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Trovato 64 risultati

  1. 24esimo Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2018 le iscrizioni per il XXIV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, concorso bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, con il supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Il Trofeo RiLL è un premio letterario per racconti di genere fantastico: possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. La partecipazione è libera e aperta a tutti. Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono circa 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi dell’Unione Europea). Nel 2017 i racconti ricevuti sono stati 350. I migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati, edizioni Wild Boar). Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: - in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; - in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); - in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa). All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2018. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Ciascun partecipante al XXIV Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2017, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIII Trofeo RiLL, scritto dal bolognese Valentino Poppi. Il volume propone quindici storie: i migliori racconti del XXIII Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso organizzato da RiLL nel 2017) e i racconti vincitori di cinque premi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Australia, Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL. Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL. La cerimonia di premiazione del XXIV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2018, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni sul XXIV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”. Per contattare lo staff di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  2. [N2017-Q] WaterEnd

    commento A Cormac avevano detto che fumare aiutava a sopportare la noia, lo stress e a passare il tempo. Così si era preso una sigaretta elettronica, perché odiava il tabacco, e passava le notti a fingere di fumare, e con il chewing gum a seccarsi in bocca. Non doveva fare altro che controllare le WaterEnd, dargli una lucidata quando serviva, tenere pulito il cimitero, controllare di nuovo le WaterEnd, dare un’occhiata che tutto funzionasse, camminare avanti e indietro… nulla di complicato, un lavoro da guardiano notturno come tanti altri. Solo che il dover osservare ogni notte il contenuto di quelle teche di plexiglass lo innervosiva. Immersi dentro l’acqua Permanent, i cadaveri liofilizzati e poi plastificati si muovevano in un perenne slow motion, manovrati dall’energia che filtrava attraverso i tubicini come fossero marionette subacquee. E sorridevano. Quando la dottoressa norvegese Hyggelig Død si era inventata i cimiteri Permanent, in pochi ci avevano scommesso sopra, ma alla luce dei primi risultati cominciarono le richieste di chi voleva far immergere i propri cari e farsi immergere a sua volta. «Le tradizioni funerarie sono difficili da cambiare» aveva detto la dottoressa a Cormac, mentre gli illustrava le fila di WaterEnd. Era alta e grossa, di un biondo slavato, la pelle così bianca che Cormac aveva avuto per tutto il tempo la tentazione di passarci sopra un’unghia per vedere che cromatura di rosso avrebbe lasciato il segno. «Le persone trovano difficile staccarsi dal corpo dei propri cari, impossibile lo staccarsi dal loro ricordo. Saperli dentro una cassa di legno, sottoterra, dà loro un senso di vicinanza, capisci? Lo stesso conservarne le ceneri in un’urna. Ma hanno capito che con il mio sistema la morte non trasforma più una vita in ricordo, la fa restare parte attiva della vita.» Aveva assunto Cormac perché ogni cimitero che si rispetti ha il suo guardiano notturno. E Cormac passeggiava tra le WaterEnd avvolto in un’aura bluastra, che sembrava fluttuare contro il buio come la luce di un proiettore. Fissava spesso John Spiros, o meglio, fissava spesso il cadavere di John Spiros. Era un uomo alto, dai bei capelli canuti che contrastavano con l’abbronzatura, così come il largo sorriso. Non gli mancava nemmeno un dente. L’avevano immerso con un vestito blu lucido ed elegante, ma che a Cormac sembrava la divisa di un gelataio, e si muoveva in slow motion portandosi il cellulare all’orecchio, sempre con quel sorriso smagliante fisso, e gli occhi vuoti che guardavano verso un punto lontano. La folta capigliatura si agitava lenta nell’acqua, come una strana alga albina. Moglie e figli andavano ogni domenica a far visita al loro John. Toccavano il vetro con le mani, ci poggiavano contro la fronte, lasciavano un po’ di lacrime a scivolare verso il basso, quasi si dovessero mescolare all’acqua Permanent. “Vedi il mio amore come sorride? Oh, è sempre uguale, non ha mai perso il suo sorriso.” «Alla gente sembra piacere questa roba, caro John» mormorò Cormac al cadavere. Niente più fredde lastre di pietra con inutili epitaffi e lumicini che si consumano. E niente più bauli impolverati pieni di cornici con le foto dei cari estinti. Quell’immagine ricorreva spesso nella testa di Cormac. I fiori, invece, continuavano a essere portati. Era la tradizione più dura a morire. Più dura a morire. Cormac si concesse un sorriso ironico. Salutò John Spiros battendo le nocche sul vetro e passò in rassegna le WaterEnd, tra cui quella con la signora Chamberlin seduta sulla poltrona di vimini, in vestaglia, mentre faceva la calza. Intorno ai piedi della vecchietta stavano i suoi quattro gatti, bestioline piene di amorevole dedizione verso la padrona. La famiglia Tucker era riunita a cena, la tovaglia imbandita, e la luce della WaterEnd era soffusa per ricreare l’atmosfera del focolare. Sollevavano e abbassavano le posate, e si sorridevano con amore. Cormac sapeva che mancava solo uno dei tre figli, e che quello aveva già predisposto tutto per farsi immergere con il resto della famiglia. C’era un posto vuoto a tavola pronto per lui. Continuava a trovare quel posto dannatamente morboso, cosa che lo innervosiva. Tante gomme da masticare, tante ricariche per la sigaretta. L’unico aspetto positivo di quel lavoro, a parte lo stipendio fisso, Cormac lo aveva trovato nel portarsi a letto la dottoressa Død. In fondo lei era una zitella di cinquantanni tutta dedita al lavoro, e il metro e settanta scarso di Cormac, condito dai colori mediterranei e da una minima dose di faccia da culo, erano stati sufficienti per sedurla. «Non è piacevole passare la notte nel tuo cimitero» le aveva detto Cormac dopo una sudata sotto le lenzuola fresche. «Come cazzo ti è saltata in mente una roba del genere?» «Un giorno ero al mare con gli amici, nuotavo cinque metri sott’acqua e ho visto morire una donna.» Lo aveva detto con freddezza scandinava, una Mosè vichinga che aveva ricevuto la rivelazione faccia a faccia con la morte. «Era immersa faccia in giù, galleggiava sopra di me, e ho visto la vita sfumarle via dagli occhi.» Cormac invece aveva visto la dottoressa farsi una specie di sauna con i vapori dei corpi liofilizzati. Diceva che così ne poteva assorbire l’anima e allungarsi la vita. Cormac non aveva più provato a farsela. L’idea di toccare e leccare una pelle che veniva imbevuta di cadaveri vaporizzati non gli piaceva. Prese le chiavi della Sala A, messa a disposizione per i clienti speciali. Anche quella andava controllata e tenuta pulita, ma Cormac cercava di restarci il meno possibile. Qualcuno pagava somme notevoli per far immergere dentro le WaterEnd i brandelli delle loro vittime. Liofilizzati e plastificati come da protocollo, e gambe, teste, braccia stavano lì immersi, ma adagiati sul fondale dove, a differenza delle altre tombe, c’era della sabbia a ricoprirle in parte. E in mezzo a quei coralli di umanità fatta a pezzi venivano immersi anche vittime intere, dei ciondoli scuoiati appesi per il collo un albero di plastica, che la lieve corrente d’acqua faceva dondolare e sbattere l’uno contro l’altro. Pizzi non pagati, tradimenti, conti da regolare. Storie che non meritavano il sorriso post-mortem donato dalla Permanent. Quando Cormac uscì dalla sala A, venne sorpreso dal suono insistente dell’allarme. Per un attimo restò interdetto e incrociò il volto paffuto e allegro del piccolo Tim, immerso nella sua morte prematura che raccontava di un bimbo che si muoveva a carponi, intento a seguire il rotolio di una palla colorata. «Quanto ti odio» mormorò Cormac. Poi attraversò il blu ondoso delle teche e andò in cabina a controllare le telecamere. Profanatori, nel settore H! Cormac agitò le mani sopra il tavolino, fece cadere le chiavi mentre cercava la pistola e una volta impugnata non sapeva come reggere la torcia. Optò per tenerla sotto l’ascella destra. «E cosa gli faccio a questi, adesso?» Erano in tre, martello in mano, tempestavano di colpi la WaterEnd di tale Ursula Logan, una modella ventenne immersa da poco con indosso il suo ultimo bikini, che teneva la mano destra sul fianco e le gambe leggermente aperte in una posa da Miss. Neanche a dirlo, sorrideva. Cormac li raggiunse, l’acqua Permanent già schizzava fuori dalle crepe aperte da quei teppisti incappucciati. «Fermi!» urlò. Un po’ incerto, ma con la Glock puntata. Ma su quale dei tre? Uno dei teppisti scappò subito, Cormac lo inseguì con lo sguardo, e basta. Se ne vide arrivare addosso un altro, con il martello sollevato e pronto a colpire. Sparare fu una reazione istintiva e necessaria. Mentre il proiettile della sua Glock intersecava muscoli, ossa e arteria del teppista, il proiettile del terzo profanatore beccò Cormac dalle parti del cuore. Un colpo che lo fece afflosciare senza nemmeno il tempo di dire “cazzo”. Come ultimo saluto, la dottoressa Død si soffiò sul volto il vapore di Cormac senza versare una lacrima. Ma le parve giusto ripagarne il sacrificio immergendolo proprio accanto alla modella salvata. Cormac avrebbe avuto di che ridere in eterno.
  3. La sera giusta

    Commenti a Storia di gioco, storia di vita e Giochi di fango Al giorno d’oggi, per costruire una bambola voodoo servono innanzitutto le giuste informazioni: basta una ricerca minima su Google. Stasera non si vedono stelle. Da queste parti, ai primi di settembre iniziano gli acquazzoni. Forse sta arrivando il primo. I due mesi migliori dell’anno, almeno sulla carta, sono passati. Le uniche luci che rischiarano la linea di bordo campo sono quelle che arrivano dai lampioni lungo la strada, un centinaio di metri più in là, mentre le braci delle nostre sigarette risplendono. Al distributore automatico abbiamo preso Pall Mall, pacchetto da venti. Ce ne toccano cinque a testa, perché Ale non fuma. Accidenti a lui, al suo fisico e ai suoi polmoni da atleta. Di fumarne un paio e poi nascondere il pacchetto a casa di qualcuno non se ne parla: troppi rischi. Abbiamo delle mentine per camuffare l’alito, e questo la dice lunga. Quattro consumatori accaniti in incognito e un tabagista della domenica, quando va bene, che cercano il sapore della maturità nascosti in un angolo di un paese ucciso dalla noia. Per fare una bambola voodoo serve della cera, per il corpo. Il fumo è composto da una parte gassosa e da una solida. La prima è impalpabile e invisibile. I miei problemi sono come la seconda. Fini, impalpabili. Neri. Probabilmente anche cancerogeni. Qualcuno dice fuma perché gli piace il sapore. Mente. Io lo faccio per autolesionismo, visto che non posso lesionare nessun altro. Ho fumato la mia prima sigaretta già qualche anno fa, ma non mi è piaciuto granché e ho lasciato perdere. Mi seccava la gola e mi sentivo la lingua come impolverata. Ho ricominciato qualche settimana fa, per lei, per avere una bandiera con cui sventolare il mio malessere. Forse in questo momento mi si sta annerendo anche il cuore, oltre ai polmoni. Di sicuro, l’oscurità ce l’ho già in testa. Per fare una bambola voodoo servono dei bastoncini, per le braccia e le gambe. La panchina è lunga abbastanza, quindi se ci stringiamo riusciamo a starci tutti e cinque. All’estremo destro ci sono io. Poi Vince, Diego e Bobo. Dall’altra parte c’è Ale, senza sigaretta. Tiene la gamba destra allungata davanti a sé. Indossa dei pantaloncini corti, così riesco a vedere un bellissimo ematoma con satelliti di escoriazioni tutt’intorno. Dice che è caduto mentre si allenava. È una settimana che non gli rivolgo la parola, che faccio come se non esistesse. Giulia ha detto che il saluto non si toglie neanche ai cani, ma non me ne frega niente. Se ho imparato qualcosa da questa mancata storia d’amore, è che niente ci appartiene di diritto. Anche il fatto stesso di soffrire per qualcuno, non frutta nessuna medaglia al valore. Il livido sul mio orgoglio è molto più esteso di quello sulla gamba di Ale. Per voler suscitare la compassione del prossimo bisogna essere finiti proprio in basso, ma io mi sono fermato giusto in tempo sul penultimo scalino di quella grande discesa che è la perdita dell’autostima. Ho fortunatamente afferrato il concetto prima di compromettermi del tutto esprimendo con parole chiare il mio bisogno di pietà. Per fare una bambola voodoo serve qualcosa della vittima designata. Un brandello di indumento, unghie, peli. Un po’ di capelli prelevati di nascosto dal cappello di Ale sono stati più che sufficienti. È bastato aspettare che se lo togliesse prima di andare a farsi una nuotata. La frase “non voglio rovinare la nostra amicizia” dovrebbe essere bandita da un qualche organo internazionale, perché fa più danni delle armi di distruzione di massa. È un cliché troppo abusato perché chi se lo sente dire possa capire pienamente. Di solito si rimane con la bocca spalancata, oppure con le labbra serrate per impedire alla dignità di calare via dagli occhi. Se poi vedi la giovin pulzella che è ben lieta di rovinare la sua amicizia con un tuo amico, l’opera è completa. Lo sapevano tutti che ero innamorato di Giulia. Lo sapeva anche Ale. Ale con il suo fisico palestrato. Ale con i suoi occhi innocenti e il sorriso splendente e i suoi libri in spiaggia. Dopo il mio amichevole due di picche, ho visto costruirsi tra loro un feeling sempre più intenso. Ormai aspettavo minuto per minuto l’inevitabile. Finché un giorno Ale è venuto da me: «Ti devo dire una cosa.» Per vedere se le istruzioni trovate su internet sono buone, ho deciso di fare una prova. Un paio di giorni fa, ho visto un cane orbo che rovistava tra i rifiuti. Appena ha avvertito la mia presenza si è allontanato di una decina di metri, ma è stato facile conquistare la sua fiducia con un pezzo di pane raffermo pescato dalla busta di spazzatura di cui mi dovevo sbarazzare. Tenevo il boccone con due dita, mentre il cane fiutava nella mia direzione e si avvicinava. Ho cominciato ad accarezzarlo, cercando di non pensare al numero di pulci a cui offriva vitto e alloggio. Era talmente malconcio che i peli venivano via che era una bellezza. Ne ho avvolto un ciuffo in un fazzoletto. Tornato a casa, mi sono procurato il materiale necessario e ho realizzato un grazioso pupazzetto a forma di cane. All’interno, impastato con la cera, ho messo il souvenir del mio pulcioso amico. Sono tornato ai cassonetti e il cane era ancora lì. Avevo portato con me un lungo spillone acuminato. Ho trafitto il pupazzo. Il cane scodinzolava continuando allegramente a cercare il proprio pranzo. Ho affondato di nuovo lo spillone nella pancia della bambola, senza risultato. L’animale mi aveva visto e cominciava ad avvicinarsi, magari chiedendosi quale leccornia gli avevo portato stavolta. Ho serrato i denti per la rabbia. Riuscivo solo a sibilare la mia frustrazione. Ho squarciato la bambola, facendo fuoriuscire le sue viscere di pezza e cera. Avrei voluto smembrare Ale alla stessa maniera, quando è venuto a confessarmi tutto in nome dell’amicizia e della lealtà. Per avere la coscienza a posto mentre continuava a pomiciare con Giulia. Avrei voluto vederlo sanguinare a mio piacimento, picchiandolo fino a quando non fossi svenuto per la stanchezza. E ancora non sarebbe stato abbastanza. «Queste Pall Mall fanno schifo al cazzo» dice Diego. «Dovremmo passare alle Davidhoff» gli fa eco Bobo. L’argomento mi è completamente indifferente. Sarebbe sempre e solo una variazione sul sintomo. Neanche Ale dice la sua. Con l’indice saggio la punta dello spillone che tengo in una tasca. La bambola è nell’altra. Per fare una bambola voodoo ci devi mettere dentro tutto te stesso. Serve l’odio puro spogliato del contorno e dei condimenti. Senza i perché e i forse. Un distillato. Nessuna logica. Ieri ero in macchina con i miei. A lato della strada ho visto a un tratto la carcassa di un cane. Ormai non era più un pezzo unico. Non so perché ne sono così sicuro, ma era il mio amico pulcioso che mi regalava un’epifania. Mi sono reso conto che per la povera bestia non avevo usato un distillato, ma un drink annacquato che aveva impiegato del tempo per fare il suo dovere. A quelli che quest’estate mi hanno chiesto perché ho ripreso a fumare, ho risposto che la nicotina mi aiuta a calmare i nervi. A quel punto tutti ormai sapevano che Ale mi aveva battuto, ma io ho continuato a insistere nella parte dello spasimante irriducibile, il che mi rendeva doppiamente ridicolo senza che me ne accorgessi. Vedevo Ale prendere furtivamente la mano di Giulia e allontanarsi con lei verso la spiaggia. Giulia mi ha detto che non volevano farmi soffrire. Non mi è venuto in mente niente di letale da rispondere. Ogni sera vedevo la stessa scenetta. Ogni sera accendevo la sigaretta. Ogni sera lui sapeva che aveva qualcosa di cui vergognarsi, ma forse neanche ci pensava. Anche gli altri vedevano e non dicevano niente. La nicotina mi entrava in circolo e si corrompeva con i miei pensieri di pece. Si dice che la dispersione del fumo non segua nessuna legge matematica, o semplicemente non è mai stata scoperta la formula del suo vagare incontrollato. Se gli altri sapessero che sto accarezzando una punta d’acciaio da piantare nel cuore di una bambola crederebbero che sono pronto per il manicomio. Eppure sono solo gli eventi che sono andati avanti sul loro sentiero. Io li ho solo seguiti: non sono stato io a guidarli, a metterli in marcia, o a incoraggiarli nel loro cammino. Queste sigarette fanno davvero schifo. Per costruire questa cazzo di bambola voodoo ci vuole soprattutto cautela. Le mani mi tremavano troppo: mentre me la rigiravo tra le dita per ammirare il prodotto finito, mi è caduta. Quando mi sono chinato a raccoglierla dal pavimento, ho visto che una delle gambette di legno era scheggiata. La contemplavo con la testa che mi esplodeva, ma mi sentivo stranamente leggero, come se il peso di tutto il nero che avevo dentro si fosse riversato nel piccolo feticcio, lasciandomi pulito e sereno, l’animo libero dalla fuliggine. Aspiro ancora una boccata di fumo. È l’ultima, perché stasera si chiude tutto. Non avrò più bisogno di sigarette o altri surrogati tranquillanti, perché non ci sarà più nulla per cui essere arrabbiati. Il mio anestetico saranno le scene che verranno dopo. Chiedo soddisfazione. «Andiamo?» Diego distribuisce le mentine. Ale si tasta l’ematoma e fa una smorfia di dolore. Anche questo fa parte della ricompensa che mi è dovuta, anche se fuori programma. Piacevole, dopotutto. «Proporrei un bagno di mezzanotte, per celebrare la fine dell’estate» dice Diego alzando il mozzicone, come per un brindisi. «Avete il costume?» chiede Vince. «No, e allora?» «Aggiudicato.» Usciamo dal campetto attraverso un varco nel cancello, laddove una delle barre di metallo è stata divelta. Mentre gli altri sono già fuori, sento una mano che mi trattiene per un braccio. Mi volto, e lì c’è Ale. «Per quanto ancora hai intenzione di ignorarmi?» Lo guardo in faccia ma non rispondo. «Senti, non posso farci niente. Mi rendo conto di essermi comportato come una merda nei tuoi confronti, non sono stato proprio un amico.» Si vede che sta cercando le parole giuste. Ci avrà pensato molto, ma esprimere così i propri sentimenti non deve essere facile. «Ma la amo, non posso fare altrimenti! È qualcosa che mi ha sorpreso e poi…» «Ok, scusa.» Lui mi guarda come se avessi un secondo naso. Forse si era preparato alla fine di un’amicizia, a un litigio. Magari a una rissa. Di certo, è rimasto senza parole. «Come, prego?» Lascio andare un pesante sospiro e poi ripeto. “Ti chiedo scusa. Qui l’idiota sono io. Mi sono comportato come un bambino egoista che fa i capricci per un giocattolo. Io sono meglio di così, lo sai. E anche Giulia. Sono state settimane confuse per me, ma spero possiate perdonarmi.» «Ma veramente, io…» «Mettiamoci una pietra sopra, ok? Amici come prima. Solo non parliamone più, ti prego. Fino a cinque minuti fa ti odiavo come se da questo dipendesse la mia vita. Ma è inutile.» Schiaccio il mozzicone. «Come queste cazzo di sigarette. Non mi dovete nulla, solo ho bisogno di un po’ di tempo per abituarmi all’idea di voi due.» Lui mi guarda e non dice niente. Ha un tappo di stupore che gli ostruisce il forno. Poi riesce a sputarlo: «Cazzo! Sì, certo.» «E fammi un favore. Non comportatevi come gli amanti che non devono essere scoperti. Credo di poter sopportare di vedervi insieme. Non sono il marito pazzo e geloso.» Ale mi abbraccia all’improvviso, un gesto tanto spontaneo quanto inusuale nel nostro gruppo. Poi inizia a correre per raggiungere gli altri. A metà strada si volta e mi fa il saluto militare ridendo. Lo guardo allontanarsi e contemplo con le mani in tasca i nuvoloni che arrivano. Sono estremamente rilassato, adesso. Lo spillone è al suo posto. Il feticcio che assomiglia ad Ale anche. Mi domando se questa sia davvero la sera giusta. Forse sarebbe meglio aspettare e far assistere anche Giulia all’atto conclusivo.
  4. La Sete

