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  1. Calaf

    In libreria

    Esitai prima di entrare ma alla fine mi decisi. Subito sentii il profumo della carta, appena richiusa la porta, e dei vecchi scaffali di legno. Mi guardai intorno per un po’, non cercavo Silvia, mi piacevano tutti quei libri uno sopra l’altro. Li scorsi affascinato, cercando di decidere da quale parte iniziare, tentennando. «Posso esserle utile?» mi domandò un commesso cordiale, senza avvicinarsi troppo. «Certo» risposi «vedo che date dei consigli con quelle fascette che applicate, mi interesserebbe uno di quelli». Il mio piano stava funzionando alla perfezione. «Con molto piacere, almeno prima possiamo individuare il genere?» Eh, ma io mi ero distratto, nel mentre. Baudelaire se ne stava lì, inclinato, a ciondolare sul suo vuoto e a fissarmi. Mi metteva ansia vicino a quel Cioran che quasi non si vedeva, rintanato nella sua soffitta. Hemingway e Fitzgerald si rincorrevano sugli scaffali, ubriachi, inseguiti da un indiavolato Céline mentre Camus si fumava una sigaretta pensando a qualcosa che non ricordava e che Dostoevskij invece ricordava benissimo, ma faticava a perdonarsi. Poco più in là Joyce strizzava gli occhi non riuscendo a leggere le parole che Musil non finiva di scrivere. Proust con tutto quel casino stava impazzendo, cercava di scavarsi un buco verso il ripiano più sotto. Forse perché non vedeva Villon, che quatto quatto, fra un verso e l’altro, stava cercando di oltrepassare quel chiacchierone di Wilde per andare a toccare le pagine alla Woolf… Era da un bel pezzo che non mettevo piede in una libreria che non sembrasse un supermercato. Guardai il commesso con l’aria di uno catapultato lì per caso: «Prego scusi?» «Ehm, dicevo, potremmo cominciare con l’individuare il genere che le interessa» «Il Giappone» gli dissi. «Intende un libro di fotografie, di viaggio, storico, letteratura…» «Kawabata, La danzatrice di Izu. Non l’ho ancora letto» giuro non so da dove mi fosse uscito. Da una botola del pensiero, certo. Mi ero già dimenticato la storia delle fascette, il piano era andato a ramengo. Il commesso mi guidò verso uno scaffale, dove spulciando riuscì a trovare il libriccino rosa. Me lo consegnò e mi disse che in quella sezione c’era tutto quello che avevano sul Giappone e sulla letteratura giapponese. Fotografie, giardini, stampe, diari di viaggio… Sfogliavo, curiosavo. Mi piaceva il Giappone, quello tradizionale, intendo. Era piazzato in un angolo della mente come un giardino zen. Andavo a sistemarlo quando ero in cerca di tranquillità. Con le carpe, l’acqua, gli incensi, i kami e tutte quelle cose. Chissà, magari un giorno ci sarei andato davvero… Stavo già volteggiando, con il vento in faccia, quando il decollo fu interrotto d’improvviso. «Ma che sorpresa!» «Oh, Silvia… Come va?» Sembrava interdetta dal totale assorbimento del quale ero stato palese vittima. Ero quasi dentro lo scaffale, con le mani e con la testa. «Sei appassionato di oriente?» mi domandò. «No, solo di Giappone» «Ah, e c’è una ragione precisa?» «No» dissi «ci sono nato, così. Tutte queste cose le avevo dentro già da bambino, come una malattia. Per quanto ho potuto, non ho fatto altro che ammalarmi di più. Ora però sono convalescente, mi faccio solo ogni tanto di qualcosa» conclusi con una smorfia agitando il mio libretto. Uscii da quell’angolo di paradiso con la certezza di non avere detto né fatto nulla di quello che avevo architettato, ma ero contento lo stesso. Mi aspettavano pagine e pagine e pagine, e ne avevo bisogno per vivere un giorno di più in mia compagnia.
  2. Adelaide J. Pellitteri

    L'arte del Marioni

    «Scusi, ma lei dove vuole andare con questo sole giallo?» Chiese il dottor Li Manni. Aveva una voce talmente possente e mascolina che avrebbe potuto fare l’attore di teatro. «Non ho capito» disse il Marioni che, al contrario, aveva la voce e l’aspetto di un impiegatuccio statale. «Dico, lei con questo sole giallo, dove vuole andare?» E il Marioni, quasi timidamente: «Beh, pensavo potesse esporlo qui nella sua galleria e magari provare a venderlo». Il dottor Li Manni che aveva una barba bianca, corta e ben pettinata sembrava il migliore fra tutti i “padreterni”. Con il tono accorto e le mani giunte, disse:«Vendere un quadro con un sole giallo?» «Mi pare sia un buon lavoro, non crede?» «Ma cosa c’entra il buon lavoro adesso, questa è una galleria d’arte contemporanea! Ha presente?» «Certo che ho presente. Il quadro l’ho finito giusto ieri sera, più contemporaneo di così!» «Scusi Marioni, ma lei ci è o ci fa?» «Dottore, non capisco». «Su, via, la gente vuole cose nuove, cose strane. Chi vorrebbe mai spendere due o tremila euro per un sole giallo. Basta guardare il cielo e si trova gratis, Marioni!» «Ma è un sole bellissimo, lei non ha idea di cosa non ho fatto per trovare il colore giusto». Ricordava tutti i soli che aveva scrutato, ci aveva perso quasi gli occhi a furia di cercare. Aveva osservato quello morente dentro cieli rossi, quello nascente in mezzo alle nuvole bianche, quello incollato sopra cieli immobili e azzurri… «Lei non capisce, qui parliamo di arte, quella con la a maiuscola, intende? La gente guardando un’opera ha bisogno di eccitarsi, di rimanere stupita, sgomenta, entusiasta. Scelga lei la parola che più le aggrada, ma la sostanza è questa». «Io mi sono emozionato moltissimo, dipingendo». Marioni pareva ripassare con lo sguardo tutto il tempo che aveva dedicato al quadro, gli s’intravedeva una gioia palpabile, sembrava quasi che gli occhi gli scintillassero. Dietro quelle pennellate c’erano forse i tramonti appassionati visti a Santorini? Aveva dipinto ricordando l’alba cosmopolita di Manhattan? Oppure rivivendo il volgere del sole sui deserti intorno a Timbuctù? Era forse andato fino alle Isole di Lofoten per vedere il sole di mezzanotte? Un artista vero non tralascia nulla. Di sicuro era riuscito a tirare fuori un giallo che non somigliava proprio a nessun altro. «Marioni, parliamoci chiaro, io vorrei anche aiutarla, ma lei deve venirmi incontro. Qui abbiamo sempre bisogno di nuovi artisti, ma noi su questa strada non ci incontreremo mai. Lei vuole veramente vendere un suo quadro qui da me?» «Certo che lo voglio, la sua galleria è la più qualificata di tutta la città, per questo sono qui. Sono sicuro di avere fatto un buon lavoro e pensavo che lei - e soltanto lei - avrebbe potuto apprezzarlo». «Va bene, voglio assolutamente venirle incontro, facciamo così, mi porti un quadro nuovo. Vuole fare il sole? Bene, non ho problemi a vendere un sole, ma lo faccia… non so… color melanzana, sì viola. Ecco, viola potrebbe andare». «Un sole viola? Ma dove si è mai visto un sole viola?» «Proprio qui sta il gioco. È questo il bello, Marioni! Lei mi fa un sole viola, magari ci mette un bel paio di tette e non avremo problemi. Lo vendiamo in quattro e quattr’otto». «Un sole viola con le tette?!» «Sì, magari belle grasse, m’intende no?» E lì, giù una bella pacca sulle spalle. «Scusi, ma il viola è il colore che si usa per i funerali, il sole invece è fonte di vita. Il sole è maschio e lei vuole che ci metta le tette. Non capisco». «Oh, Marioni, si liberi, dia sfogo alla sua fantasia, alla sua genialità! Senza inibizioni. Vuole che faccia un esperimento, qui adesso, solo per lei?» «Un esperimento? Beh, sì, vediamo, magari capisco meglio.» Il dottor Li Manni prese un bicchiere di plastica che si trovava sulla sua scrivania, prese un accendino e ne bruciacchiò il fondo che, ovviamente, si sciolse formando un buco dall’orlo slabbrato e nero. «Cosa le sembra, Marioni?» «Cosa mi sembra? Un bicchiere bucato». «Fantasia Marioni, fantasia. Su ci provi». Marioni non riusciva a tirare dalla sua testa nessun’altra immagine se non quella di un bicchiere bucato. L’attesa si protraeva, il dottor Li Manni continuava a muovere il bicchiere vicino la propria faccia. Sperava di stimolare così l’immaginazione del Marioni che, per non deluderlo, la buttò lì, come gli venne: «Beh, non so perché, ma mi ricorda il buco dell’ozono.» «Benone Marioni! Vede che cominciamo a capirci? Ora guardi cosa succede». Il dottor Li Manni incollò il bicchiere, con il buco verso l’alto, ad un piedistallo in acciaio, sopra una grossa base in plexiglass, compilò una targhetta e chiamò la commessa: «Wanda la prego, metta questo nuovo pezzo in esposizione, mi raccomando bene in vista». «Scusi, ma vuole vendere quel bicchiere?» «Certo». Intanto nella galleria era appena entrata gente, prima una giovane coppia, poi un uomo più anziano. Gironzolavano incuriositi tra sculture di esseri deformi, fili metallici ingarbugliati, porzioni di cornici senza quadro, simboli fallici e nudi di donna in pose che, per la verità, al Marioni ricordavano più la scostumata Cicciolina che non la mitica Afrodite. La coppia, probabilmente, era alla ricerca di un’opera importante per arredare il proprio living room, mentre l’altro cliente, forse, sperava di acquistare qualcosa di modernissimo che lo facesse sentire al passo con i tempi. Tutto era sapientemente collocato sopra piedistalli con la base in marmo, sopra cubi di legno scuri o basi in plexiglass, sotto l’architettura di luci suggestive. I clienti non tardarono a trovarsi, tutti e tre, a tu per tu con il bicchiere. Il titolo dell’opera ne aveva catalizzato l’attenzione. “Buco dell’ozono” € 1.500,00 Opera d’equipe ispirata alla Filosofia Postduchampiana. Al fine di evitare la rissa, dovette intervenire il dottor Li Manni che, preferì accontentare la giovane coppia, proponendo all’anziano uno sconto senza precedenti su qualunque altra cosa avesse scelto. Conclusi entrambi gli affari il dottor Li Manni tornò ad occuparsi del Marioni. «Ha visto? Semplice, no? E, mi creda, la gente non è mica stupida, e no caro mio, non è per niente stupida. Basta dare loro le cose con il nome giusto. Certo si deve essere onesti, ha notato che non ho precisato il nome dell’artista? Non potevo attribuire l’opera a me, ancora meno ad un artista qualsiasi. No, no. Bisogna essere corretti. Per questo motivo ho fatto riferimento anche alla Filosofia Postduchampiana, che sostiene: qualunque oggetto può diventare arte.» Poi prese cinquecento euro e li allungò al Marioni. «Scusi, ma che fa?» «Le do la sua parte». «Ma io non ho fatto nulla». «Non è così, lei ha trovato il nome giusto all’opera, e non è cosa da poco. Lei rientra nell’equipe. Crede che se avessi chiamato quel bicchiere… non so… Occhio di Venere, avrebbe avuto la stessa fortuna? No, assolutamente no. Lei ha percepito ciò che quell’immagine proiettava nell’inconscio ed era assolutamente quella giusta; l’avrei abbracciata non appena gliel’ho sentito pronunciare. Le spiego meglio. Ha presente L’urlo di Munch? Crede che se avessero chiamato il quadro Lo Zombi, oppure… Tragedia a Vienna, avrebbe avuto lo stesso successo? Eh no, mio caro Marioni, assolutamente no. E poi, rifletta bene, secondo lei, se io provassi a rifare lo stesso buco, ci riuscirei? Impossibile. Quel pezzo dunque, in ogni caso, è unico». Marioni guardava i soldi e guardava il dottor Li Manni. «Torniamo al suo quadro. Come le dicevo, chi guarda un’opera ha bisogno si stupirsi, la deve sentire come un cazzotto in faccia. Alla gente piace rimanere anche “contrariata” volendo, e se a questo si aggiunge il titolo giusto, il gioco è fatto. Con quello si possono cambiare le sorti di un’opera, sa? Ma qui, nel suo caso, il nome non basta. Come dovremmo intitolarlo Sole giallo? No, no, non ci siamo. Dobbiamo rifare tutto daccapo. Oppure dovrà rivolgersi a San Luca Evangelista, il patrono dei pittori. La sua tela si potrebbe vendere solo con la sua intercessione, mi creda». Marioni guardava il suo capolavoro. Pensava di venderlo senza neanche dargli un titolo. Con un’occhiata si presentava da solo. Non c’era nessun bisogno di chiamarlo Sole giallo, Sole bello o Sole mio. Lui se le ricordava tutte le giornate che ci aveva lavorato. Addosso gli era rimasta una sana allegria. Poi, sotto quel sole ognuno ci avrebbe potuto immaginare il proprio paesaggio: palme, sabbie dorate, gente in costume, mare cristallino. Ci si poteva sedere davanti e semplicemente immaginare, sconfinando fino a chissà dove. Secondo lui il quadro sarebbe stato in grado di far provare una felicità quasi mistica. Perché no? Sì, ne era convinto. Aveva pure tentennato sul fatto di vendere o no il quadro. Gli sembrava incredibile che dalle sue mani fosse uscita quell’estate infinita, una pace che riscaldava l’anima. Aveva anche accarezzato l’idea di venderlo al Comune. Ipotizzava che l’avrebbero potuto mettere al centro di una piazza, al riparo sotto una pensilina e nelle giornate più buie, quel quadro, avrebbe risollevato l’umore di chiunque. L’Arte creata per il popolo! Aveva pensato. Gli era piaciuta l’idea, ma poi l’aveva scartata. I Sindaci, di solito, non sono grandi intenditori e più che al popolo pensano al salotto della propria casa. Così aveva preferito rivolgersi alla galleria del dottor Li Manni. «Marioni, Marioni, ma che fa, mi sta ascoltando?» «Sì, sì, mi scusi dicevamo?» «Eh, dicevamo, dicevamo. Dobbiamo rifare tutto. Ha capito? Anzi mi è venuta un’idea grandiosa, dipinga un amplesso tra sole e luna, andrà alla grande, glielo assicuro io». «Cosa? Non ho capito». «Oh, Marioni, non ha capito, non ha capito! Dipinga un amplesso tra sole e luna è perfetto, è geniale. L’ammiccamento sessuale, oggi, è il sottofondo necessario per qualunque cosa che voglia definirsi Arte». «Scusi, ma se questi due astri non s’incontrano mai come potrebbero arrivare all’amplesso?» «Oh Marioni, Arte. Fantasia. Osi, Marioni, osi! - Poi continuò - Ecco magari, giacché ha sollevato l’obbiezione tette, potrebbe fare il sole viola con le tette grasse e la luna, diciamo… arancione con un bel pisello. Un pisellone che uno dice ma guarda che luna! E rimane con gli occhi sgranati a guardare il suo quadro. Vedrà, vedrà, verranno da ogni dove per contemplare l’Arte del Marioni. Capisce? Mi ha inteso?» E giù pacche sulle spalle accompagnando il Marioni fino a fuori. «Scusi, ma il mio quadro?» Disse Marioni puntando il pollice all’indietro. «Quello lo lasci lì che glielo butto io. Ci vediamo, su con la vita, e mi raccomando, da lei mi aspetto un gran capolavoro». Il dottor Li Manni vide il Marioni allontanarsi con il passo dimesso, la testa china e pensò che un ometto così non sarebbe mai stato capace di rivelare il proprio talento. Peccato, pensò. Quel quadro, in fondo, non era neanche male, e aveva già deciso di regalarlo al nuovo Sindaco: uno zoticone senza fantasia.
  3. Fenix&Dreams

    Sogni E Realtà

    Ciao a tutti, è il mio primo teso che pubblico qui su questo forum, volevo fare una prova per strappare qualche parere, positivo o negativo che sia. Ultimamente sto scrivendo dei frammenti di massimo 20 versi , li sto scrivendo in rima perchè amo incastrare le parole stile puzzle e amo i suoni simili nei vari versi. La cosa che più mi piace fare, è dare un senso concreto ai miei testi, usando le rime. ______________________________________________________________________________ A volte, tutto finisce in un attimo, la mia fine invece è l’inizio/ puoi spezzare tutto, anche un atomo, ma non un pregiudizio/ viviamo in un incubo, un sogno sadico, ogni notte, sarà un vizio/ vado in panico, tutte le volte, io lacrimo, e ne sento il supplizio/ è una mania, io uso sempre la fantasia, chiudo gli occhi, volo via/ la musica ispira, la penna il foglio strofina, scrivo fino alla follia/ cammino, non trovo la via, respiro, me ne torno dritto a casa mia/ stanco, dormo sulla scrivania, non c’era nessuno che mi capiva/ bianco, il paesaggio a cui penso, qualcosa ora sicuro la invento/ prendo la matita e disegno, lo faccio bene, ci metto l’impegno/ dipingo l’amore eterno, ma è assurdo, anche per chi usa l’ingegno/ forse l’amore non esiste, sono solo gioie miste, ma fare finta è bello/ mi piace pensare che tutto ciò a cui penso sia in questo mondo/ mi piace passare ogni minuto del mio tempo in questo sogno/ mi piace far scivolare le paure via col vento ma in realtà io le voglio/ se le trattengo mi aumenta la consapevolezza e me ne accorgo/ che l’autorevolezza è molto minore in un superbo che in un sordo/ il mio sogno si spezza e mi sveglio, il foglio accarezza la penna/ io odio l’amarezza di uno sbaglio, ma è logico, se sbagli, ritenta.
  4. Mattia Alari

