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Trovato 175 risultati

  1. I Figli Del Disastro

    Titolo: I figli del Disastro Autore: Dario Degliuomini Casa editrice: Nativi Digitali Edizioni ISBN: (della versione cartacea e/o digitale) Data di pubblicazione: 8 Febbraio 2018 Prezzo: 3,99 Euro e-book; 12,50 Euro cartaceo Genere: Fantascienza, Fantasy Pagine: 261 Link all'acquisto: http://www.natividigitaliedizioni.it/prodotto/figli-del-disastro/ https://www.amazon.it/Figli-del-Disastro-Dario-Degliuomini/dp/1984180274/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid&sr Quarta di copertina: 9 dicembre 2013. Il Disastro si abbatte sulla Terra, lasciandosi dietro milioni di morti e nessun colpevole. In seguito, i leader mondiali scelgono di firmare l’Armistizio Totale, che interrompe ogni conflitto per tutto il tempo necessario alla ricostruzione. Due anni dopo, i destini di tre persone apparentemente comuni si incrociano: Alessandro Altavista, uno studente universitario in piena crisi esistenziale e angosciato per il futuro; Clayton Weaks, un timido impiegato costantemente vessato e umiliato dai suoi superiori, innamorato dei libri e del teatro; Kameyo Ishimori, una brillante liceale in perenne conflitto con il padre, che da lei esige sempre il massimo, al punto da voler prendere tutte le decisioni che la riguardano. Dentro di loro è racchiuso un potere immenso, che affonda le sue radici nelle origini dell’Universo stesso, in grado di riportare la luce in un mondo ferito o di farlo piombare definitivamente nel caos. Mentre cercano di trovare la strada per la salvezza dell’umanità, la memoria del Disastro continua a incombere sulle loro vite. Qual è la sua causa? Chi lo ha provocato? Nessuno sembra saperlo. O forse sì…
  2. Una luce nel buio 4/6

    commento “Questo è il solo paese che conosca” sta dicendo la donna in risposta a una domanda che mi sono persa. “Però non sapete quali strade entrino o escano da qua?” il tono di Dionysius mi fa supporre che abbia già fatto quella domanda e che la risposta non gli sia piaciuta, infatti al cenno di diniego della donna aggiunge a voce bassissima “non è assolutamente possibile.” “E quello laggiù cos’è?” Nashi indica l’orizzonte con un dito. “Oh, quello è il Buio, chi vi entra non fa più ritorno” ha detto “buio” come se usasse la “B” maiuscola. “E non è che è quello il modo per entrare e uscire di qui?” incalza ancora lo gnomo. “Nossignore, chi vi entra non torna” afferma con tono vagamente saccente, come se fosse un dato di fatto. “Oh, ma via, queste sono solo un mucchio di…” “Vi ringraziamo molto per la vostra disponibilità signora” Kop salta vistosamente sulla voce di Dionysius probabilmente per impedirgli di esplodere in una delle sue leggendarie imprecazioni “ci dirigeremo al paese come ci avete consigliato di fare” conclude producendosi in un elaborato inchino che prevede anche un leggero svolazzo del mantello. È sempre così educato Kop, in un certo senso lo ammiro. La donna sorride quasi imbarazzata, ci scommetto tutto quello che ho che nessuno s’è mai inchinato a quel modo per lei “Non è stato mica un disturbo.” Con un cenno del capo ci allontaniamo e quando siamo a una certa distanza chiedo “Allora che vi ha detto?” “Che a suo dire nessuno entra o esce da questo dannato buco, perché di un buco si parla visto che, sempre a suo dire, oltre al paese con l’allegro nome di Morire non c’è praticamente altro” il tono di Dionysius gronda acido da ogni parola. “Non è possibile” ribatto esterrefatta “non possono farcela senza avere contatti con altri paesi, insomma anche fosse un’isola…” “La signora ne era ben convinta, questo ovviamente non vuol dire che sia vero” Kop mi interrompe stringendosi nelle spalle “certo non è che una contadina, ma non posso credere che sia davvero tanto ignorante. “E quindi vuoi dire che siamo come dei dannati topi intrappolati su una dannata nave che affonda?” Dionysius prende dalla sacca una bottiglia stappandola rabbioso con i denti. “No Dionysius” ribatte il mago con voce pacata “qua hanno troppo poco per sostentarsi da soli, un modo per spostarsi c’è, dobbiamo solo capire quale.” “Credo che dovremmo parlare anche di un’altra cosa signori” Nashi prende un gran sospiro prima di proseguire “della nostra memoria quantomeno lacunosa.” “Uh, siamo in vena di eufemismi” ironizza Kop senza nessuna cattiveria. “Temo che ci sia ben poco da dire, ci siamo svegliati nel nulla senza ricordare nulla.” “No Stella, ti sbagli. Qualcosa iniziamo a ricordare.” “Dì Nashi, ci prendi in giro?” “Ovviamente no Dionysius” sospira l’elfo “ma qualcosa in più sappiamo. Sappiamo di conoscerci, sappiamo che Stella è una Fuadain e che Kop è un mago.” “Come vi siete sentiti quando avete ripreso i sensi?” domando. “Stordito, confuso, santi dei non sapevo nemmeno il mio nome” Kop prorompe in un verso a metà fra una risata e un singhiozzo “ero lì a cercare di capire dove diavolo fossi quando ho sentito chiamare –Kop- e ho capito che ero io, poi ho visto lui e subito ho capito chi era. Poi mi ha detto che era con voi e ho capito che eravamo tutti insieme.” “Prima non lo sapevi però?” gli chiedo notando quanto il suo racconto sia simile al mio. Scuote la testa “No, temevo di essere solo in quella landa spettrale.” “Anche per me è stato lo stesso. Mi sono ripreso e non sapevo nemmeno chi fossi e mentre verificavo di essere ancora tutto intero mi è venuto in mente, così senza doverci pensare. Mi sono messo a camminare e dopo pochi istanti ho sentito loro due che parlavano e ho capito chi erano, l’ho ricordato, ma non ho ricordato te fino a quando non ho sentito il tuo nome.” “Facciamo due conti, io chiamo Kop e tu ti ricordi di lui, Stella nomina Kop e io mi ricordo di lui, ognuno di noi ha dovuto ricordarsi o essere aiutato a ricordarsi il proprio nome e a ricordare gli altri. Quindi escludendo la nostra identità nessuno ha recuperato un ricordo su di sé in maniera autonoma?” “A quanto pare” replico laconica all’indirizzo dello gnomo “ma che ne deriva?” “Ah non lo so. È da quando ci siamo risvegliati che mi sforzo di capirci qualcosa.” “Forse è proprio lo sforzo la parola chiave” Nashi ci precede di pochi passi camminando all’indietro per guardarci “Io mi stavo scervellando per capire se ero da solo o no, Kop idem, voi due?” “Lo puoi dire forte” mi scappa una risatina amara e anche lo gnomo annuisce “stavo impazzendo là da solo a cercare di raccapezzarmi fino a che non ho sentito la ragazza qua che chiamava Kop, allora mi si è accesa una lucina.” “E infatti ti sei ricordato che Stella è una Fuadain solo in un momento di rabbia mentre non….” “Mentre non stavo affatto pensando” conclude Dionysius. “Voi dite davvero che il segreto per ricordare è non pensarci su?” domando scettica. “Per ora sembra essere andata così. Ovviamente posso anche sbagliarmi, magari i ricordi stanno affiorando da soli” l’elfo si stringe nelle spalle appaiandosi al mago, in realtà tutti adesso stiamo guardando lui. “Non chiedetelo a me” alza le mani “l’ho detto anche a Dionysius, non so se c’è un incantesimo in grado di produrre un’amnesia tanto profonda e se c’è, ora come ora, proprio non me lo ricordo.” “E dire che è di te che mi sono ricordata per primo, perché credevo che potessi aiutarci.” “Spiacente amica mia” Kop sorride mesto. “Se, e dico, se, qualcuno ci ha tolto i ricordi, perché non toglierci anche questo” Dionysius fa un vago gesto con la mano. “Questo cosa?” gli chiede Nashi riproducendo lo stesso vago gesto. “Oh via, questo, questo” allarga le braccia per indicarci tutti “ci comportiamo come se fossimo amici.” “Ci comportiamo come se fossimo amici?” quasi sputo quelle parole inaspettatamente ferita. “Non fraintendermi ragazza” alza un dito ammonitore verso di me “hai capito cosa intendo” sostiene per un tempo discretamente lungo il mio sguardo glaciale poi aggiunge “d’accordo, io sono convinto che noi siamo amici, ma perché non portare via tutto?” “Ne sei convinto o lo sai?” gli chiede Nashi e non gli sta ponendo una domanda vuota. Lo gnomo riflette qualche istante “Lo so” afferma calmo e sicuro. “Anche io” ribatte l’elfo altrettanto calmo e sicuro. Io e Kop annuiamo in silenzio. “Che tu lo sapessi non dubitavo visto quanto ti sei inviperita per una parola” dice Dionysius piccato. “C’è qualcos’altro che sappiamo” per una volta lo ignoro presa da un pensiero improvviso “niente di che” aggiungo guardando i loro visi carichi di aspettativa “so che Kop è una persona educata, che ci sa fare con la gente, una persona” cerco per un momento le parole adatte “di buon cuore. So che tu sei un elfo tutto d’un pezzo, hai un gran sangue freddo, sei razionale, anche troppo, e a volte sembri mancare un po’ di umana compassione, ma sei un brav’uomo. Mentre a te piace bere, moltissimo, sei burbero, ma buono, molto buono, sai essere estremamente irritante e cinico, anche se alla fine cerchi sempre un modo per dare una mano. Sono tutte cose che mi sono venute in mente mentre camminavamo, per quello che dicevamo, per come ci comportavamo non so, ci sono milioni di piccole cose che mi vengono in mente, inezie su cosa può o non può piacervi, ma niente che ci aiuti davvero.” “Direi che ci descrive piuttosto bene” dice Kop dopo qualche istante “e tu?” “Io non lo so Kop, se penso a me non trovo niente.” “Tu sei una che si scalda facilmente, diciamo che la diplomazia non è il tuo forte, sei ostinata come un mulo e anche se il tuo senso della giustizia a volte è un po’ bizzarro cerchi sempre di fare del bene.” “Grazie Dionysius” dico con un leggero nodo alla gola. “Prego ragazza” sorride chinando appena la testa. “Comunque non è vero che non ci aiuta Stella, è segno di quanto bene ci conosciamo.” “Ora come ora Nashi ci servirebbe sapere il perché” gli ricordo. “C’è una locanda al paese?” “Lo avresti saputo se non fossi stata a gingillarti con il gatto.”
  3. WriteUp Site

    Nome: WriteUp Site Generi trattati: narrativa non di genere, romanzo di formazione, saggio, fantasy, manuale, letteratura per ragazzi, cucina, autoproduzione Modalità di invio dei manoscritti: http://www.writeupsite.com/pubblica.html Distribuzione: fornitura diretta alle librerie Sito: www.writeupsite.com Facebook: https://www.facebook.com/writeupsite/ Casa Editrice No Eap. Per le proposte, è possibile inviare il manoscritto in formato .doc, .rtf., .pdf all'indirizzo redazione@writeupsite.com, completo di sinossi e recapiti autore/autrice
  4. Chi resta

