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Trovato 613 risultati

  1. Giulio Santoni

    Ad una o a tutte?

    Ciao, a parer vostro, è bene inviare il manoscritto a tutte le case editrici che potrebbero interessare oppure è bene selezionarne una o due ed attendere?!?
  2. gecosulmuro

    Nelly

    Commento @Panurge In quell’opaco pomeriggio d’autunno, per qualche ora, Nelly irradiò pura estasi. Nella veste da damigella, offriva le spalle scoperte alla frizzante brezza del Wyoming mentre seguiva Mercy, accompagnata dal padre, nella chiesa battista di Cheyenne, la più grande di Laramie, una sontuosa architettura in rossa argilla Vedauwoo ornata da bianche liste di calcare modanato. Andate a vederla. Pochi ingredienti, essenziali ma decisivi, contribuivano a quella felicità: il suo carattere solare, il matrimonio della sorella col rampollo d’una qualche vattelappesca schiatta del fosfato e il figlio di quest’ultimo nella pancia. Ne avevano parlato molto, tutti e tre, poi ne avevano riparlato ancora, smontando ogni singolo tassello di quel progetto troppo voluto per essere vero e troppo vero per essere voluto. Mercy non poteva diventare madre, non nel modo ovvio, né voleva ricorrere ad altro, come l’adozione. Voleva un bene tutto suo, da sentire subito, d’istinto, un bene che s’inchinasse al suo carattere ribelle e volitivo. Il solo modo era la gemella. Doveva essere fatto insieme. La notte in cui Harold copulò con Nelly, Mercy era nello stesso letto, nuda, a guidarne il membro tra le cosce di lei. Per farlo, s’intende, avrebbe dovuto sfiorarla nelle parti intime, ma nonostante questo non aveva ugualmente voluto cedere sul punto: si doveva fare così, il futuro sarebbe stato imbrigliato e avrebbe avuto due madri. Non poterono condividere quel che avevano fatto, non con altri, ma la volontà di Mercy fu più forte delle incertezze e trascinò quella dei due procreatori. Fu la roccia cui si aggrapparono come naufraghi, ebbri del nuovo potere sulla vita conseguito da sé stessi, un’ancora, un ceppo, la sicurezza che serviva e che, fin quando tutto pareva nuovo, funzionò davvero. Poi, Harold sentì il bisogno di essere ancora uomo con chi gli stava dando un figlio e per la prima volta, da quando l’aveva conosciuta, volse lo sguardo dalla sola autentica compagna che avesse mai avuto. Un lago di dolore trattenuto tracimò dall’animo di Mercy e si riversò, non troppo in metafora, sul suolo di granito dell’atrio monumentale della dimora avita. Cadde da dodici piedi, salutando un improbabile rifacimento del David mentre tentava di abbracciare la Fine di Tutto. Ma non ce la fece. In quell’opaco pomeriggio d’autunno di cui s’è detto all’inizio, Nelly sistemò il velo sulla carrozzella in modo che non potesse impigliarsi nelle ruote. Mercy, ora, era per sempre nelle sue mani insincere e Nelly, con un sorriso caldo come l’estate, abbagliò l’uomo che aspettava all’altare, trepidante, in attesa della sua sposa. Mesi dopo, stavano ancora condividendo il destino, che ora si concretizzava in quei due esseri infermi, l’uno folgorato dall’incapacità di avere a che fare con sé stessa, l’altro dalla lotteria dei cromosomi. Impotenti, i due si inoltrarono mano nella mano nel sentiero dell’accudimento perpetuo, senza un vero sentimento d’amore, senza il senso di essere per qualcuno. Anni dopo, ingrigiti, spento da un pezzo il fuoco della passione, seppellirono il piccolo, morto a causa dell’anaffettività, non certo per la spina bifida. Ormai sola – in un senso assai reale – Nelly cominciò a vagabondare, allontanandosi sempre più dal suo nido d’Amore Perfetto, incapace di stare ma, allo stesso tempo, incapace di andare davvero. Harold, che approfittava ormai di ogni occasione per non incrociarla, cominciò a guardare più spesso la silenziosa figura che un tempo aveva creduto di amare e dopo qualche mese, a dispetto di tutte le ragioni della scienza, che a volte ha torto, questa si scoprì in dolce attesa.
  3. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    - Te ne vai già? - Aspetta. Fra un po’ metto su il caffè. Non volevi un caffè? - Siediti allora, e stammi a sentire. Che vieni a fare se poi stai tutto il tempo con l’orologio in mano? Che credi! C’ho diritto anch’io di sfogarmi! - Più di te di sicuro. Sei tu che c’hai avuto la vita comoda. Mica io. Che ne sai, tu. Che quando quella disgraziata mi è saltata sulla pancia e me l’ha schiacciata, strillando che adesso ci pensava lei a farti uscire, e che non mi dovevo lamentare perché prima avevo goduto e ora ne pagavo le conseguenze, e io non riuscivo a credere che ancora ci dicevano queste cose alle donne, proprio non mi tornava, non eravamo mica nel secolo scorso, e poi lei era una donna, come poteva pensarle quelle porcherie… - Sì, proprio così. Mi ha detto che avevo goduto e dovevo pagare. Che c’è, non mi credi? … così le ho gridato che non si doveva permettere, ma poi ho avuto paura che mi trattava peggio, sentivo pugnalate ai fianchi e tu te ne stavi tranquilla in pancia e non uscivi, e quella maledetta poteva lasciarmi lì a crepare che mi trovavo bell’e stecchita senza che nessuno se ne fregava, così ho stretto i denti e lei mi è salita di nuovo sulla pancia, e con i gomiti mi schiacciava sotto lo stomaco e a me sembrava che ci godeva. - Come? - No, non era per il suo lavoro, così si trattano le bestie, mica i cristiani. - Già, per te è facile parlare, lì sotto c’ero io, mica tu. Saprò bene quello che mi stava facendo. Si divertiva, quella boia. - Certo che non c’hai colpa, sto forse dicendo che c’hai colpa tu? Che quando sei uscita eri tutta nera e raggrinzita che sembravi un rospo - stavi per morire soffocata, m’ha detto un dottore - ed anche dopo che ti hanno lavata e ti hanno messa nelle mie braccia mi sembravi proprio una vecchietta, e avevo paura che quando veniva tuo padre mi sgridava di aver messo al mondo una bambina brutta e non mi voleva più. Dopo tutti quei maschi finalmente una bambina e tu eri un mostro. - No, no, eri proprio brutta. Tutta nera con le grinze come una vecchia. Che quando ti ho portato a casa non volevi dormire, non dormivi mai, che credi ch’era facile per me fare la notte in bianco e poi andare a lavorare? Dopo solo quindici giorni ho dovuto riprendere il lavoro perché i soldi se ne volavano, ci pensava tuo padre a berseli al bar, così poi entrava in camera allegro come un merlo e con le voglie, e mi prendeva da dietro e voleva fare l’amore senza nessuna precauzione, che se ci rimanevo ancora erano fatti miei. Lui di voi non si è mai occupato, che credi, sono stata sempre io a pulirvi il culo e tutto il resto. - Sì, brava, difendilo! - Sarà, a me non mi sembra proprio che si è mai occupato di te. Di me no di sicuro. Che dopo ch’è nato tuo fratello Leo sono dimagrita di venti chili che sembravo una del Biafra, tossivo come un cane e mi dicevano tutti che se c’avevo quella brutta malattia ai polmoni dovevo andare subito al sanatorio dove ti guariscono bene e ti trattano come una regina. Allora sono andata a fare i raggi ed era proprio così, c’avevo quella brutta bestia ai polmoni, solo che non sputavo sangue e non ero ancora molto debole, solo un po’ di febbre ogni tanto, ma solo ogni tanto, così non avevo pensato di essere ammalata di qualcosa di brutto. - Ah, non lo sapevi che c’ho avuto la tubercolosi? Ci devo ringraziare tuo padre, un figlio dietro l’altro e botte quand’era bevuto. Che quando sono tornata a casa e ho trovato un mucchio di roba da lavare e neanche un panno pulito gli ho detto che se ne fregava dei miei polmoni malati, allora lui mi ha tirato un ceffone che mi ha mandata a gambe all’aria e questo è stato il suo benvenuto. E voi poveri figli ci guardavate spaventati, pallidi da far paura, e chissà che porcherie avevate mangiato mentre ero via, perché la gran dama di sua sorella non si era degnata di venire a dargli una mano, eh, vuoi che quella santa donna si poteva occupare di cose così terra terra? Lei c’aveva d’andare in chiesa e da pregare per i poveri defunti. - Come? - E chi la sta sfottendo! - Ah, è lei che ti ha cresciuta! - Solo fino ai cinque anni, bella mia, per il resto è la sottoscritta che si è chinata a raccogliere la tua merda. - Proprio così, la tua merda. - Che fai? Metti giù il cappotto! Peggio di tuo padre sei, subito a prendere fuoco. Siediti, dài. Scusa le brutte parole, è che quando parli di tua zia gli occhi ti brillano, manco te ne accorgi. Ti brillano gli occhi e io ci soffro. Su, dammi il cappotto. - Va bene, non parlo più di lei. - Va bene. - T’offendo sempre, dici? - Ah, lei non l’ha mai fatto!... - Ma neanche t’ha pulita là sotto fino a undici anni, ch’eri già signorina e non volevi farti il bidet e puzzavi di sangue che se non ci stavo attenta io tutti i maiali del quartiere ti venivano dietro, e a quest’ora c’avevi una masnada di mocciosi e non tenevi queste arie di gran dama. Che poi l’hai data via presto ugualmente, che credi, che sono scema, vedevo come tornavi a casa con tutti i lividi sul collo. Una volta nella tua tasca c’ho visto i goldoni e ho fatto finta di niente, ormai eri bell’e svezzata, io il mio dovere l’avevo fatto e nessuno mi poteva criticare, tanto meno quella sbruffona della Macrì che porta le figlie come sante e le ha accompagnate tutte in chiesa, col vestito bianco e i confetti, e invece lo sanno tutti che quelle sono le più grandi troie della zona. Anche il padre di Rosa c’ha avuto a che fare con la più piccola, come si chiama, con la Melina… - Sì, sì, la smetto, certo, la Melina è amica tua, meglio non sapere che avete combinato in giro… beh, quella volta che ho guardato per caso nella tua tasca c’avevi solo sedici anni. Che credi. - Che fai? Di nuovo col cappotto in mano! Mettilo giù! Neanche un po’ posso sfogarmi! Con tutto il dannare che ho patito a causa tua!... - Si. - Sicuro. - Anche per la faccenda di tua zia. - Certo, tu non c’hai mai colpa di niente. - Se lo dici tu. Io invece mi ricordo diverso. Per esempio quella volta… - Ti spiego subito. - Fammi parlare! - Subito, se stai zitta… - Adesso basta! Chiudi la bocca e ascolta. Che credi, d’essere l’unica che si deve sfogare? Che quando ti venivo a trovare scappavi in stanza da cucito e ti nascondevi dietro la macchina Singer di tua zia, con quella ci faceva degli abiti per tutti tranne che per me, e ci godeva, quella fetente, di farmi vedere com’era brava a tagliare e a cucire le giacche, io ci vado matta per le giacche e lei lo sapeva bene. Io ti acchiappavo dietro la Singer e quando ti tiravo fuori facevi la stranita, facevi finta di non conoscermi. - Ah, dunque lo ricordi!… - Io? - Ma che dici! - Se te le ho date le meritavi, con tutto che ti venivo a trovare e lasciavo gli altri figli da soli, neanche la soddisfazione di chiamarmi mamma. - Non è vero. - No. - Sei una bugiarda. - Non è vero, non ti ho mai presa a calci. - Forse. - Forse solo una volta… - Basta! Te ne stavi nascosta dietro la macchina da cucire e mi guardavi con gli occhi pieni di spavento, manco ch’ero un mostro, così quando t’ho acchiappato non ci ho visto più dalla rabbia e t’ho tirato un calcio, ma non volevo prenderti la faccia, che credi, quel giorno ero sfinita, non avevo chiuso occhio per tuo padre ch’era ubriaco e aveva urlato e dato spettacolo e i vicini erano venuti a dirci che se non la finivamo ci mandavano in casa la polizia, così quando t’ho presa e tu con gli occhi da pazza mi hai chiesto chi ero non c’ho proprio visto più e ti ho tirato un calcio, ma il sangue dalla bocca non volevo fartelo uscire, poi ci sono stata così male... - Ti giuro. Male da cani. - Volevi punirmi? - E di che? - Abbandonata? Io sono stata abbandonata ch’ero bambina, che i miei genitori m’hanno data a una famiglia per fargli da serva perché non potevano sfamarci, a noi figli, e appena sono arrivata i padroni mi hanno messo uno sgabello sotto i piedi per lavare i piatti perché al lavello non ci arrivavo, e io ho cominciato a sfregare delle pentole che neanche le tenevo tanto erano grandi, e allora mi sono messa a piangere, ma piano piano, perché non volevo farmi sentire se no poi la padrona mi mandava via, e papà s’arrabbiava… Altro che la vita da signora che hai fatto tu! - Certo che non c’hai colpa. Però ce l’hai per la zia. Non t’ho mandata a fare la serva a nessuno, e per ringraziamento fingevi di non conoscermi… - T’ho già detto che non potevamo tenerti. - Che c’entra! A voi figli vi ho amati tutti uguali. E’ che a te era difficile volere bene, scontrosa com’eri sin da piccolina... - Dopo t’ho ripresa, no? - Magari ti lasciavo per sempre, stavamo meglio tutti! A volte c’ho proprio dispiacere che sei nata… - Stronza? A me? A tua madre? Brutta bestia, dire questo a tua madre! Io non ho mai mancato di rispetto ai miei genitori con tutto che mi avevano messa a fare la serva! Ancora? Basta! Via! Esci subito da questa casa! Via! Vattene, subito! - Che c’è?… Che ti succede?… Che ti stai inventando?… Stai poco bene?… Basta, non ci casco, vattene! Vattene via!... Oh Dio, che fa?... Sta per cadere!... Qua, ti tengo, stai tranquilla. Ma che ti succede? Dio, come sei smorta!... Ecco, brava, respira, respira lentamente… Così. E’ passato? Ma che c’hai, si può sapere? Respira adagio, vedrai che ti riprendi. Così, da brava… Va meglio, vero? Perché non dici niente? Ecco, brava, così ti torna il colore… Su, stai di nuovo diritta. Ecco, è passata… Pensavo che fingevi, sei sempre stata una commediante… Ma dove vai?... Aspetta, non fare la scema! Non vedi che neanche stai in piedi? Non ti si può dire proprio niente, a te. Ma tu non dovevi darmi della stronza… Aspetta, entra, prendi almeno il caffè. Ti prendi un caffè e poi te ne vai. Dio, come sei smorta! Torna dentro! Prima bevi un bicchiere d’acqua. Lo vuoi un bicchiere d’acqua? Ecco, brava, siedi qui. Bevi. Va meglio? Ma che c’hai?… - Come? - Parla più chiaro… - Quando? - E come mai, così, di colpo? Qualche sospetto devi averlo avuto, uno non se ne va dopo tanti anni senza dire niente… - S’è tenuto la casa? E tu? - In mezzo a una strada? - Quel porco! Potevi dirmelo subito che c’avevi questo problema. - Che porco. - Che porco. - E’ un porco. - Te l’ho sempre detto io che andava a finire male con quel tuo Romeo. - Sì, Omero, ma a me Omero mi fa venire da ridere, mi sembra il nome di un cane, quand’ero piccola c’avevamo un cane con quel nome e … - No, non cambio discorso, è che ogni volta che parliamo di lui diventi una belva, te l’avevo detto di non metterti assieme a un uomo sposato. - Va bene, separato, però lui ora si riprende la moglie e a te ti dà il benservito e tu sei qui a bussare alla tua vecchia mamma che te ne sei sempre fregata di lei e ci dai anche della stronza, e ora invece ti fa comodo. – Come? Non torna con la moglie? - Certo che ti credo. Il tuo Romeo avrà capito che è meglio vivere da solo che con una bestia come te. - Dài, scherzo. E’per sdrammatizzare. Mica crederai di essere la sola con dei problemi. Che ne sai di me. Sto sempre sola, seduta su quella poltrona per delle ore, proprio dove ci stava tuo padre quando c’ha avuto l’ictus, e penso che la vita con me è stata proprio una chiavica, sette figli un marito di merda – riposo possa avere - e mai un giorno di felicità. Non c’ho neanche il coraggio di guardare le vostre foto di quand’eravate piccolini, perché neanche mi sembra che siete stati piccoli, non c’ho avuto il tempo di godervi, e allora mi prende la malinconia. Con tutto il dannare per crescervi adesso non vi degnate di farmi una visita. Tu, poi, l’unica figlia femmina! Mi dicevano ch’eri la figlia della fortuna, che ti avrei trovata al fianco da vecchia. Bella roba! - Aspetta, aspetta. Va bene, non ti dico più cose brutte. - Va bene. - Prometto. - E’ che la rabbia che ho dentro è tanta, e adesso me la piglio con te. -Va bene, me la piglio sempre con te. Ora basta. Vado a spegnere il caffè e ce lo beviamo assieme. - Quanto zucchero vuoi? C’ho le zollette, se preferisci. Ne vuoi una o due? - Come? - Ah, è vero, è vero. - Che dici? - Esagerata, addirittura schifo! - Così tanti? Davvero sono vent’anni che pigli il caffè amaro? - Scusa, l’avevo dimenticato. - Va bene, c’hai ragione. Me ne dimentico sempre. - Che vuol dire che le cose tue non le ricordo mai? Quante storie perché t’ho chiesto se ci volevi una zolletta! Che credi! C’ho altro per la testa che le tue zollette del cavolo, io! … E adesso? Perché piangi? Chi ti capisce, a te. Non ti piace il caffè con lo zucchero e piangi?... Va bene, sono pesante e dico cose cattive ma poi quando rimango sola ci ripenso e soffro perché di sette figli neanche a uno ci passa per la testa di venirmi a trovare, sembrate figli di nessuno! - No, no, non ricomincio. Ma tu non sei una mamma, non puoi capire. Che ne sai, tu. Che credi. C’ho voluto bene, io, ai miei figli. Sei tu che te ne sei sempre fregata di me. Anche dopo che hai finito la scuola, quando ti ha telefonato l’agenzia, quella dove t’hanno chiesto di lasciarci la foto e poi t’hanno detto che un ingegnere di Londra, uno importante, t’aveva vista sull’album e t’aveva scelta per accompagnarlo fuori a cena, tu neanche ti sei presentata, neanche c’hai voluto provare, io ti chiedevo di provarci per portare a casa un po’ di soldi che quelli di tuo padre erano una miseria ma tu niente, dicevi che chissà poi che ti facevano, magari non succedeva niente, dipendeva da te, e ti pagavano bene. Che ti costava. Che fai? Aspetta, finisci il caffè! Dài, oggi è una giornata brutta, quando piove mi vengono fuori le malinconie e poi dico cose cattive. - Ah, succede anche a te? - Dài, figlia mia. Facciamo pace. - Va meglio? - Così. Basta litigare. Sei sempre mia figlia e io la tua mamma, una vecchia mamma sola e triste. C’ho piacere se mi fai compagnia. Vedi? Tu sei qui e già mi sento più serena. - E’ abbastanza forte il caffè? Buono, vero? - Mi fa piacere che lo bevi con gusto. - Una proposta? - Dimmi. - Ma dimmi, dunque! - Come?… Qui? - Vuoi dire a mangiare e a dormire? - Sì, è vero, mi sento sola, ma… Non so… non so… mi prendi alla sprovvista. - Aspetta, aspetta!… Tu c’hai un lavoro che guadagni bene, puoi prenderti un appartamento in affitto, no? - Davvero? Credevo che prendevi dei bei soldi. - Mi daresti una parte?… e quanto?… - No, no! Scusami, ma… - No, non posso. Cioè, posso, ma così alla sprovvista… anche tu devi capire… - Mi spiace… - Mica tanto, ormai c’ho fatto l’abitudine a star da sola. - Ci riesco benissimo. Piano piano in casa faccio tutto. Non c’ho bisogno di te. - Non insistere. Con quei quattro soldi io non ci faccio niente e tu rimani senza un quattrino. Perché non te ne vai a dormire dalla tua amica Melina? - No, non è perché me ne dai pochi. E’ che se ti prendo in casa mi farai diventare matta. Che credi. Sono vecchia, io. C’ho le mie abitudini, la mattina mi alzo con comodo e faccio tutto con calma, che in bagno ci devo stare più di mezz’ora perché c’ho il busto da mettermi che faccio fatica a infilarlo per l’artrite alle mani, poi devo fare colazione adagio perché c’ho i bruciori allo stomaco, tu non sai che male mi fa allo stomaco con tutte quelle bestie di pastiglie che devo prendere per l’artrite, e poi mi metto pianino a fare i mestieri che mi ci vuole tutta la mattinata - tanto chi mi viene a trovare? - e a mezzogiorno ho appena il tempo per sgranchirmi un po’ le gambe che sono dure come pezzi di legno e rischiano la flebite se non mi faccio qualche passeggiata. I dottori si sono tanto raccomandati che devo camminare... Se vieni a stare qui sarà il manicomio, non riuscirò a mandare giù un boccone in santa pace, altro che passeggiate! Sei sempre stata una pazza, tu. Un carattere di merda. No, no, figlia. Ognuno per conto suo, io faccio le mie cose tranquilla e la giornata mi vola lo stesso. Perché non provi a chiedere alla tua amica Melina? Vai da lei, un letto te lo dà di certo. Insieme starete bene, c’avete un sacco di cose da raccontarvi, voi due. Siete giovani, beate voi! A me puoi venirmi a trovare quando vuoi. Basta che bussi. Tu bussi e io apro. Per te ci sarà sempre una tazza di caffè bella zuccherata che t’aspetta. - Che c’è adesso?... Che ti succede?… Che hai?... Perché ridi?…
  4. Melfo

