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  1. Mirko Bacci

    Kentucky Fried Cicken

    Entro nel locale di fretta… giusto per riempire il vuoto esistenziale che a quell’ora si localizza nello stomaco. La fretta aiuta a simulare l’avere qualcosa da fare di interessante dopo lo spuntino. Il locale è disarredato in maniera spoglia… sarà costato una fortuna alla compagnia quel vizietto minimalista. - “ Vorrei un pollo o anche una piccola parte “ – chiedo appoggiando il gomito al bancone assumendo l’aria vissuta che ritengo necessaria allo scopo di rompere la monotonia minimalista del luogo. Certo starei meglio sovrapposto ad una kenzia… sotto un ventilatore a pale, di quelli attaccati al soffitto che avrebbero fatto inturgidire il foulard di qualsiasi arredatrice, ma il gusto coloniale non si adatta alle esigenze di un fast food. Il cameriere è un uomo con la faccia vagamente bidimensionale e l’espressione di chi ha qualcosa da dire ma non l’ha mai detta per paura di non sembrare professionale. Sfrigge il pollo e me lo pone davanti, corredato da indistinte e policrome bustine di salse altrettanto devote allo spettro luminoso poi, come se dovesse prepararsi a sparare, afferra un distributore di acciaio e lo sospende minaccioso sopra la mia tazza - “ Un po’ di caffè? “ – chiede. Quel giorno non avevo certo voglia di caffè… - “ No, grazie… però gradirei ci mettesse una spruzzata di concezione superomistica dell’esistenza “ – chiedo consapevole della difficoltà di reperire un prodotto simile nei magazzini di Albukerque - “ Non ne abbiamo “ – mi risponde il cameriere mortificato – “ Mi dispiace “ - “ Difficile a trovarsi oggi…. “ – annuisco con aria consolatoria – “ … e poi le concezioni che si trovano in giro sono fregature “ - “ Non è che sia difficile trovarla, il problema è che appena comprata si deve stare attenti a conservarla bene, altrimenti degenera e succedono casini novecenteschi “ – Mi guardo intorno e comprendo la scelta minimalista: la compagnia e, probabilmente, anche il cameriere in prima persona, avevano avuto guai seri con il simbolismo – “e poi è una cosa che andrebbe venduta solo a chi non la richiede, c’è scritto così anche nel blister “ - - “ Comprendo, non si preoccupi, lo mangerò liscio “ – chiudo il discorso ed impugno un'ala - “ Comunque avevo il certificato medico…. e le prescrizioni ministeriali nelle confezioni sono solo delle scritte – " preciso. Il cameriere mi si avvicina con aria confidenziale - “ Senta… guardi…. non è originale, non è la stessa cosa, me ne rendo conto…. ma noi usiamo la rappresentatività democratica “ – mi fa prendendo da sotto il bancone un altro distributore – “ Vuole assaggiarla? “ - “ No, grazie, oggi avrei bisogno di sentirmi unico ed eccezionale “ – rispondo deluso - “ e poi non voto “. - “ Come non detto…. Ha provato con Benigni legge Dante? “ – Comprendo che il cameriere è una persona premurosa e ci tiene a soddisfare i propri clienti. - “ Un paio di volte ma non mi sono sentito così unico “ – ammetto - “ Colpa di Francesca? “ - “ No, è che non mi piace fare sesso alla presenza di tutti quegli uomini, Dante, Minosse, Virgilio….. “ - “ Paura del confronto? … eh, la capisco…“ oscilla la testa in segno di solidarietà - “ Beh…le ho già detto che oggi voglio sentirmi unico ed eccezionale no? “ - Rispondo un po’ piccato - “ Quando ci si confronta si rischia di fare danni all’ego “ – dice il cameriere annuendo - “ Va bene ci metta un po’ di democrazia, male non farà, ma non parlamentare la prego…. “ – faccio presto a rassegnarmi per fortuna - “ Senta lei mi sta simpatico… sa cosa le dico?... non ce la metto la democrazia, detto tra noi è già dentro al latte… la polverina ce l’aggiungiamo per fare scena…. sa com’è…. tutti quei colori… esigenze di marketing, insomma “ - “ Lo immaginavo, però mi merito un po’ di scena anch’io non crede? “ - rivendico il mio diritto all’effimero - “ Non mi dica che andrà a votare… “ – mi dice guardandomi con un'aria di delusione - “ No, in effetti no “ – lo rassicuro - “ Non mi sembra il tipo al quale facciano effetto i riti collettivi, oppure… le piace farsi illusioni? “ – mi propone con aria furtiva rimarcando specialmente la parola “ farsi “ - “ Ha delle illusioni? ” - chiedo interessato - “ Le ho terminate per oggi, ma giusto ieri è passato un rappresentante e ne ho ordinate tre casse “ - mi dice orgoglioso - “ E quando arrivano? “ so bene che il tempo che ho a disposizione non mi permetterà di aspettare che il rifornimento del fast food. - “ Penso tra due giorni con l’UPS “ - “ Sono di passaggio in città, è un peccato, mi sarebbe piaciuto assaggiarne una “ – in effetti è un pezzo che non ci pensavo, ma visto che sono saltate fuori mi stava venendo voglia di assaggiarne ancora, dopo tanti anni. - “ Non le ha mai assaggiate? “ – mi chiede - “ Da bambino ho fatto indigestione e poi non le ho più toccate… sa… una specie di rifiuto alimentare “ – dissi ricordandomi delle nottate trascorse tra spasmi dolorosi - “ A me è successa la stessa cosa con il salame agliato “ - “ Non mangia il salame agliato? “ – chiesi fingendo interesse - “ Non mangio salame in genere “ - “ Per colpa dell’indigestione? “ - “ No perché è tondo “ – stava iniziando a scoprirsi, pensavo. - “ Capisco, lei non mangia le cose tonde… capita a molti “ – in effetti conoscevo molte persone che non mangiavano cose tonde e non potei fare a meno di scuotere la testa - “ Mi sembra deluso “ - In effetti lo ero e se ne accorse subito. - “ No, solo che sa… insomma… il mio lavoro consiste proprio nel tracciare circonferenze “ – dico imbarazzato scoprendomi a mia volta - “ Mi dispiace… scusi ma non ce l’ho con i tracciatori di circonferenze, è solo una scelta personale “ - “ Non si preoccupi non la escluderò dai miei ricordi per questo… “ - dico per tranquillizzarlo della gaffe – “ Immagino quindi che lei viva un tempo lineare… “ - “ Si, lo ammetto….” – dice il cameriere con l’aria di sentirsi inquisito dalla mia domanda - “ …. però deterministico! “ - pronuncia quella frase quasi per ammorbidire nei miei confronti l’affermazione di prima - “ Beh, siete in molti… io ho lasciato il tempo lineare anni fa “ – lo dico con l’aria di uno che ne ha viste di tutti i colori - “ Comunque è la prima volta che un circonferenziere mi chiede concezioni superomistiche dell’esistenza sul pollo fritto “ – dice – “ Solitamente le preferiscono nel rhum “. - “ Il fatto è che non costa molto ed io, a differenza di lei e come avrà già compreso, sono indeterministico…. “ - “ Ah già mi scusi…. Non m’intendo molto di queste cose e vi confondo sempre con gli atei materialisti “ - “ Io sono ateo immateriale “ - “ Non crede alla sua esistenza?” – mi chiede incuriosito - “ Non sempre, dipende dalle circostanze, uno degli effetti dell’indeterminismo è appunto essere indeterminati, scusi la cacofonia “ – mentre lo dico noto l’inconsistenza del sapore del pollo, come se ci fossero solo dieci erbe, ma evito di lamentarmi - “ Quando piove? “ - “ Quando piove mi sembra di esistere in effetti, ma potrebbe essere per colpa dell’ombrello “ – spero di averlo accontentato - “ E adesso? “ - “ Adesso si, mi scappa la pipì “ - “ Il bagno è in fondo “ – dice indicandomi una porta semitrasparente in fondo alla sala - “ Non si preoccupi è solo un effetto quantico, passa presto “ – Lo tranquillizzo - “ Una volta ho conosciuto un buddhista che credeva di non esistere” - “ Secondo me lo sperava solamente” – di questa cosa ero certo, ma non volevo apparire troppo affermativo - “ Infatti è morto schiacciato da un camion” – il cameriere annuì - “ Capita ai buddhisti….“ – Sapevo che il numero di buddhisti schiacciati da camion era superiore a quello di qualsiasi altro. A un certo punto interrompe la conversazione per servire un’aranciata ad una donna accanto che scopro essere mia moglie. Sorseggio lentamente la mia pepsi mentre il cameriere e mia moglie, che evidentemente si conoscevano già, dialogano. Dopo poco mia moglie si allontana in direzione del bagno. Il cameriere mi guarda complice. - “ In questa città siamo quasi tutti lineari, che ci vuol fare…” – Dice riferendosi alle necessità fisiologiche di mia moglie. Sorrido ed alzo gli occhi al cielo in segno di rassegnazione divertita – “ Comunque desidera altro? “ - “ Vorrei dei generi di conforto “ – in effetti era una delle poche cose delle quali avessi realmente voglia - “ Perché? “ – una domanda non avrebbe dovuto fare e che mi fece comprendere quanto potesse essere solido il muro dell'incomunicabilità - “ Perché è un’espressione che mi è sempre piaciuta “ – mi pareva evidente. - “ Non ci sono incidenti o catastrofi in vista, posso prepararle un caffè in un bicchiere di carta però “ - disse con l’aria di pensare a qualche possibilità catastrofica di li a pochi attimi - “ Non è la stessa cosa, mancano le condizioni al contorno “ – Non avrei voluto essere così puntiglioso ma non sopportavo le approssimazioni. - “ Pare proprio che non riesca ad accontentarla, non posso far crollare il locale… perché io e la signora in bagno…. “ – capivo cosa intendeva - “….. Vivete un tempo lineare…lo so! Non si preoccupi, vada per il caffè.. “ – completai la frase nella maniera più ovvia - “ Nel bicchiere di carta? “ - “ Si… anzi no, in una tazza di plastica scolorita se ne avete” – se proprio dovevo rinunciare ai generi di conforto almeno avrei conservato parte della scena - “ Ce l’ho! “ dice il cameriere gongolante - “ Lei è molto gentile “ - sorrisi - “ Si ferma molto in città? “ - “ No, riparto stasera, è solo un breve viaggio di lavoro “ - “ Non penso che ne abbia vendute molte qui…eh? “ – chiese il barista con l’evidente intento di indagare il tessuto socioculturale della propria città. - “ Al contrario, ne ho vendute moltissime, ne vendo sempre molte da queste parti “ – mentre lo dicevo sapevo di dire una cosa che non si sarebbe mai immaginato - “ Ah… questo mi stupisce, non ne vedo mai in giro “ – si vede che era seccato di non essere a conoscenza delle perversioni dei propri concittadini - “ Molte persone preferiscono non esibirle, è un classico” – sapevo quello che dicevo, visto che mi toccava spesso tracciare circonferenze nascosto in qualche sgabuzzino. - “ Beh sa, è una piccola città… “ – indulgeva il cameriere con aria di scusa - “ E lei non sarebbe interessato? “ – Non che avessi voglia di venderne ancora, ma mi piaceva vedere che faccia avrebbe fatto un determinista alla mia offerta - “ Ad una circonferenza? No, le ho detto che sono deterministico “ – Era il tipo di risposta che mi aspettavo - “ Ne provi almeno una aperta… se chiusa è troppo “ - insistetti - “ Dovrei cambiare l’arredamento del locale e a Louisville, dove comandano, non capirebbero “ – si difese ipocritamente - “ Può sempre rivendere gli arredi, sono talmente minimalisti che dovrebbero valere una fortuna… specie quello sgabello “ – ed indicai lo sgabello di abete non piallato e costruito, probabilmente, con attrezzi di fortuna. - “ In effetti è vero, ma non sono sicuro che i clienti gradirebbero… e poi hanno fatto stampare il nome del locale su tutte le tazze” – ora si difendeva e non volevo essere troppo aggressivo. Del resto non mi piace far crollare le certezze di colpo, specie a chi non ama i generi di conforto. - “ Non insisto, vedo che lei conosce il suo lavoro” – gli dissi semplicemente - “ Che vuole farci, ormai sono anni che vivo qui…” – scoprii un velo di rassegnata malinconia - “ …. Ma se potesse….? ”- solidarizzai malizioso - “ Chissà, forse in un’altra vita….” - “ E’ buddhista anche lei?” - chiesi - “ No, facevo per dire…” – niente da fare… si era rinchiuso nell’amorevole guscio minimalista. - “ Beh, devo andare, non c’è bisogno che la paghi visto che oggi credo di non esistere… penso di non avere consumato nulla, comunque controlli…” – iniziai a congedarmi - “ In effetti non ha consumato nulla, arrivederci e grazie per la chiacchierata… le apro la porta? “ – mi chiese sempre gentilmente - “ Aspetto mia moglie, magari la apre a lei, io non ne ho bisogno perché in questo momento, non esistendo, posso rimanere immobile qui per allontanarmi“ – lo rassicurai - “ Deve venire qui? sarei lieto di conoscerla” - “ Chi? “ - “ Sua moglie, ha detto che la sta aspettando” – mi ricordò il cameriere - “ E’ già qui, è la signora che è andata al bagno - “ Ah…non avevo capito… ma come fate? “ – mi chiede. Mi aspettavo la domanda - “ In effetti è un problema, abbiamo sentito anche un consulente matrimoniale “ - “ E cosa ha detto?” - “ Che dovremmo stare più insieme “ - “ Può essere un problema vivendo in diversi spazi-tempo” – ora era il barista che assumeva l’aria di chi la sapeva lunga - “ Già… soprattutto la domenica…. Non sappiamo mai decidere dove andare o se essere “ – specificai mentre mia moglie usciva dal bagno - “ Un bel problema… comunque arrivederci, sua moglie sta tornando… e con il consulente matrimoniale funziona? “ – Pensai che anche lui avesse problemi matrimoniali vista l’ansia con la quale mi rivolse la domanda - “ Dipende, è indeterminato anche lui “ - “ E quindi? “ - “ Ci sono degli inconvenienti, quando crede di non esistere non comprende i nostri problemi “ – spiegai - “ E quando crede di esistere? “ mi chiede - “ Peggio, ci prova con mia moglie “.
  2. Roberto Ballardini

    Il sogno di Buddha (5di?)

