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Trovato 15 risultati

  1. ebreovenutodallanebbia

    Contagiati Libreria Altroquando

    La quarantena è il periodo di segregazione cui è sottoposto il contagiato, il diverso, una fase probatoria necessaria a smascherare la malattia, un luogo di isolamento in cui la salute è sospetta, spiata da dietro un vetro di diffidenza. Fino al momento della diagnosi, la condanna alla solitudine forzata è preventiva, perché la salute degli uomini è troppo precaria per rischiare, e l’untore va isolato. Il virus fa tanto più paura quanto più viene da lontano, perché le vie sconosciute percorse dal diverso non possono che essere strade pericolose, terre infette. Così, lo spauracchio del contagio separa mariti da mogli, genitori contagiosi da figli deludenti; i seni nutrienti delle madri divengono ricettacolo di batteri, il latte veleno trasmesso con l’inganno della vita. Perfino l’amore diventa un sospetto episodio virale, quando l’inverno lo spoglia dei suoi fiori e ne rivela i frutti guasti. In dodici storie inquietanti e visionarie, Andrea Mauri ci racconta la sua ossessione per la malattia e il disagio del vivere moderno, proponendoci la scrittura come unica terapia efficace contro le infezioni della vita.
  2. EmperorOfDisaster

    La Mirra di Alfieri.

    [Promettendo che sarò più presente sul forum quando avrò terminato la maturità, posto quello che è uno dei primi capitoli del romanzo cui sto lavorando e di cui ho redatto le prime cinquanta pagine. Così, giusto per avere un parere. Il mio venire dalla poesia si sente forse troppo, i personaggi sono solo uno strumento per costruire la distruzione e il romanzo ha ambizioni pseudo-esistenziali, ma va bene così: ci sarà tempo per cambiare. Un saluto!] La famiglia è tugurio del delirio. Sguardi intrecciati incensano la vita ed erigono statue in nome di Amore, despota che divarica le vertebre e li rende sepolcro di desideri trafugati, così abbarbicati alla paranoia del vivere: si sentono fragili di fronte a quella bambina che li osserva con occhi vispi. Sta giocando con delle bambole che, un tempo, sono state della madre, perché purtroppo non possono permettersi molto di più. Non ora, non con l’affitto da pagare. Sono felici, perché la vera felicità è povera: disadorna, si erge su pentole d’oro e anelli di diamanti, destinata a rimanere impressa come carezze grezze su un volto intessuto di utopie. La vera felicità è come la rima cuore-amore: banale. «Ha i tuoi capelli, piccola.» «E i tuoi occhi.» «Sono così fortunato.» «Perché?» «Perché mi sono riscoperto innamorato.» «Di lei?» «Di lei e soprattutto di te.» «Quante volte ti innamorerai ancora di me?» «Forse ogni giorno.» «Forse mai più.» «Perché questo pessimismo?» «Invecchierò anche io.» «Tanto meglio: se invecchierai così bene, sarai una bellissima milf.» «Daniele!» «Che c’è? È la verità...» «Sì, ma non dire certe cose davanti alla piccola.» «Mh, va bene. » Sorrisi lascivi stridono nell’anarchia dei giorni viscerali: potrebbero passare ore a scambiarsi silenzi eloquenti, a sedursi a vicenda con complimenti dirottati verso il nulla, per poi rivestirsi di concupiscenza nelle notti allucinate dai sessi schiusi come conchiglie. Il tempo è tiranno che incede senza periclitare la voglia di amarsi: più invecchiano, più si riscoprono incatenati l’uno all’altra e meno a se stessi. L’amore tra giovani è egoistico: parassita volto a colmare mancanze e fragilità esistenziali con corpi ingordi di vita. Poi cresciamo e ci riscopriamo carcasse del sentimento: uccisi, ci aggrappiamo l’uno all’altro pur di salvarci. Infine diveniamo baratro che accoglie l’abisso: ingolliamo le debolezze del compagno per farlo stare bene o, perlomeno, un poco meglio. Amarci significa annientarci, significa tentare di rinascere insieme alla persona che ci ha annichilito: l’amore è masochismo, è costruzione della distruzione; è vedere l’anima genuflettersi davanti alle macerie del cuore e godere di ciò, perché consapevoli del fatto che stia nel malessere l’unica grande verità. Bramiamo la distruzione perché coscienti di non poter essere costruttori: la costruzione appartiene agli Dei, forse persino agli uomini del passato, ma noi siamo bestie che giocano a essere umani. Possiamo anche provare a trascendere il tedio della vita quotidiana, ad ascendere all’infinito, ma guardiamo in alto, quando dovremmo guardare dentro: confinato nel finito, l’infinito non è altro che la percezione di tutto ciò che non siamo, perché è sul non-essere che ci concentriamo, piuttosto che sull’essere. Siamo diventati trans-umani perché abbiamo distrutto Dio, senza accorgerci che, tentando di annientarlo, ci siamo riconfermati suoi schiavi: gli abbiamo concesso il potere su di noi nel momento stesso in cui abbiamo provato ad annichilirlo, poiché abbiamo ammesso di essergli inferiori, quando nulla è superiore all’uomo. Nemmeno l’Arte, perché è dall’uomo che essa discende: non è l’idea platonica, bensì quella cartesiana. Antropocentrismo in shot bollenti. Ed è in questo essere superiori che si nasconde la nostra più grande fragilità: soffriamo, perché spesso in noi emotività e raziocinio viaggiano su due binari paralleli, sempre pronti a deragliare e a schiantarsi l’uno contro l’altro. Poi siamo mutati in dis-umani, dunque belve, perché come belve sappiamo, vediamo, ci accorgiamo di essere delirio, ma non sappiamo esplicitarlo: non sappiamo più chi siamo. La nostra vita è fingere di avere un’identità e talvolta persino fingere di fingere: siamo catastrofismo edulcorato dall’apparenza, ma l’unica grande realtà è la finzione, perché essa rivela ed è solo quando fingiamo di stare bene che stiamo male davvero e dunque siamo massimamente veri. Siamo tutti alétheia: verità nascosta che si disvela. E non c’è umanità nella rivelazione: umano è chi sempre domanda, non ciò che ha risposta. Quindi chi siamo noi? Forse siamo quell’uomo che abbraccia la moglie, la donna che si lascia coccolare, o la bambina che li osserva, incuriosita, con sguardo serpigno, per poi avvicinarsi, sfiorare la gamba della madre, slanciarsi per essere presa in braccio e chiederle: «Mamma, perché oggi desidero morire?» Ha sette anni e il Dolore è già il suo Dio. Lo scenario muta, polimorfo come il grande Teatro: la donna, una stella crollata; il padre, barlume di una razionalità liquefatta; la bambina, un sorriso tratteggiato di catastrofe. Distruzione psichica: tragedia lirica. Necrosi di ogni utopia genitoriale. La famiglia è tugurio del delirio: forse non siamo nulla, se non una distopia concretizzata.
  3. TIZIANA CURTI

