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  1. m.q.s.

    Gli animali non ti guardano

    commento Gli animali non ti guardano C’è una mano che stringe la tua, le dita intrecciate nella presa degli innamorati. Il divano-letto è un vascello di sconfinati ricordi, assorbe il sudore del tuo corpo e si tende sotto la calura estiva, che filtra dalla finestra spalancata sul cemento della corte interna. Quel cemento coperto di catrame sta ribollendo silenziosamente e tu hai ancora l’orecchio destro tappato. Il divano-letto sembra respirare, sotto di voi. Questa è la vostra ultima notte, lì. Un sottile strato di sudore lubrifica l’anulare scivolando tra la pelle e la fede. Le vostre mani saranno intrecciate da un paio di ore e inizi ad avvertire un leggero formicolio. Guardi lassù. Il ventilatore da soffitto vortica furibondo, eppure non può far altro, se non disperdere l’odore acre dei vostri corpi nudi e appiccicaticci. Dici l’ufficiale giudiziario col fabbro e compagnia bella arriverà per le nove. Il marito di tua sorella ci passa a prendere alle otto. Il formicolio che avverti alla mano si estende anche al dito medio, che ti è stato amputato dopo l’incidente. Lisa fissa lo schermo della tv e dice ogni cosa importante per qualcuno ha zero valore per qualcun altro. E tu sai che non sta parlando di nulla in particolare, o forse sì, ma non hai la forza di approfondire la questione. Passi la mano libera sulla fronte, scosti i capelli dagli occhi. Il dito fantasma, anche lui ogni tanto soffre il solletico. Il dito fantasma a volte si alza per mandare a fanculo la gente e poi tu te ne resti così, come se ancora non credessi al vuoto tra indice e anulare. Dici mi dispiace per come sono andate le cose. Ho fatto davvero tutto il possibile e ho dato tutto me stesso, ma sai che il capo non mi ha mai avuto in simpatia. La pancia di Lisa si solleva e si abbassa e una gocciolina di sudore disegna un sorriso sul suo fianco. La tv proietta in quattro terzi un documentario sui grossi felini della savana, ma avete azzerato l’audio. Le onde di luce della tv irradiano di bianco i vostri corpi spiaggiati, e il bianco diventa giallo e azzurro o blu scuro, a seconda dell’immagine trasmessa. State fissando da un po’ quei felini ruggire e sbadigliare e appostarsi; le mani intrecciate bagnano di sudore il lenzuolo e Lisa dice sono loro che stanno guardando noi. Non sembra anche a te che siano questi animali a guardare noi? Lisa ha le gambe accavallate, il piede destro penzola ritmicamente, nel lieve tintinnio della cavigliera in rame. Dici davvero, non so cosa pensare, cristoddio, dì qualcosa, fammi capire che mi capisci. Lisa distende le gambe appoggiandole sulle lenzuola e distoglie lo sguardo dalla tv. Stinge la tua mano, producendo un leggero ciaff. Inspiri e concentri il tuo sguardo sugli scatoloni ammucchiati un po’ ovunque, isole di preoccupazioni ai bordi del monolocale. Sul posacenere colmo di mozziconi. Sulle bottiglie di birra vuote. Sul mucchietto di solleciti che non avete mai aperto. Dici e poi era ora di cambiare casa, questa davvero non ci merita. Non capisco come siamo riusciti a farci stare tutta sta roba. Lisa torna a fissare lo schermo. Chiede possiamo cambiare canale? Questi animali continuano a fissarci. Guardi anche tu la tv, e vedi piccoli uccelli appollaiati sul dorso dei rinoceronti, sulla loro testa, che beccano dentro le orecchie dei rinoceronti. Pasteggiano. Fissi l’occhio nero dell’animale riflesso sullo schermo. Dici gli animali non ti guardano. Non gliene frega un cazzo di noi, credimi. Lisa ha i capelli raccolti in due trecce. Dice io mi alzo, non ne posso più di questi animali che ci fissano. Molla la tua mano. Afferra il pacchetto di Camel e si avvia verso la finestra, che dà sulla corte interna. Si piega in avanti e si appoggia con i gomiti al balcone, poi fa scattare l’accendino. Guardi la sua figura parzialmente illuminata dallo schermo. L’odore di fumo si insinua nella stanza. Ti alzi e raggiungi Lisa e la stringi in un abbraccio, da dietro. Le tue carni contro le sue carni e il sudore fa scivolare il tuo petto sopra la sua schiena, ma solo di qualche centimetro. Lisa chiede dove andremo non ci saranno più animali a fissarci, vero? Volti la faccia verso lo schermo poi lo sguardo scivola al divano-letto su cui fino a poco fa tu e Lisa eravate distesi. I vostri corpi hanno lasciato impronte di sudore e pelle invisibile ovunque. Con un po’ di fantasia, puoi indovinare il culo di Lisa, tra quelle macchie. La testa di lisa, la sua schiena, le sue gambe. Cerchi l’effige della tua mano e lo spazio che il moncherino dovrebbe aver lasciato, un’impronta a quattro dita, ma poi rammenti che la mano era intrecciata alla mano di Lisa e così cerchi la macchia lasciata da quelle nove dita congiunte. Infine lasci perdere. Sposti lo sguardo nuovamente sulla tv e ti accorgi che tutti quegli animali, leoni e giaguari e rinoceronti della savana, stanno in effetti fissando il divano-letto. Sono reali e si chiedono dove siete finiti. Fissano le impronte di voi che fissavate gli animali. L’idea degli animali che fissavano voi è la verità adesso, lì. Quando, tra poco, tornerete su quel divano-letto per l’ultima volta, prima di chiudere gli occhi, forse sentirete davvero l’umidità di quelle lenzuola impregnate di fumo, o forse no, e tutto sarà scontato e disincantato. Il divano-letto scricchiolerà, lo sai, e il materasso liso sprofonderà leggermente. Spegnerete la tv e la stanza sarà buia e vi addormenterete. Buonanotte. Giri la testa e appoggi la faccia sulla schiena di Lisa. Le dai un bacio sulla pelle nuda. Dici no, dove andremo non ci saranno animali a guardarci.
  2. Sjø

    La scoperta

    «Pensaci: è così». «Sei fuori di testa» sbuffo fuori assieme a una nube di fumo. Sospira e «non ti capita mai» riattacca «di immaginare una cosa, anzi che qualcosa vada in una determinata maniera poi la vivi proprio allo stesso modo?» Rifletto e «non mi viene in mente niente. No» rispondo. Scrolla la testa, strattona indietro il ciuffo rosso che gli plana sulla fronte e «sei troppo razionale, per te deve essere tutto scientifico» dice. Lo penso e lo dico: «sai com’è». Allama il mio sguardo al suo e «perché una cosa esclude l’altra?» domanda. Mi gratto là dove avevo capelli, poi «che intendi?» chiedo mentre sfrego la cicca sul tacco dell’anfibio, la pinzo fra pollice e indice e la schiocco a un quattro-cinque metri da me. Rapido Ivan si alza, due falcate e raggiunge il punto in cui è atterrata, fruga fra l’erba alta poi torna da me con quella in mano. «E te saresti un biologo?» dice ficcandola dentro il collo della bottiglia vuota. «Ehi cazzo fai, c’era ancora un goccio» faccio seccato. «Tanto faceva schifo» ribatte. «Cazzo dici è una delle rosse migliori». «Ne conosco una ancora meglio» ridacchia saldandomi gli occhi addosso. Colgo al volo e tento di atterrarlo subito il pensiero di Viola ma lui con un «l'hai più risentita?» lo fa ridecollare. «No. Che ore abbiamo fatto?» provo a glissare. «Gregorio e Viola, la coppia perfetta» riattacca. «Falla finita Ivan». Lui lo sa che quando lo chiamo per nome non promette nulla di buono ma sembra ignorarlo ed «è colpa tua» riprende. «Cosa?» «È solo colpa tua: sempre a pensare che ti avrebbe lasciato e l'ha fatto, hai pilotato la tua storia: il discorso di prima, torna tutto». Se lo avesse detto qualcun altro gli avrei messo le mani addosso. Con lui, però, non ce la faccio ad incazzarmi, non ci sono mai riuscito, nemmeno quando mi lanciò addosso due pomodori maturi, che la vedo ancora adesso la maglietta tutta impiastricciata di rosso mentre cerco di capire come abbia fatto, da quella distanza, a centrarmi, con quelle piccole mani che forse nemmeno riuscivano a scrivere le lettere ancora. Con un «ehi ci sei?» mi strattona all'ora e al qui. «Cosa vuoi?» «Ti eri assentato». «Sì e allora?» «Fai una faccia quando ti capita che la metà basta». «Cazzo dici? Che significa quando ti capita?» «Che non è la prima volta. Da quando ti conosco, cosa sono» alza la mano e conta le dita «diciassette, diciotto anni? Lo hai sempre fatto». «Oddio che palle: sei sempre ad osservare, non ti si regge». «Certo, è grazie al fatto che osservo che ho capito anche questa faccenda. Ma non è una cosa astratta: ci auto pilotiamo nella direzione dei nostri pensieri. Hai presente quando torni a casa con l'auto e non ti sei reso conto della strada che hai fatto e come ci sei arrivato perché tutto il percorso hai pensato ad altro?» «E quindi?» «È come se il tuo cervello avesse impostato il navigatore e il tuo corpo gli andasse dietro. Cioè» dice avvicinandomi le mani aperte alla faccia «capisci? Sali in auto e dici a te stesso: voglio arrivare lì. Tutto quello che viene dopo è automatico. Lo stesso vale per tutte le altre cose di ogni giorno». Negli occhi che attracca ai miei ci leggo l'ansia che io dica qualcosa per la sua scoperta ma il mio «e allora?» non è certo quello che vorrebbe sentire. Resta allacciato al mio sguardo, in silenzio, poi «te sei limitato» dice scocciato «pensi che il DNA spieghi tutto». «Tutto no, ma tanto». «Ecco vedi?» «Ma vedi cosa?» «Devi sempre trovare una spiegazione nei libri di Scienza». «Pubmed» ridacchio. «Eh?» fa lui. «Pubmed». «E che cazzo è?» «La libreria online che raccoglie tutti gli studi scientifici, un archivio di tutte le ricerche che vengono pubblicate ovunque nel mondo». «Davvero e me lo dici solo ora?» «Ti interessa?» «Non me ne può fregare di meno, ma senti: qual è la cosa che desideri di più?» «In che senso?» «Cosa cerchi, cosa vuoi: la tua ambizione». «Nessuna». «Non è possibile. Mettiamola così: cosa ti manca?» Ci penso ma non troppo: «la libertà, l'indipendenza economica». «E perchè?» «Se non fosse per i miei non ce la farei solo con quello che prendo, o perlomeno sopravvivrei e basta». «Beh se volevi soldi forse hai scelto la strada sbagliata». «È il mio sogno la Ricerca, è quello che sono. Non riesco e non voglio fare altro». «Perché?» «Mi ci vedi chiuso in un cazzo di banca, tutto il giorno davanti a un computer oppure a una catena di montaggio a ripetere all'infinito gli stessi gesti, dentro una scatola di cemento a produrre oggetti che altri compreranno dentro un'altra scatola di cemento con i soldi guadagnati dentro un'altra scatola ancora?» «Sempre di cemento?» «Cosa?» «L’ultima scatola è sempre di cemento?» «Vai a cacare». «E il laboratorio? Sei chiuso dentro anche lì no?» «Ti sbagli, sono ovunque, dentro ogni cellula che analizzo». «Per fare cosa?» «Mi prendi per il culo?» «No, è una domanda seria». «Dove vuoi andare a parare?» «Te dimmelo». «Non ricordo la domanda». «Perché fai il ricercatore?» «Per trovare cure, spiegare meccanismi biologici e tanto altro». «Te lo sai qual è una delle cose che ti dà più fastidio, no?» «Sarebbe?» «Il dubbio. Da quando ti conosco non lo tolleri, hai sempre detto che volevi tutto tranne l'incertezza». «Sì va bene e allora?» «Guarda cosa fai gran parte del giorno? Cerchi quello che non si conosce. Ti sei auto pilotato dentro le tue paure, dentro ciò che immaginavi e ci sei arrivato». Non ci avevo mai pensato, o perlomeno non l'avevo mai vista da questa angolazione ma lo penso e lo dico: «non l'accetto questa tua banale visione del mondo». «Perché?» «Responsabilizza troppo la persona di cose che potrebbero accadergli anche per altre cause esterne». «Senti Gregorio». «Ora basta» gli sputo in faccia puntandogli l'indice in faccia «falla finita con questa storia, mi hai stufato». Mi alzo, sgancio due pacche ai jeans per scrollare erba e quanto altro e, dando le spalle ad Ivan, mi avvio verso la macchina, trascinando questa fottuta gamba ingessata che mi sono rotto sabato. Maledetta moto, ma poco male: tanto era da un pezzo che pensavo di voler rallentare un po’.
  3. Marco C.

    L'amico giusto di Marco Cesari

    Titolo: L'amico giusto Autore: Marco Cesari Collana: Leggi RTL 102.5 Casa editrice: Ugo Mursia Editore ISBN: 9788842561163 Data di pubblicazione (o di uscita): 5 luglio 2019 Prezzo: 17,00 € Genere: Narrativa Pagine: 264 Quarta di copertina: «Fai le cose per te, non per gli altri. Molla quello che non ti interessa, fregatene di quello che pensano le persone, e inizia a vivere la tua vita.» Luca e Mattia s’incontrano un pomeriggio sul lago. Luca è spavaldo e sicuro di sé, Mattia è timido e impacciato, eppure è amicizia al primo sguardo. Dopo quell’incontro vivranno uno di fianco all’altro gli anni del liceo, le prime vacanze da soli, l’amore per la stessa ragazza, le difficoltà del diventare adulti scegliendo di vivere liberi dalle costrizioni sociali, seguendo la loro coscienza e i loro desideri, oltre i confini che altri hanno tracciato per loro. Prenderanno strade diverse, eppure quel legame nato sui banchi di scuola non si spezzerà, ma li legherà per sempre in modo inaspettato. Non importa quale sarà il prezzo da pagare se il destino ti ha dato l’amico giusto. Link all'acquisto: Amazon - Mondadori Store.it - la Feltrinelli.it - IBS.it - Libraccio.it - libreriauniversitaria.it - Unilibro.it - LibroCo. Italia - Hoepli - La Grande Libreria Online - Ugo Mursia Editore
  4. Ospite

    Solferino

    Nome: Solferino Generi trattati: Principalmente saggi, ma anche romanzi in generale Modalità di invio dei manoscritti: Preferibilmente a mezzo form http://www.solferinolibri.it/contatti/ Distribuzione: vedi RCS Sito: http://www.solferinolibri.it Facebook: https://www.facebook.com/SolferinoLibri/ Nuova CE afferente al gruppo RCS.
  5. Adelaide J. Pellitteri

