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  1. Lauram

    [Sfida 23] Erano piene

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/44219-un-piccolo-passo-per-luomo/?do=findComment&comment=783663 La madre di Maria guarda la tv, quando riempiono di terra la bocca della figlia. Dentro, tutta dentro. Il gatto di Maria dorme, quando i polmoni della sua padrona collassano, privi di aria. Il papà di Maria, Luca, tocca il seno dell’amante, quando la figlia con gli occhi sbarrati, smette di vedere. Morta. Zeppa di terra fino all’esofago. La sua anima toglie il disturbo dal corpo e si dissolve nell’anidride carbonica del bosco, portandosi con sé i pensieri. Un ultimo sguardo prima di allontanarsi. I cadaveri al suolo sono due. Di fianco a lei il corpo nudo di un’altra ragazza. 33, i loro anni in tutto. L’età di Gesù morto sulla croce, diranno in seguito i giornali. Ma di croce lì, non ce n’è nessuna. Rigide come paletti nell’incarnato bianco, le ragazze sembrano vermi serviti su un letto di fango. Pronte per essere degustate dai rumori vivi della notte. Sola, l’anima di Maria sa dove andare. Non dall’uomo che l’ha uccisa, ma da quello che l’ha messa al mondo. Eccolo. Vive la sua storia clandestina con Liz. La donna accoglie ogni sua lunghezza - dita, lingua e il resto – mentre lui preme per scivolarle dentro. Anche la Vergine si muove. Sul ciondolo della catenina appesa al collo dell’uomo, vede tutto. Avanti e indietro, trasportata dai gesti di Luca sbatte sul seno della donna. Poi scende giù, tra il bianco delle cosce e il nero dei peli. C’è l’anima di Maria lì, rifugiata nel ciondolo della Vergine che porta il suo nome, è intenta a contemplare il padre. L’uomo è preso dal piacere, quando un cacciatore scopre i corpi. “Erano piene.” Avrebbe detto al tg. “Ho trovato terra negli stomaci. Devono averne ingoiata nel tentativo di respirare.” Le parole del medico legale. “Il fango cadeva a grumi tra le gambe. Sembrava se la fossero fatta sotto. L’assassino le ha tappate anche lì”. Avrebbe raccontato un agente agli amici. Luca è in piedi davanti a Liz . La donna, in ginocchio sul letto gli abbottona la camicia. Dal basso, un’asola poi un’altra. “Stai con me ancora po’?” gli chiede. “No, mi tocca andare da quella storpia di mia moglie”. Liz si ferma. Guarda Luca interrogativa. “Non ti ho mai sentito parlare così di lei. Cos’è questa cattiveria”, gli dice. È strano, pensa Luca. Non ama più la moglie, ma non l’ha mai insultata. Da solo, finisce di chiudere i bottoni. Si sistema la catenina e riporta al buio l’anima di sua figlia. A casa, la notizia lo investe non appena apre la porta. “Perché!” grida la moglie. Appoggiata al marito gli sgualcisce la camicia sul petto. Maria si risveglia. Le anime possono vagare per giorni. Luca ha poche parole, solo pensieri. Questo è il primo che gli balena in testa. È qui, pensa della figlia. Mi sta giudicando. Oh amore di papà. Tu morivi e io mi divertivo con un'altra donna. Si guarda in giro per cercare tracce della sua presenza. Nella stanza tutto è immobile, tranne per i due poliziotti che lo osservano. “Dovremmo farle delle domande” gli dice uno. Oh, cazzo, pensa Luca rendendosi conto di non aver pianto alla notizia. Crederanno che ti abbia uccisa. Studiano le mie reazioni. Perché non riesco a disperarmi come fa quella culona? Ce l’ha con la moglie. La guarda zoppicare per raggiungere il divano. Sul bracciolo il pacchetto di patatine è aperto. Ti stavi strafogando quando hanno ucciso Maria, vero? Ti sei messa all’ingrasso. Non ti lamentare se ti tradisco. Stronza. Luca ha i brividi. Ha paura di sé e di quello che pensa. Maria? Stai ascoltando? Papà non dice sul serio. Scusami. Mamma è bella. Al funerale ci sono tutti. Luca in prima fila siede vicino alla moglie e ai genitori dell’altra ragazza uccisa. I parenti, curvati dal dolore, sembra che tocchino con le spalle l’inginocchiatoio. Luca no. Dritto sulla panca allenta il nodo della cravatta. Cerca aria. La trova, come il ciondolo intorno al collo. Sull’altare, il crocefisso è di legno. Lo sono anche le bare al centro della chiesa. Luca non ascolta, né il prete né i pianti intorno. In alto, col costato piagato, il Cristo sembra guardarlo. Luca gli impreca contro le parole peggiori. È il tuo funerale piccola mia e io… pensa sconvolto. Strizza gli occhi. Vuole tenerli chiusi. Spera così di spegnere i pensieri. Liz da dietro gli mette una mano sulla spalla. Al tocco, Luca si gira a guardarla. È bella e immagina di possederla davanti a tutti nelle posizioni più spinte. Riflette senza inibizioni. Maria l’ascolta, ne è convinto e si sente un verme col peccato dentro. Non riesce a stare fermo. Ha bisogno d’aria. “Pover’uomo”, dicono i presenti vedendolo scappare dalla chiesa con le mani aggrappate al viso per la disperazione. Seduto sul muretto del sagrato Luca cerca il silenzio nella testa. Vicino, un neonato in passeggino lo fissa. Non gli toglie gli occhi di dosso. Che vuoi da me? pensa. La madre del bimbo aspetta che il piccolo faccia un sorriso. “Ridi, amore”, lo esorta. Luca non regge quello sguardo che gli scruta l’anima. Che vedi? il diavolo forse? Si chiede e si allontana. Il neonato rotea il collo per seguirlo. È un attimo, i nervi della nuca si gonfiano per poi ritornare sul cuscino, distesi come il filo del carillon che la mamma ha tirato giù per calmarlo dal pianto. Le campane suonano a lutto, quando Luca accende il motore dell’auto. Ha deciso cosa fare. Uccidere i pensieri. Dopo il primo tornante gli è chiaro il come. La curva nel triangolo del segnale stradale sembra un serpente, vorrebbe gli stritolasse la testa. Luca non sterza né frena, ma dà ancora più gas. “Si è schiantato contro la montagna”, dirà la stradale una volta rinvenuto il cadavere tumulato dalle rocce. In mezzo c’è il diavolo. Enorme in ogni parte del corpo. Luca è nel posto che spetta ai suicidi. Osserva lo scenario intorno. I corpi lottano per buttarsi giù, nell’ammasso di terra e putrefazione dove manca l’aria. La puzza fa venire i conati e il vomito scivola tra i mucchi di carne. In piedi ci sono solo poche anime. Le preferite. Il demonio ne chiama una. Giovane e nuda procede sinuosa verso di lui. Ha i capelli a caschetto. Come… E l’anima lo riconosce. “Come me?” gli grida la ragazza girandosi di scatto a guardarlo. Ha gli occhi di fuori. “Maria!” esclama Luca assiderato dallo spavento di quel volto. “Che idiota che sei”, gli urla la figlia con voce rabbiosa. “Non ce la facevi più a sentirli nella testa, vero? I tuoi pensieri. Te li mandavo io, ma erano solo i tuoi. Ipocrita”. Maria ride, sa che il padre non può risponderle. L’inferno gli ha mandato le sanguisughe e l’uomo combatte per staccarsele dalla gola. La ragazza lo raggiunge e gli strappa dal collo la catenina. “Ero qui dentro”, gli dice indicando il ciondolo. “Nella Madonna. Per ingigantire i tuoi pensieri. Mi piacciono le cose grandi”. Allude al diavolo. Dietro di lei con la lingua di lucertola, la lecca ovunque; ma è Maria che, come un rettile, spalanca la bocca e ingoia la catenina. Anche i dannati si sono accorti dell’uomo e ora lo vogliono giù nel fango con loro. Luca si dimena contro i corpi che lo schiacciano. Sputa fango dalla bocca. Invano. Altre mani gliene faranno ingoiare di nuovo. “Che impedito” lo deride Maria col suo alito freddo di grotta. L’uomo lordo di sporcizia tende un braccio alla figlia. Implora il suo aiuto. Maria non gli dà attenzioni. Continua a parlargli con ferocia. “Ti chiedi cosa ci faccio all’inferno?” grida. “Sono un’assassina.” Indica a Luca una ragazza che lì vicino le accarezza i capelli. “Ho ucciso lei”, dice. “Fai vedere a mio padre come ridi”, le chiede. A comando, la giovane schiude la bocca in un ghigno di denti lunghi e appuntiti. Ma è solo un momento, la richiude subito dopo per riprende a venerare Maria. “Anche io mi sono fatta uccidere. Volevamo morire insieme quella notte, la mia amica e io, per stare qui e adorare lui”, dice, mentre il diavolo con la lingua senza saliva le dimostra la sua riconoscenza screpolandole i capezzoli. Poi Maria si china davanti alla bestia. Il padre la guarda e la invidia. Vorrebbe essere al suo posto. Meglio dentro, tutto dentro, piuttosto che soffocato dalla terra per l’eternità.
  2. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  3. MonsieurNoir

