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  1. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  2. Commento Tema di mezzogiorno: Azzardo “Quando incontri un Demone, non cercare di affrontarlo. Pensa solo a fuggire” erano state le parole di Vecchio. Un consiglio saggio. Un consiglio per la sopravvivenza. Una regola che aveva seguito come se fosse una bibbia. Una regola che per la prima volta stava per trasgredire. Un azzardo fatale, probabilmente, ma c’era un limite a tutto. L'impressione d'essere seguito non era stata errata: chi era alle sue spalle si era mostrato. Guerriero non era rimasto sorpreso dalla sua natura. E nemmeno si era spaventato; solamente non riusciva a spiegarsi il motivo di tanta perseveranza. Ma una cosa era certa: era stanco di scappare, di avere paura. “È tempo di dire basta. È tempo di voltarsi a combattere. Probabilmente sarò ucciso, ma questa specie maledetta per una volta non avrà la soddisfazione di vedere qualcuno scappare al suo arrivo: guarderà invece negli occhi un uomo che non ha nessun timore di lei.” In fondo, buona parte del potere dei Demoni risiedeva nella paura che facevano provare. Se non si aveva paura di loro, la loro forza si ridimensionava, l'aura d'intoccabilità svaniva. “Forse non possono essere sconfitti, ma possono essere colpiti. Ed è mia intenzione farlo il più duramente possibile.” Dal riparo dell'androne buio osservò l'avanzata del Demone nel turbinio della polvere. “Continua a camminare sicuro di te, bastardo schifoso: è ora che anche tu soffra. I morti reclamano che tu sprofonda nella stessa merda che hai elargito. Potrai anche scatenare oceani di fuoco e far esplodere la terra, ma oggi prenderai tanti di quei colpi da pentirti di essere uscito dal buco da cui nascesti strisciando. Non ti scorderai facilmente di questo giorno.” Con mani ferme strinse l'impugnatura del cannone al plasma. Due colpi. L'arma era carica soltanto per due colpi. Peccato non averla al pieno delle sue possibilità: forse avrebbe potuto abbattere il Demone. Forse era stata creata proprio per quello scopo. Purtroppo la tecnologia di supporto a quel genere d'armamenti era andata perduta, rendendoli inutilizzabili. Per questo aveva tenuto quel cannone portatile da parte, da utilizzare solo in caso estremo. Portò l'occhio sul display, prendendo la mira mentre il Demone si avvicinava. “Uno, due, tre” contò i passi dell'avanzata. “Avanti, ancora un pochino.” Trattenne la frenesia, aspettando che entrasse nell'area di massima efficacia del colpo. “Ora.” Una saetta verde attraversò lo spazio in un lampo, centrando in pieno il bersaglio e sbalzandolo all'indietro. Il Demone si ritrovò seduto sul marciapiede, un'espressione stupita sul volto affilato. Il secondo colpo lo raggiunse senza farsi aspettare, schiantandolo contro il muro del palazzo e facendolo rotolare in mezzo alla strada. Non poteva cadere in posto migliore. Afferrando il telecomando, Guerriero sollevò la prima levetta a partire dall'alto. L'esplosione fece tremare gli edifici, uno scoppio che spaccò la strada in tante zolle di duro catrame. Un violento getto di sabbia schizzò verso l'alto come un geyser, ricadendo a terra in un denso velo nebbioso. Guerriero si spostò da dove si trovava, abbandonando il cannone e dirigendosi nella strada con il fucile a pompa spianato. Attraverso la fitta cortina polverosa vide una figura barcollare verso di lui. “Rialzati pure. So che non ti posso ammazzare, ma ti posso fare male.” Il Demone uscì dal cratere apertosi in mezzo alla strada, incespicando nelle pareti della buca che sdrucciolavano sotto i suoi piedi. Fu investito da colpi che lo centrarono in ogni punto vitale, squassando i muscoli e costringendolo a indietreggiare. Con un ringhio, scosse la testa, scacciando lo stordimento che l'esplosione aveva causato e gettandosi avanti con furia. Prevedendo la carica, Guerriero lasciò andare il fucile e si buttò verso il Demone, rotolando oltre di lui. Subito in piedi, sganciò la mitragliatrice assicurata alle spalle e premette il grilletto, scaricandogli il caricatore sulla schiena. Poi scattò sulla sinistra, pronto a mettere in atto l'ultima parte dell'attacco. Il manrovescio lo colse all'altezza dell'anca, facendolo piroettare su se stesso e stramazzare al suolo. Con una smorfia si costrinse a rialzarsi; dopo un attacco del genere non sperava di averlo ucciso, ma almeno rallentarlo sì. Invece eccolo lì già in piedi, senza averlo nemmeno scalfito. Strisciò sui detriti, pervaso da fitte brucianti all'anca, cercando di allontanarsi il più in fretta possibile. Sfregandosi gli occhi con un braccio, il Demone protese in avanti quello libero e l’afferrò per la cintola. Usando la mitragliatrice come clava, Guerriero lo centrò in pieno sulla tempia, facendogli schizzare la testa di lato. Il Demone lo sollevò da terra con un ringhio, portando i loro visi alla stessa altezza. Guerriero estrasse i coltelli che portava alla cinta, facendoli saettare verso le orbite lacrimanti del Demone. Con una torsione innaturale del collo l'essere evitò l'attacco, scagliandolo contro un muro. Stringendo i denti, con un braccio insensibile, Guerriero estrasse dalla tasca il telecomando. “Vediamo come te la cavi con questo, bastardo.” Tutte le levette furono abbassate. Pietre e muri saltarono in aria come fuscelli, scatenando un'ondata di devastazione che divelse la strada come se montagne stessero emergendo dalla crosta terrestre. In un fragore di tuono i palazzi implosero, vomitandosi sulla via in una slavina di cemento e acciaio. Coprendosi la bocca e il naso per non respirare la polvere, Guerriero si allontanò zoppicando lungo un vicolo laterale. Andò a sinistra dove l'intreccio di vicoli era più stretto e la presenza di sabbia quasi nulla. Attento a non pestarla per evitare di lasciare tracce, si lanciò in una serie di continue svolte, senza mai andare nella stessa direzione. Il crollo non avrebbe fermato a lungo il Demone, ma se fosse stato fortunato avrebbe avuto il tempo di allontanarsi e far perdere la sua pista. Spingendosi al di là del dolore, continuò a muoversi velocemente. Le esplosioni cominciarono in serie, una scarica improvvisa che fece tremare i palazzi, facendo piovere cascate di sabbia e detriti. Si bloccò come un animale in fuga, guardandosi alle spalle. “Non possono essere le cariche che ho piazzato: sono esplose tutte.” Riprese a correre con maggiore forza. “Merda, il Demone si è liberato più in fretta di quanto avessi previsto.” Le esplosioni non si placarono, ma aumentarono d'intensità, facendo tremare la terra e crepare i marciapiedi. “Vuole radere al suolo l'intera città pur di riuscire a trovarmi?” Calcinacci sempre più grossi presero a piovere dai palazzi che a ogni scossa andavano sgretolandosi. “Devo togliermi immediatamente da questi vicoli prima di venire schiacciato.” Sbucò in una piazza coperta di dune; il pericolo dei crolli era scongiurato, ma in quella maniera il Demone avrebbe potuto vederlo senza alcuna difficoltà. Spasmodicamente prese a girare lo sguardo tutt'attorno. Scappare per le strade era un suicidio. Rifugiarsi in un palazzo pure. Aspettare equivaleva a rassegnarsi a morire. Lo spostamento di un cumulo di sabbia vicino a un marciapiede gli mostrò la salvezza: il coperchio di un tombino. Senza esitazione lo spostò e s’infilò all'interno dell'apertura; scese la scala due pioli alla volta, atterrando sul duro pavimento del fondo. Accendendo la torcia tenuta in una delle tasche laterali, si guardò intorno, assicurandosi che le esplosioni non facessero crollare le pareti. Poi prese a muoversi lungo lo stretto cunicolo; il calore del deserto era arrivato fin sotto il terreno, prosciugando quello che doveva essere un canale di scarico ed essiccando muffe e alghe fino a saldarle alle pareti in un grottesco affresco. Un rombo soffuso lo raggiunse. “Non si vuole dare per vinto. Dovrò restare nascosto per qualche tempo, lasciando che in superficie le cose si calmino. E contemporaneamente trovare una via d'uscita che mi porti il più lontano possibile da qui.” Claudicante, avanzò nell’oscurità.
  3. dfense

    Edizioni Convalle

    Nome: Edizioni Convalle Generi trattati: Narrativa, poesia, letteratura per ragazzi. Modalità di invio dei manoscritti: http://www.edizioniconvalle.com/PBCPPlayer.asp?ID=1912462 Distribuzione: non specificato Sito: http://www.edizioniconvalle.com/ Facebook: https://www.facebook.com/solobelleopere/ Dal pagina Facebook: "Casa editrice non a pagamento (n.b. in maiuscolo). Nasce da un sogno, quello di una scrittrice che vuole fare l'editrice per lavorare insieme ai propri autori, per creare una realtà editoriale forte e motivata. Solo belle opere. Insieme!".
  4. Salve a tutti, ho deciso di aprire questo post perché potrebbe essere utile non solo a me, ma anche ad altri autori, specificatamente di fiabe e favole. Insomma agli autori di tutte quelle opere in cui l'aspetto visivo è fondamentale. Il mio deficit consiste nel non saper disegnare, tanto meno illustrare, quindi le mie fiabe potrebbero solamente essere pubblicate in antologie prive di illustrazioni, come è già successo. Alla luce di questo, chiedo se qualcuno conosca case editrici (ovviamente free) che abbiano anche illustratori loro. Voglio dire case editrici che, una volta aver accettato le fiabe, si occupino di tutto, anche di farle illustrare. Grazie della vostra cortese attenzione. Paola
  5. Sissi77