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36083-quaranta-metri-quadri/?do=findComment&comment=642547 Mi svegliai alle tre del mattino circa. Dovevo essermi addormentato intorno alle undici, con quel disagio addosso che non saprei spiegare… comunque. Al risveglio mi bruciavano gli occhi, quasi qualcuno ci avesse gettato del sale; quando li stringevo avevo l’impressione che le palpebre si attaccassero, avevo paura che si sarebbero cicatrizzati chiusi e che non avrei più potuto aprirli. Ciocche di capelli unti di mi strisciavano sulla faccia, i denti scricchiolavano in una morsa che non riuscivo a placare. Le mie labbra - essiccate dall’alcol che aveva preceduto quel sonno a tradimento - cercavano disperatamente qualcosa con cui dissetarsi. Andai verso il bagno con la saliva densa e la lingua amara del doposbornia e m'incollai avidamente al rubinetto. Niente, neanche una goccia. Ricordai che in effetti era da tempo che l’amministratore di condominio avvertiva: in orario di inattività condominiale i condotti sarebbero rimasti staccati per effettuare certi controlli sull’impianto. Mi precipitai in cucina. Appena accesi la luce vidi un veloce sgambettare d’insetti rintanarsi in tutti gli angoli, dietro tutti i mobili, dentro tutti gli spiragli; tracciando segmenti rotti e intermittenti. Dentro al frigorifero non c’era assolutamente niente da bere, ero stato in viaggio per un paio di settimane perciò l’avevo svuotato prima di staccare l’elettricità… ma come potevo essere stato così cretino? Ero rincasato il tardo pomeriggio, a un paio d’ore dalla chiusura dei supermercati e, vuotando le bottiglie reduci del viaggio, mi ero messo a tracannare vino bianco e gin come se niente fosse. Realizzata la situazione, dopo aver inveito a lungo contro la mia testa fra le nuvole, tirai un profondo respiro e mi concentrai. Dunque. Non volevo certo bussare a qualche porta alle tre del mattino completamente deviato dai postumi e dalla stanchezza elemosinando una goccia d’acqua. Se solo avessi preso uno straccio di patente cowboy Pensai al "Ventiquattro": un piccolo bar a circa trecento metri di distanza, che restava aperto tutta la notte. Nell’allacciarmi la cintura caddi e, sbattendo la testa contro il comodino, mi ritrovai con una tempia che mi dava certe fitte da impazzire… ero a mezzo passo da una crisi di nervi. Mi ero addormentato che tutto andava bene: l’ultima sbronza per festeggiare la vacanza in montagna, la mia casa tanto agognata… poi quello stramaledetto sonno. Io lo sapevo che non avrei dovuto addormentarmi Non avresti dovuto ma l’hai fatto fosse stato un normale sonno sarei riuscito a resistere, ma quello era l’avvolgente sonno che silenzioso giunge alle spalle degli ubriachi e nel giro di un paio di secondi li fa suoi: ero mezzo incosciente, che avrei potuto fare? Mentre ero davanti allo specchio del bagno che medicavo alla meglio la ferita vidi ai lati della mia bocca la saliva schiumosa della sete. Finito di medicarmi mi misi la camicia sudata e un paio di scarponcini, poi - prima di avere altri contrattempi - presi le chiavi di casa e il portafogli e mi precipitai fuori, come se fuori da quel dannato palazzo ci fosse la salvezza. Appena in strada qualche alito di vento notturno mi gelò il sudore sulla fronte e sulla schiena, risvegliando per qualche istante la mia percezione e rigettandomi, dopo una manciata di secondi, nello stato gonfio e surreale in cui mi ero svegliato. Mentre barcollavo per la strada deserta che porta al bar mi sentivo cedere: ad ogni passo prendevo in considerazione l’idea di crollare per terra e aspettare che qualche passante mattutino mi soccorresse. Arrivato al bar mi sentii morire. Ci misi un bel po’ di secondi a realizzare: bandone grigio. "Chiuso per ferie". Rimasi lì davanti come instupidito: com’era possibile che di punto in bianco mi trovassi nell’impossibilità di bere? Mi sembrava tutto così folle. Accidenti a me e a quando mi sono addormentato, io lo sapevo che non avrei dovuto, lo sapevo! Sai un sacco di cose cowboy, eccetto come tirarti fuori da questa situazione Il solo pensiero di dover tornare a casa con le mie gambe, di dover tenere gli occhi ancora aperti, di dover resistere ancora alla sete mi faceva impazzire. E poi? Una volta arrivato a casa? Per quanto ne sapevo io i condomini erano tutti in vacanza tranne l’inquilino del piano di sotto. Quel verme. Quel verme lì non mi era mai piaciuto, sin dalla prima volta che lo vidi. Non volevo certo piombare alla porta di quel dannato omuncolo alle tre del mattino Ormai sono le quattro cowboy anche fosse stato mezzogiorno; piuttosto che chiedere aiuto a quell’essere repellente mi sarei lasciato morire di sete. Pensai ai giardini, giusto, come mai non ci avevo pensato prima? A un mezzo chilometro di cammino - dalla parte opposta del bar - c’erano dei giardini. Lì probabilmente avrei trovato una fontana, o almeno lo speravo con tutto il mio trasandato cuore. Mentre camminavo sfibrato, in uno stato di inerzia febbricitante, pensai che avrei potuto tentare una danza della pioggia prima di svenire; mi riuscì a stento uno di quei sorrisi più disperati che divertiti: rassegnati. La vista si faceva sempre più offuscata, la gola sempre più colma di nauseanti catarri… mi accorsi d’un tratto che avevo precorso quasi tutta la strada in uno stato di trance: non ricordavo niente, ogni tanto il cervello smetteva completamente di funzionare, istanti in cui avrei potuto ficcarmi un chiodo nel petto senza accorgermene. Passo, passo, passo, passo, passo… Concentrazione cowboy, tieni il giardino a portato di vista: questo vialetto alberato finirà prima o poi …passo, passo, passo, passo, passo. Asciugandomi il sudore con il dorso della mano vidi una macchia di sangue: il taglio in testa s'era riaperto. I pensieri costruttivi erano quasi svaniti, non c’era più nessuno di quei fili logici che tengo in sospeso mentre faccio qualcosa; c’era solo l’impegno di camminare, attraversato da migliaia di fotogrammi abbaglianti e disconnessi. Il sonno sempre più denso, i postumi sempre più forti, la sete inenarrabile; appena giunto al giardino fui vittima di forti contrazioni all’imbocco dello stomaco e vomitai l’ansia e i succhi gastrici che mi imperversavano dentro. Sempre più debole e smarrito, con la mente preda di mancamenti e anomali effetti ottici, cercai una fontana per tutto il giardino percorrendolo due o tre volte il tutta la sua aera. Niente. Niente di niente. Ormai ero completamente abbandonato, mi accasciai per terra senza lacrime. Continuavo mentalmente il mio ripetitivo soliloquio: “andava tutto bene, mi sono addormentato un attimo. E adesso mi trovo inverosimilmente a morire di sete con venti euro nel portafogli e una cornice di case e palazzi pieni di condotti d’acqua. Non un rubinetto, non un ruscello. Mi ritrovo a marcire senza neanche sapere come accidenti ci sono finito in questa situazione”. Stavo per lasciarmi andare quando nella mia subordinata testolina arrivò l'illuminazione: poco più avanti del giardino c’era un cimitero. Una radiosa immagine mi si prostrò davanti: ero bambino e accompagnavo i miei genitori al cimitero, li aiutavo a cambiare i fiori secchi ai nonni, andavo sempre a prendere… l’acqua. Giusto! L’acqua scintillante che sgorga dalla fontanella, dove si riempiono secchi e innaffiatoi per i fiori. Ogni cimitero ha una fontana, anche quello l’avrebbe avuta, ne ero certo. Con un po’ d’ottimismo lasciato a fare i conti con tutto il malessere m’incamminai verso il cimitero. Ci arrivai, compiaciuto della mia intuizione; strofinai via dagli occhi quel sudore che sfrigolava come olio bollente, oltre la figura del cancello. Mi misi in cerca della leva… ma ovviamente era chiuso a chiave. A quello avevo già pensato, d’altronde il muretto che fiancheggiava il cancello sarebbe stato facile da scavalcare. Mi aggrappai a un piccolo alberello, feci forza con le gambe sul tronco ed arrivai a mettere una mano sopra al muretto: poi, con uno sforzo che date le circostanze mi stravolse, riuscii a issarmi fino a poggiare una gamba e con una spinta mi gettai dall’altra parte. Caddi a terra con dei dolori lancinanti e mi accorsi che, dall’interno, l’altezza del muretto era decisamente superiore. Il cimitero era costruito su un terreno scavato, che aveva un livello molto più basso di quello esterno; dopo il cancello c’erano di fatto sei o sette gradini buoni, che scendevano fino al livello in cui mi trovavo. Come se non bastasse l’interno era assente di appoggi, cui necessitavo per uscire. Sul momento un fitta d’ansia mi strinse le budella, poi la mia bocca mi obbligò a procedere fino all’acqua. Mi voltai: un lago immobile di lucine gialle a illuminare tutte le lapidi. Mi misi a camminare fra i volti fotografati e gli epitaffi, ignorando tutto ciò che non fosse la Mia fontana. La vidi! Era là… in fondo! Corsi fin laggiù, girai la manopola e mi misi a ridere convulsamente quando vidi l’acqua lucente gettarsi giù dall’imbocco arrugginito della mia benefattrice, unii le mani e mi misi a trangugiare l’acqua mentre mi bagnavo il viso e la fronte. I miei mali si estinsero, realizzai gioiosamente che gran parte dei miei dolori erano dovuti alla disidratazione. Mi bagnai ancora, gettandomi fiotti d’acqua fresca addosso come un cucciolo che gioca in uno stagno. Non mi sarei più voluto staccare da quella fontana, mai più: avevo il terrore di perdere di nuovo quella fortuna e mi veniva voglia di ammanettarmi alla manopola, per condannarmi definitivamente a quella gioia. Infine mi voltai, fronteggiando il cancello in lontananza in cerca di una via d’uscita. A ben vedere, in angolo, c’era un cassonetto dell’immondizia, che avrebbe potuto farmi raggiungere agevolmente l’altezza del muretto… tutto perfetto. Quasi non riuscivo a crederci, le ore d’inferno che avevo passato erano riuscite e scoraggiarmi così tanto che a stento realizzavo la situazione: l’acqua, la via d’uscita, la casa a pochi passi. È finita cowboy. Intanto la prima timida luce del giorno cominciava ad affacciarsi dalle colline in lontananza. Una luce che per quanto soffusa mi consentì di leggere le iscrizioni incise sulle lapidi, da cui d’un tratto mi trovavo circondato. Su tutte le lapidi la stessa incisione: “Ora qui giaccio, morto avvelenato/ dopo che alla fontana mi son dissetato”.
  5. [MI106] Andrà tutto bene