    [FdI 2019-2] L'im-materiale prezioso

    La miniera del buio, il libro emerge senza che lo stessi cercando. La parola buio, d’altronde, non poteva passare inosservata. Non è un buon periodo per me e, a causa mia, non lo è nemmeno per gli altri. Immagino ci sia un errore in questo titolo, la miniera è nel buio. Non comprendo. Ripeto le parole confermando la “svista”. Dopotutto è sempre così, se ti convinci di una cosa è difficile vederne un’altra. Sono giorni che ci penso, ma l’ho lasciato lì dov’era, il libro. Non so nemmeno di chi sia, come abbia fatto a finire sul mio scaffale. Un regalo dimenticato? Un acquisto distratto? Un prestito mai restituito? Non lo so. Il titolo torna a bucarmi il cervello al pari di quella canzone che ti assilla per un giorno intero o anche di più. Rifletto. Gli artisti, anime rare, – penso – e menomale – aggiungo con un po’ di acredine – quelli veri sono un po’ folli, fossero troppi si vivrebbe tutti dentro una gabbia di matti. Ok, il libro, il titolo… anche questa giornata è finita, meglio andare a dormire. Gualcisco le lenzuola con un sonno inquieto, mi trovo dentro una miniera, buia, per l’appunto; la lanterna che ho in mano illumina solo fino ad un passo da me, una nebbia scura e polverosa impedisce ai raggi di allungarsi più in là. Mentre procedo, il corridoio si rimpicciolisce, non lo distinguo con gli occhi, ma sento le pareti granulose e irregolari farsi più vicine, graffiarmi le braccia. Devo fermarmi. Mi sveglio imprigionata dal sudore e dall’ansia. La stanza è immersa nel buio più nero che abbia mai visto, neanche fossi cento metri sottoterra. Provo a tastare le pareti con gli occhi, sono certa che alla mia destra ci sia una finestra. Chissà perché, però, comincio la ricerca dal lato opposto, forse per scorgere meglio la sagoma. Ho paura di non riconoscerla, e ci metterò un secolo prima di arrivare alla parete dove non sono più sicura che esista, la finestra. La memoria potrebbe ingannarmi, lo ha fatto spesso ultimamente, tanto che ho perso credibilità. La vita privata non deve interferire con il lavoro, ma non siamo robot, e chi ha inventato questa frase non so con quale testa ci abbia ragionato su. Se finisci in una scarpata ne risente tutto il corpo, magari ti sarai anche fatto male a una gamba, allora sarà ovvio: pur tornato al lavoro, tutti vedranno che zoppichi. Non scorgo nulla sulle pareti che ho intorno, né il profilo dei quadri né la sporgenza di un applique, niente. È finito così il mio mondo? Un clic sull’interruttore della luce e tutto è sparito? La miniera del buio torna alla mente. Ma cosa vuol dire? Forse che il buio genera buio?! Non è consolante. In ogni caso, questo titolo mi affligge e distrae allo stesso tempo. Con il pensiero scortico il nero che mi accerchia, vorrei allungare le mani afferrare qualche oggetto, fosse anche quel chiodino rimasto senza “passato”, senza la foto che mesi fa ho scagliato fuori da me, dalla nostra stanza, con tutta la rabbia che avevo dentro. È da allora che scivolo giù. Al lavoro non si fidano più di me. Non sono lucida mi dicono, e il patrimonio di affidabilità, che avevo accumulato con tanto sacrificio e dedizione, si sta smaterializzando come il capitale di una società in fallimento. Vago ancora in questo stato oscuro che sa di depressione, senza immagini non percepisco le distanze, l’orientamento della testa però mi dà un’indicazione precisa, e so a quale parete sono arrivata. Riconosco la finestra per l’impercettibile fluorescenza che traspira. È il mondo che pure in silenzio scalpita, pressa dietro gli infissi serrati con la sua luce potente. Percepire la sua esistenza, oltre questo nero ossessivo, mi commuove come il risveglio dopo un intervento dalla dubbia riuscita. Fosse stato ieri avrei detto: “con me non attacca, sei troppo doloroso e falso per attirarmi di nuovo, non ci casco più dentro il tuo chiasso, i tuoi colori sgargianti, per riconoscere, poi, quanto sia bello di prima mattina gustarsi un cornetto e un caffè”. Faccio un respiro profondo, stiro le labbra, forse mi sto concedendo un sorriso. Scoprire di non essere cieca cambia ogni cosa. Mi alzo, accendo la luce mentre una strana euforia mi riscuote, corro allo scaffale, tiro fuori il libro: è di poesie. Cerco quella che dà il titolo alla raccolta. La miniera del buio È una miniera questo buio assoluto, ne scopro adesso la preziosità. Una sola nota dentro il suo silenzio Un solo sprazzo dentro la sua notte Una sola uscita tra gli scavi ciechi Io minatore, tra le sue pareti, alla ricerca del frammento vivo. Leggo la quarta di copertina: Ogni buio è una miniera di “im-materiale prezioso”, un po’ minatori bisogna esserlo tutti. E mentre stringo il libro sul petto, penso che senza gli artisti saremmo dei veri animali, nel senso più tragico. Durante una doccia che dura oltre mezz’ora, metto a fuoco i problemi che, con la mia negligenza, ho causato al lavoro. Ho molto da recuperare. Annuncio il ritardo in ufficio, ho bisogno di due ore di tempo per rimettermi in sesto. Rivedo il progetto, quello che rischia di mandare a puttane anni e anni di lavoro, e non solo il mio; trovo l’inghippo. Mi basta invertire due “linee”, l’ostruzione che sfuggiva ai miei occhi. Metto un po’ di lucido sulle labbra, da troppo tempo digiune e senza allegria. Lascio così che il lavoro interferisca sulla la mia vita privata, mi affranca da colpe che non ho e da pene che non merito. Ti lascio nel buio, e lì non verrò più a cercarti.
  6. andrea werner mondazzi

    Rom

    C’era una ragazzina Rom che viveva nel campo nomadi di Spinaceto e i genitori qualche volta la lasciavano andare a scuola. Lì aveva fatto amicizia con la figlia della parrucchiera, che le raccontava di tutte le signore coi capelli ricci o lisci, biondi o rossi, lucidi e profumati. Alla bimba Rom l’idea del profumo nei capelli produceva stupore come nulla altro al mondo. Pensava che le sarebbe piaciuto prendere una ciocca dei suoi capelli lunghi, anche se non erano proprio lisci, e fermarla tra il labbro superiore e le narici, annusarla e gustare anche lei un po’ di profumo. La bimba Rom pensò che le sarebbe piaciuto diventare parrucchiera da grande, che avrebbe potuto lavare i capelli alle signore coi ricci, pettinare i capelli biondi e poi metterci il profumo. Alla mamma ed al papà lo raccontò il suo sogno, ma a loro non piacque, si arrabbiarono e suo fratello grande la inseguì per tutto il campo. Quella sera la presero in giro anche gli altri bambini del clan vicino di camper. Un giorno che era riuscita ad andare a scuola, pensò di aspettare la mamma della sua amichetta, la signora parrucchiera, e chiederle se fosse potuta andare ogni tanto ad aiutarla. Non voleva nulla, non voleva un soldo in cambio, solo aiutarla, per imparare, così da grande avrebbe potuto anche lei essere una parrucchiera. Ma quando la mamma della sua amichetta arrivò e lei le chiese il permesso di aiutarla, la signora si girò verso la figlia e disse: “Ma questa sta in classe con te? Vedi di starle lontano, queste portano i pidocchi”. Poi prese per mano la figlia e se ne andò. La ragazzina Rom non fece neanche in tempo a salutare la sua amichetta, quando arrivò la maestra che le disse: “Ci eravamo raccomandati coi tuoi genitori che ti dicessero di stare alla larga dai figli delle persone per bene! Lo capisci che ci dovresti ringraziare che ti facciamo entrare a scuola?! Lo capisci che tua madre e tuo padre le tasse non le pagano?!”. La bambina scappò via piangendo. Le lacrime le sciolsero la polvere che aveva sulle guance e le scesero giù fino alle narici e fino alle labbra. Correva, scappava, piangeva e, mentre sentiva l’odore ed il sapore della polvere, capì che avevano ragione i suoi genitori. Che avevano fatto bene ad arrabbiarsi, aveva fatto bene suo fratello ad inseguirla e gli altri bambini a prendersi gioco di lei. Lei che non capiva nulla. Che non capiva che lei la parrucchiera non l’avrebbe mai potuta fare, neanche da grande. Perché le signore coi capelli profumati i suoi pidocchi non li volevano.
  7. lovigius

    Dov'era il tuo filo, Arianna?

    Mi persi, e non era il luogo, io mi persi come solo dentro se stessi ci si riesce a perdere. Ero io stesso quel fottuto labirinto. E tu dov'eri, Arianna, dov'era il filo che mi promettesti. T'ho cercata in tutti i miei sbagli, in tutte le parole che ci siam detti prima di lasciarci, in tutti gli angoli della memoria, e poi ti ho aspettata dietro ad ogni mia lacrima, come un bambino senza vergogna e non t’ho trovata. Non m'hai salvato, Arianna, le tue promesse sono cadute come meteore sopra le valli desolate del mio cuore. Son state loro a trafiggermi, le tue promesse vuote e le tue assenze incolmabili hanno schiacciato le mie speranze con una forza che nemmeno t'immagini. Ogni tanto mi perdo di nuovo, quasi mi piace, nei posti in cui è difficile uscire, ho scoperto, è nascosto sempre qualche altro motivo per vivere. E quel motivo non sei tu, Arianna, non più ormai, e ci ritroviamo, ora, un amore scemato con la stessa rapidità con cui è sbocciato, per colpa tua, non mia. Però no, non ti odio, non ti porto rancore se vuoi saperlo, non saprei portartene. Nelle mie solitudini non so che pensare a quale motivo avresti potuto mai avere per recidere senza rimorsi il filo rosso che ci univa. E non dirmi che il mio amore non è mai stato corrisposto perché sai bene che non è affatto così. Tu m’hai lasciato lì dentro, Arianna, tra gli angoli bui di quel labirinto, tenendoti cara la vita lì fuori, mentre io dovevo salvarmi dal dolore atroce che mi avevi causato prima ancora che dalle fauci di tuo fratello. Però non ho provato più nessuna paura, solo dolore e null’altro. Del resto come avrei potuto? Come avrebbe potuto la mia anima provare qualsiasi altro tipo di sentimento, qualunque tipo di emozione? Era quella la traccia da seguire, quella mancanza di paura che non era né coraggio né stoltezza, un vuoto che io ho seguito con occhi spenti e cuore fermo. Il filo che mi avrebbe salvato era fatto di assenze e fibre di un amore rinnegato, il tuo amore Arianna. Ne uscii da solo e me ne feci una ragione, lasciando insoluti tutti i perché che mi avevi causato; così non ti ho cercata, né dentro me stesso né fuori, mai più, però ti scrivo ancora, nell’intimità di camera mia, in un angolo sperduto del palazzo di mio padre. Dove sei Arianna? Che vita vivi? Che forma ha il peso che ti porti sulle spalle? Lo so che ci pensi spesso anche tu al gesto atroce che hai commesso, nemmeno l’ultimo degli uomini dovrebbe esser tradito come è successo a me. Che me ne faccio ora della gloria, del mio nome inciso sulla pietra se vivo una vita senza senso? Dimmelo tu Arianna, prova a spiegarmelo tu che ne sei la causa primaria. Con che coraggio posso io, Teseo, uccisore del Minotauro tuo fratello, abbandonarmi tra le braccia di una donna? Con che coraggio posso fidarmici, rimettere nelle sue mani la vita mia e quella di tutta Atene così come ho già fatto con te? No, non mi rammarico del passato, di aver lasciato, incauto, il cuore nelle tue mani. Se le mie spoglie giaceranno in un posto lontano da quel labirinto è perché gli dei hanno per me piani che né io né tu possiamo comprendere, ma questo mi condanna ad una vita in cui tutto di me sarà arido e duro come pietra. Lasciati richiudere ora in un angolo dell'anima, mentre rimetto alle fiamme questa lettera che puntualmente scrivo e subito dopo brucio. Sei un dolore tutto mio, Arianna, la città non saprà mai nulla di te se ti tengo nascosta sotto la maschera di quel fiero sorriso che ogni giorno indosso al cospetto degli altri.
  8. wojtek edizioni

    Wojtek Edizioni

    [Ricezione manoscritti ripresa fino a maggio 2019] Nome: Wojtek Edizioni Generi trattati: http://www.wojtekedizioni.it/index.php/libri-t narrativa contemporanea non di genere - libri illustrati per bambini Modalità di invio dei manoscritti: http://www.wojtekedizioni.it/index.php/contatti manoscritti@wojtekedizioni.it Distribuzione: DirectBook Sito: http://www.wojtekedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/wojtekedizioni/
  9. appassionato

    Un tempo piccolo

    Nino stava correndo a perdifiato: era in ritardo, dannazione, e mamma avrebbe usato di nuovo la canna sul suo deretano. “Forza Nino, veloce!”, si diceva a bassa voce facendo sgambettare lesti i piedi piccoli ed evitando accuratamente la parte polverosa della strada…ci mancava solo di arrivare lurido e la frittata era fatta. Fortunatamente stava cantando l’ultimo rintocco delle dodici quando spinse, cercando di nascondere quanto fosse trafelato, l’uscio di legno pesante e: «eccomi! Serve acqua dalla fonte?» per mostrarsi attento; la madre alzò gli occhi dalla pentola in cui ribolliva la zuppa di ceci, patate ed erbette, lasciò illuminare il viso da un sorriso a falce di luna e gli fece cenno di accomodarsi. Era piena estate, i venti caldi da sud avevano iniziato a sferzare l’isola con continuità e cielo e mare erano un tutt’uno in cui perdersi. Nino esplorava i dintorni da mattino a sera, in bici fino a dove i sentieri lo permettevano, non perdendo occasione per scoprire nuovi anfratti. Questa volta voleva spingersi fino al lato più impervio, quello della alte scogliere, quello che già una volta aveva raggiunto, faticando e seguendo con dovizia gli insegnamenti di papà. Doveva partire non appena pranzato e tenere un ritmo sostenuto di pedalata per una trentina di minuti; quindi si saliva, avrebbe forse dovuto spingere per raggiungere il punto più alto del promontorio per poi aver strada libera e lasciarsi lisciare dall’aria fresca. Sergio stava riposando all’ombra del pergolato e nel contempo rimuginava sulle modifiche da fare al dipinto; i toni cobalto e amaranto non lo convincevano e, con calma, non appena si fosse presentata la luce corretta, avrebbe ripreso a lavorare. Era stato un uomo socievole e agiato fino a quando la incontrò: fu un amore a prima vista e purtroppo anche breve. Un anno, poi la famiglia di lei si trasferì oltreoceano e, nonostante le cieche promesse iniziali, la loro unione naufragò velocemente. Decise di non essere portato per gli affari di cuore e che fosse il momento di dedicarsi a sé, alle pulsioni che percepiva scontrarsi nel suo animo, ramingo ed eremita e la proprietà del nonno materno, sperduta su un isolotto, gli parve subito perfetta. Andava in paese una volta al mese per le provviste, soprattutto non mancava mai di fermarsi a fare incetta di otri di vino da ‘Ntoni, un anziano mezzadro con cui aveva fatto quasi amicizia. Le giornate erano segnate dal suo umore, dallo stomaco, dal chiarore in veranda; orologi e telefoni non esistevano, regole e preoccupazioni nemmeno. Versò un bicchiere di rosso e subito un altro: assaporava con gusto, questa volta ‘Ntoni aveva fatto un’ottima vendemmia e il risultato finale era profondo, rotondo e profumato. Deglutì e iniziò a preparare i colori, quando un tonfo improvviso lo sorprese. Nino, incuriosito dalla casupola sul finire dell’orizzonte, non aveva rallentato e adesso stava scendendo senza riuscire a decelerare. “Maledetti freni!” pensava, “avrei dovuto sistemarli da un pezzo!”; sembrava stesse cavalcando un toro scatenato e in un batter d’occhio si trovò a gambe all’aria e quindi a ruzzoloni fino a sbattere sul muro della casa. Si rizzò in piedi, cercò di ripulire alla bell’e e meglio e «e tu chi sei?», domandò perplesso Sergio, continuando subito «ma che hai combinato? Guarda, sanguini dalla testa e dalle ginocchia…vieni, vieni qui alla fontanella», appoggiando la mano destra sulla spalla del ragazzo. Si scrutarono per un poco in silenzio, con fugaci occhiate nel momento in cui uno dei due abbassava lo sguardo; quindi Nino si accomiatò, un poco imbarazzato ma soprattutto perché in soggezione di fronte a quello strano personaggio, tanto magro quanto dall’espressione bonaria. Nei giorni seguenti prese l’abitudine di avvicinarsi alla casa di Sergio e spiare nascosto nell’ultima fila di arbusti: c’era sempre un movimento rarefatto e un’atmosfera ovattata; anche il vento pareva sonnecchiare ed evitare di disturbare il pittore che, indossato un largo cappello di paglia, passava molto più tempo del solito dinanzi al cavalletto. Sergio si era accorto fin dal primo momento delle visite discrete del ragazzo, ma non mosse un dito: parevano due gatti che si adulavano da tetti di palazzi contigui, senza mai il coraggio di invadere uno il terreno dell’altro. L’autunno iniziò a gorgogliare e rendersi dispettoso, prima con temporali violenti quindi con un brusco abbassamento delle temperature; il cielo, una volta indossato l’impermeabile grigio, non rischiarava più il lavoro dell’uomo che si preparò per rientrare sulla terraferma, per svernare e mettere insieme i denari che gli permettessero la sussistenza; la bella stagione aveva fruttato quindici dipinti più uno, raffigurante né mari né tempeste. Nino, di rientro dal primo mese di scuola sfruttò una domenica di sole per tornare al promontorio: le persiane vermiglia erano ben serrate e il tavolo, le sedie e il cavalletto probabilmente accatastati all’interno. C’era però un pacco sulla porta, con scritto in stampatello “Per il mio aiutante nascosto”. Si sentì avvampare in misto tra vergogna, titubanza e curiosità…era forse per lui? Decise di rischiare e scartarlo; avrebbe comunque avuto il tempo per rimettere ogni cosa al suo posto. Il cuore iniziò a tambureggiare e un senso di calore lo avvolse: la bellezza e l’armonia delle tinte lo lasciarono senza fiato. Mare e cielo si mischiavano sullo sfondo e si poteva riconoscere facilmente il retro della casa e soprattutto la macchia verde da cui spuntavano una ruota di bicicletta e una testa scompigliata assai simile alla sua. Sorrise, mise il pacchio sotto braccio e iniziò a fare respiri profondi. La primavera sarebbe ricomparsa timida in pochi mesi e, probabilmente, avrebbe danzato fra i fiori, le nuvole imbizzarrite e la tenera amicizia fra un uomo ferito e un ragazzino curioso
  10. Mariner P