    Creazione a metá

    Non riesco ad adattarmi; sembra esserci qualcosa, nell'autoplastica dell'adattamento, alla quale non posso far fronte. É come se ci fosse dell'acqua, attorno a me, un grande fiume in piena, ed io ne fossi immerso completamente, senza riuscire ad agire. La corrente é davvero forte. Il letto, la lingua, l'impermeabilitá di questa forza della natura é costantemente in azione, e lo sfociare é infinitesimale; non c'é condizione di equilibrio. Non c'é adattamento. Il calore che sto provando é il bruciore d'attrito delle ruote meccaniche all'interno delle connessioni neuronali. Il cervello si difende, l'organismo con lui. Ma da parte mia non c'é un minimo di reazione, di presentimento. Solo tentativi squallidi e impotenti. Creazioni a metá. Aborti. E non sono pronto per nuotare, non sono pronto per svegliarmi in quelle condizioni, nonostante oggi mi sia guardato dentro, mi sia dato da fare per analizzare il mio schizzo; é stata una giornata inebriante. Sono stato ebbro. Febbricitante. Mentre ora provo a leggere qualcosa e la mente tende ad essere elastica verso d'altro; é questo il frutto dell'accuratezza? Non sono andato abbastanza a fondo, forse. Non ho fissato il buio per le ore indicate. E questa é la risultante, il nastro rotto di una vecchia videocassetta, la passione che si fa beffa della biologia dell'organismo. Ed é frustrante. Una situazione di emergenza provata troppo spesso, mai capita. Sull'orlo di una crisi di esaurimento pretenziosa, che proviene dall'interno, causata dall'esterno, e poi conseguita di nuovo nello stesso luogo; é davvero cosí importante proseguire? Analizzarmi? Se mentissi a me stesso tutte le volte che ci provo anche l'analizzante potrebbe innescare la menzogna nel mio comportamento. Il fatto é che non é uno spirito adatto all'adattamento il mio. Non piú. Perché non dovrebbe esserci scontro, e invece ogni volta si parla di guerra; devo adattarmi per forza. A tutti i costi. Per questa volta, e per la successiva, per la mia salute mentale, il mio forte sentimento, per fare ció che voglio fare nel prossimo gioco; questo solo mi chiedo. Questo solo voglio provare ad essere. Non mi resta che adattarmi, credo. Al domani, al resto, al cantiere, alla pioggia. Manca ancora un mese. Un solo mese.
  5. Luca Ferrarini

