarebbe come se non fosse mai successo? Mi sentirei una ladra, penso, le toglierei la possibilità di avere una scelta. Mi decido, suono al campanello e salgo in casa. Mentre mi infilo in ascensore mi assale il dubbio che sia tutta un’allucinazione, un miraggio nel riflesso della pioggia. Un po’ come un’oasi ne deserto, però al contrario. Poi lo rivedo, limpido come se fosse davanti a me, e la nausea mi esplode nello stomaco. Apro la porta con le mie chiavi, mi tolgo gli stivali sporchi di pioggia e fango, il cappotto bagnato. La casa è calda, odora di caffè appena fatto. «Mamma» la chiamo «sei in cucina?» «Si, si tesoro. Vieni!» Appena la vedo le do un bacio sulla guancia, è morbida e profumata. La guardo e mi sforzo di sorridere. Vorrei piangere. Parliamo un po’, di cose inutili, dei l lavoro maglia. Poi le dico: «scusami mamma. Possiamo andare un attimo di là e sederci? Devo dirti una cosa.» Ci sediamo vicine in salotto, le stringo la mano. «Non so come dirtelo, e non so se faccio bene a farlo. Ho visto papà, in centro. Era con una donna, mamma.» Lei ha un lieve sussulto, deglutisce e piega le labbra in un mezzo sorriso. Poi si china verso la cesta, prende i ferri e riprende il lavoro a maglia. «Mamma» insisto io «hai capito cosa ti ho detto?» Lei continua a sferruzzare, concentrata. Poi prende la rivista di maglieria, la gira su una pagina e me la indica. «Vuoi che lo facciamo con le maniche lunghe o tipo gilet?» «Voglio che mi ascolti, mamma. Papà ha un’altra.» «Io lo preferisco con le maniche lunghe. Mi sembra più comodo.» E riprende a lavorare. Non capisco. Rientro in cucina. Il caffè è freddo, lo bevo lo stesso. Mi sembra di essere scivolata in una palude. Non so dove afferrarmi per tirarmene fuori. Restiamo così, io appoggiata al bancone della cucina, lei in poltrona in sala, per un po’ di tempo. Quando rientro in sala, lei non c’è più. Non l’ho nemmeno sentita andare via. Mi avvio verso la porta, mi metto stivali e cappotto, e nella tasca trovo un foglio piegato a metà. Elena, non volevo che lo sapessi così. E la fatica è troppa per dirtelo di persona. Preferisco scrivere, non voglio che tu mi interrompa. Mi resta poco da vivere, qualche mese. Ho un male, di quelli che non si curano. Un cancro al pancreas. Tuo padre e io abbiamo un accordo. Non voglio andarmene lasciandolo solo: lo conosco, sarebbe un peso per te e Vittorio, non sa arrangiarsi. Gli ho fatto giurare che avrebbe trovato una persona con cui stare, dopo di me. L’ho conosciuta, sai? Lei non sa che io so. È una collega del suo studio. Dentista, anche lei. Bravissima. L’ho spinto io, l’ho incoraggiato. Sta succedendo tutto così in fretta. Cerca di capire. Non ci giudicare. Quando e se vorrai, io sarò qui ad aspettarti, ma vorrei non parlarne più. Lascia che ciò che rimane del tempo che abbiamo scorra sereno come sempre. Ti abbraccio, mamma Scoppio a piangere. Quello che vorrei dirle mi muore in gola.
  12. Marenaci Marcello

    Pensieri e sentimenti.

    Vivo la vita aspettando un amore che non porti dolore buttando via il mio tempo migliore, mentre i giorni passano veloci io resto qui aspettando il domani. Poi un giorno arrivi tu il mio destino tra le mie mani il cuore parla e dice amami, non soltanto nei sogni ogni onda s'infrange sugli scogli come la risacca tu ti allontani. Amore è troppo bello vivere con te, a gustare di questa primavera ma... dopo l'alba giunge la sera. Questa vita ci ha delusi quanti sogni quanta ipocrisia che fatica si fa a cercare la verità, pensi non ti abbandonerà il cuore è stanco di sentire falsità troppo in fretta hai creduto a false realtà. Non dar retta alle favole adesso non più ... dentro hai freddo l'anima fa fatica a capire perchè l'amore finisce lasciando un vuoto dentro troppe lacrime ad accettare chi più non mi appartiene. Questo tempo di ambiguità fa soffrire, aspettiamo che passi la notte, e con la luce che s'incontrano gli amori noi spettatori di false realtà senza umanità, spezzati i cuori pensieri nel turbinio del vento nella notte profondi silenzi senti un dolore nell'anima ti chiedi dov'è quella brama? Ti manca il respiro è la morte dell'anima. Marcello Marenaci.
  13. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: https://www.writeupbooks.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: https://www.writeupbooks.com/ Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/
  14. Riccardo Zanello

    La ics

    Titolo: La ics Autore: Oriana Fiumicino Collana: Tempesta Racconta Casa editrice: Tempesta Editore ISBN: 9788885798151 Data di pubblicazione (o di uscita): 8 settembre 2020 Prezzo versione cartacea: 12,60 Genere: narrativa italiana Pagine: 92 Quarta di copertina o estratto del libro: Storie dentro ad altre storie. Una di queste tiene però le fila di una narrazione che inizia nel 1940 e termina nel 1946: è il racconto di Giulia, una madrina di guerra, che scrive lettere ai soldati al fronte per alleviare il loro dolore e la nostalgia della patria. Nella loro corrispondenza emergono spaccati di vita quotidiana che rimandano a strategie politiche ben più grandi di loro. Il carteggio tra i due protagonisti è interrotto da tre racconti: La schedina, Le scarpe e Il cappotto ispirati a uomini realmente esistiti: Massimo Della Pergola, Attilio Corengia e Niccolò Azoti. Link all'acquisto: https://tempestaeditore.it/shop/tempesta-racconta/la-ics/
  15. ebreovenutodallanebbia

    Contagiati - EtnaBooks

    Etnabooks, Festival della letteratura di Catania, ospita "Contagiati" di Andrea Mauri al Palazzo della Cultura, Palazzo Platamone, via Vittorio Emanuele II, 121, Catania, alle ore 12
  16. ebreovenutodallanebbia

    Contagiati al Totem Bar - Roma

    La libreria I Trapezisti di Roma organizza la presentazione del libro di Andrea Mauri "Contagiati", storie di una Grande Epidemia. Alle 19 al totem Bar di Largo Ravizza, Roma. Modera la scrittrice Marilena Votta. La presentazione è all'aperto, nel giardino pubblico di Monteverde.
  17. Nightafter