    Di Stanze

    Del perpetuo autunno che aveva dentro, non parlava. Nato avvilito, cresciuto stanco, adulto in sospeso da molto tempo. Non aveva voglia che di cadere. Sollevarsi, alzare lo sguardo, sarebbe stato per lui troppo. Dotato di coraggio infinito perché immaginario, riponeva le proprie speranze nei cassetti di legno dell’invecchiata scrivania del nonno medico della donna – medico – che aveva sposato. Sposare un dottore era stato logico, ma trovare per lui una cura era impossibile. Il loro rapporto era l’unico che avesse conosciuto per noia e per paura. Le scale degli umori di lei erano sempre ripide discese verso pianerottoli in disordine e lui odiava il disordine; ma faceva lo spazio necessario per sedersi e stava lì, in mezzo a lei, inerte. Trovava la voce di lei bella, piana. Ma non gli dava emozioni. Era come quella di certe annunciatrici alla tv, una voce di fondo che lo distraeva da altri programmi: i suoi pensieri. Aveva manie di grandezza che invece lo stavano facendo sparire. Si consumava per non riuscire ad uscire dal guscio di gomma di cui si era vestito da solo. Convinto fosse una protezione, era invece diventato un abito da carnevale sempre addosso. Si rideva di lui infatti, ma fantasticava fosse per senso di inferiorità degli altri. Ignorava, volutamente, che non capire qualcuno non voleva necessariamente dire che ci fosse qualcosa da capire. E quindi scriveva con questa strana ispirazione. Quando aveva iniziato a dimagrire si era dovuto visitare da solo, non trovandosi. Dov’era il dottore? Convinto di averla persa da un po’ si sentì lui perduto e non per amore, quello lo inventava per altre, sconosciute che non voleva incontrare. Ma era strano lei ignorasse il dovere di curarlo davvero! Al proposito non ebbe neanche la passione sufficiente ad esserne disturbato abbastanza, ma solo superficialmente stizzito. Lei, come fosse un estraneo, non si accorgeva molto del suo cambiare in peggio, presa com’era dal rimproverargli di non essere migliore. Vivevano insieme ma non erano insieme se non fisicamente nello stesso luogo. E la casa era fatta di molte più stanze: mentali, invisibili e profonde come pozzi orizzontali nei quali il tempo cascava come acqua. Lì, in distanze infinite tra loro, andavano a perdersi separatamente. Esistenza parallela; reciproca resistenza all’ovvio. Si affermavano singolarmente nel ragionamento perfetto del tacere. Così, quando sulla sua poltrona lui morì, senza accorgersene, lei impiegò parecchio a comprendere che fosse successo, ma poi ne prese atto. E senza rimpianto per il suo silenzio pieno di punti ma privo di interrogativi, lo seppellì in un angolo di sé stessa senza fargli un funerale. Il cuore di lui batteva ancora, lo sapeva e sentiva. Ma la testa era altrove ormai, e non soffriva un doloroso distacco.
  5. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  6. Rominaqu

    La bambina

    La bambina «Mi avrà sentito? Mi scoprirà. Ho paura. Non riesco a stare zitta, mi viene da gridare, da urlare di paura. È tutto buio qua dietro, nonostante io sappia che i muri della casa sono tutti bianchi e la casa è accogliente, calda, mi manca. «Oh Dio, mi sta chiamando. La uccido, la mordo, lotterò con tutte le mie forze, la distruggo. Sono rabbia pura, sono un gigante di rabbia e cattiveria. La uccido!» Ha aperto la porta, la luce mi ferisce gli occhi, muoio dalla paura. Muoio! Mi ha preso in braccio e l’ho morsa al collo con i miei denti di squalo e l’ho graffiata forte sulla faccia fino a strapparle la carne e le ho dato pedate e colpi su colpi fino a sfinirmi ma lei mi ha tenuto in braccio tutto il tempo, dicendomi che mi vuole bene, a me, a me bambina deforme, abbandonata in questa casa da tanto tempo, si sono dimenticati di me, non ho visto che buio, ho gridato senza che nessuno mi sentisse e ora arriva lei. Mi dice che mi vuole bene. Che vuole aiutarmi, adottarmi persino. Gli dico: «Non lo sai che sono un mostro? Che nessuno può volermi bene, che ti uccido, così non potrai farmi del male, che tutto è cattivo e crudele e io lo distruggo.» Ma non riesco a farle male, ha detto che non ha sentito niente mentre la picchiavo. Ha detto che lei si prenderà cura di me. «Lasciami stare, nessuno può volermi bene, è colpa mia, perché sono un mostro, una creatura deforme con i denti di squalo, altrimenti non mi avrebbero dimenticata qui.» Lei insiste, dice di volermi così come sono, dice che mi proteggerà e che non mi lascerà mai più sola ma io non le credo, non mi fido, continuo a morderla e a picchiarla e, in ogni momento che se ne va, in ogni momento che mi lascia sola io, se torna, la uccido. Mi ha comprato un vestitino rosa, dice che mi sta bene e dice che sto cambiando, che sono più carina in viso e che i denti non sono più così brutti come il primo giorno che li ha visti. Ha detto che sto persino alzando. Piango disperatamente, mi dimeno, lotto con tutte le mie forze ma lei non scappa, continua ad esserci ogni volta che ho bisogno. Non riesco più ad arrabbiarmi così tanto con lei, non riesco più a morderla. Mi dice di fidarmi di lei e di comprendere che sono una bambina da amare e che non ho colpa di nulla. Si è fidanzata. «Che bello!» Le ho detto. «Qualcuno con noi in questa casa mi fa sentire al sicuro.» Perché non mi fido abbastanza di lei, ho paura che da sola non ce la faccia a prendersi cura di me. Poi lei l’ha lasciato, ha detto che era cattivo. Ho gridato come la prima volta che mi ha trovata e sono riuscita a farla tornare con lui ma lei dice che sta male, che vuole stare sola con me. «Sola no!» Grido. Se lo lascia ancora io la ferisco, faccio la pazza, mi faccio del male così lo ricerca, gli dico: «E’ colpa tua se la storia finisce. Non è lui ad essere sbagliato ma te. Tu sei un mostro come me, nessuno ti può amare perché sei cattiva e fai scappare tutti.» Lei piange e si dispera, ma io lo faccio per il suo bene, deve tornare insieme a qualcuno, non possiamo stare sole. Abbiamo bisogno di affetto, coccole, protezione. Lei mi dice che possiamo stare bene anche da sole. Dice che lui non è gentile. Ma non le credo, lei è quella cattiva, è come me. «No!» Grido. «Non azzardarti a lasciarlo. Non dirlo neppure per scherzo! Levatelo dalla testa, te ne pentirai, non ti vorrà più nessuno, rimarrai chiusa in questa casa, sola per tanto, troppo tempo, come è successo a me e poi sarà troppo tardi, sarai vecchia. Cosa faremo da sole? Moriremo di stenti. Moriremo.» Lei mi dice che devo fidarmi di lei, che può badare a me, che da sole stiamo meglio, che va fatto per continuare a crescere ma io non voglio crescere, io voglio essere protetta, tutto qui, voglio sentirmi al sicuro. «Va fatto!» Mi ripete, «per crescere!» Ribadisce. Vuole essere mia madre. «Se lasciandolo commetti un errore di valutazione? Se il problema sei tu e non lui?» Tremo, ho come degli spasmi, mi mordo la lingua con i denti aguzzi, sento confusione nella testa, grido. Lei dice: «Non può essere un errore andare avanti, non può essere un errore se fa tanta paura farlo, se per farlo bisogna trovare coraggio.» Si teneva la testa tra le mani, si tappava le orecchie, le mordevo lo stomaco. Le ho gridato sputandole in faccia la saliva: «Tu hai paura di amare e allora lo cacci via! Sei malata, pazza, non sai stare con chi ti ama perché non sai amare, sei un mostro, come me.» Le grido in faccia. Lei mi risponde piangendo: «No, non è vero! Se mi avesse amata io sarei restata con lui, lui non sa amarci, credimi, non ha compreso la nostra fragilità. Devi fidarti di me.» «Io voglio un padre, hai capito? Me ne frego se tu vuoi stare da sola e se credi di potercela fare da sola, la solitudine fa schifo.» Dice che la sto rovinando, che sono come un tarlo dentro che le impedisce di stare bene e poi si atteggia a mamma e dice: «Dipendere da qualcuno ti farà sempre provare altro dolore, piccola mia, perché quel qualcuno ti deluderà, perché se non hai imparato a camminare con le tue gambe sarai possessiva e morbosa e non sarai amabile.» Io la prendo in giro e le rispondo: «Allora resterò sola, non vorrò più nessuno. Avrò paura di amare ancora, come fai tu. Perché amare rende fragili e dipendenti, è come una malattia.» Lei non vuole arrendersi ma non sa che tra le due sono io quella più selvaggia, più ancestrale, più violenta e quindi più forte. Sono pronta a tutto pur di farmi ascoltare. Lei mi dice: «Prima impara a stare da sola, impara a scegliere con chi stare, senza disperazione, senza l’urgenza del bisogno e, quando l’altro non è più vitale, quando hai dimostrato a te stessa che da sola stai bene e sei felice…. Io rido con cinismo e rispondo con le mani sui fianchi e la faccia da mostro: «Se sono felice e non dipendo, chi me lo fa fare di avere qualcuno? Ho bisogno di dipendere per desiderare!» Stupida, avrei voluto aggiungere. Non riesco a rispettarla, neppure ad amarla quando dice certe cose ma lei ancora replica. «Voglio imparare ad amare con la leggerezza necessaria e la dignità che mi consente di avere il rispetto che merito dall’altro e che ora non ho.» Io controbatto gridandole: «Ma sarai vecchia quando saprai farlo!» Lei è sfinita, la vedo ma risponde: «Non è mai troppo tardi. Tu abbi coraggio e cresci, al resto ci penserà la Creazione.» «Ho tanta paura e mi vengono i denti di squalo e ti odio e non voglio sentire questa verità.» Ringhio ma l’ascolto, devo farlo. «Se fai così perdiamo tempo entrambe, siamo qui per crescere, è nostro dovere e, se mi freni, allora si che sarò vecchia quando entrambe avremo imparato la lezione. Devi affidarti a me e non io a te. Non devi più ingannare la mia mente e i miei pensieri con le tue grida e la tua rabbia. Devi ascoltare me, devi tacere e fidarti di me. Quando hai paura dimmelo, io ti amo, ti consolo e ti ascolto. Tu crescerei e non avrai più bisogno di un padre e sarai forte e bella e sarà bello essere libera, sapere che da sola puoi farcela.» E’ forte, mi intenerisce, per un attimo cedo: «Quando ho paura tu mi abbracci fortissimo vero?» «Sempre tesoro, senza tradirti mai. Ti ascolterò sempre fino a che non avrai più bisogno di parlare e non avrai mai più paura. Ora abbracciati forte a me, fidati di me, chiudi gli occhi e lascia che io lasci questo uomo che non ha saputo aiutarmi a far crescere un vero amore perché ero fragile e si è approfittato di me. Ne troveremo un altro, ma prima dobbiamo fare un bellissimo viaggio da sole. Io e te, insieme. Un viaggio da donne forti e coraggiose, piene di amiche e di passioni, di soddisfazioni; capaci di affrontare con stile e coraggio e con destrezza le difficoltà della vita e le cattiverie degli altri.» Già, penso, sento il mio sangue freddarsi dallo spavento: «Ho paura degli altri, mi odiano, pensano che tutta la colpa sia mia, vedono la mia deformità.» Lei sorride e pure con calma mi dice: «Gli altri sono come noi, sono bene e male, sono luce e ombra, sono caldo e freddo, giorno e notte, vita e morte. Ognuno di noi combatte una battaglia contro i propri demoni. Se fai vedere che hai paura di loro, ti sbranano, così anche se sei diversa da loro. Non è per cattiveria ma per istinto primordiale. Se vuoi essere originale devi camminare da sola.» Divento di nuovo violenta e mi dispero. Le dico: «Anche questo vuoi chiedermi? Non ti basta levarmi un padre? Non ti basta farmi stare da sola con te tutto il giorno e tutti i giorni senza certezze del domani? Vuoi anche che affronti gli altri e la loro cattiveria senza scappare?» Lei è patetica, vuol fare la saggia: «Siamo qua per diventare grandi. Siamo qua per crescere e credere in noi stesse. Siamo qua per dimostrare al mondo che, nonostante gli ostacoli, ci si può fare. Siamo qua per dare l’esempio. Io e te dobbiamo smettere di avere paura, paura della guerra, della miseria, della morte, della vecchiaia, della sofferenza, degli uomini. Basta con la paura. Affrontala la paura. Entra dentro la paura come fosse nebbia e notte e dai luce con i tuoi pensieri alle tenebre. Ovunque tu sia felice, là, si genera il paradiso, ovunque, se lo vuoi.» Mi fa davvero pena! «Mi chiedi troppo, non riesco, mi arrendo, dimentico tutto e torno a gridare che voglio che tu abbia un uomo accanto e se non lo fai ti obbligo, ti faccio fare sesso, ti faccio sedurre, manipolare, sbandare, prostituire, deragliare, ti distruggo. Non aspetterò che tu aspetti l’anima gemella che magari, forse, purtroppo non arriverà mai e si rimane sole e pentite.» Mi supplica dicendo: «Dio mi ha dato un lavoro quando avevo bisogno, mi ha dato due figlie, mi ha dato tante altre cose. Ci darà anche l’uomo giusto, quando sarà il momento.» «Come dici tu, ti conosco bene, ci darà tutto quello di cui abbiamo bisogno, l’essenziale! Io non voglio solo ciò che mi serve, voglio ciò che desidero. Tu e la Creazione siete due impostori.» Lei mi teme e fa bene! Mi dice, prima di andare a dormire: «Non voglio contrastarti, piccola mia. Ti starò sempre vicino e non ti lascerò mai sola. Sappilo. Ci vuole pazienza, ce la faremo, supereremo anche questo esame.»
  7. dfense

    21 Editore

    Nome: 21 Editore Generi trattati: Quattro, le collane descritte nella prima pagina del sito. Modalità di invio dei manoscritti: via mail - autori@21editore.it Distribuzione: non specificata Sito: http://www.21editore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/21editore/ N.b. Dal sito: "21 Editore si chiama così in onore dell’omonimo articolo della Costituzione italiana. La casa editrice è nata a Palermo nel 2011 e la prima pubblicazione è stata una rivista (21 Magazine) dedicata prevalentemente alla Sicilia".
  8. cynthia collu