    parte 1 parte 2 parte 3 parte 4 Spin off 1 Spin off 2 IL SOGNO DI BUDDHA Cinque Roberta ha portato il bambino a scuola con l’Harley, quella mattina, attirando su di sé gli sguardi critici degli altri genitori che, date le avverse condizioni meteorologiche, devono averla giudicata un’incosciente esibizionista. Non potevano sapere che il furgone stava dal meccanico, quella settimana, per essere sottoposto a una revisione di massima in vista del viaggio a Mirabilandia. L’officina è sempre la stessa di cui Roberta si serve da più di vent’anni. Il titolare ha quasi ottant’anni ed è un buon amico di suo padre. In più di un’occasione le ha permesso di portare la moto e di lavorarci lei stessa, servendosi dell’attrezzatura professionale. Omar, il giovane operaio dai capelli biondi legati sulla nuca, le ha posato spesso gli occhi addosso, indugiandovi ogni volta più di quanto fosse conveniente. Lei non ha mai fatto nulla per scoraggiarlo, anzi. Le è sempre piaciuto che gli uomini la guardassero, inutile negarlo, la considera una sua indole naturale, e non ha mai pensato di doversene vergognare. Lo sguardo di Federico, nei primi tempi, ingenuo e ansioso, le faceva spuntare il sorriso anche nelle giornate più stronze. Peccato non sia durato. D'altra parte, il concetto di impermanenza è la prima cosa che le hanno insegnato alle riunioni del circolo buddhista e quindi, forse, non avrebbe dovuto fargliene una colpa allora. Magari avrebbe dovuto aspettare che il loro matrimonio evolvesse in qualche altro modo, ma le prospettive non sembravano buone. Lui, a un certo punto, aveva cominciato a diventare sempre più ombroso. Sembrava un animale chiuso in gabbia. Sembrava che… Che avesse voglia di restare solo, pensa fermando la moto davanti al capannone. Ecco che cosa l’aveva indisposta più di ogni altra cosa. Ma poi come avrebbe potuto rimanere ferma quando allora il mondo sembrava ancora pieno di possibilità? Quando fuori dall’appartamento in cui convivevano, sempre più silenzioso, c’erano così tante persone con una gran voglia di agire, emozionarsi, vivere, invece di leggere e rimuginare sempre come faceva lui. Quando entra nell’officina, trova soltanto Omar, piegato sotto il cofano di una Volkswagen. Il ragazzo le viene incontro pulendosi le mani in uno straccio. Il vecchio non c’è, la informa. Ormai viene sempre più di rado e ha perso gran parte della clientela perché lui da solo non può mica fare miracoli. La gente si stufa di aspettare troppo a lungo. La accompagna fino al furgone. La sua voglia di impressionarla si intuisce dall’enfasi con cui le spiega quali lavori ha eseguito. La voglia di avere con lei un approccio diverso, invece, è implicita nel modo in cui non le stacca gli occhi di dosso nemmeno per un istante. Quel giorno c’è qualcosa di diverso nel suo atteggiamento, qualcosa che ha tutta l’aria di doversi mostrare al più presto. Lo si capisce da come quella loquacità suona premeditata, studiata in previsione dell’azione. Raggiungono il piccolo ufficio polveroso, circondati dai soliti calendari di strafiche. Lui entra nel bagnetto, le gira le spalle e piscia nel cesso senza preoccuparsi di chiudere la porta. Si lava le mani nel minuscolo lavandino e siede al tavolino per prepararle il conto, lasciandole scivolare en passant la mano sul fianco. Un contatto che già racchiude in sè una nuova intimità, o perlomeno l’intenzione di raggiungerla nei prossimi minuti. In piedi lì accanto, Roberta non deve attendere molto prima che la mano di lui si insinui da dietro tra le sue gambe, sotto il culo, per risalire davanti lungo la linea dentellata della cintura lampo. Non oppone alcuna resistenza, anzi. Il ragazzo le è garbato fin dal primo momento, con quell’arroganza contenuta, lo sguardo ombroso, il tatuaggio che sale lungo il collo fin sotto il lobo dell’orecchio. Con quella voglia che sembra trasudare dai pori della pelle. Quando lui va a chiudere la porta dell’officina e appendere il cartello che avvisa della momentanea sospensione del servizio, lei lo aspetta appoggiata alla fotocopiatrice, il respiro già grosso. Omar rientra nell’ufficio con gli occhi che sembrano quelli di un demonio. Le afferra un braccio e la spinge nel bagnetto. Se non ci fosse la porta aperta, brucerebbero l’aria respirabile nello spazio di pochi secondi. Insieme occupano tutto lo spazio disponibile, lì dentro. Il bordo del minuscolo lavandino le spinge sotto le natiche, lui entra ed esce con la lingua dalla sua bocca come se la stesse già scopando. Le mani si infilano sotto il maglione e risalgono come ragni lungo la schiena. Le sganciano abilmente il reggiseno, sollevano il tutto e scodellano i seni contro la tuta, li afferrano, lasciano sulla pelle bianca scure ditate d’olio da motore. Poi la fa girare bruscamente e lei si ritrova a guardarsi nel piccolo specchio senza cornice, i capelli sulla faccia, la bocca schiusa, il seno imbrattato. È come guardarsi in un vecchio sogno già fatto più volte, nel quale non ha più il controllo di nulla, né della situazione, né del proprio corpo. Quando il ragazzo le tira giù con uno strattone prima il giubbotto di pelle, intrappolandole le braccia, e poi i pantaloni e le mutandine, ha un leggero capogiro ed è come se tutti i suoi muscoli rilasciassero il tono e si allentassero. Gli odori diventano più intensi, stordenti. I detergenti usati dalla donna delle pulizie, quel persistente fondo di urina che comunque non abbandona mai i bagni usati soltanto dagli uomini, le mani di lui, il sudore, l’afrore del sesso sempre più acre e inebriante. Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo. Il manipolo di praticanti e aspiranti buddhisti recita il mantra con solerte dedizione. Difficile sapere quante delle persone riunite in quel salotto dall’estetica decisamente rustica siano davvero convinte che la formula abbia una qualche correlazione con l’intero universo (non solo per il suo complesso significato ma per il suono stesso delle parole che la compongono). Roberta è seduta nel divano insieme a Carla, sua amica nonché collega di lavoro, di origine francese, e a un’altra tizia magrolina dai capelli fiammati e soffici come una nuvola di vapore, che fa la parrucchiera in quello stesso paesino in cui si sono radunati. Otto donne e sei uomini, in gran parte tra i quaranta e i cinquanta, ma ci sono anche un paio di ragazzi. In genere questo tipo di ritrovi non attira molta gioventù da queste parti, non tanto per il tema in oggetto (il buddhismo ha una sua nicchia di followers che attraversa qualsiasi categoria di età, sesso, razza) ma piuttosto perché il loro carattere casalingo imprime al tutto una inevitabile sfumatura di pateticità. Ci viene al massimo qualche figlio\a di un affiliato adulto, come nel caso dei due ragazzi presenti, ma in genere non dura molto. Roberta, dopo essersi lasciata scivolare nel divano come se fosse a casa sua, si tira su e siede sul bordo del cuscino. La sua insofferenza non sfugge a Clara. L'amica le chiede se c’è qualcosa che non va. Lei dice che no, va tutto bene, evitando di confidarsi a proposito dell’irritazione nelle parti intime. Il ragazzo dell’officina ha insistito per vederla ancora, dopo il loro primo estemporaneo rapporto carnale, e lei ha acconsentito ad andare a casa sua almeno un paio di volte, lasciando il figlio dalla sorella. È stato divertente, fino a un certo punto, Anzi, di più, è stata una serie di scopate sensazionali, ma poi Omar ha cominciato a diventare violento. Non ha oltrepassato il limite, ma le ha dato l’idea che potesse farlo se lei non se ne fosse andata. E ha dovuto insistere un bel po’ per riuscire a tornarsene a casa sua. Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo. Roberta recita il mantra insieme a tutti gli altri, ma più che entrare in sintonia con l’universo, a lei sta prendendo un abbiocco di quelli buoni. continua
  3. Roberto Ballardini

    Il silenzio e la matematica

    Comm1 Comm2 Ma io sono al di fuori e sto guardando dentro posso vedere attraverso di te vedere i tuoi veri colori perché dentro sei brutta, brutta come me. Posso vedere attraverso di te vedere il tuo vero io... Staind, Outside IL SILENZIO E LA MATEMATICA Alla maggior parte degli uomini piacciono le tette grosse. È un dato di fatto, incontrovertibile. Iara sa, però, che se oltre al seno sei grossa tutta quanta, allora per i ragazzi non sei più una superfica. Sei una mucca. Iara non parla, è muta dalla nascita. Siede in uno degli ultimi banchi e non le piace studiare. Non le piace nemmeno la scuola, anche se possiede un’intelligenza e una perspicacia fuori dal comune di cui nessuno ha modo di accorgersi. Non legge il pensiero, ma quasi. Il suo handicap la preserva dal razzismo esplicito degli altri studenti, ma è consapevole di ciò che dicono alle sue spalle. La sua zuccherosa famiglia non le è di nessun aiuto. Sua madre e suo padre si fanno in quattro per renderle la vita più facile, ma lei disprezza la vita facile e disprezza anche i suoi genitori per come occultano il peso che schiaccia le loro vite. E per come anch’essi, con tutto quell’insignificante amore, non siano in grado di registrare la sua esistenza. Nessuno ha mai capito un accidente di lei, nemmeno i dottori da cui l’hanno portata, tutti concordi nel sostenere che non c’è nessuna ragione per cui non debba parlare. A Iara non sfugge nulla. Quando l’insegnante di educazione fisica, il prof Ginisella, comincia a manifestare verso di lei un’attenzione fuori dal comune, tutti pensano che lo faccia per bontà d’animo, ma lei intuisce subito cosa vuole e perché lo vuole da lei. Al riparo da orecchie indiscrete, le offre un passaggio, una sera. La fa salire in macchina in una delle stradine buie e poco trafficate dietro la scuola, e si sposta a qualche isolato di distanza, entrando con l’auto in un cantiere chiuso di cui conosce l’ubicazione delle chiavi perché ci lavora suo fratello. In seguito Iara verrà a sapere che l’uomo ci porta in genere le prostitute e qualche troia da bar di sua conoscenza. Lei acconsente a qualsiasi richiesta, senza opporre resistenza. Glielo prende in bocca e poi tra i seni, e lui le viene in faccia, per soddisfare le fantasie targate You Porn. Perché non si rifiuta? Perché dovrebbe farlo se l’intero contesto in cui vive, familiare e scolastico, non le dà la minima soddisfazione? Ha pensato che magari le sarebbe piaciuto avere un qualche tipo di…potere d’acquisto, chiamiamolo così. Invece la infastidisce fin da subito l’arroganza dell’ometto tarchiato e peloso che pensa di poterle offrire più di quanto una come lei potrebbe mai ottenere. L’episodio si è verifica una volta sola. Dopo il prof non la cerca più, né le riserva ancora un qualche tipo di trattamento particolare. Iara sa che si è pentito della propria temerarietà e ora ha paura, ma non le interessa. È stato un episodio insignificante. Non avrà alcuna attinenza con il brutto incidente che avrà luogo di lì a qualche giorno. È più o meno nello stesso periodo che Roberta Fraiese le si avvicina con l’intenzione di diventare sua amica. La prima cosa che a Iara viene in mente è: cazzo vuole questa? E, in effetti, la perplessità è legittima dato che il loro accostamento è davvero improbabile. La prima è sottile, elegante, socievole. Ha un bel ragazzo con il quale, malgrado l’età, sembra intenzionata a fare sul serio (sic!). La seconda indossa un giubbotto verde militare e un berretto che non si toglie mai, nemmeno in classe, è sgraziata e in genere evita di guardare le persone intorno. L’approccio di Roberta verte intorno al suo nome. Le spiega: «Yara ha origine araba, e significa piccola farfalla.» Iara le punta addosso uno sguardo ottuso che classifica l’affermazione come la scemenza più grande che le sia mai capitato di ascoltare, poi si impietosisce per l’imbarazzo dell’altra e annuisce, incoraggiandola involontariamente a proseguire. Da lì in avanti la perseveranza di Roberta è tale da non lasciare alla ragazza muta altra scelta che sopportare la sua presenza. Anche in questo caso, Iara comprende fin troppo bene le motivazioni dell’interesse nei suoi confronti. Roberta non la vede come una persona, ma come l’opportunità di fare qualcosa di nobile di cui in quel momento, per ragioni sue imperscrutabili (Iara non legge il pensiero, l’abbiamo detto. Non ancora), ha bisogno. E quindi avanti con un profluvio di scrittori della cui conoscenza sembra non si possa assolutamente fare a meno. E giù a spiegarle il significato nascosto di poesie incomprensibili. Il mutismo della ragazza lascia all’altra uno spazio insperato ed elettrizzante. Dal canto suo, lei ascolta impassibile e pensa che se proprio si deve lambiccare il cervello per risolvere degli indovinelli, l’enigmistica è senz’altro più facile, divertente ed economica. Il fatto è che a Iara non piace la poesia, né la letteratura in generale. Mille volte meglio la matematica. Reale, solida, impietosa. A differenza della letteratura, che sembra dipendere dagli umori degli autori che la praticano, la matematica quella è e quella rimane. Iara sa che il silenzio e la matematica sono due spade formidabili, due lame lucenti e letali, perché l’oscena macchina che ora chiamano mondo - vita, società, modernità - ha paura principalmente di due cose: di pensare e fare i conti con la realtà. Anche l'improbabile sodalizio con una delle ragazze meglio inquadrate di tutto il panorama scolastico, non avrà alcun peso sull’incidente di cui si farà menzione persino sui media nazionali. Incidente che non avrà nessun sintomo premonitore, nessun insopportabile disagio di cui farsi manifesto, nessuna reale causa apparente, anche se tutte le persone normali non perderanno nemmeno un secondo prima di attribuirla alla sua condizione. In realtà non c’è nessun motivo per cui debba accadere, eppure accade. Mancano appena due giorni alla chiusura della scuola per le vacanze di Natale. La professoressa di lettere scorre il registro e alza gli occhi verso il fondo dell’aula. Sospira. Ha rimandato fino all’ultimo, perché quella ragazza grossa e scorbutica che si è barricata dietro la kefiah e il proprio handicap, la mette a disagio. Non sa come prenderla, ma non può certo ignorarla, e quindi la chiama alla cattedra per una informale interrogazione. Dopo aver pronunciato il suo nome, riabbassa gli occhi e attende rassegnata di sbrigare l’incombenza. Allo stesso modo, nessuno degli studenti alza gli occhi su Iara mentre si alza e si incammina lungo il corridoio centrale tra i banchi. Dopotutto, si sentono quasi in imbarazzo per lei, per il modo in cui non ha mai fatto nulla per integrarsi, per il suo essere sempre e comunque inopportuna, fuori posto. Ovviamente non hanno mai pensato a quale posto, secondo loro, dovrebbe risultarle più congeniale. Sono convinti che quelle come lei, sfigate fino al midollo, siano destinate a scoccombere. È soltanto quando arriva a metà corridoio, che si leva il primo grido. A quel punto, tutti si voltano a guardare, e tutti spalancano gli occhi e la bocca per l’orrore. Iara cammina con noncuranza, senza fretta, mentre il sangue le scorre sulle dita e lascia una scia scarlatta sul pavimento bianco, dietro di lei. Sul banco è rimasta la lametta, anch’essa macchiata di sangue. Il primo a venire in ospedale, dopo i genitori, è il professor Ginisella. È già passato qualche giorno e la ragazza è fuori pericolo. Il padre e la madre non l’hanno lasciata sola nemmeno per un istante, all’inizio, ma ora sono dovuti tornare ai rispettivi lavori. Con lei si sono mostrati sinceramente preoccupati, ma non hanno mai smesso di sorridere, anche se era evidente che già pensavano a quanto si complicava la vita dopo quello che hanno interpretato, al pari di tutti gli altri, come un tentato suicidio. L’ometto tarchiato ha aspettato di trovarla sola, prima di entrare. Dopo qualche impacciato convenevole, le pone la domanda che Iara ha pronosticato fin dal suo ingresso. «L’hai fatto per quello che è successo tra noi due? Perché se è così, credimi, mi dispiace moltissimo…» Iara lo guarda dal cuscino, senza espressione. È bravissima a nascondere il disprezzo, la nausea, persino la furia che ha volte le si scatena dentro, ma non quella volta. Non c’è nulla nel comportamento del suo insegnante che possa indignarla, nulla che non immaginasse già. Fa cenno di no con la testa e subito il sollievo appare sul volto dell’ometto come il sole dopo un temporale. Dice qualcos’altro, chiaramente, di talmente inutile che non vale la pena riportarlo. Se ne va, con un misero saluto, e ritorna alla povera vita che lo attende come uno straccio bagnato che nessuno strizzerà mai. Roberta si affaccia nella camera con circospezione. Dalla porta osserva la ragazza nel letto dell’ospedale, grossa, brutta, inespressiva, e un tremito le corre giù lungo la spina dorsale. Un ciao fragile come una farfalla le esce dalle labbra e si dissolve a metà strada, tanto che Iara nemmeno lo sente. Si accorge di lei per via del riflesso sul vetro della finestra. Quando si volta nella sua direzione, il sorriso di Roberta trema sulle labbra più insicuro che mai. Si siede accanto al letto con aria contrita. Sembra avere una gran voglia di assumersi la colpa di quello che è successo. Iara stringe gli occhi e pensa che i suoi sentimenti siano troppo aggrovigliati persino per lei. Non riesce a capirla e la sua apprensione la sta soffocando. Si sporge verso il comodino, apre l’anta in basso e prende le sigarette e l’accendino nascosti in una tasca dello zaino, poi si alza dal letto e fa cenno di seguirla. Roberta la guarda perplessa. Le fasciature sui polsi la mettono in soggezione. Obbedisce senza nemmeno esprimere la sua opinione negativa in merito alle sigarette. Escono sul piccolo terrazzo in fondo al corridoio. Iara con le ciabatte e il giubbotto militare infilato sopra il camice dell’ospedale, i capelli lisci e flosci, il colorito malsano, due brufoli arrossati sopra l’occhio destro. Roberta tutta in nero, un bel maglioncino a collo alto, stivali di pelle e un piercing discreto sulla narice. Appena sono fuori, Iara si accende la paglia e Roberta dà sfogo all’emozione. «Questa cosa mi ha addolorato moltissimo. In questi giorni ci ho riflettuto davvero tanto. Ho pensato a tutto ciò che avrei potuto fare e non ho fatto per alleviare il disagio che provi, per capirti e aiutarti. Sai, io penso che l’idea di avere un futuro sia l’elemento essenziale per rendere felici le persone e forse…Ho pensato che forse tu non ce l’hai, questa idea, e che se mi dai un po’ di fiducia, magari possiamo anche costruirlo insieme. Sai, sto imparando il linguaggio dei segni, così magari comunichiamo meglio.» Iara solleva il viso verso il sole. Bellissimo. Le piace la deferenza che il suo gesto ha innescato nei genitori e in tutti quelli che le girano intorno. «Risparmiati la fatica» le risponde con una voce ruvida e profonda, lasciandola gelata. Le passa accanto senza nessuna espressione, che poi invece è la sua e le piace un pacco. «E tieniti il futuro, stronza. Io ho le mie bellissime cicatrici.» Butta la cicca oltre il parapetto e rientra nell’edificio.
  4. giozze