    [FDI 2019-2] Il Sindaco e la Leva Militare

    Quando incontrò gli occhi buoni di Maria non poté nascondere nulla, e li vide farsi tristi. «Ch’è successo stavolta?» Lei chiese. Filippo - sindaco di P. , piccolo centro della Calabria tirrenica - aveva problemi da terra, mare e cielo; ma da un mese uno li sopravanzava tutti. «È arrivato un telegramma dal Ministero», disse, «dobbiamo rispondere entro tre giorni sennò mandano un Commissario ad atta. Il Direttore Generale stamattina m’ha pure chiamato col telefono della stazione dei carabinieri, e me n’ha dette di tutti i colori, che mi fa arrestare, che siamo degli ignoranti, che ritardiamo la ricostruzione dell’Italia». «Gesù! Gesù!» implorò la moglie. L’orologio del campanile stava dando i tocchi delle due. Filippo entrò in cucina, diede uno scappellotto d’affetto a Saruzzo e Michelino e si mise pure lui a tavola. «E mo’ che fai? Gliela mandi la lettera o no?» «Prima mangio, poi ci ragiono ancora. A stomaco pieno si pensa meglio». I periodi della fame, a causa della guerra, erano ancora pittura fresca nella memoria e, dopo aver ringraziato Iddio per essere vivi, la prima preoccupazione di ogni cristiano era il cibo. Poi venivano i figli e il tetto. Questa era la vita nel 1949 nel Sud d’Italia. Forse anche al Nord. Il problema del sindaco era grave. Il Ministero della Difesa aveva chiesto le liste di leva - niente di strano - ma aveva pure ordinato di comunicare se il Comune confinasse col mare o se la sede del Municipio fosse sopra i 2000 metri. Aveva precisato che serviva a dividere la leva: nel primo caso i coscritti andavano in Marina, nel secondo negli Alpini. Se non era sul mare né in montagna, destinazione Esercito. Il guaio era la durata della ferma: in Marina 28 mesi, nell’Esercito 18. Il Comune di P. era sul mare. Filippo quando s’affacciava dalla finestra lo aveva davanti, blu, a due passi; d’estate prima della guerra ci andava a fare il bagno. Ora c’erano zone pericolose, stavano aspettando la bonifica dei genieri: potevano esserci siluri e altri ordigni non esplosi coperti dalla sabbia. Quando ricevette l’ordinanza ministeriale sulle liste di leva, il suo primo pensiero era andato a Saruzzo e Michelino. Li aspettavano ventotto mesi di naja, invece dei diciotto se fossero nati pochi chilometri più all’interno. Poi pensò a tutti gli altri monelli che avevano la strada per doposcuola. Che destino infame! Non aveva ancora risposto sperando arrivasse un contr’ordine, chissà ... un miracolo. Mangiò poco e durante il pranzo non disse parola. Stava alzandosi quando Saruzzo, il maggiore dei due, lo bloccò. «Vuoi sentire la poesia che il maestro ci ha dato da imparare a memoria?» Filippo finalmente sorrise; il figlio allungò una mano sotto la sedia dove teneva la cartella, prese il libro di lettura, lo aprì e lesse. La sua voce era una melodia. A casa di Zela c’era un ragnetto. Tesseva la tela per tana, per letto. Con duro lavoro giammai si fermava, per lui era oro ciò che annodava. Studiato con cura, era un bel posto un poco nascosto per non far paura. Una volta finita col filo ben teso gli avrebbe reso più bella la vita. Diede un bacio a tutti e uscì. La filastrocca fece la magia di rasserenarlo. Dopo pranzo tornò in Municipio per il solito problema dell’acqua. L’indomani mattina incontrò alcuni tecnici delle Ferrovie. Nella stazione di P. si facevano i cambi turno. Volevano costruire un dormitorio per il personale viaggiante, e avevano chiesto se ci fosse terreno comunale disponibile. Il binario che correva parallelo al mare, si diramava in sei per la stazione e il deposito di locomotive dove lavoravano in molti. Le FFSS erano fonte di pane, il sindaco voleva tenersele buone, tant’è che aveva suggerito di ampliare la stazione. Erano arrivati con mappe più dettagliate di quelle del suo ufficio. Filippo non aveva bisogno di cartine: del suo paese conosceva ogni pietra, per nome e cognome, e aveva già in mente il posto buono per la palazzina. Il suo suggerimento fu accolto ma, quando chiese se avessero deciso di allargare la stazione, rimase di pietra. «È una cosa lunga. Per mettere altri binari», spiegarono, «dobbiamo chiedere l’autorizzazione al demanio marittimo perché andremmo a sistemarli in zone di sua competenza. E sarà necessario un decreto perché poi diventeranno demanio ferroviario». «Sì, demanio marittimo, demanio ferroviario: una questione seria», commentò il sindaco, fra sè. Chiese se potevano lasciargli una mappa e la ottenne. Finito l’incontro, chiamò il geometra comunale per studiarla meglio con lui. Il giorno successivo si consultò col segretario comunale per la risposta al Ministero, ci dormì su un’altra notte, infine partì la lettera sulle liste di leva. Venti giorni dopo, un altro telegramma: “La S.V è convocata con somma urgenza per conferire in merito alla comunicazione ...” L’aspettava. A Roma andò con la carta delle FFSS e il geometra. Un’ora di anticamera e furono al cospetto del Direttore Generale per la Leva Obbligatoria. Troneggiava dietro una scrivania che pareva l’Altare della Patria; a sinistra due Ammiragli, a destra tre Colonnelli, tutti pieni di mostrine. Filippo, senza sapere né leggere né scrivere, s’era messo la fascia di primo cittadino prevedendo battaglia. Era la sua alta uniforme. “Colpitemi qui, al centro del tricolore” avrebbe detto al plotone d’esecuzione. «Cos’è questa storia che P. non confina col mare? Il sole vi ha dato di volta il cervello?» tuonò il Direttore Generale. Uno degli Ammiragli, con un risolino, tirò fuori una cartina geografica e la poggiò su un lato della scrivania, indicando proprio P., bellamente e da sempre sul mare. Uno dei Colonnelli sventolò un foglio che aveva in mano: la risposta del Comune. «È sua questa firma? La riconosce?» altro risolino. «Posso spiegare?» disse il sindaco. «Che c’è stato un madornale errore», fece il Direttore Generale. «Non conoscete il vostro paesetto? Non sapete nemmeno leggere una carta geografia?» «Eccellenza, devo confermare che il nostro Comune non confina con il mare», disse Filippo, deciso. «È uscito di senno? P. confina col mare! Guardi! Guardi la cartina!». Il vocione del Direttore Generale fece tremare le mostrine degli ufficiali. Filippo strinse col pugno la fascia tricolore, e dié cenno al geometra di allungargli la mappa delle Ferrovie. «Eccellenza permette?» chiese, e la distese sulla scrivania. Quelli lo guardarono sorpresi. “Che vuole questo sindachetto meridionale?” Si stavano chiedendo. Nelle teste avevano scartoffie al posto dei neuroni. «Ecco, questo è il territorio del nostro Comune», disse mostrandolo sulla mappa, «a destra le montagne, a nord e sud i comuni di S. e di F.; a sinistra il mare. I confini sono ben tracciati». Gli altri annuirono perché la mappa questo diceva. «Guardiamo meglio il lato dove c’è il mare. Come vedete, proprio accanto alla spiaggia c’è il binario», proseguì, «questa mappa viene dalle Ferrovie dello Stato». «Quindi, dal mare alla montagna ci sono nell’ordine», continuò, toccandoli col dito, adagio adagio, uno a uno, «il mare ... la spiaggia ... la ferrovia ... e infine ... il territorio del nostro Comune. Questo per tutto il lato mare, da qui a qui. Non c’è un metro di territorio comunale tra la ferrovia e la spiaggia». Filippo si fermò e li fissò, sempre col dito puntato su quella parte della carta. «Le vostre eccellenze vedono anche loro che è così?» Uno degli ammiragli s’avvicinò e la osservò con cura. «Va bene, così dice la mappa», dovette ammettere. «Per tutto il lato mare, il demanio ferroviario è fra il territorio del Comune e il demanio maritimo. Dunque il nostro Comune confina col demanio ferroviario, non col demanio marittimo», concluse Filippo, «se non confina col demanio marittimo, non confina col mare, e quello che ho scritto è vero». Il Direttore Generale per la Leva Obbligatoria rimase a bocca aperta. «Diavolo d’un sindaco!» sbottò, infine, con una gran manata sulla scrivania. Finì che i ragazzi di P. andarono nell’Esercito e non in Marina: diciotto mesi di ferma invece di ventotto. Filippo venne rieletto altre due volte.
  11. Niknik

    Una giornata col Bessa

    Quando il citofono suonò erano le quindici e un quarto. Era un classico che Bessa fosse in ritardo. Che poi quello stronzo aveva anche il coraggio di lamentarsi se tu ritardavi di un paio di minuti. Comunque. Stavo lì a fissare l'orologio da almeno venti minuti, allo scoccare delle quindici diventai elettrico, ogni momento era quello buono. <<E' per me!>>, dissi, indicandomi, a mia nonna. Chissà poi perché m'indicai? Mia nonna non ci fece troppo caso, occupata com'era a vedere su Rete Quattro I Bellissimi. Sullo schermo un tipo con i baffetti e gli occhi di ghiaccio parlava ad una donna di un uomo scomparso, lei fingeva di essere sorpresa (lo capisco dallo sguardo in camera di lei e dal motivetto in sottofondo), rigorosamente in bianco e nero, non riuscì a prendermi. <<Posso chiederti la mancia?>>, feci con una malcelata disinvoltura cercando di nascondere la vergogna nel richiedere denaro. Lei mi indicò la borsa dicendomi di passarle il portafogli. Frugai nella borsa e glielo porsi. Una banconota da cinque euro passò dalla sua fragile mano alla mia. Andai in camera con i soldi ancora in mano. Nella stanza cercai qualcosa da mettermi addosso. Fuori faceva freschino, eravamo ad inizio Aprile, ma dentro casa di mia nonna la temperatura si attestava sempre sui ventitré gradi grazie al riscaldamento centralizzato. In inverno era pure piacevole quando rientravi, tant'è che a Dicembre giravo in maniche corte in casa. Ma ad Aprile... Il citofono suonò di nuovo, più ossessivo, Bessa era impaziente. Non avevo tempo di star lì troppo a scegliere e, così pigliai la felpa verde della Converse e la indossai. In tutto questo lasso di tempo i cinque euro erano rimasti chiusi nel palmo della mia mano. Li infilai in tasca. Tornai in cucina da mia nonna che si lamentava della maleducazione di questo mio amico, feci un cenno di approvazione (effettivamente convenivo con lei su questo punto) e le diedi un bacio sulla guancia. Presi le chiavi ed uscì. Prima che la porta si chiuda sento la voce di mia nonna che mi domanda se tornerò per cena. Lascio uno spiraglio. <<Non lo so ancora. Ti chiamo per le sette e ti faccio sapere>>, chiusi la porta senza aspettare la sua risposta. Mi avviai verso l'ascensore, era bloccato. Poco male mi farò tre rampe di scale di corsa, alla mia età queste cose non fanno differenza. Arrivato nell'androne vidi il Bessa che mi fissava innervosito mentre io provavo a ragionare su come avesse fatto ad entrare. Il Bessa. Un quindicenne psicopatico, con quei suoi piccoli occhietti così vicini l'uno all'altro. Mingherlino, capello corto e dalla pelle giallognola, che se non fosse per la buona salute che lo anima si penserebbe malato di epatite. Come diavolo era vestito poi. Eravamo ad inizio Aprile, giusto? E lui? Lui se ne andava in giro con pantaloncini corti e felpa. Che poi aveva le gambe più brutte che avessi mai visto. Rachitiche e spigolose. Come minimo verso sera mi avrebbe rotto i coglioni per il freddo. Ma sì, lasciamo perdere. <<Chi cazzo ti ha aperto?>>, feci io dandogli il cinque. <<Era aperto>>, rispose, ricambiando il saluto, e poi, <<Ce ne hai messo di tempo. Che cazzo stavi facendo su a casa? Te lo detto che passavo per le quindici o no?>>, incalzandomi nervosamente. Ma Bessa non mi diede nemmeno il tempo di rispondere che si affrettò a domandarmi quanti soldi avevo in tasca. <<Quindici, perché?>>, risposi. <<Quindici, eh. Io ho un ventino in totale. Che dici, facciamo cinque e cinque e ci pigliamo un deca o strafamo, e ci piagliamo un ventello?>>, <<Un ventello dici. No. Un deca basta. Poi questo Lino non è bello esoso? Un deca in due ci basta>>. Bessa si passò la mano sul mento glabro. Sembrava rapito da chi sa quale dilemma esistenziale. Ripensandoci, per lui, la questione deca o ventello, era davvero di carattere esistenzialista. Bessa sbuffò, era giunto alla sua profonda conclusione e mi fissò. <<Ma sì facciamo deca oggi. Che basta. Però, acqua in bocca. Evitiamo gli altri. Quelli sono peggio degli avvoltoi. Se chiamano, non si risponde! E noi, eviteremo con estrema saggezza e scaltrezza quei posti a rischio>>, <<Tipo l'anello?>>, <<Tipo l'anello, bravo. Ci stai?>>, <<Ci sto>>. Bessa mi fece l'occhiolino, poi prese il cellulare e guardò l'ora, <<Tra sette minuti esatti passa l'otto barrato, tre fermate e poi scendiamo in via Savona che quella poi ce la facciamo a piedi>>. Approvai il piano e ci dirigemmo verso la fermata. In quel breve tratto di strada che divideva casa di mia nonna e la fermata dell'autobus io e il Bessa non scambiammo nemmeno una parola. Due pensieri in quella camminata fecero capolino nella mia testa. Il primo riguardava la scarsa sicurezza che vi era nel palazzo di mia nonna con quel portone che veniva lasciato sempre aperto. Diamine, mi preoccupava il fatto che qualcuno potesse entrare in casa di mia nonna e farle del male. Dovrei dire a mio padre di scrivere una letterina a chi di dovere. Il secondo riguardava l'elusione dal resto del gruppo, evitando in primis, l'anello. L'anello appunto. Era da due anni che quasi ogni sabato ci ritrovavamo in quel piccolo parchetto a forma circolare. Era un punto strategico, invisibile dalla strada, poco frequentato e con una fontanella funzionante(dettaglio fondamentale). In un quarto d'ora massimo, a piedi, quasi tutti quella della compagnia potevano arrivarci. Ad esempio, da casa di mia nonna erano nove minuti cronometrati, invece, da casa del Bessa, circa sei. Il più sfigato era Sigo, l'unico che doveva prendere la bici o il bus per arrivare. Comunque anche lui, massimo, massimo, in venti minuti era lì. L'arrivo del bus spezzò via i miei pensieri. Salimmo senza biglietti, per tre fermate non valeva la pena. Bessa si andò a sedere sull'unico posto libero. Era davvero pigro. Dico io, tre fermate, tre fottute fermate. Cosa sono, tre, quattro minuti al massimo. Mi guardai in giro, ero nervoso, ero sicuro, ero strano. Pensionate, uomini complessati, giovani madri. Tutti erano sul bus per qualche motivo. Uno per riportare il figlio a casa, l'altra a fare la spesa, un'altra ancora per andare dal dentista. Ed io e Bessa? Bhè, noi due dovevamo andare a prendere del fumo. Mi sentivo speciale durante quel breve viaggio. Come se sentissi il rispetto e il timore che gli altri avevano nei miei confronti. Io, con i miei jeans e la mia felpa, con una corta cresta rossa, con lo sguardo volutamente tossico(che in realtà non avevo). Io con le mie pose da duro, che di duro non avevo proprio nulla. Eppure mi sentivo il più rispettato. Bessa prenotò la nostra fermata. Quando l'autista aprì le porte scesi al centro (i veri duri scendono o davanti o dietro, mai al centro) con Bessa, eravamo all'incrocio con via Savona. Via Savona era la strada regina di spacciatori, prostitute e trans. Certo, a quell'ora ad un occhio poco allenato poteva risultare una via come le altre. Ma chi la conosceva poteva scorgere tutte le ombre che aleggiavano in quella strada. Al calare del sole poi uscivano fuori tutti, irrefrenabili, e in questo caso solo un cieco non poteva accorgersi dei movimenti clandestini che accadevano. Lino, il nostro amabile pusher, si trovava nel parco davanti al distributore dell'Esso, quello, dove la notte sostava Denise, il trans più famoso della città. Molto uomo, poca donna, lo trovavi lì, sulla sua TT grigia (nuova di zecca, prima aveva la Z3), pronto ad offrirti sesso e coca. Tutti sapevano chi era, cosa faceva e dove lo faceva, ma nessuno osava sfiorarlo. Altissime protezioni, si mormorava, perfino il prefetto si tirava in ballo. Forse sì, forse no. Fatto sta che da oltre dieci anni stava lì, tranquillo, pacifico. Arrivammo al parco e Lino era lì, seduto su una panchina a parlare fitto, fitto con uno. Il tipo che era con Lino lo conoscevamo solo di vista, uno di quelli che bazzica nel circoletto anarchico in centro. Io e Bessa rimanevamo in piedi, dall'altra parte della strada, ad aspettare educatamente il nostro turno. <<Vado io, così Lino è tranquillo e facciamo le cose in fretta>>, mi disse Bessa tenendo lo sguardo fisso sui due. Senza dire nulla tirai fuori dalle tasche i cinque euro di mia nonna e glieli passai. Appena il tipo salutò Lino, Bessa scattò fulmineo. Quel ragazzo mi stupiva. Per la droga diventava un atleta eccellente. Lino salutò calorosamente il Bessa, anche loro iniziarono a parlare rapidamente. Poi Lino si alzò e si diresse verso la parte del parco nascosta dagli alberi. Sapevo dove stava andando. Si stava recando all'altalena, lì, in un incavo della struttura, teneva imboscate le varie dosi. Durante tutto il tempo di quell'operazione Bessa non si voltò mai a guardarmi. Lino giunse, un breve scambio di parole con Bessa e poi tanti saluti. Lino, mentre il Bessa veniva nella mia direzione, mi scorse e mi salutò. Ricambiai amichevolmente. Io e Bessa girammo nella prima traversa. Srotolò la carta stagnola ed eccolo. Come sempre Lino era stato generoso. <<Sarà quasi due grammi>>, affermai, guardando i vari pezzetti di fumo. <<Forse un po' meno. Comunque buono. Adesso?>>, <<Pensavo al parco delle fontane. Lì è tranquillo e di solito non c'è nessuno>>, <<E' un po' lontanino. Cioè a piedi è almeno una mezz'oretta>>, <<Ci pigliamo due birre e via. Tanto, cosa abbiamo da fare?>>, a quel punto il Bessa mi diede ragione. Ci recammo al primo bangla e comprammo quattro lattine di birra. Dopo il primo sorso c'incamminammo per il parco delle fontane. <<Certo che Lino è una manna dal cielo. E' sempre generoso, no?>>, feci io, cercando di intavolare un discorso, uno qualsiasi, mentre camminavamo. <<Ma sì. Come qualità è nella media. Niente di che. Certo in stazione è anche peggio e rischi pure che ti diano delle stoccate memorabili. Però il fumo di Lino rimane fumaccio. A proposito, sai chi è passato poco prima di noi da lui?>>. Non mi serviva pensarci troppo, <<Qualcuno della compagine?>>, Bessa alzò il pollice, <<Sigo e il Cinez>>. Non mi stupiva, quei due erano inseparabili. <<Che strano però che non ci fosse anche Misi con loro>>, feci io. <<Il Misi è in Marocco con i suoi. Sta via una settimana>>, <<Ah! Mi è chiaro, mi è chiaro>>. Continuammo a passeggiare, a scambiarci qualche battuta ma niente di più. Eravamo a posto. Le nostre birrette, il nostro fumo e un clima clemente nei nostri confronti. Non faceva troppo freddo e, anzi, iniziai a pensare che i pantaloncini del Bessa non erano stati una scelta così azzardata. Arrivammo al parco delle fontane e ci guardammo in giro, praticamente deserto. <<Andiamo in fondo, dove c'è la panchina anti-sgamo>>, fece il Bessa muovendosi in quella direzione, lo seguì senza fiatare. Effettivamente quella panchina era l'unica che non si vedeva da nessuna delle due entrate. Nascosta dai cespugli nessuno poteva scorgere cosa accadeva. Certo, neanche chi era lì sapeva cosa stava succedendo ma nella maggior parte dei casi era tranquilla. Neanche a farlo apposta, appena sbuchiamo, oltre il cespuglio, ci troviamo seduti due tipi. Uno rapidamente nasconde una piccola boccetta nel pugno della mano destra. Ci fissiamo a vicenda. Ci conosciamo, almeno di vista. Il tipo con il pugno chiuso fece un cenno al Bessa, <<Non sei il socio del Sentu?>>, domandò scrutandolo attentamente. Il Bessa sorrise e lo indicò, <<Voppi, giusto?>> e quello sorrise. <<Che fate di bello qua?>>, chiese quello che si chiamava Voppi. <<Un giretto. Siamo appena passati da via Savona a pigliare un po' di fumo...>>, disse Bessa che poi si voltò verso di me, uno sguardo d'intesa e riprese a parlare con quel tipo, <<Se volete ci facciamo un torcio insieme>>. Voppi guardò il suo amico, anche loro non si dissero una parola. Bastavano gli sguardi per capirsi al volo. I due ci lasciarono il posto e così ci sedemmo accanto a loro. In quattro, stretti su di una panchina. Bessa e Voppi erano al centro, mentre io, e l'altro tipo (che non aveva ancora proferito una parola) stavamo all'estremità. Bessa tirò fuori il fumo. <<Ah, però! Era un ventello?>>, chiese il Voppi sorpreso. Bessa sorrise, si stava auto-compiacendo, <<Questo è un deca>>, disse sornione. L'altro tipo per la prima volta parlò, <<Dove lo pigliate?>>. La sua voce mi risultò antipatica, in più, il tono viscido con cui aveva pronunciata quella domanda, accentuò il mio giudizio negativo. Bessa comunque non si scompose, <<Vi dirò tutto miei cari. Ma prima è giusto che paghiate l'obolo. Paglia tris>>. Voppi si frugò nelle tasche e cacciò fuori una sigaretta. Con quel gesto sapeva di essere il terzo a fumare, dopo Bessa e me. <<Fumiamo tutti, no? Direi che una L va bene>>. Anche in questo caso, zero parole e pochi sguardi d'intesa. Io tirai fuori filtri e mi misi all'opera, ero un mastro della S. Bessa faceva il resto, prima incollava le due cartine lunghe e poi si mise a scaldare il fumo e fare la mista. Nel mentre Voppi ci mostrò la boccettina che teneva nascosta, <<Questo è popper. Ti da una scarica bella intensa. Preso così dura davvero poco, però a fumarci sopra l'effetto dura di più. Dopo quando avete fumato, fate una sniffata>>. Bessa guardò per un istante la boccetta e poi, riprendendo ad armeggiare con cartine e resto, chiese, <<Dove l'avete pigliato?>>, <<Hai in mente il Visnù?>>, domandò Voppi, <<Certo. Quello che vende le bong davanti all'ospedale>>, <<Esatto. Ecco tu vai lì, parli col titolare e se entri nelle sue grazie te lo vende>>, <<Ma è illegale?>>, domandai io, <<No. Non credo. E' solo che venderlo a noi, capisci, passa dei guai se lo sgamano. Fai conto che mi diceva, il titolare, che ne vende a vagonate>>, a questo punto s'intromise di nuovo, con quell'odiosa voce, il suo amico, <<E' la droga dei froci. Tipo gli apre il culo>>, disse ghignano come un idiota. Bessa finì di rollare, si accese la canna e iniziò a fumarla. Bisognava tenerlo sott'occhio Bessa, avido di fumo com'era, ogni tanto toccava ricordagli che c'erano anche gli altri. In quel caso non fu necessario. Alla fine fumammo tutti, l'amico del Voppi si beccò pochi tiri, tra me e me ero soddisfatto, non lo sopportavo. Poi aspirammo il popper. Una botta. L'effetto puro sarà durato 30, 40 secondi ma poi restava un vago senso di rincoglionimento che sarà durato sì e no dieci minuti. Salutammo i due e ritornammo in strada. Sballati, ondeggiavamo. Mancavano 20 minuti alle sette, decisi di chiamare mia nonna. Non sarei tornato a casa. Un kebab, un'altra birretta e un paio di porri in compagnia del Bessa. Era un giovedì sera di una primavera di tredici anni fa. Tutto è cambiato.
  12. andrea werner mondazzi

