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  1. Marcello Iori

    Il Ponte Oscuro dell'Anima

    Il Ponte Oscuro dell'Anima Marcello A. Iori Collana: Magnolia narrativa Casa editrice: Il Seme Bianco ISBN: 9788833610702 Data di pubblicazione (o di uscita): 3 ottobre Prezzo: 12,66 - 14,90 Genere: Horror/fantasy Pagine: 160 Nessuno sembra chiedersi mai in che luogo del mondo abbia avuto inizio il male, tranne i fratelli Cavendish. Reduci di due guerre mondiali, diretti alle valli fredde del nord, in Norvegia, ne cercano l’origine, la sua sede, la dimora. Esistono luoghi silenziosi dove le persone scompaiono, si smarriscono, anfratti dove le anime sono cibo per entità oscure. I fratelli raggiungono Val, una residenza nera ai confini del mondo. Lì, un passaggio segreto, una breccia aperta durante le due guerre ha liberato il male assoluto. Ma quella che sembra essere solo una lugubre esplorazione nell’ignoto, si rivelerà una destinazione senza ritorno: esistono cose peggiori della morte. Link all'acquisto: http://www.ilsemebianco.it/collana/magnolia/ponte-oscuro-dellanima/ Booktrailer: per Halloween non farti mancare una storia da brividi. Per leggere degli estratti, visita il sito: Un Mondo Vivo
  2. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  3. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  4. Writer's Dream Staff

    Plesio Editore

    Nome: Plesio Editore Sito: http://www.plesioeditore.it/ Generi valutati: fantasy, fantascienza Invio manoscritti: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=49 Distribuzione: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=102 Facebook: https://www.facebook.com/Plesio-Editore-121575227944615/
  5. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  6. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40058-il-criminale-66/?do=findComment&comment=706757 Settima e ultima parte (da leggere con la precedente, c'è un dialogo spezzato nel mezzo) Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40004-strawberry-point-17/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40014-strawberry-point-27/ Link alla terza parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40026-strawberry-point-37/ Link alla quarta parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40044-strawberry-point-47/ Link alla quinta parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40052-strawberry-point-57/ Link alla sesta parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40063-strawberry-point-67/ *** «Giri l'America, eh?», fa lei. Jimmy annuisce. «Sì, senza entrare nei dettagli, diciamo che a casa le cose andavano male, ma proprio male male... Stavo andando fuori di testa, in quel posto.» Wendy annuisce, seria. «E così hai lasciato tutto e te ne sei andato?» «Sì.» «È stata dura, prendere la decisione?» Jimmy sospira. «Un giorno ho fatto un incubo stranissimo, in cui scoprivo di essere il protagonista di un libro scritto da un pazzo psicopatico.» Wendy ride. «Ah!» «Poi mi sono svegliato nel cuore della notte e sono uscito nei campi. Abbiamo una fattoria.» «Ok...» «Mi sono seduto in mezzo alle pannocchie e mi sono messo a pensare.» Jimmy beve un sorso di cioccolata. «Era proprio un sogno strano,» spiega, «vivissimo... Per un attimo, ho quasi pensato fosse vero.» Wendy annuisce. «Quando tutto va male,» dice, lanciando un'occhiata verso il soffitto, «mi sa che è normale pensare che c'è qualcuno, lassù, che ce l'ha con te.» «Già», fa Jimmy, «Suppongo sia proprio così.» Wendy scuote la testa. «E poi cos'è successo?» «E poi mi son detto: "Jimmy, ragazzo mio, hai diciassette anni e la tua vita è uno scherzo... Ridicolo per ridicolo, tanto vale buttarsi, no?"» Wendy appoggia l'indice contro la superficie del tavolo. «Capisco cosa intendi.» Jimmy alza le spalle. «E poi niente, sono partito, così com'ero, a piedi nudi. Ho iniziato a camminare, dritto davanti a me, senza nemmeno guardarmi indietro. Ho camminato tutta la notte, ho attraversato due contee. Ero sicuro che sarei morto, sicuro sicuro. All'alba sono arrivato all'interstatale e mi sono seduto sul bordo della strada a guardare le macchine.» «E poi?», chiede Wendy, osservando il ragazzo con quei suoi occhioni da topolino sveglio. Jimmy scuote la testa. «E poi, invece di investirmi mi hanno offerto un passaggio. Ho accettato, anche se ero sicuro che mi avrebbero portato da qualche parte per derubarmi, o violentarmi, o farmi chissà che altro. E invece...» «E invece?» «...E invece ho scoperto che, una volta lasciato Crapton, il mondo non è poi così perdutamente malato. È un anno che giro: ho incontrato diverse personacce, ma anche moltissima gente per bene», conclude Jimmy. Scuote la testa: «Non so che cavolo c'era, nell'aria di quel posto...» Si beve un bel sorso di cioccolata. «Tu piuttosto?», chiede a Wendy. «Come te la passi, a Strawberry Point, Iowa?» «Pfff...», fa lei. «Mamma è scappata a Las Vegas col primo californiano che è passato di qui - un tizio che si era perso per strada - papà passa tutto il giorno in mutande a inveire contro la TV e io mi spacco la schiena dalla mattina alla sera in questo diner di merda, per quattro dollari l'ora più mance, sperando contro ogni logica che un giorno riesca magicamente a mettere assieme abbastanza soldi per andarmene da qui...» «...il che è praticamente matematicamente impossibile», aggiunge, «Dulcis in fundo: sono allergica alle fragole, ne basta una piccola a coprirmi di orticaria.» «Ohi», fa Jimmy mordendosi il labbro. «Salute», conclude Wendy alzando la tazza di cioccolata in alto, come in un brindisi, per poi bersene una bella golata. In quel momento alla radio parte un'intensa intro di piano. Wendy abbatte la mano su quella di Jimmy. «Hey, la conosci questa canzone, sì?», chiede con occhi luccicanti. «Sì,» risponde Jimmy, «papà l'ascoltava sempre.» La ragazza si alza in fretta e aumenta il volume. «Just a small town girl... Livin' in a lonely world...», canta, accompagnando la radio con la sua voce squillante, un po' stonata forse, ma piena di passione. Jimmy si unisce a lei, strappandole un sorriso: «...She took the midnight train...», concludono entrambi, cantando all'unisono, «...going anywhere...», e scoppiano a ridere. «Mannaggia Jimmy, io e te si dovrebbe scappare a Broadway... Guarda che diventiamo famosi!» Jimmy ride, la faccia tra le mani: «Seh, come no?», fa, divertito. «Wendy, abbassa quella robaccia!», grida Frank forte, dal suo tavolo in fondo, «Stanno per estrarre i numeri in TV e non sento un cazzo.» Wendy sbuffa: «Ok, ok...», risponde, poco amichevole, riabbassando il volume. «...rompicoglioni», aggiunge sottovoce tornando a sedersi di fronte a Jimmy. «Quant'è odioso, quant'è odioooso...», si sfoga a bassa voce, «Muovesse un po' il culo, invece di pensare sempre alle sue lotterie! C'è questo jackpot incredibile alla lotteria dei Midwest Megamillions, è da un mese che non pensa ad altro. Questo posto sta andando in malora e tocca fare tutto a me.» Jimmy le risponde con una smorfietta di compatimento e Wendy si beve un altro bel sorso di cioccolata. Poi si mette a filosofeggiare: «Guarda, ti concedo che questa canzone è solo rock merdoso anni ottanta, e che va bene al massimo come colonna sonora in un film hollywoodiano di quarta serie, come sfondo musicale per due giovinastri rimbambiti che scappano di casa correndo via mano nella mano, ma...» Jimmy la invita a concludere: «Ma?» «...Ma in realtà mi fa tanto venir voglia di andarmene. Vorrei avere lo stesso coraggio che hai avuto tu: lasciare tutto e via, senza un dollaro in tasca. Partire senza pensarci su: una nuova vita. Ciao Frank, ciao papà...» «Ciao fragole...», aggiunge Jimmy. «Esatto!», risponde Wendy, battendo il pugno sul tavolo. «Ciao trailer di terza mano in cui ho avuto il dispiacere di crescere... Ciao Strawberry High... Ciao Kimberley, stronzetta insopportabile che da quando hai fatto la reginetta al ballo dell'homecoming non ti degni neanche più di salutare...» «Ciao Kimberley», concorda Jimmy con aria grave. Bevono entrambi; poi Jimmy guarda fuori, e, per un secondo, gli sembra quasi che il fragolone in vetroresina stia cercando di dirgli qualcosa. «Ehi,» chiede, posando gli occhi su Wendy, «li vendono ancora i biglietti dei Megamillions?» «Mmmhhh...», risponde lei, passandosi la mano sul mento, «Credo proprio di sì, da quanto ne so si possono fare fino all'ultimo, basta che siano registrati al computer prima dell'estrazione. Perché?» Jimmy alza le spalle. «Boh, oggi mi sento ottimista!», fa con un sorriso, alzandosi in piedi e finendo in fretta la sua cioccolata. Wendy ride. «Ma sì dai, proviamo!», dice, alzandosi e buttando giù anche lei i resti della bevanda. Lancia un'occhiata all'orologio: «Mi sa che dobbiamo correre però. Li vendono alla stazione di servizio, giù all'ingresso del paese.» «E se vinciamo?», chiede Jimmy. «Partiamo!» «Mmmhhh... E se perdiamo?» «Partiamo lo stesso!», fa lei, stringendo i pugni eccitata. Jimmy abbatte la tazza vuota sul tavolo. «Dai!», dice. «Wendy, i cinque minuti sono finiti», annuncia Frank dal fondo della sala, asciutto, morsicando l'ennesima ciambella. «Tempo di tornare al pavimento», aggiunge, con la bocca piena, «Forza.» Jimmy lo indica col pollice. «E con quello come facciamo?» «Con quello?», fa Wendy, con aria decisa, rimboccandosi le maniche della blusa. «Adesso ti faccio vedere io, come facciamo con quello», dice, andando dritta verso il moccio, «Ti faccio vedere io!» Come una minuta lanciatrice del peso, si carica il recipiente dell'acqua sporca sulla spalla, prende la rincorsa e lo rovescia in testa all'uomo, facendolo cascare - bagnato come un pulcino - a gambe all'aria sul pavimento. «Oddio...», blatera lui confuso, rotolandosi a occhi chiusi in mezzo a un lago di acqua grigiastra. «Addio Frank!», gli urla Wendy gioiosa, buttandogli in faccia il grembiule, «Trovati un'altra schiava, stronzo maledetto!» Poi Jimmy si carica lo zaino in spalla, Wendy alza il volume della radio al massimo, e i due si mettono a correre a perdifiato giù per Commercial Street, tenendosi per mano, accompagnati dalle parole dei Journey, arrivati all'ultimo ritornello: Don't stop believin'... Hold on to the feelin'... Yeah... Streetlights... people... Oh oh oh... Don't stop believin'... Hold on...
  7. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co di Firenze (accordo con Mondadori per distribuzione sul sito Mondadori Book); accordo con Star Shop per fumetti e albi illustrati Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo Conosciuti al Salone di Torino: molto simpatici, motivati e disponbilili. Il catalogo esposto era prevalentemente fantasy, horror e thriller. La pagina FB è poco seguita ma il gruppo e vivacissimo, animato da loro stessi. Fanno contest, interviste agli scrittori emergenti eccetera. La prima impressione è ottima, il resto a voi
  8. zazeli80