    La strada per Babilonia

    Nome: La strada per Babilonia Generi trattati: Credo tutti (anche illustrati) Modalità di invio dei manoscritti: http://www.babiloniaedizioni.com/invia-un-manoscritto Distribuzione: Libri diffusi, in alternativa FastBook o Cento Libri Sito: http://www.babiloniaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/babilonia.edizioni/ Ciao a tutti, volevo chiedere se per caso qualcuno ha avuto esperienze oppure ha delle informazioni sulla CE La strada per Babilonia, nata dalla collaborazione tra Milena Edizioni e dall'associazione Destinazione Libri. Si dicono totalmente free e con distributore nazionale. Sono nati da poco ma sembrano molto attivi. Ho dei dubbi per quanto riguarda la promozione. Grazie!
  5. cia78

    Morphema edizioni

    Nome: Morphema edizioni Generi: vari Modalità di invio manoscritti: fabio@morphema.it Distribuzione: Sito: www.morphema.it Facebook:https://www.facebook.com/Morphema-Editrice-1576074885964050/ Buonasera, sto cercando informazioni su questa casa editrice. Vorrei soprattutto capire se è free o a pagamento. Qualcuno ha notizie da condividere? Grazie mille.
  6. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  7. Divergenze

    Divergenze Edizioni

    Nome: Divergenze Generi trattati: Narrativa, Saggistica Modalità di invio dei manoscritti: "Leggiamo tutte le opere inviate, e in qualunque formato. A ognuna di esse sarà data risposta in tempi ragionevoli, non oltre i 30 giorni. Anche in caso negativo. Dunque, non abbiate paura ad inviare i vostri manoscritti, abbiate paura della nostra selezione. Inviate il vostro manoscritto a manoscritti@divergenze.eu" (https://divergenze.eu/manoscritti/) Distribuzione: Fastbook Sito: https://divergenze.eu/ Facebook: https://www.facebook.com/divergenzeditore/ Instagram: https://www.instagram.com/divergenzeditore/ Twitter: https://twitter.com/divergenzeediz Buongiorno, sono Alice Bottoni dell'Ufficio Stampa di una nuova realtà editoriale non a pagamento che vorrei presentarvi: si chiama "Divergenze" ed è stata fondata da Fabio Ivan Pigola, consulente letterario, saggista, responsabile della webzine Kultural (http://www.kultural.eu/) e studioso di scienze politiche, storiche e sociali. La casa editrice si propone di promuovere opere di autori classici e contemporanei, riscoperte del passato, esplorazioni della tradizione e di una letteratura che agisce sull’attualità. Dunque romanzi ma anche teatro, novelle, poesie, racconti, saggi, monografie ed altre provocanti esperienze dell’immaginazione. Il lavoro della casa editrice è incentrato sulla ricerca della qualità dei testi ma anche sul pregio dell’oggetto-libro in sé, dei suoi materiali. Copertine avoriate, legatura con filo di refe e sobrietà del paratesto, che per scelta reca solo i dati fondamentali: nome dell’autore, titolo dell’opera e logo dell’editore. Ogni edizione sarà corredata di apparato critico, spunti e scritti di studiosi, intellettuali e ricercatori, spigolature linguistiche, curiosità, eventuali documenti fotografici. Per ulteriori informazioni scrivere a: info@divergenze.eu
  8. SBond

    I gufi non ridono mai

    Ancora due passi. Poi altri due. Mi piace un sacco giocare ad essere un animale selvatico. Mi nascondo tra i cespugli, o salgo su un albero e mi faccio piccolo-piccolo. Se penso intensamente di essere invisibile, gli adulti mi passano a pochi centimetri di distanza, senza nemmeno vedermi. Una volta, tornando a casa, un gregge mi ha sorpreso allo scoperto. Ero uscito dalla boscaglia verso un enorme prato e il rumore dei campanacci mi aveva colpito, secco come uno schiaffo. Una valanga di pecore che si riversava verso di me. Significava pastori che urlavano improperi. E cani cattivi che mi avrebbero di certo inseguito. Mi ero arrampicato su un vecchio carrubo, cercando l’intreccio di rami più fitto. Poi mi ero accoccolato là, le gambe ripiegate su sé stesse, le braccia serrate contro il petto. Ero un gufo, uno di quelli piccoli e grigi che la notte strilla chiù e non mi fa dormire. Se penso intensamente di essere un gufo magari lo divento veramente. Il pastore mi era passato sotto grattandosi la pancia grossa e nera. Si era fermato di botto e aveva alzato lo sguardo, dritto verso di me. L’imbarazzo mi aveva infuocato il bordo delle orecchie. Non mi aveva visto. Usando il bastone aveva avvicinato a sé uno dei rami più bassi per cogliere una carruba, ma doveva essere acerba perché l’ha sputata. Poi si era sbottonato la patta e aveva pisciato ai piedi dell’albero. La pancia era così grossa che non riuscivo nemmeno a vedergli il pisello. Avevo messo un’ala davanti alla bocca per fermare le risate. I gufi non ridono mai. Ero riuscito a sfuggire al pastore, ma i cani non riuscivo mai ad ingannarli. Ne arrivarono due. Grossi, sporchi e barbuti, con ciuffi di pelo vecchio ancora attaccati alla schiena. Odorarono il piscio del loro padrone e ci urinarono sopra a loro volta. Poi un odore dovette attirarli, proprio mentre se ne andarono. Tornarono sui loro passi, aggirando l’albero col naso a terra. Annusarono anche il tronco, le zampe da leone poggiate sulla ruvida corteccia. Un sordo brontolio e le code che si dimenavano: mi avevano scoperto. Cominciarono ad andare avanti e indietro, sempre più eccitati. Se fossi stato un gufo mi ci sarei gettato sopra, cavandogli gli occhi con uno stridio. Invece ero un bambino. Forse se avessi avuto dodici anni sarei stato abbastanza grande da spaventarli. Invece di anni ne avevo nove e mi avrebbero fatto letteralmente a pezzi. Rimasi lì per un bel pezzo. Il sole, basso sul mare, rendeva tutto dorato e luccicante. Era bello, ma io ero nei guai. I cagnacci non ne volevano sapere di andarsene. Mamma me le aveva suonate di santa ragione, perché la regola era di tornare prima del tramonto. Stavolta però sarebbe andata diversamente...
  9. King90

    Massimiliano Parente

    Si tratta di uno scrittore italiano, nato a Grosseto nel 1970. E' semisconosciuto ed io l'ho scoperto da pochi mesi. Tuttavia, ha uno stile molto provocatorio. Ho letto due delle sue opere "L'Amore ai tempi di Batman" e "Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler"; entrambe le opere mi hanno ricordato molto lo stile di Chuck Palahniuk. Nella prima opera, vediamo il protagonista, un uomo comune italiano, iniziare a vestirsi da Batman per amore di... Sasha Grey. Nella seconda, il protagonista si chiama Max Fontana, un artista provocatore di arte contemporanea, grande fan di Hitler, crede che sia il più grande artista in assoluto e s'ispira a lui per provocare quanto più possibile. Volevo sapere se qualcuno si è trovato a leggere qualcosa di questo autore.
  10. SBond

    Farfalle

    Prendevo lezioni da Andrea sulle farfalle, come una scolaretta assetata di sapere. Ogni tanto le nostre braccia si sfioravano. I capelli ci danzavano davanti agli occhi, tutti e due chini sulla guida dei lepidotteri o sullo schermo della sua macchina fotografica digitale. Era allora che il mio comportamento da animale selvatico si risvegliava. Partiva dal basso ventre e comandava braccia e gambe, indipendentemente dalla mia volontà. Mi allontanava, rendendomi schiva e sospettosa. Vedevo secondi fini in ogni sua azione. Poi me ne pentivo. Ero dominata quella forza interiore che rende il selvatico sempre sul chi va là. Che gli impedisce di abbassare la guardia, di concedersi. Di ignorare un fruscio, di chiudere i denti su un boccone prelibato, offerto da una mano tremante. In quei momenti dovevo lottare contro me stessa per rimontare sulla bicicletta e tornarmene a casa. Lui lo sapeva, ne ero certo. Leggeva ogni ombra sul mio viso e ne anticipava i comportamenti, con galanteria. Mi diceva di concentrarmi sulle farfalle, solo sulle farfalle. E sorrideva. Quell’arco perfetto sul suo viso mi teneva incollato a lui. -Ogni volta che devo spiegare un concetto, lo faccio come se avessi davanti mia nonna- diceva, strizzandomi l’occhio. Lo immaginavo così anche con le sue studentesse, carismatico e ammiccante. Una di quelle farfalle che vola di fiore in fiore, ma non si posa mai veramente da nessuna parte. Ecco, era questo ad alimentare in me sensazioni opposte nei suoi confronti. Come i gatti che vengono a chiederti le coccole e poi, d’improvviso, ti artigliano una mano. Era carino con me, rispondeva a tutto quello che gli chiedevo con entusiasmo. Galante, a volte fin troppo. Scherzavamo insieme, ma non scadeva mai in una battuta volgare, in una provocazione. Più di una volta lo avevo sorpreso a guardarmi e aveva subito distolto lo sguardo, la sorpresa dipinta sul volto. In quelle occasioni aveva scaltramente glissato l’imbarazzo con domande ben mirate, su argomenti noiosi e distanti. Insomma, non faceva mai un passo in più verso di me, né poneva limiti alla mia sfrontatezza sempre maggiore. Mi spintonava scherzosamente e non si faceva problemi a legarmi i capelli se glielo chiedevo. Ma se facevo un passo di troppo, lui ne faceva uno indietro, in un tango sincronizzato in mezzo al prato in fiore. Mi faceva ammattire, in un gioco al gatto e topo. Era un equilibrista del piacere, camminava a passi misurati sul filo teso del sentimento.
  11. Claudio Piras Moreno

    Macerie - Claudio Piras Moreno

    Titolo: Macerie Autore: Claudio Piras Moreno Casa editrice: Amazon ISBN: 9781541250338 Data di pubblicazione (o di uscita): 1a edizione 01/14, 2a edizione 06/16 Prezzo della versione cartacea: 13 euro, digitale: 2,99 euro. Genere: Realismo magico Pagine: 200 Quarta di copertina: Durante un’alluvione una frana distrugge il paese di Antro e con esso svanisce ogni possibilità per Pietro di ricordare il proprio passato. Mentre tra le macerie ancora si scava, i sogni lo tormentano e lo guidano. Egli allora torna ad Antro e vi trova un ultimo superstite: Antòni. Lo porta a casa convinto che possa rendergli il passato ricomponendo la sua storia e quella del paese, e iniziano a succedersi i racconti. Antòni gli racconta “delle genti” ormai scomparse di Antro. Storie drammatiche e poetiche, difficili da credere, perché non tutto quello che lui racconta corrisponde a quanto i superstiti rammentano. Chi è allora Antòni? Mente dunque quando dice di parlare con i fantasmi di Antro? Difficile dirlo, ma pian piano le sue parole paiono indicare una via di redenzione per un’umanità colpevole e innocente insieme... Il romanzo è stato definito da Mattia Signorini, in una discussione del Writer's dream, come una sorta di Antologia di Spoon River romanzata. "Ognuno pativa la vendetta del paese sepolto dalla montagna e ripudiato dai suoi cittadini, che ad altro non pensavano che a dimenticarlo." "Quel luogo solitario e misterioso in cui sto rinchiuso è come una dimora per me, e se anche mi cercassero, lì non mi troverebbero. Anzi, alcuni che dicono di sapere dove sono, mi guardano con espressione ebete, senza scorgermi. La mia esistenza è presunta e non consensuale, perciò è preclusa a chiunque, e ancor più a loro. Quanti di voi hanno dato il consenso senza saperlo? Ora lo ritirerebbero! Ma non si può tornare indietro. Ogni errore compiuto ha messo radici nella nostra vita e non vi è modo di estirparlo." "Con il mio raccontare mi sono opposto all’oblio, al sedimento della polvere, alla morte. Con il mio corpo ho sfidato le leggi del probabile e ho portato una speranza. L’ho fatto aiutato dai morti di Antro, sopravvivendo, e poi facendo rivivere le loro storie, senza arrendermi nemmeno all’acqua e alle ruspe." Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Macerie-Claudio-Piras-Moreno-ebook/dp/B01GSNNJZ0
  12. Mario A.