    Anna del bar - Pt.1

    Anna del bar - Pt.1 Aveva sedici anni Anna del bar, io solo dodici, lei era già donna e io ancora un ragazzino. C'era un bar all'angolo della via di due palazzi contigui, erano edifici all'estremo limite della zona Crocetta di Torino, il quartiere “bene” della città, al confine con la più polare zona San Secondo, di cui facevano parte. La suddivisione di stato la leggevi nelle architetture dei due abitati: una caratterizzata dall'eleganza liberty delle case d'epoca di livello, con fregi sulla facciata, balconi con colonnette neoclassiche, bow windows con vasi di ortensie alle imposte e scale interne in lucido marmo bianco. L'altra era un modesto caseggiato rettangolare di cinque piani, con alloggi a ringhiera e scale in ruvido granito grigio, usurato e annerito dal tempo. Il bar si apriva ai piedi di quest'ultimo. La cosa che accomunava le due abitazioni era un angusto cortile comune, dove il sole batteva per poche ore a metà della giornata e l'essere proprietà di unico padrone. I due caseggiati godevano di un servizio di portierato allocato nella guardiola del palazzo più prestigioso, per l'altro era unicamente prevista la pulizia delle scale: i miei erano portinai e in quella piccola portineria, composta di sole due stanza, io trascorrevo la maggior parte delle ore della mia giornata, alla luce di una lampadina accesa tutto l'anno. Lì sbrigavo i compiti della scuola, coltivavo la mia passione per il disegno a fumetti, leggevo racconti di vampiri, giocavo con i soldatini e consegnavo la posta agli inquilini che venivano a richiederla, oppure la depositavo nelle buche se dimenticavano di farlo. Sì, perchè nelle ore pomeridiane, dato che mia madre, per arrotondare il mensile, faceva le pulizie in alcune delle case più benestanti, io restavo di guardia alla portineria e accudivo la mia sorellina più piccola. La sera io e mia sorella salivamo a dormire nella mansarda che avevamo di dotazione all'ultimo piano della casa, mentre i miei si ritiravano nella seconda stanza della guardiola, dove avevano la camera da letto. Anna era la figlia unica dei nuovo gestori del bar sull'angolo. Erano una famiglia di origine veneta, ma provenivano dall'Argentina, dove erano andati in ricerca di lavoro molti anni prima, lei infatti era nata lì, dopo quasi vent'anni avevano fatto ritorno in Italia. Poiché in città avevano parenti e amici stabiliti qui da tempo, avevano scelto di unirsi a loro, investendo i risparmi nel rilevare quella piccola attività. Il bar era piccino, composto di due salette, nella prima trovavi il bancone per la mescita di caffè e bevande, nell'altra quatto tavolini per le consumazioni da seduti e il gioco delle carte, prevalentemente di vecchi pensionati, nel dopocena fino a tarda notte. Rispetto alla precedente gestione, avevano felicemente introdotto un juke box e un flipper, questo aumentò di molto l'affluenza dei giovani del quartiere che presero a bivaccarci tra una coca, un tramezzino e un caffè, ascoltando la musica del momento e facendo la fila per acerrime sfide, a segnare il primato numerico sul flipper. Ma la vera attrazione del locale, non erano quelle dispensatrici elettriche di diletto che si azionavano con una moneta da cinquanta lire inserita nella gettoniera, ma lo splendore di Anna che stava al bancone a servire caffè e bibite oppure al banco-frigo dei gelati, a confezionare coni misti e coppette da asporto. La ragazza era minuta ma con un personale pieno di grazia e qualità estetica: bruna con un'aria sbarazzina di capelli a caschetto che incorniciavano un ovale di lineamenti delicati, con occhioni bruni e vivaci alla Audrey Hepburn. Era una piccola forza della natura, sempre in movimento, piena di una vitalità energetica e contagiosa: la sua presenza metteva allegria, poiché appariva sempre di ottimo umore, entusiasta e curiosa della vita. Possedeva una voce intonata e gradevole, accompagnava sovente le canzoni selezionate nel juke box che conosceva a perfezione. Nel parlare aveva quel curioso accento sud americano con la fonetica delle lingue spagnole con una cadenza morbida, con vocali allungate e consonanti dimenticate, mentre nel suo italiano presentava coloriture del dialetto veneto, ereditate in famiglia. Era giunta all'inizio della primavera di quell'anno e fiorendo come un rampicante di gelsomino, spuntato in quella stagione, aveva ingentilito e rallegrato quell'angolo di vecchio palazzo dall'intonaco cadente. Ricordava uno di quei fiori che germogliano sulle facciate in rovina, come segno di una speranza verso la vita e il futuro. Sovente mi presentavo alla vetrina aperta sul banco dei gelati, con le mie cento lire per avere un cono con quattro gusti. Lei nel primo pomeriggio, quando il baruccio era più tranquillo, la trovavi a leggere “La Stampa”, con i fogli aperti sul coperchio del banco-frigo, più che per informarsi, lo faceva per prendere confidenza con la lingua scritta, ci teneva a esprimersi correttamente, e rideva quando nel discorrere continuavano a scappargli vocaboli o intercalare della lingua di provenienza. A volte approfittando del fatto che fossi lì, mi chiedeva il significato di qualche parola che gli risultava sconosciuta. Quando mi vedeva arrivare faceva scorrere l'apertura del doppio vetro della vetrina: ripiegava il quotidiano e si approntava con il cono di cialda in mano attendendo che decidessi i gusti da consumare quel giorno. Non è che ci fosse una grande scelta, in realtà i fustini del gelato erano solo sei, pertanto le varianti erano circoscritte, ma potendone ordinare solo quattro alla volta, mi sbizzarrivo a combinarne l'insieme a ogni nuovo cono. Lei paziente apriva il coperchio del banco e munita di paletta d'acciaio confezionava la mia richiesta, chiedeva se desiderassi una spruzzata di cacao, come quella con cui si guarnivano i cappuccini, a completamento della confezione, solo se tra i gusti scelti non compariva il limone, l'accettavo poiché ne ero goloso. Alle volte ci portavo anche mia sorellina tenuta per mano e per lei ordinavo una coppetta: perchè col cono finiva con lo sbrodolarsi il vestito, ma solitamente preferivo andarci da solo, perché così mi sentivo più grande e la cosa mi appariva più intima e confidenziale, dato che lai mi dava del tu e io lo davo a lei. Mi piaceva Anna, che tutti chiamavano “Anna del bar” per distinguerla nei discorsi, ero colpito dalla sua bellezza e incantato di suoi modi gentili, era sempre garbata e amichevole, sapevo che mi guardava come un bambino, ma sarei cresciuto, gli anni che ci dividevano non erano molti e quando avrei compiuto diciotto anni, le avrei chiesto di sposarmi. Spesso, sotto l'influsso di questa infatuazione, la sera nel mio letto, fantasticavo sul come le avrei fatto la proposta di nozze: mi vedevo adulto, trasformato nel fisico, più alto di come lei era ora, con i jeans e i capelli lunghi sul collo, come usavano i ragazzi di quell'età, vestito con la foggia colorata e psichedelica della moda beat del momento. Avrei posseduto anche una moto. Sì come quelle che parcheggiavano, nei pomeriggi, i giovani avventori che frequentavano quel bar facendole un filo sfacciato. Quelli avevano tutti grosse moto: le giapponesi Yamaha, Suzuki o le Guzzi e Laverda italiane, arrivavano spavaldi su quei bestioni facendo un casino bestiale e ammorbando l'aria coi gas di scappamento, poi tiravano giù il cavalletto e si ficcavano ai tavolini del bar, ordinando birra, attivando il juke boxe e occupando il flipper con interminabili partite, accompagnate dal suono della pallina d'acciaio che toccava i sensori e dalle luci che si accendevano a ogni colpo. Soprattutto volevano mostrarsi più fighi agli occhi di lei e per questo a me stavano tutti sul culo. Intanto perchè erano tutti più vecchi di lei di un paio o più anni, se ne avesse scelto uno, quello poteva chiederle di sposarlo, molto prima che io avessi raggiunto l'età per farlo. In particolare c'era un tale Marco, bruno e piacione, con quella faccina da bello e maledetto alla Alain Delon che piaceva tanto alle donne. (Continua)
  18. sefora