    Su biccu/L'Angolo

    Papà indossa il completo in lana di Tasmania che gli ha regalato la mamma, il suo preferito. Gli va un po’ largo e il collo magro spicca nel bianco della camicia. Accanto a lui ci sono due vecchi. L’uomo è l’icona di Babbo Natale, le gote piene, i capelli bianchissimi. La stonatura è che veste di un marrone triste, senza predominanza di rossi o di gialli che gli diano un po’ di vita. La donna è paffuta, i capelli sono candidi, ha un sorriso intenerito che nasconde tra le rughe. Se non fosse per il luogo in cui si trovano, penserei a marito e moglie. Papà è al centro della stanza. Sono andata prima dal vecchio e poi dalla donna, li ho osservati in fretta, chiedendo scusa per la curiosità fuori luogo. Poi mi sono girata verso papà. La sua bara è di legno chiaro, dorato. Sono contenta che abbiamo scelto un colore caldo. Le altre due casse sono marrone scuro, non saprei dire di che legno. Sono imponenti, una ha persino dei fregi in rilievo. La bara di papà invece è semplice. Un esagono allungato che illumina la stanza. Mi sono avvicinata, ho indugiato con le dita sulla sua guancia. Non mi pare di avergli mai dato una carezza, prima, né che l’abbia fatto lui. D’improvviso faccio un passo indietro, poi corro fuori dalla camera mortuaria, corro senza fermarmi sino al parcheggio, mi appoggio a una macchina, controllo il respiro, prima in pancia dopo in petto poi in gola, e ancora, e ancora, finché la nausea non se ne va assieme all’odore della morte. Poco lontano c’è un gruppetto di persone. Hai visto com’è serena, la nostra Nina?, sta dicendo un uomo, Pare ancora viva. Gli altri due sorridono, muovono il capo in segno di assenso, sembra che il fatto sia sufficiente a consolarli. Mio padre si chiamava Lorenzo. Ma mia madre lo ha sempre chiamato Renzo. Il più delle volte, semplicemente Re. Re, come sovrano. Pronunciato con la e chiusa, come insegna il dizionario. Re, e chiusa, uguale a monarca, sovrano; re, e aperta, uguale a nota musicale. Così ci si esprime correttamente nella terra di Dante. Mia madre è toscana, ma non credo che chiamando Re mio padre, intendesse dargli una veste di regalità. Noi milanesi pronunciamo queste parole al contrario. Quando intendiamo il sovrano, diciamo un Re bene aperto, se invece indichiamo la nota musicale, stringiamo le labbra in una specie di sorriso forzato. Spesso sbagliamo anche con le o. Per esempio nella parola orco. Orco la diciamo con la o chiusa, invece andrebbe aperta. Mio padre è un orco. Lo pensavo spesso, quando la sera tornava a casa ubriaco. È un orco, e m’infilavo sotto il letto coprendomi le orecchie con le mani. Orco con la o aperta, come nella parola porco. Sei un porco, gli gridava mia madre, e gli tempestava il petto di pugni, cercava di picchiarlo con le sue mani minute. Sono così piccole che mi servono a ben poco, mi aveva detto una volta. Porco detto correttamente, con la o bella spalancata. Anche mio padre urlava porco con la o bella aperta, e poi ci aggiungeva Dio. Dopo il porco qualcosa succedeva, un pugno contro un mobile, un piatto rotto, a volte l’intera tavola sparecchiata di colpo, e di nuovo l’affanno nel respiro di mia madre; dalla mia cameretta intuivo le sue mani in miniatura graffiargli il viso, nel tentativo di cancellarlo. Ascoltavo i rumori provenienti dalla cucina, lo sfrigolio delle schegge di vetro e di ceramica, il ritmo sonnolento dell’acqua che gocciolava, e ogni volta mi stupivo nel constatare la vita propria di quei suoni, la loro indifferenza davanti all’odio dei miei genitori, Odio, con la o bene aperta. Il corteo funebre sta arrivando. Zia Lelia e Zia Maria sorreggono mia madre, la loro cognatina, una per lato, come due carabinieri che svolgono il loro dovere. Mamma lascia fare, immusonita. I miei fratelli sono con me sul piazzale, sorridiamo, stringiamo mani, accettiamo laconiche condoglianze. C’è elettricità nell’aria, il cielo oggi è curioso, terso, l’azzurro è frizzante, verrebbe da dire che è proprio una bella giornata se non fosse sconveniente. Salutiamo conoscenti, parliamo fitto tra noi. Siamo eccitati. Basta niente e scoppia la voglia di ridere. Zia Fede, la sorella di mia madre, ci viene incontro. È bassa, tarchiata, ha difficoltà a camminare per via dei diverticoli, piccole anse che le si sono formate negli intestini. Ho i divertiti, dice a chi le chiede di che male soffre. Una volta a casa sua mi ha detto di usare il bagno muto. Che bagno muto, zia? Quello senza la finestrina, ignoranta! Ci sorride, mostra con orgoglio la collana che ha al collo, dice che è di veri zircoidi, poi si volta a osservare il carro funebre. Caspita!, esclama, che fiori freschi hanno dato al morto! Uno sguardo tra noi fratelli e la nostra aria contegnosa va a farsi fottere. Ridiamo, finalmente. La gente si volta a guardarci, zia Fede non capisce, poi si unisce al coro. Sia mai detto che rinunci all’occasione di far chiasso. La sua risata è chioccia, a scoppi continui, a ogni colpo la sua collana di zircoidi sobbalza. Appena in chiesa io e i miei fratelli c’infiliamo nella navata laterale, lasciamo sole, ai primi posti di quella al centro, la mamma e le zie. Zia Lelia si volta a guardarci, guarda soprattutto me, la nipote femmina. M’irrigidisco, per un attimo temo che venga a prendermi per la collottola e mi trascini fino alla panca che mi è riservata. Per tutto il tempo della funzione sento il suo sguardo conficcato nel cranio. Solo mamma non guarda. Se ne sta immusonita a fissare davanti a sé. Seguo il suo sguardo e d’improvviso mi ricordo di papà. La sua bara è un esagono di luce davanti all’altare. Mi dice, Preparati che oggi ti porto al cinema. È la prima volta che papà me lo dice, e io non so che pensare. Mi vesto in fretta e intanto mamma mi grida, Muoviti!, sembra non accorgersi della novità o forse per lei non è una novità, magari prima gli ha detto, La piccola non è mai stata al cinema, perché non la porti con te? così io posso badare agli altri due, portatela via e lasciami respirare. Entra nella camera dei miei fratelli e ne esce subito, dice che il mio letto sembra una cuccia, lei non ne può più, che male ha fatto per avere una figlia così, cosa aspetta mio padre a portarmi fuori, uscite, aria! Per strada c’è nebbia. Mio padre cammina veloce e io cerco di tenere il passo. Una folata ci si para davanti, papà la guarda e d’improvviso ci corre dentro. Non lo vedo più e per il terrore ci corro dentro anch’io. Il suo cappotto appare e scompare tra i vapori, timidamente ne tocco la manica, puzza di tabacco e di umido. Papà cammina senza guardarmi, il passo teso, punta i piedi come se volesse volar via, e d’improvviso gli sento addosso un altro odore, sottile e pungente come la nebbia. Vorrei stringergli la mano, ma so che non devo. Mi limito a tenere d’occhio il cappotto prima che papà voli via con la sua tristezza, lasciandomi sola. Il locale che ci accoglie è piccolo e freddo. Qua e là delle coppie si sbaciucchiano, un vecchietto seduto accanto a una di loro fissa con interesse lo schermo spento. Dei ragazzi si osservano in giro, quando i loro sguardi s’incrociano col mio mi scivolano sopra come seta. Alle mie spalle finalmente il ronzio della pellicola. Il film è per adulti e della storia non capisco niente. Ed ecco, una donna in sottoveste sta uscendo dall’ombra. Davanti a lei c’è un letto, sul letto un uomo. Gli si mette davanti, si accarezza i seni, si spoglia lentamente. Osservo, incredula. Possibile che papà mi abbia portato a vedere queste cose? Lo sbircio di sottecchi, magari anche lui è a disagio, invece sembra molto interessato alla tizia in mutande e reggiseno. Quando usciamo la nebbia si è alzata. Io e papà non ci guardiamo. L’odore è rimasto, punge gli occhi e la gola. Al cimitero di Musocco qualcosa ci costringe a fermarci. I carri funebri sono tutti in fila, uno dietro all’altro, come in un ingorgo stradale. Che c’è? Che è successo? Niente, qualcuno si è confuso ed è andato in un altro cimitero, il suo morto è il primo della fila e per seppellirlo bisogna aspettare che il congiunto ritrovi la strada e venga qui. C’è un po’ di agitazione, i parenti dei vari defunti escono allo scoperto, si sgranchiscono le gambe, si osservano l’un l’altro fingendo assoluto disinteresse. Finalmente il parente smarrito arriva, Scusate, scusate, ci dice trafelato, e la coda riprende a muoversi. Uno degli operatori del cimitero ci indica dove andare. Davanti a me si snoda una lunga scanalatura nel terreno. Osservo allibita gli addetti alla sepoltura metterci dentro le bare, una dopo l’altra, allineandole con precisione. Abbiamo saltato uno stadio e siamo già alla fossa comune? L’operatore mi rassicura. Adesso la fossa la fanno così, un tracciato unico, ma quando il lavoro è finito non si vede niente, è come per le altre tombe, ognuna ha la sua sistemazione singola, che credeva, signora? Ringrazio, mi avvicino alla fossa e guardo in giù. Papà è il capofila, se ne sta nel suo angolo e aspetta. Una signora anziana dietro di me inizia a piangere, lancia un fiore sulla cassa di mio padre, la figlia le tira dolcemente la manica, Mamma, questo non è papà, papà è quell’altro, non riconosci la sua bara? Mi dice, Sai che il sardo è una vera e propria lingua e che alcune parole sono identiche al latino? C’è stato un tempo in cui papà mi rivolgeva la parola solo quando era ubriaco. Bastava che lo guardassi, oppure che non lo guardassi affatto, o che tentassi di guardare fisso un oggetto qualsiasi purché fosse lontano da lui, per sentirmi dire, Che hai da guardare, cretina, adesso ti levo quel sorriso idiota dalla faccia. Io scappavo e lui mi correva dietro finché non mi acchiappava per poi mollarmi un ceffone. Ma adesso sono grande, non mi dà più dell’idiota e il silenzio tra noi è insostenibile. La lingua sarda è un argomento neutro, possiamo parlarne a lungo senza che provochi imbarazzi. Gli brillano gli occhi quando parla della sua terra. Pencola con la testa un po’ di qua, un po’ di là, il suo grosso naso ne segue il movimento come un compasso che disegni nello spazio cieli grevi di luce, alberi di ulivo contorti in un abbraccio millenario, e in fondo, proprio in fondo, la linea piatta del mare. Mi dice, Per esempio questa frase – pone tre panes in bertula – tu sai che vuol dire? Io l’immagino, perché al liceo ho studiato latino, ma col capo gli accenno di no, e lui piega il suo in avanti, il naso è la cosa che vedo meglio, non è proprio grosso, è lungo e storto come un ramo di ulivo, anche la sua bocca è storta, si solleva leggermente di lato mentre parla. Solo gli occhi sono diritti, due linee azzurre. Vuol dire, mi dice, Metti tre pani nella bisaccia. Si solleva, tutto contento, fissa i suoi occhi nei miei. Io gli sorrido. Puro latino, dice lui. Poi continua, Un’altra parola rimasta tale e quale è “casa”; in sardo “domu”. Anche formaggio, intervengo io, è rimasto identico. Lui conferma scuotendo vigorosamente la testa, “Su casu”, sospira, come se stesse parlando del paradiso perduto. Un attimo di silenzio, poi s’infervora. Lo sai che ci sono delle parole che ormai i giovani non usano più? Quando ero ragazzo ci davamo appuntamento con gli amici all’angolo della piazza, e dicevamo, Ci si vede in su biccu. Oggi nessun giovane conosce il significato di questo termine. Che vuol dire “biccu”, papà? Gli occhi gli s’illuminano. Angolo, significa angolo. Tira su col naso, guarda in direzione della finestra. Propriamente vuol dire becco. Ma noi lo usavamo per indicare l’angolo dove ci si ritrovava. Termini decrepiti, che ormai ricordiamo solo noi vecchi. Si alza. Tuo nonno, dice all’improvviso, è morto con il desiderio di poter rivedere la Sardegna. Ma era troppo malato e non abbiamo potuto accontentarlo. Poi non dice nient’altro. Si affaccia al davanzale e guarda in direzione del bar, che è proprio all’angolo della nostra via. Si lecca le labbra. Ho sete, dice. Sono uscita in terrazzo per respirare. Dopo il funerale abbiamo accompagnato mamma a casa, abbiamo cercato di chiacchierare un po’ ma lei si è subito infastidita. Adesso che il marito si è tolto di mezzo non vuole nessun altro in mezzo alle scatole. Si è alzata dalla sedia, ha spostato una tazza dal tavolo, un bicchiere, poi si è riseduta e ci ha guardato, imbronciata, ha detto che aveva mal di testa, le stavamo togliendo l’aria, che aspettavamo ad andarcene? L’abbiamo lasciata dicendo che ci dispiaceva che rimanesse sola. Lei sa benissimo che non è vero ma tanto domani si vendicherà attaccandosi al telefono per farci le sue rimostranze, Mi avete lasciata sola in un momento simile, che male ho fatto per avere dei figli così? A casa ho buttato la borsa su una sedia e mi sono liberata in fretta del cappotto. Sono rimasta a lungo seduta a guardare fuori dalle vetrate. La notte è scesa in fretta e le stelle sono apparse, bianche e gelide come pezzi di ghiaccio. Il terrazzo è immenso, per un po’ l’ho percorso in lungo e in largo senza sapere che fare. Mi è sembrato di sentire un temporale in arrivo, allora mi sono appoggiata alla balaustra, cercandolo sino all’orizzonte. Nelle giornate limpide a nord, proprio diritto davanti a me, oltre i capannoni, oltre le case e le villette, oltre i caseggiati popolari, oltre le due torri di Corsico, si può vedere la madonnina del Duomo. Anche stasera la distinguo subito, è talmente illuminata che non ci si può confondere. Alla mia destra spicca invece un immenso Tre, simbolo della compagnia telefonica, torreggia arrogante su un palazzo grigio. Alle sue spalle la bretella della tangenziale si muove luminosa, in un flusso ininterrotto, taglia la strada all’Ikea. A sinistra bassi capannoni, poi la campagna si perde nelle risaie senza più interruzioni di case sino all’orizzonte. Mi accendo una sigaretta, aspiro profondamente, mi viene voglia di un caffè. Vado in casa, ne riscaldo un po’ di quello avanzato stamattina, torno fuori con la tazza tra le mani. Lo assaggio, ha un sapore disgustoso, lascio la tazza sulla balaustra, accanto a me. Risalgo con lo sguardo verso nord, non proprio al centro, un po’ più a sinistra del Duomo. Lì dovrebbe esserci il cimitero di Musocco. Lì ora ci sta anche mio padre. Me lo immagino nella fossa, l’hanno messo proprio nell’angolo, primo davanti a tutti, come piace a lui. Mi dice, Vieni a vedere. Raggiungo mamma sul balcone, guardo in strada, papà è ritto all’angolo del bar, i piedi rovistano per terra, sono piccoli per un uomo della sua altezza, ha le mani infilate in tasca, si guarda in giro, poi torna a fissare il bar. Mamma dice - le sento una punta di scherno nella voce - Tuo padre si veste di tutto punto, esce di casa, fa cinquanta metri, si piazza lì davanti e non si muove più. Se ne sta fermo per ore, su quell’angolo, guardandosi attorno. Perché non entra? le chiedo. Lei alza le spalle. Gli offrirebbero da bere e lui ha paura di ricascare nel vizio. Da quando col vino ha chiuso non sa come passare le giornate. Tutti i suoi amici sono là dentro, giocano a carte e bevono. Lui non ha più nessuno con cui parlare, allora si mette lì davanti e aspetta. Che aspetta, mamma? Che il tempo passi, e venga l’ora di tornare a casa. Un’altra alzata di spalle ed è già rientrata. Osservo mio padre avvolto nel cappotto enorme, i piccoli piedi irrequieti che scalpicciano sul cemento, il basco gli nasconde il viso magro da cui spunta il naso che indaga se intorno, per esempio, ci sia qualcuno con cui scambiare due chiacchiere. Aspetta, aspetta, ma nessuno arriva a fargli un po’ di compagnia. Allora penso che in fin dei conti dove sta adesso forse è meglio, ha trovato un sacco di compagni e ne avranno di cose da raccontarsi, lì nella fossa, tutti in fila come tanti soldatini. Scalpiccia un po’ con i piedi nella terra fresca, si guarda in giro e intanto è contento che proprio lui sia stato messo nell’angolo, chiacchiera felice, disegna nello spazio cieli grevi di luce, e ogni sera, all’ora convenuta, manda a tutti il suo richiamo, a voce alta, perché ognuno lo senta, Ragazzi, ci vediamo più tardi in su biccu, e poi aspetta, aspetta che il tempo passi, e venga finalmente l’ora di tornare a casa.
  9. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: https://info9377839.wixsite.com/jollyroger/invio-manoscritti Distribuzione: LibroCo Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Dovrebbero essere free, visto che le persone che gli hanno dato vita sono le stesse de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica) e personalmente non so dirvi quanto sia ancora in piedi il progetto precedente. Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  10. Nerio

    35 secondi

    35.L’auto accelera, si sposta nella corsia di sinistra. Le ruote sobbalzano e sollevano sassi sull’asfalto crepato. 34. Il tachimetro si alza con un balzo da ubriaco, l’indicatore sfiora gli ottanta. L’auto sorpassa il trattore. La radio emette qualcosa come un lungo rantolo elettrico. Dal fondo, in direzione opposta, la sagoma massiccia di un tir si profila sulla strada. 33. I fari del tir si accendono. La potenza feroce degli alogeni disegna nello spazio vuoto del viale due tubi di luce. Proprio mentre la radio attacca un pezzo di rock classico. 32. Mentre la marcia è al massimo, mentre la visione di metallo e potenza si compone davanti, sento nel petto il dolore del cuore che sbatte contro la carne. Sereno e arrogante, appena trentenne, non credevo che sarebbe successo così, in una sera di primavera, tentando un sorpasso azzardato. 31. Il tir è una bestia cieca e sorda che squassa la strada. La motrice è contornata da disegni al neon blu: un crocifisso, la scritta ‘Mauro’ sopra il radiatore. In alto, nell’abitacolo, qualcuno schiaccia il clacson con rabbia. 30. L’urlo del clacson attraversa i timpani e fora il cervello. Eppure il piede non si stacca dell’acceleratore. Non è incoscienza, ma una paura folle, completa, che paralizza il corpo. Gli abbaglianti del tir si accendono. 29. Si spengono. 28. Si riaccendono. La distanza con l’auto si accorcia. Posso misurare quello spazio con respiri corti e frenetici. Inspiro. 27. Espiro. 26. Inspiro. La radio suona divertita. Di nuovo l’urlo del clacson. I fari. Le cromature. La scritta luminosa 'Mauro'. E' così che mi appare la morte: targata Salerno. 25. Gli occhi si chiudono. Il battito accelera. Solo adesso, da qualche parte nel cervello, si fa avanti quell’idea. La consapevolezza del pericolo. Dovrei sterzare, dovrei frenare. 24. Le mani si serrano al volante. Si serrano anche i denti e sento un dolore, piccolo, piccolo sotto a un molare. 23. Il dolore al dente dà la scossa giusta che serve ai nervi. La paralisi scompare e il piede abbandona l’acceleratore. 22. Il piede trema. L’auto sobbalza. 21. I freni del tir stridono. Un coro di nitriti isterici. Di colpo la scena di ciò che sta accadendo mi si forma nitida in testa. In una luce dolorosa vedo la scia del veicolo davanti. La corsia di sinistra è occupata dal trattore: impossibile tentare di rientrare. Il piede cerca il freno. 20. Il motore urla. Frenetico il cuore fa salire il sangue alla testa. Sapore di ferro. 19. L’auto sbanda. 18. Eppure era bella la giornata. Cominciava a fare fresco e in ufficio il capo sorrideva. Pensavo al regalo per Giulia. Me la immaginavo dolce la serata, a tavola e poi sotto le coperte. Mi sforzo di muovere le braccia. 17. Il volante si inclina a sinistra. L’auto schizza da un lato. Il corpo resta indietro per l’inerzia, fino a che la cintura si tende e se lo trascina dietro. La scritta ‘Mauro’ si ingigantisce sul vetro. 16. E’ finita. Mentre la macchina tenta di evitare l’inevitabile. È finita e lo so. Mi sale il formicolio per tutto il corpo. Come se per contraccolpo, l’anima si stesse già staccando. La radio suona indifferente. 15. Il mondo si inclina di lato, a bordo strada. Mi sento leggero. 14. Lo schianto. Oh Cristo. Forte. Indescrivibile è quello che provo nelle viscere. 13. Lamiere che stridono. Vetri che scoppiano. Morire. 12. Tutto si fa. 11. Confuso. 10. Il sopra è sotto. 9. Chissà chi piangerà. Mi vestiranno come un manichino a festa o terranno la bara chiusa? Chi se ne fregherà. Chi dirà soddisfatto ‘era ora’. 8. Chissà Giulia. Giulia minuta di mani e di viso. Giulia che sorridendo in un inverno lontano mi disse “se fossi più sveglio m’avresti già baciato e io te l’avrei già data”. Giulia, come me, animale affamato, attaccata alla vita. Che farai, Giulia? Morirai anche tu con me? 7. Giulia. Mentre il balletto dell’auto mi sbalza come un pupazzo, rivedo Giulia che sfoglia il giornale a colazione. La sua fica, i suoi occhi, gli schiaffi di quella piccola mano, lacrime e perdono. 6. Giulia sopravvivrà. Andrà avanti, se ne farà una ragione. Questo lo so bene, perché anche io sono come lei. Mai sazio, troppo fedele a me stesso per esserlo di più ad un altro. E forse è meglio così. 5. Un fischio atroce. Ci siamo, penso. Ci siamo. 4. 3. 2. Alessia. Alessia? Perché penso a lei? Alessia era seduta due posti a sinistra, lungo il tavolo verde delle conferenze. Firenze o Genova? L’avevo notata subito ma aveva cominciato a piacermi veramente solo dopo, quando aveva avuto il coraggio di rispondere al presentatore sul palco: “ci direte che va tutto bene anche quando staremo per fallire?”. Alessia era pazza. Alessia, tette grosse, una sconosciuta seduta a due posti da me, durante un noiosissimo evento aziendale. Prima di morire penso a lei e mi sento triste. Perché Alessia? Dopo quell’intervento, dopo chiacchiere inutili, ci eravamo seduti allo stesso tavolo. Parlava di cose banali o di massimi sistemi ma sempre con spirito leggero. No, non leggero: sereno. Sembrava sfiorare tutte le cose, ma senza lasciarsi trascinare in basso. Come se la normale paura di non arrivare a fine mese o di invecchiare, di sembrare insignificanti e brutti, non la sfiorasse neppure. E forse era proprio così. Dopo la cena, dopo i brindisi, abbiamo evitato le ridicole animazioni organizzate e siano sgattaiolati fuori. Mi ha chiesto una sigaretta e io l’ho baciata senza farla finire. Ho pensato per un momento di essere leggero come lei e l’alcol ha assecondato quell’idea. Ed ho agito come non avrei mai pensato, non con una sconosciuta. «Oh, ti sembrerò scema ma per me la cosa più naturale è essere felici… Giocare ed essere felice. Un po’ come i bambini. Hai presente i bambini? Hai mai pensato come sono felici i bambini? No, dai sul serio. Io mai e dico mai, potrei accettare di perdere quella gioia. A costo di rimetterci il posto. Altrimenti a che pro vivere?». La luce nella stanza era di un bel giallo oro. La sua pelle bianchissima, sotto gli slip. Com’è stato bello e forte fare l’amore. E com’è strano adesso, proprio adesso, ricordare tutti questi particolari prima di morire. Non ti ho mai chiamato da allora, Alessia. Ti ho dimenticata, seppellita sotto la quotidianità. Uno scheletro dentro i miei cassetti, precisi e ordinati. Hai provato a cercarmi un paio di volte. Mi hai mandato delle e-mail che ho cestinato senza leggere. Dopo un anno ti sei licenziata e da allora non ho saputo più nulla di te. Sei stata solo una bella scopata. Un momento di leggerezza che è stato bello vivere, ma solo per una sera. Perché siamo due razze differenti, io e te. Io sto per terra, con i piedi e la testa. Tu stai da qualche parte lassù, con la gioia dei bambini. Eppure adesso che sto per crepare penso a te. E mi sento così triste. Non so bene perché, ma mi sento triste. 1. Se solo. Se solo non dovessi morire. Allora, davvero, ti chiamerei e ti farei mia. Vivremmo in equilibrio: io con le mie certezze e tu con le tue fantasie. Se solo non dovessi morire. Lo giuro, ti chiamerei. E cambierei. - - - Tarda sera d’Aprile. Aria umida e fresca, odore di erba e frinire di grilli. Il cielo è coperto e il buio è quasi completo. In un viale alberato i fari di un tir illuminano una porzione di campagna dove giace la carcassa di un’auto capovolta. Nell’aria c’è un odore terribile di bruciato e di benzina. Sulla strada davanti al tir, il camionista va avanti e indietro con il telefono alla mano, bestemmiando e gesticolando. Più avanti, in un punto selvatico della strada, la figura di un uomo interrato e sanguinante, siede e fuma. Il sopravvissuto guarda la macchina accartocciata e la scia nel fango che ha lasciato per venirne fuori. L’uomo che fuma si cerca nelle tasche ed estrae un cellulare. Con mani tremanti compone un numero, esita. Silenzio. Poi dice: «Pronto… Giulia?! Sono io. Si. Farò tardi stasera. Ma non ti preoccupare… ciao». Spegne il telefono e butta il moncone di sigaretta.
  11. Ila_396

