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Trovato 885 risultati

  1. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: https://breedizioni.com/chi-siamo/ Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  2. dfense

    21 Editore

    Nome: 21 Editore Generi trattati: Quattro, le collane descritte nella prima pagina del sito. Modalità di invio dei manoscritti: via mail - autori@21editore.it Distribuzione: non specificata Sito: http://www.21editore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/21editore/
  3. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  4. Giovanni Fara

    Catartica Edizioni

    Nome: Catartica Edizioni Generi trattati: Narrativa, saggi, biografia e memoriale, storico, romanzo di formazione Modalità di invio dei manoscritti: Inviando una e-mail all'indirizzo di posta catartica.manoscritti@gmail.com Distribuzione: Libro co. Sito: http://www.catarticaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/catarticaedizioni/ Dal sito dell'editore: Catartica Edizioni [...] Vogliamo essere indipendenti e controcorrente, una casa editrice che non pone censure preventive e che punta a valorizzare tutte le forme di espressione che nella letteratura così detta “tradizionale” non trovano sufficientemente spazio. [...] Il Progetto [...] Un progetto indirizzato principalmente, ma non esclusivamente, alla Sardegna, della quale intendiamo raccogliere e valorizzare le principali tematiche che animano il dibattito socio-politico e culturale. Una piccola casa editrice indipendente indirizzata a valorizzare le realtà locali, le periferie, le culture e le espressioni d'arte alternative che vengono trascurate dalla grande editoria incline alla sola logica del profitto e delle grandi tirature. Un progetto svincolato dunque dalla crescente massificazione e dall'appiattimento culturale imposto dall'industria editoriale dominante. Alla base di tutto questo c’è il desiderio di prestare attenzione ad ogni percorso del libro, partendo dalla valutazione del testo sino a mettere l'autore al centro di un lavoro di redazione mirato non solo alla stampa della sua opera ma anche alla cura dei dettagli, alla promozione, che consideriamo essenziale, e alla sua distribuzione. [...] [...] Catartica Edizioni pubblica opere di vario genere (Raccolte di racconti, Romanzi, Saggi politico-sociali ecc.) di scrittori emergenti e non, con particolare attenzione alle tematiche sociali delle realtà urbane, delle periferie e alle espressioni d’arte alternative. [...] L’idoneità alla pubblicazione [...] comporta la sottoscrizione di un contratto di edizione che non prevede nessun costo a carico dell’autore. [...]
  5. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: è prevista la ricezione di proposte durante le 24 ore del primo giorno di ogni mese. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. https://divergenze.eu/contatti/ Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal loro sito Il catalogo di letteratura è completo sino a dicembre 2024, pertanto ringraziamo chiunque abbia pensato a noi per proporre un’opera di narrativa, ma oltre ad essere orgogliosamente slow book, non abbiamo la forza finanziaria di produrre più titoli di quelli già inseriti in calendario. Sarà invece possibile inviare testi di teatro o di saggistica varia. Ogni lavoro sarà letto e valutato con la massima cura da trentasei consulenti, i cui tempi di lettura variano da quattro a sei settimane
  6. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  7. dfense

    Emersioni

    Nome: Emersioni editrice Generi trattati: http://www.emersioni.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.emersioni.it/#contatti Distribuzione: Messaggerie Sito: http://www.emersioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/emersionieditrice/
  8. Walter D.

    Dreambook Edizioni (Sidebook)

    Nome: Dreambook Edizioni Catalogo: collane presenti nel menù del sito Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dreambookedizioni.it/pubblica-con-noi/ Distribuzione: http://www.dreambookedizioni.it/librerie-fiduciarie/ Sito web: http://www.dreambookedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/dreambookedizioni/?fref=ts
  9. dfense

    Carbonio Editore

    Nome: Carbonio Editore Generi trattati: Filosofia, narrativa fiction/ non fiction Modalità di invio dei manoscritti: https://carbonioeditore.it/carbonio-editore-contatti-2/ Distribuzione: non specificato Sito: https://carbonioeditore.it Facebook: https://www.facebook.com/Carbonioeditore Giovane casa editrice milanese. Hanno un catalogo molto interessante, in cui, però, non c'è un solo autore italiano. Seppur presumibilmente free, non credo che al momento prendano in considerazione esordienti (sul sito non ci sono specifiche precise, a riguardo). Magari mi sbaglio. (Magari...)
  10. Freedom Writer

    Il Dio interiore emerge per i pori della pelle

    Commento Racconto scritto su incipit di Maurizio De Giovanni, che costituisce il primo capoverso. Dedicato a una grande donna, la più grande delle donne. A colei che mi ha insegnato il valore dell'accettazione. A una piccola crisalide evoluta in farfalla. A Giulietta, e al modo in cui mi ha reso un uomo migliore. Affrontò l’ultima parte della leggera salita a occhi bassi, ascoltando il rumore delle rotelle sulla ghiaia. Faceva caldo, e d’altra parte c’era da aspettarselo. Sentì un rivolo di sudore lungo la schiena e provò il tipico disagio di chi non avrebbe potuto mettersi sotto una doccia fino a sera. Il viaggio, pensò. Un lungo viaggio, portando un sacco di cose con sé. Non indumenti e scarpe. Non guide turistiche, o libri da leggere. Il carico era quello dei ricordi, e delle speranze. I ricordi di quello che aveva fatto, che era successo; le speranze, quelle che riponeva nello sguardo e nell’espressione di chi avrebbe incontrato al suo arrivo. Sospirò, e svoltò l’angolo del viale. Gioacchino Gavetta sapeva perfettamente cosa lo aveva guidato in quel posto. Bardy, l’orsacchiotto rosa che diversi anni prima era capitolato sotto le fauci affilate della forbice materna, avrebbe guardato con sincera riconoscenza alla direzione che aveva intrapreso. Gioacchino ricordava quel giorno perfettamente: la pioggia fuori sembrava voler soggiogare il mondo e lui era rimasto a giocare nella stanza dei bimbetti mentre il papà e la mamma parlavano con i dottori. Ricordava le loro facce grigie e lunghe, mente reggevano insieme quel pezzo di carta quasi a volerlo strappare; somigliavano vagamente a quelle strane maschere africane bislunghe e tenebrose. “Bisogna accettarlo”, aveva detto il dottore, “il Dio interiore non si può confinare; troverà sempre una via d’uscita, fosse anche attraverso i pori della pelle”. Ma quali pori? La madre era andata su tutte le furie, era il caso di finirla con quelle castronerie! Il figlio era suo e ogni madre sa cosa fare col proprio. Quella volta, a pagare il prezzo per quanto riportava il documento era stato Bardy. L’azione di reconquista che la madre aveva intrapreso negli anni seguenti, poi, era stata incomparabile; non certo per cattiveria, ma aveva represso ferocemente ogni insurrezione identitaria del figlio, dominando il suo ‘Dio interiore’ con l’ausilio del proprio. Il diavolo avrebbe invece fatto la sua comparsa qualche anno dopo, in pompa magna, sotto forma di morbida peluria. Adesso ricordava la violenza dei compagni che, pur non facendo niente, erano in grado di spiegare ogni cosa nei gesti, nello sguardo, nelle stupide asserzioni rubate ai genitori o nella forma più consueta dell’emarginazione Poi gli anni della pubertà, i più recenti, segnati dalla strana e pungente voglia di non esistere quando un ignaro professore universitario invitava il "signor Gavetta" ad accomodarsi, e ad alzarsi era invece un’ombra di persona di cui cento paia d’occhi indagavano l’identità sotto gli abiti da donna. Facile comprendere come la decapitazione di Bardy avesse assunto un valore quasi profetico negli anni a venire e come tutto ciò fosse valso un biglietto di sola andata per Gioacchino, che in un freddo mattino di gennaio aveva buttato le gambe al di là di un cornicione e visto la gente in strada farsi piccina piccina. Ma se il biglietto non fosse stato per quel viaggio? Per la morte, si sa, non ci sono rimborsi; ed ecco che aveva ritratto le gambe e deciso di camminare su un’altra strada, quella di ghiaia su cui adesso si trovava. Ora non bramava che una doccia, un letto, un sonno lieto; pregustava il momento in cui avrebbe parlato col medico incrociando il suo sguardo rassicurante, indossato il camice celeste, sentito scorrere in sé l’anestetico e, soprattutto, quello in cui, finalmente, non avrebbe più dovuto rispondere al nome di Gioacchino Gavetta. Se mai qualcuno disse cosa vera, era che il Dio interiore emerge sempre, fosse anche attraverso i pori della pelle. Gioacchino guardò verso l’edificio e sorrise. Era giunto il tempo di un atto di fede.
  11. sefora