    Uomo come ho inteso diventare

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43869-gli-animali-non-ti-guardano/?do=findComment&comment=782433 "Hai tutto ciò che serve per riuscirci", sì, però intanto dentro questa cosa assurda ci devo passare io... Vorrei vedere lui al posto mio! E poi, dico, ma a che diavolo potrà servire mai questa razza di messa in scena... È una commedia indegna e imbarazzante. Diamine! A me non frega niente di queste cose... Doversi mettere alla prova, sfidarsi, scoprire la pasta di cui si è fatti, bla bla e bla, di tutte queste ciance io non ho proprio voglia. Ma perché? Perché?! Perché uno deve sempre mettersi in discussione? Perché uno deve sempre temere di non essere all'altezza? Ma lui, che parla tanto, lo capisce che significa per me questa storia? Io ho le cose mie, gli interessi miei, i problemi miei e dovrei pure imbarcarmi in rogne come questa? E lui che sa dirmi? "Ti sei fatto uomo ormai", se la cava così. "È compito tuo", tutto qua. Ecco, allora io gli vorrei rispondere così: "E te? Resti lì a guardare?", "Io mi sbatto e tu guardi?", "Non te ne frega nulla di come mi sento io?". Vaglielo a spiegare come mi sento io... Eppure, all'inizio non andava così, un po' parlavamo, per un po', nonostante tutto, credevo fosse diverso, che avremmo costruito un po' di sintonia... E invece niente. Tutto d'un tratto, crac e le cose fra noi sono precipitate. Parlare e confrontarsi è diventato difficile, reciproca comprensione non ce n'è più stata, anzi!, fulmini e saette. Chi riesce ancora a capirlo è bravo... Tutti quei discorsi diventati strani e difficili da un giorno all'altro, parole e parole e parole che sembravano deliri incomprensibili... In più, questo fatto nuovo che ha preso ad evitarmi... Io che penso "Se dovessi aver bisogno, di sicuro potrei contare su di lui", come tutti gli altri, e invece sparisce, mi lascia a spasso, io mi comprometto, le cose si mettono male, non so più dove sbattere la testa e lui non si fa vedere, nessuno sa dove sia andato a finire... Lui non c'è. Poi viene fuori questa cosa... Questa cosa aberrante... Contro natura... Come se io non fossi più neanche suo figlio... "Devi dare il buon esempio", alla fine mi ha detto... Maledetto te, papà. Perché mi hai abbandonato?! Ah, ma non finisce così! Volevi sapere di che pasta sono fatto? Te lo faccio vedere io! Volevi che tuo figlio desse il buon esempio? L'esempio che piace a te, vero? Allora vedrai che buon esempio ti darò! Sì, perché a te questo piace! A te piace vantarti! Non ti accontenti di essere circondato da gente che pende dalle tue labbra, che abbassa lo sguardo, che ti s'inchina davanti, no!, a te questo non basta. Tutto ciò che ti capita a tiro deve diventare un vezzo tuo, una scusa per abbellirti ancora di più! Come hai fatto con mamma... Te la sei scelta bella, più giovane di te, umile e servizievole, l'hai adescata e l'hai strappata ragazzina alla sua famiglia, l'hai usata per farti dire appresso "Che buona donna la sua! Che animo umile e docile! E come è giovane e candida!". Quanto godevi a sentirli dire così?! Ammettilo che l'hai fatto solo per quello. Ammettilo che, più di tutto, ti faceva perdere la testa sentirli declamare "Da come lo guarda si capisce che è estasiata, che grande e profondo spirito deve essere lui!". Solo la sottomissione ha conosciuto quella poverina, solo questo. L'amore vero, la prossimità, la tenerezza tu non gliele hai concesse mai. Innamorato di te stesso com'eri, ti sei concesso a lei una volta sola e solo come piaceva a te, asettico, freddo, il minimo indispensabile perché godessi tu del godimento perverso che inebria te, fregandotene del tutto di quello che sentiva lei. E quando è rimasta incinta, quando al giocattolino che t'eri scelto s'è appesantito il grembo di me, quando sarebbe arrivato il momento in cui tu, egoista, avresti dovuto essere servizievole con lei, sei sparito, l'hai mollata, ne avevi avuto abbastanza. Povera mia madre ad averti incontrato! Usata e abbandonata a sé stessa con me in arrivo. Solo Peppe devo ringraziare, solo lui, che è un giusto, se quella povera disgraziata ha avuto qualcuno accanto, solo lui devo ringraziare, che si è accontentato di fare soltanto il bene, che l'ha fatta entrare in casa propria, che in giro ha detto a tutti che ero figlio suo, che non ha preteso o osato chiedere mai in cambio a lei qualcosa o allungare una mano sul corpo suo. Sei un maledetto! Peppe è un uomo vero, non tu! Solo lui mi ha accudito insieme a mamma, solo lui mi ha trattato veramente come un figlio, mi ha cresciuto e mi ha insegnato tutto quello che sapeva, pure un mestiere per campare, solo lui non mi ha scansato mai, solo a Peppe riconosco veramente questo titolo, "Padre Mio", solo a quell'Uomo vero io sono devoto e grato, solo con l'umiltà sua io mi specchio e solo con la temperanza mite di mia madre io mi misuro, solo questa è la famiglia e l'Umanità cui ambisco somigliare, in sfregio a te, maledetto e vanesio che altro non sei! In me, generato dal tuo sangue, non avrai un re dei re, come tutti ti richiedono e solleticano! Ti restituirò ciò che meriti davvero, invece. Ti renderò un segno di umiltà e sacrificio, come sono stati Giuseppe e Maria. Avrai un figlio fattosi umiliare e sputare addosso di propria volontà. Morto crocefisso come l'ultimo degli ultimi. Questo ti spetta, Dio. Eccomi, Uomo come ho inteso diventare. Te lo vengo a mostrare.
  13. Adelaide J. Pellitteri

