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Trovato 168 risultati

  1. Gabri Montu

    Scena di violenza sessuale per horror

    Ciao a tutti, sto scrivendo una scena di violenza sessuale per il mio horror (è ancora incompleta) e vorrei un parere sincero. Credo sia inutile continuare a scrivere se poi la prima parte è brutta e trash. Si tratta di una donna che viene brutalmente violentata e nell'atto il suo seviziatore si trasforma in un'orrida creatura. *Editato dallo Staff*
  2. Aporema Edizioni

    Via Dei Fossi 35

    VIA DEI FOSSI 35 Patrizia Scialoni @caipiroska Aporema Edizioni ISBN Cartaceo 978-88-32144-61-1 ISBN Ebook 978-88-32144-71-0 Data di pubblicazione: 15-06-2020 Prezzo versione cartacea: € 14,90 Prezzo versione ebook: € 3,49 Genere: Giallo con venature Horror Caratteri: 613.850 - 420 pag. - Formato A5 - Brossura con alette Link all'acquisto: Via Dei Fossi 35 - Patrizia Scialoni Quarta di Copertina Lucca, estate 1974: da un appartamento al numero 35 di via Dei Fossi si sprigiona un tanfo insopportabile. Sul posto accorre una gazzella dei carabinieri, al comando del tenente Simone Morelli, che si trova di fronte all’enorme cadavere di una donna in avanzato stato di decomposizione. A complicare la vicenda, l’inspiegabile e misteriosa scomparsa del piccolo figlio della gigantessa. Più di quarant’anni dopo, una famiglia milanese, in cerca di una nuova vita e di tranquillità, si trasferisce nella splendida città toscana, ignara di dover recitare la propria parte all’interno di un caso che pareva chiuso per sempre. Tra fantasmi del passato e inquietanti presenze, i protagonisti si confrontano con un destino che pare già segnato, vittime delle proprie debolezze, ma spinti da una carica di profonda umanità. L’intricata matassa degli eventi e dei pensieri si riannoda ogniqualvolta sembra dipanarsi e solo alla fine sarà possibile trovarne il bandolo.
  3. simone volponi

    Urbe Ferox

    Titolo: Urbe Ferox Autore: Simone Volponi Collana: Ombre Casa editrice: Watson edizioni Data di pubblicazione: 22 giugno Prezzo: 14 e. Genere: Horror Un cadavere carbonizzato era stato crocifisso su un grosso cartello autostradale forato dai proiettili, e qualcuno, chissà se con amarezza o come subdolo invito a farsi sotto, aveva aggiunto una scritta tratteggiata con il sangue: “BENVENUTI NELL’URBE”. L’Urbe feroce è una mega-metropoli dove regna il caos post umano, tenuto nei ranghi solo dall’intrattenimento offerto nei club, dai combattimenti nel Colosseo e dalla droga Overkill. Una Roma post apocalittica abitata da sbroccati il cui governo è gestito virtualmente dalla piattaforma Source, dall’effimera presenza della Sindaca e dagli Affaristi. È il mondo dove vive Marzia, prostituta assuefatta alla rovina che si limita a svolgere il proprio lavoro e a osservare la cruda realtà, finché non scatta in lei il sogno di allontanarsi da tutto. È il mondo dove vive Sybil, giovanissima killer creata in laboratorio, costretta per uno sbaglio non suo alla fuga con l’aiuto di Rog, il “pischello guerriero” che si guadagna da vivere come gladiatore post-moderno. Ma c’è davvero una possibilità di scelta? Esiste una via di uscita? Link pre.order e acquisto: http://watsonedizioni.it/prodotto/urbe-ferox-di-simone-volponi/?fbclid=IwAR0nPZiKeEL81uvoDEd8jI8vAob-AZT1JJ03wKaZ9hgDrNwyrNPy2-E0pbE
  4. Ospite

    Eris Edizioni

    Nome: Eris Edizioni Generi trattati: Narrativa, fumetto, saggistica Modalità di invio dei manoscritti: proposte@erisedizioni.org Una guida rapida Distribuzione: CDA, DIEST DISTRIBUZIONI, BOOKLET, Librerie e fumetterie fiduciarie (http://www.erisedizioni.org/distribuzione.html) Sito web: http://www.erisedizioni.org/home.html Facebook: https://www.facebook.com/erisedizioni/?fref=ts Aggiornamento 21/04/18 dal sito: Eris Edizioni diventa complice del Progetto Stigma, supportandolo nell’arrivo in libreria e fumetteria e inserendone le opere in catalogo non come semplice collana, ma in qualità di vera e propria costola separata. Eris supporterà il Progetto Stigma nella pubblicazione di 4 volumi l’anno, lasciandogli totale indipendenza di scelta e di progettazione.
  5. Alessandro Furlano

    La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol)

    Immagine di copertina: Titolo: La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol) Autore: Alex F. Penni ISBN: ebook (ASIN) B07NDVC4HP, cartaceo: 978-1796204728 Data di pubblicazione (o di uscita): 06/02/2019 Prezzo: ebook 0,99 €; cartaceo 5,16 € Genere: Horror Pagine: 173 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. Link all'acquisto: Amazon ebook Amazon cartaceo Seconda edizione del romanzo già pubblicato col titolo di Hell Patrol per Delos Digital. Dopo l'ottimo riscontro della prima edizione firmata Delos, esce questa seconda autoprodotta con nuova copertina e nuovo titolo principale. Jonas Abelton è tornato...
  6. Segreti in Giallo Edizione

    Segreti in Giallo Edizioni

    Ciao a tutti! Siamo una nuova collana Editoriale nata da poco. Ricerchiamo nuovi e intraprendenti autori, manoscritti accattivanti, pregni di mistero. Nome: Segreti in Giallo Edizioni Catalogo: link al Catalogo indicato sul sito Modalità di invio dei manoscritti: https://segretiingialloedizioni.com/contattaci/ Distribuzione: https://segretiingialloedizioni.com/f-a-q/ Sito: https://segretiingialloedizioni.com/ Facebook: https://m.facebook.com/segretiingialloedizioni/ Instagram: https://www.instagram.com/segretiingialloedizioni/ Segreti in giallo Edizioni si rivolge a coloro che prediligono il genere giallo e thriller, nonché paranormale e horror (per quest’ultimo si intende horror psicologico e non splatter). Accanto a quelli che sono gli elementi caratteristici di ogni singolo genere si ricercano originalità dei testi e una narrazione leggera e accattivante. La scrittura deve saper condurre il lettore (da quello più disincantato a quello più esigente) in un mondo di storie fatto di parole affascinanti e coinvolgenti. I generi che cerchiamo sono: Giallo,Thriller, Noir, Horror, Paranormal, Mystery. Grazie.
  7. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
  8. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  9. Ciao a tutti, mi chiedevo se qualcuno di voi e' riuscito ad ottenere una pubblicazione con una casa Editrice che pubblica Fantasy e sottogeneri? Dalla mia esperienza e dopo innumerevoli ricerche, mi sto rendendo conto che Fantasy e compagnia-bella sono generi davvero poco considerati ma specialmente sottovalutati. Confermate la mia conclusione o c'e' ancora speranza? No perché' io l'ho persa.
  10. Ciao a tutti! Volevo chiedervi questo: quanti di voi utilizzano wattpad, sono registrati, leggono e/o pubblicano li'? E cosa ne pensate?
  11. Ciao a tutti! Sono un aspirante scrittrice del genere Fantasy/Fantascienza e sto cercando di capire come destreggiarmi tra tutte le possibilita' di pubblicazione che ci sono in Italia, in particolare, trovo molto interessante la piattaforma di Wattpad, dove alcuni aspiranti scrittori del mio genere si son fatti notare da agenzie importanti che poi gli hanno offerto un contratto di pubblicazione. Ho da poco finito di scrivere il primo libro di una saga e parallelamente una novella che introduce il personaggio principale. Una storia particolare, azzarderei simile a quella che racconta il film di Joker. Insomma, una storia che tenta di spingere il lettore a voler approdare nel vasto mondo che si apre con il primo libro della mia saga. Sempre se ci riesca. La cosa che non mi fa decidere il da farsi, e' se vale la pena pubblicarla su Wattpad o magari se lo faccio, ci saranno dei riscontri negativi a cui potrei andare incontro? P.S.Vorrei chiarire che questa novella fa parte di una raccolta di racconti (le storie delle vite passate dei protagonisti principali, prima di incontrarsi nella saga) che avrei voluto pubblicare successivamente.
  12. Ngannafoddi