    Declinazioni

    Pubblicazione: marzo 2019 Pagine 218 €15 (solo cartaceo) http://www.heraldeditore.it/Libro-Declinazioni.html Andavano al liceo con lo stesso il treno, conoscenti ma non amiche. Ormai attempate, tre donne si ritrovano nei luoghi in cui hanno trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Sandra, ex insegnante, da Fondi non si è mai allontanata; Berta vive a Ferrara con figlia e nipoti; l'ancora bellissima Gabriella è moglie di un ricco imprenditore romano. Tutte reggono il peso di un segreto più o meno importante, con il quale faticano a confrontarsi. Anche in forza dell'atmosfera peculiare del paese, che coltiva con sollecitudine la propria memoria antica e recente, finiranno per confidarsi gli aspetti celati delle loro storie. L'inaspettata “sorellanza” consentirà alle donne di superare, ognuna a suo modo, gli ostacoli interiori. E le loro esistenze ne usciranno cambiate. Si tratta di una ripubblicazione. Nella prima, come qualche staffer o lettore assiduo del forum forse rammenterà, si erano verificati parecchi problemi, tali da indurmi a rescindere il contratto dopo pochi mesi. Nel breve periodo in cui è stata disponile, questa storia "al femminile" aveva ottenuto un buon riscontro nel corso di due presentazioni e presso un gruppo di lettura. La ricerca di una nuova occasione si è rivelata più agevole di quanto prevedessi: ho ricevuto in breve ben tre proposte. "Declinazioni" è ambientato a Fondi nel Lazio, il mio paese d'origine, così questa volta mi sono affidata a un editore che conoscevo, inserito nella regione e molto attivo nel sociale. Il testo, rivisto e migliorato, sarà presto disponibile anche negli store on line.
  12. Giovanni Franceschelli

    Un viaggio lungo 12 anni

    Immagine di copertina: [non sono riuscito a caricarla] Titolo: Un viaggio lungo 12 anni - Raccolta poetica e letteraria Autore: Giovanni Franceschelli Casa editrice: Amarganta ISBN: (della versione cartacea e/o digitale) 978-8885728400 Data di pubblicazione (o di uscita): 13/12/2020 Prezzo: (della versione cartacea e/o digitale) 10€ Genere: Poesia Pagine: 100 Quarta di copertina o estratto del libro: Dodici anni densi, pieni di avvenimenti, di persone e di fatti, diversi fatti, ma anche di pensieri, di divagazioni nei meandri della mente e di situazioni capitate. Rimuginare potrebbe essere la parola che cerco per introdurvi a questa mia raccolta poetica e letteraria. Ho iniziato questo percorso alla ricerca di una qualche conclusione che forse arriverà o forse no, ma anche solo scrivendo ho trovato profitto, quindi almeno un’utilità è stata raggiunta. Posso dirmi soddisfatto? Questo mai. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/gp/product/8885728405
  13. Concorso gratuito. Annientalismo.com urla il bando del concorso letterario a tema “Annientalismo per l'emancipazione neurale” per racconti, brani, brandelli e opere creative che si insinuerà nelle pieghe della matassa cerebrale dal giorno 18 gennaio al giorno 18 marzo 2021. Sezioni Il concorso si articola in quattro sezioni: Racconti, Brani, Brandelli, Libera. Si concorre inviando una sola opera inedita per ogni sezione, a tema annientalista (da intendere in tutte le accezioni possibili): 1) Racconti: La lunghezza massima consentita è di 5400 caratteri, spazi compresi (3 cartelle editoriali standard). Il limite è tassativo. 2) Brani: Il singolo brano può essere somministrato in versi o in prosa. La lunghezza massima consentita è di 1800 caratteri, spazi compresi (1 cartella editoriale standard). 3) Brandelli: Una singola fotografia, dipinto, illustrazione, fumetto. La grafica può includere del testo, in quantità non specificata. Ogni fumetto dev'essere contenuto in una singola tavola. Ogni opera non digitale dovrà essere fotografata o scansionata in formato digitale. 4) Libera: L'essenza dell'Annientalismo è la libertà creativa. Questa sezione è destinata a qualunque tipologia di opera a tema annientalista, purché non rientri nelle sezioni 1, 2 e 3. La lettura del Manifesto è necessaria per (ma non garantisce) la piena comprensione di cosa si intenda per "brani" e "brandelli", e serve ad avviluppare la mente alle tematiche e agli obiettivi del movimento Annientalista. Requisiti e modalità di partecipazione nel bando del concorso, al link: http://www.annientalismo.com/bando_concorso_annientalismo_1ed_2021.pdf Eventuali comunicazioni o aggiornamenti in merito al concorso saranno pubblicati sulla pagina Facebook @annientalismo. Emancipate la vostra psiche e partecipate.
  14. dfense

    Gran Circo de Olivambia

    Titolo: Gran Circo de Olivambia Autore: Marco Di Carlo Casa editrice: (solo Case Editrici Free, oppure pubblicato tramite Pod) ISBN: 8855352598 Data di pubblicazione 15/01/2021 Prezzo: 16,00€ Genere: Romanzo Pagine: 206 Quarta di copertina o estratto del libro: Mirko Fabiani è un aspirante “grande giornalista” in cerca di riscatto dopo che il suo reportage sulla guerra civile in Turkmenistan si è risolto in un colossale fallimento per via della poco professionale propensione a lasciarsi distrarre da “spie belle e fatali”. Donnaiolo impenitente dal bicchiere facile che vive nel mito di Hunter Thompson, in seguito all'ennesimo ritardo, riceve l'incarico punitivo di redigere un articolo sul circo appena arrivato in città, quello colorato e malmesso della piccola repubblica di Olivambia. Trovandosi di fronte ad artisti fiaccati da una lunga permanenza nel nostro Paese, causata dall'impossibilità di rientrare in patria per via dell'inasprirsi di una grave crisi politica, intravede l'opportunità di trasformare un pezzo di costume in uno di denuncia sociale. In breve, Fabiani riesce a ottenere il permesso di passare una settimana a stretto contatto coi circensi. Sarà, per lui, l'ultima occasione per mettersi in mostra e azzardare il grande salto verso “il giornalismo che conta”, un percorso tragicomico che lo porterà a confrontarsi con un'umanità a lui sconosciuta, disperata eppure viva, e, nel sempre frustrante tentativo di “mettere la testa a posto”, a inseguire un amore impossibile. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/gran-circo-de-olivambia-libro-marco-di-carlo/e/9788855352598
  15. nemesis74

