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  1. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  2. albertus

    La fata delle anime

    Titolo: La fata delle anime Autore: Alberto Campora Autopubblicato: YouCanPrint ISBN cartaceo: 9788831642569 ISBN digitale: 9788831645188 Data di pubblicazione (o di uscita): Ottobre 2019 Prezzo: 15 € cartaceo, 4,49 digitale Genere: Splatter punk metropolitano Pagine: 268 Quarta di copertina o estratto del libro: In una Torino sonnolenta e soltanto apparentemente tranquilla, la professoressa Molinari, una cinquantenne in crisi, dopo una vita casta e morigerata, decide di concedersi una serata di follie, durante la quale scoprirà che Lilith Blue, la più pericolosa criminale del capoluogo sabaudo non è soltanto una leggenda metropolitana ma è una ragazza in carne ed ossa. Una sadica pazza che uccide le sue vittime seguendo il terribile rituale della fata delle anime, che prevede l’accecamento dell’anima della vittima in modo che, da morta, non possa trovare i cancelli del Paradiso. La comparsa della feroce e sanguinaria setta dei Sumeri Redenti, la cui Somma Rabbina celebra i suoi olocausti seguendo il terribile rituale della fata delle anime, scatenerà la furia omicida di Lilith Blue. Lo scontro tra la sublime ed infallibile Hanka Dovarga, gioia e speranza delle donne pure e caste, e Lilith Blue, accusata di essere la figlia di Satana ed una prostituta babilonese, è inevitabile. Uno scontro epico sconvolgerà Torino e le campagne piemontesi. Quale terribile segreto lega Lilith Blue e la Somma Rabbina alla terribile fata delle anime? Quali terribili segreti si nascondono nel passato della figlia di Satana ed una prostituta babilonese? Link all'acquisto: https://www.amazon.it/fata-delle-anime-Alberto-Campora/dp/8831642561/ref=tmm_other_meta_binding_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1573126701&sr=8-1 https://www.ibs.it/fata-delle-anime-libro-alberto-campora/e/9788831642569 https://www.youcanprint.it/fiction-generale/la-fata-delle-anime-9788831642569.html
  3. albertopanicucci

    XXVI Trofeo RiLL - il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2020 le iscrizioni per il XXVI Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, organizzato dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, col supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, attiva dal 1992, il Trofeo RiLL è un premio per racconti di genere fantastico. Possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, racconti di ogni tipo, purché siano (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. I racconti partecipanti sono oltre 250 a edizione (nel 2019: 345 racconti), scritti da autori residenti in Italia e non (nel 2019 oltre che dall'Italia sono arrivati racconti da: Australia, Brasile, USA, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Svizzera, Ungheria). La partecipazione al concorso è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Ogni autore può partecipare con una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Tutti gli autori/ autrici partecipanti devono però iscriversi all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (costo: 10 euro a racconto). Inoltre, dal 2015, non possono più partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro). I migliori racconti del XXVI Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun contributo/ costo per i rispettivi autori) nell’antologia 2020 della collana Mondi Incantati – Racconti fantastici dal Trofeo RiLL e dintorni, che sarà presentata in occasione del festival internazionale Lucca Comics & Games 2020. Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: – in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; – in Spagna, su Visiones, l’antologia annuale dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); – in Sudafrica, su PROBE, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa. L’autore del racconto primo classificato riceverà 250 euro da RiLL. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. I racconti partecipanti saranno valutati in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome degli autori), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati”. Fra i giurati dell’edizione 2019 del Trofeo RiLL: gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; gli accademici Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma) e Arielle Saiber (Bowdoin College, Maine – USA); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Tutti i partecipanti al XXVI Trofeo RiLL riceveranno copia omaggio dell’antologia “LEUCOSYA e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Quality Games, 2019, collana “Mondi Incantati”), che prende il nome dal racconto vincitore del XXV Trofeo RiLL, scritto dalla romana Laura Silvestri. Il libro propone dodici storie: i migliori racconti del XXV Trofeo RiLL e di SFIDA (altro premio organizzato da RiLL nel 2019) e i racconti vincitori di quattro concorsi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Inghilterra, Irlanda, Australia e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della serie “Mondi Incantati” sono disponibili per l’acquisto su Amazon e Delos Store, oltre che (a prezzo speciale) su RiLL.it La cerimonia di premiazione del XXVI Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2020, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni si rimanda al sito e all’e-mail di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  4. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  5. Nero Infinito

    "Corvo Bianco"

    Quanti possono affermare di aver visto un corvo bianco? Chi ha avuto la fortuna di vederlo, può affermare di non aver creduto fermamente che fosse solo un corvo albino? La verità è che i corvi bianchi esistono e nascono insieme agli altri pennuti nella stessa covata. Un corvo bianco ha la vita difficile da subito: nel 90% dei casi, i fratellini e la stessa madre, non lo riconoscono come uno di loro e famelici, si avventano sul minuscolo corpicino implume, dilaniandolo e facendo di esso il loro primo pasto. Questo meraviglioso volatile bianco e dagli occhi azzurri, ha un unica soluzione per salvarsi: buttarsi giù dal nido e sperare di sopravvivere all’impatto con il terreno in quanto ancora sprovvisto di ali ben sviluppate: un salto nel vuoto, nella paura dell’ignoto. Questa è la storia di Maddalena, una ragazza dalla pelle di porcellana e gli occhi color azzurro cielo d’Irlanda, capelli color carota e lievemente mossi, un sorriso di convenienza che sapeva di malinconia e di chi dentro si sente morire poco a poco. Maddalena non era una diciassettenne come tutte le altre: vestiva con abiti in stile inizio secolo, come una vecchia bambola in mezzo a dei coetanei robot. Andava a scuola con lo sguardo di chi percorre il corridoio che porta alla sedia elettrica, il famoso “miglio verde”, tante erano le prese in giro e partivano dagli abiti, fino a farle credere fosse una colpa non possedere un cellulare o per usare ancora la cartella di pelle per avvolgere i libri portati sotto braccio. Non era vero e proprio bullismo, piuttosto le definirei vessazioni psicologiche: veniva ignorata, guardata a malapena e con sorrisi taglienti come lame e continuamente schernita. Dio solo sa quanto una parola o un atteggiamento ostile possa ferire più di mille aghi infilati sotto le unghie e solo anche lui, come noi, sa quanto siano fragili le bambole di porcellana. Gli occhi di Maddalena andavano spegnendosi sotto i colpi incessanti di una vita misera, fatta di solitudine, di un padre mai conosciuto e di una madre che cercava chissà quali risposte o verità in fondo a una bottiglia. Maddalena nacque in un giorno di sole pallido e sotto gli occhi di una madre arrabbiata con se stessa e con l’uomo che dopo averla resa gravida fuggì il più lontano possibile, facendo perdere le sue tracce in modo meticoloso e vile. La madre Giuliana, guidata dall’amarezza e rivedendosi nella neonata, la chiamò Maddalena: la stessa donna che compare nelle sacre scritture e descritta come una donna sola e di facili costumi, discriminata dalla massa e lapidata. Questo fu il primo gesto di odio nei confronti della creatura che tanto assomigliava a quel verme del padre. I nonni di Maddalena erano due campagnoli dall’animo puritano e per tutta la durata della sua breve vita, fu la nonna materna a cucirle vestitini, cuffiette, bavaglini e abiti. I giochi di Maddalena erano racchiusi in un baule verde e dalle rifiniture tinte d’oro. Un cavallino, una corda per saltare, qualche burattino d’epoca, una pallina legata a un cono e dei libri come “Piccole Donne” o “Il Barone Rampante”. La predisposizione naturale per la lettura della ragazzina, andò rafforzandosi a tal punto che, un Natale ricevette, da un’amica della madre, un videogioco piuttosto all’avanguardia che però, appena tornata dalle vacanze natalizie, barattò per una copia completa de “La Divina Commedia”. A sette anni, insieme alla madre, si spostarono dalla villetta campagnola dei nonni, in un bi-locale in città poiché la madre aveva trovato lavoro in un’impresa di pulizie e anche per le comodità riguardanti la vicinanza ai servizi pubblici, la scuola, l’ospedale e qualche negozio. Per tutta la durata delle elementari, le ricreazioni di Maddalena consistettero in un solitario dondolarsi nella stessa altalena per tutti e cinque gli anni, lontana da tutti quelli che non la capivano o che forse era lei a non capire. La mamma si accorse del cuore grigio e solitario della figlia e si decise a regalarle un gattino dal pelo fulvo come i suoi capelli e con dei “guantini” di pelo bianco in corrispondenza delle zampine anteriori. Il regalo fece breccia nella solitudine della bimba e la sera in cui il micio entrò a far parte di quel piccolo nucleo familiare, Maddalena, Giuliana e il pelosetto, dormirono nel lettone abbracciati in un calore mai provato fino a quel momento da nessuno dei tre, rendendola così la giornata migliore di tutta la vita della ragazza e forse anche quella della madre. Maddalena era la migliore alunna della scuola e il tempo libero lo dedicava a leggere e al suo migliore amico: quello che ormai era diventato un micione morbido ed estremamente dolce e che la bimba aveva chiamato “Zampanò” perché quando si puliva il musetto, sembrava negare con la zampa. Furono però gli anni delle medie ad aprire un incredibile forbice tra Maddalena e i suoi coetanei: i cellulari, i primi amori, le mode e i vestiti che avanzavano sui corpi delle ragazze e le prime sigarette. Anche la discriminazione nei confronti dell’adolescente si fece feroce e astiosa: cicche tirate nei capelli, scherzi cattivi e umilianti che corrodevano l’animo della ragazza stessa che negli anni passati leggeva al suo gatto, saltava la corda e passava le giornate a casa dei nonni, in campagna. Dopo il trasferimento in città, la madre dovette darsi da fare tra pulizie e baby sitting. Stanca, umiliata dal suo lavoro e senza una figura maschile a darle conforto e supporto affettivo o a contribuire economicamente in casa. La madre si fidanzò quindi con la bottiglia proprio negli anni in cui la figlia stava subendo i maggiori soprusi e che ormai era in grado di capire quando la madre fosse completamente ubriaca dal fatto che diventasse irascibile e se la prendesse per un nonnulla con lei e con “Zampanò”. Il giro di boa dei 17 anni fu decisivo e anche l’ultimo di vita per Maddalena: il penultimo anno di superiori fu il calvario che martirizzò la gracile ragazza: vergine, vestita come una donna dei primi del ‘900 che leggeva piuttosto che uscire e ascoltare musica classica anziché musica elettronica e ripetitiva. Le differenze divennero incolmabili e la ragazza si sentiva un extraterrestre in qualsiasi posto andasse o in qualsiasi cosa facesse. Tornando tutti i giorni a casa da scuola i manichini delle vetrine in cui Maddalena si imbatteva si trasformavano in pallide facce minacciose e le persone sembravano maschere senza occhi. La società la stava pugnalando al costato e lei sentiva di non riuscire più a sopportare la tensione casalinga ed esterna. Maddalena si sentiva bloccata in tutto: a scuola, nessuna serenità, un futuro impossibile da immaginare, comprensione, nessuna da parte di un essere umano: solo il suo gatto. Un giorno di metà marzo, la madre rincasò con due uomini e si chiuse in camera sua, facendo rumori che fecero sanguinare le orecchie della figlia che aveva appena scoperto che la madre era anche una prostituta oltreché un’ alcolizzata. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso nel cervello di Maddalena che completamente dissociata da quella realtà che non le era mai veramente appartenuta. Prese allora una decisione: aspettò che i due uomini male in arnese se ne andassero e che la madre scendesse per baciare anche il collo della bottiglia di gin nel quale cercava tante risposte e rassicurazioni. Una volta raggiunta la madre, la ragazza dai capelli rossi come l’amore o il sangue, prese la bottiglia dalle grinfie della madre, la svuotò nel lavandino, la ruppe e brandendo il collo appuntito della bottiglia, sgozzò la madre infierendo sul cadavere, sputando fuori tutta la merda che le persone e la società le avevano fatto ingoiare. Presto, la pozza di sangue coprì il pavimento della cucina. A quel punto, Maddalena salì di corsa le scale e, preso un pennello, scese a intingerlo nella palude cremisi ormai allargatasi fino al bagno e scrisse sulla moquette bianca della sala: “sono nata morta nell’utero di mia madre, cresciuta nel nulla delle persone e morta per mano mia”. A quel punto prese lo stesso collo di bottiglia che aveva posto fine alla squallida e sfortunata vita della madre e, davanti allo specchio si sfigurò tagliandosi gli angoli della bocca fino agli zigomi per immortalare sul suo volto quel sorriso che qualcuno avrebbe dovuto regalarle. Prese Zampanò, lo mise nella sua gabbietta e sanguinando copiosamente, si diresse verso la casa di campagna dei nonni. Una volta arrivata alla soglia, alle due di notte e sempre più debole per via dell’emorragia, baciò il felino per l’ultima volta e lasciò la gabbietta sotto al portico dei nonni. Ormai esanime, Maddalena si incamminò in una stradina isolata di campagna e coperta nel suo vestito bianco di pizzo, simile a quello delle bambole che sembravano essere perfette e senza pensieri ma che si rompono con estrema fragilità. Pochi minuti dopo, si spense in un fosso con le labbra lacerate e gli occhi aperti dove però era ancora possibile scorgervi malinconia e vuoto. Occhi tristi come quelli di chi sa che in diciassette anni non è stata che un’ombra. Dopo un paio di giorni, il suo corpo divenne cibo animali, particolarmente numerosi in quella zona agricola. Questa è la breve storia di Maddalena: divorata da neri corvi con le mani al posto delle ali, spinta nei loro becchi da una vita che di cose rare e preziose non sa che farsene.
  6. Nero Infinito

    "Mademoiselle Juliette"