    Anastasia, La Donna In Nero - Cap 1. Tre di Notte

    Tuona e piove ormai da un po di ore, e la lancetta del mio orologio Tissot segna le tre di notte precise e ancora non riesco a prendere sonno, probabilmente per il fatto che io sono in grado di rimanere sveglio fino a tarda ora e perché la mia insonnia mi perseguita da una vita, tanto da rendermi un nottambulo incallito. Ci sono giorni in cui rimango sveglio per tutta la notte, per poi addormentarmi all'alba, come se fossi un vampiro. Dal momento che i miei occhi sono ancora fin troppo lucidi e la mia mente non presenta nemmeno l'un per cento di stanchezza, ho deciso di sedermi sulla sedia della mia scrivania e riflettere su quello che intendo fare per far passare il tempo, in modo che non mi accorga della sua lentezza quando ci si annoia a morte. E' ormai da mezz'ora che sono seduto su questa sedia, con la testa chinata in direzione del mio diario, posto sul vetro lucido della mia scrivania, circondato dal silenzio e sopratutto abbracciato dalla quasi totale assenza di luce che ricopre questa stanza di una camera d'affitto, situata al sesto piano di un palazzo posto in un quartiere periferico della città di Milano. Sulla mia destra, accanto al diario, vi è una tazza in cera riempita con cioccolata calda al gusto 60% fondente e una bustina di dolcificante qualora non mi piacesse la sua punta di amaro che, per me, è fondamentale. Odio tutto ciò che può risultare troppo dolce. Dall'altro lato vi è il mio lettore musicale acceso che, tramite auricolare Bluetooth, riproduce la mia playlist di canzoni preferite, quella che riproduce adesso è la celebre canzone degli Aerosmith I Don't Wanna Miss a Thing, usata colonna sonora nel film Armageddon, e vi giuro che questa è la settima volta in due ore che l'ascolto, assieme a Paranoid dei Black Sabbath che ho ascoltato per tredici volte. Ammetto che mi piace ascoltare una canzone più di una volta se mi piace davvero tanto, una mia abitudine, non ho nulla da rimproverarmi per questo, non lo considero così strano. In tutto l'appartamento ho spento tutte le luci, l'unica che invece è rimasta accesa è quella di una lampadina a limitata capacità di illuminazione, quanto basta per mostrare la pagina ingiallita e vuota del mio diario che mi accingo a riempire con inchiostro nero. Da ciò che potreste pensare mi verrebbe da dire che balenate nella vostra mente l'idea che io sia così sciocco da rovinarmi la vista, dal momento che intendo scrivere qualcosa in una semi totale assenza di illuminazione, rappresentata da una insignificante lampada dalla luce fioca. Ma la verità è che a me questa oscurità serve sul serio, affinché io possa concentrarmi al meglio; quando una situazione richiede una tale concentrazione e una riflessione profonda io preferisco meditare al buio, con il conforto di una cioccolata, della musica nelle orecchie, oppure rilassandomi con il mio sigaro Montecristo e le sue colonne di fumo che, dal bordo escono per salire e volteggiare lentamente nella stanza, fino a dissolversi. E' importante che ci sia l'oscurità affinché io possa anche sciogliere, distruggere, rimuovere ogni mio pensiero inutile o qualche rumore che ho accumulato durante la giornata, in modo che io possa scrivere fluidamente e senza perdermi in inutili e patetici giri di parole. Voglio ricordare punto per punto e senza tralasciare nulla questa parte della mia storia, la parte a me più cara poiché essa modifica la mia noiosa routine, cambia alcune delle mie percezioni e soprattutto trasforma in maniera stupefacente e allo stesso tempo complicata la mia esistenza. Ora la mia concentrazione è altissima e sono rilassato a tal punto che posso anche cominciare, con la mano sinistra afferro la mia Dupont, la mia penna stilografica appartenuta a mio padre, e sollevo la tazza di cioccolata e la bevo. Dopodiché inizio a scrivere sulle pagine ingiallite dal tempo: La mia vita si susseguiva in una noiosissima routine da quando io avevo lasciato le facoltà di Anatomia e Biologia. Ogni giorno pareva uguale all'altro e non vi era alcuno stimolo che potesse rendere più interessante il tutto, fino a quando non arrivo il sesto giorno del mese di ottobre dell'anno 2009, due giorni dopo il mio ventiseiesimo compleanno. Dopo che io avevo volontariamente deciso di abbandonare le facoltà scientifiche avevo finalmente l'opportunità di poter iniziare a costruire il mio cammino verso il mio sogno segreto: diventare un'artista. Era ed è il mio obiettivo, ma ero l'unico che era riuscito a scoprirlo dal momento che chi avevo accanto non mi aveva mai capiva. Avevano sempre visto in me, per i miei progressi in campo scientifico, un futuro scienziato, un predestinato in quel campo e, anche se io avevo dato molte volte la prova che non si sbagliavano, io non volevo rincorrere questo destino. L'arte mi affascinava e desideravo tanto dipingere, era la mia passione fin da quando ero nato e finalmente avevo occasione di sfruttare questo mio lato nascosto. Il giorno in cui potetti cominciare a pensare al mio futuro da pittore fu proprio il sesto giorno del mese di ottobre del 2009, ovvero il primo giorno all'Accademia di Belle Arti di Brera. Potevo dare inizio alla mia visione, alla mia ribellione contro un destino già scritto, alla mia intenzione di suscitare e seguire nuove emozioni e tener fede alla mia volontà. Mi dicevano che io stavo inutilmente sprecando opportunità, una persona con un'attenta percezione delle cose e della realtà avrebbe pensato ciò e mi avrebbe rimproverato dal momento che fare fortuna con le belle arti equivale ad una percentuale dell'otto per cento, al giorno d'oggi. Malgrado mi ritenga tale, io ero davvero stufo di seguire i dettami della mia famiglia ( dal momento che i miei genitori erano medici), volevo tracciare un'altra via ed essere indipendente e quella era la mia grande occasione. Tuttavia non mi aspettavo che tutto sarebbe cominciato da lì, da quello stupido desiderio di cambiare la mia vita e scacciare quella routine noiosa. Io, che avevo immaginato tutto come un inizio e uno svolgimento normale, non mi sarei mai aspettato che in un anno e tre mesi la mia mente avrebbe potuto scoprire cose che andassero al di fuori delle parole "ragione" o "limiti". Ciò che io potetti sperimentare e vedere fu qualcosa di inaspettato, di complicato ma allo stesso tempo travolgente e stucchevole, e ancora adesso io sono desideroso di sapere di più e andare oltre i miei stessi limiti fino ad arrivare alla mia completezza, al desiderio supremo dell'umanità: superare il concetto di umano per diventare qualcosa di più. Non lo so se ci sono già riuscito, starà alla fine della vita scoprirlo. Inizierò proprio parlando di quel giorno in cui venne quella svolta che stavo cercando, ma prima voglio godermi le prime luci dell'alba.
  4. Vincibosco

    Pelledoca

    Nome: Pelledoca Editore Generi trattati: noir, thriller, horror per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: A.L.I agenzia libraria international Sito: http://pelledocaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pelledocaeditore
  5. Jonas Abelton

    La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol)

    Immagine di copertina: Titolo: La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol) Autore: Alex F. Penni ISBN: ebook (ASIN) B07NDVC4HP, cartaceo: 978-1796204728 Data di pubblicazione (o di uscita): 06/02/2019 Prezzo: ebook 0,99 €; cartaceo 5,16 € Genere: Horror Pagine: 173 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. Link all'acquisto: Amazon ebook Amazon cartaceo Seconda edizione del romanzo già pubblicato col titolo di Hell Patrol per Delos Digital. Dopo l'ottimo riscontro della prima edizione firmata Delos, esce questa seconda autoprodotta con nuova copertina e nuovo titolo principale. Jonas Abelton è tornato...
  6. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  7. simone volponi

    Il demone di Ninive

    Titolo: Il demone di Ninive Autore: Simone Volponi Collana: Fantasy Tales Casa editrice: Delos Digital ISBN: B07PHP9BQM Data di pubblicazione (o di uscita): 12/03/2019 Prezzo: (della versione cartacea e/o digitale): 1.99 Genere: Fantasy/Horror Pagine: 33 Quarta di copertina: Nella Roma di oggi, il giovane musicista Tomas, sfortunato sul palco come in amore, riceve dallo zio archeologo tre antiche tavole d'argilla dedicate alla dea Inanna trafugate dal tempio di Ninive. Dopo la morte misteriosa dello zio, leggendone il diario Tomas scopre come la distruzione del tempio per mano dei terroristi islamici ha risvegliato un nugolo di antichi demoni sumeri, i quali danno la caccia alle tre tavole d'argilla, fonti di potere. Hanno già inseguito e tormentato l’archeologo durante il suo pauroso ritorno a Roma, e la stessa sorte atroce sembra dover toccare a lui. La dea Inanna, che in Italia è famosa come modella con il nome di Isa Tar, si presenta da Tomas per prendere le tavolette e conduce lui e la sua amica Abbey, inglesina dalla lingua svelta, verso lo scontro con l’orribile demone Asag. Toni umoristici si mescolano all’avventura e alla magia in un racconto dal respiro moderno. Link all'acquisto: Delos Store: https://www.delosstore.it/isbn/9788825408423/ Amazon: https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?url=search-alias%3Ddigital-text&field-keywords=9788825408423&tag=fantascienzac-21 Kobo: https://store.kobobooks.com/search?Query=9788825408423 Google Play: https://play.google.com/store/search?q=9788825408423
  8. ATTENZIONE!! Romanzo Vietato ai Minori (18+) Titolo: I Quattro Fronti (Il Cerchio della Luce - Parte 1) Autore: Simone Gambineri & Aligi Pezzatini Editore: Amazon Media EU S.à r.l. (ebook) - Youcanprint (cartaceo) ASIN: B07T9N6GR4 ISBN: 9788831627719 Genere: Fantasy Tecnologico Prezzo: € 2,99 (ebook) - cartaceo (prossimamente) Formato: ebook Kindle (prossimamente anche su altri store e in formato cartaceo) Pagine: 352 Link Acquisto 1: https://www.amazon.it/dp/B07T9N6GR4 Link Acquisto 2: https://www.officinadelfantasy.com SINOSSI: Nel mondo di Saresia, la potente tecnologia fondata sui Bios rende la vita della gente tranquilla e pacifica; tuttavia ogni venticinque anni l’antico Bios ribelle Nocturnis si risveglia per distruggere con le sue Ombre tutto ciò che è stato creato. A difesa dell’umanità si erge il Cerchio della Luce, l’organizzazione che custodisce i quattro Bios, suddivisa in altrettanti Fronti. Ciascun Fronte addestra il proprio campione, denominato Incarnazione, che si unirà al Bios e al suo immenso potere. Ciascuna Incarnazione è affiancata da un Custode, che lo proteggerà anche a costo della vita. Tutto ha funzionato così per oltre mille anni; questa volta, però, i Bios si sono misteriosamente risvegliati due anni prima del tempo: il Fronte degli Elementi viene attaccato a sorpresa da androidi ribelli e la Teca che custodisce il Bios Xeras viene distrutta. Questo risveglio anticipato trova tutti impreparati, soprattutto le Incarnazioni e i Custodi, ma essi dovranno comunque partire per la loro vitale missione. Riusciranno a portarla a termine vittoriosamente, tra giochi di potere, trappole, ombre assassine ed androidi ribelli? ATTENZIONE: Il romanzo contiene scene inadatte ad un pubblico minorenne!
  9. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  10. Neura

    Incubo: Inseguimento

    Sfioro le spighe con la punta delle dita. L'oro del grano mi circonda e riempie la visuale. Mi godo la brezza leggera che agita le spighe intorno a me, mentre i raggi obliqui del sole mi scaldano il viso. Pace. Ma una nuvola oscura il sole e la temperatura cala bruscamente. Il vento si alza e scivola tra le pieghe dei miei vestiti, dove la carne è più sensibile. Un brivido sale lungo la mia schiena. Il grano si scuote e si piega quasi fino a terra. Un rumore secco rompe la quiete. Qualcosa si muove e calpesta il grano. Lo sento che avanza alle mie spalle. Ma non dovrebbe esserci nessuno qui, sono venuto da solo. Non c'è nessuno qui? Mi giro di scatto. Le spighe ondeggiano spinte dal vento, tutto è in movimento, ma nulla si muove. Niente sta calpestando il grano. Eppure quel rumore... Mi sembra di scorgere qualcosa là in fondo. Un'increspatura nera nel mare dorato. Ma cosa... è troppo lontano per distinguere cosa sia. Probabilmente un grosso masso. Sono troppo teso... Mi sto suggestionando da solo. Eppure ho la sensazione di essere osservato. No, sto vaneggiando. È meglio se torno a casa. Mi giro e sono pronto ad incamminarmi, ma lo sento di nuovo. Il grano che viene calpestato. È più vicino. Non voglio girarmi... ho paura di vedere se c'è qualcosa...sia di non vedere niente. Ancora quel rumore. Provo a muovermi...Ma mi immobilizzo subito. Questa volta era più forte. Non lo sopporto più. Devo voltarmi, e lo faccio. L'increspatura nera è più vicina. C'è qualcosa là in mezzo, non posso negarlo. Ma cosa diavolo è? Non può essere un uomo. Non sembra...un uomo. Ma una bestia sarebbe più furtiva. Sembra quasi... che voglia che lo senta arrivare. È così immobile che mi fa dubitare che sia una cosa viva. Eppure sono sicuro che prima fosse più lontano. Il grido stridulo di un uccello mi fa sobbalzare. Lo cerco in cielo con lo sguardo per un attimo e riporto subito gli occhi sull'increspatura nera. Il sangue mi si gela nelle vene. È più vicina. Quella maledetta cosa è nettamente più vicina. C'è qualcosa in quel campo, e mi sta puntando. Sembra quasi di distinguere...degli occhi. Mi sta fissando. Adesso lo sento, il suo sguardo su di me. Mi penetra la carne come un arpione e mi tormenta. Come ho fatto a dubitarne prima? Devo andarmene da qui, devo correre. Quella cosa mi vuole. Adesso lo faccio. Ora mi giro e corro. Ma se smetto di guardarla si muoverà di nuovo... No! Resta calmo! Devi riflettere. Non puoi certo rimanere qui per sempre. Anche perché la luce sta calando e se rimani al buio con quella cosa...No! Non devi pensarci! Cosa può farmi se mi prende? Basta! Non pensarci! Il sudore mi incolla i vestiti addosso. Eppure ho così freddo... Sento i muscoli paralizzati. Devo decidermi ad andare, devo... Si è mosso? Mi è sembrato che leggermente...No, non è possibile. Finché lo guardo non...ancora? Questa volta avrei giurato che... La cosa fa una scatto in avanti. Salto come una molla troppo compressa e mi lancio nella corsa. Corro come non ho mai fatto in vita mia. Il cuore mi pulsa nelle orecchie e copre ogni altro rumore. Non riesco a sentire se la cosa mi sta seguendo. Dovrei guardare. Devo girarmi e guardare. Ma non voglio vederla. Se la cosa mi prende... Dio, aiutami! Non voglio che mi prenda! Sento il suo sguardo su di me. La schiena mi formicola. È come se da un momento all'altro qualcosa potesse scattare ed afferrarmi... Adesso lo sento. Mi sta seguendo. Corre. Sembra quasi di sentire il suo respiro...No, non un respiro, un ringhio. Un basso gorgoglio orrendo. È così vicino. Devo essere più veloce, ma sono senza fiato. I polmoni mi scoppiano, ma non posso rallentare. Devo arrivare a casa, lì sarò al sicuro. Si, casa. Non posso essere così lontano. Mi sembra di correre da ore. Eppure non la vedo. C'è solo grano in questo maledetto posto. Un infinito mare di grano. Dov'è casa mia? Dio aiutami! Qualcuno mi aiuti! Non so più dov'è casa mia! Non so più dove sono! perché c'è tutto questo grano? Un'ombra nera sfreccia alla mia sinistra. No, non può essere quella cosa! Non può! Sento il suo respiro ansimante. Ringhiante. La intravedo non lontano da me. Una massa nera che si fa strada a balzi tra le spighe. Mi sta raggiungendo. Aiutatemi! Un'ombra nera mi taglia la strada. Urlo e scarto a destra, continuando a correre. Non può essere la stessa cosa. La stavo tenendo d'occhio. Sono in due! Almeno in due... Adesso li sento. Dio, ce ne sono così tanti! Sono intorno a me, forse anche davanti. Non c'è speranza. Dio, proteggimi. Non voglio morire. Non voglio soffrire! Ti prego! Non farmi soffrire! Qualcosa mi colpisce la schiena. Urlo, e cado. Non so neanche se provo dolore. Non riesco bene a percepire il corpo. E' come se non fosse nemmeno mio. La mia mente è persa nella frenesia del terrore, vorrei scappare, continuare a muovermi, ma il corpo è immobile, la faccia nella polvere, gli occhi serrati. Sento il rumore del mio respiro affannato. Un rumore orrendo mi fa stringere più forte gli occhi. Non voglio guardare. Sento i suoi passi, sempre più vicino. Un alito caldo mi sfiora il viso. È sopra di me. Buio. Nota: L'ispirazione per questo racconto, che è il primo che scrivo, è nata dalla volontà di focalizzarsi su di un'emozione (paura, in questo caso) e cercare di creare una storia in grado di “evocarla” . Ho altre idee in mente su questa scia, che spero prima o poi di sviluppare. Grazie per l'attenzione!
  11. Rhomer