    Delrai edizioni

    Nome: Delrai edizioni Generi trattati: romance, distopico, fantasy, erotico, retelling, steam-punk, thriller e giallo Modalità di invio dei manoscritti: http://www.delraiedizioni.com/invio-manoscritti Distribuzione: Sito: http://www.delraiedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/delraiedizioni/?fref=nf Conosciuti alla fiera del libro di Torino, molto gentili... Per invio manoscritti le modalità sono indicate sul loro sito internet. I tempi di attesa per la valutazione si aggirano attorno ai 3 mesi, così mi è stato detto a voce ed è scritto anche sul sito. Casa editrice free. Qualcuno ha avuto esperienze con questa loro?
  6. Niccolò Gennari

    problema col ranking su amazon

    ciao a tutti Vi scrivo per avere un parere su un problema riguardante il ranking dei libri su amazon Ho da poco aperto un account venditore su amazon, per vendere e soprattutto rendere immediatamente disponibile la versione cartacea del mio romanzo pubblicato con ebs print (in sostanza autopubblicato). Il libro aveva già venduto almeno una copia, e quindi il ranking era divenuto visibile prima che il mio account diventasse operativo: nel giro di una settimana o poco più ho venduto 5 copie del mio romanzo tramite l'account, tuttavia il ranking non ha mai sortito modifiche, se non il solito lento retrocedere. Ho provato a chiedere spiegazioni ad amazon, ma mi è stato risposto che il loro algoritmo è riservato e che comunque tiene conto di ogni singola vendita. Qualcuno di voi ha esperienze simili alle mie? Sa per caso se le vendite da account venditore vengono calcolate nel ranking solo dopo tot giorni? Nel mio caso, la spedizione avviene con piego di libri standard, quindi non tracciabile, e l'accredito arriva dopo circa una settimana dall'ultima data utile per la spedizione presunta dal sistema. Sempre su amazon ho anche l'e-book di un altro libro, pubblicato negli stessi giorni, che ha venduto più o meno lo stesso numero di copie, e che è presente nelle stesse categorie, eppure risulta molto ma molto più in avanti in classifica!! Qui avete i link dei libri in questione.... *Editato dallo Staff*
  7. Ospite

    Dark Zone

    Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo Conosciuti al Salone di Torino: molto simpatici, motivati e disponbilili. Il catalogo esposto era prevalentemente fantasy, horror e thriller. La pagina FB è poco seguita ma il gruppo e vivacissimo, animato da loro stessi. Fanno contest, interviste agli scrittori emergenti eccetera. La prima impressione è ottima, il resto a voi
  8. Commento Capitolo 1 I Ponti delle Illusioni Capitolo 2: In marcia Marciavamo da diverse ore verso nord. La città di Prigua era ormai alle nostre spalle e il paesaggio era cambiato radicalmente: superati gli ultimi edifici bassi di mattoni tennè, infatti, si era presto fatta spazio la natura con il suo arcobaleno di colori. Attraversammo un lungo acrocoro costellato di trespigni giallastri e biancospini dai frutti purpurei. La fatica della marcia veniva mitigata dallo splendore di quella natura per me completamente sconosciuta. Tutto ciò che si trovava al di fuori della città rappresentava un mondo ignoto, del quale ignoravo l'esistenza. Prigua, capitale del Patriziato, con la sua caserma e i suoi bastioni, era il confine della mia conoscenza. Prima di arrivarci avevo vissuto a Nexua, città in cui probabilmente ero nato, ma di questa non ricordavo quasi nulla. Salimmo verso le montagne boschive. Gli occhi violacei e iniettati di sangue dei pagiori selvatici che spuntavano qua e là dalle fronde smeraldine ci fecero compagnia per buona parte del cammino in mezzo alla selva. Ne sentivo lo sguardo famelico sul corpo e questo mi provocava un brivido, nonostante fossi sicuro del fatto che non avrebbero mai provato ad aggredire un esercito unito, per quanto fossero creature aggressive e stupide. Un soldato dalle trecce lunghe a pochi passi da me esclamò con voce bassa, ma non tanto da non arrivare alle mie orecchie: «Quelle bestie mi fanno accapponare la pelle. Se solo una di loro prova ad avvicinarsi...» Non terminò la frase. Un verso agghiacciante risuonò nell'aria, qualcosa di indecifrabile, più acuto delle grida di cento ofenonti e al tempo stesso gutturale come un rigurgito. Proveniva da est, da un punto fitto del bosco non troppo distante da dove stavamo passando. Per effetto di quel suono, mille uomini arrestarono contemporaneamente il respiro e il passo. A chi ci avesse visto dall'alto saremmo sembrati un lungo millepiedi esitante ricoperto di ferraglia, un artropode gigante inchiodato al terreno per la paura di finire nel becco di una poiana che svolazza sulla sua testa. L'immobilità fu interrotta solo quando il comandante Drevon ordinò di ricominciare la marcia. Lo stesso soldato dalle trecce lunghe riprese a parlare, stavolta con voce più alta: «Cosa diamine era? Avete sentito?» La domanda restò senza risposta. Il rumore dei passi pesanti che riprendevano l'avanzata fu il solo suono a propagarsi nell'aria. «Qual è il tuo nome, straniero?» La voce era quella del soldato che marciava alla mia destra. Era alto e snello, un po' curvo su se stesso. Camminava e mi parlava a testa bassa. Per il fisico sproporzionato e il modo in cui ondeggiava mi diede l'impressione di un alberello sotto vento. Gli dissi il mio nome, poi riflettei un attimo e gli chiesi: «Come mai mi hai chiamato straniero? Non siamo tutti soldati dello stesso esercito e per questo fratelli?» Continuava a stare con il capo chino. Sembrò riflettere qualche istante prima di ribattere: «Due braccia che difendono lo stesso corpo non è detto siano uguali.» Osservai la corazza che indossava: i fregi sulle spalle e sugli avambracci erano quelli della Seconda Colonna. Le armi che portava erano un'ascia di vetro infrangibile dell'Alto Isterio infilata sotto la cinghia e una lunga zagaglia affiliata, un arsenale di tutto rispetto paragonato allo spado leggero che tenevo legato sulla schiena. «Se ti riferisci alle diverse Colonne cui apparteniamo...» Non mi lasciò concludere. Si voltò e mi mostro un ghigno. «Tu non sei come noi, come nessuno di noi, no, no, no.» «Cosa intendi?» Abbassò di nuovo il capo e non mi rivolse più la parola. Ogni tanto ripeteva «no, no, no», parlando più a sé stesso che non a me. Il soldato che avevo davanti si voltò e mi sorrise. «Non dargli retta, Boso è andato. Probabilmente il Demone Tuh gli ha mangiato il cervello.» disse. «No, no, no.» Annuii. «Non sarebbe il primo a finire così. Almeno speriamo che tiri fuori un po' della furia di Tuh contro il nemico.» Il soldato mi squadrò. Non percepii ostilità nel modo in cui mi osservava, piuttosto sembrava parecchio interessato a me. «Tu ci credi?» mi chiese. «A cosa?» «Ai Demoni e ai Tutori.» «Non lo so. Tu?» «Avevo un fratello che officiava alle celebrazioni di Ulto, ogni anno. Si chiamava Raxho. Era un brav'uomo, se esiste un luogo piacevole dove le anime buone vanno quando vengono strappate dai corpi, lui è lì, adesso.» «Cosa gli è successo?» Si limitò a dire «è morto» e io capii che non voleva aggiungere altro, così cambiai discorso. «Sai quanto manca a... ?» Non conclusi la domanda. Mi resi conto che l'unica cosa di cui avevo coscienza era che stavo andando incontro a una probabile morte in battaglia. Non sapevo di preciso né il luogo, né per mano di quale nemico. «La piana di Assiiab. Siamo diretti lì. Credo manchi poco, il Secondo Sole è già alto e il Terzo sta per spuntare da dietro i monti laggiù, questo vuol dire che stiamo marciando da abbastanza tempo.» Indicò con un dito un punto di fronte a noi. «Immagino che troveremo la piana non appena superata quell'altura.» Tomolas - quello era il nome del soldato - si rivelò un ottimo profeta. Giunti in cima alla collina, il comandante ordinò improvvisamente di arrestarci. Ci fermammo tutti insieme, come un orchestra di silonisti smette di soffiare al segnale della bacchetta che li dirige. La sensazione che provai quando smisi di marciare fu di avere i muscoli delle gambe ripieni di burro e acqua. Mi sgranchii le spalle e poggiai lo spado sul terreno per distribuire il peso del mio corpo su di esso. Da lassù, stanco e intorpidito, vedi il nemico schierato, gli scudi neri e le corna lunghe sui loro cimieri. Da lì, ne sentii il grido di guerra mentre risaliva verso di noi.
  9. AdStr