    Un cuore da buttare

    Questa è l’ultima volta. Katia continuava a ripeterselo ogni volta che iniziava a fissare troppo a lungo il flacone delle pillole; ma era sempre la penultima. Aveva provato a riprendersi la propria vita. Era andata viaggiando per il mondo. Si era scopata metà dei ragazzi che aveva incontrato. Aveva provato di tutto. E solo alla fine aveva tentato anche di andare in terapia, sebbene le avessero consigliato di farlo subito. Ci aveva provato. Aveva lottato con tutte le sue forze per non lasciarsi andare, per restare a galla, per ricominciare a vivere. Ma la vita aveva continuato a peggiorare e diventava sempre più intollerabile: il dolore era una bestia feroce che si divertiva ad artigliarle il cuore nel petto, mentre lei cadeva a pezzi, marciva, un organo dopo l’altro, una lacrima alla volta. Evitava il più possibile gli specchi e il proprio riflesso. Che diavolo era diventata? Un cadavere ambulante, una pelle attaccata a uno scheletro. Gli occhi le si erano spenti da tempo, e le uniche cose che vi si rispecchiavano erano i ricordi crudeli bagnati dal pianto. Dicevano che sarebbe stata più dura all’inizio, che poi sarebbe migliorato; che non avrebbe dimenticato, ma avrebbe accettato; che certe cose capitavano, ma la vita andava avanti. Cazzate. Chi parlava così evidentemente non aveva mai avuto accesso a quello che aveva sperimentato lei. C’era da fare molto più che dimenticare: c’era da perdonare. Il rancore e il dolore non glielo permettevano: la rosicchiavano da dentro, come affilati denti di ratti, e le graffiavano l’anima con quelle zampette sudicie. Doveva perdonargli di averla lasciata sola. Doveva perdonargli di essersene andato, e senza preavviso. Doveva perdonargli di essere morto. E doveva perdonare sé stessa per non averlo accettato, per incolpare lui della tragedia che gli si era schiantata addosso insieme a quel veicolo, per non essere abbastanza forte da fare quel che lui avrebbe voluto. Lui avrebbe detestato vederla così, lo sapeva. Forse la stava guardando anche adesso. E allora fottiti dall’alto dei cieli!, lo maledisse tra le lacrime ancora una volta mentre ingoiava una manciata di pillole di ketamina. Gliel’avevano fatta scoprire, in una delle sue bislacche avventure, dei ragazzi di periferia. Katia aveva provato altre droghe, ma quella era nuova e la fece stare bene dopo un’eternità; le fece dimenticare il dolore e l’ingombrante, il soffocante, l’odioso vuoto nel petto. Per qualche ora, certo. Ma erano quelle ore di fuga a tenerla a galla. Si gettò supina sul letto. La droga agiva in fretta. In poco tempo sentì sé stessa sdoppiarsi, disarticolarsi, plasmarsi fino a diventare un filo di fumo. Si guardava dall’alto, ma non era più lei quel corpo martoriato. Era il corpo di un’altra che il piumone avvolse e portò via fluttuando, come il tappeto di Aladdin. Era sola. Lo era? Vedeva il pulviscolo della stanza danzare, i puntini si trasformavano in fiocchi e diventavano sempre più grandi, sempre più grandi… Nevicava. Marco la stava trattenendo contro il tronco di un albero, tra le risate di entrambi dopo che lei l’aveva centrato con una palla di neve. Il campo era tutto per loro, in quella zona desolata. Katia aveva esaurito le forze per lottare e ora la sua risata risuonava cristallina nel tiepido candore incantato. La loro chiassosa ilarità pian piano sfumò nel silenzio, e rimasero i loro occhi ridenti a indovinare il momento successivo. “Ormai ti ho presa”, sussurrò Marco con il tono più seducente che potesse fare. I suoi occhi azzurri ebbero un guizzo, mentre la presa si trasformava in un caldo abbraccio. Katia tremava, ma non per il freddo. “Mi hai presa da un pezzo” rispose appena prima che lui suggellasse quel momento fuori dallo spazio e dal tempo con un bacio da fiaba… “MERDA!” esclamò Filippo appena vide la sorella stesa sul letto, incosciente, con la scatola della ketamina ancora aperta e le pillole sparse sul cuscino. Gli aveva parlato il sangue quella mattina: aveva sognato di nuovo la telefonata che aveva dovuto fare a Katia per dirle della morte di Marco e per tutta la notte il pianto di lei aveva rimbombato nel suo sogno. Si era precipitato nell’appartamento con una sgradevole sensazione addosso, e ringraziò il cielo di essere così sensibile a certe cose. “Katia, cazzo, svegliati!”, disse provando a scuoterla, ma non funzionò. Le sentì il polso: il battito era irregolarissimo. Il respiro appena percettibile. Non esitò un minuto di più: iniziò la sua corsa furiosa contro il tempo verso il primo ospedale, con l’esile corpo della sorella caricato sulle spalle. ...E poi i rami dell’albero cominciarono ad allungarsi a dismisura, si trasformarono in mani artigliate di mostri e iniziarono a strappare Marco al suo abbraccio; “No” provò a protestare Katia in preda al terrore, ma l’albero lo strattonava più forte e lo tirava in alto. Marco le disse “Non mollare” con un tono perentorio che non aveva nulla a che vedere coi suoi occhi vitrei ed esanimi… “Non mollare, porca miseria!” cantilenava il chirurgo alla sua silenziosa interlocutrice mentre praticava un massaggio cardiaco e i bip della macchina impazzivano. “Non mollare”. …Katia lo prese inizialmente per un braccio, “NON MOLLARE!” continuò ad intimargli lui con una voce che non era sua; “NO!” urlò allora lei, disperata, mentre si aggrappava al corpo ciondolante del suo amore, “NON LO AVRAI!” disse puntando i piedi nella neve tirando a sé Marco inerme. E mentre lei tirava da un lato e l’albero dall’altro, sentì il suono di un clacson e Marco lentamente iniziò a squarciarsi, e la vernice rossa iniziò a imbrattare la purezza della neve, e Katia urlò con quanto più fiato poteva, e tirò più forte, ma ormai un angelo incappucciato e non più l’albero stava avendo la meglio: con uno strattone glielo strappò dalle mani e, mentre Katia sentiva un dolore fortissimo al petto, la Morte si portava via l’amore della sua vita -brandelli dell’intero essere umano che era stato-, in volo verso un cielo plumbeo. Katia iniziò a piangere, e i suoi occhi si liquefecero, e le lacrime si confusero coi fiocchi di neve mentre il petto le scoppiava, e fu di nuovo catapultata fuori dal suo corpo, come sempre quando il dolore si faceva insopportabile. Sembrava che fosse la concretezza la sua miseria, anche se il male per la perdita era tutto nel suo animo. Vide il cuore balzare fuori dal corpo della ragazza che si struggeva, ma quella continuava a piangere. Era un cuore più gelido della neve, rovinato, pieno di graffi e punti di sutura che continuavano a non rattopparlo abbastanza. Un cuore da buttare. La ragazza si sciolse fino a confondersi col terreno, mentre Katia, di nuovo un filo di fumo aleatorio, volava sempre più in alto, sempre più in alto… Il bip prolungato in sala operatoria lasciava spazio solo ad una frase. “Ora del decesso: 15.24 … maledizione”. Il chirurgo si recò nella sala d’attesa con un macigno sul petto. Lo aveva fatto altre volte, ma non diventava mai più semplice. Il fratello si stava tormentando le dita in attesa degli altri familiari, lo sguardo in mezzo ai piedi. Quando alzò la testa e vide il chirurgo, gli occhi gli divennero lucidi. …Dalla sommità del cielo capì che era lei a far nevicare. I suoi arti erano legati agli angoli (c’erano degli angoli?) di quello che sembrava un soffitto blu; era a testa in giù, e le sue lacrime si ghiacciavano in fiocchi di neve nella distanza che percorrevano tra presente e ricordo. Una nuvola sotto di lei si trasformò in due laghi cristallini in cui il pianto si trasformava in bellezza. Gli occhi di Marco. E poi all’improvviso Katia si fece leggera, un filo bianco della consistenza delle nuvole, e volò chissà dove, dimentica di essere stata una moglie, una donna, un essere umano… Era un’inspiegabile giornata di sole. Chissà perché Filippo si era fatto questa idea, che ai funerali dovesse piovere, come se anche il cielo avesse pianto la perdita di qualcuno; inoltre i giorni precedenti erano stati segnati da una pioggia fitta e incessante. Ma non quel giorno. Diede un ultimo sguardo al tumulo di terriccio appena smosso. Katia Inziraghi in Bellomini, 16 aprile 1985-28 gennaio 2018 e Marco Bellomini, 13 febbraio 1984-15 marzo 2014. Gli amori più forti sopravvivono alla morte, era l’incisione nuova sulla lapide, dopo il nome di sua sorella. Filippo si era convinto che, se fosse dipeso da Katia, ella avrebbe seguito il marito nella tomba dal momento stesso in cui c’era andato, ma non ne aveva avuto il coraggio. Così, aveva scelto un modo di morire che non era proprio un suicidio, ma ci si avvicinava parecchio. Sempre che quella che stesse facendo potesse chiamarsi vita. Filippo aveva provato a starle vicino, ci avevano provato tutti. Lui di più, dato che non aveva mai smesso di sentirsi in colpa per essere stato il messaggero della tragedia. Evidentemente non aveva fatto abbastanza. Salutò la lapide chiedendosi se avrebbe mai sperimentato un amore così intenso da condurlo nella tomba: provò una certa malinconia nel riconoscere di non aver mai amato davvero. Ma il buon senso gli suggerì di non desiderarlo.
  12. cynthia collu

    Il divieto

    La porta era semiaperta, s’intravedeva a malapena l’estremità del letto. Non si riusciva a vedere nient’altro che il lenzuolo sfatto. Francesca distolse lo sguardo, ma avrebbe voluto avanzare nel corridoio, magari solo due passi, il giusto necessario. Forse se si allungava ancora un po’ – un passo o due, facendo finta di niente – ce l’avrebbe fatta a vederlo. Magari era fortunata e lui giaceva sul fianco sinistro, così lo avrebbe visto in volto. Desiderava vedergli il viso, non la schiena. Solo un attimo. La tentazione era forte: un passo o due. Chi se ne sarebbe accorto? Nel corridoio non c’era nessuno. Lucia era andata in camera del bambino, forse Pietro l’aveva chiamata per l’ennesima richiesta. Da una settimana pretendeva che la madre gli desse sempre retta, in ogni momento del giorno e della notte, e Lucia faceva fatica a non strattonarlo come un burattino e a non gridargli di smetterla. Che la piantasse una buona volta di darle il tormento. Che la piantassero tutti. Francesca sentì il bambino frignare, la madre che lo rimbrottava – una voce aspra e stridula, a stento soffocata – poi dei passi provenire dal corridoio. Ritornò velocemente indietro, entrò in sala, prese in mano un giornale, lo lasciò, raccolse la scatoletta indiana che se ne stava abbandonata sul tavolino. Era ripiena di liquirizie. Fece per aprirla, poi la ripose. Lui aveva i suoi stessi gusti, andava matto per la liquirizia a tronchetti. Si lasciò andare sul divano ricoperto di plastica. Lucia le aveva detto che metteva il telo per via delle gatte, più volte aveva trovato il tessuto impregnato di pipì. Un giorno aveva visto Nico acquattata sul divano, col sedere fremente, alto, mentre la stava facendo. Per la rabbia le aveva preso il muso e glielo aveva ficcato nell’orina. Anche le gatte ci volevano a darle il tormento. Erano entrambe femmine – Tina era la più anziana – e quando era arrivata la seconda Lucia l’aveva chiamata “Nico” perché formasse con l’altra gatta la parola “nicotina”. Gli amici avevano riso a lungo mentre lo raccontava. Sei proprio una toscanaccia, le avevano detto, e lei aveva rizzato le spalle, aveva puntato gli occhi su di loro e poi guardato Francesca col suo sguardo dolce. Era sempre stata dolce, Lucia. Adesso invece era rabbiosa, anche quando la guardava sembrava avercela con lei. Lucia passò veloce dalla camera alla cucina. Francesca la sentì armeggiare con i medicinali; forse stava preparando il cerotto con la morfina. La vide passare di nuovo, tesa e concentrata, portava un contenitore di plastica con delle cannule. Si chiese a che cosa potesse servire. Non aveva il coraggio di disturbarla durante quelle operazioni, né di chiederle se aveva bisogno di una mano. Delle voci provennero dalla camera. Prima quella di Marina, poi quella di Roberto. Quindi lui non era solo. Aspettò ancora qualche secondo, poi si alzò. Si ritrovò nel corridoio, a pochi passi dalla porta. Era aperta, ma dalla posizione in cui si trovava non riusciva a vedere niente, se non lo spigolo del letto. Ebbe voglia di avanzare, di farsi vedere sulla soglia, di dire agli altri, Ci sono anch’io. Adesso lo faccio, si disse, sono stanca di questa storia, ma poi esitò. Come l’avrebbero presa? Stette così per un po’, col cuore che le batteva forte. Nella camera ora tacevano. Sentiva il tramestio di oggetti spostati, il rumore delle scarpe col tacco di Lucia quando si muoveva da una parte all’altra della stanza. In casa non portava mai pantofole, teneva le stesse scarpe che metteva il mattino per andare al lavoro. Francesca si stupì di rendersene conto solo in quel momento. Poi sentì una voce, quella di Roberto, dire a Lucia che il cerotto da cinquanta era poco, doveva aumentare la dose se voleva che facesse effetto. Lei gli rispose alterata, gli disse di non intromettersi, la sua voce sembrava un elastico teso che stesse per cedere. Disse ancora che non sopportava più che gli altri le dessero il tormento. Se non la smettevano tutti quanti si sarebbe buttata giù dal balcone. Ci fu silenzio. Poco dopo arrivarono dei colpi di tosse. Profondi, cavernosi. Francesca trattenne il respiro, poi in punta di piedi ritornò in sala. Si fermò vicino al tavolino. La scatoletta indiana giaceva dimenticata. L’accarezzò piano col dito, si ricordò della prima volta che l’aveva vista e non era riuscita ad aprirla. C’era una scanalatura nella parte di sotto, e il coperchio s’incastrava in quel punto. Era stato lui a farglielo vedere, aveva allungato la mano mentre lei teneva la scatola tra le dita. Per qualche secondo aveva lasciato la mano su quella di Francesca, e lei aveva sentito il calore del contatto. Poi le aveva fatto vedere come aprire la scatoletta. Si era ficcato una liquirizia in bocca. L’aveva fissata con gli occhi socchiusi, dondolandosi sulle gambe forti. Si erano guardati senza sorridere. Francesca esitò con il dito sulla scanalatura, poi il suo pollice si strinse attorno al coperchio e lo fece girare. La scatola si aprì. Le liquirizie la guardavano smorte, rattrappite come rami secchi. Ne prese una e la portò veloce alla bocca. Mentre la spezzettava con i denti ebbe la sensazione di essere osservata. Si voltò. Sulla porta Lucia la stava fissando. Lei sentì il bisogno di scusarsi, Ho la bocca amara, disse con un mezzo sorriso. L’altra non rispose. A Francesca sembrò che la liquirizia aumentasse di volume, non riusciva a succhiarla, se la rigirava con la lingua stando attenta a non fare rumori strani, non poteva inghiottirla e neanche sputarla fuori, così la mise in un cantuccio della bocca e la masticò adagio, come fosse gomma americana. Lucia continuava a tacere. Vuoi che metta su un caffè?, le chiese Francesca. Si sentiva assurdamente colpevole. Ma di che cosa, buon Dio? Sì, grazie, rispose l’altra. Le andò vicino, gli occhi la scrutavano in un modo bizzarro, sembrava volessero capire che cosa pensava lei di tutta quella storia. Non è colpa mia se sta morendo, avrebbe voluto risponderle Francesca. In quel mentre Roberto entrò nella stanza, fece cenno a Lucia di venire. Deve fare la pipì, disse soltanto. Lei si voltò precipitosamente, si affrettò a uscire dalla sala, si fermò, tornò indietro. Lo zucchero e le tazzine sono dentro il mobile bianco e il caffè è sulla mensola vicino allo scolapiatti, disse con un tono curioso, quasi dolente, Chiamaci quando il caffè è pronto. Poi aggiunse, Chiamaci dal corridoio, dalla camera si sente benissimo. Attese un attimo per essere certa che l’altra avesse capito tutto. Non ti preoccupare, rispose Francesca. Guardò i piedi di Lucia mentre lasciava la stanza, quelle assurde scarpe nere col tacco, perché non se le toglieva? facevano un baccano terribile, tip tap tip tap, il rumore la precedeva ovunque lei andasse, ne annunciava l’entrata e l’uscita di scena, tip tap tip tap, ma forse lei le teneva per produrre quel rumore, aveva bisogno di far sentire al marito moribondo che lei c’era, c’era sempre, ovunque, non sentiva forse i suoi passi in bagno, in cucina, su e giù per la casa? era lei che vegliava, era lei che non lo avrebbe mai abbandonato, che gli faceva scudo dal mondo esterno, non avrebbe permesso che la sua agonia fosse davanti agli occhi di tutti. Francesca andò in cucina. Trovò la caffettiera, soffiò via i fondi dall’imbuto, la sciacquò sotto l’acqua corrente e la riempì sino alla valvola, poi si mise alla ricerca del caffè. Sulla mensola, aveva detto Lucia. Prese il contenitore, era marrone e aveva stampato in rilievo un grosso chicco rosso. Cominciò a riempire l’imbuto di polvere macinata. Avrebbe aspettato che il caffè salisse, poi sarebbe andata in corridoio, appena vicino alla camera, e li avrebbe chiamati sottovoce. Il caffè è pronto, avrebbe detto. Magari si sarebbe giusto affacciata alla stanza da letto, una cosa veloce, solo per avvisarli, non avrebbe guardato, avrebbe tenuto gli occhi alti, ad altezza d’uomo, diritti verso la finestra, Il caffè è pronto avrebbe mormorato e poi sarebbe tornata in cucina. Non avrebbe guardato verso il moribondo, se a Lucia non faceva piacere lei non avrebbe guardato. D’un tratto ci furono dei rumori in corridoio, un suono di tacchi, tip tap facevano, e dei passi strascicati, pesanti, che s’indirizzavano verso il bagno. Francesca si bloccò con la caffettiera in mano. Lo stavano portando nel bagno di servizio che si trovava di fronte alla cucina. Bastava uscire e guardare un attimo solo. Accarezzarlo con gli occhi, dirgli mentalmente addio. Se faceva piano magari neanche se ne accorgevano, neanche la notavano, e lei poteva sempre dire che in attesa del caffè era uscita per andare in sala, che non poteva sapere che lui... Tese la mano verso la maniglia, allungò le dita per toccarla. Il freddo improvviso del metallo la colpì come uno schiaffo. Dài, si disse, spingi la porta, che ci vuole, un gesto veloce, un soffio d’aria che entra dal varco che si apre e lo vedrò, finalmente. Forse sarà girato verso di me e riuscirò a guardarlo negli occhi. Non desiderava altro. I colpi di tosse la bloccarono. Lui si doveva essere fermato per tossire, e Lucia probabilmente lo stava sorreggendo. Si vide con la mano sulla maniglia, nell’atto di spalancare la porta. Si spaventò. Nell’altra mano teneva ancora in mano la caffettiera. Per fortuna non era uscita. Stupida, stupida! La porta del bagno cigolò, tip tap fecero le scarpe di Lucia, di nuovo dei fruscii, dei passi strascicati, un rantolo. Fu chiusa con un colpo secco. Francesca riprese respiro, si allontanò dalla porta camminando all’indietro, a piccoli passi. Ritornò verso i fornelli. Da due mesi non lo vedeva, da quando era stato ricoverato in ospedale per l’operazione allo stomaco. Si era torturata al pensiero di non potergli essere vicina. Le sarebbe bastato stare seduta accanto al letto, tranquilla, senza dire niente, avrebbe tenuto le mani in grembo e avrebbe sorriso a tutti quanti. Senza disturbare. Ma Lucia non voleva. Diceva che lui non desiderava nessuno, che troppa gente lo stancava, che non ce la faceva neanche a parlare, che cosa veniva a fare, la gente. A vedere cosa. Francesca aveva ubbidito, aveva lasciato che ci andasse suo marito da solo. Gianni ritornava dall’ospedale e scuoteva la testa, Speriamo che ce la faccia, diceva soltanto. Le raccontò che l’operazione era riuscita, che i medici avevano deciso d’iniziare la radioterapia, tre cicli di una settimana per una seduta al giorno. Dopo solo un ciclo lui era diventato debolissimo, un uccellino sparuto che a malapena apriva il becco per bere, sempre assopito, sempre assente, così le raccontava Gianni quando tornava dalle visite. Si metteva le mani in tasca e guardava fuori della finestra. Mi mancherà, diceva. Francesca non capiva, Perché non gli sospendono la radioterapia? Così lo stanno distruggendo! Bisogna tentarle tutte, rispondeva Gianni e si rimetteva le mani in tasca e guardava lontano, oltre il muro della stanza, oltre i palazzi, oltre i campi lontani e la fila di colline basse che tagliavano l’orizzonte, tutte corrucciate, guardava chissà dove e si mordeva le labbra, e lei pensava che lui stava per morire. Doveva decidersi, andare a trovarlo, fargli sentire che lo amava. Non l’avrebbe abbandonato. Doveva andare. Si risolse a chiederlo a Lucia. Mi farebbe piacere vederlo, disse. L’altra la guardò inespressiva. Hanno iniziato a dargli la morfina. Sta tutto il tempo assopito, non riesce a parlare, quando ci prova la tosse lo spacca in quattro. Che ci vai a fare? Lo affaticheresti e sarebbe una pena per te e per lui. Francesca non insistette. Tre giorni dopo Gianni tornò dall’ospedale e le raccontò che l’aveva trovato accartocciato su se stesso come una vecchia pergamena, non riusciva nemmeno a ingoiare un sorso d’acqua. Lucia gli stava vicino e sorrideva con le labbra contratte; aveva chiesto a tutti di non andare più a trovarlo. Solo gli amici più intimi, aveva detto, si era arrabbiata persino quando qualcuno di loro era tornato nel pomeriggio dopo essere stato lì la mattina, Che venite a fare, non vedete che lo stancate? poi si era pentita, si era messa a piangere, si scusava, diceva che non voleva far vedere a tutti lo scempio di quel povero corpo. Che continuassero a mangiare a bere a divertirsi e a gustarsi la vita mentre lui moriva, non avrebbe cavato loro la voglia di piangergli addosso! Francesca ascoltava in silenzio, il capo chino. Dopo un altro ciclo di radioterapia i medici dissero che non c’erano più speranze e lo spedirono a casa. Prima di dimetterlo suggerirono a Lucia di rivolgersi a un hospice per malati terminali. Lei rispose di no, grazie no, suo marito sarebbe morto nel proprio letto, tante grazie e fanculo a tutti. Dal giorno del suo rientro era passata una settimana. Francesca non lo aveva ancora visto. Andava a trovare Lucia, le faceva la spesa, si prendeva Pietro e lo portava a giocare al parco. Quando tornava stava un po’ a chiacchierare con lei, si mettevano in sala, o in cucina. Se rimaneva sola si alzava, faceva qualche passo verso il corridoio, cercava di allungare gli occhi verso la camera. Ancora un passo, si diceva, uno solo. Tratteneva il respiro, poi tornava indietro. L’amica non le aveva mai proposto di entrare nella stanza da letto, neanche un accenno. Se ne stava rigida sul divano ricoperto di plastica, parlava e tendeva continuamente l’orecchio a ogni minimo rumore. Se sentiva il suono del campanellino scattava in piedi e si affrettava a uscire. A volte stava via più di mezz’ora. Adesso mi alzo, si diceva allora Francesca, Passo appena davanti alla camera, un’apparizione veloce, giusto per dirle, io vado, scusami ma devo proprio andare, si è fatto tardi, volevo solo avvertirti, lo dirò tenendo gli occhi alti, guarderò la finestra e lei non potrà dire che sono andata lì apposta. Poi però non si risolveva a farlo. Aspettava fino a quando Lucia rientrava in sala, dopo un tempo interminabile, completamente dimentica di lei ch’era rimasta fino a quel momento da sola. Dal corridoio provennero rumori di passi strascicati. Stavano uscendo dal bagno. Francesca alzò lo sguardo e fissò la porta. Se non si decideva adesso non lo avrebbe più rivisto, quella mattina il dottore era stato chiaro, lui non avrebbe passato la notte. Se lo ricordava fragile, gli occhi scuri pieni di spavento mentre l’abbracciava forte prima di entrare in ospedale per l’operazione. Coraggio, gli aveva detto lei, e per risposta lui le aveva accarezzato la fronte. Doveva aprire quella maledetta porta, come avrebbe fatto in un qualsiasi altro momento, come avrebbe fatto una qualsiasi persona normale, con tranquillità, che ci voleva? Così l’avrebbe rivisto. Non avrebbe potuto fare nient’altro che guardarlo, ma a lei sarebbe bastato. I passi strascicati si fermarono all’uscita del bagno. Adesso o mai più. Qualcosa fece incespicare Lucia. Fanculo!, esclamò la donna. Fanculo, la sentì ancora dire Francesca, Fanculo a tutti! Fanculo, le avrebbe detto se avesse aperto quella porta. Prese la caffettiera e la mise sul fornello. Aspettò che il caffè uscisse tutto e spense. Aspettò di sentire i passi strascicati, lentissimi, e il tip tap dei tacchi ritornare in stanza da letto. Poi uscì. Si fermò a pochi passi dalla camera, non alzò neanche lo sguardo per vedere lo spigolo del letto. Tossicchiò. Il caffè è pronto, disse a bassa voce. Poi ritornò in fretta in cucina.
  13. cynthia collu