    Alma mater

    Alma mater Ogni mattina, Alma accendeva e spegneva tre volte il lume della vergogna. Quella mattina, Pietro chiese: «Perché si chiama così, mamma?», gli occhioni azzurri imploravano risposte sincere. «Se vuoi essere un uomo, dovrai vincere la paura del buio», gli rispose accarezzandogli la guancia. Pietro non riusciva mai a capire le parole di sua madre, i significati di quelle frasi mutavano dal giorno alla notte. «Perché l'altra sera mi hai chiamato...» alzò gli occhi scavando nel ricordo «...O-tro-ba?», disse incerto. «Tesoro mio, stavi sognando. La prossima volta che accade, tocca questo», toccò tre volte il crocifisso appeso al muro. Pietro scese dal letto e lo toccò a sua volta. «Quelle piccole ditina lo hanno sfiorato una volta», lo guardò sorridendogli e rimproverandolo al contempo. Lui si mise in punta di piedi, e con l'indice diede tre piccoli colpetti al crocifisso. «Uno, due, e tre». Poi rise e l'abbracciò. «Ora vestiti, altrimenti farai tardi a scuola». Ogni mattina, Pietro si teneva ben strette le coperte fino alla punta del naso, gli occhioni azzurri sgusciavano via in preda alla curiosità. Quella mattina, una gracile donna stava immobile ai piedi del letto; nuda e con lo sguardo fisso su di lui. In viso somigliava a sua madre, ma lei era calva, pallida, e con le iridi rosse cremisi. «Hai girato il crocifisso», disse sgranando gli occhi. Pietro sentì sul viso il peso di quelle parole, fredde e taglienti come rasoi. Gli si accapponò la pelle e si girò di scatto. Lo vide: il crocifisso era al contrario. La donna iniziò a canticchiare dondolando le braccia: «uno per il Padre, due per il Figlio, e tre per lo Spirito santo». Improvvisamente prese fuoco; fiamme nere le dilaniavano il corpo. Sentì la puzza di carne bruciata farsi strada fin dentro al cervello. Affondò la testa dentro le coperte, e iniziò a tremare. Un'ora dopo, sentì i passi di sua madre che arrivavano dal corridoio. Lei entrò, e la sentì accendere e spegnere tre volte il lume della vergogna. Ogni pomeriggio, Alma aggiungeva tre gocce di mescalina nella cioccolata. Quel pomeriggio, le increspature in quel liquido scuro le rievocavano immagini di antichi rituali. Mescolò per bene indugiando davanti alla finestra che dava al giardino; il tepore della luce filtrata dalle nuvole le massaggiava la fronte. Oltre il giardino, l'anziana vicina le sorrise mentre annaffiava le piante. Alma ricambiò con un sorriso energico figurandosi quel volto raggrinzito puntellato da spilli. La cioccolata era tiepida adesso, dunque si avviò in direzione della stanza di Pietro. «Hai finito i compiti?», disse sbattendo più volte le palpebre; la stanza era immersa nel buio. «Non posso, mamma. Non mi sento bene», la voce tremula si mescolava alla tosse secca. «Non preoccuparti, tesoro.». Fece abituare gli occhi all'oscurità, dopodiché gli si accostò vicino, e gli diede la cioccolata. «Ti farà bene, Otroba», l'ultima parola le uscì come un sussurro. Pietro iniziò a bere, a ogni sorsata singhiozzava, cercava di nasconderlo il più possibile. «Qual è il problema?». La voce di Alma era fredda, carica di indignazione. Lui lo notò, ma non resistette comunque, e sbottò in un pianto fragoroso. «Mi fa male, mamma. Non la smette, mi morde i piedi, mi guarda, e ride. Lo sta facendo anche adesso». Due occhi rossi rilucevano ai piedi del letto. A sentire quelle parole, la gracile donna affondò con forza i denti acuminati nella carne. Pietro mugugnò sentendosi pervadere dal calore; la mescalina cominciava a fare effetto. Alma accese il lume della vergogna, mise il crocifisso alla rovescia, spense il lume della vergogna, lo riaccese, lo spense, e ancora lo riaccese, e ancora lo spense. Pietro era immerso in un sonno agitato, ripeteva le frasi che sua madre gli sussurrava all'orecchio; svariate bestemmie e preghiere alla rovescia. Dopo quella che ad Alma parve essere una mezz'ora di profonda devozione e rettitudine, uscì dalla stanza, lasciando Pietro in balia delle tenebre. Ogni pomeriggio, Pietro bagnava il letto. Quel pomeriggio, si ritrovava a perdere il controllo del proprio corpo; i muscoli si stiravano e i bronchi si dilatavano. Si lasciava andare in continue evacuazioni, mentre il cuore gli pompava acido da batteria. In quello stato delirava costantemente, digrignava i denti, e, tra una contrazione e l'altra, assumeva posizioni assurde. Era rimasto immobile per molto tempo; si sorreggeva con le braccia mentre le gambe le teneva buttate all'indietro. Coi piedi sanguinanti rivolti verso l'alto, era come se fosse sprovvisto di articolazioni. Il petto si gonfiava in modo innaturale ad ogni grave respiro emanato. I suoi occhi erano lucidi e privi di pupille, solo due grandi iridi azzurre. Osservava la gracile donna che gli sorrideva a denti stretti. «Ioup eresse otirtun osseda», disse tirandolo a sé con le sue zanne; le unghie gli penetrarono la pelle come fosse burro. «Li oim oproc é out», rispose lui con la voce di un uomo. Lei iniziò a scuoterlo violentemente, mentre in cucina Alma sentiva le urla di suo figlio perforagli i timpani. Quella sera, finalmente la donna gracile allattava al seno suo figlio. Quella notte, la casa di Alma era immersa nel buio e nel silenzio. Ogni abitante del quartiere accusava sintomi influenzali, mentre nel cielo privo di stelle si intravedeva un piccolo squarcio; all'interno vi erano tante piccole sagome intente ad osservare. Venti anni dopo, Alma si recava nell'ufficio di suo figlio, non lo vedeva da almeno dodici anni. Era diventato un elemento di spicco della società; capo di una potente azienda farmaceutica, famoso filantropo, e in procinto di attuare una brillante carriera politica. Era molto emozionata, tutta in tiro attendeva di fronte alla scrivania dell'ufficio. Quella era forse la stanza più grande nella quale fosse mai stata. Un enorme vetrata offriva lo spaccato di una società intenta ad oliare gli ingranaggi del mondo; distese di grattacieli si sfidavano a chi si avvicinasse di più al cielo. Da quell'altezza, Alma si sentì come una divinità, intenta ad osservare il mondo sotto ai suoi piedi. Teneva stretto a sé il lume della vergogna. «Ciao, mamma. Avresti dovuto avvertirmi, non ho molto tempo», disse Pietro alle sue spalle. Lo vide e venne travolta dalle emozioni; era alto, bellissimo, gli occhi di un azzurro cristallino. Chinò il capo, si sentì soggiogata e fragile di fronte a quello sguardo. «S-scusami, amore mio. Non ti vedo da così tanto tempo. Io non...ecco, volevo solamente...Ti ho portato questo, ti ricordi?». Con mani tremanti gli mostrò il lume della vergogna, Pietro sorrise. «Mi ricordo molto bene, ma adesso guardami, per favore». La sua voce era calda e profonda. Alma alzò lo sguardo e vide gli occhi del Signore, lacrime di gioia le inondarono il viso. «Non ne ho più bisogno, ho vinto le tenebre molto tempo fa». Quella mattina, Pietro era felice. Aveva rivisto la sua dolce madre, si era inebriato dei ricordi di un piccolo fanciullo pieno di paure e rimorsi, aveva fatto l'amore con almeno dieci vergini, e pregustava l'imminente giorno delle elezioni. Solo allora avrebbe potuto nutrirsi dei piedi degli uomini.
  12. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  13. Ormai abitavo in questo appartamento a Milano da almeno tre settimane, ero arrivato qui il quattordici di settembre nel tardo pomeriggio e partendo da Firenze di mattina presto. Ero venuto qua molto prima perché le mie intenzioni erano quelle di abituarmi subito alla solitudine e anche perché ero stufo di vivere con Lucius, mio nonno. Persino mia sorella più piccola, Laura, ormai viveva sola, a Londra, da due anni e lei ne aveva solo ventidue cioè quattro meno di me. Fino all'ultimo mio nonno aveva tentato di ostacolarmi, di impedirmi di andare all'Accademia di Brera e sopratutto di vivere a Milano. Di sicuro voi starete pensando al motivo che probabilmente poteva essere la lontananza o la difficoltà con cui Lucius avrebbe dovuto affrontare la mia assenza. Ma invece, sotto quella stupida apparenza affettiva, c'era qualcos'altro e molto più losco, ma preferisco parlarne di seguito. Ogni cosa a suo tempo. Ero venuto prima anche perché per entrare all'accademia era necessario superare un test d'ammissione che si sarebbe svolto due giorni dopo. Fortunatamente, anche se non avevo studiato le arti come si deve, a casa avevo accumulato una collezione di libri su tale argomento e ciò che avevo letto in quegli anni me le ero ricordato alla perfezione e, molte volte, ero riuscito a trasformare la teoria in pratica. Comunque ce l'avevo fatta, avevo passato quell'ostacolo e, fra i cinquanta che ebbero la stessa dose di fortuna, l'avevo superato come quinto. Non male dal momento che non avevo avuto la fortuna di poter sperimentare sempre, a parte le basi. Ora potevo entrare e sviluppare il tutto, affrontare anche la pratica e perfezionarmi al massimo che potevo, anzi andare oltre i miei stessi limiti, come dicevo sempre. Come scienziato e come visionario, sono sempre stato convinto che i limiti non esistano e se un uomo avesse il coraggio e l'ambizione di soffermarsi e di comprendere e di aprire ancor più la mente, metaforicamente parlando sarebbe come far due passi in avanti anziché uno, e raggiungere la fase finale della sua evoluzione, ovvero la metamorfosi da uomo a dio. Io, come uomo senza alcun credo religioso e senza alcun dogma politico o filosofico, confido nel genio della mente umana e nelle mie capacità di logica e ragionamento unite alla volontà di esplorare, scoprire e vedere all'infuori dell'invisibile e di coloro che seguono gli impulsi e il caso. Anche se un dio dovesse esistere, non mi piegherei ai suoi voleri, a costo di perdere la mia lucidità mentale andrei avanti e disobbedirei ai suoi comandamenti per distruggere la mia ignoranza e andare, vedere, creare qualcosa che vada oltre i limiti imposti dal dio e, alla fine, essere il nuovo Messia, un superuomo che mostra il cammino verso il nuovo mondo, verso il futuro. Senza questa esperienza, io non avrei mai potuto credere che questa mia visione si sarebbe avverata. La mattina del sei ottobre mi alzai prestissimo, verso le cinque e mezza, in tempo per vedere l'alba apparire ed espandere il suo fioco bagliore sulla città di Milano. Dopo aver rifatto il letto ed aver sistemato e pettinato la mia coda di cavallo ( si...ho i capelli lunghi), mi recai in cucina per far colazione con la mia marmellata preferita ai frutti di bosco, preparata personalmente qualche settimana prima, e la spalmai sul pane biscottato. Odio fare la colazione al bar perché non mi fido dei loro prodotti e inoltre, non per vantarmi, ma io posseggo una particolare capacità sensoriale del gusto che mi permette di capire immediatamente se un qualsiasi prodotto alimentare sia stato fatto in casa o se invece è di scarsa qualità, anche se non mi servirebbe nemmeno perché lo capirei già dal tatto e dalla vista. Quando faccio la spesa non mi piace comprare tutto ciò che è già pronto, preferisco comprare la materia prima