    Chi resta Li chiamano i libratori. Sfidano le correnti d’aria che si intrecciano fra le cime, in bilico sulle nubi del Vuoto, del nulla che si perde sotto il cielo. Quella mattina ne sono arrivati cinquantasei. Di gruppi così corposi non ne transitano da quattro o cinque anni, da quando il Flusso ha iniziato a farsi incostante. Qualcuno li ha visti atterrare all’alba e ha sparso la voce per Pietracava. Ipnotizzato dalla regolarità delle tazze, Julien le asciuga più a lungo del dovuto, mentre la sua testa è presa da altro. Realizza solo in quel momento che i tre clienti all’ingresso saranno presto imitati da un seguito nutrito. A modo loro, i libratori hanno una sorta di puntualità: compaiono nei momenti meno opportuni. Julien rinuncia al piacere dell’incavo smussato e si affretta a preparare il bollitore del caffè. Le sagome gli sfilano davanti, cenni del capo e “salve” a mezza bocca, colori ingrigiti dallo sporco. Finché qualcosa non resta. Due macchie verde acqua, iridi che dal chiaro sfumano in una cornice più profonda. Julien capisce che quegli occhi sono aggrappati a lui, ma continua a concentrarsi sulle faccende da sbrigare. Si avvicinano. Non può fingere di ignorarli. «Sei tu!» Julien la osserva bene. Dodici o tredici anni, metà bambina e metà donna. «Beh, questa è una delle poche certezze che ho.» Lei lo squadra perplessa. Appoggia i gomiti sul bancone. «Ti ho sognato, sai?» Julien passa in rassegna i tavoli dove il gruppo di libratori si è spalmato. «Se vai al tuo posto, vi porto la colazione.» La ragazzina esita un momento, poi annuisce e si dirige a un tavolino per due di fronte al bancone, distante dai suoi. Lo guarda e aspetta. Travolti da stanchezza e pensieri, i libratori si scambiano poche parole e voce bassa. Julien distribuisce il caffè, il latte, biscotti e pane, il formaggio che rimane e del miele. Annuiscono per ringraziarlo, i più loquaci. Torna verso il bancone e serve l’ultima rimasta. La ragazzina non gli scolla di dosso i suoi occhi singolari. «Mi tieni compagnia?» «Ho già mangiato. E devo lavorare.» «Almeno siediti, dai.» È perplesso. In un sospiro, Julien accetta l’invito. Lei sembra avere molta fame. «Quindi mi hai sognato.» «Mhm. La notte scorsa» risponde con la bocca piena. «Anche se non ricordo il tuo nome.» «Di solito si tende a dimenticarli, i brutti sogni.» La ragazzina fa una smorfia strana, poi finisce il caffellatte. «Prima o poi mi riverrà.» «Il tuo, invece?» In quella pausa, lei lo scruta. La cornice intorno agli occhi verde acqua è un viso delicato e sporco, con capelli castani arruffati. «Karen» risponde poi. «Della Repubblica di Dansek?» chiede Julien. La ragazzina annuisce. «Bel posto. Ci sono stato.» Lei fa spallucce. Armeggia nel suo zaino malridotto ed estrae un cofanetto: tabacco e cartine. Una manciata di sigarette è già pronta. Julien la guarda con un sopracciglio alzato. «In teoria qui dentro non faccio fumare…» L’attenzione di Karen lo sfiora per un momento, mentre il fuoco del fiammifero inonda la punta della sigaretta. Gioca a fare la donna. Le prime nubi si diffondono sul tavolo. «Sai» dice Julien, «un tempo ero un libratore anch’io.» Lei prende un’altra boccata. «Il pub è tuo?» «Lo gestisco io, sì.» «È da tanto che sei qui?» «Un po’.» Dieci anni. Iniziano a essere più di un po’. «Come mio fratello. L’inverno scorso ha scelto di fermarsi. Però un giorno tornerà a volare, ha promesso.» Aveva promesso anche lui. «C’è qualcuno della tua famiglia con te, qui?» Karen scuote la testa. «Sei sola?» «Mamma non è mai partita. Papà invece…» Julien sa già cosa non riesce a dirgli. «Ha perso il Flusso.» In quell’esitare, lei torna una bambina. «La sua fede vacillava.» «Sì, immagino.» È ciò che dicono sempre quando un libratore perde la scia delle correnti e precipita nel Vuoto. Karen finisce la sigaretta, la fa cadere sul pavimento, la spegne sotto la suola dello stivale. «Non ti hanno insegnato a usare i posacenere?» Lei lo squadra, c’è perplessità. «Io sono libera. Noi siamo liberi.» Julien conosce quel tipo di libertà. Ancora una volta non aggiunge altro. Dopo aver riposto tutto nello zaino, la ragazzina gli fa cenno di seguirla fuori. Julien è restio ad assecondarla. Non capisce perché dovrebbe farlo. «Dai, seguimi!» Ma quegli occhi non accettano di essere contraddetti. L’aria è densa e opaca di nubi. Il Vuoto sta inondando le cime del suo grigio. Julien posa lo sguardo sull’agglomerato di abitazioni di Pietracava. Una colonia modesta sorta su una delle vette più modeste. Eppure lì, poggiati i piedi sul terreno, Julien si è sentito subito a casa. Un sentimento detestato dai libratori. Karen saltella davanti a lui. I suoi compagni sono ancora al pub, a bere e fumare oppio. Raggiungono la radura sul Bordo, dove sono sparsi i pochi possedimenti dei libratori atterrati quella mattina. La ragazzina raggiunge il suo equipaggiamento. «Sono le tue ali?» Lei annuisce. «Devo aggiustare due cose. Però sono belle robuste.» «Sono ali da adulto.» «Erano di mio fratello.» Fa una pausa. «E ormai sono grande anch’io, cosa credi.» Julien si avvicina alle ali per analizzarle. L’intelaiatura è in lega di titanio, leggera e resistente, comune nei modelli nuovi; le stoffe del telo pullulano di cuciture e toppe, e presto andranno sostituite. Forse in origine erano rosse. «Hai rimosso il paravento» nota. «Mi piace sentire l’aria in faccia. Percepisco meglio il Flusso» risponde lei tra ago, filo e sigaretta. Julien passa le mani sul telaio e ne valuta la tenuta. «Un bel mezzo.» Karen gli sorride. «Un libratore non perde mai il suo occhio, eh?» «Mah, non saprei.» «È così. Una volta che capisci il Flusso, la tua mente resta lì. Resta sul desiderio di arrivare alla Sorgente.» «Karen, per tredici anni ho inseguito le correnti e nutrito il sogno di vedere la Sorgente. Tredici anni ad assecondare i capricci del vento, spostamenti continui, persone viste un giorno e poi lasciate nei ricordi. Persone di cui è rimasto un segno.» Julien sospira. «Non tutti sono in grado di finire i propri giorni così.» «Però non sei mai caduto. Questo vuol dire che non hai perso la fede.» «La fede…» Lei smette di cucire. «Ed è meglio buttare via la libertà per restare in un posto così? Solo perché a volte è dura?» Julien assapora la domanda. «Non sono tanto sicuro del concetto di libertà di cui parli. Non più.» «Perché? Soltanto noi siamo davvero liberi. Non abbiamo radici, non abbiamo legami, niente stronzate come regole e orari. Facciamo quello che vogliamo sulla base di ciò che ci suggerisce il Flusso.» «Sei sicura che siano parole tue?» domanda Julien con un mezzo sorriso. Vede troppa fretta in lei. La fretta di chi non si ferma mai. «Mi tratti come una bambina. Come nel sogno.» Perché sei una bambina. Julien tiene la replica per sé. «Comunque io sto benissimo così. E raggiungerò la Sorgente.» «Hai mai incontrato qualcuno che l’ha raggiunta?» Lei attende un momento, prima di scuotere la testa. «Appunto. Neanch’io.» «Questo non c’entra niente» risponde lei più accesa. «La Sorgente esiste! Sennò perché il Flusso, eh? Perché dovrebbe spingerci e guidarci?» «Non lo so, Karen» ammette Julien. «Mi piacerebbe poterti rispondere.» Lei torna a fissarlo. «Forse capisco perché ti sei fermato.» Non si scambiano nulla per un breve lasso di tempo. Né parole né sguardi. «Si fermano in tanti, qui?» riprende Karen, ora pacata. «No. Non tanti.» Ancora silenzio. Julien indica l’ingresso del pub sfumato nella foschia. «I fiori all’ingresso. Li hai visti, no? Ne pianto uno per ogni persona da cui mi sono dovuto separare, quando ero un libratore. Di alcuni non ricordo neppure il nome. Ma il gusto dell’incontro, di una parola o di un cenno… sì, lo conserverò sempre.» «E se lo conservi, allora perché fermarsi. I ricordi li porti con te.» Julien esibisce un accenno di sorriso. Nulla di più. Karen si alza in piedi e si accende una sigaretta. «A me fanno pena quelli che si fermano e non ripartono.» «Pena, addirittura…» «Sì, pena. E anche un po’ schifo. Perché sprecano la libertà.» La finta donna presenta qualche crepa. La bambina reclama il suo posto. «Cioè… almeno credo.» Qualche decina di metri più in là un altro del gruppo di libratori è tornato a occuparsi dell’equipaggiamento. Canticchia una canzone che non si riesce a riconoscere, da quella distanza. «Li fai spesso, questi sogni?» domanda Julien. «A volte.» Karen guarda qualcosa all’orizzonte. «Sono sempre persone che si sono fermate.» Curioso. Julien non sa se crederle. «Cosa pensi che sia?» Lei allarga le braccia. «Sono sicura che se seguo il Flusso lo scoprirò. Una delle risposte che solo la fede può darmi. Magari quando raggiungerò la Sorgente.» Julien si chiede quando quegli ultimi brandelli di infanzia saranno lavati via da lei. Non vuole essere lui a farlo, e tace. «Tu quando riparti?» Julien non risponde ancora. Fissa il cielo che si apre. Lei capisce, lo si vede nei suoi occhi. Sorride, un sorriso a metà. «Mi dai una mano, almeno?» Karen agita una chiave inglese e indica le ali. Julien acconsente. Stringe il bullone, e per sicurezza anche gli altri. Percepisce il verde acqua su di lui, dietro. «Ecco qua» dice mentre si rialza. «Il tessuto è quasi andato. Ti consiglio di cambiarlo al più presto… non è solo la fede che ti tiene su.» Lei annuisce sicura. Il vento le muove i capelli sudici. «Dai, ora torno dentro.» «Poi passo a trovarti… Ah, il nome…» Karen blocca qualsiasi suggerimento. «Non dirmelo! Lo sapevo, mi verrà in mente.» Julien ride e scuote la testa. «Non ridere! Ti giuro. Mi riverrà.» Sulla scia di quella leggerezza inattesa, Julien muove i suoi passi verso il pub. Spera che perlomeno qualcuno di loro paghi. Un tempo i libratori cercavano di guadagnare qualche soldo con lavoretti occasionali, ma è un’usanza onorata sempre di meno. La notte ha rinvigorito le correnti. Rapidi come sono comparsi, i libratori hanno ripreso a sfidare il Vuoto. Julien, a debita distanza, osserva gli ultimi prendere la ricorsa e staccare i piedi dalla roccia. Karen non è tornata a salutarlo. Ci si rivede in lei. Anche se solo in parte. Il destino di chi resta è guardare la schiena di chi passa. Può darsi che davvero facciano pena, quelli come lui. Ma Julien ricorda bene tutte le volte in cui lui stesso è stato accolto dagli abitanti di una cima, nel toccare una nuova tappa. Era tutta gente rimasta. Il vento e il buio inghiottono gli ultimi contorni dei libratori. Pensa a qualcosa di adatto a lei. Forse l’ortensia.
  5. Oltre Tempo - Capitolo I - parte 3/3

    Commento a Calatia Non sappiamo con esattezza gli anni della sua permanenza su questa terra. Gli uomini che ne hanno narrato la storia sono l’unica testimonianza che abbiamo. Si dice che la sua potenza era inimmaginabile... nessuno riusciva a contrastare la sua forza, nemmeno i generali dell’allora giovane Impero riuscirono a fermare la sua avanzata. Nel giorno più cupo dell’anno però la sua potenza svanì. C’è chi dice che sia stato eliminato dal Generale maggiore dei centurioni, Conrad, chi invece sostiene la teoria dell’eremitismo. Io no, io credo che la sua forza lo abbia portato alla follia, la ragione ormai dominata dal suo ego, la sua via divenne oscura e la sua anima offuscata dal male. Aveva perso ciò che distingue l’uomo dalle bestie: la ragione e i sentimenti. Non tutti gli esseri umani possono accedere alla luminescenza. Sono due le specie che ora si distinguono sulla terra: Homo Sapiens Sapiens e Homo Sapiens Tertium. Due specie in perenne lotta per la propria sopravvivenza. La suddivisione gerarchica tra le due razze non scaturì da una legge imposta dall’Impero bensì è stata la diretta conseguenza della supremazia dei Tertium. Per quanto intelligenti e sviluppati, i Sapiens non riuscirono a contrastare i rivali. Non potendo competere con il controllo del chakra, il loro destino fu quello di soccombere al predominio dell'avversario. I Sapiens inizialmente non pensarono a una possibile oppressione sociale. Molti di loro infatti contribuirono alla creazione dell’attuale Impero. Ben presto, però, scoprirono il gioco di potere che si era creato tra le fila dell'Impero, a quel punto però era troppo tardi! La consapevolezza del crescente affermarsi di questa nuova potenza su gran parte del pianeta aveva portato i Sapiens a scoprire nuove tecnologie, le quali riuscirono in parte ad arginare la rapida ascesa dei Tertium. La più importante tra tutte è la lumen domini: potente bomba a onde neurali, in grado di chiudere il flusso di chakra dei superuomini. La brusca interruzione di energia interiore causava morte immediata per i Tertium. Sui Sapiens invece il raggio d'azione della bomba aveva solo un effetto di leggero stordimento. Avevano scoperto l’arma perfetta, finalmente potevano combattere il nemico, non solo ad armi pari ma con la concreta possibilità di uscirne vincitori. In tal modo i Sapiens riuscirono nuovamente a prendere terreno, conquistando giorno dopo giorno sempre più distretti. In breve tempo gran parte del territorio sotto al Grande Oceano era tornato in possesso dei Sapiens i quali vi stabilirono il proprio reggimento. I portatori del genoma evoluto però escogitarono un piano di difesa, costruendo nuove armature a risonanza, in grado di respingere gran parte dell’onda d'urto. Se venivano colpiti, il flusso non si interrompeva ma calava drasticamente fino a renderli normali Sapiens per un lasso di tempo limitato. La guerra si estese e continuò per mezzo secolo fino a che, il generale Conrad, con un agguato al cuore della resistenza, prese possesso della riserva di cobalto, necessaria alla creazione delle lumen domini. La guerra finì in quella turbolenta notte di ottobre. Successivamente i Tertium costruirono il loro dominio sulle spalle dei Sapiens, destinando agli sconfitti i lavori necessari allo sviluppo dell’impero. Venne coniata una nuova moneta chiamata TERT, destinata ai soli Tertium e una più debole chiamata SAP. Il trucco era semplice: il TERT poteva acquistare qualsiasi bene in circolazione, mentre il SAP solo viveri e altri accessori fondamentali per la sopravvivenza. L’impero aveva messo in chiaro l’egemonia dei Tertium sui Sapiens, evitando che quest'ultimi potessero ribellarsi di nuovo. Il marchio inciso a fuoco era una semplice esse, chiusa all’interno di un rombo. Il vertice superiore del rombo sormontato dalla T dei superuomini in segno di supremazia. Da allora ogni Tertium iniziò ad allenare la propria mente e il proprio corpo per raggiungere la luminescenza mentre i Sapiens, una volta raggiunta la consapevolezza dell’impossibile apertura delle porte del chakra, crollarono in uno stato di profondo sconforto per poi sottostare al volere dell’Impero. Capisci di essere Tertium solo al compimento dei 21 anni, attraverso una tecnica precisa di meditazione con la quale puoi oltrepassare il punto di accensione, raggiungendo la luminescenza. Fino ad allora c'è il dubbio. Se non ti accendi, ogni tua ambizione svanisce ed ogni obiettivo diventa irraggiungibile. Un affronto troppo grande per una recluta che si è allenata duramente, con dedizione e impegno per sette anni consecutivi, senza poi poter sfiorare la sensazione di potenza che rilascia l’accensione, specialmente la prima volta. Molti, dopo aver scoperto di essere semplici Sapiens Sapiens, non reggono la sconfitta morale e tentano il suicidio. Quelli che invece si lasciano andare, entrano a far parte del gruppo dei Rifiutati. A volte capita che anche alcuni Tertium si aggirino tra i Rifiutati, Tertium che hanno abbandonato la via della luce per scelta e non per necessità. In conflitto con il volere dell'Impero. Se non ti impegni, non accedi al chakra e se non accedi al chakra, il popolo ti esclude. I Sapiens una volta riconosciuti come tali entrano nel programma di sostegno e organizzazione dell’impero. Lavoro e cibo... questo è tutto ciò che viene offerto loro, ma non hanno nessuna possibilità di crescita personale, a meno che non scelgano nuovamente la via degli studi per diventare medici, scienziati o tutto quello di cui una società sviluppata necessita per progredire.Io ho avuto la fortuna di scoprire quasi subito la luminescenza in me, alleggerendo notevolmente il carico di pressione sulle mie spalle. Quando sai già di non dover finire nel piano di recupero, tutto diventa più semplice. Benché io sia riuscito ad avviare la luminescenza in tenera età, sembra che il mio corpo non voglia rendersi partecipe nelle fasi di addestramento, complicando il tutto, specialmente gli esami a cui ci sottopone l’accademia. Nonostante li abbia superati tutti, sono consapevole che avrei potuto fare di meglio, ma il mio corpo non me lo permette. Forse perché non mi concentro abbastanza, forse perché non riesco a combinare corpo e mente per farli diventare tutt’uno. Non saprei... e non riesco a capire. Sta di fatto che tra meno di un anno, tra sette mesi esatti, dovrò sostenere l’esame finale. Spero vivamente di dimostrare chi sono e quanto valgo per riscattare una volta per tutte il nome della mia famiglia.
  6. 24esimo Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2018 le iscrizioni per il XXIV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, concorso bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, con il supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Il Trofeo RiLL è un premio letterario per racconti di genere fantastico: possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. La partecipazione è libera e aperta a tutti. Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono circa 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi dell’Unione Europea). Nel 2017 i racconti ricevuti sono stati 350. I migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati, edizioni Wild Boar). Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: - in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; - in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); - in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa). All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2018. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Ciascun partecipante al XXIV Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2017, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIII Trofeo RiLL, scritto dal bolognese Valentino Poppi. Il volume propone quindici storie: i migliori racconti del XXIII Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso organizzato da RiLL nel 2017) e i racconti vincitori di cinque premi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Australia, Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL. Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL. La cerimonia di premiazione del XXIV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2018, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni sul XXIV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”. Per contattare lo staff di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  7. Una luce nel buio cap 1 parte 3/6