    UN MONTE DI POESIA 14° EDIZIONE SCADENZA 6 aGOSTO 2019

    Fino a
    PREMIO LETTERARIO UN MONTE DI POESIA 2019 Quattordicesima edizione Patrocinato dall' Amministrazione comunale, dalla Proloco di Abbadia San Salvatore (SI) e dall' Accademia Vittorio Alfieri di Firenze. 1) Sezione poesia a tema: “La montagna”: vita, costumi, folklore, paesaggio. 2) Sezione a tema libero: poesie edite o inedite. Sezione poesia dialettale: Poesia in vernacolo con traduzione in italiano Sezione giovani: (In questa sezione si può partecipare gratuitamente) Poesia a tema libero riservata ai giovani da tredici a diciotto anni non compiuti alla data di scadenza. (è obbligatoria la fotocopia della carta di identità e la liberatoria da parte di un genitore). Tutti gli elaborati dovranno essere inviati entro il 31 LUGLIO 2019 ULTIMO TERMINE 6 AGOSTO E' consentita la partecipazione a poeti italiani e stranieri (scritti in lingua con traduzione in italiano). Sono ammesse fino ad un massimo di tre poesie per ogni sezione. Si può partecipare a più sezioni versando per ognuna un contributo di partecipazione di €10 per la prima poesia e € 5 per ognuna delle poesie successive ( Es: una sola sezione, tre poesie, euro 20). Gli elaborati NON devono avere già conseguito primi premi in altri concorsi e, unitamente all’attestazione di avvenuto pagamento, dovranno essere inviati secondo una delle due modalità: in forma cartacea (per posta) a INFOPOINT PRO LOCO Viale Roma N°10, 53021 Abbadia San Salvatore (Siena); per via telematica (per e-mail) a: unmontedipoesia@alice.it Il pagamento della quota di partecipazione potrà essere effettuato tramite: VAGLIA POSTALE (stesso indirizzo dell'invio cartaceo degli elaborati); pagamento su POSTAPAY intestato a Tiziana Curti N. 5333 1710 1655 0440 bonifico bancario intestato a :Tiziana Curti su IBAN IT49V3608105138241080941082 Ciascuna poesia (solo una poesia per ogni foglio A4) dovrà pervenire in due copie con l'indicazione della sezione in cui partecipa, il titolo dell'opera e il testo (rigorosamente entro venticinque versi). Solo una delle due copie, (sulla stessa facciata dove è scritta la poesia) dovrà contenere: nome e cognome, indirizzo completo, recapito telefonico (fisso/cell), indirizzo e-mail e firma leggibile. Per la sezione GIOVANI, va anche indicata la data di nascita, su entrambe le copie. L'altra copia dovrà rimanere anonima. Non saranno accettati elaborati scritti a mano o riportanti dati illeggibili. PREMI: (Tutti i premi assegnati dovranno essere ritirati direttamente dai vincitori.) SEZIONE A TEMA “LA MONTAGNA”: 1° premio: Assegno di € 250,00 - Coppa e pergamena SEZIONE A TEMA LIBERO: 1° premio: Assegno di € 200,00 - Coppa e pergamena SEZIONE POESIA DIALETTALE: 1° premio: Coppa e pergamena SEZIONE GIOVANI: 1° premio: Coppa e pergamena PER TUTTE LE SEZIONI (eccetto quella speciale): 2°, 3°, 4° e 5° premio: COPPA e pergamena, dal 6° al 10° classificato: medaglia e pergamena PER TUTTI: Libri e materiale informativo sul territorio. PREMIAZIONE DOMENICA 20 OTTOBRE ORE 10 presso Teatro Servadio via Pinelli 10 , abbadia San Salvatore
  4. ebreovenutodallanebbia

    Due secondi di troppo

    Sabato 25 maggio presso la libreria Il Catalogo di Pesaro, via di Castelfidardo 60, Alessandro Melchiorri di Arcigay Agorà Pesaro e Urbino incontra l'autore del romanzo "Due secondi di troppo". La presentazione è organizzata con la collaborazione di Marche Pride, Agedo Marche e Ubik
  5. Dolly_unborn