    Sandro Veronesi: Il colibrì

    Editore: La nave di Teseo Collana: Oceani Anno edizione: 2019 In commercio dal: 24 ottobre 2019 Pagine: 368 p., Brossura EAN: 9788834600474 EPUB con DRM 9,99 € Brossura 19,00 € Presentazione dal sito dell'editore: Marco Carrera, il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, Veronesi costruisce altri personaggi indimenticabili, che abitano un’architettura romanzesca perfetta. Un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all’improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l’uomo nuovo. Un romanzo potentissimo, che incanta e commuove, sulla forza struggente della vita. I premi Strega, in genere lodati dalla critica, risultano talvolta deludenti. Ho appena letto l'ultimo e mi piacerebbe valutarlo in gruppo. Chi è interessato?
  19. Pincopalla

    Stati d'animo

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47603-increspature/ Sono i primi raggi di sole che filtrano dalle persiane la mattina presto e, in un attimo, è già luce prepotente che invade le stanze. Ti affacci alla finestra: azzurro abbagliante, prati scarmigliati che incalzano campi gialli, rari papaveri e poi filari di betulle e ontani e verdi diversi pieni e vividi, boscaglia impetuosa e cespugli di timido sambuco. E’ coreografia perfetta. Ti inebriano profumi antichi d’erba stesa sui campi a diventare fieno e di fragranti fiori di robinia, grappoli bianchi ronzanti di api. Hai occhi nuovi: non esiste alcun superfluo. Intuisci che sei parte della stessa perfezione che fa soffiare il vento, muovere le nuvole e maturare la ciliegia, che fa staccare il petalo giallo stanco della sua rosa, che guida il volteggiare del biancone in una danza magistrale. Giornate infinite quando la calura intorpidisce i pomeriggi e i gatti sonnecchiano in ceste di fortuna: è meriggio di penombra nelle stanze dove hai socchiuso le persiane; cammini scalza su pavimenti freschi e lisci, matite e disegni, acqua di ghiaccio e limone, musica lieve, un libro e tu sul divano. Senti il riverbero della luce in giardino, rocce e anfore, ortensie assetate che spiovono su spavalde bocche di leone rosse e ciuffi di aquilegia che svettano frivoli. Nulla è fittizio. Intenso e dolce gelsomino, oleandri come cascate di rubini, fragole e uva spina, pomodori e rosmarino, peperoncini infuocati, il viluppo viola dei fiori di salvia nell'orto e rami intrecciati carichi di susine. Lucertole nicchiate contro i muri, formiche sciamanti e tordi golosi. Disegno impeccabile. Finalmente un alito di vento, un soffio ed è un’arancia il sole che scivola impercettibilmente sul profilo serale delle colline: tra poco vedrai un incendio divampare tra Cielo e Terra e milioni di tramonti in uno. Apri le finestre, spalanchi le persiane, luce tenue e azzurrognola, è limpidezza soffusa di cielo non ancora bruno, ma appare già una stella. Respiri profondamente e torni ad essere terra, acqua, foglia, muschio e intanto i grilli campestri di concerto friniscono, è buio e la vedi: luna di zafferano appesa alla volta notturna e tu chiudi gli occhi per spalancarli su immensi spazi e costellazioni solo tue. Anche l’estate è uno stato d’animo, Irene.
  20. Deborah Zan.

