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  1. Titolo: Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Le Ossidiane Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897265 Data di pubblicazione : 23 Giugno 2018 Prezzo: 12,90 (cartaceo) Genere: Antologia di racconti, generi vari Pagine: 275 Quarta di copertina: Un tormentato amore adolescenziale, il sapore acidulo di un liquore slovacco, un solitario dai risvolti filosofici, l'incredibile avventura capitata a una senzatetto: non sono che alcune delle storie raccontate nelle pagine di “Siamo in ballo”. Le popolano persone qualsiasi e personaggi di grande spessore, come Lech Wałęsa e Sandro Pertini, ma non mancano una gatta dal pelo fulvo e un cane che soffre di nostalgia. Li accomuna il trovarsi di fronte a scelte difficili, spesso dolorose, che decideranno del loro futuro. In questi racconti l'autore trova spazio per sviluppare temi e sentimenti soltanto accennati nei romanzi che compongono la serie poliziesca di Gretije de Witt, i cui protagonisti ritornano nei due più corposi dei trentotto che compongono l'antologia. Dai ringraziamenti: Buona parte dei racconti presenti in questa raccolta sono nati per partecipare ai contest che si tengono periodicamente sul forum e in particolare a quello più longevo: il Mezzogiorno d'inchiostro, una gara dove in dodici ore, da mezzogiorno a mezzanotte, si deve comporre un racconto di massimo ottomila caratteri, rispettando una traccia che si apprende soltanto all'inizio della gara. La caratteristica che distingue Writer's Dream da altri siti analoghi è l'accuratezza dei commenti che si ricevono, utili in un secondo tempo per rielaborare i racconti, seguendo suggerimenti e consigli degli altri utenti. Per questo motivo i ringraziamenti vanno estesi a tutti gli iscritti al forum, vecchi e nuovi: grazie ragazzi, se almeno qualcuno di questi racconti sarà piaciuto, il merito è soprattutto vostro. Un grazie speciale va a Chiara, per aver ideato l'isolotto di Ruca e per la mappa dettagliata che trovate a pag. 79 Link all'acquisto: Alcheringa IBS Libreria Universitaria Amazon Unilibro Feltrinelli negli altri store seguirà a breve
  2. Ospite

    Nord

    Nome: Casa editrice Nord (Gruppo GEMS) Sito: http://www.editricenord.it Genere valutati: Azione e avventura, Gialli e mystery, Letteratura, Narrativa fantastica, Narrativa non di genere, Thriller Invio manoscritti: http://www.editricenord.it/invio_manoscritto.php Distribuzione: non specificata Facebook: https://www.facebook.com/CasaEditriceNord/?fref=ts
  3. nemesis74

    Il palazzo dei sette portoni

    Titolo: Il palazzo dei sette portoni Autore: Gabriele Giuliani Casa editrice: Bertoni editore Isbn: 9788855351317 Data di pubblicazione: 14/3/2020 Prezzo: 15,00 euro cartaceo Genere: Formazione / Introspettivo / Psicologico Pagine: 197 Quarta di copertina: Le scelte: quelle che abbiamo compiuto nella vita, e che ci hanno permesso di diventare ciò che siamo, e quelle che vorremmo fare per cambiare ciò che siamo diventati. È quanto accade al protagonista di questo romanzo. Un notaio ricco e cinico che, a causa di un evento inaspettato, dovrà riconsiderare tutte le sue scelte, in un percorso di cambiamento che si rivelerà molto più difficile del previsto. Un viaggio interiore di riscoperta, lungo e faticoso, che lo porterà a scavare nel suo passato ma anche a svelare delle verità incredibili e mai sospettate, che faranno vacillare le sue nuove decisioni. Sullo sfondo, un palazzo con i suoi sette portoni, che non avrà una funzione solo simbolica bensì di fondamentale importanza per un legame indissolubile e ammantato di mistero. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/palazzo-dei-sette-portoni/dp/8855351311 https://www.mondadoristore.it/Il-palazzo-dei-sette-portoni-Gabriele-Giuliani/eai978885535131/
  4. Adelaide J. Pellitteri

    Capello bianco (iceberg)

    Non era colpa sua, Pinco Franco era fatto così. Per questo, fosse accaduto in un’altra ora del giorno o della notte, in una stagione diversa o in qualsiasi altro mese dell’anno, le cose sarebbero andate comunque alla stessa maniera. Erano state le virgole a rovinargli l’esistenza, quei minuscoli segni di interpunzione ̶ presenti in ogni vita ̶ capaci di cambiare fisionomia alla bellezza e deturpare l’armonia. Gli mettevano a soqquadro l’anima. Eppure in molti le chiamavano: inezie. Buffoni. Si presentavano quotidianamente a minacciare il suo corpo che, con impegno supremo, cercava di imbellire, mantenere e migliorare. Ad ogni sguardo ce n’era sempre qualcuna pronta a intralciare la sua felicità, guastandogli umore e appetito. Da ragazzo, bastava un brufolo – pure minuscolo – e sprofondava nella depressione per mesi. E più andava avanti, più le virgole sembravano nascere e moltiplicarsi per dargli il tormento. Era fatto così, Pinco Franco, per questo non avvertì nulla. D’altronde non erano di suo interesse la vita, le cose, né gli altri più in generale. Un ardore atipico riusciva a provarlo soltanto per gli accessori in grado di migliorare il suo aspetto. Ed era una fatica immane trovarne. Il timore di sbagliare acquisto gli aleggiava intorno come una malattia incurabile. Il mondo di Pinco Franco aveva una forma e un volume specifico: altezza un metro e settantacinque, peso settantatré chili. Ad allungare la mano non avrebbe tastato che il vuoto. Non poteva farci niente, era il suo bene e il suo male. Il primo sussulto durò due o tre secondi, sarebbe stato un buon preavviso per darsi alla fuga, ma intento com’era a fissare lo specchio, non lo percepì. E fu comprensibile, aveva appena abbandonato la grinza sulla camicia, che lo aveva irritato oltremodo, ed era concentratissimo sopra una ruga che fino al mattino, ne è certo, non c’era. Sentiva l’angoscia montargli nel petto, la paura gli aveva assestato un bel pugno sul muso, mentre le guance sembra avergliele risucchiate in un attimo il male più oscuro del mondo: l’età. Il domani ̶ capì – gli avrebbe portato solo altri crolli. Inezie, dicevano. Buffoni. Dopo la prima scossa ne seguirono altre due, la seconda spezzò il tetto con lo scricchiolio di una galletta di riso, la terza fece crollare la casa e mezza città, ma lui non se ne accorse nemmeno. Lo trovano così, nei suoi occhi solo spavento. Aveva visto il suo primo…
  5. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/
  6. Francesco Tonin

    Stralci Avulsi 30 giugno

    Le mie narrazioni traggono linfa da un inarrestabile “flusso di coscienza”: e rendere intelligibile questo magma rappresenta la sfida che mi trovo di fronte al foglio bianco. Le mie sono vicende introspettive, dove i personaggi devono svelarsi anche con dettagli minimali e il clima di fondo rimane sempre tendente all’uggioso; o quantomeno l’adrenalina tipica di altri moduli narrativi scarseggia. Excusatio non petita? Mi rimetto alla clemenza della Corte! Scherzi a parte, questo stralcio avulso è piaciuto, allorché è stato letto: c'è chi apprezza come io scrivo, ma vengo anche criticato, anche duramente... Mi si legga e mi si gratifichi di insindacabili pareri! Allora io mi sarei aspettato ancora altri sguardi, addirittura altri segnali più arditi… speranza senza alcuna ragione, semmai un'utopia che non poteva resistere a lungo. Sarebbe infatti durata fino a uno dei primi giorni di marzo del millenovecentottantuno, una domenica trascorsa al lago di Como insieme a Giorgio, Dario, Lombardi e la Giulia, compagni beoti. Quell'inverno dai colori perfino caldi stava per finire. Temevo il cambio con il sole. Ma da un mese come marzo, crinale tra le stagioni, mi attendevo giorni comunque intensi. E da allora in poi così sarebbe stato per me: all'epoca degli incastri e degli scontri tra il sole e le brume, i miei batticuori si sarebbero infiammati come seguendo un orologio biologico. Marzo è una chimera mandata dal calendario come ottobre, però lascia ridondare la parola fine ancora più sinuosa. Sinuosa come la lascia ridondare un lago lombardo in un giorno triste, dominato e animato da una fantasmagoria che mi aveva portato con sé già alla partenza del treno da Milano. Subito mi ero sentito prigioniero di tutto quello che stava oltre il finestrino. Non ci fu lo svago di una domenica con gli amici, quel giorno. Annamaria Balbi con il suo spettro ricompariva, concedendo quel suo sguardo un solo istante per poi lasciare tutto il tempo di mostrarsi gelida nella sua indifferenza. E poi mi seguiva trasponendosi continuamente ovunque, nella gran villa appena fuori Como ancora chiusa per l'inverno e che non si poteva visitare, come negli sguardi spenti delle ragazze che si incrociavano durante i vari movimenti di quella giornata. Raggi di sole stentati filtravano dal cielo vivido, riuscendo appena a infiammare e irritare l'apatia di alcune case raggrumate sulle rive del lago, meta di quella gita. Cancelli chiusi sui giardini di austere villotte, chiusi sui pergolati dei ristoranti e sul pontile del molo. Finestre sbarrate sulle case rustiche, e in più la montagna impervia che incombe appena si alza la testa. Carate Urio si chiamava quel luogo deserto, popolato soltanto dalle chiome degli alberi infastidite dal vento. Me ne stavo quasi sempre zitto, non parlavo con i compagni. Appoggiato al parapetto del lungolago pensavo, mi rendevo conto. Un cencio dimenticato sulla ghiaia dell'arenile accanto a delle barchine veniva cullato dall'acqua appena mossa. Più tardi la stessa acqua, cambiatasi, lo avrebbe scacciato chissaddove macerandolo. Rimasi a guardarlo fino al momento di andare tutti a rifocillarsi nel bar, dove mi misi a cercare il cognome Balbi nella guida del telefono della provincia di Como già sapendo che quelle omonimie trovate a caso mi servivano soltanto a sprofondare ancora di più nell'ossessione. Nel viaggio di ritorno fu presto buio sul paesaggio antropomorfizzato che il treno fendeva, lasciandoselo alle spalle senza però mai uscirne. Stetti allora con gli altri, trovando un po' di calore nella luce fioca dello scompartimento. Dal suo stereo portatile Giorgio, capace come sempre di lasciare una traccia, mandava musica leggera molto bella. Sempre le stesse canzoni che non stancavano mai. Dapprima l'ultimo successo proveniente da Sanremo, “che fretta c'era… Maledetta Primavera… lo sappiamo io e te”. Una delle musiche leggere più intense mai sentite: la sua melodia e la voce che la cantava furono proprio capaci di scuotermi. Di gettarmi nell'abisso della malinconia, e in un brevissimo spazio di tempo innalzarmi su una vetta, turbinio di emozioni. Dopodiché Giorgio impose Elton John, cullando noi amici di scuola imbambolati. Si intitolava “Song for guy”, bellissime note di pianoforte insignite dell'onore di accompagnare la fine dei miei sogni. Mi condussero in una dimensione ovattata capace di trasportarmi in altro e ben più solenne luogo: forse la villa della Giulia, non più in mano alla Giulia e tornata quindi luogo deputato a celebrare decadenza? Penso proprio di sì, anche uno spazio angusto in un treno in movimento può d'improvviso spalancarsi, al punto di contenere l'universo di un'esistenza.
  7. Chiara1981