così da poterla esaminare al mio microscopio per vedere se rispetta i parametri della sicurezza. Insieme a quella marmellata io, con la poca forza che avevo appena acquisito dal mio primo pasto, presi e spremetti cinque arance e lasciai che il succo cadesse nel bicchiere e lo bevvi senza mettere lo zucchero. Dopo essermi lavato, tornai nella mia stanza per vestirmi, non fu difficile scegliere dal momento che ho l'abitudine di lasciare i vestiti selezionati su una sedia vicino al letto, almeno così non devo restare un'infinità di tempo con la testa nell'armadio per decidermi. Indossai così la mia camicia bianca e la mia cravatta bordeaux, assieme ai miei pantaloni neri. Prima di andarmene, mi sedetti nuovamente sul letto e puntai il mio sguardo verso il comò, dove vi era una fotografia scattata venti anni fa, protetta da un sottile strato di vetro e da una cornice di mogano. Quella foto era molto importante per me, perché in essa vi era l'ultimo ricordo che avevo della mia famiglia unita, vi erano infatti mia madre Susan White, dai capelli lunghi e castani e gli occhi azzurri e sul collo quel suo profumo lavanda, mio padre Robert Mazzini, figlio di un immigrato italiano della Toscana, forte e rigido ma non abusante, mia sorella Laura che vive a Londra, e mio fratello maggiore Archibald. Era l'unico ricordo rimasto di loro ( a parte Laura, che invece mi telefonava spesso) e mi permetteva di ricordare i loro volti, i loro nomi, la mia vita prima della loro scomparsa. Non erano più in questo mondo da molto tempo, da sedici anni. Persi i miei genitori e mio fratello maggiore all'età di dieci anni, la sera del tredici aprile del 1994. Ero insieme a mia sorella a guardare la televisione quando Lucius, mio nonno, chiamò al telefono fisso di casa alle ore 23.12, risposi io e sentii dall'altro lato della cornetta un'aria deprimente e Lucius che faticava a parlare, e questo insospettii. Quando lui mi comunicò che la mia famiglia non era più tra noi, io caddi nella tristezza e nella disperazione, piangendo e abbracciando mia sorella. Successivamente, gli chiesi come fossero morti ed è proprio da lì che cominciai ad avere dei dubbi. Mio nonno mi disse che se n'erano andati perché mio padre aveva perso il controllo del veicolo finendo così, fuori dal guard rail, facendolo ribaltare, e dall'autopsia era stato confermato che mio padre aveva assunto alcol fuori dalla norma, prima di mettersi alla guida. Quando mi disse queste cose...io non gli credetti, di fatto non gli ho mai creduto. Fu da quel momento che il mio cervello venne martellato da un'infinita di domande senza risposta, chiedendomi il motivo per cui egli mi stava mentendo e questo non fece altro che incrinare di un po il nostro rapporto e sospettai fin da principio che mi stesse nascondendo qualcosa, anche perché non vi fu alcuna notizia riportata sul giornale o sui media televisivi. Anche se a quell'epoca avevo solo dieci anni, avevo già acquisito una capacità di memoria dal momento che conoscevo molto bene le abitudini di mio padre e ciò che era successo prima di quell'incidente. Ho ereditato da lui il vizio del fumo, infatti egli fumava due volte al giorno, precisamente la mattina alle 11.00 e il pomeriggio alle 17.00, due tipi di sigaro: il Montecristo, il suo preferito, al mattino e il Moro, di punta fra i toscani, di pomeriggio. Soltanto di sabato mio padre fumava anche una terza volta e di notte, con il Bolivar, molto apprezzato fra i sigari cubani tuttavia aveva una versione taroccata di quei sigari a causa del monopolio statale a Cuba ( di fatto provenivano da uno stabilimento negli Stati Uniti, a New Orleans). Questo era il suo unico vizio, quello di fumare, ma mai aveva osato toccare un bicchiere contenente qualcosa di alcolico, lui era sempre stato attento a restare lucido e, da quando un suo parente era morto per cirrosi epatica, a vent'anni, aveva smesso completamente di bere. Un'altra cosa che mi insospettii fu che mio nonno aveva menzionato una macchina che era uscita dal guard rail. Io mi chiesi di quale macchina stesse parlando, dal momento che quella di mio padre aveva subito un guasto alla freccia destra tre giorni prima a causa di un atto di vandalismo e quindi era in fase di riparazione dal meccanico, inoltre mia madre non ne aveva mai avuta una e quella di mio fratello Archibald era chiusa in garage. Inoltre scartai l'ipotesi che mio nonno gli avrebbe potuto prestare la sua, dal momento che prima abitavamo negli Stati Uniti e che mio nonno, una settimana prima era venuto in aereo da Firenze, dove viveva ormai da molto tempo. Quel giorno sarebbero dovuti andare a ritirare l'assicurazione del veicolo e avevano preso un mezzo pubblico, ricordavo a memoria questi dettagli e fin troppo bene. Perché mi aveva mentito così? Che cosa mi stava nascondendo? Credevi che io fossi così stupido da non sapere queste cose, Lucius? Centravi forse qualcosa con questo mistero irrisolto? Come mai c'era una così tale assenza di prove da navigare nel buio più completo? Queste erano le domande a cui non riuscivo proprio a dare una risposta, malgrado fossi riuscito da solo a smascherare queste patetiche bugie, e di sicuro non le disse per proteggermi da qualcosa, anzi probabilmente era in corso qualcosa di più serio dal momento che uno degli assistenti del medico ribadii che la morte non era stata provocata da uno schianto. Sette giorni dopo anche quel povero assistente venne trovato morto annegato nei pressi di un fiume. Pensai a quelle domande che mi ponevo da sempre, anche in quel momento, mentre sfiorai lentamente come una carezza, la cornice in legno e poi il vetro della fotografia, fino a quando non la staccai e osservai quel piccolo pezzo di carta, raffigurante la mia famiglia, sulla mia mano per poi dargli un fugace bacio e rimetterlo al suo posto. Alla fine serrai l'uscio dell'appartamento. Dal momento che a me non piace usare la metropolitana o altri mezzi pubblici per spostarmi, ad eccezione dei treni quando ne ho bisogno, sono propenso a camminare o usare la bicicletta e questo era di fatto uno di quei giorni. Scesi in garage e dopo averla trovata, tolsi la catenina, salii sopra e cominciai a pedalare prendendo così aria e facendo anche un po di moto addentrandomi nel quotidiano traffico cittadino che dominava già nella città. Pedalai per mezz'ora fermandomi solo per qualche secondo sul marciapiede per aggiustarmi sul viso gli occhiali, il motivo era che stavo andando controvento e, di tanto in tanto, qualche granello di polvere si posava sulle lenti. Raggiunsi e sorpassai la piazza centrale della città, dando un veloce e fugace sguardo al Duomo in stile tardo gotico che domina sulla città intera e mi affrettai a raggiungere l'Accademia, dopodiché cercai un parcheggio e, una volta trovato, inserii il codice della catenina della mia bicicletta e me ne andai sicuro di me. Vi confido che, anche se non l'avessi chiusa con quella catena, nessuno me l'avrebbe rubata. Per precauzione, infatti, una volta comprata io avevo applicato sui tubi una speciale vernice scura, la cui tonalità di colore ricordava similarmente quello della ruggine; chiunque fosse passato e avesse avuto cattive intenzioni si sarebbe fatto ingannare dalle apparenze e avrebbe pensato, come io volevo fare intendere, che fosse obsoleta e che non fosse altro che un vecchio catorcio da far rottamare e quindi di poco valore, ma in verità l'avevo comprata solo un mese fa. Prima di entrare, io mi precipitai al più vicino tabacchino per comprare un altro accendino ed ebbi la fortuna di poter comprare il numero recente del Corriere della Sera. Non ebbi tempo di leggerlo il giorno prima, ero impegnato a studiare sodo. Non mi ritengo un abitudinario ma per me è necessario dedicare un po di tempo alla lettura del Corriere, così lo posai nello zaino promettendomi che l'avrei letto dopo essere entrato in aula, in attesa dell'arrivo del professore. Entrai nell'Accademia e richiamai la mia attenzione nell'interno di essa. Vi era moltissima confusione fra nuovi arrivati, studenti più anziani e associazioni studentesche che facevano da “sindacato” per matricole e che si davano da fare per i loro stupidi e infantili programmi politici di destra o sinistra, illudendosi davvero di poterli aiutare ma ai miei occhi parve che soffrissero di un deficit dell'attenzione, oltre che una grande e sfrenata ipocrisia di sfruttatori che provocò in me di una sensazione di ribrezzo oltre che disgusto. Quelle opere d'arte che in quel momento ebbi l'occasione di vedere mi diedero un motivo per sorridere, dal momento che finalmente avevo la possibilità di far parte del mondo che, fino a qualche tempo fa, avrei solo potuto imitare e immaginare: quello artistico, la ricerca della bellezza e dell'armonia. Vi giuro che riuscii a fatica a trattenere il mio nervosismo e la mia curiosità e guardandomi attorno, potetti notare quali meraviglie artistiche vi erano per poi permettermi di sognare ad occhi aperti e immaginare di poter creare e interpretare il tutto e di creare un mondo nuovo, come fossi un dio. Creare arte, creare emozioni o anche il nulla, creare il dubbio, creare la vita e la morte, l'ordine e il soqquadro, l'equilibrio e la sua distruzione, creare il tutto...su tela. La prima lezione fu quella di pittura e riuscii a trovare l'aula, così entrai e mi sedetti al terzo posto nella terzultima fila, e già stavo per prendere il giornale per poter leggere quando, ad un tratto il professore entrò e fui costretto a rimetterlo nello zaino. Dopo essersi seduto, senza neanche salutare, egli prese il foglio delle presenze, una delle cose che odio di più al mondo, e cominciò ( come i bambini all'asilo) a fare l'appello. Tuttavia, mentre egli procedeva a ritmo di vecchio trattore di campagna, mi persi un'altra volta nei miei pensieri e, cambiando idea sul rimettere apposto il giornale, lo tirai fuori nuovamente e lo posai sulle mie ginocchia, nessuno mi guardò. Perché questa ossessione? Fra poco lo saprete. Ero così perso nei miei pensieri che non mi accorsi assolutamente che il professore mi aveva chiamato per la terza volta di fila, infatti lo fece nuovamente ma con un tono più deciso – Mazzini! - Alzai la mano e gridai – Presente! - Finalmente, non mi sentiva? - Mi inventai una scusa – No, professore, la sento benissimo. Stavo solo cercando la mia penna perché credevo di averla perduta. - - Come mai sta in terzultima fila e per di più da solo? - Che domanda. Semplicemente volevo stare da solo, ma non potetti dare una risposta simile – Perché c'è la finestra aperta. - Non disse nient'altro e, senza più un secondo da perdere, egli cominciò a introdurre in maniera sbrigativa il corso di pittura con una breve presentazione e con l'assegnazione delle prime fonti, applicai la modalità di registrazione vocale sul cellulare in modo che non potessi dimenticare una singola parola, mentre con la mano sinistra ( sono mancino) fui costretto a scrivere il mio nome su quello stupido, patetico foglio delle presenze: Alan James Mazzini.
  14. Jena Plissken