    Le parole di Nefeli

    Aveva atteso di sentirle cadere. Dapprima, erano state solo leggeri e indiscreti suggerimenti posati sul vetro della finestra. Poi, con l'aumentare del vento, era cresciuta la loro arroganza, fino a divenire un'irrinunciabile promessa. Si vestì: il tempo di un ultimo pensiero al vuoto di quella stanza, prima di divenire parte della tempesta. Non aveva una meta, ma un obiettivo perfettamente tratteggiato tra i risvolti della mente: perdersi. La pioggia incessante l'avrebbe custodita dagli sguardi dei passanti. I vicoli si susseguivano in un vortice di repentini cambi di direzione. Chi era stato sorpreso dall'improvviso temporale si trovava ormai al sicuro nella propria abitazione, o sospeso nella luce fredda di qualche pallido negozio, lo sguardo fisso in un punto indefinito. Nefeli camminava senza fretta, osservando il continuo mutamento di ciò che è vivo ed il contrasto di esistenze tanto effimere stagliate contro l’eterno sfondo di pietre e nubi e acqua che scorre nei fiumi tagliando la città. Le strade del centro, strette e ciottolate, la avvolgevano. Piccole buche e irregolari dossi si nascondevano sotto il sottile strato d’acqua ed il rischio di incespicare su pietre sdrucciolevoli incombeva su ogni suo passo. Eppure, Nefeli necessitava proprio di quello: l’attenzione posta nel camminare lasciava spazio, nei recessi della mente, a pensieri che evolvevano liberi come il turbinio della tempesta. Si ritrovò a pensare alla sua adolescenza. Scriveva da quando era poco più che una ragazzina. Da quando ancora era necessario infilare con destrezza un foglio di carta tra i rulli di una macchina da scrivere ed il passare ad una nuova riga era accompagnato dal tintinnio di un campanello. Nella scrittura, Nefeli aveva trovato il suo rifugio. Appena adolescente, la sua sensibilità e il suo intuito l’avevano avvertita per tempo di un impercettibile mutamento in corso nelle persone che aveva vicino. Una forma di diffidenza appena accennata, ma destinata a crescere con gli anni. Eppure, fino a qualche tempo prima, quando ancora era bambina, la maggior parte di quelle persone aveva accolto con un sorriso le sue fantasie, incoraggiandole e stimolando quella che amavano definire creatività. Quasi fosse un qualcosa da lodare in loro, un risultato di cui vantarsi. Parole scelte con cura mentre lei, distratta dalle meraviglie che trovano spazio solo negli occhi dei più piccoli, cresceva. Quali interessanti fenomeni si rivelarono essere l’avanzare dei suoi anni e l'empatia di chi gli stava intorno! L'uno a salire, l'altra a scendere, fino a scomparire in un continuo che aveva attraversato fasi di indifferenza, frustrazione, rabbia e, infine, rassegnazione. D’improvviso, un fulmine caduto poco distante squarciò il cielo e i suoi pensieri. Gli occhi parvero illuminarsi per un istante di una razionalità capace di spegnere la fiamma che sentiva ardere in corpo. Scorse accanto a lei un gatto che cercava riparo appoggiato ad un muro. D’istinto, mosse un passo verso di lui con l’intenzione di aiutarlo, ma quest’ultimo, soffiandole contro, scappò lontano sotto la pioggia incessante. Possibile che anche lei non avesse fatto altro che fuggire da chi cercava di aiutarla? Per qualche istante si abbandonò a quel pensiero. Ma poi immaginò il gatto immobile, nell’attesa che lei lo raccogliesse per portarlo via e provò disprezzo per quell’animale. Se avesse preferito svendere la propria libertà, lei non avrebbe potuto rispettarlo. Si scrollò di dosso quell’attimo di indecisione e continuò a camminare sotto la pioggia. Una dopo l’altra, le persone a lei più care, non potendola distogliere da quel mondo per loro divenuto ormai imperscrutabile, avevano scelto di allontanarsene in punta di piedi. Eppure, lei avrebbe voluto che ne facessero parte, che vedessero i suoi compagni di viaggio, ascoltassero le loro rocambolesche avventure. Viveva avvolta di colori e suoni che danzavano al di fuori degli schemi, spaziando in spettri di tonalità sconosciuti. A quei tempi scrivere era stato qualcosa di profondamente corporale. La pressione sui tasti si trasmetteva alle bacchette di metallo che andavano ad imprimersi sul foglio. La parola aveva avuto una concretezza che non poteva essere ignorata. Per Nefeli era stata a lungo un’ancora di salvezza, mentre viveva sulla soglia di una porta aperta su due stanze: in una vi era un mondo fantastico che solo lei riusciva a vedere, nell’altra la distaccata realtà di chi non sapeva comprenderla. Scrivere dell’uno le aveva permesso di essere, se non accettata, quantomeno sopportata dall’altra. Ovviamente, tutto questo non gli era chiaro allora. Accade spesso di non accorgersi dell'importanza di certe abitudini fino a quando il futuro non le divora, lasciandosi dietro solo i ricordi a colmare i vuoti. Un giorno come tanti, Nefeli aveva smesso di scrivere. Aveva chiuso la porta ritrovandosi sola. Quanti anni aveva trascorso così, guardando la vita degli altri scorrerle davanti! Vedendoli trascinarsi appresso preoccupazioni costruite ad arte per giustificare la loro esistenza. Una follia alla quale non intendeva sottomettersi, una vita di tenui sfumature. Col passare del tempo, aveva costruito una visione romantica della propria esistenza. Amava immaginarsi persa su di un’isola dalla vegetazione rigogliosa, circondata da un mare che tentava, ad ogni occasione, di erodere un po' delle sue amate spiagge. Si era ripromessa di scendere un giorno fino al bagnasciuga per costruire dune di sabbia alte fino al cielo che la proteggessero dalle incessanti onde. Ma mentre gli anni si accumulavano sulla pelle, quel momento di liberazione continuava a scivolare in un domani sempre identico. Non si trattava di vigliaccheria. Non era la paura a trattenerla. Al contrario! Sentiva di dover salvare dal mare del torpore quanta più gente possibile. Sognava lembi di terra ad unire isole lontane, strappando spazi alle acque logoranti e al loro rodere violento: lasciare al vento i propri colori e i propri suoni, affinché, volando il più lontano possibile, contaminassero altre isole, tornando a lei in forme nuove dentro le quali leggere i pensieri di chi abita al di là del mare. Le nubi in cielo si stavano ormai diradando, spinte lontano da un vento freddo e pungente. Un pallido sole, basso all’orizzonte, sussurrava la promessa di un malinconico tramonto. Nefeli si guardò intorno: la vita riprendeva per le strade. La gente usciva dai propri nascondigli per mescolare le proprie esistenze in un susseguirsi di incontri. Lei ne percepì l’odore e il suo istinto le disse che era giunta l’ora di inseguire nuovamente la sua preda, ovunque essa l’avrebbe condotta. Rientrò in casa e si spogliò degli abiti fradici di pioggia. Seduta al buio, accanto alla finestra, osservava il mondo oltre quel vetro. Per le strade, un teatro surreale di marionette mosse dai fili della sua immaginazione prendeva vita. Come potevano non accorgersi che esistevano solo per lei, affinché potesse scrivere di loro? Non erano altro che estensioni dei suoi desideri, frantumi di specchio che riflettevano in forma distorta tutti lo stesso soggetto: la sua volontà. Al lume di una candela che bruciava lenta, prese foglio e penna dal tavolo d’ebano finemente decorato. Scaldò i muscoli delle dita, i legamenti del polso. Infine, lasciò che accadesse: sfiorò il suo inconscio e attraversò il varco che separa la stagnante realtà dalle terre fertili. Ritornò a camminare i vasti spazi e le distanze che sfuggono al tempo e alla frenesia. Si lasciò guidare verso una descrizione più vera dello stato d'animo umano. Avrebbe compreso i suoi personaggi, intuito i loro dubbi, annusato le loro paure. Li avrebbe presi per mano e portati alla salvezza o alla perdizione. Non vi sarebbero stati eroi né condannati, poiché nessuno di loro è libero e senza libertà non può esserci giudizio. Mentre l'inchiostro andava impregnando quella superficie ruvida, la sua mente iniziò a rincorrere parole. Chiusi gli occhi, si guardò intorno e le ritrovò lì ad aspettarla.
  6. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico, né racconti, poesie o raccolte. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.adiaphora.it/contatti Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Distribuzione: https://www.adiaphora.it/contatti/ Libro.Co per le librerie, in Digitale StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  7. Roberto Ballardini