    Il palazzo dei sette portoni

    Titolo: Il palazzo dei sette portoni Autore: Gabriele Giuliani Casa editrice: Bertoni editore Isbn: 9788855351317 Data di pubblicazione: 14/3/2020 Prezzo: 15,00 euro cartaceo Genere: Formazione / Introspettivo / Psicologico Pagine: 197 Quarta di copertina: Le scelte: quelle che abbiamo compiuto nella vita, e che ci hanno permesso di diventare ciò che siamo, e quelle che vorremmo fare per cambiare ciò che siamo diventati. È quanto accade al protagonista di questo romanzo. Un notaio ricco e cinico che, a causa di un evento inaspettato, dovrà riconsiderare tutte le sue scelte, in un percorso di cambiamento che si rivelerà molto più difficile del previsto. Un viaggio interiore di riscoperta, lungo e faticoso, che lo porterà a scavare nel suo passato ma anche a svelare delle verità incredibili e mai sospettate, che faranno vacillare le sue nuove decisioni. Sullo sfondo, un palazzo con i suoi sette portoni, che non avrà una funzione solo simbolica bensì di fondamentale importanza per un legame indissolubile e ammantato di mistero. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/palazzo-dei-sette-portoni/dp/8855351311 https://www.mondadoristore.it/Il-palazzo-dei-sette-portoni-Gabriele-Giuliani/eai978885535131/
  16. stesuso

    Dove frangono le onde (capitolo 2)

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/50005-hashashīn/ Deve esserci un potente incantesimo imprigionato tra gli assi della terrazza. Un qualche sortilegio di mare spinge gli uomini ad arrestarsi prima di abbandonare la spiaggia, dato che pure io resto piantato davanti alla porta come un ombrellone dimenticato dopo il tramonto. Estrema propaggine di una locanda costruita sulla collina che protegge la spiaggia dal resto del mondo, la terrazza rappresenta a pieno titolo l’ultimo avamposto di umanità. Oltre lei c’è solo sabbia per poco, e mare per sempre. Non metto piede qua da così tanto tempo che non ne ricordo il motivo, ma ora che mi trovo davanti alle spesse finestre che riflettono le onde frangersi poco più sotto, brandelli di memoria strappati al Gallego mi riportano al tempo passato alla Frontera. Tempo speso a guardare il mare, imbrattando fogli aspettando vengano le onde. Forse è qui dove ho lasciato il cuore. Era sempre aperta la Frontera, a qualsiasi ora del giorno e della notte, e sembra non esser cambiata di una virgola nonostante gli anni trascorsi. Forse perché la gente da queste parti segue ritmi di vita tutti suoi, o perché il suo più antico avventore, il mare, non riposa mai. Passo interminabili attimi in ostaggio di ricordi confusi che sanno di sabbia e alcolici d’importazione, cazzotti e tavole lasciate ad asciugare appoggiate al muro, prima di varcare la spessa porta ritrovandomi catapultato dentro un insolito scenario di sempre. Punto istintivamente ad un tavolo nell’angolo, a fianco alla finestra che guarda la spiaggia che si specchia in questo magico tratto di golfo. Attraverso il locale mentre abbracci e strette di mano appartenenti al passato mi rimbombano dentro. Qualcuno con molta fretta e poco buonsenso ha abbandonato una bottiglia di Patcharan mezza piena, in attesa del colpo di grazia. Penso bene di concederglielo e mi riempio il bicchiere dopo averne pulito alla bell’e meglio il bordo con un angolo del mio camicione, sentendomi immediatamente più buono. Mentre il liquore mi riscalda la testa fradicia, gli occhi cominciano a adattarsi alla fioca luce delle lampade. Uomini pesce si aggirano come anime in pena di un cimitero sottomarino in un continuo andirivieni tra bagno, tavoli e terrazza, mentre le ninfe sedute ai tavoli lanciano occhiate ai capitani benvestiti e i pirati si scambiano occhiate torve gomito a gomito con i surfisti al bancone. A metà tra pirata e surfista sta Marvin, che vedevo sempre giù alla spiaggia danzare sulle onde e che con la stessa grazia ora si aggira intorno al tavolo da biliardo, circondato da foto di pionieri sui muri d’acqua di Menique e da vecchie tavole di ogni foggia e dimensione appese alle pareti di legno. In infradito, con il costume bucherellato, una felpa stinta e i capelli legati dietro sembra appartenere ad un’altra categoria. Gioca da solo, che a quest’ora della notte la gente è troppo malmessa per fare arte al suo livello, totalmente perso nel suo mondo. L’unico ponte ancora in piedi sono le note rauche cantate da una polena grassottella appollaiata su un palco improvvisato in un angolo, che ne accompagnano i movimenti attorno al tavolo nella penombra. Goodbyyyyyyyyyyyye, let our hearts call it a day Se questo è l’unico ponte che ti rimane col mondo nel pieno di una notte di festa, significa che sei nella corrente, perché nella corrente ci stai da solo. Qualcuno però che ne osserva ogni mossa: appoggiato al bancone di tre quarti in una posa che sembra terribilmente scomoda c’è l’uomo che ho seguito dalla spiaggia.
  17. Eudes

    Aida

    Commento Ne arrivano tutte le sere, a volte di più, a volte meno, ma sempre piuttosto numerosi. Hanno modi di fare diversi: chi arriva costeggiando il marciapiede con l’auto a bassa velocità, ci squadra una per una, svolta l’angolo e quindi torna indietro dopo aver già scelto, chi va dritto dalla sua preferita, chi si ferma e contratta con tutte, chi ha solo intenzione di insultarci, chi non sceglie, troppo imbarazzato per farlo, va da quella di noi più in disparte e carica lei, senza averla neanche vista. Chi viene da noi guardingo e sospettoso, timoroso di essere scoperto dalla polizia o comunque da qualche conoscente, chi invece è del tutto gaio e disinibito, se non proprio ubriaco, desideroso solo di divertirsi. Eppure non riesco a nutrire nessun rancore verso di loro. Strano destino, quello degli uomini che ci caricano. Vengono da noi per non essere giudicati, ma siamo le prime a farlo. C’è chi li odia, come te, chi li disprezza per non disprezzare se stessa, a chi sono indifferenti e a chi fanno soltanto pena. Tutti questi anni a battere mi hanno persuaso che gli uomini siano diversi da come ce li raccontiamo. Oramai mi sono convinta che gli uomini non siano davvero né bastardi, né stupidi. Sono solo grandi fifoni, tutti. È la fifa che li muove, sempre, in ogni loro scelta: quando non hanno voglia di crescere, è la paura delle responsabilità a frenarli; quando si impegnano, è la paura di perdere quello che amano e di volerlo legare in qualche modo a loro; se si dedicano esclusivamente al lavoro, è per la paura di affrontare la vita. Persino quando vengono qui, è la fifa che li muove. In quel “dateci la fica e non stateci a rompere i coglioni” ci sono un sacco di paure: di essere giudicati, di confrontarsi, di sentirsi inferiori, della solitudine o la paura di amare. Porci, pervertiti, egoisti, incapaci, odiosi e arroganti, a qualunque categoria appartengano restano tutti legati da un filo comune: scappano da qualcosa. Che sia la famiglia, una donna o le proprie paure, poco importa. Gli uomini, la maggior parte di loro, non fanno che scappare da se stessi. È per questo che ho smesso di odiarli. Ho capito che in fondo sono senza speranza. Come me. Il mio corpo è invecchiato, i seni avvizziti, la mia pelle rugosa, il mio viso non suscita più desiderio ma arreca disgusto, e a nulla può servirmi abbassare le mie tariffe, tutti i trucchi e le creme del mondo non bastano più, ho scelto di far fortuna con il mio corpo ma il mio corpo ha ceduto, ed io non posso farci niente, sono invecchiata e devo prenderne atto. Possiamo lottare contro il tempo fin quando vogliamo, il tempo sa essere galantuomo ma se vuole anche un nemico paziente, gli basta aspettare per averla vinta, come la morte. Eppure tu sei ancora bella, trentasette anni e non li dimostri, invidiata ed ammirata persino dalle più giovani di noi. Dimmi pure che sono una ingenua, una credulona, una sognatrice, ma sono convinta che il destino voglia darti una mano. Il nostro passato è per molte di noi un vicolo cieco, ma la tua bellezza può essere la tua via d’uscita. Ed allora approfittane. Che ci fai ancora tra noi? Andiamo incontro ad una vita fatta di donne che ci disprezzano, uomini che ci maltrattano, destino che ci umilia e società che ci considera una piaga, come se il vero problema non fossero le centinaia di uomini che ci cercano ogni notte. Come se nascesse prima l’offerta e poi la domanda, quando l’economia insegna piuttosto il contrario. La stessa società che ci contesta di giorno, ci cerca di notte. Prendete un sacco di soldi e non pagate le tasse, non avete nessun diritto di lamentarvi. Così ci dicono. Come se i soldi comprino tutto, come se le mignotte non fossero donne, come se vendendo il proprio corpo ci si venda anche la dignità di sentirsi persone. Mia cara Francesca, che ci fai ancora tra noi, tu che puoi uscirne? Un uomo si è innamorato di te, e allora prenditelo, e lascia perdere il resto. Lascia perdere il fatto che non sia più attraente, che gli sia cresciuta la pancetta, ogni giorno diventa sempre più calvo, che non sia neanche ricco, ma scusami se ti ricordo che Richard Gere non passa di qui e poi Pretty Wowan è solo una favola per adulti non troppo cresciuti. I milionari, se ancora si divertono una notte con quelli come noi ci riportano indietro al mattino, fingendo di non conoscerci se mai capita loro di rincontrarci, cosi come fanno tutti gli altri, i principi azzurri non esistono più, lo hanno capito anche le principesse che oramai sposano gli orchi. Prendi il tuo orco e lascia questa vita, perché se non lo fai, il passato ti brucerà sempre dietro le spalle. Lo so cosa stai pensando, che ti sto chiedendo di accontentarti del primo che ti si è offerto, ed hai ragione, è proprio quello che ti sto chiedendo di fare. Perché, per quelle come noi, non ne passano tanti, e potrebbe essere l’unico. Perché sei bella ma hai anche una figlia, e persino per una donna normale avere una figlia rappresenta un problema per trovare l’amore. So quello che dico, anni fa ho avuto la stessa scelta ed ho fatto quella sbagliata. Conobbi un uomo non bello ma di una dolcezza infinita, il nostro mestiere non gli impediva di amarmi eppure non mi riuscì di ricambiarne l’affetto e mi sono sentita colpevole, gli stavo facendo un torto che non meritava. Lui capì, e mi lasciò andare. Quell’uomo mai amato resta oggi il mio più grande rimpianto.
  18. Deborah Zan.