    Commento Tema di mezzogiorno. Andrà tutto bene, te lo prometto... Ferma sulla collina, Katrin fissava la città. Sulla pianura sembrava uno stretto imbuto, ma lei non ci fece caso, la sua attenzione rapita dall’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano apparire la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante, sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali. Erano soprattutto le rovine d’acciaio e cemento della periferia, simili a lame smussate e dentellate, a renderla restia ad avanzare. Stava per tornare sui suoi passi, ma un gorgoglio dello stomaco le ricordò che da due giorni non mangiava. Alzò lo sguardo di nuovo sulle colonne giallo/grigie che salivano al cielo. “Dove c’è fumo, c’è fuoco” pensò. “E se c’è fuoco, ci sono anche esseri umani, che sicuramente hanno del cibo con sé.” Si fece coraggio e riprese il cammino. Dopo un paio d’ore raggiunse i primi edifici della periferia, casermoni sventrati o collassati su se stessi. Tenendosi lontana da loro, proseguì lungo la strada principale per un pezzo, ma quando cominciò a trovare tracce di animali, piegò alla sua sinistra, percorrendo strade più strette e invase dai cadaveri di auto arrugginite. Spaurita e disorientata, avanzò in mezzo a palazzi che sembravano volersi chiudere su di lei. Presto iniziò a sentire versi che non aveva mai udito; aggredita dalla loro durezza, fu presa dal panico, cominciando a svoltare a destra e a sinistra come un animale in fuga. Saltò sul marciapiede quando un forte sbuffo risuonò vicino a lei. Fissò per alcuni secondi la nuvoletta di gas che si levava dal tombino; poi, disgustata dall’odore, tornò a camminare sulla strada. Gli umori acuti e penetranti dei peti dei tombini la circondarono, invadendole le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si sentì sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi. “Questo è troppo.” Ritornò sui suoi passi, decisa a lasciare quel letamaio. Quando raggiunse l’incrocio, si rese conto di non sapere quale direzione prendere per tornare alle colline. “Mi sono persa.” Il panico crebbe ancora di più. Con uno sforzo cercò di calmarsi. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si ripeté la frase che le diceva suo padre quando doveva affrontare qualcosa che le faceva paura. “Se solo fosse qui con me. Se solo lo avessi fermato quando è partito con mio fratello alla ricerca di cibo. Perché non ho dato retta al mio istinto?” Ma già conosceva la risposta: perché aveva avuto paura, perché voleva sentirsi dire da suo padre quelle parole. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si costrinse a calmarsi. Con lo sguardo al cielo, usò le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle. Continuando a schivare i vapori sulfurei che uscivano dai fori dell’asfalto, finì in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si mutarono presto in budelli tortuosi, dove ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi la scrutavano dalle fessure delle barricate. Cominciò a sentire un vociare soffuso, che presto si fece più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e di corpi che cozzavano contro i muri. Rallentò il passo. Quando raggiunse l’incrocio, vide alla sua destra quello che era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa. Si allontanò da quel luogo, continuando a seguire il vociare. Vide di nuovo il fumo giallo/grigio che aveva scorto dalla collina salire da dietro un basso caseggiato. Dimentica di ogni timore, si affrettò a raggiungerlo. Superato l’angolo dell’edificio, si bloccò. Il fumo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo era cotto: era l’esalazione di roghi d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. La sua mente si chiuse dinanzi al quadro d’orrore che aveva davanti. Prese a correre all’impazzata, dimentica di tutto, se non che doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno. Poi, quando le forze scemarono, con i polmoni e le gambe in fiamme, dovette rallentare; continuò solo per disperazione, non aveva le energie nemmeno per alzare lo sguardo dall’asfalto. Si sentì afferrare per un braccio, costretta a muoversi in fretta. Per un pezzo si lasciò guidare, ma poi la mente cominciò a schiarirsi. Lentamente si voltò verso chi la teneva: si vide riflessa nelle lenti scure di una maschera di gomma gialla. L’uomo grugnì qualcosa che non riuscì a comprendere. Katrin strabuzzò gli occhi, guardandosi attorno. Un altro uomo con una maschera identica spuntò da dietro un palazzo e si diresse verso di loro; alle sue spalle saliva al cielo un’altra colonna di fumo giallo/grigio. Lo vide avvicinarsi e solo allora si accorse che aveva quattro gambe. “Questi non sono uomini…” Riuscì a divincolarsi, ma si girò troppo in fretta e cadde a terra. Le due creature l’afferrarono per le gambe, trascinandola verso il fumo. Camminando sgraziatamente a gambe aperte, i due esseri avanzarono a testa bassa, strattonandola senza pietà. Katrin tentò di afferrarsi a qualsiasi appiglio trovasse lungo il marciapiede. «Aiuto!» urlò disperata mentre veniva trascinata. Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottandola di qua e di là con più violenza. «Aiuto!» continuò a strillare Katrin, dimenandosi con tutte le forze. Il fumo si avvicinava sempre di più. «Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito, scavando una fossetta sopra lo sterno mentre cercava di liberarsi. «Per favore, che qualcuno mi aiuti!» Katrin s’inarcò cercando d’avvinghiarsi attorno a un palo di metallo. «Io non voglio morire!» Katrin lanciò uno sguardo verso il vicolo scuro alla sua destra prima di perdere la presa sul palo e tornare a essere trascinata verso la sua fine. Improvvisamente le sue gambe furono libere. Sentì un cozzo. Si voltò appena in tempo per vedere un uomo afferrare le maschere delle due creature e strapparle dalle teste adunche. Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero immobili a terra, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra. «Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera!» si sentì intimare. «Forza! Potrebbero arrivarne altri!» La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi. Seguì l’uomo che la precedeva a passo spedito. Sdraiata sul letto della casa nella quale si erano rifugiati, Katrin guardava la nebbia che vorticava fuori dalla finestra e ripensava alle parole di Guerriero, l’uomo che l’aveva salvata. Alle volte c'è qualcosa di strano in quel grigio: non è una nebbia normale. È viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te. Quando c'è, la realtà cambia. È come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla Terra. Un sospiro capace di mutare la realtà. Le persone spariscono in mezzo a essa. All’interno dei palazzi erano al sicuro, le aveva detto, dato che la nebbia non passava oltre ciò che era chiuso. “Ma sarà davvero così?” pensò con un tremito. “Era meglio se fossi rimasta sulle colline, a patire la fame, piuttosto che finire in questo inferno.” Si raggomitolò su se stessa, come se questo potesse proteggerla da un mondo dove tutto era ostile. Andrà tutto bene, te lo prometto. “Non ne sono sicura, papà.” Si strinse con forza le braccia al petto. “Non ne sono per niente sicura.”
  6. L'ultimo esorcismo di Mr. Wong

    I due uomini stavano seduti a terra: gambe incrociate, uno anche le braccia. Attorno delle candele spente formavano un cerchio tra le pareti della stanza. Gli sguardi erano spenti e occultati dietro le palpebre chiuse; l'espressione seria, preoccupata. Il più giovane sudava. «Sta per arrivare» disse quello più anziano, forse avvertendo un rumore o una sensazione rivelatrice. Il compagno annuì e strinse i pugni. La porta si aprì. Mr. Wong entrò nella stanza, chiuse la porta dietro di sé e si strinse nell'accappatoio: «Ehi, Wu, è tuo genero?» «Sì» rispose l'uomo. «Gli hai detto tutto?» «Gli ho detto tutto, Wong. Il ragazzo è pronto.» Lo sciamano si tolse gli occhiali e con un lembo dell'accappatoio cominciò a pulirli. Gli occhi scuri si poggiarono sui due uomini per scrutarli a turno: «È a digiuno? Ha recitato i sutra purificatori?» chiese al più anziano, come se prima di rivolgere la parola all'oggetto della discussione volesse essere sicuro che ne fosse degno, poi sputò sugli occhiali. «Sì, fratello, ha fatto tutto quello che gli ho detto, che poi è quello che tu hai detto a me, ne sono testimone e garante. Possiamo procedere?» Mr. Wong si rimise gli occhiali. «Come sai che è lei?» chiese a bruciapelo rivolto al giovane Xiang. «Lo so. L'ho vista.» «Quindi non è una mera presenza. L'hai vista in sogno?» «Ultimamente la vedo da sveglio, mi appare all'improvviso così come scompare. La cosa comincia a farmi paura» concluse abbassando lo sguardo. L'uomo con l'accappatoio, che testardamente continuava a usare a mo' di vestaglia, sollevò un sopracciglio: «Solitamente gli spiriti tendono a lasciarci in pace. Questo perché» si girò un attimo verso Wu per aggiungere «ma è solo una mia supposizione», quindi riprese «ci rendiamo davvero conto di quanto sia stupido e sgradevole l'essere umano quando finalmente non dobbiamo averci più niente a che fare. Quindi se lo spirito di questa giovane sfortunata è rimasto tra noi, o forse è meglio dire che è rimasto intrappolato in una sorta di limbo tra il nostro e il loro...» Si fermò per cercare una parola più adatta di quella che stava per dire, non la trovò e si accontentò «... mondo, potrebbe esserci qualcosa di irrisolto.» Il vecchio Wu vacillò, Mr Wong allungò le braccia e in maniera teatrale le incrociò sul petto. Il giovane vedovo rimase immobile. «È stata uccisa» aggiunse un paio di secondi dopo. «Questo lo so» si affrettò a dire lo sciamano, «ma se un omicidio dovesse bastare a fare tornare indietro i morti ci sarebbe una bella confusione qui intorno, e il mondo sarebbe collassato da tempo.» «Fratello Wong, aiuta mio genero» aggiunse l'anziano, rispettoso, chinando il capo. «Certo» rispose l'esorcista, «se siete qua lo sto già facendo.» Poi, guardandosi attorno, aggiunse: «Accendete le candele. E da adesso in poi fate tutto quello che vi dico, se non vogliamo correre il rischio di farci fottere a dovere.» La luce soffusa filtrava dalle tende dell'unica finestra della stanza, mentre l'odore dell'incenso si liberava dai bastoncini accesi e il silenzio donava alla scena qualcosa di mistico. Wong era seduto in ginocchio, sui talloni. Aveva liberato le spalle dal pesante accappatoio e si trovava a petto nudo, coperto soltanto dai tatuaggi che gli rivestivano la pelle fino alle scapole: figure tremende, coloratissime, sembravano muoversi al respiro dell'uomo, guerrieri dalle facce feroci e armati di spade fronteggiavano demoni dalle sembianze mostruose e terribili; l'immobilità plastica della rappresentazione non permetteva di stabilire chi ne sarebbe risultato vincitore, chi annientato. Aperti gli occhi, Mr Wong fissò un attimo i due interlocutori, poi da una delle tasche della morbida e umida veste tirò fuori una fiaschetta di ceramica unta e sbreccata e ne trasse un sorso. Dopo aver schioccato la lingua disse «Bevete», e l'allungò all'uomo più anziano, che bevve e la passò a sua volta al genero che aveva cominciato a tremare. Lo sciamano aveva giunto le mani dando vita ai mudra, una lenta e complessa recita di pose e intrecci in cui le dita si muovevano senza incertezze, mentre la sua voce roca citava delle formule magiche. «Ragazzo» disse a un certo punto con tono solenne, «lo spirito della tua giovane moglie ti perseguita, e per scacciarla dobbiamo entrare in contatto con lei. L'intruglio che abbiamo ingerito ci aiuterà per il passaggio in una realtà fittizia più consona all'incontro; il testimone qui presente, amico mio quanto tuo e padre della vittima, veglierà su quanto accade.» Chiuse gli occhi, venne imitato dagli altri, poi concluse: «In qualsiasi forma o entità voi mi percepiate da qui a poco rimanete, sempre, vicino a me.» Poi non disse più nulla, e i pensieri fuggirono dal suo corpo come uccellini da una gabbia aperta. La nuova dimensione avvolse i tre uomini con le sue tenebre e le loro menti vi si dissolsero simili a gocce d'anice in un bicchiere d'acqua. Il sogno lucido diventava sempre più distinto, fino a quando si udì la voce di Wong: «Non combattete... lasciatevi trasportare.» Wu e Xiang avvertirono la presenza della loro guida e infine, sebbene tenessero gli occhi chiusi, lo videro. O meglio, videro una sua rappresentazione. «Compagni, in questo luogo siamo ospiti indesiderati, ma finché rimaniamo all'interno del cerchio non corriamo troppi pericoli» annunciò la figura splendente indicando le fiammelle visibili anche in quel luogo. «Ma, dove...» chiese Xiang senza riuscire a terminare. «Nel regno dei defunti» rispose Wu. «Non siate stupidi. Visiterete il regno dei morti solo da morti. Questo è qualcosa che non esiste, un limbo, una distorsione dove gli spiriti vagano senza sapere dove andare.» L'entità Wong cercò di spiegare qualcosa che, sapeva bene, non sarebbe stata compresa. «Proverò a mettermi in contatto con la morta. Non fatevi prendere dal panico.» Lo sciamano chiamò la defunta per nome e le tenebre sembrarono scuotersi. Attese qualche secondo, poi ritentò: «... Io ti convoco.» I tre uomini avvertirono una presenza, poi intravidero qualcosa nell'oscurità: il corpo diafano di una giovane donna che sembrava galleggiare nell'acqua, come lo fanno i cadaveri. L'entità Wu non seppe che dire, l'entità Xiang si sentì trafitta da un vento gelido. Lo spirito della ragazza emerse a fatica dall'abbraccio del buio, fino a che si trovò al cospetto dei tre. «Amore mio» disse il fantasma, «perché lo hai fatto?» Xiang trasalì, quindi rispose: «Non ho fatto nulla, lo giuro!» Il ragazzo sprofondò nel panico. «Di cosa sta parlando?» chiese Wong, mentre il dubbio sbocciava nella sua testa come un fiore marcio. «La mano che mi ha uccisa non era la tua, ma sei stato tu ad armarla. L'ho letto nel cuore del mio assassino mentre morivo... Perché?» La voce del fantasma echeggiò nei cuori dei tre uomini. Lo spirito cominciò ad avvicinarsi all'amato, che indietreggiando uscì dal cerchio di fiammelle. Wong spalancò gli occhi e cominciò a imprecare: «Brutto figlio di cagna! Sei stato tu a farla uccid...» Ma si bloccò subito. Xiang tremava, scosso dai sussulti, gli occhi girati all'indietro rendevano visibile solo la sclera; i brividi pian piano divennero spasmi mentre le labbra boccheggiavano come quelle di un pesce fuori dall'acqua, in ciò che poteva essere una muta richiesta d'aiuto o una maledizione. D'improvviso le articolazioni del giovane cominciarono a muoversi in modo arbitrario, fuori da ogni logica, in quello che assomigliava sempre più alla lugubre danza di un'orribile marionetta. Lo sciamano osservò Wu rattrappito in un angolo che piangendo batteva la testa sulla parete vicina, e capì che da lui non se ne sarebbe tratto un ragno dal buco. In fondo, pensò, è come se avesse perso la figlia due volte. Prese una sigaretta, l'accese e ne trasse una lunga boccata, espirò il fumo e gettò la cicca a terra, ostentando una sicurezza che cominciava a scivolare via. Il pensiero di non voler aver più niente a che fare con i suoi simili lo sfiorò per l'ennesima volta nella sua vita mentre un brivido gli saliva lungo la schiena fino al collo, come una lucertola. Commento
  7. Abissi - Paolo Cabutto

    Titolo: Abissi Autore: Paolo Cabutto Casa editrice: Talos Edizioni Collana: Polis ISBN: 9788898838875 Data di pubblicazione: 25/11/2017 Prezzo: € 10,00 Genere: Raccolta di racconti horror/thriller Pagine: 185 Quarta di copertina: Un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo, macabri incontri in un cinema di periferia, una stazione della metro che sembra sussurrare il nostro nome, una tragedia shakespeariana che diventa realtà, l'ultima giornata di lavoro di un killer professionista. La paura prende il lettore per mano e lo conduce attraverso tredici stanze buie, in cui l'incomprensibile e il sovrannaturale intaccano la sicurezza della nostra quotidianità. Non resta quindi che chiudere gli occhi, trarre un respiro profondo e gettarsi negli abissi. Link all'acquisto: Talos Edizioni Amazon Ibs Feltrinelli Mondadori
  8. Nella notte, un predatore (Parte 5/5)

