Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'fantasy'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Cerca risultati in...

Cerca risultati che...


Data di creazione

  • Inizio

    Fine


Ultimo Aggiornamento

  • Inizio

    Fine


Filtra per...

Iscritto

  • Inizio

    Fine


Gruppo


Sito personale


Skype


Facebook


Twitter


Provenienza


Interessi

Trovato 330 risultati

  1. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  2. Roberto Ballardini

    On Writing 12. Folliem et impera

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 12. Folliem et impera La registrazione vocale arriva alle 6:46 del mattino. Nel silenzio preservato all’interno dell’appartamento dagli infissi ad isolamento acustico, il segnale sonoro riempie la camera. In risposta, si leva dal letto un’eco sotterranea e sofferta. Il braccio sottile di Kate Zucker emerge simile a un periscopio. La mano si piega sul polso come la testa di un cigno sul collo affusolato, e va in cerca del cellulare sul comodino. Le dita vi si chiudono a becco, e lo trascinano in immersione sotto le lenzuola. Giusto il tempo di controllare il display e Kate emerge con lo slancio di un delfino dall’acqua. Spinge le coperte da una parte e attraversa scalza la camera, dirigendosi verso la borsetta sulla sedia, e sul telefono all’interno, quello che usa per chattare come Christine Apple. La foga è dovuta al fatto che nessuno dei suoi contatti si alza prima delle otto e quindi il messaggio whatsapp è con tutta probabilità quello che aspetta con ansia da… «Leonard! Mioddio, mioddio, è lui.» Quindici minuti e quarantasei secondi di registrazione vocale. Kate ha addosso il costume da Godzilla usato all’ultimo cosplay, tanto morbido e comodo che da allora non se ne è più separata, riciclandolo come pigiama (anche perché i piedi dentro le zampe rimangono caldi). Il testone verde scuro è posato sul secondo comodino, e digrigna i denti coperto dalla polvere degli ultimi sei mesi. I capelli color noce dorato che non si scompongono più di tanto nemmeno nel sonno, sono sparsi sulle spalle e sulla schiena e circondano il bel collo lungo, come un mantello. Kate sbadiglia, pulisce col mignolo le caccole nel dotto lacrimale, e nel frattempo fissa il display. Ha aspettato per giorni quella risposta, e ora che è arrivata – quando ormai aveva perso le speranze – non ha il coraggio di ascoltarla. Il problema più grosso di un aspirante scrittrice in fondo è proprio quello di non voler mai parlare della propria scrittura, ne è consapevole. Tuttavia la paura di vedersi smontare le proprie illusioni è più forte della speranza di sentirsele confermare. In altre parole, meglio negare ciò di cui, dentro di sé, ha già il sospetto. Non sono pronta, pensa. Una critica negativa prima di aver fatto colazione potrebbe persino ucciderla, così lascia cadere il telefono nella borsa e va verso il bagno, pizzicando con due dita le mutande che si sono infilate tra le natiche (una delle cose che non capirà mai, è come facciano le chiappette che si ritrova a fagocitare regolarmente la biancheria intima). Si sciacqua la faccia, tira giù i pantaloni da Godzilla e fa la pipì, tira lo sciacquone e poi, di colpo, BAM, si decide. «’Fanculo. È un buon giorno per morire» mormora dirigendosi a passo deciso verso la camera, per recuperare il telefono, senonché suona anche l’altro cellulare, quello che adopera normalmente. Esita qualche secondo, chiedendosi chi possa essere a quell’ora, e poi risponde. «Ciao, Kate.» La voce sepolcrale dall’altra parte, nella solitudine e nel silenzio del momento, le agghiaccia il sangue. È quella di Vincent Murd Oaks, the millionarie. Suo padre lo ha sempre chiamato così e lei lo stesso, di conseguenza, anche se tecnicamente è suo nonno. «Ascoltami, tesoro, non c’è molto tempo. Tuo padre ha avuto una ricaduta.» «Oddio, che ha combinato questa volta?» Kate si morde le labbra, pentita di averlo chiesto, perché ha come il presentimento che… «Ne ha fatti fuori altri due.» «Cazzo!» Il vecchio osserva una manciata di secondi di silenzio, in segno di disapprovazione, poi continua. «Devi andare là subito. Ho già avvisato lo zio Boob» dice, slittando come sempre sulla vocale. Malgrado Robert Oaks sia suo figlio, usa il termine zio come un militare userebbe il grado gerarchico. Tipo generale o colonnello. «È ancora il migliore per risolvere questo genere di cose, ma, be’, sai com’è fatto, no?» «Sì. Imprevedibile.» «Appunto. Senti, hai diciannove anni, ormai, e devi cominciare a prenderti cura della famiglia. Ora ti spiego come gestire la situazione affinché noi si possa ritrovare tuo padre e riportarlo a casa prima che qualcun altro si faccia male.» Questo è un eufemismo, pensa lei ricordandosi dell’ultima volta in cui suo padre ha sbroccato con le sue storie medioevali. Kate non ha nessuna voglia di assumersi le sue responsabilità, di qualsiasi tipo esse siano, ma suo padre le ha sempre insegnato a non contraddire mai nonno Vincent, per nessuna ragione al mondo. Se possono permettersi un certo tenore di vita, in fondo, non è di sicuro grazie ai romanzi di Willem Zucker. Di questo è consapevole, anche se lo ha dato sempre per scontato. Per un momento, Kate si vede lì in piedi col costume da dinosauro postatomico, e rischia di lasciarsi sfuggire una delle sue grasse risate, ma si trattiene. «Va bene. Dimmi cosa devo fare.» Quando Kate arriva alla villa di suo padre, a Echo Park, zio Bob è già sul posto. Alto e segaligno nel giacchetto di camoscio, camicia a quadri, jeans sbiaditi e stivali messicani decorati a mano. Quegli indumenti sono come un'uniforme, per Bob, malgrado si sia congedato da almeno dieci anni. I capelli a spazzola sembrano una corona di oro bianco su un viso ossuto e abbronzato, forgiato dal vento. «La cucina è un casino, Kate, e non perché siano rimasti i piatti da lavare» la informa, e poi le permette di affacciarvisi, come se non fosse più la ragazzina che tutti vezzeggiavano, ma un’adulta fatta e finita per cui non sia necessario nessun riguardo. Lei non sa se esserne contenta o meno, frastornata com’è dalla piega che ha preso la sua vita nelle ultime due ore. La registrazione vocale di Leonard è ancora nel telefono dentro la borsa, dimenticata. Lo scenario le strappa un’esclamazione di orrore, e le riporta alla mente quello dell’incidente precedente, quando era stata lei stessa, ancora quattordicenne, a scoprire il macello compiuto da suo padre all’apice della follia. Francisco, il giovane sous chef, sta inchiodato al frigorifero da tre dardi piantati nel petto in ordinata successione. È facile riconoscervi il tocco raffinato e letale della Chu-Ko-Nu. Il peso del corpo ha prima aperto lo sportello e poi inclinato il frigorifero, e rovesciato tutto il contenuto sul pavimento. Un disastro. Se l’elettrodomestico non si è rovesciato è solo perché è incassato sotto i pensili. Olga, la cuoca norvegese, invece, è stesa sul pavimento, con un’unica freccia nell’occhio sinistro. Evidentemente suo padre doveva averci preso la mano, col secondo colpo. Zio Bob, intanto, sta trattando con i domestici, radunati intorno al tavolo dove è posata la borsa piena di contanti con i quali Vincent Oaks ha disposto di comprare il loro silenzio. Stesso copione della volta prima. Si sono tutti pagati parte del mutuo sulla casa, con le intemperanze di Willem Zucker, ma questa volta Arimondo, uno dei maggiordomi più giovani, sembra voler alzare la posta. «Stai contrattando con me, muchacio?» dice zio Bob, freddo come un serpente. «Be’, Francisco era mio amico, sa com’è.» Bob lo guarda fisso per qualche secondo, ma lui non si fa intimidire e tiene alto lo sguardo. «Facciamo così» dice Bob, infine, con un tono rassegnato. «Ti farò avere un piccolo extra per il piede.» «Il piede? Quale piede?» Bob mette una mano dietro la schiena, sfila la Glock17 silenziata e spara al domestico nel piede destro. Il ragazzo ulula di dolore e si rovescia all’indietro, subito sorretto dai suoi colleghi. «Chiaro il concetto?» urla l’ex militare affinché i domestici capiscano che si sta rivolgendo a tutti quanti. «Esta bien.» «No es problema.» «No se preocupe.» «No pasa nada.» Lo zio rimette la pistola nella cintura e raccoglie una lattina di birra dal pavimento, relativamente fresca. «Folliem et impera» declama guardando Kate, e lei non è sicura se la dubbia locuzione si riferisca a suo padre, ai domestici o a zio Bob stesso. «Tu non conosci il latino, zio Bob.» «Be’, ci siamo capiti, no?» sogghigna stappando la birra. Kate non ne è del tutto sicura, e preferisce tacere. continua
  3. Roberto Ballardini

    On writing 6 - Soccorso

    comm La comparsa della bambina congela lo scenario e tutti i suoi occupanti. Leonard, schiacciato a terra dalla coppia di arcane armature medioevali, il cuore che batte all’impazzata per la paura, spalanca gli occhi sulla sorella. Dalla posizione supina in cui è costretto, la vede capovolta, appesa al soffitto erboso sopra un nero pavimento screziato di stelle. Il vestitino azzurro, il foulard rosa avvolto intorno all’esile collo, i capelli a frangetta color orsacchiotto e il viso pallido come un confetto, gli ricordano un disegno che lui stesso aveva fatto all’asilo. Ricordo - Quando Janine aveva cessato di essere una bambina per acquisire l'idea di quelle forme che il suo corpo avrebbe poi realizzato pienamente in seguito, lui era salito in soffitta e aveva ripescato l’illustrazione dalla cassapanca, dove sapeva di trovarla. Era vecchia di almeno vent’anni, eppure la ricordava molto somigliante all’aspetto che sua sorella andava assumendo nella realtà. La conferma lo aveva sbalordito. Leonard ricorda ancora di aver avuto la netta sensazione, seduto nella polvere della soffitta con il disegno tra le mani, che la sorellina fosse soltanto un parto della sua fantasia. Sensazione che Janine avrebbe poi regolarmente smentito, affermando la sua identità con una grazia e una dolcezza che nessuna immaginazione, per quanto fervida, avrebbe potuto concepire. Ora, sullo sfondo notturno del parco cittadino in cui la ragazzina, come un magnete, attrae su di sé ogni suono, ogni movimento, ogni sguardo - persino il tempo - i due soprannaturali sgherri di Lockerhout sollevano la testa. Per quasi un minuto le visiere sulla barbozza, illuminate dallo spettrale fulgore dell’incantesimo che tiene in vita gli unjack, rimangono puntate su di lei. Le figure sono immobili, simili a cani che puntano la preda. All’unisono, poi, i due guerrieri si muovono come se il loro padrone, dalla collina, li avesse istruiti entrambi sul da farsi. Si raddrizzano in tutta la loro statura, producendo il prevedibile rumore di ferraglia, e partono minacciosi verso la ragazzina, a passi lunghi. Ne muovono appena un paio, però, prima che Janine spalanchi la bocca come un demone, nel viso angelico, ed emetta uno strillo acuto, sottile eppure assordante. L’escursione sonora proietta le armature all’indietro, facendole volare nell’aria. Due marionette disarticolate a cui siano stati di colpo recisi i fili. Ricadono qualche metro più in là, con un gran clangore, e quando cercano di rialzarsi sembrano ancora stordite (ammesso che una armatura possa considerarsi stordita, certo). Leonard, annichilito dallo stupore, si raddrizza a sedere appena in tempo per vedere sua madre uscire dagli alberi sulla destra, il volto contratto dalla furia sopra il giubbotto di pelle rossa (glielo aveva regalato Jimmy Doe, lo zio mafioso che Leonard aveva conosciuto di straforo da ragazzo, a una sua festa di compleanno). Claire T. Oaks viene avanti di corsa, in direzione delle armature, brandendo una mazza da baseball con le braccia già posizionate per sferrare il colpo. Il suo urlo guerresco non è lancinante come quello di Janine, ma ugualmente terrificante. In quello stesso momento, a più di 4.000 km di distanza da Los Angeles, Bernard Oaks apre gli occhi nel buio della sua camera da letto, a Charlottesville, in Virginia. Il padre di Leonard allunga una mano sopra il comodino e accende la luce, poi scende dal letto e barcolla nel corridoio, fino allo stanzino che funge da ripostiglio, stipato di ogni genere di oggetti. Vecchi giochi da tavolo, indumenti dismessi e mai buttati, i primi libri di Stephen King da cui Marianne è rimasta traumatizzata al punto di doverli far sparire dallo scaffale della libreria, a suo tempo, e poi dimenticati, anche quando lei è andata a vivere altrove con il marito. Il vecchio comincia a frugare, imprecando Dio e la Madonna e tutti i fottuti (parole sue) santi del Paradiso. Sono le quattro di notte, o del mattino, e la sua misteriosa ricerca comincia a farsi tanto rumorosa da svegliare la figlia, il genero e almeno un paio di nipoti (il terzo, Benjamin, ha il sonno talmente pesante che neanche le cannonate). Marianne e la sua famiglia si sono trattenuti qualche giorno a casa del vecchio, dopo il funerale e dopo che Leonard ha pensato bene di svignarsela. Si ritrovano tutti in quello stretto corridoio male illuminato - a quell’ora in cui le cosiddette persone normali, se esistono davvero, se la dormono della grossa - e Marianne non è per niente di buon umore. I suoi occhi, appena sotto la gran massa di capelli arruffati color cammello, hanno la stessa allegria di un paio di biglietti perdenti, appallottolati sul pavimento della sala scommesse. «Sono le quattro del mattino, papà. Si può sapere che cazzo stai facendo?» «Non trovo una cosa.» «Che cosa, perdio?» «Niente, una cosa.» «Niente un cazzo, papà! Ci hai svegliato tutti quanti e…» Kurt, il marito di Marianne, le posa una mano sulla spalla. «Calmati Mary, ok? Siamo rimasti per dare un po’ di conforto a tuo padre, ricordi?» «…» «Ha appena perso la moglie, un figlio e una nipote. Gli vogliamo concedere un poco di tolleranza?» Marianne odia suo marito quando ha ragione e in genere si incazza ancora di più, ma questa volta ha così ragione da non poter far altro che dargli retta e prendere un bel respiro, come le ha insegnato. «E va bene. Calma. Mi dici cosa stai cercando, papino caro?» Kurt, alle sue spalle, alza gli occhi al cielo. Nikky e Lucas, insonnoliti, stanno abbracciati l’una all’altro e ridacchiano di chissà cosa. Bernard esce dallo sgabuzzino come se avesse appena fatto un giro sul Tardis del Doctor Who. I pochi capelli rimasti sono così sottili da fluttuare nell’aria, gli occhi sembrano appena usciti da un sogno e annaspano disorientati nella realtà. «Che cosa vuoi?» «Voglio sapere che cosa stai cercando, papà» gli spiega Marianne, trattenendo l’irritazione. Lui le risponde come se rispondesse a sé stesso. «È strano, però mi sono ricordato improvvisamente della mia mazza da baseball. Ho sognato che era sparita.» Marianne lo guarda, come se fosse un alieno. «Stai cercando la tua mazza da baseball, a quest’ora?» «Non c’è» dice Bernard, desolato. «È sparita davvero.» Nessuna delle due armature stregate riesce a rimettersi in piedi. Claire arriva loro addosso e comincia a menare colpi come un fabbro. La mazza ha una consistenza inverosimile. La furia della donna le ha conferito la durezza dell’acciaio, tanto da accartocciare i due involucri metallici come sacchetti di patatine. Lei sembra instancabile e va avanti per dieci minuti buoni. Quando ha finito di batterle, la luce spettrale dietro la visiera si è spenta. Le armature non hanno più un aspetto umano. Nemmeno lei, se è per questo. Leonard si è alzato in piedi e si è avvicinato con cautela, un occhio sugli unjack ormai ridotti a catorci e uno sul volto stravolto di sua madre. La lunga treccia dei suoi capelli è stesa come un rettile scuro tra i seni che si alzano e si abbassano insieme al respiro affannoso. Il naso grosso, in mezzo al viso rotondo e paonazzo, sembra essersi allargato ancora di più, le narici che soffiano come mantici. Gli occhi sono sporgenti, ancora gonfi di rabbia, le labbra contratte sulla dentatura non proprio esemplare. «Mamma, stai bene?» Lei gli fa cenno di aspettare, continuando ad ansimare. Leonard si volta a cercare Janine con lo sguardo, ma non c’è più, poi si sente sfiorare una mano e quando abbassa gli occhi lei è al suo fianco, le piccole dita sottili intorno alle sue. Peter è sull’altro lato, calmo e posato come sempre. Murder gli sta tra le gambe. Tutti e quattro sussultano quando Claire espelle in un grido gli ultimi residui di furore e si butta la treccia dietro le spalle. Viene avanti fissando Leonard negli occhi, poi solleva la mazza e gliela punta sul petto, allontanandolo dai suoi fratelli e spingendolo verso la panchina. «Siediti.» Lui obbedisce all’istante. Quella luce negli occhi di sua madre la conosce e non gli è mai venuto in mente di contrariarla. continua
  4. Roberto Ballardini