    Pre·tèn·de·re

    commento PRETENDERE /pre·tèn·de·re/ 1. Volere con decisione qualcosa di cui si ritiene di avere diritto. Nel corso della mia vita mi sono imbattuta spesso in questo termine, senza però mai soffermarmi sul suo reale significato. Forse perché, a conti fatti, un significato oggettivo non lo possiede. Le parole vengono divorate, assimilate, digerite e infine rigettate in contesti tutti differenti, attribuendo loro significati dipendenti dal contesto in cui le si usano e da ciò che trasmettono in noi. Possono ferire o possono guarire. Io ho preteso svariate volte, ma ho imparato che pretendere dagli altri non significa averne il diritto. Esigere prestazioni elevate dagli altri non è corretto se prima non si è mai preteso nulla da se stessi. Quindi prima di chiedere qualcosa agli altri, preTEndi da te stesso. Io personalmente voglio avere il diritto di ambire alla mia libertà. Di esprimermi attraverso il disegno e la scrittura. Essere libera di cavalcare il mio destriero plasmato dall'immaginazione, impugnare la penna come un'arma e combattere per i miei sogni, esigendo da me stessa di inseguire i miei desideri. Di essere ambiziosa, di nutrire il mio bagaglio personale e di migliorarmi sempre. Abbiamo il diritto di sognare.
  19. ViCo