    Uno scambio

    Stavo suonando il pianoforte, un notturno di Chopin, uno dei miei preferiti, quando sentii qualcuno bussare alla porta. Era lui, lo stavo aspettando. Ci eravamo sentiti il giorno prima, aveva qualcosa da darmi. Andai ad aprire la porta, e lo feci entrare. Non era la prima volta che lo vedevo, ci eravamo visti diverse volte per strada, in incontri fugaci, incontri che terminavano non appena lo scambio veniva fatto. Questa volta gli chiesi di fare lo scambio a casa. Lo feci accomodare in salotto, e andai in camera a prendere il portafoglio. Uno scambio è uno scambio. Mi aveva portato quello che volevo, dovevo dargli quello che voleva. Presi la banconota da 20 euro e gliela diedi. Allora lui mi porse un sacchettino. Ne avevo visti tanti di quei sacchettini. Ne conoscevo perfettamente il contenuto. Lo scambio era stato compiuto. Pensai che adesso se ne sarebbe andato, e non l’avrei visto prima di una settimana. Però lui restò lì, seduto sul mio divano. L’avevo sempre visto di notte, al buio. Per la prima volta lo vidi sotto la luce, la luce della lampada del mio salotto. Pensai a quanto fosse carino. Rimasi a guardare i suoi capelli, neri come la notte che aveva fatto da sfondo ai nostri incontri segreti, per le strade della città, lontani dagli sguardi delle persone. Ricci. Ribelli. Proprio come era lui, un ribelle. Rimasi a guardare il suo viso per un tempo che mi sembrò interminabile. Lui guardava da un’altra parte. Seguii il suo sguardo. Il pianoforte. Era lì che guardava. Da quando era entrato in casa, nessuno aveva parlato. Tutto si era svolto in silenzio. Ogni parola che la mia mente creava si bloccava poco prima di uscire dalla bocca. Come se ci fosse qualcosa che ne impediva il passaggio. Ruppe lui il silenzio. ‘Suona qualcosa’, mi disse con un tono a metà tra l’autoritario e il dolce. Non reagii subito. Non mi aspettavo che mi chiedesse di suonare. Ma poi andai verso il pianoforte, deciso a eseguire quell’ordine che mi era stato dato con tenerezza . Mi sedetti sullo sgabello, e aspettai. Pensai a quante volte le mie mani avessero toccato quei tasti. Gli spartiti sono solo delle note stampate sulla carta, e pensai a quante volte avessi dato vita a quelle note, con le mie mani, che si muovevano sulla tastiera. Suonavo da quando ero bambino, la musica era la mia vita. Quando suonavo mi sentivo libero, libero di essere me stesso, di esprimermi, di raccontare chi ero. Non esistevano gli altri quando suonavo, non esistevano i giudizi delle altre persone, quello che pensavano o quello che credevano. Le loro critiche si perdevano nell’aria prima di raggiungermi. Mi sentivo protetto, intoccabile. Le loro parole non potevano scalfirmi. Decisi di suonare il pezzo che stavo suonando prima che lui arrivasse. L’avevo già provato diverse volte, lo sapevo suonare, tuttavia quella volta… era diverso. Esitai. Rimasi immobile. Quelle mani che da tempo si muovevano con abilità erano ferme. Ero teso. Mi ero esibito diverse volte davanti a un pubblico, e conoscevo la tensione che si prova prima di un concerto. E non era la stessa tensione. Quella persona, quel ragazzo che era seduto sul divano di casa mia, mi stava facendo provare sensazioni che non avevo mai provato prima. Cercai di rilassarmi, e cominciai. Non appena sfiorai il primo tasto, non potetti più fermarmi. La tensione era ormai scomparsa. Il viaggio era cominciato. Un viaggio di libertà, di espressione. Un viaggio magico. Sentivo le emozioni ribollire dentro di me, emozioni contrastanti. Mi lasciai trasportare dalle emozioni, le mani si muovevano da sole, spinte dalle sensazioni che provavo. Toccai l’ultimo tasto. Avevo finito. L’esibizione era terminata. Mi girai verso di lui, e arrossii. Se ne accorse. ‘Sei stato bravissimo’, mi disse. E io lo ringraziai, un po’ imbarazzato. Mi alzai, e si alzò anche lui. Venne verso di me. Si muoveva molto lentamente, oppure ero io che cercavo di assaporare ogni istante di quello che stava accadendo. Si mise dietro di me. Con una mano mi toccò il fianco. Sentii un fiume di emozioni dentro di me. Un fiume violento. Ma le emozioni erano tutt’altro che violente. Mi sentivo così bene. Mi toccò il collo con le sue labbra. Erano morbide. Subito una sensazione di calore e affetto mi avvolse, interamente. Mi riempiva completamente. Mi sentivo leggero. Non c’era più tensione, solo un senso di gioia infinita. Mi girai, e ci baciammo. Sentivo le sue labbra contro le mie. Le labbra di un ragazzo che avevo visto diverse volte, ma che solo adesso riuscivo veramente a sentire. Lo sentivo vicino a me, mi toccava con dolcezza. Sentivo tutto il suo corpo contro il mio. Guardai il suo viso, e mi sentii trasportare dai suoi occhi. Il suo stringermi e il suo toccarmi erano come un accordo che viene suonato con passione, con energia. Le emozioni mi travolsero come un uragano. E ci abbandonammo alla passione. Al desiderio. Forse era questo lo scambio che era venuto a fare.
  6. ebreovenutodallanebbia

    Incontro sul romanzo e la traduzione letteraria

    Fino a
    Gli studenti della John Cabot University del corso di Traduzione Letteraria della professoressa Berenice Cocciolillo si sono cimentati nella traduzione di alcuni capitoli di Due secondi di troppo. Ci confronteremo su questo lavoro mercoledì 17 aprile alle 16.30 al Caroline Critelli Guarini Campus Piazza Giuseppe Gioachino Belli, 10 (Trastevere). Parleremo del romanzo e di traduzione. Chi fosse interessato, può prenotarsi inviando una mail a rsvpevents@johncabot.edu
  7. dfense

    Hop Edizioni

    Nome: Hop! Edizioni Generi trattati: dalla sezione "informazioni" su Facebook: "Hop! è una casa editrice di fumetti, illustrati, libri di narrativa particolari. E' sguardo attento sugli aspetti più attuali e mutevoli della società". Modalità di invio dei manoscritti: non specificata, ci sono, comunque, molti recapiti: https://www.hopedizioni.com/contact-us/ Distribuzione: non specificata Sito: https://www.hopedizioni.com Facebook: https://www.facebook.com/hop.edizioni Non so quanto possa essere indicativo, e soprattutto di cosa, ma è un editore a fortissima prevalenza femminile, vuoi per determinate tematiche, vuoi perché il parco autori parla da se. Appare una realtà interessante, sicuramente da testare...
  8. gecosulmuro

    Il Pozzo (revisionato)