    Il falco miope

    Commento “Se la natura ha voluto che i miei occhi fossero deformati da una malattia che c’è di strano? Se non fosse che la mia razza sopravvive proprio perché è la vista la sua arma vincente. Sospesi tra cielo e terra, credetemi, certi difetti si pagano cari. Io lo so bene. Guardo gli altri sfrecciare come missili terra-aria per procurarsi il cibo, io ho perso l’uso delle ali. Non posso competere per un angolo di cielo, posso solo saltellare a terra e alzare ogni tanto il capo verso un azzurro proibito. Gli altri mi guardano e non vedono niente. Se non un falco venuto al mondo per ricordargli che sono loro i migliori. Solo perché seguono la legge che è scritta nel loro DNA? Per questo sarebbero migliori? Non credo. Eppure quello che razzola invece di spiccare il volo sono io, anche se molte volte altri occhi dentro me vedono più dei loro. Vedente, in mezzo a tanti ciechi. Di fatto cieco in mezzo a chi vede.” Quell’anno ci fu una terribile malattia che costrinse tutti i falchi alla cecità. Un virus. Solo un falco resistette. Era miope dalla nascita e quindi abituato a sopravvivere senza vedere.
  8. Ospite

    Eris Edizioni

    Nome: Eris Edizioni Generi trattati: Narrativa, fumetto, saggistica Modalità di invio dei manoscritti: proposte@erisedizioni.org Una guida rapida Distribuzione: CDA, DIEST DISTRIBUZIONI, BOOKLET, Librerie e fumetterie fiduciarie (http://www.erisedizioni.org/distribuzione.html) Sito web: http://www.erisedizioni.org/home.html Facebook: https://www.facebook.com/erisedizioni/?fref=ts Aggiornamento 21/04/18 dal sito: Eris Edizioni diventa complice del Progetto Stigma, supportandolo nell’arrivo in libreria e fumetteria e inserendone le opere in catalogo non come semplice collana, ma in qualità di vera e propria costola separata. Eris supporterà il Progetto Stigma nella pubblicazione di 4 volumi l’anno, lasciandogli totale indipendenza di scelta e di progettazione.
  9. JD WOLF

    Dietro ad un grande sogno...

    Nella sala gremita di aspiranti attori, le poltrone erano state disposte su quattro file da dieci e solamente poche sedute erano rimaste libere. - Han detto che dietro ad un grande uomo... - disse Pietro, l’aiuto regista, osservando tutte quelle persone sprofondate fra braccioli e schienali imbottiti. - Tu pensi che questa affermazione possa ritenersi veritiera? - chiese allora Mario, il regista, intuendo la parte elisa di quel dire. - Diciamo che la condivido, ma appoggio anche l’adagio che vuole l’eccezione a conferma della regola. Intanto, l’uomo corpulento seduto comodo proprio accanto ad una delle poltrone rimaste vuote, attirò l’attenzione del regista. - Pietro, mi è ora venuta un’idea. L’aiuto regista si avvicinò con lo sguardo agli occhi di chi lo aveva desiderato e senza dire una parola, attese che l’amico concretizzasse la presunta bella pensata. - Lei con il golfino verde. - disse Mario a quel individuo che aveva colpito la sua attenzione. - Dice a me? - Si, proprio a lei: farebbe la cortesia di spostarsi sulla poltrona libera che ha di fianco? Accontentando quella richiesta e senza domandarsene la ragione, quel personaggio vestito di smeraldo lasciò così libera d’essere ammirata in tutta la sua beltà la donna che sedeva subito dietro, dallo sguardo dolce e materno, che sapeva trasmettere carattere e bontà d’animo. - Come volevasi dimostrare! - sbottò subito Pietro. - Dietro ad un grande uomo… - Hai avuto fortuna, amico mio. Segno comunque un punto per te su di una ipotetica lavagna fluttuante nell’aria di questa bella sala. Ora però mi domando se anche dietro ad una grande donna... Prese allora l’iniziativa Pietro, galvanizzato da quel giocare nuovo e un po’ sfacciato. - Lei con la maglia a fiori, potrebbe gentilmente sedersi sulla poltrona vuota che ha di fianco? E come per magia, spostandosi, quella gentile signora permise ai due giocatori di ammirare in tutta la sua fierezza, la figura di un uomo sempre corpulento e dallo sguardo severo, che trasmetteva forza ed autorevolezza. Si chiese poi anche a questo gentile signore di accomodarsi sulla poltrona accanto, che sistematicamente trovò libera, permettendo che una giovane donna, semplicemente soave e dal sorriso foriero di sensazioni di grande spessore, si lasciasse ammirare in tutta la sua “grandezza”. - Fin qui si è avuto modo di giocare e scherzare ed abbiamo osservato donne e uomini che ci hanno colpito per il loro sguardo, il loro sorriso, la loro corporatura ed il loro fascino, ma da qui a considerarli davvero grandi personaggi… - disse allora Mario il regista, lasciando trasparire tutto il suo pragmatismo. - Ti do ragione, - disse Pietro, - ma ammetterai che già solo con la loro presenza hanno gettato buone basi per altrettante buone promesse. Ora non ci resta che chiamare uno alla volta questi “aspiranti grandi personaggi” e conoscerli meglio. - E magari scopriamo pure che son sposati fra di loro! - Mai sottovalutare la dea bendata. I due si spostarono nella saletta subito sopra, che si poteva raggiungere attraverso la “telegrafica” scala interna. Ma nonostante la salita breve, Mario incominciò ad avvertire un dolore alla gamba sinistra sempre più forte, tanto da doversi affidare al mancorrente imbullonato alla parete per affrontare gli ultimi due gradini. Entrato nella sala al piano superiore, non poté che cedere al desiderio di far sua la comoda sedia girevole accanto alla grande scrivania che occupava il centro del pavimento in linoleum. - Cos’hai che ti lamenti tanto, amico mio? - chiese allora Pietro, visibilmente preoccupato. - A saperlo! Sento una fitta che parte dal tallone e mi arriva fin sopra il ginocchio. - Ritratto allora l’averti chiamato amico mio e cambio con “vecchio mio”. - Scherza pure, tu che hai poi solo qualche anno in meno di me. Mi metterò seduto sull’argine del fiume ad aspettare di vederti passare con i tuoi acciacchi e mi farò una grassa risata. - Scusa la mia mancanza di tatto, e lodi alla tua suscettibilità! Mario non si scompose per quelle parole, anche perché il dolore non passava ed iniziò a preoccuparsi davvero. Ma bisognava ricevere le persone giunte per il provino e non gli restava che stringere i denti. - Pensaci tu a chiamarli secondo la lista e se riesci a trovarmi qualcosa che mitighi un minimo questa mia tortura, te ne sarei grato, E mentre Pietro uscì dalla saletta per occuparsi di ciò che gli era stato chiesto, Mario chiuse per un attimo gli occhi. - Mario, svegliati! Erano le parole della moglie, che al pari di una voce fuori campo, spazzarono via in un attimo l’atmosfera creatasi in quel luogo ameno. - Che ore sono? - domandò allora Mario, aprendo prima un occhio e poi l’altro. - Le nove e mezza passate. Sono appena tornata. Ora fai colazione, poi più tardi ti aiuto con gli esercizi che ti ha lasciato da fare il tuo fisioterapista. Mentre dormivi sono scesa in edicola e ti ho preso il DVD che volevi: c’è su quel bel film sul mondo del teatro ed i suoi attori. Mario si alzò dal letto e si recò in cucina, dove Rachele gli aveva preparato il latte con il caffè e fatto trovare la torta con la marmellata di fragole. - Lo devo ammettere, - pensò tra se, - anche se non ho la presunzione di ritenermi un grande uomo, dietro di me c’è comunque una grande donna.
  10. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  11. Nightafter