    I Destinatari - Elisa Piccinelli

    Titolo: I Destinatari Autore: Elisa Piccinelli Autopubblicato: Amazon Formato: ebook ISBN: 979-12-200-3398-5 Data di uscita: 27.06.2018 Prezzo: € 2.99 Genere: Fantasy Quarta di copertina: L’incredibile avventura di Emily comincia alla sua morte quando, catapultata in un mondo del quale ignorava l’esistenza, viene messa davanti a tre possibilità: Reincarnarsi, rimanere Anima Semplice o diventare Destinatario. Scelta la terza opzione, Emily si trova fra le mani la vita di un essere umano da monitorare, il suo Protetto Alexander. Una volta scoperto che anche un sistema apparentemente perfetto può avere le sue falle, Emily imparerà ad affrontare le prove che la sua nuova esistenza le presenterà, tra mille difficoltà, nuove amicizie, cambiamenti drastici e un amore impossibile. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/I-Destinatari-Elisa-Piccinelli-ebook/dp/B07F1V6T17/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1530199108&sr=8-1&keywords=elisa+piccinelli
  9. Tutto era silenzioso e buio. Niente poteva distinguersi dall’enorme oblio circostante, ammesso che nell’oscurità c’era davvero qualcosa! Le tenebre padroneggiavano l’ambiente attorno, finché si sentì una voce, chiara, pacata ma risoluta che rimbombò nell’aria come se si trovasse all’interno di una grotta; la voce disse: “O luce! Tu che in futuro farai apparire il mondo chiaro e meraviglioso da rende-re gaio il cuore degli uomini umili, eclissa il nero manto e inizia a far godere quest’ultimo della tua illuminazione!” – fu così che l’ambiente attorno fu pervaso da una luce accecante e di lì inizia-rono a formarsi dal nulla delle nuvole candide, che passando, la-sciarono spazio a dei punti luminosi che i mortali avrebbero poi chiamato stelle; poi la voce parlò di nuovo – “Vi sarà da oggi una nuova entità che porterà il giorno ai miei figli, che donerà arbitrio alle loro imprese del quotidiano. Io ti creerò con l’elemento del fuoco, scalderai il suolo con il calore dei tuoi raggi e sarai tanto luminoso che i mortali non potranno riuscire a guardarti senza rimanere accecati da tanta luce. Tu da adesso sei il sole!” Così detto comparve una figura, egli non era uomo e tanto me-no era essere vivente di qualsiasi tipo: in lui vi erano sembianze nobili e arcane i cui capelli lunghi erano raccolti all’unisono così da formare una coda di cavallo, le sue vestigia erano fatte di co-razza e accessori da guerriero i cui manufatti erano degni di un dio! Egli con un cenno della mano creò dal nulla un’enorme sfera infuocata e il sole arse pieno di vita dicendo: “Omnius, Signore di tutti gli dèi! Ti ringrazio infinitamente di aver deciso di assegnare un incarico così importante proprio a me. Un giorno ripagherò la tua bontà!” – e la figura umana che portava il nome di Omnius ri- spose senza distogliere lo sguardo dalla sfera abbagliante – “Va. Illumina il mondo circostante con la luce della tua vita fino alla fine di tutti i tempi.” Così dicendo se ne andò piano e pensieroso. Dopo aver camminato per un po’, Omnius si fermò all’improvviso e disse: “Le stelle da sole non basteranno ad illuminare il mondo nel periodo in cui il sole riposa, pertanto io dico a te, luna, esisti! È il tuo signore che te lo chiede!” – e come per magia si materia-lizzarono dal nulla delle pietre lunari che unificandosi formarono una grandissima sfera biancastra anch’essa assai luminosa. E la luna parlò: “Dimmi Omnius, qual è il compito che dovrò svolgere per te?” “In assenza del tuo amato fratello sole, illumina le oscure ore dei miei figlioli, sii per loro musa e conforto nei momenti di difficoltà, fa che si sentano rassicurati dal tuo fascino, porta loro consiglio e veglia su di loro nel meritato riposo.” – la luna, colpita da tanta pacatezza e amore che ha notato in quella divinità disse commossa – “Così sia, Omnius.” In seguito il dio plasmò il Pianeta e così facendo notò che al suo interno non vi vera altro che terra arida e sassi, quindi vi creò tutti gli altri elementi: l’aria, essenziale per i mortali, l’acqua, con cui creò i mari, gli oceani, i fiumi, i ruscelli e meravigliose casca-te; ma egli vide che ciò non era abbastanza, così creò vaste pianure, folte foreste, enormi montagne e fece in modo che sul Pianeta, lì dove i raggi del sole non avrebbero fatto da padroni, vi fosse una lunga distesa di ghiaccio. Quindi arricchì il tutto con i beni necessari ai viventi per vivere e prosperare, Fu così che Omnius creò i primi esseri viventi: popolò i cieli dai volatili di ogni tipo, nelle acque si formarono creature marine di ogni tipo, dopodiché creò tutto il resto del mondo animale infine la terra rivolse la parola ad Omnius: “Hai creato un bellissimo mondo, o dio. Rispetto e lode a te!” Ma Omnius replicò: “Questo è solamente l’inizio. Io ho semplicemente creato tutto ciò che era necessario per vivere nei con-fronti di coloro che vivranno sopra di te. Il vero lavoro inizia a partire da adesso.” Il dio infatti diede vita ai primi esseri umani e li fece a immagi-ne e somiglianza delle divinità stesse, costoro vedendosi nudi ini-ziarono a vergognarsi e coprirsi, così Omnius diede loro delle ve- sti color della terra e li fornì di un cappuccio, così che potessero ripararsi in tempi di pioggia e freddo; questi individui verranno poi ricordati in futuro dai figli del Pianeta col nome di ‘Antichi Stregoni’ in quanto la divinità diede loro la capacità tale di saper usare l’arte magica, poiché assolutamente incapaci di difendersi dagli ostacoli della vita terrena; ma dato che gli uomini di quel tempo erano ingenui Omnius decise che non era ancora tempo per loro di vivere in autonomia in un mondo così grande, così decise di creare altre creature che non fossero né superiori agli uomini né inferiore a questi ultimi: quindi diede vita alle fate, crea-ture tanto piccole quanto sagge che fungessero da oracolo ai mortali dell’epoca e alle future generazioni. Poi creò gli elfi, affascinanti creature simili agli uomini che ben presto appresero anche loro le arti magiche ed impararono ad avere giudizio nelle loro azioni quotidiane, in quanto erano allievi degli uomini e delle fa-te; dagli elfi vi furono varie scissioni in quanto si stanziarono in molti territori del Pianeta essendo in soprannumero. Creò poi i nani che al contrario degli elfi che erano alti e di bell’aspetto, erano bassi e barbuti e contrariamente agli elfi, che erano un popolo per natura elegante e di buone armiere, i nani erano di indole rozza e per niente gentile; ma ciò non toglie che tutti loro, nonostante le razze miste impararono a vivere in pace e armonia tra loro; infine Omnius, al fine di evitare che nascesse in queste creature arroganza e superbia diede vita ad altre come i centauri, che erano esseri dal corpo di cavallo e dalla testa alla vi-ta avevano sembianze di uomini; formò poi i folletti, molto simili agli elfi la cui statura però era inferiore a quella dei nani. Plasmò poi gli gnomi, creature dall’aspetto poco avvenente di statura pari a quella dei folletti; quindi Omnius creò altri tipi di creature che trovarono il loro habitat nei mari e negli oceani, come le sirene, esseri metà donne e metà pesci, e le loro antitesi, i tritoni. Tutti i popoli continuavamo a vivere pacificamente e prospera-vano insieme, felici di ciò che Omnius aveva loro donato e difatti il dio era assai contento e compiaciuto del suo operato, ma poi-ché egli era una divinità piena di precauzioni si rivolse ai titani: “Immensi esseri! Io vi dò responsabilità su tutto ciò che succede al Pianeta: ognuno di voi sarà guardiano di un’area del Pianeta e farete in modo che i viventi continuino ad amarlo e rispettarlo così come fa il Pianeta nei confronti dei miei figli.” I titani, esseri giganteschi dal volto pieno di comprensione e misericordia disse-ro: “Ogni tua parola è legge, eccelso Omnius!” Detto così, Omnius, dando un’ultima occhiata di gioia e felicità terrena, disse tra sé: “È tempo di raggiungere le altre divinità. A quest’ora mi staranno aspettando.”
  10. 2 Concilio Divino Come apparso dal nulla, Omnius si ritrovò in un luogo totalmente diverso. Lo spazio attorno a lui era illuminato di luce propria, da-tosi che non vi era il sole. L’ambiente circostante era desolato e dovunque si guardasse non si vedeva altro se non una visione dell’orizzonte bianca come la neve; solamente il suolo su cui il dio camminava sembrava paffuto e molleggiato come se fosse una grandissima nuvola, ma che in realtà era duro al tocco dei piedi: qualunque cosa fosse quel luogo, certamente non era il Pianeta, né tantomeno era qualsiasi posto appartenente alla vita terrena. Omnius camminava lentamente ma con passo deciso, come se sapesse con certezza dove doveva andare; dopo aver marciato per molti tratti, lì dove ovunque si andava l’ambientazione era identica, il dio si fermò, dopodiché divaricò le gambe, rivolse il palmo di entrambe le mani dinanzi a sé e disse a voce alta: “Gli dèi vedono tutto. Gli dèi sanno tutto. Qui, in questa dimora, noi siamo il fato, siamo la giustizia, siamo difensori, guardiani e padroni di vita e di morte. Affinché gli dèi possano compiere ciò io ti invoco, sacro luogo Ahlgeum! Onorami della tua visione!” Finito quello che sembrava essere una sorta di rituale dinanzi a lui comparve magicamente un immenso castello d’oro. Quell’edificio apparso dal nulla era tutto rivestito del materiale composto da una struttura centrale circondata da quattro torri impostate ai quattro angoli del castello. I portoni, le grandi finestre, i cornici delle mura ed ogni sorta di particolare erano tutte fatte di decorazioni, dipinti e motivetti molto particolari incisi nell’oro della struttura; ciò che invece non era fatto d’oro era il prato che era ben curato e che sembrava fosse l’unica cosa non 12 bizzarra di quell’edificio così surreale. Qua e là c’erano delle ro-buste querce che abbellivano l’ambiente, c’era un sentiero fatto con blocchi squadrati di pietra che conduceva con un percorso curvilineo al portone che invitava i visitatori all’interno del castello. Al cenno della mano di Omnius il cancello principale si spalancò lentamente lasciando entrare l’ospite in tutta tranquillità, il dio percorse il sentiero in pietra ed entrò nel castello. Fu così che Omnius si ritrovò in una sorta di sala d’ingresso; tutto al contra-rio delle mura esterne, l’arredamento all’interno dell’edificio sembrava essere assai antico e anche se era arricchito di oggetti preziosi dal manufatto sconosciuto, non vi era traccia d’oro, se non per delle statue di media grandezza che adornavano quella stanza e le pareti. L’illuminatissima sala era colma di statue d’oro, ognuna raffigurante una persona dai vestiti, aspetto e armi differenti; oltre al-le ventiquattro statue poste in fondo alla parete sinistra del muro, ve ne era una centrale di dimensioni più grandi tra tutte. C’erano diverse poltrone comode che accerchiavano un tavolino centrale fatto con legno di mogano anch’esso assai antico; inoltre sulla parete erano sparse a casaccio delle mensole di legno antico e vi erano poggiati sopra oggetti di ogni sorta: vasi, urne, antichi coltelli da lavoro finemente decorati ed altro ancora. Omnius si avvicinò alla statua centrale, quella più grande, e la osservò per un istante: la statua raffigurava una persona maschile dai capelli lunghi raccolti in una cosa di cavallo, aveva un’armatura degna di un nobile e i guanti e gli stivali gli davano un tocco di classe; quelle vesti erano le stesse di colui che stava osservando la scultura in quel momento poiché la statua raffigurava il dio Omnius! Inoltre la scultura impugnava quella che sembrava essere la ri-produzione di uno spadone la cui lama era seghettata su entram-bi i lati da taglio della lama e sull’elsa era inciso uno strano simbolo. Compiaciutosi per un attimo di quella vista, la divinità varco la porta in legno che si trovava esattamente alle sue spalle e sa-lì una lunga scalinata a chiocciola in pietra; a quanto sembrava tutte le aree di quel posto, nonostante non ci fosse presenza di al-cun lume o lanterna nel castello, erano illuminatissime. Arrivato in cima attraversò un lungo corridoio spoglio e svoltò poi sulla 13 destra dove vi era una grande porta su cui era inciso un simbolo, lo stesso simbolo che era inciso sull’elsa dello spadone riprodotto dalla statua di Omnius: senza bussare il dio entrò. Al suo interno vi era un ampio salone arredato semplicemente di un tavolo rettangolare lunghissimo fatto anch’esso di legno pregiato, così come le sedie vicine dallo schienale alto; in fondo alla stanza c’erano quattro scalini che conducevano ad un trono fatto d’’oro dallo schienale alto il cui cuscinetto interno era di un rosso scarlatto. Ogni sedia vicina al tavolo era occupata da una persona dalle vestigia militari, tutte finemente decorate e tutti lo-ro avevano un aspetto aristocratico, o meglio dire divino, tant’erano di bell’aspetto! Solamente una sedia era vuota, quella posta a capo tavola; uno di loro disse: “Ah, Omnius! Ben arrivato! Aspettavamo giusto te!” Omnius si avvicinò al tavolo e si sedette sull’ultima sedia vuota rimasta. “Chiedo venia per il mio ritardo.” “Beh, per la verità temevamo che ti eri perso, il che è assai preoccupante datosi che sei la prima divinità ad alloggiare nell’Ahlgeum.” – disse un tale che si potrebbe definire calvo se non fosse per i pochi capelli raccolti a forma di cresta situati al centro della sua testa di un colore rossiccio e che portava alle dita anelli su cui erano incastonate pietre preziose, un anello per ogni dita della sua mano e in particolare sul mignolo destro portava un manufatto nero come la pece su cui era inciso lo stesso simbolo che vi era sulla porta varcata da Omnius precedentemente e sulla statua dorata. Omnius rispose pacatamente: “Amo fare le cose con molta calma, che è essenziale per fare il lavoro come si deve. Dovresti provare a fare lo stesso Vun, non te ne pentirai.” “La risposta è sottile.” – disse Vun – “E come sempre non sono mai formulate con stoltezza o casualità... Si, forse hai ragione!” “Bene. Visto che ci siamo tutti direi che possiamo dare il via al-la seduta. La parola a te, Omnius.” – disse il tizio dal volto so-gnante che aveva i cappelli scuri e relativamente corti, ma faceva-no discendere un grosso ciuffo sull’occhio destro tale da non poter rendere visibile quest’ultimo; egli aveva un viso angelico, le mani erano delicate e dalle dita affusolate, la sua pelle era pallida ma delicata e anche lui come tutti vestiva con protezioni che ave-vano un ché di nobile e davano a tutte le persone presenti un’aria 14 di eleganza. Se non fosse per la sua voce prettamente maschile poteva essere scambiato per una donna. “Grazie Halow. Ho riunito qui tutte le ventiquattro divinità per riferire le ultime novità: da questo momento il Pianeta ha preso vita e tutti gli esseri viventi hanno già iniziato quella che è la pri-missima era nel mondo mortale. I titani assieme alle entità naturali faranno in modo che il cerchio della natura venga rispettato, il che significa che anche noi divinità dobbiamo fare la nostra parte...” Gli dèi erano tutti d’accordo e tutti pendevano dalle sue labbra; Omnius continuò: “Dobbiamo far si che i nostri figli più merite-voli possano avere maggior supporto da parte nostra senza che noi interferiamo eccessivamente sulle loro vite... Qualche idea?” Il dio dai capelli lisci, lunghi e di un lucente bianco chiamato Lius rispose: “Trovo che sia una buona idea, anche perché questi mor-tali, ora che sono freschi di nascita avranno bisogno di chi faccia loro da badante. Potrei occuparmi di incoraggiare i loro animi e insegnare loro ad essere, metaforicamente, dei veri guerrieri, an-che nell’arte della caccia ed insegnerò loro a cavarsela anche nei momenti più difficili.” – la voce di Lius risuonò chiara e metalli-ca, e le altre divinità lo ascoltavamo ammirati. A quel punto Hooryon, il dio calvo il cui simbolo divino è stato tatuato sulla sua testa, nella sua alta possenza disse: “Lius ha sempre idee brillanti, ma non è mica detto che la vita debba esse-re per forza difficile! Potrei pensare io a dare loro un po’ di svago...” “Per apprendere e capire i misteri del Pianeta hanno bisogno della conoscenza” – disse la dea dai capelli lunghissimi color nocciola di nome Nau. Insomma tutte le divinità esposero le loro idee che vennero apprezzate da Omnius; Funny, la dea dai capelli a caschetto neri e Tirkus, la divinità dalla capigliatura corta e dall’armatura scura dagli spallacci d’argento e il simbolo divino impresso al centro dell’armatura, in corrispondenza del torace, concordarono con Nau circa la conoscenza dei mortali ed espressero la loro volontà riguardante l’evoluzione di una nuova civiltà. Le loro idee furono accolte con gran clamore da alcune divinità quali Kolphax, fanatico dei misteri e dell’occulto, biondo e dallo sguardo gelido, Daesh e Marphynius, il primo dai capelli cortissimi color zucca che per tutta la riunione non faceva altro che giocherellare con un boomerang di colore nero e il simbolo divino di colore bianco impresso al centro dell’arma, approvava tutto quello che si diceva alla riunione continuando a rigirarselo fra le dita; Marphynius in-vece, alto e molto magro senza capelli fatta eccezione per una treccia che parte dalla nuca e scende fin giù alla vita era insieme a Daesh particolarmente contento della piega che stava prendendo la riunione. Brun, Trabster ed Empyphall si limitarono semplicemente ad acconsentire a tutto ciò che si diceva in quel momen-to: Brun con i suoi capelli corvini, unico dio che non possedeva armatura, ma vesti che sembravano esser fatte di lino, aveva un’aria piuttosto annoiata. “C’è qualcosa che non va, Brun?” – gli domandò Trabster che con i suoi capelli argentati e il volto che pareva aver visto molte cose imprimeva saggezza e compassione. “No, niente. Sai com’è, le riunioni mi annoiano sempre. Non vedo l’ora che Omnius ci congeda tutti.” Empyphall che udì la loro conversazione, intervenne dicendo: “Prestate attenzione signori perché dopo questa seduta cambieranno molte cose...” Empyphall era una dea particolarmente affascinante dai capelli bianchi e molto corti, il suo bastone finemente decorato la cui punta era adornata dal simbolo divino, le conferiva un’autorità che andava in contrasto col suo carattere semplice e dolce, disse quindi ad Omnius: “Farò in modo di benedire la loro arte magica purché sia sempre usata per nobili scopi”. Omnius non rispose ma impresse nel suo sorriso tutta la sua approvazione; quindi un’altra divinità dalle dimensioni mastodontiche prese la parola con voce glaciale ma che in quel momento esprimeva ragionevolezza: “Molto bene. Sì, sono tutti buoni propositi. Ma non dimenticate che ci vorrà del tempo per far si che tutto ciò avvenga!” “Chi ha detto che sarà facile e comunque nessuno di noi ha fretta, Pajpher. Il tempo gioca a nostro favore, in fin dei conti siamo pur sempre divini!” – rispose Moruth dal viso gentile che indossava un guanto molto strano di colore nero ed abbellito anch’esso dal simbolo divino su cui, in corrispondenza delle nocche, vi era uno strato di puro acciaio. Jyvus, che alle sue spalle aveva riposto una lancia che brillava di luce propria e che conferiva ai suoi invidiatissimi addominali 16 scolpiti rivestiti da una strana armatura a scaglie che gli dava un’aria decisamente scenografica; il dio intervenne dicendo: “Si, senza contare che il Pianeta è destinato a vivere per molti secoli e dunque, in un certo senso, vi è anche l’immortalità intesa come successione generazionale anche da parte dell’uomo.” – Dyax, che tra gli dèi è sempre stato quello con animo critico disse a tutti lo-ro: “Bah! A mio parere state dando troppa importanza a questi mortali! Per quello che mi riguarda devono essere lasciati a se stessi, tanto Omnius ha dato tutto ciò che serve loro per vivere, se interveniamo rischiamo di viziarli.” “Non sono assolutamente d’accordo con te Dyax. Lasciandoli al loro destino per troppo tempo mondo dei vivi e dei morti potrebbero avere ritorsioni. E poi solo perché non sono divinità non significa che non debbano avere attenzione e rispetto da parte nostra.” – replicò Omnius in maniera molto placata che ha avuto l’’approvazione di tutti gli dèi con un applauso – “tuttavia daremo solo l’aiuto necessario e, ripeto, senza interferire ulteriormente nelle loro vite; così facendo non verranno ‘viziati’ come dici tu.” Dyax, che era alto e biondo non replicò più per il resto della seduta. Il Signore degli dèi, che divenne improvvisamente pensiero-so, disse poi con tono interrogativo, come se in quella riunione mancasse qualcosa: “E tu, Loosten? Non hai proferito parola per tutta la riunione! Mi piacerebbe molto sentire la tua opinione.” Il dio Loosten, che fino a quel momento tagliuzzava un ramoscello con un pugnale dal manico nero e la lama di colore azzurra dalla lunghezza piuttosto insolita conferì: “Il tempo è prezioso, il tempo fugge, il tempo è quello che se i mortali non sfruttano bene a loro vantaggio potrebbe essere loro fatale! Quello che voglio dire, Omnius, è che noi li aiuteremo, ma se si azzardano a farci perdere tempo se ne pentiranno per il resto dei loro giorni!” Alcune divinità approvarono le parole dette dal dio dalla statura bassa e i capelli dalla pettinatura afro di colore nero con un sono-ro applauso, cosicché Omnius disse alla divinità in sovrappeso: “Juster?” – ed egli rispose: “Nulla da obiettare” – seguito da un sonoro sbadiglio. Mympa, che in quel momento stava limando le unghie della sua mano, senza distogliere lo sguardo dalla sua attività, disse con to-no supplichevole, come se fosse uan bambina che implora il padre di comprarle le caramelle: “Oh, Omnius! Ma era proprio ne cessario creare creature così brutte come i nani, gli gnomi e i folletti? O almeno non potevano essere tutti belli?” “Un Pianeta dove tutto è uguale è un Pianeta noioso. E poi c’è un motivo preciso per cui ho creato determinate creature, che dirò anche a voi a tempo debito” – disse Omnius con sua infinita saggezza e pacatezza, tanto che Mympa divenne paonazza e tutti lo notarono datosi che non riuscì nemmeno a nasconderlo a causa dei suoi capelli cortissimi e neri, dunque imbarazzata, smise di limare le unghie e non guardò null’altro se non il tavolo dinanzi a sé. Tamyph, però intervenne dicendo: “Suvvia, in fin dei conti tutti i popoli sono così carini!” – la dea era di una bellezza sbalorditiva dai capelli blu elettrico, dall’armatura che per la verità copri-va ben poco, lasciando intravedere le sue curve provocanti rive-stendo a malapena il seno prosperoso, la minigonna cortissima del color della pece e gli stivali di egual tonalità che arrivavano fin sotto le ginocchia. “Tamyph, per te tutto è carino e attraente” – rispose Luphos, biondo e dal volto simpatico. “Che cosa vorresti insinuare con questo?” – chiese Tamyph con sguardo accigliato a mo di sfida. “Che fosse per te avresti rapporti sessuali con tutti i popoli creati da Omnius!” – furono le parole di rimando di Luphos. “E dai ragazzi, non litigate! Siamo qui per giungere ad un accordo!” – disse infine Welx, il dio dal volto innocente coi capelli castani, interrompendo così Tamyph che già era pronta per con-trobattere; tuttavia dei venticinque c’era una sola divinità che, ol-tre a non proferire parola, aveva uno sguardo che palpitava di malvagità e aveva la carnagione nera come la pece. Egli era sedu-to