    Chi resta

    Chi resta Li chiamano i libratori. Sfidano le correnti d’aria che si intrecciano fra le cime, in bilico sulle nubi del Vuoto, del nulla che si perde sotto il cielo. Quella mattina ne sono arrivati cinquantasei. Di gruppi così corposi non ne transitano da quattro o cinque anni, da quando il Flusso ha iniziato a farsi incostante. Qualcuno li ha visti atterrare all’alba e ha sparso la voce per Pietracava. Ipnotizzato dalla regolarità delle tazze, Julien le asciuga più a lungo del dovuto, mentre la sua testa è presa da altro. Realizza solo in quel momento che i tre clienti all’ingresso saranno presto imitati da un seguito nutrito. A modo loro, i libratori hanno una sorta di puntualità: compaiono nei momenti meno opportuni. Julien rinuncia al piacere dell’incavo smussato e si affretta a preparare il bollitore del caffè. Le sagome gli sfilano davanti, cenni del capo e “salve” a mezza bocca, colori ingrigiti dallo sporco. Finché qualcosa non resta. Due macchie verde acqua, iridi che dal chiaro sfumano in una cornice più profonda. Julien capisce che quegli occhi sono aggrappati a lui, ma continua a concentrarsi sulle faccende da sbrigare. Si avvicinano. Non può fingere di ignorarli. «Sei tu!» Julien la osserva bene. Dodici o tredici anni, metà bambina e metà donna. «Beh, questa è una delle poche certezze che ho.» Lei lo squadra perplessa. Appoggia i gomiti sul bancone. «Ti ho sognato, sai?» Julien passa in rassegna i tavoli dove il gruppo di libratori si è spalmato. «Se vai al tuo posto, vi porto la colazione.» La ragazzina esita un momento, poi annuisce e si dirige a un tavolino per due di fronte al bancone, distante dai suoi. Lo guarda e aspetta. Travolti da stanchezza e pensieri, i libratori si scambiano poche parole e voce bassa. Julien distribuisce il caffè, il latte, biscotti e pane, il formaggio che rimane e del miele. Annuiscono per ringraziarlo, i più loquaci. Torna verso il bancone e serve l’ultima rimasta. La ragazzina non gli scolla di dosso i suoi occhi singolari. «Mi tieni compagnia?» «Ho già mangiato. E devo lavorare.» «Almeno siediti, dai.» È perplesso. In un sospiro, Julien accetta l’invito. Lei sembra avere molta fame. «Quindi mi hai sognato.» «Mhm. La notte scorsa» risponde con la bocca piena. «Anche se non ricordo il tuo nome.» «Di solito si tende a dimenticarli, i brutti sogni.» La ragazzina fa una smorfia strana, poi finisce il caffellatte. «Prima o poi mi riverrà.» «Il tuo, invece?» In quella pausa, lei lo scruta. La cornice intorno agli occhi verde acqua è un viso delicato e sporco, con capelli castani arruffati. «Karen» risponde poi. «Della Repubblica di Dansek?» chiede Julien. La ragazzina annuisce. «Bel posto. Ci sono stato.» Lei fa spallucce. Armeggia nel suo zaino malridotto ed estrae un cofanetto: tabacco e cartine. Una manciata di sigarette è già pronta. Julien la guarda con un sopracciglio alzato. «In teoria qui dentro non faccio fumare…» L’attenzione di Karen lo sfiora per un momento, mentre il fuoco del fiammifero inonda la punta della sigaretta. Gioca a fare la donna. Le prime nubi si diffondono sul tavolo. «Sai» dice Julien, «un tempo ero un libratore anch’io.» Lei prende un’altra boccata. «Il pub è tuo?» «Lo gestisco io, sì.» «È da tanto che sei qui?» «Un po’.» Dieci anni. Iniziano a essere più di un po’. «Come mio fratello. L’inverno scorso ha scelto di fermarsi. Però un giorno tornerà a volare, ha promesso.» Aveva promesso anche lui. «C’è qualcuno della tua famiglia con te, qui?» Karen scuote la testa. «Sei sola?» «Mamma non è mai partita. Papà invece…» Julien sa già cosa non riesce a dirgli. «Ha perso il Flusso.» In quell’esitare, lei torna una bambina. «La sua fede vacillava.» «Sì, immagino.» È ciò che dicono sempre quando un libratore perde la scia delle correnti e precipita nel Vuoto. Karen finisce la sigaretta, la fa cadere sul pavimento, la spegne sotto la suola dello stivale. «Non ti hanno insegnato a usare i posacenere?» Lei lo squadra, c’è perplessità. «Io sono libera. Noi siamo liberi.» Julien conosce quel tipo di libertà. Ancora una volta non aggiunge altro. Dopo aver riposto tutto nello zaino, la ragazzina gli fa cenno di seguirla fuori. Julien è restio ad assecondarla. Non capisce perché dovrebbe farlo. «Dai, seguimi!» Ma quegli occhi non accettano di essere contraddetti. L’aria è densa e opaca di nubi. Il Vuoto sta inondando le cime del suo grigio. Julien posa lo sguardo sull’agglomerato di abitazioni di Pietracava. Una colonia modesta sorta su una delle vette più modeste. Eppure lì, poggiati i piedi sul terreno, Julien si è sentito subito a casa. Un sentimento detestato dai libratori. Karen saltella davanti a lui. I suoi compagni sono ancora al pub, a bere e fumare oppio. Raggiungono la radura sul Bordo, dove sono sparsi i pochi possedimenti dei libratori atterrati quella mattina. La ragazzina raggiunge il suo equipaggiamento. «Sono le tue ali?» Lei annuisce. «Devo aggiustare due cose. Però sono belle robuste.» «Sono ali da adulto.» «Erano di mio fratello.» Fa una pausa. «E ormai sono grande anch’io, cosa credi.» Julien si avvicina alle ali per analizzarle. L’intelaiatura è in lega di titanio, leggera e resistente, comune nei modelli nuovi; le stoffe del telo pullulano di cuciture e toppe, e presto andranno sostituite. Forse in origine erano rosse. «Hai rimosso il paravento» nota. «Mi piace sentire l’aria in faccia. Percepisco meglio il Flusso» risponde lei tra ago, filo e sigaretta. Julien passa le mani sul telaio e ne valuta la tenuta. «Un bel mezzo.» Karen gli sorride. «Un libratore non perde mai il suo occhio, eh?» «Mah, non saprei.» «È così. Una volta che capisci il Flusso, la tua mente resta lì. Resta sul desiderio di arrivare alla Sorgente.» «Karen, per tredici anni ho inseguito le correnti e nutrito il sogno di vedere la Sorgente. Tredici anni ad assecondare i capricci del vento, spostamenti continui, persone viste un giorno e poi lasciate nei ricordi. Persone di cui è rimasto un segno.» Julien sospira. «Non tutti sono in grado di finire i propri giorni così.» «Però non sei mai caduto. Questo vuol dire che non hai perso la fede.» «La fede…» Lei smette di cucire. «Ed è meglio buttare via la libertà per restare in un posto così? Solo perché a volte è dura?» Julien assapora la domanda. «Non sono tanto sicuro del concetto di libertà di cui parli. Non più.» «Perché? Soltanto noi siamo davvero liberi. Non abbiamo radici, non abbiamo legami, niente stronzate come regole e orari. Facciamo quello che vogliamo sulla base di ciò che ci suggerisce il Flusso.» «Sei sicura che siano parole tue?» domanda Julien con un mezzo sorriso. Vede troppa fretta in lei. La fretta di chi non si ferma mai. «Mi tratti come una bambina. Come nel sogno.» Perché sei una bambina. Julien tiene la replica per sé. «Comunque io sto benissimo così. E raggiungerò la Sorgente.» «Hai mai incontrato qualcuno che l’ha raggiunta?» Lei attende un momento, prima di scuotere la testa. «Appunto. Neanch’io.» «Questo non c’entra niente» risponde lei più accesa. «La Sorgente esiste! Sennò perché il Flusso, eh? Perché dovrebbe spingerci e guidarci?» «Non lo so, Karen» ammette Julien. «Mi piacerebbe poterti rispondere.» Lei torna a fissarlo. «Forse capisco perché ti sei fermato.» Non si scambiano nulla per un breve lasso di tempo. Né parole né sguardi. «Si fermano in tanti, qui?» riprende Karen, ora pacata. «No. Non tanti.» Ancora silenzio. Julien indica l’ingresso del pub sfumato nella foschia. «I fiori all’ingresso. Li hai visti, no? Ne pianto uno per ogni persona da cui mi sono dovuto separare, quando ero un libratore. Di alcuni non ricordo neppure il nome. Ma il gusto dell’incontro, di una parola o di un cenno… sì, lo conserverò sempre.» «E se lo conservi, allora perché fermarsi. I ricordi li porti con te.» Julien esibisce un accenno di sorriso. Nulla di più. Karen si alza in piedi e si accende una sigaretta. «A me fanno pena quelli che si fermano e non ripartono.» «Pena, addirittura…» «Sì, pena. E anche un po’ schifo. Perché sprecano la libertà.» La finta donna presenta qualche crepa. La bambina reclama il suo posto. «Cioè… almeno credo.» Qualche decina di metri più in là un altro del gruppo di libratori è tornato a occuparsi dell’equipaggiamento. Canticchia una canzone che non si riesce a riconoscere, da quella distanza. «Li fai spesso, questi sogni?» domanda Julien. «A volte.» Karen guarda qualcosa all’orizzonte. «Sono sempre persone che si sono fermate.» Curioso. Julien non sa se crederle. «Cosa pensi che sia?» Lei allarga le braccia. «Sono sicura che se seguo il Flusso lo scoprirò. Una delle risposte che solo la fede può darmi. Magari quando raggiungerò la Sorgente.» Julien si chiede quando quegli ultimi brandelli di infanzia saranno lavati via da lei. Non vuole essere lui a farlo, e tace. «Tu quando riparti?» Julien non risponde ancora. Fissa il cielo che si apre. Lei capisce, lo si vede nei suoi occhi. Sorride, un sorriso a metà. «Mi dai una mano, almeno?» Karen agita una chiave inglese e indica le ali. Julien acconsente. Stringe il bullone, e per sicurezza anche gli altri. Percepisce il verde acqua su di lui, dietro. «Ecco qua» dice mentre si rialza. «Il tessuto è quasi andato. Ti consiglio di cambiarlo al più presto… non è solo la fede che ti tiene su.» Lei annuisce sicura. Il vento le muove i capelli sudici. «Dai, ora torno dentro.» «Poi passo a trovarti… Ah, il nome…» Karen blocca qualsiasi suggerimento. «Non dirmelo! Lo sapevo, mi verrà in mente.» Julien ride e scuote la testa. «Non ridere! Ti giuro. Mi riverrà.» Sulla scia di quella leggerezza inattesa, Julien muove i suoi passi verso il pub. Spera che perlomeno qualcuno di loro paghi. Un tempo i libratori cercavano di guadagnare qualche soldo con lavoretti occasionali, ma è un’usanza onorata sempre di meno. La notte ha rinvigorito le correnti. Rapidi come sono comparsi, i libratori hanno ripreso a sfidare il Vuoto. Julien, a debita distanza, osserva gli ultimi prendere la ricorsa e staccare i piedi dalla roccia. Karen non è tornata a salutarlo. Ci si rivede in lei. Anche se solo in parte. Il destino di chi resta è guardare la schiena di chi passa. Può darsi che davvero facciano pena, quelli come lui. Ma Julien ricorda bene tutte le volte in cui lui stesso è stato accolto dagli abitanti di una cima, nel toccare una nuova tappa. Era tutta gente rimasta. Il vento e il buio inghiottono gli ultimi contorni dei libratori. Pensa a qualcosa di adatto a lei. Forse l’ortensia.