    commento “Che diavolo è quella roba?” domanda Nashi con un cenno del capo. “Cos’è vuoi andare a vedere?” domanda lo gnomo con una certa ironia. “Perché no, sarà a meno di un paio di miglia e la prima casa è abbastanza vicina, non ci vorrà molto.” Dionysius lo guarda attonito “E che è del -cerchiamo un riparo-?” “Oh andiamo Dionysius, non è lontano e c’è da dire che è una vista inusuale, magari ci aiuterà a capire qualcosa” replica Kop avviandosi di nuovo nel campo. Trovandosi in inferiorità allo gnomo non resta che adattarsi cosa che fa con un gran dispiego di proteste; più ci avviciniamo e più la striscia s’allunga e s’allarga fino a che, quando gli siamo vicini, diventa un gigantesco muro che sale talmente in alto da non poterne vedere la fine e s’allunga ai lati fino a perdita d’occhio. È solo quando arriviamo a pochi passi che mi rendo conto che non è un muro solido, ma qualcosa di mobile, quasi di vivo: si vede un piccolo movimento qui, uno spostamento là. Un lieve ribollire fatto di piccole bolle e mulinelli. Piccoli refoli neri escono fino a lambirci per poi tornare da dove sono venuti o svanire in uno sbuffo leggero; è del nero più profondo che io abbia mai visto, assorbe tutta la luce che gli arriva senza rilasciarne nemmeno una briciola. “Lo sai che è nero quasi quanto te?” dice Nashi senza la minima traccia di ironia, visto che io ho la pelle di un nero compatto e senza sfumature quanto un pezzo di carbone. Il mio commento è una laconica stretta di spalle. “Comunque cos’è?” chiede ancora l’elfo. “Ho idea che dovremmo saperlo, ma non ricordo proprio un accidente” risponde Kop allungando le mani verso uno filamento che si sporge verso di noi. “Ehi, ma che fai?” lo redarguisce aspramente Nashi assestandogli una manata “non sappiamo nemmeno cosa sia.” “Ah, non credo sia pericoloso, non ora e non per noi quantomeno” risponde Dionysius osservando il lento muoversi di questa cortina buia, sì buia è la parola giusta. “Buio”: quella parola mi attraversa rapida la mente portando con sé l’eco di un ricordo che non si materializza. Nashi, probabilmente incoraggiato dalla tranquillità di Dionysius, allunga anch’egli una mano fino a sfiorarlo “E’ tiepido” dice con tono stupito “non è né caldo né freddo.” In quel mentre Kop porta le mani a coppa sotto al mento e tenendole vicine al petto mormora qualcosa sottovoce, un secondo dopo una piccola sfera di luce pulsante gli levita poco sopra le dita “Vai” le soffia spedendola in direzione del muro. Questa si muove verso di esso e il suo bagliore dorato si scontra con il nero impenetrabile che ha dinnanzi, passa illesa i primi fili, ma quando penetra nel buio scompare immediatamente come se non fosse mai esistita, nello spazio di un secondo è del tutto svanita. “Qualunque cosa sia è magica” afferma il mago guardando attentamente davanti a sé “o non sarebbe sparita così in un batter d’occhio.” Nessuno di noi contesta l’affermazione, ci fidiamo della competenza di Kop. “Non è solido quindi si potrebbe forse, che so, entrarci?” Nashi s’avvicina di qualche passo. “Sei serio?” lo gnomo lo sta guardando basito con le mani piantate sui fianchi “è vero che ho detto che non è pericoloso per noi ora, ma entrarci così su due piedi è decisamente stupido.” “Stavo solo valutando ogni ipotesi, se le cose ci entrano allora possono anche uscire, cose come noi.” “Io concordo con Dionysius.” “Anche io” Kop si sfrega il mento pensieroso “ma cercheremo di capire qualcosa di più.” “Bene, ed ora che ne sappiamo assolutamente tanto quanto prima” inizia lo gnomo per poi aggiungere rapidamente “al momento” direi di dirigerci verso quella casa che abbiamo visto.” Tutti annuiamo ritornando sui nostri passi, camminiamo senza dire una parola ed è Nashi a rompere il silenzio, dopo che ci siamo fermati per l’ennesima volta a guardarci intorno per cercare l’inizio, o la fine, di quella cosa gigantesca, dicendo “Non so a voi, ma a me è sembra di essere in prigione.” A quelle parole un altro lampo di consapevolezza mi attraversa la mente, ma prima che possa coglierlo e dargli un senso è già sparito. Sentendomi sempre più avvilita guardo i miei compagni e sui volti di Kop e Dionysius colgo la stessa espressione di frustrato abbattimento che sento di avere io. Nessuno di noi tre da seguito a quelle parole, tutti persi nelle nostre personali, quanto inutili, elucubrazioni. Dopo un po’ pensare diventa difficile, perché il difficile diventa continuare a mettere un piede davanti all’altro. Il tenere a bada la paura e la preoccupazione inizia ad esigere il proprio debito, i passi si fanno pesanti, la mente vaga qua e là inseguendo pensieri oscuri e cupi e il grigiore del cielo e il nero in lontananza non fanno altro che aumentare la nostra tetraggine. Quasi ad ogni passo si sentono sospiri profondi, mani che sfregano sulle braccia, occhi rivolti al cielo, nessuno tenta di confortare vanamente gli altri fino a che, da dietro una nube, spunta il sole. Una grossa palla arancione riempie il cielo davanti a noi e anche se il calore che emana è poco è comunque un balsamo per le nostre ossa infreddolite “Non credo di aver mai amato tanto la vista del sole come adesso” dico aprendo un po’ il mantello “quella nebbia era così straniante che te ne faceva dimenticare persino l’esistenza.” “Speriamo di non doverci tornare più” rimarca Dionysius guardando cupamente dietro di noi. Ora la casa che avevamo intravisto è decisamente vicina; è un’abitazione piccola, di pietra grigia con il tetto a scandole. Quadrata e tozza è più pratica che bella con le imposte di legno grezzo, qualche attrezzo da contadino appoggiato ai muri e le galline che becchettano placide sull’aia. Da dietro si sente un ragliare sonoro e un paio di voci maschili che parlano fra loro, troppo piano perché si possa capire qualcosa. Seduta accanto alla porta su una sedia di fattura alquanto rozza c’è una donna intenta a sgranare piselli; indossa vestiti semplici, marroni, che hanno l’aria d’essere stati fatti in casa, sopra la gonna ha un grembiule grigiastro e calza pesanti zoccoli di legno. “Scusate l’intrusione, signora” esordisce Kop “avremmo bisogno del vostro aiuto” La donna alza il viso verso di noi, è ancora piuttosto giovane, i capelli castano chiaro sono tirati indietro e trattenuti in una crocchia così da lasciare scoperta la fronte troppo ampia e la mascella troppo pronunciata, ci osserva diffidente con i suoi acquosi occhi nocciola prima di rispondere “chi siete?” “Siamo viandanti e ci siamo persi, vorremmo sapere dove siamo.” La donna ci squadra da capo a piedi con aria tutt’altro che fiduciosa e non posso certo biasimarla, quattro forestieri coperti di fango dalla testa ai piedi non devono suscitare una gran affidabilità. “Siete a Morire” risponde con voce piatta appoggiando una ciotola di terracotta per terra. Sento che Dionysius prende la parola, ma perdo il filo perché vengo attratta da un grosso gatto a chiazze bianche e nere: è sdraiato sull’aia in una lama di sole, la coda si muove pigra nell’aria, gli occhi sono socchiusi come se stesse sonnecchiando. Non sono una grande amante degli animali, o almeno ne sono piuttosto convinta, ma in questo gatto c’è qualcosa che mi piace, mi avvicino circospetta, ma la circospezione coi gatti serve a poco e non ho fatto due passi che mi ritrovo puntati addosso due occhi gialli venati d’oro che mi fissano con aria interessata. Visto che non scappa mi piego sulle ginocchia, lui gira la testa osservando la mia mano che si avvicina e mi guarda di sbieco mentre gli accarezzo il dorso, ha uno sguardo strano, come di uno che mi sta facendo un grosso favore. “Sei proprio un bel gattone sai?” mormoro accarezzandogli la schiena “sembri quasi un leone con tutto quel pelo ai lati della faccia” in risposta ottengo un miagolio che sembra un raglio. Ridacchio per quel verso tanto strano e se non sapessi che è impossibile direi che l’ho offeso perché in un lampo si tira in piedi e di corsa attraversa l’aia andando verso il retro della casa dopo avermi guardato con aria di maestà offesa.
  8. Fino a
    Art. 1: L'Associazione culturale e teatrale “Luce dell'Arte” di Roma indice ed organizza la 5^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura "Luce dell'Arte". Art. 2: Il premio, aperto ad Autori adulti con limite d’età minimo 18 anni e massimo nessuno, è diviso in questo modo: Sezione A) - Poesia: poesia a tema libero edita o inedita in lingua italiana o straniera o in vernacolo, con inclusa traduzione, senza limiti di lunghezza, riservata a tutti i poeti di nazionalità italiana o poeti stranieri di età adulta. Sono ammessi anche libri editi di poesia ed e-book.; Sezione B) - Narrativa: racconto, libro di racconti, saggio o romanzo a tema libero, inedito o edito in lingua italiana, anche tradotto da lingua straniera, riservata a tutti gli scrittori di nazionalità italiana e scrittori stranieri. Sono ammessi anche e-book.; Sezione C) - Teatro: monologo, corto, commedia o tragedia a tema libero in lingua italiana o straniera o in vernacolo, con inclusa traduzione, sezione aperta a tutti gli scrittori, attori e sceneggiatori. I testi possono essere editi o inediti. Sono ammessi anche libri con vari testi teatrali ed e-book. Sezione D) – Pittura e/o Fotografia con annessa Poesia, Pensiero Poetico o Racconto breve: opera d’arte fatta con qualsiasi tecnica (olio, acquerello, china, etc.) e/o fotografia, della quale inviare due riproduzioni a colori del formato cm 13x18, indicando per la Pittura tecnica adoperata e misura effettiva della stessa, insieme ad una poesia, pensiero poetico o racconto breve che ne esplichi il senso più profondo. Fondamentale dichiarare che l’opera è frutto del proprio ingegno, presentandola nel formato originale alla premiazione. Il testo annesso ad essa va scritto su un foglio formato A 4, che presenti come titolo lo stesso dell’opera d’arte figurativa. Novità: verranno attribuiti anche due Premi Speciali alla Carriera. Art. 3: Per partecipare al Premio vanno inviate per le sezioni A, B, C e D in un plico due copie dell'opera o delle opere edite o inedite, delle quali una in anonimo e l'altra completa di firma in calce inserita in una busta chiusa più piccola contenente: curriculum vitae completo o breve biografia, scheda di adesione con dichiarazione dell'autore relativa all'utilizzo dei propri dati personali per il premio e quota di partecipazione in contanti o fotocopia del versamento postepay quota effettuato. Per le OPERE EDITE, in caso si sia in possesso di pochissime opere cartacee, è ammesso anche l’invio di Una Sola Copia Cartacea firmata in calce, anzichè Due, di cui una senza firma in calce. N.B. Per tutte le sezioni i lavori in forma anonima (senza dati dell’autore identificativi all’interno del testo) devono essere spediti OBBLIGATORIAMENTE pure per e- mail in formato doc, rtf o pdf a: associazionelucedellarte@live.it per il vaglio della Giuria esterna, con l’unica eccezione per quei testi pubblicati di cui, per varie motivazioni, non si è più in possesso dei file. In tal caso, inviare il materiale esclusivamente in forma cartacea, poichè sarà la nostra segreteria a fotocopiare il tutto per sottoporlo al vaglio della Giuria esaminatrice del Premio. N.B. Ammessa partecipazione solo via e-mail. E’ possibile partecipare al Premio pure inviando tutto il materiale richiesto esclusivamente per e-mail in formato PDF, Word ed RTF ad associazionelucedellarte@live.it mettendo nell’oggetto “Partecipazione Premio letterario “Luce dell’Arte” via e-mail” ed inserendo sempre in allegato fotocopia del versamento effettuato su postepay. Le copie vanno inviate nel numero di due, di cui una senza dati e l’altra con firma. Art.4: Si può partecipare ad una o a tutte e quattro le sezioni. La quota di partecipazione a copertura di spese di segreteria è di: • 10 euro per UNA sezione, inviando massimo tre elaborati; • 15 euro quota unica per DUE e TRE sezioni, inviando massimo tre elaborati a sezione (nello specifico sei e nove in totale); • 20 euro per QUATTRO sezioni, inviando massimo tre elaborati a sezione (dodici in totale). . Quota aggiuntiva di 5 euro SOLO per chi invia Curriculum dettagliato per concorrere anche al Premio Speciale alla Carriera. Per gli Autori che desiderino candidarsi al Premio alla Carriera, devono avere alle spalle oltre 15 anni di impegno artistico-culturale certificato. Il minimo d’età per candidarsi è di 45 anni. Chi desidera farlo, deve barrare sulla scheda di adesione il si per Premio alla Carriera ed aggiungere alla quota base quella aggiuntiva richiesta. SCONTO QUOTA SPESE DI PARTECIPAZIONE. Se si partecipa a Quattro Sezioni (quota base 20 euro), riduzione di 5 euro per studenti che dimostrino con autocertificazione allegata la frequenza dell’anno in corso, per autori ultrasettantenni e per i tesserati dell’Associazione Luce dell’Arte. Art. 5: La quota di partecipazione può essere versata nelle seguenti modalità: • in contanti all’interno della busta chiusa contenente tutta la documentazione anagrafica per il concorso; • tramite versamento su carta Postepay indicando le seguenti coordinate: numero carta: 5333 1710 4875 7252 beneficiario: Carmela Gabriele codice fiscale GBRCML77E71H926K Il contributo richiesto per partecipazione al Premio tramite ricarica postepay può essere effettuato in modo semplice presso sportelli di uffici postali e tabaccherie, e richiede a parte una minina spesa di commissione esclusa dalla quota di partecipazione, ossia 1 o 2 euro. Art. 6: Le opere devono pervenire possibilmente a mezzo raccomandata entro e non oltre il 16 Giugno 2018 (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo: Dr.ssa Carmela Gabriele, Presidente Ass. Luce dell'Arte, via dei gelsi, n. 5 – 00171, Roma, (Rm). Le opere che giungeranno prive della quota di partecipazione, saranno escluse dal premio ed in nessun caso verranno più restituite. L'Associazione si esime da ogni responsabilità per il mancato arrivo per mezzo di posta prioritaria di alcuni elaborati o per gli eventuali ritardi di poste italiane. Art. 7: Gli elaborati e i romanzi non verranno restituiti ed andranno inseriti in un fondo speciale del Premio, per arricchire la Biblioteca dell'Associazione Luce dell'Arte. Art. 8: Ad insindacabile giudizio dei membri della Giuria esaminatrice, composta da personalità del Giornalismo, della Critica letteraria, dell’ Editoria e della Critica teatrale, verranno selezionate vincitrici tre opere per ogni sezione e verrà assegnato per ciascuna sezione un Premio della Critica. Art.9: La Giuria esaminatrice ha facoltà di aggiungere premi per merito speciale. Non sono previsti ex-equo. Art. 10: I vincitori saranno contattati tempestivamente per telefono o per e-mail, per consentire la loro presenza alla premiazione, che avverrà a Roma o in provincia di Roma orientativamente un sabato o una domenica entro la fine di Luglio o i primi di Agosto 2018. Sarà possibile per tutti consultare l’elenco vincitori, disponibile almeno 10 giorni prima della premiazione, sul sito www.lucedellarte.altervista.org. Per gli Autori partecipanti non vincitori che facciano richiesta specifica alla Segreteria dell’Ass. via e-mail, sarà inviato, dopo la cerimonia di premiazione, un Attestato di partecipazione in PDF per via telematica. I premi vanno ritirati personalmente il giorno della premiazione, tramite delegato solamente in casi di grave impedimento fisico o di inderogabile impegno di lavoro. E’ richiesta Presenza Obbligatoria degli Autori o dei loro Delegati per i Primi Tre classificati al Premio. In caso di assenza di Premiati in successione di classifica, a casa saranno spediti a loro spese i diplomi ed eventuali medaglie. Art. 11: Premiazione di tutte le sezioni: 1° Classificato: Grande Targa + Attestato di Merito; 2° Classificato: Targa + Attestato di Merito; 3° Classificato: Coppa + Attestato di Merito; Premio della Critica: Trofeo o Coppa + Attestato di Merito; Premio Speciale alla Carriera: Statua pregiata o Targa + Attestato di Merito; Menzione Speciale: Grande Medaglia + Attestato di Merito; Segnalazione di Merito: Medaglia + Attestato di Merito. Eventuali Diplomi d’Onore per Alti Meriti Culturali. Art. 12: Chi partecipa al Premio, accetta tacitamente tutte le condizioni del presente Bando. Per richiesta di qualsiasi altra informazione, contattare il Presidente dell'Associazione, la dr.ssa Carmela Gabriele. Tel. 348 1184968. Il sito dell'associazione da visitare è: www.lucedellarte.altervista.org Siamo anche su facebook alle seguenti pagine: - Associazione culturale e teatrale Luce dell’Arte - Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura “Luce dell’Arte” Si consiglia di fotocopiare e diffondere il seguente Bando per incrementare la partecipazione all'iniziativa culturale. Scheda di partecipazione da allegare: Il/La sottoscritt _ _________________________________________ Nato/a a _________________________________ il ________________ Residente a _________________________ Prov. ( _____ ) CAP. _______ Indirizzo __________________________________ n.___________ Nazionalità_________________________ e-mail ________________________________________ telefono fisso ___________________ cell.____________________ Chiede di partecipare alla 5^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa, Teatro e Pittura "Luce dell'Arte ", sezione/i _________________ con l'opera/le opere dal titolo________________________________________________________________ ____________________________________________________________________ che dichiara essere di suo ingegno. Candidatura al Premio alla Carriera (barrare con crocetta) Si — No Studente, Ultrasettantenne o Associato Ass. culturale e teatrale “Luce dell’Arte” Partecipante a 4 sezioni Premio con agevolazione quota di adesione (solo per chi ha allegato dichiarazione di ciò) Firma _______________ Autorizzazione all'uso dei dati personali al solo fine del Premio Luce dell'Arte. SI (barrare sul consenso) Luogo e data ________________________________________ Firma ___________________________
  9. Oltre Tempo - Capitolo I - parte II