    La messa - Pt. 6

    La messa - Pt. 6 Avevano appena consumato un delizioso caffè al bancone del bar Zucca, uno dei più eleganti bar storici della via Roma: ebbero appena il tempo di compiere pochi passi sotto i portici e specchiarsi nelle vetrine dei negozi più raffinati di quella prestigiosa via, quando furono travolti da un'orda festante che, impetuosa, affluiva come un fortunale marino, tra le austere colonne del porticato, La folla, vasta come per un’adunata papale alla messa in San Pietro, proveniva dall’antistante piazza San Carlo dirigendosi alla piazza Castello, posta alcuni isolati più avanti. Individui di ogni età, abbigliati nella gamma bicolore di un gioco di scacchi, giungevano numerosi da ogni dove: erano tifosi di fede juventina. Fanatici amanti del pallone e sfegatati seguaci della Vecchia Signora che, nel modo più sguaiato e rumoroso, festeggiavano, ebbri di gioia, la vittoria dell’ennesimo scudetto della loro squadra. La più signorile ed elegante via della capitale sabauda, si mutò rapidamente nella replica del più sfrenato carnevale carioca. Una sarabanda di bandiere bianco-nere di ogni foggia e dimensione, unite a gigantografie dei neo campioni d'Italia, erano innalzate da ultrà urlanti e gonfi di birra. Tamburi, trombe, fischietti, accompagnavano l'inno della squadra con indecorosi, cacofonici, cori da taverna. Marco provò lo sgomento di chi, ignaro, nel tranquillo passeggio su un ameno sentiero di montagna, si trovi d'improvviso, travolto da un improbabile tzunami. L'immediato riflesso fu al trovare il modo d’uscire indenne dalla morsa di quel quel muro umano che mozzava il respiro. Cercò subito di portare sé e la sua compagna fuori da quella calca scalmanata, esortandola a seguirli per levarsi da lì: - Cazzo! Amore, svegliati! Togliamoci da questo casino. - gridò, con voce appena udibile in quel frastuono. Ma Nella, come preda di un torpore ipnotico, incantata e inamovibile, restò incollata al suolo, con l’aria estatica di una bimba davanti alle giostre rutilanti di un luna park, ogni richiamo e tentativo di scuoterla fu vano: folgorata da quell'euforia, mostrava di trovarsi perfettamente a suo agio in quella bolgia infernale, anzi prese a saltare al ritmo di: “Chi non salta torinista è”, contagiata da quel delirio trionfalistico. Si erano creati caroselli d'automezzi strombazzanti: clacson, suonati a palla, perforavano i timpani, mentre una coda interminabile aveva rallentato il traffico, che procedeva a singhiozzo. A causa di quel rallentamento, nella corsia del loro tratto di marciapiede, si trovarono di fianco un furgone cassonato fermo per la fila, su cui viaggiavano una dozzina di sciamannati bianco-neri dall’aspetto alticcio , inneggianti alla loro squadra. Lei, come un topolino incantato dalla melodia del pifferaio magico, lasciò la mano di Marco per farsi vicina e accodarsi a quel coro cacofonico. Quelli alla vista di questa giovane avvenente tifosa, dotata di invitanti prospicienze che la generosa scollatura evidenziava, non mancarono l’occasione di invitarla a unirsi a loro. Nella, euforica, ormai immemore di tutto, fuorché dello straordinario evento che stava vivendo, senza neppure un saluto a Marco, accudita da quei volenterosi giovani, montò sul cassone tra fischi d’esultanza: le porsero una grande bandiera zebrata che lei, con vigore, prese a sventolare, nella posa epica di una “Marianne” del Delacroix. La fila riprese a scorrere: il veicolo ripartì col suo carico umano e si incanalò rapido nel traffico, in pochi istanti lui la vide sparire, con quella canea di ossessi, oltre la curva che apriva alla piazza successiva. Non la prese affatto bene Marco. Da prima restò freddo e incredulo che fosse successo, provando un senso di spaesamento, un disagio come dopo un brutto sogno o una canna dall’effetto troppo forte. Gli girava la testa: negli occhi, la rivedeva salire su quel furgone, con lo sguardo febbrile, alterata nei tratti da quella passione, al punto da apparirgli irriconoscibile. Non gli riusciva di mettere a fuoco i pensieri, né decidere cosa fare o come prendere la cosa: sapeva solo che un fatto del genere non gli era mai capitato nella sua giovane vita, né mai avrebbe immaginato gli capitasse. Si domandava come avrebbe reagito un altro al suo posto? Chi sarebbe rimasto indifferente all’essere mollato lì dalla propria ragazza, al vederla eclissarsi su un furgone di sconosciuti per unirsi al loro carosello di demenza calcistica? Era lui ad essere tanto arretrato e limitato da non comprendere le ragioni di un tifo genuino, una gioia che annullava i freni inibitori, o era lei a superare con il suo eccesso, il limite della pazienza e dell’umana sopportazione? Lì da solo, basito, immerso in quei desolati pensieri, circondato da quel mare ostile, brulicante di “Gobbi”che trovava urticanti come un bagno in una vasca di meduse, con la netta sensazione di sentirsi un coglione, decise, di attendere, per un breve lasso di tempo, l’eventualità di un suo assennato ritorno. Pensò, senza grande convinzione, che forse avrebbero fatto solo un giro della piazza Castello, passando davanti al Palazzo Reale, poi sarebbero ricomparsi. Ma dopo trenta minuti d’inutile attesa, la congettura sfumò, lasciandogli l’animo colmo di una profonda amarezza. “Chissà dove cazzo erano a quest’ora, quella banda di tamarri ubriachi e quella stronza sciroccata di testa?” Erano capaci di girare fino a notte fonda, seguitando in quella cagnara vergognosa e spingendosi fino alla periferia più estrema della città. Lo scorno amaro maturò una una feroce frustrazione, calda e densa come un torbido bicchiere di veleno, un ira totalizzante che gli oscurò la vista, ci volle tutta la sua forza d’animo, per impedire che il groppo che gli ostruiva la gola si tramutasse in un pianto di rabbia. Accompagnato da una nube plumbea e rancorosa, si diresse a passi gravi verso casa. Sulla strada, scalciò furente ogni cappellino, bandierina o altro gadget bianco-nero abbandonato che gli capitava tra i piedi, lanciò sguardi fulminanti a ogni essere incontrato che recasse un qualche segno di credo juventino, lanciò maledizioni indicibili a ogni auto strombettante che gli transitava a vista. Immaginò anche di essere l’Altissimo, che, nottetempo, inviava il suo Angelo sterminatore a colpire nel sonno ogni tifoso zebrato della terra, per attuare la sua giusta vendetta. Quanto era accaduto scavava un solco invalicabile tra ciò che era stato il loro rapporto e ciò che sarebbe divenuto in futuro: questa umiliazione non era sanabile. La ferita al suo orgoglio era stata troppo sanguinosa, troppo era stato indulgente e debole: aveva pazientato con quel sesso complicato e insano, sospeso come una spada di Damocle sulla loro intimità, sul fantasma ambiguo di Filippo che aveva segnato da sempre la loro storia, sui mille fastidi dovuti alle sue manie sportive, si era ostinato a voler rendere tonda una cosa nata quadra, era stato ingenuo e velleitario, ma ora la misura era colma. La pazienza era finita e con essa anche il residuo amore che ancora restava. Per lui, il loro capitolo, si chiudeva qui: non voleva più vederla e se l’avesse rivista, sarebbe stato solo per annunciarle in maniera irrevocabile che era finita. Già immaginava la faccia incredula di lei, quando le avrebbe detto: “Caro amore mio, ti è piaciuto il giro di trionfo per lo scudetto della Juve? Bene! Da questo momento, puoi andare a fare in culo”. (Continua)
  12. cynthia collu