    On writing 5 - L'avvertimento

    comm ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 5. L’avvertimento Se avessi un camino… Parentesi: ora che ci penso un camino ce l’ho, in quella villa che odio, nel Maine. Durante la costruzione ho permesso a mia sorella, terzogenita e arredatrice di professione, di seguire i lavori dei quali io mi ero già prematuramente stancato, e Angela ha riempito la casa di tutti gli inutili accessori che lei ritiene indispensabili a qualsiasi vita umana degna del nome. A volte penso che questo mio continuo girovagare in ogni angolo dello stato sia dettato proprio dal voler mantenere le distanze da quell'inutile mostro architettonico che, tra le altre cose, mi fa sentire in colpa per non aver adoperato quei soldi in modo più costruttivo. Che c’è di più costruttivo di una casa, direbbe Angela… Chiusa parentesi. Tornando al camino, quindi, diciamo che se mai mi venisse voglia di accenderlo, potrei farlo volentieri con i tanti libri di gioventù che non rileggerò di sicuro. Potrei bruciare un volume alla volta o anche di più, come Pepe Carvalho, l’investigatore di Manuel Vazquez Montalban. Penso che Will inorridirebbe soltanto al pensiero di vedere ardere un libro, ma nel mio caso forse nemmeno tanto, data la scarsa considerazione che nutre per le mie letture. Il mio amico scrittore medioevalista, l’ho capito, mi vede come un’anima semplice, traviata prima dalla letteratura facile e poi dal successo. Sono sicuro che dentro di sé sia veramente convinto di potermi ricondurre sulla diritta via della purezza artistica e letteraria, e arruolarmi infine nelle file di quello sparuto esercito di eroi della parola scritta convinti che nulla di intellettualmente valido si possa definire con poche parole. Ma ora che si è frapposta fra lui e me la giusta distanza, sono pentito del mio discutibile sarcasmo. Lo compatisco, certo, ma vorrei concedergli le attenuanti dell’amicizia e le puerili illusioni che quella stupida lettera ha voluto mettere in discussione (ma che di certo non ha smontato). Steso su questa panchina, in quel momento incerto tra il sonno e la veglia, ammetto di sentirmi in colpa per essere stato così… così… così stronzo, ecco. Ma d’altra parte, nel momento in cui la minacciosa figura compare in cima alla collinetta, ho ben altro di cui preoccuparmi. «Lord Lockerhout…» mormora Leonard, tirandosi su a sedere, nella panchina. La voce sinistra del cavaliere continua a battergli in testa. Credevi davvero che fosse così facile abbandonarci? Sinceramente sì. Quando Leonard ha lasciato quel manoscritto a circa un terzo dalla fine, pensava fosse un problema solo ed esclusivamente suo. Ora, anche se convinto che tutto ciò che accade in quel momento sia frutto della sua mente, non avrebbe mai pensato che lasciare incompleto quel suo primo romanzo fantasy con cavalieri, maghe, mostri e avventurieri vari, potesse avere strascichi così longevi nel suo inconscio. E invece eccoli lì, gli strascichi. Lo sfondo di luce dietro la collinetta che enfatizza la figura del cavaliere, ora sembra ardere come se un campo di grano maturo fosse stato dato alle fiamme, là dietro, fiamme che non presentano i normali colori di un rogo, ma oscillano ai margini tra un viola sanguigno e un rosso borgogna, e al centro rilucono bianche e convulse come latte in ebollizione. Se è davvero un sogno, come crede lo scrittore, all’inizio non gli risulta difficile stare al gioco perché la sceneggiatura si va facendo intrigante e lui è un estimatore, in quel senso. La voce del lord è di nuovo nella sua testa. Io e gli altri personaggi siamo ancora qui, Leonard, imprigionati in quelle 199 cartelle che hai sepolto nella soffitta dei tuoi genitori, decidendo di abbandonarci al nostro destino per seguire altre strade che hai ritenuto più convenienti. «Ma avevo ragione! Essermi spostato verso il thriller e l’hard boiled, mantenendo la vena soprannaturale e la discutibile, lo ammetto, tendenza allo splatter, ha definito quello che è il mio campo d’azione naturale, il genere in cui ho potuto davvero dire qualcosa di originale.» Ciò non toglie che tu abbia ignorato quelli che erano gli obblighi contratti nei nostri confronti, e ora è venuto il momento di rendere conto della tua superficialità e della tua ambizione. «Credevo fosse legittimo, per uno scrittore, trovare la propria strada e ambire a essere letto da più persone possibile.» E costruire una villa in cui non abiti nemmeno? Spendere un sacco di soldi per viaggiare in tutto il mondo, senza badare a spese? Anche questi lussi sono legittimi? Le tue uniche necessità dovrebbero essere un tavolo, una sedia, carta e inchiostro. «Nessuno scrive più a mano, credo.» Hai capito cosa intendo, stronzo. E ora lo capirai anche meglio. Il presunto sogno comincia a sembrare a Leonard un po’ troppo accurato nei dettagli e nella logica dei dialoghi che - trattandosi di un sogno, appunto - dovrebbero essere come minimo più sconclusionati. Dall’oscurità del bosco circostante si levano rumori metallici che non riesce a identificare fino a che la coppia di armature, una rossa e una blu, non entrano nel campo di luce dei radi lampioni lungo il sentiero, accendendo il metallo delle due figure umanoidi di deboli riflessi. Il disegno e le rifiniture delle due figure medioevali sono poveri, essenziali. L’elmo sembra quasi un semplice bidone rovesciato. Nella fenditura all’altezza degli occhi si muove una luce azzurra, all’interno, che attesta come esse siano entrambe vuote eppure animate da un soffio di vita soprannaturale di cui lo scrittore non può certo dirsi sorpreso. Li ha creati lui, dopotutto. Si chiamano unjack e sono le milizie arcane che Lord Lockerhout ha evocato a supporto dei suoi eserciti di pezzenti e criminali in carne e ossa. Ti faranno un po’ male, Leonard, ma non temere, non ti uccideranno. Ci servi vivo, perché tu possa tornare a scrivere e completare la nostra storia, affinchè io e gli altri personaggi si possa essere finalmente liberi nell’etere della fantasia e, ottenendo l’attenzione della gente, legittimare una buona volta la nostra esistenza. «È solo un sogno, è solo un sogno» continua a ripetersi Leonard. L’unjack rosso alla sua sinistra alza un braccio e il guanto metallico lo colpisce violentemente al volto, scaraventandolo a un paio di metri di distanza. Quello blu accelera l’andatura per raggiungerlo, mentre lui sta ancora col culo per terra e indietreggia annaspando con le mani e con le braccia. «Fermali, ti prego. Ne possiamo parlare.» No, Leonard, tu hai bisogno di un segno tangibile di quanto la nostra pazienza sia prossima all’esaurimento. Pensavo di farti amputare un paio di dita del piede, come primo avvertimento, perché tu ti renda conto che facciamo sul serio. «No, no, no. Ho capito. Puoi considerarmi già avvertito.» Leonard... «Non potrò scrivere con due dita amputate.» Non scrivi mica con i piedi. «Il dolore postumo mi impedirebbe di scrivere.» L’eventualità di doverne subire dell'altro, e di ben peggiore, ti farà superare la cosa. E comunque, ora che mi ci fai pensare, a pagina 163 tu mi hai fatto tagliare via una mano con la scure da quello scherzo di natura di Travees, il giullare di corte. «Ma ti avevo dato il potere di farla ricrescere.» Be’, mi ha fatto male lo stesso. Il cavaliere sulla collina non aggiunge altro, malgrado Leonard continui a pregarlo di cambiare idea e richiamare i suoi sgherri. Gli unjack incombono sullo scrittore. Una mano metallica rossa si stringe intorno alla caviglia dell’uomo mentre l’altra gli spinge sul petto schiacciandolo a terra. Quella blu gli sfila prima la scarpa e il calzino, poi va al pugnale fissato al cosciale dell’armatura. Le urla di Leonard salgono verso l’alto come le faville di un falò e si spengono prima di aver oltrepassato la cima degli alberi. La lama si posa sulle due dita più piccole del piede destro. Il taglio è questione di un secondo, ma è a quel punto che compare Janine. continua
  5. commento Terra dei Mille Soli, sette cicli solari prima del Fattaccio «Non c'è più tempo!» esclamò Ermete precipitandosi nei sotterranei, lo sguardo in oscillazione tra il pugno stretto e lo spazio alle sue spalle: nessuna ombra sospetta. Rincuorato, affrettò il passo. Scendere nel mondo delle fogne era severamente proibito, pena l'abbattimento con l'incantesimo di evanescenza; sperava solo che con lui, visto che era di un rango elevato, sarebbero stati meno crudeli. «O forse no» mormorò digrignando i denti, lanciandosi a passo spedito lungo un corridoio stretto e umido, le gambe tremanti al solo pensiero di incontrarlo. Non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome e si malediceva per aver avuto la pessima idea di interpellarlo. Per cosa poi? Per un sospetto che non portava a nulla di concreto. In fondo, la sua era soltanto un'intuizione, ma così forte che rischiava di sconfinare nell'ossessione, e le ossessioni, ne era consapevole, costavano caro. Scrollò il capo e dal taschino della tunica rossa a righe nere, veste che portava nei giorni in cui al Castello della Pietra Rossa non era richiesta la sua presenza, tirò fuori un fischietto a forma di gardena e vi soffiò dentro. Un suono, simile al verso dell'omonimo uccello, si propagò tra le pareti in un'eco. «Chi osa disturbare il Signore Oscuro?» grugnì il Topo rivelando poco a poco le sembianze umane, superando di una spanna la testa di Ermete. «Ah, sei tu — disse sprezzante — cosa vuoi?» «Ho bisogno del tuo aiuto» rispose l'altro senza preamboli, lottando con tutte le forze nel corpo per dominare l'ansia avvinghiata alla bocca dello stomaco. «Il mago della corte vuole l'aiuto del Principe delle Tenebre… — sbuffò il Topo arricciando gli angoli della bocca — Dev'essere il mio giorno fortunato!» Ermete inghiottì l'orgoglio, ignorando una voglia matta di sfidarlo a colpi di incantesimi. Come gli era venuto in mente di esporsi in una maniera così diretta? Non era una cosa sensata mostrare la propria debolezza, per non parlare che quella scelta lo avrebbe portato prima o poi a rivelare segreti che era meglio non divulgare a chi poteva usarli per nuocere a lui o alla famiglia reale. Abbassò il capo, sospirando. «Allora? Non mi sono alzato dal letto, nel bel mezzo di un sogno truculento, per stare qui a perdere tempo con un essere inetto. Che cosa aspetti? Parla!» Ormai il dado era tratto e non poteva più tornare indietro. «Una sciagura sta per abbattersi sul regno. — disse in un soffio — Per poterla prevenire dobbiamo fare fronte comune.» Una grossa risata scosse le pareti rocciose, seguita da un tremolio del suolo. Ermete ebbe sensazione che il soffitto stesse per crollargli addosso, schiacciandolo come fosse un misero insetto. Doveva trattarsi di una semplice suggestione. Ogni volta che scendeva nei sotterranei — e per fortuna accadeva di rado — lo assaliva un forte disagio. Bastava che scorgesse lungo il tragitto le impronte sanguinose ignote, o avvertisse quell'odore nauseabondo, per fargli perdere il controllo. Alla faccia dei suoi poteri! «Io non devo fare un bel nulla. — replicò il Topo scocciato — Perché dovrei mischiarmi con la gentaglia dei piani superiori?» Già, perché? Come poteva spiegargli una cosa che nemmeno lui capiva? Che nessuno avrebbe potuto capire in quanto non conosceva, o meglio ricordava, i fatti successi ventidue milla cicli solari prima. Tempo immemore, si disse Ermete. Purtroppo la gente aveva la memoria corta. Il conflitto, la lotta, la Scissione, erano ormai soltanto parole senza senso; soprattutto la Scissione. Ma proprio lì, in quel frangente della storia, in un oggetto conosciuto dai più come l'Originale, stava la radice di tutto il suo malessere. Dopo cicli di inattività, il primo degli orologi progettati da Charles Dubois nel 753 P.S. (prima della Scissione) era tornato a ticchettare. L'aveva smontato più volte per capire cosa sprigionasse quell'energia particolare che si librava in aria proiettando sulle superficie lisce e scure immagini scomposte, impossibili da decifrare se non abbinate a quelle trasmesse nella maniera analoga dal Gemello, l'ultima invenzione dell'ingegnere, di cui si erano perse le tracce durante la Guerra della Scissione. Per salvare il regno, era fondamentale che lo trovasse prima che fosse tardi. Purtroppo le conoscenze di Ermete in materia, così come i suoi poteri, non bastavano per garantirgli il successo dell'impresa. Aveva bisogno di alleati in grado di superare qualsiasi limite per raggiungere il traguardo e solo uno soddisfaceva a pieno quel requisito. Sperava solo che con un po' di fortuna e giuste moine sarebbe riuscito a portarlo dalla sua parte. «Per riconquistare la supremazia di una volta, tanto per cominciare» sussurrò sudando freddo. Il Topo amava essere adulato, lo sapevano tutti, così come erano a conoscenza del suo desiderio di risalire la china dopo essere stato bandito dalla corte per l'eccesso di violenza. Ricordarglielo era l'unico modo per attirare la sua attenzione e, perché no, guadagnare il tempo senza svelare troppo. Il Topo scrutava Ermete, la testa inclinata da un lato, le braccia conserte sul petto che si alzava e abbassava in un movimento ondoso. «Una volta? — disse con una voce calma che non tradiva alcuna emozione — Sono l'unico e inimitabile Principe delle Tenebre. Un altro insulto e sei morto. Te lo chiedo di nuovo: cosa vuoi da me?» «Esiste una profezia… — mentì il mago — Non so di preciso cosa succederà, né quando: potrebbe essere domani o dopodomani, oppure fra quattro-cinque cicli solari. Quello che so è che non possiamo temporeggiare a lungo. Per prevenire il male, è necessario giocare d'anticipo.» Non era poi così lontano dalla verità. Le cronache dell'epoca attribuivano a due orologi Dubois poteri straordinari, tra cui quello di predire il futuro, se e quando le immagini proiettate venivano interpretate correttamente. «Il male? Sono io il Male in persona! — scattò il Topo — Mi vuoi, per caso, sfidare? Ah, sarebbe divertente! Come ai vecchi tempi, ricordi?» sogghignò mostrando i denti aguzzi, facendo svolazzare con il respiro il lungo mantello nero. «L'unico che può mettere in pericolo il regno, e sono a un passo dal farlo, è il sottoscritto. Cicli e cicli di isolamento, di sfregio, di operato in incognito. E per cosa poi? Per niente. Mai che qualcuno si ricordasse a dirmi grazie. Sai dove sarebbe ora il tuo amato regno se non fosse stato per me? Sott'acqua. Ho dato tanto a questo buco del mondo e cosa ho ricevuto in cambio? Il benservito. Eh, sì, sono io il vostro male. Io!» Infastidito da quel sproloquio nauseante, Ermete roteò gli occhi, preda d'ira. «Per tutti i mille soli! — gridò — Non è uno scherzo! Se non fermiamo la profezia in tempo, le conseguenze potrebbero essere pesanti. Per tutti!» Soprattutto per me, pensò sentendo tutto il peso di un'eventuale sconfitta premere sulle sue spalle ricurve da un'esistenza millenaria non sempre felice e appagante. Ma che cosa ne sapeva quel miserabile? Le pareti rocciose gli rimandavano ancora in un'eco il suo delirio d'onnipotenza quando, sfinito, s'afflosciò in terra.
  6. Dragonbreath

    The Dragon Slayers Capitolo 0 (bozza)