    Lo scecco

    Il 15/2/2018 alle 23:47, gmela ha detto: Poi è toccato a mamma Irene e mamma Emma: saltate su per prestarle Bel pezzo, sono già curioso di conoscere il resto, divertente e lineare. Bravo! non capisco però quei duei punti. <<Si è vero devo andare prendere tutto alla casa sul fiume>>. Il vecchio senza neanche voltarsi gli fece una proposta. <<Sai guidare l’ape?>>. <<No, ma non penso sia difficile! Vero?>>. Il vecchio sorrise, l’ape non era un mezzo, era uno stile di vita. <<Di sicuro più facile che montare un asino!>> . L’ape, uno strano mezzo che regnava nelle campagne da ormai cinquanta anni, un mezzo che per i contadini aveva segnato una rivoluzione. Ma il suo arrivo fù una tragedia per qualcun altro, non parlo di un individuo ma di un intera una specie. L’ape decretò l’inizio del processo di estinzione degli asini privandoli del secolare ruolo che avevano avuto nella storia dell’uomo. Dalla proposta di prestargli l’ape il vecchio passò velocemente ad una dissertazione sulla storia dello Sceccu, cosi che veniva chiamato l’asino in sicilia. Molti dei detti e delle fiabe popolari hanno sempre l’asino o come protagonista o coprotagonista, perché lui era costantemente presente nella vita dei contadini. L’arrivo dell’ape aveva totalmente rimpiazzato il secolare trasportatore di merci. Non si impuntava, non si lamentava e non produceva letame. Ne sopravvisse solo qualcuno in zone montane dove il piccolo mezzo della piaggio non poteva arrampicarsi. Ma in Sicilia, non essendoci molte zone boschive, l’ape li sostituì tutti. Gli asini della tipica razza sicula, ovvero l’asino Ragusano, anzi di preciso u sceccu Ragusano, era di dimensioni nettamente superiori agli altre razze di asini. Sembrava quasi un mulo e per i contadini era uno di famiglia. <<Hai mai montato un asino ragazzo?>>. Sirio rimase colpito dalla domanda. <<No a dire la verità non mi ci sono mai neanche avvicinato, dicono che non abbia un bel carattere>>. Il vecchio lo invitò a sedersi di fronte a lui e riempì due calici di vino. <<Lo scecco era parte della vita. Ora immagina se la tua moto avesse emozioni e stati d’animo. Si, l’hai presente quando la gente da un nome alla propria moto o alla propria auto? o quando la tratta come se fosse un essere vivente? Prima era veramente così! Tu la mattina entravi in stalla e parlavi con il tuo mezzo di locomozione, e lui rispondeva a modo suo. Certi giorni per farlo camminare ti ci dovevi incazzare, altri ti consolava lui e ti spronava ad andare nei campi. La mattina quando aprivi la stalla già percepiva, da come aprivi la porta , di che umore eri e preparava la sua risposta.. L’asino era il custode dei tuoi segreti che, al tramonto lungo la strada che ti riportava a casa, potevi raccontargli. Glorie o miserie, lui le ascoltava tutte. Immagina che succedeva quando passava un’asina! Sempre mantenendo lo stesso paragone con la moto era come se per esempio, mentre andavi al lavoro con il tuo vespone px125 incrociavi un bella vespetta special 50. Tutto ad un tratto, la moto comincia a far rombare il motore e fai fatica a tenere lo sterzo dritto mentre il tuo mezzo cerca autonomamente di cambiare direzione. E alla fine ti trovi con la ruota davanti accanto all’ orecchio del pilota della vespetta>>. A quell’ immagine i due si unirono in una risata corale. Mico riempì nuovamente i bicchieri del denso vino locale e poi lentamente il suo sorriso scemò. <<Vedi l’uomo tende sempre alla comodità perdendosi le piccole cose della vita, senza gli animali la vita dell’uomo si è impoverita, senza di loro ci siamo dimenticati chi siamo. Sembra assurdo a dirlo, ma senza animali abbiamo perso la nostra umanità>>. Smise di parlare e intonò un triste canto popolare dedicato proprio allo sceccu.
  13. Andrea.Dee

    Ti faranno del male - Andrea Ferrari

    Ti faranno del male – Andrea Ferrari. Titolo: Ti faranno del male Autore: Andrea Ferrari Casa editrice: Edizioni Leucotea (Leucotea Project) ISBN-10: 8899067767 ISBN-13: 978-8899067762 Data di pubblicazione: 20/04/2017 Prezzo (cartaceo): 12.90 euro, scontato su alcuni siti. Prossimamente anche l' e-book. Genere: Narrativa, Biografico, Noir Pagine: 102 Quarta di copertina: Andrea vive in un appartamento protetto del servizio di salute mentale. Vi trascorre le giornate quando non lavora come magazziniere o riflette sulla sua condizione vagando per la città. Ormai le donne sono per lui una chimera, non coltiva amicizie e ha una condizione economica precaria. L'uomo è rinchiuso in se stesso e affranto; neanche la pubblicazione del suo primo romanzo gli dona speranza. Dopo essersi ritrovato, suo malgrado, a vivere in tre diversi ospedali psichiatrici, l'arrivo di Carolina cambierà la sua vita. Questa ragazza dalle vedute antisemite e dai comportamenti particolari lo condurrà verso situazioni difficili da affrontare. Un romanzo che esaspera la naturale condizione dell'uomo: perché se tutto può andare per il verso sbagliato, quasi sicuramente lo farà. L'opera, seppur inventata, tratta in alcuni casi situazioni ed emozioni vissute in prima persona dall'autore. Per l'acquisto: Il romanzo sarà a breve (una settimana circa dopo la pubblicazione) disponibile in tutte le librerie. Le più veloci a farlo arrivare in caso di prenotazione, saranno Le Feltrinelli. Altrimenti è disponibile ai seguenti link: Amazon IBS Link utili: Edizioni Leucotea - Pagina del libro Pagina Facebook dell'autore Sito dell'autore Comunicato stampa
  14. Roberto Ballardini

    Mayday 2di2

    1di2 Anche se niente li porterà via li possiamo battere, solo per un giorno possiamo essere eroi, solo per un giorno David Bowie, Heroes MAYDAY Due Alle quattro del mattino Mayday stringe sul petto le ginocchia del piccolo Federico, intabarrato in un sarcofago di lana e piumino d’oca. La pista ellittica del parco cittadino in cui è abituato a venire dopo il turno, per scaricare la tensione, è illuminata da una successione di lampioni. Gli aloni di luce giallastra si saldano l’uno all’altro in un’aureola brumosa, languidamente adagiata sull’oscurità del boschetto circostante e più in là, tutt’intorno, pulsa ancora la corona elettrificata della città che va spendendo le ultime riserve di premeditata allegria. A parte un gatto che scivola tra il buio e la luce, a qualche decina di metri di distanza, padre e figlio sono le uniche presenze visibili in tutta la pista. Federico ha undici anni e stringe le piccole mani guantate intorno al collo del padre per non perdere l'equilibrio. Dopo avergli raccontato la sua serata in forma molto edulcorata, l'uomo è ora silenzioso come il paesaggio circostante e, di quel silenzio, il bambino nutre la netta sensazione di onnipotenza che gli invade il petto e la mente, e ricorderà quel primo giorno dell’anno e del nuovo secolo come il momento magico in cui, dopo essersi inebriato della potente voce di suo padre, ha osservato la notte dalle spalle di un gigante.
  15. Roberto Ballardini

    Mayday 1di2

    Il mio modesto contributo al natale imperante, dio me ne scampi. MAYDAY Uno Mayday l’ha sempre detto che gli angeli devono stare all’inferno, mica in paradiso. E di inferni in ambulanza, perdio, lui e Splatter ne hanno visti parecchi. Era convinto che il toscano, con la sua truce passione per i film horror, si sarebbe sgonfiato nel giro di pochi giorni, magari passando a tutt’altro genere cinematografico. Invece ha dimostrato di avere due coglioni mica da ridere, e una voglia di darsi da fare fuori del comune. Mayday non avrebbe mai creduto di poter trovare in così poco tempo un valido sostituto di Rosaria e invece eccolo qui, lo sbarbatello, che sguazza in mezzo al sangue e sgambetta come un cavallino appena nato. (Certo che pure Roxie di coglioni ce ne aveva da vendere, eh. Ora li ha appesi al chiodo, si è concessa una gravidanza e al loro posto ha messo su un paio di tette che, mamma mia, beato il pargolo.) La prima chiamata è un falso allarme. Cioè, è probabile che abbiano davvero sparato a qualcuno – come qualcuno ha segnalato al telefono – ma quando l’ambulanza arriva sul posto il corpo è sparito e ci stanno soltanto quattro facce di merda che cadono dalle nuvole. Il più grosso dei siciliani pare quasi si offenda all’idea che nel quartiere succedano cose del genere. «Risparmiami le puttanate, cazzone» lo apostrofa Mayday, sovrastandolo in statura e possanza. «Io a te ti conosco.» «A mia?» «A tua, sì» lo sfotte. «Ho portato una donna, due anni fa, e tu eri lo stronzo ammanettato che l’aveva massacrata di botte. Cazzo ci fai fuori di galera, bastardo?» Quello alza le spalle e si gratta le palle, per abitudine. «Puttana era» dice soltanto, sfoderando un sorrisetto che sarebbe bello fargli ingoiare insieme ai denti, senonché dietro di loro stridono i freni di un SUV e una donna grassoccia di mezz’età vola per aria come un pupazzo, con la bicicletta e tutto. Codice rosso. «Almeno non si butta via il viaggio» dice quel bischero di Splatter mentre la caricano, cercando di non romperla più di quanto sia già. Lei urla tanto che manco ci sarebbe bisogno della sirena. Mayday ha già inquadrato la dinamica dell’incidente e gli girano i coglioni. Si prende un mezzo minuto per squadrare il fighetto del SUV, raggiungere il veicolo e recuperare lo smartphone. Gli si piazza davanti e glielo porge. «Vuoi finire di scrivere il messaggio?» Il tizio pare confuso, ma fa per prendere il telefono e Mayday gli molla una sberla della madonna, con quelle mani come pale, poi si mette il cellulare sotto i piedi e ciao, manco un doppio turno di cinesi sottopagati lo può rimettere insieme. «Eddai Mayday, che questa ci schiatta!» «Arrivo, cazzo, arrivo.» Sono le nove e dodici dell’ultima sera dell’anno. Tra meno di tre ore scoppia la guerra e comincia la processione dei petardati, che se mettessero tutti tutte le dita che perderanno in un unico recipiente ci si potrebbe fare un buffet per quelli che tribolano in sala d’attesa. Giusto il tempo di scaricare la donna frantumata e prendere un caffè dal distributore automatico, e già si riparte per andare a raccogliere i cocci di un tizio che si è buttato dal primo piano. Mayday è girato male. Sua moglie se ne è andata di casa da meno di una settimana e suo figlio sta dai nonni. È evidente che è sulle spine e non vede l’ora di tornare a casa per stare un po’ insieme a lui. «Dal tetto ti dovevi buttare, coglione» lo apostrofa quando si sveglia nell’ambulanza. «Dal primo piano mica ci si accoppa, ci si rompe soltanto qualche osso, così che se prima stavi nella merda fino al collo ora ci sei dentro con tutte le orecchie.» Il mancato suicida è un ometto tarchiato e peloso di cinquant’anni, suppergiù. Sembra Winnie the Poo. Ora è steso nel lettino, imballato per tutti i versi. Gli manca solo il nastro rosso col fiocco e poi lo potresti piazzare come regalo sotto l’albero di Natale della madre che sta invocando, ammesso e non concesso che la povera donna sia disposta a riceverlo. «Non volevo mica togliermi la vita. Stavo mettendo la stella sulla punta dell’albero quando si è rovesciato insieme alla scala e sono volato fuori dalla finestra. Dovete andare subito nel mio appartamento perché credo che mia madre sia rimasta sotto.» «E che sarà mai? Un baobab?» «È alto tre metri, con tre scatoloni di decorazioni appese.» «Ma cristo…Splat, avvisa la centrale, che mandino qualcuno.» Ci va la 21, Sangiusti e Lupastro, e trovano in effetti il cadavere della vecchia, sepolto sotto una valanga di rami spezzati e cocci di palle natalizie. Infarto fulminante. È morta di paura, la povera vecchia. «Tra un cazzo e l’altro, con rispetto parlando, si è quasi fatta mezzanotte. Sei pronto per la guerra, baby?» chiede Mayday al toscano, mentre quello si fuma una sigaretta sul pianerottolo della scala di sicurezza esterna. «Io sono nato pronto, stronzo.» Mayday è seduto sugli scalini e guarda il piazzale dell’elicottero, dietro l’ospedale. Da vicino l’uomo ha un aspetto davvero colossale. È alto due metri e qualche centimetro. Porta il quarantasette di scarpa, praticamente due valige, come lo sfotteva suo fratello. È calvo. La pelle temprata, incisa agli angoli degli occhi e della bocca, non perde mai del tutto l’abbronzatura estiva, nemmeno nei mesi più freddi dell’anno. Il suo sguardo è disarmante per quanto è diretto e poco indulgente, gli occhi chiari hanno una lucentezza sinistra. Anche il pizzo bianco intorno alla bocca crea un contrasto particolare con la carnagione scura. La voce è profonda, alta, la voce di un gigante. «Che cazzo ti fumi, coglione? Vedi gente che crepa tutti i giorni. Ti pare sensato?» «Appunto. Se c’è una cosa che ti insegna questo lavoro è che potrebbe succedere in qualsiasi momento, e questo è un modo per dimostrare a me stesso che non ho paura di morire. O per vivere come se non avessi nulla da perdere, che è poi è lo stile che preferisco.» «Non ti capisco, non ti capisco, giuro che non capisco più un cazzo di questa porca vita» si lamenta Mayday piegando la testa in avanti e posando le grandi mane aperte sul cranio lucido. Non che ci sia molto tempo per filosofeggiare. Venti minuti dopo stanno nell’ambulanza tappezzata di sangue, Mayday alla guida e Splatter dietro con un ragazzino di dodici anni che si è appena fatto saltare via un braccio con un petardo che forse è stato costruito in Corea del Nord per sfondare il grasso culo di SuperTrump. La madre è bianca come un fantasma e gli schizzi di sangue fanno del suo volto un capolavoro artistico d’avanguardia. La sofferenza di un bambino è forse la peggiore che si possa immaginare perché si abbatte come un fulmine a ciel sereno, pensa Mayday pensando a suo figlio, mentre guida come un dannato in mezzo al traffico becero del capodanno. L’idea del proprio braccio separato dal corpo è qualcosa persino impossibile da concepire, a quell’età, e tuttavia la vita è - e sempre sarà - l’insegnante più stronza e puttana che si possa immaginare. Una fottuta sadica del cazzo che meriterebbe di marcire in fondo alla più merdosa cella di questo mondo. Questo pensa il poderoso autista dell’ambulanza, mentre sorpassa una Volkswagen in movimento con un idiota in piedi sul tetto che regge una bottiglia in una mano e una bandiera italiana nell’altra e grida a squarciagola: «Buon anno! Buon anno!» «Come va là dietro, Splat?» «Vaffanculo, Mayday. Cazzo di domande fai?» Sì. Gli angeli è all’inferno che devono stare, pensa lui, e sorride orgoglioso.
  16. Caty

    Uno su un miliardo (Parabola docimologica)