    Bartleby e compagnia di Enrique Vila Matas

    BARTLEBY E COMPAGNIA DI ENRIQUE VILA-MATAS Premetto:credo di essermi commossa in modo così totale, oserei dire così intimo, così tranquillo ed euforico insieme (un'euforia dolce, provata poche volte durante la lettura di un libro - mai durante la lettura di un saggio, questa è stata la prima volta) che ho quasi timore a proporvelo. Non saprei definire esattamente il lavoro di Vila-Matas: a metà tra saggio e romanzo (lui lo chiama "note a piè di pagina) racconta di grandi e sconosciuti scrittori, di artisti come Marcel Duchamp, artista da me sempre amato e, dopo la lettura, diventato profondamente, per sempre "mio". Così come "mio" è diventato questo libro. Ve lo propongo ma leggetelo solo nel caso vi riconosciate un po' nel mio commento. LA SINDROME DI BARTLEBY Questo è un libro per me geniale e pericoloso allo stesso tempo. geniale: Vila-Matas parte dallo straordinario racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, per parlarci della pulsione negativa, dell’attrazione verso il nulla che fa sì che molti scrittori, “pur avendo una coscienza letteraria molto esigente, o forse proprio per questo” finiscano col non scrivere più. I Bartleby, insomma, sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo. Il Bartleby di Melville, da cui parte Matas, decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Rimarrà in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai, non berrà né tè né birra, dormirà di nascosto nello stesso ufficio. Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo. Vila-Matas decide di seguire le tracce della letteratura del No, quella di Bartleby e compagnia, ed ecco che si addentra nel labirinto “inquietante e attraente” della “autentica creazione letteraria” esamina cioè la tendenza della letteratura contemporanea che, ritenendo impossibile la scrittura, s’interroga su che cosa sia e dove si trovi. “Solo dalla pulsione del No può sorgere la scrittura dell’avvenire.”. "Ma come sarà tale letteratura?" chiede a Vila-Martas un collega d’ufficio. Risposta. "Non lo so. Se lo sapessi, la farei io stesso." Ed ecco che Vila-Matas, in quelle che lui chiama “Note a piè di pagina”, sprofonda nella vita e nelle motivazioni di scrittori più o meno famosi (ma anche di esimi che avrebbero potuto scrivere e hanno deciso di non farlo) che decidono di appartenere alla compagnia dei Bartleby. Tanti nomi, tante note-gioiello: da Robert Walser, che addirittura si mette a fare il copista come Bartleby, a Juan Rulfo, che dopo aver scritto “Pedro Paramo”, per trent’anni non scrive più nulla e che, quando gliene chiedono il motivo, risponde: ”E’ che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie”. Da Felipe Alfau, una specie di Salinger catalano, che si nascose nell’ospizio di Queen e che ai giornalisti che alla fine degli anni ottanta cercavano d’intervistarlo, rispondeva schivo “Il signor Alfau si trova a Miami”, a Rimbaud che scrisse tutte le sue opere entro i diciannove anni e poi più niente sino alla fine dei suoi giorni; da Robert Musil che trasformò quasi in mito l’idea di un “autore improduttivo! ne "L’uomo sena qualità", a Marcel Bénabou che in “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri” dichiara: "soprattutto non creda, lettore, che i libri che non ho scritto siano un emerito niente. Al contrario (che sia chiaro una volte per tutte) sono come sospesi sopra la letteratura universale". L’elenco sarebbe infinito. Ciò che ritiene Vila-Matas è che molti, come Hoderlin e Walser "continuarono comunque a scrivere". “Scrivere” diceva Marguerite Duras, “è anche non parlare. E’ tacere. E’ urlare senza emettere suoni.” Ho deciso quindi semplicemente di riportare alcune citazioni, e lasciare a voi il piacere della lettura di questo libro, che spero vi dia tanto quanto ha dato a me. Jaime Gil de Biedama “Forse bisognerebbe dire qualcosa di più su questa faccenda del non scrivere. Molte persone me lo chiedono, io stesso me lo chiedo. E chiedermi perché non scrivo porta inevitabilmente a un interrogativo molto più sconvolgente: perché ho scritto? In fin dei conti quel che è normale è leggere. Le mie risposte preferite sono due. Una, che la mia poesia rappresentava – senza che io lo sapessi – un tentativo d’inventarmi un’identità; una volta inventata, e accettata, non mi capita più di mettermi completamente in gioco in ogni poesia, che è ciò che prima mi appassionava. L’altra, che è stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia.” Keats, nella lettera a Richard Woodhouse del 27 ottobre 1818, parla della "capacità negativa" del buon poeta, che è chi sa prendere le distanze e rimanere neutrale rispetto a ciò che dice, come fanno i personaggi di Shakespeare, entrando in comunione diretta con le situazioni e le cose per trasformarle in poesia. In tale lettera nega che il poeta abbia una sostanza propria, un'identità, un "io" dal quale parlare con sincerità. Per Keats, un buon poeta è piuttosto un camaleonte, che trova piacere tanto nel creare un personaggio perverso quanto uno angelicale. Il poeta "è tutto e niente: non ha carattere, gode della luce e dell'ombra." "Un poeta è l'essere meno poetico che ci sia, perché non ha un'identità: sostituisce e riempie costantemente un qualche corpo". Pertanto, conclude Keats , "Se il poeta non ha entità in sé e io sono un poeta, cosa c'è di stupefacente nel fatto che io manifesti l'intenzione di smettere di scrivere?" "Così mi scorre tranquilla la domenica" scrive Kafka, "così scorre la domenica piovosa. Sto seduto in camera da letto e dispongo di silenzio. ma al posto di decidermi a scrivere, attività nella quale l'altro ieri, ad esempio, avrei voluto immergermi con tutto me stesso, ora sono rimasto a lungo a fissare le mie dita. Credo di essere stato totalmente influenzato da Goethe questa settimana, credo di aver appena esaurito il vigore di tale influsso e pertanto di essere diventato inutile." Per il poeta Edmundo Bettencourt, nato a Madeira, che compose poesie meravigliose seguite dal silenzio, il giornale “Repùblica” scrisse alla sua morte. “Edmundo de Bettencourt è deceduto ieri a bassa voce. Da trentatré anni, il poeta aveva scelto di vivere senza nessun canto, come se avesse adattato alla propria vita una sordina. E qui mi fermo. ma tanto c’è da scoprire, tanto spero di avervi invogliati alla lettura. Dimenticavo pericoloso: beh, provate a pensare di essere uno scrittore, e a quello che può capitarvi dopo aver letto questo libro. La sindrome di Bartleby è altamente contagiosa.
  13. Phil_M

    L'apocalisse sbarcò a Vespuccio

    Titolo: L'apocalisse sbarcò a Vespuccio - Cronache di uomini e bestie, e di bestie umane Autore: Phil Marino Casa editrice: Brè Edizioni Isbn-13: 979-1280065254 Data di pubblicazione: 28 maggio 2020 Prezzo: €11 cartaceo; €3,99 ebook Genere: narrativo, satira Pagine: 196 cartaceo; 152 ebook Quarta di copertina: La storia narrata è una satira, grottesca e iperbolica, della mentalità ristretta della gente di un paesino italiano qualsiasi. E riflette anche l’immagine sempre più distorta di un’intera Italia. Co-protagonista è il linguaggio stesso: ruvido, tagliente, carico, allegorico, colto ma in una dimensione “di strada”. Il protagonista del romanzo invece è Willy, italiano di nascita ma cresciuto negli USA, che torna in patria per la prima volta dopo vent’anni per il testamento dei genitori. Stanco della situazione politica americana decide di fermarsi per alcuni mesi a Vespuccio (dove è nato). Sin dal primo istante riscontra una frattura tra l’immagine idilliaca che aveva in mente e la realtà di profonda crisi culturale e civile che vede attorno a sé. Willy incontra, uno dopo l’altro, personaggi paradossali e assurdi che riflettono una visione del mondo surreale, arretrata e superstiziosa: una visione tipicamente meridionale ma anche tutta italiana. A Vespuccio le sedute comunali avvengono nei bar, tra una bevuta e una partita a carte; i cittadini smaltiscono i propri rifiuti costruendo castelli di immondizia nelle campagne, si danno quotidianamente a un alcolismo senza freni. Ci sono maltrattamenti impuniti, regole patriarcali e scenate medievali. I sacerdoti sono considerati come re e i bambini come divinità. Razionalismo, logica e senso civico sono completamente ribaltate, in favore di un’ignoranza stagnante. Quella di Willy è una lenta discesa nelle gole di un inferno di decadenza, nonsense e superficialità. Reale e surreale si fondono di capitolo in capitolo. Ispirandosi a tutte le assurdità delle quali è testimone, Willy scriverà un romanzo rendendo popolare un paesino fino ad allora sconosciuto. Come spesso accade la popolarità e l’eco mediatico trasformeranno il comportamento e l’auto-percezione degli individui che ne sono al centro, amplificando le contraddizioni e le crepe di un’intera società e generando rivoluzioni e contro-rivoluzioni di etica e valori, conducendole all’estremismo e poi a una vera e propria apocalisse! Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Lapocalisse-sbarcò-Vespuccio-Cronache-uomini/dp/B089D34NRM/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1590726277&sr=1-1
  14. Una Grande Avventura, a cavallo di una motocicletta e della mente; una visione variegata dell’America on the road, dal Minnesota al Pacifico; un lucido, tortuoso viaggio iniziatico. Qual è la differenza fra chi viaggia in motocicletta sapendo come la moto funziona e chi non lo sa? In che misura ci si deve occupare della manutenzione della propria motocicletta? Mentre guarda smaglianti prati blu di fiori di lino, nella mente del narratore si formula una risposta: «Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore». Questo pensiero è la minuscola leva che servirà a sollevare altre domande subito incombenti: da che cosa nasce la tecnologia, perché provoca odio, perché è illusorio sfuggirle? Che cos’è la Qualità? Perché non possiamo vivere senza di essa? Sono diventato motociclista da poco, ma complice anche la morte dell'autore pochi mesi fa ho sentito parlare spesso di questo libro. I pareri che ho letto in giro sono sostanzialmente due; c'è chi lo definisce una lettura quasi obbligata per ogni centauro che si rispetti, e chi invece lo vede come un libro che fa della filosofia spicciola. Incuriosito l'ho preso un paio di settimane fa e attualmente sono a circa metà. Se devo essere sincero per adesso mi ha un po' deluso, mi aspettavo più parti di racconto del viaggio vero e proprio, mentre per un buon 60/70% il libro cerca di affrontare temi filosofici che per chi non si è mai interessato all'argomento possono risultare ostici e tediosi. Attualmente sto facendo abbastanza fatica a portarlo avanti, qualcuno di voi lo ha letto?
  15. Nightafter

