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  1. alenunzia

    Venator - L'Incubo dell'Inferno

    Titolo: Venator - Lincubo dell'Inferno (Prequel introduttivo al romanzo Quella Bestia di mio Padre) Autore: Nunzia Alemanno Collana: Venator Casa editrice: Self Publisher ISBN: 978-1729069219 | ASIN: B07KWX4F6F Data di pubblicazione: 24 novembre 2018 Prezzo: Ebook Gratis | Cartaceo €3,50 Genere: Paranormal thriller, Urban fantasy Pagine: 60 Link all'acquisto: Gratis su Amazon Lettura su Writer's dream Trama I cacciatori di demoni sono stati oggetto in diverse occasioni di racconti, favole, libri di genere fantastico e sono stati protagonisti del cinema horror o fantasy. A nessuno però è venuto in mente che potrebbero esistere davvero, nel nostro mondo e più vicini di quanto potremmo immaginare. L’Ordine Venatorius è la prova concreta dell’esistenza di una realtà inimmaginabile, recondita quanto lo stesso Ordine, concreta quanto l’acqua degli oceani e la luce della luna che vi si specchia. Proprio la luna, musa ispiratrice di poeti e scrittori, faro luminoso nelle notti buie, tornerà a fare da portale alla creatura più oscura dell’inferno: il Messor antithei, il servo di Satana, il predatore di anime. L’Ordine è in fermento, in attesa del suo ritorno; si organizzano per affrontarlo, per salvare quante più vite possibili. Non solo: si preparano a liberare dalla dannazione le anime delle vittime che altrimenti diverrebbero scherno e oggetto di tortura in un inferno atroce e spietato. Questo che avete tra le mani è una sorta di prequel che vi condurrà al romanzo Quella Bestia di mio Padre.
  2. alenunzia

    Quella Bestia di mio Padre

    Titolo: Quella Bestia di mio Padre Autore: Nunzia Alemanno Collana: Venator Casa editrice: Self Publisher ISBN: 978173086451 | ASIIN: B07JK5WY1W Data di pubblicazione: 1 Dicembre 2018 Prezzo: Ebook 3,99 | Cartaceo 14,90 Genere: Paranormal thriller, Urban fantasy Pagine: 282 Link all'acquisto: AMAZON Trama Niente è come sembra. Mike e Alex, padre e figlio. Un rapporto complicato. Elena, la moglie di Mike, viene trovata barbaramente assassinata nella camera da letto in cui aveva avuto un violento litigio col marito solo poche ore prima. Lo stesso Alex sorprende suo padre sulla scena del delitto, un omicidio che gli organi inquirenti avrebbero attribuito a Mike se non fosse che il corpo di Elena risultava visibilmente dilaniato da una bestia feroce. L’innocenza di Mike non convincerà mai suo figlio, soprattutto quando Alex, anni dopo, scoprirà che suo padre aveva mentito alla polizia nonostante la sua innocenza. Perché? Cosa nasconde Mike? Sullo sfondo del litorale romano si dipana una storia che ha dell’incredibile, con radici che risalgono a molti secoli prima e che coinvolge la Santa Sede. Un Ordine segreto della Chiesa, infatti, dopo cinquecento anni di letargo, si riattiverà per dare la caccia a chi è tornato.
  3. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo Conosciuti al Salone di Torino: molto simpatici, motivati e disponbilili. Il catalogo esposto era prevalentemente fantasy, horror e thriller. La pagina FB è poco seguita ma il gruppo e vivacissimo, animato da loro stessi. Fanno contest, interviste agli scrittori emergenti eccetera. La prima impressione è ottima, il resto a voi
  4. Fino a
    SCADENZA DEL BANDO DELLA VI EDIZIONE: 20 GIUGNO 2019 Per agevolare il lavoro della Giuria e del Comitato di lettura, si consiglia vivamente di spedire gli elaborati con ampio anticipo rispetto alla scadenza del Bando. Il Premio Città di Como è libero, autonomo, indipendente e riconosce pari dignità a tutti i partecipanti garantendo la totale imparzialità di giudizio. Il Premio Città di Como opera in ambito nazionale ed internazionale: gli elaborati in lingua originale non italiana dovranno pervenire corredati di traduzione in lingua italiana. SEZIONE EDITI POESIA in omaggio ad ALDA MERINI: partecipano a questa sezione le opere edite di poesia a tema libero. NARRATIVA in omaggio a GIUSEPPE PONTIGGIA: partecipano a questa sezione le opere edite di narrativa a tema libero di ogni genere: romanzo, raccolta di racconti, fiabe, memorialistica, biografie, libri per ragazzi, testi teatrali. Sono previsti premi speciali per la narrativa di genere. Sono richieste una breve sinossi dell’opera e una breve nota biografica dell’autore. SAGGISTICA: partecipano a questa sezione opere edite di saggistica, a carattere scientifico o divulgativo, di qualsiasi argomento senza limiti di ambito di trattazione. Sono richieste una breve sinossi dell’opera e una breve nota biografica dell’autore. SEZIONE INEDITI Partecipano a questa sezione opere mai pubblicate in versione cartacea o digitale in versione ebook nei vari formati o sui siti internet, blog o social network. Opere di Poesia: sia una singola poesia, sia una raccolta di poesie, sia un’antologia di più autori. Opere di Narrativa di ogni genere: romanzo, raccolta di racconti, fiabe, memorialistica, biografie, libri per ragazzi, testi teatrali. Sono richieste una breve sinossi dell’opera e una breve nota biografica dell’autore. SEZIONE MULTIMEDIALE Partecipano a questa sezione opere multimediali, sia edite che inedite: A) “Raccontano”: un testo letterario (in prosa o in poesia, edito o inedito, di qualsiasi autore), un paesaggio o un viaggio raccontato attraverso immagini e/o testo e/o musica. B) “Espressioni del volto”: volti ed emozioni (di uno o più soggetti) che esprimano delle emozioni attraverso immagini e/o testo e/o musica. C) “Videopoesie”: un testo poetico recitato attraverso il libero abbinamento di immagini e/o testo e/o suoni. D) “Book-trailer”: audiovisivo di breve durata per promuovere una pubblicazione. E) “Reportage fotografico” di qualsiasi genere. PRESENTAZIONE DEGLI ELABORATI La partecipazione al Premio avviene tramite la presentazione degli elaborati. Qui di seguito le indicazioni per la presentazione. SEZIONE EDITI Per le opere edite in formato cartaceo: inviare n. 2 copie del volume stampato. Per le opere edite in formato elettronico: inviare per e-mail e-book in formato pdf con accesso libero. SEZIONE INEDITI Per le opere inedite in formato cartaceo: inviare n. 2 copie stampate in formato A4, in b/n o a colori. Per le opere inedite in formato elettronico: inviare per e-mail l’elaborato in un unico file in formato pdf con accesso libero. SEZIONE MULTIMEDIALE Per le opere realizzate come sequenze fotografiche digitali: inviare la sequenza – costituita da un minimo di 5 e da un massimo di 10 immagini, progressivamente numerate, in formato JPG, peso massimo 2 MB l’una – per e-mail (per invii superiori a 5 MB, utilizzare modalità WeTransfer o simili). Per i reportage da un minimo di 30 a un massimo di 50 immagini. Per le opere realizzate come video: inviare il video – realizzato in un unico file, in formato Wav-Avi-Mp4-Mov della durata massima di 10 minuti – per e-mail (con modalità WeTransfer o simili). I video pervenuti saranno inseriti sul canale YouTube del Premio. Tutte le lavorazioni audio-video saranno ammesse se nel rispetto delle normative di YouTube. Con l’invio, si autorizza la pubblicazione del video sul sito www.premiocittadicomo.it e sui social network di riferimento. NORME DI PARTECIPAZIONE I partecipanti (Autori e Case editrici) possono concorrere a una o più Sezioni del Premio, senza limiti. Ogni partecipazione richiede un’iscrizione separata. Le case editrici concorrono con volumi di loro pubblicazione, garantendo l’autorizzazione alla partecipazione da parte dell’autore. Alle case editrici si raccomanda di dotare di idonea fascetta l’opera che risulterà vincitrice del Premio per le sezioni editi e speciali. INVIO DEGLI ELABORATI IN FORMA CARTACEA Gli elaborati in forma cartacea dovranno essere inviati per posta – secondo le modalità indicate in “Presentazione degli Elaborati” – unitamente alla scheda di iscrizione (SCHEDA ISCRIZIONE scaricabile e compilabile dal sito) e alla certificazione (fotocopia della ricevuta) del pagamento della quota di partecipazione (vedi “Quota di Partecipazione”) a: C.P. n°260 c/o Poste Centrali, via Gallio, 6 – 22100 Como oppure Associazione Eleutheria, via Oriani 8 – 22100 Como (per la Svizzera: Fermo Posta 6830 – Chiasso 1). INVIO DEGLI ELABORATI IN FORMA DIGITALE Gli elaborati in forma digitale potranno essere anche inviati – secondo le modalità indicate al punto “Presentazione degli Elaborati” – per e-mail unitamente alla scheda di iscrizione (SCHEDA ISCRIZIONE scaricabile e compilabile dal sito) e alla certificazione (scansione in pdf della ricevuta) del pagamento della quota di partecipazione (vedi “Quota di Partecipazione”) all’indirizzo: Per le sezioni letterarie editi e inediti: info@premiocittadicomo.it Per la sezione multimediale (sequenze fotografiche e video): sezioneimmagine@premiocittadicomo.it ATTENZIONE: Per motivi organizzativi – sia per invio in forma cartacea sia per invio in forma digitale – la scheda di iscrizione (o uno scritto equivalente), l’opera in concorso e la certificazione del versamento della quota di partecipazione devono giungere uniti e contemporaneamente. Non verranno ammessi al concorso elaborati spediti non unitamente alla scheda di iscrizione e alla certificazione del pagamento della quota di partecipazione. QUOTA DI PARTECIPAZIONE La quota di partecipazione – per tutti i partecipanti, autori e case editrici – è di € 20,00 – Euro Venti/00 (ogni partecipazione richiede una quota separata). Gli scritti provenienti da istituti penitenziari sono esenti. La quota potrà essere versata: tramite assegno o contanti presso la Segreteria del Premio; tramite versamento sul c/c postale n°1016359752 intestato ad Associazione Eleutheria tramite bonifico bancario: BPS – IBAN: IT 72M0569610901000009091X44 – BIC / SWIFT: POSOIT22 Filiale: 073 Como- ag.1 intestato ad Associazione Eleutheria. DESTINAZIONE DEGLI ELABORATI Al termine del Concorso, gli elaborati non verranno restituiti. Le opere edite verranno donate a Biblioteche del territorio insubrico. Le opere inedite verranno distrutte a tutela del Copyright. COMUNICAZIONE DEI FINALISTI, VINCITORI E CERIMONIA FINALE Gli elaborati pervenuti entro la data di scadenza del bando (vedi “Scadenza Bando del Concorso”) verranno puntualmente esaminati. Dopo la prima selezione si determinerà una rosa di selezionati. Nella rosa dei selezionati, i finalisti verranno scelti e avvisati dalla Segreteria del Premio. Tra i finalisti verranno scelti i vincitori. Gli elenchi della rosa dei selezionati e, successivamente, l’elenco dei finalisti verrà reso noto tramite pubblicazione sul sito del Premio. La Cerimonia di Premiazione si svolgerà nel mese di Ottobre (presumibilmente sabato 19/Ottobre) a Como, in una sede di prestigio e sarà aperta al pubblico a ingresso libero. Tutte le informazioni relative alla data e l’ora della cerimonia di premiazione saranno consultabili sul sito. I vincitori verranno proclamati all’atto della Cerimonia e saranno tenuti a parteciparvi per la riscossione dei premi. I premi in denaro non ritirati personalmente o tramite delegato durante la Cerimonia, rimarranno a disposizione del Premio per l’edizione successiva. Le spese di trasferimento e di soggiorno per la presenza alla Cerimonia di Premiazione saranno a carico dei singoli partecipanti. Il Premio ha tuttavia stipulato apposite convenzioni con alberghi per pernottamenti a prezzi speciali (informazioni presso la Segreteria o sul sito del premio). ACCORDI EDITORIALI, CONSULENZE L’Associazione si riserva la possibilità di stipulare accordi di rappresentanza e consulenza editoriale con gli autori delle opere inedite ritenute più meritevoli di pubblicazione. Gli autori di inediti che desiderassero una valutazione puntuale del testo, potranno richiederla contestualmente all’invio del loro manoscritto in regola con la sottoscrizione (20 euro). Il Premio Città di Como si appoggerà quindi, per questa prestazione allo Studio Pym di Via G.Pascoli 32, Milano, che leggerà e analizzerà entro la data di premiazione i testi più brevi (fino a un massimo di 100 cartelle da 2000 battute spazi inclusi) al costo di € 100, mentre per i testi più lunghi (oltre le 100 cartelle da 2000 battute spazi inclusi) il costo salirà a € 200. TALI COSTI, SARANNO VERSATI DALL’AUTORE DIRETTAMENTE ALL’AGENZIA CHE PROVVEDERA’ ALLA RELATIVA FATTURA. Oltre alla valutazione, nella scheda di lettura lo Studio Pym includerà dei consigli di lavorazione per migliorare il manoscritto. L’autore potrà in seguito decidere se commissionare un vero e proprio lavoro di editing all’agenzia. La partecipazione al Concorso deve essere formalizzata entro la data di scadenza del Bando. La Segreteria del Premio, a chiusura del Bando, resta a disposizione per un periodo tassativo di giorni 15 per eventuali avvisi, omissioni, refusi o segnalazioni: oltre il suddetto periodo non verrà presa in esame alcuna richiesta in merito alle opere oggetto del Concorso. A chiusura del Bando verranno pubblicati sul sito del Premio gli elenchi dei partecipanti al concorso. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento. Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzazione o di terzi per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso. I partecipanti dichiarano di esseri autori delle loro opere. La partecipazione al concorso comporta automaticamente da parte dell’Autore la concessione all’Ente Promotore il diritto di riprodurre le immagini presentate al concorso su cataloghi ed altre pubblicazioni che abbiano finalità di propagandare la manifestazione e i luoghi dove ambientata l’immagine, senza fini di lucro. Ai sensi della Risoluzione n.8/1251 del 28/10/1976 il Premio non verrà assoggettato a ritenuta alla fonte. Resta pertanto a carico del percettore del premio l’obbligo di comprendere il valore del riconoscimento e le somme complessive a tale titolo conseguite nella propria dichiarazione annuale alla fine della determinazione del reddito. Per i minorenni occorrerà la firma di un genitore o di chi esercita la patria potestà sulla scheda di partecipazione. Tutti i dati sensibili pervenuti da quanti partecipano al Premio verranno trattati nel rispetto del Decreto legislativo 30/06/2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali, noto anche come “Testo unico sulla privacy”) ed utilizzati esclusivamente per i fini del Premio stesso. I CONCORRENTI, SOTTOSCRIVENDO LA SCHEDA DI ISCRIZIONE, ACCETTANO TUTTE LE CONDIZIONI DEL PRESENTE BANDO. PREMI SEZIONE EDITI VOLUME EDITO DI POESIA Primo classificato € 2.000 VOLUME EDITO DI NARRATIVA Primo classificato € 2.000 Premi speciali per generi: Romanzo storico € 500 Romanzo d’avventura € 500 Romanzo thriller € 500 Romanzo per ragazzi € 500 Romanzo fantastico (fantasy, horror, fantascientifico) € 500 Volume edito di genere teatrale € 500 VOLUME EDITO DI SAGGISTICA Primo classificato € 2.000 Premi speciali per generi: Divulgazione scientifica € 500 Libro di inchiesta € 500 SEZIONE INEDITI Il testo inedito che risulterà vincitore – sia esso romanzo o raccolta di racconti, per adulti o per ragazzi – verrà pubblicato dall’Editore Francesco Brioschi di Milano o da altri, con il consenso dell’autore e dopo un accurato Editing al fine di migliorare se necessario la struttura del testo. Potranno essere pubblicati anche altri inediti ritenuti meritevoli di attenzione. La segreteria del premio dovrà essere tempestivamente avvisata qualora un testo inedito inviato in partecipazione raggiungesse accordi editoriali nel periodo del concorso.Alla data di premiazione le opere vincitrici, pena l’esclusione, dovranno risultare inedite e svincolate da qualsiasi diritto di terzi. POESIA SINGOLA O FINO A 5 POESIE INEDITE Primo classificato € 1.000 SEZIONE RACCONTO SINGOLO EDITO O INEDITO Primo classificato € 1.000 Miglior racconto a tema il lago, qualsiasi lago e in ogni sua eccezione € 500 SEZIONE MULTIMEDIALE PREMIO UNICO Primo classificato € 1.000 OPERA PRIMA (Sezione a scelta della Giuria) Primo classificato € 1.000 OPERA DALL’ESTERO O TRADOTTA IN ITALIANO DA LINGUA STRANIERA Primo classificato € 1.000 OPERA SUL TEMA “IL VIAGGIO” (saggistica, narrativa, reportage) Premio Unico € 500 Il Premio e la Giuria potranno: conferire riconoscimenti con diplomi e targhe, premi speciali della Giuria e assegnare ulteriori premi in denaro o equivalente ai secondi e terzi classificati o al romanzo inedito, in caso di impossibilità alla pubblicazione. Assegnare premi speciali, per opere di prosa o poesia, a persone in regime di detenzione. Referente per gli scritti provenienti da istituti penitenziari: Avv. Marcello Iantorno assegnare Soggiorni Premio nei primari alberghi del territorio elencati sul sito del Premio. accrescere il montepremi. Durante la Cerimonia verranno assegnati: un premio alla memoria del Prof. Augusto Cirla, già eminente clinico dell’Ospedale Sant’Anna di Como. un premio a una personalità o a un Ente che si siano distinti per la diffusione della cultura o per particolari meriti in campo umanitario. GIURIA TECNICA Presidente Andrea Vitali Scrittore Edoardo Boncinelli Scienziato e scrittore Francesco Cevasco Già Responsabile delle Pagine Culturali del Corriere della Sera Milo De Angelis Poeta e critico Giovanni Gastel Fotografo Giulio Giorello Filosofo Dacia Maraini Scrittrice Armando Massarenti Giornalista e scrittore Pierluigi Panza Giornalista del Corriere della Sera e docente universitario Flavio Santi Scrittore e docente all’Università Insubria Laura Scarpelli Editor Mario Schiani Responsabile pagine culturali quotidiano La Provincia LE DELIBERAZIONI DELLA GIURIA SONO INSINDACABILI ED INAPPELLABILI. COMITATO DI LETTURA (SEMPRE AGGIORNATO) Marco Albonico Fiorella Bianchi Mafalda Bianchi Anna Falezza Boracchi Paola Linda Pedraglio Luciana Schnyder Giorgio Albonico Lorenzo Morandotti Sergio Mestrinaro Daniela Baratta Greta Albonico Marielina Confalonieri Raffaella Rizzo STUDENTI LICEO VOLTA: I nomi degli studenti qui Insegnante di riferimento: Prof.ssa Marina Doria coordinatrice progetto “Leggere per davvero” RETE DI BIBLIOTECHE DELLA PROVINCIA DI COMO: Fabio Della Valle Paolo Cadenazzi Carlo Romanò Simona Molteni Stefania Molteni Maddalena Bellini Eva Cariboni Silvia D’Arrigoni Nicoletta Sterlocchi Daniele Bianchi Maria Ida Pozzoli Alessandra Scansiani Lorenza Calcaterra Barbara Mascarucci Alessandra Rossini Francesca Trabella Iris Bellini Monica Neroni Gabriele Nuttini Silvia Bonfanti Laura Furlanetto Celestina Lietti Donatella Gaetani Marcel Paolini Leila Laze Maria Emilia Peroschi Maria Giovanna Bullock Elisabetta Beltrami Silvana Selva Christiane Colombo Cristina Mauri BIBLIOTECA DI BORMIO Cinzia Sosio Luisa Pozzi Massimo Favaron Maurizio Favaron Maria Bruna Peruviani Federica Bormetti Consuelo Peccedi Sabina Colturi Assunta Giacomelli Franca Colturi Federica Lumina Assunta Giacomelli BIBLIOTECA DI CREMONA Consuelo Cabrini Sabrina Pamela Miglio Maria Anita Pasquale Rebecca Rossi Marinella Seghizzi Annamaria Sorgente Nicoletta Trovato Laura Vincenzi LIBRERIA TORRIANI DI CANZO Luigi Torriani Massimo Autieri Monica Galanti Nello Evangelisti Margherita Conforti Alberto Riolo Daniela Cattaneo Riolo Piera Polti STUDIO PYM DI MILANO (Via G.Pascoli n° 32, Milano 20129) www.studiopym.com: lavora con tutti i principali gruppi editoriali italiani (Gruppo Mondadori, Giunti, Feltrinelli, HarperCollins, Gruppo GeMS, DeA Planeta, San Paolo, Amazon Publishing) LIBRAI DEL TERRITORIO INSUBRICO Ennio Monticelli (Libreria Ubik) Paola Cattaneo (Libreria Via Mentana Como) Debora Aloi (Libreria Mondadori) Silvia De Carli (Nonsololibri) LEGGER-MENTE (Cesenatico) Marco Bazzocchi Monica Biselli Patrizia Borgioli Maria Farnedi Anna Lelli Mami Elena Naldi Graziella Nasolini Dina Paganelli Alma Perego Alessandra Senni COMITATO ESECUTIVO Ideatore e organizzatore premio: Giorgio Albonico – giorgio.albonico@premiocittadicomo.it Per informazioni: Segreteria Organizzativa Daniela Baratta Via Oriani 8 – Como Telefono: 031 241.392 Cellulare: +39 334 5482855 – +39 340 9439256 – +39 329 3336183 ORARIO UFFICIO 9:00-12:00 15:00-17:30 Email: info@premiocittadicomo.it URL: www.premiocittadicomo.it Responsabile sezione fotografica: Greta Albonico – gretaalbonico@yahoo.it In collaborazione con Guido Taroni Responsabile Comunicazione – Eventi: Barbara Sardella barbara.sardella@ubiklibri.it Promozione e contenuti digitali : Lorenzo Morandotti lorenzomorandotti@gmail.com Progettazione grafica e realizzazione sito internet: Partners.co.it
  5. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  6. simone volponi