    L'altezza del carro

    Link al commento a "Nel bosco". Il carro aspetta in mezzo al campo. Noi siamo in fila, ancora fermi. Un sole rosso e gonfio compare e scompare fra le nuvole vicino all’orizzonte. Nella steppa tutto si sta facendo grigio. Perfino i sassi ormai fanno ombre lunghe. C’è odore di sangue e airag. Fa venire la nausea. Mi gira la testa, ho la febbre. Il carro è grande. Di così grandi non ne ho mai visti. Lo tirano otto buoi. I soldati hanno portato via i buoi, ora. Sopra c’è una tenda. È una ger tergen. Così si chiamano le tende sui carri. Me lo ha raccontato mio padre. Mi ha detto che i grandi khan non montano e smontano le loro ger. Le mettono sui carri e se le portano dietro. Questa è larga abbastanza da farci stare dentro un villaggio. Per farla sono servite le pelli di cento capre, penso. Il khan che possiede una ger tergen come questa deve essere ricco, molto ricco. È lì a dieci passi dal carro, il khan. Sul suo cavallo marrone e bianco. Sta curvo e guarda avanti. Guarda verso il carro ma non so se guarda il carro. Ha l’arco sulla spalla e un bastone in mano. Ai fianchi due pugnali d’oro. I vestiti e il volto sono ancora sporchi di terra e di sangue. Nessuno gli si avvicina. Neanche ne calpestano l’ombra. I soldati fanno lunghi giri per evitarlo. Solo il vento non se ne cura. Continua a frustare l’erba intorno e i capelli del khan. Neanche il khan, però, si cura del vento. La testa è leggera, come se ci avessero soffiato dentro. Il ragazzo che mi sta davanti è più alto di me di almeno un palmo. Per vedere il carro mi devo piegare di lato. Mi devo piegare tanto, perché ha le spalle larghe. Mio fratello Boroqul è il primo della fila. Anche Boroqul è più alto di me di un palmo. Sacha-beki, invece è due posti davanti a me. Lui mi supera di un dito appena. Mi piego di lato per controllare. Si, è più alto di me di un dito, anche se lui dice di una testa intera. Sacha-beki mi dice sempre che sono un lattante. Mi fa arrabbiare, perché è più vecchio di me solo di poco. Boroqul, invece, è davvero quasi un uomo. Due lune ancora e sarebbe andato anche lui a combattere i mongoli. Sacha-beki e Boroqul mi prendono in giro quando giochiamo ai guerrieri. - Noi andiamo a combattere contro i mongoli, - mi dicono. – Tu resta nella ger con le donne a cucinare, torneremo affamati. E ridono. - Io faccio quello che fate voi, – gli grido contro. - Non sai montare su un cavallo vero, - dice Sacha-beki. - Non sai tendere un arco da uomo, - dice Boroqul. Quando gli rispondo che la prima cosa è falsa e la seconda non riesce neanche a Sacha-beki, non gli importa. Continuano a ridere fra di loro. Mi sono arrabbiato, ieri. Ho battuto i piedi a terra. - Neanche voi hanno portato a combattere contro i mongoli, - gli ho urlato. - Neanche voi siete uomini -. Boroqul si è calato le braghe e mi ha mostrato l’uccello. Sacha-beki ha riso. L’uccello di Boroqul è molto più grande del mio. È coperto di peli. Il mio è nudo. Non ho più parlato. Sto sudando. Ogni soffio di vento mi fa tremare. Stamattina siamo scesi al ruscello e poi siamo andati in cima alla collina a nord. È di là che se ne sono andati i guerrieri qualche giorno fa. Per unirsi all’esercito dei Tatari. Per unirsi al nostro signore Megugin contro i mongoli. È da lì che dovevano tornare. Dalla cima della collina si vede lontano. La pianura oltre la collina arriva ai piedi delle montagne. La steppa era verde stamattina e le montagne azzurre. Guardavamo a nord. Volevamo essere i primi a vedere i guerrieri tornare. Io volevo essere il primo. Essere più piccoli non vuol dire vedere meno lontano. Ho guardato fino a farmi dolere gli occhi. Fin quando il sole è stato alto sopra le nostre teste. - I mongoli se la saranno data a gambe, - diceva Boroqul. - Megugin li avrà fatti a pezzi. - Mio padre appenderà Temujin per l’uccello, - ha detto Sacha-beki ed è scoppiato a ridere. Sacha-beki dice che suo padre è un generale. Non è vero. Lui dice bugie, anche se le dice bene. Sacha-beki era steso a pancia in su già da un pezzo, stanco di guardare, quando Boroqul ha deciso di tornare al campo. Il vento soffia. Da quant’è che siamo fermi qui? Sembra un inverno intero. Le gambe mi fanno male. I mongoli sono arrivati che il sole era a metà della sua discesa. Sono arrivati da est cavalcando veloci come il vento. Qualcuno ha provato a scappare, ma li hanno raggiunti e ammazzati lì dov’erano. I corpi sono ancora là. Fanno ombre lunghe più dei sassi. Ombre che sbiadiscono ora che il sole è tramontato. Hanno ammazzato tutti gli uomini che hanno trovato. Anche i vecchi. Le donne - quelle che non hanno ammazzato - le hanno prese per i capelli e portate nelle ger. Non ho visto mia madre. Non so cosa le è successo. Grazie al cielo non ho sorelle. Un soldato mongolo ha chiesto che si doveva fare dei ragazzi e per un attimo si sono fermati. Prima che quello chiedesse, ne avevano ammazzati già uno o due. - Decide il khan, - ha detto uno che sembrava il capo. Così hanno raccolto i ragazzi in un recinto per cavalli e due di loro sono rimasti di guardia. Gli altri sono tornati a rubare nelle ger. A prendersi le donne. A bere airag fino a ubriacarsi. Ci hanno lasciati lì ad aspettare. Finché non è arrivato il khan. Un uomo si avvicina al khan. Ha un vassoio in mano. Il khan prende qualcosa dal vassoio e strappa con i denti. Carne secca. Comincia a masticare. Hanno portato via dal recinto i bambini piccoli. Poi ci hanno fatti alzare. Ho sentito male allo stomaco quando ho visto che non mi portavano via con i più piccoli. Un soldato mi ha preso per un braccio e mi ha portato alla fila. È stato allora che ho visto per la prima volta il carro e il khan. Il Gran Khan dei mongoli. È più piccolo di come lo avevo immaginato. Più normale. Non solo del diavolo che sognavo di notte, più normale anche di come lo avevo immaginato di giorno. Ora sta lì e il suo aspetto è allo stesso tempo ordinario e spaventoso. Guarda dritto davanti, come se non ci fosse il carro, né le pozze di sangue, né i corpi. Né l’odore nauseabondo di sangue misto ad airag. Come se non ci fossimo noi qui in fila. Guarda avanti, alla battaglia del giorno dopo, come se questa di oggi fosse roba già risolta. Il khan deve pensare a domani. Non ha tempo per le cose già risolte. Ha dato i suoi ordini. Fra noi c’è uno che dice di aver sentito gli ordini del khan. Almeno in parte. Avrà sentito davvero? Quel che ha detto fa paura. Tutto è immobile. La steppa, il carro, noi. Solo il khan si muove. Mastica lentamente. E l’erba bassa che oscilla con il vento. Le nostre ombre lunghe all’infinito si dissolvono nel grigio del crepuscolo. Potessi infilarti le dita negli occhi, penso guardando il khan. È una rabbia che non ho mai sentito prima. È la rabbia dei grandi. Potrei ammazzare davvero, ora. Quando la rabbia passa mi lascia senza forze. Poi, all’improvviso, tutto si è animato. Tre uomini si sono fermati davanti al carro. Altri, a cavallo, sono venuti ai lati della fila. Hanno le lance in mano. Guardano dritto avanti. Di quelli vicino al carro, due hanno in mano scimitarre. L’altro è piccolo e a mani nude. Parlano fra loro. Il ragazzo davanti si gira e mi guarda. Io mi giro e guardo quello dietro. Devo avere una faccia come la sua, ora: bianca, sottile, con la bocca aperta e gli occhi troppo grandi. Sta per succedere qualcosa. Nessuno di noi sa esattamente cosa. Tremiamo tutti un po’ più forte. Nessun rumore. Solo il fischio del vento. - Avanti, - dice piano il khan. Con questo silenzio si sente chiaro fin qua. Uno degli uomini con la scimitarra viene avanti. Prende Boroqul da un braccio. Mio fratello punta i piedi. Resiste, ma non troppo. Non sa se gli conviene. Il mongolo è grosso come un bue. Lo porta al carro e lo fa mettere dritto. Fa segno con la mano. Boroqul è di un palmo più alto del pianale. Il mongolo guarda il khan. Il khan abbassa la testa senza smettere di masticare. Il mongolo con la scimitarra trascina via Boroqul. Non vanno lontano. Lo porta vicino al suo compagno. Lo spinge in ginocchio. Boroqul non ha il tempo di fiatare. Il mongolo gli stacca la testa con un colpo di scimitarra. Ci sono grida dappertutto. Dietro di me e davanti. Dalla mia bocca anche. Ognuno nella fila si guarda intorno, cercando chi gli dica che non è successo per davvero. Tentano un passo avanti o di lato pensando a scappare. Ma ci sono gli uomini a cavallo. La fila si allunga e si accorcia, sbanda a destra e sinistra. Poi si raddrizza e sembra fermarsi di nuovo. Il ragazzo davanti a me non resiste e scappa. Corre gridando. Corre senza pensare. Uno dei mongoli a cavallo lo insegue. Lo raggiunge prima che abbia fatto trenta passi. Lo colpisce alla schiena con la lancia. Quello cade sanguinante. Il mongolo scende dal cavallo. Lo afferra dai capelli e lo trascina indietro. Finché è a uno sputo dalla fila. Tira fuori un coltello. Poggia il ginocchio a terra. Solleva la testa del ragazzo tirandogli i capelli e gli taglia la gola. Non piangere, mi dico. Ma è tardi. Le lacrime già scendono. Il petto si gonfia per i singhiozzi. Mi sono pisciato addosso. La fila si muove. Il secondo compagno è già in piedi accanto al carro. La fronte supera il pianale. Una spinta, un passo, un colpo di scimitarra ed è a terra morto. La fila fa un altro passo. Già misurano il prossimo. Respiro forte. Tremo. Sputo il muco e le lacrime che mi scivolano in bocca. Faccio un passo dopo l’altro. Non voglio guardare verso il carro. Così guardo di lato. Guardo verso il khan. E vedo che anche lui mi guarda. Il suo sguardo e il mio si incrociano. Il Gran Khan dei Mongoli. Per un attimo penso che mi legga negli occhi. Che si chieda cosa provo. Cerco di mettere nello sguardo tutta la mia rabbia. Spero che sia sufficiente a ucciderlo. Poi prego che sia sufficiente a fargli pietà. Ma lui non mi vede. Mi guarda come se fossi un sasso. Solleva una mano e con il dito stacca un pezzo di carne secca che gli si è infilato fra i denti. Sputa e guarda a terra. Quando solleva gli occhi sono diretti altrove. Un attimo ancora e dà un colpo di sperone al suo cavallo. Se ne va. La fila prosegue. Solo due ragazzi davanti a me, ora. Uno è Sacha-beki. C’è un mucchio di corpi davanti al carro. I due mongoli con le scimitarre sono sudati. Le braccia sporche di sangue fino ai gomiti. Portano al carro Sacha-beki. Lui è più alto di me di un dito. Troppo. A lui tagliano la gola. Spingono via il corpo con un calcio. Portano un altro al carro. La testa non arriva al pianale. L’uomo piccolo lo porta via. Salvo. È questo che ha deciso il khan. Risparmiate i bambini e ammazzate gli altri. E per distinguere gli uomini dai ragazzi hanno preso come misura l’altezza del carro. È buio ora. È freddo. Il mongolo con la scimitarra mi viene incontro con passo stanco. Respiro a fondo. Non piango più. Lui solleva il braccio e mi prende per la spalla. È il mio turno adesso.
  20. Daniele R.