    Asylum Press Editor

    Nome: Asylum Press Editor Catalogo: https://asylumpress.org/catalogo-news/ Modalità di invio dei manoscritti: https://asylumpress.org/invio-manoscritti/ Distribuzione: https://asylumpress.org/distribuzione/ Sito: https://asylumpress.org/ Facebook: https://www.facebook.com/asylumpresseditor
  15. Dominik G. Cua

    Ghost hunters - Il villaggio maledetto Capitolo 1/3

    Buio improvviso, silenzio assordante. Una pioggia di sangue tingeva l'intero paesaggio di rosso cremisi e una luna di fuoco brillava nell'etere oscuro, illuminando a poco a poco ciò che, fino a un attimo prima, era stato inghiottito dalle tenebre. Ogni forma di vita aveva cessato di esistere. L'unica cosa che riusciva a scorgere in quel macabro scenario erano quattro figure poco distinte, quattro figure che, di lì a poco, avrebbero rovinato la quiete e portato disgrazia in quell'ambiente dove da sempre regnavano la pace e la tranquillità. ... Erano ormai diverse notti che Roisin faceva quel sogno, o per meglio dire, quell'incubo. Chiunque al suo posto avrebbe ignorato la cosa, classificandola come una semplice coincidenza o ancora, come spesso accade, un normalissimo sogno. Tuttavia lei sapeva bene che non era affatto un normalissimo sogno, né tanto meno una coincidenza e ciò la preoccupava considerevolmente. Roisin era una donna ormai prossima all'età avanzata e di corporatura più o meno robusta, i suoi occhi erano di un nero intenso e i suoi capelli arricciati avevano un colore che andava fra il castano e il grigiastro. A differenza delle sue coetanee non sembrava mostrare i tipici malesseri causati dall'avanzare degli anni. Inoltre aveva la capacità di fare, in determinate situazioni, dei sogni premonitori. Quella capacità era un qualcosa che aveva fin da bambina, ma nessuno ne era mai venuto a conoscenza, poiché, se mai ne avesse fatto parola, avrebbe rischiato di essere considerata un'eretica, di essere accusata di stregoneria e infine essere messa al rogo. Irlanda, anno 1450. Ai piedi del monte Carrantuohill, nella contea del Kerry, sorgeva un villaggio isolato che contava poche centinaia di abitanti. Le uniche forme di vita, inclusi gli abitanti del villaggio stesso, erano gli animali selvatici che popolavano la fitta vegetazione circostante, inoltre era molto raro che qualcuno proveniente dall'esterno andasse a visitare il posto. Il territorio era particolarmente tranquillo e la routine quotidiana sempre la solita: gli uomini si dedicavano alla caccia, alla pesca, alla coltivazione nei campi e all'allevamento del bestiame, i bambini correvano e giocavano ravvivando l'atmosfera del villaggio, mentre le donne si occupavano delle faccende domestiche e della raccolta di frutti ed erbe nel bosco, senza però allontanarsi più del dovuto. Le varie mansioni, escludendo l'allevamento e la coltivazione, avevano un certo livello di pericolosità, dunque venivano scelti gli uomini più adatti per lo svolgimento di ogni specifico compito e divisi in gruppi. Di solito le tecniche di sviluppo di tali compiti venivano tramandate di padre in figlio, generazione dopo generazione, a cominciare dalle precauzioni da prendere prima di allontanarsi dal villaggio, fino alle condizioni climatiche migliori che avrebbero consentito loro di non tornare indietro a mani vuote. I cacciatori, per esempio, si munivano di armi da caccia e di provviste, per poi addentrarsi in un bosco alle volte così fitto da impedire ai raggi solari, perfino in pieno giorno, di illuminarne adeguatamente i sentieri. Un equipaggiamento adatto favoriva il corretto andamento del lavoro, se male attrezzati invece non era difficile cadere vittime di un agguato da parte di animali feroci e passare così da cacciatori a prede. I pericoli della pesca, per quanto essa potesse sembrare una mansione innocua, risiedevano invece nel tragitto. Si doveva infatti attraversare un boschetto nel lato opposto del casale per circa cinque o dieci miglia, a seconda dei sentieri scelti, i quali variavano di continuo a causa di eventi climatici che li rendevano talvolta inagibili e pericolosi. Si arrivava così a pochi passi da una rupe profonda circa cento metri, la cui base ospitava il torrente in cui si sarebbe tenuta la pesca. Bisognava poi aggirarla prendendo dei sentieri estremamente pericolosi, dove un qualunque passo falso poteva causare loro dei gravi incidenti o, nei casi più gravi, costare la vita. Quella volta il cielo era soleggiato e totalmente sgombro da nuvole, l'aria fresca in contrasto col calore solare rendeva la temperatura gradevole e favoriva il lavoro, dunque gli uomini si prepararono e si incamminarono chi nei campi, chi nel bosco, chi al torrente. Al calare della sera, quando il sole irradiava i suoi ultimi raggi di luce, rincasavano stanchi e soddisfatti del lavoro svolto, non era raro però che qualcuno riportasse delle slogature o ferite causate da alcune disattenzioni. Sul posto non si presentavano mai problemi causati da fattori esterni, il morale era alto e tutti vivevano tranquilli e sereni, tutti tranne Roisin che, spaventata da ciò che stava per accadere, poteva solo sperare che tutto sarebbe finito per il meglio. Era un nuovo giorno. Un acuto rintocco di campane che valicava l'intera area abitata, invitava il villaggio a recarsi in chiesa. Quest'ultima, posta nella parte più sopraelevata del territorio, si presentava come un'antica struttura di grandi dimensioni, eretta nei secoli precedenti dagli avi del parroco in carica, che portarono sul posto la fede cristiana. Davanti alla chiesa si ergeva il cimitero del casale, le cui lapidi, nella parte più interna dello stesso, ospitavano un antico albero morto da decenni e mai sradicato, che rendeva il posto lugubre e sinistro; tutto ciò era infine circondato da un solido muro di pietra, congiunto da un grande cancello che separava il mondo dei vivi da quello dei morti. Innanzi all'entrata della cappella, il parroco era solito accogliere l'intera popolazione con riverenza prima di celebrare la messa. Padre Lennon, quello era il suo nome, era un uomo come gli altri e ben voluto da tutti, nessuno escluso; aveva l'abitudine di prendersi cura degli ammalati e ospitava gli orfani nella sua cappella, trattandoli come dei figli. «Qualcosa non va, figliola? È da un po’ di tempo che vi vedo preoccupata, è forse successo qualcosa? Non è da voi.» chiese Padre Lennon, vedendo Roisin più strana del solito. «Non è niente, Padre. L'età inizia a farsi sentire, tutto qui.» rispose la donna, tentando di tranquillizzarlo. «Non prendetemi in giro, cara, ci conosciamo da innumerevoli anni, capisco quando qualcosa vi turba. Parlatemene pure, sapete che potete farlo.» riprese il prete. Roisin lo guardò negli occhi ed esitò, sapeva bene che se avesse parlato dei propri sogni sarebbe stata messa al rogo. «Ultimamente faccio fatica a prendere sonno, quindi non riesco a recuperare al meglio le energie, ma starò meglio, ve lo assicuro.» concluse Roisin sorridendogli. Padre Lennon sembrò finalmente essersi convinto, quindi invitò la donna ad entrare in chiesa e la seguì. Finita la messa la gente si incamminò verso casa e il prete stava per fare altrettanto, tornando in cappella. Fu però fermato da una ragazza che iniziò a chiamarlo quasi insistentemente. «Padre, Padre!» urlava la ragazzina, mentre gli andava incontro. «Arold lo ha fatto ancora, è entrato da solo nel bosco, ho provato a fermarlo ma non mi ha dato ascolto.» «Buon Dio! Gli avrò detto centinaia di volte di non entrarci da solo, è pericoloso!» rispose il prete. «Grazie di avermi avvisato, ci penso io.» Dopo averle dato una carezza, come per ringraziarla dell'avvertimento, si incamminò nel bosco per recuperare Arold che fortunatamente non si era spinto troppo oltre. Roisin intanto, come il resto del villaggio, si incamminò verso casa con la preoccupazione in volto: quella notte aveva nuovamente avuto lo stesso incubo. La festa del villaggio era alle porte. Era un evento che si teneva ogni anno, durante il quale tutti si riunivano e banchettavano, danzavano e si divertivano; una notte di spensieratezza che permetteva a chiunque di dimenticare, almeno temporaneamente, i propri problemi. Le donne cominciavano ad organizzarsi e a prepararsi in vista di quel giorno; si sarebbe tenuto nella piazza, davanti ad una grande statua raffigurante un angelo.
  16. Fino a
    Giorno 30 marzo 2019, presso la Libreria Feltrinelli Point di Messina, alle ore 18.00, presentazione del romanzo di Gianandrea Parisi, "Cristallo Imperfetto", un giallo, con venature thriller, horror e fantascienza, edito dalla Argento Vivo Edizioni. Interverranno il presidente dell'Ordine degli avvocati di Messina, Vincenzo Ciraolo e la giornalista della Gazzetta del Sud, Marianna Barone.
  17. The_Butcher_of_Blaviken