    La Bottega dell'Invisibile

    Nome: La Bottega dell'Invisibile Sito: http://www.labottegadellinvisibile.it/home Catalogo: http://www.labottegadellinvisibile.it/catalogoshop Modalità di invio dei manoscritti: http://www.labottegadellinvisibile.it/pubblica-con-mr-edgar Distribuzione: http://www.labottegadellinvisibile.it/emilia-romagna Facebook: https://www.facebook.com/LaBottegadellInvisibile/ Mr.Edgar è lieto di darvi il benvenuto nella sua Libreria e Casa Editrice: La Bottega dell’Invisibile Troverete avventure per ogni gusto: alcune vi immergeranno in foreste incantate, altre vi trascineranno negli abissi del terrore, altre ancora vi accompagneranno alla riscoperta di magiche tradizioni dimenticate. Dovrete solo scegliere un libro, sedervi comodamente su di una poltrona, preparare una buona tazza di tè da sorseggiare, chiudere il mondo fuori dalla porta ed iniziare a leggere…
  13. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  14. Titolo: Il Sacro Ordine del Mistero della Notte Autore: Fantom Caligo & The Dark Show Casa editrice: Pubblicazione Indipendente ISBN: B084QLMXP1 Data di pubblicazione : 3/2/2020 Prezzo: ebooK 2,99, cartaceo 5,42 Genere: Dark Fantasy/ Grimdark Pagine: 211 Tutti temevano i Razin, eccetto loro, tutti s’angustiavano per le spie di Lemŭropolis, eccetto loro, tutti erano terrorizzati dai principi delle tenebre, eccetto loro. Si diceva che persino i licantropi li venerassero e che avessero sovente rapporti carnali con loro” Nella Purissima Repubblica Marittima di Tali, i nobili fanno affari con le forze delle tenebre per mantenere il loro potere. Ma nelle ombre si muove anche il Sacro Ordine del Mistero della Notte, l’ordine di monaci guerrieri che detengono la corporazione di banche più potente del Vaalàbra.Due uomini dal passato oscuro, Kesner e Roderigo, e il loro allievo Williamson sono assunti dai monaci per due missioni speciali. Ma ben presto i loro destini si incroceranno con gli intrighi di potere del Ducato di Lemŭropolis, dell’Impero d’Accipĭter e della Lega di Avangard che stanno muovendo le loro spie per controllare Tali. Assieme alla guida Daina si troveranno ad affrontare una situazione sempre più esplosiva dove le spie fanno saltare gli equilibri delle tenebre e i fanatici della setta dei Razin si preparano a colpire. E mentre affrontano la missione più pericolosa, guidata dal misterioso Esorcista, l’eterna faida tra liquorsolvo e virushanelitum raggiunge il suo apice… Nota degli Autori Si tratta di un intrigo dark-fantasy autoconclusivo, con alcuni elementi horror e voodoo. Per i temi trattati, il linguaggio, l’ambientazione e la totale assenza di eroine, prescelti, nani e signori oscuri, il libro è destinato ad un pubblico adulto. Abbiamo creato un mondo che potesse ospitare elementi mitologici extra-europei e rivisto alcune creature classiche. Il libro tratta i temi del fallimento e della redenzione, della doppiezza umana e dei giochi di potere. Link acquisto: https://www.amazon.it/Sacro-Ordine-Mistero-della-Notte-ebook/dp/B084G7MJ4Q/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&keywords=il+sacro+ordine+del+mistero&qid=1585581674&sr=8-1
  15. Domenico S.

    La supplente

    Commento a "Il sole non scalda" di Alberto Tosciri Non tutti erano d’accordo con me, ma che se ne andassero al diavolo. La nuova prof era sexy. Okay, forse era fin troppo magrolina, e non curava tantissimo il suo aspetto fisico. Però era giovane, fresca d’università e con un’aria dolente ed emaciata che a me piaceva molto. Aveva gli occhi cerchiati, ma che occhi. Di un grigio argenteo che non ho mai più visto in un’altra donna. Inoltre era competente. Questo per me aumentava molto il suo sex-appeal. Sono sempre stato appassionato dell’ora di lettere, ed era bello avere una professoressa con quegli occhi (e che occhi) che spiegava con asciutta competenza la poesia di Dante Alighieri. Trudy questo lo sapeva benissimo e continuava a lanciarmi palline di carte durante l’ora della prof di lettere. Non era il suo vero nome, ma una volta, in modo malaccorto, ci aveva confessato che dormiva ancora col suo orsacchiotto Trudy. Da quel giorno il suo destino era stato segnato. Era anche grande, grosso e ciccioso, come un orso, per questo il soprannome gli era rimasto appiccicato. Trudy. Gli volevo molto bene, ma era un discreto rompi. Inoltre, aveva una forza sproporzionata rispetto alla mira. Una delle sue palline di carta arrivò fino alla cattedra. La prof aprì. La lesse e sorrise, quindi riprese a spiegare. Io mi girai, per vedere Trudy che sghignazzava. Cosa diavolo avevo scritto? Aprii uno dei bigliettini che era arrivato a me. Diceva: Se della prof vuoi vuoi essere l’amante devi studiare bene il tuo Dante. Un rima baciata. Da qualche giorno, da quando eravamo su Dante, Trudy s’era scoperto poeta. Mi chiesi se il bigliettino arrivato alla prof fosse altrettanto compromettente. La guardai, presi appunti. Mi sentivo bruciare. Mi chiesi se mi stesse venendo la febbre, ma forse ero proprio innamorato di lei. Col senno di qualche anno dopo, mi sarei accorto che ho sempre avuto una passione per le donne irraggiungibili. Dopo la lezione, mentre gli altri sciamavano in cortile per l’intervallo, la prof chiamò alla cattedra me e Trudy. «Chi di voi è il poeta?» disse. Entrambi arrossimmo. Temevamo ci mettesse una nota. Di Trudy si possono dire molte cose, ma una è certa: è una persona leale. «Il biglietto è mio» confessò. La prof continuò a sorridere. «Vedo un’ombra di talento. Per punizione, perché non si lanciano bigliettini in aula, dovrai scrivermi un sonetto. Lo abbiamo studiato due settimane fa, rivedi gli appunti. E lo dovrai leggere di fronte all’intera classe.» «Okay» disse Trudy, sempre più rosso e confuso. «E io?» chiesi. «Tu non lanciavi bigliettini.» «No.» «Allora sei assolto. Andate a divertirvi» disse, prendendo in mano un libbricino di poesie consumato. Cosa m’aspettavo? Che assegnasse anche a me una poesia? Che avrei scritto qualcosa talmente ispirato da conquistare il suo cuore? Sono un po’ sciocco, come avrete capito. In cortile, Trudy s’accese una di quelle sue sigarette puzzolentissime. «Complimenti, sei il cocco della prof» dissi. «Ne farei volentieri a meno» fece lui. «Vuoi un tiro?» «No, faccio a meno anch’io» dissi, sconsolato. «Dovresti metterti con Ramona Casiraghi.» «Che c’entra la Casiraghi?» «Ha occhi solo per te. Così ti togli dalla testa strane idee.» Pensai agli occhi della prof. Al suo aspetto emaciato e al suo fare nevrotico. La Casiraghi aveva tutte le sue cose a posto ed ero contento di piacerle, ma era solo una banale quindicenne. Non passava le sue pause fra le lezioni vuotando tazze di plastica di caffè e leggendo libbricini di poesia. Non aveva nulla da dire. «Andiamo» dissi. «Due ore di algebra. Toglierà dalla mia mente qualsiasi strana idea.» Comunque credo Trudy avesse veramente aspirazioni poetiche. La settimana dopo portò effettivamente un sonetto che lesse alla classe. Confesso che non era male. La prof gli mise un bel “nove” sul registro. Mi sentivo bruciare d’invidia. Se ne tornò soddisfatto al posto, ricevendo dagli altri ragazzi pacche sulle spalle. Con mio grande scorno, notai una luce, negli occhi della prof, accesa dalla poesia di Trudy. Una volta a casa, mi scoprii alla scrivania dello studio di mio padre, dove facevo i compiti nel pomeriggio, con un bloc-notes giallo e una matita in mano. Stavo cercando di scrivere una poesia. Mia madre entrò con una tazza di cioccolato mentre mi fumavano le meningi. «Studi?» «Più o meno...» «Che studi?» «Dobbiamo scrivere una poesia» mentii. «È un compito a casa.» «Fa’ vedere.» Normalmente sarei stato restio, ma mia madre legge molto. La sua opinione doveva contare qualcosa. «Chi è questa donna dagli occhi grigi?» disse, restituendo il bloc-notes. «Nessuna.» «Una tua compagna di classe?» «Me la sono inventata.» «Okay, ti credo.» «Com’era la poesia?» «Va bene.» Pensai a Trudy, col suo nove. “Va bene” non è una poesia da nove. Ahimè, non sarei mai entrato nel cuore della prof. Rinunciai, quel giorno e per sempre, a scrivere versi. Il mattino dopo, il mio grosso amico non venne a scuola, e neppure in quelli successivi. Un pomeriggio telefonai a casa di Trudy e sua madre mi disse che era in Australia. «In Australia?» «È in visita dalla zia.» «Per quanto sarà lì?» «Finirà l’anno.» Ed era partito così, senza dirmi nulla? Provai a scrivergli una mail, ma non mi ripose. Intanto, la prof andava avanti a bere caffè (non faceva altro, nelle pause) e a spiegarci la letteratura e io, lo confesso, ne ero sempre più innamorato. A volte, ma doveva essere soltanto la mia immaginazione, mi sembrava guardasse me quando parlava d’un passo d’amore. La mia infatuazione non faceva che crescere. Intanto, la nostra classe non faceva che diminuire. Dopo Trudy, smisero di venire a scuola Giovani Scacciapreti, per via di un’interminabile mononucleosi, Lorenzo Giovannirana, suo padre era stato trasferito per lavoro in un’altra città, Federico Sminuzzamerletti, cause ignote (era sempre stato quello della classe più discontinuo nel venire a scuola e frequentava cattive compagnie, perciò la sua scomparsa non fu una sorpresa.) Come avete notato, sparivano i maschi, finché in classe non rimanemmo che io e le ragazze e l’anno stava per finire. L’ultimo giorno di lezione, fui l’unico a presentarmi. «Fammi un piacere» mi disse la prof «vammi a prendere un bicchiere d’acqua.» «Agli ordini» dissi io, ormai ammaliato. In corridoio, vedevo capannelli di persone che mi guardavano e parlottavano fra di loro. Poggiai il bicchiere d’acqua sulla cattedra. La prof si tolse gli occhi e li mise dentro, quindi cominciò a massaggiarsi l’incavo delle orbite vuote. La prof aveva occhi finti? «È stato un anno duro» disse lei. «Le sue lezioni mi sono piaciute tanto.» «Adesso toccherebbe a te» disse «ma mi dispiace. Ho capito che ti sei affezionato.» «Io la amo» dissi, guardando nel vuoto delle orbite. D’improvviso, cambiò espressione. Il suo viso si rigò di sangue e lacrime. Era diventato un mostro. Provò ad avventarsi con le zanne su un mio braccio, ma io mi divincolai. Presi una sedie e la colpii. «Pro, perché fai così? Ti amo.» «È la mia natura.» «Cosa sei?» «Siamo un po’ deboli in mitologia, a quanto pare.» «Spiegami, ti prego.» «Sono una lamia. Mi nutro di giovani vittime maschili.» «Perciò, il resto della classe…» «I loro resti sono ancora nel mio frigorifero.» «Perché nessuno l’ha denunciata?» «Lancio una malia impenetrabile. Nessuno s’accorge di me, fino a quando non mi svelo.» «Perciò sto per morire.» «Sei l’ultimo. Sono solo una supplente, l’anno prossimo m’assegneranno a un’altra scuola.» «Potrei rivedere i tuoi occhi, come ultima cosa?» Il mostro fece una specie di sorriso. Quindi, andò a prendere il bicchiere, per rimettere gli occhi grigi al loro posto. Incredibile a dirsi, l’amavo ancora. «Ti prego» dissi. «Fammi un’ultima lezione, prima di morire. Cos’è una lamia?» Il suo volto si rilassò, si distese. Tornò la nevrotica intellettuale dagli occhi grigi di cui m’ero innamorato. «Davvero t’interessa saperlo?» «Voglio sapere che mi sta uccidendo.» «Perché?» «Sei una brava insegnante. Mi piace imparare cose nuove da te.» «Il tuo amico… quello succulento. Come si chiamava?» «Trudy.» «Sai, m’aveva colpito. Pensavo fosse un bravo studente. Un poeta. Invece, quando mi sono svelato a lui, non ha fatto altro che trillare come una femminuccia. Non ha svelato la tua avidità di sapere.» Pensai a Trudy, divorato vivo da quel mostro. Deglutii. Lei continuò. «Credevo tutti voi foste… banali, insulsi. Vedevo i vostri occhi appannati, durante le mie lezioni, e pensavano che vi meritaste di essere divorati da me. Tu sei sempre stato diverso, lo confesso.» «Parlami delle lamie» dissi, poggiando la mano su un banco. «Lamie. Che dirti. Siamo in giro da tanto, ma in pochi ci conoscono. Non andiamo molto di moda, di questi tempi. Spesso ci confondo coi vampiri, ma essi, vedi, sono soltanto un calco fatto su di noi. Noi siamo le originali.» «Hai molte sorelle?» «Più di quanto immagini.» «Anche loro insegnano?» La prof sorrise. «Facciamo ogni genere di lavoro, che ci permette di venire a contatto con ragazzi di cui nutrirci.» «Anche voi avete paura delle croci, come i vampiri?» «No, solo il sale può ucciderci…» Si morse la lingua. Era infantilmente caduta nella mia trappola. Scappai dall’aula, in cerca di sale da lanciarle contro. Forse nel laboratorio di scienza c’era qualcosa di utile. Corsi a più non posso, ma poi mi resi conto che nessuno m’inseguiva. Trovai del sale in laboratorio e, titubante, tornai di sopra per affrontare il mostro. Dovevo vendicare Trudy, e tutti gli altri. In classe, però, non c’era nessuno. Solo un bicchiere d’acqua e un registro aperto sulla cattedra. Al fianco del mio nome, un bel “dieci.”
  16. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  17. Ospite