    Trecentoquarantadue

    Immagine di copertina: Titolo: Trecentoquarantadue Autore: Daniele Riccioni Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 8894218228 Data di pubblicazione (o di uscita): Giugno 2017 Prezzo: € 13,90 Genere: Narrativa non di genere Pagine: 278 Sinossi: Il lavoro precario di Fabio consiste nel testare su strada i prototipi di nuovi scooter, gli scooter del futuro. Non importa che tempo faccia fuori, se sia giorno o notte, inverno o estate, asciutto o bagnato: lui è sempre lì, in mezzo al traffico, a percorrere i suoi trecentoquarantadue chilometri per tornare esattamente nel punto da cui è partito. Solo l'incontro con Dana sembra riuscire a interrompere il suo girare a vuoto. Quando la ragazza dal profumo magico della quale è innamorato lascia la provincia toscana per conquistarsi un domani migliore, Fabio dovrà scegliere se accettare il sogno di un futuro poco probabile o arrendersi a un più tranquillizzante fallimento, tipico della sua generazione. Link all'acquisto: https://www.aporema.eu/store/product/trecentoquarantadue-daniele-riccioni
  21. Adelaide J. Pellitteri

    Falesie (racconto icerberg)

    Moules et frites alla normanna, cozze con panna e patatine fritte. Ognuno interpreta il mare come crede, lo cucina come vuole, lo attraversa come può. Quello della Normandia sta lì dal principio, Monet lo ha dipinto, prima degli Americani. L’ospedale da campo oggi è un bazar, tutto cambia, le bandiere no, non ancora. Non adesso, speriamo. Il vento è fortissimo quassù, in cima alle falesie, ma la vista vale bene un mal di gola, un mal d’orecchio…, perché a tutto c’è rimedio tranne che alla memoria; nel bene non cambia il passato, per fortuna, ma nel male non cambia nemmeno il futuro, purtroppo. Falesie, luogo di memoria. E poco più in là, in terra di Francia e d’America insieme: nomi, età, lettere e scarponi, il museo dedicato alla mia libertà.
  22. Superfrancy

    Il barbone con gli occhi da buono

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47272-fuochi-nella-notte/?do=findComment&comment=838472 Questo è un esercizio di riscrittura in forma narrativa di una canzone che amo: El purtava i scarp del tennis di Enzo Jannacci. Questa è la storia di un mio amico. Una storia vera: un po' triste e un po' allegra. Più triste, però. Un giorno, il mio amico decise di andare all'idroscalo. Era estate e aveva una gran voglia di fare il bagno, e il mare era lontano. E... Niente. Si mise le scarpe da tennis, allacciò in qualche modo le stringhe mezze rotte e si avviò parlando da solo, come faceva sempre quando correva dietro ai sogni, con i suoi occhi da buono accesi. Per vederli meglio. I sogni. Quel giorno era un sogno d'amore. L'aveva vista passare. Bianca e rossa, veloce come il vento, lustra che ti ci potevi specchiare. Un colpo al cuore! Ma lui era solo un barbone. E poi... Niente. Quella maledetta macchina si fermò. Scese un sciur che non sapeva la strada per l'aeroporto Forlanini. Un tipo spocchioso; assomigliava a Gianni Agnelli da giovane. Lui, il mio amico, voleva aiutarlo ad arrivare almeno fino all'idroscalo. Fino all'aeroporto no perché non c'era mai stato. Non era mai salito sull'aereo, lui. Lui che voleva solo un passaggio. Lui che la macchina non l'aveva mai avuta. Lui che voleva solo accarezzare i sedili di pelle bianca, sedercisi sopra, accendere l'autoradio e ascoltare Jannacci che cantava Vengo anch'io. No, tu no. Cosa c'era di sbagliato? Lui. Lui e le sue scarpe da tennis scucite. I jeans che non erano più blu consumati sulle ginocchia, tanto che si erano bucate anche le toppe. Di quelle adesive. (Gliele avevo attaccate io, in qualche modo. Lo dico così, per la cronaca.) Li hanno trovati sotto un mucchio di cartoni. Tantissimi cartoni. Lo ha trovato Crazy (il cane di uno che lavora all'idroscalo) che ogni volta che lo incontrava gli annusava i sogni e scodinzolava come un matto. Poi girava su se stesso e cercava di mordersi la coda. Come un matto. Un matto innamorato di un barbone. A un certo punto si è sentito un gran colpo. Il mio amico è volato oltre la strada, sui cartoni. Le scarpe gli si sono staccate dai piedi e sono cadute un po' più in là. Il Gianni è scattato fuori dalla macchina (non passava nessuno) e gli ha buttato addosso tutti i cartoni. Tanto, di un barbone non importa mica a nessuno... Lui, il mio amico, e i suoi occhi da buono. Se n'è andato così, per primo, come un barbone. Senza necrologio sul Corriere, come Agnelli.
  23. Nightafter