    Sto arrivando

    Commento Premessa (metto le mani avanti ) Figlio mio, il motivo è semplice: la vendetta era necessaria, lo hanno imposto loro! Non fare quella faccia, c’è una risposta ad ogni domanda, e non pensare alle fiamme, non possono farti niente ora. Rieggis era il male in persona – Maledetto! Che tu sia maledetto! Brucia! - Era venuto dal nord con il suo grande esercito per razziare il nostro popolo, ma quello stolto del re Gnüslov gli ha dato in sposa la figlia Yngis per placare la sua sete di sangue. Io e i miei nove fratelli eravamo solo un problema, avevamo la forza di ribellarci e ci temeva. Per questo volle giustiziarci, come aveva già fatto con il re, ma Yngis si mise in mezzo supplicandolo di risparmiarci e tenerci solamente prigionieri. Egli accettò, ma non mosso dalla compassione, bensì stava architettando una morte molto più crudele e straziante. Ci incatenò a degli alberi nella Foresta del Rimpianto, proprio lì dove si aggirava di notte la Bestia – Maledetto! Sono un peccatore! Brucia! La vidi perfettamente, nella sua eleganza ripugnante. I suoi peli impregnati di sangue brillavano come delle lame, riflettendo i pochi raggi di luna che riuscivano a farsi largo tra le fronde. Il suo sguardo bieco, con quei suoi grandi occhi vermigli privi di palpebre, metteva in fuga persino il sole e il suo puzzo di morte ristagnava nell’aria. Il suo latrato si poteva sentire anche nel mondo dei morti e un’agghiacciante melodia, quasi sensuale, creata da uno stridor di catene, accompagnava ogni suo passo. La Bestia tornava famelica ogni sera per divorare uno di noi. Prima apriva le sue fauci per mostrare le sue zanne e alitare miasmi pestiferi, poi cavava gli occhi alla sua vittima, con la sua ripugnante lingua, per lasciare indelebile quei momenti nella mente del malcapitato - Brucia! Maledetto! Vendetta è fatta! - Quindi con le sue zampe unghiate graffiava, scuoiava e smembrava, facendo ben attenzione a non uccidere subito la vittima, perché altrimenti il suo sangue perdeva di gusto. Oh, se si divertiva…e con lei quel verme di Rieggis - Maledetto! Brucia! Ahahahah! La decima notte ero rimasto solo io e in cielo risplendeva una funesta luna piena. Certo! Non guardarmi così! Anche io ho provato una lacerante paura, non sono un Dio, ma prima di impazzire completamente sono arrivati loro. Mi hanno detto cosa fare. Mi hanno guidato verso la libertà. È tutto merito loro. Quando la Bestia si presentò in tutta la sua luminosa oscurità, loro mi dissero “mira alla lingua, è il suo punto debole”. Così, mentre la mostruosa creatura era intenta a ungermi il viso con la sua bava funerea, io addentai la sua lingua e strinsi forte. Mi aggrappai saldamente al suo rivestimento peloso e lei, in preda al dolore, spiccò un balzo all’indietro così vigoroso che ruppe le catene che mi tenevano prigioniero. Ero libero, un sorriso si stampò sulla mia faccia, ma loro mi ammonirono prontamente e mi ordinarono “uccidi la Bestia!”. Presi da terra un osso acuminato, che era avanzato dal banchetto della sera prima, e lo piantai nel cuore del mostro mettendo fine alla sua vita – Brucia! Maledetto! Sono un peccatore! “Mangia il cuore della Bestia! Mangialo! Ti servirà per compiere la tua vendetta”, mi dissero in coro e io ubbidì, anzi andai anche oltre facendo fare alla Bestia la fine dei miei fratelli: la divorai avidamente senza lasciare neanche un brandello di carne. Conquistata la libertà e la forza della Bestia, vissi per un po’ di tempo nascosto nella foresta, aspettando il momento giusto per attaccare il nemico. Il mio corpo cambiò, persi i miei lineamenti delicati, e la mia forza sembrava crescere ogni giorno che passava. Io ero pronto, smaniavo, volevo imbrattarmi del sangue di quel vile, Rieggis - Ahahahah! Maledetto! Brucia! - che mi credeva morto. Non si sarebbe mai aspettato un attacco proveniente dalla foresta, ma loro non volevano lasciarmi andare. Gli voltai le spalle – Sono un peccatore! - Non ce la facevo più ad aspettare. Feci breccia nelle mura della città e iniziai a dilaniare e distruggere tutto ciò che mi si parasse davanti. Riuscii a varcare le porte del castello, ma lì c’erano ad attendermi le guardie del re. Erano in troppi e io non mi ero ancora abituato del tutto al mio corpo bestiale…loro avevano ragione. Figliolo, loro hanno sempre ragione! Non contraddirli mai! Mi scacciarono dal castello, ma prima di mettermi in fuga, incrociai per un istante lo sguardo di Yngis. Capii che mi riconobbe quando la ritrovai il giorno dopo a vagare per la foresta alla mia ricerca. Yngis mi salvò una seconda vola, perché loro volevano farla finita con me dopo la mia disubbidienza, ma capirono che lei era il pezzo mancante per compiere la vendetta. Yngis portò con se nella foresta i suoi due figli, con lo scopo di farli addestrare da me in vista di un nuovo e più efficace attacco. Ma loro mi dissero che non andavano bene, erano deboli e corrotti e quindi li uccisi. Bisogna ubbidire alla loro volontà! Brucia! Ahahaha! C’era bisogno di uomo puro e forte, che mi accompagnasse in questa missione, così nascesti tu, Iltöjfin. Il resto lo conosci bene – Maledetto! Che tu sia maledetto! Brucia! - Loro ci hanno condotti fino a qui e solo grazie a loro siamo riusciti a compiere la nostra vendetta. Non essere triste per tua madre, sapeva a cosa stava andando incontro e sapeva che lo stavamo facendo per una causa più grande di noi. È il prezzo giusto da pagare! Il fuoco consumerà e divorerà il verme Rieggis, ma accarezzerà e purificherà dai suoi peccati tua madre…mia sorella Yngis. Tu, figlio mio, sei stato preziosissimo, ma rimani solo uno strumento. È per questo che ho dovuto ucciderti. La vendetta è stata compiuta, nessuno è rimasto in vita, proprio come volevano loro. Finalmente potranno andarsene e io sarò libero. Ma non aver paura figliolo, aspettami, sto arrivando. Un paio di note per i lettori 1) L’ispirazione l’ho avuta dopo aver giocato HellBlade: Senua’s Sacrifice, gioco molto particolare ambientano nell'inferno della mitologia norrena. Questa storia è proprio una reinterpretazione di un racconto della mitologia nordica. 2) Con gli incisi tipo ”– Maledetto! Che tu sia maledetto! Brucia! –“, la mia idea era di rendere per iscritto un misto tra una psicosi e la sindrome di Tourette, ma non so se ho raggiunto l’obiettivo XD. Non so neanche se ha senso la punteggiatura.
  18. WildG

    Dimmi perché lo faccio

    Commento Purtroppo ci sono 300 caratteri in più del previsto, spero non sia un grosso problema ! ---------------------------------------------------------------------- “DIMMI PERCHE’ LO FACCIO !” urlò Carl mentre stringeva la pistola nella mano sinistra e la gola di uno sconosciuto nella destra tenendolo col suo peso steso a terra. Portò poi con gesto rabbioso la canna della pistola a contatto con la fronte dell’uomo a terra, stringendola fino a far diventare bianche le nocche. “Dimmelo … ORA!” , disse avvicinandosi alla faccia dello sconosciuto che poteva vedere ora distintamente il suo volto, nonostante la penombra che celava quasi tutto nel vicolo; dimenandosi e cercando di sottrarsi inutilmente alla stretta di Carl, il malcapitato riuscì solo a pronunciare qualche parola, soffocata dalla mancanza di ossigeno: “Non lo so … ti prego lasciami …”, mentre il colorito del volto virava verso il rosso. La vista si stava annebbiando a causa della morsa con cui Carl gli serrava la gola, e il respiro si faceva sempre più affannoso; il freddo della canna della pistola che premeva sulla fronte si stava facendo insopportabile e il punto di contatto iniziava a bruciare. Carl si sollevò leggermente per permettergli di respirare e tolse la mano dalla gola; rimase accovacciato lateralmente all'uomo a terra , con il braccio sinistro penzoloni fra le gambe e la pistola che toccava il terreno. Guardò l’uomo che aveva sotto di sé che respirava avidamente tossendo ancora e ancora, mentre gli occhi si riempivano di lacrime dallo sforzo. Tentò di mettersi seduto ma le braccia non gli ressero e ricadde steso a terra; un altro tentativo e vi riuscì. Si portò una mano alla gola massaggiando delicatamente mentre cercava di respirare in modo regolare; guardò Carl con timore e rabbia dicendo: “Ma chi diavolo sei tu? Cosa vuoi da me?” . Carl lo guardò un attimo sollevando il capo , e disse: “Come ti chiami?”, con voce bassa e tremolante. “Mi … mi chiamo Adam, e se le ho fatto un torto mi dispiace, vede io …”, ma Carl lo interruppe facendo segno di stare zitto portando la canna della pistola a contatto con la bocca. Adam ora poteva vederlo bene in volto: occhiaie profonde, scure che gli segnavano il volto scavato e con la barba incolta ormai da giorni; grossi occhi celesti umidi e arrossati dal pianto. Una felpa e un paio di jeans sdruciti gli davano l’aspetto di un senzatetto drogato. “Se le ho fatto un torto mi dispiace … Non volevo”, disse Adam mentre guardava Carl con gli occhi sbarrati; il suo aspetto trasandato e il suo sguardo quasi assente gli serravano le budella in una morsa di gelida di paura. “Guardami …” disse Carl come ridestato da un sogno ad occhi aperti; “Non lo senti questo respirare affannoso?” guardandosi attorno come a cercare qualcuno nascosto nella penombra. Gli occhi di Adam si riempirono di lacrime e si rannicchiò portandosi le ginocchia al petto. “Non sento nulla … Mi dispiace …” tirando su col naso. “Se non smetterà di respirare in questo modo io impazzirò …” disse Carl guardando Adam dritto negli occhi. “Si ferma soltanto quando una vita si spegne … Ma solo per poco … Solo per poco …” A quelle parole Adam trasalì, come se gli avessero dato un calcio nelle costole. Ora era tutto chiaro; ora era tutto maledettamente chiaro. Così come era ormai evidente che non sarebbe sopravvissuto a quell’incontro notturno. Carl restò immobile a fissare Adam come a cercare di leggergli l’anima. Poi con uno scatto improvviso Carl si portò le braccia a coprire le orecchie, stringendo gli occhi ed increspando la bocca in una smorfia di sofferenza. Un sibilo acuto, violento, come un gigantesco stridio di metallo, aggredì le sue orecchie, facendolo quasi cadere stordito a terra. Adam lo guardò impietrito, senza proferire una parola. Carl gemette fino a che il sibilo cessò e guardò Adam dicendo: <<Lo hai sentito vero? VERO?>> guardandolo ora con uno sguardo supplichevole. Adam scosse velocemente la testa, con le lacrime che gli offuscavano la vista e gli facevano colare il naso. <<Io non sento nulla …>> tirò sul col naso <<Non sento nulla …>> abbassando la testa rassegnato oramai al suo destino. Carl si avvicinò ad Adam, mettendo le sue labbra vicino all'orecchio destro di lui, per non farsi sentire, quasi a condividere un segreto inconfessabile: <<Lo sento respirare nella mia testa, sempre … Giorno e notte … Perché lo faccio? Perché accetto di farlo smettere al prezzo di una luce che si spegne? Sembra finita poi ecco … Lo senti? Sta ricominciando... e io mi sto perdendo>>. Adam tremava mentre l’alito caldo di Carl colpiva ad ondate il suo orecchio, non sapendo poi cosa dire ad un uomo in preda ad una evidente follia. <<Una luce dovrà spegnersi, adesso. ADESSO …>> disse Carl afferrando violentemente la mano destra di Adam e mettendogli in mano la pistola. Gli serrò la mano intorno al calcio della pistola, gli mise l’indice sul grilletto e la puntò alla tempia, mentre Adam si dimenava nel vano tentativo di lasciare la presa. <<Una luce si spegnerà, ora… Io non posso più decidere … Fallo tu … Scegli quale luce si spegnerà adesso … E lui smetterà di ansimare nella mia testa.>> La stretta di Carl sulla mano di Adam si fece più forte. <<Dimmi perché lo faccio, oppure decidi per me, ORA!>> Carl strinse più forte la mano di Adam; il grilletto scivolò indietro ed un colpo assordante scosse il silenzio quasi lugubre della notte. Il contraccolpo violento ed inaspettato fece volare la pistola dalla mano di Adam, mentre Carl venne sbalzato all'indietro dalla forza del proiettile. <<NO!>> gridò Adam mentre vedeva Carl steso a terra, ed il sangue formare una striscia rosso, argento scuro e nera, mentre attraversava la lama di luce del piccolo lampione nel vicolo. Adam si portò le mani alla bocca, incredulo a quella scena di puro terrore. Si guardò le mani, le vide sporche del sangue di Carl; si guardò il vestito, e la giacca e la camicia erano pieni di schizzi di sangue e di terra. Iniziò a dondolare leggermente avanti e indietro, sussurrando appena: <<Morto … E’ morto … Oddio e adesso cosa faccio… La polizia, No, no, meglio di no; cosa gli dirò? Agente ho sparato ad uno sconosciuto! Oddio, chi mi crederà… Perderò tutto, tutto.>> Poi guardò la pistola a terra a poca distanza da lui; si guardò attorno circospetto. <<Forse non ha sentito nessuno, è notte.>> Si avvicinò gattonando sull'asfalto fino alla pistola e la nascose nella tasca interna della sua giacca e cercò di pulirsi dagli schizzi di sangue in faccia. Si chiuse il cappotto ed iniziò a camminare svelto. <<Casa mia è a soli 5 minuti, posso farcela… posso farcela>> ripeteva a sé stesso a bassa voce mentre il cuore gli pulsava forte fino nelle orecchie e la testa iniziava a girare. <<Ecco , sono arrivato. Dove sono? Dannate chiavi.>> Mentre rovistava in tasca, le chiavi caddero a terra e con le mani che tremavano le raccolse e riuscì ad aprire. Entrato in casa, si tolse subito i vestiti gettandoli nella spazzatura e si infilò nella doccia. Respirava profondamente cercando di calmarsi mentre l’acqua calda gli scorreva addosso. Uscito dalla doccia si mise un asciugamano intorno alla vita e si mise davanti allo specchio. <<E’ morto, ma non potevo fare nulla… quegli occhi… oddio… pazzo … sì, sì … era pazzo.>> disse a sé stesso per poi passarsi una mano sulla faccia. <<Ho bisogno di un tè per calmarmi e poi deciderò cosa fare di quella maledetta pistola.>> A piedi nudi si recò in cucina, ed accese il bollitore. Dopo pochi minuti iniziò a fischiare ad indicare che l’acqua era pronta. Il sibilo del bollitore lo fece trasalire e lo guardò con terrore aggrottando le sopracciglia. Il sibilo sembrò aumentare di intensità fino a farsi insopportabile. Adam cadde in ginocchio gridando dal dolore e tenendosi le mani alle orecchie. Poi dopo pochi ma interminabili secondi il sibilo cessò. Adam si guardò intorno ansimando come se avesse corso inseguito da un branco di cani feroci. <<Calmo, calmo>> disse a sé stesso <<E’ finita … E’ finita …>> Sentì una voce flebile provenire dalla stanza da bagno. <<Chi c’è? CHI C’E’?>> quasi urlò dirigendosi nella stanza da bagno; con la mano tremante accese la luce. Niente, nessuno. Fece un sospiro di sollievo e si avvicinò allo specchio fissandosi negli occhi. Sentì un respiro sempre più prepotente e realizzò che non era il suo. Una goccia di sudore freddo gli imperlò la fronte e le mani si fecero dannatamente fredde ed insensibili. Poi udì una voce roca, fredda e senza espressione, eppure proprio per questo terrificante: <<Finalmente sono tornato a casa>>
  19. Ciao a tutti Dopo mesi che seguo il forum, leggendo con piacere e profitto i vostri post, da cui si impara sempre qualcosa di nuovo, è arrivato il momento che ne apra uno anche io per approfittare della vostra esperienza. Sto scrivendo un romanzo ambientato a Torino, dove i protagonisti principali usano spesso termini in lingua piemontese, soprattutto quando litigano, uccidono (è un pulp splatter punk) o fanno sesso. Poiché il mio scopo è renderne agevole la lettura anche alle persone che non conoscono il piemontese, dopo aver rinunciato ad una prefazione con “piccolo glossario piemontese-italiano”, per non costringere il lettore a fare avanti ed indietro nel romanzo, mi trovo combattuto tra due alternative: scrivere in corsivo le parti in piemontese ed inserire note a piè di pagina ogni volta che compare un nuovo termine o una frase intera oppure inventare uno stratagemma per introdurre le nuove parole. La prima alternativa, che sto usando sebbene sia ancora in fase di revisione, fa quasi sembrare il mio manoscritto (solo per come è editato, non per la bravura letteraria ahimè) qualcosa del tipo “I promessi sposi” o “La divina commedia”, è funzionale, il lettore ha subito sotto l’occhio la traduzione delle parole che incontra per la prima volta, ma il romanzo sembra quasi un libro di scuola. La seconda alternativa, non ancora sperimentata, mi costringerebbe a riscrivere parti del romanzo e trovare un modo per rendere comprensibili a tutti i termini in piemontese ogni volta che compaiono per la prima volta, una cosa che temo possa appesantire la mia scrittura e renderla meno scorrevole e ridondante. Secondo voi quale soluzione sarebbe più indicata? Leggereste un romanzo caratterizzato dal uso ed abuso della lingua della regione in cui è ambientato? Vi ringrazio anticipatamente per i suggerimenti. Ciao, Alberto
  20. Dominik G. Cua