    I bootleg del folle

    Titolo: I bootleg del folle Autore: Simone Volponi Collana: Infamia project ISBN: B07KCRKBS6 Data di pubblicazione: Novembre 2018 Prezzo: 2,99 (solo digitale) Genere: Antologia racconti horror-sci-fi Pagine: 110 Link all'acquisto: https://www.amazon.it/BOOTLEG-DEL-FOLLE-Simone-Volponi-ebook/dp/B07KCRKBS6/ref=sr_1_3?s=books&ie=UTF8&qid=1543176135&sr=1-3 Un'antologia dei principali racconti pubblicati in varie raccolte di genere fantastico. Viaggi all'interno dell'immaginario horror e sci-fi, dal sapore pulp e con un'escursione nello steampunk. Una banda criminale romana che si ritrova a lottare per la vita mentre il Vaticano crolla; un monaco folle alle prese con una invasione zombie; liquidi rossi che causano terribili mutazioni e bombe celate nell'utero di un'innocente; il più celebre cowboy italiano calato in piena ambientazione steampunk; un uomo finito prigioniero in casa si nasconde da una bestia mostruosa; qualcuno brama nell'oscurità una pelle nuova...
  7. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  8. MatRai

    Si spengono le stelle - Matteo Raimondi

    Titolo: Si spengono le stelle Autore: Matteo Raimondi Editore: Mondadori Collana: Omnibus ISBN cartaceo: 9788804687375 ISBN ebook: 9788852086595 Data di pubblicazione: 17 aprile 2018 Prezzo: Cartonato con sovraccoperta 19.50€ | EBook 9.99€ Genere: Thriller - Horror - Storico Pagine: 460 1691. York è un’inquieta città di frontiera da poco annessa alla Colonia della Massachusetts Bay, dove la legge è esercitata secondo una rigida morale puritana. Primogenita di Mary e Robert Walcott, capo della corporazione commerciale, Susannah è tormentata da un selvaggio bisogno d’indipendenza che la rende insofferente alle autorità e la porta a rifugiarsi negli antichi insegnamenti della sua vecchia nutrice indiana, Nagi, dalla quale ha imparato a scorgere in ogni cosa la profonda armonia del cosmo. Ma proprio il forte legame con la cultura dei nativi costa a Suze l’avversione dei suoi coetanei, che la accusano di essere strana, pericolosa, e per questo la schivano. Tutti tranne uno, il fragile e misterioso Angus Stone, che appare determinato a sfidare qualunque pregiudizio pur di averla. Le cose cambiano quando Robert viene inviato a Boston per presiedere il Congresso coloniale: mentre a York le stelle della ragione cominciano a spegnersi, Rob realizza di trovarsi nel mezzo di una spietata cospirazione tesa a inasprire odio e paura verso i “selvaggi”. Il conflitto tra coloni e nativi assume così il valore di uno scontro fra bene e male che coinvolgerà proprio Susannah, ignara custode di un grande segreto. Si spengono le stelle è un thriller stupefacente sulla Nuova Inghilterra di fine Seicento, che indaga uno dei periodi più cupi della storia americana a colpi di miracolose incursioni nei temi classici della letteratura fantastica. Ne emerge una grandiosa allegoria della civiltà contemporanea, che rivela una nuova, formidabile e poliedrica voce della narrativa italiana, capace di scolpire magistralmente luoghi e personaggi, di esplorare le terre di confine tra i generi e di intrecciare passato e presente, modernità e tradizione, racconto individuale e Storia collettiva in una miscela esplosiva. Amazon IBS Mondadori Store
  9. Torba

    Il mondo oltre (3 di 3)

    Commento a La coda della volpe Alzando lo sguardo, vide uno dei suoi spettatori che fissava intensamente una pipetta. L’aveva tenuta in mano fino a quel momento ma, dopo averla esaminata come fosse un oggetto alieno, decise che non meritava il suo interesse e la gettò via, per poi ripensarci. Raccolse la pipetta da terra e se la mise in tasca. Roma non si disintossica in un giorno, pensò Roberta. Una mano le strinse il polso, facendola raggelare. Era il tossico senza età. Le si era avvicinato approfittando della sua distrazione e ora le soffiava il suo alito fetido sulla faccia. Visto da vicino, era l'immagine stessa della morte in vita, condensata nella pelle spaccata e nei pochi denti, marci oltre ogni speranza di salvezza. Roberta quasi iniziò a urlare, nonostante non avesse più fiato nei polmoni, ma l'uomo iniziò a parlare. "Lui ti conosce" sibilò, con gli occhi rivoltati verso l'interno a mostrare il bianco. "Lui ti ha sentita e ti vuole." "Lasciami!" "Lui può mostrarti il mondo che c'è oltre questo. Le meraviglie! Il livello superiore! Le porte sono ovunque." Roberta smise di dimenarsi. La presa dell'uomo si addolcì sul suo polso, ma continuava a trasmetterle una strana sensazione, come una scarica elettrica a basso voltaggio. "Ah!" fece quello. "Vuoi anche tu un mondo oltre questo. Vuoi fuggire... Lo sento. Va' da lui e unisciti agli altri come te!" "Come si trovano queste porte?" Il ragazzo della pipetta era seduto a gambe incrociate, intendo a sondare l'oggetto come se non l'avesse mai visto prima. "È la domanda sbagliata. Quello che dovresti chiedere è il prezzo." "Quanto?" sospirò la ragazza. Ma l'uomo si stava già allontanando. Roberta lo rincorse e lo raggiunse quando stava per adagiarsi sul suo giaciglio di cartone. "Quanto?!" ripeté, strattonandolo. Ma quegli occhi erano tornati normali: era di nuovo un tossico qualunque. Roberta rinunciò. La stazione degli autobus era un formicaio di gente in attesa di partire o fuggire. In quel momento, i suoi genitori probabilmente stavano già scampanellando sotto casa sua, preoccupandosi per quella figlia che non rispondeva a citofono e cellulare, proprio il giorno in cui avrebbe dovuto discutere la tesi. Con il cappuccio della felpa tirato sulla testa e gli auricolari nelle orecchie, Roberta era isolata da quel mondo che non aveva mai voluto e che non l'aveva mai messa a suo agio. L'antipatia era reciproca. Mentre ascoltava Armstrong, tormentava il biglietto che teneva in tasca, piegandolo e arrotolandolo in un origami d'ansia. Prima che riuscisse a renderlo illeggibile, l'autobus arrivò e l'autista, una volta sceso dal mezzo, invitò i passeggeri a posizionare i propri bagagli nello scompartimento inferiore. Roberta aveva solo uno zaino, con dentro quelli che erano i suoi averi irrinunciabili, e nella mano teneva la custodia del sax. Non sapeva ancora come avrebbe potuto procurarsi da vivere. Forse curare la gente per strada con il sax sarebbe stata una soluzione praticabile. Oppure avrebbe dovuto vendere lo strumento e trovarsi un posto da cameriera. Mentre stava per abbandonare il sax nel portabagagli, iniziò a sentire un suono di flauto che si insinuava tra le note della tromba di Armstrong. Roberta conosceva a memoria il pezzo, ma non aveva mai sentito nulla del genere neanche nelle diverse versioni non ufficiali. Mise in pausa il lettore e si tolse gli auricolari. Il flauto continuava a suonare una melodia che le faceva venire gli occhi umidi. Sentiva che di lì a poco si sarebbe messa a piangere per quanto era dolce. Il suo cuore si stava velocemente colmando di gioia: non sarebbe passato molto tempo prima che traboccasse e lei iniziasse ad abbracciare gli sconosciuti. Iniziò a seguire le note, trasognata. In seguito, alcuni testimoni affermarono di averla vista mollare zaino e custodia sul marciapiede come sacchi della spazzatura. Dissero che sembrava ubriaca o in acido. Il flauto la condusse via dalla stazione degli autobus, le tenne la mano mentre percorreva vie piene di gente che la urtava e di clacson incazzati che le suonavano contro. Ma lei non sentiva altro che le carezze ai timpani. Quando imboccò un vicolo ingombro di cartoni da riciclare, le note morirono e lei si trovò davanti il musico. L'uomo stava seduto contro il muro di mattoni scrostati, avvolto in una giacca militare. Il cappuccio di una felpa gli riparava la testa. Senza neanche voltarsi verso di lei, le fece cenno di avvicinarsi. Senza musica, Roberta riprese coscienza di sé e notò che il flauto da cui si era originata la dolcezza era di una fattura che non aveva mai visto. Almeno cinque fori in più rispetto a quelli regolamentari. Davanti al musicista c'era un cappello con dentro qualche monetina. Centesimi, residui di carità raschiati via dall'insensibilità di chissà chi. E chi mai verrebbe in questo vicolo, pensò la ragazza. Subito però si rese conto di come era arrivata al cospetto del flautista. "Suona ancora, ti prego" gli disse e le dita dell’uomo ripresero a percorrere quello strano strumento. Man mano che la musica diventava più dolce e complessa, intricata come una foresta pluviale ancora vergine, i movimenti si facevano sempre meno visibili e Roberta faticava a seguirli con lo sguardo. Voleva imparare a produrre anche lei quelle armonie celestiali e sapeva che non le avrebbe mai trovate su alcuno spartito terreno. Le sue composizioni curative, al confronto, impallidivano per la vergogna. Le note rallentarono di nuovo e le dita ridivennero visibili, solo che non erano più le stesse. Le falangi si erano moltiplicate e assottigliate. Allo stesso modo, il numero di articolazioni era notevolmente aumentato. L'impressione era quella di osservare le zampette di un astice o di un'aragosta, ma ormai Roberta non ci badava più. Potrei volare, pensò. Anche per questo, quando il musicista si fermò di nuovo, lei sentì che stava davvero per mettersi a piangere. "Continua, ti prego." "Volare costa, cara" le rispose l'uomo. "Ah, certo! Mi scusi" esclamò Roberta, prendendo a frugare nelle tasche alla ricerca di qualche moneta, ma lo sconosciuto la fermò con un gesto. Si alzò. Le sbottonò due bottoni della camicetta e, mentre si apriva un varco in mezzo ai suoi seni, Roberta sentì un brivido di piacere percorrerla, farla vibrare come la corda di una chitarra. Le dita da crostaceo affondarono nella carne, ma non ci fu sangue né dolore. Era cosa giusta, il tributo per quello stato di beatitudine. "Il prezzo per la porta" mormorò la ragazza. "Per il mondo oltre" la corresse l'uomo. Tirò fuori le dita dal torace, portandosi dietro il cuore pulsante. Roberta attese con le palpebre socchiuse e frementi che l'uomo tornasse a sedere. Il flautista lasciò cadere il cuore dentro il cappello e si accomodò, riprendendo in mano il suo strumento. "È abbastanza?" chiese Roberta, sognante, ma conosceva già la risposta. La musica riprese a danzare nelle orecchie della studentessa e a riempire il vuoto lasciato dal suo cuore. Roberta aprì gli occhi e guardò dentro il cappello. C'erano dentro stelle e comete, galassie, esplosioni di supernove. Vide pianeti circondati da strascichi di asteroidi, come teste di spose incoronate, e buchi neri in cui poté abbandonarsi priva di peso. Mentre volava, partecipò alla scissione della prima cellula, nuotò con pesci preistorici e insieme a loro uscì dall'acqua per conquistare la terra. Era una landa sconosciuta, immacolata, scevra di conoscenza. Accogliente. Il mondo fatto per lei. Si incamminò sul nuovo continente e si perse nella gioia. La sera portò con sé il primo freddo. Il musicista ripose il flauto nella tasca della giacca e si sfregò le mani per riscaldarle. Il suo unico desiderio era di andare a riscuotere la paga e chiudersi in un pub per la serata. Guardò il cappello e i pochi spiccioli che conteneva. Scrollò le spalle e se li mise in tasca. Non aveva di che preoccuparsi perché Lui pagava bene: il miglior principale che avesse avuto da secoli. Si calcò il cappello sulla testa e si allontanò fischiettando.
  10. Torba