    Commento Il Pozzo (revisionato) Olmo scrutava accigliato nel buio del pozzo. La breccia che aveva gettato non aveva fatto splash o forse l’aveva, ma in tutto quel chiasso non s’era sentito, perciò, sospirando, tirò via le mani e si guardò intorno. Quel giorno non ce l’avrebbe fatta. «Ciao. Hai una matita?» disse il micro-sciupafemmine. Era spuntato a tradimento, cogliendolo sul fatto, cioè con le zampe nella marmellata, a fare quel che non si puote e mai si puorà, vale a dire, appunto, il guardare nei pozzi. Olmo se n’indispettì, poiché era noto che non si potesse star lì – sull’orlo del bordo del pozzo – pena richiamo; il preside, il divieto, l’aveva perfino affisso all’ingresso, minacciando la chiusura del solo spiazzo che c'era per il pallone se si fosse ripetuta un’altra infrazione di quella fatta. Adesso, grazie al vermetto, la sua avventura sarebbe stata riportata e Olmo, assurto a Infame et Violatore di Disposizione Presidizia, sarebbe stato retrocesso ne’ circoli maschili con bolla d’ignominia, avanzando, specularmente, in quelli femminili, ch’avevano l’interesse opposto. Accadeva, però, che nella tacita quanto rigorosissima gerarchia degli alunni de panza, il microbo, a suo parere, stesse dietro e che pertanto se ne potesse tirar fuori facendo valere il grado. Perciò, con aria ostile ma liscia, si predispose ad alludere a una fatwa in tal senso, vale a dire un pronunciamento di qualità tale che il soggetto avrebbe potuto intelligere da sé così, senz’altre precauzioni. Quindi, a beneficio della posterità tutta, pronunciò tali solenni parole: «No. Non ho matite», voltando gli occhi altrove a significare quel che c’era da significare. «Ok… Grazie lo stesso…» disse quello con l’aria da micio (Così si fa! addomesticare subito!), ma poi, del tutto inaspettatamente, allungò la destra in un inaudito gesto di pace: «Comunque… mi chiamo Francesco». Urca! Secondo il Codice d’Onore, non si poteva rifiutare una presentazione, a men che vi fosse uno stato di guerra acclarata – che infatti non v’era – ma Olmo, a doverla, la mano, n’ebbe ugualmente un irragionevole quanto acutissimo fastidio cui, suo malgrado e solo con gran sforzo, fece buon viso. «Olmo». «Piacere. Tu sei l’amico di Anna, terza B?» A quell’età, o si coglie subito o non si coglie mai. Olmo cominciò a credere che il microbo perseverasse nell’improntitudine per farlo incazzare! Tuttavia, non gli sfuggì l’esser da lui reputato “amico” della meglio-della-scuola, cui andava appresso dall’inizio del quadrimestre, cioè da quando s’era trasferita in zona a seguito d’un improvviso fervore ecumenico de’ genitori ch’avevan cristianamente convenuto di non potersi sopportare e s’eran separati. Che quello fosse ciò che raccontava di lui? Se era così, non poteva che essere un’astuzia per non scoraggiare il rivale e… dunque, alla fine, in fondo, Anna gli aveva fatto sapere in quel modo oscuro che di lui non ne voleva sapere… Olmo sentì qualcosa che si spezzava dentro. «Credo di sì… se ho capito di chi parli» «Anna Mancini, mia sorella». A quell’età, il pensiero è più chiaro dell’istinto, ma è il secondo che comanda. Se non la conosci – e ce ne vuole a conoscerla – la gelosia non va via facile. Dunque! Ella allora aveva un altro di cui non era al corrente! «Ah… Certo… Il fratello di Anna», disse, come se l’avesse saputo da sempre. «Perdonami, non ricordo in che classe…» «Seconda B» «Già… Con Guido Lavaccio…» (prontamente promosso a sospettato). «Certo» «Come va…», s’accorse d’improvviso di non averne affatto afferrato il nome, «…nno le cose al secondo anno?» Francesco fu un po’ sorpreso da quella strana domanda: «Bene. Un po’ così con la matematica, ma c’è Anna che m’ai…», cominciò a replicare, ché il trillo sgraziato della campanella l’interruppe a metà dello iato in cui Olmo prontamente s’introdusse: «Sì. Ha un’ottima media. Bè… Allora… Alla prossima…», disse in fretta mentre già s’allontanava. «Ok. Buona lezione, Olmo». Andata! S’era sfiancato di più in mezzo minuto col “fratellino” che in un quadrimestre a far le poste alle femmine. Si prese il suo tempo e tornò in aula che la ricreazione era finita da un po’. C’era da studiare un modo per far sapere dell’incontro alla sorella prima che di quella faccenda sapesse dal fratello e s’inventasse chissà cosa su quel che ci fosse da dirne o ridirne, ma c’era anche da studiare-punto poiché l’aspettavano un buon paio d’ore di lezione senza interruzione al cospetto della rivoluzione d’ottobre. Sopportata la sfiancante loquela del prof, che proseguì ininterrotta per tutto il tempo senza che il medesimo tirasse il fiato una sola volta (come diavolo faceva?), la “meglio” ora parlottava fitto con la cicciotta et brufolosa compagnuccia di banco, che più d’una volta, in sua assenza e davanti a lui, della sua bella – beninteso alle spalle – n’aveva dette di cotte e di crude. Per quanto ne sapeva, n’era anche cordialmente ricambiata, ma questo non impediva ora alle due di scambiarsi confidenze come fossero da sempre amiche del cuore. Femmine. A messaggiarla, neanche a pensarci, si sarebbe lasciata in giro prova del fattaccio, pronta, se lo sentiva, all’uso per dileggio, perciò, non avendo cuore di prendere a parte la ragazza e parlarle in privato davanti a quella vipera linguacciuta, si rassegnò all’idea di lasciar correre e affrontar via via le conseguenze senza prevenirle, ché, in fondo, cos’era poi successo mai? S’era parlato di matite, s’eran fatte presentazioni e s’era rientrati. S’avviò quindi da solo per la strada di casa, poiché a far le poste per sbrancarla s’era dovuto spicciare de’ compagnucci suoi e quelli eran ormai belli ch’andati. Guarda caso, però, nel prendere per il cancello s’imbatté nel bell’Adone, che a fattezze, ora che sapeva e a guardarlo meglio, pareva proprio spiccicato la sorella. Scoprì così che a questo non sembrava vero di poter fare un pezzo di strada insieme e che n’era, anzi, contentissimo, cosa di cui Olmo, bontà sua, non riusciva proprio a immaginare il perché, ma cui, sul momento, non badò. Si parlò del più e del meno, o, meglio, per lo più parlò il “sorello”, poiché Olmo, ancora lì a raccapezzarsi della situazione sentimentale, seguiva e non seguiva. «… potresti venire a vedere.» Certo, andava detto che con Francesco (ora se n’era perfino rammentato il nome) non si correva il rischio di far languire la conversazione. «Io…» Stava per esordire qualcosa in risposta, ma che gli aveva chiesto? «Dai… Ce l’avrò solo per qualche giorno…» A Olmo venne in mente che qualunque cosa fosse sarebbe entrato in casa di Anna, perciò, come un giocatore di poker, rilanciò al buio: «Penso che vada bene. Come restiamo?» «Vediamoci alla fermata del 92, a Piazza Indipendenza, alle tre. Facciamo la strada insieme». Stavolta Olmo era sicuro che il socio non si fosse spiegato bene e decise a mettere i puntini sulle i. «Credevo dovessimo andare a casa tua…» «Scusa. Non te l’ho detto. I costumi sono nella sartoria del teatro, non posso portarmeli dietro. Facciamo un salto lì, poi passiamo da me». Dunque, c’entrava una faccenda di costumi, di sartorie e di teatri… Non ci aveva capito niente, ma era sicuro che anche non fosse proprio proprio quel che s’aspettava, alla fine avrebbe raggiunto lo scopo che contava. «Va bene. Allora, alle tre. Ti prego, però, di ricordare che avrei da studiare e non posso far tardi» «Non ti preoccupare» «Allora… a dopo» «Ciao bello!» Olmo si sentì meglio solo dopo essere andato fuori vista ed esser rimasto senza più nessuno a cui dare i resti. S’avviò quindi per la strada che più l’aggradava tra quelle che menavano (e menano) all’avita dimora, ch’è il luogo dove le mamme ignare dell’Epica aspettano i figli. Arrivò alla fermata con cinque minuti di ritardo. Appena lo vide, Franz (lo aveva ribattezzato così) cominciò a sbracciarsi. «Ciao!» disse dopo che s’appressarono, baciandolo sulle guance all’uso dei giurassici. «Ciao Francesco. Sono in tempo?» «In tempissimo. L’autobus arriverà tra tre minuti» «Ok. Ci sarà da aspettare qualcuno?» «Niente affatto. Ho le chiavi. È tutto organizzato. Sanno che mi serve qualcosa per il teatro e dato che hanno un po’ di costumi da