    Horror, Orrore, Gotico e Paura

    Date le difficoltà intrinseche nel definire un qualunque genere (definizione utile solamente in alcuni casi, quando serve fare un qualche tipo di distinzione per scremare nelle proprie letture o, nel caso che ha dato vita a questo topic che pensavo già esserci ma che invece non mi pare di aver trovato da nessuna altra parte, selezione del materiale per concorsi a tema horror) e non volendo intasare questa discussione (cliccami) per lasciarla più pulita e legata al concorso che a una discussione generale sull'horror, apro direttamente un topic in cui discuterne da ora sino alla fine dei tempi, lo preciso perché questa non è una discussione nata per definire "l'horror adatto al concorso "La Piccola Bottega degli Orrori" ma una discussione nata per parlare di orrore, quindi se anche non ve ne frega niente del concorso ma vi interessa l'horror potete venire qui e discuterne tranquillamente, anzi, sarete d'aiuto. Al via le danze. Che siate interessati o meno al concorso potete iniziare guardando i video linkati in questo articolo e leggendo l'articolo stesso (primo di una serie, sarà utile anche in senso generale): cliccami.
  18. Titolo: Il Cerchio della Luce - Parte 1: I Quattro Fronti Autore: Simone Gambineri & Aligi Pezzatini Collana: Il Cerchio della Luce Casa editrice: Independently published ASIN: 1676848924 Data di pubblicazione: Febbraio 2020 Prezzo Cartaceo: € 13,00 Prezzo Ebook: € 3,99 (Gratis con Amazon Kindle Unlimited) Genere: Science Fantasy Link all'acquisto NUOVA EDIZIONE CON NUOVA COVER IN ESCLUSIVA PER AMAZON!! ROMANZO VIETATO AI MINORI (18+) Nel mondo di Saresia, la potente tecnologia fondata sui Bios rende la vita della gente tranquilla e pacifica; tuttavia ogni venticinque anni l’antico Bios ribelle Nocturnis si risveglia per distruggere con le sue Ombre tutto ciò che è stato creato. A difesa dell’umanità si erge il Cerchio della Luce, l’organizzazione che custodisce i quattro Bios, suddivisa in altrettanti Fronti. Ciascun Fronte addestra il proprio campione, denominato Incarnazione, che si unirà al Bios e al suo immenso potere. Ciascuna Incarnazione è affiancata da un Custode, che lo proteggerà anche a costo della vita.Tutto ha funzionato così per oltre mille anni; questa volta, però, i Bios si sono misteriosamente risvegliati due anni prima del tempo: il Fronte degli Elementi viene attaccato a sorpresa da androidi ribelli e la Teca che custodisce il Bios Xeras viene distrutta. Questo risveglio anticipato trova tutti impreparati, soprattutto le Incarnazioni e i Custodi, ma essi dovranno comunque partire per la loro vitale missione. Riusciranno a portarla a termine vittoriosamente, tra giochi di potere, trappole, ombre assassine ed androidi ribelli? «Anche se spesso lo ignoriamo, c’è sempre un po’ di oscurità in ciascuno di noi!» ATTENZIONE: Il romanzo contiene descrizioni di violenza e di sesso esplicito!
  19. albertus

    La fata delle anime

    Titolo: La fata delle anime Autore: Alberto Campora Autopubblicato: YouCanPrint ISBN cartaceo: 9788831642569 ISBN digitale: 9788831645188 Data di pubblicazione (o di uscita): Ottobre 2019 Prezzo: 15 € cartaceo, 4,49 digitale Genere: Splatter punk metropolitano Pagine: 268 Quarta di copertina o estratto del libro: In una Torino sonnolenta e soltanto apparentemente tranquilla, la professoressa Molinari, una cinquantenne in crisi, dopo una vita casta e morigerata, decide di concedersi una serata di follie, durante la quale scoprirà che Lilith Blue, la più pericolosa criminale del capoluogo sabaudo non è soltanto una leggenda metropolitana ma è una ragazza in carne ed ossa. Una sadica pazza che uccide le sue vittime seguendo il terribile rituale della fata delle anime, che prevede l’accecamento dell’anima della vittima in modo che, da morta, non possa trovare i cancelli del Paradiso. La comparsa della feroce e sanguinaria setta dei Sumeri Redenti, la cui Somma Rabbina celebra i suoi olocausti seguendo il terribile rituale della fata delle anime, scatenerà la furia omicida di Lilith Blue. Lo scontro tra la sublime ed infallibile Hanka Dovarga, gioia e speranza delle donne pure e caste, e Lilith Blue, accusata di essere la figlia di Satana ed una prostituta babilonese, è inevitabile. Uno scontro epico sconvolgerà Torino e le campagne piemontesi. Quale terribile segreto lega Lilith Blue e la Somma Rabbina alla terribile fata delle anime? Quali terribili segreti si nascondono nel passato della figlia di Satana ed una prostituta babilonese? Link all'acquisto: https://www.amazon.it/fata-delle-anime-Alberto-Campora/dp/8831642561/ref=tmm_other_meta_binding_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1573126701&sr=8-1 https://www.ibs.it/fata-delle-anime-libro-alberto-campora/e/9788831642569 https://www.youcanprint.it/fiction-generale/la-fata-delle-anime-9788831642569.html
  20. albertopanicucci