    Questo è il mio primo post nella sezione. Chiedo scusa se ho sbagliato qualcosa (spero di no). Mio padre si dilettava con quei suoi libri di tabelle, a farmi risolvere divertenti giochetti. Lui, di mestiere, misurava il prossimo con i numeri e faceva affermazioni bizzarre, così la volta che disse: “Hai un'intelligenza che sfora di quattro punti sulla scala, decisamente superiore alla media!” Come se una cosa del genere si potesse dire a un bambino, caricandolo di oscura responsabilità. Non ci badai, avevo altro per la testa, era sul serio qualcosa di bello da sentirsi dire? Lui era cattolico e un giorno mi raccontò la parabola dei talenti, di chi li sotterrò e questa fu l'imperdonabile colpa per cui fu addirittura dannato. Ci riflettei, ma non mi venne in mente alcunché. Tuttavia concretamente mi misurai – detestavo velleitari e illusioni – presi il metro e la bilancia e calcolai che, uno su venti, più o meno, ce l'avrei sempre fatta. Volevo contento mio padre, mica potevo deluderlo. Leggendo l'indice si sa cosa c'è in un libro, non è nulla di strano, e poi pensavo ad altro. Pacchia! Tanto i diciannove della classe non capivano un accidenti, era evidente, anche quelli che prendevano voti migliori. E mi misi a ingannare un senso inatteso di noia. Aspettavo qualcosa di genericamente buono dalla vita, se no che ci stavo a fare al mondo. Guardavo le stelle e immaginavo le loro orbite, mica ero una femminuccia romantica. Finché m'innamorai e scoprii il disamore, e il giorno che ebbi soldi da spendere, mi riservai i piaceri che, a detta di chi la sapeva lunga, erano gli unici che rendono accattivante l'esistenza: un'automobile che ruggiva come un giaguaro, notti brave e, per chi avesse osato, droghe costose in cui dissipare patrimoni, e c'era il sesso, ché quello almeno era gratis, ultimo supremo barlume di uguaglianza tra gli uomini! Va bene, vediamo se mi piace. E poi mi guardai intorno a caccia d'altro da provare. Nel frattempo continuavo a divertirmi in gare senza senso. L'uno su venti me l'ero lasciato alle spalle. Vennero: uno su cento, uno su mille, uno su centomila, la chiamano ambizione. Poi venne uno su un milione. Eravamo in pochi, ci odiavamo e ci trovammo lì per caso: non contava l'intelligenza, ma cose stupide come la rabbia, l'ostinazione, la passione, la forza, la ferocia, la fortuna, la capacità di tradire e altro di irrazionale le cui dosi andavano mescolate in quantità molto variabili. Feci il necessario secondo un disegno non troppo preciso, navigando dietro l'istinto, e presi a vivere come uno che gioca alla roulette. Mi serviva per tenere a bada la testa, quello sdegno fatto di ingranaggi. Era abbastanza ricacciare indietro a calci il pensiero fastidioso che niente ci ricompensi dell'essere vivi, giacché non vi è meta che basti ai meccanismi della mente che mulinano a vuoto. Poi arrivammo a uno su un miliardo. Ero vecchio per quella gara e dentro avevo vittorie che mi parevano sconfitte. C'è qualcosa di strambo e sbagliato in me, conclusi, sono malato, e calcolai a colpo d'occhio che a quel punto sarei arrivato ultimo: anzi, a dirla tutta, mi sentivo una specie di zimbello, lo scemo del villaggio, quello che ride, ti tira la giacca, ti rompe le balle e gli fai una carezza perché, poveretto, mica è colpa sua e non è neppure cattivo, con gli occhi stralunati pure guarda le stelle come un giullare preso a malvolere dalla sorte. Allora capii, diedi un'alzata di spalle, girai gli occhi stralunati verso le stelle e mi misi a ridere. E fu così che mi ritrovai completamente solo, al traguardo.
  17. Titolo: Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza Autore: Marcello Nucciarelli Collana: Le Ossidiane Casa editrice: Alcheringa Edizioni ISBN: 9788894897265 Data di pubblicazione : 23 Giugno 2018 Prezzo: 12,90 (cartaceo) Genere: Antologia di racconti, generi vari Pagine: 275 Quarta di copertina: Un tormentato amore adolescenziale, il sapore acidulo di un liquore slovacco, un solitario dai risvolti filosofici, l'incredibile avventura capitata a una senzatetto: non sono che alcune delle storie raccontate nelle pagine di “Siamo in ballo”. Le popolano persone qualsiasi e personaggi di grande spessore, come Lech Wałęsa e Sandro Pertini, ma non mancano una gatta dal pelo fulvo e un cane che soffre di nostalgia. Li accomuna il trovarsi di fronte a scelte difficili, spesso dolorose, che decideranno del loro futuro. In questi racconti l'autore trova spazio per sviluppare temi e sentimenti soltanto accennati nei romanzi che compongono la serie poliziesca di Gretije de Witt, i cui protagonisti ritornano nei due più corposi dei trentotto che compongono l'antologia. Dai ringraziamenti: Buona parte dei racconti presenti in questa raccolta sono nati per partecipare ai contest che si tengono periodicamente sul forum e in particolare a quello più longevo: il Mezzogiorno d'inchiostro, una gara dove in dodici ore, da mezzogiorno a mezzanotte, si deve comporre un racconto di massimo ottomila caratteri, rispettando una traccia che si apprende soltanto all'inizio della gara. La caratteristica che distingue Writer's Dream da altri siti analoghi è l'accuratezza dei commenti che si ricevono, utili in un secondo tempo per rielaborare i racconti, seguendo suggerimenti e consigli degli altri utenti. Per questo motivo i ringraziamenti vanno estesi a tutti gli iscritti al forum, vecchi e nuovi: grazie ragazzi, se almeno qualcuno di questi racconti sarà piaciuto, il merito è soprattutto vostro. Un grazie speciale va a Chiara, per aver ideato l'isolotto di Ruca e per la mappa dettagliata che trovate a pag. 79 Link all'acquisto: Alcheringa IBS Libreria Universitaria Amazon Unilibro Feltrinelli negli altri store seguirà a breve
  18. Blue5now

    Il Fiorino Editore

    Nome: Il Fiorino Editore Generi trattati: libri per ragazzi, narrativa, poesia, saggistica, scienze, antropologia, psicologia, biografie, sport, guide e viaggi, religione-filosofia, parapsicologia, gastronomia Modalità di invio dei manoscritti: info@edizioniilfiorino.com Distribuzione: Sito: http://www.edizioniilfiorino.com/ Facebook: https://b-m.facebook.com/Edizioniifiorinomodena/
  19. Adelaide J. Pellitteri

    Il viaggio

    Il caseggiato era bianco e immerso nel verde, quasi una fitta boscaglia che lo isolava dal mondo; potevo ancora riflettere rimanendo nascosta alla vista degli altri. Gli altri, quelli che avrebbero avuto solo da criticare, e anche a buon motivo. Mi comportai in modo strano, mi dissero, prima di lasciarmi te e quell'odore di disinfettante alle spalle. Ero decisa, lo sono sempre stata in tutto. Anche negli errori ho lasciato la mia impronta e non ho mai dato la colpa a nessuno. Ci eravamo amati e non avrei cancellato la tua esistenza per nessun motivo al mondo. Non mi sarei lacerata nella ricerca spasmodica delle tue sembianze anni dopo; no, non sarebbe accaduto, e così è stato. Non ho notizie. Mai avute. Non so come sei, dove vivi, ma non è passato un solo giorno che, nel tentativo di creare altri ricordi, non abbia viaggiato con te. Non c’è stata esperienza che non ti abbia raccontato, e i luoghi che mi hanno rapita con la loro bellezza li ho visti tenendoti dentro i miei occhi, inevitabilmente. Ti ho amato anche attraverso i bambini di cui mi sono presa cura. A molti ho insegnato a camminare. Mi sono comportata in modo strano, ti dicevo, il giorno in cui sei nato. Mi avevano raccomandato di non prenderti in braccio, di non guardarti neppure o sarebbe stato troppo doloroso e difficile lasciarti andare. Doloroso? - Ho pensato - Bene! Un dolore immenso era proprio quello che volevo portare con me, affinché la tua presenza potesse rimane viva e tagliente, per sempre. Non li ho ascoltati, ti ho preso e tenuto addosso; la tua testolina nell'incavo del mio collo. Volevo che il primo calore del mondo fosse il mio, mio anche l'abbraccio. Ti ho pure allattato per due giorni, volevo che il primo alimento ti venisse da me, mi è servito a capire che ce l’avresti fatta. Non ti ho aiutato, ma tu pur piccolo eri già pieno di energie e riuscisti ad attaccarti al mio seno con foga, quasi avessi compreso: sarebbe stato “l’ultimo sorso di vita” che avresti succhiato da tua madre. Ti ho guardato a lungo, non per memorizzare la tua fisionomia che sarebbe cambiata nel giro di pochi giorni ma per saldare il mio sguardo al tuo. Ti ho baciato sul piccolo petto nudo, morbido e caldo, che profumava di te, soltanto di te, unico al mondo. Ho baciato a lungo quel petto per rimanerti nel cuore. Ogni gesto è stato lento, bramato e - difficile a dirsi – pure goduto. Ogni carezza, bacio, sguardo è stato solo per ricoprirti di affetto. Era giusto lasciarti lì, avevamo sbagliato in due, tu ci andavi di mezzo portandoti dietro la nostra follia, ma – unica consolazione - non lo avresti saputo; forse. Non era giusto che per la nostra colpa soffrissero altri. No, non sarebbe stato corretto. Nelle persone care che ci stavano intorno avremmo distrutto ogni concetto di fiducia, amicizia, rispetto delle regole; le stesse che in tanti violano con troppa leggerezza, e noi tra questi. Ci siamo amati, io e tuo padre, oltre ogni ragionevolezza e lucidità. Non ci interessava rimuovere l'incidente, anzi darti alla vita era un modo per dimostrare a noi stessi che non ci eravamo ingannati. Inventarsi un trasferimento temporaneo in una località sperduta, dove nessuno avrebbe avuto voglia di venirmi a trovare, non è stato difficile, al lavoro presi solo sei mesi di aspettativa. Tuo padre venne a vederti nascere, era necessario però mettere fine alla nostra storia o il sacrificio di abbandonarti sarebbe stato inutile. Non era giusto sconquassare un mondo e trascinare sotto le nostre macerie altri innocenti. Almeno in questo, il nostro buon senso ha prevalso. La mia vita è stata un lungo viaggio nei sentimenti più arditi, più folli, più puri: un amore che a te è valsa la vita. Il caseggiato è lo stesso di allora, appena imbiancato ha il medesimo aspetto. Arrivo stremata, fisso la finestra della camera dove ci siamo conosciuti e persi insieme. Oggi la struttura è una clinica per malati terminali. Mi portano su in barella. È strana la vita, ci trascina in giro per il mondo provando a suo modo a distrarci, ma il passato per me è sempre stato presente, e non mi sorprende nemmeno essere tornata di nuovo qui. Anzi, mi sento finalmente a casa. Chiedo se sia possibile andare nella stanza all'angolo, la camera da dove si vedono i platani e la strada. "Sì, si può”, mi dicono. Devo intraprendere un nuovo cammino, i miei ultimi passi, e voglio farli fissando quella strada che mi portò lontano da te. Mi somministrano solo antidolorifici e il sollievo mi dà la possibilità di parlare un po', lo faccio con il medico che mi ascolta con la stessa pazienza di quando raccoglievo i discorsi dei bambini o asciugavo le loro lacrime. Quando si è vicini alla morte si ha voglia di raccontare la propria vita perché ogni racconto, comprendi, può essere utile ad altre vite. Al giovane medico confesso di te, di quanto ti ho amato: da sempre e per sempre. Siamo amici ormai e, con gli occhi bassi e un sorriso dolce, mi confida di essere stato adottato a sua volta. Non c'è alcuna speranza che lui sia tu, lo sappiamo bene pur non avendo indagato, ma lui ha deciso; dice che ogni madre che ha lasciato suo figlio è sua madre, gli rispondo allo stesso modo: ogni bambino affidato al destino è mio figlio. Sono felice, finito il suo turno passa ogni volta per un saluto, me lo lascia con un bacio leggero sulla fronte dicendomi: «Ti voglio bene, mamma».
  20. Roberto Ballardini

    Il sogno di Buddha (4 di?)