buttare mi hanno detto che posso scegliermi quelli che voglio» «Ma non ti faccio problema a stare lì anch’io?» «Figurati! Mi posso portare un aiuto, ci mancherebbe» Olmo non era sicuro che la cosa sarebbe andata per le spicce, ma s’era messo in parola e… cercò di tenere bene a mente perché. Il ragazzino era un disco rotto (chissà che vuol dire) e non faceva una pausa da poterci infilare qualcosa, ma Dio, in tutto questo, aveva voluto che s’arrivasse e quindi, infine, al netto di nonno miscredente, s’arrivò. In qualche modo, Franz, che gli cominciava a stare simpatico – anche se non sapeva perché – riuscì a trovare la chiave giusta per aprire la prima di tre porte in metallo le quali, levando alti guaiti, furon schiuse ognuna quel tanto che basta a passare di sguincio. Alla fine, si ritrovarono in una stanza buia, rischiarata solo dai vetri rotti d’una finestra ch’era (ed è ancora, a quanto se ne sa) talmente lurida che v’era (e v’è) il sospetto che fosse la sporcizia a tenerla su. Franz, a tastoni, cercò l’interruttore con cui – come d’uso da taluni di questi dispositivi – dette corrente a una serie di lampade a tubo le quali, rispondendo al solito loro, cioè in un tempo nel mezzo tra il ragionevole e l’inconcepibile, illuminarono l’antro dei quaranta ladroni. C’era di tutto, perfino un topo, che, con sfacciata indolenza, cedette il posto con sussiego e solo dopo aver attentamente esaminato gli ospiti. Olmo non faticò a immaginare l’inganno di quell’inaspettata liberalità. I titolari di quel… merdaio avevano consentito l’accesso sperando che Franz e i suoi sgombrassero gratis l’immondizia. Era evidente. Sospettò pure che il tempo delle chiavi fosse stato fissato solo per dar credito alla cosa, ma che in effetti queste avrebbero potuto benissimo essere restituite sine die. Il socio sembrava impazzito. Cominciò a intrufolarsi tra file e file di appendi abiti stracolmi di cascami impolverati con degli “Oh!”, degli “Ah!” e dei “Guarda!” che si conclusero poco dopo con un preoccupante: «Questo me lo provo subito!» Olmo cominciò a intuire quale fosse il suo ruolo. Il soggettino l’aveva trascinato lì solo per non star solo a far quanto avrebbe poi fatto da solo e l’aveva, diciamo, incamerato appropriandosi dell’amico della sorella – ché tanto a questo, s’era capito, servivano gli amici della sorella – e disporre d’un compare d’occasione, silente e servizievole, il quale, abbagliato dal miraggio d’una erotica avventura, si sarebbe assoggettato volentieri all’imperio d’un vice Cerbero (quello di ruolo era il maggiore) pur di nutrire la Speranza. Olmo sentì un tantino d’irritazione salirgli dentro. Il microbo era palesemente all’oscuro della Gerarchia e, cosa ancor più grave, l’aveva deliberatamente usato per i suoi biechi scopi! Il micro-bastardo! Cominciò ad agitarsi, cercando il modo per sfilarsi da quella situazione, la quale era tale che, se tanto dava tanto, prefigurava un “dopo” talmente annacquato da rodate regie familistiche (Olmo n’era ebbro da altre esperienze) da vanificare completamente il vantaggio che supponeva aver conquistato con la nuova amicizia. Anzi. Semmai, a quel punto, per distinguersi dalla massa dei supposti corteggiatori, gli conveniva fare lo “straniero”. Del tutto ignaro, il microbo (di nuovo declassato al rango che gli competeva dall’inizio) stava intanto dando seguito all’annuncio di prima e si trovava ora nel pieno d’una complessa operazione che avveniva non meno di due file più in là, dove Olmo non ne poteva constatare né la natura né i progressi. Il soggetto riusciva, tuttavia, con un’abilità che ora appariva sospetta – anzi, corrotta –, a non interrompere un istante la loquela, ché il nostro, di minuto in minuto, si convinceva vieppiù esser parte anch’essa d’una abitudine consolidata, come se per taluni fosse normale disporre a piacimento delle orecchie degli incidentali ossequianti che piovevano sulle sorelle senz’esser da queste cercati e senza, da par loro, dar nulla in cambio tolta la narcisistica ostentazione d’eloquenza. Il ragazzino, a suo parere, era insomma parecchio viziato e assai all’oscuro della Realtà. Per non sembrare da meno dell’altro, Olmo prese a fingere di telefonare a qualcuno, così, tanto per non fare la figura del fesso, simulando conversazioni ch’era uso far davvero, ma con toni ora confidenti ora autorevoli, a dar segno d’una padronanza del ménage che di sicuro i comuni mortali – ma non certo quelli del suo rango – si potevano solo sognare. Cosicché stette lì, a cucinare quel minestrone, per poter esordire a tempo debito che proprio doveva andar via, che sarebbe stato per un’altra volta, che salutasse tanto la sorella (no, questo meglio di no) e che… insomma… andò che impersonasse talmente bene la parte, da convincere sé stesso di quanto nel frattempo andava in realtà dicendo – millantando particolari et specialissime responsabilità – a un ragno a sette zampe – lì residente da così tanto ch’era stato fatto sindaco dagli scarafaggi – mentre quello tesseva indifferente la sua centesima cenciosa ragnatela. Avvenne allora l’indicibile, cioè ciò che non poteva, appunto, esser detto; specificatamente, per l’imbarazzo: il microbo riapparve all’improvviso… vestito da odalisca! Con movenze morbide e sinuose, improvvisando una coreografia orientaleggiante al suono d’una musica immaginaria, saltò fuori da dietro un appendiabiti coperto da veli semi trasparenti, l’ultimo strato, probabilmente, d’un costume a cipolla – fatto cioè con tanti sotto e tanti sopra – che a causa della taglia e della foggia da femmina era il solo che gli potesse stare. Olmo restò come un blocco di sale. Dato il tempo d’un paio di battute, quello lo raggiunse ancheggiando, gli poggiò le mani sulle spalle e cominciò a dimenarsi tutto. A quel punto non c’era più dubbio alcuno, né era possibile il dubitare o l’aver dubbi da dubbiare, che si stesse a far lì s’era finalmente capito per intero e in tutta l’interità dell’interezza. Ah, no! questo è troppo! Questa non posso proprio farla passare! Con aria imbarazzata ma decisa, Olmo, si schiarì la voce e cercò di fare il duro educato: «È meglio finirla qui, Francesco. Non mi piace quello che stai facendo e non voglio continuare questo gioco!» Pum. Fu chiaro che se gl’avesse sparato non avrebbe potuto far più male di quanto n’aveva fatto con quelle parole. Con un balzo, Francesco sparì nell’appendiabiti e si nascose chissà dove in quello stanzone lurido e oscuro, senza fare il minimo rumore. La faccenda de’ costumi e del teatro finiva lì. Senza dir niente, Olmo rifece a ritroso la strada e se ne tornò per i fatti suoi. Arrivò il nuovo giorno. Olmo, instancabilmente, continuava a ragionare su ogni singolo indizio. Francesco non poteva aver concepito quel piano così, senza un parere, dunque qualcuno l’aveva imbeccato. Chi? Che avesse un nemico che lo voleva sputtanare? La linguacciuta? E cosa avevano mai spartito? O che avesse ordito quel piano per colpire Anna di sponda? Dunque? Se non questo cos’altro? Mentre masticava e rimasticava, arrivò il Messaggino. "Ciao Olmo. Vorrei poterti chiedere scusa di persona per l’altro giorno. Se ti va, oggi e domani sarò nel posto in cui ci siamo presentati, alla stessa ora." Urca. Girò e rigirò il telefonino tra le mani per un buon quarto d’ora pensandoci su. Gli sembrava troppo circostanziato “oggi e domani sarò… alla stessa ora”. Perché incomodarsi? In fondo non era successo niente, bastava e avanzava il chiedere scusa. "Ciao Francesco. Ti chiedo scusa anch’io per quello che ho detto, ma per me non occorre altro, è già tutto dimenticato. Stammi bene." Faccenda chiusa. Prima o poi avrebbe saputo di più, per il momento si sarebbe tenuto a distanza. Doveva far qualcosa per portare a casa il quadrimestre, non c’era da scherzare. Lo venne a sapere dalla tv, come tutti. Francesco era scomparso. Per qualche giorno vi furon un po’ ovunque degli avanti e degli indietro d’animi oppressi, al quarto, lo trovarono nel pozzo. Nel posto dov’era da quando più visto non s’era. Sapiente e dormiente, risorto a ponente. Carminio narrava la brezza leggera che l’anima grave, eppur lieve, rubò.
  9. Nulla Fallisce