    XXVI Trofeo RiLL - il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2020 le iscrizioni per il XXVI Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, organizzato dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, col supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, attiva dal 1992, il Trofeo RiLL è un premio per racconti di genere fantastico. Possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, racconti di ogni tipo, purché siano (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. I racconti partecipanti sono oltre 250 a edizione (nel 2019: 345 racconti), scritti da autori residenti in Italia e non (nel 2019 oltre che dall'Italia sono arrivati racconti da: Australia, Brasile, USA, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Svizzera, Ungheria). La partecipazione al concorso è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Ogni autore può partecipare con una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Tutti gli autori/ autrici partecipanti devono però iscriversi all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (costo: 10 euro a racconto). Inoltre, dal 2015, non possono più partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro). I migliori racconti del XXVI Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun contributo/ costo per i rispettivi autori) nell’antologia 2020 della collana Mondi Incantati – Racconti fantastici dal Trofeo RiLL e dintorni, che sarà presentata in occasione del festival internazionale Lucca Comics & Games 2020. Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: – in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; – in Spagna, su Visiones, l’antologia annuale dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); – in Sudafrica, su PROBE, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa. L’autore del racconto primo classificato riceverà 250 euro da RiLL. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. I racconti partecipanti saranno valutati in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome degli autori), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati”. Fra i giurati dell’edizione 2019 del Trofeo RiLL: gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; gli accademici Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma) e Arielle Saiber (Bowdoin College, Maine – USA); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Tutti i partecipanti al XXVI Trofeo RiLL riceveranno copia omaggio dell’antologia “LEUCOSYA e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Quality Games, 2019, collana “Mondi Incantati”), che prende il nome dal racconto vincitore del XXV Trofeo RiLL, scritto dalla romana Laura Silvestri. Il libro propone dodici storie: i migliori racconti del XXV Trofeo RiLL e di SFIDA (altro premio organizzato da RiLL nel 2019) e i racconti vincitori di quattro concorsi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Inghilterra, Irlanda, Australia e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della serie “Mondi Incantati” sono disponibili per l’acquisto su Amazon e Delos Store, oltre che (a prezzo speciale) su RiLL.it La cerimonia di premiazione del XXVI Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2020, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni si rimanda al sito e all’e-mail di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  21. Nero Infinito

    "Corvo Bianco"

    Quanti possono affermare di aver visto un corvo bianco? Chi ha avuto la fortuna di vederlo, può affermare di non aver creduto fermamente che fosse solo un corvo albino? La verità è che i corvi bianchi esistono e nascono insieme agli altri pennuti nella stessa covata. Un corvo bianco ha la vita difficile da subito: nel 90% dei casi, i fratellini e la stessa madre, non lo riconoscono come uno di loro e famelici, si avventano sul minuscolo corpicino implume, dilaniandolo e facendo di esso il loro primo pasto. Questo meraviglioso volatile bianco e dagli occhi azzurri, ha un unica soluzione per salvarsi: buttarsi giù dal nido e sperare di sopravvivere all’impatto con il terreno in quanto ancora sprovvisto di ali ben sviluppate: un salto nel vuoto, nella paura dell’ignoto. Questa è la storia di Maddalena, una ragazza dalla pelle di porcellana e gli occhi color azzurro cielo d’Irlanda, capelli color carota e lievemente mossi, un sorriso di convenienza che sapeva di malinconia e di chi dentro si sente morire poco a poco. Maddalena non era una diciassettenne come tutte le altre: vestiva con abiti in stile inizio secolo, come una vecchia bambola in mezzo a dei coetanei robot. Andava a scuola con lo sguardo di chi percorre il corridoio che porta alla sedia elettrica, il famoso “miglio verde”, tante erano le prese in giro e partivano dagli abiti, fino a farle credere fosse una colpa non possedere un cellulare o per usare ancora la cartella di pelle per avvolgere i libri portati sotto braccio. Non era vero e proprio bullismo, piuttosto le definirei vessazioni psicologiche: veniva ignorata, guardata a malapena e con sorrisi taglienti come lame e continuamente schernita. Dio solo sa quanto una parola o un atteggiamento ostile possa ferire più di mille aghi infilati sotto le unghie e solo anche lui, come noi, sa quanto siano fragili le bambole di porcellana. Gli occhi di Maddalena andavano spegnendosi sotto i colpi incessanti di una vita misera, fatta di solitudine, di un padre mai conosciuto e di una madre che cercava chissà quali risposte o verità in fondo a una bottiglia. Maddalena nacque in un giorno di sole pallido e sotto gli occhi di una madre arrabbiata con se stessa e con l’uomo che dopo averla resa gravida fuggì il più lontano possibile, facendo perdere le sue tracce in modo meticoloso e vile. La madre Giuliana, guidata dall’amarezza e rivedendosi nella neonata, la chiamò Maddalena: la stessa donna che compare nelle sacre scritture e descritta come una donna sola e di facili costumi, discriminata dalla massa e lapidata. Questo fu il primo gesto di odio nei confronti della creatura che tanto assomigliava a quel verme del padre. I nonni di Maddalena erano due campagnoli dall’animo puritano e per tutta la durata della sua breve vita, fu la nonna materna a cucirle vestitini, cuffiette, bavaglini e abiti. I giochi di Maddalena erano racchiusi in un baule verde e dalle rifiniture tinte d’oro. Un cavallino, una corda per saltare, qualche burattino d’epoca, una pallina legata a un cono e dei libri come “Piccole Donne” o “Il Barone Rampante”. La predisposizione naturale per la lettura della ragazzina, andò rafforzandosi a tal punto che, un Natale ricevette, da un’amica della madre, un videogioco piuttosto all’avanguardia che però, appena tornata dalle vacanze natalizie, barattò per una copia completa de “La Divina Commedia”. A sette anni, insieme alla madre, si spostarono dalla villetta campagnola dei nonni, in un bi-locale in città poiché la madre aveva trovato lavoro in un’impresa di pulizie e anche per le comodità riguardanti la vicinanza ai servizi pubblici, la scuola, l’ospedale e qualche negozio. Per tutta la durata delle elementari, le ricreazioni di Maddalena consistettero in un solitario dondolarsi nella stessa altalena per tutti e cinque gli anni, lontana da tutti quelli che non la capivano o che forse era lei a non capire. La mamma si accorse del cuore grigio e solitario della figlia e si decise a regalarle un gattino dal pelo fulvo come i suoi capelli e con dei “guantini” di pelo bianco in corrispondenza delle zampine anteriori. Il regalo fece breccia nella solitudine della bimba e la sera in cui il micio entrò a far parte di quel piccolo nucleo familiare, Maddalena, Giuliana e il pelosetto, dormirono nel lettone abbracciati in un calore mai provato fino a quel momento da nessuno dei tre, rendendola così la giornata migliore di tutta la vita della ragazza e forse anche quella della madre. Maddalena era la migliore alunna della scuola e il tempo libero lo dedicava a leggere e al suo migliore amico: quello che ormai era diventato un micione morbido ed estremamente dolce e che la bimba aveva chiamato “Zampanò” perché quando si puliva il musetto, sembrava negare con la zampa. Furono però gli anni delle medie ad aprire un incredibile forbice tra Maddalena e i suoi coetanei: i cellulari, i primi amori, le mode e i vestiti che avanzavano sui corpi delle ragazze e le prime sigarette. Anche la discriminazione nei confronti dell’adolescente si fece feroce e astiosa: cicche tirate nei capelli, scherzi cattivi e umilianti che corrodevano l’animo della ragazza stessa che negli anni passati leggeva al suo gatto, saltava la corda e passava le giornate a casa dei nonni, in campagna. Dopo il trasferimento in città, la madre dovette darsi da fare tra pulizie e baby sitting. Stanca, umiliata dal suo lavoro e senza una figura maschile a darle conforto e supporto affettivo o a contribuire economicamente in casa. La madre si fidanzò quindi con la bottiglia proprio negli anni in cui la figlia stava subendo i maggiori soprusi e che ormai era in grado di capire quando la madre fosse completamente ubriaca dal fatto che diventasse irascibile e se la prendesse per un nonnulla con lei e con “Zampanò”. Il giro di boa dei 17 anni fu decisivo e anche l’ultimo di vita per Maddalena: il penultimo anno di superiori fu il calvario che martirizzò la gracile ragazza: vergine, vestita come una donna dei primi del ‘900 che leggeva piuttosto che uscire e ascoltare musica classica anziché musica elettronica e ripetitiva. Le differenze divennero incolmabili e la ragazza si sentiva un extraterrestre in qualsiasi posto andasse o in qualsiasi cosa facesse. Tornando tutti i giorni a casa da scuola i manichini delle vetrine in cui Maddalena si imbatteva si trasformavano in pallide facce minacciose e le persone sembravano maschere senza occhi. La società la stava pugnalando al costato e lei sentiva di non riuscire più a sopportare la tensione casalinga ed esterna. Maddalena si sentiva bloccata in tutto: a scuola, nessuna serenità, un futuro impossibile da immaginare, comprensione, nessuna da parte di un essere umano: solo il suo gatto. Un giorno di metà marzo, la madre rincasò con due uomini e si chiuse in camera sua, facendo rumori che fecero sanguinare le orecchie della figlia che aveva appena scoperto che la madre era anche una prostituta oltreché un’ alcolizzata. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso nel cervello di Maddalena che completamente dissociata da quella realtà che non le era mai veramente appartenuta. Prese allora una decisione: aspettò che i due uomini male in arnese se ne andassero e che la madre scendesse per baciare anche il collo della bottiglia di gin nel quale cercava tante risposte e rassicurazioni. Una volta raggiunta la madre, la ragazza dai capelli rossi come l’amore o il sangue, prese la bottiglia dalle grinfie della madre, la svuotò nel lavandino, la ruppe e brandendo il collo appuntito della bottiglia, sgozzò la madre infierendo sul cadavere, sputando fuori tutta la merda che le persone e la società le avevano fatto ingoiare. Presto, la pozza di sangue coprì il pavimento della cucina. A quel punto, Maddalena salì di corsa le scale e, preso un pennello, scese a intingerlo nella palude cremisi ormai allargatasi fino al bagno e scrisse sulla moquette bianca della sala: “sono nata morta nell’utero di mia madre, cresciuta nel nulla delle persone e morta per mano mia”. A quel punto prese lo stesso collo di bottiglia che aveva posto fine alla squallida e sfortunata vita della madre e, davanti allo specchio si sfigurò tagliandosi gli angoli della bocca fino agli zigomi per immortalare sul suo volto quel sorriso che qualcuno avrebbe dovuto regalarle. Prese Zampanò, lo mise nella sua gabbietta e sanguinando copiosamente, si diresse verso la casa di campagna dei nonni. Una volta arrivata alla soglia, alle due di notte e sempre più debole per via dell’emorragia, baciò il felino per l’ultima volta e lasciò la gabbietta sotto al portico dei nonni. Ormai esanime, Maddalena si incamminò in una stradina isolata di campagna e coperta nel suo vestito bianco di pizzo, simile a quello delle bambole che sembravano essere perfette e senza pensieri ma che si rompono con estrema fragilità. Pochi minuti dopo, si spense in un fosso con le labbra lacerate e gli occhi aperti dove però era ancora possibile scorgervi malinconia e vuoto. Occhi tristi come quelli di chi sa che in diciassette anni non è stata che un’ombra. Dopo un paio di giorni, il suo corpo divenne cibo animali, particolarmente numerosi in quella zona agricola. Questa è la breve storia di Maddalena: divorata da neri corvi con le mani al posto delle ali, spinta nei loro becchi da una vita che di cose rare e preziose non sa che farsene.
  22. Nero Infinito