    Bartleby e compagnia di Enrique Vila Matas

    BARTLEBY E COMPAGNIA DI ENRIQUE VILA-MATAS Premetto:credo di essermi commossa in modo così totale, oserei dire così intimo, così tranquillo ed euforico insieme (un'euforia dolce, provata poche volte durante la lettura di un libro - mai durante la lettura di un saggio, questa è stata la prima volta) che ho quasi timore a proporvelo. Non saprei definire esattamente il lavoro di Vila-Matas: a metà tra saggio e romanzo (lui lo chiama "note a piè di pagina) racconta di grandi e sconosciuti scrittori, di artisti come Marcel Duchamp, artista da me sempre amato e, dopo la lettura, diventato profondamente, per sempre "mio". Così come "mio" è diventato questo libro. Ve lo propongo ma leggetelo solo nel caso vi riconosciate un po' nel mio commento. LA SINDROME DI BARTLEBY Questo è un libro per me geniale e pericoloso allo stesso tempo. geniale: Vila-Matas parte dallo straordinario racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, per parlarci della pulsione negativa, dell’attrazione verso il nulla che fa sì che molti scrittori, “pur avendo una coscienza letteraria molto esigente, o forse proprio per questo” finiscano col non scrivere più. I Bartleby, insomma, sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo. Il Bartleby di Melville, da cui parte Matas, decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Rimarrà in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai, non berrà né tè né birra, dormirà di nascosto nello stesso ufficio. Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo. Vila-Matas decide di seguire le tracce della letteratura del No, quella di Bartleby e compagnia, ed ecco che si addentra nel labirinto “inquietante e attraente” della “autentica creazione letteraria” esamina cioè la tendenza della letteratura contemporanea che, ritenendo impossibile la scrittura, s’interroga su che cosa sia e dove si trovi. “Solo dalla pulsione del No può sorgere la scrittura dell’avvenire.”. "Ma come sarà tale letteratura?" chiede a Vila-Martas un collega d’ufficio. Risposta. "Non lo so. Se lo sapessi, la farei io stesso." Ed ecco che Vila-Matas, in quelle che lui chiama “Note a piè di pagina”, sprofonda nella vita e nelle motivazioni di scrittori più o meno famosi (ma anche di esimi che avrebbero potuto scrivere e hanno deciso di non farlo) che decidono di appartenere alla compagnia dei Bartleby. Tanti nomi, tante note-gioiello: da Robert Walser, che addirittura si mette a fare il copista come Bartleby, a Juan Rulfo, che dopo aver scritto “Pedro Paramo”, per trent’anni non scrive più nulla e che, quando gliene chiedono il motivo, risponde: ”E’ che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie”. Da Felipe Alfau, una specie di Salinger catalano, che si nascose nell’ospizio di Queen e che ai giornalisti che alla fine degli anni ottanta cercavano d’intervistarlo, rispondeva schivo “Il signor Alfau si trova a Miami”, a Rimbaud che scrisse tutte le sue opere entro i diciannove anni e poi più niente sino alla fine dei suoi giorni; da Robert Musil che trasformò quasi in mito l’idea di un “autore improduttivo! ne "L’uomo sena qualità", a Marcel Bénabou che in “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri” dichiara: "soprattutto non creda, lettore, che i libri che non ho scritto siano un emerito niente. Al contrario (che sia chiaro una volte per tutte) sono come sospesi sopra la letteratura universale". L’elenco sarebbe infinito. Ciò che ritiene Vila-Matas è che molti, come Hoderlin e Walser "continuarono comunque a scrivere". “Scrivere” diceva Marguerite Duras, “è anche non parlare. E’ tacere. E’ urlare senza emettere suoni.” Ho deciso quindi semplicemente di riportare alcune citazioni, e lasciare a voi il piacere della lettura di questo libro, che spero vi dia tanto quanto ha dato a me. Jaime Gil de Biedama “Forse bisognerebbe dire qualcosa di più su questa faccenda del non scrivere. Molte persone me lo chiedono, io stesso me lo chiedo. E chiedermi perché non scrivo porta inevitabilmente a un interrogativo molto più sconvolgente: perché ho scritto? In fin dei conti quel che è normale è leggere. Le mie risposte preferite sono due. Una, che la mia poesia rappresentava – senza che io lo sapessi – un tentativo d’inventarmi un’identità; una volta inventata, e accettata, non mi capita più di mettermi completamente in gioco in ogni poesia, che è ciò che prima mi appassionava. L’altra, che è stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia.” Keats, nella lettera a Richard Woodhouse del 27 ottobre 1818, parla della "capacità negativa" del buon poeta, che è chi sa prendere le distanze e rimanere neutrale rispetto a ciò che dice, come fanno i personaggi di Shakespeare, entrando in comunione diretta con le situazioni e le cose per trasformarle in poesia. In tale lettera nega che il poeta abbia una sostanza propria, un'identità, un "io" dal quale parlare con sincerità. Per Keats, un buon poeta è piuttosto un camaleonte, che trova piacere tanto nel creare un personaggio perverso quanto uno angelicale. Il poeta "è tutto e niente: non ha carattere, gode della luce e dell'ombra." "Un poeta è l'essere meno poetico che ci sia, perché non ha un'identità: sostituisce e riempie costantemente un qualche corpo". Pertanto, conclude Keats , "Se il poeta non ha entità in sé e io sono un poeta, cosa c'è di stupefacente nel fatto che io manifesti l'intenzione di smettere di scrivere?" "Così mi scorre tranquilla la domenica" scrive Kafka, "così scorre la domenica piovosa. Sto seduto in camera da letto e dispongo di silenzio. ma al posto di decidermi a scrivere, attività nella quale l'altro ieri, ad esempio, avrei voluto immergermi con tutto me stesso, ora sono rimasto a lungo a fissare le mie dita. Credo di essere stato totalmente influenzato da Goethe questa settimana, credo di aver appena esaurito il vigore di tale influsso e pertanto di essere diventato inutile." Per il poeta Edmundo Bettencourt, nato a Madeira, che compose poesie meravigliose seguite dal silenzio, il giornale “Repùblica” scrisse alla sua morte. “Edmundo de Bettencourt è deceduto ieri a bassa voce. Da trentatré anni, il poeta aveva scelto di vivere senza nessun canto, come se avesse adattato alla propria vita una sordina. E qui mi fermo. ma tanto c’è da scoprire, tanto spero di avervi invogliati alla lettura. Dimenticavo pericoloso: beh, provate a pensare di essere uno scrittore, e a quello che può capitarvi dopo aver letto questo libro. La sindrome di Bartleby è altamente contagiosa.
  14. scrivo

    Titani Editore

    Nome: Titani Editore Generi trattati: vari Invio manoscritti: http://www.titanieditori.it/398782156 Distribuzione: http://www.titanieditori.it/398782155 1)Distribuzione da parte della nostra casa editrice del volume tramite scheda libraria con inoltro della proposta di acquisto presso le librerie che lo richiederanno 2)Invio di rassegna stampa agli organi d’informazione con preparazione del comunicato 3)Inserimento gratuito nel catalogo e nel sito on line della Casa Editrice, nonché negli scaffali dello Store Internazionale On line della Titani Distribuzione 4)Partecipazione gratuita del volume alle iniziative promosse dalla Casa Editrice Sito: http://www.titanieditori.it Facebook: https://www.facebook.com/titanidistribution/?fref=ts ho ricevuto da loro una proposta gratuita. allegano al contratto un modulo per acquistare delle copie, ma assicurano che non sono obbligatorie. non esiste un contatto telefonico, ma solo attraverso la mail. firma un customer care. al terzo cordiale scambio, ho ricevuto una mail molto maleducata. volevo capire se qualcuno ha avuto un'esperienza con loro. grazie mille. daniela
  15. Mattia Alari

    Roso

    Roso L'inferno non era un buco a terra a forma di imbuto. C'era, non ne aveva mai dubitato. Ma era convinto di aver capito l'inganno. L'inferno era una rosa. Una rosa grassa e succulenta, dai petali spessi come lingue umide e il fondo atroce, in quel labirinto arricciato sul centro nascosto. Aveva già notato quanto il profumo che tutti amavano, ma per lui troppo forte, deviasse verso qualcosa di carico e marcio ben prima che il fiore si aprisse come in urlo graziato senza denti. Eppure la gente adorava le rose e non capiva quanto fossero malvagie. Non a caso si paragonavano spesso alle donne. In fondo questa distrazione fatale era data dalla mondana miopia necessaria a godere di ciò che li circondava, ma il bello era l’illusione che attirava, seduceva e poi abbandonava in profondi sconforti che erano precipizi, nei petali dell’inferno di cui nessuno si preoccupava. Da ragazzino era rimasto scandalizzato dalla bruttezza di ciò che vi era dietro quel vezzoso ventaglio e paragonato questo alla faccia di sua madre quando non era mascherata dal belletto. Così, quando suo padre era morto, aveva preteso togliessero le rose dal suo giardino perché le vedeva solo per quello che erano ossia parassiti della terra. La corona di spine di Cristo era possibilmente di rovi ed esse erano simili mostri, appena un po’ più belli. Le rose erano vanità al centro e tutta apparenza attorno, di molte forme e colori. Ma dentro... tutte uguali. Un occhio orbo, scuro, covato da qualcosa di viscido. Le rose gli facevano un'impressione che con il passare del tempo era diventata orrore. Un incubo. Non gli piacevano neanche le donne ovviamente, alcune fin troppo simili a quei fiori. Non intendeva conoscerne nessuna ed in nessun senso. Si aspettava un occhio orbo al centro del loro corpo e un buco nell'animo, magari preso da parassiti che avrebbero potuto anche attaccargli e che certo l'avrebbero fatto ammalare di qualcosa di terribile e osceno. Le rose gli avevano fatto capire che qualunque cosa fosse bella per tutti, aveva in sé la forma del diabolico. Aveva una furia verso il Bello che da anni passava per santità estrema. Asceta, aveva persino preso in considerazione di farsi cavare gli occhi per paura di cedere, alla fine. Aveva pure fantasticato su come potesse farlo da solo, con un cucchiaio che aveva sempre usato per mangiare un uovo alla coque per cena, ogni santo giorno. Rigorosamente senza pane e senza sale. Poi aveva lasciato perdere per non sporcare. Tutto doveva essere neutro, pulitissimo. La morte doveva trovare lenzuola e tovaglie bianchissime ad aspettarla. Pensava che il mondo non fosse che un momento, una strada per altrove. Non doveva farsi tentare dall'inferno perché non ne valeva la pena. Come non era giusto guardare troppo attorno. Ma purtroppo le rose invadevano altri giardini e ne sentiva l'odore, che lo tormentava. Ma faceva penitenza con le finestre aperte e un piatto di escrementi davanti alla faccia, nei momenti in cui stava quasi per commuoversi. Ormai era vecchio, era debole. Pregava non durasse ancora molto, la prova di vivere. Rose e donne erano rimaste lontane da lui e ancora più lontane dovevano essere alla fine. E già che c'erano, anche ben lontane dalla sua lapide. Perché in fondo aveva sognato, qualche volta, che il desiderio lo vincesse da morto e tanto da riuscire a vincere la resistenza della tomba e della terra, fino a poter tendere la mano verso le rose lasciate su di lui da un demonio e così riuscire sfiorare anche solo le loro spine. Ed erano tremendi, quei sogni. Perché in essi l'inferno era come dicevano tutti gli altri. E lontanissimo, troppo lontano, dalle rose.
  16. Lauram

    breve, ma non indolore

    Giunte, in preghiera, nella posa dell’attesa, i segnali erano stati mandati, perché natura imponeva così. Aspettava davanti le ante della finestra chiusa. L’aria era cambiata da diversi giorni, più gradevole, l’ideale per quel genere di cose. Lo sentiva vicino ormai, era solo questione di attimi, tra poco si sarebbe saziata di lui e fatta riempire da tutto il suo resto. Eccolo. la raggiunse ed accadde, si riconobbero come simili cedendo al corpo uguale e contrario dell’altro. Ora che il tutto era stato compiuto, lei non si sentiva più sola e lo ringraziò con uno sguardo, uno solo, nei suoi occhi verdi ed umidi, tanta riconoscenza. Amanti in quei loro momenti. Mantidi invece, da sempre. Gli occhi di lei avevano smesso di brillare, per metterlo ora in soggezione e costringerlo ad abbassare la testa. La leggera brezza del mare arrivava su quel davanzale screpolato dal sole e dalla salsedine, uno dei due tremava, e non certo per il vento. «Non temere» gli disse:« Ci sono io qui con te, so quello che devo fare, stai a vedere.» E fu così che la mantide religiosa portò a termine il suo lavoro.
  17. MrSeraphyn