    Quello che state per leggere, è tutto vero. Non c’è finzione nella malattia, non c’è spazio per il dubbio nel dolore altrui. Anche quando può sembrare irrazionale, il dolore è incontestabile. Questa è la tragica storia di una fragile donna e della sua discesa all’inferno dai risultati infausti. “È così importante sapere dove una storia comincia o finisce? Saperne l’origine cambierebbe il finale? Non credo ma che questa storia sia avvenuta nella seconda metà degli anni ’90 in una cittadina operaia di poco più 60 mila anime nel sud della Francia è un’informazione che aiuta a inquadrarne il contesto socio-culturale e a dare credito e realismo a questa discesa all’inferno.” La pioggia batteva forte da giorni sui tetti della città ma Juliette aveva finito le sigarette e il the e armata con ombrello e stivali, si era imposta di uscire lo stesso e già che c’era, aveva comprato anche una rivista di moda, altra grande passione oltre alla pittura, probabilmente trasmessale dalla madre Margerine: una sarta esperta, morta appena tre anni prima. Tornata a casa, la giovane donna di 28 anni si mise accucciata sul puff posizionato di fronte alla finestra del salotto, a sorseggiare un the e a sfogliare la sua rivista. La morte della madre non era mai stata realmente metabolizzata dalla figlia e aveva segnato uno doloroso spartiacque nella vita della giovane che all’epoca studiava all’accademia delle belle arti ma aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare un’artista per andare a lavorare in un vecchio negozio di antiquariato per poter tirare avanti unendo la sua misera busta paga alla pensione minima della madre così dolce e pacata e presenza fondamentale nella vita della figlia nonostante fosse sopraffatta dai lavori di sartoria e dagli orari impietosi per poter sopperire al ridicolo sostentamento corrisposto mensilmente dal padre Vincent, uomo violento e dispotico, insensibile e dalle mille vite parallele. Morto un anno prima della mamma di Juliette, non aveva lasciato che debiti come eredità. La mamma di Juliette era una bellissima donna, giovanile e sempre vestita con gusto, dai modi garbati e forse troppo ingenua. Era una sognatrice e spesso le sfuggiva il quadro completo della situazione, cercando di vedere del buono in tutto e tutti salvo poi finire spesso scottata da false speranze o da amicizie deludenti e il matrimonio ne era la prova più straziante. Anche Juliette era una bellissima ragazzina: alta, snella dai capelli lisci e nero corvino, dalla carnagione chiarissima e un pò emaciata. Aveva preso gli occhi del padre che erano di un verde scuro con rade tonalità di castano. Graziosa nei movimenti e inconscia della sua fresca bellezza, era sempre stata umile e si prestava anche a giochi da “maschiaccio”. In ogni caso, l’infanzia della giovane non era sempre stata rose e fiori, nata nel 1969, Juliette era cresciuta in una famiglia del ceto medio, senza preoccuparsi di mancanze materiali ma nemmeno vivendo nel lusso. Il padre Vincent era un commerciale in un frangente nel quale l’industria terziaria era in ripresa e lavorava molte ore ma pur sempre a pochi chilometri da casa. La paga era buona e in breve tempo divenne più cospicua, tanto che obbligò la moglie a lasciare il lavoro per dedicarsi totalmente alla dolce mansione di madre, svolta per altro alla perfezione. Vivevano in un appartamento non troppo grande di proprietà della mamma di Juliette, la quale era affetta da cecità a causa di una malattia sopraggiunta intorno al compimento dei settanta anni. Juliette crebbe quindi contornata dall’affetto delle due donne, coccolata e istruita fin da piccola alla cultura, al bello e al giusto. Il padre, un uomo alto e sovrappeso, sempre vestito in modo elegante e costoso e con un marcato accento del nord e sempre profumato all’eccesso, a differenza era spesso assente per lavoro e anche quando si trovava a casa, trascorreva la maggior parte del tempo a bere e a dormire davanti alla televisione nella camera da letto. Il grande problema era l’alcolismo e il distacco completo da parte della figlia che ogni tanto cercava di accattivarsi con regali costosi e saltuari. Ben presto si scoprì che l’uomo intratteneva relazioni extra coniugali e faceva uso di una droga che dal sud America era stata introdotta come farmaco anti convulsivante, rilassante e stordente in caso di abuso, la cocaina usata anche in psichiatria già da un paio di decenni. Tra le mura casalinghe riecheggiavano urla e pianti a causa del padre che tramite vessazioni psicologiche nei confronti della mamma e della nonna di Juliette rendevano quella casa un posto per niente sereno e veramente ostico per una adolescente così sensibile. Margerine chiese e ottenne la separazione da quell’uomo, due giorni dopo il Natale del 1988, poco dopo il compimento dei 19 anni della figlia. Cambiò le serrature di casa ma anche da fuori, tramite telefonate al domicilio o pedinamenti, l’uomo continuò per un paio di anni a essere una spina nel fianco per le tre donne. Quando cresci con imposizioni, disaccordi, urla e sei abbastanza sensibile da carpirne le sottili rasoiate che esse rappresentano, è come se la tua pelle si assottigliasse e diventasse sensibile anche a una folata di lieve brezza estiva. Una pianta ha bisogno di cure e sole per crescere fruttifera e sana ma questi lussi parte dell’adolescenza di Juliette la quale spesso si feriva con piccole lamette lasciate nell’armadietto del bagno dal padre e ancora li a distanza di tempo. A volte lo faceva per sentire qualcosa, sentirsi viva, altre per il gusto di vedere il sangue caldo uscire dalla sua carne che usava come le tempere usate durante le ore di pittura per scrivere parole di odio sullo specchio, salvo poi cancellarle in fretta per non addolorare la madre, stando attenta a non scoprire mai la schiena, piena di cicatrici mai suturate. La conformazione fisica di Juliette era cambiata di poco: sempre magrissima, con gli occhi grandi dai quali però traspariva una certa malinconia e ampie occhiaie e dai lunghi capelli neri portati sciolti. Appariva spesso emaciata e dalla pelle tirata e di porcellana tendente al grigio nei momenti di autoimposto digiuno. I vent’anni rappresentarono un grande cambiamento nella giovane che ormai lontana dal padre padrone, vicina alla madre e alla nonna era riuscita a iscriversi all’accademia di belle arti della città poco distante. Durante la settimana prendeva il treno per poter tornare nel fine settimana a casa ma dopo un paio di anni di umili lavoretti estivi, riuscì a comprarsi una piccola macchina per essere più autonoma e presente per le necessità della sua famiglia. La sua vera famiglia erano infatti le due donne con le quali aveva sempre vissuto. I parenti paterni erano stati poco presenti nella sua infanzia e non l’avevano mai amata, tutti gli atteggiamenti erano di circostanza e convenienza. Di origini campagnole, lo zio di Juliette, un uomo calvo magro e dagli occhi di ghiaccio, era riuscito a laurearsi in biologia ma come si suole dire, “puoi togliere il contadino dalla campagna ma non puoi togliere la campagna dal contadino” e quindi una certa grettezza si palesava in mancati biglietti di auguri di compleanno o buone feste, regalini saltuari o inviti spontanei durante le ricorrenze. Il fratello del padre aveva due figli con i quali la ragazza non aveva mai legato e forse, anche se a posteriori ciò avrebbe potuto influire sulla sua stabilità mentale, neanche le importava averne. La nonna paterna, vedova del marito, era una donna di facili costumi, dal fare sboccato e la totale noncuranza nel vestiario mentre la zia, una donnetta insignificante sempre in vesti dimesse e capelli ondulati portati quasi sempre a coda di cavallo, faceva poco più che da ombra che altro. Dalla parte materna i rapporti non erano deteriorati ma semplicemente decisero di trasferirsi tutti, nonno e nonna esclusi, nella capitale e quindi era difficilissimo riuscire a mantenere i contatti. Tuttavia il bel ricordo del nonno materno e del fratello della nonna, facevano bene al cuore di Juliette alla quale venne risparmiato lo scabroso dettaglio che il prozio si era tolto la vita tramite asfissia per onorare un insano patto strappatogli dalla moglie ovvero che una volta che lei se ne fosse andata, lui l’avrebbe dovuta seguire. Anche uno dei due nipoti della nonna, primo cugino di Juliette era mentalmente disturbato e soggetto a crisi di pianto improvvise, deliri e attacchi di ansia. A ben vedere, nella famiglia, scorreva un pò di sangue “infetto”. Ma quel pomeriggio piovoso quei ricordi non sfioravano Juliette che sorseggiando quel the, sfogliava la sua rivista e fumava una sigaretta: fumava tanto e beveva the bollente e ogni tiro e sorso le trasformavano la lingua in una fornace ma forse era parte del suo punirsi o dare poca importanza alla sua vita. In compenso le capitava spesso di pensare che quella casa fosse troppo grande per lei sola che a 28 anni aveva avuto solo amori sbagliati e quello vero era finito con una scottatura infernale e senza un’apparente ragione. Il sangue e le lacrime versate per quell’amore spentosi tre anni prima avrebbero potuto riempire l’argine del fiume che collegava le due parti della cittadina. Cercò di compensare con un amore intrapreso con un uomo di sei anni più adulto ma che finì con lo sfruttarla sia sentimentalmente che economicamente. Ferita per l’ennesima volta, Juliette ebbe il coraggio di rialzarsi dopo due anni e un tentato suicidio con la consapevolezza che ciò che le aveva fatto bene era andato per sempre e quello che la faceva stare male pure: almeno sapeva cosa non voleva, la parte difficile era ora trovare quella che facesse al caso suo e le facesse trovare stabilità e conforto. Finito il the, in abito da camera e calzettoni grigi fatti a maglia, appoggiò la puntina del giradischi su una traccia di un gruppo britannico di nome “Joy Division", chiamata “She’s lost control” che le ricordava quante volte lei stessa avesse giocato con l’oscurità senza il minimo controllo della situazione. Dopo qualche passo improvvisato, si accasciò sul legno del parquet e rimase immobile per qualche minuto. Si spostò poi in camera da letto che era la penultima stanza a destra del lungo corridoio della sua abitazione, la stessa nella quale dormiva da 28 anni e che nel tempo aveva arredato in base alle sue esigenze: di bambina prima, di adulta poi. La carta da parati presentava fiori rosa antico con boccioli di rosa e rovi, il tutto su campo bianco avorio. Sulla sinistra si trovava un armadio a tre ante, da lei lavorato in uno stile che voleva emulare una curata consunzione ma con strati di smalto a donargli il tocco di modernità necessario, nell’anta centrale vi era posto uno specchio, lo stesso usato negli anni da Juliette per contarsi le ossa e le cicatrici. Il peso era sempre stato un problema avendo sofferto per anni di anoressia nervosa data la pesantezza portata in casa dal padre. Non mangiava molto nemmeno ora perché lo considerava quasi uno spreco di tempo. La scrivania era ampia, di legno laccato e con scanalature atte a sorreggere matite, pennelli, penne e un porta oggetti a forma di cuore donatole dalla nonna che usava come svuota tasche o dove riponeva la cancelleria. Nell’angolo destro c’era un treppiedi con tante tele sopra, un porta tempere e pennelli vari e subito accanto un cestino colmo di fogli accartocciati e strappati in quanto non riusciva mai a essere soddisfatta dei suoi lavori che attraverso i tratti forti e decisi sembravano voler tirar fuori l’abisso di tristezza che sentiva dentro. Nei pressi del letto, aveva sistemato un comodino dello stesso stile dell’armadio dove si trovava una piccola macchina da cucire, un portagioie e un’applique a forma di rosa con un cappello rosato a dare calore alla lampadina interna. Il letto era attaccato al muro, con un’impalcatura in ferro battuto e lenzuola sempre fresche. Dormiva sempre accanto al muro, Juliette, perché sentiva un senso di protezione derivare da esso: il muro non si muoveva, non urlava ed era sempre li, dove lei avrebbe potuto trovarlo. Al centro della stanza era infine posto a terra un grande tappeto circolare di colore rosa con tanti piccoli con tanti piccoli ricami alle estremità. Di di fianco alla scrivania era situata una finestra che spesso non riceveva luce e calore esterni a sufficienza, costringendola a usare la lampada del comodino o la luce centrale che era appesa al centro del soffitto e che partiva da un rosone di gesso robusto e si completava nella forma di candeliere a coppetta. Mancavano 45 minuti all’apertura del negozio di antiquariato dove lavorava e dopo una breve doccia, si mise addosso quello che le capitava, senza prestarvi la solita cura. Una volta partita in macchina, arrivò con i soliti dieci minuti di anticipo sui quali si poteva sempre contare: aveva una serie di riti da compiere prima di aprire al pubblico: sistemava le tazze alla stessa distanza l’una dall’altra, posizionava gli oggetti in serie di tre e doveva entrare e uscire dalla soglia per tre volte. Aveva una piccola forma di disturbo ossessivo compulsivo ma nulla di ingestibile. Il negozio era di proprietà di un italiano, fuggito in Francia a seguito della seconda guerra mondiale. Di corporatura robusta e dall’altezza scarsa, Mario portava lunghi baffi, camicie a quadretti di flanella e immancabili bretelle. Voleva molto bene a Juliette, non sapeva molto del suo passato e non faceva tante domande anche se era un uomo molto sensibile e attento e una volta percepito questo, Juliette spesso gli raccontava qualche ricordo o semplicemente la sua giornata. Mai stato sposato ma quarto di sei fratelli, Mario sapeva come relazionarsi agli altri e non giudicava mai. Il suo comportamento leale e pulito gli erano valsi la stima e la fiducia della giovane collega. Il negozio, situato su due piani accessibili tramite vecchie scale a chiocciola in legno grezzo, aveva ampi soffitti in legno e travi a vista con rifiniture di ferro borchiato. Anche se non vendeva molto, il padrone era legato personalmente a molti dei pezzi in esposizione. Essendo di proprietà e con la sola Juliette da pagare, riusciva a tenere in piedi l’attività e a pagare al meglio delle sue possibilità la ragazza. Il suo lavoro le piaceva anche perché la maggior parte dei clienti erano persone erudite e con inclinazioni artistiche che saltuariamente si intrattenevano in conversazioni con la giovane commessa. Tornando a casa all’ora di cena, Juliette si fermò in un piccolo negozio di alimentari dove comprò dell’insalata, una baguette e due litri di spremuta d’arancia. Salite le scale, aprì la porta del suo appartamento che mai le apparse così ampio e vuoto e scoppiò in un pianto incontrollato prendendo a pugni il muro fino a ferirsi le nocche arrivando al sangue. Tornata in se, cenò e si mise davanti alla televisione che trasmetteva un vecchio film horror in bianco e nero con tante scene cruente che entrarono nella testa della ragazza quasi fossero una spirale vorticosa che le penetrava il cervello. Cadde così in un sonno profondo prima ancora che le 23:00 fossero scoccate. Era sabato e sapeva di poter dormire oltre al solito orario dato che il giorno dopo il negozio sarebbe stato chiuso per il riposo domenicale. Juliette si svegliò nel suo caldo letto vestita del suo pigiama preferito, attraversò il corridoio e andò in cucina per prepararsi un cappuccino e mangiare due biscotti secchi. Ingoiato il primo boccone, sentì una stretta allo stomaco e lancinanti dolori addominali e accasciandosi alla credenza in legno antico, cercò una sigaretta per rifuggire quel gusto schifoso di reflusso gastrico che le aveva raggiunto l’esofago. Riuscì a finire il cappuccino e poi corse allo specchio per guardarsi le amate ossa e concentrandosi sullo stomaco quasi come per controllare cosa ci fosse di sbagliato in esso. Dopo una rapida controllata, si rimise a letto e continuò a pensare allo strano avvenimento accaduto poco tempo prima si alzò e girovagò senza meta per la casa salvo poi rimettersi a letto dormendo fino al tardo pomeriggio di quella domenica di ottobre e quando si rialzò sentì uno strano scricchiolio delle ossa a cui però non diede peso in virtù del tempo umido e a una possibile posizione sbagliata tenuta durante il sonno. Per cena, stappò una bottiglia di vino rosso e mangiò una zuppa di legumi seduta alla sua tavola rotonda coperta da una tovaglia in pizzo, conservata dal corredo della nonna, salvo poi mettersi davanti alla televisione lasciandola accesa per simulare una compagnia che da tanto le mancava mentre leggeva la rivista comprata il giorno prima. Il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi presto e andò a letto dopo aver letto poche pagine e guardato una decina di immagini. Al risveglio, bevette una sorsata di the e portò un panino in un sacchetto per la pausa pranzo. Aperto il negozio ed eseguiti i soliti riti, si mise dietro al bancone col suo quaderno da disegno che impiegava per disegnare ciò che le passava per la testa o fare un ritratto di un cliente appena uscito vista l’impeccabile memoria fotografica. Riaprendo per il turno pomeridiano, Mario passò a farle visita e vedendola sciupata, le chiese se tutto andasse bene e come si sentisse, a una prima occhiata, l’uomo capì che c’era del tormento e del malessere nella ragazza e le disse di darsi una sciacquata al viso e guardandosi nello specchio del bagno si vide grigia in volto, con ampie occhiaie e una pelle grigia e spenta. A quel punto, un getto di bile si fece strada nella sua cavità orale, lasciando il suo stomaco ancora più vuoto del solito. Riordinatasi, una volta uscita dal negozio corse al pronto soccorso lamentando dolori allo stomaco, vomito, dolori alle ossa e alle articolazioni e disse che il suo volto le sembrava trasfigurato e sciupato. Il giovane medico che la visitò, vedendo il panico negli occhi della donna, prestò molta premura e fece analisi e le domande di routine e dopo un paio di ore, anche le analisi del sangue furono pronte risultando perfette a parte una carenza di globuli rossi. Prima di lasciarla andare, il dottore vide una foto su un documento della donna che faceva capolino dal portafoglio e subito la riguardò in volto, notando che non c’era alcun pallore o grigiore particolare come lamentato dalla ragazza. Ciò gli fece pensare a qualche di forma stress o di un lieve cedimento nervoso, una volta riesaminata la storia clinica le prescrisse vitamine per l’anemia e le consigliò il numero di uno psicologo qualora la ragazza sentisse la necessità di parlare. Mario andò a trovarla a casa e le disse di prendersi la settimana libera per tornare in forze e la trovò tutta raggomitolata in una coperta con il riscaldamento casalingo spento e tutte le tapparelle tirate giù. Dopo averle portato un caffellatte, si sedette vicino a Juliette e le chiese il perché di tutto quel buio e di quell’isolamento. Di tutta risposta Juliette disse che aveva la sensazione che il suo corpo stesse smettendo di funzionare e poi affermò di sentire un costante fetore nell’aria. Mario le diede un bacio in fronte e le disse di chiamare subito lo psicologo e di non preoccuparsi eccessivamente per il lavoro. Dopo tre giorni, la ragazza venne accolta dal Dott. Remy, un uomo dalla barba incolta, alto e pasciuto con occhialini tondi e un fare rassicurante che subito la fece accomodare nel suo ambulatorio. Le chiese i motivi per i quali si fosse rivolta lui e la donna rispose che aveva la sensazione di invecchiare a vista d’occhio e quasi di non sentirsi più lo stomaco visto che vomitava spesso e anche la minima briciola. Il dottore l’ascoltò con pazienza e le prescrisse un blando antidepressivo da prendere dopo i pasti consigliandola di mangiare qualcosa per via dell’anemia e del sottopeso. Tornata a casa, una volta che la porta si chiuse alle sue spalle, Juliette guardò la sua casa ormai adorna di vecchi ricordi e scarna nell’arredamento ed ebbe la sensazione di “non esistere”, di essere in un posto dove lo spazio occupava la sua dimensione interiore. Si diresse in cucina, aprì il frigo e mangiò un pezzo di formaggio e due uova al tegamino salvo poi prendere il farmaco prescrittole. Le era stato detto che per fare effetto, sarebbero occorsi una decina di giorni e quindi, senza stimoli, si buttò sul letto senza però aver sonno o avvertire stanchezza alcuna. Trascorse neanche due ore, si svegliò dal lieve torpore e non capì dove si trovava, la sensazione di essere in un posto che non le apparteneva era opprimente e dalla frustrazione, prese un bicchiere e lo ruppe a terra per poi tagliarsi ripetutamente ma senza sentire male alcuno, quasi come se il sangue che sgorgava e di cui era intrisa non fosse il suo. Dopo un paio di minuti si riprese e corse in bagno a disinfettare le ferite alle mani e fasciarsele con bende di fortuna, poi con la scopa in mano, buttò i vetri insanguinati nel bidone dell’immondizia posto sotto il lavabo. Appena finito di rassettare, suonò il campanello: era Mario, venuto ad assincerarsi delle condizioni fisiche e mentali della sua amica, lei aprì e come l’uomo le diede le spalle, lei prese un pesante posacenere e glielo ruppe sulla schiena, correndo poi in un angolo emettendo grugniti animaleschi. L’uomo, sotto shock, cercò di riprendersi e calmare Juliette cercando e riuscendo ad avvicinarla e lo abbracciò piangendo a dirotto e scusandosi per il folle gesto. Seduti sul divano, l’uomo ancora dolorante apprese poi che Juliette aveva visto lo specialista e che le aveva prescritto quel farmaco che mai era riuscita a tenere senza rigurgitarlo quasi totalmente. Mario, molto preoccupato ma cercando di rimanere il più calmo possibile, le suggerì di fare una passeggiata il giorno seguente per svagarsi e assaggiare un pò di aria fresca. Congedatosi, Juliette corse allo specchio della sua camera e si spogliò per controllarsi tutta: si vedeva già morta guardando le anche e le clavicole sporgenti, la pelle grigiastra, i capelli fini e raccolti e una rientranza nello sterno. Si sedette sul tappeto rosa e vuoi per l’astinenza dal cibo, vuoi per il farmaco, si addormentò profondamente. Si svegliò nel cuore della notte in seguito a un terribile incubo dove aveva percepito la dannazione eterna della sua anima ed era costretta a subire mutilazioni ed essere bruciata per ore su un rogo. Ormai sveglia, si vestì e passò a casa di Mario per fare due passi e una volta usciti, lei quasi non parlava seppur incalzata dall’amico. Nulla sembrava avere più senso per lei, provava a trattenere il respiro ma non riusciva a gonfiare i polmoni. La mattinata in quel dì francese era soleggiata ma Juliette sentiva tanto freddo. Si fermarono a mangiare qualcosa giusto per riempire un pò quello stomaco che sembrava non appartenerle quasi più e per prendere il medicinale. Dopo qualche parola, la ragazza iniziò a lamentarsi dicendo che sentiva odore di carne in putrefazione nonostante si trovassero di fronte a una pasticceria… Esordì in fine con una richiesta alquanto strana: voleva andare al cimitero e in un primo attimo di sgomento, Mario pensò di far bene ad assecondarla e in macchina raggiunsero il camposanto. Una volta varcata la soglia, Juliette disse che finalmente si sentiva “profumata” e a casa e colse l’occasione per salutare i suoi defunti, poco dopo guardò il suo accompagnatore e lo vide così fuori posto che gli gridò di andarsene e lasciarla nella sua “vera casa”. Intimorito e preoccupato più che mai, il signore fece retromarcia e tornò a casa sua. Alla luce dei fatti, occorrevano contromisure immediate e infatti, nella seconda seduta con il dottor Remy, descritti i vari sintomi e l’inefficacia del farmaco, il medico decise di ricoverarla d’urgenza all’ospedale psichiatrico vicino una ventina di chilometri dalla città natale di Juliette. Stranamente acconsentì e vi fu portata nel pomeriggio stesso. Per le prime 48 ore, venne messa sotto osservazione in una camera sicura e monitorata 24 ore su 24. Pur disponendo di comodino, letto, una finestra e di libri, la ragazza alternava momenti di delirio, autolesionismo come strapparsi i capelli sbattere la testa fra le mani, urlare e dimenarsi, a momenti di tranquillità in cui leggeva libri stesa sul letto. La mattina del secondo giorno, entrata l’infermiera per le cure e l’igiene personale, le sfilò la penna dal taschino per poi piantarsela in varie zone di tutto il corpo e ridere chiedendo di chi fosse tutto quel sangue dato che lei non se lo sentiva più scorrere nelle vene. Entrata d’urgenza tutta l’equipe medica, la ragazza venne messa in un letto di contenzione fino all’arrivo del Dottor Remy, già avvertito dell’accaduto. Al colloquio, la ragazza disse di non sentire più dolore n'è emozioni, di avere la sensazione di essere già morta e quindi di non poter morire una seconda volta. Delirava, la poveretta, quando diceva che sotto la pelle avvertiva degli insetti striscianti sotto la pelle. Per una settimana venne deciso di nutrirla tramite flebo e tenerla costantemente sedata nella speranza che si riprendesse un pò da quei momenti terrificanti. Passata una settimana, i dottori ricominciarono a parlare con lei che però sembrava ferma sulle sue vecchie credenze e affermazioni dicendo che doveva essere punita per il fatto di essere nata, addossandosi anche le colpe del padre e sostenendo di meritare l’oblio per non aver fatto qualcosa in più per la mamma e la nonna. Come ultimo rimedio, la giovane donna venne sottoposta a terapia elettro-convulsivante per svariati giorni: tutto questo sembrò frastornarla ma anche rinsavire facendole chiedere che giorno fosse e l’ora precisa, convinta di dover andare a lavorare al negozio di Mario che era stato a visitarla mentre lei era fortemente sedata. Dopo una settimana di sedute dagli esiti incoraggianti, venne dimessa a un mese di distanza e fu quindi libera di tornare a casa sua ma dopo pochi giorni il feto pestifero tornò a farsi largo nelle sue nari e tutto d’un tratto, il malessere le piombò sulle spalle, più forte di prima. Questa volta la trovò senza difese e forze e allora, in preda alla disperazione prese una lametta per tagliarsi le vene, convinta di non avere più sangue e quindi di ottenere solo il piacere del rosso scarlatto gocciolare a terra ma un certo punto. Il rumore metallico della lametta sancì il fatale momento: la lametta era caduta perché il polso che le diede il potere di ferirla, le diede anche quello di ucciderla. Fu trovata da Mario che dopo tre giorni, in pensiero per lei chiamò la polizia la quale sfondò la porta e trovò la ragazza riversa su se stessa in un bagno di sangue e sentirono anche loro quel fetido odore di putrefazione che ora era realtà. Finisce qui la storia di Juliette che da tempo morta spiritualmente, ora lo era anche fisicamente. Finisce così la sua storia, senza neanche un dolore da dividere in due, senza neanche la certezza di essere creduta ma che almeno poteva riposare in quella che, almeno negli ultimi tempi, sentiva sua natural dimora.
  7. Adelaide J. Pellitteri