    Un corpo e un'anima

    Santina chiuse la telefonata con un perentorio: «Lutto stretto, mi raccomando!» Poi, tornatole indietro un gettone, si rimproverò per non avere aggiunto che se avessero voluto portare il gatto, avrebbero dovuto vestire a lutto pure lui. Scosse la testa pensierosa, il rosso di quella bestiaccia faceva troppo malpelo. Dall’alto dell’autostrada che dall’aeroporto le stava portando a Roccalimura, sperduto paese dell’entroterra siciliano, avevano rivisto casette basse e cespugli sparuti a comporre, più che paesi, minuscole frazioni. Avevano riconosciuto Fontenica dal campanile in maiolica verde, Castellazzo dalla masseria dei Salvo che spiccava sull’agglomerato anonimo e, infine, avevano riso passando sopra Fiumefinto che, sotto il ponte dai piloni vertiginosi, a detta di Nancy sembrava: “una scacazzata di uccello”. E giù a ridere e ad abbracciarsi, le tre sorelle; un corpo e un’anima da sempre. Roccalimura era tale e quale a come lo avevano lasciato. Dopo dieci anni di assenza non era cambiato in nulla, un’insegna, un lampione, niente. E la fontana al centro della piazza era ancora a secco per manutenzione, proprio come nel giorno in cui erano partite con il gatto al seguito. Che disdetta per le sorelle Magrì! Loro che immaginavano di tornare – se mai fossero tornate – in pompa magna, abbigliate da fare schiattare d’indivia tutti i compaesani, si erano invece dovute presentare dimesse e vestite di nero. Le tre nipoti del morto, Caterina, Nunzia e Giuseppina – cioè Ketty, Nancy e Josephine, per chi le conosceva solo da dieci anni – avevano dovuto pure rinunciare al maquillage hollywoodiano cui erano ormai abituate, sebbene la cosa più difficile non sarebbe stata questa, piuttosto assumere un portamento che non fosse equivoco. Zio Diego se l’era spassata in tutti i modi e in tutte le maniere, e non era difficile immaginare il casino che avrebbe potuto combinare ovunque fosse andato a finire. Ci fosse stato un aldilà dopo l’aldiquà: o avrebbe messo in croce San Pietro oppure si sarebbe fatto buttare fuori da Lucifero in persona. Da chierichetto a Sindaco, aveva conquistato tutte le cariche a disposizione e indossato tutte le divise, perfino quella di Don Pino, quando – rubandogli la tonaca per un’ora – s’era intrufolato nel confessionale carpendo i segreti di una dozzina di comari. Venirlo a piangere, alle ragazze, sembrava del tutto superfluo. Poi, con loro non è che si fosse comportato da padre! La sua morte, beh! Più che dolore “ha portato un poco di giustizia a questo mondo”, aveva sentenziato Giuseppina. «Era solo un birbante!» dicevano gli amici. «Era un gran farabutto» farfugliavano le vittime. Tra scherzi, raggiri, ricatti e dell’altro, Diego Montefusco non aveva risparmiato nessuno. Le sorelle, a dire di mamma Santina, lavoravano come segretarie presso tre grandi aziende. “Multinazionali” avevano riferito le figlie, ma Santina, sempre in difficoltà con l’italiano, non riusciva mai a ripetere la parola correttamente. In Argentina, le Magrì in effetti si erano inserite senza troppe difficoltà. Nell’ottantacinque, mentre il paese di Roccalimura non aveva ancora una stazione sua, il mondo aveva già un’autostrada a 18 corsie. Le tre fanciulle l’avevano imboccata, dopo l’atterraggio a Buenos Aires, prima meta di ciò che sarebbe stato il loro peregrinare per i paradisi del mondo. L’autostrada, o meglio “l’Avenida 9 de Julio” le aveva lasciate senza fiato e… senza memoria. Il paese, presto presto, era finito nel dimenticatoio. E se non fosse stato per Santina che, da madre, pretendeva almeno una telefonata al mese, non avrebbero avuto più nessun contatto. Per la morte del fratello, Santina era stata costretta a sacrificare un terzo della pensione per la chiamata internazionale. Aveva preferito usare la cabina, per avere il costo sotto controllo. Le figlie non dovevano mancare. Il testamento non avrebbe riservato sorprese, erano loro quattro le eredi designate. “Eh! Almeno questo, zio Diego ce lo deve”. Abituate a sorseggiare aperitivi al tramonto – l’ora in cui preferibilmente prendevano servizio – le sorelle si chiesero come avrebbero dovuto comportarsi, e già prima di arrivare in paese si erano ripromesse di tenersi d’occhio a vicenda per evitare errori. Facendo attenzione alla postura: avrebbero tenuto le spalle cascanti, non avrebbero accavallato le gambe, e nemmeno indossato scarpe con tacchi altissimi. Con questi tre semplici accorgimenti ci vivevano alla grande, e a dire il vero non è che avessero bisogno delle quattro catapecchie, né di quel maledetto granaio lasciati dello zio. Ma la madre aveva insistito, e mancando da tanti anni, alla fine – se pure travestite da zitelle – vedere che faccia avessero i loro primi amori e chi avessero sposato nel frattempo, le aveva stuzzicate. Che fossero belle, purtroppo, era evidente. Panni e fattezze da paesanelle non ingannavano gli uomini vogliosi. Così ad ogni spigolo di casa, il paese era tornato a sparlare. Tutti ricordavano i tempi in cui, per colpa delle Magrì, i mariti avevano scordato le mogli e i fidanzati erano diventi apatici ai baci delle innamorate. “Tutta colpa loro! Anche quel povero Diego, cosa poté farci!?” si diceva in giro. Si racconta sempre la storiella dell’amore, per contorno si scrivono poesie ma la verità è “quella”: Maschio e femmina conoscono l’innesto al quale difficilmente si resiste. Caterina non li ricordava più i versi che le aveva dedicato Giannuzzo, il panettiere. Alle quattro del mattino, prima di mettere mano alla farina, passando sotto la finestra, faceva il Romeo senza paura. Ma se Caterina non li ricordava era perché di certo non sarebbe mai stato un gran poeta. Eppure, un cuore innamorato quanto il suo sarebbe stato difficile a trovarsi, pure in capo al mondo. Dopo due giorni, giacché lo zio esposto nella cassa-frigo era stato “visitato” da tutto il circondario, era giunto il momento del funerale. Ahimè, la vita è un trampolino, ci mette niente a farti fare un tuffo nel passato. Accodato tra i presenti c’è pure Giannuzzo. Caterina si sente morire, il lutto per quell’amore riaffiora con una violenza desolante. Gli occhi le si riempiono di lacrime. Si afferra i gomiti, mentre il suo corpo riassapora, con grande meraviglia, il felice desiderio di abbracciare un corpo amato. La nostalgia le stringe le vene quasi a farla svenire. Le sorelle la sostengono. Giannuzzo è triste come nel giorno della partenza, quando era andato a cercarla, ormai troppo tardi. Muove solo le labbra, guardandola, ma la poesia s’invola, e Caterina la sente come fossero di nuovo: lei nella sua stanza e lui sotto la finestra. La ragazza piange, vorrebbe nascondersi a se stessa quanto a lui. Abbassa le palpebre, meglio chiudere gli occhi sugli anni appena trascorsi, sul quell’avvicendarsi di corpi che mai sono stati Giannuzzo. Perché lo aveva perduto? Colpa di stupide dicerie? Oh, no. Qualcosa di più grave che avrebbe voluto cancellare con un semplice “Non è vero niente”. Maledetto il gatto. Era andato ad infilarsi nel granaio, quel diavolo di rosso, e Caterina l’aveva cercato carponi, in ogni angolo. Si erano scatenate così le fantasie deviate e i pensieri maligni dello zio, che lì dentro, a Caterina fece di tutto. “Povero Diego, con tre ragazze tanto procaci chiunque avrebbe perso la ragione”. Il popolo aveva decretato, mettendole alla porta. Un corpo e un’amina da sempre, le tre sorelle avevano lasciato il paese senza più voltarsi indietro. Durante l’omelia il parroco arranca. Trovare parole adatte per Diego Montefusco non è semplice. Avrebbe voluto parlare di Misericordia Divina, ma finisce per descrivere la corruzione della carne, dei vermi che alla fine, morendo anch’essi, formano un unico impasto con l’uomo; e l’immagine di Diego, uomo-verme, rimane ad aleggiare sulla testa dei presenti, tra il quadro di San Michele Arcangelo, a destra della navata, e quello di San Giovanni Apostolo dall’altra parte. Delle lacrime che Caterina nel frattempo versa copiosamente, la madre può ritenersi soddisfatta. Una dimostrazione di pentimento nei confronti dello zio era ciò che i compaesani si aspettavano. Ravvedersi è come guarire da una brutta malattia, le lacrime, la medicina più adatta. Santina, a suo tempo, aveva scelto di rimanere in paese a servire il fratello, convinta che “i giovani possono rifarsi una vita altrove, un uomo di sessant’anni no”. A conferma del suo pensiero, nelle valige delle figlie, oltre agli abiti neri, ne aveva visto diversi bellissimi, alcuni da sera, di quelli che indossano solo le modelle in Tv. Giannuzzo si mette in coda per porgere le condoglianze alla famiglia, ma quando sfiora la guancia di Caterina anche lui viene colto da un malore. Sbianca, deve sedersi sulla panca più vicina, se non vuole crollare tra le braccia della ragazza. È per il caldo, pensano in molti. In effetti da giorni il sole arroventa le strade, ha già bruciato gran parte dell’edera che ricopre il granaio e costretto il nuovo sindaco, razionata l’acqua, a tenere ancora a secco la fontana. Ma Giannuzzo si è presentato per primo tra gli uomini a porgere il saluto, e allora vecchie bocche si apprestano a dare la colpa a Caterina che magari – dopo il fattaccio con lo zio (e forse anche prima) – ha contratto un male misterioso; strega gli uomini fino a farli stramazzare e a terra quando la sfiorano. Una fattucchiera, a quel punto, non potrebbe avere reputazione peggiore. Nunzia e Giuseppina, non sono due stupide, non si è ancora dissolta l’immagine dello zio-verme che avvertono il brusio serpeggiare tra i banchi, arrivare alle loro orecchie; quel “ sempre lei” dice tutto. Una lunga fila di uomini intanto si è composta per raggiungerle, ma le Magrì notano donne che strattonano i mariti, trascinandoli fuori dalla chiesa; Caterina è a pezzi, mentre Nunzia e Giuseppina hanno un moto di rabbia, vorrebbero strapparsi i vestiti di dosso, scoprire i seni, tutto il corpo, rimanere magari come il Cristo che li guarda dal crocefisso. Nella bellezza dei loro corpi, la gente sarebbe capace di vedere le piaghe? Giuseppina potrebbe mostrare una bruciatura di sigaretta sul fondoschiena, l’ha ricevuta da un cliente violento. Nunzia, due cicatrici sotto i seni, la sua terza misura non soddisfaceva i consumatori più generosi. È il giorno della partenza, sono vestite per bene, a colori, dal notaio hanno firmato la rinuncia all’eredità, lasciano tutto alla madre. “Come è giusto che sia”, ha detto Giuseppina a Santina, con un sorriso sprezzante; da tempo non la chiama più mamma. La macchina è stipata di valige, un nuovo passeggero è con loro. Giannuzzo sa di avere preso la decisone giusta. Caterina, incredula, non è ancora in grado di spiccicare una parola. Non sa come ringraziare le sorelle che, al panettiere, hanno fatto una proposta irrifiutabile. Un panificio a New York può dare ottimi guadagni, e la vita può cambiare per tutti.
  14. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. (https://divergenze.eu/manoscritti/) Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz
  15. andrea werner mondazzi