  10. Sfruttando un utile suggerimento di una CE, posto l'introduzione del romanzo che ho inviato qui; la numerazione dei capitoli ha un suo perché ma è discutibile, così come il titolo. Commento: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/37799-questa-versione-del-mondo/ Capitolo 0a Il sole si avvicina lentamente alla linea di orizzonte, velato da una leggera foschia. Caldo torrido, nemmeno gli uccelli hanno più tanta voglia di cantare, anche loro attendono le temperature più gradevoli dell’abbraccio notturno. L’ambiente stesso sembra tirare il fiato in vista della notte che si para dinanzi a lui. Tre ragazzi sembrano avere ancora energie da vendere. Corrono a perdifiato, allontanandosi sempre più dal proprio villaggio. Corrono per sfuggire alla notte. Corrono perché la vita è breve; seguire ogni attimo, allontanandosi da un futuro incerto. Corrono perché quella sarebbe stata la loro ultima avventura prima di diventare adulti. Nei villaggi della comunità di Arcadia, ogni quattro anni si celebra una cerimonia solenne nella quale lo stregone e il saggio decidono della vita dei ragazzi tra i ventuno e i ventiquattro anni. Una tradizione che si perde nei meandri del tempo, preceduta dalla consueta "avventura della sera precedente", nella quale i prescelti per età sono soliti cacciarsi in qualche guaio o compiere qualche strana impresa. Generalmente si ripresentano il giorno dopo, al seguito di una notte all’aperto, sotto le stelle vantandosi di essersi trovati faccia a faccia con chissà quale pericolo. In molti scelgono le selve tra le colline a nord, perdendosi nella fitta boscaglia prima di tornare al proprio villaggio. Loro tre, invece, corrono a perdifiato verso est, seguendo essi stessi il sole in quell’immaginaria avventura prima di diventare adulti. La prima ragazza si ferma, esausta, richiamando alla disperata gli altri due. «Ci siamo allontanati troppo!», urla, piegandosi sulle proprie ginocchia per prendere fiato. «Siamo quasi arrivati al "confine della terra", dobbiamo per forza fermarci». Non si tratta di un modo di dire a effetto. A circa due chilometri dal villaggio dei tre ragazzi, si trova una lunga faglia stritolata dalla natura, con delle rapide di cui non si vede il fondo. La vegetazione fitta e la conformazione pressoché verticale ne fanno luogo di strane leggende e maledizioni, oltre che incommensurabili poteri magici. In pochi hanno provato a esplorarla, ma nessuno è mai riuscito in quell’impresa. Terra di racconti, follie e spiriti. Una zona da evitare, nemmeno nelle avventure rituali. «Hai paura?» L’altra ragazza, più spigliata, freme nell’assaporare qualcosa di diverso. Il gusto dell’esplorazione, unito alla difficoltà dell’avventura. Il suo tono di voce è vivace e allegro, così come il suo carattere determinato, proprio come la sua voglia di esplorare e vivere. «Stiamo calmi», l’unico ragazzo del gruppo riprende fiato, cercando di riportare la calma. «Siamo molto lontani e in una zona pericolosa». Indica il dirupo a poca distanza da loro. «Qui non si tratta di provare il pericolo, ma di mettersi in pericolo. Non possiamo correre un rischio simile». «Parla per te che sei già stanco!» «Non si tratta di stanchezza, Zarah, non voglio che ti succeda qualcosa...» Parla a bassa voce, voltandosi altrove per non mostrare un pallido rossore nel pronunciare quelle parole. La ragazza sembra non accorgersi di nulla e si gira a osservare quell’ostacolo naturale in tutta la propria maestosità. Nel suo sguardo arde la fiamma del pericolo. I suoi occhi castani scintillano alla luce riflessa del sole morente, mentre i lunghi capelli neri al vento sembrano risplendere come una sfera di ossidiana. Di fronte a loro si staglia la zona più temuta delle terre di Arcadia. Una lunga faglia, sconfinata, in cui alberi secolari e cespugli si aggrovigliano in una specie di abbraccio mortale naturale che sembra non lasciare scampo a chiunque osi addentrarsi al suo interno. Immense dita di fitta vegetazione coprono la conformazione naturale del terreno in quella che sembra essere una trappola mortale dalle tonalità vagamente verdastre. Si ode il rumore lontano delle acque che saltano nel vuoto delle rapide. Viene chiamata il "confine della terra" per via dell’impossibilità di andare oltre. «Io mi fermo qui e passo una notte all’aperto». Sele, la prima delle due vuole apparire codarda, sentendosi di troppo in quel triangolo. Zarah no. Lei si sente impavida e scruta con l’abbraccio degli occhi quel paesaggio misterioso e magico; quella è la sera dell’avventura e sa di essere in grado di fare qualsiasi cosa. Il pallore del suo viso lascia il posto a disegni rossastri della luce del sole morente mentre lei sembra una specie di ninfa dei boschi, esile, delicata ma leggiadra, pronta ad imprese eroiche. «Andiamo, Royn?», guarda il ragazzo con aria di sfida. «Anche tu hai paura?» «Certo che sì, ma non ti lascio andare da sola». Un breve saluto. L’altra resta in quel punto, osservando i due che se ne vanno, quasi mano nella mano. Hanno smesso di correre, quella è la loro meta; diretti verso quell’orizzonte dove l’astro luminoso sta per sparire lasciando le terre di Arcadia nelle mani dell’oscurità. Lui appare timido e piuttosto provato da quella chiamata di coraggio; nell’idea dell’avventura non si sente invincibile come Zarah, ma è con lei e questo può bastargli. Le afferra con discreta titubanza la mano, cercando di non separarsi in quel cammino impervio e irto di pericoli. «Confessa, Royn», parla a bassa voce, rallentando il proprio passo. «Hai paura». «Sì», inutile mentire. «Anch’io...» «Allora perché lo facciamo?» «Non so come spiegartelo», la sua voce è delicata e imprecisa. «Si tratta di una di quelle cose che sento di dover fare. Davvero, puoi dirmi che sono stupida o che mi sto cacciando in un guaio da cui non saprei come tirarmi fuori. Oggi, però, il mio istinto mi dice che è questa la strada da seguire e che devo inebriarmi di conoscenza e avventura». «Non sei stupida, assolutamente». «Grazie, Royn». «Andiamo, Zarah, ormai la fine del mondo è di fronte a noi». «Sento che lo attraverseremo insieme». Lei scruta ancora quell'orizzonte mentre l'altro si volta per non mostrare imbarazzo a un ipotetico sguardo della ragazza che, però, non arriva. Pochi passi. L’uno di fianco all’altro, tenendosi per mano. La vegetazione cresce fino a ricoprirli in quello che sanno essere un abbraccio mortale in caso di distrazione. Pochi riflessi rossastri del sole ormai sull’orlo dell’orizzonte giungono attraverso fogliame e liane che si intensificano ad ogni passo come in un mondo parallelo che non vuole farli entrare. I secondi trascorrono molto lentamente. Il terreno sotto i loro sandali sembra mancare, diventare impervio e sparire di colpo lasciandoli cadere nel vuoto. Ma non è così, la suggestione lascia presto lo spazio a quella che sembra essere parte della loro grande scoperta. La vegetazione si dirada improvvisamente, mostrandoli quasi esattamente sul ciglio della falda, mentre di fronte a loro il sole è ormai tramontato. Aggrappati a qualche sparuto ramo, fissano il proprio sguardo in quello che è lo scenario più terribile e mozzafiato che occhio umano possa vedere. In lontananza scorgono macchie verdastre, ricoperte da deboli nubi che si colorano con riflessi rossastri verso il tramonto. Loro sono in piedi sul ciglio di un’enorme montagna quasi a picco sul nulla, mentre proprio al di sotto dei loro piedi scorgono queste stesse nubi che avvolgono nel mistero quanto possa esserci effettivamente sotto di loro. Cresce il crepitio dell’acqua mentre nella loro anima si fa largo l’idea di essere giunti in un’altra dimensione. Sono sollevati rispetto a un mondo completamente diverso che può nascondere letteralmente qualsiasi cosa. Storie di magie, creature mistiche o altri popoli sconosciuti narrate da chi ha provato ad avventurarsi si fanno largo dentro di loro.
  11. M.T.