    Il sogno di Allison

    Avanzo lungo la strada. C'è neve ovunque. Fredda, compatta e appuntita. Tengo gli occhi chiusi e le labbra serrate mentre lotto per proteggere la mia vita da un’improbabile bufera. Predomina un silenzio irreale e non percepisco nulla attorno a me che non sia questa turbinante nebbia ghiacciata. Mi avvolge a ogni movimento e mi soffoca a ogni respiro, imprigionando il mio corpo in un abbraccio mortale. Sto lottando da troppo tempo per permettere che la mia vita finisca adesso. Tuttavia, ogni fibra del mio corpo è tesa al massimo della sopportazione. Non resisterò ancora per molto. Le forze sono quasi giunte al termine; sto morendo. Non voglio. Così m’impegno nel cercare nel profondo della mia anima anche un solo barlume di speranza. Quando lo trovo, prendo coraggio e riesco a socchiudere le palpebre. Scorgo un’indistinguibile presenza vorticarmi attorno. Una silenziosa spettatrice, complice indifferente di ciò che mi sta accadendo. Non ho però la lucidità necessaria per capire cosa sia. Circondata dalla neve sento i miei polmoni gonfi di ghiaccio, la testa sul punto dell’esplosione e il cuore che rallenta il suo battito. Eppure la mia volontà di vivere è così forte che riesco a muovere un passo. Un altro ancora. Voglio andarmene da qui. Mi muovo con la fievole forza che mi rimane, ma in un lampo tutto cambia e un dolore lancinante mi attanaglia la gamba. Impossibile capire quale sia stata la causa. Gemo di dolore e mi rendo conto dell’errore che ho appena commesso. La neve entra prepotente dalla bocca. Un’onda gelida che mi travolge e mi affoga e subito dopo percepisco il terreno sotto di me diventare obliquo. Perdo la forza sui piedi e comincio a rotolare. La testa non smette di girare e nemmeno io. Precipito incontrollabilmente. La neve scende con me, avvolgendo il mio corpo come una spessa coperta di lana. Poi la mia nuca colpisce con un tonfo l’asfalto della strada sottostante e tutto si ferma. Il colpo è stato forte. Non riesco a muovermi. Temo di svenire da un momento all'altro. Sono stremata, stordita e dolorante. L’unico pensiero che pulsa logorroico nella mia mente è di essere ancora troppo giovane per finire dimenticata in un freddo cimitero. Questo pensiero se ne va con la stessa rapidità con la quale è apparso nel momento in cui mi sento sollevare la schiena. Qualcuno mi tiene ora la testa. Non sono in grado di aprire gli occhi e il mio corpo è immune ai movimenti di quel qualcuno che tenta di farmi reagire. Una manciata di secondi più tardi una sensazione di calore si innesca improvvisamente dalla fronte e invade il mio corpo dall'interno. Mi sembra quasi di riuscire a sentire i polmoni riempirsi di esso, liberandosi definitivamente dalla neve che ho respirato per tutto questo tempo, mentre il resto del mio corpo è ancora inerte. Percepisco la pressione di due mani che mi sorreggono, il battito del mio cuore aumenta e l’idea di essere ancora viva fa presto capolino nella mia mente. Trovo l’energia perduta e acquisisco progressivamente possesso del mio corpo. Tossisco, un sapore amaro mi riempie subito la bocca. Riesco a sollevare le palpebre e a rendermi conto che la misteriosa bufera ha cessato la sua furia. Non c’è più alcuna traccia di neve. Volto lo sguardo e finalmente contemplo chi ha permesso la mia salvezza. I suoi occhi sono un caleidoscopio di azzurro e verde. Lo specchio d’acqua di un lago tranquillo arginato da ciglia folte e nere come fili d’erba in una notte senza stelle. La spuma di folti capelli corvini racchiudono il suo volto intriso di mistero in una cornice d’ebano. È accucciato sull'asfalto e mi regge la nuca con il braccio destro. Aveva sollevato la testa per studiare la strada soprastante, dalla quale probabilmente mi aveva vista cadere giù. Quando torna a guardarmi, accorgendosi che lo sto osservando, spalanca gli occhi e il colore delle sue iridi acquisisce un’inquietante tonalità petrolio. È surreale. Immagino che sia una conseguenza del colpo alla testa così sbatto ripetutamente le palpebre, ma quel colore non sembra volersene andare. Il ragazzo è inginocchiato al mio fianco e sfila il cellulare dalla tasca dei pantaloni. Dopo aver digitato una sequenza di numeri se lo porta all'orecchio. Non osa guardarmi mentre parla con qualcuno dall'altro capo. La sua voce è ovattata e io mi sento così spaesata e confusa. Non ho ancora ripreso la forza necessaria per smuovermi da terra e quando ci provo un senso di nausea mi sale alla gola. Il ragazzo infila lo smartphone nella tasca e in pochi secondi, senza comprenderne il motivo, mi ritrovo rannicchiata fra le sue braccia. Non riesco pienamente né a seguire né a capire cosa stia accadendo, ma mi sento protetta. Mi stringe a sé e di colpo sembra ipnotizzato da qualcosa che brilla sull'asfalto. Con ancora il corpo ancorato al mio la prende ed emette un suono sorpreso. Nelle mani regge ora uno spago nero sul quale è appeso un medaglione ellissoidale. Nel mezzo vi è incastonata una pietruzza verde. È visibilmente confuso e impressionato. I nostri sguardi s’incrociano nuovamente, gli