    AL - Nulla fallisce

    Titolo: Nulla fallisce Autore: AL Casa editrice: AL ISBN: 9788822865250 Data di pubblicazione: 15/11/2016 Prezzo: gratuito Genere: narrativa/autobiografia Pagine: 140 Quarta di copertina: Un viaggio nel tempo intenso, doloroso, straniante, onirico, commovente; un self coaching involontario. Il racconto del protagonista si vive attraverso momenti, istantanee ed episodi che ricostruiscono le tracce del percorso per ammettere e accettare di essere gay prima, e amarsi e innamorarsi poi. Sullo sfondo, ma con un ruolo da coprotagonisti, canzoni, film, telefilm e romanzi contestualizzano il periodo tra 1983 e il 2011. È un romanzo intimo, il percorso di un'anima moderna. Link all'acquisto: Amazon: https://www.amazon.it/Nulla-Fallisce-AL-ebook/dp/B01MSM5TF6 Feltrinelli: http://www.lafeltrinelli.it/ebook/nulla-fallisce/9788822865250 IBS: https://www.ibs.it/nulla-fallisce-ebook-al/e/9788822865250 Google Play: https://play.google.com/store/books/details/Al_Nulla_Fallisce?id=CsF_DQAAQBAJ Kobo: https://www.kobo.com/it/it/ebook/nulla-fallisce-1
  10. Kikki

    Poiesis Editrice

    Nome: Poiesis Editrice Generi trattati: tutti anche raccolte di racconti Modalità di invio dei manoscritti: non specificato, ma di persona si sono detti molto interessati e stanno aprendo una nuova collana proprio per esordienti senza limiti di genere a parte illustrati e infanzia Distribuzione: LIBRO CO. ITALIA S.R.L. Cierrevecchi srl L’EDITORIALE SRL MEDIALIBRI DISTRIBUZIONE S.R.L. Sito: http://www.poiesiseditrice.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pages/Poiesis-Editrice/337604942828
  11. BlakeLaSaga

    Blake il divenire degli dei

    Uscita editoriale: BLAKE IL DIVENIRE DEGLI DEI A marzo 2018 sarà disponibile nelle migliori librerie e piattaforme online il romanzo di esordio di Simone Alessi edito da Vertigo Edizioni che svela in un racconto sorprendente la dura ricerca di sé stessi, elevandola ad un piano indefinito e irreale, dando vita ad una storia mai narrata prima. Il sottile confine che delinea la cruda realtà dalla fantasia viene espresso dallo sguardo dell’autore in modo magistrale, dando la possibilità ad ogni persona di poter vivere la narrazione in modi completamente differenti e articolati. Conoscerete in questo romanzo Blake, un adolescente, o almeno questo è ciò che vi sembrerà al principio. La verità è che Blake è qualcosa di molto più antico e più potente di quanto la mente umana possa concepire. Dal passato storico alla pura mitologia, dalla religione agli archetipi del simbolismo, Blake si troverà coinvolto in un’avventura spettacolare, confrontandosi con le sue stesse origini e, contemporaneamente, lottando con la propria interiorità di fronte allo strano rapporto che si formerà con Luce. Una saga che ridefinisce i confini del fantasy, spalancando le porte ad elementi provenienti da una quantità di generi letterari che si fonderanno in un solo incredibile romanzo. Blake è la metafora della diversità, dell’accettazione, del riconoscimento in una società irriconoscibile. È un faro per coloro che non riescono a integrarsi in un mondo così distante. Dei, uomini, essere magici sono solo i semplici nomi delle maschere che ogni giorno ci circondano. “Tutto ha avuto inizio in una notte d’inverno, quando la fantasia regnava fra le offuscate nuvole del cielo. La mia vita stava cambiando. Ero giovane e ancora non ne conoscevo le varie sfumature. Blake era celato nei miei sogni. Giorno dopo giorno ho scritto di lui e del suo mondo, del nostro mondo, e così è nato”. Simone Alessi Blake – il divenire degli dei, è il primo capitolo della saga. www.blakelasaga.com
  12. Diegovi89