    Il Conte Filippo (revisionato)

    A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora aveva lasciato l’antico corredo, lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, e i vassoietti d’argento; a Filippo un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento. Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, il nipote le aveva alleggerito il libretto cointestato di ben cinquantamila euro. Il furto? Un gioco da ragazzi Filippo si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla, almeno prendo questi”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamare la donna mai più. Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla scrivania. Vendeva automobili a Broadway, sulla Coney Island Ave. In casa tutto era come lo aveva lasciato. Gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo. Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Al centro, il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa, uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro. Con un sussulto nel petto anche lei aveva fissato quel pozzo, poi, alzati gli occhi aveva scosso il capo piena di sdegno. Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico; adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna. No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo. Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e la prodezza dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno. Filippo, non appena sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante. Non fosse caduto in quell’occasione, sarebbe scivolato sull’olio sparso nella stanza da bagno da suor Lucia, la cuoca, oppure sarebbe caduto dalla scala della biblioteca grazie al gradino manomesso, opera delle mani da fabbro di suor Filomena, o ancora… Al quadro aveva provveduto suor Cristina che – talentuosa con pennelli e colori – ispirata dal dipinto Il trionfo della morte, aveva esaltato sul viso della Contessa il sentimento truce della vendetta. La Madre Badessa, che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento. Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto. Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento. Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa. Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, al groviglio intestinale che ne consegue provvedono con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina. Per parecchi mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino. Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta Toradol e Cortisone. Sentendo attutirsi i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi. Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il testamento. Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: Un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella. Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì, ti capisco, furono uguali pure le mie doglie». L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti, gli stessi del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. «Nel pozzo, nel pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita. Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa. Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse vestito l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale. Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso. Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro, nonché assassino di un’anima ingenua, era fuggito. L’uomo, già preda di forti tremori per la febbre e per la paura, ascolta: «Te lo ricordi quel pozzo? Per un tempo infinito ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Eleonora lo dice mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce, ha gli occhi sbarrati, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, il bambino è finito nel pozzo. – Recita ancora. Poi – Le mie consorelle testimoni e consolatrici.» Gli tormenta le piaghe, continuando a parlare, inzuppando di tanto in tanto il brandello di stoffa dentro il catino che ha staccato dal pozzo. È pieno di un liquido scuro e grumoso, il piedino di un bambolotto e un bavaglino affondano e affiorano mentre Eleonora imbibisce la garza; sono il promemoria per il suo prigioniero. È disteso sul letto dove la nonna “è spirata serena”, gli hanno detto le suore, nelle ore di guardia; e ancora “Il bagliore dell’aurora eterna, dietro le palpebre chiuse, le ha disteso le rughe, cancellato afflizioni”. A Filippo sembra di vederla volteggiare sul suo capo, ha il viso di un angelo, “ha lasciato la terra perdonando ogni cosa”, ha aggiunto la Madre Badessa; e allora vorrebbe afferrarle una gamba per farsi trascinare via, involarsi anche lui nell’alba celeste, ma nemmeno un dito risponde al comando; sprofonda sempre più nell’abisso schiacciato dall’odore che gli comprime ogni organo. Eppure! Di nuovo la puntura di ago, e dopo qualche minuto la sua mente riemerge, l’occhio si riaffaccia alla vita… per cancellare ogni dubbio e speranza. Le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del testamento. Le sue spoglie sui resti del figlio. Ma quando?
  8. ColdIsBetter

    Cronache di un Non-Morto: Sangue Antico

    Titolo: Cronache di un Non-Morto: Sangue Antico Autore: Marco Fantoli Autopubblicato: Amazon ISBN: 978-1701274624 Data di uscita: ottobre 2019 Prezzo: digitale 1,99€, cartaceo 8,99€ Genere: urban fantasy, horror Pagine: 244 (cartaceo) Link all'acquisto Quarta di copertina: Quella sera iniziò come tante altre, per Bea. Un bicchiere di vino dopo il lavoro e due chiacchiere al chiaro di luna. Ma quella che doveva essere solo una semplice passeggiata si trasforma rapidamente in un incubo da cui non c’è ritorno, e che metterà a dura prova la sua sanità mentale. La scoperta di una società nascosta in cui streghe e vampiri sono reali e vivono in mezzo a noi, però, avviene a un prezzo carissimo: quello della sua stessa vita. Eppure, con suo immenso stupore, Bea si risveglia da quel sonno che sarebbe dovuto essere eterno. Bastano solo pochi attimi, però, per accorgersi che qualcosa non va. La città è avvolta nel buio, e gli abitanti sembrano essere tutti scomparsi. Ma proprio quando ormai Bea si è convinta di essere sola, dei passi risuonano nelle tenebre...
  9. Giovanni Prete