    L'ultima volta in cui abbiamo visto il mare

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  8. Luca Ferrarini

    La Madre

    Credo sia stata una bella giornata. Non saprei dirlo con certezza, ero troppo occupato a dissimulare i miei pensieri affinché nessuno si sentisse ancor più a disagio. Sospetto comunque che alcuni abbiano intuito, quanto meno il mio stato d'animo. Seduto al tavolo della cucina, le braccia pesantemente appoggiate sul tavolo e protese in avanti, stava ripercorrendo con la mente gli avvenimenti più significativi della giornata. Non era venuto nessuno la mattina ad aiutarlo. Per la prima volta si era ritrovato solo al risveglio. O quasi. L'abito nero lo aveva trovato appeso nell'armadio, dove lo attendeva da anni. Si era alzato e preparato per tempo. Non avrebbe potuto sopportare il disagio di farsi trovare impreparato, quando fossero venuti a prenderla. Ero pronto. Quando sono arrivati, verso le 9.00, ero pronto per seguirli. Aveva trascorso tutta la notte in camera con lei, a vegliarla. Cos'altro avrebbe potuto fare? Le abitudini più radicate sopravvivono, si spingono oltre il limite che ci è imposto. Ogni giorno, ogni notte durante quegli ultimi dieci anni si era preso cura di lei. In fondo era sua madre. Quando l'hanno chiusa, non sono riuscito a piangere. Forse avrei dovuto, per loro. Invece niente. Nessun senso di separazione. Li aveva seguiti con la propria auto fino alla chiesa, dove ad attenderli aveva trovato un ristretto numero di parenti. Pochi volti, poco riconoscibili. La cerimonia è stata bella. Sono certo le sia piaciuta. Era riuscito a mantenere un tono dimesso mentre il parroco pronunciava messa. Non ne era certo, ma sospettava che in alcuni punti della recita avesse persino sentito qualche lacrima bruciargli il viso. Le aveva ricacciate indietro, vergognandosene. Chissà se qualcuno di loro ha potuto anche solo immaginare i miei pensieri? Il silenzio in cui era avvolta la casa doveva essere entrato quella mattina stessa, nel momento in cui lui era uscito con loro e con il feretro. Gli è bastato uno spiraglio. Per anni doveva aver atteso in giardino, nascosto dietro un albero o mescolato all’ombra dei cespugli, proprio come faceva lui da ragazzino, quando giocava con i suoi amici. Quando ancora c'erano amici. Sicuramente non aveva dimenticato gli spazi interni, le stanze, gli angoli bui. Così, quando loro erano usciti, lui era rientrato per la porta principale, adagiandosi su ogni cosa. Forse alcuni di loro pensano sia stata una scelta. Ma non è così. Non scegli di rinunciare alla tua vita da un giorno all'altro. No, la vita come la conoscevi ti viene strappata via a piccolissimi bocconi. Sono le piccole rinunce che, accumulandosi nel tempo, fanno affiorare il volto della solitudine. Quando la madre si era ammalata, era tornato a vivere con lei. Molte delle persone che allora frequentava gli avevano consigliato altrimenti, ma non vi era stata altra possibilità. Sua madre non avrebbe mai accettato di lasciare quella casa. I primi mesi aveva continuato a lavorare quotidianamente e ad uscire almeno una volta o due al mese. Poi le condizioni di sua madre erano peggiorate. I momenti di lucidità erano diventati sempre meno frequenti. Ho smesso di uscire la sera. Era impossibile lasciarla sola. Sarebbe stato crudele. Lo diceva anche lei. Per almeno due anni aveva continuato a dormire nella propria stanza, ma poi anche quello non era stato più possibile. Non tanto per lei, quanto per quel che ancora rimaneva della sua sanità mentale. Le urla di un ammalato puoi sopportarle da un'altra stanza durante il giorno. Puoi razionalizzarle. Ma di notte le cose cambiano. Attanagliato dal sonno, il cervello è preda di pensieri che graffiano dentro. L'unico modo era vederla, vederla mentre urlava la sua folle disperazione. Solo così potevo sapere che ad urlare era lei e non io. Le assistenze sanitarie erano state regolari ma di scarso supporto. Una persona (quante volte quel volto era cambiato negli anni!) era venuta giornalmente a controllare lo stato di salute di sua madre. Visite di poco più di un'ora. All'inizio aveva atteso quel momento con feroce desiderio: per poter parlare con qualcuno. Ma poi la palese inutilità di quel palliativo lo aveva convinto a starsene in disparte e lasciare che sbrigassero i loro compiti il più velocemente possibile. Rinuncia dopo rinuncia, la malattia di sua madre aveva sconfitto il suo istinto ad una vita normale. L'isolamento era divenuto la sua unica realtà. Con il passare degli anni, in lei si era liberata un’aggressività che lui stentava a riconoscere. Nei peggiori momenti della notte, quando per evitare che si facesse male le bloccava entrambe le braccia sul letto con le proprie mani, il volto di lei continuava ad inveire contro il suo, a pochi centimetri di distanza, sputando parole che non avrebbe mai immaginato potesse conoscere. Aveva paura. Vedeva cose attorno a lei ed aveva paura. Le ho viste anch'io, in diverse occasioni. Strisciano tra le ombre proiettate sui muri. E sussurrano verità che non sei pronto ad accettare. Tra poco si sarebbe alzato dalla sedia. Nessuna cena da preparare. La poca luce che filtrava dalle finestre creava giochi di ombre che cambiavano al mutare della sorgente esterna: i fari di un'auto di passaggio, l'inconsistenza fredda e tremante dei lampioni al neon. Ombre in movimento. Il silenzio. Provo pena per lui. Si diffonde e schiaccia ogni forma primordiale di ribellione, ti entra dentro con l'aria che respiri per soffocarti le parole in gola. Eppure, esiste solo nel suo passare inosservato, nel suo non esserci. E comunque sia, qui non ha vinto lui. La sento già, di sopra. Si sta preparando per la notte. Sarà lei a prevaricare. Spinse indietro la sedia e si alzò in piedi. In fondo, lo aveva promesso. Salendo le scale, riusciva a distinguere con chiarezza il cigolio dei propri passi sugli scalini consumati dal tempo dal ticchettio di quelle unghie che, impazienti al piano di sopra, si muovevano svelte sull'incavo del letto. Quando è così, meglio non farla aspettare. La luce nella camera filtrava da sotto la porta. Chiuse gli occhi, respirò profondamente. Quando li riaprì, la luce era scomparsa. Non l'ho immaginato. A scuoterlo fu l'urlo improvviso che lo travolse. Urlò a sua volta, non di paura. Era comunicazione. L'unica che avrebbe conosciuto d'ora in poi. Si avvicinò alla porta socchiusa, preparandosi per la notte. L'avrebbe curata come aveva sempre fatto. Quando lei aveva promesso che non lo avrebbe mai più lasciato, lui aveva promesso di fare altrettanto. Aprì la porta quel tanto che bastava per vedere lo specchio appeso al muro sulla parete di fronte. Nel suo riflesso, il letto. Nel letto, il suo destino. Lo stava aspettando. Il silenzio aveva perso. Vi sarebbe stata solo follia. Entrò, lasciandosi il resto del mondo alle spalle, proprio come aveva fatto dieci anni prima. I fari d'un auto illuminarono solo per un istante ancora la casa. Si fecero strada fino al piano di sopra, fino ad incontrare lo specchio. In esso, videro un letto vuoto ed un uomo seduto accanto. Stringeva con una mano le lenzuola. Con l'altra accarezzava il cuscino. La bocca spalancata in un urlo senza fine.
  9. Claudio Piras Moreno

    In fondo al mare la luna - Claudio Piras Moreno

    Titolo: In fondo al mare la luna Autore: Claudio Piras Moreno Casa editrice: Amazon ISBN: 978-1718768635 Data di pubblicazione (o di uscita): 05/05/2018 Prezzo versione cartacea: 13 euro, digitale: 2,99 Genere: Mainstream Pagine: 207 Quarta di copertina o estratto del libro: mai oltre i 3500 caratteri: Sotto i raggi della luna si svolgono le vicende di due giovani in un piccolo paese di pescatori. La sua presenza o assenza non ha influenza soltanto sulle maree, sugli spostamenti dei pesci, ma sull'intero agire di quell'umanità a lei esposta. Essa è testimone silenzioso d'ogni cosa e sembra impallidire al cospetto dello sciagurato agire degli uomini. Adela, figlia di un pescatore imbarcato nel peschereccio più grande del paese, vive una vita innocente e priva di malizia e pudori. In una delle sue passeggiate notturne viene vista da Lorenzo farsi il bagno nuda in una caletta appartata. Adela diviene amica della luna e di Catalina, un'anziana del paese che ha avuto tanti figli da uomini diversi e la cui esistenza è segnata da un continuo trascinarsi nella miseria, tra abbandoni, lutti e malignità. Sempre scalza anche d'inverno, col suo parlare scurrile scandalizza l'intero paese, tranne Adela. Nella vita della giovane è apparso Lorenzo, marinaio imbarcato sul peschereccio Mariposa. Tra loro si pongono numerosi ostacoli e incomprensioni, tra i ritmi febbrili della pesca, burrasche improvvise, la cattiveria della gente e violenze. In un continuo scontrarsi tra uomo e mare, pescatori stranieri e autoctoni, la luna osserva l'evolversi difficile di quell'amore. Passati diversi anni, il paese è ormai cresciuto, aperto al progresso e fiorente; eppure, la luna si accorge che tanto è andato perduto e si getta tra le onde. Guardando la superficie del mare una vecchia donna scalza la scorge. Giace dormiente sul fondo marino, e per la prima volta in vita sua, Catalina piange. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/fondo-al-mare-luna-ebook/dp/B07CVQ3FG4/ref=tmm_kin_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=
  10. Torba