    Commento a Sasa866 Nonostante il mio passato all’accademia della Luce non sia stato brillante come tutti gli altri cadetti, mi ero impegnato a fondo per raggiungere l'obiettivo prefissato. Prima di arrivare al livello attuale ho tentato e fallito più volte, ma non mi sono mai dato per vinto. Tutto quello che facevo e l’impegno che ci mettevo non bastavano. Ero costantemente dietro le fila, mai in prima linea. Il mio è stato un percorso turbolento, forse a causa della mancanza di una guida concreta come i miei genitori, che morirono in un agguato del regime durante la guerra. Ciò nonostante non mi sono mai arreso e ho lottato duramente, fino a credere che anche io, un giorno, forse avrei potuto ricoprire un ruolo importante. Sono riuscito a passare tutti gli esami preliminari, nonostante la grande difficoltà. Ora mi attende la prova più difficile, quella che ogni recluta deve affrontare per essere definitivamente ammesso tra i pretoriani. Secondo il regolamento, ogni recluta che abbia raggiunto i venticinque anni di età viene sottoposta ad un test finale che deve superare ad ogni costo. Se passi la prova di fine addestramento vieni ammesso come nuovo soldato tra i pretoriani imperiali, carica che ti permette di vivere una vita dignitosa e tranquilla, sempre che non ci sia da combattere in una qualche missione militare assegnata dai senatori dell’Impero. Personalmente non so cosa mi riserverà il futuro, ma sono pronto ad affrontare qualsiasi difficoltà, deciso più che mai a superare l’ostacolo finale. Non tutti riescono a passare gli esami previsti durante i dodici anni di studi, per non parlare di coloro che vengono respinti alla prova finale. A sentirlo così sembra un semplice esame scolastico; pensi di poterlo ripetere quando vuoi...ed in effetti c'è questa possibilità ma puoi tentare solo per tre volte e se fallisci anche al terzo tentativo...beh...nessuno lo sa con certezza ma molto probabilmente finisci a far parte dei rifiutati: individui che si aggirano per tutta la metropoli in cerca di cibo e acqua senza fissa dimora, se spariscono dalla circolazione nessuno rimpiange la loro compagnia. Impossibile trovare altre sistemazioni una volta presa la via della milizia; i cittadini odiano l'Impero e chi tira la redini. Non volevo fare la loro fine, mi ero impegnato a fondo in quei dodici anni di addestramento e non avevo intenzione di fallire. Non potevo permettere che accadesse, non potevo permettermi nemmeno di pensarlo, altrimenti la mia forza di volontà sarebbe svanita con la mia speranza. Scoprii il mio dono prima di chiunque altro e questo è un bene...credo. Ho avuto più tempo degli altri per allenare e migliorare il controllo del chakra, più di otto anni. Molti dei miei coetanei al momento degli esami non erano ancora in grado di “accendersi”, ovvero non erano in grado di concentrare l’energia nel nucleo interno del corpo, così da attivare il chakra e aprirne le porte che lo diffondono. Quando ciò avviene una lieve luminescenza circonda tutta la superficie della persona che lo ha attivato, come una fiamma che prende vita. Sette colori della luminescenza distinguono il livello di controllo del chakra di una persona, o meglio, se ne ipotizzano sette. Fino ad ora solo tre livelli in tutto il mondo si sono manifestati e di questi solo i generali dell’impero hanno raggiunto il terzo stadio, nessun altro, nemmeno le migliori reclute dell’accademia ci sono riuscite, nessuno.... tranne me. La luminescenza fu scoperta per caso da uno scienziato nel 1915 durante un esperimento sulle flessioni del flusso sanguigno. Accidentalmente due magneti sfiorarono gli elettrodi sistemati su tutta la superficie del corpo di un soggetto maschio, il quale reagì inspiegabilmente “accendendosi”. Questi brillò intensamente di una forte luce bianca che dopo pochi istanti svanì così come era apparsa, mostrandosi solo per un istante. Lo scienziato inizialmente rimase scioccato da tale avvenimento, ma poi raccolse ciò che era rimasto delle sue certezze in materia umana e scientifica ed iniziò a studiare il caso. Tentò varie volte di ricreare l’accaduto ma senza risultati. Era come se il soggetto preso in esame, dopo la reazione straordinaria, si fosse rinvigorito. Lo scienziato non capiva come mai non riuscisse a ripetere nuovamente quel miracolo, pur ricreando alla perfezioni le varie fasi dell’esperimento, finché, il soggetto stesso, ricordando la sensazione di pace nel momento in cui si era acceso, trovò la via della luce. Il suo corpo era come una piuma, la sua mente vedeva oltre la vista, la sua anima si era elevata al di sopra del proprio corpo. Finalmente tutto era chiaro, tutto aveva un senso. Quello che accadde successivamente diede vita al caos totale. Nulla era più certo. Ogni teoria sulla natura e sulla fisica era puramente ipotetica e ogni verità veniva messa in discussione, perfino le nostre origini. Alcuni fanatici religiosi consideravano il Soggetto 74 il nuovo messia. Ma per piacere! L’unica risposta che gli scienziati del tempo riuscirono a dare era l’unica plausibile: l’uomo si stava evolvendo...di nuovo. Come era successo in precedenza con l’Homo-sapiens e l’Homo-erectus, una nuova specie si stava formando ed era in grado di fare cose che nessuno, prima di allora, avrebbe potuto immaginare. Gli studi iniziarono immediatamente e divennero via via sempre più intensivi. Volevano capire perché un essere vivente come l’uomo fosse in grado di concentrare la propria energia interiore, quando solo pochi anni prima il massimo a cui si poteva aspirare era lo spettacolo di magia e prestidigitazione, o come diavolo si dice, del mago Garganthual. La luminescenza fu scoperta, studiata, capita ed in fine allenata. In breve tempo fummo in grado di adattarla alle esigenze dell'uomo e sfruttarla a nostro vantaggio. La forza muscolare triplicata, i cinque sensi affinati a tal punto da poter udire e vedere una zanzara ronzare intorno ad una lampadina da dieci chilometri di distanza...e questo era solo l'inizio, era solo il primo stadio dell'apertura del chakra. Ad ogni step coincide un incremento delle capacità e la variazione del colore della luminescenza è direttamente proporzionale all’aumento della concentrazione di energia. Nessuno sa con certezza con quale criterio varia il colore del chakra, abbiamo solo una teoria: sette colori come i colori dei sette chakra interni. Bianco, azzurro, blu, verde, giallo, arancio e infine rosso. Fino ad ora solo tre dei sette colori sono stati confermati con il raggiungimento del terzo stadio di apertura del chakra. Ogni essere vivente trasmette energia ed ogni essere vivente ha un limite di energia che può accumulare nel tempo. Raggiunto il limite massimo, l'energia si sprigiona all’esterno con violenza. Se controllata può trasformarsi in un'immensa risorsa a proprio favore. Il limite di contenimento, questo è il punto centrale! Se lo aumenti, il tuo stadio aumenterà a sua volta ma non puoi incamerare più energia di quella che le cellule cerebrali possono sostenere, oltre quel limite sopraggiunge la morte. Ipotesi e ancora ipotesi, l’unica certezza al momento è la volontà di ogni individuo di superare il proprio limite controllando il flusso di energia che il chakra pompa nel sangue, collegando gli organi vitali più importanti al terzo elemento: l’anima. Cuore, cervello ed anima legati affinché l’energia primordiale si sprigioni. La paura degli scienziati che hanno studiato la luminescenza è che con l'aumentare dell'energia, e quindi della forza, la ragione vada a perire sotto il dominio dell'ego. La leggenda narra di un uomo che riuscì ad aprire tutte le porte raggiungendo il potere assoluto. Egli fu in grado di riuscire là dove nessuno era mai arrivato prima di allora: il raggiungimento dell’onnipotenza. Gli storici lo ricollegano al soggetto 74 ma ci sono molte teorie discordanti. Tra gli intellettuali si crede che costui sia stato il padre di tutti i Tertium.
  10. Titolo: L'Ultimo Potere Autore: Mirco Tondi Editore: Autopubblicato con Streetlib Genere: fantasy postapocalittico/distopico Pagine: 486 Formato: ebook ISBN: 9788892521940 Prezzo: € 1,99 Trama In un mondo dominato da demoni e infestato da creature mostruose, il genere umano è sull’orlo dell’estinzione. I sopravvissuti si dividono fra chi ha perso ogni speranza e sopravvive in attesa della morte e i pochi che ancora combattono, sperano e cercano di costruire un futuro diverso. Se il potere necessario per sconfiggere i demoni è alla portata di tutti, non tutti sono in grado di attingervi fino ai massimi livelli. Il viaggio del protagonista lo porterà a incontrare i pochi che ancora combattono, a conoscere i propri limiti e a sviluppare la propria forza fino al duello risolutivo. Contenuti L'autore Immagina un futuro distopico in cui la società si è autodistrutta a causa dei propri difetti ingigantiti fino alle estreme conseguenze. La soluzione per ricominciare daccapo, evitando gli errori del passato, sembra essere rifuggire da ogni forma di organizzazione gerarchica e di potere istituzionalizzato (stato, religione ecc) in favore di una cooperazione spontanea fra gli uomini. Non è chiaro in quale modo dovrebbe avvenire il passaggio dal vecchio al nuovo: l’autore è parco di informazioni in proposito e si dilunga invece nella descrizioni delle cause che hanno portato alla distruzione. Un maggiore equilibrio fra queste due parti avrebbe a mio avviso alleggerito la narrazione e migliorato la credibilità della storia. Vizi, virtù e demoni sono gli elementi essenziali e caratteristici del romanzo che mescola al suo interno riferimenti religiosi oltre a elementi new age, fantastici e distopici in un mix gradevole. Buona la costruzione della trama che non lascia questioni irrisolte. I demoni di questo romanzo non sono entità malvagie arrivate dall’inferno o da un altro pianeta ma la manifestazione dei vizi che trasformano gli uomini. Per sconfiggere i demoni bisogna controllare i propri vizi e conoscere le proprie virtù: questo in sintesi il messaggio che trasmette il romanzo. Purtroppo, il forte messaggio morale che permea la narrazione spesso prende il sopravvento sulla vicenda e diventa pesante. Ambientazione e personaggi Il mondo in rovina in cui si muovono i personaggi è di stampo occidentale e buona parte del romanzo si svolge fra ruderi di città abbandonate descritti con dovizia di particolari. A volte le descrizioni aiutano a far percepire al lettore l’atmosfera, altre, specialmente nelle parti che precedono l’azione e in cui l’autore dovrebbe cercare di far aumentare il senso di attesa, distraggono e rallentano il ritmo. Di norma efficaci, invece, le descrizioni degli scontri. I personaggi sono funzionali alla storia, ma non rimangono impressi per le loro peculiarità e mi è risultato difficile immedesimarmi nel protagonista, o sviluppare affetto o avversione per gli altri personaggi. Questo a mio avviso dipende in parte dall’impostazione che l’autore ha voluto dare alla storia - e può piacere o meno, questione di gusti - ma in parte è l’effetto di una gestione a volte poco accurata dei punti di vista. Stile e forma La scrittura è di norma corretta e con pochi refusi ma con occasionali svarioni grammaticali e parole usate impropriamente. Il ritmo narrativo alterna periodi ben organizzati per lunghezza e struttura ad altri poco scorrevoli e ridondanti. Alcune scelte di organizzazione dei contenuti mi hanno lasciata interdetta: flash back o salti temporali non ben indicati costringono il lettore a fermarsi per collegare e riordinare le sequenze distraendo dalla lettura. Giudizio finale Ho trovato interessante l’idea alla base della storia e anche lo sviluppo della trama, tuttavia a mio parere il romanzo avrebbe bisogno di essere rivisto per riequilibrare e organizzare con maggiore precisione le varie componenti.
  11. Una luce nel buio cap 1 parte 2/6