all’estremità opposta del tavolo, e per tutta la seduta si era limi-tato a guardare Omnius con i suoi enormi occhi rossi. Omnius, che finalmente incrociò il suo sguardo, disse nient’affatto intimorito: “Krusipher! Deduco che devi dire qualco-sa. Prego, ti invito a farlo adesso.” Il dio chiamato Krusipher rispose con lingua avvelenata: “Siete tutti così indaffarati a fare gli sguatteri a queste nullità che voi chiamate figli! Ma non capite che sono dei perdenti? Sono loro che ci devono servire e riverire!” Il Signore degli dèi disse quindi: “Ti sbagli! I mortali ci saranno riconoscenti per ciò che faremo per loro, e poi non è affatto vero 18 che sono nostri servi, così come è errata l’affermazione opposta! Noi siamo dei divini, le divinità che non sono venerate sono insignificanti, ed effettivamente è stato così fino ad oggi.” “Tsk! Ma fammi il piacere! Arriverà il giorno in cui i mortali vorranno prendere il nostro posto! Vorranno spodestarci! Noi dobbiamo evitare che ciò accada e dobbiamo farlo all’istante! I mortali devono rispettarci!” “Nient’affatto, Krusipher. Io ho creato un mondo senza odio, invidia, avarizia, o qualunque altro sentimento maligno; in altre parole ho creato un mondo perfetto.” “Muahahahahahahahahahahahahahahahahah!” – la risata di Krusipher risuonò nell’Ahlgeum così maligna da far venire la pel-le d’oca a molte delle divinità presenti nella sala – “Non mi aspettavo tanta ingenuità da parte tua, Omnius! Solo perché non hai lasciato i sentimenti citati da te poco fa non significa che non na-sceranno mai nel cuore dei mortali! Anzi, ti dirò subito che non è lontano il giorno in cui quelli che chiami ‘figli miei’ cambieranno i loro atteggiamenti! Sei solo un sognatore! Lo siete tutti! Sola-mente io conosco il lato oscuro esistente per natura nel loro animo!” “Sono stato io a creare i viventi e li conosco meglio di chiunque altro, ho elaborato progetti ben precisi per loro prima ancora di plasmarli. Mi dispiace Krusipher, ma la maggioranza vince e tu non puoi farci niente!” “Mi avete scocciato, voi e le vostre manie di buonismo! MI FA-TE SCHIFO TUTTI! Ed io sono stufo di sottostare sempre alle vo-stre decisioni! Siete un branco di falliti ed io vi distruggerò tutti!” – Krusipher minacciò gli dèi ed i suoi occhi presero a mutare in uno sguardo assassino, dopodiché lanciò un potente incantesimo che distrusse il tavolo in mille pezzi, quindi sparì nel nulla, segui-to da una risata malvagia. “Dov’è finito?” – urlò Vun. “Stavolta ha oltrepassato ogni limite!” – esclamò Empyphall armandosi del suo bastone magico. “Adesso basta Omnius! Sono stufo dell’arroganza di Krusipher! È giunta l’ora di dargli una bella lezione!” – Loosten disse ciò im-pugnando il coltello facendone illuminare magicamente la lama. “È necessario individuarlo. Usciamo di qui, presto!” – esclamò Omnius che per la prima volta nella sua eternità era davvero preoccupato. Fu così che le ventiquattro divinità si teletrasportarono fuori dal castello dell’Ahlgeum, ma non videro traccia di Krusipher, tuttavia lo scudo nero di Nau, su cui era inciso il simbolo divino e che era grande abbastanza da proteggere buona parte del corpo di chi lo impugna iniziò ad illuminare i suoi lineamenti e conse-guentemente a questo la dea disse preoccupata: “Il mio manufatto si sta manifestando! Questo vuol dire che ci sono guai in arrivo…” – allora Moruth disse allarmato: “Dobbiamo trovarlo prima che commetta qualche sciocchezza!” “Il caro Moruth ha ragione! Dovrà provare anche lui un dolore atroce!” – disse Halow con maniacale e sadica dolcezza. Tutti gli dèi setacciarono la zona. Dopo un’ora di ricerche Om-nius pensò amaramente che Krusipher era fuggito sul Pianeta, ma neanche finì di formulare il suo pensiero che all’improvviso ci fu un lampo di luce, seguito dalle urla di Hooryon che fu scara-ventato a terra da una sorta di forza mistica; Krusipher ricomparve armato di una spada lunga dalla lama sottile, il colore di quest’ultima era purpureo e il manico tinto di nero: i divini osser-varono l’arma con aria preoccupata e avvilita. “Ha estratto la mitica ‘Zanmato’ ” – pensò Omnius con aria se-ria. Il dio ribelle colpì subito dopo in maniera molto violenta Helx che cadde a terra lacrimando dal dolore; sorprendentemente però si rialzo subito guarito all’istante, come se non avesse mai subito l’attacco letale di Krusipher, così il dio lo derise dicendo: “Hey, Krusipher! Cos’è? Hai per caso dimenticato che essendo divinità e dunque immortali non possiamo subire ferite di nessun tipo?” – subito dopo la divinità oscura fu colpito alle spalle da Lius con un fendente del suo spadone lucente che brillava di luce propria. Krusipher si rialzò subito e le sue ferite, proprio come quelle di Welx si rimarginarono subito; fu poi colpito sulla fronte da una freccia bianca scagliata dall’arco di Juster che intanto aveva avuto tutto il tempo di prendere la mira. Ma questi, come niente fosse estrasse il dardo dalla sua fronte e lì dove vi era un foro la ferita si rimarginò senza lasciare traccia del colpo perfetto dell’arciere; subito dopo Loosten si avvicinò alle spalle dell’avversario e gli ta-20 gliò la gola con il suo lungo coltello, ma in tutta risposta quest’ultimo trafisse corpo e armatura del dio, seguito da un calcio che lo fece sbattere al suolo. Rimarginata la ferita, Krusipher fece vibrare la lama nell’aria provocando una ferita profonda nel corpo di Brun, che non sembrava essere più annoiato, specie dopo l’attacco subito; Brun non ebbe neanche il tempo di contrattaccare che subito Jyvus diede un duro colpo al dio della notte dritto al cuore lanciando con maestria la sua lancia. Rialzatosi, Krusipher attaccò improvvisamente Nau, ma fallì nel tentativo in quanto quest’ultima si riparò dietro il suo scudo; le sue incisioni brillarono nel momento in cui la lama del Signore tetro lo sfiorò, provocando lo stesso effetto di un pallone che rimbalza al suolo cosicché Krusipher si ritrovò a terra deriso dalla dea che gli diceva: “Spiacente Krusipher, ma finché questo scudo sarà tra le mie mani la giustizia avrà sempre una valida protezione, in quanto questo è il leggendario artefatto divino che difende il suo possessore da qualunque attacco, e come già saprai, è indi-struttibile!” Krusipher, più arrabbiato che mai lanciò una magia che colpì in pieno volto Funny, riuscendola a vedere nonostante questa fos-se diventata invisibile grazie al potere conferito dall’elmo che ave-va indossato prima dello scontro, così Empyphall disse: “Ah, così adesso vuoi giocare a fare il mago eh? Bene, ti accontento subi-to!” – così dicendo lanciò un incantesimo dal suo bastone che la divinità dalla carnagione scura evitò con maestria, ma subito dopo fu colpito da un’altra stregoneria provocata da Trabster. Krusipher si rialzò appena in tempo per parare il colpo scaglia-to dalla falce di Halow: le due lame si scontrarono e i due faceva-no forza ognuno sulla propria arma cercando di prevalere sull’altro e mentre ciò accadeva il dio possessore dello strumento a forma di mezza luna gli disse: “Non opporre resistenza! Sai bene che non puoi nulla contro la mistica ‘Falcianime’ che è impregnata dei poteri della morte stessa! Sono stato proclamato da Omnius in persona il ‘Signore della Morte’!” – il dio delle ombre, che iniziava a reggere al colpo del suo rivale, pose fine al gioco di forza scansandosi all’ultimo secondo, ma colpendo il dio con una sfera di energia di colore nera scagliata dalla sua mano sinistra. Il povero Halow si ritrovò accasciato a terra, tuttavia sorrise, come fosse compiaciuto dal dolore provato poco prima, quindi alzò il capo verso il suo avversario dicendo: “Bel colpo! È stato un piacere trovare questo tipo di atrocità!” Moruth tentando di colpire dall’alto il suo avversario disse dopo aver fatto un grande balzo: “Krusipher! Prendi questo!” – e men-tre stava per colpirlo con lo strano guanto descritto precedente al momento della seduta divina, Krusipher evitò l’attacco e nel con-tempo diede un ceffone in pieno viso al suo aggressore scaraventandolo a molti metri di distanza. Il divino ribelle stava per infierire con un ulteriore attacco ma fu colpito da una frustrata che lo fece inginocchiare, infatti Tamyph subito dopo continuò al colpirlo violentemente con una frusta nera come la notte e mentre attaccava a ripetizione disse con molta enfasi: “Godi! Sudicio maiale! Strilla come non hai mai fatto in vita tua!” – mentre continua a colpirlo Tamyph aveva la stessa espressione di una bambina che faceva visita ad una pasticceria; tuttavia Krusipher all’ìimprovviso riuscì a bloccare la frusta della dea e rialzandosi diede uno strattone all’arma facendo trascinare la bella a sè e in un instante piantò la spada nel petto di lei frantumando la sua corazza già poco protettiva, poi pieno di rabbia le urlò in faccia: “BEN TI STA, BRUTTA SGUALDRINA! COME OSI CERCARE DI UMILIARE ME! IL GRANDE KRUSI-PHER!” – detto questo rimosse la lama dal corpo della dea e con un calcio allo stomaco la buttò a terra come fosse immondizia; insomma quello che nacque fu un combattimento all’ultimo sangue che sembrava essere destinato a durare in eterno: come già spiegato prima gli dèi non potevano subire nessun tipo di danno neanche dalle armi divine da loro stessi create. Qualcuno potrebbe chiedersi quanto tempo sia durata la batta-glia fino a quel momento: tre giorni? Due settimane? Anni? Per la verità la disputa non durò più di trenta secondi. Difficile crederlo, eh? Eppure è così. Perché loro erano delle divinità! E questo fatto volente o nolente i mortali dovevano capirlo e in fretta anche, perché di lì a poco le sorti del Pianeta sarebbero cambiate. Omnius rendendosene conto, urlò a gran voce: “BASTA COSÌ!” – ci volle un pò di tempo affinché tutti si fermassero a combattere e quando Omnius ebbe l’attenzione di tutti, Krusipher compreso, 22 riprese dicendo – “Continuare a combattere non serve a niente! Potremmo portare la nostra guerra avanti in eterno senza vedere nessun esito e immagino che nessuno di noi voglia questo, nemmeno tu, Krusipher.” Quindi Omnius puntò il suo spadone dalla lama seghettata dal colore per metà rossa e l’altra blu indicando Krusipher dicendo: “Da adesso saremo solo io e te, combatteremo l’uno contro l’altro che nessuno dei presenti si intrometta! “ – Le altre divinità non erano per nulla d’accordo con il Signore degli dèi. “Omnius! Non farai sul serio?” – disse Vun. “È una follia!” – ribeccò Jyvus. “Lascia che lo schiacciamo insieme! “ – disse Pajpher brandendo il suo martello da guerra. Ma Omnius quasi irritato da tanta opposizione disse mante-nendo il suo tono gentile: “Ho motivo di credere che sia opportu-no che mi scontri da solo con Krusipher. Non vi immischiate.” Il nero dio, dopo aver ascoltato tutto, disse con tono di sfida a Omnius: “E cosa credi di aver risolto scontrandoti da solo solito con me? Il risultato è sempre lo stesso: siamo entrambi eterni. Come d’apprima lo scontro durerà per sempre, senza che nessuno possa uscirne né vittorioso né sconfitto. Cos’è? I mortali ti hanno dato di volta il cervello?” “Il tempo delle chiacchiere è finito Krusipher. In guardia!” Fu così che i due si cimentarono in un duello di spade senza precedenti. Incrociarono violentemente le lame dando vita ad una sorta di danza mortale, fraseggiando con le armi menando fendenti e affondi facendo affidamento al gioco di gambe e alle finte, senza però che l’uno riuscisse a colpire l’altro, essendo i due degli ottimi spadaccini. Tuttavia, dopo diverso tempo, Omnius riuscì a guadagnare un vantaggio strepitoso facendo indietreggiare in continuazione il suo avversario con diversi colpi violenti, finché Krusipher urlò: “Mi hai davvero stancato Omnius!” – detto questo sferrò contro di lui lo stesso incantesimo di colore nero che aveva lanciato contro Halow, ma Omnius esultò dicendo: “Sei caduto nella mia trappola Krusipher! È FINITA!” Il Signore degli dèi parò con la parte piatta della sua spada la magia dell’avversario assorbendola; la lama fu subito illuminata, diventando bianchissima, dopodiché, con un fendente menato a vuoto, respinse l’incantesimo ai piedi del mittente; tutt’intorno a Krusipher si formò un cerchio magico perfetto che ben presto rinchiuse il corpo del dio all’interno di una vera e propria barriera incantata. “Cosa diamine succede?!” – esclamò Krusipher che per la pri-ma volta iniziava ad avere paura “È arrivato il momento! Non abbiamo molto tempo! Ho evoca-to il ‘Sigillo dell’Esilio Divino’! Distribuiamoci con le armi sguainate attorno a lui formando un cerchio!” Le altre divinità eseguirono all’istante e il Signore degli dèi disse: “Datosi che non puoi morire e per di più non hai nessun ri-spetto per i nostri figli, io ti esilio dall’Ahlgeum! D’ora in avanti tu vivrai in mezzo ai viventi come se fossi uno di loro... E chissà che non imparerai perfino ad apprezzarli. Addio Krusipher.” – fu così che la barriera diventò di un giallo luminosissimo che a poco a poco stava svanendo nel nulla e mentre ciò accadeva Krusipher urlò per la disperazione: “NOOOOOOOOOOOO!!!” – fino a che, Krusipher svanì dalla vista degli altri dèi e con la consapevolezza di quest’ultimi che Krusipher non avrebbe fatto mai più ritorno nell’Ahlgeum. Tuttavia la situazione degenerò. Anni dopo infatti il Pianeta su-bì dei cambiamenti; Krusipher non apparteneva più alle schiere degli dèi, ma in compenso riuscì ad acquisire una propria posi-zione nel mondo dei viventi; colui che un tempo era il ‘Signore della Notte e dell’Oscurità’ era divenuto l’entità chiamata Rhaphnyarne, colui che con un sortilegio creò nel cuore degli esseri vi-venti emozioni indelebili: l’odio, il rancore, l’invidia, l’avarizia, il tradimento e simili. Il Pianeta stava di nuovo mutando irrimediabilmente, in modo che il bene fosse condannato a vivere col male; i popoli iniziarono ad avere divergenze tra di loro: gli elfi, considerando gli umani degli esseri inferiori, credevano di avere imparato da quest’ultimi abbastanza da considerare la loro magia superiore alla tradizione di quelli che erano ancora noti come Antichi Stregoni, scoprendo di esserne più portati nell’apprendimento e nell’applicazione, inoltre gli elfi rispetto agli Antichi Stregoni potevano più a lungo abbastanza da capire che la morte non poteva raggiungerli tramite la vecchiaia, perché quest’ultima era a loro sconosciuta. I nani erano invidiosi degli elfi, in quanto erano tutto ciò che loro volevano essere; ed effettivamente la bellezza, la sapienza e lo stile militare elfico non avevano nulla a che vedere con la grezza e barbara situazione estetica nanica, tuttavia i nani, anche se to-talmente incapaci di usare la magia, avevano un’abilità militaristica superiore a quella elfica (nonostante sia decisamente più rozza rispetto a quella degli elfi) e sempre per motivi razziali gli elfi, a loro volta, non avevano una buona considerazione dei nani. Come se ciò non bastasse anche i folletti, creature ancor meno alte dei nani, ma con una discreta conoscenza magica e poteri particolari quali quello di conoscere il linguaggio degli animali e dialogare con gli ambienti naturali, non erano più in armonia con gli elfi; lo stesso valeva per gli gnomi, creature simili ai folletti, fatta eccezione per il loro fisico tozzo e la carnagione che variava dal marroncino chiaro al grigio scuro, inoltre gli gnomi erano assai più brutti a causa della loro calvizia e il loro corpo ricoperto di peli. In tutto questo i centauri mostrarono totale indifferenza per la situazione attuale e nemmeno gli immensi titani, riuscirono a riappacificare le liti dei popoli, come del resto avevano già cercato di fare le fate, ma senza successo, poiché gli elfi erano diventati troppo superbi per ascoltare le creature più sagge del Pianeta quali erano le fate; gli uomini erano troppo offesi dall’insolenza elfica, i nani provavano nei loro confronti troppo odio e i folletti e gli gnomi erano troppo ai ferri corti nei confronti degli elfi perché la convivenza potesse ancora durare. Fu così che scoppiò la guerra tra gli elfi e i nani: quest’ultimi avevano il totale appoggio degli uomini, dei folletti e degli gnomi. Quello che ne seguì fu una serie infinita di perdite su tutti i fronti, in quanto gli Antichi Stregoni, giocarono un ruolo determinante nella guerra, datosi che la loro sapienza magica non era inferiore a nessuno avendola trasmessa agli elfi per anni; così do-po molto tempo gli elfi, che più di tutti avevano subito molte per-dite, e quindi stavano comprendendo il prezzo della loro arroganza, decisero di firmare un armistizio con il nemico accordandosi sull’abolizione delle leggi che favoreggiavano il razzismo sfrenato nei confronti degli altri popoli, soprattutto di natura sociale, non-ché commerciale (tra cui la legge della comunità elfica della ‘Tariffa del Sangue Elfico’, ovvero il prezzo dei prodotti di provenienza elfica triplicato per tutti i popoli che non erano di razza 25 elfica) e sulla delineazione dei territori di ciascun popolo. Nono-stante ciò però gli Antichi Stregoni, che intanto erano venuti a conoscenza delle immense ricchezze dei nani, tradirono quest’ultimi assalendo i loro terreni tentando di impadronirsi dei loro averi, ma con pochi esiti positivi, poiché gli allora ancora Antichi Stregoni trovarono grande resistenza da parte del popolo nanico; fu così che le altre popolazioni appresero che gli Antichi Stregoni erano facilmente corruttibili e che quindi non ci si poteva fidare di loro. Ma quando tutto sembrava essere risolto e l’ordine pareva esse-re ripristinato, Rhaphnyarne diede vita a nuove creature: creò i demoni, creature nere alate che rappresentavano l’incarnazione del male con la sapienza magica sconosciuta a tutti i popoli, poi diede vita ad altre mostruosità quali le arpie, creature dal corpo per metà donna e per metà uccello, fu il turno dei non-morti, poi furono generati gli antichi Lycan e poi i vampiri, a seguire i giganti e i ciclopi, creò quindi i gargoyle, piante carnivore, gli zombies e simili a loro, le mummie, quindi plasmò i troll, le streghe e gli aracnidi. Ma Rhaphnyarne non ancora soddisfatto del suo operato decise che per completare il suo lavoro avrebbe creato creature terrificanti in grado di distruggere in poco tempo intere città e stermi-nare popolazioni in pochi attimi: dunque diede vita ai draghi. Scopo di colui che si era ormai proclamato il Re dei Demoni non era quello di raggiungere la bravura di Omnius, ma addirittura quello di superarlo cercando di diventare il padrone assoluto del Pianeta; iniziò così ad assediare quelli che erano ancora degli scarni villaggi e i popoli del Pianeta, capendo la gravità della situazione, decisero di allearsi tutti insieme per sconfiggere quella che ormai era nota come Armata delle Tenebre. Antichi Stregoni, elfi, nani, folletti, gnomi e perfino centauri, le fate, le sirene e i tri-toni unirono le forze per combattere l’esercito nero, supportati dall’aiuto dei titani, ma ciò non bastò a fermare la forza distruttiva di Rhaphnyarne, le cui truppe avevano la meglio su tutti loro; anche se l’evoluzione dei ‘Nativi’, come ormai si faceva chiamare la coalizione dei popoli creati dal Signore degli dèi, procedeva comunque, nonostante la guerra, creando così grandi città, redigere palazzi, castelli e altri edifici, anche se alcuni furono distrutti dall’esercito nero [...] SPAZIO AUTORE Qui finisce l'incipit del mio libro già pubblicato di cui troverete il link su questa piattaforma. Spero vi sia piaciuto, mi raccomando lasciate commenti sinceri!
  11. Titolo: L'Ultimo Potere Autore: Mirco Tondi Editore: Autopubblicato con Streetlib Genere: fantasy postapocalittico/distopico Pagine: 486 Formato: ebook ISBN: 9788892521940 Prezzo: € 1,99 Trama In un mondo dominato da demoni e infestato da creature mostruose, il genere umano è sull’orlo dell’estinzione. I sopravvissuti si dividono fra chi ha perso ogni speranza e sopravvive in attesa della morte e i pochi che ancora combattono, sperano e cercano di costruire un futuro diverso. Se il potere necessario per sconfiggere i demoni è alla portata di tutti, non tutti sono in grado di attingervi fino ai massimi livelli. Il viaggio del protagonista lo porterà a incontrare i pochi che ancora combattono, a conoscere i propri limiti e a sviluppare la propria forza fino al duello risolutivo. Contenuti L'autore Immagina un futuro distopico in cui la società si è autodistrutta a causa dei propri difetti ingigantiti fino alle estreme conseguenze. La soluzione per ricominciare daccapo, evitando gli errori del passato, sembra essere rifuggire da ogni forma di organizzazione gerarchica e di potere istituzionalizzato (stato, religione ecc) in favore di una cooperazione spontanea fra gli uomini. Non è chiaro in quale modo dovrebbe avvenire il passaggio dal vecchio al nuovo: l’autore è parco di informazioni in proposito e si dilunga invece nella descrizioni delle cause che hanno portato alla distruzione. Un maggiore equilibrio fra queste due parti avrebbe a mio avviso alleggerito la narrazione e migliorato la credibilità della storia. Vizi, virtù e demoni sono gli elementi essenziali e caratteristici del romanzo che mescola al suo interno riferimenti religiosi oltre a elementi new age, fantastici e distopici in un mix gradevole. Buona la costruzione della trama che non lascia questioni irrisolte. I demoni di questo romanzo non sono entità malvagie arrivate dall’inferno o da un altro pianeta ma la manifestazione dei vizi che trasformano gli uomini. Per sconfiggere i demoni bisogna controllare i propri vizi e conoscere le proprie virtù: questo in sintesi il messaggio che trasmette il romanzo. Purtroppo, il forte messaggio morale che permea la narrazione spesso prende il sopravvento sulla vicenda e diventa pesante. Ambientazione e personaggi Il mondo in rovina in cui si muovono i personaggi è di stampo occidentale e buona parte del romanzo si svolge fra ruderi di città abbandonate descritti con dovizia di particolari. A volte le descrizioni aiutano a far percepire al lettore l’atmosfera, altre, specialmente nelle parti che precedono l’azione e in cui l’autore dovrebbe cercare di far aumentare il senso di attesa, distraggono e rallentano il ritmo. Di norma efficaci, invece, le descrizioni degli scontri. I personaggi sono funzionali alla storia, ma non rimangono impressi per le loro peculiarità e mi è risultato difficile immedesimarmi nel protagonista, o sviluppare affetto o avversione per gli altri personaggi. Questo a mio avviso dipende in parte dall’impostazione che l’autore ha voluto dare alla storia - e può piacere o meno, questione di gusti - ma in parte è l’effetto di una gestione a volte poco accurata dei punti di vista. Stile e forma La scrittura è di norma corretta e con pochi refusi ma con occasionali svarioni grammaticali e parole usate impropriamente. Il ritmo narrativo alterna periodi ben organizzati per lunghezza e struttura ad altri poco scorrevoli e ridondanti. Alcune scelte di organizzazione dei contenuti mi hanno lasciata interdetta: flash back o salti temporali non ben indicati costringono il lettore a fermarsi per collegare e riordinare le sequenze distraendo dalla lettura. Giudizio finale Ho trovato interessante l’idea alla base della storia e anche lo sviluppo della trama, tuttavia a mio parere il romanzo avrebbe bisogno di essere rivisto per riequilibrare e organizzare con maggiore precisione le varie componenti.
  12. gmela