    "Mademoiselle Juliette"

    Quello che state per leggere, è tutto vero. Non c’è finzione nella malattia, non c’è spazio per il dubbio nel dolore altrui. Anche quando può sembrare irrazionale, il dolore è incontestabile. Questa è la tragica storia di una fragile donna e della sua discesa all’inferno dai risultati infausti. “È così importante sapere dove una storia comincia o finisce? Saperne l’origine cambierebbe il finale? Non credo ma che questa storia sia avvenuta nella seconda metà degli anni ’90 in una cittadina operaia di poco più 60 mila anime nel sud della Francia è un’informazione che aiuta a inquadrarne il contesto socio-culturale e a dare credito e realismo a questa discesa all’inferno.” La pioggia batteva forte da giorni sui tetti della città ma Juliette aveva finito le sigarette e il the e armata con ombrello e stivali, si era imposta di uscire lo stesso e già che c’era, aveva comprato anche una rivista di moda, altra grande passione oltre alla pittura, probabilmente trasmessale dalla madre Margerine: una sarta esperta, morta appena tre anni prima. Tornata a casa, la giovane donna di 28 anni si mise accucciata sul puff posizionato di fronte alla finestra del salotto, a sorseggiare un the e a sfogliare la sua rivista. La morte della madre non era mai stata realmente metabolizzata dalla figlia e aveva segnato uno doloroso spartiacque nella vita della giovane che all’epoca studiava all’accademia delle belle arti ma aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare un’artista per andare a lavorare in un vecchio negozio di antiquariato per poter tirare avanti unendo la sua misera busta paga alla pensione minima della madre così dolce e pacata e presenza fondamentale nella vita della figlia nonostante fosse sopraffatta dai lavori di sartoria e dagli orari impietosi per poter sopperire al ridicolo sostentamento corrisposto mensilmente dal padre Vincent, uomo violento e dispotico, insensibile e dalle mille vite parallele. Morto un anno prima della mamma di Juliette, non aveva lasciato che debiti come eredità. La mamma di Juliette era una bellissima donna, giovanile e sempre vestita con gusto, dai modi garbati e forse troppo ingenua. Era una sognatrice e spesso le sfuggiva il quadro completo della situazione, cercando di vedere del buono in tutto e tutti salvo poi finire spesso scottata da false speranze o da amicizie deludenti e il matrimonio ne era la prova più straziante. Anche Juliette era una bellissima ragazzina: alta, snella dai capelli lisci e nero corvino, dalla carnagione chiarissima e un pò emaciata. Aveva preso gli occhi del padre che erano di un verde scuro con rade tonalità di castano. Graziosa nei movimenti e inconscia della sua fresca bellezza, era sempre stata umile e si prestava anche a giochi da “maschiaccio”. In ogni caso, l’infanzia della giovane non era sempre stata rose e fiori, nata nel 1969, Juliette era cresciuta in una famiglia del ceto medio, senza preoccuparsi di mancanze materiali ma nemmeno vivendo nel lusso. Il padre Vincent era un commerciale in un frangente nel quale l’industria terziaria era in ripresa e lavorava molte ore ma pur sempre a pochi chilometri da casa. La paga era buona e in breve tempo divenne più cospicua, tanto che obbligò la moglie a lasciare il lavoro per dedicarsi totalmente alla dolce mansione di madre, svolta per altro alla perfezione. Vivevano in un appartamento non troppo grande di proprietà della mamma di Juliette, la quale era affetta da cecità a causa di una malattia sopraggiunta intorno al compimento dei settanta anni. Juliette crebbe quindi contornata dall’affetto delle due donne, coccolata e istruita fin da piccola alla cultura, al bello e al giusto. Il padre, un uomo alto e sovrappeso, sempre vestito in modo elegante e costoso e con un marcato accento del nord e sempre profumato all’eccesso, a differenza era spesso assente per lavoro e anche quando si trovava a casa, trascorreva la maggior parte del tempo a bere e a dormire davanti alla televisione nella camera da letto. Il grande problema era l’alcolismo e il distacco completo da parte della figlia che ogni tanto cercava di accattivarsi con regali costosi e saltuari. Ben presto si scoprì che l’uomo intratteneva relazioni extra coniugali e faceva uso di una droga che dal sud America era stata introdotta come farmaco anti convulsivante, rilassante e stordente in caso di abuso, la cocaina usata anche in psichiatria già da un paio di decenni. Tra le mura casalinghe riecheggiavano urla e pianti a causa del padre che tramite vessazioni psicologiche nei confronti della mamma e della nonna di Juliette rendevano quella casa un posto per niente sereno e veramente ostico per una adolescente così sensibile. Margerine chiese e ottenne la separazione da quell’uomo, due giorni dopo il Natale del 1988, poco dopo il compimento dei 19 anni della figlia. Cambiò le serrature di casa ma anche da fuori, tramite telefonate al domicilio o pedinamenti, l’uomo continuò per un paio di anni a essere una spina nel fianco per le tre donne. Quando cresci con imposizioni, disaccordi, urla e sei abbastanza sensibile da carpirne le sottili rasoiate che esse rappresentano, è come se la tua pelle si assottigliasse e diventasse sensibile anche a una folata di lieve brezza estiva. Una pianta ha bisogno di cure e sole per crescere fruttifera e sana ma questi lussi parte dell’adolescenza di Juliette la quale spesso si feriva con piccole lamette lasciate nell’armadietto del bagno dal padre e ancora li a distanza di tempo. A volte lo faceva per sentire qualcosa, sentirsi viva, altre per il gusto di vedere il sangue caldo uscire dalla sua carne che usava come le tempere usate durante le ore di pittura per scrivere parole di odio sullo specchio, salvo poi cancellarle in fretta per non addolorare la madre, stando attenta a non scoprire mai la schiena, piena di cicatrici mai suturate. La conformazione fisica di Juliette era cambiata di poco: sempre magrissima, con gli occhi grandi dai quali però traspariva una certa malinconia e ampie occhiaie e dai lunghi capelli neri portati sciolti. Appariva spesso emaciata e dalla pelle tirata e di porcellana tendente al grigio nei momenti di autoimposto digiuno. I vent’anni rappresentarono un grande cambiamento nella giovane che ormai lontana dal padre padrone, vicina alla madre e alla nonna era riuscita a iscriversi all’accademia di belle arti della città poco distante. Durante la settimana prendeva il treno per poter tornare nel fine settimana a casa ma dopo un paio di anni di umili lavoretti estivi, riuscì a comprarsi una piccola macchina per essere più autonoma e presente per le necessità della sua famiglia. La sua vera famiglia erano infatti le due donne con le quali aveva sempre vissuto. I parenti paterni erano stati poco presenti nella sua infanzia e non l’avevano mai amata, tutti gli atteggiamenti erano di circostanza e convenienza. Di origini campagnole, lo zio di Juliette, un uomo calvo magro e dagli occhi di ghiaccio, era riuscito a laurearsi in biologia ma come si suole dire, “puoi togliere il contadino dalla campagna ma non puoi togliere la campagna dal contadino” e quindi una certa grettezza si palesava in mancati biglietti di auguri di compleanno o buone feste, regalini saltuari o inviti spontanei durante le ricorrenze. Il fratello del padre aveva due figli con i quali la ragazza non aveva mai legato e forse, anche se a posteriori ciò avrebbe potuto influire sulla sua stabilità mentale, neanche le importava averne. La nonna paterna, vedova del marito, era una donna di facili costumi, dal fare sboccato e la totale noncuranza nel vestiario mentre la zia, una donnetta insignificante sempre in vesti dimesse e capelli ondulati portati quasi sempre a coda di cavallo, faceva poco più che da ombra che altro. Dalla parte materna i rapporti non erano deteriorati ma semplicemente decisero di trasferirsi tutti, nonno e nonna esclusi, nella capitale e quindi era difficilissimo riuscire a mantenere i contatti. Tuttavia il bel ricordo del nonno materno e del fratello della nonna, facevano bene al cuore di Juliette alla quale venne risparmiato lo scabroso dettaglio che il prozio si era tolto la vita tramite asfissia per onorare un insano patto strappatogli dalla moglie ovvero che una volta che lei se ne fosse andata, lui l’avrebbe dovuta seguire. Anche uno dei due nipoti della nonna, primo cugino di Juliette era mentalmente disturbato e soggetto a crisi di pianto improvvise, deliri e attacchi di ansia. A ben vedere, nella famiglia, scorreva un pò di sangue “infetto”. Ma quel pomeriggio piovoso quei ricordi non sfioravano Juliette che sorseggiando quel the, sfogliava la sua rivista e fumava una sigaretta: fumava tanto e beveva the bollente e ogni tiro e sorso le trasformavano la lingua in una fornace ma forse era parte del suo punirsi o dare poca importanza alla sua vita. In compenso le capitava spesso di pensare che quella casa fosse troppo grande per lei sola che a 28 anni aveva avuto solo amori sbagliati e quello vero era finito con una scottatura infernale e senza un’apparente ragione. Il sangue e le lacrime versate per quell’amore spentosi tre anni prima avrebbero potuto riempire l’argine del fiume che collegava le due parti della cittadina. Cercò di compensare con un amore intrapreso con un uomo di sei anni più adulto ma che finì con lo sfruttarla sia sentimentalmente che economicamente. Ferita per l’ennesima volta, Juliette ebbe il coraggio di rialzarsi dopo due anni e un tentato suicidio con la consapevolezza che ciò che le aveva fatto bene era andato per sempre e quello che la faceva stare male pure: almeno sapeva cosa non voleva, la parte difficile era ora trovare quella che facesse al caso suo e le facesse trovare stabilità e conforto. Finito il the, in abito da camera e calzettoni grigi fatti a maglia, appoggiò la puntina del giradischi su una traccia di un gruppo britannico di nome “Joy Division", chiamata “She’s lost control” che le ricordava quante volte lei stessa avesse giocato con l’oscurità senza il minimo controllo della situazione. Dopo qualche passo improvvisato, si accasciò sul legno del parquet e rimase immobile per qualche minuto. Si spostò poi in camera da letto che era la penultima stanza a destra del lungo corridoio della sua abitazione, la stessa nella quale dormiva da 28 anni e che nel tempo aveva arredato in base alle sue esigenze: di bambina prima, di adulta poi. La carta da parati presentava fiori rosa antico con boccioli di rosa e rovi, il tutto su campo bianco avorio. Sulla sinistra si trovava un armadio a tre ante, da lei lavorato in uno stile che voleva emulare una curata consunzione ma con strati di smalto a donargli il tocco di