    Commento a Le zanzare e il benzinaio Si voltò. La manovra sembrò durare degli anni. Vide Kaneko uscire dalla sua stanza: prima solo il volto, assonnato e bellissimo. Poi il collo, bianco come di porcellana. La testa si mosse lungo il corridoio. Per un attimo, Kazuo si chiese se dormisse nuda come Hiromi. Ma quella notte non vide il suo corpo. Solo un collo del colore del giglio, che seguiva la testa di Kaneko verso il tavolino nel corridoio dove era poggiata una delle lampade, per poi perdersi all’interno della stanza. Ormai era lungo almeno due metri e mezzo. Ancora mezzo intontito dal sonno, il demone iniziò a leccare da un piattino l'olio della lanterna, come farebbe un gattino con una scodella di latte. Finalmente, notò la presenza di Kazuo. Il volto sembrò allarmarsi per un secondo, subito prima di distendersi in una maschera di tristezza e rassegnazione. Kazuo aveva sulle spalle il corpo della sorella, le sue intenzioni erano chiare. La testa di Kaneko si mosse verso di lui, seguita dal collo smisurato che si fletteva sinuosamente, come un serpente intento a ipnotizzare la sua preda. In seguito, quando ebbe recuperato un minimo di lucidità, Kazuo arrivò alla conclusione che Kaneko non volesse fargli del male. Forse aveva solo consapevolezza negli occhi: l'ultima occasione per un saluto a Hiromi. Ma in quel momento, Kazuo era tutto fuorché padrone di sé. Abbandonò il corpo che portava sulle spalle, lasciandolo rovinare a terra come una vecchia bambola, afferrò una lampada che giaceva sul pavimento e la abbatté sul volto che gli andava incontro. Le fiamme divamparono su metà della faccia di Kaneko. Gocce di olio incandescenti caddero sul pavimento di legno. In un attimo, la carta da parati prese fuoco, così come i capelli della creatura. Kazuo si precipitò alla porta e la spalancò. Dopo, tornò indietro per prendere il corpo di Hiromi. Lanciò un ultimo sguardo a quell'angolo d’inferno che era diventato il corridoio. Nell'infuriare delle fiamme, vide il lato destro della faccia di Kaneko riempirsi di bolle e liquefarsi come cera. La bocca spalancata non emetteva suoni, ma l'occhio rimasto sembrava chiedergli perché. Poi il collo smisurato prese a ondeggiare e la testa andò a nascondersi nella sua camera, dove qualcos'altro iniziò a bruciare. Kazuo guardò nel cuore delle fiamme per un altro secondo, poi prese Hiromi fra le braccia e si lanciò per le scale. Ai piani superiori sentiva già gli schiocchi secchi del legno e il gemere delle fiamme. Iniziò a sentire voci provenienti dagli appartamenti. La sua spedizione non era passata inosservata, ma nelle scale ancora non si vedeva nessuno. Arrivò alla cantina e praticamente aprì la porta gettandovisi contro con tutto il suo peso. Adagiò il corpo sul pavimento di cemento e si precipitò a chiudere la pesante porta di ferro. Dalla tromba delle scale, sentì urla di paura sostituirsi alle voci di protesta degli inquilini: si chiese quanto ci avrebbero messo i vigili del fuoco ad arrivare. Girò il chiavistello e inalò quello che gli sembrò il primo vero respiro da quando aveva visto Hiromi cacciare. Qualcosa colpì la porta con violenza, facendo rimbombare tutta la cantina. Poi un acutissimo urlo di rabbia e frustrazione che aggredì le orecchie di Kazuo come una stilettata. Altri colpi, sempre più violenti, sempre più rabbiosi. E quelle urla, come unghie su una gigantesca lavagna. La superficie della porta si deformò. La volontà abbandonò Kazuo. La sentì letteralmente fluirgli via dalle labbra. Si accasciò a terra e si raggomitolò come un feto. Iniziò a piangere. Sarebbe morto lì sotto, come un topo, se non dilaniato dal demone, allora bruciato vivo o soffocato dal fumo che filtrava dalla porta. Il corpo di Hiromi si scosse all'improvviso, come preso da una convulsione, e Kazuo temette di nuovo di perdere il controllo della vescica. Un altro colpo alla porta, e quella massa di carne decapitata ebbe un altro sussulto. A ogni attacco di quell'infernale amante tradito, la cosa che giaceva ai piedi di Kazuo sembrava venisse presa da un attacco epilettico. Finché non si alzò in piedi. Prima si levò faticosamente su un fianco, poi riuscì a mettersi in ginocchio. Con un enorme sforzo, la figura riuscì a pararsi dinnanzi al traditore. La testa del demone continuava a tempestare di colpi la porta. Kazuo seguì con lo sguardo una vite distaccarsi inesorabilmente dal chiavistello e cadere tintinnando sul pavimento. Il corpo scattò in avanti e lo afferrò al collo, iniziando a stringere. In quegli ultimi attimi concitati, il ragazzo pensò a Hiromi sulla scala, mentre reggeva un pacco che doveva pesare almeno venticinque chili, senza apparente sforzo. Kazuo fu sbattuto contro il muro e sentì i propri piedi perdere contatto con il cemento, mentre quelle mani inesorabili lo sollevavano verso la morte, incuranti dei suoi patetici tentativi di liberarsi. Kazuo annaspò alla ricerca dell'ossigeno che gli era negato, ma non lo trovò. I sensi lo stavano abbandonando velocemente, ma fece in tempo a registrare il rivolo di urina che gli scorreva lungo la gamba. L'ultima cosa che vide fu la porta che veniva finalmente sconfitta e la testa fare il suo trionfale ingresso nella cantina. Hiromi aveva fame. Hiromi era furente. ***** Peter aspettò che Kazuo continuasse la storia, ma l'uomo era troppo occupato a tremare. Aveva iniziato a piangere, ma Peter dubitava che se ne fosse accorto. Alla fine riprese. "Mi trovarono i vigili del fuoco, svenuto in mezzo al fumo. Vidi i primi raggi dell'alba che filtravano attraverso la finestrella della cantina e ricordo che benedii il sole. Non mi era mai sembrato così bello. Davanti a me c'era un mucchio di cenere. Un altro più piccolo era vicino alla porta sfondata. I soccorritori lo calpestavano e lo disperdevano sul pavimento. Ero riuscito a distruggere il nukekubi. Iniziai a ridere. Devo essere sembrato isterico. C'erano delle ambulanze fuori, in strada. Alcune ore dopo, quando l'incendio era ormai domato, seppi che erano morte due persone. Una coppia di anziani. Nell'appartamento al terzo piano non c'era nessuno. Il corpo di Kaneko non era stato rinvenuto. Mi allontanai nel momento stesso in cui venni a saperlo. Scappai come un ladro con quello che avevo indosso. Lei mi ha visto. E ci sono anche altri parenti, Hiromi me l’ha detto.” Il racconto era terminato. Peter lasciò quello che era avanzato della bottiglia a Kazuo e corse a casa a scrivere. ***** Il libro vendette bene. Per la prima opera di un autore sconosciuto, non si sarebbe potuto chiedere di meglio. La casa editrice che lo aveva messo sotto contratto pagò puntualmente la prima tranche di diritti e, dopo qualche tempo, Peter ebbe abbastanza soldi da potersi permettere di lasciare il suo monolocale per un ambiente più spazioso, una volta saldati i debiti con l'editor. Il bastardo gli aveva in pratica riscritto il libro, adducendo come scusa "gravi lacune grammaticali". I blog di narrativa horror non parlavano che di lui. Lo osannavano come il nuovo re del brivido. Aveva anche rilasciato un'intervista, con tanto di foto, per un quotidiano nazionale. Peccato non aver potuto festeggiare con la sua musa. Aveva comprato un'altra bottiglia di rum, la sera che aveva ricevuto il primo assegno: niente liquame da supermercato, roba di classe. Ma Kazuo non era più sotto il suo salice, né sotto il ponte con i neri. Il suo giaciglio e le sue coperte erano ancora sotto l'albero, macchiate di una roba scura di cui Peter non volle indagare la natura. Di lui nessuna traccia. Peter riportò la bottiglia in macchina e iniziò a bere mentre guidava. Quando finalmente riuscì a entrare nel suo nuovo appartamento, era già ubriaco. Si sedette pesantemente sul divano, mentre il mondo gli girava intorno. Poi una serie di colpi. Qualcuno stava bussando. Il grande scrittore ci mise un po’ a rendersi conto che i suoni non venivano dalla porta, ma dalla finestra alle sue spalle. Abitava al quarto piano. I colpi divennero più insistenti. Non ebbe il coraggio di voltarsi. Quando il vetro cedette, chiuse gli occhi.
  9. Lo spirito e l'isola

    Copertina: https://d2t3xdwbh1v8qy.cloudfront.net/content/B077JY32DY/resources/1843365654 Titolo: "Lo spirito e l'isola" Autore: Simone Giudici Casa editrice: Amazon KDP (autopubblicato) ISBN: 9781521813485 ASIN: B077JY32DY Data di pubblicazione (o di uscita): 17 Novembre 2017 Prezzo: 0,99 edizione Kindle Genere: Thriller, soprannaturale Pagine: 420 Trama: Ouija: tavola di legno sulla quale sono disegnate tutte le lettere dell’alfabeto, i numeri dallo 0 al 9, spesso un “sì” ed un “no” ed altri simboli, il cui utilizzo è abbinato ad una lancetta mobile chiamata “planchette”. Lo scopo di tale tavoletta è porre delle domande alle anime dei defunti, che attraverso un medium, farebbero sì che la lancetta si muova sulla tavola ouija e componga, utilizzando le lettere, la risposta. Chestertown, Maryland, 1889. Ernest Christian Reiche, bizzarro inventore di origini tedesche, costruisce la prima tavola Ouija della storia, allo scopo di dare il via ad una lucrosa attività commerciale. Quando però la proverà per la prima volta, ne verrà lui stesso terrorizzato. Isola di Marettimo, estate 1989. La giovane e bella Annele Morris manda avanti da sola la pensione “Stella Marina”, aperta anni prima dalla mamma e dal nonno, trasferitosi sull’isola dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Notte di San Lorenzo Annele acquista da un misterioso individuo una vecchia tavola Ouija. Cosa accadrà quando deciderà di provarla? E perché continua a sognare la madre Alexandra, morta 15 anni prima? Grazie al fortuito ritrovamento del prezioso diario di guerra del nonno Alfred e alla saggezza della sua amica Angelina, Annele riuscirà finalmente a svelare il mistero che avvolge da tempo la sua famiglia e liberare la magia che si cela da più di un secolo nella tavola ouija. Da Monterey a Baltimora, attraverso l’infernale deserto del Marocco, fino alla magica Isola di Marettimo: questo libro vi terrà incollati alle sue pagine fino all’imprevedibile e sconvolgente rivelazione finale. Link all'acquisto: http://amzn.to/2jAEipV
  10. Nella notte, un predatore (Parte 4/5

    Commento a Risonanza Schumann Kazuo si barricò in casa. Chiuse le imposte, staccò il telefono e controllò la credenza. Aveva scorte di cibo sufficienti per qualche giorno, finché non avesse deciso il da farsi. Gli venne in mente improvvisamente che, per quanto ne sapeva, Hiromi avrebbe potuto sfondare le finestre o la porta. Il panico durò una manciata di secondi. Poi prese il cellulare e iniziò a comporre un messaggio per la ragazza. Sono dovuto tornare a casa. Problemi di famiglia. Ti spiego dopo. Scusa. Ci pensò su, poi aggiunse l'immagine di un cuore e una faccina che schioccava un bacio. Premette invio e poi spense il cellulare. Si sedette al tavolo della cucina a riflettere. Hiromi era senz'altro un nukekubi, come quelli di cui gli raccontava suo nonno quando era piccolo. Anche allora, non aveva mai creduto alla loro esistenza, ma l'idea stessa di un essere del genere, la cui testa di notte volasse via dal corpo per cacciare carne e sangue, lo aveva sempre messo a disagio. Non aveva mai sentito però di un nukekubi che ingoiasse la vittima e la facesse sparire nel nulla, ma le leggende non sono affidabili per definizione. I fatti vengono tramandati di bocca in bocca. Vengono distorti e inghirlandati. Poi si arriva a un punto in cui si crede che siano solo storie, ma questo non cancella quello che sono: fatti. Quella notte, un demone aveva ucciso un uomo e ne aveva divorato il corpo. Si era sempre considerato un tipo più o meno coraggioso, ma l'idea di confrontarsi con una storia dell'orrore ambulante lo fece stare male. Corse al gabinetto, ma dopo non si arrischiò a tirare la catena. Troppo rumore. Gli tornò in mente quella lingua sul vetro. Il sesso del giorno prima. Il sapore di quella torta. Ma ormai non aveva più nulla nello stomaco, ed era stanco. Si raggomitolò sul tappeto del bagno e dormì. Si svegliò al tramonto. Mentre la luce rossastra filtrava tra le imposte e disegnava sul pavimento geometrie di sangue, Kazuo pensò che le possibilità che Hiromi avesse di nuovo fame fossero davvero poche. Si rilassò e iniziò a elaborare un piano. Rimase chiuso nel suo appartamento per una settimana, versando prodotti per la casa nel gabinetto per coprire il tanfo. Aveva finito le scorte di cibo prima del previsto. Kazuo pensò che non era il caso di indugiare oltre. Suo nonno gli aveva raccontato che la testa del nukekubi poteva cacciare solo col favore delle tenebre. Al sorgere del sole si sarebbe dovuta ricongiungere al resto del corpo, pena la morte. L'impresa era praticamente suicida, ma prima o poi Hiromi avrebbe intuito qualcosa. Kazuo non poteva nemmeno immaginare di baciare di nuovo quella bocca assassina. La principale incognita era cosa fare se avesse trovato Hiromi, tutta intera, a casa. La parte fondamentale del piano era infatti agire quando la testa fosse stata altrove. Kazuo sperò di rivelarsi un grande attore. Forse si sarebbe finto ubriaco per giustificare l'infrazione. Un altro problema era Kaneko. Se anche lei era un nukekubi, probabilmente sarebbe stata a caccia con la sorella. Se fosse stata invece sua prigioniera, Kazuo l'avrebbe liberata e avrebbe pure ricevuto un valido aiuto. Kaneko sembrava forte, nonostante il suo aspetto da canna al vento. C'era infine la possibilità che la ragazza fosse una specie di serva del demone. In questo caso, Kazuo l'avrebbe uccisa. Troppe variabili e poco coraggio, pensò Kazuo. Ciononostante, prese del liquore dalla credenza e iniziò a bere. Se ne versò anche un po’ sui vestiti, per sicurezza. Si era aspettato di dover forzare la porta dell'appartamento di Hiromi. Aveva trovato un piede di porco, residuo di una ristrutturazione nel vecchio appartamento, ma non dovette usarlo: la porta era aperta. Immaginava che la proprietaria dell'appartamento gradisse parecchio qualche spuntino a sorpresa, di tanto in tanto, o forse era stata semplicemente una dimenticanza. L'atmosfera era surreale. Ogni angolo dell'appartamento era inondato dalla luce tenue delle lampade a olio. Ce n'erano decine. Kazuo avanzò lentamente lungo il corridoio. La cucina non aveva una porta e comunicava direttamente con il corridoio. In ogni caso era vuota. La prima porta chiusa, a sinistra, doveva essere uno sgabuzzino. La prima volta che Hiromi l'aveva invitato nell'appartamento, aveva riposto la giacca e le scarpe in quella stanza. La seconda a sinistra era la camera da cui aveva visto uscire Kaneko. Basandosi sulla posizione del tubo di scarico nel palazzo, in fondo al corridoio doveva esserci il bagno. Rimaneva solo una porta sulla destra, oltre la cucina. Quella doveva essere la stanza di Hiromi. Muovendosi con estrema cautela, Kazuo iniziò ad avvicinarsi. Aveva solo i calzini ai piedi. Non aveva voluto rischiare di fare rumore con le scarpe. Superò un paio di lampade appese e arrivò a destinazione. Ruotò il pomello ed entrò. Il corpo di Hiromi giaceva sul letto, le mani incrociate sul petto. Sembrava il cadavere di un condannato alla ghigliottina dopo l'esecuzione della sentenza. La finestra era aperta e le tende si muovevano piano. Sul comodino, il foulard con la gemma. Non l’aveva mai vista senza, neppure quando erano nudi a letto: secondo la leggenda, i nukekubi celavano con indumenti o gioielli una sottile linea rossa, lì dove il capo si separava dal collo. Sperando che la testa non avesse un qualche tipo di legame extrasensoriale con il resto, Kazuo si caricò il corpo sulle spalle. D'altronde, quello era il metodo tradizionale: nascondere il corpo del nukekubi prima del ritorno del demone, in modo tale da impedirne il ricongiungimento e quindi provocarne la morte. Hiromi non pesava molto, ma Kazuo aveva già la fronte imperlata di sudore. Nonostante l'ansia, il piano aveva buone probabilità di riuscita: dalla stanza di Kaneko non giungeva alcun rumore e sarebbe stato difficile incontrare per le scale qualcuno a quell'ora. Avrebbe nascosto il corpo in cantina e bloccato la porta. Se non fosse riuscito a rompere la serratura, si sarebbe barricato dentro per impedire l'accesso a chiunque. Era arrivato a tre quarti del corridoio. Ci aveva messo un'eternità. Una volta giunto alla porta, avrebbe dovuto poggiare il corpo a terra e riaprirla: entrando l'aveva chiusa, per sicurezza. Non aveva pensato alle difficoltà di manovra con un fardello sulle spalle. Il cigolio di cardini che sentì alle sue spalle gli congelò la spina dorsale.
  11. Dark Twin (collana PubMe)