angoli della sua bocca si piegano in un dolce sorriso e solo ora i suoi occhi abbandonano quel verde petrolio. Mi allaccia al collo la collana e la luce del lampione illumina i nostri corpi in maniera completa. Quando china leggermente la testa per sussurrarmi qualcosa all'orecchio mi sento strana e impacciata. «Devo andare». La sua voce è calda e avvolgente. Si alza da terra. Emetto un suono simile a uno di quei grugniti che si fanno al mattino non appena ci si sveglia e mi sento subito debole per lo sforzo compiuto. Indietreggia e fa per andarsene. Sono ancora seduta sulla strada quando allungo d’impeto il braccio per afferrarlo. Per farlo restare ancora un po’. Ma il suo corpo sembra sgusciare via dalla mia presa a ogni mio tentativo. Non ottenendo i risultati sperati tento di parlare. Lo prego di non andarsene, ma la mia voce è un rivolo di fiato e il suo corpo avanza senza voltarsi. Persisto e in un attimo, come se qualcuno avesse girato la manovella del volume, la mia voce si fa più concreta e sonora. «Non andare... Rimani... NOOO!». L’urlo si fa strada nella realtà squarciando il silenzio e mi sveglio da un sonno nel quale non credevo essere stata. Mi ritrovo nella stanza di un ospedale, ricoverata da chissà quanto tempo, con la fronte velata da un sottile strato di sudore e il respiro affannato. Bianco. Da ogni lato io guardi, vengo assalita da una fastidiosa sensazione di bianco glaciale e ho subito un fremito causato dal ricordo di tutta la neve che ho sognato. A causa del mio grido improvviso, mia madre si era svegliata di soprassalto. «Allison». Si avvicina tutta preoccupata. «È stato solo un incubo». Abbasso la testa. «Un incubo…» sussurro. A seguire alzo lo sguardo verso mamma e le chiedo dove sono. «Al Golden Gate Urgent Care, a otto minuti da Alamo Square» risponde tornando a sedersi di fronte al lettino, sulla poltrona blu addossata alla parete. L'unica cosa colorata presente nella stanza. Alamo Square è il quartiere residenziale dove abito, accanto all'omonimo parco, a San Francisco, in California. Il quartiere è caratterizzato dall'invidiabile stile delle “Painted Ladies”, una fila di case vittoriane. Mi piace vivere all'interno di una di queste caratteristiche abitazioni. Anche zia Jessica, sorella di mia madre, abita in una delle “Ladies”. Ma in questo momento mi sento aliena in un mondo nel quale vivo da quasi diciotto anni. «Perché sono qui?». Ho la bocca impastata dal sonno e dalla disidratazione. Il viso di mia madre muta la sua espressione. «Non te lo ricordi?». Scrollo la testa e la vedo commentare sottovoce fra sé, visibilmente in ansia. «Allora?» insisto. «Eri accasciata a terra sull'incrocio della 900 Lombard Street, dove c’è la scuola elementare “Yick Wo”. Eri svenuta. I dottori mi hanno detto che non hai riportato lesioni gravi, ma hai subito un trauma cranico, quindi domattina verranno a visitarti di nuovo». «Come hanno fatto a trovarmi? E da quanto sono qui?». Non appena pronuncio quella domanda sento un doloroso pizzicore alla gamba. Sollevo il lenzuolo e mi ritrovo ad indossare una vestaglia lunga fin sotto le ginocchia. Ne alzo un lembo e constato di avere una ferita lunga circa una spanna e mezza che ha tutto l’aspetto di un taglio. Doveva essere profondo visti i punti di sutura su tutta la lunghezza della lesione. Sento le viscere contorcersi improvvisamente e le terribili immagini dell’incubo germogliarmi nella mente come velenosi oleandri. Anche nel sogno ho sentito una terribile fitta alla gamba prima di rotolare giù dalla strada. «Sei qui da un paio d’ore. Qualcuno ti ha trovata e ha chiamato l’ambulanza». La voce di mamma mi distoglie da quei ricordi. «Chi è stato?». Alza le spalle. «Non ha detto il suo nome». Un anonimo? Di nuovo quella sensazione allo stomaco. Ripenso alla neve che mi turbinava attorno, al freddo che intorpidiva ogni cellula del mio corpo, alla sensazione di essere nuovamente viva e... a Lui. «È meglio se torni a dormire ora, devi essere lucida durante la visita di domani». So per esperienza che il suo è più un obbligo che un consiglio, così senza aggiungere altro poso la testa sul cuscino e nella mia mente prendono ad affollarsi una moltitudine di dubbi e pensieri che mi impediscono di addormentarmi. Un sogno non è altro che un fenomeno psichico legato al sonno, caratterizzato dalla percezione di immagini e suoni che il soggetto sognante riconosce come apparentemente reali. Almeno questo è ciò che mi è sempre stato detto. Allora perché non ricordo nulla di come sono arrivata in ospedale o perché sono finita in quella strada? Chi è l’anonimo che ha chiamato i soccorsi? E se il ragazzo che ho visto nell'incubo esistesse davvero? All'ultima domanda quasi mi metto a ridere. Non essere sciocca Allison, è stato solo un sogno. Sospiro e mi rigiro più e più volte nel letto mentre mia madre è rannicchiata sulla poltrona e sta dormendo già da una decina di minuti. Le avranno concesso di rimanere per qualsiasi evenienza. Sbuffo. Chiudo di nuovo gli occhi e finalmente, dopo quasi un’ora, riesco ad addormentarmi.
  21. Nightafter