    Il mondo oltre (2 di 3)

    Commento a Osservarsi All'epoca, Roberta non aveva ancora composto neanche "Analisi Matematica I" - i corsi non erano ancora iniziati - e quindi attaccò un pezzo di Coltrane, mentre dalla cucina arrivava il rumore della ceramica che si infrangeva. Quando le note iniziarono a prendere vigore e passione, diffondendosi per l'appartamento, il fracasso cessò. Dopo un primo momento di pesante silenzio, attraverso il blues Roberta sentì i passi di Marco in corridoio. La porta si spalancò con violenza e lei si trovò davanti lo sguardo allucinato di Marco. Roberta chiuse gli occhi. Continuò a suonare, con la schiena che aderiva alla parete. Passarono tre minuti, mentre Coltrane raccontava la sua storia e Marco faceva chissà cosa oltre lo schermo delle palpebre. La ragazza aprì gli occhi solo quando sentì il folle che spalancava la finestra. Forse era un'illusione, ma avrebbe giurato che qualcosa era stata liberata verso l'esterno. Non era cambiato nulla nell’aspetto esteriore di Marco, ma il suo respiro era diventato regolare. Uscendo dalla stanza, le aveva mormorato addirittura un “grazie”. La parola riecheggiava ancora nella mente di Roberta, mentre adesso l'oscurità faceva sembrare il ponte come la bocca di una caverna: nulla si vedeva al di là dei piloni. E come da un pozzo di un romanzo gotico, non appena avvertirono la sua presenza, le creature della notte iniziarono a strisciare fuori. Malconce, con i vestiti luridi e a brandelli. Residui di una Midian di scarti. Gengive ormai abbandonate dai denti. Pelli irrigidite dai buchi. Quello che si stava avvicinando più velocemente aveva indosso un paio di calzoni puzzolenti di piscio e solo un impermeabile a coprire la parte superiore del corpo. Sotto la barba aggrovigliata e insozzata dall'indigenza, poteva avere qualsiasi età. Come uno zombie in un film degli anni Settanta, trascinava una gamba e faceva penzolare la mascella. Non morto, tendeva la mano verso di lei. La ragazza posò a terra la custodia e fece scattare la serratura. Il sax riflesse il bagliore di un lampione lontano e per un attimo sembrò che una cometa fosse passata sopra quello squallore. Iniziò a suonare "Geometria II". L'attacco era lento, un'alternanza di tre dolci note ripetute fino a diventare un mantra. Poi la musica acquistò leggerezza e consistenza. L'armata delle tenebre prima tentennò, poi si fermò del tutto. Il tossico senza età serrò le mascelle e raddrizzò la schiena, come un cane in presenza di un estraneo. Dietro di lui, gli altri diseredati rimanevano immobili come statue. Mentre le dita volavano sullo strumento, Roberta percepiva al di là delle sue palpebre chiuse la bolla di benedizione che si era creata. Un'oasi di guarigione per gli straziati dalla malattia. Per la prima volta, sentì la sicurezza che non gli era mai appartenuta veramente, neanche dopo le esibizioni di Fra Martino o dopo le lacrime della madre di Marco. Lei aveva il potere. Nella sua cameretta, la Roberta bambina era stata solita specchiarsi prima di suonare. Le cuffie erano troppo grandi per la sua testolina e la tastiera era invece troppo piccola. Di solito avrebbe cominciato a pigiare i tasti nel silenzio, con la musica che zoppicava solo per lei, ma Quella-Famosa-Sera si sentiva coraggiosa: aveva tirato via il jack dalla tastiera e aveva iniziato a suonare Fra Martino Campanaro. Aveva sbagliato dopo tre note. La melodia era riconoscibile, ma l'esecuzione era quella che ci si poteva aspettare da una comune bambina di prima elementare. Dopo aver martoriato il povero frate per una decina di volte, aveva sentito gli occhi inumidirsi e aveva spento la tastiera. Poi aveva alzato lo sguardo. Lalla era seduta sul tappeto davanti al lettino della sorella, mentre i genitori litigavano in cucina, inconsapevoli dell'allontanamento dell'oggetto del contendere. "Il vaccino?" chiedeva suo padre, ma non sembrava una domanda. "Ma non dire cazzate!" Anche Roberta raccontava un mucchio di cazzate. La firma del professore era rimasta per un bel po' in solitudine sul libretto, mentre sulla copia - quella che Roberta aveva richiesto dopo la denuncia di smarrimento - le falsificazioni si riproducevano al ritmo di circa quattro materie a semestre. Roberta ricopiava in bella gli spartiti di "Fisica" e "Composizione Architettonica", ma a casa sua erano convinti che stesse preparando la tesi. "Progettazione di uno spazio multifunzionale per esposizione artistica e bocciodromo". Un paio di volte al giorno il senso di colpa prendeva il sopravvento. Il sollievo era nel sax e così il repertorio si allargava. Non aveva mai voluto deludere i suoi con un abbandono o un cambio. "Certo che se oggi non riesci a laurearti sei uno sfigato" diceva sua madre davanti al telegiornale, commentando con le ultime notizie dal Ministero. "Ai miei tempi, sì che era dura, ma non ho fatto un giorno di fuori corso. Come va tesi cara?" "Bene" rispondeva Roberta, arrotolando spaghetti. "Il plastico l'hai fatto?" "Quando torno all'Uni faccio una foto così vedi come sta venendo". Sua madre la credeva alle prese con balsa e colla. Lei suonava e ammansiva la colpa. I suoi colleghi diventavano architetti abilitati e già iniziavano a farsi sfruttare. Provando l'attacco di "Disegno Artistico e Modellazione", Laura si chiedeva se non esistesse altro nella vita. L'obbligo di crescere. La dittatura della responsabilità. Prolungare quel limbo oltre la sua naturale scadenza aveva solo contribuito a escluderla dai giochi della vita reale. Ma si poteva chiamare vera vita? C'era un'alternativa? E se sì, dove si trovava? Quella-Famosa-Sera, Lalla stava guardando proprio Roberta. Teneva le gambe grassocce rilassate in avanti e le mani aggrappate al pelo folto del tappeto. Non era una novità. A quanto sembrava, l'unica cosa che suscitava l'interesse di Lalla era strappare quei peli sintetici e fare ammattire la madre. Quella sera però stava guardando dritto verso la sorella. Non c'erano possibilità di errore. Roberta aveva espirato con cautela: aveva trattenuto il fiato quando aveva scoperto di avere un pubblico. Lalla le era sembrata un branco di tigri del Bengala, invece che un’infante con un sospetto di autismo. Quello era un termine che ultimamente aveva sentito spesso da suo padre. Roberta non sapeva cosa significasse, ma non sembrava nulla di buono. Aveva riacceso la pianola e aveva riprovato la melodia, questa volta sbagliando solo una nota, quella prima di "suona le campane, suona le campane". Lalla lisciava il pelo del tappeto. Da quel momento Roberta aveva continuato a esibirsi davanti alla sorella ogni sera, aggiungendo al repertorio anche Jingle Bells. Due anni dopo, durante un'appassionata esecuzione di "Imagine" su una Yamaha di seconda mano, Lalla aveva battuto le mani. Ora faceva le superiori. Quando leggeva, confondeva solo un po' le parole. Con quel ricordo in testa, Roberta aprì gli occhi e vide nel buio qualcosa che si muoveva tra i drogati. Ombre di petrolio strisciavano via in sordina, come parassiti dopo la morte del corpo. Una aveva una testa enorme e floscia. Si muoveva strisciando aiutandosi con i lunghi tentacoli. Un'altra, quella che fuggiva dal tossico senza età, sembrava uno gnomo gobbo con l'andatura da primate. Roberta non riuscì a distinguere la forma delle altre presenze, ma poté vedere che non si erano allontanate di molto. Erano tutte riunite nell'antro creato dal cavalcavia e la guardavano con occhi maligni, come punte di spillo. La melodia di "Geometria II" finì, lasciando il posto al resto del repertorio di Roberta. Per tutta la mezz'ora in cui suonò, il suo pubblico rimase immobile. Quando i primi raggi del sole la raggiunsero, la ragazza si sentiva ormai svuotata e dovette staccare le labbra dal sax. Mai in vita sua si era sentita così esausta, come se si fosse privata di un organo per donarlo a qualcuno più bisognoso di lei.
  11. Torba

    Il mondo oltre (1 di 3)

    Commento a Il fantasma "Dovresti sfruttare la cosa" le aveva detto Marco, una sera che si erano messi a fumare sul balcone. La serata era calda e l'indomani ci sarebbe stato un altro esame al quale non presentarsi. La sinfonia in onore di "Urbanistica" era quasi pronta, mancavano solo un paio di passaggi da definire. "A cosa ti riferisci?" "Alle tue capacità. Potresti aprire uno studio tipo, che so, da terapeuta. Curare le persone come hai fatto con me." "Io non ti ho curato." "Ma va. Mia madre neanche mi salutava più, per paura che la pestassi. A proposito, ti piace la collana?" Roberta la portava al collo in quel momento. La madre di Marco era arrivata un sabato pomeriggio, mentre lei era da sola nell'appartamento. Quando Roberta aveva aperto la porta lei era già in lacrime, con il trucco tutto disfatto. Le si era lanciata al collo e l'aveva stretta tanto da toglierle il fiato. Aveva continuato a ringraziarla tra un singhiozzo e un altro. "Me l’hai restituito" aveva detto. Poi aveva aperto la borsa, ne aveva tirato fuori un pacchetto e, ignorando le proteste della ragazza, gliel'aveva fatto scartare. Non era riuscita a dire altro e dopo un paio di minuti era sparita. Roberta aveva passato il pomeriggio a guardarsi allo specchio, giocherellando con la collana. Da allora l'aveva tolta solo per dormire e fare la doccia. "Sì, mi piace. Ma tua madre non doveva. Io non ho guarito nessuno." "E tua sorella allora?" Nelle loro nottate sul balcone si erano scambiati racconti sulla loro vita e Roberta, in quei momenti di confessioni, non aveva potuto tenere per sé il miracolo di Fra Martino Campanaro. Salvo poi ritrattare. "Neanche con lei ho fatto nulla. Aveva dei problemi quand'era piccola, ma si sono risolti con il tempo. Sono cose che succedono, con i bambini: c'è chi ci mette di più per iniziare a parlare, ma poi diventa comunque normale, no?" "Forse hai ragione." Il cielo era completamente sgombro e le costellazioni aspettavano di essere riconosciute e ammirate, ma nessuno dei due era mai stato forte in astronomia. Un vero peccato. "Secondo me ti servirebbe una prova suprema, per fugare ogni dubbio. Qualcosa di estremo." "Non eri già abbastanza estremo tu?" "Allora vedi che mi dai ragione?" Quale migliore notte per rispondere alla domanda, se non quella? L'indomani. un'Aula Magna gremita di parenti si sarebbe comunque chiesta come mai lei non figurasse nell'elenco dei candidati. Roberta camminava avvolta nella luce asettica dei lampioni, con il peso del sax che le gravava dolcemente sulla spalla, dentro la custodia. Sul marciapiedi opposto, le prostitute mercanteggiavano con i clienti di passaggio davanti al banco della carne. Una di loro fischiò, indirizzando verso Roberta qualcosa che fece ridere le altre. La sedicente studentessa passò oltre. Quello non era un posto per una come lei, ma c'erano luoghi ben più pericolosi ad attendere nella notte. Quelli che lei stava cercando. Una strada secondaria si staccava dal viale e si dirigeva verso i margini esterni della città, laddove le case si diradavano e si moltiplicava l'immondizia, non necessariamente inerte e chiusa in sacchetti di plastica. Roberta si rese a malapena conto che dopo un po' l'asfalto cedeva il posto prima a un malconcio fondo di cemento e poi alla terra battuta. Mentre le sue scarpe da tennis si lordavano di fango, si avvicinava al punto in cui il sentiero passava sotto al ponte dell'autostrada. Le avevano parlato di quel posto, e le opinioni andavano tutte in un unico senso: meglio essere da un'altra parte. Ma lì serviva aiuto, come ne avevano avuto bisogno Marco e Lalla. Far finta di niente non era facile, quando si trattava di sua sorella. Sua madre si era accorta che qualcosa non funzionava e il primo segnale era stato appunto l'ostinazione con cui affermava che andava invece tutto alla perfezione. La sua bambina era perfettamente normale, aveva solo bisogno di tempo. "Dov'è la mamma? Dov'è la mamma? Cucù!" Roberta aveva imparato a non intromettersi nei tentativi di comunicazione, una scena quotidiana - quasi a cadenza fissa - che andava in onda poco prima di cena, quando entrambi i genitori tornavano dal lavoro. "Non ti sta minimamente considerando" era stata la frase tipica di suo padre. Osservava la figlia con aria desolata, appoggiato allo stipite della porta, con ancora indosso i vestiti sporchi di intonaco. Come un falso fornaio o uno smisurato cocainomane. "È ancora troppo piccola. Cosa vuoi che dica, che ancora non ha un anno?" "Ma porc... Non si tratta di parlare. Guarda, neanche si è accorta di te." A quel punto Roberta sapeva che i toni sarebbero saliti gradualmente. Sua madre si sarebbe chiusa nella sua campana di negazione e suo padre avrebbe continuato a martellare, ma ogni giorno lo faceva con meno energia. Sembrava destinato anche lui ad abituarsi e fare finta di niente. Quella-Famosa-Sera, la ragazzina aveva spento come ogni volta il televisore e si era rintanata in camera sua. Dodici anni dopo, il primo brano composto da Roberta al sax veniva intitolato "Analisi Matematica I". Aveva preso vita durante il primo semestre di architettura e si era nutrito sin dalle prime lezioni di tedio e disinteresse. Il professore esponeva gli argomenti in maniera chiara e Roberta, sul momento, afferrava i concetti al volo, a differenza dei suoi colleghi presi da sudori freddi e deliri mistici, salvo restituirli alla libertà dell’etere ogni volta che tornava nella sua minuscola stanza presa in affitto, dove seppelliva gli appunti sotto chili di spartiti scarabocchiati con la Bic nera. "Analisi Matematica I" non le sembrava un capolavoro. Però le piaceva come, nella sua desolazione, rispecchiasse il primo scoglio reale che aveva incontrato. "Va bene diciotto?" le aveva chiesto il professore, un magnanimo cinquantenne con la faccia da bambino. "Sì." "Non sarebbe meglio se tornasse al prossimo appello? In aula l'ho vista interessata. Forse si è confusa..." "Mi va bene il diciotto." L'appartamento in cui Roberta aveva trovato una camera era già occupato da due ragazze - una perennemente in doposbronza, un'altra che non si vedeva mai - e da un unico ragazzo. Lo stesso giorno in cui Roberta si era trasferita, mentre apriva gli scatoloni, aveva sentito del trambusto provenire dalla cucina. Rumore di piatti che si rompevano, versi strozzati. Si era precipitata, già ripassando mentalmente i numeri da chiamare in caso di emergenza. Pronto soccorso. Carabinieri. Guardia Costiera. "Porca troia!" la accolse Marco. "Ma che è successo?" Per tutta risposta, il ragazzo prese un altro piatto dal mobile della cucina e lo spaccò a terra. I cocci raggiunsero i piedi di Roberta. Erano blu all'esterno e bianchi dentro. Svedesi. "Quella puttana di Elisabetta mi ha di nuovo finito il caffè! Ma io stavolta l'ammazzo!" Marco parlava digrignando i denti. Effettivamente non si poteva più considerare parlare, ma soffiare pensieri truculenti attraverso la dentatura. Nel giro di qualche secondo, aveva elencato tutta una serie di modi poco puliti in cui avrebbe fatto fuori la coinquilina fantasma, quella che non si vedeva mai. "Vabbé, dai. Mi sembra un po' esagerato fare..." aveva azzardato Roberta. "Ma tu che cazzo vuoi? Chiccazzosei?!" Roberta aveva fatto marcia indietro, come un felino di fronte a un avversario di gran lunga più forte e pericoloso. La battaglia per il territorio era persa e iniziava quella per la sopravvivenza. Con gli occhi bassi e le spalle curve, era tornata fino alla sua porta e l’aveva richiusa una volta in stanza. Mancava la chiave nella toppa. Poco prima si era riproposta di parlarne con la padrona di casa, ma adesso era tardi e non era abbastanza forte da spostare il letto per barricarsi dentro. Il comodino non avrebbe certamente fermato il ragazzo, se avesse deciso di inseguirla. Aveva cercato il cellulare, ma nella stanza c'era troppo casino. Come in trance, aveva preso il sax dalla custodia e si era messa con le spalle al muro.
  12. stefia