    Buonasera a tutti! Vi presento la prima bozza del capitolo introduttivo del mio primo "libro", questo "libro" è ambientato in un mondo post-apocalittico nel quale gli umani sono stati sterminati dai draghi. Tra i pochi umani rimast si forma un gruppo di guerrieri, I Dragon Slayers appunto, specializzati nell' uccidere i draghi. Spero che questa bozza vi piaccia e che possiate darmi consigli sulla storia ma sopratutto sulla punteggiatura (che letterariamente parlando considero il mio punto debole) vi ringrazio in aticipo per tutti i consigli che mi darete. P.s. non abbiate paura ad essere troppo duri con i commenti, non mi offendo facilmente. CAPITOLO 0 Le guerre di Armònia 1 Gennaio 1142 P. I. – 20 Luglio 19 P. I. 1 Tanto tempo fa, nel continente di Armònia, vissero due razze in perenne conflitto da loro: gli Alv e i Draghi. Nel corso della storia queste due razze combatterono continuamente fino a causare una guerra che quasi distrusse il continente. La guerra si concluse con la sconfitta degli Alv che, prima di essere sterminati del tutto, crearono una nuova razza: gli umani; dopodiché si lanciarono in un ultimo attacco suicida contro i draghi riuscendo a uccidere il loro re: Luxifer. Per diversi secoli gli umani riuscirono a convivere pacificamente con i draghi. Infatti, nonostante fossero estremamente meno forti dei loro antenati2, gli umani sfruttando la loro intelligenza crearono comunità in tutte quelle zone di Armònia nelle quali, per il troppo caldo o per il troppo freddo, i draghi non potevano vivere. Circa nel 552 P. I. la maggior parte dell’umanità si riunì in una grande comunità: il sacro impero di Ilios. I regnanti di questo impero, gli Iliosus, erano diretti discendenti degli Alv e avevano ricevuto dai loro avi una missione importantissima: sconfiggere i draghi e ricacciarli nel loro luogo d’origine: L’Ade, una piccola isola all’ estremo est di Armònia. Alla morte d’Iliosus V detto “il pacifico” salì al trono il suo unico figlio maschio Iliosus VI. A differenza degli altri membri della sua famiglia Iliosus VI credeva fortemente nella missione affidatagli dai suoi avi e decise che sarebbe stato lui stesso a sconfiggere i draghi. Il re costrinse tutte le comunità di umani a entrare a far parte dell’impero, i pochi che si ribellarono vennero sterminati, ciò gli valse il soprannome “il sanguinario”. Una volta radunato un esercito enorme il re organizzò un'assemblea con i 100 maghi dell’impero. 25 Luglio 20 P. I. 12:34 Sala del trono Due uomini camminano velocemente in un lungo e silenzioso corridoio, indossano entrambi un’armatura rosso sangue e portano una spada al fianco sinistro, i due parlano tra loro: “Sei sicuro che il re sia qui, Cardok?” “Sicurissimo” rispose l’altro, “oggi è quel giorno quindi sicuramente sarà nella sala del trono a sbrigare i suoi affari” “da quando è diventato re ogni giorno è quel giorno” “Caro Kyros, sai che non dovresti criticare sua maestà, se glielo dicessi ti farebbe decapitare… Non che questo sia un problema dato che la testa ti è inutile” disse Cardok in tono beffardo. “Se non la smetti di fare il simpaticone ti taglio la lingua” disse Kyros. “Libero di provarci” I due arrivarono d’avanti ad un enorme portone in legno massiccio, oltre il quale era possibile sentire donne e bambini urlare e dei colpi di frusta. I due spalancarono il portone e si ritrovarono in un’immensa stanza, le cui pareti erano coperte da arazzi raffiguranti lo stemma della famiglia reale, a terra era presente un tappeto rosso di seta, in fondo alla stanza c’era un trono in oro massiccio, sul quale era seduto un uomo con barba e capelli castani e folti, lo affiancavano due balestrieri disgustati dalla scena alla quale stavano assistendo. Cardok disse: “Saluti vostra altezza, se non le è di troppo disturbo le dispiacerebbe concederci la sua attenzione?” era udibile chiaramente disprezzo nelle sue parole. Il re li guardò e disse “cosa volete generali? Non mi pare di avervi convocati” e continuò a scoccare la sua frusta. Kyros disse “abbiamo riunto tutti e 100 i maghi, pensavamo che le avrebbe fatto piacere saperlo” Il re disse con aria perplessa: “la riunione era oggi? Me ne ero dimenticato” detto ciò si alzò e fece cenno ai balestrieri di fare fuoco sulla schiera di persone disposte d’avanti al trono; Dopodiché disse: “Voi due mi farete da scorta mentre andiamo” “sissignore” dissero i due all’unisono senza entusiasmo. Il re amava passeggiare per la città, la considerava il suo più grande orgoglio. Ogni volta che usciva rimaneva estasiato dalla bellezza dei giardini pensili, dai piccoli fiumi che scorrevano all’interno della città e dai bellissimi monumenti. Era una soleggiata mattina di luglio, faceva molto caldo e i bambini erano fuori a giocare nei bellissimi giardini del palazzo reale, due bambine schizzarono accidentalmente il re con del fango: “C-ci scusi vostra ma-maestà” dissero le bambine sinceramente dispiaciute Il re le guardo amorevolmente e disse: “non preoccupatevi bambine” subito dopo averle superate disse: “Cardok, ammazzale.” Cardok estrasse la spada e si scagliò sulle bambine che non emisero un suono, gocce di sangue volarono ovunque. “Ottimo lavoro, procediamo” disse il re Cardok tornò in fila, serrando il pugno per nascondere il taglio sulla mano. 1 P. I. = prima della caduta di Ilios / D. I. dopo la caduta di Ilios 2 Gli Alv avevano un grande potere magico, al contrario pochi umani possono usare la magia
  7. Kirana

    Il padrone del nulla. L’indizio

    Commento prima parte Qui . La bassa insegna di ‘Eldeston’ lo portò dentro le vie del residenziale paesino. I numeri rossi sul display del cruscotto accesero la sua attenzione, e il pensiero dimezzò il parlottio del signore al lato. Erano le dieci. L’ora trascorsa in prigione sul lato finestrino cominciava a pesare, eppure la rivolta del ginocchio gli confermò di non avere via di fuga, quello sembrava l’unico angolo privo di punte a molla sotto. A scapito del sedere continuò a rispettare un contegno da fachiro; la meditazione non serviva, se si parlava di calcio. Le finali battute del capitolo ‘uno contro tutti’ le recitò l’assicuratore con i mille ‘ma e perché’ al telefono. Il tempo di riattaccare e un carro attrezzi accostava al lato. L’ometto alla guida lo trasportò tra l’abbraccio della curva. “Chicoo”, fu l’esplosione di uno, altrettanto capace di fargli bollire l’ossigeno tra le vene, anche se sta volta aveva centrato una porta di rovi al posto della rete. L’origine latina nella pronuncia li accomunava, invece a unirli in un botta e risposta era la stessa passione. Nel tragitto realizzò fosse un tifoso di vecchio stampo, i migliori a suo giudizio. In fondo a quegli occhi ritrovava il fascino di un ragazzino per il primo amore, tant’è che i ricordi dei suoi albori in campo si sostituirono a Clare. A malincuore però lo zig zag tra il quartiere diede il via a un reload d’immagini, e in ritardo ascoltò: “ Sembrano tutte uguali ste viuzze! Dove devo andare, ora?”. All’angolo, il cancello stile campo militare del signor Parcher si differenziò dagli altri e col dito sulla strada, disse: “All’incrocio giri a destra. Tra altre due case, si può fermare”. Una grassa risata stoppò il braccio a mezz’aria, quei baffi da tricheco iniziarono a contagiarlo, mentre ascoltò: “ Stamattina devo essermi alzato col piede giusto. Chi ci crede, che ti ho incontrato!” In rimando, un sì di testa fu sufficiente per sentire: “ Quella che sapevo, era la storia del solito calciatore. Nient’altro che divertimenti e macchine, fuori dal campo. Invece, devo dirti che ti trovato diverso. Non avevo idea che a otto anni avevi già preso la valigia. Sacrifici ben ripagati, se mi posso permettere. Non dovrei dirlo, ma ti apprezzo di più ora”. Qualcosa gli formicolò in pancia e di petto disse: “ Se le fa piacere, può venire assieme a suo figlio a vedere gli allenamenti?”. Il colorito delle guance scaldò il mare di spine in quella faccia; lo stridio dei freni al suo ingresso tolse la parola al mutismo da sorpresa. In una stretta, i calli dell’autista gli ricordarono altre mani e col pensiero altrove sentì: “ Verrò certamente! Che regalo! Gli prenderà un colpo a mio figlio. Non ci credo neanche io. Grazie!” Lo trattò d’amico e per dar valore alla pacca sul gilè giallo disse: “ Di nulla! Grazie a lei mi scoppia memo la testa”. Tra le chiacchiere era bastato infilare un ‘andavo forte’, per far dissolvere lo spettro dell’incidente. Ora invece, i dubbi formavano solchi su quella fronte, al punto da voler tagliare corto e d’un fiato disse: “Avviserò ai cancelli. Le basterà fare il mio nome per entrare”. Gli arrivederci gli mettevano l’ansia, un reciproco ‘buona fortuna’ concluse l’incontro, fin quando il gelo in sorpasso dal portello lo strinse in un colletto a prete. Non era una novità, in poche occasioni la sfera in cielo s’impegnava per domare il gregge di nuvole a seguito, e oggi assisteva a un'altra resa. Sul marciapiede, un saluto accompagnò l’autista in retro; dopo il portico di gerani a cascata della signora Geselle, il muso in dentro della macchina lo lasciò. In mente gli girarono gli zeri dell’assegno per il meccanico, ma il silenzio del cancello aperto mise freno alla giostra. Non occorreva il campanello quando Anna stava sull’attenti. Era integro e per dimostrarlo allungò un cenno alla telecamera, mentre una chiazza del giardino l’invogliava a prendere la via. Ieri sera, il tintinnio delle chiavi aveva provocato un ‘se fai casino quando torni sei morto’ detto da Anna; non rincasare all’alba dal giro di turno come tassista significava innescare una caccia al ferito tra gli ospedali. Negli anni vantava una reputazione nelle corsie d’emergenza, stavolta però il buon senso prevalse, gli ultimi tossii del telefono li aveva spesi in spiegazioni. L’aderenza in tasca rispose al dubbio d’averlo scordato in giro; quando sulla scia del vento un presentimento l’attaccò alle spalle. Unirsi al ballo delle foglie con solo addosso una camicia era tutt’altro che piacevole, eppure i sospetti nati su Anna lo tennero d’un pezzo. I ‘poi ti dico’ non valevano con lei; in barba ai divieti, Loris restava un bersaglio facile da tartassare. Il passo da soldato gli venne di conseguenza, a collo alto sfidò il gelo per snidarla dalle finestre del villino, a metà curva però comparve tra il tettuccio dell’atrio. Il blu dello scialle ‘da nonna d’inverno’ l’avvolse nella coccola di casa, viceversa quell’espressione amara gli strappò ogni buon proposito. Già si vedeva zimbello dello spogliatoio, doveva prepararsi a incassare le frecciatine di Loris anche nel mese a venire. La discrezione non era pane per la sua governante, tan’è che in piede di guerra la raggiunse, eppure uno di fronte l’altro risentì del potere di quegli occhi scuri. I lembi della mantella pativano la frustrazione di Anna, segno che l’uragano Clare l’aveva colpita. Per confortarla aprì bocca, ma vittima di quelle mani, dopo un giro a pupazzo sentì: “ Ti sei fatto vedere il taglio sulla fronte?” Non sapeva nemmeno di averlo e ancora in trappola disse: “ Non è niente, il guaio è il resto”. Un altro mulinello di foglie gli rubò le parole, non era necessario aggiungere altro alla sua faccia; il dietro front di Anna gli mise davanti i fiori rossi ricamati sulla schiena. La porta lo riparò, gli aromi di casa presero piede e la scia di uova e pancetta concluse il giro dritta allo stomaco. Qualcosa nel suo aspetto fece sogghignare Anna; la cucina lo attendeva e per conferma ascoltò: “ Vieni, metto in tavola”. Prima di seguirla, abbandonò sul comò le cianfrusaglie, i pantaloni da figo lo facevano respirare appena. La seconda tappa fu il bagno accanto le scale, sotto il rubinetto il taglio sulla fronte pizzicò. Allo specchio, il rosso fece a botte col bianco del telo, e la mente spinse il bottone con su scritto ‘ragazzo’. Distogliere lo sguardo non cambiò l’esito, le immagini rimasero, e in soccorso la lingua provò a tagliarle dicendo: “ Non si è fatto nulla! Sembrava un grillo su quella moto”. La porta affievolì un: “Si fredda’’; il naso ne approfittò per tappare il becco al senso di colpa stabilendo come meta l’arco alla fine del salotto. Con un piede oltre il varco, aveva già mangiato i piatti in tavola, finché il volto in analisi di Anna, seduta al lato, l’impietrì. Era una trappola, il cibo doveva saziare il suo silenzio. In bilico sulla scelta, la voglia di sporcarsi il muso di pancetta piegò l’ago, tanto da accettare l’invito a pranzo con l’ispettore. Tra una fetta di ciambella ai mirtilli e delle uova, aveva passato la mezz’ora a cantare. Anna ormai era al corrente sui dettagli della serata e il fungo solo soletto sul piatto non la scompose. Il disco s’incantò, con gli occhi da nessuna parte si fece invadere dal piacere d’avere lo stomaco pieno, placebo persino contro le pene d’amore. Finché la faccia a bacchetta di Anna prese a schiaffi la sua pace. In apertura racconto sputava a raffica sentenze su Clare, sul finale però l’incidente gli avevano tolto la benzina. Conosceva i meccanismi di quella mente e cercando lo schienale disse: “ Perché non mi credi? Ho bevuto solo un bicchiere. Chiedi a Loris se vuoi”. Un sospiro gli annunciò baruffa; da solo il petto si rifugiò in difesa nel sentire: “Allora dimmi! Perché non hai preso la targa della moto? Perché poi quel ragazzo sarebbe dovuto scappare? E se è vero quello che dici, perché non hai chiamato la polizia?” L’ipotesi di dover abbassare la testa davanti a quei pavoni in divisa l’infastidì, non quanto il torto di passare per bugiardo e di getto disse: “ Perché dovevo chiamarli? Quel ragazzo è scappato a razzo. Se tu non mi credi, pensi che loro l’avrebbero fatto? Non ricordi, mi hanno già levato tre punti senza un perché. Non avevo voglia, di dire addio anche alla patente ieri”. Aveva segnato un punto, eppure quelle braccia incrociate lo scoraggiarono mentre ascoltò: “Già! Dimenticavo. Per te, gli autovelox sono delle scatole gialle sulla strada”. Preso al laccio disse: “ Non ricominciare. Quante volte devo ripeterlo, non l’ho visto quello stupido arnese. Sai benissimo, che non ho mai capito di che strada parlava la multa. Comunque, questa volta la polizia non serviva, era tempo sprecato”. Il naso a corvo di Anna s’avvicinò nel dire: “ Potevano aiutarti a capire cos’aveva da nascondere quel ragazzo”. Le spalle risposero prima e per accompagnarle disse: “Affari suoi! Alla fine, non è successo nulla. Perché dovrei preoccuparmi di qualcosa che non so? Avrà avuto le sue ragioni”. Il taglio a piramide delle sopracciglia dominava quel volto; stava sprecando fiato e dopo uno sbuffo affermò: “ Salgo. Prima di buttarmi a letto devo chiamare Clare”. Di sottecchi la vide tornare a sfogarsi col tavolo, a testa bassa finse la resa finché da dietro sentì: “ So che non sai mentire. È difficile da credere, ma cosa ti devo dire. Aggiungiamo anche questa alla lista di ‘cose che capitano solo a te’. Ricorda però, se avrai problemi per la tua stupidaggine, non venire da me a cercare acqua fresca! Te la sbrogli!” Con un cenno replicò alla minaccia di quel dito e tornando sui suoi passi ascoltò: “ Più tardi esco, devo fare spesa. Domani ti vedo solo a cena, giusto! Sei fortunato, se giocavate oggi ti toccava andare. Bella rogna!” Sacrosanta verità, mancavano solo i rimproveri del mister per chiudere il quadro. Domani doveva inventarsi qualcosa, al posto del ragazzo in fuga suonava meglio l’animale sbucato dal nulla. Di colpo, il rumore della sedia di Anna lo riportò in cucina mentre sentì: “ Non ti reggi in piedi. Vai, non verrò a svegliarti”. Ormai si era abbonato ai gesti e in vista delle scale quasi scordava di raccattare le sue cose dal mobile nero. Per gli scalini si rigirò la pennetta; il segreto era al sicuro, Anna ignorava le ferite del ragazzo, altrimenti la guerra sarebbe durata fino a sera, a scapito del tu per tu col letto. Senza badarci si perse tra il rosso dell’albero fuori in giardino, il quadro d’autunno della finestra in camera gli strappò un sospiro, nonostante la priorità fosse lo scrittoio al lato. Una volta chiusa la porta, s’allargò la sedia e attratto da qualcosa di giallo si fece attento al blu delle coperte. La ciambella di Miky stava ai piedi del letto sotto l’ombrello a momenti aperto e chiuso di uno spicchio di sole. Quel dolce far niente lo sbeffeggiò, doveva muoversi se voleva riappropriarsi del trono. Tra la schermata del portatile si riflesse; una sistemata al ciuffo e apparve il sorriso di due stagioni fa assieme a trofeo e amici. La USB era inserita, l’attesa l’irrigidì, fin quando la faccia di Daniel venne tagliata da una finestra. Tra sé lesse: –inserire password–; il lascia passare della casella in basso lo stranì. Il canale delle serie thriller saltava in Tv durante la pausa primo tempo di qualche partita, ma accettare la parte da protagonista andava oltre i piani. In mente gli ronzava la soluzione più a buon mercato, in ogni caso d’azzardò a scrivere:–0000–. In sequenza lesse: Password errata–, e le mani ripararono la fronte mentre esplose: “ Da quando si può negare l’accesso?” Nel tempo libero non trafficava con file in downloand e pennette, eppure quella protezione gli stuzzicò la mania da crimine, tant’è che mise allerta i sensi nel dire: “Forse, era meglio lasciarla dov’era”. Con uno sbuffo di troppo accettò di averne abbastanza per essere curioso; tenere in testa i capelli, a rischio per lo stress, valeva più di un mistero. Così col fruscio della doccia già alle orecchie decise d’abbandonare barca e remi, in favore di uno spogliarello per nulla sexy. In corsa, il tappeto in bagno lo frenò; il tempo di un balletto di ginocchia e l’acqua s’alleggerì col tepore. Il getto non lo deluse. I muscoli tornarono a sollevarlo dalla fatica, ma un’occhiata ai colori del mosaico sul muro bastò per spedirlo dritto tra le luci laser del club. La spina al fianco era ancora lì; alla parola tradimento mancava un perché. Di castelli in aria ne aveva fatti mille, la verità stava nella versione di Clare. Gli toccava sentirla. Un laccio lo strinse alla gola, la nonna ormai la conosceva, quella era più di una dichiarazione. Invece dopo due anni, seppelliva il ‘ci penso! Se vuoi che sto da te’, detto pochi mesi fa. La scena di ieri non era lo shop disegnato ad arte da qualche rivista, le braccia di Jacob l’avevano sostituito davvero. Faceva male, a mente fredda però l’intenzione di offenderla sfumò. Toccava alla coscienza di Clare scendere a patti con la bravata, a lui piuttosto premeva ricordargli che quel nome era la firma del suo futuro. D’un tratto le parole gli vennero in testa, non gli occorreva più insaponarsi a ripetizione, e la mano chiuse i giochi. Fagotto tra l’accappatoio, si rese conto di odorare peggio di un coccolino al cocco. Anna aveva la fissa per i mielosi doccia gel; era inutile fargli presente che rischiava la fama. In fase strizzo, il parquet della stanza divenne colla sotto i piedi, finché a molla partì per la cabina armadio in fondo; l’argomento Clare andava riaperto da vestito. Dalla pila di tute, a caso pescò quella grigia, prima mise i calzoni, quando con metà braccio dentro la felpa, dalla camera sentì: “ Miaho”. Miky brontolava per il solito buco allo stomaco, la porta chiusa però lo teneva a stecchetto. In mente gli vennero i pochi passi fatti, se non sbagliava lo zerbino non stava sul letto. Un flash lo scurì e a mezza bocca disse: “ Il computer, l’ho lasciato aperto!” Quel sedere si posava al caldo, lo sapeva bene, tant’è che con un quarto di faccia si precipitò dall’altra parte del muro. Dalla distanza il giallo sembrava un nuovo gingillo sullo scrittoio, solo vicino al tappeto s’accorse del pannello bianco dietro e su due piedi sbottò: “ Mikyy!”. Il resto del viso gli servì per sfidare quel sornione dagli occhi verdi e provando a essere più chiaro disse: “ Scendii! Salame, ti dovevi svegliare proprio adesso?” Pochi passi innescarono un fuggi fuggi verso il muro della cabina; quel pancione aveva inghiottito persino il briciolo di speranza serbata per risolvere l’enigma. La faccenda era chiusa; il suo senso di rivincita aveva come avversario un’invincibile ombra priva di nome. Pur di contenere il fastidio lo strinse in un pugno e nel togliere la pennetta a malapena sbirciò lo schermo. La miopia però durò poco, gli occhi a fessura s’aprirono per imporre un alt alla mano; dei segni geometrici occupavano il display, e con la fronte quasi al vetro cadde in standby. Quella non era opera di Miky.
  8. arbok

    Se il sole facesse poca luce?