    Storie dall'aldilà

    Eravamo morti. Io, mia madre e mia sorella. Non mi erano chiare le circostanze del trapasso ma ero di nuovo sulla terra, con le mie fattezze terrene. Io, che non credevo ad una vita dopo la morte, ero lì assieme a due dei miei famigliari. Eravamo in grado di spostarci anche volando sebbene io avessi qualche difficoltà in tal senso, loro due sembravano invece più a loro agio. Probabilmente era da imputare alla mia estrema razionalità mentre ero in vita, una situazione del genere era difficile da accettare per la mia ragione. L'avvenimento non sconvolse però le mie idee circa l'assenza di un essere superiore, onnipresente, creatore di mondi e universi. Nossignore, lì non c'era alcun dio. Era una nuova realtà, molto probabilmente, ciò che noi definiamo coscienza, riesce in qualche modo a superare la morte del corpo, quella che viene comunemente chiamata anima, poteva essere una conservazione dell'energia che non andava dispersa con la morte. Scoprimmo insieme di avere ancora desideri legati alla nostra precedente vita, il primo istinto fu di procurarsi del cibo. Ci trovavamo nel nostro paese di nascita e residenza, ci recammo così, in volo, al negozio di frutta e verdura. Con mio sommo stupore, il commerciante ci riconobbe, ma com'era possibile, chiesi a mia sorella? Mi rispose che, probabilmente, all'inizio la nostra nuova forma d'esistenza non accettava di cambiare subito il nuovo modo di vedere le cose. Perciò, convinti ancora di far parte della nostra vecchia dimensione, riuscivamo a trasmettere in qualche modo la nostra presenza, almeno per un periodo di tempo limitato. Pensai che, forse, la spiegazione di parecchi fenomeni sovrannaturali del mondo fisico, del mondo tangibile, erano da imputare a questa caratteristica, concentrando in modo automatico l'energia, allo stesso modo di come si respira, riuscivamo a mostrarci ai vivi, salvo perdere tale potere una volta accettata del tutto la nuova realtà. Capitava infatti di udire dei racconti agghiaccianti circa l'avvistamento di defunti, in taluni casi era possibile anche interagire con loro, come ad esempio parlarci. Ipotesi che avevo sempre associato alla malafede del narratore oppure ad un fattore suggestione estremamente marcato. Continuavo a sentirmi smarrito in quella nuova forma di vita, pertanto mi limitavo a seguire mia madre e mia sorella. Fu così che mi ritrovai nel cimitero del nostro paese. Noi trapassati eravamo in grado di vedere sia i morti che i vivi, e non sapevo come distinguere gli uni dagli altri, a meno di non avere dei ricordi circa la dipartita di chi mi capitava a tiro. Era anche il giorno dei morti, pertanto il cimitero era affollato sia dai vivi, sia dai defunti alle prese con la loro (e nostra) situazione. Cercammo la cappella di nostro padre. Il corpo era stato trasferito in una bara di vetro trasparente, pertanto era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo. Mi chiesi però, come mai, non avessi ancora avvistato la sua nuova forma d'esistenza, o la sua anima per rendere le cose più semplici. Da lì a poco, ci raggiunse a bordo della sua sedia a rotelle, si presentò così ai nostri occhi, evidentemente la sua energia aveva scelto di manifestarsi nella sua forma fisica finale. Cominciò subito a lamentarsi ed inveire contro di noi, io cominciai a provare nuovamente rabbia finché, ad un certo punto, proposi una tregua definitiva. In fondo non aveva più senso traslare dal vecchio mondo al nuovo i rancori della passata esistenza. Ormai eravamo tutti forme d'energia, energia libera, svincolata da qualsiasi convenzione sociale e, pertanto, anche dai litigi feroci ai quali i vivi erano spesso soggetti. Tutto ciò continuava comunque a sembrarmi parecchio inquietante, sinistro, pericoloso. Che senso aveva vagare di continuo senza poter lasciare traccia, salvo casi eccezionali? Una volta presa facoltà del nuovo corpo immateriale, si poteva comunque riprendere ad usare oggetti fisici, appartenenti alla vecchia dimensione. Ma il bello della vita non era forse quello di sapere di avere un tempo limitato a disposizione, e pertanto i piaceri ad essa correlati cessavano di esistere nel momento in cui la nuova vita pareva essere eterna? Cosa mi avrebbe riservato il futuro? Non ne avevo idea, nel frattempo sapevo solo che, adesso, ero soltanto una tra le infinite anime in pena.
  10. simone volponi

    [H2019] Bloody Pierino

    commento Traccia 5: una voce nel buio. Era una notte buia e tempestosa. Non cominciano così le migliori storie dell’orrore? A Darri l’orrore iniziò proprio una notte, quella di Halloween, dove l’autunno aveva iniziato a fare sul serio e la pioggia scendeva fitta. Un pallone rotolava sull’asfalto, ogni tanto si bloccava in una pozzanghera, ma veniva subito liberato con un calcio. Dietro il pallone correva Giulio, sette anni, infagottato in un impermeabile giallorosso. Tirava calci al pallone e tirava tardi fuori casa, visto che erano le dieci. Aveva pregato la mamma di lasciarlo uscire per fare due tiri, e suo fratello Ric gli aveva addirittura passato il Super Tele con cui giocava con gli amici. Ragazzi più grandi. Al pensiero, Giulio sentiva il cuore gonfio di una gioia immensa. «Ecco, il numero dieci corre sulla fascia, salta un difensore, un altro…» Giulio correva e calciava lungo Via Moro. «È da solo in area, prova il suo fantastico pallonetto…» Un tiro troppo forte e il pallone si alzò in aria, si staccò dallo spruzzo d’acqua sollevato dal piede di Giulio, tracciò un arco e superò un cancello. Quel cancello. Il cancello della scuola abbandonata. «Oh, no!» esclamò Giulio, poi si avvicinò alle sbarre. Oltre c’era il buio. Un buio che nessun lampione rischiarava. Dietro quelle sbarre arrugginite sembrava esserci il vuoto, e il pallone ne fu come inghiottito. Eppure Giulio lo sentì rimbalzare una, due, tre volte, con una strana eco. Il ragazzino rimase fermo a un paio di metri dal cancello, indeciso. Pensò di girare i tacchi e tornarsene a casa, ma avrebbe dovuto dire a Ric che gli aveva perso il pallone. Si sarebbe arrabbiato. Però il fratello poteva andare a riprenderlo il giorno dopo, con la luce, e lo avrebbe perdonato. Sì, non era successo nulla di grave. E poi meglio lasciare ai grandi il compito di scavalcare quel cancello ed entrare nella scuola abbandonata. Giulio stava per voltarsi e correre a casa quando una voce lo chiamò. «Ehi, Giulio, non lo vuoi il tuo pallone?» Era una voce nasale, allegra. Giulio si avvicinò al cancello e intravide una figura con un grande fiocco rosso cosparso di pallini bianchi. Si avvicinò di più, e la figura sbucò dal buio. Vestiva un grembiule da scuola, di quelli che si usavano alle elementari, con un ampio colletto bianco, e sulla testa un berretto anch’esso blu con in cima un pom pom rosso. Da sotto il cappello spuntavano dei ciuffi scompigliati. Aveva la faccia lunga, simpatica, col naso grande. Solo a Giulio sembrava più il volto di un adulto che di un coetaneo. «Allora, Giulio, rivuoi il tuo pallone? Ce l’ho io» disse l’uomo col grembiule, e mostrò a Giulio il pallone, lo teneva tra le mani. «Sì, grazie signore» fece Giulio. «Me lo può passare da sopra il cancello?» Il faccione dell’uomo col grembiule si rattristò. «Oh, io speravo di fare due tiri con te, Giulio» disse. Giulio non rispose. «Non ti va di fare due tiri con me?» continuò l’uomo col grembiule. «E con gli altri. Ci sono tanti bambini, qui, e a tutti piace giocare a pallone.» «Sì, ma è tardi adesso» disse Giulio, timido. L’uomo oltre il cancello fece una smorfia simpatica. A Giulio scappò una risata. «Ti fanno ridere le smorfie, Giulio?» chiese l’uomo. «Sì» sorrise Giulio. L’uomo ne fece un’altra, contrasse la faccia come fosse di gomma. Giulio rise. «Ahah ahah aaahaaahaaahaaah!» rise l’uomo. Una risata contagiosa che trascinò l’umore di Giulio, lo fece avvicinare alle sbarre del cancello. «Se vieni a giocare cinque minuti con noi ti divertirai» disse l’uomo col grembiule. «Allora? Vuoi venire a giocare con noi.» Giulio ci pensò su, poi scosse la testa. «Oh» si rattristò l’uomo. «Non vuoi giocare con noi…» «È tardi, mamma mi ha detto di non fare tardi.» «Giusto, molto giudiziosa tua madre…» «Può ridarmi il pallone, ora?» «Col fischio o senza?» chiese l’uomo. Giulio si corrucciò, confuso. «Il pallone» spiegò l’uomo col grembiule. «Devo ridartelo con fischio o senza?» «Con» disse Giulio. L’uomo col grembiule aprì un poco la bocca, piegò la lingua sul palato e fischiò. Giulio si sentì subito intorpidire, ebbe un capogiro, il fischio gli riecheggiò in testa e sentì un sonno improvviso chiudergli gli occhi. Scivolò in avanti, si aggrappò alle sbarre del cancello per cercare di non cadere, si accasciò con la faccia tra due sbarre e vide l’espressione dell’uomo farsi malvagia. Gli occhi brillarono di una luce rossa, e l’uomo col grembiule spalancò la bocca in modo atroce, snudando due schiere di zanne aguzze. Giulio tentò di urlare, ma il fischio ancora riecheggiava e lo intorpidiva. Le zanne gli si conficcarono in faccia, aprendo la carne in profondità. Il sangue schizzò e finì nell’acqua piovana che scorreva in un rigagnolo. L’uomo col grembiule scosse il capo per sbranare, e con uno schiocco umidiccio staccò gli occhi, il naso e il labbro superiore di Giulio. Il ragazzino crollò schiena a terra, le ossa spuntavano tra la faccia squartata. Si sentì la risata del mostro col grembiule. «Ahah ahah aaahaaahaaahaaah!» Poi due mani afferrarono Giulio per le caviglie e lo trascinarono oltre il cancello. “I tuoi occhi sono fari abbaglianti e io ci sono davanti.” Rachele pedalava e si ripeteva in testa i versi letti in un biglietto. Li aveva scritti Ric, ne era certa. Povero Ric, con il fratello scomparso nel nulla stava passando un periodo terribile. Rachele era romantica e pensava che l’amore curava tutto. Se Ric era innamorato di lei – e lo era – allora poteva trovare un po’ di gioia dopo tanta sofferenza. A lei piaceva Ric, con quelle distonie neurovegetative che lo impacciavano a scuola e lo rendevano unico. Quella poesia era il primo passo, e Rachele già si vedeva accanto a lui, a mettergli cinque gocce sotto la lingua quando Ric aveva un crollo nervoso. Poi c’era quell’assurda convinzione di Ric: suo fratello se l’era preso il mostro in grembiule di Darri. Pierino. Che tenero. Sentiva le farfalle nello stomaco e pedalava felice verso casa. Una volta rientrata corse in camera, tirò fuori dalla tasca il biglietto e rilesse la poesia. Si lasciò cadere sul letto. «Ric» sussurrò, e baciò il foglio. La pancia cominciò a formicolarle. Poi fu come se una moltitudine di piccoli oggetti pruriginosi le rimbalzasse contro le pareti dello stomaco. Le mancò di colpo il fiato, sentì quelle cose risalire dallo stomaco fino alla gola, e restare lì… a dibattersi. Rachele corse in bagno, scoperchiò il water, si piegò per vomitare. Fu scossa dai conati, sentì la gola occlusa. Si cacciò due dita in bocca per sforzarsi di vomitare, e sentì delle zampe. Erano lì, aggrappate alla gola, si agitavano. Rachele soffocava, pregò Dio di aiutarla, le gambe cedettero ma riuscì a sputare… una farfalla. La vide cadere e svolazzare nel water, poi risalire verso il suo viso. Rachele si buttò a sedere sul pavimento e si sentì di nuovo soffocare. Il formicolio nello stomaco era insopportabile, dentro di lei c’erano insetti che si dibattevano e risalivano fino alla trachea. Si girò a pancia sotto, le lacrime agli occhi, e sputò un’altra farfalla, poi un’altra ancora. Ne era piena. «Ahah ahah aaahaaahaaahaaah!» Una risata acuta riecheggiò nel bagno. «Eccole le tue farfalle nello stomaco» disse una voce cupa. «Sono per il tuo Ric Ric! Ahah ahah aaahaaahaaah!» Rachele si alzò, piena di panico, incapace di urlare perché la gola si contraeva e la lingua era rigida. Sentiva le zampette e le ali delle farfalle chiuderle le vie respiratorie. Si aggrappò al lavandino, con le dita infilate in bocca e versi graffianti cercò di rigettarle. Ne uscirono tante, ma dentro di lei sembravano non finire mai. Dallo scolo del lavandino vide spuntare qualcosa di peloso e rosso. Un pom pom e la punta di un berretto. Rachele crollò, schiena sul pavimento rimase a bocca aperta. Le farfalle risalivano dal suo stomaco ed emergevano dalla sua gola per volare libere. Rachele aveva smesso di respirare, i suoi occhi sgranati fissavano il soffitto pieni di sorpresa. La risata, furba e maligna, si allontanò verso le profonde oscurità. «Ahah ahah aaahaaahaaah!»
  11. Adelaide J. Pellitteri

    [H2019] Il Conte Filippo

    H2019 Traccia: Il pozzo Si sentiva un po’ in colpa, aveva ereditato la casa di nonna Matilda e sapeva di non meritarla. A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora, aveva lasciato l’antico corredo (lenzuola di lino e asciugamani di fiandra) e i vassoietti d’argento, a lui un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento. Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, Filippo aveva rapinato la donna per circa cinquantamila euro; era sua la seconda firma sul libretto, e ciò lo aveva agevolato nel furto. Si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla almeno prendo questo”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamarla mai più. Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla sua scrivania. Vendeva automobili sulla Fifth Avenue. Nella casa tutto era come lo aveva lasciato, e gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo. Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Lì, al centro il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro. Anche lei aveva fissato quel pozzo, sospirando e scuotendo il capo. Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico, adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna. No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo. Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno. Non appena Filippo sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante. La Madre Badessa che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta Contessa Matilda decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento. Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto. Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento. Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa. Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, il groviglio intestinale che ne consegue, con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina; per molti mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino. Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta del Toradol insieme a del Cortisone. Lui, sentendo attutiti i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi. Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il suo testamento. Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella. Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì ti capisco, furono uguali pure le mie doglie». L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti come quelli del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. «Il pozzo, il pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita. Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa. Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse indossato l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale. Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso. Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro e assassino era fuggito. Filippo è già preda di forti tremori per la febbre e per la paura. «Ricordi quel pozzo? – dice la Madre Badessa – Per giorni ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Lo dice, mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce in un’espressione atterrita, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, tutto è finito nel pozzo». recita ancora. «Le mie consorelle, testimoni… e consolatrici». Filippo non ha più dubbi, le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del suo testamento. Le sue spoglie sui resti del figlio. Ma quando?
  12. Pulsar