    Romanzo LGBT

    Ciao a tutti ragazzi, ho scritto un romanzo a tematica LGBT ed essendo un genere particolare volevo chiedervi se avete qualche casa editrice da consigliarmi per l'invio del manoscritto. Quella che ho scritto è una storia emozionante, raccontata tramite il diario di un ragazzo gay siriano che è scappato dal proprio paese per non rischiare la vita. E’ un romanzo che ha un cuore e che racconta la storia d’amore tra due ragazzi ma non si ferma a questo perché percorre i lati più intimi del sentimento umano e della sofferenza che prova il protagonista ad essere stato rifiutato dal padre per il proprio orientamento sessuale. E’ un diario di una vita, di un amore, di dubbi, di incontri e di un viaggio di ritorno verso casa sognando di ricostruire il rapporto con il padre. Questo diario viene trovato casualmente da un coetaneo italiano che lo legge, si appassiona e cerca di incontrare e conoscere l’autore ma questo percorso lo porterà inevitabilmente ad aprire la mente, a scoprire una realtà diversa, a tratti quasi inconcepibile e a conoscere nuove persone. Avete dei consigli? Grazie mille a tutti!
  13. Riccardo Zanello

    Blog Tempesta Editore

    Il blog letterario di Tempesta Editore: racconti, recensioni, estratti, editoriali e pensieri di Lady Tora. Tempesta Editore è per la laicità dello Stato; è per la libertà di pensiero; è per la parità dei diritti senza distinzione di età, sesso, “razza” o estrazione religiosa; è contraria a ogni forma di estremismo religioso ed è critica nei confronti dei movimenti religiosi e non della fede; è per l’autodeterminazione dell’individuo per tutto ciò che riguarda il proprio corpo; è per i matrimoni tra persone dello stesso sesso; è per l’adozione da parte di persone dello stesso sesso; è a favore del testamento biologico. Non ci importa la bandiera politica, ma solo se il percorso è comune al nostro. Questo è Tempesta Editore: nulla di più. Sito: https://tempestaeditore.it/blog/
  14. ILPIERPO

    le Realtà Parallele 2

    Titolo: le Realtà Parallele 2 Autore: Il Pierpo Collana: le Realtà Parallele Casa editrice: Youcanprint - StreetLib ISBN: 9788892630949 (PoD) - 9788822850881 (ebook) Data di pubblicazione (o di uscita): 01/10/2016 (PoD) - 26/09/2016 (ebook) Prezzo: €13,50 (Cartaceo) - €6,99 (digitale) Genere: Real-Life Stories Pagine: 174 Secondo libro dedicato a quella che ho definito una Realtà Parallela. Testimonianze di persone cosiddette "normali". Uomini sposati, separati, con figli o considerati playboy che, attraversato un momento particolare della loro vita, hanno perso la speranza di essere di nuovo felici. Oltre alle consuete affronto argomenti "scomodi" come la prostituzione maschile o la spietatezza di alcuni mondi come il calcio e la politica. E che dire della testimonianza di un padre americano, che per amore del figlio fa una cosa che non ti aspetteresti, per comprendere, accettare e sostenere il figlio dichiaratosi gay. La naturalezza dei bambini nell'accettare un "amore diverso", dandoci una grande lezione di vita. Altre verità, quegli atteggiamenti di alcuni, che danno una visione distorta del mondo omosessuale; infine... credere di dover dimostrare a tutti i costi di essere in grado di svolgere bene il proprio lavoro, nonostante l'orientamento sessuale. Link all'acquisto: https://store.ilpierpo.it
  15. Lo scrittore incolore

    [MI90] Che entri il pachiderma!