    È da un po' che mi ronza in testa una trama per un racconto fantasy ambientato in un mondo diverso dal nostro ma con le caratteristiche fondamentali simili (sole, luna, maree, cicli vari etc...). Nel racconto, per motivi di trama, volevo aggiungere una caratteristica particolare: la luce del sole è molto debole. Ho cercato varie informazioni a riguardo ma non riesco a capire cosa comporterebbe questa scelta nel mondo creato, nel quale gli uomini vivono in una società simil-settecentesca senza corrente elettrica. So che è un topic un po' strano, ma se riusciste ad aiutarmi ve ne sarei immensamente grato
  9. Roberto Ballardini

    On Writing 11. Rivalità

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 11. Rivalità L’alba di Los Angeles è insolitamente sanguigna, con punte color ruggine che intaccano le facciate vittoriane di Angelino Heights e i palmizi dal fusto lungo e sottile che costeggiano il Sunset Boulevard. Willem è fuggito dalle basse colline di Echo Park e dalla propria villa, dopo la notte movimentata in cui LL gli è apparso in veste di lupo. Una fuga decisamente rocambolesca, come testimoniano le macchie di sangue sui polsi della camicia, che lui bada a tener ben coperti sotto la giacca color sabbia. Dal sedile posteriore del taxi, vede una copia di Cacciatori e prede nel vano portaoggetti accanto al guidatore. La cosa lo infastidisce un po’ perché subito dopo non può fare a meno di chiedersi cosa proverebbe se al posto dell’ultimo romanzetto di Leonard (170 cartelle, tsè) ci fosse il suo ultimo romanzo (966 cartelle, cazzo). La guerra degli innocenti. D’altra parte il taxista pakistano non sembra certo il tipo che possa capire la sottigliezza e la meticolosità con cui Willem Zucker descrive gli usi e i costumi, le ambientazioni e gli oggetti, insomma l’intero contesto storico delle sue saghe medioevali. Ciò nonostante, non riesce a trattenersi e attacca discorso, consapevole della propria deleteria tendenza a farsi del male. «Si, mi piace lo stile di Oaks» risponde il taxista, che avrà suppergiù 34\35 anni, un paio di Ray-Ban Aviator dalle lenti azzurre antiriflesso e un cappello giamaicano. «Lo stile, figuriamoci» mormora Willem sbuffando sul sedile posteriore, con un moto di insofferenza. «Guardi che il ragazzo ne ha da vendere, sa.» «Il ragazzo ha 41 anni, come me.» «La facevo più vecchio. Forse per via della giacca, con quelle toppe sui gomiti. Lei lo conosce?» «Siamo andati alla Jefferson insieme. Era il mio migliore amico, e io il suo. O almeno, era quello che credevamo allora. Probabilmente eravamo soltanto i due studenti più strambi dell’università e avevamo bisogno l’uno dell’altro.» «Wow, non ci posso credere. Il migliore amico di Leonard Oaks sul mio taxi» esulta il pakistano, poi però ha subito un momento di ripensamento. «Non mi starà raccontando una cazzata, vero?» «Me lo ha chiesto lei.» «La Jefferson è a Charlottesville, in Virginia, giusto?» «Sì. Sono nato lì. Anche Leonard.» «Mmm, vi siete allontanati parecchio, eh?» «Mai abbastanza.» «Comunque io me ne intendo di stile letterario, sa. Ho letto un mucchio di roba.» «Libri.» «Prego?» «Si chiamano libri. Non è roba. Le parole hanno un loro peso specifico. Il fatto che nel linguaggio corrente siano stati introdotti vocaboli generici come roba, o cosa, o coso, o quell'affare lì con lo scopo di sopperire all’ignoranza generalizzata e garantire a chiunque la possibilità di esprimersi, non significa poi che sia lecito avvalersene in ogni circostanza, mi spiego?» «Non ho capito granché, sinceramente, però mi suonava vagamente ostile» replica il pakistano sbirciando diffidente lo specchietto retrovisore. «Cos’è lei, una specie di professore?» «Non lo dica con quella nota dispregiativa, la prego. Qualcuno potrebbe anche offendersi» osserva Willem con una smorfia di sufficienza, e si gira verso il finestrino. LL gli ha dato il potere, parole sue, di disporre dell’esercito esoterico ogni volta che Willem lo ritenga necessario, e a lui piacerebbe tanto far marciare gli Unjack sul Sunset, ora. Contemplare i riflessi sulfurei del sole losangelino appena sorto, sull’acciaio delle corazze e sulle lame delle alabarde. «Comunque, se le dico che Oaks ha un talento di prima categoria mi può credere sulla parola.» «Non ce n’è bisogno» replica Willem, assorto nella sua visione. «Non ho mai messo in discussione che Leonard abbia più talento di me, ma uno scrittore non è solo talento. È anche perseveranza, costanza, lavoro, studio e tanta, tanta abnegazione.» «Abnegazione? Ma lei sa quanti libri ha scritto quell’uomo in meno di dieci anni?» «Certo che lo so. Li ho letti tutti i suoi libri, io» dice Willem, con una punta di amarezza, rigirandosi tra le mani la lettera ormai spiegazzata che gli ha scritto Leonard. «Lui, invece, non ha finito nemmeno il primo, dei miei. E consideri che gliene mandavo una copia in regalo tutti gli anni.» «È uno scrittore anche lei?» «Anche lei? Sono io lo scrittore, tra noi due, non Leonard! Leonard è soltanto un pazzo visionario, un drogato di fantasia, una persona incapace di integrarsi socialmente che sopperisce alla solitudine con l’immaginazione.» «Guardi che ha fatto un sacco di soldi. A me sembra piuttosto integrato.» «Il fatto che lei pensi questo dimostra soltanto quanto sia venale e contraddittoria la società in cui viviamo.» «Sarà, ma ho la vaga impressione che a lei stia rodendo un po’ il culo, eh. Sarà mica che tra voi c’è una certa rivalità?» «È questo il punto. Non dovrebbe esserci. Io so che i miei libri sono infinitamente superiori ai suoi, sotto tutti i punti di vista. Lo so, questo, ok? E credevo lo sapesse anche lui. Credevo accettasse di buon grado tutti i miei consigli, perché in fondo fosse consapevole che i suoi libri erano solo immondizia per sottoculturati. E invece, sa cosa ho dovuto scoprire?» si mette a gridare sventolando la lettera di Leonard in modo che il taxista possa vederla nello specchietto retrovisore, anche se il pakistano non ci fa caso, fermo a valutare quanto possa risultare offensivo quel sottoculturati nei suoi confronti. «Che lui è convinto di essere uno scrittore migliore di me. Migliore di me! E che i miei libri, frutto di anni e anni di accurata documentazione e fatica, per lui non valgono nemmeno la pena di essere letti. Li adopera come fermaporta, capisce?» «Abbassi la voce, per favore.» Willem si lascia andare contro lo schienale e tira un respiro profondo, e poi un altro e un altro ancora. L’ira gli occlude le vie respiratorie. «Mi chiedo una cosa» dice il pakistano, scrutandolo ora nello specchietto con aperta ostilità. «Che cosa» chiede il medioevalista, al limite della sopportazione. «Se lei è così convinto della bontà delle sue opere, e della pochezza dei libri di Oaks, perché ho l’impressione che il suo parere sia così importante per lei?» Il respiro si ferma nella gola di Willem. «Non sarà che una vocina dentro di lei le stia dicendo che forse Oaks, tra voi due, sia il vero genio della situazione?» Will comincia a diventare cianotico. «E poi scusi, ma perché è così importante per lei essere migliore di lui?» Ecco. La domanda cruciale. Quella che Willem temeva di sentirsi porre fin dall’inizio di quella conversazione. «Le pare giusto?» «Cosa?» «Le pare giusto che io sia salito sull’unico taxi in tutta Los Angeles il cui autista dalla pelle decisamente scura, che porta un ridicolo cappello rasta e probabilmente qualche etto di marjuana nascosto nell’auto, abbia un quoziente intellettivo di qualche decimale superiore alla media e pensi di essere un critico letterario? E che quello di Leonard Oaks possa definirsi stile? Le sembra giusto tutto questo?» Sono le ultime parole pronunciate da Willem Zucker all’interno dell’auto, dopodichè si ritrova nel giro di pochi secondi estratto a forza dal veicolo, e sospinto sul ciglio della strada, a guardare attonito il taxista che apre il bagagliaio e gli butta sui piedi la pesante borsa da viaggio con dentro la Chu-Ko-Nu, la balestra cinese a ripetizione. O meglio, la sua variante francese, più elegante e cesellata. «La corsa fin qui la offre la casa, bello. E ora vedi di andartene affanculo, eh.» Il taxi si allontana velocemente nel traffico crescente di Los Angeles, mentre Willem si pulisce gli occhiali e si passa le dita fra i lunghi e radi capelli color orzo, convincendosi sempre di più che LL avesse ragione, la notte scorsa, e che Leonard Oaks abbia operato su di lui un qualche tipo di maledizione. «Ti troverò» mormora con una certa acredine che non provava più dall’ultima crisi - e finché ha preso le pillole azzurre del dottor Merrill, lo psichiatra. «E quando ti avrò trovato, dovrai rendere conto di tutto il male che mi hai fatto, bastardo.» continua
  10. Burt OZ Wilson

    Vanthúku

    Titolo: Vanthúku - Il risveglio del draghetto rosso Autore: Burt O.Z. Wilson Casa editrice: Independently published ISBN: 978-1793293183 Data di pubblicazione: 04 febbraio 2019 Prezzo: € 9,90 Genere: Fantasy Pagine: 260 Formato: Cartaceo Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/179329318X/ Quarta di copertina: Risentimento, egoismo, paura: la sorte alterata da forma umana a mostruosa, volta alla rinascita. Burt O.Z. Wilson presenta un fantasy senza scrupoli di eroi vigliacchi e predatori, dominato da sangue, acciaio, artigli e ossa spezzate, evocazioni di morte da polvere e roccia rossa. Nessun abitante dell’Impero conosce Vanthúku: le terre rosse oltre le montagne est, un tempo dominate dai grandi draghi estinti e i giganti del Mhòrk, ora avvelenate dai negromanti e infestate dai draghetti. Ma cosa succederebbe se i due mondi fossero costretti ad incontrarsi? E mentre antiche leggende raccontano di un errante nell’Impero ovest, e di un popolo delle ombre all'estremo sud, le terre rosse cadono al dominio di un uomo e all’unicità di un essere. Nel risveglio di forze antiche, scontri e tradimenti verso la supremazia di Vanthúku, s’intrecciano ambiguità, solitudine e rabbia di un soldato ripudiato e una donna portatrice di magia pura; di un furbo negromante e una coraggiosa guerriera; trafficanti mossi dalla cupidigia e uomini bestia. Qual è il vero nemico da combattere? Un libro che si lascia leggere in fretta, un'esperienza quotidiana raccontata come non lo fosse. Un fantasy parallelo al nostro tempo, nell'odio della diversità come paura e i sentimenti come motore ad affrontare la vita. Un viaggio dai risvolti spesso crudeli, ma vivi.
  11. GM Press

    GM Press

    La GM Press, nata nel 2016, si propone di interpretare il mestiere di editore in maniera attenta, dando spazio alla qualità delle proposte editoriali e alla domanda medio-alta di quel lettore che cerca una letteratura di evasione di buon livello. GM Press intende valorizzare il libro come prodotto editoriale, esaltandone le qualità dal punto di vista del formato e del contenuto. Dà una cura particolare agli aspetti grafici e alla qualità della presentazione e progressivamente intende proporsi come un luogo aperto di buona lettura, di scrittura, di apprendimento, di dialogo, di confronto e di ricerca, nel quale vecchia e nuova letteratura, scrittori affermati e autori emergenti, possano confrontarsi, creando e diffondendo cultura. GM Press soprattutto non chiede soldi per leggere e valutare i testi. Non chiede soldi per correggerli e migliorarli. Non chiede soldi per impaginarli e per produrli, pubblicizzarli e distribuirli e non chiede neppure di acquistare delle copie.
  12. Kirana

    Il padrone del nulla. L’indizio.