    [H2019] Chiudo gli occhi e colpevole attendo

    Traccia n. 5: Una voce nel buio. «Mi ha uccisa, Piero!» Parole e pianto insieme. Mi sembra di sentirlo ancora il lamento di Ester, increspare il silenzio della mia notte solitaria. «Guidava come un pazzo, senza alcuna prudenza! È tutta colpa sua se non ti sono più accanto, se non hai più una moglie. Vendicami, Piero. Se mi ami, se mi hai mai amata, vendicami!» Con uno strattone stringo la corda intorno ai polsi di mio nipote. Un basso gemito di protesta mi annuncia che l’effetto della droga sta scemando. Afferro Sergio per i capelli e tiro verso di me. Bofonchia qualcosa di incomprensibile attraverso lo strofinaccio che, come un morso, gli serra la bocca. Gli occhi sono quelli di sempre, però. Anche ora, immobilizzato ed imbavagliato, ha lo sguardo strafottente e di sfida che ben conosco. Giro intorno alla sedia e mi piazzo davanti a lui. Mi fissa sollevando il capo quel tanto che gli è consentito dai legacci. La mia Ester me lo diceva sempre che il ragazzo non le piaceva, e lei aveva un sesto senso per queste cose. Ester. Gli aveva chiesto un passaggio per raggiungere il centro città… Ironia della sorte, il bulletto è sopravvissuto all'incidente; lei, invece, non ce l’ha fatta. Ed eccolo; seduto in una lama di luce che filtra da qualche parte del tetto di questo vecchio casolare. Inspira rumorosamente: trattiene a stento l’ira per quello che sta subendo! Il fatto che LUI si senta oltraggiato mi fa ribollire il sangue. Alzo la destra, lentamente – voglio che mi guardi mentre lo faccio – dopodiché, con un movimento circolare, l’abbatto sulla sua guancia. Lo schiocco acuto riempie l’aria mentre il capo del bulletto si piega di lato. «ANC…LO!» sbotta, in quello che vorrebbe essere un ruggito e invece somiglia al gorgoglio di un vecchio affetto da tubercolosi. «Fanculo, tu!» gli dico di rimando. E per dimostrargli che è in mano mia gli tolgo il bavaglio. Può gridare e inveire finché vuole, qui nessuno potrà sentirlo. «Scioglimi! Scioglimi, zietto, e vediamo se non ti cancello dalla faccia quell'espressione compiaciuta del cazzo!» provoca. Scuoto la testa. «Si gioca alle mie regole, stavolta». «Ma cosa vuoi giocare? Slegami subito, prima che m’incazzi sul serio. Mio padre lo diceva che eri un cretino, ma non pensavo fino a questo punto! E dire che mi stavi pure simpatico…» «Tuo padre ha già pagato il suo conto. E pure tua madre». Il ragazzino ribelle sgrana gli occhi. «Sì, hai capito bene, sono stato io a manomettere i freni della loro auto». Strano, ho appena ammesso di avere ucciso intenzionalmente mio fratello e sua moglie, eppure non provo il minimo rimorso. «Ti ha sottratto l’azienda di famiglia, poco alla volta, ti ha lasciato le briciole dell’eredità di tuo padre… Sua moglie faceva la gran signora con i tuoi soldi!» Ester ha ragione. Lei ha sempre ragione. No, non posso pentirmi per quello che ho fatto: nessuno può comportarsi come quei due e sperare di farla franca! Lancio al giovane uno sguardo tagliente. «Adesso tocca a te!» Sul ripiano degli attrezzi, recupero la mazzetta da muratori – due chili abbondanti di acciaio pressofuso – acquistata ieri. Fuori sta tramontando. Oltre la finestra, la campagna ha contorni indistinti. Solo il cielo, dove un sole sanguigno sta sparendo dietro l’orizzonte, offre ancora lampi d’azzurro. C’è ancora tempo, però. Tutto il tempo che occorre. «Fatti rimettere il bavaglio, da bravo… Le urla di dolore mi impressionano» aggiungo con cattiveria. Sul suo volto sbiancato è svanita ogni traccia della sicumera ostentata fin lì. Mentre mi assesto davanti a lui a gambe larghe, prende a dimenarsi sulla vecchia sedia di vimini. Tira e strattona i legacci, oscilla con tutto il corpo. Il cigolio del legno si accompagna all'odore acre della paura. «Puoi vedermi Ester, tesoro mio?» grido «Questo è per te!» La testa del pesante martello cala come un maglio sul ginocchio di mio nipote. Rumore di ossa e legno frantumati, poi l’urlo disumano ricopre ogni cosa. «Libera la tua ira, vendicami!» Sarà fatto. «Piero...» La voce mi riscuote dal dormiveglia. «Piero...» «Ester?» Ansimando, scatto a sedere sul letto semivuoto; il movimento si riflette nella specchiera che ho di fronte. «Sei tu? Sei ancora qui?» «Sì». «C’è qualcosa che non va? Ho sbagliato qualcosa?» chiedo timoroso. «Va tutto secondo i piani». Sobbalzo per la sorpresa: è proprio accanto a me! Sul letto! Mentre il cuore rallenta, mi accorgo di essermi allontanato di una spanna dall'epicentro della sua presenza. «Avevo capito che saresti stata libera, una volta avuta la tua vendetta...» Silenzio. «Tesoro? Ester?» Nella stanza in penombra – una distesa di levigato cotone bianco e scabre montagne di legno massello – nulla si muove. «Piero, desideri vedermi un’ultima volta?» La voce proviene dal fondo della stanza, adesso. «Vederti? Io...Dove? Dove devo guardare, tesoro?» balbetto. «Sono qui!» Non è uno scherzo dei miei occhi stanchi: sulla superficie riflettente della specchiera qualcosa si muove. Sono ciglia che sbattono nella penombra, labbra sottili che si atteggiano a smorfia, ciuffi di capelli che ondeggiano attorno a un volto. Sembra un disegno tratteggiato a china… animato, però. Poco alla volta le sembianze di Ester appaiono a figura intera nella grande specchiera. «Oh, tesoro...» gli occhi mi si appannano per l’emozione. Ester è giovanissima, vestita dell’abbagliante purezza del bianco nuziale. Sul suo capo, i fiori rosa della coroncina risaltano sul biondo tenue dei capelli. Sento il cuore perdere un battito: vorrei stringerla a me, vorrei affondare il viso bagnato di lacrime nel suo seno. «Sei bellissima» dico, e le parole non sono mai state tanto incapaci di descrivere ciò che provo. «Sapevo che ti sarebbe piaciuto rivedermi con questo aspetto: sei così… prevedibile!» Cosa? «Il giorno del matrimonio: l’unico giorno in cui ti sei sentito veramente un vincitore! L’unica volta in cui hai potuto guardare tuo fratello e sentirti meglio di lui. Un confronto impietoso per Gianni, vista la balena che si è dovuto sposare dopo averla messa incinta…» Non può farmi questo, non può distruggere questo momento. «Che delusione che ti sei rivelato, poi. Un uomo senza attributi, lo zimbello della famiglia: ti rigiravano tutti a loro piacimento». Basta, ti prego. «E non dire di no! Hai sterminato la tua famiglia solo perché te l’ho chiesto! È bastata qualche supplica, qualche lamento, per trasformarti nel più efferato dei serial killer…» Ride. Una risata di scherno, feroce. «Sei un debole, un pupazzo privo di volontà». Nello specchio, il ritratto della donna amara e disillusa, quella degli ultimi anni di vita in comune, ha preso il posto della sposina tutta sorrisi. «Sai cosa ha detto tuo nipote il giorno in cui abbiamo avuto l’incidente? È scoppiato a ridere e guardandomi negli occhi mi ha chiesto: “ma nemmeno la macchina sa guidare lo zio?” Capisci cosa ho dovuto sopportare?». «Io ti amavo…» balbetto annientato dal dolore. «Io no. Ti ho sposato solo per i soldi: ero pronta a qualsiasi sacrificio pur di lasciarmi alle spalle gli stenti dell’adolescenza. Non potevo immaginare che tu… tu…» Singhiozza. Una lacrima supera la barriera fra i nostri due mondi; per un istante rimane in bilico sulla china dello specchio, a brillare come rugiada prima di sparire nel tappeto. «Maledetto!» prorompe «Non avrò pace finché non mi sarò vendicata della persona che più di ogni altra mi ha rovinato l’esistenza: tu! Va’ a raggiungere la tua famiglia!» Un urlo spettrale fuoriesce dalla specchiera mentre il volto che vi è rappresentato si deforma. La bocca si tende, si allarga, come una ferita slabbrata, gli occhi si gonfiano e gli angoli si riempiono di un reticolo di vene azzurrine. La donna che urla è un cadavere in decomposizione, polvere al posto della pelle, polvere al posto dei capelli… un cadavere che fuoriesce dal cristallo, che invade la stanza, che tende i suoi arti scheletrici verso di me… «MUORI!» è il grido che mi rimbomba nel cranio. Chiudo gli occhi e colpevole attendo.
  13. mina99

    [H2019] Prison Blackout: Il labirinto della realtà

    commento Traccia 6 E così mi ritrovo in cella. Non riesco ancora a realizzare: sono in custodia cautelare con l’accusa tendenziosa di aver assassinato due poliziotti. Sto a terra con le gambe incrociate, la fronte poggiata alle sbarre fredde, lo sguardo fisso su una montagnetta di mosche morte disposte a piramide nel corridoio. L’uomo dalla cella di fronte mi rivolge la parola. Mi fa i complimenti per la cravatta – ho ancora gli abiti da lavoro – e poi comincia a blaterare. Ascolto la metà di quello che dice solo a metà e ne comprendo meno della metà. Ripete che questa non è la realtà, che siamo stati incastrati. Prosegue lamentandosi di come la città stia impazzendo, portando come esempi la coppia di giovani recentemente scoperta essere coinvolta nello schiavismo minorile e i due poliziotti che andavano in giro a uccidere in nome di Gesù. Comunque è gentile e lo ringrazio quando mi dice che sa che non sono colpevole. Mentre l’omone sta ancora parlando da solo, ogni luce di botto si spegne, e al contempo scatta una sirena assordante. La porta della cella intanto si è spalancata. Anche la cella di fronte a me è aperta, e dev’essere così in tutto il carcere, perché sento nel corridoio gli altri prigionieri che stanno uscendo, mormorando. Mi alzo in piedi e l’uomo con cui stavo parlando è ora di fronte a me. Mi chiede di seguirlo, agitato. Mi rifiuto e lui mi afferra per un braccio e mi trascina fuori nel buio. Provo a protestare ma è inutile. Le nostre celle sono vicino all’uscita del corridoio e uno spiraglio di luce riesce a filtrare dalla finestrella di vetro opaco della porta blindata. Gli altri prigionieri si stanno accalcando nel tentativo di buttarla giù. Non voglio essere parte di una sommossa. Sento uno sparo dall’esterno e vedo un corpo andare a sbattere contro la finestrella, oscurandola. Poi scivola giù e rimane una grande macchia rossa. La urla feroci si mischiano al pianto della sirena e l’agitazione aumenta, ma la porta non si sposta di un millimetro. Ancora immobile per il trauma, sento l’uomo che mi afferra e mi sussurra di andare. Lo seguo docile alle nostre celle. Sulla mia branda intravedo nel buio una figura anziana che mi fissa in un sorriso selvaggio. Faccio un passo ma la figura si lascia cadere contro la parete, sparendovi dentro. Varco la soglia e raggiungo la branda: il muro è solido. Le urla si trasformano in grida di terrore: il suono mi ricorda il verso di un maiale scannato. Una dopo l’altra le voci si spengono, finché l’unico suono che rimane è quello della sirena. Esco in corridoio, accanto all’uomo, arrancando nell’oscurità. Nell’aria si sta diffondendo l’odore metallico del sangue. L’uomo mi dice di correre e scappiamo dalla parte opposta alla porta blindata. Un gran numero di scalpicci si lancia al nostro inseguimento. Mi volto ma non vedo nulla. In fondo al corridoio c’è un bivio e senza un dubbio l’uomo svolta a destra e io lo seguo. Passiamo accanto a una serie di celle, ramificazioni e corridoi. È troppo buio per capire qualcosa e la sirena mi sta uccidendo. D’improvviso sento un dolore lancinante trafiggermi la caviglia. Urlo e cado a terra. Qualcosa mi sta azzannando la gamba, ringhiando e schiumando. Altre creature abbaiano. Cerco di divincolarmi e l’uomo calcia via l’animale, afferrandomi la mano e sorreggendomi nella fuga. Entriamo in una cella e ci nascondiamo nell’armadio. Mi prendo un attimo per concentrarmi sul dolore e, la testa che pulsa per la sirena, cerco di appoggiarmi alla parete. Cado all’indietro e sono di nuovo al centro di un corridoio. Mi alzo in piedi con incredulità. È troppo buio e non ho abbastanza lucidità per ragionare. L’uomo mi sprona a proseguire, dicendo che dobbiamo trovare un’uscita diversa da questa. Questa? Nella penombra mi accorgo che ci troviamo davanti a una pila di cadaveri ammucchiati davanti alla porta blindata, con centinaia di mosche che ronzano attorno. Trattenendo un conato mi volto e mi costringo a seguire l’uomo. In fondo al corridoio giriamo a sinistra e una visione terrificante ci si para davanti. A mezzaria si trova uno squarcio slabbrato, come se qualcuno abbia tagliato il tessuto della realtà. Al di là dello squarcio brilla un cielo notturno su un mare di sangue, alla cui riva un ragazzo sta strangolando una ragazza. Allungo una mano e lo squarcio sparisce. Il mio compagno è impassibile e continua a camminare. Mi fa sempre più male la testa. Vorrei dormire per sempre, ma non faccio altro che trascinarmi avanti. L’uomo al mio fianco dice che non dobbiamo lasciarci distrarre. Dopo un tempo incalcolabile, sento odore di sangue e mi accorgo che siamo tornati alla porta blindata. Stiamo girando in tondo? C’è qualcosa di diverso nei cadaveri, ma non riesco a vedere. Mi sento male e i pochi colori che vedo appaiono sfalsati. Per un istante mi sembra che la sirena si sia trasformata in risate di neonati. O lo è sempre stata? Seguo l’uomo, che varca la soglia della propria cella, che in realtà è un corridoio. I miei sensi si stanno annebbiando. Le sbarre delle celle si curvano, mentre la mobilia si compenetra, compare e svanisce sotto i nostri occhi, sparsa sulle pareti e sul soffitto dei corridoi dedalosi. Altri squarci mi mostrano realtà bizzarre. Resto d’incanto a guardare un mondo su cui batte una pioggia di sangue e al cui centro si erge un altare ricoperto di cavi che partono da vasche in cui galleggiano migliaia di feti. L’uomo mi dà una spallata e la visione svanisce. Non sembra vedere nulla e nulla perciò sembra fermarlo. Poco oltre da uno squarcio sporge un gatto umanoide rosa, che ci fissa mentre tiene aperti i lembi della realtà con le mani. Svoltato un angolo, vedo nel buio la figura anziana della mia cella che passeggia sul soffitto. Provo ad attirarne l’attenzione ma va avanti fino a schiantarsi contro la parete e passarvi attraverso come fosse liquida. Camminando ancora ritorniamo alla porta blindata, trovandola aperta. A terra c’è un mucchio di ossa bianchissime ricoperte di polvere e ragnatele. L’uomo si siede e mi invita a fare altrettanto. L’uscita è qui, ma faccio quanto chiede. Rinizia a blaterare e ascolto senza ribattere. L’unica via per liberarci dalla tortura è suicidarsi prima che tutto quanto collassi. Questa non è la realtà e se l’unica uscita è la morte, perché no? Devo svegliarmi. Non lascio dietro nulla. L’uomo dice che dall’altra parte mi attende la creatura con settemila tentacoli e nessun volto. Mi porge una maschera bianca assicurandomi di averne cura perché egli ha dovuto uccidere la donna che amava per quell’oggetto. La indosso: da qui dietro il mondo ha un aspetto strano. Mi trovo un coltello in mano e per ricambiare la gentilezza dell’uomo lo colpisco alla gola, ancora e ancora, finché non smette di respirare. Mentre l’adrenalina defluisce, realizzo di aver ucciso. Sorrido: ho sempre voluto farlo. È stato così bello… Ho visto la vita abbandonare lentamente il suo corpo e ora sono artefice di un intimo pezzo d’arte. Ho interrotto per sempre la sua esistenza. Questo cadavere è mio. Non sono colpevole, perché il controllo è un’illusione. La realtà svanisce e sono ora nella folla davanti alla porta. Le guardie ci intimano di tornare indietro e una di loro fa fuoco. Gli altri fuggono, ma io avanzo verso l’uomo con la pistola. Lui mi spara e io avanzo sorridendo all’inutilità del gesto. Gli afferro il collo e lo sollevo da terra. Anche l’altro poliziotto mi sta sparando ora. Faccio a pezzi uno dei due con foga, mangiandone la lurida carne e tirando vene e tendini. Costringo l’altro a ingoiare la pistola con cui mi stava sparando. C’è un che di erotico. Poi prendo la mannaia e lo scuoio vivo. È difficile, ma molto soddisfacente. Scavo a mani nude nelle interiora, sollevandole e facendomele cadere addosso come una pioggia divina. Il sangue è più caldo dell’amore. Cazzo se è divertente uccidere. Quasi quasi ci costruisco un racconto attorno, per condividere la mia passione.
  14. M.T.