    parte1 - parte2 - parte3 IL SOGNO DI BUDDHA Quattro La donna e il ragazzino se ne vanno dopo cena. Federico sparecchia, lava i piatti e poi li asciuga. Non è mai successo che li abbia lasciati nel secchiaio come invece faceva Roberta, accumulandoli persino per due giorni di fila senza permettere che li lavasse lui (cosa che lo irritava oltre ogni dire, anche se non le aveva mai dato la soddisfazione di ammetterlo perché a suo avviso si trattava di una provocazione). Sono quasi le dieci di sera quando ripone nel cassetto le ultime posate, si lascia cadere nella sedia vicino alla finestra (la stessa sulla quale Roberta ha subito le sue invettive qualche ora prima) e guarda fuori. I lampioni illuminano la pista nel parco, ma tutto ciò che sta intorno e dentro l’anello è immerso nell’oscurità. I pantaloni e la giacca arancioni con le strisce riflettenti di Mayday spiccano come la carta di una caramella sospinta dal vento autunnale che preannuncia pioggia. Federico osserva l’uomo in lontananza che a ogni fine turno in ambulanza veniva a farsi i suoi quindici, venti giri di pista. È confortante constatare come non abbia perso l’abitudine, anche se non lavora più. Per un attimo è tentato di raggiungerlo e fargli compagnia, poi si alza, raccoglie il libro di Judt dal tavolo della cucina e va a leggere in camera da letto. Quella che segue, qualche ora dopo, si potrebbe definire l’immagine tipica della sua vita attuale, quella che si ripete con più frequenza: il corpo segaligno allungato sul letto, i vestiti addosso, un libro aperto sull’addome o scivolato sul pavimento, gli occhiali ancora dritti sul naso o sbilenchi o scivolati anch’essi e salvati dalla cordicella, l’espressione contusa del post-blackout fisico, la mano che annaspa sul comodino cercando di recuperare il cellulare e controllare che ore sono, le dita che spingono inutilmente sui tasti per poi rendersi conto che il telefono è girato al contrario. Sono le due del mattino e i fruscii che provengono dalla cucina gli dicono che non è più solo nell’appartamento. Si mette seduto sul letto, si stropiccia gli occhi, si alza, strascica i piedi fino al bagno per pisciare, infine raggiunge la cucina e va dritto al lavello. Prende da sotto un’altra bottiglia di vino e due bicchieri da cucina dal pensile sopra al secchiaio. «Sei sempre così metodico» osserva Mayday, seduto vicino alla finestra, enorme. «Magari anche a me andrebbe di bere nei calici che stanno lì ad asciugare. Quelli che usi per gli appuntamenti galanti.» «Scordatelo. Secondo me è fondamentale che ogni oggetto abbia una funzione specifica.» «Se lo dici tu.» Da lontano non si percepiscono le reali dimensioni di Mayday, ma da vicino ha un aspetto davvero colossale. È alto due metri e qualche centimetro. Porta il quarantasette di scarpa, praticamente due valige, come lo sfotteva zio Fulvio. È calvo. La pelle temprata, incisa agli angoli degli occhi e della bocca, non perde mai del tutto l’abbronzatura estiva, nemmeno nei mesi più freddi dell’anno. Le sue mani incutono apprensione, il suo sguardo è disarmante per quanto è diretto e poco indulgente, gli occhi chiari hanno una lucentezza sinistra. Anche il pizzo bianco intorno alla bocca crea un contrasto particolare con la carnagione scura. La voce è profonda, alta, la voce di un gigante. «Sei tutto stazzonato. Te li togli quei vestiti, ogni tanto?» «Da che pulpito. Non credo di averti mai visto fuori da quell’uniforme arancione.» «Lo credo bene.» «Non ti facevi vivo da un po’.» «Era una battuta?» Federico alza le spalle e siede nell’angolo tra il radiatore e il tavolo, il punto più caldo della stanza, con un mezzo bicchiere di vino. L’altro lo posa a poca distanza dal suo, in modo che Mayday, volendo, possa allungare il braccio e prenderlo. L’uomo, però, lo guarda con indifferenza, masticando una gomma che sembra non perdere mai il gusto. «Visite?» chiede, riferendosi ai calici rivoltati ad asciugare sul lavello. «La mia ex moglie.» «Dai. Non vi vedevate da un bel po’.» «Già, e nel frattempo ha avuto un figlio.» «Tuo?» «È la prima cosa che viene in mente di chiedersi, vero?» «Tuo sì o no?» «No, a quanto dice lei.» «Cosa voleva, allora?» «Vuole che accompagni lei e il ragazzo a Mirabilandia.» «Tu in un parco di divertimenti? Che idea assurda.» «Credo sia preoccupata per il ragazzino. È…strano.» «Strano» ripete Mayday, sfregandosi le mani l’una con l’altra come fa di solito, come se volesse scaldarle. «Strano in che senso?» «Parla poco, legge molto, più intelligente della media.» «Che c’è di strano? Anche tu eri così.» «Può darsi ci sia qualche analogia, in effetti.» «Per forza, altrimenti non avresti accettato.» «Come sai che ho accettato?» «Hai un’aria meno truce del solito, come di chi ha appena fatto qualcosa di buono.» Federico scuote la testa. «Non sono nemmeno sicuro che il ragazzino ci voglia andare. Mi ha dato più l’impressione di voler assecondare sua madre, la quale è ovviamente convinta che tutti i bambini si strappino i capelli per quei posti di merda lì.» Mayday ride. «Veramente tu sei stato l’unico bambino che io abbia conosciuto, a disertarli.» «Eh, mi ci avete portato lo stesso, però, una o due volte.» «Soltanto una, e fu un’idea di tua madre. Era convinta che ti saresti divertito, invece di vomitare anche l’anima.» «Me lo ricordo» mormora Federico, divertito. «Non sapeva se incazzarsi o preoccuparsi.» «Ti sei fatto un’idea del motivo per cui Roberta è venuta a chiederla a te, questa cortesia?» «Credo abbia un complesso di inferiorità nei confronti di suo figlio, lo stesso che aveva nei miei confronti. Non si sente alla sua altezza e cerca qualcuno che lo sia.» «Non mi aveva dato l’impressione di essere così acuta.» «Non lo è, infatti. Agisce d’istinto, come ha sempre fatto.» «E tu l’hai assecondata.» «Già.» «E hai usato i calici.» Federico alza le spalle. Manda giù il vino in un’unica sorsata, e poi ne versa dell’altro. Si alza e attraversa la stanza, avviandosi verso la camera da letto. Il liquido rosso sciaborda da una parte all’altra all’interno del bicchiere. «Credo di essere abbastanza ubriaco per dormire un altro po’, ora.» «Vado anch’io.» Federico si appoggia allo stipite della porta, dando le spalle a Mayday. Alza il bicchiere e la testa e lo vuota per l’ennesima volta, poi si volta verso suo padre, barcollando. «L’ho assecondata perché forse ho bisogno di uscire un po’ di qui. Prendere una boccata d’aria nuova. Un giorno, tutto qui.» «Sono d’accordo. Ti farà bene.» «Probabile che vomiti di nuovo, come allora.» «Prendi questo.» Mayday si alza e scrive il nome di un antiemetico sul blocchetto per appunti accanto al televisore. La cucina sembra troppo piccola per lui. Si volta e gli porge il foglietto. «Se posso chiedere, che effetto ti ha fatto rivederla?» Federico risponde senza esitazione, come se ci avesse già pensato a lungo. «Hai mai avuto la sensazione che intrattenere una relazione degna del nome con una donna non sia tanto questione di trovare la persona, ma piuttosto il momento giusto?» «È una teoria interessante.» «Comunque sia, io e Roberta non lo abbiamo mai azzeccato. E continuiamo a non farlo» dice guardandolo con mestizia. Mayday gli posa una mano sulla spalla e gli sorride. «Vai a dormire, Fede. Sarà quel che sarà. Oggi, nel parco dello Yosemite, in California, due escursionisti hanno sparato a un orso addormentato nella loro tenda. Forse per paura, o forse per rabbia, dato che aveva vuotato la dispensa.» «Che c’entra, scusa?» «Per quell’orso, il cibo era soltanto cibo, la tenda soltanto un buon posto dove dormire. Per gli escursionisti, invece, tutte quelle cose erano anche una loro proprietà. Gli oggetti non hanno mai una funzione soltanto, Fede, e nemmeno le persone.» «Non credo di essere abbastanza lucido per riuscire a seguirti.» «Non importa.» Il gigante gli volta le spalle e passa attraverso la porta d’ingresso di misura, per tornare nella notte da cui è venuto. Federico, un po’ sbronzo, si allunga nuovamente sul letto con i vestiti addosso e si addormenta.
  21. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/ Casa Editrice No Eap. Per le proposte, è possibile inviare il manoscritto in formato .doc, .rtf., .pdf all'indirizzo redazione@writeupsite.com, completo di sinossi e recapiti autore/autrice
  22. Melfo

    Lei, ne vuole uno tutto per sé.

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38098-lisola-sommersa/ Esordisco lentamente, trattando con cura ciò che la sera porta in me, sempre divergente da ciò che prima, un attimo fa, sputò incorniciando le vivide smancerie di un bacio che non ho mai potuto avere, che mai potrò. Senza sapere se fosse amore, o quant’altro. Magari solo marciume, marcescente bisticcio tra l’Io perfetto, quello a cui anelo, e l’altro, quello debole, non più alto di un tappo di sughero, smilzo, e sapientemente nascosto nella tana del proprio limitato rigor di morale. Alla tele c’è una tigre in gabbia, una scimmia che urla, uno sputa fuoco. Sembrano tristi nel circo in cui sono costretti a rendersi ridicoli. Posso vederlo nei loro occhi, contornati da uno sfondo arancione di astanti che nulla hanno a che vedere con ciò che veramente sono. Io, invece, sono solo lo spettatore che crede di poter essere ognuno di quei personaggi, quando l’umore glielo permette, poi passano le pubblicità, e allora non m’identifico più in niente, resto uno dei tanti di fronte alle tante caricature che la TV mostra. In lontananza sento ogni cosa, dentro solo il russare del mio spirito, nel buio denso di un posto con cui non voglio più avere niente a che fare. Sempre intriso di urla e morte; qui non si parla di altro, oramai. Tutto gira intorno a queste cose. Come un’assoluta assurdità, stretta nella presenza di un uomo a cui ognuno deve qualcosa, giusto per accontentare la sua follia di avere sempre ragione; alcuni dicono che gli somigli, io non voglio vederci nulla in me, di lui. Ma li posso sentire, loro aspettano. Sono al servizio delle proprie certezze, come quell’uomo. Forse più simili a lui di quanto possa somigliarli io; quanto sudiciume in questa terra! Ho provato ad osservarlo, mentre la suocera era intenta ad adocchiare in silenzio le scorie di un matrimonio che forse non avrebbe dovuto mai funzionare. Stavo in silenzio sopra una sedia al di fuori della tragedia, attento, senza muovermi. Parlava di un’improbabilità alla quale la moglie non avrebbe ancora risposto. Insisteva. Urlando. Sputacchiando stronzate su quello e quell’altro, all’interno del modello che ognuno di noi, secondo le sue leggi, avrebbe dovuto seguire. E lei, disperata, chiedeva se la stesse prendendo in giro, sul punto di piangere, dandogli del bastardo, davanti alla suocera, davanti a me. E quando lui smise, lei riprese a parlare. – Perché vuoi sempre farti sentire da tutti? Non hai vergogna? – chiese, restando con la voce sopra un tono pacato, tranquillo, esasperante nella sua misera adeguatezza. − No! Perché dovrei aver vergogna? Sei tu che non sai quello che ti dici e quello che ti fai! Bastardo!, urlò. Bastardo! Lui se ne andò, borbottando. Non mi rimase altro che fare lo stesso, abbandonando la suocera e la moglie, pronto a eseguire un’altra operazione, giusto per distrarmi un po', senza voglia di uscire, senza voglia di confondermi con i tali che si fanno chiamare gente e che scorrazzano per le strade di paese fischiando eresie e ammiccando nervosamente al loro ego bruciato, ucciso dall’immensità della loro immagine ideale, vuota, ai miei occhi. Un messaggio. Ciò che provocò tutto questo furono le parole non ben chiare di un messaggio. A cui la moglie avrebbe dovuto rispondere come il marito le aveva ordinato, a cui io, straordinario, avrei dovuto imporre un risultato del tutto diverso. Anche se ora non sono più solito fare questo; lo reputo uno spreco di tempo. Poi toccò alla suocera, ed io mi ritrovai perso tra le righe di un libro che non riuscivo a capire mentre le campane suonavano litanie stonate e la tele bofonchiava i messaggi di una promo che mai avrei dovuto perdere; avrei voluto destarmi, solo per un attimo. Urlare. Uscire e correre verso la chiesa, dare lei fuoco. In nome di dio, di ciò che egli fu, di ciò che egli è, nei cuori dei fedeli di questo paese infoiato in una buca di merda. Malato. Fuori dai gangheri. Ma compromisi il tutto con altre istanze, chiudendo il libro, decidendomi a scendere dal letto per andare in cantina a prendermi un Croccante. Arrivato, presi a pugni il sacco con il sinistro, nonostante il polso mi faccia male, senza esitazione a danno del suo umore già fatto a pezzi dal lavoro. Poi, dopo essermi accorto d’aver perso la mano, credendomi più lento di una lumaca bavosa, mi avvicinai al freezer e ne trassi il gelato. Uscii. Addentai il cuore all’amarena nella luce fioca e arancione della piccola lampada che dal terrazzo dava sul cortile. Notai una molletta in terra, la raccolsi e lanciai sopra di me, oltre i due piani per raggiungere la veranda. Poi, spensi la luce. Pensai. Con lo sguardo oltre il verde ammaccato del prato dirimpetto a me, una luce del condominio che stavo osservando era accesa; quella del bagno. Una madre nuda, moglie d’un poliziotto, mia vicina di casa da sempre, si sfiorava i piccoli seni allo specchio, senza accorgersi di me, che la stavo osservando con la bava alla bocca, con la strana sensazione che il mio cazzo, di lì a poco, avrebbe trovato conforto nel sangue che l’avrebbe riempito fino a straripare; era vero? Ciò che stavo osservando pareva frutto della mia sola immaginazione, ingannava i miei sensi con quella strana atmosfera di uno sguardo appannato dalla mucosa d’una densa nebbia adombrante. Avrei voluto urlare di nuovo, di piacere questa volta. Dirle ‹‹sei la mia vita, io ti amo››, ma ero patetico, non l’avrei mai potuto fare nonostante fossi nudo anch’io; il torso bagnato dal sudore e dei calzoncini rossi. Così rimasi solo a fissare, bagnando di umori le mie cervella spappolate dal caldo, estrapolando da quel disegno un capolavoro della pornografia. Ma quando d’un tratto si voltò, tutto svanì nella lucentezza di quell’abbaglio. Tutto si spense. Lei scappò da lì, come l’uomo scappò dalla tavola rotonda dopo la cena. Bastardo! La eco rimbombava di nuovo nelle mie orecchie. Il gelato non aveva risolto nulla, il libro men che meno. Qualcuno disse che i libri non danno tutte le risposte, ma non mi ricordo chi. In ogni caso, risalii le scale affranto, pensando di nuovo alla mia dea, con un’erezione, lo sapevo, che mi avrebbe dato problemi durante la notte, nei sogni ricordati a metà della mattina successiva. E mentre uno dopo l’altro l’esercito di marmo soccombeva sotto la mia impronta, io, spaesato, rintronato dal caldo, dovetti inventarmi qualcosa per ribaltare la serata. Mi stesi sul letto. Con la TV sempre accesa. In lontananza sentii lo scoppio d’un tuono. La vecchia, seduta in veranda, brontolò più dello stesso boato, e a me caddero le braccia, il mia animo si spezzò, sentire la sua voce colma d’amarezza per la voluttà della natura mi fece vacillare. Così, caddi in un sonno profondo. Non vidi più nulla. Ora, lo posso scrivere. Non ho sognato nessuna donna, alcun seno. Il mio spiro è intriso di odori malsani, fiati di morte. Devo ancora farmi la doccia, ma scrivere sembra aver la priorità. Ad un certo AndC è piaciuto un mio testo, ci sono rimasto. ‹‹Un bel testo, secondo me. Bello e denso, esplicativo, creativo, azzanna se stesso e si mangia chi legge... poco importa, poi risputa tutto, apparentemente farabutto, ma sotto sotto, scava dentro e mette a nudo, il circostante quanto l'interiore... l'esperienza, il sogno del vissuto, ci si ubriaca di imbevuto... Insomma: mi è molto piaciuto. Usi le parole donandole il peso di macigni. Complimenti! Ciao!›› E devo dire che mi sono rinsavito, dopo le tante pretese di un testo che avesse le sembianze di un altro (anche questo può somigliare a qualcosa, fidatevi) ho voluto provare a scrivere altro, prima di andare a togliermi il sudore di dosso, con il grande desiderio che questa ‹‹leggera cefalea›› mi lasci; come se fosse davvero possa farlo. L’attrazione è donna. La donna è fatale. E lei, nelle sue nudità, sapeva di lavanda, e credeva di sapere ogni cosa mentre si fissava allo specchio. La sua convinzione, stretta nella mani di un riflesso che non avrebbe avuto la possibilità di raggiungere vista l’età, e dei figli a carico, era puramente personale; c’era della mania all’interno dei suoi sogni ad occhi aperti. Mentre al di fuori, tutto sembrava pullulare di cinerea natura morta, la stessa caratteriale vita che veste ognuno dei porci che la guardano, quelli come me, forse consapevole del fatto, ma zitta, perché in fondo, lei, ne vuole uno tutto per sé.
  23. Melfo