    commento Guardo Dionysius anche lui lo sta fissando come se cercasse di ripescarne il ricordo, sbuffa sonoramente “Ti costava tanto dare una voce…” si interrompe a mezza frase schioccando ripetutamente le dita. “Nashi” finisce l’altro per lui. Nashi, certo, nella mente appare l’immagine di lui che ride sotto i baffi mentre avanza verso di noi fra la folla. “Comunque non ci ho pensato affatto” gli risponde incurante guardandolo di sottecchi mentre si pulisce il cappello sbattendolo ripetutamente sulla coscia per nettarlo alla meglio Il pesante cappotto di lana marrone, i calzoni verde scuro e gli stivali di cuoio sono sporchi tanto quanto la mia sottana o le mie scarpe. I capelli biondi lunghi fino a metà schiena sono tutti impastati di fango e da sotto di essi spuntano due delicate orecchie a punta. Non ho mai conosciuto altri elfi al di fuori di lui e non saprei proprio dire se sono tutti così, ma c’è da dire che Nashi non è un brutto vedere. I tratti del viso sono armonici, le sopracciglia a sesto acuto si sposano bene con gli zigomi alti e pronunciati, che a loro volta fanno il paio con il naso dritto e sottile e che a sua volta è ben amalgamato con la bocca. Normalmente i suoi occhi sono di un bel colore azzurro cielo, ma ora sono foschi e carichi di preoccupazione, anche la bocca è tirata in una linea dura mentre osserva Dionysius che trotterella qua e là chiamando Kop con quanto fiato ha in corpo. Non appena Nashi ne sente il nome si ferma di scatto voltandosi a guardarlo con l’aria sbalordita di chi sente dire qualcosa che proprio non si aspettava e si gira a guardarmi come a studiare la mia reazione. “Non è facile prenderti in contropiede eh?” gli dico amareggiata dalla scoperta che, a quanto pare, nemmeno lui ha la memoria intatta. “Non ricordate niente nemmeno voi?” Scuoto la testa lasciando vagare lo sguardo in quell’atmosfera lattiginosa, mi spremo la mente, setaccio la memoria: come ho fatto a ricordarmi di Dionysius e Kop? Perché loro sì e Nashi no? So che siamo amici, perché lui m’è sfuggito? Perché diavolo so di non aver mai visto un altro elfo se nemmeno io so da dove vengo? Ancora una volta mi rendo conto che più mi sforzo e meno ottengo qualcosa da quell’abisso vuoto che è la mia memoria. “Dammi una mano se non ti spiace” la voce di Nashi mi riscuote dai miei pensieri, mi giro verso di lui che è lì con un braccio teso a porgermi bisaccia e cappotto. Mentre glieli reggo lui s’ingegna a togliersi il terriccio dai calzoni, dal giustacuore, dalle maniche della camicia; immagino che dovrei farlo anche io, ma proprio non ho voglia ora come ora quindi mi rendo utile e gli assesto qualche vigorosa strofinata sulla schiena “che almeno uno di noi sia in condizioni decenti” penso distratta. Nashi mi supera di appena mezza testa, ma non conviene prenderlo sotto gamba, la spada che porta in cintura e l’arco che tiene appeso alla schiena non sono lì per bellezza, di noi quattro è senza dubbio il più agile. Il punto è sempre lo stesso, perché so questo e non, per dire, da dove vengo? “Forse dovremmo muoverci” gli dico mentre si riveste, Dionysius è via da diversi minuti è benché sappia difendersi non è quel che si dice un guerriero di prima scelta senza contare il fatto che mi sto congelando. Prima che Nashi mi risponda arriva da lontano la voce profonda di Kop “Non so che dirti Dionysius, davvero” . Nashi si volta verso di lui osservandolo tanto intensamente da far credere che voglia imprimere a fuoco l’immagine di Kop nella sua testa; immagino che per la sua perfetta mente da elfo questa situazione sia ancora più penosa di quanto non lo sia per noi. Per quel che mi riguarda sono sollevata, almeno stiamo tutti bene, certo fino a mezz’ora fa non ricordavo che esistesse un tutti, ma questo non ha importanza ora. “Oh bene, se nemmeno tu hai delle idee stiamo freschi” commenta Dionysius con il suo solito ottimismo. “Stai bene?” “Sì, Nashi, sto bene” gli risponde Kop con un lieve sorriso, a parte l’essere lacero quanto noi sembra essere a posto, tutti noi sembriamo a posto, certo esclusa quella faccenduola della memoria. “Allora sarà meglio muoverci, stare qui non ha nessun senso” replica l’altro mettendosi la sacca a tracolla. “E dove mai vorresti andare Nashi?” domanda lo gnomo con fare fintamente innocente mentre si pulisce il cerchio di legno che porta al collo. “Da qualunque parte che non sia qui” è la sua pronta replica. “Te ne sei accorto vero che non sappiamo dove siamo e che siamo anche nel mezzo di un maledetto nulla?” la voce di Dionysius s’è alzata di nuovo di un’ottava. Per essere alto meno di un metro è di gran lunga il più rumoroso. “Ha ragione lui” replica Kop “appena calerà il buio perderemo anche il poco di visibilità che abbiamo adesso” si sta torcendo il mantello di lana blu scuro tutto impregnato d’umidità, anche la sua bella tunica di seta azzurra ricamata ad arabeschi bianchi è tutta coperta da chiazze di fango. Ora come ora saremmo l’incubo di qualunque locandiere. “Ah sì? E come decidiamo dove andare? Lanciamo una moneta o aspettiamo che la Fuadain qua trovi legna per farsi un thè?” il suo tono polemico sta diventando esasperante e sto per rimbottarlo quando le sue parole mi fermano di botto. Certo, io so leggere i fondi del thè, anzi a dirla tutta io posso prevedere il futuro e, soprattutto, io sono una mezza Fuadain, una randagia. Ecco chi sono e Dionysius me l’ha appena detto. Guardo gli altri due che fissano lo gnomo e sono sopresi quanto me, sono certa che non se lo ricordassero fino a che non lo ha detto lui “Come hai fatto a ricordarlo? Stai recuperando la memoria?” gli chiedo con un po’ troppa speranza nella voce. Lui si stringe nelle spalle a disagio per quelle sei paia d’occhi puntati addosso “No, mi sono arrabbiato e mi è venuto fuori così, mi è venuto in mente nello stesso momento in cui l’ho detto, ma non so altro, almeno non ora, quindi non assalirmi con mille domande” mette le mani avanti, letteralmente, segno che mi conosce bene. “Come che sia non si può certo accendere un fuoco” replica Nashi “forza signori, gambe in spalla. Dobbiamo capire dove siamo finiti e come e perché non ricordiamo nulla.” “Bene allora, andiamo…” Kop si guarda intorno un momento poi punta il braccio verso sinistra del tutto a caso “di là.” Poiché nessuno ha un’idea migliore è quello che facciamo. Camminiamo l’uno al fianco dell’altro con le mani nascoste sotto gli avambracci per proteggerle dal freddo, la nebbia ci avvolge leggera come una mano fantasma attaccandosi alla gola; nessuno ha voglia di parlare, solo Dionysius che cammina accanto a me borbotta come una pentola che sobbolle sul fuoco. Non perdo tempo ad ascoltarlo perché devo tenere a bada la paura. Vorrei tanto poter dire che non è la paura peggiore mai patita in vita mia, è il non saperlo che mi terrorizza. Per quanto camminiamo questa coltre lattiginosa non sembra voler cedere il passo al sereno, fino a che, finalmente, non vediamo un fugace, quanto piccolo, sprazzo di cielo grigiastro. La bruma pian piano si dirada e per quanto l’aria non diventi più calda diventa meno umida e in lontananza si vede la sagoma sfocata di quella che sembra essere una casa. Un po’ del peso che avevo sullo stomaco se ne va, in quell’abitazione troveremo informazioni, forse persino un riparo. Apparentemente siamo in una larga pianura, l’erba è rada e i fili che spuntano dalla melma sono sottili e rachitici, non ci sono alberi e in lontananza sembra esserci qualche campo coltivato. Non lontano da noi c’è una mulattiera e ci affrettiamo verso di essa desiderosi di arrivare il prima possibile in un qualunque posto abitato. Ormai la nebbia è dietro di noi, ora camminiamo sotto un cielo grigio, ma la visuale è deliziosamente libera, faccio vagare lo sguardo a destra e a sinistra e con mia grande sorpresa vedo che all’orizzonte là dove cielo e terra si uniscono, un orizzonte molto vicino a dire il vero, c’è una grossa linea nera che sembra essere lunga quanto l’orizzonte stesso.
  12. Oltre Tempo Capitolo I parte 1

    Commento a JohnnyBazookaBic Cosa distingue un uomo perso, da un uomo che si rialza e combatte? Cosa lo spinge a rialzarsi? A provare ancora, ancora e ancora? Cosa riaccende il fuoco che alimenta la sua volontà di reagire al buio per ritrovare di nuovo la luce? Nessuno ti aiuta ad uscirne, nessuno ti ci costringe, solo tu puoi reagire, solo tu puoi uscirne. Facile offuscare la mente con della felicità liquida ogni volta che senti la speranza scivolare via dalla tua essenza. Litri e litri di alcol che faccio scendere ogni giorno giù per la gola, aiutano ma non cancellano e non importa che bevanda alcolica sia, più mi offusca il pensiero, più mi è gradita fortuna che gli alambicchi caserecci di Thomas producono una discreta brodaglia illegale a buon mercato altrimenti sarei rovinato, non che me la passi alla grande certo, ma si tira a campare viste le difficoltà che siamo costretti a sopportare, e poi ai postumi ci pensa il salasso del dottor Lido, un tocca sana per il post-sbornia! - Non puoi continuare così! Devi reagire Ezio! – mi ripete ogni volta e come sempre mi limito a dare ragione ai suoi falsi rimproveri da genitore - Ci sto provando Doc! - con un sorriso che darebbe speranza anche alla più giovane recluta della resistenza, e poi via a cercare conforto dietro la folta coltre di nebbia, non una nebbia qualsiasi: ti entra in gola ad ogni respiro e ti inquina lentamente, senza darti pace, ti puoi solo abituare e cercare di sopportare. La nebbia vela tutta la regione di Cardium, un tempo ricca e fiera del suo splendore, ora solo il riflesso del terrore che dilaniò la sua essenza. Il terrore si diffuse come un epidemia in ogni luogo, dalle campagne del Nord fino alle colline in cima alla valle del Ritornello. Nessuno è più al sicuro, non puoi fidarti di nessuno ora solo di te stesso. Nessun rapporto con altre persone se non per sfamare i miei bisogni. Nessuno, io e la mia coscienza, offuscata e stufa di combattere. Non puoi opporti, non puoi far finta che non esista, sa cosa fai, sa dove sei e se vuole ti trova, non puoi nasconderti, non puoi evitare l’inevitabile, egli ti trova sempre. Fai ciò che ti chiedono e non avrai problemi, sbaglia una sola volta e sei finito. Acqua e razione Vita, l’unico sostentamento da parte del regime, è una brodaglia che ci serve ogni giorno la mensa del Laboratorio, insipida e viscida, ma fondamentale per sopravvivere se non puoi permetterti cibo migliore. Due pasti al giorno, esclusi rarissimi colpi di fortuna nei quali puoi gustarti un frutto caduto durante il trasporto delle provvigioni destinate all'esercito imperiale, se hai la fortuna di non imbatterti in una guardia del pretoriato, che gioisce nel dimezzarti le razioni per futili motivi. Delle volte basta incrociare lo sguardo di uno di loro e, Zac! Forse un pasto, forse niente! Bastardi! Se solo lo sbarco avesse portato i suoi frutti, se solo non ci fosse stata quella maledetta soffiata del Traditore. Tutto sarebbe tornato alla normalità, tutto avrebbe ripreso il suo corso, invece il destino a voluto che il mondo perdesse la speranza. Niente più aiuti da fuori, abbandonati a noi stessi. Abbandonati ad un regime di terrore e agonia immeritata. Anche il sole smise di brillare sopra di noi, un cumulo di nubi densissime che sormontano tutte le vallate, causate da bombardamenti chimici che sterminarono quasi completamente la popolazione. La soluzione finale, così la chiamarono. Il risultato di 7 anni di guerra è un luogo quasi invivibile, aria rarefatta e luce artificiale, città deserte dove un tempo vivevano centinaia di migliaia di persone. Nei sopravvissuti si annida un sentimento di odio e disperazione, i sentimenti di amore e pace che aleggiavano un tempo non esistono quasi più. Il sistema ti tiene in vita perché per lui sei utile, ma non indispensabile; preferisce punirti, piuttosto che redarguirti. Il simbolo del potere è inciso a fuoco su ognuno di noi in modo da non dimenticare ciò che devi fare e ciò che non devi fare. Prima era diverso, nessuno si sarebbe aspettato tutto questo dolore, tutta questa malvagità. Un tempo le terre, nonostante la sconfitta degli Alleati erano rigogliose e dense di speranza, forse il destino non sembrava così macabro come ce lo eravamo immaginati. Poco dopo la vittoria del regime esso sembrava intenzionato a ricostruire e a riformare una nuova realtà, uniti sotto la stessa bandiera. Bandiera macchiata dal sangue di milioni di innocenti, sterminati per folli ideali di supremazia. Il regime avviò una politica di ricostruzione e di nuova civilizzazione. Nuove strutture furono tirate su in breve tempo, istruzione e sanità alla base del progetto di rinascita. Tutto questo spiazzò la maggior parte dei sopravvissuti, nessuno credeva nei progetti del regime dopo il male che aveva portato, ed avevano ragione. La debolezza tuttavia, portò il popolo a credere nelle buone intenzioni del regime, che nel frattempo si era fatto chiamare Impero della Rinascita. La maggior parte dei testi storici fu bruciata e ogni manifestazione o simbolo religioso severamente proibito. Il popolo non doveva cercare conforto in qualcosa che non fosse l’impero. Nuovi testi furono scritti e nuove visioni di civiltà impiantate nella gente attraverso l’istruzione pilotata. Le ultime resistenze sradicate ed eliminate da ogni dove; se ritenevano la tua presenza dannosa, per te era finita. Giustiziati nelle piazze principali e appesi per fare da monito a chiunque tentasse di sovvertire il sistema. Adesso la situazione è molto differente da allora, nessuno combatte più se non per sopravvivere. Chi dava la vita per ribaltare il potere ora non esiste più. Oramai la speranza di vivere liberi e in pace sembra solo un lontano ricordo, ma c’è chi ancora crede in una nuova era per L’uomo, o meglio spero che sia così perché dentro di me credo nella forza della gente e nella loro volontà di combattere per il bene comune. Mi chiamo Ezio DeVirtus. Ho capito di essere il prescelto il 21 aprile del 2015, il giorno del mio venticinquesimo compleanno e sovvertirò il sistema dall'interno a costo della mia vita.
  13. Italian Sword&Sorcery

    Nome: Italian Sword&Sorcery Generi trattati: Fantasy, Fantasy Eroico, saggistica Modalità di invio dei manoscritti: francescolamanno@hotmail.it Distribuzione: online (Amazon, Mondadori, Feltrinelli, Unilibro, Libreriauniversitaria). Sito: https://hyperborea.live/ Facebook: https://www.facebook.com/italianswordandsorcery/?fref=ts Incontrati navigando sul web. Mi ha subito risposto il responsabile. Accettano manoscritti e ho provveduto a inviare il mio. La loro volontà è quella di riportare in auge il fantasy eroico. Credo che la loro prima (e probabilmente unica) pubblicazione sia recentissima, segno che stanno nascendo in tal senso proprio ora. Al WD la parola!
  14. Una luce nel buio cap 1 Parte 1/6