    prompt di mezzanotte commento «Che entri il pachiderma!» La porta damascata sulla mia destra viene spalancata e nella stanza fa il suo ingresso un elefante in carne e ossa. Sulle sue possenti zanne sono state montate due corde nodose e resistenti, spruzzate d’oro, che sorreggono una tavola di ebano. Sull’originale e preziosa altalena se ne sta seduta una donna nuda, dal corpo completamente dipinto di bianco, il cui canto argentino risuona in ogni angolo dell’enorme stanza. L’elefante cammina a rilento, ma ogni volta che termina un passo e le zampe battono sul pavimento mosaicato, tutto trema. Posso sentire persino il mio stomaco vibrare, mentre butto giù uno shot dopo l’altro. Non appena l’animale arriva all’altro capo del salone, ecco che fanno il loro ingresso dei coloratissimi trampolieri. Il loro abbigliamento sgargiante si compone per lo più di mantelli fatti di piume variopinte e nei loro volteggi incrociati fanno comparire nell’aria prima un pavone, poi un colibrì, quindi un’upupa. Il dubstep assordante di sottofondo si blocca nei momenti precisi in cui gli uccelli si materializzano e un trio di archi ne riproduce fedelmente il verso. «Questi cinesi arricchiti non badano a spese, eh? Cercano a tutti i costi di piacere a noi occidentali e il risultato è, come dire, kitsch?» Una donna mi guarda dall’alto della sua coppa “margarita”. Ha gli occhi troppo distanti uno dall’altro e, cosa che mi infastidisce ancor di più, le braccia davvero esili. Odio quando la natura non si impegna. «Cara, credi davvero di avere le potenzialità per finire a letto con me? Con questi presupposti il processo per l’acquisizione di una minima onestà intellettuale mi sembra lungo e tortuoso, ma io posso aiutarti: la compassione è una delle mie doti migliori.» L’essere sproporzionato capisce che non è aria e si allontana. La saluto con la mano destra e aggiungo: «Ho adorato l’elefante!», quindi mi ributto su shot e tartine al caviale, gli unici eccessi che concedo a quel tempio che è il mio corpo. Faccio l’accompagnatore di professione e intrattengo allo stesso modo uomini e donne, purché paghino il mio corposo cachet. Quello che assicuro ai miei clienti è un servizio extralusso ed è mia premura tenere degli standard altissimi. Mi muovo dunque con discrezione fra yatch ancorati al largo delle Seychelles, manieri del nord Europa e ville della west coast statunitense, alla ricerca del party più esclusivo e dei pesci più grossi. All’inizio prendevo tutto, ma il tempo mi ha insegnato prima a essere selettivo, poi iper selettivo, infine maniacale. Ora preferisco persino restare senza lavoro per qualche tempo, se non trovo nessuno che risponda ai canoni estetici che richiedo. Oggi ad esempio credo che continuerò a vagare in questa villa di Shangai, buttando giù il rum divino che i camerieri fanno circolare fra gli astanti. Bao Hu Jie, leader della “Tomorrobot”, start up di robotica numero uno al mondo, ha voluto festeggiare il raggiungimento del valore record di nove milioni di euro in borsa della sua compagnia, con una festa colossale. Mi sono procurato l’invito con l’intento di intercettare il maggior numero possibile di uomini di potere, ma finora sul piano estetico è stato un misero fallimento. «Sapevo di trovarti qui.» Un uomo di una decina d’anni più vecchio di me mi ha messo una mano sulla spalla. «Ci conosciamo?» Sorride ed è un bel sorriso, disteso. «Ti direi di sì, ma mentirei. Io so tutto di te, ma in definitiva tu non sai nulla di me. Se ti chiedessi di seguirmi, lo faresti? Non posso più aspettare.» Nei suoi occhi c’è un riflesso strano. No, non posso andare con lui. E invece le gambe lo seguono, oltre gli ultimi volteggi dei trampolieri, oltre i pavimenti mosaicati, fino a dei lussuosi bagni dai marmi multicolore. Si guarda attorno con circospezione, ma sulla sua faccia c’è sempre quel sorriso rassicurante che mi ha conquistato. Poi mi fa una cosa che nessuno osava farmi da tempo immemore: mi ficca la lingua in bocca senza chiedere, mentre con i palmi delle mani mi spinge delicatamente contro la parete. Restiamo così per un tempo indefinito e io ci sto, perché il suo sapore e il suo odore sono insieme passione profonda e tenero ricordo di qualcosa che la mia mente ha ben presente, ma non riesce a focalizzare. Quando la sua mano va a infilarsi nei miei pantaloni di lino, finalmente riprendo coscienza del tempo e dello spazio e riesco a fermarlo. «Tutto questo ha un prezzo che possono permettersi in pochi» sussurro con poca convinzione nel suo orecchio sinistro. Quello, continuando imperterrito l’attività carnale con una mano, con l’altra tira fuori dalla propria tasca un American Express Centurion Card uguale a una delle mie, quindi la rimette a posto e mi piazza un indice sulle labbra. «Fai solo un cenno con la testa per rispondere. C’è una stanza in questa villa in cui possiamo oltrepassare il limite?» Io alzo e riabbasso la testa un paio di volte, quindi lo prendo per mano e lo trascino dietro di me, al secondo piano. Totalizzante. Non facevo del sesso di qualità così alta da non so più quando. Ha dettato legge prima lui, poi ha lasciato l’iniziativa a me, quindi ancora lui e infine ci siamo uniti in un unico corpo vibrante. Ha saputo quando spingere e quando rallentare, quando osare e quando no. Me ne sto disteso e nudo, con il petto arrossato, a contare le goccioline di sudore fra i capezzoli, prodotto ultimo di una passione bruciante. Il respiro è ancora corto e irregolare, ma ho bisogno di capire, indagare. «Ci credi se ti dico che non l’ho mai fatto con nessuno… Così? È stato… Non saprei come definirlo.» «Lo credo bene» dice lui in un sussurro. Se ne sta allungato sul fianco sinistro, con il solito sorriso disteso sul volto, ma mi osserva con attenzione, quasi a voler esaminare il mio corpo, a voler imprimere nella memoria le mie forme. «Chi sei?» L’ho chiesto davvero? E perché con un tono d’un tratto stridulo, insicuro? «Non vuoi saperlo. Non ti interessa.» Lui parla in modo bonario, che scansa l’indagine e aumenta il mistero. «E invece sì, perché io…» Mi porto una mano davanti alla bocca. Sul serio stavo per dire “Ti amo”? Sulla base di cosa? Partendo da quali presupposti? Ho vissuto relazioni di ogni forma, colore e intensità. Sto sul serio perdendo la testa per un brizzolato sul viale del tramonto? No no, riprenditi, David. Tu ci lavori con i sentimenti e li soggioghi. Non ti fai soggiogare. «Fai sempre così, lo sai? Dopo esserti fatto trascinare, ti crucci e ti perdi in mille pensieri. Anche il mese scorso, prima che ti svelassi chi ero, ti sei rabbuiato in un modo… Ma eri ancora più sexy, lo sai? O forse dovrei dire “eravamo”? Non so più bene nemmeno io come definire tutto questo. Gli amici del mio tempo mi implorano di smetterla, ma ormai è come una droga.» Lo osservo a lungo, soppesando ogni sua parola una seconda volta nella mia testa, prima di formulare una risposta. Alla fine mi esce fuori solo un incerto: «Non credo di capire.». Il mio amante allora si tocca un punto dietro l’orecchio destro e per poco non svengo dall’emozione. I suoi connotati si muovono sulla faccia e nel giro di un paio di secondi danno vita a un nuovo volto: il mio, invecchiato di dieci anni. «Tu sei…» «Te.» «P-perché?» «Perché quando la perfezione non trova più un confronto degno, può solo riflettere su sé stessa. Altri dieci anni di relazioni insoddisfacenti, mi hanno portato a elaborare questa follia e le nuove tecnologie di viaggi intertemporali ne hanno permesso l’attuazione. Questa è la diciannovesima volta che torno indietro e giaccio con te, il me stesso all’apice della prestanza fisica e del vigore. Un dio in terra.» Non so cosa rispondere. Sento che il cervello sta per friggere, tanto è lo sforzo che gli si chiede per elaborare una simile mole di assurdità. «Perdonami, ma adesso dovrò cancellarti di nuovo i ricordi di questi eventi, per evitare complesse ripercussioni.» Faccio un cenno di assenso meccanico, innaturale, poi gli metto una mano sul polso. «Prima che tu lo faccia, voglio togliermi un peso: mi amo infinitamente.»
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