    L'Agorà

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36906-marco-faceva-ombra-alle-formiche/?tab=comments#comment-694298 Da passione nasce passione, l'unica tendenza ad essere rinnovata sempre, o forse una delle tante, molteplice. Unica è un sostantivo così debole, anche se forte, e sono contraddittorio come lo è il termine perché forse credo d'esser l'unico partecipante in questo corsivo da maratona evolutiva. Ed è strano forte, dire d’essere un essere del genere, o crederlo. Mentre sei in macchina vedi le luci sui monti, i paesaggi ipotetici nei quali sogni di stare da una vita e poi ti accorgi che sono solo lacrime inespresse dettate da un eterno bambino sognante, colmo di stelle e d'infinità di cieli. Scopri un limite. Una colpa; divieto; lo vedi scritto da qualche parte nelle piccole costellazioni della parte di vastità paesana sotto la quale giaci, steso, metaforicamente parlando, con una birra, materiale per davvero, con la quale cerchi di consolarti, curarti, dal mondo che senti perso e vuoto, dilaniato dalle anime inquiete pregne di perse virtù inagibili. Cazzo, è strano sì. Penso di eccellere d'emozione, per questo sono qua. Credo in loro come a Dio, sulla croce ipotetica d'un libro mai scritto, deturpato dalle mille stranezze apostoliche post traumatiche derivanti dalla trinità edipica di Freud. Forse stronzata pure quella; sono rimasto deluso quando ho scoperto che una verità che spieghi la verità non esiste, che voglio essere io a crearla, manifesto vivente di sproloqui e stronzate, alla quale però credo; di giorno in giorno rinnovate da nuova vita, esistenza costantemente in fuga dal centro del buco di culo del nulla; il quesito è; questi che fanno? Nella superficialità delle loro parole vedo la mia rovina, ogni giorno, ogni giorno muoio nella loro ignoranza, perisco a causa dello stesso pensiero di sempre, e ho provato a nascondermi, ricominciare da capo, ritrovare me stesso dentro allo sconosciuto parlare d'altri perfetti sconosciuti, ma poi anche tutto questo è divenuto professione, complotto, eterno ripetersi di confessioni banali e irrilevanti. Così ho perso. Tutto, niente. Che importa? Ricomincio da capo, ancora e sempre. Fino a quando troverò il tutto che conferma quel niente che tutti sembrano concernere nella loro parodia d'espressione. E non mi frega un cazzo che io sembri brutale od incontinente, immorale, voglio fare questo della mia vita; sopravvivere scrivendo. Senza rientrare nelle righe (lo so di non rientrarci, ne sono conscio ma perché non farlo?) vivere come Banner, il professore bestia, o come un virus, infettare, dispiegare la mia vendetta, vendicare la mia morte; arrivato fino a qui non mi sembra più strano, forse lo apparirà più tardi. Quando mi alzerò dal tavolo, finirò la bionda cervogia con disgusto e con disgusto sputerò nella piazza d'un paese così dissimile a quello in cui vivo ma nel contempo identico, e brucerò nelle maledizioni di chi alla pavimentazione parcellizzata in piccoli quadrati ci tiene; forse basterà non dar troppo nell'occhio, alzarmi pacatamente, come dopo aver cacato, quando sei fresco come una rosa. Ma ho mal di testa, e questo inibisce l'alcol inibitore, sfida il mondo, cuce la retina oltre lo specchio della lente dell'occhiale. Credo di voler piangere anch'io, voglio saperlo fare, ma non qui. Darebbe nell'occhio. Così mi limito ad ascoltare i discorsi che provengono dal bar senza distinguere una parola. Ascoltare il brusio fiacco d'un fiacco andirivieni di deboli sentenze contornate dalla stranezza di tutta questa sera, e del mio stato d'animo, ferito, incrostato dalla voglia matta di andarmene di nuovo, per un altro viaggio, per un altro umore. Asociale. Lo sono sempre stato, da un lato. Ho sempre corso da solo, da bimbo mi graffiavo la faccia solo per essere accettato; mi hanno picchiato prima di venire qui, è stata dura, dicevo. Ma sempre rifiutavo poi la loro compassione, una vicinanza già capita, infestata da narcisismo spudorato, interesse personale e punte di inimicità. Non è così che sarebbe dovuta andare; così pensavo. Ora ne sono felice. Forse un po' sulle mie, di nuovo. Magari più maturo, ma sempre troppo acerbo per la gente, per gli alberi di meli Marlene attornianti il mio corpo sterile e privo d'iniziativa. Distrutto, come ho detto prima dalla troppa insistenza estatica della gente, troppo statica per i miei gusti. E per i gusti del mondo, della natura in continua evoluzione, delle mie stesse cellule, di questa rabbia, dell'alta paura di soccombere di nuovo, come un tempo, come ieri, nello status condiscendente d'un'ostrica morta sul bagnasciuga. Voglio dire, come posso permettermi di compromettere la mia vita a causa delle falle che mi circondano, compiere il miracolo, sputare in faccia a Gesù, se sono circondato dai suoi servi più fedeli, antipatici, infedeli nella loro contraddizione? Cazzo. Mi torna tutto strano. Il vento è gelido, siamo a fine maggio, tra non molto è il mio compleanno, ho proibito alla mia famiglia di farmi gli auguri, solo a mia madre, o quello che resta di lei, e lei ha riferito, presumo. Spero. D'una speranza precaria, morta, zozza di troppo pensiero comune, presupposto per starne lontano. Mi gratto le palle, il brusio non smette, non so che fare. Le dita gelide si muovono sui tasti, le tempie glabre d'istinti psichici ed ostili compiono continua pressione, il corpo sta per cedere, il bicchiere di birra è ancora tutto pieno. E non c'entra il fatto che sono ottimista per metà, è tutto pieno per davvero. Ho bevuto solo qualche sorso, poi le falangi hanno riniziato il loro compito, veloci, indomabili, quasi fossero dinosauri non più estinti nella dinamica forma d'antropologia inversa in cui i grossi meteoriti hanno sterminato solo la razza umana e i grandi rettili, se rettili sono, sono sopravvissuti; è o non è strano tutto questo? Altro sorso, altra vacillante miseria che mi colpisce, m'invaghisce di misteri filosofici fondi quanto il nulla della tragedia greca. Un buco perpetuo, animato dall'essere nato dal non-essere, dove tutto un giorno ritornerà, dicono. Io non lo so. Ma non voglio precipitare in queste distinzioni pessimistiche, voglio essere contro il contro del contro, una macchina nuova, nata dall'inizio e morente in una fine che si vede, nel futuro d'un punto in cui tutto ciò che è ritornerà a reiterare le sue stagioni in altre piccole brodaglie primordiali di materia, che continuerà ad evolversi ancora, ancora, e ancora. Voglio andare via. Questo è davvero meno strano. Perché tutti vogliono andarsene, quindi non sono l'unico di cui parlavo, forse maledetto dai demoni del senso comune, improntato nelle mie viscere e slavato, messo a nudo continuo e eguale a tutti gli altri; è possibile? Credo di no. O forse sì. Ma se così fosse allora sarei solo tempo perso, evoluzione sprecata, alterigia incompiuta. E no, non voglio credere a queste prove astruse. Mi piace non farlo, credere d'essere pura volontà impositiva, stessa creatrice del mio cammino, che posso combattere questa sterile forma d'atavismo primitivo, se così si può chiamare. Ansia, fuorviante di fucine olimpiche, del dolore di Efesto; in qualche modo sarò immortale nonostante mi abbiano detto che non valgo, che i miei testi sono imperfetti, troppo fermi, loro vogliono azione, ignoranti che fermano il tempo rendendolo relativo per determinati punti, dotti scienziati sprecati, andate a chiederlo ad un antropologo, a chi scava, a quelli che si fottono i resti fottuti dell'Homo Chicchessia. Andate, su, non perdete tempo. Se i miei scritti fossero troppo fermi allora nessuno su questa terra avrebbe una durata, non saresti né giovani, né uomini, né vecchi da buttare, solo eterni immoti in un eterno punto fermo, come ciò che scrivo. È per questo che vengo rifiutato; strano, no? Forse non riesco a capire. La logica è per quelli che del discorso ci fanno tesi, confutazioni e contro-confutazioni, per la gente è solo termine in bocca alle loro bocche marce. E credo davvero che potrei scoparmi la donna che è appena uscita a fumarsi una sigaretta, anche se non penso mi filerebbe, non penso filerebbe nemmeno un dio statuario come Ares, qualche barbuto incazzoso come Diogene il cane, l'altro lato oscuro del cane appiccicato alla cagna, il suo buco di culo, ma non me. È appena entrata ed io sconfina nella terra dei non, dei ma e dei se. Che esagerazione questa finzione, estrapola troppo senza davvero darmi qualcosa, la solita improduttività di sempre, dei loro eterni cicalecci fallaci, sproporzionati, deviati, deliranti. E tutto questo perché io volevo convincermi di essere il benvenuto nel modo della scrittura, perché volevo starmene da solo per un altro po' prima di diventare quello che forse mai diventerò secondo il diritto esplicativo di qualcuno, dello stesso che magari sta leggendo, o di quell'altro, che ha pubblicato un manuale, la Divina Commedia del Gran Cazzo di Giove, o le sue memorie; questo è super strano. Le strade sono ingiallite dalla luce fragile dei vecchi lampioni lontani dal bar, la Q8 brilla sulla statale, i discorsi si sono indeboliti, ora solo il fumo e la voce roca dell'insuccesso, del freddo della birra, dei messaggi del socio di quella che le chiede come sta, la chiama amore, e che si lamenta. Ed io; sto facendo lo stesso? No. Non credo. Questo non è un lamento, questa è semplice visione, coltelli che si ficcano nella pellicola della sclera che brucia, interpolazioni di realtà distorta, aliena, quasi fosse concausa per un quasi-effetto vitale, distruttivo, perentorio; non m'immagino altro, non sono più capace di giudicare da un pezzo, non sono più capace di amare, parlare, blaterare. Forse solo di scrivere, se mi è permesso farlo in questo modo. Altrimenti sarò nessuno in un mondo fallito, buttato, nell'immondizia d'un paese in fiamme, brutalizzato dal bullismo, dalle lacrime del mio pianto puerile d'un tempo, dal mio fiato sprecato e smorzato da tutti coloro che un po' di dolore m'hanno recato. E tutto questo non mi sembra più strano, ora. Sembra diverso, credo. Impresso in un’immortalità tendente all'evoluzione continua, spasimante d'occhi attenti, amante dei lettori, di tutti quelli che una speranza l'hanno posta nella vita e non nella morte, o di quelli che stanno imparando a farlo. Dopotutto, cosa significa tutto ciò se non una piccola parte di ciò che il mio piccolo voluminoso ego cerca di distruggere e poi ricreare, costantemente? Non è forse diverso? Fantastico? E sì, strano anche se prima ho negato tutto? Non a caso sto in un bar che si chiama Agorà, stretto dal piscio che preme sulle pareti della vescica, imbestialito da qualunque cosa disti da ciò che penso o dico, forse dalla gente in generale, dal mio stesso pensiero estraneo, a volte, dalla più aulica delle mie uscite. E sono distante anch'io, ora. Mi rivedo bambino, svuotato dai valori, smottato come un pezzo di Pangea. Poi mi alzo. Descrivo un cerchio di strada, passeggio, senza farmi notare da nessuno. Pago. Non lo so. Non mi andrebbe di andare a casa, vorrei bere dell'altro, non contenermi, al pari di un'animale coinvolgere l'istinto e buttarmi in un mare di guai con la legge, devastarla, modificarla, derubarla del suo più altro grado d'intenzione ed essere io stesso comandamento là dove la mancanza è resa tale. Ma mi dimentico, e le strade sono vuote, i passi stanchi, le ginocchia storte; passo la farmacia, la miriade di case con le finestre infuocate, pub diversamente gestibili, alleati del quieto vivere del popolo che dorme, mi viene voglia di tornarmene a casa, bere lì. Almeno è gratis, così nessuna legge potrà fermarmi.
  24. AndC

    Oltre la montagna

    Commento «Hai visto anche tu?» «Cosa? Il tramonto? Certo, caro, lo sto ammirando ora, insieme a te, ma non è passato, è ancora di fronte ai nostri occhi». «Ho questa malattia, lo sai: anticipo il tempo. Prima che le cose si compiano, per me sono già finite». «È per questo che vuoi recarti sulla montagna?» «Sì, oltre il Picco Nevoso. Dicono che lassù ci sia la dimora di Ukmar, il demone assassino di testimoni». «Non parlare così, amore, mi fai paura». «Passerotto mio, non devi: non c’è nulla da temere». «Non potresti, invece, restare ancora un poco qui sulla panchina del belvedere, nel paese dove siamo nati e cresciuti e poi tornarcene insieme a casa? La cena è già pronta. Basterà riscaldarla, poi ci coricheremo l’una abbracciata all’altro». «Io ti amo, tesoro, lo sai. Farei qualsiasi cosa pur di saperti felice, ma siamo vecchi ormai. Due vecchierelli che non interessano più a nessuno. Siamo l’uno la testimonianza dell’altra. Dobbiamo prepararci. Non sostengo di partire subito, ma di prepararci: presto dovremo salutare questo mondo». «Ma che dici?! Sei sempre stato un musone, sin da quando eri un bel fusto, ma non avevi il coraggio d’invitarmi a ballare alle sagre, o di chiedermi un appuntamento, o di sapere se anch’io ne avessi voglia». «Voi donne: sempre tremende e astute come l’orsa». «Ma va là! E poi, non siamo così decrepiti, non da buttare almeno. Abbiamo appena settant’anni e camminiamo ancora sulle nostre gambe, mangiamo con i nostri denti, parliamo e ragioniamo con il nostro cervello. Non anticipare tutto, non anticipare anche questo. E poi, ai nostri figli non pensi? Non è vero che siamo rimasti soli. Abbiamo i nipoti e gli amici. Siamo importanti anche noi. Abbiamo così tanto da dare, da dire, da tramandare, da vivere. L’uccisore dei testimoni lasciamolo per le favole che racconteremo ai bimbi». «È difficile immaginarsi vecchi». «Oh, ma noi non dobbiamo immaginarlo, noi lo siamo». «Anche questo “essere”, non è che un’identificazione fantastica, mia adorata». «Vieni, stringiti forte a me». «Ecco, così vicini va meglio?» «Sì, cara. Sai, io non ho mai viaggiato molto». «Certo che lo so: sono cinquant’anni che siamo sposati, posso affermare che un po’ ti conosco». «Non è meraviglioso?» «Cosa?» «Tutto questo tempo trascorso insieme». «Oh, amore mio!» «Vieni, stringiti ancora più forte a me, inizia a rinfrescare. Il sole è calato ormai». «Non ancora, amore, non ancora». «Pensavo che potremmo partire per andare oltre la montagna». «Una gita?» «Sì». «E dove mi porterai, prode cavaliere?» «Te l’ho detto: oltre la…» «Scusa, volevo dire: come mi porterai?» «Sul mio trattore». «Sul tuo…?» «Sul mio cavallo, volevo dire, sul mio cavallo andremo». «Oh, ma non so. Qualche acciacco non è che mi manca». «Allora sul mio calesse. Vedrai: lì sopra starai comoda come una regina». «Questo mi suona meglio. E quanto intendi stare fuori?» «Non so, non ho fatto programmi. Dipende da quello che incontreremo». «Le fate e i giganti?» «È probabile». «Folletti, spiriti, maghi, dei, demoni e fattucchiere?» «Può darsi, principessa mia: sono territori inesplorati quelli oltre la montagna. Potrebbe accadere di tutto». «Anche imbatterci in una tigre del Bengala?» «Perché no, anche una tigre del Bengala». «Volete piantarla voi due di là, io qui sto cercando di dormire!» «Chi ha parlato dall’altro cunicolo?» «Ma come, caro, non lo sai?» «No, davvero. Chi ha gridato?» «Non ricordi? Siamo già partiti e siamo arrivati sin quassù, sul Picco Nevoso. Ci siamo persi nella tormenta di neve e siamo finiti davanti alla tana di Ukmar, la divinità assassina di testimoni. Abbiamo lottato, tu ti sei battuto come un leone, io ho provato a nascondermi». «Sì... ora rammento, ma Ukmar ha avuto la meglio e ci ha imprigionati. Ora ci tiene rinchiusi in questa grotta sua dimora, incatenati al muro. Quando il sole tramonterà, ci eliminerà e tutto sarà finito». «Che triste storia!» «Dobbiamo prepararci, passerotto mio. Stringiti forte forte a me». «Sì, ma abbiamo ancora tempo: il sole è ancora alto nel cielo». «Non sei preoccupata?» «Non con te al mio fianco. Poi, dalla finestra di questa cella di pietra si gode un panorama mozzafiato. Non trovi anche tu?» «Siamo sul tetto del mondo, mia adorata. Pochi esseri umani hanno ammirato questo paesaggio incontaminato e vasto quanto l’esistenza». «Siamo come uccellini che volano fra le nuvole e tutto da lassù osservano». «Peccato che debba terminare così: Ukmar non conosce pietà e di certo non ci risparmierà. Ecco: il sole si oscura». «No, non ancora. E poi a me non piace questa conclusione». «Mi rammarico, ma non ce n’è un’altra: è già tutto scritto». «Chi l’ha scritto, scusa, e dove?» «Non so, è tutto qui, nero su bianco, in questo libro del destino che stringo fra le mani. L’autore è un tale A.C., o forse è una lei, o forse sono una coppia. Comunque sia, non possiamo più sottrarci, ecco gli ultimi raggi del sole che si affievoliscono dietro l’altura». «Non correre, non sono gli ultimi raggi. E poi, questo finale, ti ripeto che non mi soddisfa». «Ma non abbiamo altra scelta». «Come no? Forse non te ne sei accorto, ma mentre eri impegnato a combattere contro Ukmar, io sono stata richiamata da un canto in mezzo alla bufera». «Ah sì? E di chi era la voce?» «Apparteneva a Siù, la regina dei ghiacci. Un tempo sposa di Ukmar, ma da lui ripudiata. Poverina! Sono secoli che soffre e non sa darsi pace. Lei lo ama, capisci? Lo ama e vuole salvarlo dal suo destino crudele che l’ha condannato a uccidere i testimoni della vita. Per questo, Siù s’inventa sempre uno stratagemma diverso per provare a liberare le prede di Ukmar. E mentre tu venivi catturato per primo, Siù mi ha donato quest’altro libro tutto dorato con un finale diverso». «E cosa dice?» «Te lo leggo, tesoro mio. Il libro racconta che, mentre noi stavamo qui a riflettere sul nostro destino, Siù ha assunto le sembianze di Derdenia, la terza figlia della luna, dalla bellezza sconfinata. Si è introdotta nella camera di Ukmar e lui è caduto stregato ai suoi piedi. Ora giacciono insieme e dormono profondamente il sonno degli innamorati». «Bello!» «Sì: bello e romantico. E noi, adesso, siamo liberi. Capisci? Possiamo fuggire». «E le catene?» «Siù mi ha dato anche questa chiave argentea. Forza, apri il lucchetto e usciamo da qui. Guarda: il sole non si è ancora ritirato». «Come è possibile?» «Qui sul Picco Nevoso il sole non tramonta mai e tutto è possibile». «Ma adesso che siamo fuori dalla caverna di Ukmar, cosa faremo, mia stupenda regina della luna?» «Torniamo giù a valle, a casa. Tu ce l’hai un sogno? Un sogno per la nostra vecchiaia che alimenti le giornate quando non troveremo più motivi per vivere?» «Certo, sei tu, amore mio». «Oh, tesoro!» «Vieni, stringiti a me. Tira un vento gelido quassù, all’aria aperta». «E quell’altra idea?» «La scuola?» «Sì, la scuola, caro. Mi piaceva: fondare una scuola dove i bambini e i nostri nipoti potessero giocare, studiare, leggere, imparare, divertirsi, crescere in armonia». «Questo sì che sarebbe fantastico. Ma come faremo?» «Di cosa hai paura? Che il dio del fiume Askramà straripi un giorno e si abbatta sulle nostre speranze?» «È una possibilità: tutto su questa Terra è destinato a essere distrutto». «Certo, se non fosse che Askramà è tremendamente innamorato di Siù e noi siamo ormai amici della regina dei ghiacci. Siù non permetterà alle nevi perenni della montagna di sciogliersi per ingrossare le acque di Askramà e inondare il nostro villaggio». «Va bene, mi hai convinto. Torniamo al paese, allora, e realizziamo questa avventura per il futuro. Ma come riusciremo a ridiscendere?» «È semplice: basta chiudere gli occhi». «Ecco, adesso riaprili, mio adorato. Non vedi dove ci troviamo?» «Certo: siamo nel patio della scuola che abbiamo costruito, ad ammirare il tramonto e i monti lontani. Dietro di noi, dentro le aule, di giorno i bambini giocano, urlano e si divertono. Di sera, qui fuori, noi due vecchietti inventiamo i libri e le storie che gli lasceremo come ricordo». «È così, amore mio. Vieni, avvicinati a me e stringimi forte: il sole non è ancora scomparso».
  25. AnnaL.