    Ciano

    Ciano - (One stupid song) Tutti lo chiamano Ciano. Lui è Luciano Laverna, ha diciotto anni è più vecchio di noi, sta in quarta, nella sezione C. Sta ripetendo il quarto anno di Liceo perché alla matura, lo scorso anno, lo hanno stangato. Non si applica, non partecipa, frequenta a cazzo, peggio di me: non gliene frega più della scuola, e questo lo capisco, perché succede anche a me. Quello che non capisco è cosa abbia in testa, cosa pensi di fare del suo futuro? Perché un futuro prima o dopo lo avrà anche lui, che lo voglia o no e ci dovrà fare i conti. Io penso che un’idea di futuro, piccola o grande uno debba comunque averla, che poi non sia l’idea più giusta ci può anche stare, ma almeno è un’idea. Io a esempio ho da un po’ questa idea di andarmene in India a fare il santone, quasi tutti quelli con cui ne parlo si mettono a ridere, mi dicono che mi sono bevuto il cervello, che è una stronzata legata all’età, che mi passerà. Non sto neppure a discuterne, è un trip mio e non ho voglia di convincere nessuno: mica devo fare proseliti per fondare una setta, né ho intenzione portarmeli dietro. Non è sempre stato così Ciano, lo dicono quelli che lo conoscono da più tempo, lo è diventato negli ultimi due anni: gli è venuta quest’aria di scazzo continuo, ‘sto camminare lento con lo sguardo basso, poi quando alza gli occhi e ti guarda sembra non ti veda, che stia arrivando da un posto lontano, una dimensione sua e che ciò che ora guarda non gli piaccia. Da due anni spaccia roba e si stona anche di brutto. E' diventato il pusher ufficiale del Liceo, è sempre fornito di ogni ben di Dio, vende molto, perché almeno di fumo qui si fanno quasi tutti. Che la vende in parte è un bene, se non lo facesse se la farebbe tutta lui da solo. Ha iniziato col fumo e l’erba, ogni tanto qualche acido, poi è passato a venderla per comprarsela. Da quando la vende, ha anche ampliato l’offerta, ora cerca di rifilarti qualsiasi cosa: shit, erba, pasticche di anfetamina e acidi che gli arrivano direttamente da Amsterdam, poi da qualche mese ti offre anche l’ero. Gli è venuta un’espressione ambigua, scostante e anche un po’ lugubre, non fa piacere di averlo vicino in classe, deve aver cominciato pure a lavarsi poco, puzza di acqua marcia, ma non è quello il peggio. E' che ha un’aria con un non so che di inquietante in quegli occhi liquidi, ricorda lo sguardo fisso di un rettile o di un uccello rapace: il bisogno di soldi gli ha avvelenato il carattere. Un tempo pare fosse anche simpatico, uno da compagnia, ma da quando si è dato allo smercio è diventato allegro come un due novembre. In ogni caso chi se ne frega: a noi serve così, nel limite stretto di uno scambio commerciale, senza necessità fraternizzare. Gli diamo il grano e lui ci da il fumo, facciamo attenzione che non ci bidoni sul peso e sulla qualità, per il resto, neppure una stretta di mano, che si fotta come gli piace. Quello che ‘sta un po’ sui coglioni che cerchi sempre di venderti qualcosa che non vuoi. Diventa insistente, devi ripetergli che non ti serve nulla di quello che vuole rifilarti: che non sei interessato a provarle, anche se il prezzo è buono e non le vuoi neppure se ti fa credito e gliele paghi quando sei di nuovo in grana. Ora va di moda l’ero e lui batte sempre sul cercare di darti una busta: “per provare” dice “roba fine, vedrai che ti piace, tanto una volta che ti fa'?” Questo è scemo: o pensa che siano tutti rincoglioniti come lui o è la roba che gli ha già bruciato il cervello. Giulio lo manda regolarmente a fare in culo, che se la spari in vena lui, quella merda. Non è che abbiamo bisogno di leggere la cronaca nera dei giornali o di sentire il TG per sapere cosa ti fa in corpo quella roba. Ce lo ricordiamo Natalino, che girava in via Po a battere lira tutto il giorno per comprarsi un buco. La gente era stufa di trovarselo sempre tra i piedi a elemosinare le cento o duecento lire, con la scusa di comprarsi il biglietto del tram. Che poi il tram non lo prendeva mai, giusto qualche volta che pioveva: allora lo vedevi dormire in piedi, strafatto, appoggiato alla palina di una fermata, dondolando malfermo sulle gambe con gli occhi chiusi e un tremito alle labbra come se pregasse in silenzio. Gliene passavano davanti cinque di vetture, prima che si risvegliasse dalla cottura e riuscisse a prenderne una. Natalino che era un gigante biondo, pure un bel ragazzo, che gli stava dietro un sacco di figa, ma lui non la guardava più, pensava solo a fiondarsi tutto quello che gli capitava. Poi lo trovavi a vomitare nei portoni o a scaldare l'acqua del cucchiaino, per sciogliere l'ero davanti ai toretti dei giardini pubblici, Lo conoscevano tutti nel giro dei tossici della piazzetta Carlo Alberto, qualcuno di buon cuore divideva una spada con lui, perché era benvoluto e quando poteva si sdebitava senza pensarci. Era un gigante ma ridotto pelle e ossa, le vene blu a rilievo sulle mani e gli contavi i denti rimasti in bocca attraverso lo scavo delle guance scheletriche. Era sempre vestito di bianco, ma sudicio come un barbone, come un junky alla Keit Richards. Quello però, con i soldi che aveva, ogni tanto entrava in una clinica di lusso a farsi lavare il sangue, infatti campava bene e continuava a suonare e farsi. Natalino invece nelle vene aveva in circolo più catrame che sangue, alla fine quel sonno che gli prendeva era troppo dolce, come tonare nel ventre materno, al caldo e al sicuro, dimenticando il resto del mondo. Su come aveva iniziato a farsi c’erano delle storie diverse: alcuni dicevano che si fosse preso una sbandata per una tipa inglese, venuta a studiare qui per perfezionarsi con la lingua, che ad un certo punto se ne era tornata a casa lasciandolo solo e disperato. Altri raccontavano che fosse gay o bisessuale, che avesse avuti una relazione con uno di dieci anni più vecchio, un fricchettone olandese che si faceva d’eroina quando ancora qui da noi non la conosceva nessuno, per questa ragione il padre l’aveva buttato fuori di casa, infatti da anni passava la notte in un centro sociale e si lavava al bagno pubblico. Questo tipo lo aveva iniziato al buco, poi ci aveva lasciato la pelle per un’overdose e avevano trovato il cadavere viola, a gennaio, sotto i Murazzi del lungo Po. Lui c’era rimasto parecchio male e poi aveva continuato a farsi. Cosa sognasse in quel suo sonno chimico non lo sapeva nessuno, forse era un modo di non sognare più, di dimenticare i sogni in uno buio che dava conforto, ma il sonno era diventato più importante di tutto il resto. Così quando si è addormentato per l'ultima volta, non ci sono stati cazzi per risvegliarlo. Dicono che quando lo hanno portato al pronto soccorso del Maria Vittoria, gli abbiano sparato il Narcan direttamente nel cuore, ma era tardi e non è servito, ha continuato a dormire. Sa Dio cosa diavolo sognasse mentre se ne andava, probabilmente nulla, era solo in pace, tranquillo come gli piaceva stare. Noi con l'ero non ci prendiamo, Giulio e io siamo di un’altra razza: niente buchi, solo fumo e planate pulite, senza sostanze in vena. Però un trip di acido, magari una volta si può provare, è una cosa che ha radici nel sacro, nei riti sciamanici dei nativi americani che masticavano il peyote, una cosa mistica per avere viaggi dell’anima e visioni del futuro. L'acido come esperienza della mente ci potrebbe stare. Con calma però, senza cercare di volare da una finestra aperta o finire come Jimmy Hendrix.
  16. dyskolos

    Minchia, signor tenente!