    Anna del bar Pt.3

    Meno di niente - Racconti - Writer's Dream - Community Anna del bar Pt.3 Con emozione e batticuore, sapendo di commettere qualcosa di proibito, assunsi l’aria indifferente e disinvolta di chi vuole passare inosservato. Scivolai all’interno del bar lieve come un’ombra e sfilai davanti ad Anna che concentrata leggeva un rotocalco dietro al bancone. Le sussurrai un saluto a mezza voce, confidando che fosse troppo presa dalla lettura per alzare la testa e domandarsi dove mi stessi dirigendo con quell’aria circospetta. Raggiunsi la seconda sala dove si trovava il flipper, la trovai occupata solo da un pensionato che consumava un caffè al tavolino: fumava un mezzo toscano maleolente e leggeva la “Gazzetta dello Sport”, tra sé borbottava dell’ennesimo rigore “rubato" dalla Juve nell’ultima partita di campionato, inveendo contro un arbitro venduto e compiacente. Avevo un capitale di tre monete da cento lire, raggranellate pazientemente facendo cresta sulla spesa delle ultime tre settimane, che mia madre mi aveva incaricato di fare. Con la mano nella tasca dei pantaloni, carezzavo quel piccolo tesoro scorrendolo tra le dita: quasi ne temessi la scomparsa prima che iniziassi a giocare. Il flipper, nell’angolo in fondo accanto al juke box era acceso e silente: la sua vita elettrica, animata dai vari relè, correva a intermittenza lungo un serpente di piccole lucine, seguendo, sotto il vetro del pianale inclinato, la raffigurazione di una galassia siderale. Un fondale blu notte affollato di stelle e pianeti, con astronavi e satelliti spaziali di forme e dimensioni varie, in viaggio nella profonda oscurità del cosmo. Su quella scenografia, sorgevano dei cilindretti dotati di luci e campanelli sonori, erano pianeti del sistema solare da centrare con la pallina. Mentre al suo apice, ruotava un elemento in forma di disco volante zeppo di luci colorate, aveva degli oblò sulla base, verso il cui interno bisognava indirizzare la sfera d’acciaio per guadagnare punti. Trepidante, infilai la prima moneta nella gettoniera e la macchina si ridestò con un brivido tintinnante e un pulsare festoso di luci: mi accinsi a tirare la molla per lanciare la prima della cinque palline della nuova partita. Il gesto restò incompiuto perché la voce di Anna alle mie spalle esordì con una domanda: - Allora giovanotto, che intenzioni abbiamo? - Mi aveva beccato! Era prevedibile, anzi inevitabile. Infatti mi ero già preparato per affrontare quell’evenienza. Ciò nonostante il mio disagio e le mie pulsazioni aumentarono visibilmente. Prima di rispondere respirai a fondo, confidando di non essere arrossito troppo e cercando l'espressione più neutra di cui ero capace. - Niente, Anna. Volevo fare una partita. Perché? - Fece una risatina allegra: - Secondo me sei abbastanza grande per capire cosa dice il cartello sulla parete che hai di fronte. - Alzai gli occhi al piccolo cartello posto sul muro sopra il flipper. Cosa vi fosse scritto lo sapevo perfettamente, l’avevo letto più di una volta mentre guardavo altri giocare: diceva che l’uso della macchina era interdetto ai minori di quattordici anni. - Lo so cosa c’è scritto nel cartello. Ma quale è il problema? - Rise ancora ma con dolcezza, senza sarcasmo, indulgente e paziente. - Allora saprai anche che sei ancora piccolo per poter giocare al flipper. - Ci volle tutta la forza d’animo che possedevo per sostenere la faccia di tolla con cui risposi: - Non capisco perché tu abbia questa convinzione, dato che ho compiuto quattordici anni da più di tre mesi. - Portando due dita a sostegno della guancia, lei arricciò vezzosamente le labbra e mi guardò in tralice, inclinando leggermente il capo con una espressione tra il sorpreso e l’incredulo. - Ah? - esclamò - Mi era sembrato di sentire che frequenti solo la prima media, quindi questa cosa mi è nuova.- - Lo so, - risposi con aria contrita - infatti sono indietro perché ho perso due anni per malattia: il primo per una grave peritonite, mentre il secondo per una butta caduta, che mi ha causato una lesione renale tenendomi a letto per tre mesi. - - Capisco, mi spiace molto. Non sapevo di questa cosa. Scusami, ma sembri più giovane della tua età. Purtroppo devo osservare le norme di legge, se no il bar va incontro a delle sanzioni. - Assentì col capo mostrandomi comprensivo. Sempre sorridente riprese: - Vedo che capisci, quindi non offenderti se sono costretta a verificare: non metto in dubbio che tu abbia già quattordici anni, ma sono obbligata chiederti la carta d’identità che lo comprova, comprendi? - Assunsi un’aria seria e contrita, perseverando nella mia menzogna, ormai ero in ballo e dovevo ballare: - Hai ragione, infatti sto per farla ‘sta carta d’ identità, solo che mia madre in questo periodo è sempre impegnata col lavoro, non ha avuto una mattina libera per accompagnarmi all’ufficio anagrafe a richiederla. - - Ho capito, quindi al momento non hai un documento da esibire. - - No. Ma in settimana posso provvedere, appena me la rilasciano te la porto da vedere. - Era pensosa, indecisa sul da farsi. Si vedeva comunque che le sarebbe spiaciuto negarmi la possibilità di fare la mia partita. - Dai, Anna. Guardami: ti sembra che ti stia dicendo una balla? Ti pare possibile che non abbia l’età che dico? Poi ho già messo dentro la moneta per la partita. - Mi guardò con tenerezza, le labbra le si distesero in un sorriso di morbida dolcezza: le nascevano due fossette vezzose sulle guance quando prendeva quell'espressione: L’intero bar pareva illuminarsi di calore e luce quando sorrideva a quel modo: era di una bellezza che gli occhi non riuscivano a contenere, dentro mi scioglievo in una melassa bollente che mi toglieva il fiato. Averla così vicina da poter sentire il tepore profumato che emanava la figurina snella ed elegante del suo corpo, era delizia e tormento al tempo stesso, il desiderio di abbracciarla, di baciare soavemente quelle labbra da madonna cinquecentesca del Botticelli, era irresistibile. Io l'amavo quella ragazza. - Va bene, gioca. Ma poi mi porti da vedere la carta d’identità, ok? - Lasciò correre una carezza in forma di lieve buffetto sulla mia guancia. - Ok. Tranquilla, contaci e grazie della fiducia. - Le risposi, mentre si voltava per tornare dietro al bancone del locale. Esultante, lanciai la pallina e iniziai la mia prima partita al flipper. Le trecento lire scomparvero nella macchina in meno di venti minuti: ero inesperto, non conoscevo malizie per tenere le palline in campo più a lungo, finivano rapidamente a insaccarsi nella buca alla base del piano inclinato del Flipper, che le inghiottiva come una bocca ingorda per riempire la pancia di quel meccanismo mangia-soldi. La scritta: “Game over" sul display dei punteggi metteva tristemente termine a quelle brevi sequenze di gioco, mortificando le mie ambizioni di record personale. Dopo quella magra soddisfazione meditai sul fatto di avere, in prospettiva, alcuni seri problemi: il primo era di come far dimenticare ad Anna di chiedermi il documento d’identità che non potevo ottenere prima dei prossimi quattordici anni. Il secondo era sul come finanziarmi per continuare a giocare a quel flipper il numero maggiore di volte possibili, senza saccheggiare di nascosto il borsellino di mia madre. Due problemi che nascevano da quella passione troppo precoce per la mia età che mi portava a desiderare Anna di una amore impossibile e a cercare espedienti per incontrarla ogni volta che potevo. Sentivo di aver preso una brutta china: un percorso non edificante di mentitore e fin di ladro. Quanti iniziavano così, per poi ritrovarsi al Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino? Se non trovavo una soluzione, prima o dopo, ci sarei finito di fisso. (Continua)
  24. Lesa Maestà

    La solitudine di averti accanto

    Ti sei incastrato nelle imperfezioni della vita. Ritorni negli errori. Rivivi, da spirito, negli inciampi. Sei in un caffè servito freddo, nell’ordinazione che non arriva. In un servizio scadente. In un dolce che sembrava più buono e, alla fine, è amaro. Nella guida incerta di un ragazzo in motorino che mi sorpassa e quasi cade. Nei graffi sull’auto rossa, la mia auto rossa. Nella mano di un uomo che mi sfiora. Nei passi di qualcuno che guardo e scambio per te. In un calzino troppo grande che finisce nel cestino. Sei rimasto, come uno sospiro, intrappolato in alcune parole, anche se non è più la tua voce a pronunciarle. Te ne sei andato, ma hai lasciato il tuo riflesso in dettagli di vita scadenti. Quei particolari, un tempo, mi avrebbero ricordato te e avrei sorriso. Adesso, quando in loro ti intravedo, è un malinconico disprezzo a salirmi alle labbra. E tutte le parole che abbiamo condiviso, siano state queste d’amore o d’odio, di pace o di guerra, d’attacco o di disarmo, di abbandono o di sesso, tutte mi restano in gola. E, a ogni respiro, tento di scacciarti, e alla fine sì, ci riesco. Ma, anche andandosene, graffiano lo stesso. Sei tu a ferirmi ancora. La tua volontà di farmi del male mi rende vulnerabile pure adesso che siamo tornati estranei. Non puoi più toccarmi, non puoi più parlarmi. Pretendi lo stesso di respirarmi addosso. Cos’è, del resto, un fantasma, se non una memoria che non vuole morire? Ti vedo in tutti i particolari che hai contaminato con le tue miserie. Ti vedo, li vedo. E se potessi darei alle fiamme anche il mare, pur di strapparti via da me. Ma la solitudine di averti accanto, no, non la vivo più.
  25. Nightafter