    L'infermiera Marta

    Lieta no, ma serena sì, serena riconosceva di sentirsi Marta, quel mattino in cui l'assenza di una famiglia propria, di figli, di amicizie vere o interessi diversi dal lavoro, agli occhi dei suoi già oltrepassati quarantasette anni smisero di vestire i panni di un treno ormai perduto. Sereno era quel mattino in cui, d'un tratto, essere incapace di concedere la benché minima misura alla propria dedizione per la professione infermieristica aveva smesso di pesare come una condanna comminata a lei che, beffardamente, s'era sempre ritrovata spoglia dell'apparente distacco emotivo, garanzia d'energia e resilienza, come le sembrava, per ognuno dei suoi colleghi di reparto. Sì, perchè soltanto non aver qualcuno a casa ad aspettarti e chiedere di te, soltanto non aver motivo alcuno per non accettare sistematicamente straordinari e doppi turni, soltanto non essere minimamente capace di separare gli umori propri da quelli dei pazienti e solo non riconoscere una mansione nell'essere infermiere, ma una missione sacrificale, soltanto questo avrebbe consentito a qualcuno d'osservare Benedetta e Matilde, scorgendovi pezzi di carne trasfigurata in propria carne. E soltanto così, infatti, aveva potuto Marta immergersi del tutto nel battesimale bagno di sofferenza cui la disgrazia aveva condannato le due bambine, permettendole ciò di intuire finalmente il significato completo, sferico e sublime della propria esistenza. Un significato giusto e serenamente desiderabile. "Perché non siamo morte anche noi due!", lacrimosa aveva gridato, stridula, liquida e disperata, la voce di Benedetta, in ospedale, al risveglio in quel luttuoso nuovo universo, formatosi nel big bang di un incidente d'auto e inflazionatosi nel frangente quantisticamente inelaborabile dalla mente di un adulto, figurarsi da quella d'una seienne. "Che ci stiamo ancora a fare qua noi due, senza mamma e papà, e pure senza nonni!", era stato il secondo acuminato stiletto conficcato nel cuore dell'empaticamente imbelle Marta, testimone del grido di dolore lanciato da quell'animuccia candida, indifesa e già deflorata dall'indifferenza lacerante dell'increato. E poi le sclerotiche di Matilde che, per il ribaltamento degli occhi dentro l'orbite, da settimane s'ostinavano a rifiutare anche il più timido capolino a iridi e pupille, standosene belle esposte ad esaurire ogni spazio tra una e l'altra palpebra, tinte tutte di atro rosso, non interrompendo per un momento l'evocazione di chissà che severe conseguenze sarebbero discese dal trauma cranico in cui la quattrenne era incorsa. Come se il maciullamento di gambe e bacino alla piccola non fossero bastati. Il cuore proprio, Marta comprendeva, aveva pompata vita da quasi dieci lustri solo per condurla a quell'incontro. Il primo barlume d'intuizione era comparso il giorno in cui Benedetta aveva tentato con un cuscino di soffocare la sorellina. "È l'unica che mi rimane, devo fare qualcosa per lei", aveva spiegato la bambina alla psicologa il giorno successivo, convincendo i medici fosse bene tenerle separate. "A Matilde resto solo io, deve venire da mamma e papà con me!", aveva protestato Benedetta poi, inducendo i medici a leggere, in quel suo comportamento, una compromessa regolazione emozionale, compatibile con diagnosi di disturbo post traumatico da stress. Aveva consolidato la convinzione di riconoscervi il proprio destino in quell'incontro, l'infermiera Marta, quando al fatto che l'illesa Benedetta, orfana di tutto, propri sei anni compresi, fosse divenuta paziente psichiatrica, si era aggiunta la circostanza per cui, a un mese dal risveglio, Matilde permanesse in stato di marcato sarrimento e mai avesse chiesto della sorella, dei genitori, dei nonni, delle maestre o dei suoi amichetti alla scuola dell'infanzia. Il che lasciava indovinare, d'altronde, che il proprio stesso nome la piccola l'avesse dedotto, sentendosi così chiamata, e non ricordato. Sole. Rimaste completamente sole al mondo erano Benedetta e Matilde, con spalle troppo giovani per sopportare l'improvvisa sottrazione dei genitori, per puro e violento caso avvenuta, come era emerso, dopo sole poche settimane da che già i nonni, in circostanze simili, gli erano stati anzitempo strappati. Deprivate della famiglia tutta rimanevano, per bambini di tale età equivalendo ciò a deprivazione d'ogni cosa, financo della sicurezza ferma che il suolo concede ai gravi. Squilibrio dell'una, amnesia e menomazione dell'altra, per di più, le condannavano a reciproco allontanamento, una affidata all'abbraccio di demoni che gli psichiatri avrebbero dovuto inventare come esorcizzare, l'altra a dolorosi anni di chirurgia e ad una seconda famiglia, adottiva, che avrebbe dovuto tentare di riempire i vuoti abissali lasciati dalla prima. Chiaramente non per caso l'esistenza di Marta aveva avanzato, quindi, verso quel tragico proscenio, ma per naturale infatuazione tra destini complementari: quello delle sorelline, il cui niente ch'era rimasto 'si presto di ritrovarsi a stringere poteva altrimenti solamente chiamarsi inferno, e quello suo, sfiorita ormai e sola, a dividersi tra il diurno onnipressante presente e notturne interminabili purgatoriali riflessioni circa il significato della solitudine d'una cinquantenne. A lei che, pur sacrificandosi del tutto, al bene d'altri non avrebbe sottratta sé stessa, spettava farsi collante che ricomponesse i frantumi il fato aveva voluto di quelle vite. "A chi, se non a me?". A Benedetta si era sforzata di restituire la fiducia che i cauti psicologi non potevano accordare, la tenerezza che gli altri oberati infermieri non potevano elargire, la prossimità che gli incamiciati medici non sapevano garantire. Non quale bambina dalla psiche compromessa, ma quale bambina dall'animo forte non aveva mai omesso di trattarla. Riportava lei della sorellina e del suo percorso, giudicando come di certo avrebbe fatto bene a Matilde ritrovare sua sorella maggiore, sostenendo come sarebbe stato necessario che insieme le sorelle avessero avuto ancora modo di ricordare la mamma ed il papà. A Matilde si era prodigata di restituire la sensazione inconscia di non essere più sola al mondo, portandole un peluches, un cuscino o una maglietta che avesse abbastanza a lungo assorbito l'odore di sua sorella. Allora, le concedeva di sentirsi di nuovo coccolata da affetti famigliari, inducendo ciò con carezze sul viso, mentre la piccolina era da quei sentori spinta dentro sogni di volti cari, ancorché certo senza nome, e sulla sua bocca si disegnavano teneri sorrisi. E quel mattino finalmente giunse. Sviluppato compiutamente l'attaccamento delle sorelle verso di lei, era ora di ricomporre l'infranto e fare opera perfetta della propria vita. Non con lietezza, ma con grande serenità, Marta slegò il laccio, intreccio d'inconcludenza e d'infruttuosità, che tanto a lungo aveva tarpato le proprie ali, che dispiegò. "Ti porto io da mamma e papà, dai nonni, abbi fiducia in me, io ti accompagnerò.". "E Matilde?". "Desidera venire con noi, io lo so. Non immagini quanto abbia bisogno di te, ora". Preparate le siringhe, attese iniziasse il turno che portava all'alba. Quando Matilde fu addormentata e sorridente, le tolse ogni dolenzia con la prima somministrazione di sedativo e la prese fra le braccia. Benedetta le accolse commovendosi nella propria stanza. Mentre tutte e tre, strette nello stesso letto, s'incamminavano per il più profondo dei sonni, Marta si concesse di contemplare, con l'occhio della mente, l'immagine della sé stessa alata, giudicandola molto appropriata. In realtà, ben più precisamente, avrebbe potuto riconoscersi in una singolarità gravito-quantica. Quella che aveva aperto un passaggio tra due degli infiniti possibili universi: uno freddo e cinico, indifferente alla contemplazione di due innocenti turturate, ed uno minuto ed infinitesimo, lungo la durata dell'istante in cui ci si addormenta, in cui mamma e papà stendono le braccia verso Benedetta e Matilde. Accompagnate da Marta, le sorelline transitarono per quel passaggio.
  16. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Commento Di parole perdute e di crateri lunari A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo cercando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo. La conobbi il giorno in cui persi la parola Resta, che non avrei più ritrovato. Né sarei stato più capace di usarla. Mi era già capitato con altre parole. Forse, ma non ci giurerei, la prima volta accadde con bua, un sabato pomeriggio al parco. Fu poi il turno della parola amico, che pareva troppo da femmine tra i compagni di scuola e quelli conosciuti d’estate. I villeggianti, li chiamava mia nonna. Non ricordo quando i villeggianti sono diventati turisti: nel dubbio, però, ho smesso di chiamare anche loro. Vidi Marian la prima volta il 26 luglio. E come potrei dimenticarlo, quel giorno? Sarebbe stato come tanti altri, una montagnola di ore da abbattere, un po’ alla volta, fin quando non sarebbe rimasto più niente. Le immagino così, le mie giornate: un cumulo di sabbia che si forma mentre dormo e che ritrovo al mattino. Penelope disfaceva la tela di notte; io ho disgregato le mie ore ogni giorno. Non avevo mai parlato con una straniera. Neanche con uno straniero, a dirla tutta. Marian era diafana, e non saprei cos’altro dire del suo aspetto se non che, quando si muoveva, tutta l’aria intorno sembrava vibrare, e dalla sua pelle si irradiava una luce tale da far pensare che si trattasse di un’apparizione. O forse, e non mi stupirebbe, ero solo io a guardarla così, incantato come se non si trattasse nemmeno di un essere umano, come se non facesse parte del mondo in cui mi muovevo anch’io. Come sarebbe stato possibile, poi? Io sgraziato e nerastro, lei capace di attirare sguardi e di generare meraviglia in virtù del semplice fatto che esistesse. Attraversai la strada nelle mie ciabatte troppo piccole, diretto in spiaggia quando lei già tornava, irreale e fuori posto quanto me. E già allora avrei dovuto capire che eravamo fatti di opposti, che gli opposti a volte si completano e a volte non trovano il modo – ma proprio nessun modo – per potersi unire. Era l’estate dei miei diciassette anni, non avevo mai dato un bacio a una ragazza e quel giorno pensai a lei, in maniera caotica e frammentaria, fino all’ora di cena. Era uso, a casa mia, che d’estate mangiassimo leggero a pranzo e a cena facessimo un pasto vero, come lo chiamava mio padre. Quella sera mia madre preparò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, col pepe macinato che portava colori e odori che, in un modo o nell’altro, avrei cercato per il resto della vita. Mia madre cominciò a tossire di colpo, si portò una mano sul petto e cercò di aspirare aria. Il collo le si allungò fin quasi a spezzarsi e pensai, per un attimo di pura follia, che avrebbe continuato a estendersi fino a raggiungere il soffitto. Mi cadde la forchetta di mano quando mio padre la chiamò e lei cadde in avanti, la faccia negli spaghetti. Lui la prese per le spalle, la sollevò, sotto l’occhio destro di mia madre c’era un pezzetto d’aglio, sul volto i granelli di pepe sembravano lentiggini dal colorito troppo intenso. Chiama il 118, mi disse mio padre mentre io ancora masticavo. Non mi è rimasto alcun ricordo di quello che dissi nella cornetta bianca, ma l’ambulanza arrivò e si portò via mia madre, di nuovo sveglia e sofferente, con un respiratore e uno sguardo terrorizzato fisso nei miei occhi. La bocca mi pizzicava per via del peperoncino quando salii in macchina con mio padre e seguimmo le sirene blu sul viale che costeggia il lungomare, mentre le persone passeggiavano spingendo passeggini, tenendosi per mano, scegliendo un gelato, guardando il mare, senza nemmeno farsi passare per la testa il fatto che a pochi metri ci fosse mia madre che non riusciva di colpo più a respirare, che mio padre sembrava aver perso le poche parole che aveva, e che io fossi talmente spaventato da essere calmo. Mi passò davanti agli occhi l’immagine della ragazza diafana, mi aggrappai a quei contorni indefiniti e surreali per cercare una via di fuga. Emerse e si sviluppò in quei minuti la mia natura di codardo, e non avrei fatto altro che fuggire ogni singolo giorno, con l’ansia di dover distruggere, nel modo più indolore possibile, la montagnola di ore che mi era concessa. Parcheggiammo al pronto soccorso, seguimmo la barella in un corridoio lunghissimo dalle pareti azzurrine e dalle luci pallide e mortuarie. Mia madre non smetteva di guardarmi, avrei voluto dirle di smetterla, di smetterla di star male e di smetterla di guardarmi in quel modo, di smetterla perché mi stava costringendo a legare tutti i miei ricordi giovanili a quegli occhi, mentre io avrei voluto legarli al tiramisù che preparava la domenica mattina e al grembiule a fiori rosa che indossava in cucina. Le dissi di non andare via, senza pensarci, senza nemmeno rendermene conto. Mio padre si fermò a guardarmi, lo notai con la coda dell’occhio perché la mia attenzione era solo per lei, per la donna che mi aveva messo al mondo alla quale dissi, in un sussurro, Resta. Ma lei non restò. Se ne andò dopo poche ore. Complicazioni in seguito ad arresto cardiocircolatorio. Qualcosa del genere. Cose che accadono, anche se hai quarantuno anni e non hai ancora avuto tempo di dedicarti a tutte le cose che avresti voluto fare. Mia madre se ne andò il giorno in cui vidi Marian, e quello fu il giorno in cui compresi – e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro. Fu la notte in cui persi la parola Resta, quella che mi sarebbe servita una manciata di anni dopo: Marian aveva smesso di essere la figura eterea che aspettavo ogni mattina alle dieci, quando lasciava la spiaggia e la immaginavo rifugiarsi nel suo mondo incantato, ma era diventata una ragazza della mia età, col sogno di abbandonare la Polonia per vivere in Italia. Era lì che avrebbe voluto fare l’università, e trascorreva i pomeriggi invernali a studiare l’italiano, a cercare di leggere Buzzati e Volponi, ad appuntare su un quaderno tutte le parole nuove. E così i mesi passavano, io perdevo le parole, lei ne acquisiva sempre di più e riempiva ogni mio vuoto. Ho rinunciato a tutte le parole che non mi erano servite, a quelle che avevo detto per sbaglio, a quelle che avevo detto troppe volte e che avevano finito per perdere di valore; ho smesso di usare le parole deludenti, quelle che mi avevano ferito, quelle con le quali avevo fatto del male. Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla, ma sapete cosa ho scoperto? Che servono poche parole, e che alla fine ce ne sarebbe stata una comune e semplice che avrebbe cambiato il corso della mia vecchiaia. Perché le parole sono rivestite del significato e dei ricordi che noi appiccichiamo loro addosso, con buona pace dei vocabolari. Avevo finito per convincermi del fatto che le parole non mi servissero più, non ora che c’era Marian a riempire le mie vacanze estive e la cassetta delle lettere. La dipingevo di rosso il primo settembre, il giorno dopo la sua partenza, per far sì che fosse visibile per il postino. Non volevo che le lettere di Marian, piene di parole in italiano che io non usavo più, potessero andare perdute, che il postino non vedesse con chiarezza la cassetta postale della mia famiglia. La mia famiglia che ormai eravamo solo io e mio padre, e non saprei dire se io e lui fossimo una fotocopia, se io fossi un suo clone a venticinque anni di distanza, ma anche lui ormai non diceva più un sacco di cose, mi sembrava perdesse pezzi e parole ogni giorno, e sopra ogni altra cosa aveva perso quel sorriso stanco che regalava a mia madre e a me la sera, quando tornava a casa dal pastificio. Eravamo fiori secchi entrambi, ma io sbocciavo ogni estate; lui non lo fece più, si estinse piano, e capii che stava finendo quando iniziò a farmi carezze impacciate: un gesto di debolezza, per uno come lui, al quale imparò ad abbandonarsi. Io dedicavo ogni domenica mattina a preparare il tiramisù di mia madre, la sua ricetta incollata con lo scotch al frigorifero. Era tutto identico: ingredienti, marche, quantità, contenitori e strumenti, eppure non veniva mai come il suo. Mio padre lo mangiava e mi diceva che ero diventato bravissimo, anche se la mano e le labbra gli tremavano. Marian si iscrisse alla facoltà di lettere a Bologna, perché aveva paura di Milano ed era intimidita da Roma. Nei piani di mia madre, io avrei dovuto continuare gli studi. Non capivo perché non volesse che seguissi le orme di mio padre: lui faceva un lavoro speciale, portava a casa la miglior pasta fresca che io abbia mai mangiato, e a me sarebbe piaciuta un’attività manuale, qualcosa che mi facesse dire, arrivato all’imbrunire di ogni giorno, che avevo realizzato qualcosa che prima non esisteva. Per mio padre, pur pragmatico, la volontà di mia madre diventò un nodo da non sciogliere per alcuna ragione. Mi iscrissi a Bologna anch’io, perché non distava molto da casa. E perché, naturalmente, lì avrei trovato Marian. Marian riempiva le serate bolognesi di sogni, di film visti e di vicoli da scoprire. Preparavo il tiramisù, lei scriveva sceneggiature e ogni tanto veniva ad assaggiare la crema e a darmi un bacio sul collo. Aveva la capacità di farmi sentire necessario, perché se non ci fossi stato lei non avrebbe potuto sorridere in quel modo, e allora cosa si sarebbe perso il cielo. Mio padre, nel frattempo, declinava rapidamente: si ammalò di assenza e si vestì di una vecchiaia precoce. Legò una corda al soffitto e solo l’intervento dei vicini evitò il peggio. Dimenticò, oltre alle parole, pezzi interi del suo passato, tutto ciò che non poteva più sopportare. Ne parlai con Marian, lei mi abbracciò senza dire niente, e in quell’abbraccio colsi la tensione vitale di chi non può rimanere imprigionato. Cosa vuoi che faccia?, mi chiese nel suo italiano pieno di congiuntivi ben posizionati. Resta, avrei voluto dirle, ma non potevo. E non potevo non solo perché quella parola era ormai svanita, al punto che non ero nemmeno più capace di articolarla; ma perché mi sentivo troppo fortunato, ad avere Marian, e quando ci si sente troppo fortunati si è più propensi alla rinuncia. Rinunciai alla felicità e all’università, rinunciai a lei, mi disse che mi avrebbe scritto e che ogni tanto sarebbe venuta al paese, l’aria di mare le piaceva così tanto, ma le promesse sono fatte per avere significato solo mentre vengono pronunciate: un attimo dopo stanno già volando via, raggiungono la luna e si accoccolano sul fondo di un cratere dal nome impronunciabile di un fisico tedesco o di un astronomo russo. E lì, depositate e inermi, ci guardano ogni notte mentre noi, col naso all’insù, cerchiamo di trovare nel cielo le cose che abbiamo perduto. Ho cercato Marian nelle interviste sui giornali, nelle sale scure dell’unico cinema del paese, standomene affondato in poltrone rosse che avevano ospitato i sogni e la noia di migliaia di persone. Ho provato a cercarmi nelle immagini dell’astro nascente del cinema mondiale, la regista polacca salita alla ribalta con un film malinconico e privo di speranza. Quando usciva un suo nuovo film andavo al primo spettacolo, guidavo per chilometri se necessario, e non ero soddisfatto se non memorizzavo ogni fotogramma. Smontavo e rimontavo le sue storie nella mia testa, cercando una traccia di me, anche flebile: un vezzo, un’espressione, una postura, una battuta di dialogo. Mi sembrava di vedermi dappertutto; finii per convincermi di non esserci, di essere stato dimenticato come la cassetta delle lettere vuota e arrugginita che avevo smesso di verniciare. Lessi sui rotocalchi dei suoi due matrimoni falliti, riuscii a fingere un sorriso e ad augurarmi che fosse felice mentre la mia vita solitaria procedeva immota, divisa tra il pastificio e le domeniche mattina in cui non smettevo di preparare il tiramisù che, a volte, nemmeno mangiavo. Pochi mesi fa, cercando notizie su di lei, ho scoperto che aveva intenzione di girare un nuovo film proprio nel mio paese. Diceva di sentirsi pronta a tornare nei luoghi della sua giovinezza più spensierata e sognante. Avvertii una sensazione sopita da tempo, da quell’estate del 1967 in cui lei era apparsa. Mi aggirai per casa inquieto, rimestando negli armadi e nei cassetti, rileggendo ogni sua lettera. E nel farlo, cercavo di scovare tra le righe ciò che ero per lei. Mi allenai per tornare a essere il ragazzo che aveva amato, ma lo specchio rimandava soltanto immagini di un uomo cupo e senza nulla da raccontare. Quando iniziarono le riprese del film, presi l’abitudine di trattenermi nei luoghi in cui si girava, attento a non farmi notare: indossavo il fedora beige di mio padre e un paio di occhiali da sole, me ne stavo in mezzo alla gente certo che Marian non avrebbe potuto vedermi. Ma io, lei, la vedevo sempre. Sotto il sole di fine primavera faceva vibrare l’aria come cinquantadue anni prima, come se il tempo potesse incidere la sua pelle, ma non la sua energia vitale. Estasiato, rimanevo ad assistere fino a quando mettevano via l’attrezzatura e la folla di curiosi si disperdeva. Allungavo il collo oltre le recinzioni temporanee per scorgere qualcosa di me e di lei sui volti dei due giovanissimi attori che, nella mia mente, interpretavano lei e me. Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di Redbreast invecchiato dodici anni, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni. Le riprese erano finite proprio nel pomeriggio, tra gli applausi, e pensavo che non l’avrei più rivista. Già mi pentivo di non aver provato ad avvicinarmi a lei, quando un taxi parcheggiò di fronte casa. Scese Marian, e l’auto ripartì. Si guardò intorno, si strinse nella giacca leggera, mentre la brezza le sollevava i capelli color cenere. Guardò verso la mia casa, la casa di mio padre, e incrociammo gli sguardi. Lo capimmo entrambi, nonostante fossimo a metri di distanza e le luci del patio fossero spente. Sorrise, e i denti brillarono sotto la luna piena, curiosa anche lei di assistere al miracolo. Si incamminò, salì i tre gradini della veranda e sedette sulla sedia a dondolo, sempre libera. Entrai in casa, presi un bicchiere, tornai fuori e le versai due dita di whisky. Lo allungai con dell’acqua e glielo porsi, ma lei scosse il capo. Rimanemmo seduti finché il vocio lungo il mare diminuì e poi sparì; ma lei restò, gli occhi incollati ai miei come per incidere dentro di me la sua esistenza. Poi, senza alcun segnale premonitore, parlammo insieme. In quelle interviste, dissi. Sai, disse lei. Sorridemmo insieme, tenendoci legati attraverso gli sguardi, senza bisogno di altre forme di contatto. Qualcosa in lei si ruppe, una lacrima scivolò sulla pelle bianca del viso. Si alzò senza dire niente e fece per andarsene, passandosi il dorso della mano sotto entrambi gli occhi. La guardai scendere i gradini senza riuscire a dire l’unica cosa che avrei voluto dirle, la stessa che avevo detto a mia madre la notte in cui se n’era andata, la stessa che avrei dovuto dire a Marian quando l’avevo lasciata a Bologna. Deglutii, nel panico, e mi sforzai di dirla, quella maledetta parola, ma dalla bocca non uscì alcun suono. Lei si stava allontanando e io stavo per perderla di nuovo Ho preparato il tiramisù, riuscii a dirle di getto. Lei fece ancora qualche passo verso il resto del mondo, come se non avesse sentito, o come se la mia voce non fosse più adatta a essere udita da qualcuno. Poi si fermò. Si girò a guardarmi. Ne mangiamo un po’, insieme?
  17. Titolo: Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Le Ossidiane Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897265 Data di pubblicazione : 23 Giugno 2018 Prezzo: 12,90 (cartaceo) Genere: Antologia di racconti, generi vari Pagine: 275 Quarta di copertina: Un tormentato amore adolescenziale, il sapore acidulo di un liquore slovacco, un solitario dai risvolti filosofici, l'incredibile avventura capitata a una senzatetto: non sono che alcune delle storie raccontate nelle pagine di “Siamo in ballo”. Le popolano persone qualsiasi e personaggi di grande spessore, come Lech Wałęsa e Sandro Pertini, ma non mancano una gatta dal pelo fulvo e un cane che soffre di nostalgia. Li accomuna il trovarsi di fronte a scelte difficili, spesso dolorose, che decideranno del loro futuro. In questi racconti l'autore trova spazio per sviluppare temi e sentimenti soltanto accennati nei romanzi che compongono la serie poliziesca di Gretije de Witt, i cui protagonisti ritornano nei due più corposi dei trentotto che compongono l'antologia. Dai ringraziamenti: Buona parte dei racconti presenti in questa raccolta sono nati per partecipare ai contest che si tengono periodicamente sul forum e in particolare a quello più longevo: il Mezzogiorno d'inchiostro, una gara dove in dodici ore, da mezzogiorno a mezzanotte, si deve comporre un racconto di massimo ottomila caratteri, rispettando una traccia che si apprende soltanto all'inizio della gara. La caratteristica che distingue Writer's Dream da altri siti analoghi è l'accuratezza dei commenti che si ricevono, utili in un secondo tempo per rielaborare i racconti, seguendo suggerimenti e consigli degli altri utenti. Per questo motivo i ringraziamenti vanno estesi a tutti gli iscritti al forum, vecchi e nuovi: grazie ragazzi, se almeno qualcuno di questi racconti sarà piaciuto, il merito è soprattutto vostro. Un grazie speciale va a Chiara, per aver ideato l'isolotto di Ruca e per la mappa dettagliata che trovate a pag. 79 Link all'acquisto: Alcheringa IBS Libreria Universitaria Amazon Unilibro Feltrinelli negli altri store seguirà a breve
  18. appassionato