    Strawberry Point [6/7]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39840-la-lavastoviglie/?do=findComment&comment=706446 Sesta parte. Nota: questa parte può essere quasi considerata uno spinoff della storia principale, aspettatevi cambi di tono. Altra nota: questa parte costituisce un tutt'uno con la successiva, con tanto di dialogo spezzato nel mezzo. Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40004-strawberry-point-17/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40014-strawberry-point-27/ Link alla terza parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40026-strawberry-point-37/ Link alla quarta parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40044-strawberry-point-47/ Link alla quinta parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40052-strawberry-point-57/ *** "Vita di Jimmy", capitolo 43 Il gigantesco autotreno Peterbilt a diciotto ruote si muove lento lungo Commercial Street, con il lungo muso nero che luccica al sole e l'enorme silo d'acciaio ancorato sul rimorchio. Ai lati della cabina un'aquila, un alligatore e due bandiere a stelle e strisce: "Spirit of Louisiana", dice la scritta aerografata sul cofano. «Eccoci qui», annuncia Burt, il vecchio camionista con i grandi baffi bianchi e l'inconfondibile accento Cajun dell'Acadiana, dal vago carattere francese. Indica con la testa la gigantesca fragola di vetroresina, che fa mostra di sé in cima a un palo, davanti a un basso edificio beige che funge sia da municipio che da sede della polizia cittadina. «Quindici piedi,» spiega, «la fragola più grande del mondo. Costruita nel sessantasette per attirare i turisti, giocando sul nome della città. Sono i soldati della US Army che l'hanno chiamata così: quando sono arrivati qui, nel 1841, sulle colline dei dintorni c'erano grandi distese di fragole selvatiche.» «Ah, speriamo di trovarne ancora qualcuna!», fa il ragazzo con una risata divertita, mentre il camion va a fermarsi sul bordo della strada, occupando, tra gli sbuffi e i cigolii dei freni pneumatici, una fila intera di cinque parcheggi per automobili. Uomo dalla memoria incredibile, collezionista incorreggibile di curiosità, Burt ha intrattenuto il ragazzo durante l'interminabile viaggio verso nord - mille miglia e cinque stati - con centinaia di storielle e dettagli di ogni tipo su tutti i minuscoli centri ai bordi della strada. È stato un viaggio molto piacevole, per entrambi. Ora che è finito, i due si stringono la mano: «Grazie Burt. Grazie del passaggio. È stato un piacere conoscerti, davvero.» «Anche per me, Jimmy, anche per me...» L'uomo punta l'indice verso il Frank's diner, ristorantino rivestito in acciaio sul lato opposto della strada, proprio di fronte alla fragola. Lui la città la conosce bene: in tre mesi, è il terzo silo per il granturco che trasporta fin qui dalla fabbrica dei silo di Baton Rouge. «Ah, quello è il diner di cui ti parlavo,» spiega, «la meatloaf col puré è ottima davvero, non puoi trovare di meglio in tutta la contea.» «Buona fortuna!», dice Jimmy saltando giù con lo zaino dall'immenso autotreno, il cui motore, ora che è fermo, sembra quasi fare le fusa. «Anche a te!», risponde il camionista con un gesto di saluto; poi riparte, facendo rombare il motore e lanciando in aria due nuvole gemelle di fumo nero. Jimmy lo osserva affrontare la difficile curva a sinistra su West Mission Street, ai limiti delle capacità di sterzo del mostro, poi si guarda attorno. Non c'è nessuno in giro, la città sonnecchia: Strawberry Point, Iowa - milleduecento abitanti circondati dalle fattorie - Una tappa in più in cui fermarsi, nel suo viaggio attraverso l'America. Per qualche ora o qualche mese: si vedrà. * Nel diner ci sono solamente una cameriera curva, che strofina lo straccio per terra, e un grassone seduto al tavolo in fondo, con caffè, copia del New York Post, telecomando e pila di ciambelle. Sul bancone, tra la soda fountain e una pubblicità vintage della Coca Cola, una grossa, vecchia radio passa classic rock: «95-KGGO,» spiega l'annunciatrice, prima di lanciare More than a feeling dei Boston, «da quarant'anni, il miglior rock.» Jimmy si siede. Dall'altro lato della strada, la fragola in vetroresina sembra quasi sorridergli attraverso la vetrata. «Wendy...», chiama l'uomo dal fondo della stanza, bevendo una golata di caffè. «Eh?», fa la ragazza, alzando la testa dal suo pavimento. «...Cliente», dice lui. La cameriera si guarda attorno. «Oh!», fa, poi sgambetta veloce verso Jimmy. Lui l'accoglie con un sorriso. «Ciao.» «Ciao, che ti posso portare?», chiede lei. Ha i capelli rossastri, le orecchie a sventola e una simpatica faccia da topolino. «Una cioccolata calda, grazie.» «Ok! Con la panna?», fa la ragazza, «Qualcos'altro?» Jimmy annuisce. «La panna la prendo volentieri. Nient'altro.» Wendy va in cucina e Jimmy apre sul tavolo la sua gigantesca mappa Rand McNally degli Stati Uniti continentali: robusta e fatta per durare, ma ormai lisa e consumata. Quel paesino del Midwest ricorda tanto Crapton, eppure Jimmy nota, quasi sorpreso, che è sereno. È passato un anno ormai, da quando è partito da casa: un anno di peregrinazioni attraverso l'America, alla scoperta del mondo, delle persone e soprattutto di sé stesso. Ha fatto davvero di tutto, in quest'anno: spazzino nell'Idaho, passeggiacani nell'Arkansas, muratore nel Vermont, comparsa, ad Albuquerque, New Mexico, per una nota serie TV. Vicino a Philadelphia, in Pennsylvania, ha ridipinto la facciata di una chiesetta metodista, condividendo tutto, per un mese, con una comunità di neri che l'ha accolto come un figlio. E se all'inizio del suo viaggio temeva tutti, appariva goffo, insicuro e impacciato, col tempo ha imparato a rilassarsi un pochino. Con ogni tappa ha guadagnato un po' di confidenza in sé stesso, e capito qualcosa di nuovo su come funziona il mondo: come rapportarsi agli altri, come giudicare il carattere di una persona. Ora, si vedrà, pensa Jimmy: in tasca ha venti dollari e cinquanta cent, dopo la cioccolata si metterà alla ricerca di un lavoretto. Se non troverà nulla, pensa ora, ripartirà per il vicino Wisconsin: ha sentito dire che sono sempre alla ricerca di taglialegna, lassù, e che non c'è, in realtà, bisogno di essere muscolosi. Wendy esce dalla cucina con due tazze di cioccolata fumante. «Posso farti compagnia?», chiede a Jimmy. «Certo!», fa lui, ripiegando la sua carta. «Frank, mi prendo cinque minuti di pausa», dice forte la ragazza. L'uomo sta pucciando una ciambella nel caffè. «Che siano cinque, eh! E per quanto riguarda quella cioccolata, non ti aspetterai, spero proprio, che te la paghi io!» Wendy fa rotolare gli occhi in uno sguardo esasperato. «La pago io, la pago io...», risponde con malcelata irritazione. Poi abbassa la voce: «...grassone odioso», aggiunge sottovoce tra sé e sé. Jimmy le fa un sorrisetto, Wendy si siede di fronte a lui. «Scusa, ma qui in paese facce nuove non se ne vedono mai. Per una volta che capita qualcuno che viene da fuori, due chiacchiere non me le perdo di sicuro. Di dove sei?» Jimmy sospira. «Crapton, Nebraska.» Wendy scoppia a ridere. «Crapton?», chiede, incredula, «Ma che nome di merda è?» Scuote la testa. «Mai sentito.» «Buon per te», ribatte Jimmy amaro, bevendosi una golata di cioccolata. È ottima. «Mannaggia, buona questa cioccolata!», dice, ammirato. «Buona, eh?», fa Wendy, tutta fiera, «Ricetta di mia nonna, lei sì che ci sapeva fare!» «... E doppio cacao,» aggiunge sussurrando le parole e alzando per un secondo il dito medio contro il padrone del diner, «alla facciazza di quell'avarastro infame.» Poi scuote la testa. «Che fai da queste parti? Sei venuto a vedere la famosissima fragola in vetroresina che il mondo intero ci invidia?» Jimmy ride. «No», spiega, «Sto girando l'America, passando da lavoretto a lavoretto. In Alabama ho conosciuto questo camionista, un tizio simpaticissimo, diretto a una fattoria in costruzione a qualche miglio da qui. Il nome della città mi ha colpito: Strawberry Point. Allora gli ho chiesto un passaggio, ed eccomi qui.»
  13. gmela