    Oggi è il 23 maggio 2042. Su di me campeggia la scritta 23 maggio 1992. Sono passati cinquant’anni, lunghi come millenni. Forse possiamo cambiarla ma è l’unica che c’è questa vita di stracci e sorrisi e di mezze parole. Fosse cent’anni o duecento è un attimo che va. Nell’oblio, va: nel regno dei morti. Ma le idee, quelle non muiono mai. Camminano sulle nostre gambe, si nutrono nelle nostre menti, respirano nei nostri polmoni, pulsano nelle nostre vene, riposano nei nostri cuori. Minchia, signor tenente! Faceva un caldo che si bruciava, la provinciale sembrava un forno, c’era l’asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo. Ed è così, tutti sudati, che abbiam saputo di quel fattaccio, di quei ragazzi morti ammazzati gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo. Mi fa male l’erba che mi cresce sotto i piedi, qui sul ciglio dell’autostrada. Una pianta rampicante è avvinghiata intorno a me e mi stringe, mi ferisce con le sue spine, passa sulle lettere ormai perdute. Una volta veniva più gente; ormai qui si fermano solo turisti a guardarmi, con panini e cestini per il pranzo. Poi infilano la cartacce nelle mie rughe e vanno via. Sono pieno di crepe, ahi! La testa mi è caduta e nessuno ci ha fatto caso. Stamattina un’automobile elettrica si è fermata a due metri da me. Ne sono scesi un uomo e una donna adulti con due bambini: un maschietto e una femminuccia. Il primo mi ha fatto pipì alla base, ma per me ormai è normale. Bimbi e animali mi amano quando gli scappa. Sono il prescelto. «Mamma, guarda, ho fatto pipì sull’erbetta.» La bimba invece mi scrutava. «Mamma, mamma… Chi è Giani Cone?» «Sarà uno stilista morto cinquant’anni fa.» «E Fresca Molo?» «Sarà un’altra stilista, morta lo stesso giorno. C’era Dolce&Gabbana, e anche Giani&Fresca, no?» «E perché ci sono spazi tra i nomi?» «Perché…» ha risposto la mamma «perché a quei tempi si divertivano così. Per esempio, te ti avrebbero chiamata Shira. Mettevano S, H, poi spazio, e poi I, R e A. Non sapevano dire “ak”.» «E gli altri nomi che stanno sotto? Roco Dillo, Antio Monaro, Vio Scani… con gli spazi in mezzo…» «Saranno nomi di sarti che lavoravano insieme.» «Tutti morti lo stesso giorno?» ha domandato la bimba. «Avranno avuto un incidente in macchina, come zio Franco e zia Carmelina.» «Certo che avevano nomi strani una volta: Giani, Fresca, Roco, Antio, Vio…» L’uomo, finito il panino, si volse ai bimbi e disse: «Giampate sulla car e lezzigò, che izzi facendo leit». Minchia, signor tenente! Lo so che parlo col comandante ma quanto tempo dovrà passare che a star seduti su una volante la voce in radio ci fa tremare? E di coraggio ne abbiamo tanto ma qui diventa sempre più dura quando ci tocca di fare i conti con il coraggio della paura. Dopo si sono fermati due motociclisti. Sono scesi e si sono tolti i caschi. Erano due ragazze con i capelli lunghi e le unghie smaltate di viola. Entrambe si sono accese una sigaretta verde. «Ho avuto molto coraggio a venire con te» ha detto quella che stava dietro. L’altra ha risposto: «Andavo troppo veloce, eh? A 500… Posso fare anche di meglio. Vuoi vedere? Possiamo arrivare anche a 700…» «Uhm, già che ci siamo… Okay, proviamo! Farò un ulteriore atto di coraggio.» «Però prima getta la sigaretta.» «Dove la metto?» La guidatrice allora mi ha guardato. «In quella cosa…» e mi ha indicato «… dove c’è scritto 23 maggio 1992. Vedi? È un posacenere gigante.» «Ah, dove sotto c’è scritto Giani Cone?» «Sì, quello sarà il nome dell’inventore. La data si riferisce a quando l’hanno costruito, credo. Certo che a quei tempi erano strani: invece di costruire aree di servizio con le prese elettriche per il rifornimento, si limitavano a tirare su posacenere giganteschi. Si vede che pensavano ai guidatori che fumavano: per quelli è più utile un posto per la cenere. Antichi, ma intelligenti.» Le ragazze quindi hanno fatto un salto accanto a me e hanno gettato i mozziconi nel buco, dove prima c’era la testa. Che dolore! Poi una ha chiesto alla guidatrice: «Hai visto che c’è scritto laggiù? Capaci.» «E prima c’era l’uscita per Carini. Curiosi 'sti antichi. I carini li mettevano in un paese; i capaci nell’altro.» Ed è scoppiata a ridere. «Noi due dove ci avrebbero messe, secondo te?» ha allora chiesto la passeggera. «Carine, siamo carine, anzi, di più… Capaci? Be’, anche. Siamo capaci di andare a 500 in autostrada.» «Iuarrait: siamo carine…» e si è sistemata l’acconciatura schiacciata dal casco «… e capaci contemporaneamente. A 700 andiamoci senza casco, che mi si rovinano i capelli.» «Noi sì che siamo coraggiose.» E se ne sono andate. Minchia, signor tenente! Per cui se pensa che c’ho vent’anni credo che proprio non mi dà torto, se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto. E glielo dico sinceramente: minchia, signor tenente!
  17. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. https://divergenze.eu/contatti/ Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal loro sito Il catalogo di letteratura è completo sino a dicembre 2024, pertanto ringraziamo chiunque abbia pensato a noi per proporre un’opera di narrativa, ma oltre ad essere orgogliosamente slow book, non abbiamo la forza finanziaria di produrre più titoli di quelli già inseriti in calendario. Sarà invece possibile inviare testi di teatro o di saggistica varia. Ogni lavoro sarà letto e valutato con la massima cura da trentasei consulenti, i cui tempi di lettura variano da quattro a sei settimane
  18. Giampo

    Theoria Edizioni

    Nome: Edizioni Theoria Sito: https://edizionitheoria.it/ Catalogo: https://edizionitheoria.it/index.php?r=catalog%2Fbooks&BookSearch[sort]=publication_date&BookSearch[order]=3 Modalità di invio dei manoscritti: https://edizionitheoria.it/index.php?r=site%2Fcontact&scenario=proposal Distribuzione: la rete promozionale è affidata a Libromania, mentre Messaggerie Libri è il distributore. Facebook: https://www.facebook.com/Edizioni-Theoria-208109706714486/ Questi sono giovani e fortissimi. Come si legge su Wikipedìa: Theoria è una casa editrice indipendente che ha avuto sede a Roma. Fondata nel 1982 e chiusa nel 1995, è rinata grazie al gruppo Rusconi nel 2017, con la sede spostata a Rimini (in verità è Santarcangelo di Romagna, ma la provincia è quella). Tra gli altri autori italiani Theoria ha pubblicato gli esordi narrativi di Fulvio Abbate, Giampiero Comolli, Marco Lodoli, Giulio Mozzi, Sandro Onofri, Sandra Petrignani e Sandro Veronesi. Grande importanza avevano anche le pubblicazioni scientifiche, la saggistica letteraria e le traduzioni di autori stranieri come Su Tong. La redazione di Theoria ha anche svolto una funzione di palestra e laboratorio per un'intera generazione di editor, curatori editoriali e traduttori, destinata successivamente a svolgere un ruolo importante nell'editoria italiana, e di cui hanno fatto parte: Paolo Repetti, Claudio Ceciarelli, Severino Cesari, Giulio Mozzi, Ottavio Fatica, Giacomo Scarpelli, Maria Rita Masci.
  19. ElleryQ

    Lisciani

    Nome: Lisciani Libri Catalogo: https://www.liscianilibri.com/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.liscianilibri.com/contatti/ davide.dilodovico@educationalgroup.it (invio diretto al direttore editoriale) Distribuzione:ALI Sito: https://www.liscianilibri.com/ Facebook: https://www.facebook.com/LiscianiLibri/ Lisciani Group nasce in seguito alla separazione da Giunti ("Giunti & Lisciani") a inizio anni '90. Con 40 anni complessivi di esperienza nel campo dei giochi e della didattica, ha di recente inaugurato una sezione narrativa, divenuta autonoma anche sul piano amministrativo: "Lisciani Libri". Le collane di narrativa sono dirette da Davide Di Lodovico, quella di graphic novel da Giuseppe Guida. La distribuzione è molto estesa e include, oltre alle librerie, supermercati e Autogrill (o Sarni).
  20. Ambra...

    Butterfly

    Nome: Butterfly Edizioni Generi trattati: romanzi d’amore (no erotici), romanzi contemporanei, romantic suspense, chick lit, umoristici e drammatici, young adult, new adult, thriller Modalità di invio manoscritti: https://butterflyedizioni.wordpress.com/about/ Distribuzione: https://butterflyedizioni.wordpress.com/distribuzione/ Sito: https://butterflyedizioni.wordpress.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/edizionibutterfly/ Dal sito: Accettiamo Opere di non oltre 650.000 battute spazi compresi. TEMPI DI VALUTAZIONE: da 1 a 4 mesi circa, rispondiamo anche in caso di esito negativo. La pubblicazione è gratuita e l’autore è sostenuto realmente nella promozione del proprio libro! I libri più amati dai lettori avranno anche la possibilità di finire all'estero. ------------------------------------------------------------------------- Esperienze con questa casa editrice? Mi pare che propongano l'ebook e il cartaceo solo dopo la vendita di un certo numero di copie..
  21. Nightafter