    End of the Road Bar - Parte Prima - Daniele Batella

    Titolo: End of the Road Bar - Parte Prima Autore: Daniele Batella Casa editrice: Dark Zone ISBN: 8899845484 Data di pubblicazione (o di uscita): 12 Dicembre 2018 Prezzo: 14,90 Genere: Narrativa Pagine: 227 Quarta di copertina: Link all'acquisto: La Feltrinelli IBS Libreria Universitaria Dark Zone Edizioni Amazon Benvenuti all'End of the Road Bar... Pronti per il viaggio? Buona lettura! All’End of the Road non si arriva per caso. È uno strano luogo, un vecchio bar nascosto in un vicolo di una metropoli, a metà strada tra una bettola e la sala di un cinema: un locale d’altri tempi, lontano dalla frenesia delle notti di baldoria della città. L’End of the Road ha un’anima. È questa l’unica certezza che colpisce sette avventori, giunti per caso una sera di aprile nell’atmosfera ovattata del bar. Sette sconosciuti, condotti nello stesso luogo da un curioso scherzo del fato. Penny, l’algida e imperscrutabile cameriera, li accoglie e serve loro da bere. Sarà il pretesto di una violenta tempesta a far avvicinare i sette l’uno all’altro, a sciogliere imbarazzi e timori prima e a condurli in un viaggio lungo il viale dei ricordi poi. Uno ad uno cominceranno a raccontare la propria esistenza, fatta di amori, gioie, dolori, segreti mai confessati e peccati indicibili. Sette vite si snodano nel flusso dirompente della memoria, svelando poco a poco le trame di un sorprendente destino.
  18. Mattia Alari

    Bar A

    A testa in giù dentro una bottiglia vuota. Come fosse un modellino ma d'uomo, con le vene al posto delle vele finte, la testa come prua e lui "maestro" in qualcosa, pur non essendo albero. Lì, contemplava il suo stato nell'ultimo bicchiere capovolto verso il soffitto, afflitto dal senso di galleggiamento nell'acqua che non aveva bevuto e nauseato più dalla sobrietà del giorno trascorso che dalla presente ubriacatura. Con lo sguardo rovistava nella fila di soldati di vetro schierati sulla mensola del bar. Attorno, tutto vuoto e solo quel lungo banco di legno untuoso e lucido, come una cassa da morto. Era rosso, color di un certo brandy che si era scolato in prima battuta, ma le sfumature biondastre erano tali e quali a quelle dei capelli della stronza che lo aveva appena mollato e dell'aceto invecchiato che lei amava in stille sulla sua insalata. Aveva sempre disprezzato la sua mancanza di appetito. Magra, folle. Interessante come un groviglio di fili elettrici dimenticati in un angolo scuro, dopo una riparazione di fortuna. Però l'intrigo aveva solleticato il suo ego e per un certo periodo si era piccato di essere il migliore della collezione, ma alla fine per lei era stato solo l'ultimo della serie e il penultimo prima del presente. Aveva certo messo in conto il fatto che non dovesse durare e neanche l’avrebbe voluto; ma lei lo aveva battuto sul tempo e l’aveva lasciato in tronco, senza neanche una scusa. Con un rutto mal trattenuto, buttò giù l'accenno al vomito e il pensiero di lei, che gli andava acidamente di traverso. Fece per cercare il barista ma si accorse che se n'era andato anche lui, forse a pisciare. Oppure era tornato dentro qualche bottiglia vuota a dormire. Un genio alcolico, uno strano... spirito, che dopo avergli servito abbastanza alcol da farlo cadere steso, era evaporato nel nulla. Aveva espresso un pessimo desiderio, allora. E neanche lo ricordava, come la strada che aveva preso per arrivare lì. Dove si trovava? Non ne aveva idea. Si mise allora a ridere ma la sua voce sembrava avere i toni di un gargarismo e un singhiozzo insieme. Non si accorse che le sue dita affondavano nel bancone e che piano anche le sue braccia ci sparivano dentro e che tutto attorno si stava dilatando e appannando, come attraverso un vetro. Non si accorse che il senso di nausea diventava più liquido, come il resto. Presto non rimase che un pozzetta scura e il bancone colante, appiccicoso. Il barista allora apparve come dal nulla, aprendo la porta sul fondo del locale e si diresse verso le bottiglie. Indifferente passò uno straccio umido sul bancone e sull'ultima goccia di malumore viscido che aveva lacrimato sul pavimento. Ora non c'era davvero nessuno, fino alla prossima volta. E le bottiglie erano sempre piene.
  19. dfense

    Edizioni il viandante

    Nome: Edizioni il viandante Generi trattati: Narrativa, narrativa per bambini, saggistica, poesia Modalità di invio dei manoscritti: tramite form https://www.edizioniilviandante.it/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libri&co.* Sito: https://www.edizioniilviandante.it Facebook: https://www.facebook.com/viandante12/ Apparetenente al gruppo Chiaredizioni dal 2017. Dal sito: "La casa editrice NON chiede alcun contributo agli autori, men che meno l’acquisto obbligatorio di copie". * Sono in fase di definizione diversi accordi di distribuzione a livello nazionale e, in coerenza con i nuovi movimenti del mercato, risulta in progettazione avanzata una piattaforma per la vendita online.
  20. angedolc

    Non dovevi vedere - Era meglio non vedere

    L’urlo acuto e lacerante l’aveva bloccato mentre stava per premere il pulsante di scatto: un perfetto fermo - immagine. Si avvicinò al cancello d’entrata e si sporse con circospezione. Scorse l’uomo a un centinaio di metri: stava aggredendo una donna che cercava in ogni modo di reagire ripetendo quelle grida strazianti. Marco era terrorizzato, non sapeva che decisione prendere, aveva dimenticato il palmare in macchina, ma si rendeva conto che, se anche avesse avvertito la polizia, non avrebbe impedito che quella donna venisse aggredita. Doveva fare qualcosa, ma si sentiva impotente, si rendeva conto di non avere la stoffa del salvatore e nemmeno il necessario sangue freddo. Alla fine prese una decisione: ritornò per sganciare la macchina fotografica dal cavalletto. Prima di uscire, diede ancora una sbirciatina fuori. L’uomo aveva gettato la donna a terra, lei si dibatteva forsennatamente gridando aiuto. Marco si mosse in fretta, ma con cautela, nascondendosi dietro i grossi platani che costeggiavano la strada sterrata finché non si fermò a poche decine di metri, protetto da un grosso tronco. Puntò la macchina e spinse lo zoom al massimo con l’intento di riprendere il viso dell’aggressore e avere una prova da fornire alla polizia. La donna continuava a urlare. Era terribile sentire quelle invocazioni d’aiuto e non poter far nulla. Poi successe una cosa che lasciò Marco senza fiato. Improvvisamente l’uomo alzò un braccio: nel pugno stringeva una lama, vibrò numerosi colpi e continuò con furia crescente finché le urla della donna cessarono. Marco era rimasto impietrito davanti a quell’esplosione di furia omicida e non era riuscito a scattare alcuna foto. La mente offuscata dal terrore, commise la sciocchezza di voltarsi e di mettersi a correre per raggiungere la sua auto. Attirato dal rumore di passi in fuga, l’uomo si girò e lo scorse. – Ehi, fermati! – lo sentì gridare. – Ascolta, lo dovevo fare. Ti devo spiegare. Fermati, perdio! Marco, con il cuore in subbuglio, non lo stette a sentire e, quando giunse all’altezza della fabbrica, resosi conto che la sua auto non era proprio a portata di mano e che la sua era una fuga senza speranza, decise di entrarvi per nascondersi. Raggiunse la porta arrugginita: il suo soggetto di poco prima. Pregò che si aprisse. Fu esaudito. Subito la richiuse dietro di sé. C’era buio, un buio talmente fitto che quasi non percepiva di esistere. Si fermò per sentire se da fuori venissero dei rumori. Silenzio. Non era comunque tranquillo: quel tizio l’aveva sicuramente visto entrare nella fabbrica. Forse, però, non l’aveva inseguito, forse, pensando di non essere stato visto, si era dato alla fuga, o forse lo stava cercando e prima o poi avrebbe aperto quella porta. Troppi forse. Doveva decidersi. Aveva paura a muoversi in quell’ambiente: con quel buio, poteva far rumore urtando qualcosa e si sarebbe fatto scoprire. Poi si ricordò che poteva accendere il visore della macchina fotografica. Lo fece. La luce era debole ma sufficiente a rivelargli l’assenza di ostacoli nelle immediate vicinanze. Iniziò ad addentrarsi nella stanza alla ricerca di un riparo, aiutato dalla flebile luce del visore. In ogni caso, si disse, l’assassino avrebbe avuto difficoltà a trovarlo, a meno che non disponesse di una torcia elettrica, cosa che gli sembrò poco realistica; più probabile un accendino, ma, quanto a potenza di luce, non era più elevata di quella della sua macchina fotografica. Rimase in attesa tenendosi lontano dall’area dove si sarebbe proiettato il cono di luce, qualora quel bruto avesse aperto la porta. Dovevano essere passati solo pochi minuti, ma a lui sembrò un’eternità, quando ciò avvenne. La sagoma in controluce dello sconosciuto, si stagliò nel riquadro della porta. L’ombra, deformata dalla prospettiva, dava alla scena un’atmosfera allucinante e onirica. – Ehi, so che sei qui, – gridò. Il tono non era minaccioso ma confidenziale. Ovviamente la cosa non lo tranquillizzò, anzi aumentò la sensazione di straniamento che stava già provando. – Quella donna... quella donna... – sembrava che lo sconosciuto facesse fatica a parlare. – Mi chiamo Ermes Castelli; quella donna, Elena... era mia moglie e non era... u... ma... na, dovevo eliminarla capisci? – fece passare qualche istante. – Mi stai ascoltando?... Marco si rese conto di trattenere il respiro, era terrorizzato: quell’uomo doveva essere un pazzo criminale. – Non ti voglio far del male. Ora sono più che convinto di aver fatto la cosa giusta. Non sono un assassino, credimi, non ho ucciso un essere umano, ma un mostro. Abbiamo avuto un figlio e ho il terrore che le assomigli. Forse dovrò uccidere anche lui. Ma come potrò farlo? È anche carne mia. Lei, invece... non potevo perdonarla, mi ha ingannato, si è servita di me per non so quali scopi. E forse non è l’unica, forse ci sono altre come lei che apparentemente sono normali, ma, quando ci vivi assieme, ti rendi conto che, in loro, c’è qualcosa che non va, e non è detto che ci siano anche uomini simili a lei. – Poi il tono della sua voce divenne alterato, eccitato, in certi punti quasi ispirato. – Non ricordo quando è cominciato tutto. Forse pochi giorno dopo la nascita di Davide. Prima le cose erano normalissime. Voglio dire, eravamo una coppia normale, ci amavamo, ci siamo sposati, abbiamo avuto un figlio. E poi qualcosa in lei è cambiato. In un primo momento non volevo crederci, ma, alcune volte, mentre la guardavo in controluce, sembrava diventare trasparente, o, al buio, solo per pochi istanti, emetteva a intermittenza lievi bagliori verdi, o quando facevamo l’amore, durante l’orgasmo, sibilava come un serpente, mentre il suo corpo diventava freddo. Che dovevo fare? Ero sicuro di non essere pazzo. Ho custodito gelosamente questo segreto, sopportandone il tormento. Con chi potevo confidarmi? Non con Elena, mi avrebbe preso per pazzo, forse mi avrebbe odiato o, peggio, si sarebbe rivelata per quello che era diventata, o era sempre stata, e mi avrebbe ucciso. Non con i colleghi di lavoro o i pochi amici, visto che non avevo alcuna prova e non potevo convincerli a parole. E tantomeno con la polizia. Seguivo delle cure psichiatriche: essenzialmente riposo e medicinali. Dicevo a mia moglie che mi curavo per l’insonnia e per l’ansia a causa del lavoro. Allo psichiatra raccontavo che temevo di soffrire di allucinazioni, ma non scendevo troppo nei particolari, oppure inventavo. Ma non è servito a molto, in pratica risultavo sano di mente, dovevo continuare a prendere quelle pillole e riposarmi. E questo non era una consolazione. Cominciai a chiedermi come mai le mie allucinazioni avevano per oggetto solo mia moglie e capitavano all’improvviso, anche se ero di buonumore o mi sentivo a posto, per nulla stressato. Perché non avevo altri tipi di visioni? Non so, l’apparizione di una bestia feroce o di una frotta di topi. No, l’oggetto era solo e soltanto mia moglie. Di tanto in tanto, nel cuore della notte, mi svegliavo e rimanevo a fissare la sua sagoma al buio aspettando di vedere quei bagliori, ma molto spesso mi riaddormentavo senza vederli. Ero ossessionato, continuavo a spiarla per cogliere qualche mutazione che mi confermasse di non soffrire di allucinazioni, di essere mentalmente sano. I fenomeni si verificavano casualmente; passavano giorni senza che succedesse nulla, nei quali era una persona normalissima. L’amavo, ma al tempo stesso cominciavo a temerla. Anche Davide sembrava avvertisse qualcosa, da un certo momento in poi non riuscì più ad allattarlo al seno, ogni volta che provava il bambino si metteva a piangere. Ma dopo quello che è successo qualche giorno fa, mi sono convinto che dovevo farla finita, dovevo eliminarla. Stavo osservandola, di nascosto, mentre dava da mangiare dal biberon a Davide, mi sono sentito raggelare quando ho visto il braccio con il quale teneva il bambino. Non era un braccio umano, era esile come la zampa di un insetto e terminava con una specie di uncino. Sono stato colto da un senso di nausea. Mi stavo avvicinando per toglierle il bambino, quando l’orrenda mutazione ha iniziato a vibrare, a tremolare e poi è scomparsa. Elena era ritornata normale. Cominciai ad avere paura, una paura che spesso si trasformava in panico. Cercavo di nasconderle il mio stato d’animo, e devo dire che ci sono riuscito abbastanza bene. Le poche volte che non ce la facevo, lei mi chiedeva se andava tutto bene. La tranquillizzavo dicendole che si trattava di problemi al lavoro. Lei sapeva che non mi piaceva parlarne. Ho passato giornate intere a rimuginare se dovessi farlo o no: eliminarla voglio dire. Non è stata una decisione semplice, credimi. Amavo Elena, tantissimo, ma qui c’era di mezzo la mia incolumità e soprattutto quella di mio figlio. Devi credermi, quella donna si era trasformata in qualcosa di non umano, dovevo eliminarla. L’individuo rimase in silenzio per qualche attimo, poi riprese a parlare con voce stanca e rassegnata, con una nota di tristezza e delusione. – Sei il primo a cui racconto queste cose. Mi sono fidato di te, e ora mi aspetto che tu faccia altrettanto. Non temere, non ho intenzione di farti del male, ma vorrei che tu mi credessi e convincerti che non sono pazzo. Improvvisamente urlò:– Lo vuoi capire? Quello che ho visto non è frutto della mia fantasia! Pronunciate queste parole, l’uomo si girò e se ne andò. La luce proveniente dall’esterno permise a Marco di vedere i dettagli dell’ambiente: forme indistinte, probabilmente macchinari in disuso o merci abbandonate. Si mosse lentamente, portando avanti le mani. Uno squittio lo fece sobbalzare. Topi. “Ci manca solo di essere morso da un topo,” pensò. Da dove si trovava, vide l’individuo raggiungere il cancello d’ingresso e uscire. Marco si rammaricò di non essere riuscito a documentare il momento dell’aggressione, di non avere avuto con sé il palmare per registrare quel discorso folle. Per precauzione lasciò passare qualche minuto prima di azzardarsi a lasciare il suo nascondiglio. Raggiunta una finestra, guardò fuori: vide l’uomo camminare lentamente verso il luogo dell’omicidio. Non se la sentiva di seguirlo e rimase lì, immobile, a fissare in quella direzione. Non passò molto e rivide il folle ritornare correndo verso la fabbrica. Marco corse verso il suo nascondiglio, non prima di aver raccolto il cavalletto. Si accostò nei pressi dell’entrata, chiuse il cavalletto e lo brandì, pronto a colpire non appena il tizio avesse varcato la soglia della stanza. Udì la sua voce rintronare tra le pareti della fabbrica: – È viva. È viva. Mia moglie è viva, hai sentito? Se serviva un’ulteriore prova per dimostrare chi è veramente, eccola! Che fai ancora lì dentro, dai vieni fuori. Dobbiamo scappare, lei sta venendo qua. Lo sentì avvicinarsi, aprire la porta, e, quando si affacciò, Marco lo colpì. L’individuo stramazzò al suolo. Marco corse fuori, deciso a raggiungere la sua auto e fuggire. Raggiunto il cancello, incrociò la donna; le gettò una rapida occhiata: indossava una camicetta squarciata in più punti dalle pugnalate ma nessuna traccia di sangue. Possibile che si trattasse solo di una messinscena? No, non aveva senso, la furia cui aveva assistito era vera, perché avrebbero dovuto montare una sceneggiata del genere, per spaventarlo? La faccenda era troppo strana, incomprensibile, lei si stava avvicinando, ebbe paura, urlò e si lanciò fuori, con il cuore in gola. Voleva fuggire lontano da quell’incubo. Ma non avrebbe più dimenticato quella scena, gli occhi di quella donna, allucinati e persi nel vuoto, la sua mano protesta per chiedere aiuto, il volto esangue, spettrale nella cornice dei capelli corvini.
  21. Ospite