    Strawberry Point [1/7]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39757-l’amore-a-natale-prologo/?do=findComment&comment=705139 Prima parte di un racconto in 40.000 caratteri circa, stramberia ironica multigenere soprannaturale e inclassificabile sul mondo della scrittura (mindfuck). *** Lasciate che mi presenti, amici: mi chiamo Tristano Tristone e sono uno scrittore. Sì, lo so cosa state pensando: “che nome del cavolo”, se siete educati, come me; “che nome del ca**o”, altrimenti. Da piccolo chiedevo ai miei perché mai mi avessero dato un nome così simile al mio cognome: «Mah, piaceva alla nonna...», rispondevano evasivi. In realtà non ho mai capito come avessero potuto fare una scelta del genere. Colpa di mio padre, di certo - mamma non si sarebbe sognata di scegliere il nome per me, l'unico, adorato, figlio di papà - ma lo perdono, pover'uomo: in fondo è stato lui, lui farmacista dilettante e genio dell'imprenditoria, a mettere a punto, nel settantatre, la famosa formula della pomata Tristone che tante gioie mi avrebbe poi regalato. Ebbene sì, cari amici, sto proprio parlando di lei, la miracolosa crema per la cura delle emorroidi, leader mondiale del settore, due milioni di tubetti l’anno venduti in quarantanove paesi diversi. Povero papà, lui che dal devastante ictus dell’ottantotto vive in sedia a rotelle con la testa tutta piegata a sinistra. Costretto a passarmi la proprietà e la presidenza dell’azienda, ora conduce la sua esistenza di larva passando dal letto alla TV, con, come unico svago, l'occasionale sosta in bagno. La mia vita non potrebbe andare meglio, invece. Senza voler esagerare, posso dire di aver avuto tutte le fortune: bellezza e intelligenza sopra alla media, ottima salute; soldi, tanti ovviamente, e, da due anni a questa parte, una moglie bellissima - i maligni dicono che mi abbia sposato solo per il denaro, ma all'invidia e alle cattiverie degli altri non presto certo attenzione. È lei che si occupa di tutto, in azienda: a me le emorroidi onestamente fanno senso, e preferisco starci ben lontano. Angela, invece, nonostante il fisico da modella e la spensieratezza dei vent'anni, non ha problemi a passare giornate intere davanti ai libri contabili, a contattare i fornitori, a preparare il materiale per le presentazioni. Tutto nell’ombra, ovviamente, visto che il presidente, quello che firma le carte e che sorride nella pubblicità TV, sono io. E così, mentre Angela è in ufficio, io passo le mie giornate dedicandomi ai miei hobby preferiti: il giardinaggio e la scrittura. Sono cinque anni che lavoro al mio primo romanzo, Vita di Jimmy, di cui ho già scritto quarantun capitoli. Mamma dice che è bellissimo, e un grande gruppo editoriale, di cui per ovvie ragioni non posso fare il nome, ha già espresso interesse per la sua pubblicazione: sarà un best seller, mi assicura il mio editor, che mi visita ogni settimana per sollecitarmi a finirlo. Vita di Jimmy parla di James Earl Robertson, Jimmy appunto, un adolescente del Midwest degli Stati Uniti che vive in una fattoria andata in malora a Crapton, cittadina fittizia del Nebraska meridionale nota per i suoi bulli e i suoi tornado, assieme alla sua famiglia di casi umani: il padre alcolizzato, la madre ritardata, il nonno stupratore, la nonna violenta, le zie prostitute, gli zii appena usciti di galera e una vasta gamma di fratelli, sorelle e cugini devastati dalla povertà, dalla droga, dalla violenza e dalle tare ereditarie dovute a una promiscuità senza limiti. Vita di Jimmy, cinquanta capitoli e due milioni di caratteri, vuole mostrare la crudeltà della vita in tutte le sue forme. Jimmy è buono, buonissimo. Non farebbe mai male a nessuno, eppure la quantità di sofferenze che gli vengono inflitte è a dir poco terribile: i bulli lo picchiano, i parenti lo stuprano, le ragazze gli sputano addosso, i vicini lo prendono a sassate; anche i tornado, favoriti dalla conformazione del terreno, puntano sempre dritti verso la misera fattoria dei Robertson. È un’opera dura, tragica ma necessaria, in questo mondo dove tutto sembra sempre andare di male in peggio: non lo dico solo io, lo dice anche il mio editor.
  14. Miss Ribston

    [MI 116 - fuori concorso] Incontro diplomatico

    Qui il commento Nota alla lettura: nonostante nel racconto sia presente un personaggio storico realmente esistito, gli eventi narrati, le ambientazioni ecc... sono frutto di fantasia e in alcun modo rappresentano esattezze storiche. Anche perché questa storia è e vuole essere di genere fantasy, anche se un po' particolare. [MI 116 fuori concorso, tema di mezzanotte] Incontro diplomatico «Potete andare.» Elizabeth congedò le dame e i servitori un attimo prima di varcare la porta di una sala vuota. Un’ampia stanza grigia dall’alto soffitto, illuminata da una luce tetra, cinerea, che filtrava dalle immense vetrate delle finestre. L’alto soffitto di legno era più nuovo rispetto al resto dell’architettura, si notava a colpo d’occhio. Elizabeth sapeva perché. Tremava all’idea che, di lì a poco, avrebbe incontrato la causa prima che aveva portato alla ricostruzione di quel tetto. Eppure doveva vederla, in quanto regina. In quanto regina di Inghilterra e figlia di suo padre. Ecco, forse l’essere figlia di suo padre non giocava a suo favore in quel frangente, ma non poteva negare quel che era. Ciò che doveva fare era essere se stessa e chiarire le posizioni. Le nuove posizioni del suo regno nei confronti dei Cavalieri di Aeda. «Ho stima delle donne al potere. Non che non ne abbia nei confronti degli uomini, ma il bilancio fra i danni apportati dalle prime, rispetto ai secondi, va a favore del genere femminile, senza dubbio: ne hanno sulle spalle molti meno… se si fa eccezione di me.» Elizabeth si bloccò all’istante e si voltò: a pochi passi da lei stava una figura stretta in un’armatura completamente nera, con l’unica eccezione di due ali dorate scolpite ai lati dell’elmo, in prossimità delle orecchie. Il volto era nascosto dietro a una stoffa scura; solo gli occhi erano visibili in quella macchia atra. Iridi buie e tetre, due baratri infiniti vuotati di ogni emozione. La regina fu percorsa da un brivido ghiacciato, ma si trattenne dal mostrarsi spaventata. Puntò lo sguardo verso la figura, con tutta la determinazione di cui era capace, pur senza indugiare oltre in quegli occhi così cupi: «La vostra fama vi precede, Aeda: mi aspettavo che mi avreste colta alle spalle» disse, con il tono più autorevole e fermo che le riuscì. «È un metodo sempre efficace, che difficilmente non spaventa il mio interlocutore. Ma forse avreste preferito un’entrata plateale, come quella che riservai per vostro padre? Se proprio ci tenete, posso chiamare il mio drago. A far saltare il tetto non ci metto nulla» fu la replica di Aeda, sicura e sprezzante. Elizabeth si sentì impallidire e ringraziò di avere il viso truccato di bianco, o non avrebbe saputo come nascondere la sua debolezza al generale che aveva davanti. Per un momento le parve di scorgere, sotto alla benda di Aeda, la sagoma di un ghigno, come se quella creatura avesse potuto leggerle l’animo e il sentimento. Sì, Aeda sapeva, non c’era dubbio. L’aveva letta, aveva scandagliato le sue emozioni più recondite, forse anche i pensieri. «Non posso leggere i vostri pensieri» disse il generale, per rispondere ai suoi dubbi mai espressi, ma facilmente intuibili. La mandibola di Elizabeth scivolò in basso. Aeda sorvolò su quell’espressione a dir poco esplicativa, quindi camminò fino a portarsi accanto alla sovrana. I corni neri, che si protendevano dalle spalle della sua armatura, quasi toccavano la larga gorgiera bianca della donna. Poi Aeda voltò di poco la testa e fissò gli occhi su quel viso pallido, corollato da riccioli rossi: «Direi di andare al punto, ora: sappiate che il vostro rango mi è indifferente e non ho intenzione di dedicarvi più tempo del necessario, magari solo per un vostro capriccio. Quindi: quali sono le vostre intenzioni?» chiese il generale. La regina richiuse la bocca e deglutì. Allargò le narici, respirando l’odore metallico che proveniva dalla figura al suo fianco. Un odore che ricordava il sangue, ma che sapeva anche di fuoco ed era elettrico quanto una folgore. Era l’odore di chi comanda, perché può farlo e sa farlo bene. «Non ho intenzione di seguire le orme di mio padre, avendovi come nemico. So anche che non potrò comandarvi o chiedervi di essere comandata, perché avete chiarito in modo inoppugnabile che non avete una patria, un regno o un regnante da servire; siete un’ospite del mondo, gradito o no che sia, e in quanto tale, quindi, l’unica cosa che mi resta da proporvi, è quella di avervi come alleato» disse. Aeda non staccò gli occhi dal volto della sovrana nemmeno per un istante: «Sono un’ospite, sì, avete ragione, ma come saprete non accetto inviti: sono io a scegliere con chi allearmi e con chi no, e saprete anche che, all’occorrenza, il mio servizio ha un prezzo. Sono io a invitarmi da chi scelgo; sono io a proporre il mio esercito. Sono io a stabilire il pagamento. Sono io a comandare i miei soldati, senza che voi o chiunque altro abbia la minima autorità su di loro. Sono io che garantisco la vittoria. Queste sono le condizioni. Quindi quel che potete fare, Elizabeth, è porvi nella situazione di essere per me un buon terreno di sosta, se vogliamo giocarla su questa metafora, che poi tanto sbagliata non è.» Elizabeth, a quelle parole, tremò ancora di più e questa volta non riuscì a nascondere in nessun modo la paura: le mani presero ad agitarsi febbrili e le pupille si dilatarono fino a nascondere, in un cerchio sottilissimo, l’azzurro delle iridi. Quel che aveva detto Aeda era vero. Incontrastabile. Non c’era vocabolo che si sarebbe potuto mettere in discussione. La regina, allora, osò voltare lo sguardo verso il generale: «Sia. Non troverete nemici o ostacoli presso di me e il mio regno. Per cui, se vorrete appoggiare le cause inglesi ed essere mia gradita ospite, sarà mia premura soddisfarvi di tutto ciò che chiederete» disse, completamente vinta dal potere di quella creatura. Aeda abbassò il capo in un cenno soddisfatto, dopodiché si allontanò dalla sovrana. Procedette a gran passo per quella sala vuota, finché non raggiunse l’unico arredo lì presente: un trono spoglio e vuoto. Sfiorò il bracciolo del sedile con la punta delle dita guantate: «Cooperazione, Elizabeth. All’occorrenza basta quella. Perché a voi è sufficiente parlare da un sedile per farvi prendere sul serio. Io, invece, che non mi siederò mai, devo usare la spada anche quando non sarebbe necessario.» Detto ciò, Aeda rivolse un’ultima occhiata glaciale e priva di sentimento alla sovrana. Poi sparì in una fredda nube nera.
  15. gmela

    Strawberry Point [5/7]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40013-il-criminale-46/?do=findComment&comment=706037 Quinta parte (nota: questa - breve - parte costituisce uno spezzone unico con la precedente - tra le due c'è un discorso spezzato nel mezzo) Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40004-strawberry-point-17/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40014-strawberry-point-27/ Link alla terza parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40026-strawberry-point-37/ Link alla quarta parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40044-strawberry-point-47/ *** «Oddio!», urlo barcollando all'indietro. Lui stringe il mio computer, non capisco più niente: «Ridammi quell'affare, mostro maledetto!», urlo accecato dall'orrore, buttandomi addosso a Motta. Ma lui è più veloce di me: con forza sovrumana mi dà una computerata in faccia e mi manda a gambe all'aria contro la mia serra, che crolla scoppiando in mille pezzettini. Tento di rialzarmi ma lui mi schiaccia a terra con un piede. «Maledetto!», sibilo, «prenditi tutto ma non Vita di Jimmy... Quella è l'unica copia, bastardo!» «Mi spiace Tristano», dice lui grave. «Hai avuto la tua occasione per redimerti: incontrare Jimmy sarebbe potuto essere il punto di svolta della tua vita, e invece ti sei mostrato solo essere quel pazzo psicopatico torturatore che tutti sospettavamo tu fossi.» «Torturatore un cazzo...», sibilo tra i denti. «Vita di Jimmy serve a mostrare quanto è corrotto il mondo... Quanto siamo cattivi... È arte, cretino, non tortura... Tsé, ma che vuoi capirne, tu?» «Sì, sì, arte... Ti ho dato una possibilità, ma hai scelto di assumere il ruolo del cattivo, in questa storia: ora, la logica della narrazione non lascia spazio che per una sola cosa.» Io tento di divincolarmi. «La vendetta», dice lui grave, stringendo il pugno davanti ai miei occhi. «In quanto a Vita di Jimmy,» aggiunge, facendo roteare il mio portatile sulle dita, come il più grande fidget spinner del mondo, «lo finisco io.» Il sangue mi si gela nelle vene: «Non ti permettere, maledetto!», gli urlo, agitandomi disperato sotto alla sua scarpa. «Jimmy è mio, mio soltanto!», grido, battendomi una mano forte sul petto, «Ridammi quel computer, pezzo di merda!» Tento di liberarmi in tutti i modi ma lui mi preme a terra; raschio la gola e gli sputo, ma lui piega la gravità e il catarro mi si spiaccica in faccia. «Questo è un incubo!», urlo disperato, gli occhi coperti di espettorato, «Un incubo! Un incubo! Un incubo! Vattene viiiia maledetto, vattene viiiiiiiia!» «Addio Tristano», dice lui, alzando il piede e voltandosi. Mi dà le spalle, è ora o mai più: afferro una roncola tra i detriti della serra e gli salto addosso. Mi blocco a mezz'aria, casco a terra con le mani sull'ano: un bruciore infinito mi dilania lo sfintere. «Aaaaahhhhh... Cosa mi hai fatto?», grido contorcendomi a terra come un verme in agonia. «Emorroidi strozzate croniche», spiega lui, senza voltarsi, «Incurabili.» «Abituati», aggiunge, poi sparisce in una nuvoletta di vapore azzurrognolo. Solo nel giardino distrutto, rimango un attimo ad ansimare a denti stretti, cercando di imparare almeno un pochino a tollerare questo nuovo, straziante dolore. Poi mi trascino a quattro zampe sull'erba, raggiungo il garage. «Angela...», chiamo a bassa voce, tendendo una mano tremante verso l'ingresso. Davanti c'è la Volvo grigia del mio editor. Tendo le orecchie stringendo le natiche, ci sono voci dentro: «Oddio facciamo veloce però eh! Se l'idiota ci becca son cazzi amari, eh!...Sì sì, toglile via, toglile via veloce che ho voglia!», dice Angela ansimando forte - rumore inconfondibile di una donna che copula. Allora mi accascio a terra e scoppio in un pianto disperato: che ne sarà di me?
  16. gmela