    Bali Golden Shaq

    Primavera ‘97. Mi ero fissato su una ragazza, esile e bianca in viso, brunite lentiggini come coriandoli sulle gote. Elisa. Ravvivava i muri ammuffiti della biblioteca. Ventitré anni, iscritta a Giurisprudenza, la mattina a frequentare, le ore pomeridiane da dedicare allo studio fra quegli stanzoni vetrati. Fino al momento della chiusura. Inossidabile. Vestiva in modo disordinato, seguendo influssi etnici, tinte sgargianti mescolate maleducatamente, lunghi orecchini e piercing sulla lingua. Andatura decisa, dita dei piedi scheletriche, curate. Mentre leggeva, spesso, batteva ritmicamente il sandalo destro; il sinistro invece si spostava come levigasse il parquet usurato e annerito della sala consultazione. Fumava, rollando Bali Golden Shaq, poi tirate fino all’ultimo millimetro prima del filtro. Per spegnerle quindi nervosamente, vicino allo scarico dell’acqua piovana. Tre, quattro a pomeriggio. I denti immacolati, smalto luccicante, incastonati precisi, soltanto un canino leggermente inclinato all’infuori, lo usava per triturare le pellicine delle unghie. Adoperava un profumo floreale, un bouquet di ambra, miele, gelsomino e resina, dolce e avvolgente come la calura frizzante dei tropici. Caschetto rossiccio, capelli mossi appositamente disordinati, occhi verdi, piccoli e fugaci. Non ero ancora riuscito ad affrontarla vis a vis, ma la conoscevo a fondo. Abitava lì vicino, una fermata di autobus, o una camminata spedita di dieci minuti abbondanti, al terzo piano di uno stabile degli anni Ottanta, ancora ben tenuto, verde lime su persiane bianche. Mi eccitavo irrimediabilmente mentre la indagavo: sentivo il mio membro dilatarsi e chiedere spazio e sazietà. Mi pareva di udire i suoi mugolii di piacere, la vedevo mentre in vasca da bagno rigirava i polpastrelli, prima ad accarezzare lenta il clitoride, poi in affondo nella cavità della vagina. Un cespuglio irto e rosso probabilmente, sempre più veloce, il collo spossato ad adagiarsi al bordo, le labbra morsicate con vanità. E non riuscivo più a trattenerlo, dovevamo liberarci in bagno, subito, il tempo di due smanettate e il climax sopraggiungeva puntuale. Non pulivo mai del tutto le mani, lasciavo un poco di liquido, da asciugare su testi che ipotizzavo lei potesse presto consultare; era un modo per entrare in contatto, per inquinarla con la mia efferatezza. Un giorno riuscii a rivolgerle la parola. I suoi occhi su di me, mi detestai immediatamente. Ero fuori luogo. Decisi di scomparire per qualche tempo. Poi riaffiorò la curiosità. Aspettai. Osservai. Mi accesi spavaldo una Marlboro; io invece fumavo poco o niente, soltanto nei momenti in cui volevo rilassare membra e pensieri. Stavano per incombere le prime giornate autunnali e le ore diurne, come un fiammifero ormai consumato, erano divenute sempre meno. Gli ultimi riflessi porpora in cielo e il manto stellato, capitanato da una falce di luna in centro, era prossimo ad avvolgermi. La brasca riprendeva vita a ogni boccata, un respiro dopo l’altro avevo la facoltà di accorciare repentinamente la durata della miscela rinsecchita. Per poi spiaccicare la cicca, calpestarla e disfarla sotto la suola, fino all’ultima tremula esalazione. In alcune momenti difficili, avrei voluto fare così anche con lei, prenderla, usarla, disfarmene. «Ehi, ci conosciamo: Luca o mi sbaglio? Elisa, ricordi? Non è che mi fai accendere, per favore?» Teso, non mi ero accorto mi avesse visto. Era lì impalata, dolce e smarrita come sempre, odorosa, pelle che aveva sudato e candida restituiva un poco di acido. «Sono distrutta, giornata pesante, devo rifocillare la mente e l’umore; mi fai compagnia, un frizzantino, uno spritz qui all’angolo?» Caspita, percepivo la tensione risalire lungo le mie arterie, i battiti moltiplicarsi, la lingua impastarsi. Non ero adeguato, avrei dovuto svicolare in qualche modo. E invece mi prese radiosa per mano, calda, decisa ma morbida e, mentre mi fissava e sorrideva, mi trascinava nel bistrot. Rimbalzavo. Parlammo, di tutto e niente, mi sentivo come quando hai in mente un concetto, una parola, ma ti resta lì, non vuole articolarsi in parlato, la ricorri, senti che sta per arrivare, eppure sfugge svolazzante. E leggero sbottai: «Per me uno sbagliato; il vino da solo si asciuga troppo in fretta e mi mette tristezza». E pure sorrisi, ebete. Fantascienza. Fremevo, ti avrei sbattuta subito contro il muro, per annusarti, baciarti e stringerti come un ossesso. Quasi non ci fosse nessuno intorno. Per poi accarezzarti romantico, sussurrando dolcezze e grattandoti impercettibilmente la schiena, controllando il tuo carnato, memorizzando nei e fossette, punti levigati e altri forse trascurati. E «ancora», sentirti chiedere «ancora», inappagabile, sospinta dalla carica erotica che ci avviluppa da giovani inesperti. Mi sembravi a tuo agio, mentre mangiavi con avidità quanto il bancone ben fornito metteva a disposizione. Cara Elisa, se avessi saputo, se avessi potuto solamente immaginare. Ogni recipiente si riempie, poi si svuota, continua imperterrito in equilibrio finché è permesso, fino a quando viene controllato e ben trattato, finché, goccia a goccia, l’impeto del nuovo riesce ad amalgamarsi. Ma, se ti distrai, se le sollecitazioni sono eccessive, se la portata d’acqua è turbolenta e violenta … Mi investigava, con la sua ingenuità e pallore: «Università anche tu? Ti ho visto, sai? Sei sempre sui libri». «Passione, ricerche, vuoti intellettuali da sfamare», leggermente agitato, in quanto preso di sprovvista. «Ah sì? E che fai della tua vita, caro il mio studioso?», con un poco di cantilena, giusto per una lieve presa in giro. Fregato, innervosito, golata del cocktail per prendere tempo, occhi bassi a nascondersi, finto interesse sulle vettovaglie. Che cosa avrei dovuto dirti? Come raccontare i miei innumerevoli lavoretti saltuari, i mille fallimenti, porte sbattute in faccia e il congruo gruzzoletto di papà che stavo fervido mungendo? La mia carriera scolastica era data per finita al terzo anno di medie, quando mi radevo i quattro peli finti baffi e irradiavo di ormoni; non che fossi ignorante: semplicemente, non me ne fotteva niente di quanto volevano raccontarmi, di quanto chiedessero io imparassi a memoria, come una filastrocca inconsistente per bambini. E di conseguenza tiravo sera, fra una nota e un richiamo di pa’ e le sconclusionate letture che a me garbavano. Di tutto, dal libro autobiografico di Michel Platini a quello su Mussolini, dagli scritti di Salgari a tutte le fonti, più o meno mistificate su Che Guevara. Mi ero praticamente auto istruito, sapevo fare di conto e scrivevo in un ottimo italiano ma, se mi avessero chiesto l’elenco delle province italiane o le guerre puniche, avrei tranquillamente fatto scena muta. Consapevole della mia cocciutaggine. Che molto mi aiutò nei successivi studi. «Faccio tante, troppe cose per potertene parlare qui in pochi minuti», incespicando con lingua. «Beh, allora dobbiamo rincontrarci con più calma. Che ne dici?», facendomi sussultare di piacere e confusione. «Sarà fatto, promesso vero? Vero?» Ci frequentammo per un anno intero, imperterriti e innamorati il giusto, molti slanci, immancabili litigate. Ogni tanto il mio lato oscuro emergeva e la opprimeva. Non parlavo, non reagivo, mi facevo sonoramente i cazzi miei, non disdegnando di attaccarmi ad altre ragazze e di rifilarle un paio di ceffoni a contorno delle sue giuste rimostranze. «Non provare a farmi prediche, non ci provare, tu e quella faccia da suora che deve scassare il cazzo! Hai qualche problema? Non ti vado bene, non hai più desiderio di sentire il mio cazzo? E allora, dammi retta, verginella cara, dammi retta, prendi e vaffanculo, lì, sempre dritto, vaffanculo!» Credo mi abbia spesso odiato e forse proprio per questa miscela di sensazioni forti e contrastanti, non sia mai riuscita a staccarsi di sua iniziativa. Seppure le sue amiche avessero ben presto scovato la mia anima velenosa e ogni giorno lo sbandierassero. Seppure sua madre mi vedesse come fumo negli occhi e avesse presto tolto il saluto. Seppure suo padre mi avesse rincorso una sera in cui avevamo cenato a casa loro, trafelato e agitato, per mostrarmi il dito tremante davanti al naso, intimandomi di scomparire. Codardo, doveva colpirmi dritto in viso. Invece balbettava, cercando di intimorirmi con un paio di per cortesia e non mi sembra proprio il caso. Lo avevo provocato durante gli antipasti, i primi e i secondi, senza motivo, giusto per contrariarlo. E guardavo Elisa e vedevo quanto assomigliasse a quei due e maledicevo con forza l’ipocrisia che mi permeava e attaccava in continuazione. La lasciai io, alla vigilia di un dannato capodanno, dopo averla costretta a scopare chiusi in bagno durante una cena fra amici. Mi ricordo, l’avevo presa con fretta da dietro e, mentre spingevo, le dicevo che per me non era nessuno, non contava niente, era soltanto sfogo delle mie voglie. La sentivo tremare e godevo ancor di più. Terminammo che piangeva, imperterrite e copiose lacrime scendevano lungo le guance, occhi bassi e umore di chi si sentiva umiliata e sfregiata. Chiusi la serata vomitando solo per strada, la nebbia che mi ammansiva, rinfrescando il viso, il buio nero della notte che inghiottiva il mio fottuto malessere.
  19. isa tao

    I cannibali di Mao

    Tutta LA verita', nient' altro che LA verita' sulla guerra Huawei-China / USA. Marco Lupis, reporter free lance ha vissuto e lavorato per moltissimi anni in Asia e ci racconta dinamiche e retroscena della nuova potenza globale, la Cina A Torre sant'Antonio , Santa Caterina dello Ionio, CZ, Calabria, Italia.
  20. Edizioni Migr-Azioni