    Nello spazio nessuno può sentirti urlare

    Commento Dall’eco dei miei passi sul pavimento di pietra capisco di trovarmi un tunnel, ed è tanto grande che, anche allargando le braccia, non riesco a toccarne le pareti. Le falcate sempre più corte, le gambe pesanti e il respiro un po’ affannoso sono la misura del tempo che ho trascorso camminando in questo luogo misterioso. So di essere in un cunicolo e di doverlo percorrere fino alla fine ma, ancora, me ne sfugge il motivo. L’oscurità è densa e vellutata al punto di apparire quasi solida: tenere gli occhi chiusi o aperti non fa nessuna differenza. Improvvisamente il pavimento, da liscio e compatto che era, diventa irregolare e rumoroso: a ogni passo qualcosa scricchiola sotto i miei piedi. Lo strato di materiale friabile aumenta rapidamente di spessore arrivandomi fino alle caviglie e rendendo la camminata più faticosa. Mi chino e afferro una manciata di quelle ‘cose’ sperando che il tatto mi aiuti a capire di che cosa si tratta. Sembrano conchiglie o chiocciole, gusci vuoti sottili che si frantumano alla minima pressione. Come mai ce ne sono così tanti? Sono forse vicino al mare? Affondo ripetutamente la mano tastando quei piccoli oggetti e improvvisamente un guscio si muove. Poi un altro, e un altro ancora. Sulle prime non me ne rendo conto, ma presto il numero di gusci in movimento è tanto numeroso da produrre un ticchettio che aumenta di intensità fino a trasformarsi in un sibilo penetrante e continuo. In breve mi ritrovo coperto da gusci brulicanti di vita, sento il leggerissimo tocco delle loro zampette e realizzo che si tratta di insetti. Migliaia, milioni, miliardi di insetti che strisciano, camminano svolazzano e mi si infilano sotto gli abiti, dentro le orecchie, in mezzo ai capelli. Urlo. Urlo così forte da far tremare il buio; talmente forte da svegliarmi. Per fortuna sono stato riportato alla realtà non dai sibili degli insetti, ma solo dagli allarmi del monitor delle funzioni vitali e della bombola d’aria in esaurimento. Frastornato e con il cuore in gola succhio un lungo sorso d’acqua, apro la bombola d’emergenza e finalmente il silenzio torna a regnare nell’ ingombrante tuta spaziale che mi avvolge. Con l’aiuto del pannello di controllo sul braccio sinistro individuo una grossa stella in lento avvicinamento: la Canterbury ha agganciato il transponder della tuta e sta venendo a recuperarmi. Spero che non mi addebitino il costo del carburante per la deviazione dalla rotta, dato che avrei fatto volentieri a meno di essere colpito da quel maledetto detrito vagante. Mi sembra di essere alla deriva da giorni, ma se le bombole non sono ancora finite vuol dire che non è passato poi così tanto tempo. In queste situazioni è importante non farsi prendere dal panico e dormire per quanto possibile per risparmiare ossigeno. Peccato che l’incubo abbia intaccato le mie già scarse riserve e che adesso dovrò centellinare l’aria rimasta per farla durare fino all’arrivo dell’astronave. Rimpiango di non aver voluto seguire le lezioni di Yoga, in Accademia. Si dice che quell’antica tecnica di meditazione, se eseguita ad alti livelli, permetta addirittura di controllare la frequenza del respiro e dei battiti cardiaci. Mi avrebbe fatto comodo in questo momento, ma faccio comunque del mio meglio chiudendo gli occhi e concentrandomi sull’ ombelico. Non so se ho meditato o se mi sono riappisolato, so solo che quando riapro gli occhi il cuore salta un battito nel vedere un grosso scarafaggio marrone che cammina sul vetro del casco. Lo osservo per un lungo istante chiedendomi da dove arrivi e come sia possibile che sia ancora vivo e alla fine mi rendo conto che, per quanto impossibile, quell’insetto è all’interno e le sue lunghe antenne ricurve arrivano quasi a sfiorarmi il viso. Urlo colpendo istintivamente il visore nel tentativo di allontanarlo, ma il gesto produce l’effetto contrario e la creatura mi sbatte sul viso. Grido disperatamente agitandomi e scuotendo la testa a destra e a sinistra, ma è tutto inutile. Sento il tocco leggero di quelle zampette sottili sul collo e poi sulla guancia e quando arriva vicino alla bocca, la chiudo temendo che ci si possa infilare dentro. Mi rendo conto che il panico sta avendo la meglio e cerco di riprendere il controllo serrando gli occhi e visualizzando immagini rilassanti, ma ottengo solo di sentire il peso di quelle zampette sottili bruciare come fuoco sulla pelle del viso. Le voci allarmate dei miei compagni, dal comunicatore, chiedono spiegazioni, ma io non posso parlare o quella bestia schifosa mi entrerà in bocca e mi divorerà dall’interno, così mi limito a mugolare penosamente. La luce lampeggiante del monitor delle funzioni vitali mi avvisa che la pressione sanguigna ha raggiunto un valore impossibile, e subito dopo sono assordato dal sibilo della bombola in esaurimento. “Devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia….” La mente, in loop, spinta dall’urgenza di trovare una soluzione veloce, e frastornata dagli stimoli degli allarmi non mi fornisce più nessun sostegno. Le antenne dell’insetto mi solleticano l’interno di una narice e a questo punto non mi rimane che una cosa da fare. Sotto lo sguardo annichilito dei miei compagni di viaggio, armeggio goffamente e finalmente riesco a sganciare il casco dalla tuta.
  13. Presentazione del libro "Fermo! Che la scimmia spara" 29 novembre 2018 Giovedì 29 novembre 2018, ore 19:30, David Cintolesi presenterà il suo libro di esordio "Fermo! Che la scimmia spara" presso il Caffè degli Artigiani in Piazza della Passera, Firenze. L'autore ne parlerà insieme al docente di Letteratura italiana Maurizio Novigno. Sarà presente anche la casa editrice, Porto Seguro Editore. Qui, l'evento su FirenzeToday http://www.firenzetoday.it/eventi/presentazione-libro-fermo-scimmia-david-cintolesi-29-novembre-2018.html?fbclid=IwAR3HdGbJWlbZUg6GpJty73MrDzSvzUIV3YEDQnCTkGVPHQFaEB2ZPFolOeo
  14. Edoardo Leoni

    Neve - Racconto Horror

    Immagine di copertina: (facoltativa) Titolo: Neve Autore: Edoardo Leoni Autopubblicato: Amazon ISBN: B07JR9JGJW Data di pubblicazione (o di uscita): 2018 Prezzo: edizione Kindle euro 0,99 - gratis con Kindle Unlimited Genere: Horror Pagine: 33 Quarta di copertina o estratto del libro: Un'improvvisa tormenta si abbatte sulla cittadina di Kenson, Vermont. Louis, rimasto a casa ad accudire la moglie malata, si adopera al meglio delle proprie possibilità per superare i disagi causati dalla violenta precipitazione. Non sa che, nascosto aldilà della nebbia e della bianca cortina che ha sommerso il paese, qualcosa di mostruoso è pronto a aggredirlo. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Neve-Edoardo-Leoni-ebook/dp/B07JR9JGJW
  15. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40253-come-gli-uccelli-parte-2/?do=findComment&comment=711597 Quarta e ultima parte di questo horror scandinavo per stomaci forti in 30.000 caratteri. Link alle parti precedenti: - prima parte - seconda parte - terza parte *** Chiudo la zip ed entro nella stuga, lento. Il pavimento scricchiola, l'ingresso dà su una grande cucina. C'è puzzo di casa vecchia, tappezzeria a fiori, ci sono piatti e posate. Un grande tavolo di legno scuro, in mezzo. La luce è bassa, le sedie spaiate. Nel centro del tavolo, la spaghettiera. Ylva e la madre chiacchierano, sedute, ridono. Non capisco nulla, di quello che dicono. Suzanne mi nota. «Hej», fa, con un gran sorriso. La guardo in faccia, annuisco tra me e me. Ora le faccio vedere io a quella, penso. «Ehi», rispondo sedendomi al tavolo, accanto alla mia fidanzata. Non la guardo: mi fisso sulla spaghettiera e cerco di non pensare a null'altro. Per Ylva, mi dico, per Ylva, svuotando il recipiente a mestolate. Le donne si sono già servite - alla maniera svedese, paese in cui non si aspetta necessariamente l'arrivo dei commensali per iniziare il pasto. È una fortuna: la mia parte stava sotto, là dove c'è meno salsa. «Oh!», fa Suzanne, «Aspetta Andrea, qui sotto poco ketchup, io mescolato male... Aspetta aggiungo pochino.» «Sì», rispondo io spingendo avanti il piatto. Il ketchup esce dalla bottiglia scoreggiando, casca a formare orrendi cordoni rossi sulla mia pasta. «Ecco qui», fa la donna con un largo sorriso sincero. «Grazie.» Devo buttarmi subito, mi dico. Ingoiare tutto prima che il mio cervello capisca davvero quello che sto facendo. Pianto la forchetta nel piatto e tiro su un pezzettone di massa rossastra e informe. Non sembra nemmeno più pasta: quelli che un tempo erano spaghetti si sono uniti assieme durante la lunghissima cottura, le ore di riposo e il riscaldamento finale, saldandosi in una specie di osceno puré. Me lo ficco in bocca: ingoiare e basta, mi dico, questo è il mio obiettivo. Dalla forchetta alla gola, senza sfiorare altro: fortunatamente il cibo è talmente stracotto che non c'è bisogno di masticare. Una, due, tre forchettate vanno giù, una dopo l'altra. Mi sono dimenticato di respirare, mi manca il fiato, appoggio la forchetta sul tavolo. La mia bocca è tutta impastata col gusto acre del condimento; la mia lingua trova un pezzo di spaghetto, tra i denti e la gengiva, e per un attimo mi sento perduto: come un malefico verme inacidito, quell'inconfondibile rimasuglio di pasta col ketchup fa salire un formicolio familiare, in fondo alla gola. I conati sono lì dietro, sento, stanno per partire. Ylva e Suzanne non parlano più, da quando ho iniziato a mangiare. Mi osservano perplesse, in silenzio, ma non me ne curo, mi concentro sull'obiettivo: tenere dentro quello che ho buttato giù, evitare di vomitare. Stringo le mani forte attorno alle posate, inspiro, espiro, cerco di pensare a mamma. Il formicolio aumenta, all'improvviso mi sento perduto. «Un po' d'acqua?», chiede Ylva porgendomi il bicchiere. Non rispondo nemmeno, lo afferro e bevo, trangugio tutto. Quando sento finalmente che riesco a controllarmi, ricomincio a mangiare. Per Ylva, mi dico, per Ylva. Una, due, tre forchettate. Le conto, mentre vanno giù. Quattro, cinque, sei. Mi fermo a riprendere fiato. Sette, otto, nove forchettate. Veloce, sempre più veloce. Il piatto si sta svuotando, noto. Ancora uno sforzo... Per Ylva, per Ylva! Dieci, undici, dodici: dritto in bocca e giù nello stomaco. Alla fine allontano il piatto e lascio cascare la forchetta sul tavolo, quasi ipnotizzato dal recipiente vuoto: ce l'ho fatta? Davvero? Non riesco a crederci. «Ah beh!», fa Suzanne, tutta contenta, «Allora Ylva proprio ragione che tu ti piace pasta con ketchup!» Mi volto verso Ylva ma la sua sedia è vuota, mi sorprende dal lato opposto: arriva portando una monumentale zuppiera con coperchio, la posa in mezzo al tavolo, torna a sedersi accanto a me. «Mamma», dice, «ho una cosa da annunciarti: quando torniamo a Torino, io e Andrea andiamo a vivere assieme.» Io mi volto a guardarla. «Eh?» Lei mi prende la mano, intreccia le dita con le mie. «Andrea», inizia, «Ti devo dire una cosa: lo so quanto la pasta col ketchup ti fa schifo e...» Io la guardo, confuso. «...e per questo ho chiesto a mamma di cucinartela. Le ho detto che era il tuo piatto preferito!» Posa la mano sul coperchio della zuppiera, si ferma per una pausa a effetto; poi lo alza, liberando nell'aria un celestiale profumo di carne col sugo. «...e che lo stufato di alce al vino rosso e funghi finferli poteva tenerlo in frigo per domani», conclude con un sorriso entusiasta, che sembra andarle da un orecchio all'altro. «Nämen... Ylva!», fa Suzanne, incredula nel sentire le parole della figlia. Io la osservo a bocca aperta. «Che... cosa?!», dico a fatica. «Era tutta una prova!», risponde lei entusiasta. «Per me è importante sapere quanto ci tieni a me, prima di fare un passo grande come quello di prendere casa assieme!» Io non so che rispondere. «Ma... Ma... Ma...», balbetto. Tutto, ho ingoiato, per lei. Ho rotto e calpestato le mie convinzioni più profonde, per lei; ho rischiato di vomitare in faccia a sua madre. L'ho fatto, per lei. Non si fa, così! «...Ma io sono una persona, cazzo!», urlo alzandomi in piedi e battendomi una mano sul petto. Ylva quasi casca all'indietro. «Oddio, Andrea», dice, persa, aggrappandosi al tavolo. Le punto un dito in faccia, cerco di dirle qualcosa di orribile ma la furia che provo è troppa, per essere espressa a parole. Eppure la rabbia uno sfogo lo esige, e fermarla è assolutamente, totalmente impossibile: accecato dal furore afferro la zuppiera e la rovescio su Ylva, la cui testa, come in un folle e insensato teatro slapstick per bambini, viene letteralmente inghiottita dall'enorme recipiente. «Herregud!», urla Suzanne con occhi allucinati. Io barcollo all'indietro, sbatto contro il frigorifero facendo cascare un magnete, guardo come ipnotizzato la mia fidanzata con la testa nella zuppiera - osceno copricapo in porcellana che le nasconde la testa intera. Si alza in piedi, muove il capo, le braccia, sembra confusa, emette strani suoni, fa cascare la sedia, forse non capisce. Io inspiro, espiro attraverso narici tremanti. Suzanne, in piedi accanto alla finestra, si aggrappa alla tenda. La noto solo con la visione periferica, evito di spostare gli occhi su di lei. Meno cose vedo, in quella stanza, meglio è. Perché so che, qualunque cosa veda, non la dimenticherò mai. Quando Ylva si toglie il recipiente di dosso, alzandolo per i manici e sfilandolo a fatica, il grosso dello stufato di alce le casca in testa come un'enorme cagata di mucca. Dopo, la ragazza che conoscevo non c'è più. Ylva non è più bionda, la sua pelle non è più chiara, i suoi vestiti sono irriconoscibili: al posto della mia fidanzata c'è un grottesco mostro di sugo marrone, pezzi di carne e funghi finferli. Solo, in mezzo a quell'orrore, due occhi azzurri mi fissano con un'espressione che non riesco a sopportare: troppe emozioni mescolate, ci sono, là dentro. Ylva me l'ha fatta grossa; io gliel'ho fatta grossa. «A... Andrea?», dice. Lascio la stuga indietreggiando nell'ombra, scendo al pontile, afferro cellulare e portafogli tra i denti, mi tuffo nel mare e mi allontano da quell'isola maledetta nuotando disperato verso la terraferma ormai nera - anche in Svezia, evidentemente, prima o poi la notte arriva. Scappo da Snarö, da Ylva, da Suzanne, da quel pasto d'inferno e soprattutto, prima di tutto, dai fantasmi di quello che ho fatto. Bracciata dopo bracciata, a denti stretti, cercando di non pensare a nulla. Ogni tanto, nella vita, due persone normali vanno fuori di testa e si fanno cose dalle quali non si può più tornare indietro. Cosa succederà, ora, non lo so proprio. *** Nota a fondo pagina: Per chi fosse interessato, la zuppiera in testa a Ylva è un occhiolino a Emil, personaggio di Astrid Lindgren, il quale, in una famosissima scena, infila, appunto, la testa in una zuppiera per poi rimanerci incastrato. Visti gli interessi teatral-letterari di Ylva, mi pareva giusto che subisse una punizione "in tema" per le sue azioni. Grazie per la lettura!
  16. Joyopi