    Strawberry Point [4/7]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40000-il-criminale-36/?do=findComment&comment=705974 Quarta parte (nota: questa parte costituisce uno spezzone unico con la successiva - tra le due c'è un discorso spezzato nel mezzo) Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40004-strawberry-point-17/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40014-strawberry-point-27/ Link alla terza parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40026-strawberry-point-37/ *** Più tardi esco in giardino per dar da bere alle mie petunie. A un certo punto sento un «Puf» e, come per magia, un signore vestito di rosso appare in mezzo al mio giardino. «Oddio chi sei?», chiedo, scioccato da quell'apparizione magica, puntandogli istintivamente lo spruzzino addosso. Lui mi viene incontro con un gran sorriso, mi porge la mano. «Piacere, Alessandro Motta.» «Tristano...», inizio io, confuso. «...Tristone», finisce lui. «Cavolo, sei proprio uguale uguale a come ti ho descritto!», dice con un largo sorriso. «In che senso?», chiedo, poco amichevole. Lui fa una risatina. «Non l'hai ancora capito, eh?» Io alzo le spalle. «Non so di cosa stia parlando», rispondo, amaro, rimettendomi ad annaffiare i miei fiori. Lui mi lascia fare, si guarda attorno. «Mannaggia che bella casa ti sei fatto», dice. «Sì, non ho di che lamentarmi...», ribatto io. «Angela dov'è?» «È scesa in garage a mettere un po' d'ordine», sospiro. «Senta, signor...» «Motta», dice lui. «Giusto. Senta, signor Motta, purtroppo non ho tempo per le sue farneticazioni: sto aspettando il mio editor.» L'uomo ride. «Che c'è da ridere?», gli chiedo scuotendo la testa. «Ok, ascolta bene, Tristano: sorpresa sorpresa, anche tu, proprio come il tuo Jimmy, sei il personaggio di un libro... Anzi, di un racconto, per l'esattezza.» Io lo guardo in faccia per un po'. «Seh, come no!», rispondo. «...E io», spiega lui, «sono il tuo creatore.» «Pfff», faccio. Con un gesto, lo invito ad andarsene. «Se ne vada subito dal mio giardino e stia attento a dove mette i piedi, piuttosto.» «Non ci credi, eh?» «Certo che non ci credo, visto che non è affatto vero.» Lui mi appoggia una mano sulla spalla, io cerco di tirarmi indietro ma non ci riesco, sembra quasi che siamo incollati. «Pensaci, mi dice: hai il nome più ridicolo del mondo, vivi grazie alle emorroidi degli altri, ti succedono sempre stramberie...» Io alzo le spalle, cerco di nascondergli l'ansia che sento salire dentro di me. «... E un giorno, come per magia, incontri il protagonista del libro che stai scrivendo. Tutto questo perché la realtà del tuo mondo è plastica, qui posso farci succedere quello che mi pare e piace. Non ti è mai venuto il dubbio che ci fosse qualcosa di strano, in tutto ciò?» Io lo squadro in silenzio, le sue parole mi inquietano. Il cuore batte forte, ma cerco di nascondere il mio stato d'animo, concentrandomi sulla rabbia e incanalandola tutta in uno sguardo di scherno. «Ok, non ci credi», conclude lui dopo un po'. Io faccio un risatina. «Certo che no!», esclamo, «Perché sono tutte stronzate! La realtà è che sei solo un invidioso, perché io so scrivere e... e... e tu invece di sicuro non sei capace e fai schifo.» Motta ride. «Sì, sì, bravo...», dice. «In ogni caso,» aggiunge con un largo gesto della mano, «Tutto questo presto sparirà, in quanto stai per scoprire diverse cosette interessanti sulle persone che ti circondano.» Io lo guardo con aria di sfida, le mani sui fianchi. «Ah sì?», faccio, poco amichevole. «Già!», continua lui, «Tua moglie - sorpresa sorpresa - non solo ti tradisce, ma in realtà ti ha sposato soltanto per rubare i soldi dell'azienda, sono due anni che nasconde tutto quello che riesce ad arraffare nei Caraibi. Se non fossi così stupido, caro mio, ti saresti reso conto che la Farmaceutica Tristone è sull'orlo del fallimento. Fallirete, Tristano, e finirai pure agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta, col braccialetto elettronico e quant'altro. I rimasugli dell'azienda, invece, se li spartiranno i cinesi, come cani affamati che danno addosso a una carogna.» La testa mi gira. «Tsé, sono ricco di mio», ribatto acido, «Non me frega niente dell'azienda, le emorroidi mi hanno sempre fatto schifo comunque.» Lui continua imperterrito: «Tuo padre rinverrà miracolosamente dall'ictus e ti diserederà, tua madre scapperà in Brasile col maestro di sci... Non ti resterà più nulla, Tristano, nulla di nulla.» Mi punta una mano contro: «Solo la tua faccia da scemo, quella che credi sia tanto bella.» «Pfff», faccio io. «Una cosa mi rimane e non me la puoi togliere.» Mi batto l'indice sulla testa: «il mio genio», spiego fiero. Alessandro Motta scoppia in una risata talmente grassa che ha problemi di equilibrio, si aggrappa ai bouganville per tenersi in piedi. «Il mio genio, il mio genio», dice scimmiottandomi. «Muah ahahah, fai troppo ridere Tristano, cavolo come mi sei venuto bene come personaggio!» Io lo guardo stizzito. «Ridi, ridi pure... Il fatto rimane che io sto scrivendo il prossimo best seller, mentre i tuoi insulsi libercoli di sicuro non se li compra nessuno.» L'uomo torna serio: «Il tuo libro fa cagare, Tristano», dice semplicemente, «Cinquanta capitoli di torture senza capo né coda, nulla più.» «Cosa vuoi capirne te!», grido rabbioso, lanciandogli addosso lo spruzzino, «Tu non capisci un cazzo di scrittura!» Tiro fuori il cellulare di tasca, glielo porgo. «Chiama il mio editor, forza! Sentiamo cosa ti dice lui, eh! Sai che me ne frega di papà, dei soldi, dell'azienda, di Angela e di tutto il resto... Io vivo per la scrittura!», annuncio deciso, battendomi un pugno sul cuore. L'uomo scoppia di nuovo a ridere. «Il tuo editor ti sta fregando, idiota!», dice quando si riprende, «Non ti sei accorto di nulla di strano? Ti parla di best seller, viene a trovarti ogni settimana e tu sei talmente scemo che ci caschi come un pivello e firmi un contratto di preacquisto a spese tue per trecentomila copie!» Io mi sento come una caffettiera sul punto di scoppiare. «Ma ma ma ma ma...», balbetto. «...Ma che cazzo vuoi saperne tu di scrittura!», esplodo infine. «Guarda che il preacquisto è normale al giorno d'oggi eh! E... E... La casa editrice si occupa della distribuzione, della pubblicità... Fanno tutto loro, il preacquisto è solo una formalità e poi trecentomila copie spariscono subito quando la materia è buona. Guarda che il mio editor se ne intende, eh! Ignorante!» Alessandro Motta alza le spalle. «Ah, non ho dubbi, che se ne intenda», dice con una risatina. «Infatti appena ha visto quella faccia da culo ha capito che aveva avuto la fortuna del secolo: trovare l'idiota rarissimo, il pollastro pieno di soldi che si crede un genio, l'unico scemo capace di firmare un contratto da suicidio senza battere ciglio.» Io sono talmente arrabbiato che non riesco nemmeno a muovermi. Lui alza una mano a palmo aperto in aria. «Questo», dice, «lo prendo io.» Non capisco: «Eh?», faccio. Poi una finestra di casa esplode, e fuori vola il mio portatile, che, come un falco ammaestrato, viene a posarsi sulla mano dell'uomo.
  17. Torba