    Tradisce la mente

    commento Hai una piccola bolla d’ansia nello stomaco, la senti fin da quando ti sei allacciata gli scarponi con mani tremanti e hai osservato con angoscioso sollievo il nugolo di macchine che ha infestato il parcheggio della piccola centrale idroelettrica. Osservi le montagne intorno a te: oggi sembrano denti affilati e la piccola valle non è altro che una bocca pronta ad inghiottirti e masticarti a dovere. Il cielo è sgombro da nubi per fortuna, o almeno lo è per ora. Ti metti lo zaino con movimenti incerti e con il cuore pesante guardi i due sentieri davanti a te, salire da Pian Venezia o dal bosco? «Da che parte saliamo?» chiede Alessandro mentre si allaccia lo zaino in vita. «Andiamo dal bosco, poi giriamo per i laghi e scendiamo dal Larcher?» propone Davide spostandosi per lasciar passare una famiglia che punta verso il rifugio. Parlottano per qualche minuto, tu e Cinzia restate in silenzio: lei perché non c’è mai stata e tu perché vorresti scappare nella direzione opposta e, in definitiva, sei troppo occupata a tenere la colazione nello stomaco perché, Dio, se hai voglia di vomitare. Una bella sboccata e staresti meglio, debole, ma meglio. Ma non si vomita prima di un’escursione di quattro ore di cui più della metà su un sentiero in grossa pendenza e quindi costringi i pochi biscotti che hai inzuppato nel latte a stare scomodi nel tuo stomaco. Controlli mentalmente le provviste: pane, prosciutto, formaggio, qualche tavoletta di cioccolato; sì, c’è tutto quanto dovrebbe servire. Però ti senti ridicola perché non sei in una sperduta forra scozzese, ma in una piccola e a te molto nota valle delle dolomiti. «Andiamo dal bosco, di sicuro sarà meno affollato» ti informa Alessandro tendendoti la mano. Annuisci in silenzio, e bosco sia. Metti un piede davanti all’altro con fatica, conti i passi, cerchi di placare il respiro: piano dentro dalla bocca, fuori piano dal naso, aprire bene il diaframma, attenzione a non iper ossigenare e via così fino a che i battiti del cuore non avranno raggiunto un ritmo sopportabile perché ora lo senti che batte come un tamburo da guerra indiano. Non volevi venire qui oggi e hai proposto delle alternative. Il lago di Barco? No, poco paesaggistico. I larici del Saent? Ma sei matta? A Ferragosto le cascate saranno affollate come le spiagge di Rimini. Le malghe sopra Ortisè? No, che facciamo tanto sterrato per poi non veder nulla? Andiamo ai laghi del Cevedale invece, incastonati nella valle come tante gemme, non vuoi che la Cinzia si innamori di questi monti? Oh certo che lo vuoi, ma non lì per l’amor del Cielo! Non in quella valle stretta e senza alberi, dove non prende il cellulare e ci sono solo rocce e, Cristo, sembra che la montagne mi vogliano mangiare e incombono su di me come lupi pronti a scattare. Però questo non l’hai detto. Hai opposto solo obiezioni di natura pratica e poco pertinente. Sarà affollato. Certo, è Ferragosto. Il sentiero tira. Non preoccuparti, ce la faccio, sono anche io una montanara. Il giro è lungo. Partiremo presto e poi non dobbiamo mica farli tutti. Se avessi detto che ti sentivi morire anche solo all’idea si sarebbe cambiato subito giro, ma hai taciuto, come sempre ed ora sei nella merda, perché avere l’ansia e le mani che formicolano su un sentiero in forte pendenza col cuore sovraccaricato dalla fatica e dall’angoscia ha una sola definizione: essere nella merda. Sei come il povero Don Abbondio soverchiato dai bravi di Don Rodrigo che al grido di “quest’escursione non s’ha da fare” ti fan sentire un fragile vaso di creta in mezzo a tante masserizie di ferro. Visto che sei in ballo e devi ballare cerchi di conversare del più e del meno «Lo sai, questo giro l’ho fatto tutto che avevo otto anni» dici fermandoti a prendere fiato su una sporgenza. «Ma dai! Con i tuoi?» «Sì, bhè, per la mamma abbiamo dovuto chiamare il soccorso alpino, s’è sentita male. Le girava la testa e non riusciva a stare dritta, eravamo vicini al rifugio e il proprietario ha preferito chiamare perché non le passava. Quando sono arrivati le hanno trovato la pressione alta e l’hanno portata via con l’elicottero. Alla fine siamo scesi solo io e papà» mentre parli misuri con gli occhi il dislivello percorso e quello da fare. A occhio e croce almeno altri quattrocento e il bello deve ancora venire. Quel che non dici di quel racconto che viene preso come una mezza avventura è che tu quel giorno eri terrorizzata, hai ancora negli occhi tua madre sdraiata mezzo svenuta su una panca e tuo padre che non sapeva chi guardare: sua moglie che stava male e vomitava o sua figlia che sembrava uno spettro tanto era pallida dalla paura. «Sono solo nuvole d’umidità» «Cosa?» ti giri di scatto verso tuo marito. «Quelle» indica degli sbuffi bianchi che si levano dai lembi della Vedretta «è solo umidità, è troppo sereno perché si addensino in un temporale.» «Lo so Ale» replichi piccata, ma dentro sospiri, si fa per dire, di sollievo. Stavi giusto controllando il cielo, mentre ti arrampichi tenendoti ora qui e ora lì sul sentiero roccioso. Cazzo, ma non si arriva mai a questo dannato lago? Se fossi sola andresti più spedita, ma Cinzia si guarda intorno, scatta foto e tu pesti quasi i piedi perché vuoi arrivare, mangiare, ripartire, tornare alla calda sicurezza dell’abitacolo e poi nel confortevole abbraccio della valle. E invece qua ci si mette una vita e ti ci vuole tutta la tua buona volontà per non strillare che, almeno, muoviamo il culo! «Abbiamo un problema» grida Davide da capo della fila «il sentiero è allagato, dobbiamo passare sui sassi.» Oh, meraviglioso, passare sui sassi su un sentiero a strapiombo sul nulla «No, guarda, io mi bagno i piedi» rispondi «poi me li asciugherò al lago.» «Guarda che c’è davvero tanta acqua» ti risponde mentre allunga la mano a Cinzia per aiutarla. E Sant’Iddio se non è vero, un bel torrentello si è creato dal nulla e scorre allegro sui sassi. Passarci dentro vorrebbe dire bagnare tutto lo scarpone e non per un metro o due. Quindi misuri ogni singolo passo per bagnarti il meno possibile mentre imprechi come uno scaricatore di porto nel mezzo di un viaggio di quattro mesi su un mercantile in pieno inverno nell’Atlantico. Sono tutti un po’ attoniti dal tuo scoppio d’ira e dalla fila di improperi che è uscito dalla tua bocca, alcuni dei quali piuttosto coloriti, ma, incredibilmente, senti la bolla d’ansia che si dissolve. Come quella nuvoletta che s’innalzava dal ghiacciaio per sciogliersi nel caldo abbraccio del sole anche l’angoscia sembra farsi leggera e sparire nella pace della valle. Ora le rocce non sono dei troll pietrificati, gli arbusti sono graziose forme di vita e i fiori sono allegre macchie di colore e non irritanti distrazioni, le montagne sono braccia che sostengono e il profilo candido della Vedretta, sempre più ampio e visibile, ti ricorda quanto sei in alto. E a te stare in alto è sempre piaciuto, è in montagna o nei boschi che hai sempre percepito il soffio di Dio e anche ora la pace ti riempie il cuore. Cominci a ridere, chiacchieri, ti fermi per aspettare, guardi il cielo color cobalto con beata gratitudine, respiri l’odore della neve fino a riempirti i polmoni. Giocate a fare l’angelo su un piccolo nevaio, tutti avete portato un cambio, scattate foto e fate a palle di neve, accidenti, vuoi vedere che dopo tutto ti divertirai? Quando il sentiero spiana iniziate a vedere quei piccoli fiori spumosi come fiocchi di cotone e infatti il terreno si fa acquitrinoso e poco dopo ecco il lago Lungo che appare in tutta la sua modesta magnificenza. Le sue acque verde blu sono di ghiaccio e fan da specchio alle cime che portano all’altra valle, il lontano fischio delle marmotte è il solo suono che si sente oltre quello del vento, incredibile come tutti abbassino la voce in montagna, come in chiesa e la montagna in fondo non è una grande chiesa dove rendiamo grazie per la perfezione del Creato? Osservi il lago e pensi che ce l’hai fatta, 2600 metri di altitudine e senza panico, ecco, compito portato a temine, destinazione raggiunta, obiettivo centrato, ora non resta che scendere…scendere…ma quando? Quanto staremo qua? Gli altri stanno mangiando allegramente e lentamente, anche tu mangi lentamente, sbocconcelli a dire il vero, perché senti che l’ansia sta tornando. Ti prende lo stomaco, hai voglia di vomitare esattamente come prima e forse ora potresti anche farlo no? Si può scendere senza pranzo nello stomaco. Scendere. Una lunga discesa in una gola brulla e stretta. Scendere. A due ore abbondanti a piedi dalla macchina. Scendere. Perché sei nel mezzo di un dannato nulla e devi scendere, muoversi, camminare. Però le gambe non le senti, sono pesanti, provi a muoverle, ma si piegano a fatica, sono deboli. Alzi le mani, sono di piombo e formicolano, non riesci ad alzare le braccia perché sei fiacca, molto fiacca. Tutto il tuo corpo è pesante e insostenibile e con quel corpo non potrai mai scendere, sei bloccata qui, in mezzo alle montagne. Hai osato vivere? Ecco la paga ragazza, morirai qui a 2600 metri di quota perché non c’è altro da fare. Non puoi scendere, non puoi respirare, non puoi mangiare e non puoi bere. Anzi stai già morendo e infatti ti sdrai a terra, con lo sguardo al cielo e piena di terrore ti stacchi da te stessa e ti osservi dall’alto. Un corpo steso in posizione scomposta con a fianco i tuoi amici e tuo marito che ti chiedono di alzarti, di bere un goccio d’acqua e soprattutto di prendere le gocce, ma tu sai che non funzionerà nulla. Ormai è arrivata la fine e un terrore cieco ti invade trasformandosi in furia e la furia torna ad essere terrore e più sei preda del terrore più ti senti morire impotente e in un misto di panico e distacco mentre senti che ogni tuo muscolo ti abbandona lo capisci. Tu non sei Don Abbondio, tu sei il Griso, anzi no, tu sei Don Abbondio e il Griso. Ti sei punita e peggio ancora hai punito tutti perché hanno osato portarti dove non volevi e quante volte lo hai fatto ferendo te stessa e gli altri? Là, distaccata da te stessa, capisci che l’ansia è la tua arma che ferisce e ti ferisce, che sanguina e ti fa sanguinare. E tu cosa farai? Morderai e verrai morsa o guarirai la bestia?
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