    [H2018 fuori concorso] Sarà la bufera

    Commento Fuori concorso del contest di Halloween Sarà la bufera «Cristo Santo!» L'imprecazione, spezzata dall'affanno, seguì immediata al suono della porta che sbatteva e che rigettava in strada il fracasso e il gelo della bufera. Il locale, vuoto, tornò nel tepore e nella relativa quiete. Jack lo spaccalegna batté con forza i piedi sul pavimento dell'ingresso per liberare i grossi stivali dal ghiaccio. «Cristo Santissimo! Non bastava la bufera, la gente di questo maledetto posto è impazzita!» Si gettò di peso su una sedia e alitò sulle sue mani per riscaldarle. «Portami un doppio, Dave, ho urgente bisogno di legna per il camino» mi gridò. Gli versai il whisky fino all'orlo mentre riflettevo sull'ennesima singolare espressione che gli sentivo pronunciare. Jack era un brav'uomo, ma aveva tre vizi: il primo era l'alcool, il secondo le imprecazioni e il terzo le metafore a tema esclusivamente boschivo. Gli portai il bicchiere e mi poggiai al tavolo, la bottiglia nell'altra mano perché conoscevo Jack... «Che succede Jack? Chi ti ha fatto incazzare?» «Cristo, sai quanto ho impiegato per arrivare fin qui dal passo? Un'ora, manco dovessi spaccare una quercia con il pisello moscio!» Dalla cucina sentii Allan ridacchiare. «Questa è stupenda, Jack, davvero». Sorrisi anch'io. «Sì, scherzate voi, ma non è affatto normale quello che sta succedendo. Mi hanno fermato tre volte. Ci sono più poliziotti e posti di blocco che cervi schiattati dal freddo sulla provinciale. Si sono tutti rintanati in casa o corrono come pazzi per arrivarci il prima possibile». Tracannò e mi restituì il bicchiere, vuoto. «Un bastardo con la Rover quasi mi sbatteva fuori strada». Allan uscì dalla cucina e raggiunse il tavolo. Ci guardammo con espressione interrogativa. «Cristo, ma voi non sapete un cazzo! Da quanto è che siete rinchiusi in questo posto?» «Da quando apriamo al mattino presto, Jack. Nel caso non te ne fossi accorto, noi qui ci lavoriamo, mica ci veniamo a svernare come te» gli risposi mentre gli versavo altro whisky. «Va bene, va bene. Ma Cristo, dovete averne avuti pochini di clienti se nessuno vi ha detto che c'è un fottuto psicopatico in giro per la contea!» Aveva ragione. Quel giorno era stato un vero fiasco. Lo avevamo giustificato con la tormenta ma a quanto pareva c'era dell'altro. Buttò giù il whisky e ruttò. «Per tutta la contea non si parla d'altro. Hanno trovato una pozza di sangue scuro sulla neve e quelli che hanno tutta l'aria di essere pezzi di esseri umani sparsi ai bordi della carreggiata. Credo un braccio, delle dita piccolissime forse di bambino, Cristo santissimo! Addirittura si dice che ci fossero due pupille infilate come biglie nella neve, vi rendete conto?» «Cazzo!» disse Allan, «E dove sarebbe successo?» «Giù a Meanpick, qualche decina di iarde prima del piazzale dove c'è il ferramenta di Jim Tayan. Il vecchio Jim ha notato la pozza di sangue mentre andava ad aprire il negozio, si è avvicinato e... c'è quasi rimasto secco per lo spavento. La moglie a momenti annegava nel suo stesso vomito». «Porca puttana, Dave. Non è dove abiti tu?» La risposta fu il frastuono della bottiglia di whisky che andava in mille pezzi sul pavimento. «P-prova ancora, per favore. Hai fatto bene il numero, sicuro?» Allan mi fece cenno di sì col capo, sconsolato. «Niente, a casa squilla ma nessuna risposta. Il cellulare è irraggiungibile. Sarà colpa della tempesta, stai tranquillo» mi disse, ma dal tono di voce capii che non ci credeva tanto neanche lui. Boccheggiavo. Pensavo a Emily e alle bambine. «E se fosse capitato loro qualcosa di brutto?» parlavo a bassa voce, lo chiedevo a me stesso. «No, impossibile. Ma perché non rispondono a casa? Perché Emily non mi ha chiamato per avvertirmi di quello che è successo? Possibile che non si sia accorta di nulla?» Jack si alzò e mi si avvicinò. Vidi che barcollava. «Ehi, aaamico, scee ti va ti accompagno a casciaa». «Lascia perdere Jack, sei ubriaco» rispose Allan al posto mio. Poi rivolgendosi a me: «Ci penso io qui, vai a controllare che sia tutto a posto». «Grazie» risposi appena. Ero sconvolto. Non appena fui uscito ci pensò la tempesta con le sue sferzate a scuotermi. Il gelo mi entrò subito nelle ossa. Mi strinsi nel giaccone e corsi verso la moto. Salii, diedi gas e sentii la ruota slittare forte sul asfalto ghiacciato. Nella fretta avevo dimenticato di indossare il casco. La bufera mi sputava contro, il vento graffiava sul viso e stentavo a tenere gli occhi aperti. Denise. Susana. Il cuore mi batteva all'impazzata. Emily, perché non rispondi? Discesi lungo la strada principale che da Meanpick saliva su a Deille Mountain, poi distinsi in lontananza delle luci blu e ricordai quello che aveva detto Jack. Non potevo permettermi di incappare in un posto di blocco; di certo mi avrebbero fermato e rallentato, e io dovevo correre dalle mie bambine. Così spensi i fari per diventare invisibile e svoltai bruscamente tra gli alberi. Puntai verso sud. Riuscivo a malapena a tenere la moto in corsa sullo sterrato, immerso nel buio gelido della notte, eppure anche alla cieca mi districai tra le rocce e gli aceri. Conoscevo a memoria quelle montagne. Quante volte, nelle mattinate di sole, le avevo esplorate con Emily e le bambine a caccia di scoiattolini. Le mie bambine adorano gli scoiattolini. Spuntai alle spalle del piazzale che rappresentava l'ingresso di Meanpick. A un centinaio di iarde vedevo la ferramenta del vecchio Jim. La carreggiata era recintata da un nastro fino al punto in cui doveva essere avvenuto il ritrovamento. Un braccio. Due pupille. Una mano da bambino. O bambina. Rabbrividii. Due auto della polizia sorvegliavano l'area e fermavano eventuali passanti. Casa mia era proprio lì accanto. Fermai la moto e corsi in mezzo al bosco innevato per raggiungerla. Scavalcai la recinzione dal retro. Da fuori vidi che la casa all'interno era completamente al buio, così come il giardino. Aprii la porta che dava nella cantina e non appena accesi la luce, il sangue mi si raggelò. Una striscia rossa che non avevo notato nell'oscurità, sottile e irregolare, contornata da macchioline più o meno grandi dello stesso colore, si trascinava nel prato ed entrava in casa. «Emily!» gridai. «Bambine!» Sentivo il cuore infuriare su per la gola. «Dove siete?» L'urlo uscì spezzato. Nessuna risposta. Tremavo. Esitai per un istante, ero spaventato. Non sapevo se correre da loro o prepararmi a difendermi da qualcuno - o qualcosa? - di terribile. Mi decisi. Diedi un'occhiata al tavolo degli attrezzi. Afferrai l'ascia da legna e corsi dentro. Diedi una rapida occhiata a soggiorno e cucina. Trovandoli vuoti, salii scattando su per le scale che dal piano terra conducevano alla zona notte, i polmoni in fiamme. Rispensi la luce e accostai dolcemente la porta. Il respiro tornava lentamente a un ritmo regolare, i muscoli si rilassarono. Il sollievo che avevo provato nel trovare Emily e le bambine al sicuro, a letto, era stato tanto grande da suggerirmi di non svegliarle nemmeno. Scesi di nuovo di sotto, in soggiorno. Accesi la tivù. Il notiziario locale trattava del macabro ritrovamento e della reazione di tante persone che si erano barricate nelle proprie case per il terrore di incappare nell'assassino. Pensai che fosse giusto fare la stessa cosa. Serrai con cura porte e finestre; tornai in cantina per riporre l'ascia e solo allora notai che era parecchio sporca. Non me ne curai troppo. Risalii senza far rumore, entrai in camera da letto e mi distesi sul lettone accanto a Emily e alle bambine. Cercai la manina di Denise, senza però trovarla. Afferrai allora quella di Susana. Era fredda, così la coprii per bene con la trapunta. Un bacio sulla fronte di lei e poi a quella di Emily. Erano entrambe gelide. «Fa molto freddo stasera» le sussurrai all'orecchio. Sarà la bufera. «Andrà tutto bene. Non permetterò a nessuno di farvi del male, amore» e le diedi un bacio sulla bocca. «Vi amo». Gli occhi di Emily, vuoti e sanguinolenti, mi sorrisero nel buio della notte.
  17. gmela

    La pasta col ketchup [3/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40266-in-ricordo-dei-futuri-capelli-perduti-13/?do=findComment&comment=711155 Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40261-la-pasta-col-ketchup-24/ *** * Quando arriviamo al capolinea sono le nove e mezza e il sole sta per tramontare, ci colpisce di taglio negli occhi mentre scendiamo lungo il sentierino che porta al pontile. Ylva è di buon umore, si mette a correre. «Mamma!», urla forte, saltando su e giù e sbracciandosi come una pazza. A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre, sagomina rossa ai piedi del bosco, alza un braccio in aria. «Ylva!», la sua voce arriva da lontano. Io mi sistemo accanto alla mia fidanzata, alzo anch'io una mano in un gesto di saluto. Vorrei partecipare al suo entusiasmo, ma è davvero difficile, se penso alle cose terribili che ho promesso di fare. Sul bus non riuscivo proprio a far conversazione e alla fine abbiamo passato il tempo giocando a Travel Cluedo. «Vi kommer!», grida Ylva, aprendo il lucchetto a combinazione che attacca la barca a un palo - mi ha spiegato, una volta, che anche in un posto disabitato come questo potrebbe sempre passare un ladro di natanti con la barca grande. Saliamo a bordo: lei davanti, io dietro. Raccoglie due lunghi remi da terra. «Fai tu o faccio io?», chiede. «Come vuoi», rispondo. «Varsågod», conclude lei porgendomi i remi. Vuol dire "prego". Partiamo, lasciamo la terraferma procedendo sull'acqua scura verso l'isola di Snarö, in compagnia dell'ombra smisurata che lasciamo sul mare calmo. I remi entrano in acqua con un "plop, plop" regolare, altri rumori non si sentono. Davanti a me ci sono gli zaini e il cactus che ho portato in regalo a Suzanne dall'Italia. Ylva, appassionata di canzoncine per bambini, canticchia uno dei suoi classici appollaiata di sbieco sulla prua: «Hej-oh, hej-oh-oh», fa, con voce profonda, «...härliga liv på böljan blå...» La conosco - è l'inno dei pirati, la canzone che le gira sempre in testa: di solito mi piace, sentirla cantare, ma ora sono troppo impegnato a cercare di andare dritto. Terminiamo la traversata, Ylva salta sul pontile, madre e figlia si abbracciano mentre io mi distraggo un attimo e vado alla deriva. Mi tirano indietro con la corda, chiudono la barca col lucchetto. Suzanne si fa avanti, «Andrea!», dice venendomi incontro a braccia aperte, tendendomi una mano per aiutarmi a sbarcare, «Benvenuto a Snarö!» «Grazie», rispondo io, porgendole il mio cactus-regalo. Si vede che la donna sprizza felicità da ogni poro, ha un sorriso enorme. Dal vivo sembra la versione più vecchia e più brutta di sua figlia. Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo su per un sentiero piuttosto largo, quasi una stradina. In mezzo a me e Ylva, Suzanne ci passa un braccio attorno alla vita. «Ah, come sono contenta che sei qui!», mi dice. «Ylva sempre parla di tu. Andrea qui Andrea lì... Oh Andrea, io tanto tanto contenta!» «Anch'io», rispondo, anche se non posso evitare di pensare a ciò che quelle mani, che ora mi toccano, hanno cucinato. «Ehi mamma guarda che ci sono anch'io eh!», fa Ylva. «Ja men jag vet, älskling», ribatte sua madre baciandola sul collo; Ylva lancia un urletto scappando all'indietro, le viene la pelle d'oca, le due ridono e scherzano in una lingua di cui non capisco niente. Io metto semplicemente un piede davanti all'altro, salgo lungo il sentiero con gli occhi per terra. La stuga è in cima a una collinetta: una casetta vecchia, rosso vinaccia; un tavolo blu e quattro sedie di legno sono abbandonate distrattamente in mezzo al giardino, dove l'erba avrebbe bisogno di una sforbiciata. Ci sono un melo e un pero, lamponi e ortiche che crescono assieme, ai bordi del prato, cespugli di uva spina, un'enorme quercia alla quale è appeso un asse di legno a fare da altalena. Ylva butta lo zaino a terra, si siede sull'asse con un «Ah!» soddisfatto e finisce la bottiglia di Gatorade che abbiamo condiviso sul bus. «Ohi,» dice Suzanne, «che tardi! Voi sicuro avete tanta fame. Ylva, mostra toilette a Andrea, prima che fa buio, io vado veloce a scaldare pasta con ketchup.» Appoggio i bagagli al muro, guardo la donna sparire in casa. Alle mie spalle Ylva dondola avanti e indietro, piano, il sole ormai se ne è andato. Tutto è più silenzioso, senza Suzanne. So che dovrei dire qualcosa ma non ci riesco: è troppo difficile, specialmente col rumore di pentole che proviene ora dall'interno della stuga. «Questo è un posto molto speciale per me sai, Andrea?», dice Ylva piano, «Tanti ricordi...» «È bello», rispondo, ed è vero: non sto mentendo, si vede che c'è qualcosa di speciale in questo luogo, ha un fascino quasi irreale. In altri momenti sarei sicuramente stregato dalla sua bellezza selvatica, ma la verità è che ora non riesco a pensarci. Di sicuro Ylva lo capisce - non sono affatto un attore bravo come lei - ma per fortuna non infierisce, rispetta il mio stato d'animo e modera il suo entusiasmo per aggiustarlo al mio umore. È una qualità piuttosto rara, credo, tra le ragazze, e le sono infinitamente grato per questo. Salta giù dalla sua altalena. «Dai, ti faccio vedere l'isola», dice. Mi porta dietro alla casa: c'è la pompa dell'acqua, la rimessa per la legna da ardere e uno stanzino in legno con un buco a forma di cuore sulla porta. È il cesso. «Per lavarsi si scende al mare», spiega, poi apre la porta dello stanzino: dentro c'è un buco che dà su un enorme barile semisotterrato, un rotolo di carta igienica sull'asse in legno dipinto, al muro foglie d'alloro secche e un vecchio albero genealogico della casa reale svedese a fare atmosfera. Ylva infila una pala in un secchio e tira su una palata di polvere bianca. «Se hai bisogno di pisciare falla nei cespugli; se devi cagare, quando hai finito, butta la calce nel buco.» «Ok.» Poi mi prende per mano. «Vieni,» dice, «voglio mostrarti una cosa.» La seguo, ci inoltriamo nel bosco. Lei si china a raccogliere qualcosa, io calpesto un fungo velenoso. «Lingon», spiega, passandomi una piantina dalla quale pendono grappoli di bacche rosse. Ne assaggio una, è aspra e amarognola. Ci facciamo strada in mezzo agli alberi, non so come faccia Ylva a orientarsi. Dopo un po' ci sono rocce, saliamo, ci aiutiamo con le mani. In cima c'è muschio, il vento soffia e si vede tutta l'isola: un cerchio allungato su un lato, in mezzo al mare - forse quattrocento metri di diametro, nulla più. A nord c'è la stuga di Ylva, a sud-est e sud-ovest altre due casette. «Ecco, questa è Snarö», dice Ylva, allargando le braccia a croce coi capelli nel vento. «E quelle case laggiù?», chiedo io. «Sono i vicini. Ma uno sta vendendo casa, l'altro ha un tumore. Ci siamo solo noi.» Io non rispondo, guardo verso l'orizzonte. Se da un lato la terraferma è vicina, dall'altro c'è solo mare. E la Finlandia, suppongo, qualche centinaio di chilometri più ad est. Ylva guarda le nuvole, in alto. «Il tempo sta cambiando», dice piano. Una campana lontana si mette a suonare. «Don... Don... Don...» Pausa. «Don... Don... Don...» È l'unico rumore nell'aria e sembra provenire da un altro mondo, mette ansia. «Cos'è?», chiedo. «La cena è pronta», risponde Ylva, puntando il braccio verso la stuga. Piccola sagoma scura in piedi davanti a casa, Suzanne agita su e giù una catena, facendo suonare una pesante campana che pende da un gancio sul muro. Ripartiamo in silenzio, non c'è più nulla da dire. Quando arriviamo alla stuga blocco Ylva per la spalla. «Vado a pisciare e arrivo», le dico sulla soglia, guardandola negli occhi. Lei annuisce, entra in casa lanciandomi un ultimo sguardo difficile da interpretare. Forse è empatia, forse altro, non so. Mentre la faccio nei cespugli penso a quello che sto per mangiare e non mi pare vero. Mi fa male la pancia, non so se avrò la forza di andare fino in fondo a questa storia, avrei voglia di andarmene da qui: ora che sta iniziando seriamente a scurire, sembra quasi ci sia qualcosa di sbagliato, nell'aria - un dramma sospeso, come se stesse per succedere qualcosa di terribile. Poi penso a Ylva. Oh, Ylva... Devo farlo, mi dico, devo. Per lei. Mi ha portato fin qui, non posso deluderla. Anche se non ce lo diciamo mai, la verità è che la amo. Devo.
  18. mina99