modernità necessario, nell’anta centrale vi era posto uno specchio, lo stesso usato negli anni da Juliette per contarsi le ossa e le cicatrici. Il peso era sempre stato un problema avendo sofferto per anni di anoressia nervosa data la pesantezza portata in casa dal padre. Non mangiava molto nemmeno ora perché lo considerava quasi uno spreco di tempo. La scrivania era ampia, di legno laccato e con scanalature atte a sorreggere matite, pennelli, penne e un porta oggetti a forma di cuore donatole dalla nonna che usava come svuota tasche o dove riponeva la cancelleria. Nell’angolo destro c’era un treppiedi con tante tele sopra, un porta tempere e pennelli vari e subito accanto un cestino colmo di fogli accartocciati e strappati in quanto non riusciva mai a essere soddisfatta dei suoi lavori che attraverso i tratti forti e decisi sembravano voler tirar fuori l’abisso di tristezza che sentiva dentro. Nei pressi del letto, aveva sistemato un comodino dello stesso stile dell’armadio dove si trovava una piccola macchina da cucire, un portagioie e un’applique a forma di rosa con un cappello rosato a dare calore alla lampadina interna. Il letto era attaccato al muro, con un’impalcatura in ferro battuto e lenzuola sempre fresche. Dormiva sempre accanto al muro, Juliette, perché sentiva un senso di protezione derivare da esso: il muro non si muoveva, non urlava ed era sempre li, dove lei avrebbe potuto trovarlo. Al centro della stanza era infine posto a terra un grande tappeto circolare di colore rosa con tanti piccoli con tanti piccoli ricami alle estremità. Di di fianco alla scrivania era situata una finestra che spesso non riceveva luce e calore esterni a sufficienza, costringendola a usare la lampada del comodino o la luce centrale che era appesa al centro del soffitto e che partiva da un rosone di gesso robusto e si completava nella forma di candeliere a coppetta. Mancavano 45 minuti all’apertura del negozio di antiquariato dove lavorava e dopo una breve doccia, si mise addosso quello che le capitava, senza prestarvi la solita cura. Una volta partita in macchina, arrivò con i soliti dieci minuti di anticipo sui quali si poteva sempre contare: aveva una serie di riti da compiere prima di aprire al pubblico: sistemava le tazze alla stessa distanza l’una dall’altra, posizionava gli oggetti in serie di tre e doveva entrare e uscire dalla soglia per tre volte. Aveva una piccola forma di disturbo ossessivo compulsivo ma nulla di ingestibile. Il negozio era di proprietà di un italiano, fuggito in Francia a seguito della seconda guerra mondiale. Di corporatura robusta e dall’altezza scarsa, Mario portava lunghi baffi, camicie a quadretti di flanella e immancabili bretelle. Voleva molto bene a Juliette, non sapeva molto del suo passato e non faceva tante domande anche se era un uomo molto sensibile e attento e una volta percepito questo, Juliette spesso gli raccontava qualche ricordo o semplicemente la sua giornata. Mai stato sposato ma quarto di sei fratelli, Mario sapeva come relazionarsi agli altri e non giudicava mai. Il suo comportamento leale e pulito gli erano valsi la stima e la fiducia della giovane collega. Il negozio, situato su due piani accessibili tramite vecchie scale a chiocciola in legno grezzo, aveva ampi soffitti in legno e travi a vista con rifiniture di ferro borchiato. Anche se non vendeva molto, il padrone era legato personalmente a molti dei pezzi in esposizione. Essendo di proprietà e con la sola Juliette da pagare, riusciva a tenere in piedi l’attività e a pagare al meglio delle sue possibilità la ragazza. Il suo lavoro le piaceva anche perché la maggior parte dei clienti erano persone erudite e con inclinazioni artistiche che saltuariamente si intrattenevano in conversazioni con la giovane commessa. Tornando a casa all’ora di cena, Juliette si fermò in un piccolo negozio di alimentari dove comprò dell’insalata, una baguette e due litri di spremuta d’arancia. Salite le scale, aprì la porta del suo appartamento che mai le apparse così ampio e vuoto e scoppiò in un pianto incontrollato prendendo a pugni il muro fino a ferirsi le nocche arrivando al sangue. Tornata in se, cenò e si mise davanti alla televisione che trasmetteva un vecchio film horror in bianco e nero con tante scene cruente che entrarono nella testa della ragazza quasi fossero una spirale vorticosa che le penetrava il cervello. Cadde così in un sonno profondo prima ancora che le 23:00 fossero scoccate. Era sabato e sapeva di poter dormire oltre al solito orario dato che il giorno dopo il negozio sarebbe stato chiuso per il riposo domenicale. Juliette si svegliò nel suo caldo letto vestita del suo pigiama preferito, attraversò il corridoio e andò in cucina per prepararsi un cappuccino e mangiare due biscotti secchi. Ingoiato il primo boccone, sentì una stretta allo stomaco e lancinanti dolori addominali e accasciandosi alla credenza in legno antico, cercò una sigaretta per rifuggire quel gusto schifoso di reflusso gastrico che le aveva raggiunto l’esofago. Riuscì a finire il cappuccino e poi corse allo specchio per guardarsi le amate ossa e concentrandosi sullo stomaco quasi come per controllare cosa ci fosse di sbagliato in esso. Dopo una rapida controllata, si rimise a letto e continuò a pensare allo strano avvenimento accaduto poco tempo prima si alzò e girovagò senza meta per la casa salvo poi rimettersi a letto dormendo fino al tardo pomeriggio di quella domenica di ottobre e quando si rialzò sentì uno strano scricchiolio delle ossa a cui però non diede peso in virtù del tempo umido e a una possibile posizione sbagliata tenuta durante il sonno. Per cena, stappò una bottiglia di vino rosso e mangiò una zuppa di legumi seduta alla sua tavola rotonda coperta da una tovaglia in pizzo, conservata dal corredo della nonna, salvo poi mettersi davanti alla televisione lasciandola accesa per simulare una compagnia che da tanto le mancava mentre leggeva la rivista comprata il giorno prima. Il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi presto e andò a letto dopo aver letto poche pagine e guardato una decina di immagini. Al risveglio, bevette una sorsata di the e portò un panino in un sacchetto per la pausa pranzo. Aperto il negozio ed eseguiti i soliti riti, si mise dietro al bancone col suo quaderno da disegno che impiegava per disegnare ciò che le passava per la testa o fare un ritratto di un cliente appena uscito vista l’impeccabile memoria fotografica. Riaprendo per il turno pomeridiano, Mario passò a farle visita e vedendola sciupata, le chiese se tutto andasse bene e come si sentisse, a una prima occhiata, l’uomo capì che c’era del tormento e del malessere nella ragazza e le disse di darsi una sciacquata al viso e guardandosi nello specchio del bagno si vide grigia in volto, con ampie occhiaie e una pelle grigia e spenta. A quel punto, un getto di bile si fece strada nella sua cavità orale, lasciando il suo stomaco ancora più vuoto del solito. Riordinatasi, una volta uscita dal negozio corse al pronto soccorso lamentando dolori allo stomaco, vomito, dolori alle ossa e alle articolazioni e disse che il suo volto le sembrava trasfigurato e sciupato. Il giovane medico che la visitò, vedendo il panico negli occhi della donna, prestò molta premura e fece analisi e le domande di routine e dopo un paio di ore, anche le analisi del sangue furono pronte risultando perfette a parte una carenza di globuli rossi. Prima di lasciarla andare, il dottore vide una foto su un documento della donna che faceva capolino dal portafoglio e subito la riguardò in volto, notando che non c’era alcun pallore o grigiore particolare come lamentato dalla ragazza. Ciò gli fece pensare a qualche di forma stress o di un lieve cedimento nervoso, una volta riesaminata la storia clinica le prescrisse vitamine per l’anemia e le consigliò il numero di uno psicologo qualora la ragazza sentisse la necessità di parlare. Mario andò a trovarla a casa e le disse di prendersi la settimana libera per tornare in forze e la trovò tutta raggomitolata in una coperta con il riscaldamento casalingo spento e tutte le tapparelle tirate giù. Dopo averle portato un caffellatte, si sedette vicino a Juliette e le chiese il perché di tutto quel buio e di quell’isolamento. Di tutta risposta Juliette disse che aveva la sensazione che il suo corpo stesse smettendo di funzionare e poi affermò di sentire un costante fetore nell’aria. Mario le diede un bacio in fronte e le disse di chiamare subito lo psicologo e di non preoccuparsi eccessivamente per il lavoro. Dopo tre giorni, la ragazza venne accolta dal Dott. Remy, un uomo dalla barba incolta, alto e pasciuto con occhialini tondi e un fare rassicurante che subito la fece accomodare nel suo ambulatorio. Le chiese i motivi per i quali si fosse rivolta lui e la donna rispose che aveva la sensazione di invecchiare a vista d’occhio e quasi di non sentirsi più lo stomaco visto che vomitava spesso e anche la minima briciola. Il dottore l’ascoltò con pazienza e le prescrisse un blando antidepressivo da prendere dopo i pasti consigliandola di mangiare qualcosa per via dell’anemia e del sottopeso. Tornata a casa, una volta che la porta si chiuse alle sue spalle, Juliette guardò la sua casa ormai adorna di vecchi ricordi e scarna nell’arredamento ed ebbe la sensazione di “non esistere”, di essere in un posto dove lo spazio occupava la sua dimensione interiore. Si diresse in cucina, aprì il frigo e mangiò un pezzo di formaggio e due uova al tegamino salvo poi prendere il farmaco prescrittole. Le era stato detto che per fare effetto, sarebbero occorsi una decina di giorni e quindi, senza stimoli, si buttò sul letto senza però aver sonno o avvertire stanchezza alcuna. Trascorse neanche due ore, si svegliò dal lieve torpore e non capì dove si trovava, la sensazione di essere in un posto che non le apparteneva era opprimente e dalla frustrazione, prese un bicchiere e lo ruppe a terra per poi tagliarsi ripetutamente ma senza sentire male alcuno, quasi come se il sangue che sgorgava e di cui era intrisa non fosse il suo. Dopo un paio di minuti si riprese e corse in bagno a disinfettare le ferite alle mani e fasciarsele con bende di fortuna, poi con la scopa in mano, buttò i vetri insanguinati nel bidone dell’immondizia posto sotto il lavabo. Appena finito di rassettare, suonò il campanello: era Mario, venuto ad assincerarsi delle condizioni fisiche e mentali della sua amica, lei aprì e come l’uomo le diede le spalle, lei prese un pesante posacenere e glielo ruppe sulla schiena, correndo poi in un angolo emettendo grugniti animaleschi. L’uomo, sotto shock, cercò di riprendersi e calmare Juliette cercando e riuscendo ad avvicinarla e lo abbracciò