    La finestra - Pt.1

    [MI 144] Non sono Bart Lucchetti - Pagina 2 - Racconti - Writer's Dream - Community La finestra - Pt.1 Ero stato anche un marito fedele per una quindicina d’anni: cinque prima di sposarci e dieci dopo il matrimonio, tanto fedele quanto ingiustamente accusato e vessato. Mia moglie era affetta da una gelosia ossessiva e già da quando stavamo insieme prima del matrimonio, mi attribuiva relazioni fedifraghe inesistenti. Quando gli sorgeva un sospetto mi sottoponeva a sfinenti terzo grado, talvolta protratti con crudeltà fin nel cuore della notte, mentre, già stanco da una lunga giornata di lavoro, cascavo letteralmente dal sonno. A nulla valevano legittime giustificazioni e discolpe, la mia innocenza era scambiata per reticenza ostinata, capacità infida di mentire oltre ogni prova evidente. Di evidente c’ era unicamente la sua fissazione compulsiva: “Sei un gran porco” diceva, “So ben io di che pasta sei fatto. Ti conosco meglio delle mie tasche. Inutile che cerchi di darmi a bere d’essere un santo.” Non ero un santo certo, ma nessuno dei peccati di cui mi accusava avevano un fondamento al di fuori della sua vivace fantasia. Le proposi anche di andare insieme da uno psicologo, o da uno di quegli specialisti dei problemi di coppia: non l’avessi mai fatto! Mi aggredì riempiendomi di male parole: “Ecco! Oltre che porco, ora vorresti farmi anche passare per matta. Non avrei mai creduto che potessi giungere a tanto. Ma io non sono affatto da curare: le corna che mi fai si curano solo se ti taglio le palle.” Insomma non c’ era verso di porre argine a quella sua mania. Eppure l’amavo e per anni non avevo desiderato che lei. L’amavo comunque a discapito della sua mania e di quelle scenate di gelosia che periodicamente mi toccavano di subire, simili alla sindrome di una morbosa febbre malarica che tendeva a ripetersi con ciclica puntualità. Le ragioni addotte erano le più futili e talvolta incredibili: al ristorante, secondo lei, avevo guardato troppo insistentemente la "lontrona” del tavolo accanto al nostro, aveva notato che quando la tipa era andata al bagno, io l’ avevo seguita a ruota, con la scusa di lavarmi le mani, infatti ci avevo messo un tempo spropositato per tornare al tavolo. Eravamo poi tornati ai nostri posti quasi in contemporanea: io per primo, lei un minuto dopo di me, si era seduta sorridendo al tipo con cui era a cena, poi con lo stesso sorriso si era voltata nella nostra direzione puntandomi sfacciatamente per oltre trenta secondi. Prova evidente che l’avevo abbordata per ottenere un prossimo incontro. In realtà dovendo liberare la vescica e avevo trovato una nutrita coda davanti al bagno che, oltre al rischio di farmela addosso, mi aveva fatto attardare. Oppure, in ufficio si era assunta una nuova segretaria e io mi ero fermato mezz’ ora oltre l’orario di lavoro per flirtare con lei. Già mi vedeva intento a possederla, prona sulla scrivania. Di fatto il fermarmi oltre l’orario era stato causato da una di quelle interminabile riunioni di lavoro che ogni tanto piovevano tra capo e collo. Inutile argomentare sulla futilità di quei sospetti, le sentenze erano invariabilmente emesse su risibili prove indiziarie e deduzioni fantasiose. La cosa, nella sua drammaticità, aveva degli aspetti grotteschi, molte volte gli aspetti assurdi di quelle accuse più che indispettirmi mi inducevano a sorridere, benché l’essere confinato a dormire sul divano del salotto per più di una settimana, in attesa che le passasse l’ennesima fantasia del momento, aveva la sua bella dose di disagio. Così dopo quindici anni di ingiuste sentenze, emesse nell’ innocenza dai fatti imputati, decisi che pur amandola, di lì in avanti avrei subito quelle pene, ma a fronte di crimini realmente consumati. Lavoravo da anni presso un’azienda che operava nel settore moda-abbigliamento, in possesso di un centinaio di punti vendita che offrivano prodotti “uomo classico” e “moda giovane”: in sostanza una rete estesa su l’ intero territorio nazionale. In quella azienda ero entrato dieci anni prima con una forma di collaborazione saltuaria, poco remunerata e in nero, ma ero neo-padre e fresco di matrimonio, pertanto bisognoso di soldi per pagare l’affitto e il sostentamento della famiglia, quindi non potevo storcere il naso e rifiutare un qualsiasi lavoro che non fosse lo spaccio di stupefacenti in "piazzetta” o scippare la pensione alle vecchiette davanti agli uffici postali. Negli anni ero passato dal dipingere a mano i cartelli per i saldi di fine stagione, al creare l’immagine per i cartellini pendenti e le etichette dei prodotti a marchio commerciale di produzione , a l’allestire piccole scenografie vetrinistiche per il merchandising dei negozi. Lentamente mentre cresceva l’azienda e aumentavano le sue esigenze di comunicazione, crescevo professionalmente anche io, finché l’ufficio marketing espresse l’esigenza di dotare l’ impresa di una struttura interna per la grafica e la pubblicità, concepita con una sua autonomia operativa e un budget annuale da gestire, col compito d’ ideare campagne e promozioni sui mezzi stampa, le affissioni, la radio e la TV. Io dirigevo quella struttura, denominata “Centro immagine”, affiancato da cinque collaboratori e una segretaria, una piccola squadra affiatata ed efficiente. L’azienda era allocata in un edificio che all’ inizio del secolo ospitava una fabbrica di tubi e trafilati metallici. La struttura ricordava gli edifici di archeologia industriale di fine ottocento: mattone rosso a vista e ampi finestroni al primo e secondo piano. Rispettando l’estetica originale, l’esterno era stato restaurato riportando la muratura allo splendore originario, mentre l’interno aveva subito una radicale ristrutturazione degli spazi, trasformati in ambienti di moderni e funzionali uffici per le diverse funzioni di lavoro. L’edificio occupava un’area a forma di lungo triangolo scaleno, con la punta acuta mozzata: la facciata, che ne costituiva l’ipotenusa, guardava su una stretta via, costeggiata in tutta la sua lunghezza, da un ramo ferroviario di raccordo con la stazione di Porta Susa e diretto alla vicina stazione di Porta Nuova. La massicciata ferroviaria, posta su un livello inferiore rispetto alla strada, era separata da essa attraverso una bassa siepe. Di là dalla strada ferrata, una piccola via speculare ospitava due caseggiati di tre piani ciascuna, divisi da una piccola via traversa: condomini di edilizia popolare risalenti agli anni cinquanta, abitati da famiglie operaie. Il gli uffici della mia struttura occupavano degli spazi al piano terreno dell’azienda: tre grandi sale con luminosi finestroni aperti sulla via, arredati con mobili di moderno design. Un quarto ambiente decisamente ampio, con portone carraio, era adibito a laboratorio e magazzino: al suo interno si trovava una porzione chiusa a camera oscura, in sua adiacenza vi era un’area “sala pose”, un’altra porzione ospitava tavoloni da lavoro e una parete attrezzata con utensili per la realizzazione di campioni “moke-up”. La parte di spazio rimanente, attrezzata con stagere a parete, era destinata al magazzinaggio dei materiali d’uso corrente. Uno studio pubblicitario in formato ridotto, nato in parte grazie alla mia capacità artistica e organizzativa profusa in un decennio d’ intenso lavoro, che, alla fine, mi aveva fruttato una posizione regolarizzata e retribuita il giusto. Se la mia vita matrimoniale riservava più spine che rose, almeno quella lavorativa mi regalava un discreto profumo di successo. Le mie giornate trascorrevano tra studi d’immagine coordinata e continua ricerca creativa per l’ideazione delle future campagne stagionali da lanciare sui media. Una sorta di frenetica tranquillità, fino a una luminosa mattina di primavera. Quando uno dei giovani del mio staff, uscito di prima mattina sulla via, per vuotare il cestino della carta nel cassone dei rifiuti, rientrò con trafelato e il viso in fiamme, urlando: “Raga, venite! Al terzo piano del secondo palazzo di fronte, c’è una gnocca, con due tette così, che si spoglia dietro alla finestra”. (Continua)
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