    [MI 113] Il vero volto delle persone

    Commento Traccia di mezzogiorno: SE IO FOSSI IL GIUDICE... La cacofonia raggiunse Sanjuro sul tetto del palazzo. Un ronzio fastidioso come uno sciame di calabroni. E ugualmente carico di minaccia. Tutto quello che vedeva bastava per fargli prendere una decisione? Mark Destin avrebbe detto che non c’era bisogno di tentennamenti, perché farlo significava arrivare troppo tardi. Ma lui continuava a cercare altre soluzioni. Mark lo avrebbe redarguito con quei suoi modi privi di emozioni. “La tua mente si sta chiudendo di fronte all’orrore della scelta, ma il tempo della comprensione è finito.” Lui però non c’era più; adesso era solo, con guida le ultime parole lasciate in eredità dall’altro.“Ti convincerai quando vedrai il vero volto delle persone.” Le urla gli fecero abbassare lo sguardo.Osservò la fiumana di gente che si riversava verso il centro della città: una massa impazzita vestita di nero, risoluta nella sua frenetica possessione. «Giustizia!» «Libertà!» Urlava il lato destro del corteo. «Condanna per i nemici!» «La sua innocenza deve essere riconosciuta!» Strepitava il lato sinistro. «Fate sentire la vostra voce! Fatevi ascoltare!» Li incitò il capo corteo con il megafono. «Il popolo lo vuole!» «Il popolo lo vuole!» ruggì il corteo. Senza più la forza dei soldi, il potere era divenuto quello delle masse: chi aveva il loro consenso dominava, imponendo la sua legge. Era stato normale che fossero i politici a far la parte dei leoni, visti gli appoggi che erano arrivati ad accumulare negli anni. In nazioni dominate dal caos era inevitabile che chi fosse abile con le parole s’innalzasse sopra gli altri. Con gente disperata, che non aveva più lavoro e mezzi con cui sostenersi, era stato facile ottenere consensi facendo leva sul ritorno dell’agiatezza passata. Alla massa non importava che chi li guidava fosse stato condannato per crimini d’ogni sorta contro l’umanità: avrebbe accettato qualunque cosa pur di rimanere negli schemi del conosciuto. “È questo il vero volto degli uomini?” Il corteo si espanse come una piovra che allungava i tentacoli. La folla entrò nei palazzi, tornando indietro con i suoi residenti: fatti avanzare a calci e schiaffi davanti al corteo, furono coperti di sputi e insulti. I volti di quegli uomini erano maschere di violenza e rabbia; le parole che usavano una bestemmia al loro vero significato. Imponevano la legge dei numeri, che con la forza sopprimeva la volontà e uccideva la libertà. Per paura, le vittime si unirono a loro. Ogni compassione per esse svanì. Ancora però non riusciva a decidersi. Perché farlo avrebbe significato perdere la propria anima. E se non poteva salvare quelle persone, almeno poteva salvare se stesso. Le urla di protesta e di dolore si trasformarono in urla d’orrore. Si erano formate delle sacche di resistenza al rastrellamento. Squadroni si erano staccati dal corteo prendendo d’assalto i palazzi. Poi coloro che si erano ribellati furono portati in strada, trascinati perché incapaci di camminare. Uomini, donne, bambini: non avevano fatto distinzione nello spaccare le gambe. «Loro rifiutano l’innocenza del nostro leader: credono a chi l’ha giudicato colpevole di truffa, sfruttamento della prostituzione, corruzione!» Tuonò l’uomo con il megafono.«Ritengono che sia la causa della rovina del nostro paese, che abbia pensato solo al suo interesse, promulgando leggi a proprio favore!» La folla protestò inferocita. «L’offesa merita il castigo!» Sanjuro vide le teste degli uomini fatte appoggiare sul marciapiede e colpite con mazze di ferro fino a quando il cervello non schizzò fuori. Le donne furono prese e crocefisse lungo le ringhiere dei giardini, i loro ventri squarciati, mentre con gli ultimi scampoli di vita vedevano i bambini venire sgozzati come maiali strillanti. «Gli abbiamo dato una possibilità!» Tuonò l’uomo con il megafono. «Non l’hanno colta! Andate e uccidete chiunque non è di noi! Perché chi non è con noi, è contro di noi!» La folla sciamò tra le vie come scorpioni, cacciando, stanando. Le scene di mattanza si ripeterono centinaia di volte. “E io non sto facendo nulla per fermarli. Ho la forza per impedirlo e me ne sto a guardare.” “Avresti dovuto ucciderlo quando ne avevi l’occasione.” L’eco della voce di Mark diede corpo al senso di colpa d’aver avuto pietà di chi pietà non meritava. “Se l’avessi ammazzato, nulla di ciò sarebbe successo.” La barriera che finora aveva bloccato la sua decisione prese a sgretolarsi. “Tutto questo sta accadendo a causa di un misero uomo e di chi non ha avuto il coraggio di fare quello che andava fatto.” Ma anche se aveva il Potere, non poteva salvare tutti: erano troppi i massacri. Doveva scegliere dove intervenire, ma come poteva decidere chi era più meritevole d’essere salvato? Allibito, osservava teste infilate sopra pali, neonati presi per le gambe e sbattuti contro i muri, uomini cui venivano amputati gli arti e fatti sventolare come trofei. Un urlo acuto sotto di lui lo riscosse. Una donna con un bambino in braccio correva disperata tenendone un’altra per mano. La folla li inseguiva scagliando pietre. Una centrò la donna alla spalla, facendola barcollare e inciampare, fino a che non rovinò al suolo trascinando con sé la piccola. La folla le fu subito addosso. La bambina fu sollevata in piedi, la testa strattonata all’indietro. Un coltello si levò nell’aria. Sanjuro si lasciò cadere dal tetto del palazzo, sfondando con un pugno la testa della donna che impugnava l’arma. La folla gli si lanciò contro. Sprigionò il Potere, riducendo gli assalitori a una nebbiolina rossa. Si voltò verso la donna. «Puoi camminare?» Tremante, lei assentì. «Seguitemi.» Scelse vicoli stretti, ma anche lì i tentacoli della folla li raggiunsero. E con meticolosa freddezza vennero tranciati. Superato l’angolo di un quartiere, la pianura si stagliò davanti a loro. «Dirigetevi verso le montagne.» La donna gli strinse la mano. «Tu non vieni?» domandò con apprensione. «Altri sono da salvare.» A malincuore lei lo lasciò. «Grazie.» «Grazie» ripeté la bambina mentre si allontanavano. Stava per tornare in città quando udì lo strillo della bambina. Si voltò, vedendo due uomini vestiti di nero saltarle addosso e pugnalarla alla schiena. Pochi metri più in là altri tre stavano finendo la madre e il fratello allo stesso modo. “Ero sicuro che fossero al sicuro…”sentì un’altra parte di sé sgretolarsi. “Avrei dovuto controllare che non ci fossero di quei folli qua fuori…” I cinque corsero verso di lui con le lame insanguinate. Furono ridotti in una nebbiolina rossa. La periferia della città ora era silenziosa. I vicoli erano bagnati e resi scivolosi dal sangue, i corpi delle vittime abbandonati come rifiuti. Nelle vie principali c’erano file di teste impalate e crocefissioni. Le superò tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, puntando al palazzo più alto della città e salendo sulla sua cima, dove troneggiava un’insegna di cui restavano solo le cifre VIII. Non c’era più nessuno scontro. La gente faceva bivacchi negli incroci, scherzando rilassata, come se non fosse successo nulla. “Adesso ho visto il vero volto delle persone.” Scese dal palazzo e si allontanò dalla periferia, raggiungendo la donna e i suoi figli per seppellirli. Lanciò un ultimo sguardo ai tre cumuli prima di voltarsi verso la città. “Uguale a Sodoma e a Gomorra: non c’è più un solo giusto in questo luogo.” Levò la mano destra al cielo, sentendo i muscoli del volto tendersi mentre serrava la mascella. Le nubi nere del cielo furono percorse da scie luminose. “Che io sia maledetto per non essere riuscito a impedire tutto ciò.” La coltre plumbea si aprì in un gigantesco vortice, squarciata da una luce sfolgorante che si allargava sempre più. “E per non aver avuto prima il coraggio di fare quello che andava fatto.” La mano si abbassò e la gigantesca lama bianca si abbatté sulla città. Quando la Spada dell’Apocalisse ebbe purificato tutto, lasciando solamente blocchi di sale, si mise in cammino verso la città successiva. “Ti troverò figlio di puttana, dovessi ridurre tutto a un mucchio di sale.”
  12. Salve a tutti. Ho scovato nei meandri della Rete questo (bellissimo, a parer mio) articolo del grandissimo Danilo Arona. Nell'articolo il Sommo ci pone questa domanda: "Ma se oggi Ray Bradbury, scrittore “dichiarato” di letteratura fantastica, vivesse in Italia, magari a Lumezzane in provincia di Brescia, e si chiamasse Giacinto Gasparotto, e avesse la bella idea di presentarsi con Il Veldt, Gioco d’ottobre o Il popolo dell’autunno a quell’editoria che impazza nel copioso e larghissimo banco delle novità di cui sopra?" Lui si da anche una risposta (la trovate qui, alla fine dell'articolo). Ma io, che sono un Tomte dispettoso, voglio conoscere anche le vostre, di risposte. Quindi, che ne pensate? La situazione del fantastico in Italia è ovunque questa, o ci sono librerie di nicchia in cui gli emergenti si trovano? E soprattutto, come sono destinate a cambiare le cose secondo voi? O ancora meglio: che cosa possiamo fare noi affinché cambino?
  13. Commento Capitolo 1 Capitolo 2 I Ponti delle Illusioni Capitolo 3: Attacco È un fatto molto comune immaginare i momenti che precedono una battaglia come se appartenessero a una natura particolare, per forza di cose diversi da tutti gli altri. Si pensa che in quegli istanti l'aria sia più pesante e densa e dia corpo a un velo pieno della misteriosa potenza dell'attesa la quale avvolge i guerrieri. Il tempo, secondo questa idea comune, sarebbe solito rallentarsi fino quasi a fermarsi, per consentire così a ogni gesto o movimento di riempirsi di orgoglio mistico. In quei momenti, sul campo di battaglia si dovrebbe percepire il rumore che emette il seme della morte nel germinare, innaffiato dalla bramosia di sangue e di gloria dei due eserciti schierati uno di fronte all'altro, desiderosi di contatto come due amanti. I soldati dovrebbero essere come statue di creoza d'ambra, muti e tesi all'orizzonte, colossi fieri e impavidi nelle loro armature fregiate e ordinati in file perfette come piantagioni di tataveri. Tra di essi, il silenzio a serpeggiare ammaliante senza ostacolo, unico e solo collante invisibile tra i corpi. Il silenzio che regna prima di un combattimento non sarebbe frutto del caso ma avrebbe un ruolo tutto suo, quello di riempire di gioia il cuore di chi si appresta a morire e permettere al sopravvissuto che ne racconterà il sacrificio di fissarne il ricordo nella propria memoria. Negli attimi che precedettero la battaglia di Assiiab capii però che nulla di tutto ciò è verità, e che la realtà è molto meno affascinante. Non ci fu alcun rallentamento, nessuna attesa gonfia di epico silenzio. Fu tutto più veloce del previsto e decisamente poco poetico. L'ordine e la disciplina non apparteneva all'esercito, la quiete nemmeno. Nei pochissimi minuti in cui restammo inoperosi ognuno aveva qualcosa da dire e bestemmie da pronunciare. Il soldato che avevo di fianco cominciò a sputacchiare, e come lui altri. Il comandante Drevon fece un cenno a un sottufficiale e lo inviò subito verso lo schieramento nemico, dal quale si staccò a sua volta un soldato. I due emissari si incontrarono a metà strada, probabilmente per accantonare in modo rapido la possibilità di un armistizio che nessuno dei due schieramenti voleva davvero. La fiera di guerra era ormai già con la bava alla bocca. Io osservavo la coppia di ambasciatori con scarso interesse. Dopo la lunga marcia il mio solo desiderio era un giaciglio, anche se mi sarei accontentato di stendermi pochi minuti persino sul terreno per riposare i muscoli e prepararli al combattimento. Come me, i miei compagni erano esausti. Sui loro volti i segni della fatica erano evidenti: il sudore grondava dalle fronti sudice e molti occhi stentavano a restare schiusi. Sentii qualcuno lamentare fame o sete. Altri inveire indistintamente verso il nemico come nei confronti dei propri superiori che li avevano condotti fin lì contro la propria volontà. Non mancarono improveri contro il Patrizio in persona. Udii altri soldati ancora pregare Muares o invocare i Tutori o ricercare la furia di Golon o Tuh dentro di sé. Uno grosso davanti a me gridò qualche parola che non riuscii a cogliere a Tomolas. Mi colpì il tono di quella voce, graffiata e bruciacchiata come la pelle sulle braccia del soldato. Poco più a destra vidi Siv, in silenzio. Era volto all'indietro; anche lui guardava me. Anzi, mi fissava. A breve distanza c'era Boso, che per effetto della stanchezza era ancora più simile a un alberello ricurvo. Mormorava qualcosa tra sé e sé mentre teneva gli occhi socchiusi ma non riuscii a capire nulla. Le diverse voci si mischiavano come carte sul tavolo, le parole pronunciate da uno si stropicciavano e stracciavano per poi attaccarsi a quelle di un altro in una danza di frasi incomprensibili. «...ledetti!» «...otessi avere un boccale fred...» «Sono trop...» «...mang...» «...il Patriz...» «...zziamoli tutti!» Io restavo zitto e ascoltavo. Pensai che in un luogo simile, su un campo di battaglia dove il destino di ciascuno è legato a quelli degli altri, nulla appartiene più a nessuno e allora nemmeno le parole. Infine arrivò quella che ammutoliva le altre: attacco. Provenne improvvisa, sputata fuori dalla bocca del comandante Drevon. Nemmeno mi ero accorto del ritorno del sottufficiale tra le fila e così l'ordine mi colse impreparato. Un soldato mi tirò per il braccio e mi gridò in faccia: «Non hai sentito quello che ha ordinato il guerente? La Prima colonna in avanguardia, che aspetti? Andiamo!» Aveva gli occhi più freddi che avessi mai visto. L'esercito ruggì. Fui spinto da tonnellate di muscoli e metallo giù verso il nemico che nel frattempo macinava la poca terra rimasta a separarci. Per poco non fui calpestato dai miei stessi commilitoni. I loro corpi che mi comprimevano da ogni lato evitarono che cadessi. L'odore di sudore e aliti mi bruciò le narici. Gli occhi mi lacrimarono per qualche secondo come se avessi inalato fumenti di atracie bollenti. Correvo. Seguivo istintivamente il soldato dagli occhi glaciali. Lo spado saldo in un pugno e il tremore nell'altra mano. Il cuore impazzito. Più ci avvicinavamo al nemico e più avvertivo nelle orecchie il pulsare del sangue che pompava dentro di me al ritmo di un bolo tribale. Un martello nel petto. Un muro di armature nere e lame assassine lanciato verso di noi. Un nemico di cui non sapevo nulla. Un temporale di strali aguzzi sopra le nostre teste. Scudi sollevati a proteggerle. Grida di furore e di paura. Di morte. Poi l'impatto, terrificante. Fummo un pugno che si spaccò su quel muro e che vi aprì mille crepe. Le due orde si mischiarono in un attimo e la battaglia si incendiò. Io continuavo a stare attaccato al soldato dagli occhi di ghiaccio, quasi come se potesse essermi da guida in quella tormenta di ossa fracassate e teste che si piegavano in modo innaturale, scudo in avanti e occhi su di lui, fino a quando un guerriero nemico mi colpì al fianco e lo persi di vista. Il dolore fu atroce. Mi chinai e per fortuna vidi una ferita lieve, una striscia di sangue non troppo profonda. Il soldato mi attaccò di nuovo. Il mio braccio sinistro scattò felino a parare il colpo, che si infranse sullo scudo. L'altro fu una saetta: il mio spado penetrò nel petto del nemico con una violenza incredibile fino alla guardia, per uscirne completamente ricoperto di sangue e materia organica. Le pupille del guerriero si dilatarono a dismisura. Il capo si piegò all'indietro e il corpo lo seguì crollando a terra in una posizione inconsueta persino per la morte. Era il primo uomo che ammazzavo. Non provai alcun dispiacere.
  14. Estelwen