    Ghost hunters - Il villaggio maledetto

    Mi sto occupando della revisione di un mio libro, ma sono bloccato su una frase che non riesco a migliorare in alcun modo... C'è qualcuno che saprebbe aiutarmi? P.s. la frase in sé è grammaticalmente corretta, ma a mio parere suona troppo banale, vorrei migliorarne la forma. (Evidenzierò la frase in questione) Il quasi totale silenzio del posto faceva supporre che, se anche fosse effettivamente abitato da qualcuno, quel qualcuno non era lì con loro in quel momento, quindi si limitarono a dare un’occhiata in giro, così da capire per lo meno con chi avevano a che fare. Considerate le dimensioni dell’edificio, pari o addirittura superiori a quelle della chiesa del villaggio, ci sarebbe voluto un po’ per perlustrarne ogni angolo, così decisero di dividersi per accorciare i tempi. Uno in particolare si diresse verso un corridoio buio che conduceva ad una porta socchiusa, dalla quale usciva una strana luce. Raggiunse quella stanza, pensando di trovare qualcuno al suo interno, ma c’era invece qualcosa che non si sarebbe mai aspettato di vedere… «Ve... Venite qui... presto!» urlò l'uomo. Una voce stridula, tremolante, appartenente a qualcuno che sembrava essersi trovato faccia a faccia con il diavolo in persona, fece allarmare il resto del gruppo che accorse immediatamente sul posto e che, superato quell'oscuro corridoio, comprese il motivo di tanta agitazione.
  21. MatRai

    Si spengono le stelle - Matteo Raimondi

    Titolo: Si spengono le stelle Autore: Matteo Raimondi Editore: Mondadori Collana: Omnibus ISBN cartaceo: 9788804687375 ISBN ebook: 9788852086595 Data di pubblicazione: 17 aprile 2018 Prezzo: Cartonato con sovraccoperta 19.50€ | EBook 9.99€ Genere: Thriller - Horror - Storico Pagine: 460 1691. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana. Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla. Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto. Si spengono le stelle è un thriller stupefacente sulla Nuova Inghilterra di fine Seicento, che indaga uno dei periodi più cupi della storia americana a colpi di miracolose incursioni nei temi classici della letteratura fantastica. Ne emerge una grandiosa allegoria della civiltà contemporanea, che rivela una nuova, formidabile e poliedrica voce della narrativa italiana, capace di scolpire magistralmente luoghi e personaggi, di esplorare le terre di confine tra i generi e di intrecciare passato e presente, modernità e tradizione, racconto individuale e Storia collettiva in una miscela esplosiva. Amazon IBS Mondadori Store
  22. Torba

    Il mondo oltre (1 di 3)

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
  23. Joyopi

    [Sfida 17] Klondike

    Commento Sfida a @AlexComan Genere horror, tema: giustificare la crudeltà boa: non più di tre numeri (o parole riconducibili a numeri). Klondike A quel tempo ero uno dei tanti cercatori solitari e speranzosi che erano accorsi nella regione di Yukon. A seguito della prodigiosa scoperta da parte di George Carmack, la voce di immani ricchezze nascoste in quelle terre remote e fredde era giunta molto rapidamente fino a San Francisco e così fiumane di cercatori d'oro, più o meno improvvisati, si erano riversate verso nord passando da Skagway e giungendo sulle sponde dello Yukon e del Klondike. Erano gli ultimi anni del secolo. Io ero una piccola goccia di quella corrente impetuosa. Come tutti, avevo preso base a Dawson City, un borgo di montagna che si era trasformato in una cittadina misera e spettrale nella quale carestia e disordine la facevano da padrone. Gli edifici finivano spesso in fiamme e in cenere nonostante il gelo della terra su cui poggiavano. Com'era inevitabile, infatti, in quei pochissimi anni il borgo che fino a poco prima aveva vissuto tranquillo nella sua isolazione aveva visto crescere in maniera esponenziale il numero di abitanti e avventori e di conseguenza i problemi. Nelle ore più tarde della notte, quando non erano sulle tracce dei filoni d'oro tra fiumi e montagne, i cercatori infestavano le locande e le sale da gioco che erano spuntate come pidocchi sulla pelle di un vagabondo, bettole squallide e pericolose in cui l'illegalità era un serpente strisciante, stamberghe in cui scoppiavano risse sanguinose senza soluzione di continuità e che quasi sempre lasciavano a terra cadaveri marcescenti. Più di una volta mi ci ero trovato invischiato, rimediando diverse ammaccature; in qualche occasione avevo visto salva la pelle solo per grazia di Dio. Fu in uno di questi saloon che incontrai Gary Williamson e John Bradbury, di Atlanta. Erano tra i più esperti cercatori d'oro dell'intero stato; avevano già preso parte a spedizioni fortunate sui Monti Appalachi e nelle valli di Black Hills ed erano appena giunti in Canada. Senza volerlo, mi ero trovato ancora una volta impelagato in una scazzottata che non avrebbe dovuto riguardarmi e quasi inavvertitamente, con una spinta, avevo evitato a Williamson una pugnalata nello sterno. Una volta sedata la rissa, l'uomo mi aveva ringraziato calorosamente e come ricompensa mi aveva invitato ad unirmi alla spedizione alla quale avrebbero preso parte l'indomani, con la promessa di rendermi ricco per sempre. Ovviamente accettai. Il mattino seguente ero in viaggio insieme a una mezza dozzina di uomini molto più esperti di me e che, a differenza del sottoscritto in occasione delle precedenti ricerche in solitaria, sembravano esattamente cosa fare e dove dirigersi. Risalimmo lungo il fiume Yukon e poi a nordest, attraverso le sponde dell'affluente principale, il Klondike River. Lasciammo alle nostre spalle molti gruppi di cercatori, soprattutto dalle parti di Rabbit Creek. Bradbury disse che lì si concentrava la maggior parte degli avventurieri perché in quelle zone erano avvenute le scoperte originarie, ma che proprio per questo le vene aurifere della zona erano quasi esaurite e dunque avremmo dovuto proseguire. Io seguivo il gruppo senza fare eccezione. Era palese la sicurezza di quegli uomini, in particolare di Williamson che teneva la testa. In seno avvertivo l'eccitazione per la fortuna che avevo avuto. Non feci alcuna domanda per tutto il tragitto, anche se dentro di me bruciavo dalla curiosità di sapere dove fossimo diretti. Ci fermammo solo al tramonto, nei pressi di una vallata coperta di neve e fanghiglia. Radmond, un uomo tozzo e basso dall'aria simpatica, si occupò di montare le tende assieme a Bradbury e a un altro uomo di cui non conosco il nome. Io approfittai per scambiare qualche parola con Williamson mentre appiccavamo il fuoco. Gli raccontai qualcosa di me, della città da dove venivo e delle settimane da me già trascorse in quelle terre del nord, completamente infruttuose. Lui ridacchiò. Mi parlò delle sue precedenti spedizioni, tutte molto soddisfacenti, e mi promise che avrei lasciato il Klondike carico d'oro. Proseguimmo a parlare a lungo dopo aver consumato la cena a base di fagioli e carne di cervo e nell'ascoltarlo mi rendevo sempre più conto di quanto fosse un uomo straordinariamente carismatico e saldo. Anche nell'aspetto, con un corpo robusto e sano e un volto deciso e irsuto su cui spiccavano occhi grigi di lupo, confermava le mie impressioni. Quando pensai di essere ormai del tutto degno della sua fiducia, mi decisi a chiedergli dove stessimo andando e, soprattutto, come mai sembrasse così sicuro di trovare l'oro. Williamson non disse nulla. Sembrò come se, per la prima volta da quando lo avevo conosciuto, non covasse già le parole e le cercasse da qualche parte dentro di sé. La risposta arrivò con un tono e una voce che mi fecero rabbrividire: «Io conosco il percorso dell'oro, io so vedere l'oro». Trascorse una settimana. Avevamo risalito il Porcupine River, disceso il Peael fino a Kluane Lake, l'immensa distesa di ghiaccio che da quelle parti chiamano lago, e scalato diverse catene, dove il freddo mi entrava nelle ossa. La notte che accadde la tragedia eravamo accampati ai piedi di una di esse, a poche miglia da un villaggio di aborigeni Métis, i quali sarebbero stati la mia salvezza. Quella sensazione di cieca fede e certezza nella guida di Williamson aveva cominciato a scalfirsi in ciascuno di noi per effetto della fatica e del freddo. Anche il comportamento dello stesso Williamson s'era fatto pian piano meno sicuro e razionale. Alcuni dei compagni giuravano di averlo visto in alcuni dei momenti in cui si allontanava o prima che gli altri si svegliassero, disegnare strani percorsi sulla neve. Quella notte non riuscii a dormire, ancora oggi non ne conosco il motivo. Qualsiasi cosa fosse a tenermi sveglio, so di dovergli la vita. La luna era già alta nel cielo e rischiarava la vallata che, per effetto del pallore proiettato sulle foreste, appariva un labirinto di ombre. Ero uscito dalla mia tenda. Nonostante il freddo pungente cominciai a camminare, allontanandomi dal campo, senza una meta. Covavo un senso di inquietudine. Mi diressi per un mezzo miglio a nord, verso una specie di innalzamento. Mi sedetti lì e restai per qualche tempo in ascolto della notte, fino a che un urlo ne squarciò il dolce sussurro. Quando tornai al campo quello che vidi mi fece inorridire: a terra giacevano i corpi degli uomini con i quali avevo viaggiato fin lì, il cui sangue a partire dalle loro facce dipingeva sul bianco della neve un percorso maledetto. Accanto a loro Williamson era accovacciato e sussurrava con una voce maledetta: «Oro... l'ho trovato...». Sul momento non capii. Capii il senso di quelle parole solo molto dopo, mentre a Dawson City assistevo all'impiccagione di Williamson, quando mi si figurò la seconda delle terrificanti immagini, le più spaventose che abbia mai visto e che ancora mi tormentano il sonno... L'una mi si era presentata quando avevo guardato sui volti dei cadaveri sulla montagna. Dove prima erano gli occhi, ora c'erano solo cavità vuote e buie. Williamson aveva usato il piccone. L'altra ha a che fare con il viso del pazzo... di colui che credevo pazzo, prima che la pazzia forse raggiungesse anche me. Un attimo prima che il cappio gli spezzasse il collo e lo consegnasse alla morte mi guardó dritto. I suoi occhi. Giuro che scintillavano come due pepite d'oro.
  24. Ospite