piangendo a dirotto e scusandosi per il folle gesto. Seduti sul divano, l’uomo ancora dolorante apprese poi che Juliette aveva visto lo specialista e che le aveva prescritto quel farmaco che mai era riuscita a tenere senza rigurgitarlo quasi totalmente. Mario, molto preoccupato ma cercando di rimanere il più calmo possibile, le suggerì di fare una passeggiata il giorno seguente per svagarsi e assaggiare un pò di aria fresca. Congedatosi, Juliette corse allo specchio della sua camera e si spogliò per controllarsi tutta: si vedeva già morta guardando le anche e le clavicole sporgenti, la pelle grigiastra, i capelli fini e raccolti e una rientranza nello sterno. Si sedette sul tappeto rosa e vuoi per l’astinenza dal cibo, vuoi per il farmaco, si addormentò profondamente. Si svegliò nel cuore della notte in seguito a un terribile incubo dove aveva percepito la dannazione eterna della sua anima ed era costretta a subire mutilazioni ed essere bruciata per ore su un rogo. Ormai sveglia, si vestì e passò a casa di Mario per fare due passi e una volta usciti, lei quasi non parlava seppur incalzata dall’amico. Nulla sembrava avere più senso per lei, provava a trattenere il respiro ma non riusciva a gonfiare i polmoni. La mattinata in quel dì francese era soleggiata ma Juliette sentiva tanto freddo. Si fermarono a mangiare qualcosa giusto per riempire un pò quello stomaco che sembrava non appartenerle quasi più e per prendere il medicinale. Dopo qualche parola, la ragazza iniziò a lamentarsi dicendo che sentiva odore di carne in putrefazione nonostante si trovassero di fronte a una pasticceria… Esordì in fine con una richiesta alquanto strana: voleva andare al cimitero e in un primo attimo di sgomento, Mario pensò di far bene ad assecondarla e in macchina raggiunsero il camposanto. Una volta varcata la soglia, Juliette disse che finalmente si sentiva “profumata” e a casa e colse l’occasione per salutare i suoi defunti, poco dopo guardò il suo accompagnatore e lo vide così fuori posto che gli gridò di andarsene e lasciarla nella sua “vera casa”. Intimorito e preoccupato più che mai, il signore fece retromarcia e tornò a casa sua. Alla luce dei fatti, occorrevano contromisure immediate e infatti, nella seconda seduta con il dottor Remy, descritti i vari sintomi e l’inefficacia del farmaco, il medico decise di ricoverarla d’urgenza all’ospedale psichiatrico vicino una ventina di chilometri dalla città natale di Juliette. Stranamente acconsentì e vi fu portata nel pomeriggio stesso. Per le prime 48 ore, venne messa sotto osservazione in una camera sicura e monitorata 24 ore su 24. Pur disponendo di comodino, letto, una finestra e di libri, la ragazza alternava momenti di delirio, autolesionismo come strapparsi i capelli sbattere la testa fra le mani, urlare e dimenarsi, a momenti di tranquillità in cui leggeva libri stesa sul letto. La mattina del secondo giorno, entrata l’infermiera per le cure e l’igiene personale, le sfilò la penna dal taschino per poi piantarsela in varie zone di tutto il corpo e ridere chiedendo di chi fosse tutto quel sangue dato che lei non se lo sentiva più scorrere nelle vene. Entrata d’urgenza tutta l’equipe medica, la ragazza venne messa in un letto di contenzione fino all’arrivo del Dottor Remy, già avvertito dell’accaduto. Al colloquio, la ragazza disse di non sentire più dolore n'è emozioni, di avere la sensazione di essere già morta e quindi di non poter morire una seconda volta. Delirava, la poveretta, quando diceva che sotto la pelle avvertiva degli insetti striscianti sotto la pelle. Per una settimana venne deciso di nutrirla tramite flebo e tenerla costantemente sedata nella speranza che si riprendesse un pò da quei momenti terrificanti. Passata una settimana, i dottori ricominciarono a parlare con lei che però sembrava ferma sulle sue vecchie credenze e affermazioni dicendo che doveva essere punita per il fatto di essere nata, addossandosi anche le colpe del padre e sostenendo di meritare l’oblio per non aver fatto qualcosa in più per la mamma e la nonna. Come ultimo rimedio, la giovane donna venne sottoposta a terapia elettro-convulsivante per svariati giorni: tutto questo sembrò frastornarla ma anche rinsavire facendole chiedere che giorno fosse e l’ora precisa, convinta di dover andare a lavorare al negozio di Mario che era stato a visitarla mentre lei era fortemente sedata. Dopo una settimana di sedute dagli esiti incoraggianti, venne dimessa a un mese di distanza e fu quindi libera di tornare a casa sua ma dopo pochi giorni il feto pestifero tornò a farsi largo nelle sue nari e tutto d’un tratto, il malessere le piombò sulle spalle, più forte di prima. Questa volta la trovò senza difese e forze e allora, in preda alla disperazione prese una lametta per tagliarsi le vene, convinta di non avere più sangue e quindi di ottenere solo il piacere del rosso scarlatto gocciolare a terra ma un certo punto. Il rumore metallico della lametta sancì il fatale momento: la lametta era caduta perché il polso che le diede il potere di ferirla, le diede anche quello di ucciderla. Fu trovata da Mario che dopo tre giorni, in pensiero per lei chiamò la polizia la quale sfondò la porta e trovò la ragazza riversa su se stessa in un bagno di sangue e sentirono anche loro quel fetido odore di putrefazione che ora era realtà. Finisce qui la storia di Juliette che da tempo morta spiritualmente, ora lo era anche fisicamente. Finisce così la sua storia, senza neanche un dolore da dividere in due, senza neanche la certezza di essere creduta ma che almeno poteva riposare in quella che, almeno negli ultimi tempi, sentiva sua natural dimora.
  23. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora aveva lasciato l’antico corredo, lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, e i vassoietti d’argento; a Filippo un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento. Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, il nipote le aveva alleggerito il libretto cointestato di ben cinquantamila euro. Il furto? Un gioco da ragazzi Filippo si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla, almeno prendo questi”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamare la donna mai più. Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla scrivania. Vendeva automobili a Broadway, sulla Coney Island Ave. In casa tutto era come lo aveva lasciato. Gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo. Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Al centro, il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa, uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro. Con un sussulto nel petto anche lei aveva fissato quel pozzo, poi, alzati gli occhi aveva scosso il capo piena di sdegno. Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico; adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna. No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo. Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e la prodezza dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno. Filippo, non appena sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante. Non fosse caduto in quell’occasione, sarebbe scivolato sull’olio sparso nella stanza da bagno da suor Lucia, la cuoca, oppure sarebbe caduto dalla scala della biblioteca grazie al gradino manomesso, opera delle mani da fabbro di suor Filomena, o ancora… Al quadro aveva provveduto suor Cristina che – talentuosa con pennelli e colori – ispirata dal dipinto Il trionfo della morte, aveva esaltato sul viso della Contessa il sentimento truce della vendetta. La Madre Badessa, che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento. Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto. Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento. Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa. Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, al groviglio intestinale che ne consegue provvedono con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina. Per parecchi mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino. Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta Toradol e Cortisone. Sentendo attutirsi i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi. Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il testamento. Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: Un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella. Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì, ti capisco, furono uguali pure le mie doglie». L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti, gli stessi del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. «Nel pozzo, nel pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita. Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa. Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse vestito l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale. Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso. Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro, nonché assassino di un’anima ingenua, era fuggito. L’uomo, già preda di forti tremori per la febbre e per la paura, ascolta: «Te lo ricordi quel pozzo? Per un tempo infinito ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Eleonora lo dice mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce, ha gli occhi sbarrati, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, il bambino è finito nel pozzo. – Recita ancora. Poi – Le mie consorelle testimoni e consolatrici.» Gli tormenta le piaghe, continuando a parlare, inzuppando di tanto in tanto il brandello di stoffa dentro il catino che ha staccato dal pozzo. È pieno di un liquido scuro e grumoso, il piedino di un bambolotto e un bavaglino affondano e affiorano mentre Eleonora imbibisce la garza; sono il promemoria per il suo prigioniero. È disteso sul letto dove la nonna “è spirata serena”, gli hanno detto le suore, nelle ore di guardia; e ancora “Il bagliore dell’aurora eterna, dietro le palpebre chiuse, le ha disteso le rughe, cancellato afflizioni”. A Filippo sembra di vederla volteggiare sul suo capo, ha il viso di un angelo, “ha lasciato la terra perdonando ogni cosa”, ha aggiunto la Madre Badessa; e allora vorrebbe afferrarle una gamba per farsi trascinare via, involarsi anche lui nell’alba celeste, ma nemmeno un dito risponde al comando; sprofonda sempre più nell’abisso schiacciato dall’odore che gli comprime ogni organo. Eppure! Di nuovo la puntura di ago, e dopo qualche minuto la sua mente riemerge, l’occhio si riaffaccia alla vita… per cancellare ogni dubbio e speranza. Le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del testamento. Le sue spoglie sui resti del figlio. Ma quando?
  24. ColdIsBetter