    Hope Edizioni

    Nome: Hope Edizioni Generi trattati: La Hope Edizioni è aperta a ogni genere di romanzo, dal rosa con tutte le sue sfumature (erotico, dark romance, bdsm, storico) alla fantascienza, passando per New Adult, Young Adult e thriller e finendo con il fantasy (epico, contemporaneo, ma anche paranormal e urban) e gli M/M. Al momento NON si accettano saggi o poesie né altri tipologie di testi non presenti nella precedente lista. Modalità di invio dei manoscritti: tramite questo form: http://www.hopeedizioni.it/invio-manoscritti-editore.html o via mail all'indirizzo pubblicazioni@hopeedizioni.it Distribuzione: Non specificato Sito: http://www.hopeedizioni.it/index.html Facebook: https://www.facebook.com/HopeEdizioni/
  15. Immagine di copertina: Titolo: Iridiama, un'avventura di Gundar Ardibrace Autore: Stefano Girola Casa editrice: Aporema Edizioni ISBN: 978-88-942182-3-7 Data di pubblicazione: Edizione maggio 2017 (seconda edizione) Prezzo: € 16.90 (solo cartaceo) Genere: Fantasy Pagine: 670 Quarta di copertina: Da centinaia di anni, nelle terre meridionali di Irìdia convivono tre razze: i Nani, l’antico popolo delle montagne, i giovani Uomini, giunti dal nord a cercare fortuna nei pressi del mare, e gli Orchi, crudeli e spietati predatori, sempre in aperto conflitto con le altre popolazioni. Durante la Festa di Incoronazione del Principe dei Nani, gli Orchi si fanno minacciosi e costringono i loro nemici giurati a reagire con decisione. Un’antica leggenda però affiora dalle ombre del passato e sarà la causa scatenante di una guerra aperta tra loro e motivo di discordia nel Regno degli Uomini. Toccherà a Gundar Ardibrace e ai suoi amici intraprendere un pericoloso viaggio alla ricerca di un antico manufatto, con il quale ridare vita alla leggenda di Turok e salvare il suo popolo. Intrecci avventurosi, intrighi diplomatici, incontri sorprendenti e grandi battaglie si profilano sul sentiero dei coraggiosi amici, che divisi dal destino dovranno dare prova della loro proverbiale determinazione e del loro indomito coraggio. Link all'acquisto: https://www.facebook.com/commerce/products/1717499781597676/
  16. Commento I Ponti delle Illusioni Capitolo 1: Piove sangue Qualche giorno fa è piovuto sangue. Osservare quelle gocce dense e rossastre spruzzate giù dal cielo nero come un ombra e imbrattare il terreno mi ha riportato alla mente un tempo passato, in cui non sapevo niente. Allora accadde la stessa cosa durante una battaglia, la mia prima battaglia. Mi sembrò un prodigio estasiante, e fu allora che conobbi Esste. A quel tempo non sapevo nulla dell'esistenza di terre lontane o di città diverse dalle uniche due in cui avevo vissuto - forse ne avevo perduto il ricordo visto che si dice esistano memorie antecedenti alla nascita di ciascun uomo - né nulla sapevo della magia degli Ologrami o delle tre maestose gole degli spettri in cui avrei smarrito una parte di me. Non avevo mai sentito parlare del mare, o del Ponte o degli Oracoli. Ero un giovane soldato, e come tutti i giovani soldati non conoscevo nulla che non fosse insegnato durante l'addestramento. Della mia vita precedente portavo pochi ricordi, la maggior parte ricoperti dalla polvere e divorati dai ratti che avevano riempito le mie giornate nelle galere. Eppure, dal giorno di quella battaglia tutto cambiò. Oggi sorriderei al ricordo di quei tempi. Potrei ridere con gusto di quel ragazzo incosciente e ingenuo che ero, se solo ne avessi ancora l'animo. Al campo l'aria schiaffeggiava e fendeva sulla pelle come le lame splendenti dello scissone di Drevon, il nostro comandante, reso celebre da mille vittorie. Al tempo non lo capii, ma ognuno di noi avrebbe dovuto essere grato di essere stato affidato a lui invece che a uno qualsiasi degli altri ufficiali del Patrizio; questo nonostante le fatiche a cui ci costringeva. Lo ricordo come un uomo severo, ma tutto sommato giusto e determinato. Imparare a combattere da lui fu un privilegio. Il modo in cui roteava lo scissione era incredibile: le lame sotto la sua guida ferrea sembravano falchi ammaestrati dal becco vorace. E poi, e a lui che devo ogni giorno di vita in più da quello dello scontro sulla piana. In accordo con le regole, l'addestramento aveva una durata variabile, a seconda del ruolo e della sezione che ci sarebbero stati assegnati in battaglia. Per ciascuna colonna, esisteva un decorso naturale e un tempo da rispettare. Siv, ad esempio, aveva cominciato molto prima che io arrivassi e ciò nonostante avremmo terminato insieme. Per la colonna a cui apparteneva era necessario un addestramento molto più lungo e delicato di quello in cui ero impegnato io. Siv aveva più o meno la mia età, ma era possente e robusto quasi il doppio. Il volto da ragazzino su quel corpo da mastodonte suscitò in me un'impressione bizzarra la prima volta che lo vidi. Ero seduto sul terreno, i palmi a terra e gli occhi rivolti verso i bersagli, quando mi si accostò. Gli arcieri si stavano allenando. «Sono della Terza» mi disse, senza prima presentarsi. Lo avrebbe fatto solo quella notte. In quel momento mi si era avvicinato unicamente perché incuriosito dal berretto che indossavo sul capo. Aveva l'aria baldanzosa di tutti quelli che, come lui, erano stati scelti per la Terza, la colonna dei guerrieri più temibili e rispettati dell'esercito. «Buon per te» risposi. La mia voce era ancora affannata per l'esercitazione e probabilmente l'intonazione tradiva la mancanza d'interesse da parte mia per il socializzare, soprattutto con chi cercava di apparire superiore. «Cos'è quello?» chiese indicando l'oggetto sulla mia testa. «Un cappello. Mai visto uno?» Restò per un po' a fissarlo, come ammaliato. Era un berretto di persa nera, due cordini di color porpora si intrecciavano e giravano tutt'intorno dalla base alla punta, sulla quale spuntava un fregio dentato. Mi era stato permesso di tenerlo, nonostante fosse un simbolo di una civiltà un tempo nemica e ormai soppressa. Siv fece di no col capo. «Lo posso provare?» Nonostante tentasse di darsi un'aria autoritaria, in quel momento la sua espressione da bambino curioso suscitò in me solo tenerezza. Fissai lo spado a due punte che spuntava da dietro la spalla sinistra del soldato. «Facciamo una cosa» dissi mentre mi rialzavo, «te lo regalo se riuscirai a colpirmi in duello.» Non so perché lo dissi. Non avevo nulla da dimostrare a nessuno, e niente contro quel ragazzo. Era una sfida senza alcun motivo, ma le parole erano uscite da sole. Mi sfregai le mani per pulirle dal terriccio rosso. «Ci vediamo domani mattina presto, poco prima che il Secondo Sole raggiunga il nazír.» Me ne andai senza aspettare una risposta. D'altronde, con un guerriero di Terza colonna non puoi aspettarti un ritiro da una tenzone. Il duello non ebbe mai luogo, perché poco prima del nazír la tromba squillò. Quando ancora il Primo Sole si stagliava solitario in cielo, venivamo svegliati per una cerimonia di consegna dei gradi in tutta fretta. La guerra era scoppiata bruscamente, avevano bisogno di tutte le forze disponibili. Al centro del campo d'addestramento fu improvvisato un palchetto di ottone. Il generale Glosh impugnò la ferza cerimoniale, pronunciò le frasi di rito e ci mandò tutti di corsa in armeria. Una fiumana di uomini vi entrava in braghe e ne usciva bardata di metallo. Sotto la luce fioca del Primo Sole le armi, gli elmi e gli scudi sbrilluccicavano come mille coppe d'ambra su una tavola imbandita. La marcia iniziò: fummo spediti tutti verso la piana di Assiiab, dove il nemico era ansioso di conoscere il proprio destino. Siv avrebbe dovuto aspettare parecchio per avere il mio cappello.
  17. M.T.