    Balleranno le rane

    Commenti a "Caffè corretto" Parti 1 e 2 Quando Avin si svegliò e vide che il suo ritratto era scomparso, seppe che il vecchio Anzan era morto. Era stato il senso di sbagliato a farla emergere dal torpore del sonno, ma sentiva che era tardi. Si erano dimenticati di svegliarla. O forse l'aveva lasciata dormire di proposito, perché era il suo quindicesimo compleanno. Cercò tentoni la candela e i fiammiferi sul comodino. La povera luce che attraversava gli scuri non era sufficiente a farle vedere cosa c'era che non andava. Aveva fatto dei sogni confusi, in cui forse era presente pure Anzan, ma l'unica cosa tangibile era la sensazione di mancanza, come quando da piccola sognava di ricevere i dolcetti allo zenzero e invece al risveglio si ritrovava con le mani vuote, delusa. Una volta accesa la fiamma, rivolse la candela verso la parete: il quadro che la ritraeva all'età di circa sette anni non c'era più. Non aveva bisogno di far entrare il giorno nella stanza per notare la zona più chiara, dove per tutto quel tempo il regalo aveva coperto l'intonaco. Rimaneva solo il chiodo, in imbarazzo per essere stato sorpreso solo e nudo su quella parete spoglia. Era da un paio di mesi che Anzan stava male, ma non aveva mai dato segni di sconforto. Avin si era illusa che potesse vivere per sempre e invece non era così. Anzan era morto e la sua opera era andata con lui. Un giorno sarebbe toccato anche a lei. Per un po' pianse sottovoce, poi scese dal letto e cambiò la veste da notte con la tunica porpora. Era la sua preferita perché per confezionarla aveva dovuto imparare a cardare, filare e tessere. Uno degli ultimi insegnamenti di mamma. Si liberò di un ultimo sospiro e coprì la testa con la cuffietta. "Buongiorno, dormigliona!" Suo padre la accolse con sorriso forzato. "Buon compleanno!" Nell’abbraccio, lei assaporò il familiare aroma di pipa che il suo vecchio si portava addosso. Quell'odore non sarebbe andato via, almeno per il momento. Il profumo di pesche mature di sua madre era invece ormai solo un ricordo costruito, una riproduzione artefatta della sua mente. C’era qualcosa di sbagliato anche nella stanza comune, ma Avin non riuscì a coglierla subito. Era ancora parzialmente addormentata e la sorellina aveva iniziato a fare un baccano d’inferno appena l’aveva vista sulla soglia. "Buon compleanno! Buon compleanno! Buon compleanno!" urlava Giula, continuando a saltellare intorno ai due. La sua ultima fissazione era quella di essere un coniglietto bianco. Nessuno era riuscito a capire da dove avesse preso l'idea. “Grazie mille,” rispose Avin. “Papà, Anzan è…?” La faccia di suo padre si fece grave e la ragazza poté leggervi gli anni passati nei campi come i cerchi di un tronco tagliato. “Sì, ma ne parliamo dopo. Sai…” rispose Lenardo, facendo un cenno della testa verso Giula. La bambina li guardava adesso con sospetto. Avin annuì: quelli erano discorsi da grandi. “Io lo so cosa è successo ad Anzan!” esclamò Giula, indignata per essere stata esclusa. “È morto. Il tavolo non c’è più e io e papà abbiamo dovuto apparecchiare la panca.” Era vero. Le sfuggiva ancora il concetto di morte, ma era un’osservatrice attenta. Sapeva che a un certo punto le persone sparivano, portandosi dietro le loro cose, e che per quello la mamma l’aveva costretta a cucirsi da sola lo sgorbio che teneva sempre stretto al petto, la bambola di stracci con cui Giula si sarebbe sempre ricordata di lei. “Si sta un po’ scomodi ma ci arrangeremo” rispose il padre, tentando di sviare il discorso. “Non fa niente. Ho una fame da lupi!” esclamò Avin con finto entusiasmo. Il tavolo costruito da Mastro Anzan era stato uno dei primi mobili a entrare in casa di Lenardo e Anisia, prima ancora che i due si sposassero. Mentre la festeggiata dormiva, il padre e la sorella avevano portato dentro la lunga panca, sulla quale suo padre era solito fumare nelle giornate di sole, e l’avevano apparecchiata con caraffe di latte e caffè, piattini con il miele e fette di pane bianco. C’erano anche i dolcetti allo zenzero: suo padre doveva esserseli procurati il giorno prima per farle una sorpresa. Mangiare piegati in avanti in quel modo non era il massimo, ma era pur sempre il suo compleanno. Era un momento felice e Avin serbò il pensiero di Mastro Anzan per dopo. Avin arrivò nel luogo dove solo il giorno prima sorgeva il laboratorio con la faccia rossa per lo sforzo: per tutta la colazione si era costretta a essere gioviale e fingersi serena ma, appena finito di sparecchiare e lavare i piatti, era uscita di casa sbattendo la porta e aveva iniziato a correre a perdifiato. La casa, dove Anzan era vissuto e aveva insegnato ai ragazzi del villaggio l’arte della falegnameria, era stata l’orgoglio del vecchio, un monumento al lavoro: se l’era costruita da solo, senza l’aiuto di nessuno. Al suo posto c’erano adesso solo dei solchi nel terreno lì dove erano state posate le fondamenta, una vecchia stufa, un materasso e tutti quegli elementi in ferro – chiodi, cardini e il battente della porta – che erano opera di Mastro Zano, il fabbro. Era scomparsa persino la dispensa con le verdure che Anzan coltivava nel giardino sul retro, prontamente saccheggiata da Avin e dagli altri discepoli dopo le lezioni, sotto lo sguardo benevolo del legittimo proprietario. In un primo momento, si stupì che ci fosse qualcun altro oltre lei a rendere omaggio al maestro. Più tardi, la comunità si sarebbe raccolta e l’avrebbe ricordato – forse ci sarebbe stato anche un Ministro - ma per il momento quel compito spettava a loro, i discepoli che ogni giorno avevano raccolto il sapere. “Ciao Avin” la salutò Elo. Sua sorella Eva aveva ancora gli occhi rossi di pianto e rimase in disparte, limitandosi a farle un cenno. “Ciao. Quindi avete saputo anche voi…” “Certo. Avevamo i suoi quadri in camera e questa mattina non c’erano più.” Abbozzò un sorriso e Avin lo seguì nel tentativo. Elo le piaceva, ma nonostante la vicinanza quotidiana si sentiva ancora in imbarazzo a parlargli. Tornò a guardare lo spazio vuoto dove avevano trascorso innumerevoli pomeriggi a lavorare il legno, fianco a fianco, mentre Anzan diceva loro come fare. Le loro opere incomplete erano ancora lì. Una sedia a dondolo. Delle trottole. Oggetti prodotti dall’impegno di ciascuno di loro. “Credi che dovremmo riprenderceli?” chiese Avin indicandoli. Elo alzò le spalle. “Forse dopo la cerimonia.” Lo scultore anziano Tora prese mazza e scalpello dalla sua cassetta degli attrezzi e si rialzò con cautela. Andava verso i settantacinque e l’uomo di cui doveva incidere il nome sulla pietra era stato più giovane di lui di tre anni. Anzan era suo amico, nonostante allo scultore non andassero a genio gli eccentrici. Il mastro falegname era un’eccezione alla regola. Quello che più gli sarebbe mancato sarebbero stati i battibecchi. Quando ad Anzan era venuta la fissazione della pittura, Tora l’aveva preso in giro per giorni, finché quel figlio di buona donna si era presentato a casa sua con il quadro e gliel’aveva regalato. Tora era rimasto senza fiato per quanto era realistico: i baffi folti, la fronte corrugata e i lobi allungati dai pesanti orecchini, tutto rispecchiava la realtà con una dovizia di particolari maniacale. Lo scultore puntò lo scalpello contro la lastra e colpì. La pietra iniziò a cedere e ad accogliere sulla propria pelle il nome. A distanza di qualche metro, Bastian lo imitava seguendo i suoi gesti scrupolosamente. Con l’avanzare dell’età e all’aumentare dei nomi sulla lapide, i dubbi di Tora sull’utilità del proprio lavoro si moltiplicavano. A cosa serve? pensava. Tanto quando morirò anche questa pietra si volatilizzerà con me. Ma ci sarebbe stata quella di Bastian a preservare la memoria: un giorno il giovane ci avrebbe scritto sopra il nome del maestro e poi si sarebbe affrettato a cercare un discepolo. Era un bravo ragazzo e Tora sperava di insegnargli ancora due o tre cosette prima che il tempo si esaurisse. Dopo qualche minuto, Anzan era sulla pietra. Anche Bastian aveva finito. Tora apprezzò la regolarità e l’eleganza dei caratteri tracciati dall’allievo. Gli mise una mano sulla spalla e poi si girò per la prima volta verso la folla di compaesani che li accerchiava. Era come se si accorgesse solo allora della loro presenza. Sospirò e si schiarì la voce per pronunciare le parole di rito. “Mastro Anzan ci ha lasciati. Ricordatelo sui vostri cuori come su questa roccia.” Parole vuote, ma così esigevano i Ministri. Nessuno di loro si era fatto vedere alla cerimonia e Tora non poteva che esserne sollevato. Che se ne rimanessero nei loro Pozzi. Bastian aveva già raccolto gli attrezzi per entrambi ed era pronto con la cassetta in mano. A un cenno del maestro, i due si congedarono. Giula osservò suo papà che tirava fuori dalla tasca un foglio di pelle piegato. Sopra aveva un sacco di segni fatti con l’inchiostro. Li aveva fatti da solo, sia il foglio che l’inchiostro. Gli uomini e le donne intorno erano impegnati negli stessi gesti. Qualcuno, invece di usare la pelle, aveva annotato i nomi su carta. Roba da ricchi. Dopo che il vecchio Tora se fu andato con Bastian, la folla aveva iniziato a mormorare con gli occhi chiusi. Il papà aveva spiegato a Giula che sul pezzo di pelle c’erano scritti i nomi dei componenti della loro famiglia che non erano più tra loro. “Sono solo questi?” aveva chiesto la bambina. “Oh, no. Sono solo quelli dell’ultimo secolo. Si dice che una volta, quando una persona moriva, le cose non scomparissero e tutto fosse scritto in dei registri. Chi voleva sapere dei propri avi poteva consultarli. E poi, per ricordare una persona c’erano tanti oggetti che rimanevano, tipo gioielli, quadri, fotografie…” “Cosa sono le fotografie?” “Dovevano essere delle immagini di carta delle persone. Come dei ritratti” aveva risposto suo padre, ma anche lui sembrava avere qualche dubbio. “Ma se le cose erano scritte nei registri, come si faceva quando chi aveva scritto i registri moriva?” “Te l’ho detto. Le cose non scomparivano”. Poi, come per un ripensamento: “Però queste cose non andare a dirle in giro. Parlane solo con me.” In tutto quel brusio, Giula si era quasi addormentata in piedi. Con una mano stringeva le dita di suo papà e con l’altra teneva Bert stretto al petto. Bert era il cavalluccio di pezza che gli aveva cucito il padre per il suo ultimo compleanno. Quella mattina aveva scelto lui come scorta, lasciando Annette, la bambola di stracci, a guardia della sua cameretta. La gente smise di mormorare e a poco a poco iniziò a lasciare la Piazza delle Steli. Si era formato qualche capannello di persone che parlottavano tra loro, ma la maggior parte voleva tornare presto a casa. Il tempo si stava mettendo male. Forse era per quello che i Ministri non erano venuti. Giula ne fu contenta: non ne aveva visto mai uno, ma certe volte li sognava e piangeva nel sonno mentre loro uscivano dai loro Pozzi. Si fece trascinare dalla mano di suo padre per qualche metro, giocando al carro e al cavalluccio. Poi le venne in mente qualcosa a proposito di Bert. “Papà?” chiamò. “Sì?” “Non voglio che Bert scompaia.” Suo papà si fermò per qualche secondo a guardarla, sorridendo. “Non ti preoccupare,” disse alla fine. “Quando scomparirà, tu sarai abbastanza grande da non averne più bisogno.” Sulla via del ritorno, Lenardo volle fermarsi a fare una visita all’emporio di Carmo. Non doveva comprare nulla, ma non gli andava di tornare subito a casa. Tra poco sarebbe scesa la pioggia e il lavoro nei campi non avrebbe potuto scrollargli di dosso la tristezza. Una birra con Carmo, seduti sotto il portico, era di gran lunga la scelta più saggia. Giula ebbe un sacchetto di lupini come ricompensa per essere stata buona. Si sedette a gambe incrociate sull’assito del pavimento ad ascoltare i discorsi dei grandi, facendo finta di guardare i nuvoloni che si avvicinavano da Est. “Beh, poteva andare anche peggio” esordì Carmo dalla sua sedia a dondolo, pulendo via la schiuma dai baffi con l’avambraccio peloso. Aveva già il naso percorso da venuzze violacee e Lenardo sospettava che l’amico non aspettasse le sue visite per indulgere nei piaceri della birra. “M-mmh? Tipo?” “Ti ricordi l’altro falegname? Quello con la barba rossa?” “Manus, dici?” “Sì, proprio lui. Aveva costruito questa scala, no? E quando il suo cuore ha iniziato a fare i capricci, suo figlio era su questa scala per raccogliere mele. Quando il vecchio è crepato, quel disgraziato si è rotto un braccio nella caduta.” “Brutta storia…” “Già, brutta storia…” I due tacquero e Giula sentì il negoziante aspirare rumorosamente dal suo boccale. Suo papà era molto più elegante e non faceva rumore quando beveva. “Questa notte, un sacco di gente si è ritrovata con il sedere per terra, invece che su un letto” disse Lenardo. “Stai parlando con uno di quelli. Ancora mi fa male.” “Io ci ho rimesso un tavolo.” “Per fortuna, adesso le case hanno solo il pianterreno. Ti immagini sennò la scena?” “Hanno sempre avuto solo il pianterreno.” “Naaa. Una volta facevano anche un piano di sopra. Anche due o tre. Prima di…” “Cazz… fesserie! E poi, abbassa la voce.” “Parola d’onore. Me l’ha detto Tora.” “Sì. Mentre eravate sbronzi…” Per tutto risposta, Carmo grugnì la sua disapprovazione e batté in ritirata nel suo boccale. Lo scolò fino all’ultima goccia e si alzò per andare a versarsi un altro po’ di birra. Fece un cenno al compagno di bevute e l’altro accettò ben volentieri. Carmo non aveva nessuna intenzione di rimanere da solo e Lenardo voleva ritardare il più possibile il momento in cui Giula gli avrebbe iniziato a porre domande difficili sul senso della vita. “Si sta preparando un tempaccio” affermò Carmo quando si ripresentò sulla veranda, reggendo in mano i due boccali schiumanti. All’orizzonte, si vedevano già i fulmini balenare sulle Terre Orientali. “Già,” rispose suo padre, “questa sera le rane balleranno.” Giula lasciò stare per un attimo i lupini per guardare i due adulti con aria interrogativa. Certe volte i grandi dicevano cose bizzarre e di solito lei non ci badava più di tanto, ma le rane le piacevano. Erano viscide, ma anche buffe, e lei non voleva che capitasse loro qualcosa di male. “Che significa?” chiese ai due, che gli sembravano già un po’ strani. Suo padre le sorrise e si chinò verso di lei per bisbigliarle la storia. “Ti ricordi prima, quando ti ho detto che, secondo qualcuno, prima dei Ministri le cose non scomparivano insieme a chi le aveva costruite?” La bambina annuì. “Allora, si dice che nelle case non ci fosse bisogno delle candele per fare luce. Esistevano delle piccole bolle di vetro che si illuminavano da sole quando battevi le mani o le chiamavi con la voce.” “Impossibile.” “Eppure ci sono un sacco di storie che lo affermano. Questa cosa era chiamata tricità.” “Tricità? E che significa?” chiese Giula. Le sembrava un nome buono solo per un gioco di filastrocche. Suo padre scrollò le spalle. “Non credo che qualcuno lo sappia. Però serviva a fare un sacco di altre cose, oltre alla luce. Si potevano lavare i panni senza andare al fiume, stare freschi d’estate e anche volare.” “Mi stai prendendo in giro.” “Dico solo quello che riportano le storie.” “Ma le rane che c’entrano?” “È per via di un signore che studiava la tricità. Nei suoi esperimenti faceva ballare le rane morte. Le metteva vicino a un aggeggio che dava la tricità e queste muovevano le zampette.” “Ma quindi le rane tornavano vive?” “No, erano sempre morte. Ma c’era un altro signore, un dottore, che con la tricità riusciva a far rivivere le persone dopo che morivano.” “Ma come faceva, se le persone scomparivano?” “Te l’ho detto, non scomparivano una volta.” “Ah. Secondo me, sono tutte stupidaggini.” “Forse. Ma non si può mai sapere.” Il padre tornò alla sua birra e questo significava la fine della storia. Giula scoprì di non avere più voglia di lupini. Guardò i nuvoloni e pensò che quella notte le cose brutte sarebbero andate a trovarla, sciamando fuori dai Pozzi con tonache bianche e rumore di sonagli. Di solito in quei sogni arrivava la mamma a salvarla, ma a volte doveva scappare da sola. Forse doveva concentrarsi sulle rane. Le piacevano le rane.
  18. Titolo: Yohnna e il Baluardo dei Deserti Autore: Andreina Grieco Casa editrice: EKT Edikit Data di pubblicazione: 4 ottobre 2018 Prezzo: 14 euro cartaceo, 2,99 digitale Genere: Fantasy con ambientazione Mille e una Notte, Azione, Avventura Pagine: 208 Sinossi: Yohnna, giovane arrotino siriano, stappa una bottiglia trovata tra le sabbie e libera Horèb, il malefico Jinn protettore del deserto. Dovrà imparare a conviverci, perché lo spirito lo perseguiterà con la scusa di un terzo desiderio ancora da esprimere Estratto: La porta del Caffè si aprì con violenza. Quando sei me e una porta si apre in quel modo, non sai mai chi, o cosa, e in che forma entrerà. Mi aspettavo però che fosse Jamaal, un pastore beduino con cui ogni tanto trascorrevo un po’ di tempo giocando a carte. C’era vento nel deserto da cinque giorni di fila e il pastore, in quelle situazioni, passava in paese per rinfrescare la gola arida e ritemprarsi con una bella fumata di narghilè. Ma ciò che vidi quella sera, invece, non fu lui: un uomo dalla barba brizzolata, vestito di stoffe ricercate, mentre abituava la vista alla penombra del locale, posò lo sguardo su tutti gli avventori, uno ad uno. Con passi lenti e misurati si avvicinò al bancone e ordinò un tè alla menta, poi si diresse verso il tavolo a cui ero seduto. «Posso?» chiese indicando una sedia di vimini di fronte alla mia. Gli feci cenno col capo di accomodarsi. «Sto facendo un lungo viaggio nel deserto per giungere a Damasco con la mia carovana di spezie, ma più mi avvicino alla meta e più mi arrivano alle orecchie strane storie su un uomo dai capelli lunghi che frequenta questo Caffè. Sei tu quell’uomo?» Un sorriso incontrollabile mi incurvò labbra. «Dipende da quali storie hai sentito.» «Di furbizia e di paura. Di sangue e di magia. Di Jinn.» Link all'acquisto: Amazon: https://amzn.to/2OBszFm Sito editore: http://www.ektglobe.com/prodotto/yohnna-e-il-baluardo-dei-deserti/
  19. gmela

    Strawberry Point [3/7]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39959-il-criminale-26/?do=findComment&comment=705742 Terza parte (nota: questa parte va assolutamente letta con quella precedente, altrimenti non ci si capisce niente - discorso spezzato nel mezzo) Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40004-strawberry-point-17/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40014-strawberry-point-27/ *** «Ma...» «E poi, che cosa vuoi saperne tu, di come si scrive?», aggiungo alzando le spalle. «Ma signor Tristone, non può andarmi sempre tutto male! Non è verosimile, è troppo esagerato!» Sbuffo e lui continua senza prestarmi attenzione, con la sua irritante vocina stridula: «Non è possibile che non abbia mai avuto un po’ di felicità in tutta la mia vita, che tutto mi vada sempre male! Mai una volta che mi sia successo qualcosa di bello.» «Non è vero!», lo interrompo. «Ad esempio...». Cerco mentalmente qualcosa, ma in questo momento non mi viene in mente nulla. Ci penso su, poi ricordo: «Ad esempio, capitolo ventidue: il tornado sembrava venire dritto contro la fattoria, e all’ultimo momento ha deviato verso la casa dei Thompson. Non sei stato contento, quella volta?» «Sì, ma per dieci minuti!», sbotta lui, «Poi quelli, per vendicarsi, hanno preso le torce e ci hanno bruciato la casa!» La conversazione mi spazientisce, onestamente questo Jimmy inizio a non sopportarlo più. Che la smetta di invadere i miei spazi e se ne torni da dove è venuto. «Jimmy, vedi di rispettare le distanze...», dico, poco amichevole. Lui continua senza prestarmi attenzione. «Papà regala il fucile a pompa a mia sorella Birdie, e lei cosa fa, invece di prendersela coi cani della prateria? Me lo punta addosso e inizia a sparare.» Alzo le spalle: «Ti odia, Jimmy, tutto qui.» Lui mi mostra il palmo della mano aperta. «Cinque anni aveva, cinque», dice. Sbuffo, cerco di controllarmi. «Senti Jimmy,» gli faccio, «è inutile che stiamo qui a discutere: la tua vita è una tragedia e lo sappiamo tutti e due.» Gli poso una mano sul braccio: «Ma è proprio questo che fa di te una persona speciale, capisci?» Lui mi osserva, poco convinto. «Al contrario del novantanove virgola nove percento della gente, la tua non sarà una vita inutile:», gli spiego, «ogni tua sofferenza, ogni vessazione, ogni crudeltà serve a spiegare a tutti quanto l'umanità sia corrotta, quanto il mondo faccia schifo, quanto la società sia marcia.» Stringo il pugno. «La gente piangerà per te, Jimmy!» «Ma non ha senso!», sbotta lui. «Anche Jenny "Spazzatura" Simmons se la prende con me! Pesa cinquecento libbre, la sfottono e la picchiano dalla mattina alla sera: almeno lei non dovrebbe essere un po' più amichevole?! La buttano nel fango, le camminano sopra, io le porgo la mano per rialzarsi e lei mi prende a calci e mi denuncia allo sceriffo Rickard per tentata violenza... Non è normale!» «Ah!», rido io, vedendo fino a che punto Jimmy non capisce nulla, ma proprio nulla, di scrittura. «Jenny "Spazzatura" è un personaggio importantissimo!», urlo arrabbiato, sbattendo un pugno sul tavolino. «Serve a mostrare quanto siamo cattivi: anche i bullizzati, anche le vittime più infime infieriscono sui più deboli, se riescono a trovare qualcuno che sta sotto a loro! Solo l'ultimo degli ultimi, il fondo del barile, colui che non ha nessuno con cui prendersela, subisce e basta!» «Cioè tu!», gli grido in faccia, puntandogli un dito - tremolante per la rabbia - dritto in mezzo agli occhi. Infuriato, ansimo ancora. Jimmy mi guarda per un secondo, poi gli occhi gli si riempiono di lacrime, abbassa la testa e si mette a piangere, quasi in silenzio, facendo quel suono irritante che cento volte, nel mio libro, ho avuto il piacere di descrivere: «Ui... Ui...», sembra dire, con un filino sottile sottile di voce. Non so cosa ci sia, in quel suono, che dà così sui nervi, ma anch'io, come ogni singolo abitante di Crapton e dintorni, nel sentirlo vengo preso dall'irrefrenabile voglia di prendere Jimmy a pugni. Anzi... Corro in cucina, afferro il frullatore ad immersione e torno in salotto. Lui salta in piedi. «Oddio no signor Tristone, il frullatore no!» Io scoppio a ridere. Jimmy gattonava ancora, quando mamma Melody ha preso l'abitudine di scaricare la rabbia su di lui a colpi di frullatore, ogni volta che non riusciva a montare la buttercream per i suoi rinomati cupcake. È stato il primo strumento di tortura che Jimmy ha conosciuto - fino ad allora erano stati solo calci e pugni - e il trauma infantile, il primo di una lunga serie, gli ha lasciato una terribile fobia. Penso che conoscerlo così profondamente è bellissimo: so come fargli male! Lui retrocede con occhi allucinati, terrificato a morte. Ma non mi lascio certo intenerire: brandendolo alto sopra alla testa, gli vado incontro a frullatore acceso. «Aaaaaahhhhhh», urla lui, disperato, buttandosi dalla finestra e facendo scoppiare il vetro. «Tornatene in Nebraska!», gli urlo affacciandomi al buco, guardandolo correre disperato giù lungo la strada. Quando sparisce in fondo alla via, tiro un sospiro di sollievo. Mi guardo attorno e faccio qualche appunto mentale: bisognerà chiamare il vetraio e ordinare alla colf di disinfettare il divano. Ma, prima, sento il bisogno di sfogarmi un po'. Spengo il frullatore, mi siedo al computer e inizio a scrivere, pigiando rabbiosamente i tasti: Capitolo 42 Ora che zio Bob scontava quattro ergastoli consecutivi al Nebraska State Penitentiary di Lincoln, Jimmy sperava che la sua vita sarebbe migliorata almeno un pochino. E invece, quello del suo diciassettesimo compleanno fu di gran lunga l'anno più terribile - il più terribile fino a quel punto - nella sua tragica vita. A causa del forte vento e della bassa pressione, ai minimi storici degli ultimi sessant'anni, la stagione dei tornado si preannunciava durissima, nel Nebraska meridionale...
  20. gmela