    [H2019] Ciò che viene dal profondo

    commento Traccia n.2: Il pozzo Ero ritornato nella valle del Canto del Diavolo perché avevo sentito dire che in fondo a un pozzo, che conoscevo, c’erano delle grotte stupende da esplorare. Un tempo vi scorreva un fiume sotterraneo ma, dopo il terremoto di trenta anni fa, il suo corso era stato deviato, lasciando libero accesso a meraviglie inesplorate. Non capivo come si potesse sapere che ci fossero meraviglie se non erano state esplorate. Non mi ricordavo nemmeno chi me lo disse; forse era stata una voce sentita per strada. Tutto quello che per me contava, appassionato di speleologia, era poter vedere quelle grotte. Così, una domenica, raggiunsi il pozzo di quella casa nel bosco che da bambini spaventava i miei amici. Era soltanto un vecchio podere abbandonato da decenni, ma la sua aria decrepita faceva galoppare la fantasia. “Non aprite quella porta” sussurravano con voce roca i miei amici, ridendo e dandosi delle spinte per esorcizzare la paura che non volevano ammettere di avere. “Il poltergeist ci sta guardando” sghignazzavano lanciando veloci occhiate alle finestre dell’edificio da oltre lo steccato. Non ho mai capito perché non l’hanno mai superato; forse era perché erano suggestionati dalle pellicole di mostri e compagnia brutta che avevamo visto; forse perché non volevano che la casa andasse a perseguitarli dal profondo della notte nei loro incubi se si fossero avvicinati troppo. A me quel posto non faceva paura, forse perché ho sempre creduto che i mostri fossero altri. Sorrisi ripensando al passato mentre sistemavo l’attrezzatura per scendere nel pozzo. La discesa fu semplice. Arrivato sul fondo, sganciai la corda dall’imbracatura, accesi la torcia e cominciai a esplorare i dintorni. Seguii quello che era stato il letto del fiume per forse mezzo chilometro prima d’incontrare le grotte. Mossi la luce tutt’intorno, ma non c’era nulla di meraviglioso: tutto era di un grigio plumbeo e sembrava di essere all’interno di un gigantesco alveare. Continuai la discesa nelle tenebre anche se c’era qualcosa che mi diceva di stare allerta. E poi, all’improvviso, furono attorno a me. L’istinto prese il sopravvento. Provai a scappare, ma scivolai e finii lungo disteso per terra. Mi aspettai che decine di loro calassero su di me staccandomi la carne dalle ossa. Invece rimasero fermi a fissarmi; uno di loro si diresse un paio di metri davanti a me, prendendo lo smartphone che era uscito dalle mie tasche. Lo vidi prendere contro il tasto d’accensione e la luce dello schermo riflettersi sul suo corpo; gli altri gli si fecero vicini. Quando si rispense, presero a borbottare tra loro. Pensai che fosse finita, che non avrei più rivisto Annabelle e sarei incorso nello stesso destino di Chucky. Poi, quello che teneva in mano lo smartphone si voltò verso di me, porgendomelo e facendo dei cenni; capii che voleva che lo facessi ripartire. Tutti mi si assieparono attorno. Sentii il loro odore di terra bagnata, il loro fiato che sembrava il respiro del diavolo. Feci vedere tutti i video che avevo; feci ascoltare le canzoni scaricate. Sapevo di star posticipando la mia fine, ma una parte di me voleva aggrapparsi all’illusione che sarei riuscito a venirne fuori. Poi la batteria si scaricò e lo schermo si fece buio. Il silenzio calò come se fossi in un cimitero vivente. Una vocina nella mia mente prese a cantare “Riesci a sentire la paura? Riesci a sentire la paura?”. Ma in quel momento non provavo niente. Nell’aria risuonò un gorgoglio che si faceva sempre più insistente. Poi uno di loro mi toccò. “Ecco, è la fine” pensai. Ma visto che la fine non giungeva, alzai lo sguardo. Quello che aveva raccolto lo smartphone lo indicava, poi indicava me, passando a fare cenni prima verso la direzione dalla quale ero arrivato e poi verso di loro. Non faceva che ripetere quei gesti. Capii che voleva che portassi altri smartphone da loro. Incredulo dall’inaspettata piega presa degli eventi, feci cenno di sì. Ritornai alla corda senza che nessuno mi seguisse; risalii il pozzo, felice di sfuggire a quel mondo di tenebre, promettendomi di non mettere più piede in una grotta. Ventotto giorni dopo ero ancora intento ad accontentare i loro desideri, portandogli quanto volevano. Forse era stata riconoscenza per avermi risparmiato, forse perché li vedevo come una specie desiderosa di scoprire un mondo così diverso dal loro, privo di qualsiasi sfumatura e divertimento. Anche se gli artigli dei piedi e i pungiglioni che uscivano dalle mani facevano intendere che erano predatori temibili, non li avvertivo come una minaccia. Solo una volta, quando uno di loro mi si avventò contro, provai paura; ma gli altri gli furono addosso prima che mi toccasse, facendolo a pezzi. Da allora, furono ancora più gentili con me, specialmente quello che per difendermi aveva perso un occhio; da quel momento ebbi sempre una scorta che teneva lontano i membri della specie che non mi conoscevano. Anche se delle grotte avevo esplorato solo la parte iniziale, supposi che dovevano essercene decine, forse centinaia, di quelle creature dai corpi biancastri che potevano cambiare dimensione, adattandosi allo spazio che avevano a disposizione. Erano però i loro occhi a esercitare il fascino maggiore su di me: c’era un’intelligenza che si faceva umana ogni giorno di più. E poi in quelle pupille c’era una luccicanza che mi ricordava qualcosa, ma che non riuscivo a focalizzare: quando le fissavo, avvertivo una strana pace, non mi sentivo fuori posto come in quel villaggio dei dannati che era il paese in cui abitavo. Fu proprio quella luccicanza che un giorno cambiò tutto. Stavo camminando per andare al lavoro quando urtai un uomo. Subito mi scusai, ma l’altro mi fece l’occhiolino con l’occhio cieco, mentre la pupilla dell’altro luccicò in maniera inconfondibile. Poi sorrise e si allontanò, lasciandomi di sasso in mezzo al marciapiede. Feci per seguirlo ma una fitta al braccio mi costrinse ad abbassare lo sguardo: sulla mano avevo un bozzo, segno di qualcosa di grosso che mi aveva punto. Un lieve capogiro mi fece ondeggiare; ci fu un lampo e mi rividi bambino in una grotta. Quando mi ripresi, era sparito nella folla. Colto da angoscia, tornai a casa, presi auto, attrezzatura e andai al pozzo. Una volta sottoterra non potei che costatare la realtà: non c’era più nessuno. La scoperta più sconvolgente però fu che in una delle grotte più profonde c’era un gigantesco cumulo di corpi umani completamente scuoiati; un altro lampo mi fece vedere come si erano vestiti di quelle pelli. Tutto mi fu chiaro: mi avevano usato per sapere come muoversi tra la gente, così da mescolarsi in mezzo a essa senza destare sospetti e colpirla quando meno se lo aspettava. Lupi travestiti da pecora che restavano in fremente attesa per ghermire la preda. Inconsapevolmente, avevo condannato la nostra razza a una fine brutale. Dovevano essere fermati, ma non sapevo come fare, né come avvertire le persone del pericolo che correvano. Impotente, tornai a casa. La testa aveva ripreso a girare. Ebbi un altro lampo: vidi me stesso bimbo urlare mentre dita bianche mi afferravano. Guardai la mano: il bozzo era sparito. Mi diressi in bagno. Riempii il lavandino d’acqua e fissai lo specchio. Un baluginio familiare corse nelle mie pupille. Allora ricordai tutto. Di come da cucciolo fui fatto vivere assieme a un piccolo umano perché imparassi a comportarmi come lui in tutto e per tutto; di come fu scuoiato perché potessi indossare la sua pelle e occupare il suo posto nella società umana. Di come i ricordi sulla mia natura fossero cancellati prima di essere mandato in mezzo agli uomini per apprendere i loro costumi, con l’ordine inconscio immesso nel mio cervello di ricordarmi delle grotte sotto il pozzo al mio trentacinquesimo anno di età, quando sarei dovuto ritornare per insegnare agli altri. Alzai la mano e mi strappai la faccia, guardando per la prima volta il mio vero volto. Sentii al pianterreno la porta dell’ingresso aprirsi. «Caro, sono tornata.» Uscii dal bagno e scesi di sotto. Le urla cominciarono.
  15. Max Friedmon