    [MI 112] Fiamme

    Commento Traccia di mezzogiorno: La descrizione di un attimo. Sanjuro osservava il fuoco a pochi passi da lui. Le fiamme si muovevano lente e sinuose; facevano pensare a qualcosa di vivo, anche se in esse non c’era vita. Si può vivere senza luce, ma senza calore si è destinati a morire; non ricordava chi glielo aveva detto, ma doveva ignorare che anche una cosa buona come il fuoco, se portata all’eccesso, poteva uccidere. “Anche mal riporre la propria fiducia può portare allo stesso risultato.” Nella danza delle lingue scarlatte ricordò fiamme che si levavano verso il cielo ruggendo e soffiando, stagliandosi alte contro la notte nera, sferzando le facciate dei palazzi, il calore così elevato che sbriciolava il cemento. Sanjuro si guardò attorno, non nuovo a scenari di distruzione, ma non abituato a quanto aveva dinanzi. Corpi carbonizzati pendevano dalle finestre nel disperato tentativo di sfuggire alle fiamme. Le auto si erano accartocciate su se stesse, le barre di metallo incandescente che continuavano a piegarsi. “Questa città non doveva essere colpita.” Avanzò accumulando orrore su orrore. “C’era solo gente innocente che semplicemente cercava di sopravvivere, non era una base di Posseduti.” Camminò nel crepitio dei vetri che esplodevano, tra i crolli di muri e pilastri. Una massa fiammeggiante rotolò fuori da un palazzo, contorcendosi al suolo qualche secondo prima di giacere immobile. Dell’uomo che era stato, in pochi attimi erano rimaste soltanto ossa e fiamme che fuoriuscivano dal torace e dalle orbite degli occhi. “L’Inferno è sceso sulla Terra” pensò stranito. “Ma chi tra noi è stato capace di fare una cosa del genere? Chi ha avuto questo coraggio? No, non coraggio” si corresse. “Follia.” Avanzò sulle strade roventi, sperando ci fosse ancora qualcuno da aiutare. Ma sapeva che nessuno poteva sopravvivere a quelle fiamme. Nessuno che non fosse dotato di Potere. Dal lato opposto della strada un uomo avanzava baldanzoso verso di lui. «Spettacolo grandioso, vero Sanjuro?» «Furia…» «Controlli che il lavoro sia stato portato a termine?» Furia gli batté una mano sulla spalla. «Stai tranquillo: nessuno è rimasto in vita in questa città. A parte me e te, naturalmente.» «Questa città non era da colpire…» «Certo che lo era: lo sono tutte.» «Questa città non era da colpire!» scattò Sanjuro. Furia alzò le sopracciglia. «Perché?» «Queste persone cercavano solo di sopravvivere! C’erano innocenti! C’erano bambini!» urlò Sanjuro. «E allora?» domandò senza scomporsi Furia. Sanjuro si avvicinò minaccioso. «Che colpa avevano i bambini?» «Il sangue dei padri scorre nelle vene dei figli» rispose tranquillamente Furia. «Che stai dicendo?» ringhiò Sanjuro. «Un giorno i bambini cresceranno e saranno come gli uomini che li hanno procreati. Rifaranno gli stessi sbagli, gli stessi crimini, creeranno gli stessi orrori o anche peggio. Quindi meglio eliminarli quando sono una possibile minaccia, che non una minaccia che ha fatto danno.» Sanjuro socchiuse gli occhi come una belva pronta ad attaccare. «Ma tu chi sei?» «Uno che fa la tua stessa identica cosa» rispose l’altro. «Io non uccido bambini!» sibilò Sanjuro sentendo la rabbia montargli dentro. «Tu uccidi, esattamente come me. Spazzi vite via dalla faccia della terra come fa il vento con le foglie secche.» «Io non provo piacere nell’uccidere.» Sanjuro strinse i denti. «Tu sì.» «Solo perché le persone hanno quello che si meritano. Perché gli viene reso quanto hanno fatto. Accetta la realtà: tutti gli uomini sono colpevoli. Nessuno escluso.» «Neppure tu.» «Certo. Infatti, non mi reputo una vittima e neppure voglio esserlo. Preferisco essere il carnefice. E come carnefice, apprezzo il sangue che viene versato.» Furia prese a girargli attorno. «Anche tu lo sei e pure a te piace portare rovina, per quanto tu possa negarlo. Non c’è nulla di più sublime dell’avere tra le mani la vita degli altri e poterla spezzare. Abbiamo il potere più grande, quello di dare la morte e non c’è niente che faccia sentire così vivi.» Osservò con disgusto un corpo carbonizzato. «Provi pietà per il decesso di queste persone ma guarda in che modo vivevano, in cosa credevano, cosa inseguivano e capirai che meritavano questa fine.» Gli lanciò un’occhiata di feroce divertimento. «Sai che cos’ha di bello questo potere? È nei momenti in cui uccidiamo che la vita esprime e acquisisce la sua maggiore intensità, ci fa provare il desiderio di continuare a essere, cancellando ogni apatia, ogni non senso.» «La morte è solo dolore.» Furia scosse il capo. «La morte è liberazione dal dolore. Il dolore è vivere. Tu pensi di sapere cos’è la sofferenza, ma non hai mai provato quella vera, capace di mutare il tuo essere in ogni suo aspetto.» Sanjuro sentì la rabbia crescere. «Hai perso il senso dell’essere Usufruitore.» Furia scoppiò in una bassa risata. «Ho detto di esserlo?» La frase raggelò Sanjuro, cominciando a comprendere. «Tu non sei un Usufruitore…» «A costo di ripetermi, non l’ho mai detto. Il fatto che io abbia la vostra stessa forza, non fa me uno di voi.» «Ma allora…» Sanjuro sentì il peso della rivelazione piombargli addosso di colpo. Furia sollevò le mani con i palmi rivolti verso l’esterno in segno di discolpa. «La responsabilità non è mia se non sai osservare e distinguere le cose.» Il respiro di Sanjuro accelerò. «Mi sono fidato di te.» Furia scrollò le spalle. «Impara a non fidarti di nessuno.» «Ci hai usato, utilizzando le nostre informazioni per i tuoi scopi.» «Non ho usato nessuno: ho fatto quello che avrei fatto in tutti modi. Solo che in questa maniera le nostre strade si sono affiancate. Con o senza di voi continuerò sullo stesso percorso. Quindi, non farti il sangue amaro per questo: non puoi farci nulla.» «Su questo ti sbagli, demone.» Il Potere colpì in pieno Furia e la strada esplose, scaraventando pezzi d’asfalto in tutte le direzioni. Furia scagliò in avanti le fiamme in colonne ruggenti. I lampioni e le auto si fusero come ghiaccio nel deserto. Sanjuro rotolò lontano, rialzandosi e scagliandogli contro il proprio Potere. Il fuoco si erse a difesa formando un muro che disperse l’attacco. «Dovrai fare di meglio» Furia sbeffeggiò Sanjuro. «Hai scoperto il Potere da poco tempo, mentre io sono antico di secoli e quindi ho più esperienza di te. E l’esperienza è tutto sul campo di battaglia.» Il muro di fuoco fu perforato da catene che lo centrarono nel petto. Furia rotolò sull’asfalto, sentendo gli abiti inzupparsi di sangue. “È riuscito a ferirmi” costatò stupito. Le fiamme furono ricacciate indietro. Sanjuro avanzò deciso. “Ma che…?” Catene incandescenti gli salirono sulle gambe, intrecciandosi con altre dagli anelli rosso sangue fin sulle braccia e sul petto, dove divenivano nere. “Che razza di Potere sta usando?” Furia riuscì a schivare l’attacco delle catene, scagliando in risposta una marea di fiamme. Le catene crearono un vortice di anelli attorno a Sanjuro; il fuoco fu spinto verso l’alto, disperdendosi nel cielo in nuvole di scintille. Furia lo incalzò, ma niente riusciva a passare la ferrea difesa. “Non sta usando nessun Potere, eppure quelle catene hanno forza: le mie fiamme non riescono nemmeno a scalfirle.” Prese ad arretrare, sentendo un tintinnio quando il suo calcagno pestò qualcosa di duro. “Merda.” Tutto intorno a lui era uno strisciare di catene: non vedeva la fine del serpeggiare degli anelli fatti di rosso, nero, arancione. Il buio cominciò a calare, le fiamme soffocate dall’espandersi della misteriosa manifestazione di Sanjuro. Palazzi, strade: tutto era ricoperto di catene che sferragliavano. “Si mette male.” Furia fece esplodere il potere in una gigantesca colonna di fuoco accecante e poi scattò all’indietro. Sentì il corpo perforato in decine di punti, le catene che cercavano di serrarsi attorno a braccia e gambe per trascinarlo al suolo e stritolarlo in uno spietato abbraccio. Lasciando lembi di carne tra gli anelli, riuscì a liberarsi, scappando nella notte. La mente di Sanjuro ritornò al presente. Si alzò, risoluto. Era tempo di porre rimedio agli errori commessi.
  18. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/ Casa Editrice No Eap. Per le proposte, è possibile inviare il manoscritto in formato .doc, .rtf., .pdf all'indirizzo redazione@writeupsite.com, completo di sinossi e recapiti autore/autrice
  19. CorvoRosso