    Eris Edizioni

    Nome: Eris Edizioni Generi trattati: Narrativa, fumetto, saggistica Modalità di invio dei manoscritti: proposte@erisedizioni.org Una guida rapida Distribuzione: CDA, DIEST DISTRIBUZIONI, BOOKLET, Librerie e fumetterie fiduciarie (http://www.erisedizioni.org/distribuzione.html) Sito web: http://www.erisedizioni.org/home.html Facebook: https://www.facebook.com/erisedizioni/?fref=ts Aggiornamento 21/04/18 dal sito: Eris Edizioni diventa complice del Progetto Stigma, supportandolo nell’arrivo in libreria e fumetteria e inserendone le opere in catalogo non come semplice collana, ma in qualità di vera e propria costola separata. Eris supporterà il Progetto Stigma nella pubblicazione di 4 volumi l’anno, lasciandogli totale indipendenza di scelta e di progettazione.
  25. Nerio

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    commento Succederà in un giorno qualunque, senza alcun preavviso. Ti sembrerà di udire un suono sommesso, lontano, come una specie di fischio ovattato. Che tu sia in casa o in uno spazio aperto, sopreso in una delle tante piccolezze della vita quotidiana o in relax, durerà solo pochi secondi: il tempo di rendertene conto e di cercare l’origine del suono. Per quanto ti impegnerai a guardarti attorno non troverai nulla e alla fine lascerai perdere. Certamente darai la colpa ad un’impressione, nient’altro che un errore dei tuoi sensi. Quante volta capita di ingannarsi e di credere di sentire qualcosa che non c’è? Così te ne dimenticherai e tornerai alla tua solita vita. Ma da quella volta comincerai a provare una crescente inquietudine, soprattutto quando la sera rimarrai da sol#. Non ti riuscirà di spiegare questo sentimento, se non dopo alcuni giorni, quando in modo confuso e graduale, ammetterai di soffrire di un curioso disturbo alla vista. Perchè da quel giorno una piccola sfocatura si sarà formata ad un lato del tuo campo visivo. Come un’ombra leggera oppure un velo tremulo di foschia. L’impressione sarà quella di vedere qualcosa con la coda dell’occhio, qualcosa che ad ogni tentativo di metterla a fuoco si rivelerà inconsistente. Per quanto fastidioso, forse darai ancora la colpa ad un errore dei sensni. Stress, stanchezza o un riflesso della luce. Non importa quello che ti dirai per tranquillizzarti: l’ombra crescerà gradualmente, lenta ma inesorabile. Contemporaneamente tornerà il suono, più nitido e vicino. Un fischio sommesso, come d’aria attraverso una stretta fessura. Forse questa volta non giustificherai la cosa come un’illusione, specie se oltre al fischio ti riuscirà di distinguere quell’altro suono. Un rumore umido, come di una gola viscida che inghiotta avidamente. Forse qualche medico saprà offrirti una diagnosi confortante: ‘psicosi da stress’, ‘suggestione nervosa’ o ‘acufene psicosomatica’ e con qualche goccia di tranquillante in corpo ti riuscirà di dormire. La cosa più snervante sarà il non poterne parlare: nessuno oltre a te sarà in grado di vederla e percepirla. È solo un impulso nervoso – ti dirai – tutta colpa delle ore che passi davanti a uno schermo. Magari ci crederai abbastanza da cambiare vita: zero tecnologia, zero stress e finalmente quella vacanza che da tempo progettavi di fare. A questo punto forse ti sarà diventato impossibile tollerare la solitudine. Ti circonderai di persone, uscirai: qualunque cosa pur di non essere solo con quella cosa davanti ai tuoi occhi. Poi si verificheranno i primi incidenti. E semtterai di illuderti. Una notte ti sveglerai di colpo con l’alienante sensazione di qualcosa che ti alita sul viso. Il fischio, il gorgoglio e il calore umido di un fiato acre, disgustoso, a pochi centimetri dal tuo naso. Urlerai, certamente. Ma prima che tu riesca ad accendere la luce, ai tuoi occhi spalancati dal terrore sembrerà di scorgere una sagoma enorme, sospesa sul tuo petto. Una cosa fumosa ed evanescente. Impossibile dirti come ti apparirà: forse un corpo vermiforme e dotato di innumerevoli appendici. Forse un profilo ferino, dotato di zampe sproporzionate e di una bocca frastagliata, affollata di zanne irregolari. Forse una copia di te stesso, ridotto in un cadavere ghignante e bluastro. La visione durerà solo pochi secondi. Il terrore invece ti accompagnerà fino alla fine. Perchè da quel momento nessuna droga, nessun tranquillante potranno liberarti dall’idea che possa tornare a stendersi sul tuo petto, mentre dormi. L’insonnia sarà inevitabile e con essa si intensificheranno le allucinazioni. No, non le allucinazioni: le visioni. E in uno stato di terrore costante, con l’angoscia di quell’ombra che cresce dentro i tuoi occhi, finalmente capirai che cos’è quel suono: un ringhio soffocato, beffardo. Quello sarà il momento in cui cercarai aiuto. Scoprirai di aver vissuto fino a quel momento con un’idea del tutto artefatta di te stess#. Nel corso della tua vita avrai certamente finito per riconoscerti delle qualità, delle risorse umane di cui andare, se non proprio orgoglios#, certamente fier#. Solo per scoprire amaramente, quanto sia inutile ogni cosa, davanti alla certezza di non avere scampo e di approssimarti inevitabilmente all’orrore. Non voglio illuderti: farai di tutto pur di non cedere all’incubo. Scenderai qualunque gradino della dignità e del decoro... userai tutti: amici, amanti, parenti e persino sconosciuti. Chiunque andrà bene, pur di non essere sol#. Proverai di tutto: scienza medica e dottrine metafisiche. Ipnosi. Psicanalisi. Cliniche psichiatriche. Motagne di farmaci. Yoga e meditazione. Riti di purificazione. Preghiere. Esorcismi. Maghi, stregoni, santoni, spiritisti e ciarlatani di ogni tipo. Non importa la fede che avrai avuto prima di allora: proverai letteralmente qualunque cosa. Tutto inutile. Perchè sappi da ora, che maggiore è la tua paura e più grande è la sua forza. Dopo al massimo quaranta giorni non ce la farai più. La mancanza di sonno ti avrà trasformato in un verme pallido, solcato da macchie nere e cicatrici screpolate. Il tuo viso devastato dai graffi auto inflitti, la testa spogliata dai capelli. Allo specchio riderai e paingerai, non riconoscendo l’escrescenza tremante che una volta era il tuo viso. Allora. Solo allora (e non prima), quando ogni residuo di sanità e di forza morale ti avranno abbandonato, che lui apparirà, sgusciando vuori dal campo periferico, per mostrarsi in tutta la sua sconvolgente mostruosità. Non c’è modo di descriverlo. Vorrei poterti preparare, ma- Una mente sana non sarebbe in grado di concepirlo. Devi capire che quella cosa si muove nel buio della coscienza. Quella cosa è buio. Il risultato di tutta la corruzione del mondo. Grondante, eppure compatto. Oscenamente perfetto. Un diamente di putrefazione, la corruzione primordiale. Il vortice che gorgoglia e ringhi a e trema alla fine dell’abisso. Allo stesso modo non posso prepararti all’orrore della sua voce. Quando la sua bocca si aprirà e in mezzo ai fischi, ai ringi e ai gorgolii distinguerai le parole. Dio mio. E nella nebbia ostile di quei suoi globi fumosi, distinguerai un luccichio di malizia. Una cosa che potrebbe essere definita ‘gioia malvagia’, se solo certe entità fossero in grado di provare emozioni. Parlerà e tu ascolterai. Non durerà molto, ma a te sembrerà un’eternità di orrori. Un vortice dove l’anima precipità, sbiciolandosi. E gli ubbidirai. O si. SI SI SI. Farai esattamente quello che chiede: non è fisicamente possibile, per un essere umano, opporsi a qualcosa di più antico della sua stesa razza. E lo farai: prenderai un foglio vuoto oppure una pagina web. Aprirai un post su un social o un topic su di un forum e scriverai quello che ti dice. Questa storia. La pubblicherai e la affiderai al mondo, alla prossima vittima ignara che la raccoglierà e la leggerà, scettica e incredula come solo una bestia ignara può essere. Come una volta lo eri anche tu, prima di leggere una storia simile, su di una pagina web simile. E fra tutte le migliaia di menti attraversate da quel messaggio, lui ne sceglierà una. Perchè lui fa così. Dalle prime immagini tracciate sui muri delle grotte, fino all’Urlo di Munch o il Guernica di Picasso: deve avere sempre un mezzo per trasmettersi e un ospite da infestare. Dall’inizio della storia e per tutti i secoli a venire. In una parola: l’orrore. E finalmente, dopo aver concluso la tua storia e averla affidata al mondo, solo dopo averlo fatto, lui verrà per te
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