    commento Di solito tengo quello che scrivo ben stretto, ma via, buttiamo il cuore oltre l'ostacolo. ^_^ E’ umido e ho la vaga sensazione di essere dove non dovrei, non esiste nessun motivo al mondo per cui dovrei starmene sdraiata su questo letto fradicio. Apro gli occhi, piano, come se temessi di venire investita dalla luce abbacinante del sole, ma il chiarore non arriva; sorpresa li spalanco di colpo: intorno a me non c’è altro che nebbia, una nebbia tanto fitta da non poter vedere a un palmo dal naso. Con stupore mi rendo conto di non essere sdraiata su un letto, ma sul terreno, su un terreno umido, fangoso e freddo, io ho freddo, i vestiti sono impregnati di una fanghiglia gelida che sembra essermi penetrata sin nelle ossa. Lentamente mi alzo a sedere, ho la testa pesante come se avessi bevuto un po’ troppo di quel liquore che ogni tanto riesco a scroccare a…a chi? Nella mente si agita la sagoma di una figura famigliare, ma non mi sovviene chi sia, mi sforzo di ricordare, ma non mi viene in mente; non che ora abbia importanza visto che ho ben altro a cui pensare. Per esempio, dove sono? Come sono arrivata qui? Che ci faccio svenuta in un campo? Intorno a me c’è un grande silenzio, non sento rumori di animali o altro, c’è una totale assenza di vento che non porta nemmeno i rumori lontani e di colpo tutto quel silenzio diventa assordante, tutto questo nulla inizia a farmi paura. C’è un certo chiarore quindi è giorno, ma giorno quando? Mattina, pomeriggio? Da quanto sono qui? Quando calerà la notte? Come farò qua al buio senza legna, senza fuoco, senza niente in questo nulla? Le domande mi rimbalzano in testa come dadi in un barattolo, dove sono, cosa ci faccio qui, come ci sono arrivata, dove sono, cosa ci faccio qui, come ci sono arrivata, per quanto pensi non riesco a darmi risposta ed ecco che la paura arriva sul serio. Ho la mente vuota, per quanto mi sforzi non ricordo nulla, sono sola in una distesa nebbiosa senza avere la più pallida idea di dove sia o di chi sia. “Forza, come ti chiami, forza, forza, forza” penso spremendomi inutilmente le meningi. Una spiacevole sensazione di timor panico mi attanaglia lo stomaco, sento la paura che mi sale fino nella gola rendendola quasi di fuoco, ma non posso permettere che arrivi sino alla testa, non è il momento di farsi saltare i nervi, non ora. Senza pensare troppo mi alzo in piedi di scatto, ma la gamba sinistra scivola nel fango torcendosi dolorosamente, con un gemito soffocato cado in avanti, i gomiti sbattono sul terreno e schizzi di mota mi finiscono in faccia e in bocca; tossisco più volte cercando di sputare quel miscuglio di terra e saliva, il sapore amarognolo mi fa venire la nausea e lo stomaco si contorce e si ribella facendomi vomitare un grumo di bile. Con la manica mi pulisco la faccia tentando di togliere la mistura viscosa fatta di saliva e moccio che mi è sceso dal naso, ma quello che ottengo è solo di sporcarmi di più. Cerco di respirare, una volta, due volte, tre volte, lentamente fino a che non mi rendo conto che dalla gola mi esce un lamento basso e gutturale come quello di un animale ferito. “D’accordo” mi dico “devi stare calma Maristella, calma, visto? Va già meglio, ora ricordi almeno come ti chiami”. Affondo le mani nel terreno per aggrapparmi a qualcosa, ma non c’è nulla, solo terra e fili d’erba tanto sottili quanto marci. Quanto è odiosa questa nebbia, sembra di stare in una gigantesca bolla opaca, cosa non darei per sentire il canto di un uccello, o il rumore di passi o qualunque altra cosa che mi faccia capire di non essere sola al mondo. Un pensiero ridicolo, certo, che però mi si è insinuato dentro e non molla la presa rischiando di farmi saltare i nervi, di nuovo. Provo a pensare, cosa so di me oltre al mio nome, penso e penso ancora, ma la memoria non mi da risposte, famiglia, amici…niente, non c’è altro che un dannatissimo vuoto. Mi costringo a prendere fiato di nuovo, lentamente, con le mani mi tocco la testa, non ci sono bozzi, nemmeno sul resto del corpo c’è qualcosa che indichi che io sia stata aggredita, nessuna ferita, niente. Quindi non sono svenuta perché sono stata assalita, forse un incantesimo? Ma non è che io ne sappia molto, qua ci vorrebbe Kop. Kop. Il nome mi colpisce come una stilettata in pieno petto, c’era anche lui con me, non so dove, ma eravamo insieme, però ora qua non c’è. Potrebbe essere a pochi metri come a migliaia di miglia perché tanto non si vede nulla. Con calma mi alzo in piedi, a pochi passi c’è la mia vecchia sacca, solo rimetterla sulla spalla mi fa sentire meglio, lì dentro c’è quasi tutto quello che mi appartiene. È solo una vecchia bisaccia marrone rammendata più volte di scarsa bellezza e grande utilità, però è mia. “Lì dentro ci sono le mie cose” penso con un gradevole senso di possesso “se le guardo qualcosa mi verrà in mente” mi dico “ma dopo, adesso devo scoprire dov’è Kop.” “Kop” lo chiamo forte “Kop”. “Ragazza! Dove sei?” questa non è la voce di Kop, questo è Dionysius ed ecco che la figura che mi si agitava nella testa poco prima prende un nome e un volto prima ancora che me ne renda conto. Certo, anche lui era con me, come ho potuto dimenticarlo? “Continua a parlare, non ti vedo” grido di nuovo cercando di cogliere la direzione, muovo qualche passo incerto, ho le gambe indolenzite e deboli. Quanto sono rimasta lì per terra? “Vorrei davvero poterti dire dove sono, ma non si vede un accidente” risponde con la sua voce un poco più sottile della media. “Tu stai bene?” “Sono stata meglio” rispondo. Perdiamo qualche altro momento in chiacchiere futili buone solo per trovarci finché non lo vedo spuntare poco lontano. È seduto a gambe incrociate, il saio fatto di ruvida tela di sacco è sporco sino all’inverosimile ora che alle macchie di vino si è aggiunto anche tutto il fango. Stando seduto l’abito gli si è arrotolato fin sopra la ginocchia lasciando scoperte le gambe tozze e robuste. Il viso è tutto striato di fanghiglia, i capelli grigi lunghi fino alla nuca sono impastati di terra e se ne stanno ritti in punte bizzarre, la barba, che sembra vecchia di giorni, è sporca quanto il resto, nell’insieme ha l’aria di un guerriero in miniatura pronto per dare battaglia a chiunque gli si pari davanti. Il ventre prominente si alza e si abbassa in un ritmo regolare mentre gli occhi grigio ferro si posano su di me per poi guardarsi intorno, dall’espressione frustrata che ha direi che non è la prima volta che ispeziona il circondario. Quando lo guardo penso di non averlo mai visto tanto lacero e sento che è vero, non so come, ma lo so. “Stai bene?” gli chiedo tendendogli la mano per aiutarlo a rialzarsi. “Oh certo ragazza, vediamo un po’: non so dove siamo se non che in questo posto c’è un freddo improbabile, non so come ci siamo arrivati, so a malapena il mio nome quindi considerando tutto, sì, sto proprio d’incanto” risponde polemico con la voce che si alza di un’ottava. Un qualche recesso della mia mente mi dice che è tutto a posto, istintivamente stringo un po’ di più le sue mani ruvide e callose, vederlo tutto intero mi riempie d’un indicibile sollievo. Ora che è in piedi prova a rassettarsi alla meglio, abbasso lo sguardo su di lui, in tutta la sua altezza mi arriva appena al gomito, e un gran moto di affetto per questo gnomo mi riempie il cuore, ma non c’è tempo per le smancerie ora. “Kop non è qua con te” gli dico preoccupata. La mano di Dionysius si ferma a mezz’aria “Kop” ripete interdetto “diavolo, c’era anche lui con noi” si guarda intorno, dopo pochi istanti punta lo sguardo oltre la mia schiena e rapido estrae il mazzafrusto cominciando a farlo roteare sopra la testa. Mi giro mettendo la mano sul pugnale che porto in cintura, lo sguardo fisso sulla figura che sta camminando lenta verso di noi. Gli occhi iniziano a lacrimare per lo sforzo di non sbattere nemmeno le palpebre e la paura fa rombare forte il sangue nelle orecchie. “Meno male che state bene” quella che parla è una voce maschile piana e morbida, appena la sento so di conoscerlo tanto che lascio ricadere la mano lungo il fianco, ma non riesco a dargli un nome.
  15. battaglia di lancia e spada

    link al commento Mi piacerebbe sentire le vostre opinioni su questo combattimento. Ogni volta che ne scrivo uno ho paura di rendere le cose o troppo confusionarie o troppo noiose. Una piccola nota: il soggetto delle frasi precedenti è Selene, per capire di chi si sta parlando nella prima frase. I tre lancieri incappucciati le furono addosso in pochi istanti. La loro coordinazione era magistrale, e si alternavano negli attacchi con un perfetto sincronismo. Roteavano la lancia con grande abilità e i lunghi mantelli neri volteggiavano attorno a loro in una danza silenziosa. Il vantaggio dei lancieri neri risiedeva nella loro arma, che costringeva gli avversari a tenersi a distanza. La sua punta di ossidrite era così tagliente che bastava un breve contatto per provocare una ferita. Selene riusciva a schivare i colpi saltando in continuazione e quando la punta di una delle lance stava per sfiorarla, la fermava con la sua lama di cristallio. Era impossibile che potesse mantenere quel ritmo per lungo tempo. Irine Segres rimase accanto all’imperatore, per proteggerlo nella remota eventualità che lei arrivasse fin lì. L’altro capitano mosse qualche passo in avanti e cambiò presa sull’asta della lancia, soppesandola, tenendo lo sguardo fisso su Selene. Nella foga del combattimento, ad uno dei tre lancieri neri calò il cappuccio, rivelando una donna dal viso appuntito e dei capelli corti e biondi. Attaccò Selene con un affondo, ma lei saltò all’indietro con una mezza capriola ed atterrò a distanza di sicurezza dai suoi avversari. Prima che questi le fossero di nuovo addosso, sfoderò una seconda spada, quella con la lama di ossidrite. I tre lancieri si scagliarono verso Selene e ripresero ad attaccarla senza sosta. Uno di loro protese la lancia verso il suo fianco, ma Selene la schivò con un guizzo. La donna dal viso aguzzo roteò la propria arma e menò un colpo diretto all’altro fianco. Selene non poteva spostarsi perché la lancia del primo avversario le chiudeva la fuga. Parò il colpo con la spada di cristallio, che cozzò direttamente con la punta della lancia e la frantumò. Approfittò di quella apertura e si slanciò subito verso la donna. Con la seconda spada sferrò un fendente contro di lei, ma il terzo lanciere lo fermò con la sua lancia. La donna mosse immediatamente l’asta dell'arma rotta e colpì Selene alla gamba. Lei barcollò e fu costretta a fare un passo indietro. All’improvviso, i tre lancieri balzarono via all’unisono. I mantelli neri sembrarono un’onda di risacca nella notte. Il loro capitano aveva preso la rincorsa e scagliò la lancia contro Selene. La folla si ammutolì. Selene se ne accorse solo quando era troppo tardi: gli uomini davanti a lei le avevano ostacolato la vista. Schizzò all’indietro più in fretta che poté. Impedì che la lancia la trafiggesse al petto, ma non poté evitare che le si conficcasse nella gamba destra. Elios aveva pensato che sua sorella sarebbe morta davvero e per un attimo il suo cuore aveva smesso di battere. Vide che il gruppo di gendarmi aveva quasi raggiunto i lancieri, e lo svantaggio numerico di Selene sarebbe ulteriormente aumentato. Inoltre, ora che era ferita non avrebbe potuto evitare i colpi dei lancieri con altrettanta agilità. Elios si guardò attorno, in cerca di una scalinata per raggiungerla, ma la folla lo stava schiacciando contro la ringhiera e non sarebbe mai riuscito ad andarsene da lì in tempo. Selene si strappò via la lancia dalla gamba senza emettere un gemito, e il polpaccio cominciò a sanguinare. I lancieri neri ripresero ad attaccarla. Nonostante il dolore alla gamba, lei continuava a muoversi velocemente, ma era evidente che presto sarebbe crollata. Elios strinse i pugni. Avrebbero ucciso sua sorella e lui non stava facendo assolutamente nulla per aiutarla.
  16. Edizioni Librarsi

    Nome: Edizioni Librarsi Generi trattati: Avventure fantasy, mitologia, fantasy game e sottogeneri Modalità di invio dei manoscritti: info@edizionilibrarsi.it, anticipazione/spiegazione tema trattato, sinossi e primo capitolo. Intero manoscritto solo se interessati Distribuzione: http://www.edizionilibrarsi.it/acquistare Sito: http://www.edizionilibrarsi.it/ Facebook: https://www.facebook.com/edizionilibrarsi/ Casa editrice incontrata navigando sul web. Sembrano specializzati per i romanzi a scelta multipla e fantasy. Altro non conosco, al momento. Pensateci voi, grazie!
  17. Esercizio di stile

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35397-il-loto-nero/?do=findComment&comment=646721 Il manichino incassava bene i colpi di un tredicenne. I tagli e gli affondi erano rapidi e precisi, ma una spada di legno smussata non era in grado di danneggiare in alcun modo il finto omino, limitandosi a far muovere la paglia all'interno della stoffa. Gli attacchi andarono avanti in lunga sequela. Il rumore del legno e della stoffa ed il respiro giovanile affannato riempivano la fresca aria pomeridiana. Il sole avviato verso la linea dell'orizzonte tingeva il cielo di tonalità sempre più prossime all'arancione ed al rosso, illuminando ugualmente tutto il prato dall'allenamento, facendo però lanciare agli alti arbusti, ai manichini e all'unico ragazzo presente lunghe ombre. Il prato dai corti fili d'erba intervallato dalle ombre in strisce verdi e nere. L'aria era immobile, ma piacevole e non creava fastidi alle braccia nude e sudate del giovane in allenamento. I muri alti quattro metri di mattoni rossi costituivano il perimetro di tre lati del prato, il quarto lato era occupato dall'ingresso all'ala ovest del piano terra in muratura solida ed intonacata di nero, così come tutte le altre ali del grande istituto di formazione. Dal prato non si vedeva nessuno passare all'interno dell'edificio adiacente. L'atmosfera crepuscolare aveva un che di surreale in quell'ambiente così vuoto sia dentro che fuori. Nessuno si stava allenando in quel momento, se non Vincent. Tutti erano preoccupati più per l'esame teorico che per quello pratico. Il ragazzino dai capelli rosso fuoco la pensava diversamente. Solo uno sciocco non sarebbe stato in grado di memorizzare una quantità di informazioni sufficienti per passare dato e considerato che erano informazioni che avrebbero potuto fare la differenza tra la vita e la morte, un giorno. Gli istruttori lo avevano ripetuto fino alla nausea ogni qual volta, tra un punto debole di un orco e la ghiandola che permetteva agli australi di divenire invisibili facendo riflettere la luce dalla loro pelle, ne trovavano l'occasione. Le creature postcataclismatiche erano l'argomento più interessante da studiare durante la formazione per entrare nell'Ordine del Vecchio Impero, poi veniva la storia, sia pre che post-Cataclisma, e sull'ultimo gradino del podio si trovava la parte teorica dei vari stili di combattimento insegnati nell'ordine. Era la parte pratica di quest'ultima disciplina quella divertente. Le arti del combattimento insegnate erano molteplici come molteplici erano le armi disponibili, sia bianche che da fuoco. Prima del quinto anno, però, non era permesso l'utilizzo di armi con polvere da sparo, ma ad aria compressa. A Vincent non interessavano né i proiettili né le frecce, anche se se la cavava quanto bastava per non venire bocciato nelle esercitazioni. A lui interessava esclusivamente il combattimento corpo a corpo, lo aveva già deciso a dieci anni durante il suo primo anno di formazione come futuro cavaliere. Si era sempre distinto nella lotta con armi da taglio sia ad una mano che a due, ma aveva sviluppato una sorta di odio per quegli stili. Aveva appreso dello stile da dimachaerus da alcuni suoi amici più anziani del quarto anno che avevano iniziato i corsi di specializzazione. La possibilità di combattere impugnando due lame gli sembrava molto più consono alle sue capacità ed al suo modo di muoversi. La mano libera mentre impugnava con l'altra una spada od un pugnale nell'altra gli sembrava inutile, privo com'era di conoscenze di piccole magie di supporto, insegnate anch'esse a partire dal quarto anno ma solo ai Portatori, mentre tenere con entrambe le mani un'unica lunga spada od una grossa mazza lo rendeva più lento di quanto volesse. Il doppio esame sarebbe stato il giorno seguente: l'esame scritto sulle caratteristiche peculiari dei mostri che vivevano a sud del Mediterraneo e l'esame pratico sull'arte della spada ad una mano senza scudo. Nessuno dei due sarebbe stato troppo problematico per Vincent se non fosse stato per quel suo difetto quando combatteva: la mano libera non riusciva a non lasciarla a penzoloni durante i suoi spostamenti, il che in una lotta reale gli avrebbe fatto esporre un arto come preda facile per il nemico. Per questa ragione, mentre tutti studiavano a quale velocità le manticore sparassero le loro spine velenose, il giovane dagli innaturali capelli fiammeggianti cercava di apprendere come non colpirsi il braccio sinistro con il gladio di legno mentre colpiva il manichino. Andò avanti per un'oretta circa prima di sdraiarsi sulla terra soffice, il sole all'orizzonte ormai prossimo al darsi il cambio con la luna già visibile in cielo. Il suo respiro era affannato per l'allenamento, le sue gambe stanche di correre e saltare, il suo braccio destro gli doleva per il troppo brandire l'arma lignea contro il nemico inerte, il sinistro per le violente botte autoinflittosi per errore, il cuore gli batteva forte per distribuire in fretta l'ossigeno preso dai profondi respiri del quale ogni sua stanca cellula necessitava in quel momento. Aveva bisogno di una doccia, di questo ne era certo, ma aveva bisogno di altra pratica. “Dannazione!” pensò Vincent fissando le piccole nuvole di passaggio nel cielo “Non ce la posso fare! È troppo sbagliato!” Eppure sapeva che la sua autocommiserazione non aveva senso. Era considerato il miglior spadaccino del suo anno. Sporadicamente poteva addirittura partecipare alle lezioni sia teorica che pratiche con i ragazzi più grandi. Nonostante ciò sentiva questo suo difetto troppo grave e troppo difficile da correggere. Quasi tutti i suoi compagni di classe non avevano sviluppato quella malizia nel combattimento in grado di far vedere loro questo suo piccolo enorme problema, ma sapeva che Tonio non sarebbe stato così cieco. Lo affrontava quasi sempre durante le lezioni di lancia, campo nel quale il ragazzo dai capelli scuro eccelleva, riuscendo a strappare qualche vittoria non così raramente, ma anche il suo compagno di classe aveva quello che gli istruttori definivano “occhio maligno in battaglia”. Con la spada, Tonio era appena una spanna sotto Vincent, eppure non li facevano scontrare quasi mai, se non per gli esami. Ed era proprio nell'ultimo esame di spada ad una mano senza scudo che Tonio sembrava puntare sempre al lato sinistro del corpo del compagno a lui superiore in quella disciplina e quest'ultimo temeva che si fosse accorto del suo problema. «Un modo! Devo trovare un modo!» disse fra sé cercando la risposta tra le candide forme celesti.
  18. Il piacere di scrivere (collana PubMe)