    [H2018] Il figlio dell'uomo

    Commento “Il bambino è maledetto”, dicevano. Mary non dava ascolto alle dicerie del villaggio. Suo figlio era la creatura più pura e innocente che il mondo avesse mai visto. Un dono divino. Se solo avessero saputo della violenza subita, della sofferenza che c’era dietro, non sarebbe più stato per nessuno il figlio del maligno. Ma Mary era solo un’orfanella e il sacerdote un uomo rispettato, e se avesse raccontato che… Inoltre era un uomo misericordioso, e le aveva concesso di alloggiare nella stalla per la stagione fredda. La stalla… Era lì che aveva partorito. Urlava e piangeva e spingeva agli ordini delle levatrici. La gioia del parto avrebbe dovuto mitigare il dolore, pensava, ma il ventre bruciava come lambito da fiamme. Mary spinse più forte che poté e sentì la creatura venire alla luce. Calò il silenzio. Mary roteò gli occhi e chiese perché il bambino non piangeva. Le levatrici erano pietrificate. Sporse la testa e lo vide. Il bambino non piangeva, ma Mary sì. Il bambino sorrideva. Aveva gli occhi completamente neri e un sorriso fatto di orribili dentini bianchi. Fu così che per il villaggio Mary divenne la strega, la moglie del maligno, e la famiglia con cui era cresciuta la abbandonò. La stalla in cui ora alloggiava era arredata con un giaciglio di paglia, una mangiatoia come culla, un focolare e una cassapanca di legno. Mary passava il tempo a curare il bimbo e a pregare. Due volte al giorno una donna portava i pasti. Le rivolgeva a malapena parola e guardava con diffidenza alla strega e alla sua creatura. Mary non aveva mai sentito suo figlio piangere: se voleva attirare l’attenzione rideva. Rideva come se avesse visto la cosa più buffa al mondo, mostrando quegli orribili denti, rideva tutta notte, e non c’era modo di farlo smettere, mentre fissava qualcosa oltre la porta, nel buio dei prati che portavano al bosco. Mary non riusciva a chiudere occhio e col tempo due borse scure le scavarono il viso invecchiato troppo in fretta, dandole ancor più l’aria da strega. Attribuì alla propria stanchezza le sparizioni del pargolo. Lo lasciava nella mangiatoia e appena lo perdeva di vista lo ritrovava a terra o sulla cassapanca. Lui stava lì, come fosse naturale, e rideva. Una sera Mary si addormentò prima di cena e quando si svegliò il bambino non era più lì. Non era nella stalla. Uscì sul prato giallo, scoperta all’aria fredda e stantia. Lo vide. Il bimbo gattonava. Aveva pochi giorni, ma gattonava verso il bosco, ridendo. Mary corse. Aguzzò lo sguardo verso la selva nebbiosa: c’era un uomo lì in fondo, un uomo alto e pallido, vestito di nero e dal volto in ombra, e suo figlio andava dritto verso di lui. Mary raggelò e accelerò il passo. Il bimbo stava per arrivare dall’estraneo. Mary allungò un braccio, aveva quasi raggiunto il figlio. Lo afferrò, ma inciampò cadendo di faccia davanti allo sconosciuto e il cuore le prese a correre. Sarebbe morta, se lo sentiva. Era il maligno. Era… Alzò lo sguardo. Era un albero. Una piccola betulla dai rami spogli e ricurvi. Mary si alzò in piedi stringendo il bambino e tornò indietro. Stava arrivando la donna con la cena e Mary alzò un braccio in segno di saluto. La donna non rispose: aveva gli occhi fissi su un punto alle spalle di Mary. Scappò tra le vie del villaggio facendo segni sacri. Mary si voltò. La betulla era sparita. Tornò di corsa alla stalla. Faceva freddo ed era quasi buio, perciò ravvivò il focolare. Decise che avrebbe allattato il piccolo e poi sarebbe andata a dormire. Si sentiva sempre meno lucida e le faceva male la testa. Non volle pensare a quello che aveva visto. Suo figlio era tutto ciò che aveva. Normalmente il piccolo non dava problemi quando veniva allattato, ma quel giorno si mise a fissare Mary dritto in volto. Poppava e fissava la donna con quegli occhi neri, in un atteggiamento di ostentata sicurezza. Mary vide qualcosa di orribile in fondo ai suoi occhi ed ebbe l’istinto di allontanare il pargolo. Lui fece un verso inarticolato e morse con forza il capezzolo della donna. Mary urlò e tirò la creaturina. Tirò, tirò, tirò, ma quegli orribili denti non vollero staccarsi. Lui morse ancora: stava masticando. Il sangue zampillava e macchiava il muso della creatura. Mary impazzì dal dolore. Allungò una mano frugando a casaccio nella cassapanca e strinse il pugno su un oggetto metallico: una lametta. Il bambino diede un ultimo morso e strappò il capezzolo a sua madre. Lei strillò, sollevò l’arma e sferrò un colpo. La creatura urlò e Mary riuscì a scagliarla nella mangiatoia. Poi si accucciò nel proprio giaciglio, piangendo. Immersa in un limbo semincosciente, conosceva solo dolore bruciante al seno mutilato. La luce del focolare era quasi spenta. Suo figlio… Aveva colpito il suo stesso bambino. Era stanca, e sola, e spaventata, e l’aveva accoltellato. Ma lo amava. Era impazzita. Era un mostro. Come aveva potuto? Suo figlio… Una risata semplice e cristallina si levò dalla mangiatoia amplificandosi nella stanza e un brivido scese con lentezza lungo la schiena della donna. Si voltò e inorridì. Nella luce rossastra degli ultimi tizzoni vide l’ombra del pargolo venire verso di lei gattonando goffamente. Mary rimase inchiodata e l’urlo le si spense in gola. Non riusciva a muovere un muscolo e il neonato avanzava. Aveva la bocca sporca di sangue e un rivolo di liquido scuro gli scendeva dalla tempia sinistra all’orecchio, dove Mary l’aveva colpito. Il bimbo le si fermò accanto e sorrise, i dentini sporchi di sangue. Mary sgranò gli occhi, tremando e sudando freddo. Lui era lì, poteva sentirne l’odore e vederne il sorriso orribile, il filo di bava misto a sangue che colava dalla bocca, il muco che gli sporcava le guance, la ferita alla tempia, i primi ciuffi di capelli sudaticci, gli occhi neri. Ma non si muoveva, non sbatteva neanche le palpebre. Era ancora…? Non era reale. Se avesse chiuso gli occhi e contato fino a dieci, si disse, quando li avrebbe riaperti lo avrebbe trovato a dormire sereno nella mangiatoia. Così fece. Quando riaprì gli occhi tutto era buio, a parte i tizzoni fievoli. Sbatté le palpebre. Se l’era immaginato? Allungò cauta una mano dove un istante prima c’era suo figlio e tastò solo aria. Andava tutto bene. Si alzò. Il cielo era coperto e tutto era più nero del buio. Si sentiva sempre più debole per l’emorragia. Prese un ciocco dalla catasta e lo poggiò sui tizzoni, poi si fermò e aspettò che prendesse. «Mamma?», sussurrò una voce nell’oscurità. Si sentì le gambe molli, si portò le mani tra i capelli, spalancò gli occhi e aprì la bocca in un lamento muto. «Cosa mi hai fatto, mamma?» Crollò in ginocchio e pianse. Provò a sillabare delle scuse, ma aveva la voce rotta. Le fiamme avvilupparono il legno e Mary vide. La creatura era sopra di lei, attaccata al soffitto come uno scarafaggio. Aveva il collo spezzato e la testa rivolta verso il basso. I suoi lineamenti erano diabolici: un ghigno trionfante scavato nella pelle rugosa come una vecchia pergamena. Proruppe in una risata infantile e il suono si amplificò nella stanza. Mary urlò e la creatura attaccò. Rise e affondò i denti nel ventre della madre. Ogni tentativo di liberarsi fu inutile. Graffiò, morse, strappò, squartò, dilaniò e scavò la pancia della madre, ridendo innocente. In uno sforzo disperato Mary afferrò il bambino e lo scagliò via. Lo vide urtare contro il legno ardente, che rotolò e finì sul giaciglio di paglia. Mary usò le sue ultime energie per strisciare verso il focolare. Sentiva le interiora uscire scomposte da lei, ma non le importava. Le importava solo di suo figlio. Il corpicino stava bruciando. Allungò le mani tra le fiamme gialle, che intanto l’avevano circondata. Raccolse il corpo semicarbonizzato. Sentì la pelle gonfiarsi e staccarsi nel fuoco e urlò. Si abbandonò al rogo e pianse, abbracciando suo figlio. Era senza denti. Il fuoco crebbe e le urla fecero lo stesso. Quella notte il villaggio guardò la stalla della strega bruciare e ridursi in cenere.
  19. Lo scrittore incolore

    [H2018] Purezza

    Traccia 5 (lo psicopatico), boa: Ci dev'essere una mutilazione di qualche tipo. commento: «Ken non ha il pisellino! Non ha il pisellino!» Mi diverto un sacco con mio fratello e mia sorella. Sono un po’ più grandi di me e tutti i giochi che sono miei adesso, prima erano loro. Stiamo sempre insieme e anche quando la mamma ci chiama perché secondo lei abbiamo giocato abbastanza e dobbiamo uscire subito dalla cameretta, rimaniamo dentro e facciamo ancora più baccano, così pensa che non l’abbiamo sentita e si decide a lasciarci in pace. «Nemmeno Barbie ha la patatina! Le ho tolto le mutandine e non ce l’ha!» Giochiamo con tutto. Prendiamo i dinosauri di mio fratello e facciamo finta di essere degli esploratori che trovano un tempio antico, infestato di pterodattili. Oppure prendiamo le fatine di mia sorella e le facciamo volare da un capo all’altro della stanza, immaginando che siano delle fatine acrobate. O ancora prendiamo i superliquidator e facciamo finta che siano fucili al plutonio, con cui uccidere gli alieni cattivi. Quante risate e quanto divertimento. Vorrei davvero che non finisse mai. «Comandante Barkley, mi riceve?» Un po’ seccato, apro la trasmittente. È matematico: ogni volta che do il primo morso al mio sandwich, arriva una chiamata. «Dimmi, Parker.» «Siamo stati chiamati da una donna, signore. Abita sulla quinta e dice che i suoi figli sono rimasti chiusi in camera. Li chiama da ore e niente.» «Siamo forse l’associazione fabbri d’America, Parker?» «No, signore. Lo so. È che la donna dice di sentire odore di sangue. Piangeva mentre parlavamo al telefono. Credo che un fabbro non basti.» «Dammi l’indirizzo. Ci vediamo lì.» Segno tutto quello che mi dice il mio sottoposto e chiudo la conversazione. Parker è da poco con noi. È il più emotivo dei ragazzi e forse è il meno adatto a fare questo mestiere. Eppure c’era qualcosa nella sua voce che mi ha fatto scattare sulla poltrona dell’ufficio. Mi alzo, recupero la giacca dall’attaccapanni ed esco fuori. L’odore di sangue c’è davvero. Distinguibile già dalla porta d’ingresso. E c’è anche una donna minuta in lacrime, che mi fa strada verso la camera incriminata. Le sue parole di dolore cercano di venir fuori, fra i singhiozzi di un pianto ormai disperato. «Stanno… giocando! Si sent…ono. Ma non mi risp…ondono. Perché?» Vorrei trovare una risposta esauriente, per farla calmare, ma fino a che non entro in quella maledetta stanza, posso solo immaginare. Poi do indicazione a un Parker con il volto paonazzo e sudato di buttare giù la porta e il mio sottoposto, nonostante i movimenti incerti, al secondo tentativo riesce ad aprire un varco. Ci metto qualche istante a focalizzare. Quelli che la signora aveva preso per rumori prodotti dai figli, sono prodotti in realtà da uno soltanto. Un bambino sui dieci anni, ci rivolge uno sguardo a metà fra il sorpreso e l’infastidito. Attorno a lui ci sono giochi di vario genere, macchie di sangue di varie dimensioni, un revolver, un coltellino e un piccolo pene mozzato. Ci sono poi il cadavere di un altro bambino maschio, con il pube martoriato di fresco e quello di una bambina, a cui è toccata la stessa sorte. Entrambi presentano il foro di un proiettile al centro della fronte. «Barbie! Ken! No!» urla la donna con gli occhi strabuzzati e si getta sui corpi dei due figli. Parker ha la prontezza di bloccarla e trascinarla con forza fuori dalla stanza. Io raccolgo la pistola e il coltellino, con l’intento di mettere la situazione in sicurezza, mentre il bambino con una voce estremamente piatta mi fa: «Vi odio. Ci stavamo divertendo un mondo.» È il momento di capire, se possibile. Oswald, questo il nome dell’autore del massacro, è stato messo in isolamento. La madre, passato il momento iniziale di sordo dolore, ha voluto parlare con me. Lo ha preteso. Forse anche lei ha bisogno di dare un contorno a tutto questo. Di trovare il razionale nell’irrazionale. Siamo seduti al tavolo della cucina. Mi guarda con estrema lucidità. È lei a cominciare la conversazione. «Oswald ha una malformazione.» Di che tipo? Vorrei chiedere. Ma è ancora lei a parlare. «È nato senza organi genitali.» Ecco il razionale. Ecco la spiegazione. Deglutisco un importante groppo di saliva. Dare un contorno a tutto questo fa bene a noi e soprattutto a questa madre spezzata dalla disperazione. «Dove può aver preso la pistola e il coltello, signora? So che probabilmente non avrà una risposta per questa domanda, ma sarebbe di estremo aiuto per le indagini.» «Gliel’ho procurati io.» Non credo di aver capito bene. Ripeto nella testa ogni singola parola dell’ultima frase pronunciata dalla mia interlocutrice e proprio non viene fuori alcun nesso logico. «Vede, anche io sono nata senza genitali. Barbie, Ken e Oswald, il mio adorato Oswald, sono stati adottati. I primi due avevano riempito il mio cuore. Ma quando dopo anni di ricerche mi sono imbattuta in Oswald, ho capito di essere finalmente completa. Lui è come me. È puro. Barbie e Ken non lo erano. Erano solo un palliativo. Meritavano di morire.» Lo sguardo della donna non mi piace. Vorrei urlare per attirare l’attenzione dei miei uomini nella stanza accanto e avere il loro aiuto, ma ho paura che la reazione di chi siede al tavolo con me possa essere sconsiderata. «Perché ci ha chiamato, allora? Che senso ha?» «Sapevo che sarebbe venuta la polizia. Mi piace l’uomo in divisa, sa? Sono una donna pura, con un figlio puro. Vorrei un marito puro. Mi basterà mondare il suo corpo e avrò ciò che desidero.» Succede tutto in un attimo. La donna salta sul tavolo con un paio di movimenti caotici e furiosi e in un attimo mi è addosso. Con la mano sinistra cerco di tenerla a bada, mentre con la mano destra tento di tirar fuori la pistola. Nonostante la piccola stazza, la donna ha una forza notevole e, complice l’effetto sorpresa, sta per sopraffarmi. È lei a mettere le mani sulla pistola e a puntarla verso il mio pube. Bang! Non provo dolore dove dovrei provarlo. Eppure ha sparato. Ne sono sicuro. «Comandante Barkley, è ferito?» Benedetto Parker. È stato lui a far partire il colpo e a mettere fuori gioco la donna, ferendola a un fianco. «Sto bene, ragazzo. Sto bene.»
  20. gmela