    Nome: Dark Twin Generi trattati: genere Horror in tutte le sue sfumature e sottogeneri; valutazione anche per Dark Fantasy; Modalità di invio dei manoscritti: https://collanadarktwin.wixsite.com/darktwin/contatti Distribuzione: Libri Diffusi, che lavora con FastBook spa, pertanto il cartaceo sarà ordinabile sugli store on-line (Amazon, Ibs, Libreria Universitaria, Giunti) e in moltissime librerie fisiche, tra cui quelle del gruppo Feltrinelli, Ubik e Mondadori. Sito: https://collanadarktwin.wixsite.com/darktwin Facebook: https://www.facebook.com/collanadarktwin/
  12. Nella notte, un predatore (Parte 3/5)

    Commento a Camminata Passò un mese. Poi ci fu il bagno di sangue. Kazuo aveva trascorso tutta la giornata a letto con Hiromi. Si era presentata quella mattina alla porta di Kazuo con un dolce fatto in casa. Il ragazzo semiaddormentato l’aveva tirata a sé e l’aveva salutata con un bacio vigoroso. Non si sentiva così da anni. Anzi, non aveva mai sperimentato niente del genere. Le precedenti relazioni che aveva avuto erano state entrambe lunghe e monotone. Hiromi era diversa. Aveva un'energia che sembrava inesauribile. Il sesso poi era qualcosa di favoloso, neanche lontanamente paragonabile a nessuna delle sue esperienze. La sua passione era famelica. Ma ciò che più piaceva a Kazuo era quanto fosse solare e premurosa. Kazuo aveva posato il dolce in cucina e aveva portato Hiromi in camera. "Tua sorella?" chiese, alla fine. "Sta dormendo. Ha fatto lei il dolce." "L'ha fatto per me?" "Sì. E' un po’ scostante, ma se io ti voglio bene, allora te ne vuole anche lei." La semplicità del ragionamento non lasciava spazio ad alcuna replica. Kazuo si mise a sedere sulla sponda del letto e prese dal comodino il piatto con gli avanzi sopravvissuti del dolce. Aveva un gusto singolare ma buono. Hiromi aveva detto che era lo zafferano a renderlo così. "Che problema ha Kaneko?" disse alla fine. La ragazza esitò, quasi che rivelargli i problemi familiari fosse come raccontarli a un estraneo. Kazuo si sentì un po’ ferito. "Disturbi alimentari" disse Hiromi alla fine, prendendosi le ginocchia tra le braccia. "Nulla di particolarmente grave. Ma la sua... diversità... l'ha portata a isolarsi, nel tempo." "Non ha amici?" "Abbiamo dei parenti. Ma li vediamo poco. Ha solo me." Guardarono un film e poi Kazuo rimase solo, addormentandosi davanti al televisore. Hiromi non passava mai insieme a lui la notte. Le dispiaceva lasciare sola la sorella. Non si può dire che questo gli dispiacesse. Non si sentiva ancora pronto a una relazione di quel tipo. Il suo spazzolino stava bene da solo in bagno, per adesso. Poi un urlo strappò la notte. Fu breve, ma sufficiente a farlo svegliare di soprassalto. Alla tv davano un film con Godzilla. Kazuo azzerò il volume e rimase in ascolto. Si sentiva un rumore concitato di passi, in strada. Sta succedendo qualcosa, pensò. Un'aggressione! Kazuo si avvicinò alla finestra il più silenziosamente possibile, tenendosi basso per non essere visto. Da principio non capì cosa stava vedendo. Un uomo stava in piedi in mezzo alla strada deserta e si teneva la gola. Barcollava. I suoi abiti erano inzuppati di nero. Tra le dita serrate, il sangue zampillava copioso dalla gola. Apriva la bocca ritmicamente, senza suoni. Ma non era quello a terrorizzare Kazuo. Qualcosa attaccava ripetutamente quell'uomo. Un volatile, forse un corvo. O un pipistrello. Una nuvola che fino ad allora aveva sostato davanti alla luna piena si spostò, illuminando preda e predatore nella loro danza di morte. Non era un uccello a mordere ripetutamente l'uomo, prima su un braccio, poi una gamba. Ai genitali. Era la stessa forma che aveva visto affacciata alla finestra un mese prima. Solo che non era affacciata, ora ne era sicuro. Fluttuava nell'aria, lacerandola in ripetuti attacchi finché la preda, sfinita, non crollò a terra esanime. La testa - ormai Kazuo era sicuro che lo fosse, riusciva a vederne i lineamenti… occhi, naso, bocca… - scese lenta al livello dell'asfalto, come se avesse tutto il tempo del mondo. Strisciò nella pozza di sangue, incurante dei lunghi capelli che s’insozzavano. Il rumore di risucchio piegò Kazuo in due per la nausea. Per qualche istante trattenne i conati, poi si vomitò addosso. In silenzio. Anche se la finestra era chiusa, non voleva che quella cosa lo sentisse. Rimasse immobile a guardare, inginocchiato in quella pozza maleodorante. Perché nessuno sente nulla? pensò. Non è possibile che nessuno senta. Il rumore del risucchio era forte quanto disgustoso, ma alla fine cessò. Kazuo vide la testa avvicinarsi ai piedi dell'uomo. Il volto di quell'essere, demoniaco ma dalle fattezze terribilmente umane, iniziò a deformarsi. La bocca si spalancò in un angolo assurdo. Kazuo sentì attraverso il vetro della finestra lo schiocco della mascella che si disarticolava. Nessuno lo sente, pensò ancora. E in quel momento, la testa iniziò a ingoiare il cadavere. A Kazuo non sembrò il termine adatto, visto che oltre la testa non vi era un corpo, ma non riuscì a non pensare ai serpenti che inghiottiscono intere le uova dai nidi, senza masticarle. Ormai il cadavere era scomparso per metà nella bocca del mostro, senza che ne rimanesse traccia. Impossibile che i capelli, per quanto lunghi, nascondessero le gambe del malcapitato. Lordi di sangue, tanto da riflettere i raggi della luna, aderivano all'asfalto come le setole di un pennello. Dipingevano sulla strada una traccia abominevole. La testa finì il suo pasto e ricominciò a librarsi nell'aria, salendo piano come era discesa. Ora i capelli insanguinati si muovevano pesanti nella brezza notturna. Il corpo della vittima era sparito. Il demone si diresse verso la finestra di Kazuo e il ragazzo pensò che l'avesse visto. Si nascose dietro la tenda, tremando, temendo di perdere il controllo della vescica. Attraverso le pieghe del tessuto, riusciva ad assistere all'incedere lento del mostro. La testa appoggiò la fronte al vetro, come se scrutasse dentro. Allora Kazuo la vide. Il suo volto era truccato con sangue umano, ma la riconobbe. Il suo cuore si colmò di disgusto e disperazione. La televisione, pensò all'improvviso Kazuo. Ho lasciato la televisione accesa! Il panico lo colse, eppure riuscì in qualche modo a rimanere immobile. La testa di Hiromi sorrise, teneramente. Poi baciò il vetro e se ne distaccò. Indugiò ancora, vedendo che la sua fronte aveva lasciato una macchia di sangue sulla finestra. Tornò indietro. Dischiuse le labbra e leccò con cura, con gusto, senza lasciare traccia. Poi sparì, e Kazuo cedette all’oblio. ***** Il cinese, o meglio il giapponese, guardò la bottiglia di rum ormai vuota. Attraverso di essa, osservava il sole nascente. Peter non poteva credere alle sue orecchie e non poteva accettare che l'uomo smettesse di parlare. Era assetato di orrore, e quella storia gli sembrava una fontana di latte e vino. "Cos'è successo dopo?" ansimò Peter. Kazuo, per tutta risposta, si tirò le coperte sulla testa e si sdraiò sotto il salice. La notte era finita. Il resto sarebbe suonato ridicolo alla luce del giorno. "Parla! Come continua la storia?" "Non è una storia" si sentì da sotto le coperte. "Torna stanotte, e porta un'altra bottiglia." Peter tornò di corsa al suo appartamento e si fiondò alla scrivania. Accese il pc e avviò il browser. Iniziò a cercare. Mezz'ora dopo, si era fatto un quadro completo. Sorrise. Il suo amico era una spugna imbevuta di alcol e mitologia. Aprì il programma di scrittura e iniziò a battere furiosamente sulla tastiera. Quando ebbe finito, era di nuovo sera. L'ora delle storie. Peter porse la seconda bottiglia al giapponese. “Parlami ancora del nukekubi.” L’altro sorrise amaramente. “Vedo che hai fatto le tue ricerche.”
  13. Nella notte, un predatore (Parte 2/5)

    Commento a "Il trillo del Diavolo" Il cinese puzzava di alcol, proprio come tutti gli altri, anche se intorno all'albero Peter non aveva notato nessuna bottiglia. Una sera, fece visita a un negozio di liquori sotto casa, comprò un rum economico e si recò al fiume. Scavalcò il guardrail per non passare sotto il ponte e svegliare i neri. Voleva mantenere la faccenda la più riservata possibile, ma per poco non si slogò una caviglia scivolando rumorosamente lungo la scarpata terrosa. Una volta assicuratosi di non aver svegliato nessuno, si recò verso il salice. Si aspettava di trovare l'uomo profondamente addormentato, magari già un po’ ubriaco. In questo caso, magari avrebbe risparmiato la bottiglia. Il giaciglio era invece vuoto. In compenso, la lama del coltello comparve di nuovo sulla gola di Peter per la seconda volta nel giro di poche settimane. Il bastardo era silenzioso. Sapeva muoversi. Peter alzò le braccia con cautela. Altrettanto lentamente, fece dondolare la bottiglia che teneva in mano. "Voltati" gli ordinò l'uomo. Peter ubbidì. Quando il cinese lo riconobbe, si rilassò. “Si farà uccidere, avvicinandosi così alla gente che dorme.” “Non volevo che gli altri si svegliassero. Questa è una festa privata.” Come previsto, il cinese aveva già percorso un bel pezzo di strada sulla via dell’alcolismo. Peter non fece nessuna fatica a fargli accettare il rum e la sua amicizia. L’uomo bevve a lunghe sorsate ingorde. Quando gli vennero gli occhi lucidi, iniziò a parlare. Non smise prima dell’alba. ***** "Mi chiamo Kazuo Fujita, sono giapponese. Di Kagoshima, nel Sud. Parlo bene la tua lingua perché l'ho studiata all'Università. Studiavo lingue, appunto. Perché mi piacevano i suoni, penso. Morbidi, eleganti. Vivevo in un appartamento a Kyoto, vicino all'università. Sono scappato dieci o undici anni fa e non ho più fatto ritorno. Non c'è più nulla per me, laggiù. Ho mollato gli studi e sono fuggito nella notte. Ho lasciato la mia famiglia. Sarebbe stato il primo posto in cui mi avrebbero cercato. Non ho neanche fatto una telefonata. Non ci ho pensato. Avevo troppa paura." ***** Kazuo entrò nell'androne del palazzo reggendo tra le braccia una scatola piena di libri. Testi universitari. Letteratura, grammatica, romanzi. Poesie. Il trasloco dal suo vecchio appartamento aveva richiesto più energie del previsto, ma ne valeva la pena. Non ne poteva più di ragazzini che credevano di poter vivere in una porcilaia come animali, senza regole. Un monolocale, senza distrazioni, ecco la soluzione. I soldi non erano un problema. I suoi genitori erano stati felici della sua dedizione allo studio e non avevano messo minimamente in dubbio la serietà dei suoi intenti. Non era il solo a traslocare. Impegnata come lui con uno scatolone, nell’androne c'era la ragazza più bella che avesse mai visto, vistosamente in difficoltà. Kazuo posò immediatamente il suo pacco. "Chiedo scusa, posso aiutarti?" disse, accennando un timido inchino. La ragazza si voltò e, quando lo vide, non riuscì a trattenere un risolino. Per un attimo, Kazuo pensò di sembrare ridicolo, ma poi si accorse della genuinità dell’espressione della ragazza. "Oh sì, grazie! Sembra che pesi un quintale!" esclamò lei, posando sulle scale il pacco. Gli tese la mano. Già alla vista, sembrava morbida e preziosa come seta. Come le ali di una farfalla rara. "Piacere, Hiromi. Mi sono appena trasferita." "Kazuo. Anch’io sono nuovo del palazzo." "Universitario?" chiese Hiromi. Era arrossita un po’, e questo non faceva che avvicinarla a una dea agli occhi di Kazuo. Portava un foulard attorno al collo, ornato sul davanti da una piccola gemma azzurra. "Sì, sono al primo anno. Anche tu all'università?" "Neanche per idea! Lavoro al supermercato all'angolo. Mi sono trasferita in città con mia sorella Kaneko. Cosa studi?" "Lingue. Europee." "Che bello! Dì qualcosa!" Kazuo aiutò Hiromi a portare il pacco fino al terzo piano. Era parecchio pesante e la sua camicia aveva iniziato a impregnarsi di sudore sotto le ascelle. Si chiedeva come avesse fatto la ragazza anche solo a sollevarlo da terra. "Ma cosa ci tieni dentro?" chiese. "Libri, più che altro. Mi piace leggere." Entrati nell'appartamento, Kazuo adagiò il pacco nel corridoio per riprendere fiato. Era l'imbrunire. La cucina era illuminata da lampade a olio, di quelle di una volta. "Non preoccuparti. Abbiamo la corrente" disse Hiromi, notando la sua espressione. "Ma a mia sorella piace l'atmosfera. Kaneko! Vieni a salutare!" Dalla stanza in fondo al corridoio si sentì un cigolare di molle, come qualcuno che si alzasse dal letto, poi dei passi. La porta si aprì lentamente. Kazuo pensò che la ragazza non assomigliasse molto a Hiromi. Era molto più alta. E snella, quasi come se fosse stata risucchiata verso l'alto, mentre le forme di Hiromi erano più mature. Kaneko squadrò Kazuo dalla testa ai piedi, poi rientrò in camera senza dire nulla, chiudendosi la porta alle spalle. Hiromi toccò leggermente il braccio di Kazuo. La sua mano scottava, come se avesse la febbre. Il ragazzo la sentì attraverso il tessuto della camicia e fece appena in tempo a dominare l'istinto di ritrarsi. "Scusa, ti inviterei a mangiare con noi" disse. "Ma a mia sorella non piace avere gente intorno, la sera." "Non c'è problema," balbettò Kazuo. "Felice di averti conosciuto". La loro mani si strinsero ancora. Di nuovo quel curioso calore. Strano che non l'avesse notato quando si erano presentati. "Piacere mio. Grazie per l'aiuto. Ci vediamo, vicino!" Hiromi chiuse la porta e Kazuo si avviò verso la scala in preda a un brivido che in quel momento scambiò per eccitazione. Dormì male quella notte. Continuò a rigirarsi per ore in preda a incubi senza forma né nome, finché non si svegliò avvolto in lenzuola madide di sudore. L'orologio segnava le tre e quarantacinque del mattino. Si sentiva scosso. Riverberi del sogno. Non riusciva a ricordare. Si alzò e andò alla finestra. Il quartiere era preda di un letargo profondo. Dai palazzi intorno non veniva alcuna luce, neanche il bagliore di un qualche insonne televisore. Era solo in mezzo a tutti i dormienti. Si appoggiò sul davanzale, poggiando la testa al vetro, godendo del fresco. Poi vide la cosa. Davanti alla facciata del palazzo alla sua sinistra, c'era qualcosa che sembrava galleggiare nell'aria. Una forma scura, con lunghe propaggini che puntavano verso terra, ondeggiando. Kazuo si stropicciò gli occhi e lì riaprì. Sospirò, sollevato. Non stava fluttuando come gli era sembrato. Era solo una ragazza affacciata alla finestra, con i lunghi capelli che le nascondevano il volto. Rimase lì a guardare nel buio. Forse neanche lei riusciva a dormire. Lentamente, la testa scomparve all'interno della finestra. Kazuo tornò a coricarsi. Gli sembrò di udire un suono, una frequenza altissima ma distante. Il sonno gli chiuse lentamente le palpebre e lui poté finalmente riposare. Due giorni dopo, c'era la polizia in strada. Una pattuglia sostava davanti all’edificio accanto. Kazuo scese a fumare una sigaretta. Un altro inquilino gli raccontò che una ragazza era scomparsa da un paio di giorni. "Nel palazzo accanto?" chiese Kazuo, a disagio. "Sì, stava nella camera che dà sulla strada, al secondo piano." Kazuo si volto a guardare la finestra da cui aveva creduto di vedere affacciarsi la ragazza, un paio di notti prima. Un poliziotto scattava delle foto verso la strada. Non disse nulla.
  14. Nella notte, un predatore (Parte 1/5)