    La messa - Pt. 5

    La messa - Pt. 5 Nell'economia di quell'anno di rapporto, a pesare non era solo la difficoltà col sesso, nel conoscersi più a fondo si evidenziarono differenze di gusti, passioni e progetti di vita, al punto da porsi, per Marco, la domanda sul perché si fossero messi insieme. Da un punto di vista di formazione culturale, a esempio, lei amava le discipline scientifiche: aveva infatti in progetto di frequentare Matematica all'Università. Lui stava ai numeri, come un sordo alla musica sinfonica, prediligeva infatti le discipline umanistiche: arte e letteratura erano la sua passione, al termine dell’Artistico pensava di iscriversi a all'Accademia di Belle Arti, nella sezione di Pittura. Politicamente Nella era di una sinistra moderata, d'orientamento socialista, apprezzava Craxi, che era il leader politico emergente di quel momento, per contro lui si diceva anarco-comunista e i suoi riferimenti andavano da Che Guevara a Belinguer. Avevano deciso di non discutere mai di politica, perché finivano inevitabilmente col litigare. In ciò che riguardava la dimensione spirituale, lui si reputava agnostico, pur possedendo una sua dimensione mistica interiore, lei era tiepidamente credente e praticante: frequentava la chiesa parrocchiale alla domenica, essendo dotata di una voce cristallina alla Joan Baez, accompagnandosi alla chitarra, cantava nel coro della chiesa durante la così detta: “messa beat”, che andava per la maggiore in quegli anni. Nella era una sportiva, nella squadra d’atletica della scuola correva i cento metri piani: purtroppo essendo dotata un seno florido, si rammaricava di essere sfavorita rispetto alle sue antagoniste, che in quella specialità, avvantaggiate da fisici asciutti e androgini, risultavano più performanti nell’opporre minore resistenza all’attrito dell’aria. Due volte alla settimana partecipava agli allenamenti, nei primi tempi Marco aveva apprezzato sua questa passione, gli piaceva d'avere una ragazza dinamica, tant'è che sovente presenziava alle sessioni di allenamento e tifava per lei, nelle piccole gare di squadra. Lei vedendo che lui non praticava alcuno sport da palestra o all’aperto, lo pungolava accusandolo di presunta sedentarietà: - Se non ti muovi e fai dello sport a questa età, ti ritroverai legnoso e lento come un bradipo prima dei trent’anni. - Ma Marco non era un pantofolaio: faceva yoga da alcuni anni, che non era uno sport, ma una pratica che conferiva una perfetta forma psico-fisica, pur non uscendo dal perimetro del tappetino degli asana. Di fatto lui si sentiva prestante quanto una gazzella nella savana, benché non giocasse al pallone, a tennis o facesse dello jogging, perché non amava gli sport agonistici o di gruppo. Col tempo, l'esuberanza sportiva della sua ragazza iniziò a pesargli, se la tirava manco fosse la Florence Griffith-Joyner prealpina, la cosa diveniva irritante. A dirla tutta, nonostante le difficoltà del caso, lui preferiva, pur con magra soddisfazione, impiegare i loro pomeriggi a pomiciare, piuttosto che vederla correre per ore sul tartam bruno di una pista. Era poi insensibile alla sua realtà interiore: l'interesse per l'ascetismo, le filosofie metafisiche indiane, delle quali lui era appassionato, la lasciavano del tutto indifferente, anzi, le reputava risibili fantasie misticheggianti, buone solo a perderci del tempo, mostrando in questo un’aridità d’animo che lo rendevano perplesso. Nella musica, lei adorava i Beatles, mentre lui amava il vitalismo energetico e trasgressivo dei Rolling Stones, in sostanza anche in quel campo, concordavano come il diavolo e l'acqua santa. Altro tema delicato era il consumo occasionale di qualche canna: cosa che lui faceva per dilatare la propria consapevolezza dell’essere, mentre, per lei, si trattava di una pratica biasimevole e socialmente dannosa. Marco preferiva pensare che gli opposti si attraggono, che la diversità arricchisce e che l’amore non è bello se non è litigarello: insomma cercava in ogni modo di volgere in positivo quegli aspetti che generavano piccoli e grandi attriti tra loro. La sportività di Nella non si limitava all’atletica leggera, era anche una fanatica tifosa di calcio, cosa per altro non consueta in una donna: conosceva al dettaglio ogni particolare degli eventi più rilevanti del campionato e dei suoi artefici. Sovente con amici comuni di sesso maschile, dibatteva di risultati di partite, elogiando azioni e goals spettacolari, o polemizzando di arbitraggi oltraggiosi e rigori negati. Tutte cose che in genere piace fare agli uomini, ma che a lui risultavano di una noia sfinente. Non aveva mai seguito il calcio, ma se mai avesse dovuto iniziare a farlo, l’ultima squadra alla quale votare il tifo sarebbe stata quella amata da lei: Nella era una sfegatata “juventina” e questo era più difficile da accettare anche del fatto che fosse praticamente impossibile scoparla. Significava sopportare la sindrome bipolare dei suoi lunedì: che variavano dall’esaltazione più folle alla depressione più funerea, a seconda del risultato calcistico della domenica passata. Essere fervente bianco-nera significava convivere col suo bisogno di assistere, munita di maglietta, cappellino, sciarpa, gagliardetto e bandiera zebrate, agli allenamenti aperti al pubblico della squadra del cuore, nonché presenziare alle partite di calendario che venivano giocate in casa. Inutile dire che Marco non sarebbe mai entrato in uno stadio, per assistere a ventidue uomini in mutande, calzettoni lunghi e scarpette coi tacchetti, correre dietro a una palla, sgomitando per prenderla a calci. A lui non restava che attenderla pazientemente, fuori dallo stadio Comunale, seduto al tavolino del bar d’angolo tra i corsi Sebastopoli e Giovanni Agnelli, ammazzando il tempo tra una una bibita e un caffè, leggendo Sartre o Camus. Avevo cercato, per quanto possibile, di non rimarcare il fastidio per tutta quella strabordante sportività, ma accadde che in occasione dell’ultima giornata di campionato, un pomeriggio domenicale di fine maggio, mentre passeggiavano per l'affollata via Roma, avvenne un fatto che rese colma la misura del pur capiente vaso. (Continua)
  22. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  23. scionscion

    Piccole infamie vista mare

    Titolo: Piccole infamie vista mare Autore: Fernando Lizzani Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 9788832144451 Data di pubblicazione: 8 maggio 2020 Prezzo (cartaceo): € 13,90 Genere: giallo dei sentimenti Pagine: 276 Quarta di copertina o estratto del libro: Favonea Marina è una piccola località turistica, la cui vita sociale viene sconvolta dall'uscita di un romanzo che ne mette alla berlina vizi e meschinità. Dopo mesi di polemiche e reciproche accuse tra gli abitanti, tutto sembra ripiombare nella monotonia di sempre, fino a quando, qualche anno dopo, dal libro si decide di trarre un film. Valentina, la regista incaricata di girarlo, si incontrerà e scontrerà con Giovanni, l'autore, e con i fantasmi di un passato impossibile da cancellare. A far da sfondo alla vicenda, le strade di un paese sempre in bilico tra vecchio e nuovo, e la misteriosa sparizione di un'avvenente ragazza dell'est. Link all'acquisto: https://www.aporema.eu/store/product/piccole-infamie-vista-mare-fernando-lizzani https://www.amazon.it/Piccole-infamie-vista-Fernando-Lizzani/dp/883214445X
  24. Komorebi

    Il ragazzo dagli occhi di vetro

    Commento Il ragazzo dagli occhi di vetro Capelli ricci, castano chiaro. Li ha corti sui lati e un po’ più lunghi al centro. Gli vengono in avanti e gli coprono la fronte, forse per nascondere una stempiatura. Non dovrebbe vergognarsene, ha il viso così bello. La sua pelle è chiara, le guance e il mento lisci. Ha quel tipo di carnagione su cui non cresce barba, dove i peli sono biondi e morbidi. Ha gli occhi verdi, sembrano vetro levigato dal mare. Veste bene, una camicia bianca sbottonata nei due passanti sotto il collo. Provo a spostarmi sul sedile del treno per spiargli il petto al di sotto. Scorgo soltanto un’ombra di pelle chiara, le pieghe della camicia mi impediscono di curiosare di più. È magro, avrà la mia età o poco meno. È difficile da capire, i ragazzi come lui, così chiari di pelle e coi capelli ricciolini, sembrano ventenni fino ai trentacinque anni. Lo guardo da due posti di distanza, da sopra la costa del libro. Ha gli auricolari, ascolta la musica. Quasi di sicuro ascolta musica pop, ipercommerciale, di quelle canzoni spazzatura fatte solo di ritornello. Non so perché, ma ne sono certo. E secondo me gli piace anche tantissimo. Sorrido, una parte di me spera che lui alzi lo sguardo in questo momento e mi veda sorridere, mi sorrida a sua volta. Cerco di catturarne l’attenzione, ma con disinvoltura, come per caso. Chissà, forse mentre abbasso gli occhi sul libro è lui a squadrare me, a studiarmi. Se gli piacessi, però, per come lo sto fissando, probabilmente i nostri sguardi si sarebbero già incrociati. Nove a dieci che non gli interesso. Ha dei calzini orribili, verde evidenziatore. Forse li ha messi perché pensa che richiamino i suoi occhi, in realtà fanno schifo e basta, qualcuno dovrebbe dirglielo. È elegante in tutto, tranne che nei calzini e nelle scarpe. Ha addosso un paio di sneakers bianche, sporche come il pavimento di una palestra. La destra è rotta sul bordo laterale. Si vede il calzino verde che spunta. Sarebbe bello togliergli le scarpe e quei calzini orribili. Sarebbe la prima cosa che gli toglierei, se fossimo in camera da letto. Lo lascerei a piedi nudi. Deve avere dei piedi bianchissimi. Scommetto che ha il secondo dito più lungo dell’alluce. Tiene le gambe accavallate all’europea. I jeans gli disegnano la forma delle cosce e del gluteo sollevato. Provo a capire se mi piace il suo sedere, se le gambe sono abbastanza tornite, come piacciono a me. Seguo il contorno del suo corpo, torno a desiderare di vedergli il petto. Mi muovo un poco sul sedile, sposto il libro. Lui guarda fuori dal finestrino, perso nella musica. Sul posto accanto ha un taccuino bordeaux, un libro nero e una penna. Sono oggetti anonimi, e anche i suoi vestiti sono anonimi, eleganti ma insignificanti, tranne che per le scarpe e quelle orribili calze. Sembra un assicuratore, un bancario, un qualunque impiegato che ricopra un ruolo di responsabilità. È il classico ragazzino che cerca di sembrare più grande con gli abiti che indossa, che svolge una professione per cui l’essere troppo giovani sia sinonimo di imperizia. Gli occhi sono lontani, restano fissi sul paesaggio che scorre fuori dal finestrino senza davvero vederlo. È abituato al tragitto, è da molto che fa il pendolare. Ha un’aria stanca, malinconica. Forse non gli piace il lavoro che fa, o è annoiato dal viaggio. O magari si è appena lasciato con la ragazza, o ha problemi con lei. Mi domando se non viva coi genitori. Ha l’aria di un ragazzo che conviva ancora con la madre, che ne è un po’ il cocco. Si vede da come è ben stirata la camicia, dalla cura in generale nell’aspetto. Probabilmente il padre non c’è più, o è morto o se ne è andato. Lui è figlio unico, aiuta la madre e vive con lei, le tiene compagnia quando rincasa in treno dal lavoro. Non ha il tempo né la voglia di vedersi con gli amici, non sembra uno che si trovi a suo agio in mezzo alla gente. Quello sguardo così remoto, opaco, è lo sguardo di un pensatore, di chi si estrania quando è insieme ad altra gente. Me lo immagino a ritirarsi come un granchio sotto la sabbia la sera, attorno a un tavolo di un bar a bere birra, con gli amici che raccontano battute che a lui non fanno ridere e aneddoti di cui a lui non interessa niente. Sta nascosto ma, per gentilezza, ascolta. Non ha piacere a uscire con gli altri, preferirebbe risparmiare quei pochi soldi per dell’altro, ma è educato e si impegna a mantenere i rapporti con i vecchi compagni delle superiori. Mentre è lì con loro, però, riflette sul lavoro che avrebbe voluto fare, sui sogni cui ha rinunciato. Ha programmato già tutto, sa che terrà questo impiego che lo costringe a una vita da pendolare solo per altri due anni, fino a che non avrà concluso il corso che sta facendo o guadagnato abbastanza. Una volta ottenuta la licenza, si dedicherà a quello che davvero ama. Un ragazzo così, forse, non ha tempo per le relazioni. Non guarda me come non guarda la ragazza seduta di fronte a lui. Eppure vorrei tanto renderlo allegro, vederlo sorridere. Quegli occhi devono essere tanto dolci, se solo ridessero. Staremmo bene insieme. Gli toglierei quella tristezza che si porta addosso come lenti a contatto. Visto che è su questo treno, non abitiamo nemmeno troppo distanti. Se solo incrociasse il mio sguardo proverei a sorridergli, stringerei amicizia con lui. E la sua pelle deve essere così morbida. Il treno si ferma, aspetto un istante sperando che scenda con me. Rimane invece seduto, a guardare fuori dal finestrino con gli auricolari a isolarlo dal resto del mondo. Scendo, mi avvio lungo la banchina diretto alle scale del sottopasso. Lui è al di là del vetro, mezzo metro più in alto di me, seduto al suo posto. Lo vedo a malapena attraverso il finestrino oscurato. Lui fissa il vuoto, con quegli occhi opachi di vetro. Scendo nel sottopassaggio e vado al lavoro.
  25. Pincopalla