    La pasta col ketchup [2/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40254-il-fratellino-di-orchidea-capitolo-ii-parte-12/?do=findComment&comment=710780 Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/ *** La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi. A Ylva il buon cibo piace, quando la porto al paese divora tutto ciò che mamma cucina con un appetito invidiabile. Ma tardi la sera, nel suo appartamentino studentesco in condivisione, una, due, magari tre volte a settimana, mangia la pasta col ketchup. Pasta stracotta, dritta dal pentolino. Spaghetti collosi, attaccati assieme, bolliti troppo a lungo, in troppo poca acqua, con troppo poco sale. Apre la porta del frigo e spruzza il ketchup su quella schifezza, si siede davanti al computer, accende Netflix e mangia, tirando su tutto col forchettone grande. Taglia la pasta a pezzettoni e se li ficca in bocca, uno dopo l'altro. Come una donna malata, non riesce a trattenersi. Come una persona che sembra normale, ma che nasconde un vizio; come il padre di famiglia che, tardi la sera, esce per andare dalla vecchia prostituta obesa che batte giù vicino alla stazione: è brutta, è grassa, è piena di malattie e ha una voce orribile, ma gli dà quel nonsoché marcio e dolciastro a cui non riesce a rinunciare. Abbiamo provato a parlarne, io e Ylva, ma non è mai andata a finir bene. «Ma come fai a mangiare quella roba?», le chiedo esasperato ogni tanto. Sono una persona impulsiva, a volte non riesco proprio a trattenermi. Coi piedi sul tavolo, Ylva mi risponde con la bocca piena, alza la forchetta in aria con gesto di sfida. «Non rompere! Se ti fa schifo levati!» Io mi allontano, vado in un'altra stanza. Mi sdraio sul letto e guardo nervosamente il cellulare finché Ylva non ha finito. Non riesco a concentrarmi, apro Wikipedia e navigo a casaccio. Quando lei arriva sulla porta, con una macchiolina rossa al lato della bocca, ha l'espressione seria, quasi di sfida, di chi sa di aver fatto qualcosa di brutto e malato, qualcosa che disapprovo ma sulla quale non ammette discussioni. Facciamo l'amore, ma c'è tensione. Evitiamo l'argomento. Sappiamo, entrambi. Facciamo finta di nulla. Fino alla prossima volta. Ora, qui sull'autobus rosso che si muove tranquillo in mezzo alla campagna, Ylva mi guarda con gli stessi occhi seri, la stessa espressione di sfida. Non parla, così tocca a me farlo. «In che senso...», chiedo lento. «Cos'è che ha fatto... tua mamma?» Ylva allarga le braccia. «Ha fatto la pasta col ketchup, Andrea. Tutto qui.» «Ma io non la voglio!», rispondo d'istinto. Si vede che Ylva non apprezza, stringe la bocca. Mi affretto a spiegarmi. «Scusa davvero, Ylva, ma guarda che non è un problema se tua mamma ha fatto la pasta col ketchup! Non ho bisogno di mangiare, seriamente. Non ho mica tanta fame. Håkan arriva domani, no?» Ylva annuisce lentamente. «E allora se tua mamma oggi non ha nient'altro da mangiare sull'isola non fa niente! Abbiamo i biscotti... e... e... Posso mangiare quel pane là, quel coso secco che mangiate voi, come si chiama? Il cacchebrod!» «Knäckebröd.» «Eh, quell'affare ce l'ha tua mamma, no? Ma guarda che anche se non ce l'ha non fa mica niente, eh! Mica muoio di fame per un giorno a digiuno!» Ylva incrocia le braccia, sento la tempesta che si prepara. Lei, così dolce, sa essere dura, a volte. Mi sento mancare. «Per piacere Ylva, inventa una scusa...», dico con voce lacrimevole. Stringo gli occhi. «Non ce la faccio, davvero!» «...Fa troppo schifo», mormoro piano, guardandola con occhi imploranti. Lei non si muove. «Dille che sono malato...» «...qualcosa...» «...per piacere...» «Hai finito?», chiede Ylva. Capisco che mi devo spiegare meglio, o saranno guai. Nascondo la testa tra le mani, mi chino in avanti per mostrarle quanto sono contrito. «Ylva lo so che tua mamma è gentilissima, e di sicuro si è impegnata al massimo e ha fatto il meglio che ha potuto e poverina è intrappolata su un'isola senza niente di niente, e che vuoi che faccia in fondo, povera donna? Ma ho paura di vomitare, davvero! Quando sento l'odore di quella roba che ti cucini tu mi vengono proprio su i conati, capisci? Sento la gola che pizzica, giù in fondo, e me ne devo andare.» «Pfff», fa lei. «È proprio una cosa fisiologica!», le spiego in fretta, in preda al panico, «L'odore di quell'affare zuccheroso sulla pasta appiccicata assieme...» Scuoto la testa, non riesco nemmeno a descriverlo. «...Non ce la faccio», concludo con una lacrimuccia di disperazione che mi scende giù dal lato dell'occhio. Ho un'idea, scatto entusiasta in avanti. «Ylva, Ylva, dì a tua mamma di non condirla per me, la pasta la mangio in bianco! Ok? In bianco va benissimo! Anche senza olio, senza burro, senza formaggio, senza niente di niente va benissimo!» Ylva scuote la testa lenta. «L'ha già condita», dice semplicemente. «Ma come l'ha già condita?», chiedo sconvolto. «Siamo ancora lontanissimi, non avrà mica già cucinato tutto, no? No?» Gli occhi di Ylva mi dicono che è così. «Cioè, la mangiamo pure fredda, la pasta?!» Lei mi fa una smorfietta di scherno. «La riscalda quando arriviamo, no?», risponde con una vocina sarcastica. «Al microonde?» Ylva sbuffa. «La rimette nella pentola, accende il fuoco e ce la scalda», spiega mimando irritata ogni gesto. Non ce la faccio più a sostenere lo sguardo della mia fidanzata, mi volto verso il vetro. La Svezia continua a scorrere fuori dal finestrino, come se nulla fosse. Come si fa? Come si fa? Ylva prende il cellulare in mano. «Ok», dice. Mi volto. «Che fai?» Lei sospira. «Che vuoi che faccia Andrea? Chiamo mamma.» Le poso una mano sul polso, la costringo ad abbassare il telefono. Lei si sistema un ciuffo di capelli ribelle dietro l'orecchio, mi guarda. «Ylva, sta andando tutto troppo veloce, non capisco più niente!» «Mmmhhh», fa lei sarcastica, irritata e poco convinta. Io mi mordo il labbro. Non posso fare lo stronzo con sua madre, la prima volta che la vedo; d'altro canto non posso mangiare la pasta col ketchup. Purtroppo sono due cose assolutamente incompatibili: mi viene da piangere. Ylva mi guarda seria. «Lascia che ti spieghi io come stanno le cose, Andrea: quando si va a casa d'altri bisogna fare dei piccoli sacrifici, non si può avere sempre tutto come lo si vuole, giusto? Giusto o no?» Io non riesco proprio a risponderle. «Mia mamma è su un'isola, sola, senza barca. Håkan ha la borrelia e la febbre alta, il motore non parte, il meccanico è in ferie. La gente ha problemi ogni tanto, Andrea, problemi veri. Mamma è tutta eccitata e contenta perché mi rivede dopo sei mesi e perché ti incontra per la prima volta. Si sente una merda perché non ti ha potuto cucinare nulla di ché. Aveva solo pasta e ketchup sull'isola, ha fatto del suo meglio per preparare comunque qualcosa, per te. Ha telefonato e mi ha chiesto, tutta inquieta, se andava bene lo stesso. E le ho detto di sì, di non preoccuparsi, poveraccia.» Osservo la mia fidanzata sconsolato. «Ora, se tu vuoi non c'é nessun problema, le telefono e le dico che no, che in realtà la pasta col ketchup alla finfine non va bene, che non è evidentemente un piatto all'altezza del nostro ospite. Sappi che non accetterà mai di lasciarti a digiuno. Così, quando arriviamo, lei prende la barca, rema, torna a riva, si fa mezz'ora di bus fino a Norrtälje, mezz'ora al ritorno, torna a mezzanotte, poi ti prepara quello che preferisci. Salmone? Puré? Risotto ai funghi? Cosa gradiresti mangiare stasera, eh? Eh?» Ylva allarga le braccia. «E con questo ho detto tutto, poi fai pure come vuoi», annuncia infine, aprendo Online Risiko sul cellulare. Io mi giro contro il vetro e mi metto a piagnucolare in silenzio.
  21. rob&rap

    Il lavoro di sotto

    - Eccomi arrivo ... Lavo le mani e sono da te. – Urlò forte dallo scantinato a Carmela, poiché la cucina era due rampe di scale più su. Così dicendo spense l’attrezzo che stava usando, andò al lavello della cantina e pose le mani sotto il getto dell’acqua calda. Ci vollero diverse passate con il sapone per eliminare ogni traccia di residuo del lavoro che stava compiendo. Di sopra l’aspettava un bel piatto di spaghetti con il pomodoro come piacevano a lui: pelati schiacciati con la forchetta (non passata per carità!), soffritto con olio extra vergine di oliva e cipolla tagliata fine, basilico e una bella spolverata di parmigiano reggiano. Spaghetti non troppo spessi e ovviamente cottura al dente. Carmela era la sua donna delle pulizie; veniva tre volte alla settimana per mettere in ordine l'abitazione, e in quelle occasioni gli preparava il pranzo. Era un lusso che solo ora poteva permettersi. La casa era di due piani più il capiente scantinato con annesso garage posto al seminterrato. Abitava da solo il piano terra dell'edificio mentre il primo piano da un paio di anni lo affittava per arrotondare le entrate mensili. Avevano comprato la casa quaranta anni prima, acquistata accendendo un mutuo trentennale con enormi sacrifici, suoi e della povera moglie che ora giaceva nel cimitero di San Sebastiano di Cremella in provincia di Roma. Chiuse a chiave la porta che dava allo scantinato e si mise a tavola. Mentre gustava gli spaghetti preparati da Carmela che nel frattempo era uscita avendo terminato il suo compito giornaliero, ripensò alle tribolazioni cui erano stati sottoposti, lui e la povera Pina, per tirare avanti la famiglia. Famiglia numerosa con tre figli da crescere e mandare a scuola. Tutta una vita ad alzarsi all'alba per presentarsi al lavoro in orario, giacché prima doveva badare all'orto, al pollaio e alle conigliere, se volevano trovare cibo a sufficienza nel piatto all'ora di pranzo e di cena. Un lavoro da operaio presso il mattatoio comunale con un misero stipendio che consentiva alla famiglia di arrivare a malapena alla fine del mese. Sua moglie Pina aveva passato gli ultimi anni della vita sulla sedia a rotelle per una grave malattia che l’aveva portata alla tomba prematuramente. Dio, quanto avevano sofferto, lui e la sua compagna per riuscire a far quadrare i conti! Ora il tenore di vita era notevolmente migliorato e si rammaricava per Pinuccia che non aveva potuto avere benefici rappresentati dall'attuale situazione. I miglioramenti erano sopravvenuti da quando, per caso, aveva conosciuto Herbert e la sua signora. I suoi benefattori avevano risposto al suo annuncio di affitto e ora abitavano nell'appartamento di sopra. A dichiarare la verità affermare che "abitavano" non era corretto, i due frequentavano l'abitazione solo per brevi periodi ogni mese, per due o tre giorni consecutivi al massimo. Due brave persone che nel tempo aveva avuto modo di apprezzare per la loro precisione e correttezza nei pagamenti dell’affitto e delle prestazioni lavorative che a volte gli richiedevano. Oddio, si occupavano di faccende abbastanza strane che ancora non aveva capito bene come e perché li facessero guadagnare così tanto. Quelli però erano impicci che non lo riguardavano, lui doveva solo far bene il “lavoro di sotto” e su questo potevano stare tranquilli: nessuno era più adatto di lui. Questo impegno lo occupava all'incirca una volta al mese ed era pagato così bene che si poteva permettere anche la donna delle pulizie. Tra questi compensi extra e la pensione riusciva ad aiutare la figlia minore che ancora non aveva un lavoro stabile e che aveva un figlioletto da crescere senza il papà che nemmeno si sapeva chi fosse. Poi riempiva di regali i tre nipoti che aveva dagli altri due figli maschi. Oltre a ciò aveva comprato un’auto nuova di zecca: una Fiat Panda quattro per quattro che faceva invidia a tutto il vicinato, rossa fiammante. A lui serviva soprattutto per andare a funghi e per trasportare gli avanzi del “lavoro di sotto” in montagna. Quei monti li conosceva come le sue tasche, soprattutto le diverse grotte e pertugi nascosti dalla fitta vegetazione del bosco. Lì sotterrava le sue cose, poi le ricopriva con dei massi belli grandi. Finito il dovere dava inizio al piacere. Così percorreva per ore quei sentieri impervi e faceva lunghi giri. Per giustificare quelle sue uscite in montagna, ma anche perché amava quelle escursioni, raccoglieva i frutti del bosco, che fossero funghi, asparagi, more o castagne. Poi, quando ridiscendeva in paese regalava parte dei frutti di queste “passeggiate” a vicini e conoscenti. Mentre faceva questi pensieri sentì suonare il campanello di casa. “Strano” pensò ... a quest’ora. Non aspettava nessuno. Si alzò, aprì il cassetto, anch'esso chiuso a chiave, e brandì l’arma che teneva lì riposta. Era munito di porto d’armi e la pistola acquistata da pochi mesi era stata regolarmente denunciata in Questura. Erano tempi, questi, che la prudenza non era mai troppa. A causa dei “buonisti” e dei “benpensanti” di cui era pieno il Paese, gli immigrati clandestini arrivavano a migliaia senza nessun controllo. Sostenevano che l'immigrazione di massa era causata dalle guerre e dalle feroci repressioni operate dai governi di alcuni paesi del sud del mondo. Quello che però le persone comuni vedevano contraddiceva questo racconto: erano tutti giovani, sani e belli in carne, vestiti alla moda con telefono cellulare e cuffiette. In verità (questo pensava lui e tanti come lui), questi sfaccendati sfruttavano le nostre leggi permissive fin quanto potevano recependo immeritatamente sussidi dallo Stato. Non potendo essere regolarizzati, e non avendo accesso al mondo del lavoro regolare, erano costretti a delinquere: lo spaccio di droga, la prostituzione, i furti negli appartamenti e le violenze sulle donne erano ormai una piaga, soprattutto nelle periferie delle grandi città. Le Forze dell’ordine non facevano nulla per proteggere gli onesti cittadini, vuoi perché in deficienza cronica di mezzi e di uomini, vuoi per le regole comunitarie che, il più delle volte, non avevano efficacia alcuna contro questo tipo di micro criminalità. Quando un clandestino era arrestato, magari colto in flagrante, il magistrato di turno poteva emettere al massimo un’espulsione forzata, il respingimento. Cioè consegnavano un foglio nelle mani del delinquente e gli dicevano che doveva ritornare al suo paese di origine. Quello girava l’angolo, buttava l’ordine di espatrio in un cassonetto e continuava a fare quello che aveva sempre svolto; al massimo, se andava bene, cambiava solo città. Era una vergogna. Quindi non c’era alternativa, bisognava proteggersi da soli. Pensando a ciò si diresse verso la porta, guardò dallo spioncino e vide Giovanni, il postino del quartiere. Forse lo aveva dimenticato nel suo giro mattutino. Allora si tranquillizzò e schiacciò il pulsante di apertura del cancello. Rinchiuse l’arma nel cassetto e aprì l’uscio per andare incontro al portalettere, ma con sua immensa sorpresa, non appena fuori, come in un reportage sul terrorismo, si vide circondato da una miriade di uomini con tute nere e stivali anfibi, caschi, guanti e passamontagna. Tutti gli puntavano contro fucili mitragliatori automatici o pistole. - Siamo agenti di Polizia ... non ti muovere, ... sdraiati per terra con le mani dietro la schiena ... subito! Ci mise un bel po’ per mettere a fuoco ciò che stava succedendo, gli sembrava di essere al cinema, poi si sdraiò, terrorizzato ... infine gli chiusero le manette ai polsi e lo portarono via. Strano, ma in quel momento gli venne in mente solo il piatto di spaghetti al pomodoro ancora fumanti che non si sarebbe potuto gustare, e questo lo rattristì enormemente. *** - Buongiorno spettatrici e spettatori, Vi parla la vostra Cristina Pileri da Roma Canale News, questo è il Signor Casimiro, vicino di casa del così detto “Macellaio di Cremella” ... ci dica ... lei conosceva il suo vicino? - Certo, signora mia, ci conosciamo da una vita... e mi lasci dire questo ... Davide è un uomo onesto e amante della natura ... non credo assolutamente a quello che dicono i giornali. Semplicemente non è possibile! Come si fa a dire queste stupidaggini ... andavamo a caccia insieme, lo sa? E lo sa o no che quando si è compagni di caccia non ci si può nascondere nulla? Si sta ore e ore assieme ad aspettare che passi quello cui devi sparare e ci si racconta tutto. Magari ti vanti a sproposito, racconti di quella volta che con un colpo fortunato hai ammazzato tre fagiani, e quello ci sta ... ma una cosa così è veramente troppo ... se le inventano tutte per vendere qualche copia in più di quei giornaletti. Sa che ci devono fare con quei giornali lì? Ci si devono pulire il cu.... - Ok, ok abbiamo capito, ma ecco che passa anche una signora ... chiediamo a lei ... signora ... buongiorno sono una giornalista di R.C.N., mi può dire qualcosa a proposito del “Macellaio di Cremella”? - Aridaje ... ma che macellaio e macellaro ... annatevene n’pò a sputtanà qurcun’artro. Qui semo tutta gente onesta e labboriosa, nun c'emo mica tempo da perde co ste stronzate. Quello è n’omo perbene ... ha cresciuto su na famija a forza de sacrifici che levete... che ne sapete voi. La notte annava co mi marito e l’artri a fa la ronda del quartiere. Era uno tosto, che aveva a core la sua comunità, mica uno che se ne frega! Perché qui nun se campa più, andò te giri c’è n’drogato, un negro che te vo menà, na zingara che te derubba ... de quello ve dovreste occupà, de sti mmigrati che delinquono (se dice così no?) .. artro che der macellaro. Ma nnatevene n’po’ a morì amazzati voi e li ... come li chiamate? .. ancormenne de sto cippo. Mo è finita la pacchia anche per loro ... speramo che questi che comannano je fanno venì li sorci verdi a sti buonisti (se dice così no?). Artri due giorni e vedrai che pulizzia che famo de tutti sti intellettuali der caz .. cavolo! - Ehm ... Grazie Signora... per oggi da Cremella è tutto ... in attesa di ulteriori sviluppi sulla vicenda del “Macellaio”, saluti dalla vostra Cristina Pileri ... la linea alla rete ... ____________________________________________________________ Il Gazzettino dell'Urbe _____________________________________________________________ Due coniugi colpevoli degli omicidi di 11 clandestini scomparsi a Roma Il “Macellaio di Cremella” ha confessato ______________________ Cremella – provincia di Roma. Dal nostro inviato Mario Faltri. Questa mattina, dopo due giorni passati in cella d’isolamento il “Macellaio” ha confessato di fronte ai Magistrati Inquirenti. Davide Prosetti, questo è il vero nome dell’accusato, ha confessato di aver “macellato” i corpi di sette cadaveri di persone a lui sconosciute. Uno dei corpi dei malcapitati giovani è stato ritrovato nella cantina dell'abitazione: un immigrato clandestino proveniente da un paese dell'Africa centrale ancora in fase di "lavorazione" con gli arti mancanti e rinchiusi a pezzi in due sacchi di plastica. I coniugi: Herbert Hassel (di origini tedesche, ma cittadino italiano) e sua moglie Emma Vallani gli fornivano, a suo dire, “la materia prima”. I due sono riusciti a far perdere le loro tracce. Attualmente sono ricercati con l'accusa di omicidio plurimo premeditato da tutte le polizie del mondo in quanto è stato spiccato un ordine di arresto internazionale. Porti, aeroporti, stazioni ferroviarie e valichi di confine sono stati allertati. Davide Prosetti di anni 67, veniva retribuito dalla coppia per far scomparire i corpi delle vittime. È stato accertato che mentre il “macellaio” veniva ricompensato con poche centinaia di euro (pare si parli di duemila euro per ogni corpo fatto sparire) la coppia guadagnava cifre ben più consistenti che depositava in conti esteri non ancora individuati. Egli provvedeva a eseguire il “lavoro” commissionato dai suoi affittuari nello scantinato attrezzato con sega a nastro e altre apparecchiature da macellazione. Il reo confesso “sezionava” i cadaveri in parti più piccole e provvedeva a rinchiuderle in sacchi di plastica. I resti umani venivano successivamente trasportati dallo stesso, a bordo di una Fiat Panda, per essere occultati in zone impervie e nascoste nei boschi sui monti che circondano la sua abitazione a Cremella. Domani, in mattinata, i Giudici hanno disposto un sopralluogo nei monti dove sono stati occultati i resti umani. Alla verifica giudiziaria, oltre ai Magistrati della Procura e la Polizia Giudiziaria coadiuvata da agenti del Corpo Forestale dello Stato, parteciperà l'indagato che si è dichiarato disponibile a collaborare e indicare i luoghi dei sotterramenti. Le indagini degli investigatori hanno portato alla luce il turpe progetto dei coniugi Hassel. Essi adescavano le vittime davanti ai supermercati della capitale o nei giardini pubblici frequentati dai clochard. Le vittime, di cui non si conoscono le identità, erano tutti “irregolari” senza permesso di soggiorno o mendicanti senza fissa dimora. In altre parole si tratta di un’umanità “inesistente” che di conseguenza può scomparire senza che nessuno se ne accorga e per il medesimo motivo facile preda di delinquenti senza scrupoli come i due ricercati. Secondo quanto riferito dagli investigatori nella conferenza stampa approntata in Questura, gli Hassel offrivano laute ricompense in denaro ai malcapitati giovani per delle serate di sesso promiscuo. Una volta abbordati li portavano nell'appartamento preso in affitto dal Prosetti a Cremella. Lì erano prima drogati, poi legati e orrendamente trucidati. Gli omicidi, perpetrati con armi da taglio o tramite impiccagione, erano filmati e trasmessi in diretta online sui siti del mercato nero del web, il fantomatico "Deep Web". I ricavi di questo traffico sommerso erano molto consistenti, in ambienti della questura si parla di milioni di euro. Secondo alcune fonti le indagini hanno preso il via grazie all’interessamento del personale delle mense ecclesiastiche della Caritas. I volontari addetti alla distribuzione, non vedendo più da giorni alcuni di questi frequentatori abituali si erano preoccupati e avevano presentato denuncia in Questura. Gli stessi avevano riferito di due personaggi che spesso erano stati avvistati da alcuni testimoni mentre confabulavano con gli scomparsi. La raccapricciante confessione del “macellaio di Cremella” ha confermato le prove raccolte dalla Procura. Essa è stata resa con estrema calma e freddezza. Fonti anonime del Palazzo di Giustizia raccontano stupite di una persona ignara della gravità dei fatti contestati. L’uomo, se così si può ancora chiamare qualcuno che confessa simili reati, si difende dicendo che ad ammazzare non era lui, ma i due affittuari. Che lui era colpevole “solo” del sezionamento e dell’occultamento di persone “già” decedute. Che non sapeva nulla delle uccisioni perpetrate nell'appartamento che aveva affittato. Hassel gli aveva parlato, molto genericamente, di delitti tra organizzazioni criminali avversarie. Loro erano semplicemente i “becchini” che venivano pagati dalle bande rivali per ripulire e "cancellare le prove". Lo stesso pare costruire la sua difesa sostenendo che (queste sono le precise parole usate dal “macellaio”): “... ho accettato la proposta dei due coniugi perché dopo una vita di sacrifici e la morte di mia moglie Pinuccia, non riuscivo nemmeno a potermi permettere di regalare un giocattolo ai miei nipotini...” I legali della difesa hanno richiesto una perizia psichiatrica perché ritengono il Prosetti “incapace di intendere e di volere”.
  22. gmela