    Commento Publico in questa sezione il seguito del racconto. Ho le idee confuse, non so se posterò i capitoli che verrano. Nel frattempo aspetto i vostri commenti. Per la parte iniziale clicca Qui . La bassa insegna di ‘Eldeston’ lo portò dentro le vie del residenziale paesino. I numeri rossi sul display del cruscotto accesero la sua attenzione, e il pensiero dimezzò il parlottio del signore al lato. Erano le dieci. L’ora trascorsa in prigione sul lato finestrino cominciava a pesare, eppure la rivolta del ginocchio gli confermò di non avere via di fuga, quello sembrava l’unico angolo privo di punte a molla sotto. A scapito del sedere continuò a rispettare un contegno da fachiro; la meditazione non serviva, se si parlava di calcio. Le finali battute del capitolo ‘uno contro tutti’ le recitò l’assicuratore con i mille ‘ma e perché’ al telefono. Il tempo di riattaccare e un carro attrezzi accostava al lato. L’ometto alla guida lo trasportò tra l’abbraccio della curva. “Chicoo”, fu l’esplosione di uno, altrettanto capace di fargli bollire l’ossigeno tra le vene, anche se sta volta aveva centrato una porta di rovi al posto della rete. L’origine latina nella pronuncia li accomunava, invece a unirli in un botta e risposta era la stessa passione. Nel tragitto realizzò fosse un tifoso di vecchio stampo, i migliori a suo giudizio. In fondo a quegli occhi ritrovava il fascino di un ragazzino per il primo amore, tant’è che i ricordi dei suoi albori in campo si sostituirono a Clare. A malincuore però lo zig zag tra il quartiere diede il via a un reload d’immagini, e in ritardo ascoltò: “ Sembrano tutte uguali ste viuzze! Dove devo andare, ora?”. All’angolo, il cancello stile campo militare del signor Parcher si differenziò dagli altri e col dito sulla strada, disse: “All’incrocio giri a destra. Tra altre due case, si può fermare”. Una grassa risata stoppò il braccio a mezz’aria, quei baffi da tricheco iniziarono a contagiarlo, mentre ascoltò: “ Stamattina devo essermi alzato col piede giusto. Chi ci crede, che ti ho incontrato!” In rimando, un sì di testa fu sufficiente per sentire: “ Quella che sapevo, era la storia del solito calciatore. Nient’altro che divertimenti e macchine, fuori dal campo. Invece, devo dirti che ti trovato diverso. Non avevo idea che a otto anni avevi già preso la valigia. Sacrifici ben ripagati, se mi posso permettere. Non dovrei dirlo, ma ti apprezzo di più ora”. Qualcosa gli formicolò in pancia e di petto disse: “ Se le fa piacere, può venire assieme a suo figlio a vedere gli allenamenti?”. Il colorito delle guance scaldò il mare di spine in quella faccia; lo stridio dei freni al suo ingresso tolse la parola al mutismo da sorpresa. In una stretta, i calli dell’autista gli ricordarono altre mani e col pensiero altrove sentì: “ Verrò certamente! Che regalo! Gli prenderà un colpo a mio figlio. Non ci credo neanche io. Grazie!” Lo trattò d’amico e per dar valore alla pacca sul gilè giallo disse: “ Di nulla! Grazie a lei mi scoppia memo la testa”. Tra le chiacchiere era bastato infilare un ‘andavo forte’, per far dissolvere lo spettro dell’incidente. Ora invece, i dubbi formavano solchi su quella fronte, al punto da voler tagliare corto e d’un fiato disse: “Avviserò ai cancelli. Le basterà fare il mio nome per entrare”. Gli arrivederci gli mettevano l’ansia, un reciproco ‘buona fortuna’ concluse l’incontro, fin quando il gelo in sorpasso dal portello lo strinse in un colletto a prete. Non era una novità, in poche occasioni la sfera in cielo s’impegnava per domare il gregge di nuvole a seguito, e oggi assisteva a un'altra resa. Sul marciapiede, un saluto accompagnò l’autista in retro; dopo il portico di gerani a cascata della signora Geselle, il muso in dentro della macchina lo lasciò. In mente gli girarono gli zeri dell’assegno per il meccanico, ma il silenzio del cancello aperto mise freno alla giostra. Non occorreva il campanello quando Anna stava sull’attenti. Era integro e per dimostrarlo allungò un cenno alla telecamera, mentre una chiazza del giardino l’invogliava a prendere la via. Ieri sera, il tintinnio delle chiavi aveva provocato un ‘se fai casino quando torni sei morto’ detto da Anna; non rincasare all’alba dal giro di turno come tassista significava innescare una caccia al ferito tra gli ospedali. Negli anni vantava una reputazione nelle corsie d’emergenza, stavolta però il buon senso prevalse, gli ultimi tossii del telefono li aveva spesi in spiegazioni. L’aderenza in tasca rispose al dubbio d’averlo scordato in giro; quando sulla scia del vento un presentimento l’attaccò alle spalle. Unirsi al ballo delle foglie con solo addosso una camicia era tutt’altro che piacevole, eppure i sospetti nati su Anna lo tennero d’un pezzo. I ‘poi ti dico’ non valevano con lei; in barba ai divieti, Loris restava un bersaglio facile da tartassare. Il passo da soldato gli venne di conseguenza, a collo alto sfidò il gelo per snidarla dalle finestre del villino, a metà curva però comparve tra il tettuccio dell’atrio. Il blu dello scialle ‘da nonna d’inverno’ l’avvolse nella coccola di casa, viceversa quell’espressione amara gli strappò ogni buon proposito. Già si vedeva zimbello dello spogliatoio, doveva prepararsi a incassare le frecciatine di Loris anche nel mese a venire. La discrezione non era pane per la sua governante, tan’è che in piede di guerra la raggiunse, eppure uno di fronte l’altro risentì del potere di quegli occhi scuri. I lembi della mantella pativano la frustrazione di Anna, segno che l’uragano Clare l’aveva colpita. Per confortarla aprì bocca, ma vittima di quelle mani, dopo un giro a pupazzo sentì: “ Ti sei fatto vedere il taglio sulla fronte?” Non sapeva nemmeno di averlo e ancora in trappola disse: “ Non è niente, il guaio è il resto”. Un altro mulinello di foglie gli rubò le parole, non era necessario aggiungere altro alla sua faccia; il dietro front di Anna gli mise davanti i fiori rossi ricamati sulla schiena. La porta lo riparò, gli aromi di casa presero piede e la scia di uova e pancetta concluse il giro dritta allo stomaco. Qualcosa nel suo aspetto fece sogghignare Anna; la cucina lo attendeva e per conferma ascoltò: “ Vieni, metto in tavola”. Prima di seguirla, abbandonò sul comò le cianfrusaglie, i pantaloni da figo lo facevano respirare appena. La seconda tappa fu il bagno accanto le scale, sotto il rubinetto il taglio sulla fronte pizzicò. Allo specchio, il rosso fece a botte col bianco del telo, e la mente spinse il bottone con su scritto ‘ragazzo’. Distogliere lo sguardo non cambiò l’esito, le immagini rimasero, e in soccorso la lingua provò a tagliarle dicendo: “ Non si è fatto nulla! Sembrava un grillo su quella moto”. La porta affievolì un: “Si fredda’’; il naso ne approfittò per tappare il becco al senso di colpa stabilendo come meta l’arco alla fine del salotto. Con un piede oltre il varco, aveva già mangiato i piatti in tavola, finché il volto in analisi di Anna, seduta al lato, l’impietrì. Era una trappola, il cibo doveva saziare il suo silenzio. In bilico sulla scelta, la voglia di sporcarsi il muso di pancetta piegò l’ago, tanto da accettare l’invito a pranzo con l’ispettore. Tra una fetta di ciambella ai mirtilli e delle uova, aveva passato la mezz’ora a cantare. Anna ormai era al corrente sui dettagli della serata e il fungo solo soletto sul piatto non la scompose. Il disco s’incantò, con gli occhi da nessuna parte si fece invadere dal piacere d’avere lo stomaco pieno, placebo persino contro le pene d’amore. Finché la faccia a bacchetta di Anna prese a schiaffi la sua pace. In apertura racconto sputava a raffica sentenze su Clare, sul finale però l’incidente gli avevano tolto la benzina. Conosceva i meccanismi di quella mente e cercando lo schienale disse: “ Perché non mi credi? Ho bevuto solo un bicchiere. Chiedi a Loris se vuoi”. Un sospiro gli annunciò baruffa; da solo il petto si rifugiò in difesa nel sentire: “Allora dimmi! Perché non hai preso la targa della moto? Perché poi quel ragazzo sarebbe dovuto scappare? E se è vero quello che dici, perché non hai chiamato la polizia?” L’ipotesi di dover abbassare la testa davanti a quei pavoni in divisa l’infastidì, non quanto il torto di passare per bugiardo e di getto disse: “ Perché dovevo chiamarli? Quel ragazzo è scappato a razzo. Se tu non mi credi, pensi che loro l’avrebbero fatto? Non ricordi, mi hanno già levato tre punti senza un perché. Non avevo voglia, di dire addio anche alla patente ieri”. Aveva segnato un punto, eppure quelle braccia incrociate lo scoraggiarono mentre ascoltò: “Già! Dimenticavo. Per te, gli autovelox sono delle scatole gialle sulla strada”. Preso al laccio disse: “ Non ricominciare. Quante volte devo ripeterlo, non l’ho visto quello stupido arnese. Sai benissimo, che non ho mai capito di che strada parlava la multa. Comunque, questa volta la polizia non serviva, era tempo sprecato”. Il naso a corvo di Anna s’avvicinò nel dire: “ Potevano aiutarti a capire cos’aveva da nascondere quel ragazzo”. Le spalle risposero prima e per accompagnarle disse: “Affari suoi! Alla fine, non è successo nulla. Perché dovrei preoccuparmi di qualcosa che non so? Avrà avuto le sue ragioni”. Il taglio a piramide delle sopracciglia dominava quel volto; stava sprecando fiato e dopo uno sbuffo affermò: “ Salgo. Prima di buttarmi a letto devo chiamare Clare”. Di sottecchi la vide tornare a sfogarsi col tavolo, a testa bassa finse la resa finché da dietro sentì: “ So che non sai mentire. È difficile da credere, ma cosa ti devo dire. Aggiungiamo anche questa alla lista di ‘cose che capitano solo a te’. Ricorda però, se avrai problemi per la tua stupidaggine, non venire da me a cercare acqua fresca! Te la sbrogli!” Con un cenno replicò alla minaccia di quel dito e tornando sui suoi passi ascoltò: “ Più tardi esco, devo fare spesa. Domani ti vedo solo a cena, giusto! Sei fortunato, se giocavate oggi ti toccava andare. Bella rogna!” Sacrosanta verità, mancavano solo i rimproveri del mister per chiudere il quadro. Domani doveva inventarsi qualcosa, al posto del ragazzo in fuga suonava meglio l’animale sbucato dal nulla. Di colpo, il rumore della sedia di Anna lo riportò in cucina mentre sentì: “ Non ti reggi in piedi. Vai, non verrò a svegliarti”. Ormai si era abbonato ai gesti e in vista delle scale quasi scordava di raccattare le sue cose dal mobile nero. Per gli scalini si rigirò la pennetta; il segreto era al sicuro, Anna ignorava le ferite del ragazzo, altrimenti la guerra sarebbe durata fino a sera, a scapito del tu per tu col letto. Senza badarci si perse tra il rosso dell’albero fuori in giardino, il quadro d’autunno della finestra in camera gli strappò un sospiro, nonostante la priorità fosse lo scrittoio al lato. Una volta chiusa la porta, s’allargò la sedia e attratto da qualcosa di giallo si fece attento al blu delle coperte. La ciambella di Miky stava ai piedi del letto sotto l’ombrello a momenti aperto e chiuso di uno spicchio di sole. Quel dolce far niente lo sbeffeggiò, doveva muoversi se voleva riappropriarsi del trono. Tra la schermata del portatile si riflesse; una sistemata al ciuffo e apparve il sorriso di due stagioni fa assieme a trofeo e amici. La USB era inserita, l’attesa l’irrigidì, fin quando la faccia di Daniel venne tagliata da una finestra. Tra sé lesse: –inserire password–; il lascia passare della casella in basso lo stranì. Il canale delle serie thriller saltava in Tv durante la pausa primo tempo di qualche partita, ma accettare la parte da protagonista andava oltre i piani. In mente gli ronzava la soluzione più a buon mercato, in ogni caso d’azzardò a scrivere:–0000–. In sequenza lesse: Password errata–, e le mani ripararono la fronte mentre esplose: “ Da quando si può negare l’accesso?” Nel tempo libero non trafficava con file in downloand e pennette, eppure quella protezione gli stuzzicò la mania da crimine, tant’è che mise allerta i sensi nel dire: “Forse, era meglio lasciarla dov’era”. Con uno sbuffo di troppo accettò di averne abbastanza per essere curioso; tenere in testa i capelli, a rischio per lo stress, valeva più di un mistero. Così col fruscio della doccia già alle orecchie decise d’abbandonare barca e remi, in favore di uno spogliarello per nulla sexy. In corsa, il tappeto in bagno lo frenò; il tempo di un balletto di ginocchia e l’acqua s’alleggerì col tepore. Il getto non lo deluse. I muscoli tornarono a sollevarlo dalla fatica, ma un’occhiata ai colori del mosaico sul muro bastò per spedirlo dritto tra le luci laser del club. La spina al fianco era ancora lì; alla parola tradimento mancava un perché. Di castelli in aria ne aveva fatti mille, la verità stava nella versione di Clare. Gli toccava sentirla. Un laccio lo strinse alla gola, la nonna ormai la conosceva, quella era più di una dichiarazione. Invece dopo due anni, seppelliva il ‘ci penso! Se vuoi che sto da te’, detto pochi mesi fa. La scena di ieri non era lo shop disegnato ad arte da qualche rivista, le braccia di Jacob l’avevano sostituito davvero. Faceva male, a mente fredda però l’intenzione di offenderla sfumò. Toccava alla coscienza di Clare scendere a patti con la bravata, a lui piuttosto premeva ricordargli che quel nome era la firma del suo futuro. D’un tratto le parole gli vennero in testa, non gli occorreva più insaponarsi a ripetizione, e la mano chiuse i giochi. Fagotto tra l’accappatoio, si rese conto di odorare peggio di un coccolino al cocco. Anna aveva la fissa per i mielosi doccia gel; era inutile fargli presente che rischiava la fama. In fase strizzo, il parquet della stanza divenne colla sotto i piedi, finché a molla partì per la cabina armadio in fondo; l’argomento Clare andava riaperto da vestito. Dalla pila di tute, a caso pescò quella grigia, prima mise i calzoni, quando con metà braccio dentro la felpa, dalla camera sentì: “ Miaho”. Miky brontolava per il solito buco allo stomaco, la porta chiusa però lo teneva a stecchetto. In mente gli vennero i pochi passi fatti, se non sbagliava lo zerbino non stava sul letto. Un flash lo scurì e a mezza bocca disse: “ Il computer, l’ho lasciato aperto!” Quel sedere si posava al caldo, lo sapeva bene, tant’è che con un quarto di faccia si precipitò dall’altra parte del muro. Dalla distanza il giallo sembrava un nuovo gingillo sullo scrittoio, solo vicino al tappeto s’accorse del pannello bianco dietro e su due piedi sbottò: “ Mikyy!”. Il resto del viso gli servì per sfidare quel sornione dagli occhi verdi e provando a essere più chiaro disse: “ Scendii! Salame, ti dovevi svegliare proprio adesso?” Pochi passi innescarono un fuggi fuggi verso il muro della cabina; quel pancione aveva inghiottito persino il briciolo di speranza serbata per risolvere l’enigma. La faccenda era chiusa; il suo senso di rivincita aveva come avversario un’invincibile ombra priva di nome. Pur di contenere il fastidio lo strinse in un pugno e nel togliere la pennetta a malapena sbirciò lo schermo. La miopia però durò poco, gli occhi a fessura s’aprirono per imporre un alt alla mano; dei segni geometrici occupavano il display, e con la fronte quasi al vetro cadde in standby. Quella non era opera di Miky.
  13. Roberto Ballardini