    E tutto il resto se n'era andato

    - commento - Io e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato (Jim Thompson) Appoggiato allo stipite della porta a vetri, Fritz Reuter lanciò il mozzicone ancora acceso nella strada. La sigaretta tracciò una breve parabola luminosa prima di essere inghiottita dall'oscurità. Fritz non la vide toccare terra e si sarebbe stupito del contrario. Sapeva che quel buio là fuori avrebbe fatto sparire tutto ciò che sarebbe uscito dall'ufficio del Daily Examiner. Fritz era arrivato laggiù quasi un anno prima prima. Il “Pulitzer mancato”, come si divertivano a prenderlo in giro i colleghi, con malcelato disprezzo, si era presentato al direttore del giornale locale chiedendo lavoro. Senza scendere troppo nei particolari, gli aveva detto che aveva dovuto lasciare San Francisco in fretta e furia... aveva pestato i piedi a troppe persone importanti, con i suoi articoli, per potersi permettere di percorrere ancora i marciapiedi di “Frisco” a cuor leggero... Quello che cercava, Fritz, era un tranquillo posto di lavoro. Lo stipendio era l'ultimo dei problemi, ma aveva bisogno di picchiare suii tasti della macchina da scrivere, un bisogno fisico. Il direttore lo aveva fissato per un lungo istante, gli occhi che scavalcano la montatura delle lenti. Probabilmente aveva capito che Fritz gli stava raccontando una bugia, o più di una, ma sapeva giudicare di primo acchito un giornalista e l'aveva assunto. Per un bel po' tutto era filato liscio. Non aveva legato granché con i colleghi, a parte qualche birra dopo la chiusura, ma a lui andava bene così. Era vivo e a quanto pare loro si erano dimenticate di lui o forse era stato bravo a far perdere le sue tracce e poi... “Fritz, mi ascolti? Dove sei?”. Si scosse, interrompendo il flusso dei ricordi. Jane era in piedi di fronte alla sua scrivania al giornale e lo fissava con un misto di rimprovero e preoccupazione. Jane Hopley-Woolrich. Alta, bionda, lineamenti regolari e un delizioso nasino alla francese. Una ragazza cresciuta a sani pasti e sani principi nel cui destino c'era di sicuro un rispettabile poliziotto o un ancor più rispettabile avvocato. Invece quel giorno Cupido si era divertito a farli incontrare in una gelateria. Lei era con un'amica, lui aveva appena finito di dettare un pezzo ai dimafoni del Daily e uscendo dalla cabina aveva urtato la borsetta di miss Hopley-Woolrich, appoggiata sul bordo del tavolo. Scuse, battutine argute, presentazioni... dopo un po' l'amica, capita l'antifona, aveva lasciato il campo con una scusa e Fritz e miss Hopley-Woolrich avevano approfondito la conoscenza. Lui aveva giocato a fare il cinico cronista, lei la ragazza che gli teneva testa... “Clark Gable e Carole Lombard o Jean Harlow” pensava ora Fritz, squadrando Jane. Cupido era uno strumento nelle loro mani? Perché da quando aveva cominciato a vedersi con Jane le cose erano cambiate. Camminava per le strade e si sentiva osservato. Era al lavoro e si sentiva osservato. Faceva una passeggiata con Jane e si sentiva osservato. Ovunque, si sentiva osservato. Da loro. L'avevano trovato. O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata. “Posso andare ovunque, anche all'Inferno, ma loro non mi lasceranno mai stare” pensò Fritz mentre Jane gli diceva qualcosa. Cosa? Le parole gli arrivavano attutite. Si scosse. “Come dici scusa?”. Jane lo guardò indispettita “Ti sto dicendo che sono stanca”. In maniera meccanica, Friz si alzò “Scusa baby, ti prendo subito una sedia”, ma Jane sbuffò “Non prendermi in giro, Fritz Reuter, non me lo merito... Sono stanca di te, dei tuoi segreti, dei tuoi silenzi... Tu non ci sei, Fritz”. Fece uno sforzo per concentrarsi su quella conversazione, mentre con la coda dell'occhio si accorgeva che la redazione era vuota: il giornale era in stampa e tutti se n'erano andati a casa. Non era la prima volta che succedeva, ormai la proprietà si fidava di lui e gli lasciava le chiavi dell'ufficio. Ma quella sera c'era un'atmosfera strana. “Ecco vedi... sei ovunque, chissà dove, ma non qui, con me”. Jane Hopley-Woolrich aveva ragione. Fritz non era lì. Non con lei. C'era con il corpo, ma la sua mente era tornata a Frisco, in quel cinema vicino a Lafayette Park... Lì era cominciata la faccenda e ora loro erano tornate per presentargli il conto. “Hai ragione, baby, perdonami... è stato un periodo massacrante... tonnellate di articoli e...”. Parole che suonavano false nella sua stessa bocca e infatti Jane non fece neanche finta di abboccare. “È finita Fritz.. sono venuta a dirtelo di persona.. Che poi non sono nemmeno cos'è finita, visto che non è mai cominciata... sul serio...”. Jane fece un respiro. Era una donna forte, non avrebbe pianto. Non per lui. E Fritz non poteva che darle ragione. “Hai ragione, baby... perdonami, se puoi” disse chinando la testa. “Non so cosa tu abbia fatto laggiù a San Francisco, Fritz, e non voglio saperlo ormai.. ma certo non sono io quella che deve perdonarti... Addio Fritz”. Jane si voltò di scatto. Stava per scoppiare a piangere, ma non l'avrebbe mai fatto davanti a lui. Fritz si accosciò sulla sedia, la testa reclinata sul petto. Sentì il ticchettio dei tacchi di Jane che percorrevano la redazione vuota e il rumore secco della porta a vetri, quella con impresso in caratteri dorati “Daily Examiner. Il VOSTRO giornale”, che si chiudeva. Gli ci volle un minuto buono per ripendersi da quel k.o. Si alzò, andò in bagno, si lavò il viso con l'acqua fredda. Guardandosi allo specchio riacquistò sangue freddo. “Senti bello, qui è tempo di sgommare... Lascerò una lettera al vecchio dicendogli che sono sulle piste di una grossa inchiesta... che tenga in caldo scrivania e liquidazione... Un salto a casa, il tempo di mettere in valigia le mie quattro carabattole e via di corsa.. Con un po' di fortuna troverò un altro posto dove nascondermi... Fino alla prossima zampata...” disse alla sua immagine riflessa. Ringalluzzito, tornò alla scrivania, si mise la giacca e alzò lo sguardo. Fu allora che lo notò. Il buio. La sede del Daily era a livello strada, con le vetrate sulle vie cittadine, tipo quei western in cui Thomas Mitchell faceva il coraggioso direttore di giornale in una sperduta cittadina di frontiera... Erano circa le dieci di sera eppure c'era un buio fitto, profondo. E un silenzio altrettanto profondo. Non una luce o un suono bucavano quell'oscurità densa, catramosa. “Un fulmine a ciel sereno” era una frase che Fritz odiava, cercava sempre di evitare di usarla, ma in quel caso, dovette ammetterlo, calzava a pennello. La consapevolezza lo colpì... come un fulmine a ciel sereno: non c'era più di niente da fare, il gatto l'aveva afferrato e non l'avrebbe più lasciato andare. Loro avevano sempre saputo dov'era. Capricciose e crudeli, gli avevano fatto credere di esserselo fatto sfuggire, ma non era vero. Non era mai sgusciato dalle loro grinfie. “Perché ora e non prima?” avrebbe voluto chiedere, ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Loro non rispondono. Decise che sarebbe uscito di scena con una certa dignità. Non avrebbe tentato la fuga o chiesto pietà. Tanto era inutile. Alla James Cagney, doveva affrontare il destino a testa alta. Si accese una sigaretta. Appoggiato alla colonna della porta a vetri, lanciò il mozzicone nella strada. Una breve parabola luminosa, prima di essere inghiottito dall'oscurità. Spense le luci della redazione, chiuse la porta a chiave e s'infilò il mazzo in tasca. Un sospiro e mosse qualche basso nel buio. Lui e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato.
  16. Max Friedmon

    I demoni meridiani

    [commento] Laura è morta. Non andrò al suo funerale. E credo non ci andranno nemmeno gli altri. Sono vent'anni, più o meno, che facciamo di tutto per evitarci e nessuno di noi, ne sono certo, ha intenzione di rompere il trattato silenzioso che abbiamo stretto quel giorno di luglio. Eravamo quattro. Laura, Giorgio, Cristina e io. Eravamo insperabili. Amici davvero, nessuna complicazione sentimentale. Trentenni, ci sentivamo sull'orlo di grandi conquiste. Non quello, ma l'anno prossimo avremmo spaccato il mondo. E così via. Era una domenica di luglio. Una festa in una casa di campagna. In un paese di cui ho dimenticato il nome ospiti di un tizio di cui non ricordo nulla. Non è vero. Ricordo bene il luogo e l'ospite. E il giorno e l'ora. Faceva caldo. Un caldo soffocante. Le cicale frinivano nei campi bagnati dal sole. Era più o meno mezzogiorno. L'idea era che ciascuno arrivasse alla spicciolata, quando voleva portando ciò che voleva. Noi quattro eravamo arrivati la mattina e dopo un paio d'ore Laura ebbe un'idea. L'Idea. Quattro sdraio disposte in circolo nel retro della casa, dove cominciava un prato. “Un posto isolato e tranquillo” come voleva lei. Oggi sarebbe facile dire che io o Giorgio oppure Cristina eravamo nervosi, contrari, che almeno uno di noi aveva cercato di opporsi, di far cambiare parere agli altri adeguandosi poi per mero spirito di gruppo... Sarebbe facile, ma falso. Laura o Giorgio o Cristina o io... chiunque di noi avesse lanciato l'Idea gli altri non avrebbero avuto obiezioni. Fu un caso che la pagliuzza più corta, per così dire, toccasse a Laura. Recuperammo le sdraio senza problemi e ci mettemmo in circolo. In senso orario. Io, Laura, Giorgio e Cristina. “Uomo-donna-uomo-donna... un vero galateo” scherzò Cristina, ma era nervosa. Lo eravamo tutti. Ci stavamo imbarcando con leggerezza verso un viaggio che non sapevamo bene dove ci avrebbe condotti. Ma eravamo decisi. Non l'anno prossimo o quello dopo ancora. Era quello il momento. L'Idea serviva a quello. Laura, la capitana della nave, diede ordine di mollare le ancore e la navigazione iniziò. Tutti dicemmo le parole e compimmo i gesti. Il gelo. Le cicale frinivano impazzite, il sole era nel cielo, a misurarla la temperatura sarebbe stata da piena estate. Ma tra noi c'era il gelo. Un freddo profondo, che ci era sceso nelle ossa. E poi quella sensazione. Se mi fossi voltato, le avrei viste. Creature nere come l'abisso, abominevoli, sorte dalla terra e assise dietro ciascuna sdraio. Io, Laura, Giorgio e Cristina: ciascuno aveva le sue. Nessuno poteva vedere quelle delle altre. Ciascuno poteva sentire le sue. Tutti resistemmo alla tentazione di voltarci. Le cicale tacquero. All'improvviso. Quasi un segnale. Ci scuotemmo da una specie di trance, ci alzammo in piedi storditi, come reduci da un incidente o da un trauma collettivo. Eravamo segnati. Dannati. Non riuscivamo a guardarci in faccia né a parlarci. E nemmeno lo volevamo. Ci mescolammo agli altri invitati man mano che arrivavano, poi, alla spicciolata, ciascuno di noi se andò. Eravamo venuti con la macchina di Giorgio, ma ognuno trovò il modo di farsi dare un passaggio fino in città. Dire che da quel giorno ci perdemmo di vista sarebbe dire poco. Ognuno cancellò l'esistenza dell'altro. E-mail, messaggi, numeri di cellulare... tutto finì nella spazzatura. Non fu una decisione che prendemmo di comune accordo. Niente patti firmati con il sangue, strette di mano, solenni giuramenti o roba simile. Un'intesa silenziosa, cementata dalla paura, dal gelo e dal ricordo di quello che avevamo vissuto. Alla notizia della morte di Laura ho provato dispiacere. Immagino Giorgio e Cristina abbiano provato lo stesso. Ma non andremo al suo funerale, lo sento. Come Laura non sarebbe venuta a nessuno dei nostri. Ce ne andremo così, prima o poi, uno alla volta. E nessuno di noi avrà spaccato il mondo, né l'anno prossimo né mai.
  17. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  18. Gloria Silipigni

    Il Treno Fantasma e altri Racconti del Parallelo

    Titolo: Il Treno Fantasma e altri Racconti del Parallelo Autore: Gloria S. Casa editrice: (solo Case Editrici Free, oppure pubblicato tramite Pod) ASIN: B07XTMRJDL Data di pubblicazione (o di uscita): 12 Settembre 2019 Prezzo: 1.99 € Genere: Horror/Fantasy/Mystery/Sci-fi Pagine: 125 Il Treno Fantasma e altri racconti del Parallelo è una raccolta di 5 racconti più o meno brevi dove mistero, horror, mondi soprannaturali e distopia si distinguono e talvolta si intrecciano per rendere ciascuno di loro unico nel suo genere. Il Treno Fantasma: un gruppo di giovani videoamatori uniti dalla passione di scovare le truffe dietro i misteri del soprannaturale decidono di indagare su un treno scomparso anni prima e ricomparso inspiegabilmente nello stesso identico luogo. Non sanno ancora quale catastrofica avventura li aspetta... Antiche Maledizioni: un giovane si risveglia rinchiuso in uno scantinato fatiscente e scoprirà molto presto che alcune leggende metropolitane sono più reali di quanto ci si possa immaginare... L'Evoluzione delle Specie: cosa succederebbe se il nostro pianeta e l'umanità stessa fossero sull'orlo dell'estinzione? Cosa sareste disposti a fare, con i giusti mezzi, per evitare la fine della nostra specie? Certi limiti non andrebbero mai oltrepassati... Scomparsa di Massa: una cittadina come tante altre si risveglia e... Tutto è esattamente dove dovrebbe essere. Tranne gli abitanti. Riflessi: una giovane si ritrova improvvisamente intrappolata dall'altra parte dello specchio e osserva il suo corpo vivere la propria vita. Link all'acquisto: https://amzn.to/2B4NcBD
  19. Mylady

    GonZo Editore

    Nome: GonZo Editore Sito web: https://gonzoeditore.com/ Distribuzione: non specificata Modalità di invio dei manoscritti: https://gonzoeditore.com/contatti/ Facebook: https://www.facebook.com/gonzoeditore/ Ho scritto per avere informazioni, mi ha risposto il direttore editoriale in persona, con simpatia e gentilezza. Sono un gruppo di giovani, mi pare di aver capito tutti under 35. Casa Editrice relativamente nuova, di Firenze. Unico genere non ammesso : romanzi rosa. Mi hanno fatto una splendida impressione e mi hanno assicurato che non chiedono contributi agli autori di nessun genere. Hanno appena aperto le iscrizioni per un concorso letterario gratuito. Riferimento Marco Michail.
  20. Ospite

    "Robot, draghi, fantasmi" di Domenico Santoro

    Titolo: Robot, draghi, fantasmi Autore: Domenico Santoro ISBN: 1691376124 Data di pubblicazione: Settembre 2019 Prezzo: 0,99€ Kindle, 4,99€ cartaceo. Editore: Selfpublishing di Amazon Genere: Fantasy, fantascienza, horror Pagine: 155 Quarta di copertina: Un robot con un difetto di fabbrica viaggia per la galassia alla ricerca del senso della vita. Una principessa vuole svegliare il drago che dorme da secoli sotto il castello. Forse non è una buona idea. Una ragazza vive nell'ombra della madre defunta. Più di un'ombra? Questa raccolta offre al pubblico tre storie di genere fantastico che presentano un incontro di suggestioni esistenziali e scatenata immaginazione. Il libro è autopubblicato. L'autore si scusa per errori e refusi. Potete segnalarli scrivendo a dom.santoro@gmail.com. Link all'acquisto: Link alla pagina di Amazon di Robot, draghi, fantasmi
  21. Lauram