    La pasta col ketchup [1/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40140-la-rabbia-capitolo-1/?do=findComment&comment=710549 In onore di Halloween, ecco qui la prima parte di un horror scandinavo per stomaci forti (detto ironicamente, ma solo fino a un certo punto) - 30.000 caratteri in tutto *** E così, dopo averne sentito tanto parlare, sono in Svezia! Questo penso, guardando scorrere il paesaggio attraverso il finestrino dell'autobus, mentre procediamo lenti lungo una stretta e sinuosa stradina di campagna. Ylva, accanto a me, è al telefono con la madre, e ovviamente non capisco un cavolo di quello che dice. Non che me ne curi: da quando ho messo i piedi a terra, nel piccolo aeroporto di Skavsta, questo paese non smette di stupirmi. Tutto è uguale, identico, a come la mia fidanzata me l'ha descritto: ci sono i boschi - le gigantesche foreste di conifere delle fiabe nordiche; ci sono i laghi che luccicano al sole e le penisole labirintiche che si insinuano tortuose tra le centinaia - migliaia - di isolette che punteggiano questo angolo di costa sul mar Baltico; ci sono i cartelli "pericolo alci" a bordo strada, le casette rosse in mezzo ai prati, il cielo immenso, le nuvolette bianche e le bandiere gialloazzurre che sventolano decise nell'aria luminosa dell'estate. Gli autobus camminano tranquilli, portando la gente verso le case di campagna - stugor, le chiama Ylva - dove tutti, a quanto pare, passano l'estate. Famiglie numerose, bimbetti piccoli su enormi passeggini: biondi, tutti o quasi. Thermos di caffè, banane, canne da pesca, torte panna e fragola, odore di cannella. Ci sono le "A" col pallino, sui cartelli stradali: proprio come all'Ikea. È un mondo alieno, rispetto a quello che conosco. Eppure, qui sono: Andrea, ventidue anni, studente fuori sede al Politecnico di Torino, nato e cresciuto in un paesino del basso Piemonte senza infamia né lode. Con fidanzata svedese: Ylva, appunto, in Italia per l'Erasmus. Bellina, simpatica. Bionda, ovviamente. Sveglia - anche troppo, a volte - sempre entusiasta. Appassionata di giochi da tavolo e di recitazione, due cose delle quali, prima di conoscerla, sapevo ben poco. In Svezia faceva parte di una troupe teatrale che mette in scena spettacoli per bambini ispirati ai libri di Astrid Lindgren; il suo ruolo preferito - ama spiegarmi: la piratessa sanguinaria in "Pippi Calzelunghe contro i pirati". Tra alti e bassi, le cose vanno piuttosto bene tra noi: siamo diversi, ma siamo compatibili. Io la porto al cinema, lei a passeggiare in angoli di città dove non avrei mai messo piede: alla Falchera, periferia profonda, un sabato mattina, per uno spettacolo teatrale del quale ha sentito parlare bene - penso che mi romperò le balle, e invece poi mi diverto. Io la sfido a vecchi videogiochi Nintendo, lei mi porta a pescare al lago di Meugliano. Prendiamo una trota, torniamo a casa col pesce in mano, sul tram tutti ci guardano storto; la cuciniamo assieme, poi mi distrugge a Monopoli e la batto a Scarabeo: a quest'ultimo vinco sempre - fino a prova contraria, l'italiano lo conosco meglio di lei - ma Ylva tiene conto dei punti. «Ahah, prima o poi ti acchiappo!», annuncia soddisfatta, vedendo che il mio margine di vittoria si assottiglia al filo dei mesi. Un giorno mi sveglio: «Andiamo al mare!», dice lei. Corriamo alla stazione del Lingotto, tre ore dopo siamo in Liguria. Ci tuffiamo, la notte torniamo a casa con l'ultimo treno e ci addormentiamo sul vagone ascoltando canzoni italiane anni novanta al cellulare. Ogni tanto litighiamo, ma quella non è certo una storiella senza futuro - né per me, né per lei: teniamo l'uno all'altra e ci supportiamo a vicenda. Quando Ylva ha traslocato, l'ho aiutata io ad attraversare la città con i mobili in spalla; quando il mio gatto è morto, Ylva c'era. Preso dall'entusiasmo, dopo che Martin è tornato ad Amburgo le ho chiesto se volesse trasferirsi da me, ma subito me ne sono pentito. Ha storto la bocca, distolto lo sguardo: non era pronta. Pazienza, mi sono detto: non c'è fretta. Prima o poi, magari. In realtà a breve Oğuz tornerà ad Ankara, e un posto per lei, a casa mia, ci sarebbe di nuovo... Ma ora non voglio pensarci, preferisco godermi la vacanza. Viaggiare con Ylva è divertente; per il momento ce la siamo cavata bene e non abbiamo ancora bisticciato, nonostante diversi problemi organizzativi: il convivente di sua mamma avrebbe dovuto incontrarci all'aeroporto ma è stato punto da una zecca e si è preso una brutta malattia - inconveniente tipico in Svezia, spiega Ylva. Ha dovuto lasciare la minuscola isoletta sulla quale si trova la stuga di famiglia e andare dal dottore, in città, dove è stato però bloccato da un guasto meccanico alla barca. Dopo ore di bus, quindi, io e Ylva dovremo raggiungere l'isoletta di Snarö in barca a remi. Onestamente mi sembra una cosa piuttosto stramba, ma Ylva ne parla come se fosse il piano più normale del mondo. A me, italiano in un mondo esotico, non resta che credere in lei e godermi quel viaggio. Le stranezze mi sono sempre piaciute, in fondo; anzi, probabilmente questo è ciò che più mi ha attirato verso Ylva, quando l'ho incontrata la prima volta, giocando a briscola a casa di amici comuni. Gli altri vedevano in lei il fascino della ragazza scandinava, sognavano la conquista della bella straniera per vantarsi con gli amici; io ci ho visto, più che altro, la possibilità di conoscere un nuovo mondo e una nuova cultura. Per questo, credo, alla fine ha scelto di stare con me, nonostante non sia certo un modello di bellezza, o di cool, all'italiana: le ho parlato come si parla a una persona normale, e a forza di parlare - sorpresa sopresa - abbiamo scoperto che ci piacciamo. A volte, suppongo, succede. Intreccio le dita con le sue, mi sento gasatissimo. Penso a Max, Alex e tutti gli altri, in spiaggia a Riccione in mezzo a migliaia di persone praticamente uguali a loro. Di sicuro parlano della Juve, dell'abbonamento Sky. Io, invece, sto per raggiungere una casa di campagna in barca a remi. Su un'isola, dove ci sono solo tre casette di legno, dove l'acqua si pompa - a mano - da un pozzo e la cacca si fa in un barile. Questa sera Max e Alex mangeranno la solita pizza; io, invece, chissà quali nuove esperienze vivrò! Appoggio la testa sulla spalla di Ylva e guardo fuori, lei mi passa distrattamente la mano nei capelli. Gliela prendo, la bacio e la rimetto dov'era: sono praticamente in paradiso. Quando Ylva finisce la conversazione, schiocca le dita davanti ai miei occhi. «Mmhh?», faccio io, ancora assorto nei miei pensieri. «Allora, ti piace la Svezia?», chiede lei, vagamente divertita. «Sembri in trance.» «Guarda,» rispondo, «com'è in inverno non lo so, ma d'estate qui è fighissimo! Cioè, mi spieghi chi te l'ha fatto fare a te, di andare a studiare a Torino?» Lei fa una risatina. «Senti Andrea,» dice poi, seria. «hai capito questa storia che mamma è sola sull'isola?» Io annuisco. A sua madre, Suzanne, ho già parlato brevemente su Skype, per cui non mi sento particolarmente impaurito dall'idea di incontrarla per la prima volta: sembrava una signora alla buona, anche lei parlava italiano. Malino, ma lo parlava. «Sì?», faccio io. «...E quindi ha qualche problema di organizzazione. Per la cena.» Io scaccio le sue ansie con un gesto «Ah, non preoccuparti per quello!» «Andrea,» taglia corto Ylva, «mi spiace ma mamma ha fatto la pasta col ketchup.» Sbianco, mi alzo sul sedile. «Eh?», esclamo. Ylva storce la bocca, la mia reazione evidentemente la irrita. Non l'ho fatto apposta, mi è scappato. La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi.
  23. dfense

    Brè Edizioni

    Nome: Brè Edizioni Generi trattati: Narrativa, erotici, poesia, gialli, noir-thriller, horror, saggi Modalità di invio dei manoscritti: https://breedizioni.com/pubblica-con-noi/ Distribuzione: cito dal sito: "Abbiamo scelto di affidare la vendita delle nostre opere solo ad Amazon" Sito: https://breedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/Brè-Edizioni-2105813419632447/
  24. Fino a
    A ccademia Vittorio Alfieri - Firenze Poesia , Teatro, Arte, Cultura P remio teatrale “Mara Chiarini” BANDO DI CONCORSO Per Corti Teatrali Gli Autori dovranno inviare i loro testi, a tema libero, per una o entrambe le seguenti categorie: Monologhi (che costituiscano in sé storie compiute) Brevi pieces a due personaggi Le opere, frutto della propria creatività, possono essere di teatro drammatico convenzionale, teatro comico, teatro sperimentale, e dovranno avere ciascuna una durata “recitata” tassativamente non superiore ai 15 minuti. (Ogni autore può inviare un massimo di 2 testi). I testi debbono essere inviati (in formato doc, docx, o pdf) per email all’indirizzo gioia.guarducci@alice.it entro il 31 DICEMBRE 2018, completi delle seguenti informazioni: Nominativo, Indirizzo, Telefono, Email dell’Autore, con Titolo e durata recitativa dell’opera, unitamente alla copia della ricevuta del pagamento della quota di iscrizione. (Il Curriculum personale è facoltativo e non costituisce titolo di merito rispetto a chi non lo presenta). Oppure debbono pervenire entro la stessa data, in tre copie cartacee anonime, corredati a parte dei dati personali, unitamente alla copia della ricevuta del pagamento della quota di iscrizione, all’ Accademia Vittorio Alfieri - Premio “Mara Chiarini”- c/o Centro Età Libera Caboto, via Caboto 47/2, 50127 Firenze. Si pregano gli autori, se loro possibile, di inviare le composizioni con CONGRUO ANTICIPO, onde facilitare le operazioni di segreteria. L’organizzazione non risponde di inconvenienti attribuibili a mancati recapiti o smarrimenti da parte dei servizi postali. La quota di iscrizione al Concorso è di € 15,00 per ogni opera messa a concorso, per diritti di segreteria, corrispondenza e varie. La quota dovrà essere versata presso un ufficio postale o una ricevitoria sulla carta PostePay intestata a: Tiziana Curti 5333 1710 5024 4124, (Codice Fiscale CRTTZN55C43D612T). O ppure tramite bonifico bancario intestato a: Tiziana Curti, codice IBAN IT80Y3608105138271323271328 (NUOVO IBAN DAL 1 OTTOBRE 2018). La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata (SEMPRE) insieme ai propri testi e al modulo di partecipazione. Si prega coloro che hanno effettuato il versamento di voler cortesemente comunicare per e-mail la modalità scelta ed i propri dati completi a: : gioia.guarducci@alice.it o gioia.gua@outlook.it . La Direzione Artistica esprimerà un giudizio insindacabile sulle opere presentate. Gli Autori cedono il diritto di pubblicazione, senza aver nulla a pretendere come diritti d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli Autori. I testi cartacei inviati non verranno restituiti: gli autori autorizzano l’Accademia Alfieri a conservare presso i propri archivi copia del testo inviato ai fini di conservazione, consultazione, conoscenza e studio, senza scopo di lucro. Premiazione: Ai primi 3 classificati di entrambe le categorie verranno assegnate coppe o targhe, mentre ai successivi 5 segnalati di ogni categoria saranno assegnati diplomi di merito personalizzati. I vincitori, durante la cerimonia di premiazione, potranno interpretare il loro testo personalmente e, nel caso di opera a due voci, accompagnati da altro attore, (oppure, previa comunicazione alla Segreteria del Premio, la recita delle opere vincitrici potrà essere assegnata ad altri interpreti indicati dall’autore o delegata all’Organizzazione del Premio). I premi non ritirati verranno spediti con tassa a carico a tutti i vincitori che li richiederanno espressamente entro 30 gg dalla data della Premiazione. I nomi dei vincitori saranno pubblicati sulla rivista letteraria “L’Alfiere” e sul sito http://www.accademia-alfieri.it/ La cerimonia di premiazione è prevista a Firenze nel mese di Maggio del 2019, presso la Sala dei Marmi, Parterre – Piazza della Libertà. Tutti i Vincitori e Segnalati saranno tempestivamente avvisati a mezzo posta elettronica o telefonata.
  25. dfense

    Bakemono Lab

    Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
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