    God Bless America

    comm God Bless America Il piccolo Falco ha fatto un disegno a scuola, la scorsa settimana. La maestra ha chiesto alla classe di raffigurare, ognuno a suo modo, la bandiera americana. Bush ha appena avallato l’invasione dell’Irak e lei ha pensato probabilmente che infondere un po’ di sano patriottismo nei giovani virgulti non potesse certo far male. I disegni sono stati tutti esposti nel corridoio. Be’, quasi tutti. Quello del piccolo Falco è finito nel cestino. La maestra non ne è rimasta poi tanto sorpresa. Falco è un nativo americano, un nwagee. Dicono di sua sorella che sia un’evocatrice, che parli con i morti, e che il piccolo Falco un giorno diventerà a sua volta un grande uomo di medicina. Cosa ti puoi aspettare da gente simile? Un tempo la porta dello scuolabus si apriva e chiudeva automaticamente, ora bisogna spingerla con le mani. Callen, il fratello maggiore di Junion è un bravo meccanico, persino meglio di suo padre; l’amministrazione cittadina, dopo aver ratificato l’acquisto di un nuovo mezzo di trasporto, ha disposto affinché quello vecchio fosse portato lì, nella sua officina, per rimetterlo in sesto. Callen ci ha già trafficato diverse volte, e tuttavia lo scuolabus giallo sta ancora nell’erba, non ne vuole sapere di ripartire. L’interno del veicolo è buio. Junion avanza nel corridoio guardando a destra e a sinistra, nel timore che possa esservi seduta qualche entità non desiderata. Della ragazzina in fondo distingue soltanto la sagoma scura della testa e delle spalle, e il lieve lucore sulla sommità del cranio, dove la luce lunare che piove dall’alto si riflette sulla scriminatura dei capelli. Le si avvicina con circospezione e, prima di sedersi, accende i ceri. Per un momento ha un brivido immaginandosi di veder apparire nella luce tremula un volto feroce, invece quello che emerge dall’oscurità è il bel viso paffuto che ha già visto nel corso della prima evocazione. Ciao, Sheshebens. Mi chiamavano tutti Papu. Il naso camuso, le guance piene, le braccia e le gambe ben tornite, il seno già abbondante per la sua età le conferiscono un aspetto solido, attaccato alla terra. Se qualcun altro potesse vederla, oltre alla donna di medicina, giurerebbe sulla sua consistenza in carne e ossa. Ricordi qualcosa della tua vita? Sheshebens scuote la testa in segno di assenso. Non tutto. Soltanto fino al giorno in cui il figlio del temporale venne nel nostro villaggio. Intendi il generale Harlan R. Cooper? Non conosco il suo nome. Era il capo delle giacche blu, a Nogarita. Figlio del temporale, ripete Junion, come per valutarne il suono. Chi lo chiamava in quel modo, Papu? Mio padre. Quindi lo avevate già visto, prima di Nogarita? Sì, a Fort Le Grange, quando ci siamo andati per le provviste. C’erano problemi con gli approvvigionamenti, alla riserva? Non c’era da mangiare. Avevamo fame. Barba e stelle aveva proibito agli uomini della tribù di uscire dalla riserva per cacciare. Barba e stelle. Ovvero il colonnello Benson, l’ufficiale più alto in grado a Fort Le Grange. Le stelle erano quelle delle medaglie appuntate sulla divisa. Cooper era stato mandato a prenderne il posto, perché il vecchio sarebbe andato in pensione di lì a qualche mese. Queste informazioni gliele ha passate Leonard Oaks, lo scrittore con cui Junion collabora alla stesura di un saggio sulla persecuzione dei nativi americani. Il libro avrà per titolo "L’olocausto americano". In cambio, lei gli fornisce questo genere di testimonianze, che lui certo non potrà citare nella bibliografia. Per questo siete andati al forte? Per protestare? Sì, mio padre portò con sé donne e bambini. Il vecchio Orso Nero voleva impietosire i bianchi, che lo costringevano a umiliarsi per avere quanto previsto dal trattato: gli approvvigionamenti promessi agli indiani per avere ceduto i loro migliori territori di caccia. La donna di medicina maledice tra sé l’esercito americano, per l’ennesima volta, e gli interessi che ha sempre difeso. L’agente indiano, Donald J. Parker era una brava persona, ma non poteva far nulla per aiutarli. Le provviste erano nei magazzini del forte e il colonnello Benson non se ne voleva privare, sostenendo che anche i suoi soldati dovevano mangiare. In realtà, le rivendeva all’emporio della città più vicina. Cooper era là? Sì, stava sul cavallo, accanto a barba e stelle, e ci guardava come se gli facessimo schifo. Lo avevi già visto prima? No. Era arrivato al forte da poco. Che impressione ti ha fatto? Non sorrideva mai, nemmeno con la sua gente, e quando guardava fisso faceva paura. Anche Parker aveva paura. Anche barba e stelle. Così quel giorno tornaste al campo a mani vuote? No, successe una cosa. Che cosa? Uno dei bambini, annoiato, fece una boccaccia rivolta agli ufficiali. Il generale venne avanti con il cavallo, e si fermò di fronte a mio padre. Gli porse un frustino, ordinò di tirare giù i pantaloni al bambino e di colpirlo fino a che non gli avesse detto di smettere. Sheshebens racconta l’episodio con tranquillità, ma Junion stringe i denti senza accorgersene. La ragazzina è testimone di una quantità di atrocità tali da toglierle il sonno. L’episodio in questione non è nulla a paragone degli orrori di Nogarita, ciò nonostante è abbastanza per farle ribollire il sangue. In cuor suo, spera soltanto di poter sopportare anche il resto. Tuo padre cosa fece? Quando Parker gli ebbe tradotto la richiesta del generale, lui guardò l’ufficiale per qualche secondo, dal basso in alto, poi chinò la testa ed eseguì l’ordine. Quanto ci mise Cooper a fermarlo? Non saprei dire, però ricordo che quando il generale disse basta, le natiche del bambino erano rosse come le strisce della bandiera appesa a sventolare sopra il forte. «Che tu possa essere maledetto, Cooper» mormora Junion. Mentre le donne cercavano di calmare il bambino e gli tiravano su i pantaloni con delicatezza, il giovane capo dei soldati parlò con quello vecchio e poi ordinò a Parker di organizzarsi per la distribuzione di metà della roba che ci spettava. Barba e stelle era arrabbiato perché lui non voleva darci niente. Il figlio del temporale si mise a ridere e io pensai che i suoi occhi erano davvero pieni di fuoco, come fulmini. La sciamana e lo spettro della ragazzina parlano tutta la notte. Quando si sveglia, la mattina seguente, Junion sa di essere sola, sull’autobus, ancora prima di guardarsi intorno. Gli spiriti non rimangono mai troppo a lungo nello stesso posto, a meno che non abbiano motivo di farlo. Il sole sta sorgendo e lei ha gli occhi gonfi, il naso chiuso. Rannicchiata in posizione fetale, sui sedili in fondo, aspetta di ritrovare la forza di alzarsi, ma non sa dire quando sarà. Quella stessa mattina, Junion, Sheshebens e Leonard Oaks sono in piedi all’angolo dell’incrocio tra Lake Bridget Street e Groovenhor, nella luce invadente di mezzogiorno. La ragazzina osserva incuriosita il centro commerciale, un edificio basso e largo senza nessuna pretesa eleganza, un cubo di cemento verniciato di rosso a segnalare l’ingresso principale, tra altri due parallelepipedi blu e bianco. Una manciata di stelle appuntate a caso su ognuno dei blocchi. Vetrate scure agghindate di offerte pubblicitarie. Un’ampia zona ristoro all’ombra del parcheggio sopraelevato, due piste semi ellittiche a senso unico, una che sale e l’altra che scende, sorrette da robusti piloni di cemento. Una serie di lettere fissata sul cubo di mezzo, in alto, sopra le porte scorrevoli. "American Diesel". Un curioso binomio che crea un azzardato connubio tra il nazionalismo imperante degli americani e una discutibile idea di progresso. Due lettere parzialmente staccate penzolano capovolte in coda alle altre ma più in basso nella riga, come un’astrusa nota a piè di pagina. Ciò che resta della scritta assume un involontario e sinistro significato. "American Dies". Altri edifici sorgono intorno, altrettanto squadrati e banali, altri parcheggi, fili da un palo all’altro. Il fiume scorre torbido nell’alveo artificiale, a cinquecento metri di distanza. Oaks ha voluto far tappa in qualche bar, lungo il tragitto fin lì. Ora ha bevuto qualche birra di troppo e si è intristito. Guarda la gente passare così concentrato che sembra voler entrare nella testa di ognuno di loro, anche se nessuno gli presta la minima attenzione. Dove sorgeva esattamente il villaggio, Papu? chiede Junion. La ragazzina indica il centro commerciale, senza nessuna esitazione, come se davanti ai suoi occhi si ergessero ancora i teepee in cui viveva la sua gente. Oaks non può sentire la conversazione, ma Junion lo ha già messo al corrente della presenza di Sheshebens. Anche lui sta cercando di raffigurarsi come si presentasse quel luogo più di cento anni prima. «È qui che è vissuta, la ragazzina?» «Sì, ed è qui che è morta» lo informa Junion. Lo scrittore immagina, affascinato, una vita senza altri termini di paragone all’infuori della terra e del cielo. Senza le continue, sempre più sottili, sollecitazioni commerciali da cui doversi difendere. Senza lo straniante caleidoscopio esistenziale della globalizzazione. Senza i sensi di colpa indotti da serrati ritmi di produzione per i quali chi vi si sottrae, anche temporaneamente, debba sentirsi un fallito. D’altra parte, Oaks non sembra aver voglia di produrre alcunché e, allo stesso tempo, pare immune da qualsiasi tipo di senso di colpa. Com’era la tua vita, Papu? Ti piaceva? La ragazzina la guarda come se non capisse la domanda, poi la liquida con un’alzata di spalle. Il cielo è limpido, ma quasi bianco. La strada è popolata di persone intabarrate che sopportano stoicamente il primo freddo e la faticosa routine, e perseguono ciecamente i propri interessi. I soldati scesero dall’altipiano, laggiù, dice Papu indicando un punto a est dove ora sorge un palazzo di vetro di cinque piani, sede di una grande compagnia di assicurazioni, di una grande banca, e altre blasonate istituzioni. Molti di noi dormivano ancora. C’era un vecchio che viveva solo, e la notte rimaneva sveglio. Si alzava quando fuori era ancora buio e andava a passeggiare lungo il fiume. Fu lui a dare l’allarme. Ricordo che quando aprii gli occhi, la paura già attraversava il villaggio come un serpente. Il sole sorse di lì a poco. Li vedemmo arrivare al galoppo e, dalla furia con cui cavalcavano, fu subito chiaro che venivano per ucciderci. Se qualcuno di noi ancora sperava di salvarsi, era soltanto perché sapeva di non avere possibilità di scampo e non ci voleva credere. In piedi accanto alla ragazzina, Junion si sente stringere la gola, e lo stomaco. Oaks si sforza di decifrare le emozioni che l’attraversano. «È la piccola indiana, vero? Ti sta raccontando qualcosa di terribile.» «Questo luogo è intriso di sangue, e nessuno lo sa. La terra ne è piena e loro…» prosegue indicando con un cenno le persone che si muovono ignare, «ci camminano sopra come se niente fosse.» «Non puoi pretendere che vedano quello che vedi tu» dice lo scrittore, corrugando le sopracciglia e tirando fuori una fiaschetta piatta, studiata per stare nella tasca interna del giubbotto. «E nemmeno quello che vedo io, se è per questo» aggiunge in un tono più basso, rivolto a sé stesso. Sheshebens, intanto, continua a raccontare. Sbirciai mio padre da dentro la tenda, mentre andava incontro a piedi alla linea dei soldati, sempre più vicina. Mia madre tremava accanto a me e credo confidasse ancora nella sua forza di carattere, nella sua capacità di far fronte a ogni problema. Lui si fermò e allargò le braccia. Io non capivo se con quel gesto volesse fermarli o accoglierli, ma alle giacche blu non importava. Le prime fucilate risuonarono secche nell’aria pulita di quel mattino. Aveva piovuto, durante la notte. Non successe niente. Mio padre rimase immobile mentre sparavano. Sembrava che fosse lui a fermare le pallottole, poi una donna che correva lì vicino ebbe un sussulto, la testa le girò di scatto e io vidi che aveva un gran buco al posto dell’occhio. Cadde a terra e il bambino che teneva fra le braccia ruzzolò nel fango. Da una delle mani di mio padre le dita si staccarono e sembrarono prendere il volo. Una nuvola rossa gli uscì dalla testa e lui vacillò, poi cadde all’indietro con le braccia ancora aperte, rigido e dritto come un totem. Mia madre si riscosse, mi afferrò la mano e mi trascinò fuori dalla tenda. Junion prende il fazzoletto, si soffia il naso e si asciuga le prime lacrime sulle guance. Il distacco con cui la ragazzina narra gli eventi che hanno portato alla fine di tutto il suo mondo, la sconvolge. Anche l’idea delle ossa sepolte sotto il cemento dei marciapiedi e delle fondazioni degli edifici che la circondano, la sconvolge. Anche l’indifferenza di un tizio in attesa fuori da un negozio di scarpe - chiuso in un fuoristrada con il motore acceso per l’aria condizionata, che costringe due vecchiette ad allontanarsi dalla panchina su cui chiacchieravano per il fastidio dei fumi di scarico -, anche questo la sconvolge. I soldati entrarono nel campo mentre noi cercavamo di uscirne, anche se non c’era nessun luogo ove rifugiarsi. Soltanto il fiume e la pianura. Speravamo non perdessero tempo a seguirci, ma erano venuti per sterminarci e avevano tutto il tempo che volevano. Il sole raggiunge lo zenit e passa oltre. Le ombre ricominciano ad allungarsi, un poco alla volta. I passanti intorno a loro diventano sempre più numerosi, uscendo da bar e ristoranti e riprendendo il turno lavorativo. Il sottofondo sonoro della città, a quell’ora, assume una tonalità complessa e rumorosa, l’euforia della pausa pranzo che piano si estingue nell’operosità degli uffici e negli studi dei professionisti che si riattivano. Alcuni negozi, pochi, osservano una pausa più lunga. I primi a morire furono i più fortunati. Per la maggior parte se ne andarono con un colpo di pistola alla testa, sparato dall’alto delle cavalcature. Altri caddero a terra a dissanguarsi per i colpi di sciabola, e per loro fu più doloroso, ma agli ultimi rimasti andò anche peggio. Non è difficile da credere, pensa Junion con gli occhi ancora lucidi: quando i soldati ebbero sbrigato il grosso del lavoro e assolto a quello che era il loro dovere, gli fu concesso il piacere. E il loro piacere significava dolore per chiunque fosse chiamato a soddisfarlo. Oaks la guarda costernato e affascinato allo stesso tempo. Anche lui convive con i suoi fantasmi, certo, ma non sono così loquaci e concreti. Vorrebbe poter ascoltare a sua volta il racconto della giovane Sheshebens. La sua scrittura si nutre di storie, in fondo, e quelle dei morti sono di certo le più interessanti perché, a differenza dei vivi, non hanno ragione di mentire. Junion ha fatto un casino, a scuola. Se li è mangiati vivi, prima la maestra, poi il preside e infine anche il bidello, che dicono sia affiliato al KKK. Hanno cercato di metterla a tacere, ma quando ha minacciato di far finire la storia prima sui giornali e poi su You Tube, il disegno di Falco è magicamente ricomparso, anche se un po’ stropicciato, e ora fa bella mostra di sé insieme agli altri, in corridoio. Le polemiche non sono finite, ovviamente. Diversi genitori, bianchi, si sono lamentati del fatto che i loro figli avessero chiesto loro perché il riquadro in alto a sinistra della bandiera fosse vuoto e tutte le stelle ammucchiate per terra, ai piedi dell’asta.
  14. Roberto Ballardini

    On writing 9 - Le parole ultime

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 9. Le parole ultime Nello stesso momento in cui Leonard si sforza di fissare qualche ricordo del proprio passato, Willem Zucker si sveglia di soprassalto nella sua camera da letto, a Los Angeles. La sua mano corre d’abitudine al comodino, in cerca degli occhiali e, nel momento stesso in cui li trova, si accorge del foglio di carta sul quale sono riposti. La penna scivola sul pavimento mentre lo solleva. Si siede nel letto, inforca gli occhiali, dispiega il foglietto e legge. La stanza è illuminata solo dalla luna, ma la carta spiegazzata emana una luce propria, tanto che a Willem non viene nemmeno in mente di accendere la lampada. La calligrafia è la sua, anche se più disordinata del solito. Agocruna\ Filopunta \ LUNA Frustaschiena \ Sanguerivola\ PIENA Ventonord \ Fogliafolle \ LORD Terracruenta \ Ordemorti \DIVENTA Nerocupo \ Odiopotere \LUPO Vitasfuma \ Bruciamorte \ LUNA Belvafiera \ Boccazanne \ NERA VecchiaFord \ Ossidosmog \ LORD Lamarroventa \ Marchiocarne \DIVENTA Fondolago \ Alitofuoco \ DRAGO Mentre scorre il bizzarro componimento, quasi scarabocchiato sul foglio, i suoi occhi si alzano per perlustrare il paesaggio della camera. Willem ha la strana sensazione, malgrado all’apparenza tutto rientri nell’ordinario aspetto delle cose a cui è abituato, che nulla in realtà sia come sembra e di non essere solo nella stanza. Anche se non vede nessuno, avverte chiaramente la presenza di qualcuno, più di uno, come se creature invisibili gli stessero respirando intorno, come se gli togliessero l’aria, abbassando allo stesso tempo la temperatura della camera con il loro respiro. Nel frattempo, completa la lettura della strana filastrocca e rimane basito. Non ricorda assolutamente di aver scritto nulla del genere. Possibile che lo abbia fatto in sogno? Le sue insonnolite riflessioni vengono bruscamente interrotte da una voce profonda e decisa. Leggi ad alta voce, Willem. La voce gli è entrata nella testa, Willem ne è abbastanza sicuro. Non ha attraversato la camera, è risuonata direttamente all’interno della scatola cranica. Il suo corpo è percorso da un brivido e d’istinto indietreggia contro la testiera del letto. La sua voce, all’opposto di quella sconosciuta, è stridula e spaventata. «Chi ha parlato?» Leggi, ti ho detto, e lo vedrai. «Ma…» Leggi, ad alta voce. Il tono è decisamente persuasivo, ma Willem continua a fissare il foglio, a valutarne le parole senza dar retta a ciò che gli è appena stato intimato. Non ha ancora recuperato la piena lucidità, e questo gli impedisce di avere paura come dovrebbe. Una parte di sé è ancora convinta di stare sognando. «È roba fantasy, e nemmeno della migliore. VecchiaFord? Ossidosmog? Sono termini che stridono con tutto il resto del fantasticume.» Non chiederlo a me. Lamentati con il tuo amico Leonard. Presumo non gli venisse una seconda rima con lord. «L’ha scritta lui la filastrocca?» Èccerto. «Allora tutto si spiega. E chi sarebbe questo lord?» Sono io, coglione. Leggi, ti dico. Soltanto le prime due parole di ogni riga. E soltanto le prime cinque strofe, mi raccomando. Leonard obbedisce. La sua voce è tremula. «Agocruna, Filopunta.» LUNA. Willem sobbalza. Il sostantivo sembra essere uscito direttamente dalla carta con un tono squillante, come se lo avesse gridato la parola stessa. Le lettere si accendono e brillano come fulmini. La stanza comincia ad assumere una vaga tonalità azzurra, poi, man mano che Leonard prosegue a leggere, e ogni volta che l’ultima parola della riga urla sé stessa, intorno a lui prende forma lo scorcio di una foresta ghiacciata, tanto che infine il letto si ritrova posizionato in mezzo alla neve e ai tronchi degli alberi, neri come le dita di una salma secolare. Willem sobbalza una seconda volta quando si rende conto di avere seduta accanto una donna molto bella, anche se sul viso affusolato e sul corpo sinuoso sono abbarbicate efflorescenze bluastre, e sotto di esse si ramifica una rete di sottili vene gonfie di sangue scuro. Le pupille poi, spiccano luminescenti nella figura livida, tra capelli attorcigliati e appiccicati sul lungo collo sottile come alghe nere, e lo fissano con una insistenza indifferente e sinistra, mentre lui fissa i suoi seni grigi ma tonici e i capezzoli rugosi e duri all’apparenza come noci. Il corpo della donna emana un intenso effluvio di muffa e pacciame. Una seconda figura analoga è distesa nella piazza vuota del letto, sopra le coperte, e una terza lo osserva da dietro il tronco di un albero. Willem comincia ad assuefarsi alle stranezze e prosegue, intrigato nella lettura. «Nerocupo, Odiopotere.» LUPO, urlano il foglietto e le tre silfidi insieme e, mentre rilucono le quattro lettere della parola lupo, di nuovo rimbomba nella testa di Willem la voce del lord. Basta così. Le prime cinque strofe sono sufficienti. «Perché?» Devi proprio farmi tutte queste domande? «Be’…» C’è la luna piena, Willem. Non hai sentito la successione delle parole ultime? LUNA PIENA, LORD DIVENTA… LUPO. La foresta è svanita. La sua camera è quella di sempre, non fosse per la presenza delle tre creature arboree e dei loro occhi brillanti. La luce lunare è quanto mai intensa e tagliente. La porta dell’armadio in fondo alla stanza, davanti al letto, si schiude con un cigolio e ne esce un grosso lupo dall’aspetto regale e gli occhi lucenti. «Chiaro, è una specie di chiave» osserva Willem, «ma la seconda parte che significa? LUNA NERA, LORD DIVENTA…» NO! urlano tutti insieme, il lupo e le creature. Fermati, cazzo. Ma sei scemo? Lo ammonisce il lupo, nella sua testa. Che ti avevo detto? Quella parte si recita una volta sola. E una sorta di…soluzione finale. Mi sono spiegato? «Credo di sì.» Veniamo al punto, ok? Ho bisogno di te, uomo. Sei la persona attualmente più idonea a soddisfare le mie necessità. «Cioè?» Diciamo che perseguivo un certo mio disegno, intorno alla figura del tuo amico Leonard, e ora sono emersi alcuni elementi di disturbo che mi impediscono di portarlo a compimento. Ho bisogno che tu gli parli, e lo convinca con le buone o con le cattive. «Quel bastardo di Leonard mi ha scritto una lettera, prima di andarsene.» Lo so. «Lo ha fatto per avere l’ultima parola in merito a una nostra discussione e la cosa mi fa tutt’ora incazzare, perché l’ho sempre avuta io, l’ultima parola, in qualsiasi conversazione abbia sostenuto.» Bene. Ti darò il modo di andare a riprendertela, allora. Ti darò gli uomini e i mezzi. Esci nel corridoio. La luce è accesa, nel corridoio al primo piano della villa di Willem Zucker, e illumina una folla di armature che lo riempie completamente, dalla porta del bagno fino alle scale che scendono al piano terra. Willem è costretto a insinuarsi tra una e l’altra, per passare. I colori delle armature sono diversi e, attraverso la celata, vortica in ognuna una sfera di luce azzurra e spettrale che illumina il vuoto all’interno. «Scusate, mi scusi» balbetta imbarazzato mentre cerca di avanzare fino alla porta che si apre a metà del corridoio, anche se nessuno degli Unjack sembra ancora accorgersi della sua presenza. Allungando la mano, infila la grossa chiave nella toppa, la gira tre volte e spinge sulla maniglia. Strisciando tra un’armatura verde e una dorata, riesce a scivolare nella stanza e richiudersi alle spalle la pesante porta di legno massiccio. La mano di Willem avanza sicura nell’oscurità e schiaccia l’interruttore alla sua sinistra. I neon appesi al centro delle finte volte in cartongesso sfarfallano un po’ e infine illuminano con la loro luce siderale le teche, gli armadietti da esposizione e l’impressionante distesa di armi medioevali appese alle pareti. Direi che non ti manca nulla, ora, eh? «Oh no, direi che ho tutto ciò che mi serve» mormora Willem Zucker con un sorriso folle incorniciato dalla barbetta bionda e gli occhi tondi da rospo che gongolano di piacere. continua
  15. simone volponi