    Eris Edizioni

    Nome: Eris Edizioni Generi trattati: Narrativa, fumetto, saggistica Modalità di invio dei manoscritti: proposte@erisedizioni.org Una guida rapida Distribuzione: CDA, DIEST DISTRIBUZIONI, BOOKLET, Librerie e fumetterie fiduciarie (http://www.erisedizioni.org/distribuzione.html) Sito web: http://www.erisedizioni.org/home.html Facebook: https://www.facebook.com/erisedizioni/?fref=ts Aggiornamento 21/04/18 dal sito: Eris Edizioni diventa complice del Progetto Stigma, supportandolo nell’arrivo in libreria e fumetteria e inserendone le opere in catalogo non come semplice collana, ma in qualità di vera e propria costola separata. Eris supporterà il Progetto Stigma nella pubblicazione di 4 volumi l’anno, lasciandogli totale indipendenza di scelta e di progettazione.
  22. Roger75

    Anna Lou - Ep. 3

    Anna Lou e l'apprezzaa bugia del girasole La particolarità di quell’ appezzamento di terra che Anna Lou vedeva in lontananza dalla finestra della sua camera era che un non ben precisato giorno di luglio si accendeva come se fosse cosparso di lanterne alle quali veniva data corrente, si tingeva di un giallo intenso che rendeva tutto il contorno, per quanto bello, un’accozzaglia di colori sbiaditi. In quel momento, sebbene l’estate fosse lontana, lei si sentiva come quei girasoli che a luglio davano un volto nuovo a quel terreno moribondo. La sera prima sua madre era entrata in camera sua, si aspettava la sceneggiata del secolo per averle rovinato gli scatoloni del trasloco, invece nulla, se ne stava li ferma sulla porta a guardarla ancora con il giubbotto su senza dire nulla, poi le si avvicinò e la abbracciò. Tutti credono che i girasoli ruotino in base alla posizione del sole, pochi sanno che non è proprio cosi, l’eliotropismo, cosi si chiama questo fenomeno, riguarda solo le piante in fase di crescita, la mattina il fiore guarda ad est dove il sole sorge per poi durante l’arco della giornata seguirlo fino al tramonto ad ovest, fenomeno che però svanisce una volta raggiunta la maturità della pianta. Anna Lou percepiva questa cosa, era convinta di averla vissuta diversamente rispetto ai suoi coetanei, semplicemente un giorno si accorse che lei il sole non aveva più bisogno di seguirlo. E’ inutile spiegare che il sole sono i genitori, i riferimenti che ogni bambino, ogni adolescente segue per poi gradualmente lasciarne la mano ed inoltrarsi da solo in questo complesso meccanismo chiamato vita. Anna Lou un giorno si accorse che camminava affascinata da ciò che la circondava, per mano non teneva più nessuno e quando si guardò indietro i suoi erano già lontani. Sua madre con un elegante giro di parole le aveva spiegato che nella nuova casa non sarebbero state sole, che per volontà dell’azienda avrebbero dovuto dividere i loro spazi e la loro intimità con Marco un suo collega, le aveva spiegato che questo lavoro era importante e che l’avrebbe assorbita completamene, che avrebbe avuto meno tempo da dedicarle durante la settimana, le aveva spiegato come per lei fosse un riscatto ad una vita non andata proprio secondo i suoi piani, ma che questa possibilità avrebbe anche offerto loro una disponibilità economica maggiore utile a migliorare in qualche modo la loro situazione. Anna Lou per quanto si sforzasse non riusciva a capire l’aspetto monetario, stavano bene, non mancava loro niente, aveva molto senso tagliare ore alla vita privata per comprare qualcosa in più che forse nemmeno serviva? Si tenne per lei questo pensiero, d’altronde su argomenti del genere se hai visioni opposte poco vale provare a confrontarsi, nessuna delle due avrebbe ceduto per provare a comprendere l’altra. Per quanto riguarda invece l’aspetto di un coinquilino a lei la cosa non dispiaceva, sebbene avesse intuito che sua madre si aspettasse una pantomima di proporzioni colossali Anna Lou aveva sempre trovato interessante il concetto di condivisione in se, quindi ammesso che il collega di mamma non fosse un pazzo schizofrenico manesco, oppure un pornofilo maleodorante il pensiero di essere in tre seduti a tavola in un paese dove non conosceva nessuno non la disgustava, certo avrebbe preferito che il terzo fosse suo padre ma sapeva benissimo che si era comportato da stronzo perché per quanto la mamma potesse essere pesante e petulante a volte comunque l’amava alla follia, ma nel suo ruolo di adolescente non poteva di certo ammetterlo apertamente. Se poi il collega in questione fosse stato anche un tipo simpatico la cosa avrebbe potuto rivelarsi interessante, immaginarsi sua mamma alle prese con certe dinamiche imbarazzanti non avrebbe avuto prezzo, dinamiche dettate soprattutto dal fatto che dopo aver sbattuto il marito fuori di casa non voleva più sentirne parlare di uomini. Certo qualche rischio che la cosa potesse diventare ancora più pesante c’era ma da parte sua Anna Lou era disposta a rischiare, a metterla un attimino più in crisi dopo aver googolato era il pensiero di finire in un paese di 3000 anime con un’età media approssimativa di 200 anni, l’idea che per quanto poco uscisse di casa le volte che si sarebbe azzardata a mettere fuori un piede altro non avrebbe visto che una farmacia, dieci bar ed una chiesa, come d’altronde ci si aspetta siano tutti i piccoli paesi d’Italia. Una particolarità che pochi sanno del girasole è che il capolino, la grande parte gialla in testa alla pianta non è un fiore unico, ma è un insieme di quasi 2000 fiori e ad Anna Lou piaceva l’idea di associare questa cosa alle persone, vedere un individuo unico ma in realtà composto da 2000 elementi, siano essi emozioni, pensieri, tic, gesti, parole, idee. Si era per un momento sentita la persona più matura di casa, rasserenando sua madre sul fatto che tutto sarebbe andato bene, che sarebbe stata all’altezza del nuovo lavoro e che lei si sarebbe adattata velocemente alla vita di paese, poi aveva iniziato ad ironizzare sul fatto che magari sarebbe potuto nascere qualcosa con questo Marco, tecnica per farsì che sua madre la mandasse a quel paese con un sorriso e si togliesse di torno alla svelta. Anna Lou sapeva che quella sarebbe stata una delle ultime volte in cui avrebbe potuto osservare quella distesa di girasoli, quello che però non poteva sapere era che di li a qualche giorno si sarebbe trovata invischiata in una situazione più grande di lei e che suo nome non sarebbe stato più Anna Lou ma Clizia, come la ninfa greca innamorata di Apollo il quale però decise di sedurre la mortale Leucotoe, cosa che riuscì a fare trasformandosi con le sembianze della madre di lei riuscendo quindi ad avvicinarla, Clizia per gelosia raccontò la cosa al padre di Leucotoe il quale ordinò di seppellirla viva. Apollo distrutto dalla perdita del suo amore non volle più vedere Clizia, la quale per 9 giorni rimase senza mangiare e senza bere, immobile nello stesso posto limitandosi a guardare Apollo che con il suo carretto portava il Sole, vedendola denutrita, impietosito Apollo trasformò allora Clizia in una fiore, un fiore in grado di seguire i movimenti di sole.
  23. Roger75

    Anna Lou - Ep. 2

    Anna Lou ed il guerriero senza patria e senza spada Certo quando il mondo che osservi, lo guardi per la maggior parte del tempo sdraiato nel tuo letto la visione che puoi averne potrebbe sembrare distorta, ma forse neanche tanto. A questo pensava Anna Lou, una magliettina bianca con disegnato un megafono dal quale invece di uscire parole uscivano smartphone di ogni sorta, dei pantaloncini verdi ed paio di cuffie ad assicurarle una finta privacy che da almeno un’ora in loop riproducevano sempre la stessa canzone: Non so se sono stato mai poeta e non mi importa niente di saperlo riempirò i bicchieri del mio vino non so com’è però vi invito a berlo e le masturbazioni celebrali le lascio a chi è maturo al punto giusto le mie canzoni voglio raccontarle a chi sa masturbarsi per il gusto. Anna Lou nonostante la sua giovane età lo capiva a Pierangelo Bertoli, capiva chi come lui non trovava il senso di doversi definire per forza, oggi dove i social dominano e decretano la tua posizione nella scala gerarchica sociale Bertoli se non lo avesse portato via prima la malattia si sarebbe suicidato, di questo ne era convinta. Un individuo che scrive un bel testo viene definito poeta, ma se tale definizione non gli venisse data il testo sarebbe meno bello? No! Allora non poteva fare a meno di chiedersi quale necessità ci fosse in tutto questo, quale bisogno sentissero le persone di avere per forza un’identità sociale ben determinata, a lei piaceva sicuramente di più l’idea di essere un’entità non completamente a fuoco, a volte ectoplasmatica altre con contorni ben marcati, avete presente un quadro di Kandinsky? un garbuglio di macchie, linee, punti, forme, schizzi, colori, talmente incasinato da essere tremendamente affascinante? Ecco Anna Lou si sentiva cosi, e poi dai, la Gioconda ha rotto le palle. Allora, pensava, raccontiamo e raccontiamoci a chi sa trarre piacere dalle nostre storie, a chi sa trarne un beneficio, un messaggio, un’idea, uno spunto, una morale, a chi sa masturbarsi per il gusto. Il soffitto era bianco, solo stando sdraiati e guardando in su, in linea con il suo cuscino campeggiava una scritta viola in corsivo. L’arte vuol sempre irrealtà invisibili. (J.L.B) Anna Lou ci pensava spesso, secondo lei se nel vocabolario c’era una parola con il significato dubbio era proprio la parola “arte”. Arte non si può definire, non si può porre un valore univoco ed universale alla realizzazione di un qualcosa di artistico, arte=tutto=niente ecco questa era la condizione primaria con la quale Anna Lou vedeva le cose. L’autunno, la sua stagione preferita rendeva la visione del mondo fuori dalla sua finestra un pianeta caruccio da abitare, oltre ai colori, alle foglie che ricoprono il grigiume della strada, seguire il via vai di tutte quelle persone divorate dalla fretta di chissà cosa era affascinante, lo era almeno per lei che chiusa nella propria stanza sembrava muoversi al rallentatore al confronto, si immaginava spesso come se fosse immersa in una sorta di gelatina e per quanto provasse a muoversi veloce come gli altri le era impossibile. Il traffico, la frenesia, le code, la folla avevano qualcosa di affascinane, come fossero il risultato del migliore algoritmo mai creato per manovrare il pianeta, quello che non poteva tollerare era il rumore, il chiasso, sebbene consapevole che la vita li fuori comportasse inevitabilmente molto baccano. Insomma per quanto sua madre si fosse messa in testa che sua figlia si stesse trasformando nel più patologico degli hikikomori Anna Lou voleva solo trovare un compromesso per stare in mezzo alle persone senza doverle sopportare, per sentirsi parte integrante di un gruppo che fosse estraneo agli standard. Come risvegliata da un torpore scattò in piedi per dirigersi in garage, li sua madre stava raccogliendo scatole e scatoloni per l’imminente trasloco che spettava loro, cambiare paese non la spaventava, in fondo non stava abbandonando niente che non avrebbe potuto trovare da altre parti, l’unica cosa per cui pregava era che la finestra di camera sua non fosse con vista su un parcheggio o su qualche cassone delle immondizie di un ristorante cinese, in fondo quando per molti suoi coetanei il confine col mondo fuori era rappresentato dall’uso di uno smartphone per lei era la finestra vera a propria a delimitare quella sottile linea di separazione. Raccolse in camera decine di scatoloni, si procurò un pennarello ed un taglierino e si mise al lavoro, sua madre si sarebbe incazzata come una bestia, ma oramai era routine, motivo per il quale non diede peso alla cosa. Michela salutò il collega che le diede il cambio, nella sua vita tutto avrebbe pensato di fare, ma di finire a lavorare su una pressopiegatrice, beh quello no di certo, per quanto la fantasia l’avesse accompagnata in giovane età mai e poi mai sarebbe arrivata ad immaginare tanto eppure per quanto il lavoro fosse pesante e non proprio pulito ringraziava per l’opportunità ricevuta, con quel lavoro poteva dignitosamente mantenere lei e sua figlia, qualche ora di straordinario le permetteva anche di concedersi qualche piccolo lusso extra visto che il marito non era sempre cosi puntuale nel pagare gli alimenti per Anna Lou. “Scusa Michela, prima di andare via puoi passare nel mio ufficio?” Mentre si lavava un po’ e si cambiava in spogliatoio la sua testa era completamente assorta in due pensieri, consapevole che fossero due binari che nel loro eterno parallelismo doveva trovare il modo in qualche modo di far incrociare, ma piegare del ferro cosi grosso non sarebbe stato facile. Da una parte l’imminente trasloco con tutte le complicazioni che un trasloco si porta sempre appresso, dall’altra il fatto che in quella nuova casa oltre a lei e a sua figlia sarebbe andato a stare con loro anche Marco, il suo collega che l’aveva appena convocata in ufficio. I titolari dell’azienda l’avevano capito subito che Michela era una tosta, una che lavorava senza discutere tanto, precisa, affidabile e con le idee chiare, a differenza di tanti altri operai lei aveva una visione organizzativa utile alla crescita sia dell’azienda che personale, ecco perché le avevano proposto insieme a Marco di andare a dirigere il nuovo stabilimento nella zona industriale di un paesetto seminato chissà dove nel mezzo delle campagne friulane. … “Lo so Marco, hai perfettamente ragione, ti chiedo scusa ma Anna Lou sta attraversando un periodo strano e non ho ancora trovato le parole giuste per spiegarle che dovrà condividere la casa con un perfetto sconosciuto, ti prometto che stasera ne parlo e risolvo la cosa.” Durante il tragitto in auto Michela pensava alle parole con le quali avrebbe dovuto spiegare a sua figlia che l’azienda aveva messo a loro disposizione una casa alla condizione che la condividessero con Marco, lei aveva insistito per affittare un appartamento in modo da essere indipendenti ma il titolare non aveva sentito ragioni, una delle condizioni per ottenere un lavoro che l’avrebbe sparata dritta ai piani dirigenziali era fare team con il tuo partner e per fare team bisognava essere disposti a condividere tutto, sia nel lavoro che nel privato. Alla fine doveva scegliere se continuare a lavorare a turni su una pressopiegatrice che faceva un casino infernale oppure se prendere le redini della sua vita professionale a discapito di qualche sacrificio nella sfera privata e poi Marco era un tipo tranquillo, c’era stato feeling da subito. La luce della camera di Anna Lou era accesa, la cosa non la sorprendeva, con molta probabilità indossava le sue cuffie e se ne stava li a fare chissà cosa. Prima di entrare in casa notò con la coda dell’occhio che vicino alle immondizie c’era uno scatolone pieno di pezzi di cartone, aveva preso l’abitudine di non farsi troppe domande, con sua figlia tutte le risposte che poteva prevedere non avrebbero mai centrato quella corretta quindi imparò a prendere un bel respiro prima di varcare la porta e vivere la situazione al momento. Subito si accorse che c’era qualcosa di strano, affinò l’udito ruotando leggermente il capo e non poté fare a meno di pensare “Anna Lou che canta? che cazzo è successo?” Quando aprì la porta della camera rimase letteralmente a bocca aperta, sua figlia se ne stava in piedi in mezzo alla stanza in mutande e reggiseno con gli occhi chiusi cantando, dal soffitto a testa in giù decine di sagome in cartone di persone, un cane, una donna con un passeggino, persino la sagoma di un automobile e di un semaforo, fra loro campeggiava una scritta: L’arte vuol sempre irrealtà invisibili. (J.L.B) Canterò le mie canzoni per la strada ed affronterò la vita a muso duro un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
  24. Roger75