    Nome: Il piacere di scrivere (PubMe editore) Generi trattati: poesia, fantascienza, fantasy, raccolte di racconti e testi per bambini Modalità di invio dei manoscritti: http://ilpiacerediscrivere.pubme.me/#download Distribuzione: http://ilpiacerediscrivere.pubme.me/#services Sito: http://ilpiacerediscrivere.pubme.me/ Facebook: https://www.facebook.com/IlPiacerediScrivere1/ Ho ricevuto il contatto da parte della Dark Twin, poiché quest'ultima non tratta fantasy. Ho inviato il primo capitolo della mia opera e la responsabile, dott.ssa Faggioni, mi ha subito contattato. Purtroppo per me per il 2018 sono già pieni (dovevano pubblicare 5 libri, ne hanno preparati 7!). Per il 2019 ne hanno già pronto uno e mi hanno chiesto di inviare sia cartaceo, sia digitale. Il primo lo valuterà la stessa editrice, per "calarsi nel ruolo del lettore" (fantastico). Il digitale sarà di competenza di una equipe di collaboratori. Che dire? I presupposti ci sono tutti, anche l'entusiasmo. Si professano totalmente free. Se ci saranno ulteriori sviluppi vi terrò aggiornati.
  19. Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

    Nome: Black Wolf Edition & Publishing Ltd. Generi trattati: Tutti e sono sempre valutati Modalità di invio dei manoscritti: https://www.blackwolfedition.com/ (in contatti c'è il form informazioni o inviare gli allegati a e-mail: edition@blackwolfedition.com) Distribuzione: INGRAM Sito: https://www.blackwolfedition.com/ Facebook: https://www.facebook.com/people/BlackWolf-Edition-Publishing/100010216301416 ---------------------------------------- Il loro About: https://www.blackwolfedition.com/about/
  20. Ellenius - Prologo

    Salve ragazzi, vi propongo il prologo del mio romanzo fantasy/mitologico con una sottile satira politica. Sono poche righe, ma se lo stile vi convince e il prologo (per quanto convenzionale) vi incuriosisce, posterò poi gli altri capitoli. Grazie per le eventuali opinioni/consigli. Sembrava non sorgere mai il sole a Korzus. Anche quel giorno, nubi cariche di tempesta incombevano asfissianti nel cielo plumbeo. La piazza era gremita, caotica, sudicia, così come in ogni occasione ufficiale. E per ufficiale, a Korzus, quasi tutte le volte s’intendeva un’esecuzione pubblica. Un omino dalla testa calva si fece strada tra la folla mentre trascinava sotto braccio una pergamena arrotolata. Salì su un malandato palchetto adibito per l’occasione e annunciò in tono solenne: “Fate silenzio al cospetto dei nostri magnifici Re: Dilus il Saggio e Quatarius il Bruto!” I due Re si materializzarono da dietro un sipario rattoppato e sfilarono con passo pesante e sicuro, facendo scricchiolare il palchetto di legno ad ogni passo. A Korzus il “bello” sembrava non esistere. Tutto era essenziale, scarno, povero. Ogni cosa era progettata unicamente per la sua funzionalità pratica non lasciando alcuno spazio al gusto estetico. Dilus, come da consuetudine, fu il primo a parlare, in quanto considerato, a ragione, un grande oratore: “Siamo qui riuniti guerrieri di Korzus, per punire un traditore. Non farò il suo nome perché la vergogna ha intaccato la sua identità. Egli da “senza nome” morirà e “senza nome” rimarrà anche dopo la sua morte. Che entri il condannato!” Urla di giubilo si alzarono come un ruggito dalla folla composta quasi esclusivamente da guerrieri. In realtà tutta Korzus era composta da guerrieri. Le altre, poche, figure che si avvicendavano tra le vie desolate della città, erano bambini - anch’essi futuri guerrieri - o schiavi macilenti, prigionieri appartenenti ai Re o ai Signori della Guerra più anziani. Il condannato entrò strisciando sul palchetto, spinto a forza da due vigorose guardie. Quest’ultime indossavano al piede dei sandali di cuoio che si abbinavano allo stile essenziale dei guerrieri di Korzus: petto nudo, un malridotto sublicagulum scarlato a coprire le parti intime, e delle decorative protezioni di bronzo sulle spalle. Nessun elmo. I guerrieri di Korzus ritenevano che riducesse il raggio visivo limitando di conseguenza la loro abilità guerriera. Quando fu ai piedi di Dilus e Quatarius, l’anonimo prigioniero sbiascicò un suono distorto che aveva tutta l’aria di una clemenza, ma quello che uscì dalla sua bocca fu solo del sangue grumoso mischiato a saliva. Gli occhi neri e affilati di Quatarius tradirono un sorriso irridente e con un cenno del capo invitò Dilus a chiudere celermente la questione. Quatarius non parlava mai, nessuno a Korzus, a parte Dilus, poteva affermar di aver udito la sua voce. La violenza sembrava essere la sua unica forma espressiva. Ma non era muto, questo era certo, le sue urla di battaglia riecheggiavano ancora nei timpani dei nemici sconfitti. Aveva un naso duro e schiacciato, la fronte che sporgeva leggermente. Dilus riprese a parlare e ad elencare alla folla in fermento i peccati di cui si era macchiato l’ormai senza nome. Con la sua elegante oratoria illustrò i punti della rudimentale legislazione che il prigioniero aveva trasceso, punti a dir poco deboli a dire il vero, ma con la sua persuasiva dialettica, Dilus, riusciva ad incantare qualsiasi interlocutore, aristocratico o uomo del popolo che fosse. Questo gli era valso il soprannome di “Dilus la Serpe”. Egli si muoveva sinuoso nella sua tunica color cobalto, ricamata alle estremità da dettagli in oro che spiccavano nel grigiore di Korzus. Ad un occhio approfondito non sfuggiva il fatto che fosse l’unico uomo vestito anche al torace e che fosse anche decisamente più magro rispetto agli altri guerrieri. Solitamente, quelli come lui morivano in giovane età, perché a Korzus l’unica legge suprema era quella del più forte. Ma Dilus aveva una qualità sconosciuta al più degli abitanti: lui aveva acume. Questo gli aveva consentito di scavalcare la piramide politica fino a diventare uno dei due Re del popolo guerriero. Dilus era la mente, Quatarius il braccio feroce e armato. I due Re si completavano, duopolio retaggio di un antichissima tradizione che voleva che a Korzus non ci fosse mai un solo sovrano. Meglio due, dove l’uno poteva sorvegliare l’altro. Ciò la diceva lunga sulla natura diffidente degli abitanti del posto, sempre più inclini alle guerre che alle alleanze. “In nome della Madre Primigenia” annunciò in conclusione Dilus “io ti dichiaro a morte per alto tradimento. Che entri il boia!” Ordinò. Era curioso il fatto che l’unico Dio adorato negli scarni e rovinosi tempi di Korzus fosse una donna. Le donne a Korzus, infatti, non avevano alcun valore ne alcuna libertà. Gli era impedito persino di passeggiare per le vie della città o anche solo assistere alle cerimonie pubbliche. E ciò spiegava la loro assenza anche in quell’occasione. Da un angolo oscuro del palchetto si materializzò il boia, che sembrava essere lì, invisibile come uno spettro, dall’inizio della cerimonia. Egli aveva il volto coperto da una maschera di ferro arrugginito attraverso il quale scrutava in una placida e silenziosa attesa come la morte si appresta a prendere le sue anime. Quando fu il momento, la mastodontica figura salì sul palchetto impugnando una spada affilata e si avvicinò minaccioso al condannato a morte. Egli torreggiava come una montagna sul prigioniero. Nella piena tradizione di Korzus, chiese al “senza nome” quali fossero le sue ultime parole e di chiedere perdono alla Madre per i suoi peccati. Il prigioniero sembrava troppo stremato per dire qualsiasi cosa ma poi urlò: “N-non sono u-un traditore! IL F-ffa-ntasma è tornato! IL Fantasma è risorto!” Sputò altro sangue. “Dobbiamo chiedere aiuto agli altri popoli o moriremo tutti!” Unsistette l’uomo inconsolabile. “Morirete tutti” si corresse poi, guardando la spada del boia alta sul suo capo. Un funereo silenzio calò sulla piazza. I guerrieri, increduli, iniziarono a guardarsi l’un altro, anche Dilus e Quatarius sembrarono d’un tratto inalberarsi. Ma le risate roboanti provenienti dalla folla squarciarono la tensione. Alcuni guerrieri incalzarono la dose con alcuni epiteti denigratori contro l’uomo, e si incoraggiarono l’un l’altro. “E’ solo una leggenda, donnuncola!”, “Vergogna, traditore” furono le frasi più gettonate. Qualcuno invece preferì direttamente scatarrare in sua direzione. “Io sono già morto.. ma voi, voi.. morirete nei modi più atroci” furono le ultime parole del prigioniero prima che la spada corrosa del boia gli tranciasse da parte a parte il collo. Il corpo esanime venne dato in pasto alla folla che non fece molti complimenti nel renderlo poltiglia staccando arti e testa alzandoli come trofei. Dilus intanto si era ritirato nelle sue stanze. La sua casa, adiacente la Piazza delle Esecuzioni, era l’unica dotata di un certo gusto e raffinatezza estetica. C’era uno spazioso salotto ellittico dove trovavano spazio sculture provenienti da ogni parte del mondo conosciuto, cimeli probabilmente trafugati nei saccheggi compiuti dai guerrieri di Korzus. Il salone dava su un cortile porticato in legno in cui proliferava un piccolo e armonioso vivaio di piante e fiori variopinti. A riceverlo c’erano due schiavi, esili e dalla pelle bianchissima. Indossavano una lacera tunica grigia ed erano truccati sulle palpebre. Subitaneamente spogliarono Dilus della veste e lo fecero accomodare su un letto di piume bianche posizionato al centro del salone. Dilus ordinò alla svelta due delle sue mogli. Le ragazze, che non dovevano avere più di sedici anni, arrivarono trascinate a forza da altri due macilenti schiavi che comunque dimostravano di avere più forza delle due donne in salute. Erano belle come il sole, ma altrettanto trasandate e sporche, e le catene arrugginite che stringevano ai piedi le impediva di camminare liberamente. Una volta al cospetto del Re, le donne nascosero nel modo migliore che poterono la loro riluttanza, forse temendo per la loro vita. Si adagiarono sensuali sul letto iniziando, chi a tastare la sua virilità, chi a baciarlo con fervore sulla bocca. Quell’avvolgente promiscuità venne però subito interrotta da Lybrus, Consigliere dei Re, che capitombolò rumorosamente nel salotto. “Re Dilus!” L’uomo s’inchinò facendo colare delle grosse gocce di sudore sul pavimento. Dilus non si scompose e anzi, incurante della presenza del Consigliere, ordinò alle donne di continuare nei loro erotici servigi. In evidente imbarazzo, Lybrus s’irrigidì e non perse tempo a chiarire il motivo della sua visita: “Mio signore, è la ventesima esecuzione pubblica in meno di un mese” esordì allarmato l’uomo che mostrava sul capo un incipiente calvizie: “in quanto Consigliere dei Re, mi preme render conto della precaria situazione diplomatica con le altre città-stato. Le notizie viaggiano fuori Korzus e arrivano alle orecchie degli altri Signori, in particolare di quelle della democratica Atlaya, che da sempre ripudia i metodi e la politica di Korzus..” la sua voce era incrinata dalla preoccupazione. “E questo dovrebbe agitarmii?” domando con tono secco Dilus mentre s’abbandonava tra i corpi delle donne. “Si dice che Atlaya sia pronta a muovere guerra contro di noi, Signore. Gli intenti democratici di Costanzio, Signore di Atlaya, valicano i confini nazionali, e questo clima teso contribuisce solo alla fioritura delle sue pretese idealistiche”. “Se anche Costanzio decidesse di attraversare il confine” ipotizzo il Re pigramente “non avrebbe speranza contro la ferocia dei nostri guerrieri. Rilassati Lybrus, non c’è niente di cui preoccuparsi” lo liquidò con un certo disinteresse. “Oggi abbiamo giustiziato per tradimento un uomo la cui unica colpa era quella di aver cercato di comunicare con Atlaya. Come si può giustificare tutto questo mio Signore?” incalzò l’uomo esterrefatto. “Le parole possono tutto Lybrus” una scintilla s’intravide negli occhi del Re quando pronunciò quella frase. Poi, in un sussulto d’estasi la sua virilità zampillò il frutto dell’eccitazione sui corpi nudi delle giovani. Lybrus, a fatica riuscì a celare l’orrore, girò i tacchi pronto ad abbandonare l’alloggio reale, senza vere risposte, ma un ultimo dubbio frenò il suo proposito: “Signore, e del Fantasma? Cosa ne pensa della storia raccontata dal traditore?” “Il Fantasma?” Il Re oratore scrollò le spalle. “Un'altra invenzione delle parole. Le parole possono tutto Lybrus, non dimenticarlo mai”.
  21. Aprire una casa editrice: consigli

    Buongiorno, mi chiamo Alberto. Da anni lavoro nel campo del giornalismo, cartaceo ma soprattutto online. Sto pianificando di aprire una casa editrice non a pagamento. Non è un sogno, ma un progetto (già aperta Iva e iscritto a Camera di Commercio, già perfezionato tramite un lefale un contratto di edizione, già contattato editor freelance che potranno essermi in un modo o nell'altro d'aiuto). Sono qui per: 1) fare conoscenza con persone che amano leggere e scrivere 2) perché no? scovare autori e soprattutto storie interessanti con iniziare un catalogo 3) avere spunti su come debba essere una casa editrice nell'era digitale: uguale a 30 anni fa? Diversa? Se sì in che modo? Grazie dell'attenzione a tutti!
  22. [MI106] Andrà tutto bene