    [Sfida 23] Erano piene

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/44219-un-piccolo-passo-per-luomo/?do=findComment&comment=783663 La madre di Maria guarda la tv, quando riempiono di terra la bocca della figlia. Dentro, tutta dentro. Il gatto di Maria dorme, quando i polmoni della sua padrona collassano, privi di aria. Il papà di Maria, Luca, tocca il seno dell’amante, quando la figlia con gli occhi sbarrati, smette di vedere. Morta. Zeppa di terra fino all’esofago. La sua anima toglie il disturbo dal corpo e si dissolve nell’anidride carbonica del bosco, portandosi con sé i pensieri. Un ultimo sguardo prima di allontanarsi. I cadaveri al suolo sono due. Di fianco a lei il corpo nudo di un’altra ragazza. 33, i loro anni in tutto. L’età di Gesù morto sulla croce, diranno in seguito i giornali. Ma di croce lì, non ce n’è nessuna. Rigide come paletti nell’incarnato bianco, le ragazze sembrano vermi serviti su un letto di fango. Pronte per essere degustate dai rumori vivi della notte. Sola, l’anima di Maria sa dove andare. Non dall’uomo che l’ha uccisa, ma da quello che l’ha messa al mondo. Eccolo. Vive la sua storia clandestina con Liz. La donna accoglie ogni sua lunghezza - dita, lingua e il resto – mentre lui preme per scivolarle dentro. Anche la Vergine si muove. Sul ciondolo della catenina appesa al collo dell’uomo, vede tutto. Avanti e indietro, trasportata dai gesti di Luca sbatte sul seno della donna. Poi scende giù, tra il bianco delle cosce e il nero dei peli. C’è l’anima di Maria lì, rifugiata nel ciondolo della Vergine che porta il suo nome, è intenta a contemplare il padre. L’uomo è preso dal piacere, quando un cacciatore scopre i corpi. “Erano piene.” Avrebbe detto al tg. “Ho trovato terra negli stomaci. Devono averne ingoiata nel tentativo di respirare.” Le parole del medico legale. “Il fango cadeva a grumi tra le gambe. Sembrava se la fossero fatta sotto. L’assassino le ha tappate anche lì”. Avrebbe raccontato un agente agli amici. Luca è in piedi davanti a Liz . La donna, in ginocchio sul letto gli abbottona la camicia. Dal basso, un’asola poi un’altra. “Stai con me ancora po’?” gli chiede. “No, mi tocca andare da quella storpia di mia moglie”. Liz si ferma. Guarda Luca interrogativa. “Non ti ho mai sentito parlare così di lei. Cos’è questa cattiveria”, gli dice. È strano, pensa Luca. Non ama più la moglie, ma non l’ha mai insultata. Da solo, finisce di chiudere i bottoni. Si sistema la catenina e riporta al buio l’anima di sua figlia. A casa, la notizia lo investe non appena apre la porta. “Perché!” grida la moglie. Appoggiata al marito gli sgualcisce la camicia sul petto. Maria si risveglia. Le anime possono vagare per giorni. Luca ha poche parole, solo pensieri. Questo è il primo che gli balena in testa. È qui, pensa della figlia. Mi sta giudicando. Oh amore di papà. Tu morivi e io mi divertivo con un'altra donna. Si guarda in giro per cercare tracce della sua presenza. Nella stanza tutto è immobile, tranne per i due poliziotti che lo osservano. “Dovremmo farle delle domande” gli dice uno. Oh, cazzo, pensa Luca rendendosi conto di non aver pianto alla notizia. Crederanno che ti abbia uccisa. Studiano le mie reazioni. Perché non riesco a disperarmi come fa quella culona? Ce l’ha con la moglie. La guarda zoppicare per raggiungere il divano. Sul bracciolo il pacchetto di patatine è aperto. Ti stavi strafogando quando hanno ucciso Maria, vero? Ti sei messa all’ingrasso. Non ti lamentare se ti tradisco. Stronza. Luca ha i brividi. Ha paura di sé e di quello che pensa. Maria? Stai ascoltando? Papà non dice sul serio. Scusami. Mamma è bella. Al funerale ci sono tutti. Luca in prima fila siede vicino alla moglie e ai genitori dell’altra ragazza uccisa. I parenti, curvati dal dolore, sembra che tocchino con le spalle l’inginocchiatoio. Luca no. Dritto sulla panca allenta il nodo della cravatta. Cerca aria. La trova, come il ciondolo intorno al collo. Sull’altare, il crocefisso è di legno. Lo sono anche le bare al centro della chiesa. Luca non ascolta, né il prete né i pianti intorno. In alto, col costato piagato, il Cristo sembra guardarlo. Luca gli impreca contro le parole peggiori. È il tuo funerale piccola mia e io… pensa sconvolto. Strizza gli occhi. Vuole tenerli chiusi. Spera così di spegnere i pensieri. Liz da dietro gli mette una mano sulla spalla. Al tocco, Luca si gira a guardarla. È bella e immagina di possederla davanti a tutti nelle posizioni più spinte. Riflette senza inibizioni. Maria l’ascolta, ne è convinto e si sente un verme col peccato dentro. Non riesce a stare fermo. Ha bisogno d’aria. “Pover’uomo”, dicono i presenti vedendolo scappare dalla chiesa con le mani aggrappate al viso per la disperazione. Seduto sul muretto del sagrato Luca cerca il silenzio nella testa. Vicino, un neonato in passeggino lo fissa. Non gli toglie gli occhi di dosso. Che vuoi da me? pensa. La madre del bimbo aspetta che il piccolo faccia un sorriso. “Ridi, amore”, lo esorta. Luca non regge quello sguardo che gli scruta l’anima. Che vedi? il diavolo forse? Si chiede e si allontana. Il neonato rotea il collo per seguirlo. È un attimo, i nervi della nuca si gonfiano per poi ritornare sul cuscino, distesi come il filo del carillon che la mamma ha tirato giù per calmarlo dal pianto. Le campane suonano a lutto, quando Luca accende il motore dell’auto. Ha deciso cosa fare. Uccidere i pensieri. Dopo il primo tornante gli è chiaro il come. La curva nel triangolo del segnale stradale sembra un serpente, vorrebbe gli stritolasse la testa. Luca non sterza né frena, ma dà ancora più gas. “Si è schiantato contro la montagna”, dirà la stradale una volta rinvenuto il cadavere tumulato dalle rocce. In mezzo c’è il diavolo. Enorme in ogni parte del corpo. Luca è nel posto che spetta ai suicidi. Osserva lo scenario intorno. I corpi lottano per buttarsi giù, nell’ammasso di terra e putrefazione dove manca l’aria. La puzza fa venire i conati e il vomito scivola tra i mucchi di carne. In piedi ci sono solo poche anime. Le preferite. Il demonio ne chiama una. Giovane e nuda procede sinuosa verso di lui. Ha i capelli a caschetto. Come… E l’anima lo riconosce. “Come me?” gli grida la ragazza girandosi di scatto a guardarlo. Ha gli occhi di fuori. “Maria!” esclama Luca assiderato dallo spavento di quel volto. “Che idiota che sei”, gli urla la figlia con voce rabbiosa. “Non ce la facevi più a sentirli nella testa, vero? I tuoi pensieri. Te li mandavo io, ma erano solo i tuoi. Ipocrita”. Maria ride, sa che il padre non può risponderle. L’inferno gli ha mandato le sanguisughe e l’uomo combatte per staccarsele dalla gola. La ragazza lo raggiunge e gli strappa dal collo la catenina. “Ero qui dentro”, gli dice indicando il ciondolo. “Nella Madonna. Per ingigantire i tuoi pensieri. Mi piacciono le cose grandi”. Allude al diavolo. Dietro di lei con la lingua di lucertola, la lecca ovunque; ma è Maria che, come un rettile, spalanca la bocca e ingoia la catenina. Anche i dannati si sono accorti dell’uomo e ora lo vogliono giù nel fango con loro. Luca si dimena contro i corpi che lo schiacciano. Sputa fango dalla bocca. Invano. Altre mani gliene faranno ingoiare di nuovo. “Che impedito” lo deride Maria col suo alito freddo di grotta. L’uomo lordo di sporcizia tende un braccio alla figlia. Implora il suo aiuto. Maria non gli dà attenzioni. Continua a parlargli con ferocia. “Ti chiedi cosa ci faccio all’inferno?” grida. “Sono un’assassina.” Indica a Luca una ragazza che lì vicino le accarezza i capelli. “Ho ucciso lei”, dice. “Fai vedere a mio padre come ridi”, le chiede. A comando, la giovane schiude la bocca in un ghigno di denti lunghi e appuntiti. Ma è solo un momento, la richiude subito dopo per riprende a venerare Maria. “Anche io mi sono fatta uccidere. Volevamo morire insieme quella notte, la mia amica e io, per stare qui e adorare lui”, dice, mentre il diavolo con la lingua senza saliva le dimostra la sua riconoscenza screpolandole i capezzoli. Poi Maria si china davanti alla bestia. Il padre la guarda e la invidia. Vorrebbe essere al suo posto. Meglio dentro, tutto dentro, piuttosto che soffocato dalla terra per l’eternità.
  22. MonsieurNoir

    Anastasia, La Donna In Nero - Cap 1. Tre di Notte

    Tuona e piove ormai da un po di ore, e la lancetta del mio orologio Tissot segna le tre di notte precise e ancora non riesco a prendere sonno, probabilmente per il fatto che io sono in grado di rimanere sveglio fino a tarda ora e perché la mia insonnia mi perseguita da una vita, tanto da rendermi un nottambulo incallito. Ci sono giorni in cui rimango sveglio per tutta la notte, per poi addormentarmi all'alba, come se fossi un vampiro. Dal momento che i miei occhi sono ancora fin troppo lucidi e la mia mente non presenta nemmeno l'un per cento di stanchezza, ho deciso di sedermi sulla sedia della mia scrivania e riflettere su quello che intendo fare per far passare il tempo, in modo che non mi accorga della sua lentezza quando ci si annoia a morte. E' ormai da mezz'ora che sono seduto su questa sedia, con la testa chinata in direzione del mio diario, posto sul vetro lucido della mia scrivania, circondato dal silenzio e sopratutto abbracciato dalla quasi totale assenza di luce che ricopre questa stanza di una camera d'affitto, situata al sesto piano di un palazzo posto in un quartiere periferico della città di Milano. Sulla mia destra, accanto al diario, vi è una tazza in cera riempita con cioccolata calda al gusto 60% fondente e una bustina di dolcificante qualora non mi piacesse la sua punta di amaro che, per me, è fondamentale. Odio tutto ciò che può risultare troppo dolce. Dall'altro lato vi è il mio lettore musicale acceso che, tramite auricolare Bluetooth, riproduce la mia playlist di canzoni preferite, quella che riproduce adesso è la celebre canzone degli Aerosmith I Don't Wanna Miss a Thing, usata colonna sonora nel film Armageddon, e vi giuro che questa è la settima volta in due ore che l'ascolto, assieme a Paranoid dei Black Sabbath che ho ascoltato per tredici volte. Ammetto che mi piace ascoltare una canzone più di una volta se mi piace davvero tanto, una mia abitudine, non ho nulla da rimproverarmi per questo, non lo considero così strano. In tutto l'appartamento ho spento tutte le luci, l'unica che invece è rimasta accesa è quella di una lampadina a limitata capacità di illuminazione, quanto basta per mostrare la pagina ingiallita e vuota del mio diario che mi accingo a riempire con inchiostro nero. Da ciò che potreste pensare mi verrebbe da dire che balenate nella vostra mente l'idea che io sia così sciocco da rovinarmi la vista, dal momento che intendo scrivere qualcosa in una semi totale assenza di illuminazione, rappresentata da una insignificante lampada dalla luce fioca. Ma la verità è che a me questa oscurità serve sul serio, affinché io possa concentrarmi al meglio; quando una situazione richiede una tale concentrazione e una riflessione profonda io preferisco meditare al buio, con il conforto di una cioccolata, della musica nelle orecchie, oppure rilassandomi con il mio sigaro Montecristo e le sue colonne di fumo che, dal bordo escono per salire e volteggiare lentamente nella stanza, fino a dissolversi. E' importante che ci sia l'oscurità affinché io possa anche sciogliere, distruggere, rimuovere ogni mio pensiero inutile o qualche rumore che ho accumulato durante la giornata, in modo che io possa scrivere fluidamente e senza perdermi in inutili e patetici giri di parole. Voglio ricordare punto per punto e senza tralasciare nulla questa parte della mia storia, la parte a me più cara poiché essa modifica la mia noiosa routine, cambia alcune delle mie percezioni e soprattutto trasforma in maniera stupefacente e allo stesso tempo complicata la mia esistenza. Ora la mia concentrazione è altissima e sono rilassato a tal punto che posso anche cominciare, con la mano sinistra afferro la mia Dupont, la mia penna stilografica appartenuta a mio padre, e sollevo la tazza di cioccolata e la bevo. Dopodiché inizio a scrivere sulle pagine ingiallite dal tempo: La mia vita si susseguiva in una noiosissima routine da quando io avevo lasciato le facoltà di Anatomia e Biologia. Ogni giorno pareva uguale all'altro e non vi era alcuno stimolo che potesse rendere più interessante il tutto, fino a quando non arrivo il sesto giorno del mese di ottobre dell'anno 2009, due giorni dopo il mio ventiseiesimo compleanno. Dopo che io avevo volontariamente deciso di abbandonare le facoltà scientifiche avevo finalmente l'opportunità di poter iniziare a costruire il mio cammino verso il mio sogno segreto: diventare un'artista. Era ed è il mio obiettivo, ma ero l'unico che era riuscito a scoprirlo dal momento che chi avevo accanto non mi aveva mai capiva. Avevano sempre visto in me, per i miei progressi in campo scientifico, un futuro scienziato, un predestinato in quel campo e, anche se io avevo dato molte volte la prova che non si sbagliavano, io non volevo rincorrere questo destino. L'arte mi affascinava e desideravo tanto dipingere, era la mia passione fin da quando ero nato e finalmente avevo occasione di sfruttare questo mio lato nascosto. Il giorno in cui potetti cominciare a pensare al mio futuro da pittore fu proprio il sesto giorno del mese di ottobre del 2009, ovvero il primo giorno all'Accademia di Belle Arti di Brera. Potevo dare inizio alla mia visione, alla mia ribellione contro un destino già scritto, alla mia intenzione di suscitare e seguire nuove emozioni e tener fede alla mia volontà. Mi dicevano che io stavo inutilmente sprecando opportunità, una persona con un'attenta percezione delle cose e della realtà avrebbe pensato ciò e mi avrebbe rimproverato dal momento che fare fortuna con le belle arti equivale ad una percentuale dell'otto per cento, al giorno d'oggi. Malgrado mi ritenga tale, io ero davvero stufo di seguire i dettami della mia famiglia ( dal momento che i miei genitori erano medici), volevo tracciare un'altra via ed essere indipendente e quella era la mia grande occasione. Tuttavia non mi aspettavo che tutto sarebbe cominciato da lì, da quello stupido desiderio di cambiare la mia vita e scacciare quella routine noiosa. Io, che avevo immaginato tutto come un inizio e uno svolgimento normale, non mi sarei mai aspettato che in un anno e tre mesi la mia mente avrebbe potuto scoprire cose che andassero al di fuori delle parole "ragione" o "limiti". Ciò che io potetti sperimentare e vedere fu qualcosa di inaspettato, di complicato ma allo stesso tempo travolgente e stucchevole, e ancora adesso io sono desideroso di sapere di più e andare oltre i miei stessi limiti fino ad arrivare alla mia completezza, al desiderio supremo dell'umanità: superare il concetto di umano per diventare qualcosa di più. Non lo so se ci sono già riuscito, starà alla fine della vita scoprirlo. Inizierò proprio parlando di quel giorno in cui venne quella svolta che stavo cercando, ma prima voglio godermi le prime luci dell'alba.
  23. Vincibosco

    Pelledoca

    Nome: Pelledoca Editore Generi trattati: noir, thriller, horror per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: A.L.I agenzia libraria international Sito: http://pelledocaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pelledocaeditore
  24. Alessandro Furlano

    La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol)

    Immagine di copertina: Titolo: La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol) Autore: Alex F. Penni ISBN: ebook (ASIN) B07NDVC4HP, cartaceo: 978-1796204728 Data di pubblicazione (o di uscita): 06/02/2019 Prezzo: ebook 0,99 €; cartaceo 5,16 € Genere: Horror Pagine: 173 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. Link all'acquisto: Amazon ebook Amazon cartaceo Seconda edizione del romanzo già pubblicato col titolo di Hell Patrol per Delos Digital. Dopo l'ottimo riscontro della prima edizione firmata Delos, esce questa seconda autoprodotta con nuova copertina e nuovo titolo principale. Jonas Abelton è tornato...
  25. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo
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