    Commento a "Il bambino di Advent City" Peter Lewis prese le forbici e con mani tremanti tagliò lo spago del pacco. Una volta fatto, lo gettò in un angolo e attaccò la carta con furia. La sua creatura era lì dentro. Il suo parto. Si era ripromesso di far durare il momento come si gusta un bicchierino di liquore particolarmente dolce, resistendo alla tentazione di ingollarlo subito e versarsene un altro. Era la sua prima volta. Per vederne un'altra, chissà quanto sarebbe passato. Erano anni che aspettava l'idea giusta. Ora il suo nome era stampato a lettere cubitali sulla copertina del libro che l'avrebbe ucciso. Era una copertina vera, di quelle rigide, da prima edizione. Non aveva neanche usato il suo solito pseudonimo, Amos, con cui firmava i suoi racconti postati qua e là su internet. Quella era una storia troppo grossa per Amos, Peter l'aveva capito subito. Chi avesse acquistato il libro, da lì a un mese, avrebbe letto il suo vero nome e visto il suo volto nel retro della copertina, come quelli dei grandi scrittori. Aprì il libro. Date di stampa e tutti i riferimenti di rito. Poi ancora il titolo, Teste. Girò ancora un foglio e lesse se stesso che lo avvisava. I fatti e i personaggi contenuti nel libro erano frutto di fantasia. Sì, pensò Peter, di una fantasia ottenebrata dalla follia e dall'alcol. Ma che valeva oro. ***** Peter aveva incontrato l’uomo che viveva sotto il salice un anno e mezzo prima, quando l'ispirazione languiva. Aveva deciso che doveva fare qualcosa della sua vita. I lavori per aspiranti scrittori che aveva scovato online erano mal retribuiti. In ogni caso nessun colloquio era andato a buon fine. Era troppo giovane per i ruoli importanti, o troppo vecchio per quelli di bassa manovalanza intellettuale. Il suo appartamento, fortunatamente di proprietà dei suoi genitori, stava diventando una prigione. Più si considerava incapace di creare qualcosa di originale, più si isolava. E più tempo passava tra quelle mura in compagnia del televisore e del porno, meno la sua mente lavorava. Quando venne a sapere che Carla faceva volontariato, considerò l'idea. Non che avesse mai nutrito grande interesse verso il prossimo, ma la prospettiva di incontrare gente nuova con storie diverse, seppur identiche tra loro, accomunate dal dolore e dall'abbandono, lo attraeva come una speranzosa ape verso un fiore colmo di nettare. Questo era quello che doveva fare. Abbeverarsi alla fonte delle miserie altrui per trasformare l'amarezza in miele. Gli uomini accampati sotto il ponte puzzavano tutti di urina e alcol, come si era aspettato. Peter reggeva sottobraccio delle coperte e in una mano un contenitore termico, colmo di piatti caldi. Altri volontari portavano termos con tè e caffè, oppure zuppa. Peter si avvicinò a una forma che giaceva su un pezzo di cartone, avvolta in una coperta bucata. Assestò dei colpetti con la punta del piede al sedere dell'uomo. "Sveglia gente, è arrivato il rancio!" esclamò con voce gaia. Un volto, nero come Peter non ne aveva mai visti, emerse accigliato da sotto la coperta, con uno sguardo diffidente e insieme vagamente infastidito. "Pappa pronta" continuò. Il suo tono fece girare qualche testa fra gli altri volontari. Peter colse con la coda dell'occhio qualche sguardo non proprio incoraggiante. Il suo modo di fare non piaceva, di questo era consapevole. Né ai neri, né ai volontari cui si era aggregato. Dicevano che ci doveva andare piano. Un po’ di tatto in più non avrebbe guastato. Vide Carla che scuoteva gentilmente la spalla di uno degli uomini addormentati. Questi si svegliò e, riconoscendola, mise in mostra un sorriso che Peter non si era mai visto fare. "Allora?" Il ragazzo di colore lo scosse dal suo stato di contemplazione. Tendeva la mano per avere il piatto. Peter glielo diede con una smorfia. Stava per passare oltre, quando notò un'altra forma raggomitolata sotto un salice, qualche decina di metri più in là. Un altro clandestino probabilmente. "Quello perché non sta con voi?" chiese Peter al ragazzo color carbone. "Cosa?" Il ragazzo non sembrava capire. "Quello lì" Peter indicò con un gesto secco il fagotto a terra. "È arrivato con voi?" "No" disse il ragazzo. "Non con noi. Lui dopo. Notte grida." Peter si sentì la bocca arida. Forse aveva trovato il fiore cui abbeverarsi. Prese un piatto dal contenitore e si avviò verso l'eremita. Già pregustava i racconti di torture e violenze da parte dei mercanti di uomini, come vomitava la televisione. Nella tasca della giacca aveva un taccuino e una penna. Lo avrebbe riempito di particolari macabri. Li avrebbe romanzati rendendoli ancora più raccapriccianti. Ci avrebbe costruito intorno una storia che qualcuno, magari qualche rivista, avrebbe comprato. L'ammasso di coperte puzzava come tutti gli altri e Peter usò di nuovo la punta del suo piede per far venire allo scoperto l'uomo del mistero. Con sua grande sorpresa, e delusione, il volto che fece capolino non aveva la tonalità del cioccolato fondente né cicatrici rituali sugli zigomi. Era un asiatico, cinese probabilmente, o giù di lì. Forse si era stancato di cucire magliette ed era scappato da qualche impianto tessile clandestino. Peter, dopo un lampo di dolore, si ritrovò a chiedersi quando, esattamente, il cinese lo avesse atterrato, gli fosse montato addosso e gli avesse messo il coltello contro la gola. "Buono, buono!" si affrettò a dire. "Cibo! Pace!" L'altro vide il piatto di spaghetti, ormai rovinato a terra, e si riebbe dalla trance assassina che lo aveva pervaso. "Mi scusi" disse. "Credevo fosse un altro." Gli tolse la lama dal collo e si sedette pesantemente. Aveva l'aria di qualcuno cui mancassero parecchie ore di sonno. "La prego di perdonarmi" continuò. Aveva ovviamente un accento orientale, ma parlava con fluidità la lingua. Peter si rese subito conto che era istruito. La sua curiosità superò di gran lunga il suo spavento. "Mi chiamo Peter" disse, tendendogli la mano. "Ho portato da mangiare. Vorrei aiutarla." Il cinese annuì e il samaritano si alzò per andare a prendere dell'altro cibo. Tornò con un altro piatto di pasta e una tazza di caffè fumante che il cinese, o quello che era, accettò di buon grado. Peter si sedette davanti a lui e lo guardò mangiare. "Allora" incominciò, quando l'altro ebbe finito. "Le va di raccontarmi la sua storia?" L'uomo assunse un'espressione dura, dove il no era stampato a lettere cubitali sulla sua fronte. Era un volto dall'età indefinita, sembrava allo stesso tempo giovane ed estremamente vecchio, come se la vita l'avesse consumato anzitempo. "La ringrazio per la sua generosità" disse. "Ma ora, se non le dispiace, vorrei riposare." E si tirò la coperta sulla testa troncando qualsiasi comunicazione. Peter ritornò ancora sotto quel ponte, con Carla o da solo. La scena si ripeté altre volte, con lui che cercava di scavare nel passato dell'uomo per poi ricavarne solo un cortese rifiuto, solido e compatto come il marmo. Dagli altri clandestini non era riuscito a ricavare molto. Quando loro erano arrivati, un gruppo di sei, lui si era già stabilito sotto il ponte. Li aveva squadrati uno per uno e aveva deciso che non rappresentavano una minaccia. Ma di notte urlava, svegliandoli di soprassalto nel cuore delle tenebre. Incubi. La tensione con gli altri si era fatta palpabile, così una notte il cinese si era trasferito al riparo delle fronde dell'albero. Un riparo provvisorio, accettabile per il periodo estivo. Peter decise di agire diversamente. Dove non arrivavano la solidarietà e la gentilezza, sarebbe sicuramente arrivato l'inganno.
  15. Agenzia letteraria - genere Horror

    Buongiorno a tutti, mi chiamo Luciano. Sono uno scrittore alle prime armi, ho quasi terminato di scrivere un romanzo di genere Horror. Trattandosi purtroppo di un genere di nicchia, ho pensato di rivolgermi a persone più esperte di me per ricevere alcuni preziosi consigli. Quali case editrici (gratuite e non) prediligono l'Horror/thriller? Non vorrei perdere tempo a contattare agenzie a caso. Ho notato che molte di esse affermano di non prediligere alcun genere in particolare ma, onestamente, dubito sia così. Gradirei molto un'agenzia disposta ad apportare correzioni, poiché credo siano necessarie. Sono realista, il primo romanzo non può essere scritto in modo impeccabile. Probabilmente dovrò lasciar perdere le agenzie gratuite, immagino siano inondate di materiale proveniente da tutta l'Italia, ma questo non ha importanza, il mio obbiettivo è trovare un'agenzia seria e soprattutto attiva. Ringrazio di cuore chi avrà il tempo di rispondermi. Buona giornata.
  16. Pseudonimo Inglese

    Buongiorno a tutti, mi trovo nella posizione, come è capitato ad altri autori di questo forum, di dover pubblicare sotto pseudonimo. Non si tratta di un vezzo, ma di ragioni strettamente personali ed imprescindibili. Presa questa decisione, pur riconoscendo che si tratterebbe del famoso segreto di Pulcinella, mi domandavo: meglio sceglierne uno italiano o inglese? Credo che per alcuni generei non faccia molta differenza, visto che nella nostra letteratura abbiamo avuto vari autori di successo che hanno pubblicato gialli, thriller, romanzi rosa o storici ecc. Su altri invece ho l'impressione di pancia che da un lettore medio su generi tipo fantasy o horror sarebbe visto meglio un nome anglofono. Magari funziona anche, ovviamente in minimissima (issima!) parte, come leva marketing. Del tipo: "Boh non so chi sia questo tal Max Power (cit), ma se lo hanno tradotto proprio schifo non deve fare!" che ne pensate? Grazie, Marco
  17. La libreria di Beppe

    Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  18. Show don't tell

    Commento a Amici Show don't tell Wiliam Shaw si alzò, lo fissò negli occhi inarcando le sopracciglia folte e scure, afferrò il manoscritto e lo sbatté sulla scrivania. Don Tellerman spalancò la bocca, quel plico di fogli maltrattati era il suo manoscritto. Quel colpo era uno sparo alla tempia delle sue speranze. Shaw digrignava i denti continuando a fissarlo, le pupille ristrette, le sue narici fremevano. Don deglutì, fece per parlare, ma Shaw alzò una mano intimandogli di tacere, poi espirando profondamente si risedette sulla poltrona. «Don, Don, che ti è successo?» Shaw sorrise, ma quei solchi fra le sue sopracciglia aggrottate continuavano a preoccupare Tellerman. «È il terzo racconto che mi tocca rifiutarti. Cosa ti salta in mente?» il dispiacere nella sua voce era commovente; ora avrebbe dovuto cercare qualcos'altro per riempire quel buco di 5 pagine su «Fantastic world» e, come Tellerman sapeva, avrebbe dovuto ricorrere a qualche scrittore che si faceva pagare più di lui. Shaw era un editore che amava l'arte, quella che preferiva era l'arte di sottopagare gli autori. Shaw riprese. «Quante cose ti ho pubblicato fino ad ora? Cinque? Sei?» Don tentò di rispondere, ma Shaw non sembrava interessato a un dialogo e proseguì. «Erano cose buone, mi piacevano, ho sempre detto che ci sapevi fare. Ma questi ultimi racconti, ecco non so proprio che cazzo ti è preso.» Afferrò il manoscritto scompigliandone le pagine, ne scelse una a caso e lesse: «Nel corso degli anni il suo umore si era gradualmente e stabilmente incupito fino a portarlo ad una costante tetraggine che lo aveva reso lo zimbello dei suoi concittadini. Lui non se ne preoccupava, era sì infastidito dalle risate e dagli indici puntati, ma l'orrore che provava, il terrore strisciante e infido che si era lentamente impadronito della sua mente lo rendeva indifferente alle provocazioni. Lui sapeva che un'indicibile orrore era subdolamente nascosto dietro l'apparente tranquillità quotidiana della campagna. Ombre malsane si allungavano strisciando, testimoni di remoti abomini. Ignobili eventi, sconosciuti agli uomini che vivevano così in una tranquilla ignoranza, ma i cui innominabili effetti contaminavano ancora malignamente quella terra e i suoi abitanti.» Allargò le dita lasciando cadere il foglio che finì ondeggiando, direttamente nel cestino. Sospirò nuovamente, incrociò le dita e guardò Tellerman negli occhi. «Questa roba fa schifo. Che cazzo è questa merda? Non c'è un dialogo, non c'è azione. Non succede nulla. Non si vede nulla!» Shaw aprì un cassetto e ne prese un libro che lanciò a Tellerman. Don lo afferrò al volo, ma il libro gli sfuggì di mano cadendo sul pavimento. Arrossì e si piegò a raccoglierlo sentendo su di sé lo sguardo di Shaw. Lesse il titolo 'Elementi di stile nella scrittura' di Strunk e White. L'editore fece una smorfia, poi indicò il libro. «Questo libro ha più di cinquant'anni. Tutti l'hanno letto e studiato, a scuola, nei corsi di scrittura; scommetto che lo leggono perfino all'asilo. Possibile che tu sia l'unico a non averlo mai letto? Dammelo.» Tellerman tese il libro a Shaw che lo sfogliò quasi strappandone le pagine prima di fermarsi a leggere: «Scrivi con sostantivi e verbi, non con aggettivi e avverbi.» Gli ripassò il libro. «Sostantivi e verbi. Hai capito? Non aggettivi e avverbi. Qui dentro,» posò la mano sui fogli del manoscritto e li spazzò via facendoli cadere a terra. «ci sono abbastanza aggettivi e avverbi per dodici volumi.» Si piegò in avanti facendo segno a Tellerman di avvicinarsi. «Lo vuoi sapere un segreto? Dev'essere un segreto visto che sembra che tu non l'abbia mai sentito. C'è una cosa, una sola che devi tenere a mente quando scrivi narrativa. Fai vedere, non raccontare. Mai sentito eh?» Tellerman deglutì e prese coraggio. «Io racconto quello che sento. So raccontare solo quello che vedo. Quelle sono regole che vanno bene per i principianti, il mio stile...» «Stile!» gridò Shaw. «Tu adesso prendi il tuo stile e te lo ficchi dove sai, vai a casa, prendi un foglio, con un bel pennarello grosso scrivi 'SHOW DON'T TELL' e te lo tieni bene in vista.» «Ma Lovecraft...» «Lovecraft era un incapace. Nessun editore pubblicherebbe mai quella roba al giorno d'oggi e a dire il vero anche ai suoi tempi non è che abbia fatto una gran fortuna.» Shaw sorrise. «Su, non fare il depresso adesso. L'idea di fondo non è male, ma devi riscriverlo. Devi mostrare quello che succede, dettagli specifici, accadimenti. Cos'è questo orrore indescrivibile? Gli esseri di cui parli, cosa fanno? Possibile che stiano li senza far nulla? Mostrali mentre smembrano qualcuno, fai vedere il sangue, i tendini spezzati, la pelle lacerata, le urla. Il lettore deve sentirsi al cinema, non seduto in poltrona con qualcuno che gli racconta una storia. Piantala di stare li a sussurragli quello che deve sentire. Fagli vedere le cose. Come al cinema. Ok?» Tellerman annuì e si alzò. «Riscrivilo come dico io e ti trovo spazio nel prossimo numero. So che ce la puoi fare.» Shaw gli tese un biglietto. «È l'invito a una festa a casa mia. C'è l'indirizzo.» Tellerman diede un'occhiata al biglietto. «Ci saranno un sacco di scrittori.» proseguì Shaw. «Vieni. Magari parli con loro e ti chiarisci le idee.» Tellerman ringraziò e uscì a testa bassa. Prese l'autobus che in mezz'ora l'avrebbe portato fuori città, verso le colline. Per tutto il tragitto, non fece che ripensare a ciò che gli aveva detto l'editore. Forse in fondo non aveva nemmeno torto. Scese al capolinea e si avviò a piedi per una stradina sterrata che portava alla villetta isolata in cui si era trasferito da alcuni mesi. Ad ogni passo sentiva il cuore farsi più pesante. Il verde della campagna sembrava dissolversi lentamente in un grigiore malato. Perfino l'aria tiepida della primavera carica del profumo denso dei fiori, assumeva via via il tono dolciastro di umido e decomposizione. Lugubri uccelli lanciavano stridenti richiami in contrasto con l'allegro cinguettio che risuonava nella campagna circostante. Tellerman sentì la sensazione familiare di profondo orrore che sempre lo pervadeva ogni qualvolta giungeva alla casa. Gli stipiti corrosi, la facciata scrostata e le imposte malridotte non erano però sufficienti a spiegare la sensazione di disgusto che coglieva chiunque giungesse in quei paraggi. Tellerman sapeva che avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene per sempre, ma sarebbe servito? L'orrore profondo, il terrore che lo attanagliava lo avrebbe seguito ovunque, era ormai dentro di lui, impossibile da scacciare. Forse solo la follia avrebbe potuto essere l'unica via di scampo dalla consapevolezza del profondo orrore che gli si era svelato. Entrò in casa. Un'atmosfera malsana gravava pesante su ogni cosa. Deglutendo andò dritto verso il soggiorno. «Niente da fare.» disse. «Non gli è piaciuto nemmeno questo.» Un numero imprecisato di occhi si girarono a fissarlo. Un essere gelatinoso colava da uno dei mobili, il suo corpo da ameba si protrasse verso di lui. Sul divano una specie di budino dotato di corte appendici e di molti occhi lo stava fissando. Dietro di lui un essere peloso, con una bocca enorme e degli arti corti e grossi borbottava in un linguaggio raccapricciante. Un tentacolo sfiorò con gentilezza Tellerman che non riuscì tuttavia a reprimere un brivido di disgusto. Un corpo enorme, bianco e lucido con lunghi tentacoli pallidi era incastrato nel vano della porta dietro di lui. «Dice che non basta raccontare l'orrore. Non gli basta. Dice che i lettori vogliono i dettagli. Vogliono vedere braccia strappate, sangue, tendini, ossa frantumate.» Prese l'invito alla festa dell'editore e lo tenne fra le dita finché un tentacolo non glielo sfilò di mano. «Io so raccontare solo quello che vedo.» aggiunse con tristezza.
  19. Sangue: reazioni e dettagli medico-legali