    Commento Tema di mezzogiorno. Andrà tutto bene, te lo prometto... Ferma sulla collina, Katrin fissava la città. Sulla pianura sembrava uno stretto imbuto, ma lei non ci fece caso, la sua attenzione rapita dall’intreccio dei palazzi, lunghe sagome affilate che facevano apparire la città un immenso campo di lance. Un campo inquietante, sulla cui sommità incombeva una densa foschia giallognola alimentata dalle colonne di fumo che nascevano dalle zone centrali. Erano soprattutto le rovine d’acciaio e cemento della periferia, simili a lame smussate e dentellate, a renderla restia ad avanzare. Stava per tornare sui suoi passi, ma un gorgoglio dello stomaco le ricordò che da due giorni non mangiava. Alzò lo sguardo di nuovo sulle colonne giallo/grigie che salivano al cielo. “Dove c’è fumo, c’è fuoco” pensò. “E se c’è fuoco, ci sono anche esseri umani, che sicuramente hanno del cibo con sé.” Si fece coraggio e riprese il cammino. Dopo un paio d’ore raggiunse i primi edifici della periferia, casermoni sventrati o collassati su se stessi. Tenendosi lontana da loro, proseguì lungo la strada principale per un pezzo, ma quando cominciò a trovare tracce di animali, piegò alla sua sinistra, percorrendo strade più strette e invase dai cadaveri di auto arrugginite. Spaurita e disorientata, avanzò in mezzo a palazzi che sembravano volersi chiudere su di lei. Presto iniziò a sentire versi che non aveva mai udito; aggredita dalla loro durezza, fu presa dal panico, cominciando a svoltare a destra e a sinistra come un animale in fuga. Saltò sul marciapiede quando un forte sbuffo risuonò vicino a lei. Fissò per alcuni secondi la nuvoletta di gas che si levava dal tombino; poi, disgustata dall’odore, tornò a camminare sulla strada. Gli umori acuti e penetranti dei peti dei tombini la circondarono, invadendole le narici e impregnando gli abiti e la pelle con la loro malsana emanazione. In pochi istanti si sentì sporca, provando l’impellente bisogno di lavarsi. “Questo è troppo.” Ritornò sui suoi passi, decisa a lasciare quel letamaio. Quando raggiunse l’incrocio, si rese conto di non sapere quale direzione prendere per tornare alle colline. “Mi sono persa.” Il panico crebbe ancora di più. Con uno sforzo cercò di calmarsi. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si ripeté la frase che le diceva suo padre quando doveva affrontare qualcosa che le faceva paura. “Se solo fosse qui con me. Se solo lo avessi fermato quando è partito con mio fratello alla ricerca di cibo. Perché non ho dato retta al mio istinto?” Ma già conosceva la risposta: perché aveva avuto paura, perché voleva sentirsi dire da suo padre quelle parole. Andrà tutto bene, te lo prometto. Si costrinse a calmarsi. Con lo sguardo al cielo, usò le volute di fumo come punti di riferimento, come se fosse un marinaio che seguiva le stelle. Continuando a schivare i vapori sulfurei che uscivano dai fori dell’asfalto, finì in quartieri sempre più sporchi, dove le pareti dei palazzi degradavano in colorazioni che passavano dal grigio al marrone al nero e tutto sapeva di fumo. Le strade si mutarono presto in budelli tortuosi, dove ogni buco era stato trasformato in fortificazione: istrici di spranghe e lamiere, rafforzate da auto ribaltate e mobili d’appartamenti depredati. Volti sporchi di cui s’intravedevano solo gli occhi la scrutavano dalle fessure delle barricate. Cominciò a sentire un vociare soffuso, che presto si fece più vicino, accompagnato dal sottofondo di metallo che veniva divelto e di corpi che cozzavano contro i muri. Rallentò il passo. Quando raggiunse l’incrocio, vide alla sua destra quello che era stato un negozio bruciare con furia, soffiandole contro una densa fumana nera che sapeva di carbone e plastica fusa. Si allontanò da quel luogo, continuando a seguire il vociare. Vide di nuovo il fumo giallo/grigio che aveva scorto dalla collina salire da dietro un basso caseggiato. Dimentica di ogni timore, si affrettò a raggiungerlo. Superato l’angolo dell’edificio, si bloccò. Il fumo non apparteneva a falò da campo, dove il cibo era cotto: era l’esalazione di roghi d’esseri viventi che venivano gettati all’interno di profondi crateri e lasciati bruciare fino a che non ne rimaneva che ossa. La sua mente si chiuse dinanzi al quadro d’orrore che aveva davanti. Prese a correre all’impazzata, dimentica di tutto, se non che doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno. Poi, quando le forze scemarono, con i polmoni e le gambe in fiamme, dovette rallentare; continuò solo per disperazione, non aveva le energie nemmeno per alzare lo sguardo dall’asfalto. Si sentì afferrare per un braccio, costretta a muoversi in fretta. Per un pezzo si lasciò guidare, ma poi la mente cominciò a schiarirsi. Lentamente si voltò verso chi la teneva: si vide riflessa nelle lenti scure di una maschera di gomma gialla. L’uomo grugnì qualcosa che non riuscì a comprendere. Katrin strabuzzò gli occhi, guardandosi attorno. Un altro uomo con una maschera identica spuntò da dietro un palazzo e si diresse verso di loro; alle sue spalle saliva al cielo un’altra colonna di fumo giallo/grigio. Lo vide avvicinarsi e solo allora si accorse che aveva quattro gambe. “Questi non sono uomini…” Riuscì a divincolarsi, ma si girò troppo in fretta e cadde a terra. Le due creature l’afferrarono per le gambe, trascinandola verso il fumo. Camminando sgraziatamente a gambe aperte, i due esseri avanzarono a testa bassa, strattonandola senza pietà. Katrin tentò di afferrarsi a qualsiasi appiglio trovasse lungo il marciapiede. «Aiuto!» urlò disperata mentre veniva trascinata. Stizziti, i due intensificarono gli sforzi, sballottandola di qua e di là con più violenza. «Aiuto!» continuò a strillare Katrin, dimenandosi con tutte le forze. Il fumo si avvicinava sempre di più. «Aiutatemi!» I muscoli si tesero sul collo sottile e denutrito, scavando una fossetta sopra lo sterno mentre cercava di liberarsi. «Per favore, che qualcuno mi aiuti!» Katrin s’inarcò cercando d’avvinghiarsi attorno a un palo di metallo. «Io non voglio morire!» Katrin lanciò uno sguardo verso il vicolo scuro alla sua destra prima di perdere la presa sul palo e tornare a essere trascinata verso la sua fine. Improvvisamente le sue gambe furono libere. Sentì un cozzo. Si voltò appena in tempo per vedere un uomo afferrare le maschere delle due creature e strapparle dalle teste adunche. Le facce cadaveriche si contorsero come carta che bruciava, la pelle raggrinzì e si riempì di vesciche in pochi istanti. Un gemito strozzato uscì dalle bocche prive di denti, come di chi non riusciva a respirare. Una serie di spasmi violenti e i due giacquero immobili a terra, il volto che si liquefaceva in una poltiglia biancastra. «Cosa stai aspettando? In piedi, sei libera!» si sentì intimare. «Forza! Potrebbero arrivarne altri!» La prospettiva di una nuova cattura le diede la scossa di tornare a muoversi. Seguì l’uomo che la precedeva a passo spedito. Sdraiata sul letto della casa nella quale si erano rifugiati, Katrin guardava la nebbia che vorticava fuori dalla finestra e ripensava alle parole di Guerriero, l’uomo che l’aveva salvata. Alle volte c'è qualcosa di strano in quel grigio: non è una nebbia normale. È viva: sembra un gigante che respira, che non riesci a vedere, ma che è vicino a te. Quando c'è, la realtà cambia. È come se si aprissero delle porte, delle finestre che si affacciano su altri mondi, facendo arrivare il loro alito sulla Terra. Un sospiro capace di mutare la realtà. Le persone spariscono in mezzo a essa. All’interno dei palazzi erano al sicuro, le aveva detto, dato che la nebbia non passava oltre ciò che era chiuso. “Ma sarà davvero così?” pensò con un tremito. “Era meglio se fossi rimasta sulle colline, a patire la fame, piuttosto che finire in questo inferno.” Si raggomitolò su se stessa, come se questo potesse proteggerla da un mondo dove tutto era ostile. Andrà tutto bene, te lo prometto. “Non ne sono sicura, papà.” Si strinse con forza le braccia al petto. “Non ne sono per niente sicura.”
  23. Gli autori di APOREMA incontrano i lettori

    Fino a
    Gli autori di Aporema incontrano i lettori per un firma-copie, all'interno della splendida cornice della Libreria "Biblos" di Gallarate
  24. L'ultimo esorcismo di Mr. Wong

    I due uomini stavano seduti a terra: gambe incrociate, uno anche le braccia. Attorno delle candele spente formavano un cerchio tra le pareti della stanza. Gli sguardi erano spenti e occultati dietro le palpebre chiuse; l'espressione seria, preoccupata. Il più giovane sudava. «Sta per arrivare» disse quello più anziano, forse avvertendo un rumore o una sensazione rivelatrice. Il compagno annuì e strinse i pugni. La porta si aprì. Mr. Wong entrò nella stanza, chiuse la porta dietro di sé e si strinse nell'accappatoio: «Ehi, Wu, è tuo genero?» «Sì» rispose l'uomo. «Gli hai detto tutto?» «Gli ho detto tutto, Wong. Il ragazzo è pronto.» Lo sciamano si tolse gli occhiali e con un lembo dell'accappatoio cominciò a pulirli. Gli occhi scuri si poggiarono sui due uomini per scrutarli a turno: «È a digiuno? Ha recitato i sutra purificatori?» chiese al più anziano, come se prima di rivolgere la parola all'oggetto della discussione volesse essere sicuro che ne fosse degno, poi sputò sugli occhiali. «Sì, fratello, ha fatto tutto quello che gli ho detto, che poi è quello che tu hai detto a me, ne sono testimone e garante. Possiamo procedere?» Mr. Wong si rimise gli occhiali. «Come sai che è lei?» chiese a bruciapelo rivolto al giovane Xiang. «Lo so. L'ho vista.» «Quindi non è una mera presenza. L'hai vista in sogno?» «Ultimamente la vedo da sveglio, mi appare all'improvviso così come scompare. La cosa comincia a farmi paura» concluse abbassando lo sguardo. L'uomo con l'accappatoio, che testardamente continuava a usare a mo' di vestaglia, sollevò un sopracciglio: «Solitamente gli spiriti tendono a lasciarci in pace. Questo perché» si girò un attimo verso Wu per aggiungere «ma è solo una mia supposizione», quindi riprese «ci rendiamo davvero conto di quanto sia stupido e sgradevole l'essere umano quando finalmente non dobbiamo averci più niente a che fare. Quindi se lo spirito di questa giovane sfortunata è rimasto tra noi, o forse è meglio dire che è rimasto intrappolato in una sorta di limbo tra il nostro e il loro...» Si fermò per cercare una parola più adatta di quella che stava per dire, non la trovò e si accontentò «... mondo, potrebbe esserci qualcosa di irrisolto.» Il vecchio Wu vacillò, Mr Wong allungò le braccia e in maniera teatrale le incrociò sul petto. Il giovane vedovo rimase immobile. «È stata uccisa» aggiunse un paio di secondi dopo. «Questo lo so» si affrettò a dire lo sciamano, «ma se un omicidio dovesse bastare a fare tornare indietro i morti ci sarebbe una bella confusione qui intorno, e il mondo sarebbe collassato da tempo.» «Fratello Wong, aiuta mio genero» aggiunse l'anziano, rispettoso, chinando il capo. «Certo» rispose l'esorcista, «se siete qua lo sto già facendo.» Poi, guardandosi attorno, aggiunse: «Accendete le candele. E da adesso in poi fate tutto quello che vi dico, se non vogliamo correre il rischio di farci fottere a dovere.» La luce soffusa filtrava dalle tende dell'unica finestra della stanza, mentre l'odore dell'incenso si liberava dai bastoncini accesi e il silenzio donava alla scena qualcosa di mistico. Wong era seduto in ginocchio, sui talloni. Aveva liberato le spalle dal pesante accappatoio e si trovava a petto nudo, coperto soltanto dai tatuaggi che gli rivestivano la pelle fino alle scapole: figure tremende, coloratissime, sembravano muoversi al respiro dell'uomo, guerrieri dalle facce feroci e armati di spade fronteggiavano demoni dalle sembianze mostruose e terribili; l'immobilità plastica della rappresentazione non permetteva di stabilire chi ne sarebbe risultato vincitore, chi annientato. Aperti gli occhi, Mr Wong fissò un attimo i due interlocutori, poi da una delle tasche della morbida e umida veste tirò fuori una fiaschetta di ceramica unta e sbreccata e ne trasse un sorso. Dopo aver schioccato la lingua disse «Bevete», e l'allungò all'uomo più anziano, che bevve e la passò a sua volta al genero che aveva cominciato a tremare. Lo sciamano aveva giunto le mani dando vita ai mudra, una lenta e complessa recita di pose e intrecci in cui le dita si muovevano senza incertezze, mentre la sua voce roca citava delle formule magiche. «Ragazzo» disse a un certo punto con tono solenne, «lo spirito della tua giovane moglie ti perseguita, e per scacciarla dobbiamo entrare in contatto con lei. L'intruglio che abbiamo ingerito ci aiuterà per il passaggio in una realtà fittizia più consona all'incontro; il testimone qui presente, amico mio quanto tuo e padre della vittima, veglierà su quanto accade.» Chiuse gli occhi, venne imitato dagli altri, poi concluse: «In qualsiasi forma o entità voi mi percepiate da qui a poco rimanete, sempre, vicino a me.» Poi non disse più nulla, e i pensieri fuggirono dal suo corpo come uccellini da una gabbia aperta. La nuova dimensione avvolse i tre uomini con le sue tenebre e le loro menti vi si dissolsero simili a gocce d'anice in un bicchiere d'acqua. Il sogno lucido diventava sempre più distinto, fino a quando si udì la voce di Wong: «Non combattete... lasciatevi trasportare.» Wu e Xiang avvertirono la presenza della loro guida e infine, sebbene tenessero gli occhi chiusi, lo videro. O meglio, videro una sua rappresentazione. «Compagni, in questo luogo siamo ospiti indesiderati, ma finché rimaniamo all'interno del cerchio non corriamo troppi pericoli» annunciò la figura splendente indicando le fiammelle visibili anche in quel luogo. «Ma, dove...» chiese Xiang senza riuscire a terminare. «Nel regno dei defunti» rispose Wu. «Non siate stupidi. Visiterete il regno dei morti solo da morti. Questo è qualcosa che non esiste, un limbo, una distorsione dove gli spiriti vagano senza sapere dove andare.» L'entità Wong cercò di spiegare qualcosa che, sapeva bene, non sarebbe stata compresa. «Proverò a mettermi in contatto con la morta. Non fatevi prendere dal panico.» Lo sciamano chiamò la defunta per nome e le tenebre sembrarono scuotersi. Attese qualche secondo, poi ritentò: «... Io ti convoco.» I tre uomini avvertirono una presenza, poi intravidero qualcosa nell'oscurità: il corpo diafano di una giovane donna che sembrava galleggiare nell'acqua, come lo fanno i cadaveri. L'entità Wu non seppe che dire, l'entità Xiang si sentì trafitta da un vento gelido. Lo spirito della ragazza emerse a fatica dall'abbraccio del buio, fino a che si trovò al cospetto dei tre. «Amore mio» disse il fantasma, «perché lo hai fatto?» Xiang trasalì, quindi rispose: «Non ho fatto nulla, lo giuro!» Il ragazzo sprofondò nel panico. «Di cosa sta parlando?» chiese Wong, mentre il dubbio sbocciava nella sua testa come un fiore marcio. «La mano che mi ha uccisa non era la tua, ma sei stato tu ad armarla. L'ho letto nel cuore del mio assassino mentre morivo... Perché?» La voce del fantasma echeggiò nei cuori dei tre uomini. Lo spirito cominciò ad avvicinarsi all'amato, che indietreggiando uscì dal cerchio di fiammelle. Wong spalancò gli occhi e cominciò a imprecare: «Brutto figlio di cagna! Sei stato tu a farla uccid...» Ma si bloccò subito. Xiang tremava, scosso dai sussulti, gli occhi girati all'indietro rendevano visibile solo la sclera; i brividi pian piano divennero spasmi mentre le labbra boccheggiavano come quelle di un pesce fuori dall'acqua, in ciò che poteva essere una muta richiesta d'aiuto o una maledizione. D'improvviso le articolazioni del giovane cominciarono a muoversi in modo arbitrario, fuori da ogni logica, in quello che assomigliava sempre più alla lugubre danza di un'orribile marionetta. Lo sciamano osservò Wu rattrappito in un angolo che piangendo batteva la testa sulla parete vicina, e capì che da lui non se ne sarebbe tratto un ragno dal buco. In fondo, pensò, è come se avesse perso la figlia due volte. Prese una sigaretta, l'accese e ne trasse una lunga boccata, espirò il fumo e gettò la cicca a terra, ostentando una sicurezza che cominciava a scivolare via. Il pensiero di non voler aver più niente a che fare con i suoi simili lo sfiorò per l'ennesima volta nella sua vita mentre un brivido gli saliva lungo la schiena fino al collo, come una lucertola. Commento
  25. Promozione romanzo di genere fantasy-fantascienza

    Cari amici, sono al secondo romanzo (edizioni rigorosamente free) e nonostante l'esperienza maturata mi trovo in difficoltà con la promozione dell'ultimo libro. Si tratta di un fantasy-fantascienza distopica con un target molto ampio: dall'adolescente all'ottantenne. Questo perché la storia è scorrevole, avventurosa e i protagonisti sono tutti giovani, ma, al contempo, racconta il nostro mondo (parla del legame tra tecnologia e potere; è ricco di rimandi storici, soprattutto ai totalitarismi; propone una riflessione sull'ipermodernità...). Il limite che riscontro nella promozione è - l'incapacità di raggiungere la nicchia dei fruitori della narrativa di genere - l'incapacità di raggiungere lettori giovanissimi (io ho 34 anni, e mi viene facile puntare a una fascia 25-45) Per la promozione ho pensato a: - riviste/blog di genere - eventi di genere A parte questo, DUE DOMANDE: 1) Come posso stanare su internet il pubblico degli appassionati di fantasy e fantascienza? 2) Come promuovere su internet il libro ai più giovani?
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