    Gina - Tarocap

    Gina - Tarocap Gina, detta “Tarocap” era piccola, tracagnotta, i capelli corti con taglio maschile erano ispidi e neri, non rideva mai. La natura non era stata compassionevole con lei, all'aspetto sempre serioso e rigido aveva unito una faccia piatta, sormontata da un naso adunco e prominente, sotto cui si stendeva una bocca sottile e larga che ricordava un batrace con un mento puntuto e prognato come in un pechinese. Gli occhi sporgenti ed espressivi come quelli di una testuggine in letargo. Della testuggine, inoltre, possedeva anche lo spazio del collo: inesistente tra la testa e le spalle. Non era bella e forse lo sapeva, di certo non cercava di compensare l'aspetto fisico con la simpatia, poiché era empatica come una spazzola d'acciaio per lucidare il ferro vecchio. Veniva dalla provincia di Cuneo e si sobbarcava un viaggio in pullman ogni santa mattina, per giungere fino al nostro liceo, forse da quelle valli aveva ereditato quella ruvidezza dei modi che aveva radici nella natura contadina locale. I cuneesi, nelle dicerie popolari di tradizione torinese, erano un po' tardi di comprendonio. La cosa avrebbe origine nella composizione calcarea dell'acqua locale con cui si dissetano, artefice di una ostruzione del sistema venoso cerebrale, privandolo della sufficiente ossigenazione e rallentandone le connessioni neuroniche. Un'altra tesi, assai più velenosa, attribuisce la causa al fatto che anticamente, questa provincia, soprattutto nelle zone montane, fosse abitata da una popolazione molto chiusa dal punto di vista delle relazioni sociali: una forma di gelosa conservazione del loro ceppo originario. Talmente radicato da produrre relazioni incestuose tra consanguinei, dando così vita a un impoverimento genetico della prole e causando numerosi casi di deficienza conclamata. Non sapevo cosa ci fosse di vero in tutto questo, di certo vi era un malevolo eccesso di fantasia popolare, l'unica cosa documentabile era che, le auto NSU Prinz verdi, che vedevi girare in città, erano tutte targate Cuneo, inoltre alla guida vedevi sempre uno conducente con l'aspetto di un ortolano: munito di fazzoletto al collo e cappello in testa in ogni stagione dell'anno. Gina vestiva di jeans dalla testa ai piedi, normalmente prediligeva la salopette, unita a una felpa blu che non cambiava mai, pur essendo per certo una donna, faceva di tutto per non assomigliarle. Stavamo nella stessa classe del nuovo liceo dove io ripetevo l'anno, a causa delle malefatte compiute l'anno precedente nell'istituto da cui provenivo. Il nuovo anno scolastico era iniziato da poco più di un mese e mi stavo ancora ambientando. Una mattina che avevo tagliato le prime due ore: avevamo matematica poiché non me la sentivo di affrontare la giornata con complesse equazioni algebriche, mentre, lei mi trovò seduto sullo scalone centrale della scuola, in attesa del cambio orario delle materie di lezione. Leggevo appassionatamente Bukowsky, uno degli autori preferiti nel: " Taccuino di un vecchio porco ", un suo libro uscito di recente. Aveva saltato mate anche lei, posò la sacca accanto a me, mi salutò sedette al mio fianco. Non risultava che in classe fosse entrata in particolare confidenza con qualcuno, solitamente era di pochissime parole, stava in disparte a farsi gli affari suoi, forse quella mattina aveva deciso di iniziare a socializzare cominciando da me. - Salti matematica anche tu? Cosa leggi? - Annuì alla domanda con un cenno del capo e le mostrai la copertina del libro. - Bello il Bukowsky nèè? - Fece lei, allegra, con quella cadenza nasale, tipica della provincia di provenienza. - Hai una cicca? - chiese. Gli sporsi il pacchetto, ne presi una anche per me e accendemmo con lo stesso cerino. - Ma tu fumi solo sigarette o ti fai anche le canne? - chiese abbassando la voce come se dovessimo condividere un indicibile segreto. Cosa del tutto singolare, perchè lì dentro si spinellavano anche le mattonelle dei corridoi: non è che ci fosse chissà quale arcano da occultare. - Sì risposi, qualche volta mi faccio un canna. E tu? - - No. No. Io mai. Ma ho un'amica che se le fa. Io sono contraria: la droga è una cosa da borghesi. Non è da militanti con coscienza di classe. - “Ah? Bene. Cominciamo bene.” pensai. Si era sciolta: era in vena di chiacchiere, infatti mi incalzò con una serie di domande. Quanti anni avevo? Come mai ero ancora al secondo anno data la mia età? Che musica amavo? Cosa mi piaceva leggere? Ero impegnato politicamente? Mi piacevano Che Guevara? Cosa ne pensavo della politica sovietica verso i paesi del blocco comunista? Avevo una donna attualmente? Quante ne avevo avuto in passato? Con riluttanza, poiché avrei certamente preferito continuare la mia lettura e visto che era una determinata rompi cazzo, ma avevo deciso di mostrami amichevole e cortese, decisi di chiudere il libro e prestarle attenzione. Gli argomenti del nostro dialogo passarono da: una critica sommaria alla politica imperialista americana, la irrisolta questione cubana, la posizione italiana sullo scacchiere internazionale rispetto ai due blocchi contrapposti, il governo in carica e alla più generale situazione politico-economica nazionale. Neppure una sessione d'esame per una laurea in Scienze Politiche sarebbe risultato altrettanto impegnativo. Passammo poi a parlare di arte: amava Picasso perché aveva dipinto Guernica, lei accettava solo l'arte impegnata socialmente, come quella russa o cinese, con finalità didattiche per il popolo, il resto era solo merda per arredare le case borghesi. Bukowsky le stava bene perché era "compagno", era bravo si, ma era anche molto porco e un po' maschilista. Si dichiarò fervente femminista e volle sapere se sostenevo le idee sull'emancipazione della donna, se quindi condividevo la battaglia per la sua liberazione dallo