    Damnation - Notte eterna

    Titolo: Damnation - Notte eterna Autore: Simone Volponi Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson edizioni ISBN: 978-8887224177 Data di pubblicazione: 10/05/2018 Prezzo: 15,00 (della versione cartacea) Genere: Fantasy/Horror Pagine: 444 p., ill. , Brossura Quarta di copertina: L’inverno in Norvegia non offre grandi distrazioni, e le poche ore di luce sembrano non bastare agli abitanti di Bergen. Lo sanno bene Anders e il suo migliore amico Ingo, che cercano di spezzare la monotonia con la passione per l’horror e il metal. I due ragazzi non sanno però che presto dovranno mettere da parte i loro interessi per far posto a qualcuno di ben più strano, qualcuno che sceglie la terra dei fiordi proprio per la sua propensione alle tenebre. È così che, dopo aver assistito al misterioso incidente di un carro funebre, la loro vita si intreccia a quella di Agnes, la più bella ragazza mai vista da quelle parti, che però nasconde “tra i denti” un terribile segreto. Agnes infatti è una vampira e si trascina dietro una terrificante famiglia che si opporrà in tutti i modi al legame con i due umani. Ma neanche la terribile famiglia è al sicuro, un oscuro pericolo incombe su di loro: l’Ordine Arcano, una spietata setta di cacciatori di vampiri che minaccia la loro permanenza sulla terra. Link all'acquisto: Sito editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/damnation-notte-eterna-simone-volponi/ IBS: https://www.ibs.it/damnation-notte-eterna-libro-simone-volponi/e/9788887224177?inventoryId=109831120 Amazon: https://www.amazon.it/Damnation-Notte-eterna-Simone-Volponi/dp/888722417X/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1527971215&sr=1-2&keywords=simone+volponi Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/libri/simone-volponi/damnation-notte-eterna/9788887224177 Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/damnation-notte-eterna-volponi-simone/libro/9788887224177
  16. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  17. Titolo: Strade Nascoste Autore: Mirco Tondi Editore: Autopubblicato Genere: Fantasy Pagine: 974 Formato: ebook ISBN: 9786050348750 Prezzo: 2.99 € Trama Nelle regioni di Asklivion una misteriosa malattia miete le vittime. A essere colpita per prima è la natura, con le piante che si seccano e perdono le sostanze nutritive, poi i sintomi si estendono agli uomini il cui corpo s’indebolisce arrivando in breve tempo a una morte violenta, e infine agli animali che finiscono per attaccare i villaggi con un’inspiegabile ferocia. Per fronteggiare la crisi e trovare una cura i governi si rivolgono all’Ordine della Rivelazione che affida la ricerca a un gruppo di persone dotate di grandi poteri: Ariarn, il Guardiano; Reinor, l’Usufruitore; Ghendor, il Messaggero; Periin, il Combattente; e Lerida, la Mezzelfa. Diversi nel modo di affrontare la vita ma uniti dalla stessa voglia di scoprire la verità, i cinque coraggiosi eroi si troveranno a combattere contro un nemico crudele giunto dal Mondo Nascosto di cui solo pochi sono a conoscenza. Un nemico così potente da essere in grado di portare ovunque il male con la speranza di riconquistare il potere dopo una lunga assenza. Contenuti "Strade Nascoste" è un complesso romanzo fantasy ricco di azione e colpi di scena, dove fa da padrona un’avventura magica spesso e volentieri contaminata da riflessioni profonde che portano a scoprire i personaggi in tutte le loro sfaccettature. Il tema predominante è la lotta contro il male, non solo esteriore e con il volto di creature malvagie che ostacolano i protagonisti nella loro ricerca, ma anche interiore e con le radici ben lontane nel tempo. Infatti, per poter superare gli ostacoli e trovare la forza di andare avanti, i cinque sono spesso costretti ad affrontare se stessi e i propri demoni. In un mondo in cui regna la morte non è facile restare lucidi, soprattutto non dopo aver perso in battaglia amici e alleati e assistito agli orrori indicibili. Né basta saper usare le armi per sconfiggere il male che regna sugli uomini e di cui esistenza sono in gran misura loro stessi colpevoli. La strada giusta è spesso diversa da quella che sembra e per vederla bisogna avere la capacità di non soffermarsi sulla superficie, ma di andare oltre. Ambientazione e personaggi La cornice dentro la quale si muovono i personaggi di "Strade Nascoste" è un gran parte dominata da un mondo messo in ginocchio da un'oscura quanto inspiegabile minaccia che arriva da lontano e a cui nessuno sembra in grado di rispondere. La terra non produce più il cibo sano e nutriente, le piante hanno l’aspetto cadaverico, gli animali sono in rivolta contro gli uomini, la gente ormai stanca e sfiduciata si è barricata dietro le fortificazioni per paura di essere contaminata, e non manca chi, attirato dalla forza del nemico, è passato dalla parte sbagliata tradendo i suoi simili. I protagonisti sono caratterizzati in una maniera così dettagliata che il lettore arriva a conoscerli in profondità, grazie anche a una forte introspezione volta a enfatizzare non solo il temperamento di ciascuno di loro, ma anche la formazione ricevuta che li ha resi solidi nei ragionamenti e nel modo in cui affrontano le avversità. Dei cinque, quello che maggiormente mi è rimasto impresso è Periin, il guerriero solitario con un lato oscuro che spesso domina le sue scelte, cinico e senza peli sulla lingua. Spiccano per il loro indubbio coraggio anche Ariarn, il paladino dotato di grande saggezza e abilità nel combattere, e Reinor, l’usufruitore che ambisce ad affinare i propri poteri. A sorprendermi per il loro lato umano Lerida, la giovane mezzelfa alla ricerca di se stessa e il suo posto nel mondo, e Ghendor, il sacerdote la cui fede viene spesso messa a dura prova. In un atmosfera sinistra e onirica, quasi apocalittica, intrisa di magia e potenti incantesimi e con l’immancabile seppur piccola dose di horror, specie negli scontri con il nemico e i suoi seguaci, non c’è spazio solo per l’azione, vittorie e sconfitte a colpi di spade, ma anche per la crescita interiore che rende autentici tutti i protagonisti del romanzo. Il cattivo per eccellenza poi, che si rende odioso sin dalla sua entrata in scena, lascia un’impronta che il lettore non si aspetta minimamente e che fa riflettere a lungo una volta finita la lettura. Stile e forma Lo stile pulito denota una scrittura fluida e priva di refusi, salvo in pochi casi che non intralciano minimamente la piacevolezza della lettura. Il linguaggio usato è preciso, spesso evocativo ma mai antico; anzi si ha la sensazione di essere intrappolati in una storia sospesa nel tempo. Le descrizioni sono vivide e dettagliate e si alternano ai dialoghi secondo un ritmo che parte un po’ lento data la presenza dei continui flashback che disorientano leggermente, ma guadagna il terreno grazie ai passaggi dinamici che caratterizzano le battaglie e a cui controbilanciano, spesso in una misura elevata, le riflessioni che se da un lato rafforzano la credibilità dei personaggi, dall’altro appesantiscono non poco la narrazione. Giudizio finale In un mondo in cui il male ha preso il sopravvento e regnano incertezze e paura, cinque coraggiosi eroi iniziano una lunga ricerca che li porterà non solo a ritrovare se stessi e i loro punti forti, ma anche a scoprire il vero volto del nemico, diverso da come lo avevano immaginato e che sorprende persino il lettore. Battaglie, scontri, artefatti magici, mondi paralleli che si intrecciano, sono solo alcuni di ingredienti di questa storia interessante che si segue con curiosità. Una storia di coraggio e di scoperte a suon di spade, magia e ritrovata forza che non lascia indifferenti.
  18. dfense

    EF edizioni

    Nome: EF edizioni Generi trattati: Ho taggato alcuni generi di riferimento, in quanto pubblicano anche narrativa, ma si occupano principalmente di fumetti. Modalità di invio dei manoscritti: http://www.efedizioni.com/fumettisti.html Distribuzione: http://www.efedizioni.com/distributori.html Sito: http://www.efedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/efedizioni/
  19. Kirana

    Il padrone del nulla. L’incontro.

    Accetterò qualsiasi giudizio costruttivo. A presto. Nel bel mezzo di un caleidoscopio di musica e luci sgomitava per aprirsi una via tra la marmaglia. L’aria gli era stata rubata, a pesce raggiunse il corridoio, quando il freddo di una colonna sul viso lo ristorò. Nel riprendere fiato gli occhi catturarono forme, quel branco di sardine si era diviso in coppie; la via era libera, ma le unghie strisciarono sul marmo. Un incantesimo stringeva agli angoli quegli sguardi ‘da sei il mio mondo’, il ribrezzo lo fece voltare, al polso s’accorse che l’orologio si era bloccato a mezzanotte. Non ebbe dubbi, ormai le principesse erano in via d’estinzione e con passo amaro, abbandonò la festa. In fondo, il faro della porta lo sostenne, lo stop dei due energumeni schivò, in faccia aveva scritto un lascia passare. La notte di fine ottobre non lo freddò, la schiena cercò un muro, e a corto di voce parlò al petto. La mente combatteva in mare grosso, il respiro era in corsa, praticare qualche tecnica di ripresa del mestiere fu vano. La fatica di due anni di storia alle spalle lo mise in ginocchio e come se non bastasse, il sorriso ‘da lieto fine’ della luna sembrava prenderlo in giro. Mezz’ora fa alle tre, quell’attrice illuminava le solite chiacchiere tra amici sul viale dello Zefirio, nessuna avvisaglia l’aveva preparato alla botta e fuga. A testimoniare l’evento era rimasto il dolore alla mano, il pugno tremava ancora, ma la voglia di rompere qualche altro muso lo prese. Un passo innescò l’altro verso l’atrio, finché al terzo la porta lo sorprese sputando fuori Loris. Seguendo il labiale percepì: “Samuel, non pensarc..” e a inferno chiuso ascoltò: “Nemmeno! Saresti dovuto essere in macchina”. Burattino di quella mano si mosse dicendo: “E gli atri? Sono ancora dentro?”. I ma s’infransero sull’espressione dell’amico, mentre tra il silenzio il ‘clic’ della macchina l’invitò a casa. Era una vittima, eppure si sentiva a dosso i panni del colpevole e lì lì per strappare quei bottoni disse: “Non posso tornare, devo parlare con Clare prima”. L’urto della spalla sullo sportello lo zittì e con il dito di Loris contro sentì: “Hai fatto abbastanza per stasera. Pensavi che Jacob aveva paura di te? Per colpa tua, abbiamo rischiato tutti”. Di petto mangiò quel indice nel dire: “Era la mia ragazza fino a un minuto fa. Pensavi che facessi l’amicone?”. Quegli occhi bassi lo rabbonirono, ma col sangue alle orecchie ascoltò: “So già come finirà e non voglio vedere la mia faccia in mezzo a voi sui giornali. Non è posto per chiarirti. Non capisci?”. La doccia di parole l’infastidì e secco l’allontanò dicendo: “Bene! Scusa se ti ho immischiato, allora!”. Il portello batté, quel volto di scuse al finestrino lo fece esitare e poco dopo sentì: “Se torni lì dentro, il giorno dopo ti troverai fuori rosa. Vuoi essere esonerato? È questo che vuoi?”. Il senno del poi della sua spalla lo forzò a ingoiare il rospo e sotto il borbottio del motore, con un gesto seppellì l’attrito. Il deserto tra il viale gli attaccò la coda tra le gambe, la vergogna tinse di rivincita il portico del club, malgrado ciò per quella sera la sua coscienza aveva un nome. Il piede sull’acceleratore fece diventare Loris una macchia sullo specchio retrovisore e dalla furia, quasi beccò al lato le due colonne con su l’insegna. Lo Zefirio non avrebbe più visto fiumi di Gout the Diamant, almeno non pagati di sua tasca, eppure sulla soglia già ne sentì la mancanza. Era suggestione, i campi attorno avevano mangiato qualche centimetro d’asfalto, tanto da ritrovarsi a rincorrere le curve fatte con una mano il fine settimana. Sul ciglio opposto, la verde segnaletica gli disse ‘retromarcia’, ma per il momento il letto di casa aveva le spine. In cerca di perché, lasciò rispondere al grido del motore e in un attimo tra il muro di arbusti, Jacob e Clare presero forma. Il film era muto, i sottotitoli li davano i sentimenti, e al bacio sbottò: –Voleva spazio! Due giorni fa al telefono era questa la scusa. Neanche Vuitton l’aveva convinta. Certo! non ero io il problema, era Jacob!–. Il clacson alle orecchie l’informò d’essere un fastidio per gli animali della zona, tuttavia al termine del rettilineo la mano gli servì. Dopo un respiro, partì una giostra di no di testa, mentre tra sé disse: –La chiamo, e se non risponde, non mi muovo da casa sua–. Le sagome di quadrupedi qua e là si rivelarono funghi di un bosco che non conosceva. Unico riferimento fu la luna accanto vestita dall’orizzonte, eppure non era sera per vederla abbracciarsi col sole. Pur d’evitare di rompere qualcosa con una chiamata vocale, optò per il piano ‘sotto casa’ e imitando una voce robot interpellò il navigatore. Un altro tentativo bastò per gridare al complotto, a qualcuno doveva piacere la sua faccia lì lì per esplodere e tra uno sbuffo, si allungò allo schermo. Quel coso era solo un gingillo in più sul parabrezza, sapeva di non trovare nulla tra le destinazioni, così con un occhio alla curva usò l’altro per digitare il codice postale. La ‘Q’ si divertiva a sfuggire tra le lettere, quando a scorrere sopra la tastiera arrivò una luce. Il giorno era in colore, nonostante ciò qualcuno aveva già il suo da fare. Resistendo al bagliore, d’impulso provò a raddrizzare la sbavatura presa, finché sentì le ruote fischiare. Dal nulla una sagoma affondò il vetro e al riparo da quel volo, un pallone gli scoppiò in faccia. Un cicalio di ‘pi’ lo svegliò, a fatica diede ordine alle immagini, senza però riconoscere quel mappamondo di vetro davanti. La parola incidente prese vita dal suo vocabolario e a corto di ogni altra, sgonfiò airbag per correre alla maniglia. Di schiena uscì, basso contro i rovi gli occhi caddero sulla ruota di una moto a fianco al cofano. L’aria gli bruciò il naso, le gambe erano di gomma, oltre il ventre di ferro trovò il pezzo mancante. La memoria lo catturò, il giorno era diverso, viceversa la stessa paura bussò per entrare. Per un attimo, i piedi calzarono le converse da ragazzo, e il fianco in terra prese le sembianze del padre. A occhi aperti l’immagine cadde in pezzi, la via si lastricò con i suoi timori, ma pur di raggiungere il ciglio opposto si lasciò pungere. In balia dell’istinto girò quella schiena, forse la giubba nera apparteneva a un ragazzo martire dal suo venerdì sera e con un tuffo in un mare di no, lo scosse dicendo: “Ehi, Stai bene! Mi senti!”. Al grido nulla cambiò, il panico iniziò a spingerlo alla deriva, mentre le dita si allungarono al casco. Qualcosa si mosse, la mano del ragazzo cascava dal fianco e in bilico attese. Il tempo di un battito bastò per dichiarare guerra al laccio sotto quel mento, finché un luccichio tradì la sua attenzione. Sotto la nera manica qualcosa pulsava, non era lì per ficcanasare, tuttavia il braccio andò dove voleva. Presto tirò su il lembo, l’argento di una medaglia si presentò al primo sole. Con il naso a metà cammino, in quel bracciale spiccò il profilo di un lupo acceso da un occhio color acqua. https://m.youtube.com/watch?v=D9TtYbt7mCg Il desiderio di dettagli non s’arrestò, finché tra i paraggi si sparse un brusio; da chissà dove una voce sussurrò un verbo mai ascoltato. La botta in testa l’aveva segnato o l’unico bicchiere della serata era in circolo. Ogni ipotesi era aperta, pur di giustificare l’impressione di conoscere quel volere. Il perché era in fase di studio, e nel frattempo le dita ne approfittarono per toccare lo stemma. Il freddo metallo gli esplose dentro, la mano si rimpicciolì e in sincrono il braccio del ragazzo arretrò. Vederlo muoversi gli fece dire due parole ai santi e scordando il resto, persino la voce, chiese: “Stai bene? Mi dispiace ero distratto, non sono riuscito a evitarti”. Di fronte a quel petto a mongolfiera le scuse si sgonfiarono e d’un fiato disse: “Aspetta, ti aiuto a togliere il casco”. Il muso nero del ragazzo assomigliò a una tartaruga in spiaggia. Qualcosa lo spaventava e a caccia di cosa, delle macchie sulla strada gli dissero ‘sangue’. In panne, mise in fila qualche parola: “Ti sei ferito?”. Un gesto carico di no, frizzò il suo scatto all’impiedi. Non sapeva rispondere alla fobia da contatto e con poco in testa disse: “Come vuoi, non mi avvicino. Arrivati a questo punto però, è meglio chiamare un’ambulanza”. I soccorsi avrebbero fatto il resto, bastava trovare il telefono e per evitare l’assalto dell’airbag, aprì lo sportello opposto. Le luci sul cruscotto lo confusero, a tentoni perlustrò gli interni, finché sotto il sedile urtò un rettangolo. Non praticava contorsionismo, tornare in piedi l’impegnò. Il numero per l’emergenze era in testa, ma assieme allo squillo d’attesa un rombo prese forza. Il dorso del ragazzo era in sella alla moto e in corsa, provò a dire: “Che fai? Sto chiamando i soccorsi!”. Il briciolo di pazienza ancora in serbo bruciò tra il countdown della partenza e di getto disse: “Se ti presenti con il conto in tasca, giuro che te la faccio mangiare!”. Non si era nemmeno girato, quella schiena si muoveva all’insegna del paradosso, tant’è che lo mollò solo dopo la curva. Una voce da radio l’interpellò, l’assistenza era in linea e senza aggiungere che attaccò. Sullo schermo il numero ventisei della data lo bloccò a pensare. Halloween era alle porte, il ‘tutto può capitare’ di suo nonno prendeva spessore. Da bambino il ritornello gli proibiva di bighellonare fino a tardi, tuttavia il muso tra i rovi della macchina fu l’ultima goccia. Se quello era il preludio, la notte di tutti i matti sarebbe rimasto a casa a consolare Miky dai botti. Davanti, le quattro frecce chiedevano aiuto, non aveva sete per risolvere altre rogne, ma nel cammino le chiazze sul cemento cancellarono ogni altra tonalità di rosso in testa. Ribollì per lo scherzetto del ragazzo e tormentandosi i capelli borbottò: “Non ho colpa. Se gli serve, andrà da solo in ospedale”. Pur di andare avanti si costrinse a non guardare, finché di punta calciò qualcosa, un piccolo cilindro rotolò fino al tubo di scarico. La destinazione cambiò, in ginocchio i pantaloni lo costrinsero, eppure stese un attimo in più per studiare l’oggetto, sull’estremità saltò fuori un’apertura driver. Poggiarsi al cofano l’aiutò a riprendere quota, sui paraggi lasciò scorrere le idee e a cesto pieno, tre sé disse: –Può essere di quel ragazzo? Se non sbaglio, la moto era qui prima–. Non diede peso ai ruoli inversi, la vittima era fuggita da colpevole, in ugual maniera meritava di essere smascherato. Tanto che dando alito alla sua decisione, interrogò la curva all’orizzonte e quasi per gioco disse: “Forse, posso ancora acciuffarti!”.
  20. Writer's Dream Staff