    Il tempo che resta

    Commento a "Altare della distruzione" È successa una cosa grave e devo parlarne con Ivo. Posso sempre contare su di lui quando ho qualcosa su cui riflettere e mi serve qualcuno che si limiti anche solo ad ascoltare. Lui lo fa, quando serve, ma riesce anche a imbeccarmi qualche dritta. Anche se di solito per pensare ho bisogno di parlare da solo, ogni tanto un suggerimento fa bene. La villetta che ho costruito per Alberto fa ancora vedere il grigio del cemento. Ho pensato di farla tinteggiare ma fino ad adesso non l’ho fatto e chissà se mai lo farò. L'unica cosa completa è il tetto, con le tegole di cotto che si ammassano le une sulle altre. Se vuoi preservare qualcosa di tuo, devi evitare che ci piova dentro. La sala da pranzo è enorme, più grande della mia che è comunque importante. Abbiamo passato dei gran bei momenti in quella stanza – a casa mia, dico – e volevo che Alberto potesse replicarli con la sua famiglia, una volta che non ci sarò più. A festeggiare con i suoi figli e i suoi nipoti. Forse questo non accadrà mai, ma è bene pensarci per tempo a queste cose. Le occasioni importanti devono essere onorate e per farlo ci vuole una sala da pranzo capace di accogliere tutti. Sul retro, inizia l’uliveto. Il fango dell'ultima pioggia inizia a risucchiarmi le scarpe. In dicembre è capace di fregarsi uno stivale e schioccare la lingua in segno di gradimento. Dopo pochi metri, però, iniziano i teli di plastica trasparente che coprono il terreno. Si chiama solarizzazione. Con la plastica, la temperatura del suolo aumenta e fa morire il fungo. O almeno dovrebbe. Me l’ha spiegato mio figlio. Anche noi vecchi dobbiamo sempre imparare qualcosa. Supero tre file di alberi, con le foglie tutte ingiallite e piegate come dita di vecchia. Più in là trovo Ivo, che sta ammirando il tramonto. Gli piace guardare il sole che se ne va a dormire dietro la Sicilia. Noi anziani siamo romantici. «Come andiamo?» mi chiede. Sono venuto qua per lui e quasi non voglio rispondergli. Forse hanno ragione quando dicono che sono presuntuoso. «Andiamo male, andiamo.» «Ancora la schiena? » «Magari. È mio figlio, che mi fa uscire pazzo.» «Ancora non ti sei rassegnato... Lascialo campare, quel poveraccio.» Facile per lui parlare. Alberto se n'è andato cinque anni fa ed è tornato solo in estate. Anche a Natale, a dire il vero. E a Pasqua. Ma non questa Pasqua, perché deve organizzare il matrimonio. È questa la cosa grave. Grave che non ci dormo la notte. La ragazza si chiama Laurie. Io non ho niente contro di lei. È una ragazza che sembra un filo di paglia. Non si trucca. Non cucina. Non parla. Insomma, lei non. Abitano insieme nel suo appartamento. Alberto mi ha mandato le foto. La cucina è minuscola. Sembra quella dei Puffi. Ho spinto io Alberto a fare agraria. Pensavo avrebbe potuto darmi una mano con l’uliveto, che avrebbe portato un po' di scienza in mezzo a questo fango. È stato lui a effettuare la diagnosi: fungo deuteronicete. Verticillium Dhaliae Cleb. All'inizio non voleva neanche andarci, all'università. Quando era un ragazzo voleva stare con me in campagna. Con me e con Ivo. Ma sembra che abbia dimenticato, crescendo. Prima la laurea, poi il dottorato, e a casa ci tornava sempre meno spesso. Alla fine l'ha assunto una ditta che produce vini in Francia, per controllare la crescita delle viti. Lui, che non beve neanche vino. Immagino lei e Alberto che stanno insieme. Mi chiedo di cosa parlano, in francese, quando si siedono a tavola in quella cucina da nani. Cosa fanno la sera quando il giorno dopo non c'è il lavoro. Lei fa la bibliotecaria in un paesino che non riesco a pronunciare, così lo chiamo il paesino. Quante possono essere le cose che hanno in comune e che hanno convinto Alberto che lì è meglio di qui? Sono le domande che mi vengono la sera prima di addormentarmi. Poi, quando mi alzo, vengo nell'uliveto a guardare tutte queste siringhe che spuntano dai tronchi. Per combattere la verticilliosi, si fanno dei buchi con il trapano sui fusti. Poi vi si inserisce una siringa e la si riempie di una soluzione di fosetyl-alluminio. Con un filo di ferro si fa fuoriuscire l’aria dal buco, così il fungicida agisce meglio. Gli ulivi sembrano tanti San Sebastiano Martire. Non voglio che Alberto sia infelice con la sua nuova vita, ma neanche che si sacrifichi. Uno nasce in una certa maniera e di certo non può cambiare. Un uliveto non è una vigna, così come Armacetra non è Nives-Sur-Seine o come cavolo si chiama. «Ivo, ti ricordi di quando mi hai salvato?» «Sì.» «Vorrei poterti salvare anche io.» Quando ero piccolo c'era questo cane rabbioso che apparteneva ai nostri vicini. Gli Streva erano gente rabbiosa. Non per niente, già allora, che erano altri tempi, li chiamavano gli Zotici. Ogni volta che passavo davanti casa loro, per andare alla campagna, questo cane drizzava le orecchie e scattava in avanti, tirando la catena che sembrava ogni volta che potesse romperla o staccarla dal muro. Però era sempre attaccato a quella catena. Una volta stavo venendo proprio qui all’uliveto, perché mio padre aveva dimenticato il setaccio e mi aveva mandato a recuperarlo. «Altrimenti quando torniamo ne troviamo due» aveva detto. Si stava facendo buio e dovevo sbrigarmi, altrimenti non sarei mai riuscito a trovare l'attrezzo in mezzo all'erba. Sono passato davanti casa degli Streva e ho sentito il rumore della catena. Era come se fosse trascinata a terra, ma il cane non c'era. Sono andato oltre, ma sentivo questo rumore dietro di me. Mi avevano detto che i fantasmi urlavano e si portavano dietro tutte queste catene, ma ero terrorizzato dall'idea che invece poteva essere quel bestione. Prima di imboccare il sentiero in discesa che portava al nostro podere, mi sono voltato e l’ho trovato lì, che mi fissava. Non riuscivo a vedere altro che la sagoma, ma sapevo che aveva la bava alla bocca. Sembrava il cane del diavolo. Avrei preferito un fantasma. Su quello che è successo dopo ho un vuoto. Ricordo solo che i muscoli delle gambe erano diventati come pappa per lo sforzo. Devo aver messo tutta l’anima nei piedi per sfuggire a quel mostro. E poi ricordo la pelle delle mani che si sbucciava sul ruvido della corteccia. Il tronco era tutto nodi eppure non riuscivo a trovare un appiglio decente, e il cane mi aveva quasi raggiunto. Che io ricordi, non mi sono mai pisciato addosso. Forse l’ho fatto da poppante, forse lo farò tra qualche anno, ma quella sera ci sono andato pericolosamente vicino. Sentivo proprio una fitta alla vescica. Poi un ramo si è abbassato e sono riuscito ad aggrapparmici come un disperato. Ivo mi ha alzato da terra e mi sono accoccolato tra due suoi rami che formavano una V. Il cane che schiumava pochi metri più giù. Abbaiava come un dannato. A un certo punto deve essersi annoiato, perché ha smesso. Io però non mi sono fidato. Era troppo facile immaginarselo nascosto in mezzo all’erba, ad aspettare che scendessi per staccarmi una gamba a morsi e mangiarsela. Mi sono addormentato, coccolato da Ivo. Mio padre, non vedendomi tornare, venne a cercarmi e mi trovò appeso come una scimmia. «Lo sai che Alberto ora è grande, no?» mi dice Ivo. «Sì che lo so.» «Ha fatto le sue scelte. Non ha bisogno che lo correggi ancora. Deve sbagliare da solo, rompersi le corna e ricominciare da capo. E bada che non sto dicendo che ha preso la decisione sbagliata. Lascialo campare.» «Sì, forse hai ragione. È che ha la testa dura di suo padre.» Rimaniamo un po’ in silenzio a guardare il tramonto, come due vecchi amici che si godono il tempo che resta. «Vorrei poterti salvare anch'io» ripeto, appoggiato contro il tronco di Ivo. «Hai fatto quello che potevi. Non puoi salvare tutti. Quello è lavoro per qualcun altro.» «Sarebbe bello.» «Sì, piacerebbe anche a me» dice Ivo. «Senti, mi sa che dobbiamo salutarci. Non mi sento tanto bene.» «È ora?» «Sì, mi sa che è il momento.» «Vorrei poterti salvare.» «Hai proprio la testa dura. Senti, cosa ci farai con tutto questo legno?» Ci penso su. È un bel po' di legno. Un tavolo, per cominciare. Bello grande. Come regalo di nozze.
  11. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/
  12. gecosulmuro

    Dimenticare i nomi dei personaggi

    Vi è capitato di dimenticare i nomi dei personaggi del racconto che state scrivendo? A me è successo di dimenticare perfino il nome del protagonista! In genere mantengo un foglio elettronico con liste di luoghi e persone.
  13. dfense

    Per farcela

    Titolo: Per farcela Autore: Marco Di Carlo Autopubblicato: Streetlib ISBN: 9788829587599 Data di pubblicazione: 03/01/2019 Prezzo: digitale, 1,99€ Genere: Racconti Caratteri: 408000 Quarta di copertina o estratto del libro: Quindici storie strane, in cui si parla di un sacco di cose. Dell'alienazione che ci consuma osservando la vita scorrere dall'interno di un'automobile, per esempio. Riuscirà l'amore a destare il protagonista dal suo torpore? Scopritelo leggendo “Addizioni”. A volte, ciò che è “Reale” spaventa. Una giovane conduttrice di talk show strappalacrime consumerà la sua vendetta in diretta. “Pay to play” ci ricorda che spesso per giocare bisogna pagare. I protagonisti ne sono consapevoli. Eventi imprevisti li metteranno di fronte a qualcosa di sgradevole: la propria vita. “Faenza” è voglia di cose nuove, il bisogno di dimostrare qualcosa a se stessi (sì, ma cosa?). Siamo liberi di scegliere, anche se a volte ce lo dimentichiamo. “Libero arbitrio” parla di come, fino alla fine (anche quella del mondo), un uomo può decidere quale strada percorrere. La vita può riservare sorprese inaspettate quando “Quel secondo lungo un giorno” sembra non voler passare. Cosa succederebbe se il tempo, di tanto in tanto, decidesse di fermarsi e ripartire senza preavviso, dopo alcuni minuti... o magari dopo un giorno? È spiegato qui. “La vita sognata” è un incubo futuribile. In un mondo in cui il lavoro è divenuto una schiavitù legalizzata, i rivoluzionari... sognano. “Lampi dietro agli occhi” torna a suggerire quanto l'amore possa ricondurre all'ordine anche una persona condannata al caos emotivo dal proprio bizzarro superpotere. “Mutuo frazionato” è l'impossibilità di scendere a patti col tempo che passa. La cronaca di una passeggiata attraverso i pezzi di cui siamo composti. Quanti? Nove, direi, già “Nove pezzi”, non uno di più, per una spesa davvero importante. “Liberate te ex inferi” indaga la morte. Si può davvero descrivere in modo adeguato? Il protagonista vuole provarci. “Post” è Dio su Facebook, con tutto quel che ne consegue. Chi può dirsi davvero “Privilegiato”? Il più disgraziato tra gli umani? Forse. “Rotolare” descrive il modo in cui, venendo giù dalle pendici del ventunesimo secolo, e da una irta collinetta di bugie, ci si possa ritrovare... negli anni cinquanta? Con il permesso di Vargh Arseth, insieme alla propria amica del cuore, naturalmente! Come è noto, siamo ciò che sembriamo agli occhi di chi ci sta davanti, e non sempre riusciamo a fornire la versione migliore di noi stessi. Cosa ci serve “Per farcela”, e riuscire nell'intento di... arrivare a domani? Lo scoprirete leggendo. Link all'acquisto: https://www.kobo.com/it/it/ebook/per-farcela
  14. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  15. Luca Ferrarini