    Progetto Elohim di Andrea Zanotti

    Immagine di copertina: http://www.fantasymagazine.it/imgbank/halfpage/201804/42465-9788825405583.jpg Titolo: Progetto Elohim Autore: Andrea Zanotti Collana: Fantasy Tales Casa editrice: Delos Digital ISBN: 9788825405583 Data di pubblicazione (o di uscita): Prezzo: Euro 1,99 Genere: Fantasy, Fantasy coloniale Pagine: 40 Quarta di copertina o estratto del libro: Il battello a vapore risale le acque dell’Inganno nel cuore dell’inesplorato Glagon. Qui i fumi delle nuove fabbriche che spuntano nel regno dei nani sono solo un lontano ricordo, così come la civilizzazione e il progresso. Eppure la natura che regna incontrastata, non è sempre amichevole e gli abitanti del posto men che meno. L’avventuriero Durako e la sua banda di tagliagole al servizio della Corporazione dei Mercanti, se ne accorgeranno ben presto. I Nilbog, dediti a culti di strane e violente divinità, prima con minacce, poi con maledizioni e riti blasfemi, ed infine con attacchi fisici e biologici, cercheranno di arrestare l’avanzata dei nani. Non meno pericolosa si dimostrerà la rigida ottusità delle truppe del Re, messe al servizio della spedizione, che rischierà, infine, di doversela vedere con il mostruoso Dio dei Nilbog, disceso sulla terra per proteggere i suoi accoliti. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/gp/product/B07C2M17PR/ref=as_li_qf_asin_il_tl?ie=UTF8&tag=wwwscrittorin-21&creative=21718&linkCode=as2&creativeASIN=B07C2M17PR&linkId=b5519208785c90e91cedca3e92043fc2
  20. Titolo: Le memorie di Roksteg - il risveglio di Lephisto Autore:Federico Fubiani Editore: Argento Vivo edizioni Pagine: 332 ISBN: 9788894249644 Genere: fantasy, avventura Formato: cartaceo Prezzo: 15 € Trama Dopo una rapida descrizione del “cattivo” e delle vicende legate alla nascita dei cinque protagonisti, che sono accomunati da un simbolo impresso sulla pelle, il narratore li riprende ormai adolescenti e desiderosi di esplorare il mondo al di fuori del loro piccolo paese. L’esplorazione inizia dalla foresta che circonda Roksteg nella quale affronteranno la loro prima avventura che cementerà l’amicizia che li lega. In seguito i cinque protagonisti si troveranno a investigare su misteriose uccisioni e sparizioni avvenute nella foresta. Come in ogni buon fantasy che si rispetti, i protagonisti dovranno lottare con tutte le proprie forze per risolvere il mistero, contrastare i piani del folle studioso che mira a risvegliare Lephisto e far trionfare il bene. La costruzione della trama è lineare e chiara con credibili rapporti di causa/effetto fra le diverse parti; a mio avviso c’è qualche forzatura nell’ultima parte ma nulla che pregiudichi la resa complessiva tenuto conto del genere di appartenenza (se fosse stato un romanzo giallo, la valutazione sarebbe stata diversa) Per contro, rimane inspiegata la funzione del simbolo impresso sulla pelle dei protagonisti e che li contraddistingue dalla nascita: poiché all’inizio della narrazione era stato presentato come un particolare rilevante, si tratta di una mancanza fastidiosa. Contenuti La lotta fra il bene e il male, tipica del fantasy, e il passaggio dall’adolescenza all’età adulta dei protagonisti sono i temi sviluppati nel romanzo. La predilezione per le parti d’azione a scapito dell’approfondimento dei contenuti e alcune particolarità dei personaggi, che riprenderò in seguito, rendono il libro adatto a un pubblico giovanile o a chi desidera una lettura d’evasione. Ambientazione e personaggi La caratterizzazione dei personaggi è molto graduale e ho cominciato ad affezionarmi ai protagonisti solo dalla metà circa del romanzo, complice anche il fatto che tutta la prima parte è una specie di lunga introduzione all’intreccio che prenderà il via solo nella seconda parte. Nella seconda parte l’attenzione e l’empatia aumentano e si legge con il desiderio di scoprire cosa accadrà e come andrà a finire. L’ambientazione presenta i canoni tipici del genere con elementi di carattere medievale, come i castelli, l’assenza di tecnologia, la presenza di nani ed elfi. Un guizzo di originalità c’è per quanto riguarda le “abilità” dei personaggi, che sono tipiche dei giochi di ruolo: abbiamo il guerriero, la ladra, il mago, la chierica e la ranger. Per chi conosce i giochi di ruolo è un aspetto simpatico che dà la sensazione di “leggere un videogioco” ma forse potrebbe lasciare disorientato chi non li conosce. Stile e forma La scrittura è semplice e molto lineare. L’assenza di fronzoli va più che bene nelle scene d’azione, che si visualizzano facilmente, mentre al di fuori di queste la scrittura spesso risulta piatta e poco coinvolgente. Non aiuta la presenza di alcuni refusi e una tendenza a bistrattare il congiuntivo che avrebbero potuto essere corretti in fase di editing senza grosse difficoltà. Giudizio finale In conclusione si tratta di un romanzo fantasy ibridato con elementi tipici dei giochi di ruolo in un mix che ho trovato molto simpatico. Si tratta di una lettura leggera e che consiglio solo agli amanti del genere che non si focalizzano troppo sulla forma.
  21. OldRiver_

    Centauria Libri

    Nome: Centauria Libri Generi trattati: narrativa, manuali, biografie, varia Modalità di invio dei manoscritti: non specificato, nella sezione contatti c'è un indirizzo email generico: redazione@centaurialibri.it Distribuzione: non specificata Sito: http://www.centaurialibri.it/ Facebook: https://www.facebook.com/CentauriaLibri/
  22. DanZac

    Edizioni Librarsi

    [Valutazioni sospese per il 2018] Nome: Edizioni Librarsi Generi trattati: Avventure fantasy, mitologia, fantasy game e sottogeneri Modalità di invio dei manoscritti: info@edizionilibrarsi.it, anticipazione/spiegazione tema trattato, sinossi e primo capitolo. Intero manoscritto solo se interessati Distribuzione: http://www.edizionilibrarsi.it/acquistare Sito: http://www.edizionilibrarsi.it/ Facebook: https://www.facebook.com/edizionilibrarsi/ Casa editrice incontrata navigando sul web. Sembrano specializzati per i romanzi a scelta multipla e fantasy. Altro non conosco, al momento. Pensateci voi, grazie!
  23. Baucimonstra1987

    La Cacciatrice di fiumi. Dopo Saleberra.

    "Specchio d'acqua scura su cui la canoa non crea più onde. Giunge la sera e la Natura più non le risponde. Il serpentello gira nell'acqua, e le si intreccia al polso, a mo' di bracciale. Non dondola più la canoa, mentre Daimon riflette sul suo grande male". "Mi aspettano alla Rena. In mano la bandiera. Le pietre nel bastone, sognando alchimie nuove. Il buio mi culla in un senso di morte, e il sole di domani mi terrorizza. Non ho più i vecchi miraggi che mi rinfranchino le vene. Non ho più un ruolo, sulla Rena. Capitan Mercè ha fatto bene, il suo dovere!". Per tanto tempo, le erano bastati la stima e l’affetto di Capitan Mercé. Lui, ora, ha tradito anche quelli! Non gli bastava averla illusa con vane promesse di una grande carriera, agli albori del suo arruolamento sulla nave Rena, quando le gridava, dal folto della barba bianca a pungiglioni: "Io ti ho preso a bottega! Un tempo, le famiglie pagavano lautamente per mandare i figli a imparare un mestiere!". E allora, si chiede Daimon, dopo due anni di praticantato, dov'è il suo posto di lavoro? Era cresciuta di molto, al di sopra di quel legno; aveva imparato più cose lassù, che nei monasteri chiusi e monotoni dell'arcipelago. Capitan Mercè era l'unico ad averle aperto la strada alla conoscenza dell'arte sciamanica praticata direttamente sul campo coi suoi poteri e la sua arte ipnotica. Alla lunga il ruolo della ragazza, che consisteva principalmente in relazioni con i commercianti a capo delle altre navi dell'Arcipelago, era diventato fondamentale per la buona riuscita delle spedizioni della Rena. Ciononostante, Daimon non aveva avanzato di ruolo come promesso. Era rimasta la sciamana combattente di sempre, armata di bastone e amuleto, che doveva vegliare sulle trattative diplomatiche con le altre navi. “Il mio braccio destro”, l’aveva sempre chiamata Mercè, e a buona ragione. Infatti Daimon, con la sua calma sacrale e magica, eccelleva nell’attuare la volontà del proprio comandante, attenendosi alla direttive e sapendo essere in sintonia con i piani originari anche quando doveva prendere iniziative in sua assenza. La sua assenza! È proprio per questa crudele indifferenza del Capitano a esserci o meno nelle situazioni più cruciali, che Daimon sa di aver perso ciò che più di ogni altra cosa le sta più a cuore. Sull’isola di Saleberra, il Capitano ha mutato gli accordi, non ha salvato dall’immane pericolo lei e Granfiume. Ma certo. Lei conosce bene il suo modo di pensare. Avrà detto: “Tanto, con Daimon, faccio sempre in tempo a recuperare!”. È a causa di questa sua logica perversa, che ha accumulato tanti di quei debiti con i suoi marinai, che prima di risanare la situazione e “recuperarli”, saranno già tutti sottoterra, belli che morti! E così, senza ritegno, il Capitano ha abbandonato ai vortici insidiosi di acque solfate, lo Sciamano dalla pelle d’Oro, pur di creare un diversivo e potersi inoltrare indisturbato nelle grotte sotterranee e vulcaniche di Saleberra, alla ricerca dei tesori inviolati lasciati ormai incustoditi. Nonostante le indagini e le letture di ciottoli magici, Daimon non sta ritrovando Granfiume. Si è eclissato tra le acque, come una manta marina, aprendo le braccia e lasciandosi andare alle correnti. Mercè non le sta dando nessun aiuto per la sua ricerca. Mercè non la sto più nemmeno guardando in faccia, e quando lo incontra che claudica sul ponte, abbassa gli occhi fino verso la sua enorme pancia, con smorfia schifata per quel concentrato di abiettezza.
  24. Ametista

    De Ferrari Editore

    Nome: De Ferrari Editore Generi trattati: saggistica, cataloghi, manualistica, narrativa, poesia, fumetto, ragazzi, periodici Modalità di invio dei manoscritti: http://www.deferrarieditore.it/pubblica-con-noi/ Distribuzione: http://www.deferrarieditore.it/i-nostri-distributori/ Sito web: http://www.deferrarieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/edizionideferrari/?fref=ts
  25. M.T.

    Strade Nascoste - Racconti

    Titolo: Strade Nascoste - Racconti Autore: Mirco Tondi Data di pubblicazione: 21 febbraio 2018 Genere: fantasy Autopubblicato con Streetlib Prezzo: 1.99 E ISBN: 9788827575734 ASIN: B079Z6C135 Formato: ebook Pagine: 198 Disponibile su tutti gli store. A seguire alcuni link. Amazon: https://www.amazon.it/Strade-Nascoste-Racconti-Mirco-Tondi-ebook/dp/B079Z6C135/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1520356809&sr=1-2 GPlay: https://play.google.com/store/books/details/Mirco_Tondi_Strade_Nascoste_Racconti?id=NnZNDwAAQBAJ ITunes: https://itunes.apple.com/it/book/strade-nascoste-racconti/id1360281157?mt=11 Kobo: https://www.kobo.com/it/it/ebook/strade-nascoste-racconti Quarta di copertina. Reinor è un Usufruitore. Ghendor un Messaggero della Rivelazione. Lerida una portaordini. Periin un individuo solitario. Ariarn un uomo misterioso che soccorre chi è colpito dal male. Ognuno ha una propria strada da seguire. Ognuno ha uno scopo preciso nella vita. Convinzioni e modi di vivere differenti. Eppure i cinque si ritroveranno sullo stesso cammino, come se il destino avesse deciso di riunirli con una misteriosa coincidenza. Ben si sa però che non esistono le coincidenze, ma solo le illusioni delle coincidenze: così, dopo aver affrontato nelle loro avventure in solitaria bestie feroci, forze occulte e creature soprannaturali, i cinque si ritroveranno all’inizio di una delle cerche più grandiose finora conosciute del mondo di Asklivion.
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