    Anna Lou - Ep. 1

    Anna Lou ed il posatore di piastrelle “Non puoi pensare sempre che tutti siano degli stronzi Anna Lou, a te potrà sembrare strano, potrai non capirlo ma ci sono delle persone che comunque ti vogliono bene ma che tu tratti sempre come delle merde.” “Capirai, la zia Orietta ha 80 anni e da almeno 20 non capisce un cazzo, cosa vuoi che cambi se vengo a trovarla o no? probabilmente non ha idea ne di chi sia ne del perchè io vada la, dai mamma è tempo perso lo sappiamo e poi sono rapporti che interessano a te” La mamma di Anna Lou era stufa di litigare con questa figlia adolescente che per qualsiasi cosa era in grado di creare problemi insormontabili e drammi di qualsiasi sorta, non aveva più pazienza, non aveva più voglia, eppure era incastrata in una rotonda senza uscite e altro non poteva fare che continuare a girare in tondo guardando avanti. Da quando aveva trovato suo marito a letto con una battona rimorchiata chissà dove e l’aveva sbattuto fuori di casa i rapporti con sua figlia avevano preso una piega inaspettata. “Anna Lou ti chiedo per piacere, per una volta fai lo sforzo di accompagnarmi, te ne stai sempre chiusa li in camera, hai escluso tutto e tutti e continui a sbattere in faccia ogni porta che qualcuno prova aprire verso il tuo mondo.” “Beh l’hai fatto anche tu con papà no?” Luisa non capiva come sua figlia potesse rinfacciargli ancora questa storia, perchè le figlie hanno il potere di perdonare a prescindere i padri? Se avesse trovato lei il suo ragazzo a letto con qualcun’altra sarebbe stata cosi indulgente? e poi d’altronde cosa doveva fare? finta di niente? accettare il fatto che il proprio marito potesse desiderare altre donne all’infuori di lei, all’infuori della donna che aveva scelto di sposare? Il matrimonio anche questo è no? godere magari di uno sguardo al sedere di qualcun’altra ma non vedere l’ora di tornare a casa per toccare quello della propria donna, in fondo nonostante siamo nel 2019 e l’uomo si sia ampiamente civilizzato forse l’istinto animale non siamo stati ancora capaci di sopprimerlo del tutto. E’ come quando cucini la selvaggina, puoi essere il cuoco pluri stellato migliore al mondo, puoi appellarti alle tecniche di marinatura tramandate da generazione in generazione ma sotto sotto quel sapore di selvaggio non riesci mai a toglierlo del tutto. “Anna Lou mi hai proprio stufato, sei diventata insopportabile, la mia pazienza è finita. Sai tutto tu ed hai sempre ragione, io getto la spugna perché di combattere contro un muro di gomma non c’ho più voglia. Fai quello che vuoi.” Luisa se ne stava in piedi davanti alle scale quando dal piano di sopra arriva repentina la risposta: “Ottimo, grazie! Ma ricorda che l’autorizzazione me l’hai data tu per fare quello che voglio poi non ti lamentare” Accecata dalla rabbia e dalla frustrazione dal fondo della gola di Luisa venne fuori un urlo inaspettato “VAFFANCULO. VAFFANCULOOOOOO!!” Luisa prese al volo il giubbotto, la borsa e uscì di casa sbattendo la porta più forte che potè, per un attimo sperò anche che crollasse quella porta maledetta. Anna Lou dalla finestra della sua camera sbirciando dietro la tenda la vide salire in macchina ed in retromarcia scendere per il vialetto fino a partire come un razzo per chissà dove. Non la capiva sua madre, non condivideva le sue idee, i suoi pensieri, era drammatica in ogni cosa, pesante come pochi, preferiva di gran lunga il silenzio. Dal piano di sotto sentì un rumore, come quello che si sente nei film quando con la punta di diamante tagliano il vetro della teca della gioielleria per portare via tutto. Lentamente scese le scale pensando tra se e se che se i ladri stavano provando ad entrare in casa loro avrebbero rimediato il bottino più misero della storia. Arrivata in corridoio si ricordò che quel pomeriggio c’era li il posatore di ceramiche in quanto stavano ristrutturando il bagno del pian terreno. Pover’uomo doveva essersi sentito tutto quello sclero tra lei e sua madre. “Buongiorno, mi scusi mi ero dimenticata che oggi veniva a mettere giù le piastrelle” L’uomo, un simpatico baffuto approssimativamente sulla quarantina la guardò con aria divertita “Buongiorno a lei signorina, si sono qui già da qualche ora, ho posato le piastrelle del pavimento ora sto andando avanti con quelle dei muri, con domani dovrei finire.” E fischiettando si rimise al lavoro. Anna Lou stava per andarsene ma poi presa da un dettaglio rimase li a guardare l’uomo lavorare. Ci impiegò un pochino per capire cosa l’avesse colpita ed in effetti rimase sorpresa nel notare che non si trattava di un dettaglio vero e proprio ma quanto più di un atteggiamento che l’uomo aveva nel suo modo di lavorare, trattava le piastrelle con estrema cura e delicatezza, sembrava quasi intenzionato a parlare con loro, probabilmente l’avrebbe fatto se non ci fosse stata lei li a fissarlo, tutti i suoi movimenti erano sinuosi, spalmava la colla con una spatola rigata la quale lasciava sul muro delle onde piacevoli da vedere e perfettamente equidistanti, con dolcezza prendeva una piastrella e la posizionava sopra all’altra, regolandola con un martellino di gomma, batteva piano quasi a non volerle fare male e con precisione millimetrica la metteva proprio li, dov’era il loro posto. “Ha mai messo giù qualche piastrella? Se vuole le insegno?” Anna Lou rimase impietrita, lei a mettere giù piastrelle, lei che aveva una dote manuale prossima allo zero eppure in quel momento sarà la curiosità, sarà il fascino con il quale il tizio lavorava, sarà il suo sorriso sotto quello strano baffo si ritrovò con grande sorpresa a rispondere: “Wow, non ho mai messo una piastrella, non ho idea di come si faccia, ma se lei mi spiega mi farebbe piacere provarci.” Anna Lou fece qualche passo verso l’uomo. “Piacere io sono Andrea” disse il posatore allungando una mano. Lei strinse la mano con energia com’era solita fare. “Piacere io mi chiamo Anna Lou” “Vedi Anna Lou, posare piastrelle non è difficile, molte cose in fondo sono meno difficili di quel che sembrano, l’unica cosa che ci separa dal fare bene una cosa è la volontà di farla con amore, passione e dedizione.” Ad Anna Lou le persone che partivano con grandi disquisizioni sulla vita, sermoni e prediche non piacevano molto eppure Andrea per il momento le stava simpatico quindi decise di lasciarlo parlare e affidarsi al suo insegnamento. “Allora, lo vedi questo muro? ecco la prima cosa che dobbiamo fare è guardarlo bene, toccarlo senza avere paura di sporcarci, perchè con le mani riusciamo a sentire se è bello liscio, se ci sono gobbe o buchi, battendoci qualche colpetto riusciamo a sentire se la malta è solida oppure se rischia di scrostarsi, per fare bene un lavoro bisogna che la base sotto sia buona e se non lo è bisogna perdere un po’ di tempo a sistemarla, rasarla, raddrizzarla, sai un po’ come i rapporti con le persone no? i rapporti perfetti non esistono ma qualcuno l’onere di renderli tali o presunti tali deve prenderselo no? Chiarire le situazioni rimaste sempre nel dubbio che creano rancore, chiedere scusa per gli errori fatti o pretendere delle scuse per torti subiti, insomma sia il muro che i rapporti vanno pareggiati.” E cosi facendo porse ad Anna Lou un frattazzo con un po’ di colla, accompagnò la sua mano in movimenti circolari, lenti e precisi facendole vedere come piano piano tutto il muro stava prendendo una parvenza di preciso, di dritto, di corretto, di idoneo a poter ospitare poi le piastrelle. Con fare sempre più deciso la ragazza prese con interesse la sfida iniziando a lavorare da sola e rendendosi conto che alla fine rasare il muro non era poi cosi difficile come poteva sembrare. “Questa è una delle mie parti preferite Anna Lou, spalmare la colla. Ah spalmare la colla è un arte. Si lo so che tu mi prenderai per pazzo, se tu guardi gli altri posatori cosa fanno? buttano sulla spatola una cazziolata di colla e poi splaaf si mettono a tirare righe dritte come se in cinque minuti dovessero finire tutto. A me invece piace guardare quello che sto facendo e mi piace immaginarmi un pittore” Andrea caricò la spatola rigata di colla e poi con la disinvoltura di un maestro d’arte dinnanzi alla sua tela iniziò a disegnare onde su onde, tutto un flettersi di mille righe che a seguirle c’era da diventare matti, eppure la cosa era ipnotica. Anna Lou per quanto ridicolo potesse sembrare capì invece quanto stimolo ci fosse dietro a quel modo di fare, prese una spatola che era dentro un secchio li vicino, la caricò di colla e si lanciò nel disegnare anche lei un mare griglio fatto di mille righe, spalmare colla era come sentirsi Van Gogh che ballava la capoeira mentre con movimenti flessuosi disegnava il muro del bagno di casa. Andrea sempre sorridente guardò soddisfatto il risultato, tolse di mano la spatola ad Anna Lou e le mise in mano una piastrella. “Senti che fredda che è? E’ in ceramica e la ceramica è fredda, è fredda quando è li abbandonata a se stessa, ma se tu la tieni in mano un pochino puoi sentire che piano piano si scalda e sai…la ceramica il caldo lo tiene bene, pensa alle stufe in maiolica che altro non è che un tipo di ceramica, hai mai notato di quanto bello sia il caldo di quelle stufe rispetto a quelle in ferro oppure rispetto ai termosifoni? Alle stufe in maiolica ti puoi appoggiare perchè hanno quel caldo dolce, che ti coccola e la caratteristica di mantenere il caldo è proprio una peculiarità della ceramica. Ora tu immagina che ogni piastrella sia una persona, ce ne sono di mille misure, di diversi spessori, di decine e decine di colori, tonalità, materiali, quella che hai in mano tu ad esempio è tua mamma.” Al sentir questa frase la ragazza ebbe conferma di come Andrea avesse sentito tutta la sfuriata tra lei e sua madre, eppure Anna Lou non potè fare a meno di notare mentre lui le parlava come la piastrella che teneva stretta tra le dita stesse già cambiando temperatura. “Le persone sono fredde, se nessuno le abbraccia, se nessuno le stringe non vengono mai messe nella condizione di poter emanare quel calore che tanto ci piace che tanto ci fa sentire a nostro agio, non possiamo pretendere che una ceramica lasciata al freddo e alle intemperie ci offra qualcosa. Dai ora posizionala qualche millimetro sopra quest’altra piastrella e con le mani fai una leggera pressione in modo che aderisca alla colla. Ottimo lavoro, ora mettiamo questa crocetta fra le due piastrelle cosi siamo sicuri che mantengano sempre la stessa distanza e con questo martellino in gomma piano piano battiamo, però attenzione dobbiamo sempre stare attenti che non sia ne troppo sporgente ne troppo in dentro, dobbiamo tenerla a filo con le altre.” La ragazza con cautela iniziò a martellare prima al centro della mattonella per poi spostarsi agli angoli sfruttando le dita per sentire eventuali dislivelli, dopo qualche altro colpo le sembrò che il lavoro fosse perfetto. “Bravissima, sei proprio portata, dovrò stare attento che non mi freghi il lavoro, però ti faccio notare un dettaglio, la piastrella è livellata molto bene ma vedi che rispetto a quella sotto si è leggermente spostata e fa un dentino? dobbiamo stare attenti e rimetterla in linea, altrimenti ci portiamo avanti l’errore e oltre a non ottenere un buon risultato finale rischiamo che da un dentino piccolo qui ci troviamo poi uno scalino più grande quando arriviamo alla fine della parete. Sai il dentino qui è come quando litighi con qualcuno, litigare va bene, ci sta, è giusto che ognuno esprima il proprio disappunto per questa o quella cosa, ma poi bisogna anche rendersi conto che la cosa va sistemata altrimenti come un dentino qui diventa un dentone laggiù, una baruffa oggi diventa un rancore incurabile domani.” E’ cosi con un paio di colpetti di martello Andrea allineò perfettamente la piastrella. Nel silenzio della casa i due continuarono a lavorare avvicinandosi in poco più di un’oretta alla fine della parete che stavano facendo. “Vedi ora ci resta una sola fila, ma una piastrella intera non ci sta, dobbiamo per forza tagliarla, prendiamo quindi la misura, in questo caso 8,4 centimetri, appoggiamo la piastrella sulla tagliapiastrelle e con fare deciso la incidiamo” Zaaaac. Anna Lou sentì per la seconda volta il rumore che le ricordava le rapine ma non potè nascondere un pensiero “Abbiamo appena tagliato a metà una persona.” Andrea la guardò silenzioso “Abbiamo appena tagliato a metà una persona. Me l’hai detto tu prima, una piastrella è come una persona.” “Si hai ragione” rispose l’uomo, “purtroppo a volte è una cosa necessaria, se vogliamo fare in modo che qualcuno faccia parte della nostra vita dobbiamo sacrificare qualcosa di lui, dobbiamo essere capaci a tagliare ciò che di lui non ci serve, un taglio netto. E’ triste, è doloroso ma necessario. Dobbiamo però essere consapevoli di una seconda cosa, se non avessimo fatto questa scelta ci mancherebbe sempre un pezzo, ed un muro senza un piastrella può essere il più bel muro del mondo, ma gli manca sempre una piastrella.” Completata la parete i due rimasero qualche secondo a contemplarla con soddisfazione, avevano fatto un ottimo lavoro. Anna Lou non poteva capacitarsi si essere stata proprio lei a rendere cosi bello quel muro che fino a poco prima altro non era che un piano grigio irregolare. “Ora ci vuole la cosa non più importante ma quella che però rende l’opera veramente completa.” Fu cosi che Andrea insegnò alla ragazza a riempire le fughe tra una piastrella e l’altra e ad asportare il materiale in eccesso lasciandole cosi il gusto di assaporare il piacere di una cosa fatta, ultimata e ben riuscita. “Ho capito che mi hai sentito litigare con mia madre, mi dispiace tu abbia assistito ad una scenata cosi triste, ma è che io e lei non andiamo molto d’accordo credo sia per questo che mi hai spiegato che i rapporti vanno sistemati come il fondo prima di piastrellare, che bisogno dare anche libero sfogo alla propria parte artistica per non focalizzarsi sempre su quella pragmatica e razionale come quando si spalma la colla sul muro correndo il rischio di entrare in un tunnel di irascibilità, che le persone hanno tanto calore da dare come le piastrelle solo se trovi tu l’interesse di tenerle tra le tue mani e come il fugante che presumo siano le relazioni che fanno da unione a tutte queste piastrelle o persone che sono tanto diverse ma si ritrovano su un piano comune.” Andrea, appoggiato al muro sorrideva ancora sotto i baffi. “Sai però cosa non posso fare a meno di chiedermi?” Con curiosità l’uomo la guardò “Mi chiedo fra tutte queste quale piastrella sono io? questa? oppure questa? forse quest’altra.” Andrea le prese la mano tra le sue e senza perdere per un secondo il suo sorriso e lasciando traspirare dagli occhi tutta la sincerità che un uomo buono può regalare le disse: “Perchè accontentarsi di essere una di queste piastrelle quando tu puoi essere il piastrellista?” Qualche minuto dopo la ragazza era in camera sua con il cellulare in mano che guardava fuori dalla finestra. “Mamma, per piacere puoi tornare a casa? mi sono già cambiata e ti aspetto, prima andiamo a trovare la zia e poi andiamo a bere una cioccolata calda solo tu ed io?”
  25. Ila_396

    Amica Marina

    L’Oceano era così vasto da mozzare il fiato. Era la prima volta che Azzurra lo vedeva, e ne era rimasta incantata. Non diceva più nulla da qualche minuto, persa nella contemplazione delle meraviglie del mondo dalla cima del faro. Lo sciabordare dell’acqua, impetuosa e inarrestabile su un’onda, docile e governabile su quella successiva, seguiva una specie di ritmo ipnotico. Sembrava impossibile che più in là -molto più in là- ci fosse un altro continente. Ma ad Azzurra l’America non era mai piaciuta, né interessata. A lei interessava quello che c’era in mezzo: il mare nascondeva così tanta vita, così tanti segreti. Ricordava quella leggenda su un uomo che si era innamorato del mare, perché il mare era come una donna, e in quel momento credeva che non potesse esserci paragone più azzeccato. Capiva perfettamente i marinai e i pirati. Sorridendo, gettò quello che aveva in mano nel vento. L’imbarcazione, il giorno dopo, si era spinta molto a largo. Azzurra si sentiva a suo agio nelle pinne blu e nell’aderente tuta da sub. La profondità la incuriosiva più che spaventarla; conosceva bene il mare e i suoi pericoli, o almeno quelli fino ad allora scoperti. Eppure il richiamo del grande gigante blu era più forte di qualsiasi altra cosa. Il tuffo tanto agognato fu liberatorio dopo mezza giornata di trepidazione e di attesa impaziente passata sull’imbarcazione. Finalmente era dove avrebbe dovuto esser. Qualche metro più sotto si intravedeva un banco di aringhe. Il loro modo di danzare in sincronia avrebbe fatto impallidire qualsiasi ballerina. Più in basso, un banco di pesci chirurgo se la filava verso chissà quali destinazioni subacquee. E più in basso ancora milioni di creature sconosciute e bioluminescenti aspettavano solo il prossimo tramonto per intrecciare fluidi tentacoli luminosi e mortali, in una macabra danza di morte. Dopotutto, il mare era scenario di molti assassinii e di molte nascite - o rinascite. Un mondo in cui la vita era perfettamente in equilibrio. I cicli della luna e le maree decidevano chi sarebbe vissuto e chi no. Ma d’altronde non erano tutti vittime dei cicli della luna e delle maree anche fuori dall’acqua? Almeno nei fondali c’era il silenzio. Un silenzio che, a differenza dei discorsi degli umani, non poteva ferire. Sotto il pelo dell’acqua iniziò a sentirsi un suono che Azzurra avrebbe riconosciuto ovunque; dopo qualche minuto, un vivace gruppo di delfini, arrivato per banchettare, si era avvicinato a lei e agli altri sub e aveva rinunciato all’eccidio dei piccoli pesci pur di giocare con gli umani. Azzurra era esterrefatta: non avrebbe mai sperato di vederli alla prima immersione. Un pesce vela approfittò del fatto che i delfini fossero distratti e si dedicò alla caccia alle aringhe, le quali tuttavia avevano già iniziato la ritirata coi loro movimenti fluidi e perfetti: i sonar dei delfini le avevano allertate. Gli stessi sonar erano tutti tesi a curiosare intorno all’umana e alle sue strane pinne. Le nuotavano intorno mentre lei poteva toccarli, accarezzare i loro dorsi. Risalirono tutti insieme a respirare. Azzurra non riusciva a smettere di sorridere. Era all’Acquario per l’ennesima volta, quel giorno. Come tutti i giorni, dopo la scuola. Guardava la riproduzione della barriera corallina sperando che qualche pesce simpatico la rallegrasse, ma sembravano tutti tristi dietro la teca. In classe le avevano di nuovo rubato la merenda. Cattiverie da bambini. Ma quel giorno Azzurra era veramente depressa: nemmeno la maestra era intervenuta per aiutarla, tra un richiamo e l’altro si era completamente dimenticata di rimproverare i ladri dei suoi pasti. Anzi, addirittura aveva rimproverato lei perché continuava a piangere senza motivo. “Perché sei triste?” una vocina la riscosse. Davanti a lei c’era una bambina della sua stessa età, bionda, con grandi occhi blu e un vestitino a fiori. Sotto il braccio portava un peluche di un delfino. Azzurra si asciugò gli occhi con le maniche della maglietta. “Perché non ho amici” disse mentre riprendeva fiato da un singhiozzo. L’altra bambina ci pensò su un attimo. Poi le porse il suo delfino peluche. “Tieni, prendi questo”. “Ma perché…?” “Perché gli amici si fanno i regali” disse la bambina bionda rivolgendole un sorriso sdentato. Azzurra tirò su col naso e ricambiò il sorriso. Marina era stata l’unica umana a dimostrarle un po’ d’affetto. La loro amicizia era cresciuta sotto gli sguardi delle creature acquatiche. Avevano iniziato a fare nuoto insieme, si erano specializzate nel nuoto subacqueo. Nei lunghi pomeriggi passati all’Acquario, lei e Marina avevano stretto un patto: quando fossero state abbastanza grandi, sarebbero andate a nuotare con i delfini nell’Oceano. Almeno una volta. Almeno un pomeriggio. Avrebbero dovuto essere lì entrambe, ma non era stato possibile: una malattia, e Marina, che c’era stata fino al giorno prima all’improvviso non c’era più. Come un pesce rosso. Era buffo che fosse morta lei, che sembrava avere quel destino scritto nel nome, e che Azzurra fosse al suo posto in quel momento. Forse si erano scambiate i destini senza volerlo per quanto strettamente erano state legate. Per questo Azzurra era andata al faro il giorno precedente. Mille permessi per riuscire a realizzare anche l’ultimo desiderio: Marina voleva tornare al suo elemento una volta morta, e voleva arrivare all’Atlantico in un modo o nell’altro. Il Mediterraneo non le bastava. Diceva che nel Mediterraneo ce n’erano fin troppi, di morti, e che lei non voleva rubare la scena ai naufraghi di quel secolo; e non le bastava nemmeno essere gettata vicino alla spiaggia, no, per non rischiare poi di confondersi con le feci dei cani e con i cocci delle birre scolate nei falò. Era un’idealista, lei, una romantica: voleva che le sue ceneri fossero sparse da un posto altissimo, di modo che il vento distratto le facesse volare fin dove volesse, che le disperdesse anche, cosicché sarebbe potuta essere in più posti allo stesso tempo, raggiungendo infine l’agognato dono dell’ubiquità che le avrebbe fatto tanto comodo in vita, mentre si divideva tra una missione umanitaria e una ambientalista. Azzurra aveva eseguito tutto alla lettera. Aveva lasciato che ci fosse una cerimonia come i genitori dell’amica volevano, ma essi sapevano bene quali fossero i desideri della figlia: non avevano fatto alcuna obiezione quando Azzurra aveva detto loro che voleva portarla nell’Atlantico; quest’ultima si era presa il suo tempo per dire addio. Aveva organizzato una giornata felice che potesse consolarla della perdita, qualcosa che però fosse anche una sorta di commemorazione. L’amica avrebbe voluto così. Azzurra era convinta che quei delfini li avesse mandati Marina, come ultimo regalo, per ringraziarla di tutto. Era suo dovere goderseli. Restò tutto il pomeriggio a sguazzare con loro mentre i flutti le suggerivano ridenti un grazie di ritorno ad ogni onda, un grazie che aveva la voce della sua migliore amica.
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