    L'invidia

    Saresti disposta a perdere tutto? La domanda continuava ad insinuarsi tra le pieghe della mente, in quegli angoli dove i pensieri più intimi e pericolosi si annidano. Per quanto tempo aveva vissuto così, portandosi dentro un rancore che l'aveva invecchiata ben oltre i suoi anni? Ora era tardi per chiederselo. Immobile al centro della stanza, vedeva il suo mondo svanire davanti ai suoi occhi, un ricordo dopo l'altro. Infine, sarebbe svanita anche lei, ne era certa. Mentre quella domanda continuava a scavarle dentro. Come ho potuto rispondere con così tanta leggerezza? Eppure, non si era trattato di un processo rapido. L'invidia aveva trovato in lei terreno fertile, nel periodo in cui maggiormente si era sentita fragile ed insicura. Aveva messo radici, scavando in profondità e proliferando: invitante e pungente come una pianta di menta che, se non propriamente arginata, aggredisce e prende possesso di tutto il terreno circostante. Ma certi sentimenti, per sopravvivere, devono dissimulare la propria presenza. Così l'invidia aveva intessuto veli dietro i quali celarsi, lavorando di contrappasso. Le aveva, negli anni, fabbricato un'immagine distorta di sé stessa, il riflesso della quale pareva risplendere sopra ogni altra persona. Allo stesso tempo, un sottile e freddo vetro si era intraposto tra il suo giudizio ed il resto del mondo; ogni persona che aveva incontrato era stata soggetta ad una critica feroce, sussurrata per fomentare discordia. Nello sminuire il prossimo aveva dissetato il proprio bisogno di affermazione. Aveva perso i colori della propria esistenza, al punto che ormai anche un banale buongiorno appariva come un'imbarazzante ammissione di debolezza. Così, quando quella sera, distesa sul letto, il suo sentimento più nero l'aveva spinta ancora una volta a guardare la vita degli altri con occhi velati di tristezza, non aveva avuto dubbi. Non era certa da dove fosse giunta la domanda. L'aveva sentita crescerle dentro fino a materializzarsi nella sua coscienza. Saresti disposta a perdere tutto pur di essere qualcun'altro? Un invito fin troppo allettante. Senza neppure sapere chi avrebbe voluto essere, aveva accettato la suadente proposta. Ed in quell’istante, il mondo intorno a lei aveva iniziato a muoversi contro natura, in un vortice alimentato dalla sua stessa paura. Dapprima, aveva notato come le cornici delle foto sul comodino avessero perso consistenza, fino a divenire trasparenti. Poi quel vuoto dilaniante si era esteso alle fotografie. Uno dopo l'altro i volti delle persone a lei care erano andati sbiadendosi ed erano infine scomparsi. Oggetti leggermente più grandi avevano impiegato solo pochi secondi in più per soccombere al vuoto. I poster sul muro, la coperta che sua madre le aveva comprato quando ancora era bambina e che teneva ripiegata con cura sulla poltrona, accanto al letto. Non si era mai resa davvero conto di quanto quella coperta fosse importante per lei. Quando aveva percepito che anche il letto stava perdendo consistenza, si era alzata in piedi. Ironicamente, ora anche i veli distesi con cura dall'invidia negli anni passati andavano dissolvendosi. Qualcosa dietro di essi rideva, trionfante. Attraverso gli strappi, poteva finalmente guardare negli occhi il suo sentimento più nascosto. Come ho potuto non capire? Aveva desiderato ardentemente dettagli della vita di altri senza rendersi conto che l'esistenza è una ed abbraccia tutto ciò che siamo. Non solo le nostre qualità ma anche le relazioni che stringiamo con chi ci sta intorno. Tutto partecipa a definirci. Ed ora aveva rinunciato a quel tutto per essere qualcos'altro di cui conosceva e bramava null'altro che particolari insignificanti. Nelle pareti avevano iniziato a formarsi buchi sempre più ampi. Al di là di essi, non vedeva che il nero più silenzioso. Presto anche lei sarebbe svanita. Con un ultimo disperato sforzo volse lo sguardo verso sé stessa, verso quel verde cupo che le danzava dentro l'anima. Ne cercò con gli occhi il lineamento del volto, scomposto, e quando fu certa di averlo trovato, gridò il suo no con il poco fiato che ancora le restava. Per un attimo, credette di averlo confuso, forse persino spaventato. Ma la sua risata echeggiò nuovamente: una disarmonia di suoni talmente amara e violenta da farle perdere i sensi. Cadde a terra, inerme, mentre il vuoto continuava ad inghiottire i contorni del suo mondo... Quando udì la sua voce riaprì gli occhi improvvisamente. La morbidezza del cuscino sotto la testa fu la prima sensazione che provò. Poi vide sua madre, in piedi accanto al letto. Le teneva una mano sulla fronte. Ti ho sentita urlare. Ti senti bene? La luce sul comodino era accesa ed illuminava la più bella fotografia di lei e delle sue amiche d'infanzia. Non ricordava da quanto tempo non avesse pianto, ma le lacrime che quella sera bagnarono il cuscino erano colme di una ritrovata serenità.
  16. Luca Ferrarini

    Il Pagliaccio

    Cosa accade ad un pagliaccio, quando rientra a casa la sera? Ve lo siete mai chiesto? Il più delle volte, ho il tempo per struccarmi negli spogliatoi, dopo il lavoro. Ma oggi è stato uno di quei giorni in cui ho dato tutto me stesso. La stanchezza è sopraggiunta ed ho preferito mettermi in macchina e rientrare direttamente. Non che ci fosse qualcuno ad attendermi. Con il viso illuminato dalla sola luce soffusa della lampada, la mia unica compagnia è quella maschera riflessa nello specchio, che ancora mi nasconde sotto tutto quel trucco: il naso rosso, le sopracciglia esageratamente arcuate e il contorno nero ad esaltare occhi scolpiti in un'espressione di perenne stupore. Metto sempre molta cura nello struccarmi. Ridi pagliaccio, dicono. Ma sarebbe più opportuno dire dona, pagliaccio. Perché di questo si tratta. Specialmente nel mio caso. Per ogni sorriso che vedo affiorare sul viso del mio pubblico, un granello di dolore va a depositarsi dentro me, appesantendomi. Perché, vedete, non si alterano facilmente certi equilibri: felicità e tristezza al più fluiscono da un punto ad un altro, senza mescolarsi più di quanto non sia strettamente necessario. Queste sono le regole. Offro loro un momento di serenità e di contro loro regalano a me un po' della loro sofferenza. Ecco, il cotone scende lentamente, tra sbavature di rosso e nero. Ogni sera lotto contro il desiderio di non smascherarmi completamente, per non dovermi ritrovare solo in questa stanza. Se solo fosse altrettanto semplice lavare via la tristezza rubata ad ognuno di quei miseri camici bianchi; o la consapevolezza che ogni sorriso offerto loro ha di necessità natura effimera. Insieme all'ultima incrostatura di colore se ne va la finzione e rimango io allo specchio. Domani percorrerò nuovamente quei corridoi, entrerò nelle stesse stanze, senza sapere se chi le occupava oggi sarà ancora lì ad attendermi. E se non lo sarà, incontrerò qualcun altro, dovrò dissimulare i miei sentimenti dietro al mio solo scudo di pittura e forme. Perché quella persona avrà diritto alla sua mezz'ora di spensieratezza, ad un momento di luce che si infrapponga alle troppe ore trascorse al buio. Rimane una sola cosa da fare, un rituale tanto necessario quanto infantile. Mi siederò sul divano, chiuderò gli occhi e ripenserò ad ogni paziente che oggi mi ha abbracciato. Rivivrò ogni testimonianza nei miei ricordi, lasciando che la serenità di quei momenti mi riempia fino a riappacificarmi con le mille e più sfaccettature della vita. Chissà se un giorno avrò qualcuno da cui tornare la sera, qualcuno che mi aiuti a contrastare l'inesorabile logorio della quotidianità. Un mio pagliaccio. Ora lasciatemi riporre l'abito e il cappello nell'armadio. Voi che siete persone serie capirete. Anche un pagliaccio, giunta sera, deve riposare come chiunque altro.
  17. Walter D.

    Fefè Editore

    Nome: Fefè Editore Generi trattati: narrativa, saggistica, pedagogia\psicologia Modalità di invio dei manoscritti: https://www.fefeeditore.com/fefe-editore/manoscritti Distribuzione: Messaggerie (https://www.fefeeditore.com/fefe-editore/chi-siamo) Sito: https://www.fefeeditore.com/ Facebook: https://www.facebook.com/fefe.editore/
  18. nemesis74

    Presentazione libro - Il giorno prima delle nozze

    Fino a
    Nella giornata di sabato 20 aprile nella splendida cornice del Bar Caffetteria Rendez Vous di Terni, durante lo svolgimento del Terni Jazz Art, ci sarà la presentazione del libro "Il giorno prima delle nozze" di Gabriele Giuliani. Un romanzo familiare a sfondo sociale. Musica, cibo, arte e libri!
  19. nemesis74

    Presentazione libro

    Fino a
    Nella giornata mondiale del libro e del diritto d'autore, nella splendida cornice della biblioteca Villa Urbani di Perugia, verrà presentato il libro "Il giorno prima delle nozze" di Gabriele Giuliani. Un romanzo familiare a sfondo sociale. Dialogherà con l'autore la scrittirice Viviana Picchiarelli
  20. Federica M. Barone

    Chiado Editore

    Nome: Chiado Editore Generi trattati: narrativa, saggi, polizieschi, thriller, biografie, poesie, libri d’infanzi, libri di illustrazioni. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.chiadobooks.it/invio-opere Distribuzione:https://www.chiadobooks.it/distribuzione Sito: https://www.chiadobooks.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ChiadoEditore Chiado Editore è specializzata nella pubblicazione di autori italiani contemporanei, da quelli più affermati ai più promettenti artisti emergenti del nostro tempo. Dato il successo raggiunto in Portogallo e Brasile, abbiamo ampliato i nostri orizzonti verso nuovi Paesi e lingue differenti e si possono trovare le opere pubblicate dalle nostre sezioni internazionali tramite i rispettivi siti web. Pubblichiamo anche in America Latina, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti d’America. La politica editoriale di Chiado Editore punta a democratizzare il mondo editoriale, creando le migliori opportunità per gli Autori e offrendo ai Lettori straordinarie opere di ogni genere, ad un giusto prezzo e senza pregiudizi. Se un Autore desidera pubblicare il suo libro con noi, non deve fare altro che inviarcelo con una breve biografia. Il nostro Consiglio Editoriale lo analizzerà e se sarà compatibile con la nostra linea editoriale, non esisteremo a presentare una proposta di pubblicazione. Tutti gli Autori famosi inizialmente erano sconosciuti. Chiado Editore sa che è così e per questo motivo presta la massima attenzione ai manoscritti che riceve, analizzandoli senza pregiudizio alcuno.Comunichiamo sempre all’Autore le nostre intenzioni, che ci sia, o meno, interesse nel pubblicare il manoscritto. Scrivere un libro è una grande sfida, ma anche una sensazione unica e irripetibile!
  21. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. (https://divergenze.eu/manoscritti/) Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz
  22. Titolo: Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Le Ossidiane Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897265 Data di pubblicazione : 23 Giugno 2018 Prezzo: 12,90 (cartaceo) Genere: Antologia di racconti, generi vari Pagine: 275 Quarta di copertina: Un tormentato amore adolescenziale, il sapore acidulo di un liquore slovacco, un solitario dai risvolti filosofici, l'incredibile avventura capitata a una senzatetto: non sono che alcune delle storie raccontate nelle pagine di “Siamo in ballo”. Le popolano persone qualsiasi e personaggi di grande spessore, come Lech Wałęsa e Sandro Pertini, ma non mancano una gatta dal pelo fulvo e un cane che soffre di nostalgia. Li accomuna il trovarsi di fronte a scelte difficili, spesso dolorose, che decideranno del loro futuro. In questi racconti l'autore trova spazio per sviluppare temi e sentimenti soltanto accennati nei romanzi che compongono la serie poliziesca di Gretije de Witt, i cui protagonisti ritornano nei due più corposi dei trentotto che compongono l'antologia. Dai ringraziamenti: Buona parte dei racconti presenti in questa raccolta sono nati per partecipare ai contest che si tengono periodicamente sul forum e in particolare a quello più longevo: il Mezzogiorno d'inchiostro, una gara dove in dodici ore, da mezzogiorno a mezzanotte, si deve comporre un racconto di massimo ottomila caratteri, rispettando una traccia che si apprende soltanto all'inizio della gara. La caratteristica che distingue Writer's Dream da altri siti analoghi è l'accuratezza dei commenti che si ricevono, utili in un secondo tempo per rielaborare i racconti, seguendo suggerimenti e consigli degli altri utenti. Per questo motivo i ringraziamenti vanno estesi a tutti gli iscritti al forum, vecchi e nuovi: grazie ragazzi, se almeno qualcuno di questi racconti sarà piaciuto, il merito è soprattutto vostro. Un grazie speciale va a Chiara, per aver ideato l'isolotto di Ruca e per la mappa dettagliata che trovate a pag. 79 Link all'acquisto: Alcheringa IBS Libreria Universitaria Amazon Unilibro Feltrinelli negli altri store seguirà a breve
  23. libero_s

    AndC commenta La lista della spesa

    Commento a Il mercato dell'amore Pomodori: 5 Cuore di bue o 500gr datterini Zucchine: 3 Un cespo di lattuga latte: 2 litri pane: 4 panini pasta: 1 kg spaghetti n°3, 1 kg penne rigate carne: 3 bistecche manzo birra: Leffe rossa 3 bottiglie riso: 1 kg carnaroli Gallo AndC: ciao, ho letto con attenzione il tuo racconto, ho apprezzato molto alcune cose, ma noto una certa discontinuità nello stile. riso: 1 kg carnaroli Gallo Mi piace la precisione che hai usato per il riso di cui specifichi qualità e marca, ma perché non fai altrettanto negli altri paragrafi? A volte le indicazioni sono imprecise, nel caso della pasta va bene indicare il tipo di spaghetti, ma non c’è la marca. pasta: 1 kg spaghetti n°3, 1 kg penne rigate Altra cosa, io non sono contrario alle ripetizioni, ma l’indicazione dei kg usata due volte di seguito sulla stessa riga può risultare fastidiosa ad alcuni lettori. Un po’ vaghi i paragrafi dedicati al pane e alla carne, avrei preferito qualche dettaglio in più. Non sono un fanatico dello show don’t tell, ma avresti potuto mostrare un po’ di più. Perché non ci mostri la carne, non ci fai sentire il profumo dei pomodori, la freschezza della verdura? Una maggior ricchezza di dettagli descrittivi renderebbe il tuo pezzo molto più incisivo. Nel complesso mi è piaciuto, ma c’è spazio per migliorare.
  24. cynthia collu

    Permetti due righe?