    Plesio Editore

    Nome: Plesio Editore Sito: http://www.plesioeditore.it/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.plesioeditore.it/it/manoscritti/ Distribuzione: https://www.plesioeditore.it/it/distribuzione/ Facebook: https://www.facebook.com/Plesio-Editore-121575227944615/
  21. Roberto Ballardini

    On writing 7 - Riepilogo

    comm ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 7. Riepilogo La storia ha inizio a Charlottesville, Virginia, dove Leonard Oaks, uno scrittore di discreto successo e di un genere piuttosto variegato (dark fantasy\thriller\hard boiled ), fa ritorno nella città in cui è nato dopo aver subito un grave lutto familiare. La madre Claire, il fratello Peter e la sorellina Janine sono tutti morti nello stesso incidente d’auto e lui, dopo il funerale, si ferma qualche giorno presso la casa della sorella maggiore, Marianne. La famiglia Oaks non è evidentemente delle più felici; dopo i primi giorni di doveroso riserbo, riemergono le antiche diatribe in essere e Marianne ricomincia ben presto a rinfacciare a Leonard le sue presunte mancanze nei confronti del resto dei familiari, in primo luogo verso il padre che è rimasto solo nella grande casa in cui tutti loro sono cresciuti. Marianne critica aspramente l’indole artistica di Leonard, accusandolo di essere un misantropo anaffettivo, e lui reagisce ben presto come ha sempre fatto e cioè andandosene e ricominciando a vagare in lungo e in largo per gli states, tra amici, ammiratori, reading, presentazioni e quant’altro. Leonard possiede, tra l’altro, una bellissima villa nel Maine progettata e arredata da Angela Oaks, la quartogenita (dal più vecchio al più giovane, l’elenco dei fratelli Oaks defunti e viventi e il seguente: Marianne, Peter, Leonard, Angela, Janine), che per qualche ragione tutta sua gli risulta invisa e dalla quale preferisce tenersi alla larga, continuando a pernottare presso alberghi e conoscenti. Fin qui tutto normale, giusto? Relativamente, si intende, come può essere normale qualsiasi famiglia in essere, con tutta l’insofferenza, i rancori, le cose non dette, le cose dette anche troppo e, perché no, qualche occasionale sprazzo di buon vecchio e sano ammore. Quello che invece non è normale, è come Leonard cominci a vedere e sentire i familiari defunti. La prima visita la riceve in un motel, qualche giorno prima del funerale, quando ancora lo scrittore non ha raggiunto la sua città natale. Claire si rivela per prima, in tutta la brutale rudezza che l’ha contraddistinta in famiglia e sul lavoro, essendo stata a suo tempo uno dei migliori detective della squadra omicidi di Roanoke. Peter, al contrario paziente e flemmatico, da buon professore universitario, continua a rivestire da morto la stessa figura del perfetto mediatore nella famiglia Oaks che si sforzava di essere da vivo, purtroppo con gli stessi scarsi risultati. Insieme agli spettri e spettro anch’esso, viaggia il cane Murder che, a dispetto del nome, sembra l’animale più pacifico della terra. Anche di più ora che, successivamente all’incidente, è morto per il dolore. Chiude la sinistra sfilata la piccola, taciturna Janine, la quale ha acquisito con la morte un’ulteriore enigmaticità che la pone a metà strada tra l’essere vittima innocente di una vita crudele, e ambasciatrice di un mondo oscuro. È lei a formulare per ultima, con la sua apparente seraficità, la richiesta del gruppo, e cioè che Leonard abbandoni il romanzo in lavorazione per scrivere di loro. Ed è sempre lei a reagire al costernato rifiuto del fratello, con un urlo micidiale che interrompe quella prima digressione dalla realtà. Tornando al giorno successivo alle esequie, Leonard lascia dunque la casa di Marianne e prende un aereo per andare a far visita a un vecchio compagno di college con il quale è rimasto in contatto, a Los Angeles. In realtà è la prima possibilità che gli viene in mente sull’onda del disappunto emotivo, in quanto Willem non è propriamente un amico dal quale Leonard possa aspettarsi la comprensione che vorrebbe. Willem Zucker è uno scrittore di romanzi medioevali e un appassionato storico del periodo. I suoi tomi sono di una puntigliosità esagerata per quel che riguarda il particolare e lui non perde occasione di rimproverare a Leonard la presunta superficialità con la quale si approccia al mestiere. Invidioso del successo del collega, Willem non fa altro che snobbarlo e suggerirgli più o meno affettuosamente come cambiare registro. Ancora innervosito dal litigio con Marianne, dopo qualche giorno di soggiorno nella villa dell’amico, Leonard gli scrive dunque una lettera sarcastica prima di andarsene, con la quale prende di mira quella che a suo modo di pensare è l’ingenua e pedante filosofia esistenziale del vecchio compagno di scuola, confessandogli tra le altre cose di aver sempre deliberatamente ignorato i romanzi che Will gli mandava a ogni nuova uscita, convinto di potergli insegnare qualcosa. Un’altra porta che Leonard si chiude alle spalle, sempre più esasperato dal dolore per la perdita recente e dalla continua, cronica conflittualità dei suoi rapporti familiari e sociali, nei quali gli sembra di non riscontrare altro che richieste, rimproveri, consigli non richiesti e smaccate paternali. Intanto le figure dei familiari scomparsi continuano a lavorargli dentro e in particolare, com’è logico che sia, quella della piccola Janì, come la chiamava lui. È in un parco di Los Angeles, dove Leonard si addormenta su una panchina, che prende corpo il secondo episodio onirico. Quando si sveglia nel cuore della notte, lo scrittore si avvede di una sinistra figura stagliata in cima a una collinetta contro un muro di surreali fiamme bianche come latte. Leonard riconosce fin da subito la sagoma del cavaliere dall’elmo cornuto, ma è egli stesso a parlargli (nella mente) e spiegargli cosa vuole. Lord Lockerhout è uno dei protagonisti (il cattivo, come si suol dire, o come dice mia madre quando si spara tutti gli action movie di Chuck Norris e Steven Seagal incitandoli ad alta voce alla demolizione fisica degli avversari ) del primo tentato romanzo fantasy di Leonard, poi lasciato a metà, che ora si presenta a reclamare per sé e per gli altri personaggi una degna conclusione della storia, in modo che essi possano confermarsi e vivere nell’immaginario dei potenziali lettori. Affinché Leonard si renda conto della effettiva serietà della richiesta, spuntano dal bosco intorno due sgherri di LL, i cosiddetti Unjack che lo scrittore conosce bene in quanto frutto della propria fantasia, ovvero una coppia di vuote armature animate all’interno dalla luce spettrale di un incantesimo, opera del cavaliere\mago sulla collina. I due arcani figuri lo immobilizzano e si accingono a mutilarlo di un paio di dita del piede. Un opportuno avvertimento, a dire di LL, e al tempo stesso un incentivo a far sì che Leonard si disponga, sotto minaccia di ulteriori rappresaglie, a soddisfare la richiesta ricevuta. È proprio all’ultimo momento, prima che la minaccia venga eseguita, che in soccorso di Leonard giungono inaspettatamente i familiari defunti. Con un urlo dei suoi Janine scaraventa gli Unjack lontano dal fratello, mentre Claire esce dal bosco come una furia e con una mazza da baseball li accartoccia al suolo come lattine di birra schiacciate. Curiosamente, a Charlottesville, in quello stesso momento, il padre di Leonard si sveglia e cerca nel ripostiglio la sua mazza da baseball. A Marianne e a suo marito, che si sono fermati qualche giorno da lui per stargli vicino dopo il funerale, Bertrand sembra un povero vecchio demente a cui il dolore abbia bruciato il cervello, ma ciò non toglie che la sua mazza sia effettivamente sparita. È a questo punto che si conclude il sesto episodio, con la madre che si accinge a spiegare a Leonard il punto della situazione, e lo scrittore stretto tra l’incudine e il martello di due ultimatum opposti. Alcune anticipazioni: l’amico medioevalista che rientra in scena, decisamente più folle e letale di quanto si potesse pensare. Un’aspirante scrittrice che si rivela sempre più insistente e ossessiva. La relazione di Leonard con una donna sposata che diventa quanto mai complicata. Lord Lockerhout e compagnia bella che, com’è logico che sia, non ne vogliono sapere di farsi da parte. Ai prossimi capitoli, dunque.
  22. Ngannafoddi

    Kappalab

    Nome: Kappalab Catalogo: http://www.kappalab.it/4-libri Modalità di invio dei manoscritti: http://www.kappalab.it/content/7-contatti Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.kappalab.it/shop Facebook: https://www.facebook.com/kappalabedizioni
  23. Bango Skank

    "Hunter - Disconnettiti o muori" di David Fivoli

    Scegliti un nome. Indossa il biocasco. Entra in New Life. Il mio nome è Deb Aser. E questa è la mia storia. Titolo: Hunter Autore: David Fivoli Casa editrice: Rizzoli ISBN: 8817139874 Data di uscita: 03 settembre 2019 Prezzo: € 19,00 Genere: Fantascienza; Fantasy; Azione e Avventura Pagine: 400 Quarta di copertina: 2050. Il mondo non è mai stato così tranquillo. Talmente tranquillo che buona parte dell’umanità vive perennemente connessa a New Life, un universo virtuale composto da cento scenari diversi per atmosfere, ambientazioni, livelli tecnologici e abilitazioni magiche. Deb Aser, un ragazzo intenzionato a esplorare ogni scenario del Sistema, si registra assieme al suo fraterno amico Arizona, che sogna di diventare una stella dello Skullball, lo sport più seguito di New Life. Dopo aver sottratto una misteriosa pergamena a Kalea Koshir, una maga tanto bella quanto pericolosa, Deb si arruola nell’Accademia delle Ombre dell’enigmatico Shadow. È qui che si forgiano gli Hunter, combattenti formidabili capaci di destreggiarsi in ogni scenario. Terminato il suo apprendistato, Deb scopre che la pergamena è una mappa per arrivare a nove sfere, nascoste dal dottor Wong - il creatore di New Life - in alcuni degli scenari più pericolosi del Sistema. La ricerca lo porterà a confrontarsi con nemici insidiosi, cyborg psicopatici, magie devastanti e armi fantascientifiche, accompagnato dalla sua ambizione, dall’amore tormentato per Kalea e dalla vecchia musica rock caricata sul suo iPod, unico ricordo del padre. Soundtrack Disco 1 – Lato A 1. Debaser – Pixies 2:52 2. Salvation – Rancid 2:53 3. About a Girl – Nirvana 2:48 4. Death or Glory – The Clash 3:55 5. Anarchy in the U.K. – Sex Pistols 3:31 6. Bloodclot – Rancid 2:44 Disco 1 – Lato B 1. King Kong Five – Mano Negra 1:56 2. Lampshades on Fire – Modest Mouse 3:08 3. We Trusted You – Transplants 4:35 4. Downtown Train – Tom Waits 3:53 5. Mama, I’m Coming Home – Ozzy Osbourne 4:11 6. Paying My Way – Dropkick Murphys 3:55 Disco 2 – Lato A 1. Comfortably Numb – Pink Floyd 6:26 2. Hey, That’s No Way to Say Goodbye – Leonard Cohen 3:05 3. Stairway to Heaven – Led Zeppelin 8:02 4. Imagine – John Lennon 3:04 Disco 2 – Lato B 1. The Good, the Bad and the Ugly – Ennio Morricone 2:42 2. Glitter & Gold – Barns Courtney 2: 57 3. Per combattere l’acne – Le luci della centrale elettrica 3.17 4. Hey Jude – The Beatles 7:11 Nota dell’autore Non voglio dare false aspettative agli appassionati dei generi riportati nella scheda: sono riuscito nella formidabile impresa di aver scritto un romanzo che di generi ne unisce molti, riuscendo a fare torto a tutti. Vi piace solo la fantascienza classica? Bene, non c’entra nulla. Vi piace solo il fantasy classico? Scappate a gambe levate. Qui ci sono elfi in completo elegante dietro scrivanie di agenzie immobiliari, vampiri psicopatici alla presidenza di importanti team sportivi, punk sbronzi marci e strafatti di anfetamina che guidano l’auto di Mad Max. Però, per i miei strani gusti, questo romanzo è una figata pazzesca. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Hunter-David-Fivoli/dp/8817139874/ref=sr_1_1?qid=1564602328&refinements=p_27%3ADavid+Fivoli&s=books&sr=1-1
  24. Mylady

    GonZo Editore

    Nome: GonZo Editore Sito web: https://gonzoeditore.com/ Distribuzione: non specificata Modalità di invio dei manoscritti: https://gonzoeditore.com/contatti/ Facebook: https://www.facebook.com/gonzoeditore/ Ho scritto per avere informazioni, mi ha risposto il direttore editoriale in persona, con simpatia e gentilezza. Sono un gruppo di giovani, mi pare di aver capito tutti under 35. Casa Editrice relativamente nuova, di Firenze. Unico genere non ammesso : romanzi rosa. Mi hanno fatto una splendida impressione e mi hanno assicurato che non chiedono contributi agli autori di nessun genere. Hanno appena aperto le iscrizioni per un concorso letterario gratuito. Riferimento Marco Michail.
  25. Francesca Maria Pagano

    WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/
×