sfruttamento sociale, se aborrivo la disparità di salario e di mansione nell'organizzazione del lavoro, nonché lo sfruttamento sessuale, attuato sul corpo della donna con la mercificazione della sua immagine? Infine, se promuovevo attivamente le aspirazioni del nascente movimento di auto_realizzazione femminile? - Certo che sì. - le dissi accondiscendente. Confesso che in realtà, tutta quella sequenza di domande e quella vagonata di concetti e parole, mi avevano vagamente spiazzato e stavo perdendo lucidità. - Allora approverai le nostre parole d'ordine? - intimò puntandomi gli occhi bovini nelle pupille. Anche qui annui con aria smarrita: incapace di articolare sul momento una qualsiasi tesi discorsiva o obiezione critica. Per la verità quelle cose sul genere: "Tremate, tremate, le streghe son tornate", o tipo "La vagina è mia e me la gestisco io" oppure “Col dito, col dito, orgasmo garantito” in linea di massima le potevo anche approvare, benché non mi fossi mai posto seriamente il problema di analizzare a fondo le implicazioni di significato che quegli slogan proponevano. Onestamente, non mi era infatti chiaro quale fosse il vantaggio derivante dal gestirsi in autonomia e solitudine la propria vagina, o dal proporre il proprio dito come soluzione al godere un orgasmo: io, per dire, avevo da sempre una gestione autonoma del mio sesso, ma non ci trovavo molto di motivante nel continuare a menarmi il bagigio da solo. Poteva essere che il problema, visto da una prospettiva tutta femminile, cambiasse il termine della cosa, io ero un maschio e vai a sapere, ma sulla parità di genere ero fermamente d'accordo. Dopo quell'indagine sulle mie posizioni etico-politiche, volle, infine, addentrarsi nella sfera dell'intimo. Naturalmente del “mio” intimo, cazzo! A bruciapelo chiese: - Tu scopi? - Io, sorpreso da una domanda tanto diretta e dubbioso sul dove volesse andare a parare, lì per lì risposi prudentemente: - Beh! ! Sì, scopare scopo, non sempre però. Diciamo qualche volta, se capita. - E lei: - Ah? E quando capita, come ti regoli? - - Mah…come mi regolo? Dipende dalle situazioni, cerco di regolarmi bene. Insomma faccio del mio meglio. Comunque cerco di essere sempre gentile e delicato, senza giungere al fondo prima di lei. - - Ma noo! - ribatté, quasi infastidita: - Intendo come ti comporti: se prendi delle precauzioni, se usi dei contraccettivi? - - Ah! Capito! Se metto il preservativo? Sì, lo uso, ma solo dopo i preliminari, quando sono in erezione e sto per metterlo dentro. - - Beh! Certo - ribatté lei : - Mica vorrai metterlo su quando l'hai ancora molle. - A questo punto, benché la logica dell'ultima considerazione non facesse una grinza, ero un po' infastidito di raccontare i cazzi miei a questa qui, quindi replicai secco: - Insomma, lo metto quando è ora di metterlo. Basta così o serve altro? - Mi guardò dall'alto in basso e per farlo si mise in piedi. Con tono commiserante disse: - Ma Cristo se sei antiquato. Lo sai che nessuno usa più quei palloncini fastidiosi? Che poi se si bucano te la prendi pure in quel posto. - - Ah! Si? E allora adesso cosa si usa? Una variante del salto della quaglia inventato dai cinesi' - E lei, saccente E gongolante: - Non sei proprio aggiornato, mi stupisco: ora si usa Il "Tarocap". - - Ah! Beh. Bel nome. E che sarebbe? - risposi. Lei, didascalica, mi spiegò che si tratta di un nuovo prodotto: una piccola cialda, che si introduceva nella vagina prima del rapporto e che sciogliendosi rilasciava un potente spermicida. Inoltre, molto pratico ed economico. Risolveva definitivamente il problema delle gravidanze indesiderate, sollevando entrambi i partners dal fastidioso e complicato uso del profilattico. Mi venne il dubbio che arrotondasse la paghetta mensile con un'attività di informatore scientifico-farmaceutico. Ora il sorriso le si era spalmato sulla parte bassa della faccia, toccando il punto più estremo dell'estensione orizzontale. A quel punto le chiesi: - Ma tu, 'sto “Tarocazz” o come minchia si chiama. lo hai già provato? - - No! Io no. Ma la mia amica lo ha usato: mi ha detto che funziona e che si è trovata benissimo. - Pensai che 'sta amica doveva essere una giusta, se non erano fisicamente somiglianti, forse valeva la pena di chiederle di presentarmela. Poi ha cacciò le mani nella sacca patchwork in seta indiana, e ne ha trasse il pacchetto della del prodotto menzionato. Con aria trionfante, annunciò: - Io ormai me lo porto sempre dietro. Se mi serve ce l'ho pronto qui in borsa. - Quindi anche lei sognava in cuor suo che un principe azzurro la baciasse, trasformandola da ranocchia in una principessa strafica e si era dotata del più avanzato prodotto atto alla bisogna. Nel caso che un qualche impavido umano di sesso maschile, si fosse arrischiato a calarle le mutande, era pronta e attrezzata a fronteggiare ogni pur remota e imprevista evenienza amatoriale. Per concludere, mi batté la mano sulla spalla, con fare complice, e sottovoce mi sussurrò: - Tu comunque stai tranquillo: nella confezione ci sono quattro capsule. Se per caso te ne serve una per provare, te la cedo con un piccolo sovrapprezzo. Sai, non per marciare sulla transazione, ma per compensare il fatto che mi sono sbattuta a cercarla nelle farmacie del centro, perché essendo un prodotto nuovo, non è che si trovi ovunque. - - Vai tranquilla, grazie! " - risposi: - Anche io se trovo qualcuno che vuole provarlo con te, te lo giro a prezzo di favore. - Gina mi ha sorriso e conservando l'espressione grata di chi abbia concluso un buon affare, mi fece il cenno di “vittoria” con le due dita a forbice. La campanella di fine ora decretò il termine della lezione di matematica. Le prossime due ore erano di figura, ci alzammo e ci avviammo lentamente.
  22. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  23. wojtek edizioni