    Caro fratello, permetti due righe? Solo per dirti una cosa che da tempo mi sta sullo stomaco. Non te ne ho mai parlato prima ma oggi, chissà come, mi sono alzata col piede giusto – o sbagliato, giudicherai tu - e ho voglia di sfogarmi. Non pensare a niente di grave, è che alla mia età si cominciano a tirare bilanci, e quello che sto facendo ora non mi entusiasma affatto. Ricordi quel giorno che ti chiesi di farmi conoscere Guillermo? Era da quasi un mese che la richiesta era nell’aria. Io non avevo il coraggio di esprimerne neppure la pallida ipotesi, tu semplicemente la ignoravi. Quel giorno - anzi, quella notte, la ricordo bene – eravamo tutti e quattro fuori della baracca, scusa, della casa, a guardare le stelle. Che cielo limpido dopo tre giorni filati di pioggia tropicale! Ricordo che non ce l’avevamo soltanto sopra la testa, il cielo, ma anche dietro, sui fianchi, a trecentosessanta gradi, così vicino che bastava allungare una mano per cogliere una stella (scusa l’immagine banale ma lo scrittore di famiglia sei tu). Be’, eravamo tutti e quattro fuori della porta ad annusare l’odore della terra bagnata e delle banane mature quando ti dissi, Dopodomani parto, e tu di rimando, Lo so bene. Non ci rimane molto tempo, aggiunsi io, anzi, aggiungo io, - se permetti passo al tempo presente, i passati remoti mi sono sempre stati sulle palle, sono così… definitivi! Be’, non tergiversiamo. Tu fai la faccia da scemo e mi chiedi, Tempo per cosa?, e allora cominciano a girarmi davvero. In fin dei conti avevo attraversato mezzo emisfero per venirti a trovare, venticinque ore d’aereo e di strizza ogni volta che atterrava e decollava, venticinque ore di ansiolitici e di respirazione yoga, metti aria nella pancia gonfia pancia poi gonfia petto e poi gonfia gola, e poi di nuovo, pancia petto gola, chiedi a Claudio se non mi credi! Un viaggio del genere non mi sarebbe più capitato. E sicuramente neanche un’occasione simile, un’esperienza ambita da tanti occidentali. In Italia si sbranavano per portarli in televisione, ci facevano sopra i talk-show, sarà tutto vero? Dove sarà il trucco? e tu che ne conoscevi uno, che ci lavoravi assieme da due anni, su e giù per le montagne a curare le tribù locali, non me lo volevi presentare? Te lo dissi, rossa in viso per lo sforzo di non incazzarmi, sapevo che eri un osso duro ma non volevo mollare. Da quasi un mese aspettavamo entrambi il momento dello scontro. Ce l’avevi con i guaritori per qualche questione religiosa. Loro si rivolgevano agli spiriti guida prima di “operare” e tu dicevi che questo era male, era peccato grave, per qualsiasi richiesta bisognava rivolgersi solo e direttamente a Dio. Niente intermediari, insomma. Da quando ti eri convertito all’evangelismo eri diventato un gran rompiballe, lasciatelo dire. Facevi discorsi strani, dicevi che i morti stanno nel cielo a vari livelli, chi più in alto chi più in basso, a seconda della gravità dei peccati. Dicevi che potevi dirmi con esattezza a quale piano – scusa, livello – sta nostra sorella, gran peccatrice in quanto partigiana sfrenata del libero amore, e di conseguenza morta di AIDS. Non che mi desse fastidio sapere che Giusi, da qualche parte, mi stava sospesa sulla testa. Ma il resto sì ch’era una rottura. Le birre, per esempio. Quando siamo arrivati da te - dopo aver vomitato lungo le curve che l’autista affrontava più disinvolto di Schumacker – esausti, distrutti, piangenti, (prova tu a stare due notti senza chiudere occhio) e Claudio ti ha chiesto una birra, tu che gli hai risposto, eh, che gli hai risposto? Che la tentazione del Demonio in casa tua non ci doveva entrare! Così il povero Claudio si è fatto a piedi due chilometri nella giungla, sino a Baguio City, per andarsi a comprare una cassa di birre. E quando le ha portate a casa, tu che hai fatto, eh, che hai fatto? Le hai guardate torvo e poi te ne sei scolate due. Gran rompipalle eri diventato, ammettilo. Bé, insomma, non mi volevi far conoscere Guillermo. Avevi litigato con lui per colpa degli spiriti e adesso non mi volevi portare a casa sua. Sono rimasta col broncio tutta la sera. Stavo affacciata alla finestra e guardavo le foglie dei banani agitarsi nel buio quando Francesca mi è venuta vicino. Mi ha detto che ti aveva parlato, ti aveva convinto brutto cocciuto testa dura che sei!, e che il giorno dopo saremmo andati a trovare il guaritore. Per fortuna lei è più intelligente di te. Se penso che, senza mai lamentarsi, si è fatta mezzo mondo al tuo seguito, dal Guatemala alla Spagna alle Filippine mentre tu cercavi uno stregone che ti guarisse dalla psoriasi! E che tu in cambio, solo perché un giorno l’hai trovata a farsi uno spino, le hai tirato un ceffone tale che l’hai sollevata da terra, e lo spino l’è andato di traverso, povera Franci. Proprio tu che ti sei fumato chilometri d’erba e che disquisivi sui tipi di sballi differenti provocati da hashish, marijuana e olio marocchino! Quando Francesca se n’è andata a dormire sono rimasta a lungo affacciata alla finestra. Il cielo era stellato – questo l’ho già detto – e il buio immenso. Sentivo ululare dei cani in lontananza, e mi chiedevo quale di loro sarebbe finito arrosto per primo. Tu ne avevi uno, di cane, e ti eri fatto promettere da tutti gli uomini del villaggio che il giorno che tornavi in Europa non se lo sarebbero mangiato. Anima nobile, ti preoccupavi più di far felice un cane che tua sorella! Guardavo davanti a me l’unica pozza d’acqua del villaggio – te la ricordi? era a forma di conchiglia - dove, la mattina, le donne ci venivano a lavare i panni. Ogni mattina alle cinque e quarantacinque arrivavano in gruppetti di tre o quattro e si mettevano a sbattere stracci colorati e a ridere come sceme. Ridevano forte, le stronze! Quando io e Claudio ci affacciavamo alla finestra, rimbambiti di sonno e incacchiati neri, loro smettevano. È che hanno una paura tremenda di noi, mi dicesti un giorno, lo sai come ci chiamano? I diavoli bianchi! Erano così terrorizzate da noi diavoli bianchi che ogni giorno, alle cinque e quarantacinque in punto, tornavano lì a ridere e a sbattere indumenti. Confesso che non ci trovavo niente di pittoresco in tutto quello sbattimento mattutino. Erano solo delle maleducate, delle stupide, insomma, non facciamo sempre i buonisti che si esaltano davanti alle tradizioni locali. Quelle erano delle rompicoglioni e basta. Poi un giorno mi è capitato di parlare con una di loro, l’unica che sapeva quattro parole d’inglese. Mi sono lamentata di tutto il mio lavare a mano vestiti, asciugamani e lenzuola (ma come cacchio si fa senza lavatrice?) e lei mi ha risposto: “Qual è il problema? Guarda quant’acqua abbiamo qui!” Mi ha indicato la pozza d’acqua e mi ha sorriso, felice. Fratello, mi sono sentita una merda. Un’emerita merda europea. La mattina dopo quando mi hanno svegliata alle sei meno un quarto, mi sono girata dall’altra parte e ho ripreso a dormire. Sto ancora tergiversando. Insomma, quella notte stavo affacciata alla finestra a guardare la pozza e mi veniva il magone. Non si può stare due mesi nelle Filippine in pieno periodo piogge, immersi ogni giorno nell’acqua sino alle caviglie inebriandosi dell’odore di foglie marce, e non rattristarsi all’idea di dover lasciare tutto ciò! Capita anche a te, fratello, adesso che vivi a Genova, di sentire da lontano l’odore della pioggia che arriva e di ritrovarti con gli occhi lucidi? A me sì, anche se sto a Milano e l’odore di pioggia mi arriva sempre misto a quello dell’inceneritore di Figino. Comunque. Il giorno dopo abbiamo preso finalmente il bus-jeep che ci avrebbe portato da Guillermo. Siamo saliti in venti su un gippone che portava al massimo dieci di noi, e l’autista è schizzato via affrontando le curve con il solito entusiasmo. Ti ricordi certamente quei gipponi. Ogni volta che il conducente azionava le frecce partivano dei motivetti musicali - da Jingle bells alla Nona di Beethoven, tipo oggi le suonerie dei cellulari - e per tutto il viaggio quelle musiche ci hanno tenuto compagnia. Ma la cosa che più mi ha affascinato erano le scritte. Su una fiancata della jeep era riportato il nome del capolinea e sull’altra c’era scritto VICEVERSA. E’ magico ritornare in un posto che si chiama Viceversa, non trovi? A proposito di magia. Ho rinunciato a convincere le persone che i guaritori fanno le operazioni con le sole mani nude, che non ci sono trucchi. Mi rispondono che sono stata ipnotizzata o che non ho visto i grumi di sangue nascosti nelle maniche. Che maniche d’Egitto! rispondo io. Guillermo aveva una maglietta sbracciata e pantaloni senza tasche. E poi non ci aspettava, gli siamo piombati in casa all’improvviso, non avrebbe avuto neanche il tempo di nascondere il materiale sanguinolento. Inoltre ho la registrazione della macchina fotografica e della videocamera che hanno ripreso l’avvenimento. Ipnotizzate anche loro? Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Anche quando spiego che sia tu che tua moglie vi siete fatti operare una ventina di volte, che hai visto le dita sottili di Guillermo a dieci centimetri dal tuo naso, che hai lavorato con lui per due anni facendogli d’assistente su e giù per le montagne, curando poveri diavoli che vi pagavano con una ciotola di riso, neanche allora mi credono. Dicono che potresti essere stato ipnotizzato anche tu. Lo so che ti dà fastidio se racconto dei guaritori. Ma è proprio questo il motivo per cui ti scrivo. Ok, sono stata prolissa - logorroica, dirai tu - ora ci arrivo. Giunti da Guillermo mi hai presentata e subito dopo sei uscito di casa, come a dirmi, Ti ho fatta contenta, ma adesso mi astengo e son cavoli tuoi. Nella stanza c’era un povero cristo – un ragazzo scrofoloso - che se ne stava seduto in disparte. Guillermo l’ha fatto sdraiare sul tavolo e ha detto a me e a Claudio di avvicinarci. Ci siamo fiondati come cani attorno a un osso, agitatissimi, avevamo la pancia del filippino a cinquanta centimetri di distanza, macchina e videocamera a molto meno. Guillermo ha passato le mani sul corpo del ragazzo. Poi ha cominciato a fare quella cosa incredibile verso cui tu ora ostenti tanta indifferenza. Per me invece è stato strabiliante, ancora adesso penso di aver sognato. Con una mano teneva premuta la pancia del tipo e con l’altra apriva velocemente una fessura. Fessura? Non è il termine esatto ma non era propriamente una ferita – un piccolo varco, ecco. Quando è stato sufficientemente grande ci ha ficcato dentro le dita e ha iniziato a estrarre una materia rosso scuro, sembrava del fegato andato a male. L’estraeva e la depositava in un vasetto di vetro. A un certo punto ricordo che mi ha fatto segno e ha tenuto aperta la ferita con tutte e due le mani. Ci ho quasi ficcato dentro il naso: mi è sembrato di vedere qualcosa ribollire là dentro, come in un calderone infernale. Non te l’ho mai detto, ma in quel momento mi sono commossa. Lo so che questa cosa l’hai vista anche tu, e molte più volte di me, ma te la racconto perché voglio sottolineare che Guillermo aveva davvero il potere di un grande guaritore, e un bravo guaritore sente in quale punto del corpo c’è il blocco d’energia, e interviene proprio lì, per liberarla. Così il malato si rimette a posto e se ne torna a casa contento. Mi segui fin qui? Bene. Quando Guillermo ha terminato ha fatto sdraiare Claudio e gli ha passato sopra le mani. Ovviamente tuo cognato era sano come un pesce. Toccava a me. Mi sono sdraiata col cuore che batteva forte. Guillermo sudava, mi sembrava stanco. Mi ha passato sopra le mani e poi si è fermato sulla pancia. Si è fermato proprio lì. Insomma, dove presuppongo ci sia l’utero. C’è un problema nel grembo materno, ha detto. Io e Claudio ci siamo guardati. Come faceva a saperlo? Era da più di due anni che cercavamo un figlio, e il piccolo non voleva saperne di arrivare. Un problema che stava diventando pesante per entrambi. Guarisci il mio grembo - ho detto allora a Guillermo - ti prego. Avevo il cuore che faceva i balzi per l’emozione. Non posso, ha risposto lui. Era pallido, tremava per lo sforzo sostenuto. Domani, torna domani, ha aggiunto, adesso sono esausto, ho usato troppa energia e non ce la faccio a curarti. Domani parto per l’Italia, ho replicato. Guillermo ha scosso la testa. Domani, adesso sono esausto, non posso. Torna domani. Il giorno dopo, come ben sai, dovevo partire per l’Italia. Quel che non sai è che io e Claudio ci abbiamo messo dieci anni a fare un figlio. Ti raccontavo che non ne volevamo, ma non era vero: mi vergognavo di non riuscire a rimanere incinta, mi sentivo un utero di serie b davanti a Franci che aveva sfornato già tre bambini. Quando è nato il mio avevo quarantadue anni. Adesso lui ne ha undici e io cinquantatrè e mentre sono in pieno sbattimento, oppressa da compiti, zaini troppo pesanti, play-station game-boy judo tre volte la settimana e rompimenti di palle del pre-adolescente che contesta, mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se tu, invece di deciderti a portarmi da Guillermo proprio all’ultimo momento, mi avessi accontentata con adeguata sollecitudine. Probabilmente adesso avrei un figlio di ventuno anni, già adulto, autonomo e responsabile, che ha superato le crisi adolescenziali con problemi annessi e connessi, che va all’università e magari è anche bravo. Un figlio come i tuoi, insomma, che ti lasciano il tempo di fare lo scrittore a tempo pieno e, come optional, di scrivere su riviste turistiche dei viaggi che fai in posti alternativi da sogno. E così, invece di correre dalla mattina alla sera potrei, alla mia veneranda età, farmi di più i cacchi miei e godere delle dolcezze della stagione di mezzo che sto attraversando. Tanto ti dovevo comunicare. Soprattutto se penso che adesso non sei più evangelico e sei tornato ad apprezzare la canapa indiana e a disquisire sui suoi derivati. E che ogni volta che ci vediamo mi rompi l’anima dicendomi che non te l’aspettavi da me, faccio proprio una vita da regolare, io che avevo tante qualità e così spiccata intelligenza. Che da me ti aspettavi un’altra riuscita, insomma.
  25. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 124] Bashir