    Edizioni Migr-Azioni

    Siamo neonati. Nel 2019 decidiamo di muovere, timidamente, i primi passi nel mondo dell’editoria con le Edizioni Migr-Azioni. L’intento del nostro progetto editoriale vuole essere quello di raccontare il riscatto del territorio (il nostro in particolare: la Campania, ma anche tutti gli altri) attraverso la cultura, la poesia, l’arte, la narrazione di idee che vanno in controtendenza, l'impegno sociale, politico e ambientale. Edizioni Migr-Azioni dedica molta attenzione ai giovani, ai tanti Sud del mondo, alle periferie intese come non solo quelle delle città ma anche dell’anima. Edizioni Migr-Azioni non è una casa editrice «normale», per noi il libro non è visto come un prodotto da commercializzare. Il nostro è un progetto culturale, una sperimentazione che va avanti per tentativi ed errori, un viaggio verso nuovi orizzonti che vogliamo intraprendere con sempre più persone: anche con te!
  21. Fino a
    All'ex cinema "Aurora" di Livorno, Daniele Riccioni presenterà per la prima volta al pubblico il suo romanzo d'esordio "Trecentoquarantadue", edito da Aporema Edizioni. Una buona occasione per conoscere l'autore e ottenere la propria copia autografata.
  22. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    - Te ne vai già? - Aspetta. Fra un po’ metto su il caffè. Non volevi un caffè? - Siediti allora, e stammi a sentire. Che vieni a fare se poi stai tutto il tempo con l’orologio in mano? Che credi! C’ho diritto anch’io di sfogarmi! - Più di te di sicuro. Sei tu che c’hai avuto la vita comoda. Mica io. Che ne sai, tu. Che quando quella disgraziata mi è saltata sulla pancia e me l’ha schiacciata, strillando che adesso ci pensava lei a farti uscire, e che non mi dovevo lamentare perché prima avevo goduto e ora ne pagavo le conseguenze, e io non riuscivo a credere che ancora ci dicevano queste cose alle donne, proprio non mi tornava, non eravamo mica nel secolo scorso, e poi lei era una donna, come poteva pensarle quelle porcherie… - Sì, proprio così. Mi ha detto che avevo goduto e dovevo pagare. Che c’è, non mi credi? … così le ho gridato che non si doveva permettere, ma poi ho avuto paura che mi trattava peggio, sentivo pugnalate ai fianchi e tu te ne stavi tranquilla in pancia e non uscivi, e quella maledetta poteva lasciarmi lì a crepare che mi trovavo bell’e stecchita senza che nessuno se ne fregava, così ho stretto i denti e lei mi è salita di nuovo sulla pancia, e con i gomiti mi schiacciava sotto lo stomaco e a me sembrava che ci godeva. - Come? - No, non era per il suo lavoro, così si trattano le bestie, mica i cristiani. - Già, per te è facile parlare, lì sotto c’ero io, mica tu. Saprò bene quello che mi stava facendo. Si divertiva, quella boia. - Certo che non c’hai colpa, sto forse dicendo che c’hai colpa tu? Che quando sei uscita eri tutta nera e raggrinzita che sembravi un rospo - stavi per morire soffocata, m’ha detto un dottore - ed anche dopo che ti hanno lavata e ti hanno messa nelle mie braccia mi sembravi proprio una vecchietta, e avevo paura che quando veniva tuo padre mi sgridava di aver messo al mondo una bambina brutta e non mi voleva più. Dopo tutti quei maschi finalmente una bambina e tu eri un mostro. - No, no, eri proprio brutta. Tutta nera con le grinze come una vecchia. Che quando ti ho portato a casa non volevi dormire, non dormivi mai, che credi ch’era facile per me fare la notte in bianco e poi andare a lavorare? Dopo solo quindici giorni ho dovuto riprendere il lavoro perché i soldi se ne volavano, ci pensava tuo padre a berseli al bar, così poi entrava in camera allegro come un merlo e con le voglie, e mi prendeva da dietro e voleva fare l’amore senza nessuna precauzione, che se ci rimanevo ancora erano fatti miei. Lui di voi non si è mai occupato, che credi, sono stata sempre io a pulirvi il culo e tutto il resto. - Sì, brava, difendilo! - Sarà, a me non mi sembra proprio che si è mai occupato di te. Di me no di sicuro. Che dopo ch’è nato tuo fratello Leo sono dimagrita di venti chili che sembravo una del Biafra, tossivo come un cane e mi dicevano tutti che se c’avevo quella brutta malattia ai polmoni dovevo andare subito al sanatorio dove ti guariscono bene e ti trattano come una regina. Allora sono andata a fare i raggi ed era proprio così, c’avevo quella brutta bestia ai polmoni, solo che non sputavo sangue e non ero ancora molto debole, solo un po’ di febbre ogni tanto, ma solo ogni tanto, così non avevo pensato di essere ammalata di qualcosa di brutto. - Ah, non lo sapevi che c’ho avuto la tubercolosi? Ci devo ringraziare tuo padre, un figlio dietro l’altro e botte quand’era bevuto. Che quando sono tornata a casa e ho trovato un mucchio di roba da lavare e neanche un panno pulito gli ho detto che se ne fregava dei miei polmoni malati, allora lui mi ha tirato un ceffone che mi ha mandata a gambe all’aria e questo è stato il suo benvenuto. E voi poveri figli ci guardavate spaventati, pallidi da far paura, e chissà che porcherie avevate mangiato mentre ero via, perché la gran dama di sua sorella non si era degnata di venire a dargli una mano, eh, vuoi che quella santa donna si poteva occupare di cose così terra terra? Lei c’aveva d’andare in chiesa e da pregare per i poveri defunti. - Come? - E chi la sta sfottendo! - Ah, è lei che ti ha cresciuta! - Solo fino ai cinque anni, bella mia, per il resto è la sottoscritta che si è chinata a raccogliere la tua merda. - Proprio così, la tua merda. - Che fai? Metti giù il cappotto! Peggio di tuo padre sei, subito a prendere fuoco. Siediti, dài. Scusa le brutte parole, è che quando parli di tua zia gli occhi ti brillano, manco te ne accorgi. Ti brillano gli occhi e io ci soffro. Su, dammi il cappotto. - Va bene, non parlo più di lei. - Va bene. - T’offendo sempre, dici? - Ah, lei non l’ha mai fatto!... - Ma neanche t’ha pulita là sotto fino a undici anni, ch’eri già signorina e non volevi farti il bidet e puzzavi di sangue che se non ci stavo attenta io tutti i maiali del quartiere ti venivano dietro, e a quest’ora c’avevi una masnada di mocciosi e non tenevi queste arie di gran dama. Che poi l’hai data via presto ugualmente, che credi, che sono scema, vedevo come tornavi a casa con tutti i lividi sul collo. Una volta nella tua tasca c’ho visto i goldoni e ho fatto finta di niente, ormai eri bell’e svezzata, io il mio dovere l’avevo fatto e nessuno mi poteva criticare, tanto meno quella sbruffona della Macrì che porta le figlie come sante e le ha accompagnate tutte in chiesa, col vestito bianco e i confetti, e invece lo sanno tutti che quelle sono le più grandi troie della zona. Anche il padre di Rosa c’ha avuto a che fare con la più piccola, come si chiama, con la Melina… - Sì, sì, la smetto, certo, la Melina è amica tua, meglio non sapere che avete combinato in giro… beh, quella volta che ho guardato per caso nella tua tasca c’avevi solo sedici anni. Che credi. - Che fai? Di nuovo col cappotto in mano! Mettilo giù! Neanche un po’ posso sfogarmi! Con tutto il dannare che ho patito a causa tua!... - Si. - Sicuro. - Anche per la faccenda di tua zia. - Certo, tu non c’hai mai colpa di niente. - Se lo dici tu. Io invece mi ricordo diverso. Per esempio quella volta… - Ti spiego subito. - Fammi parlare! - Subito, se stai zitta… - Adesso basta! Chiudi la bocca e ascolta. Che credi, d’essere l’unica che si deve sfogare? Che quando ti venivo a trovare scappavi in stanza da cucito e ti nascondevi dietro la macchina Singer di tua zia, con quella ci faceva degli abiti per tutti tranne che per me, e ci godeva, quella fetente, di farmi vedere com’era brava a tagliare e a cucire le giacche, io ci vado matta per le giacche e lei lo sapeva bene. Io ti acchiappavo dietro la Singer e quando ti tiravo fuori facevi la stranita, facevi finta di non conoscermi. - Ah, dunque lo ricordi!… - Io? - Ma che dici! - Se te le ho date le meritavi, con tutto che ti venivo a trovare e lasciavo gli altri figli da soli, neanche la soddisfazione di chiamarmi mamma. - Non è vero. - No. - Sei una bugiarda. - Non è vero, non ti ho mai presa a calci. - Forse. - Forse solo una volta… - Basta! Te ne stavi nascosta dietro la macchina da cucire e mi guardavi con gli occhi pieni di spavento, manco ch’ero un mostro, così quando t’ho acchiappato non ci ho visto più dalla rabbia e t’ho tirato un calcio, ma non volevo prenderti la faccia, che credi, quel giorno ero sfinita, non avevo chiuso occhio per tuo padre ch’era ubriaco e aveva urlato e dato spettacolo e i vicini erano venuti a dirci che se non la finivamo ci mandavano in casa la polizia, così quando t’ho presa e tu con gli occhi da pazza mi hai chiesto chi ero non c’ho proprio visto più e ti ho tirato un calcio, ma il sangue dalla bocca non volevo fartelo uscire, poi ci sono stata così male... - Ti giuro. Male da cani. - Volevi punirmi? - E di che? - Abbandonata? Io sono stata abbandonata ch’ero bambina, che i miei genitori m’hanno data a una famiglia per fargli da serva perché non potevano sfamarci, a noi figli, e appena sono arrivata i padroni mi hanno messo uno sgabello sotto i piedi per lavare i piatti perché al lavello non ci arrivavo, e io ho cominciato a sfregare delle pentole che neanche le tenevo tanto erano grandi, e allora mi sono messa a piangere, ma piano piano, perché non volevo farmi sentire se no poi la padrona mi mandava via, e papà s’arrabbiava… Altro che la vita da signora che hai fatto tu! - Certo che non c’hai colpa. Però ce l’hai per la zia. Non t’ho mandata a fare la serva a nessuno, e per ringraziamento fingevi di non conoscermi… - T’ho già detto che non potevamo tenerti. - Che c’entra! A voi figli vi ho amati tutti uguali. E’ che a te era difficile volere bene, scontrosa com’eri sin da piccolina... - Dopo t’ho ripresa, no? - Magari ti lasciavo per sempre, stavamo meglio tutti! A volte c’ho proprio dispiacere che sei nata… - Stronza? A me? A tua madre? Brutta bestia, dire questo a tua madre! Io non ho mai mancato di rispetto ai miei genitori con tutto che mi avevano messa a fare la serva! Ancora? Basta! Via! Esci subito da questa casa! Via! Vattene, subito! - Che c’è?… Che ti succede?… Che ti stai inventando?… Stai poco bene?… Basta, non ci casco, vattene! Vattene via!... Oh Dio, che fa?... Sta per cadere!... Qua, ti tengo, stai tranquilla. Ma che ti succede? Dio, come sei smorta!... Ecco, brava, respira, respira lentamente… Così. E’ passato? Ma che c’hai, si può sapere? Respira adagio, vedrai che ti riprendi. Così, da brava… Va meglio, vero? Perché non dici niente? Ecco, brava, così ti torna il colore… Su, stai di nuovo diritta. Ecco, è passata… Pensavo che fingevi, sei sempre stata una commediante… Ma dove vai?... Aspetta, non fare la scema! Non vedi che neanche stai in piedi? Non ti si può dire proprio niente, a te. Ma tu non dovevi darmi della stronza… Aspetta, entra, prendi almeno il caffè. Ti prendi un caffè e poi te ne vai. Dio, come sei smorta! Torna dentro! Prima bevi un bicchiere d’acqua. Lo vuoi un bicchiere d’acqua? Ecco, brava, siedi qui. Bevi. Va meglio? Ma che c’hai?… - Come? - Parla più chiaro… - Quando? - E come mai, così, di colpo? Qualche sospetto devi averlo avuto, uno non se ne va dopo tanti anni senza dire niente… - S’è tenuto la casa? E tu? - In mezzo a una strada? - Quel porco! Potevi dirmelo subito che c’avevi questo problema. - Che porco. - Che porco. - E’ un porco. - Te l’ho sempre detto io che andava a finire male con quel tuo Romeo. - Sì, Omero, ma a me Omero mi fa venire da ridere, mi sembra il nome di un cane, quand’ero piccola c’avevamo un cane con quel nome e … - No, non cambio discorso, è che ogni volta che parliamo di lui diventi una belva, te l’avevo detto di non metterti assieme a un uomo sposato. - Va bene, separato, però lui ora si riprende la moglie e a te ti dà il benservito e tu sei qui a bussare alla tua vecchia mamma che te ne sei sempre fregata di lei e ci dai anche della stronza, e ora invece ti fa comodo. – Come? Non torna con la moglie? - Certo che ti credo. Il tuo Romeo avrà capito che è meglio vivere da solo che con una bestia come te. - Dài, scherzo. E’per sdrammatizzare. Mica crederai di essere la sola con dei problemi. Che ne sai di me. Sto sempre sola, seduta su quella poltrona per delle ore, proprio dove ci stava tuo padre quando c’ha avuto l’ictus, e penso che la vita con me è stata proprio una chiavica, sette figli un marito di merda – riposo possa avere - e mai un giorno di felicità. Non c’ho neanche il coraggio di guardare le vostre foto di quand’eravate piccolini, perché neanche mi sembra che siete stati piccoli, non c’ho avuto il tempo di godervi, e allora mi prende la malinconia. Con tutto il dannare per crescervi adesso non vi degnate di farmi una visita. Tu, poi, l’unica figlia femmina! Mi dicevano ch’eri la figlia della fortuna, che ti avrei trovata al fianco da vecchia. Bella roba! - Aspetta, aspetta. Va bene, non ti dico più cose brutte. - Va bene. - Prometto. - E’ che la rabbia che ho dentro è tanta, e adesso me la piglio con te. -Va bene, me la piglio sempre con te. Ora basta. Vado a spegnere il caffè e ce lo beviamo assieme. - Quanto zucchero vuoi? C’ho le zollette, se preferisci. Ne vuoi una o due? - Come? - Ah, è vero, è vero. - Che dici? - Esagerata, addirittura schifo! - Così tanti? Davvero sono vent’anni che pigli il caffè amaro? - Scusa, l’avevo dimenticato. - Va bene, c’hai ragione. Me ne dimentico sempre. - Che vuol dire che le cose tue non le ricordo mai? Quante storie perché t’ho chiesto se ci volevi una zolletta! Che credi! C’ho altro per la testa che le tue zollette del cavolo, io! … E adesso? Perché piangi? Chi ti capisce, a te. Non ti piace il caffè con lo zucchero e piangi?... Va bene, sono pesante e dico cose cattive ma poi quando rimango sola ci ripenso e soffro perché di sette figli neanche a uno ci passa per la testa di venirmi a trovare, sembrate figli di nessuno! - No, no, non ricomincio. Ma tu non sei una mamma, non puoi capire. Che ne sai, tu. Che credi. C’ho voluto bene, io, ai miei figli. Sei tu che te ne sei sempre fregata di me. Anche dopo che hai finito la scuola, quando ti ha telefonato l’agenzia, quella dove t’hanno chiesto di lasciarci la foto e poi t’hanno detto che un ingegnere di Londra, uno importante, t’aveva vista sull’album e t’aveva scelta per accompagnarlo fuori a cena, tu neanche ti sei presentata, neanche c’hai voluto provare, io ti chiedevo di provarci per portare a casa un po’ di soldi che quelli di tuo padre erano una miseria ma tu niente, dicevi che chissà poi che ti facevano, magari non succedeva niente, dipendeva da te, e ti pagavano bene. Che ti costava. Che fai? Aspetta, finisci il caffè! Dài, oggi è una giornata brutta, quando piove mi vengono fuori le malinconie e poi dico cose cattive. - Ah, succede anche a te? - Dài, figlia mia. Facciamo pace. - Va meglio? - Così. Basta litigare. Sei sempre mia figlia e io la tua mamma, una vecchia mamma sola e triste. C’ho piacere se mi fai compagnia. Vedi? Tu sei qui e già mi sento più serena. - E’ abbastanza forte il caffè? Buono, vero? - Mi fa piacere che lo bevi con gusto. - Una proposta? - Dimmi. - Ma dimmi, dunque! - Come?… Qui? - Vuoi dire a mangiare e a dormire? - Sì, è vero, mi sento sola, ma… Non so… non so… mi prendi alla sprovvista. - Aspetta, aspetta!… Tu c’hai un lavoro che guadagni bene, puoi prenderti un appartamento in affitto, no? - Davvero? Credevo che prendevi dei bei soldi. - Mi daresti una parte?… e quanto?… - No, no! Scusami, ma… - No, non posso. Cioè, posso, ma così alla sprovvista… anche tu devi capire… - Mi spiace… - Mica tanto, ormai c’ho fatto l’abitudine a star da sola. - Ci riesco benissimo. Piano piano in casa faccio tutto. Non c’ho bisogno di te. - Non insistere. Con quei quattro soldi io non ci faccio niente e tu rimani senza un quattrino. Perché non te ne vai a dormire dalla tua amica Melina? - No, non è perché me ne dai pochi. E’ che se ti prendo in casa mi farai diventare matta. Che credi. Sono vecchia, io. C’ho le mie abitudini, la mattina mi alzo con comodo e faccio tutto con calma, che in bagno ci devo stare più di mezz’ora perché c’ho il busto da mettermi che faccio fatica a infilarlo per l’artrite alle mani, poi devo fare colazione adagio perché c’ho i bruciori allo stomaco, tu non sai che male mi fa allo stomaco con tutte quelle bestie di pastiglie che devo prendere per l’artrite, e poi mi metto pianino a fare i mestieri che mi ci vuole tutta la mattinata - tanto chi mi viene a trovare? - e a mezzogiorno ho appena il tempo per sgranchirmi un po’ le gambe che sono dure come pezzi di legno e rischiano la flebite se non mi faccio qualche passeggiata. I dottori si sono tanto raccomandati che devo camminare... Se vieni a stare qui sarà il manicomio, non riuscirò a mandare giù un boccone in santa pace, altro che passeggiate! Sei sempre stata una pazza, tu. Un carattere di merda. No, no, figlia. Ognuno per conto suo, io faccio le mie cose tranquilla e la giornata mi vola lo stesso. Perché non provi a chiedere alla tua amica Melina? Vai da lei, un letto te lo dà di certo. Insieme starete bene, c’avete un sacco di cose da raccontarvi, voi due. Siete giovani, beate voi! A me puoi venirmi a trovare quando vuoi. Basta che bussi. Tu bussi e io apro. Per te ci sarà sempre una tazza di caffè bella zuccherata che t’aspetta. - Che c’è adesso?... Che ti succede?… Che hai?... Perché ridi?…
  23. andrea werner mondazzi

    Atrani sulla Costa d'Amalfi

    Titolo: Atrani sulla Costa d'Amalfi: Racconto di un racconto - Epica in tre atti Autore: Andrea Werner Mondazzi Casa editrice: Amazon KDP ISBN versione cartacea: 1079720944 ASIN versione digitale: B07V5R3W6K Data di pubblicazione: 11 luglio 2019 Prezzo: versione cartacea 7 euro, versione digitale 4 euro Genere: Epica Popolare Pagine: 46 (versione cartacea) Quarta di copertina: “Una settimana, allora, trascorse intera senza che di barche come le loro al largo se ne tracciasse rotta. Furono strani sette giorni, di ormai acquisita biblica reminiscenza, giorni ancora oggi dai vecchi del paese raccontati quali aneddoti ai turisti che gli s’accostano in piazzetta: raccontati però come fossero giorni disegnati nel libro dell’Apocalisse”. Una terra le cui atmosfere, scorci e paesaggi ricorrono in dipinti ospitati da tre quarti delle pinacoteche del Vecchio Continente. Un racconto di epica popolare che richiama leggende secolari, sul cui tessuto è ricamato il volgere di un’epoca. Un registro a metà strada tra verismo e letteratura fantastica. Una narrazione che, a suon di testamenti e consegne spirituali di padre in figlio, si dispiega lungo tre generazioni. Opera prima di Andrea Werner Mondazzi, che è nato e vive a Roma. Autore tanto poco ortodosso da esordire con un genere agli antipodi rispetto a tutto ciò che negli anni ha accumulato nel cassetto dello scrittoio. Link all'acquisto: Versione digitale https://www.amazon.it/Atrani-sulla-Costa-dAmalfi-Racconto-ebook/dp/B07V5R3W6K/ Versione cartacea https://www.amazon.it/Atrani-sulla-Costa-dAmalfi-Racconto/dp/1079720944/
  24. Mister Frank

    Ponte alle Grazie

    Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: http://www.ponteallegrazie.it/contatti.asp?editore=Ponte alle Grazie proposte@ponteallegrazie.it Oppure torseo Ioscrottore (per proposte di narrativa) Distribuzione: Messaggerie http://www.ponteallegrazie.it/ced.asp?editore=Ponte alle Grazie&lang=ita Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  25. Claudio Piras Moreno

    In fondo al mare la luna - Claudio Piras Moreno

    Titolo: In fondo al mare la luna Autore: Claudio Piras Moreno Casa editrice: Amazon ISBN: 978-1718768635 Data di pubblicazione (o di uscita): 05/05/2018 Prezzo versione cartacea: 13 euro, digitale: 2,99 Genere: Mainstream Pagine: 207 Quarta di copertina o estratto del libro: mai oltre i 3500 caratteri: Sotto i raggi della luna si svolgono le vicende di due giovani in un piccolo paese di pescatori. La sua presenza o assenza non ha influenza soltanto sulle maree, sugli spostamenti dei pesci, ma sull'intero agire di quell'umanità a lei esposta. Essa è testimone silenzioso d'ogni cosa e sembra impallidire al cospetto dello sciagurato agire degli uomini. Adela, figlia di un pescatore imbarcato nel peschereccio più grande del paese, vive una vita innocente e priva di malizia e pudori. In una delle sue passeggiate notturne viene vista da Lorenzo farsi il bagno nuda in una caletta appartata. Adela diviene amica della luna e di Catalina, un'anziana del paese che ha avuto tanti figli da uomini diversi e la cui esistenza è segnata da un continuo trascinarsi nella miseria, tra abbandoni, lutti e malignità. Sempre scalza anche d'inverno, col suo parlare scurrile scandalizza l'intero paese, tranne Adela. Nella vita della giovane è apparso Lorenzo, marinaio imbarcato sul peschereccio Mariposa. Tra loro si pongono numerosi ostacoli e incomprensioni, tra i ritmi febbrili della pesca, burrasche improvvise, la cattiveria della gente e violenze. In un continuo scontrarsi tra uomo e mare, pescatori stranieri e autoctoni, la luna osserva l'evolversi difficile di quell'amore. Passati diversi anni, il paese è ormai cresciuto, aperto al progresso e fiorente; eppure, la luna si accorge che tanto è andato perduto e si getta tra le onde. Guardando la superficie del mare una vecchia donna scalza la scorge. Giace dormiente sul fondo marino, e per la prima volta in vita sua, Catalina piange. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/fondo-al-mare-luna-ebook/dp/B07CVQ3FG4/ref=tmm_kin_swatch_0?_encoding=UTF8&amp;qid=&amp;sr=
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