    Cronache di un Non-Morto: Sangue Antico

    Titolo: Cronache di un Non-Morto: Sangue Antico Autore: Marco Fantoli Autopubblicato: Amazon ISBN: 978-1701274624 Data di uscita: ottobre 2019 Prezzo: digitale 1,99€, cartaceo 8,99€ Genere: urban fantasy, horror Pagine: 244 (cartaceo) Link all'acquisto Quarta di copertina: Quella sera iniziò come tante altre, per Bea. Un bicchiere di vino dopo il lavoro e due chiacchiere al chiaro di luna. Ma quella che doveva essere solo una semplice passeggiata si trasforma rapidamente in un incubo da cui non c’è ritorno, e che metterà a dura prova la sua sanità mentale. La scoperta di una società nascosta in cui streghe e vampiri sono reali e vivono in mezzo a noi, però, avviene a un prezzo carissimo: quello della sua stessa vita. Eppure, con suo immenso stupore, Bea si risveglia da quel sonno che sarebbe dovuto essere eterno. Bastano solo pochi attimi, però, per accorgersi che qualcosa non va. La città è avvolta nel buio, e gli abitanti sembrano essere tutti scomparsi. Ma proprio quando ormai Bea si è convinta di essere sola, dei passi risuonano nelle tenebre...
  25. Giovanni Prete

    Storie dall'aldilà

    Eravamo morti. Io, mia madre e mia sorella. Non mi erano chiare le circostanze del trapasso ma ero di nuovo sulla terra, con le mie fattezze terrene. Io, che non credevo ad una vita dopo la morte, ero lì assieme a due dei miei famigliari. Eravamo in grado di spostarci anche volando sebbene io avessi qualche difficoltà in tal senso, loro due sembravano invece più a loro agio. Probabilmente era da imputare alla mia estrema razionalità mentre ero in vita, una situazione del genere era difficile da accettare per la mia ragione. L'avvenimento non sconvolse però le mie idee circa l'assenza di un essere superiore, onnipresente, creatore di mondi e universi. Nossignore, lì non c'era alcun dio. Era una nuova realtà, molto probabilmente, ciò che noi definiamo coscienza, riesce in qualche modo a superare la morte del corpo, quella che viene comunemente chiamata anima, poteva essere una conservazione dell'energia che non andava dispersa con la morte. Scoprimmo insieme di avere ancora desideri legati alla nostra precedente vita, il primo istinto fu di procurarsi del cibo. Ci trovavamo nel nostro paese di nascita e residenza, ci recammo così, in volo, al negozio di frutta e verdura. Con mio sommo stupore, il commerciante ci riconobbe, ma com'era possibile, chiesi a mia sorella? Mi rispose che, probabilmente, all'inizio la nostra nuova forma d'esistenza non accettava di cambiare subito il nuovo modo di vedere le cose. Perciò, convinti ancora di far parte della nostra vecchia dimensione, riuscivamo a trasmettere in qualche modo la nostra presenza, almeno per un periodo di tempo limitato. Pensai che, forse, la spiegazione di parecchi fenomeni sovrannaturali del mondo fisico, del mondo tangibile, erano da imputare a questa caratteristica, concentrando in modo automatico l'energia, allo stesso modo di come si respira, riuscivamo a mostrarci ai vivi, salvo perdere tale potere una volta accettata del tutto la nuova realtà. Capitava infatti di udire dei racconti agghiaccianti circa l'avvistamento di defunti, in taluni casi era possibile anche interagire con loro, come ad esempio parlarci. Ipotesi che avevo sempre associato alla malafede del narratore oppure ad un fattore suggestione estremamente marcato. Continuavo a sentirmi smarrito in quella nuova forma di vita, pertanto mi limitavo a seguire mia madre e mia sorella. Fu così che mi ritrovai nel cimitero del nostro paese. Noi trapassati eravamo in grado di vedere sia i morti che i vivi, e non sapevo come distinguere gli uni dagli altri, a meno di non avere dei ricordi circa la dipartita di chi mi capitava a tiro. Era anche il giorno dei morti, pertanto il cimitero era affollato sia dai vivi, sia dai defunti alle prese con la loro (e nostra) situazione. Cercammo la cappella di nostro padre. Il corpo era stato trasferito in una bara di vetro trasparente, pertanto era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo. Mi chiesi però, come mai, non avessi ancora avvistato la sua nuova forma d'esistenza, o la sua anima per rendere le cose più semplici. Da lì a poco, ci raggiunse a bordo della sua sedia a rotelle, si presentò così ai nostri occhi, evidentemente la sua energia aveva scelto di manifestarsi nella sua forma fisica finale. Cominciò subito a lamentarsi ed inveire contro di noi, io cominciai a provare nuovamente rabbia finché, ad un certo punto, proposi una tregua definitiva. In fondo non aveva più senso traslare dal vecchio mondo al nuovo i rancori della passata esistenza. Ormai eravamo tutti forme d'energia, energia libera, svincolata da qualsiasi convenzione sociale e, pertanto, anche dai litigi feroci ai quali i vivi erano spesso soggetti. Tutto ciò continuava comunque a sembrarmi parecchio inquietante, sinistro, pericoloso. Che senso aveva vagare di continuo senza poter lasciare traccia, salvo casi eccezionali? Una volta presa facoltà del nuovo corpo immateriale, si poteva comunque riprendere ad usare oggetti fisici, appartenenti alla vecchia dimensione. Ma il bello della vita non era forse quello di sapere di avere un tempo limitato a disposizione, e pertanto i piaceri ad essa correlati cessavano di esistere nel momento in cui la nuova vita pareva essere eterna? Cosa mi avrebbe riservato il futuro? Non ne avevo idea, nel frattempo sapevo solo che, adesso, ero soltanto una tra le infinite anime in pena.
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