    Strawberry Point [2/7]

    Seconda parte di un racconto in 40.000 caratteri circa, stramberia ironica multigenere soprannaturale e inclassificabile sul mondo della scrittura (mindfuck). Qui il link alla prima parte: Nota: il racconto non è stato scritto con l'idea di essere spezzettato, quindi le parti postate qui sono un po' tagliuzzate a caso. In particolare, questo pezzo e il successivo costituiscono uno spezzone unico. *** Un giorno bussano alla porta, apro e mi trovo davanti un ragazzo con un’aria vagamente familiare. Piccolo, magrolino, bruttarello e malvestito, mi guarda da sotto in su. «Sì?», faccio, sforzandomi di essere educato. «Signor Tristone, posso parlarle un attimo, per favore?», mi chiede lui, con una vocina stridula e un forte accento americano. Mannaggia, penso, mi sembra proprio di conoscerlo: già, rifletto, assomiglia proprio tanto a... a... Trasalisco, portandomi una mano alla bocca. «Oddio, Jimmy?!», chiedo, stupefatto. Lui mi guarda con aria grave. «Sì signor Tristone, sono io», dice aprendo la camicia e mostrandomi il torace. La mia bocca si spalanca per lo shock: è lui, è il mio Jimmy! Tutto, tutto corrisponde: l’orrenda bruciatura a forma di ferro da stiro inflittagli da Grandma Molly, quel famoso giorno in cui si è dimenticato di comprarle le birre; la quarta costola destra perennemente incrinata, rotta a bottigliate da zio Steve durante la visione di una partita di football andata in malora; i morsi di Ol’ Bastard, il cane dei Thompson, che i suoi crudeli vicini non esitano ad aizzargli contro mentre va a scuola - inconfondibili per via dell’incisivo mancante, perso per una pallottola durante una partita di caccia allo scoiattolo. «Posso... toccarti?», chiedo passando dita tremanti sulla gigantesca cicatrice a forma di pneumatico, perenne e indelebile ricordo dell'ultimo quattro luglio, nel quale Grandpa Joe, ubriaco marcio e praticamente cieco, dopo sessant'anni di moonshine al metanolo, sparava in aria cantando Star spangled banner a squarciagola e tentando di investire Jimmy col furgone. La precisione dei dettagli mi fa girare la testa: tutto corrisponde, in quella cicatrice, finanche alle bolle verdognole dovute alla cauterizzazione con la benzina operata da Meth Head Tom, l'ex veterinario tossicomane davanti al cui trailer i Robertson hanno scaricato Jimmy, gettandolo giù dal cassone del furgone, quando si sono accorti che il loro passatempo preferito stava per morire. E poi ci sono i tagli, le bruciature tonde delle sigarette dei bulli... Potrei stare lì per ore, ad ammirare quel corpo martoriato: dietro a ogni segno c'è una storia. «Jimmy...», mormoro tra me e me. Ora, cari lettori, vi aspetterete forse che, trovandomi davanti al mio personaggio, scappi a gambe levate per andare a chiudermi in un manicomio per schizofrenici. Ma dovete sapere che io al soprannaturale ho sempre creduto, in quanto nella mia vita sono successi diversi fatti strani, al limite dell’inverosimile, che mi hanno spesso fatto pensare di essere un predestinato, una persona speciale, uno a cui le leggi della logica e della scienza non sempre si applicano: ad esempio, nel novantanove, in Portogallo, ho deciso di tentare la mia fortuna a una prestigiosa lotteria nazionale, giusto per vedere quello che sarebbe successo. E ho vinto. Nel duemilacinque, in Argentina, l'aereo su cui viaggiavo si è schiantato contro il terminal dell'aeroporto: sono morti tutti, tutti tranne me. Non solo non mi sono fatto nulla - nemmeno un graffio - mentre l'equipaggio e gli altri cinquantasei passeggeri sono esplosi nell'impatto o bruciati vivi pochi minuti dopo - ma la compagnia aerea mi ha pure elargito una somma colossale per il disturbo. Insomma, a causa di tutto questo, e di tante altre storie simili, che ora non sto a raccontarvi, oggi non ho troppi problemi ad accettare che il ragazzo sul mio uscio sia proprio il mio Jimmy: averlo davanti, poterlo vedere e toccare, non può essere paragonato a nulla di meno che a una vera e propria esperienza mistica - il suo corpo è la materia grezza, il marmo su cui io, io scultore rinascimentale, ho scolpito il mio capolavoro a colpi di martello. «Jimmy...», balbetto ancora, sentendomi rapire dalla bellezza e dal potere trascendentale dell'arte. Poi lui si chiude la camicia e io vengo preso da un improvviso moto di simpatia nei suoi confronti, gli passo un braccio attorno alle spalle e me lo porto in casa. «Jimmy, ragazzo mio, come stai?», gli chiedo facendolo accomodare sul divano. «Eh insomma...», fa lui con un sospiro, «Come vuole che vada, signor Tristone? Come sempre.» Gli batto una mano sulla spalla. «Su, su, adesso ti faccio una cioccolata.» È la sua bevanda preferita: nessuno gliene ha mai offerta una, ovviamente, ma quando zia Mary-Ann, che ne va ghiotta, finisce di cucinarsene una, si diverte a tirargli addosso il pentolino arroventato, recipiente dal quale lui poi lecca i rimasugli. Jimmy sorride. «Grazie», dice semplicemente. «E... Come hai fatto ad arrivare qui?», gli chiedo mentre raccolgo gli ingredienti per la bevanda. «Ero nei campi a mietere le pannocchie, quando è apparso un signore vestito di rosso.» «Ok...» «Mi ha spiegato che sono il protagonista di un libro e che mi avrebbe fatto incontrare il mio creatore. Alla fine ha schioccato le dita e mi sono ritrovato qui, davanti a casa sua.» «Ah!», faccio. Mi chiedo chi sia questo signore vestito di rosso. Dio? «Quindi», continuo, «tu non lo sapevi proprio, che eri un personaggio?» Jimmy scuote la testa. «No.» «E che effetto ti ha fatto», chiedo curioso, «scoprire che vivi in un romanzo?» Il ragazzo alza due occhi seri su di me. «Onestamente, signor Tristone, ho pianto dalla felicità.» «Davvero?» «...Perché non ho mai capito cosa non andasse in me! Come fosse possibile che tutto, tutto mi andasse sempre storto. A scuola sono bravino e i professori mi odiano, aizzano i bulli contro di me e si girano teatralmente dalla parte opposta quando mi picchiano. Mai una volta, mai una sola, che qualcuno sia stato gentile con me. Un giorno aiuto la signora Oldfield a attraversare la strada, e quella mi spacca l’ombrello in testa. Perché? Perché?» «Effettivamente...», mormoro. La sua non è certo una vita facile! Gli faccio un sorriso comprensivo. «Eh Jimmy, non sei finito nel migliore dei libri, questo è poco ma sicuro.» Lui abbassa la testa e nasconde il viso tra le mani. «Senta, signor Tristone,» chiede grave, «avrei una cosa da chiederle. Una. Poi giuro che sparisco e torno nel mio romanzo.» «...Nel suo romanzo», si corregge. «Ok...», faccio io, incuriosito, mettendo via il pentolino della cioccolata. «Non è che potrebbe darmi un giorno, uno solo, di felicità?» Sgrano gli occhi. «Guardi,» continua lui, prima che possa rispondergli, «lo so che il libro andrà a finire male. Ormai l'ho accettato, e sono pronto ad andare sereno verso qualunque orribile fine abbia in serbo per me. Però vorrei tanto, tanto, tanto avere un giorno di felicità. Uno, uno solo.» «Non chiedo niente di più», aggiunge con voce lacrimevole, «Giusto per sapere cos’è, la felicità. Un giorno.» Io non so che dire, sono senza parole, lo studio ammutolito. «Poi guardi,» lui aggiunge, «onestamente credo che farebbe bene anche al suo romanzo... Con tutto il rispetto, ma credo che abbia un po' esage...» Alzo una mano, lo interrompo. «Jimmy», gli dico, fermo, «Piano.» Lui alza il volto. «Senti,» gli spiego paziente, «ti ho accolto in casa, ti ho offerto la cioccolata. Sei il mio personaggio, ti voglio bene.» «...Infatti le sono davvero grato, signor Tristone», dice lui. «E vorrei vedere!», ribatto. «Non so se l’hai notato, ragazzo mio, ma nessuno ti ha mai trattato così. Puzzi, puzzi come puzza tutto quello che passa in quel buco lercio che chiamate casa, eppure ti ho fatto sedere lo stesso sul mio divano preferito.» Jimmy mi guarda in silenzio, non osa parlare. Io cerco di calmarmi, anche se, onestamente, sono piuttosto irritato. «Insomma, mi stai simpatico, sei la mia creatura e averti in casa è davvero un privilegio per me. Però non dimenticarti che io sono lo scrittore, e tu il personaggio. Quello che capita e non capita nella mia storia lo decido io. Non tu.»
  21. errelogiudice

    Claus

    Scheda: Titolo: Claus Autore: Andrea R Ciaravella Editore: CASTA EDITORE Genere: Fantasy Formato: cartaceo Prezzo: 13,50€ Data pubblicazione: Giugno 2018 Pagine: 404 Sinossi: Il viaggio di un uomo svela le sorti di un mondo che ha incontrato il proprio destino. Anno 28 F.C. il dominio dei Signori delle Città è all'apice, alla guida dell'umanità hanno scongiurato il rischio dell'estinzione e fondato il Regno protetto dall'ordine dei Runner. Claus e Free vivono nascosti ai margini della società quando un misterioso incarico li riporta in America. Forze oscure stanno muovendo le proprie pedine su una scacchiera ancora macchiata del sangue versato. Estratto: Theo si avvicinò e si inginocchiò leggendo la lettera, curioso domandò: «Proceduta 28?» «L’ultimo ordine durante la Closen War» rispose aguzzando gli occhi mentre fissava il cadavere. «Rilasciare sostanze nei viveri e nell’acqua delle truppe. Comunicare tutti gli spostamenti e i presidi.» Theo tornò in piedi sorpreso: «Durante la guerra sono stati emanati ordini simili?» «Sì. Ti ho già detto che il potere era la debolezza dell’uomo. Tutti loro» aggiunse con un tono di rabbia «sono le vittime. Chi non ha mai avuto il potere si è visto strappare tutto.» Theo osservò il cadavere, triste, notò un buco nel cranio, qualcuno gli aveva sparato. Guardò la valigetta, gli era stata attaccata una busta con un indirizzo. Claus intanto era seduto davanti al televisore e lo fissava immobile. Fee si avvicinò e lo scosse per il capo, sussultò come se fosse stato svegliato. «In teoria durante la procedura 28 avrebbero dovuto distruggere i collegamenti elettrici.» «Collegamenti elettrici?» domandò il ragazzo. «Isolamento radio, senza corrente.» Theo chiese sorpreso: «Vuoi dirmi che i vecchi collegamenti alle centrali sono ancora integri? Dopo tutti questi anni?» Fee trasalì: «Effettivamente molti collegamenti sono stati interrotti dalle città per isolare i campi.» Claus si voltò a guardarlo. «Così lontani dalla città è assurdo che ci sia ancora corrente, in un Relitto praticamente abbandonato» concluse Fee. Il buio piombò nella stanza, la tv si era spenta. Theo emise un urlo cadendo per terra, Fee si voltò e vide il viso del ragazzo terrorizzato, indicava verso la porta che era spalancata, l’uomo cercò di interrogarlo ma il ragazzo riuscì soltanto a balbettare frasi incomprensibili. Claus si alzò di scatto e uscì dalla stanza, prima che Fee riuscisse ad obbiettare sparì nell’ombra. Il ragazzo intanto era tornato in piedi, entrambi uscirono. Il corridoio era freddo e umido, la sensazione che Fee aveva solo percepito tramite Claus adesso era diventata fisica e tangibile, dalla loro bocca uscivano enormi nuvole di condensa. Cercarono Claus con lo sguardo ma non riuscirono a scorgerlo. Il ragazzo disse: «C’era una persona che ci stava fissando dalla porta.» Fee lo guardò sorpreso: «Un militare?» Theo scosse il capo e rispose: «No, era vestito come quel cadavere.» Link per l'acquisto: AMAZON Casta editore IBS
  22. Il Palombaro

    Cuore di Tufo — Giuseppe Chiodi

    Immagine di copertina: Titolo: Cuore di Tufo Autore: Giuseppe Chiodi Casa editrice: Dark Zone edizioni ISBN: 978-8899845360 Data di pubblicazione: 19 aprile 2018 Prezzo: 12,90 Cartacea; 2,99 Digitale Genere: Dark/Urban fantasy Pagine: 113 Quarta di copertina: Ossessione, superstizione e magia nera. È il vortice in cui sprofonda Pietro Cimmino, il proprietario di un negozio di antiquariato, nel tentativo di riprendersi sua moglie. La separazione l’ha fatto impazzire; l’incontro con Dafne, studentessa beneventana, gli riaccende la fiducia in sé stesso. Ma quella misteriosa ragazza scatena la gelosia della Bella ‘Mbriana, a cui l’uomo è devoto. E quando la piccola Sonia, figlia di Pietro, viene coinvolta dalle forze oscure scoperchiate dal padre, egli varca la linea che separa la realtà dall’immaginazione, la città dal sottosuolo, per salvare lei e sé stesso. Una fiaba dark fatta di riscatto e identità. C’è solo un avvertimento di cui tener conto: non fidatevi del monacello. Link al Cartaceo Link all'Ebook Link ad Amazon Link a Ibs
  23. Sissi77

    Delrai edizioni

    Nome: Delrai edizioni Generi trattati: romance, distopico, fantasy, erotico, retelling, steam-punk, thriller e giallo Modalità di invio dei manoscritti: http://www.delraiedizioni.com/invio-manoscritti Distribuzione: Sito: http://www.delraiedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/delraiedizioni/?fref=nf Conosciuti alla fiera del libro di Torino, molto gentili... Per invio manoscritti le modalità sono indicate sul loro sito internet. I tempi di attesa per la valutazione si aggirano attorno ai 3 mesi, così mi è stato detto a voce ed è scritto anche sul sito. Casa editrice free. Qualcuno ha avuto esperienze con questa loro?
  24. Federico Aviano

    Imlestar

    Ciao a tutti, Mi chiamo Federico Aviano, ho ventidue anni e ho creato da una settimana il mio blog personale, il cui indirizzo è https://imlestar.wordpress.com Il blog tratta di fantasy, fantascienza, romanzi storici e giochi da tavolo. Vi aspetto!
  25. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: alla voce "Invia manoscritti" del sito Distribuzione: non specificata Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Dovrebbero essere free, visto che le persone che gli hanno dato vita sono le stesse de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica) e personalmente non so dirvi quanto sia ancora in piedi il progetto precedente. Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
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