    traccia di mezzanotte Mi chiamo Bashir e ormai ho deciso. Partirò. Baba ne parla con Quais, vuole convincerlo a convincere me. “Partire è una follia”, dice. Lo capisco. Lasciare andare il proprio figlio è sempre difficile. Ma Quais crede che sia una follia non farlo, e Quais non è uno stupido. Baba dice che tutti quelli che sono andati via sono morti. Quais, al contrario, dice che tutti quelli che sono andati via sono vivi e mangiano tre volte al giorno anche se non lavorano e non hanno soldi. Baba si arrabbia e gli urla in faccia che è stupido pensare queste cose, è una bugia, e alza le braccia al cielo invocando l'aiuto di Allah affinché io non parta. In effetti Quais sa di avere detto una bugia, lo so perché quando lo ha affermato mi ha guardato con gli occhi del bugiardo. Ma non era una bugia cattiva, era una bugia necessaria. Quais strilla a sua volta, dice che Baba deve smetterla di pensare solo al suo metro di terra, e far finta che gli spari siano lontani miglia e miglia quando invece in fondo alla strada si vede la polvere che alzano quelli. È per questo che vuole partire anche lui. La polvere in fondo alla strada l'ho vista anch'io. Baba ha pestato i piedi sulla terra dura e gli si è rotto uno dei sandali. L'unico paio che aveva, ha pianto. Io so che ha pianto per il sandalo anche se poteva sembrare che piangesse per me o per quelli che alzano la polvere in fondo alla strada. Lo sa pure lui che prima o poi arriveranno da noi. Non è il sandalo più importante di me, ma è importante per tutta la famiglia. Senza sandalo non si può far pascolare la nostra capra. Dove c'è cibo per lei ci sono roveti per noi. La prima cosa che farò quando avrò raggiunto l'isola sarà mandare un paio di sandali a mio padre. Mia madre non parla, ma io so cosa vuole. Vuole che vada e non importa se, via io, loro mangeranno di meno. Non potrò più andare a raccogliere verdure e se si guasterà la pompa che ho costruito per tirare l'acqua dal fiume non avranno più acqua e torneranno a caricarla coi secchi, ma a lei non importa vuole che vada, glielo leggo negli occhi. La mia forse è incoscienza. Quella di Baba è prudenza. Quello di mamma è coraggio. Lei ha coraggio per tutti. Mi sembra di vederla ancora, quando mi ha spronato a camminare di nuovo, dopo che mi ero rotto il piede pascolando le due capre che avevamo. Una è morta cadendo da un dirupo. Io mi sono rotto il piede tentando di salvarla. È stato allora, credo, che in me è nata la voglia di partire. È successo cinque anni fa, ma certe decisioni non parlano lo stesso minuto che nascono. Aspettano che tu cresca, e nel frattempo ti mettono la forza nelle gambe e nel petto. Sono pazienti perché ci vuole anche il tempo per capirle e accettarle. Loro lo sanno. Una cosa comunque è certa, appena nate certe decisioni non muoiono più. Non è solo per ricomprare la capra che voglio partire, ma perché ho fame, una fame che non avevo mai provato prima. La mia pancia è un pozzo, non è mai sazia abbastanza. Il mese scorso abbiamo avuto un giorno fortunato e abbiamo portato molto cibo, io e Baba, e abbiamo mangiato a sazietà perché era di quello che non si poteva conservare. Alla fine, avevo più fame di sempre. Allora ho capito: la mia fame è nella testa. Sono rimasto per un giorno intero a guardare la strada, vedevo solo polvere. Polvere fin dove arrivava il mio occhio. Ho pensato che anche se faccio chilometri non cambia niente, potrei raggiungere solo la piccola oasi dove vive Samir. È l’unico che, con il suo furgone, ha visto tante città. Quando viene lo vedo apparire da una nuvola bianca, porta frutta e verdura una volta al mese, lo vedo scomparire il giorno dopo alla stessa maniera. Samir, la nuvola buona in fondo alla strada. Al mio paesaggio posso aggiungere due palme, e animali liberi, che sul sentiero battuto fiancheggiato da poche casupole, camminano come viandanti smarriti, annusano la polvere; neanche loro conoscono altro. Il mese scorso sono andato in città con Quais, e Baba maledice quel giorno. Pensa che io sia cambiato per questo, perché ho visto la luce elettrica e tante strade asfaltate in una volta sola. Sì, mi hanno impressionato, ma io ero cambiato già prima. Ho anche visto una donna europea, indossava una gonna blu e una camicia bianca, accompagnava un gruppo di turisti, e discuteva con il guardiano di una Moschea guardandolo in faccia, dritto negli occhi. Mia madre e mia sorella, quando provano a discutere qualcosa con mio padre, fissano il pavimento. Ecco, anche questa – ho pensato – è una strada che voglio conoscere. No, mio padre non sa. Ha ragione, però, quando dice di non riconoscermi più, sono sempre arrabbiato e strillo se si parla del viaggio che mi vuole impedire. Con Quais avevamo già parlato di andarcene e avevamo ormai deciso di partire, per questo eravamo andati in città, per prendere accordi. Abbiamo inventato la scusa dei giunti necessari alla pompa dell'acqua. Arrivati lì, però, Quais mi ha detto che con noi sarebbe venuto anche Mahmud. Mi sono arrabbiato con Quais, perché Mahmud è un cattivo ragazzo. Fa sempre liti con tutti, ha ucciso anche un uomo. Quais dice che una volta arrivati ci separeremo da lui. A noi non importerà più niente. Io dico che sbaglia. Si dice che Mahmud non sia figlio di suo padre, che uno dei francesi venuto per il petrolio ha violato sua madre. I suoi occhi non sono uguali a quelli della nostra gente. Ma ormai è deciso Mahmud verrà con noi. Ecco perché sono arrabbiato, voglio fare il viaggio, ma non vorrei farlo con Mahmud. Davvero Baba non sa. Ho sedici anni ormai sono un uomo, non posso fare capricci e decidere io chi deve partire e chi no. La strada è di tutti. Ci dà un passaggio Samir. Passa a prenderci all’alba con il suo furgone scassato. Non verrà con noi, farà un nuovo carico e continuerà a girare per il suo commercio. Giorni e giorni tra un mercato e l’altro lavorando come un cane. Il suo campo, a settanta chilometri da qui, è il più rigoglioso della zona, grazie a lui vivono anche i suoi fratelli, in tutto sette famiglie; il furgone però non può cambiarlo. Dice sempre “Bashir la prossima volta mi vedrai con un furgone nuovo”, poi ride con i suoi denti rotti; sa di mentire. Ci sistemiamo tra le cassette vuote. È il 5 luglio, una buona data per partire, siamo nel mezzo della bella stagione. «Il mare non può farci paura» ha detto Quais, e lui sa quello che dice. Tiro le ginocchia al petto perché mi batte troppo forte il cuore. Per farmi coraggio penso che anche il mare è una strada. Samir ci avverte: «Il tragitto è tutto sterrato, arriverete con le ossa rotte». Poi ride come solo lui riesce a fare anche quando le cose gli girano male.
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