    Buongiorno a tutti. Ho un problema - dubbio e avrei bisogno di un parere tecnico (medico-legale) per non scrivere cavolate. Purtroppo non ho mai sgozzato nessuno su di un prato innevato (per mancanza di neve, ovviamente!) e quindi ho alcuni dubbi riguardo alla "reazione" del sangue sulla neve. Posto che in quanto liquido "caldo" dovrebbe sciogliere almeno in parte la neve su cui cade, i miei problemi iniziano riguardo al colore che dovrebbe assumere. Il sangue tende a scurire con il tempo, ossidandosi... ma in quali tempistiche? E queste tempistiche vengono accelerate o rallentate dalla neve? In pratica il sangue sul cadavere e quindi non a contatto con la neve dovrebbe scurirsi prima o dopo di quello che è invece caduto a terra? Sapete darmi anche delle tempistiche approssimative prima che il sangue coaguli e si solidifichi? Mi servirebbe per capire se si può risalire con precisione (più o meno) all'ora del decesso confrontando le due reazioni diverse. Rispondendo a questo post mi risparmierete figuracce (sono in fase di revisione e non voglio scrivere stupidaggini!) e vi ringrazio anche a nome di colui/colei che non dovrò più usare come test alla prossima nevicata.
  20. Zombi!

    Prefazione: spero di non terrorizzarvi davvero con questo racconto (sopratutto per gli errori). Per sorbire il massimo effetto empatico/emotivo, consiglio vivamente di guardare i video presenti nel testo(spoiler), solo al momento necessario. per il resto buon divertimento. Una citazione particolare per @Pulsar é grazie ad una discussione su un suo racconto, che mi è venuta l'idea per spiegare in modo reale, la possibile esistenza degli zombi. Se usavate gli horror come lassativo, questo dovrebbe fare da astringente . Caspar Weber, è così che mi chiamo, quando ho ancora la lucidità per scriverlo alla tastiera. Tedesco, maschio, uno e settantacinque di altezza, ora pesante solo sessantun chili, uno dei primi contagiati. Il parassita, forse per un innato istinto di sopravvivenza, quasi mi fa dimenticare il dato più importante: entomologo! Basterebbero quarantun giorni da quando è iniziata l'epidemia per mandare a sfacelo l'umanità. Una mutazione aggressiva del Spinochordodes tellinii, un verme parassita degli insetti è riuscito a passare ai mammiferi. La società moderna, come la conosciamo, crollerebbe in soli cinque cicli riproduttivi dall'inizio dell'infezione. Dopo due settimane dal contagio del parassita, infatti, la saliva della vittima si riempie di larve dello stesso, ed entra in uno stato di furia con cui cerca di passare al prossimo ospite tramite il morso. Il ciclo riproduttivo si ripete ogni tre giorni dopo la fase embrionale, un ciclo troppo corto per poter provare una qualsiasi cura sull'ospite. La popolazione mondiale verrebbe decimata ...Letteralmente da un'orda di Zombi, persone che fino al momento prima dialogavano serenamente con te, l'attimo dopo ti salterebbero alla gola, o a qualsiasi altro lembo di carne dove poter mordere e passare le larve. Oltretutto il parassita nelle prime due settimane di incubazione secerne endorfine, creando uno stato di benessere ed euforia che cancella quasi del tutto l'insorgenza dei sintomi da infezione. La Spinochordodes maiorem, risulta resistente a tutti gli antiparassitari usati, agli antibiotici, solo massicce dosi di aglio nell'alimentazione ha ridotto l'incidenza di infezione delle larve di un solo venti percento. Il focolaio si sta diffondendo velocemente all'insaputa della popolazione. L'esercito non vuol creare il panico...prima del tempo. Sono disperato. Sono stato rinchiuso, mio malgrado, in una baita attrezzata nella foresta nera, mi sono risvegliato nella stessa dopo aver subito gli effetti della furia ma non so se ritenermi fortunato del fatto che le mie pene avrebbero potuto finire con un proiettile in testa, anche se mi hanno lasciato una pistola nel caso lo desiderassi. Tre giorni dopo mi sono risvegliato nel mezzo del bosco, soliti crampi da acido lattico in tutto il corpo, più un paio di costole incrinate e a fianco a me la carcassa di un cervo...Come diavolo ho fatto ad abbattere un cervo a mani nude? Il morso che gli ho inferto ha reciso un'arteria della zampa. Controllo la mia bocca e ho ancora tutti i denti, non ho morso un osso o altra parte troppo dura. L'orrore che più mi pervade è che alla consapevolezza dell'arrivo del periodo riproduttivo e conseguentemente, della furia, mi ero chiuso dentro. Come ho fatto ad aprire la porta? Il sesto giorno fortunatamente devo aver cacciato un coniglio, ho alcuni ciuffi di peli ancora tra i denti, non credo potrei sopravvivere allo scontro con un cinghiale. Ho avuto notizia dall'esercito che si sono già formate bande di infetti, ed è passata solo una settimana, la bastarda non attacca i suoi simili e gli infettati come ogni essere vivente non hanno intenzione di morire, neppure io del resto. L'esercito mi intima continuamente di portare avanti le ricerche, in questa baita in cui mi ha rinchiuso, del resto ne va anche della mia vita. Ora che l'infezione si sta diffondendo, anche del mondo intero. La Spinochordodes tellinii, una volta adulta e divorato in parte il proprio ospite, costringe lo stesso usandolo come una marionetta a cercare l'acqua dove si riproduce. La sorella maggiore invece infesta l'ospite e solo quando esso muore, se ne esce strappando parte degli organi interni per portarseli dietro come culla per le sue larve. È capace di percorre anche quindici chilometri per cercare un ruscello o una fonte d'acqua dove perpetrare un ultimo tentativo di infezione. Cerco di concentrarmi sui particolari per non fare caso alla sensazione che sento nelle viscere fino in gola, al sentire quella maledetta che si agita e sogghigna dentro di me, almeno continuasse ad emettere endorfine, invece ora sento tutto il dolore che essa può provocarmi per ogni tentativo di ucciderla. Oggi è Il settimo giorno, ne ho altri due prima della prossima furia. Le larve possono diffondersi tramite morso o ingestione, ormai ogni tipo di cibo può essere contaminato, dai vegetali entrati in contatto con acqua infetta alle feci, o la carne degli animali. Le uova riescono a resistere fino a temperature di centoquaranta gradi, prima di morire, e anche solo prendere in considerazione di cuocere per lunghi periodi il cibo a temperature superiori , il decadimento dei nutrienti porterà il resto della popolazione sana ad ammalarsi. Paradossalmente, col tempo, gli infetti diventano più forti e veloci dei sani, anche senza essere in stato di furia. Il parassita nello stato di uovo una volta entrato in circolo raggiunge i polmoni dove passa la prima fase della sua trasformazione, qui alimentandosi col flusso sanguigno si allunga raggiunge prima l'apparato digerente dove una sua parte, la più grande per inciso, si estende per tutta la sua lunghezza. L'apparato riproduttivo si allunga fino all'esofago dove poco prima della furia inizierà a depositare le uova nella bocca. La sensazione è disgustosa, la schiuma giallastra che poco prima si presenta, provoca un forte shock emotivo. Altre protuberanze raggiungono vari organi: reni ,fegato e cuore, mentre un ultimo tentacolo raggiunge il cervello, tramite il tronco encefalico. Tramite le surrenali durante la furia c'è una massiccia produzione di adrenalina, il resto non è ancora possibile spiegarlo, se non tramite un'autopsia in un soggetto morto a causa del decesso del proprio parassita. Ho passato due giorni per recuperare cavie e fare esperimenti, ho provato ogni sorta di mix di medicinali, erbe aromatiche, ma il parassita sembra indistruttibile, mi informano che ne sono stati rinvenuti alcuni con una sezione di due cm e lunghi alcuni metri. Prendo il mio ultimo esperimento, ho provato a infettare con la maiorem nuovamente un insetto, una mantide per la precisione trovata sul davanzale due giorni fa. Forse allo stato embrionale si comporta come la sorella minore ma ho provato a iniettare alcuni fosfati all'insetto, ho rischiato di uccider la mantide ma non il parassita. Forse ho ancora mezza dozzina di ore prima della prossima crisi, mi appresto ad uccidere la mantide per fare in modo che il parassita lasci l'ospite, effettuerò un'autopsia sulla Spinochordodes maiorem e un'analisi dei suoi tessuti dopo la crisi, se riuscirò a sopravvivere. Accendo la telecamera. Ma cosa... il parassita lascia l'ospite prima del decesso dello stesso, che abbia un comportamento simile? No, la spiegazione deve essere un'altra. Ragiona Caspar, hai fatto altri esperimenti del genere, il parassita non usciva dall'ospite mammifero solo perché immerso. Aspetta, forse è ipossia! L'apparto respiratorio degli insetti e fondamentalmente diverso dai vertebrati esso percorre tutta la superficie del corpo con stigmi e trachee, immergendo la mantide l'ho fatta soffocare. Con una cavia devo provare ad abbassare la saturazione di ossigeno. Devo trovarne un'altra, rivolto ogni gabbia, ogni teca, di questo laboratorio, metto tutto a soqquadro ma non trovo nulla. MERDA! Sono forse a un passo dalla soluzione e forse la prossima crisi mi ucciderà. Pensa Caspar, potresti uscire e trovare un topo ma se fossi poi preda della furia? In verità è rimasta una cavia; guardo la telecamera con terrore, infondo il mio destino è segnato. Il mio sguardo cade sulla pistola, mentre preparo un catino d'acqua, fra un poco accenderò la telecamera e so che qualsiasi sia la mia scelta, per un solo attimo sentirò le mie urla mischiarsi alle vostre. Vi scongiuro, fate che tutto questo non sia inutile. Inizio esperimento finale.
  21. La città delle streghe - Luca Buggio

    Immagine di copertina: Titolo: La Città delle Streghe Autore: Luca Buggio Casa editrice: La Corte Editore ISBN: 978-88-88516-02-1 Data di pubblicazione (o di uscita): 28 settembre 2017 Prezzo: 16,90 € Genere: thriller storico Pagine: 392 Quarta di copertina: Ottobre 1703: la politica spregiudicata di Vittorio Amedeo II porta il Ducato di Savoia in guerra contro la Francia. Laura Chevalier, cresciuta tra i campi di fiori vicino a Nizza, crede di essere al sicuro fuggendo a Torino, ma scopre che la capitale del Ducato non è una città come tutte le altre. Ci sono cose di cui non si può parlare se non sotto la protezione dei Santi, perché l'Uomo del Crocicchio è sempre a caccia di anime e potrebbe essere in ascolto. Misteriose presenze si aggirano per le vie quando scende la notte, e cadaveri mutilati vengono ritrovati la mattina seguente. Lo sa bene Gustìn , un tempo monello di strada che si è fatto le ossa fra imbrogli, furti e truffe fino a diventare una delle spie del Duca. Disilluso e intraprendente, è l'uomo giusto per fare i lavori sporchi, ma anche per mettersi a caccia di banditi, streghe e serial killer. Le loro vite si sfiorano mentre la città si prepara a sostenere l’assedio che deciderà i destini della guerra e del Ducato, tremando per i segni diabolici, affidandosi ai presagi celesti. Link all'acquisto: http://www.lacorteditore.it/prodotto/la-citta-delle-streghe-luca-buggio/ https://www.amazon.it/città-delle-streghe-Luca-Buggio/dp/8885516025 https://www.ibs.it/citta-delle-streghe-libro-luca-buggio/e/9788885516021 https://www.libreriauniversitaria.it/citta-streghe-buggio-luca-corte/libro/9788885516021 http://www.giuntialpunto.it/product/8885516025/libri-la-città-delle-streghe-luca-buggio https://www.unilibro.it/libro/buggio-luca/la-citta-delle-streghe/9788885516021
  22. Bakemono Lab

    Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
  23. Leggende Popolari

    LEGGENDE POPOLARI (Ci tengo a precisare che il racconto ha una forte ispirazione lovecraftiana.) Conosce la leggenda di Vurvan, viandante? No? Bene, allora vedrò di delucidarvi in merito ad essa. Nessuno conosce la sua vera identità, nessuno sa cosa egli cerchi dal mondo o da dove venga. In effetti, nessuno è certo della sua reale esistenza. Si raccontano storie, tante storie, che differiscono l’una dall’altra ogni angolo del mondo, da ogni regno, villaggio, cittadina e continente. Da ogni tempo, sin dall’avvento dei primi uomini si narra di Vurvan l’Errante, cavaliere misterioso e cupo che viaggia tra i mondi, tra il passato e il futuro, da città in città senza mai fermarsi. Chi dice di averlo visto viene deriso e beffato, poiché i fatti che accompagnano l’arrivo di Vurvan in qualche luogo hanno sempre dell’inspiegabile. Ma partiamo con ordine. Si dice che Vurvan, così chiamato dai popoli, sia un cavaliere completamente vestito di nero. Si dice indossi un cappuccio che nasconda il suo volto e mostri solamente le sue labbra ritorte in una smorfia divertita, contornate da una leggera barba. I testimoni dicono che indossi una pesante armatura di fattura sconosciuta, dalle sfumature nere e tetre come se fosse stata arsa assieme al suo possessore. Alcuni dicono che Vurvan confessò loro il materiale di cui era composto il suo equipaggiamento: numerose ossa fuse tra loro, ossa di pietra di grandi aberrazioni innominabili e sovrani malvagi, scaglie di draghi neri e viverne della cupidigia. Tutte quelle ossa erano state forgiate dal sangue e dal fuoco di demoni innominabili dimenticati dal tempo, del futuro e del passato e del presente. Per alcuni questa versione è troppo fantasiosa e dettata dalla paura verso il cavaliere, visto in notti di tempesta e senza luna da sembrare un’ombra nera di giustizia e supplizio eterno. Altri invece danno credito a queste dicerie, aggiungendo che assieme all’armatura nera dell’incappucciato Vurvan, egli porti con sé due reliquie di un mondo perduto e senza tempo, lontano e dimenticato dalla memoria di ogni uomo. La prima reliquia è una spada bastarda, enorme ed intarsiata di materiali a noi uomini sconosciuti. La lama è corrosa e rancida e si dice si chiami Reinheit, pulsante della materia viva delle prede abissali che il cavaliere Vurvan affronta con essa; è incisa di parole e simboli indecifrabili che narrano le gesta d’una antica e perduta razza d’uomini a cui Vurvan appartiene. L’altra reliquia è una leggenda a sé stante. Si racconta infatti che Vurvan l’Errante porti con sé la maledizione tra le maledizioni, la sciagura più grande di ogni tempo e sopra ogni immaginazione. Colei che viene chiamata Malva la Strega Nera. Malva è, secondo le leggende, una figlia del demonio caprino nero che visse anni orsono in un continente ormai inabissato. Si dice che ella era talmente potente quanto bella che venne imprigionata per il bene dell’umanità in una torre ai confini di tutti i mondi, tra la cenere e il buio dell’abisso, in mezzo al freddo ed al gelo, tra ghiacci e vulcani dove nessuno aveva mai messo piede. Sempre secondo la leggenda, la strega Malva accettò la sua condanna e per lunghi, interminabili anni si abbandonò a sé stessa. Ma proprio quando stette per cedere e suicidarsi, Vurvan l’Errante aprì la porta della sua cella, dopo aver scalato la torre ed affrontato cenere, buio, abisso, freddo e gelo, ghiacci e vulcani, guardiani innominabili, creature potenti e disgustose per eoni interi di esistenza. Vurvan liberò Malva e questa si legò a lui indissolubilmente. Da questo momento in poi, le leggende narrano che Vurvan e Malva portino scompiglio tra le genti di ogni dove, scatenando miasmi di morte e creature terribili alle corti di ogni sovrano. Alcuni però sono di tutt’altro avviso: Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera compaiono soltanto dopo che demoni e bestie innominabili attaccano il mondo. I due tetri individui giungono per salvare il popolo e ricacciare nell’abisso le bestie da esso venute. Si narra che nel regno di Urpan sotto le foci del fiume Jaev, nella città di Hassaria, Vurvan venne per ucciderne il sovrano, Banorm, che impazzì trasformandosi in un mostro nero dai lunghi tentacoli pelosi, zanne aguzze e occhi vitrei iniettati di sangue. Si canta a Lavaran il giorno in cui Vurvan e la maga Malva attaccarono e distrussero il cimitero della vicina città di Ruperne, dove i morti si erano risvegliati ed avevano preso il posto dei vivi. Ancora si dice sui monti Falla che Vurvan e Malva uccisero bambini innocenti per evocare un’enorme demone verde da un mondo che nessuno osa immaginare. A Portonuovo viene tramandata la diceria secondo quale, nelle notti buie quando le nuvole oscurano la luna, Vurvan l’Errante si levi a cavallo del suo nero destriero per uccidere donne e bambini e mangiare i loro cadaveri. Tutte dicerie discordanti che variano da continente a continente, da città in città, da luogo in luogo. Sta il fatto, gentile viandante, che Vurvan l’Errante forse l’ho visto anch’io. Era notte fonda e me ne stavo seduto nella mia piccola ed umile dimora. Appena due stanze grandi abbastanza per poter far vivere dignitosamente il sottoscritto, mia moglie e le mie due piccole figlie, Berta e Norta. Bene, dicevo, me ne stavo tranquillo davanti al fuoco, seduto sulla mia sedia a dondolo quando ad un tratto sentii provenire dall’esterno urla strazianti, così acute da farmi sanguinare le orecchie. Andai a controllare mia moglie e le mie figlie che erano spaventate e piangenti, e dissi loro di chiudersi in casa e non aprire per nessuna ragione, quindi mi allontanai da loro e uscii di casa, sigillando la porta con tutte le mandate del chiavistello. Avevo paura, tremavo e manco sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo accertarmi cosa stesse spaventando me e la mia famiglia. Feci qualche passo nella foresta che sin da bambino avevo sempre esplorato e che in quel momento mi parve nient’altro che una visione depravata e disturbante, cui non riconoscevo strade, alberi e anfratti. Un grande terrore mi assalì e provai a tornare indietro, ma non vidi altro che alberi neri ed inquietanti che si alzavano minacciosi contro di me. La mia casa sembrava sparita, così come i canti notturni dei rapaci. Non udivo niente, se non l’urlo straziante che sentivo correre verso di me ad una velocità che mi raggelò il sangue. Mi acquattai terrorizzato, sperando di confondermi con la terra e con le foglie ma così non fu. Dagli alberi saltò fuori questa orribile cosa che ancora oggi non so come descrivere, se non dire che ella era orribile e riluttante, simile ad un grande rospo peloso con zampe di gallina, pelle di serpente, muso di capra e corna di cervo. Urlò di nuovo e fui costretto a tenermi le orecchie, ormai zampillanti di sangue. E’ colpa di quella notte di vent’anni fa se il mio udito adesso è guasto e ci sento poco e niente. Comunque, stavo dicendo, la bestia urlò straziantemente con una voce femminile, ben lontana dalle sue sembianze mostruose. Cercò di uccidermi. Mi afferrò, mi strattonò e mi lanciò via in mezzo all’erba e quando fu sopra di me, temetti il peggio. Ero pronto a morire e piansi, piansi straziatamene come non avevo mai fatto prima. Lo confesso senza vergogna, me la feci tutta nei calzoni. Un vecchio come me non aveva mai visto un orrore simile e mai avrebbe desiderato vederlo, messere. Accadde che a quel punto quando la belva mi fu sopra pronta ad azzannarmi, ci fu un impatto così violento che credetti che un ariete od un fulmine avessero colpito in pieno l’obbrobrio vivente scagliandolo metri e metri lontano da me, nel buio della notte. Allora tirai un sospiro di sollievo, vedendomi scampato alla morte e cercai di sondare il buio coi miei occhi stanchi e confusi. Ora le dico che la mia vista adesso è compromessa, stancata da troppi anni di vita, ma quella notte oscura ci vedevo benissimo. Vuole sapere che cosa vidi, gentile viandante? Vidi un cavaliere dall’armatura nera come pece, vidi il suo cappuccio sventolare nel vento di quella pazza notte e coprirgli mezzo volto, lasciandogli scoperto solamente il mento barbuto. Impugnava una spada enorme che a tratti brillava, su cui erano incisi strani simboli e parole che non compresi. Con quella spada aveva infilzato l’orrenda creatura, proprio come noi comuni umani infilziamo il coltello nel burro caldo. Non riuscii a dire niente e mi paralizzai, non credendo ai miei occhi. Poi lui si girò verso di me, sorrise beffardamente e vidi i suoi denti bianchi. Non vidi i suoi occhi perché erano coperti dal cappuccio nero e consunto, ma udii le sue parole. Mi disse: «Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, chiudi la porta di casa e tappati le orecchie. Non guardare le finestre, non ascoltare nient’altro oltre al tuo respiro e soprattutto non aprire la porta a chi bussa, per niente al mondo.» la sua voce era calma e vigorosa, come quella di un giovane guerriero. Gli chiesi il perché, tremando come una foglia. Lui mi rispose: «Perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono e sul mondo giungono le bestie senza nome, le perversioni degli uomini, i peccati fatti carne e insozzano il mondo con la loro mondezza.» a questo punto lui rise amaramente, osservando il cielo. Le nuvole stavano abbandonando la luna e gli alberi mutavano intorno a me. Vorticavano macabramente, sembrando riprendere le loro posizioni originali. Ora riconoscevo i sentieri, i viottoli. Mi voltai e vidi casa mia, posta dove l’avevo edificata con fatica negli anni della giovinezza. Ancora egli rise al mio stupore e mi disse: «Ricorda, vecchio. Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo. Quindi non guardare le finestre, serrale se puoi. Tappati le orecchie e non aprire a chi bussa alla tua porta, perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera sono a caccia per sigillare l’Innominabile.» Mi sorrise ancora e poi svanì nel vento come se non fosse mai stato presente, assieme alla creatura che mi aveva attaccato. Poi mi girai verso casa e vidi la porta spalancarsi, ne uscì una donna bellissima e lugubre, che cantò alla luce della rinnovata luna e poi scomparve. Prima di dissuadersi nel buio come aveva fatto il cavaliere, ella mi disse: «Tua moglie e le tue figlie riposano beate e nulla ricorderanno di questa notte, al loro risveglio. Vai a dormire con loro e ricorda, quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo.»
  24. La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  25. commento a mara Davide percepì una strana sensazione, qualcosa di simile a mille agi che s'insinuano sotto pelle, arrivando alla consapevolezza che quello che lo circondava era acqua. Troppo tardi forse, perché il primo istinto fu di respirare e Davide dimenò le membra per cercare di resistere ai conati di tosse che cercavano di espellere il liquido dai polmoni. Cercava disperatamente una superficie di quel mondo, il battito del cuore era persino più doloroso di quello dei polmoni, il panico bruciava più intensamente il poco ossigeno rimasto e la poca lucidità mentale, poi una mano si poso sul suo capo come ultima benedizione prima della morte. Davide poté soltanto portarsi in posizione fetale per l’atroce dolore al torace, prima di scomparire nell’oscurità. Hamish raggiunse l’aria, una superficie aveva fatto da appoggio alla sua mano per pochi istanti, giusto il tempo e la spinta per portare la sua bocca fuori da quel mare di angoscia, a divorare il prezioso respiro che gli mancava. I suoi occhi furono lacerati dalla luce abbagliante del sole, ma la spasmodica ricerca di un punto di riferimento lo costrinse ad adattarsi velocemente. Le membra erano intorpidite dal gelo dell’acqua, ma almeno il sole abbagliante scaldava il suo volto. Tra le ombre che iniziavano a disegnarsi ai suoi occhi, percepì altri disgraziati come lui cercare di raggiungere la superficie del mare in cui erano immersi. Era aberrato dalla visione di gente disperata che per salvarsi utilizzava le altre persone come appoggio, alcuni di loro nel panico si affogarono a vicenda, ma sapeva di non poter criticare tale meschino comportamento, ne ammonire ne chiamare, nessuno lo avrebbe ascoltato, avrebbe forse solo potuto dare il buon esempio e inizio a nuotare. L’istinto lavorò in maniera bizzarra, all’orizzonte si stagliava la sagoma di una costa, forse un’isola, sormontata da un’imponente vulcano, ma non fu quello a guidare il suo sforzo, ma un faro, una sorta di luce, di strappo nel cielo sopra il vulcano stesso che pareva non esistere se non nel momento stesso che lo si osservava. Nuotò con tutte le sue forze e altri con lui, e seppur lontani dalla spiaggia forse solo due o trecento metri, essi furono il percorso più lungo e faticoso che si potesse immaginare. Nella nebbia mentale molti nuotarono con i vestiti zuppi di acqua divenendo dei propri e veri macini. Hamish lo capì che era quasi a metà percorso vedendo alcuni suoi compagni di sventura, si fermo un attimo da quella foga per togliersi la camicia che ne appesantiva i movimenti, ne arrotolò più che poté i lembi per poterla fissarla alla vita, qualcosa gli diceva che avrebbe potuto servigli in futuro. Hamish notò altri togliersi anche le scarpe, lui però le aveva già perse. Affondò le unghie nella sabbia finissima e dorata come se affondasse i denti nel cibo dopo una settimana di digiuno, era felice di esser vivo, era al sicuro ora, e senti una profonda e immorale gioia alla consapevolezza, di non essere ridotto come la prima persona su cui il proprio sguardo cadde. Le urla di quel disgraziato lo percuotevano come un tamburo, esso si trascinava sulla sabbia lasciando una lunga scia di sangue che partiva da un moncherino della gamba destra staccata di netto forse da uno squalo. Il pallore del suo volto presagiva la sua morte imminente per dissanguamento, presto le sue urla si sarebbero affievolite. Hamish improvvisamente si sentì mancare, troppa roba in troppo poco tempo, eppure l’adrenalina lo sorreggeva, anche perché era l’unica cosa cui poteva attaccarsi. Nessun ricordo gli rammentava cosa potesse essere successo e guardò il cielo cercando tracce di fumo di un aereo precipitato e cercò sull’orizzonte del mare tra quelle persone che arrancavano verso la salvezza le tracce di un relitto che potesse rammentargli perché fosse lì. «Hei you! Wats your name?» D’istinto Hamish, parlò un fluente inglese, ricordò di saper parlare anche italiano «come ti chiami?» Ma la persona cui si era rivolto sembrava non capire, la donna si stringeva tra le ginocchia guardandolo con gli occhi bassi, come un cane percosso dal padrone «parla tedesco, non capisce un h di quel che dici.» Hamish voltandosi, vide nella stessa posizione un omuncolo pelle e ossa, tremante e giustamente spaventato, di origine semitica almeno a giudicare dalla carnagione e ripeté la domanda al suo nuovo interlocutore, lui rimase per un attimo confuso poi rispose: «Osud … credo.» «Ricordi come diavolo siamo finiti in tale situazione? Ricordi da dove veniamo?» Osud fu percorso da un fremito e rispose con rabbia «Cosa cazzo vuoi che ne sappia, voglio tornare a casa ma non so nemmeno dove sia.» preso dal terrore si portò la testa tra le ginocchia. «Non riesco a ricordare che questo maledetto giorno!» Un rumore attutito e profondo iniziò a farsi strada mentre Hamish notò una figura gesticolare tra il sottobosco poco lontano. «Quell’uomo non sembra un naufrago, sembra volere che lo seguiamo.» Osud si voltò, verso la figura e arrancando andò verso la donna per spronarla con qualche parola in tedesco. «Sei sicuro di voler andare con lui?» «Non ho altre idee e quei motori che si stanno avvicinando mi ispirano molta meno fiducia di una singola persona.» Hamish ora si rendeva conto che quello strano rumore era quello di jeep che si facevano strada nella foresta e incitando in italiano e inglese più persone che poteva si diresse verso quello strano figuro. «state giù!» Se Osud risultava pelle e ossa quello strano maschio era ridotto ad una larva, eppure con una forza e decisione marmoree ripeté la frase in più lingue. «Andiamo! dobbiamo allontanarci da qui!» «Aspetta non sappiamo chi sei, ne cosa vuoi da noi e non possiamo abbandonare tutta quella gente!» «Per loro e tardi, ma se starai nascosto qui potrebbero non notarci!» la mano di quello sconosciuto abbasso con forza la testa di Hamish e le oltre venti persone che li avevano raggiunti fecero lo stesso acquattandosi il più possibile. Quattro jeep di stampo militare da seconda guerra, alzarono la sabbia giungendo sulla riva. Gli uomini che ne scesero, vestiti con un abbigliamento vittoriano, sembrarono compiere una cernita dei rimanenti. Quelli che a loro giudizio sembravano sfiniti, furono abbattuti a colpi di machete, alcuni che osavano alzarsi venivano freddati da un colpo di pistola, tutti gli altri caricati sulle jeep in catene. «Andiamocene ora, prima che si accorgano anche di noi, sempre se non volete fare la stessa fine!»
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