    Wojtek Edizioni

    [Accettano manoscritti dal 1 settembre al 31 dicembre] Nome: Wojtek Edizioni Generi trattati: http://www.wojtekedizioni.it/#portfolio Modalità di invio dei manoscritti: http://www.wojtekedizioni.it/#contact Distribuzione: DirectBook Sito: http://www.wojtekedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/wojtekedizioni/
  24. Nightafter

    La Sampo – Pt.6

    La Sampo – Pt.6 Cambiando discorso Mainero le chiese: - Ma di quel pittore che ti stava dietro, mi pare si chiamasse Fulvio, ora non ricordo il cognome, che fine ha fatto? Vi sentite ancora? - - Chi dici, Fulvio, quello bono? - Rispose prontamente lei, alzando ad hoc il tono di voce, affinchè udissi bene nome e aggettivo. - Sì. Quello. Ti ha più chiamata per invitarti su in montagna? - continuava “col en cul”. - Mi ha chiamata, sì. Continua a farlo, è insistente. Mi sorella si scoccia, da quando si sono mollati non gli va che lui continui a sentirmi. - L'altra ridacchiava - Magari è gelosa. - Sampo negava: - Ma no. Solo che dice che lui è troppo vecchio per me, poi che è anche un porco. - Ridevano insieme divertite. - Ma mi sa che una di queste volte accetto e vado a vedere 'sto chalet che si è comprato. - Questa affermazione era più lancinante di una coltellata al fegato, mi alzai di botto facendo rovinare a terra il cavalletto di lavoro che avevo davanti, con un fragore che richiamò l'attenzione di tutta la classe, lo rimisi in piedi con un gesto brusco, poi mi accesi una sigaretta e mi diressi verso la porta d'uscita. Mi era passata la voglia di disegnare, mi serviva un buon caffè bollente, amaro e subito al distributore automatico nell'entrata della scuola. Nel procedere passai davanti alle loro postazioni, guardi avanti con indifferenza per evitre i loro occhi: le avrei incenerite con lo sguardo. Alle spalle mi giunse l'eco delle battute: - Che è successo? Una botta di sonno ed è cascato dallo sgabello ? - rideva l'oca con la testa attaccata alle chiappe. - Ma no. Gli son solo cascate le palle dal rosicamento. - rispose l'altra stronza. Unendosi alla risata. La tentazione di tornare indietro e girargli le plance sulle teste fu forte, ma me ne uscì sbattendo la porta. Ecco, giusto: il pittore. Uno incapace pure di fare l'imbianchino! Un altro di cui lei mi aveva raccontato: tale Fulvio d'Ambrois, un vero artista, a suo dire. Questo, aveva fatto l’operaio fino a trentadue anni, stava in reparto carrozzeria alla FIAT Mirafiori, a verniciare in linea le 127, per otto ore al giorno. Dal cannello della pistola a spruzzo, con cui campiva di verde pisello le lamiere grezze, al pittare candide tele vergini, il passo doveva essere stato breve. Tanto breve che a un certo punto, sentendo incontenibile il richiamo dell'arte quel passo, buon per lui, l'aveva fatto. Il giovane, per altro di bell'aspetto: alto, bruno, con baffetti da perfetto gigolò di periferia, era, a quanto lei raccontava, di promettente talento, nonché uomo affascinante e di vivace e piacevole conversazione. Già me lo immaginavo a parlargli delle delicate sfumature presenti nel catalogo RAL, delle vernici sintetiche, per la 128 sport. Una volta, mentre la riaccompagnavo, me lo aveva indicato sotto casa sua: lui usciva dal portone con la sorella di lei sotto braccio. Il neo-artista, aveva infatti, per un certo periodo, frequentato la loro casa come boy friend della sorella, ben accolto dalla madre che lo riteneva sicuramente un artista, poiché vestiva in maniera eccentrica. Stava sempre in nero in ogni stagione: colore che fa l'uomo elegante, con una cappa in cashmere double che ne avvolgeva la magra figura, uno sciarpone lungo alle ginocchia e un cappello di feltro a falda larga, esattamente come la madre di lei aveva visto in TV, in un vecchio film sugli impressionisti francesi. Inoltre da vero damerino: quando entrava in casa, si prostrava in un deferente baciamano, che mandava in visibilio l'entusiasta genitrice. A suo tempo, si era licenziato dalla fabbrica e con la liquidazione aveva finanziato la prima mostra di opere personali, tenuta in una piccola galleria d'arte di Bardonecchia, ottenne almeno un successo di pubblico, se non di critica. La fortuna di quella sua prima mostra, i maligni la attribuivano più all’ascendente esercitato dal fascinoso artista trentaduenne, sul pubblico femminile delle benestanti signore che frequentavano le piste di sci durante la settimana bianca, piuttosto che alle sue concrete doti artistiche. Ma tant'è, pare che avesse venduto quadri alla grande. Risultava evidente che foss un buon “pennello”, meno certo è che quel pennello fosse lo stesso che impiegava nelle sue specifiche applicazioni pittoriche. Non che io avessi alcunché da ridire, sul fatto che la classe operaia si emancipasse, aspirando ad occupazioni più elevate e gratificanti, ero progressista e convintamente di sinistra, trovavo giusto e legittimo che ogni uomo coltivasse l’ambizione al proprio personale progresso. Però, le opere del Fulvio, le avevo viste, se pure solo su un catalogo a colori della sua fortunate mostra di debutto, insomma un’idea sulle qualità del giovane pittore me l’ero fatta: i soggetti delle sue tele riproducevano esclusivamente campi del Monferrato con tralicci di vite e colline della Langa, di fatto amava definirsi come l'ultimo bohémien langarolo. In altre parole, si riteneva una sorta di Cezanne della bassa piemontese, che fissava le sue emozioni sulla tela, attraverso una poetica informal-naturalista. Cioè, con la scusa dell’informale, questo spacciava una serie di sgorbi ingiustificabili e cromaticamente deprimenti, in una ivariabile gamma che andava dall'ocra al marron escremento di cane, come pittura destrutturata. Purtroppo l’arte moderna aveva convinto, centinaia di velleitari dilettanti che, per fare arte, bastasse trattare in malo modo tele e colori, così frotte di negati senza arte ne parte si erano scoperti, dall’oggi al domani, talentuosi artisti concettuali. Di destrutturato nell'opera del d'Ambrois, c'era solo il cervello di quelle mignottone d'alto bordo, che non distinguevano un Van Gogh dall'insegna dell'omino Michelin, ma gli aprivano le gambe e il nutrito portafoglio dei loro cornutissimi mariti, per acquistargli quelle croste oscene. Questo, che lei sosteneva fosse solo un amico, in quanto ex di sua sorella, continuava a chiamarla proponendole di trascorrere il week-end, sola con lui nello chalet che aveva acquistato al Sestriere. Era evidente che nutrisse solo l’intenzione di parlare delle correnti artistiche del secondo novecento e di mostrarle i suoi ultimi capolavori merdaioli, e quella stronza non solo gli dava corda, ma stava anche valutando di accettare la sua ospitalità. Stronza! Tre volte stronza! E pure zoccola! Aveva detto che non voleva nessuno con cui stare. Che non cercava nessuno. Però non impediva a nessuno di venire a cercare lei. 'Sta grandissima paracula. Giulio era venuta da me nel pomeriggio. In sostanza a conferma dell'adagio per cui: “solo le montagne non si incontrano”, lui e la Sampo, a causa della buca di due ore nelle lezioni di Ornato, per assenza del professore colpito da influenza, si erano incontrati davanti alla macchina del caffè nell'atrio della scuola. Lì dopo quasi un biennio di scontroso reciproco ignorarsi, avevano iniziato a scambiarsi due parole di circostanza, sospendendo temporaneamente le ostilità. Due parole che, tra diverse sigarette e un successivo caffè, si erano trasformate in una lunga chiacchierata, aprendo, inaspettatamente, lo spazio per una clamorosa confessione da parte di lei. La Sampo, a quanto mi diceva Giulio, era molto mutata: si era fatta più dolce e riflessiva, aveva perso quella usuale scorza, ruvida come carta vetro, era fisicamente smagrita di una decina di chili e appariva perfino fragile e indifesa. L'improvviso deperimento, grazie al cielo, non aveva una causa fisica, lei era infatti sanissima, ma la cosa aveva una radice di tipo interiore: era caduta in depressione, aveva perso l'appetito e soventi crisi di pianto. I suoi, giustamente allarmati, per comprendere la natura del problema, l'avevano sottoposta a un accurato check up medico, giungendo fino al consulto specialistico di un neurologo. Chiarito che non sussistevano patologie fisiche, alla fine, gli erano stati prescritti leggeri farmaci per stabilizzare l'umore. Ma non c'era farmaco che potesse sanare quell'inestinguibile male dell'anima. (Continua)
  25. Chiara1981

    Il falco miope

    Commento “Se la natura ha voluto che i miei occhi fossero deformati da una malattia che c’è di strano? Se non fosse che la mia razza sopravvive proprio perché è la vista la sua arma vincente. Sospesi tra cielo e terra, credetemi, certi difetti si pagano cari. Io lo so bene. Guardo gli altri sfrecciare come missili terra-aria per procurarsi il cibo, io ho perso l’uso delle ali. Non posso competere per un angolo di cielo, posso solo saltellare a terra e alzare ogni tanto il capo verso un azzurro proibito. Gli altri mi guardano e non vedono niente. Se non un falco venuto al mondo per ricordargli che sono loro i migliori. Solo perché seguono la legge che è scritta nel loro DNA? Per questo sarebbero migliori? Non credo. Eppure quello che razzola invece di spiccare il volo sono io, anche se molte volte altri occhi dentro me vedono più dei loro. Vedente, in mezzo a tanti ciechi. Di fatto cieco in mezzo a chi vede.” Quell’anno ci fu una terribile malattia che costrinse tutti i falchi alla cecità. Un virus. Solo un falco resistette. Era miope dalla nascita e quindi abituato a sopravvivere senza vedere.
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