    Della mineralogia applicata

    Commento a "Tramonto" Sono dallo psicologo. Non mi va, ma mi tocca: sono, dice il capo, “depressa”. Innanzitutto non sono d’accordo sul termine. La mia nonna avrebbe detto “esaurita” ché rende meglio l’idea: una miniera, penso a una miniera sfruttata fino a estrarre tutto ciò che poteva dare e, perciò, “esaurita” non certo “depressa”. Che poi si tratti di “vene” o di “nervi”, poca differenza fa. Peraltro, quando sento parlare di “depressione” mi viene in mente il litorale del Mar Morto più che il sistema nervoso (reminiscenze scolastiche: la professoressa di geografia era inflessibile sulla terminologia tecnica. Era anche strabica, ricordo benissimo). -Si sieda, carissima.- - Dove? - - Dove preferisce. - - Preferisco stare in piedi. - Forse, così, capisce che non ho intenzione di trattenermi a lungo. - Temo che si chiamino “sedute” perché il paziente si siede, non perché rimane in piedi, altrimenti le chiameremmo … non so ... - - Mi siedo là. - Indico una poltrona posizionata sotto un bel finestrone pieno di luce e di cielo. - Mi dica un po’ … - - Mi piace l’hummus. Anche l’insalata russa e lo tzatziki. Odio il sushi e Woody Allen. - Sorrido, ma sono irritata e mi detesto: vorrei apparire indifferente, non sfacciata, ma l’idea di perdere tempo con il luminare amico del capo mi fa provare rabbia. - Ottimo! - Credo di avere uno sguardo bieco dietro gli occhiali, ma lui non se ne cura e riprende: - Il suo lavoro, vediamo … Vuole parlarmi del suo lavoro? Leggo “transcreation ” e “dubbing”. Il buon Biffi dice che ultimamente sembra stanca, confusa, pare che abbia esaurito la vena creativa. - Lo sapevo, dentro di me, di avere ragione: si tratta di miniere, non di litorali. - Volevo fare la guardia forestale e faccio la traduttrice, quando serve – lo osservo accigliata – di alberi … nemmeno l’ombra, è proprio il caso di dirlo. - Ghigno. - E nel tempo libero? - - Insegno filologia italiana a Helsinki. - Sorride, ma poi ride. Lo fisso dritto negli occhi e mi chiedo “Che ci faccio qui?” esattamente come Bruce Chatwin, uno dei miei scrittori preferiti, anche se, ammetto, ne ho tanti, troppi: mentalmente li passo in rassegna ed è così che mi rendo conto che “Cesare Pavese” è un gran bel nome e che non sto ascoltando una sola parola della prolissa dissertazione dello psicologo. Be’, mi distraggo facilmente, nessuna sorpresa, sono depressa (per gli altri) e, infatti, ho il famigerato “blocco del traduttore”, ecco perché il capo mi ha spedita dallo psicologo: sono o no la sua punta di diamante? “Che diamine, Anna! Che diamine!” mi riprende in continuazione da un mese a questa parte ... “Sei confusa, hai perso il tocco magico, che diamine, Anna!”. Che poi, vai a sapere, di “Anna” in ufficio siamo in tre e, a volte, si rivolge a me chiamandomi “Paola” (che non fa la traduttrice, ma la centralinista): chissà, forse nemmeno il capo è del tutto a bolla oppure la storia del diamante è fasulla. Tant’è, ma il lavoro commissionato deve essere consegnato entro i termini … che diamine, Anna/Paola! Distolgo il pensiero dalle angosce lavorative e sento che lo psicologo parla di resilienza. Mi chiedo quanto guadagni questo tizio che potrà avere suppergiù una sessantina d’anni e appare tanto soddisfatto del suo ruolo di “amicone a pagamento”. Forse se facesse il traduttore con lo stipendio da traduttore non sarebbe tanto ineffabilmente appagato. Cerco di concentrami sull'improbabile monologo che porta avanti da quindici minuti, ma proprio non mi riesce. Decido di darmi un contegno e mi raddrizzo sulla poltrona, apro la borsetta, cerco una caramella e trovo la salvezza: gelatina di liquirizia, la scarto e me la mangio. A Nina (la mia migliore amica) piacerebbe questo studio tutto modernità e luce fredda, ma io lo trovo desolante; nessun azzardo verso una sfumatura che sia un pelino più profonda del bianco latte e se n’è accorta persino la bromelia che svetta sullo scaffale della libreria: il fiore tende al rosa, mentre dovrebbe essere di un bel viola intenso, ma è risaputo, la capacità di adattamento delle piante è sorprendente, Stefano Mancuso (lo adoro) docet. Ecco, la bromelia è perfettamente resiliente, chissà se il tizio se n’è mai reso conto. - Mi sta seguendo, carissima? - Mi osserva, anche piuttosto benevolmente mi pare e, certo, mi dico, esaurita/depressa forse, egoista no: gli offro una caramella, ma lui si gratta il naso e si alza dalla poltroncina, si avvicina alla porta e la apre: - Metta tutte le sue emozioni per iscritto in un diario. Scriva, scriva, scriva. La prossima volta mi porti il diario. Per oggi è tutto, carissima. - Sicuramente il mio sorriso, esageratamente grande e spontaneo, gli fa capire che sono entusiasta di quest’ultima notizia e che potrei buttargli le braccia al collo, ma uscendo dallo studio mi limito a ringraziarlo: - Non mi chiami carissima, mi chiami Anna o, se preferisce, può chiamarmi Paola. Comunque non sono depressa, sono esaurita. Questione di vene minerarie o creative. La bromelia soffre di eccessiva resilienza: dovrebbe tinteggiare le pareti di viola oppure fertilizzarla. A presto. - Strizzo l’occhio e lui alza un sopracciglio. Mi catapulto giù per le scale e appena sono per strada chiamo Nina: - Ciao. Io. Cose da raccontarti, demenziali. Cena-Film? - - Telegrafica è dir poco. Tutto bene? Ti sento a strappi. - - Sì. Sono depres … saurita, poi ti spiego.- - Eh? Non ho capito cosa sei, ma mi auguro che non sia una condizione irreversibile. Preferenze? - - Fai tu. Sushi e Woody esclusi. - - Ovviamente. A dopo, depresquellacosalì. - Sospira al telefono e le voglio bene perché mi sopporta. Cammino verso casa, affamata, assetata … depressaurita. Sì, suona piuttosto bene, anzi più ci penso più mi convinco di avere involontariamente coniato un neologismo originale, il giusto compromesso e così accontento tutti. E’ una bella parola, esprime persino un concetto filosofico: vera e propria via di mezzo tra depressa e esaurita, tra il Mar Morto e la miniera di diamanti, ed è risaputo “in medio stat virtus”, Aristotele, l'Etica Nicomachea, eccetera. Per non citare Orazio (anche lui, fuori discussione, tra i miei preferiti) e l’aurea mediocritas, eccetera. Filosofi impeccabili, imbattibili. Ma anche Reus del Borussia Dortmund, secondo me, è una forza. Ora ho da fare. A domani, diario.
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