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  1. LILLI ED IL MONDO PERFETTO Quella che vi racconterò, è la storia di Lilli e della sua avventura in un mondo perfetto. Il suo mondo. Lilli è una sognatrice, è curiosa, ha il cuore pieno di malinconia, di desideri e di sogni, gli occhi sempre velati di malinconia. La sera prima di dormire, rilegge "Alice nel paese delle meraviglie" e sogna di precipitare in un mondo tutto suo, un mondo dove non debba sentirsi così triste e rassegnata. Ha i capelli scuri e la pelle chiara, gli occhi grandi e verdi, porta sempre vestiti anonimi, grigi o neri, il suo desiderio sarebbe non essere vista da nessuno, essere invisibile agli occhi di chi non sa capire il suo modo di essere. Fragile e fortissima. Troppo sensibile per vivere in un mondo come il nostro. Non si fida degli altri esseri umani, perché sono fatti per tradire il cuore di chiunque, anche una persona cara o un amico o un familiare, riescono ad essere crudeli come nessun'altra creatura sulla terra e riescono a rendere brutto ed imperfetto tutto quello che era bellissimo e perfetto. Lei si fida solo del suo gatto, il suo fedele e affettuosissimo gatto Romeo un gatto pel di carota piccolo e paffuto, che porta sempre con se in una borsa che le cade giù lungo una gamba. Dentro la mente ha molti pensieri e domande che la tormentano, non le piace il mondo così com'è, non vuole vivere per lavorare; perché gli esseri umani hanno venduto l'anima al denaro? Perché hanno venduto la libertà? Si chiede sempre disperata. Lei è stata resa schiava dagli altri uomini e non può fare nulla per cambiare le cose, perché se non accetti di vivere come loro, sei destinato ad una vita miserabile e triste, piena di stenti e sofferenze che non sono naturali ma volute dall'uomo. Lei non si sente di appartenere a questo mondo, così cinico, calcolatore e grigio. La sua mente è piena di colori, di fantasia, ha fame di scoprire cose nuove, vuole inventare,disegnare, scrivere, fotografare la meraviglia della natura e conoscere tante storie di popoli e persone. Lilli vuole essere libera come un gabbiano, volare in alto e guardare il mondo; vuole parlare con le persone ed ascoltarle, vuole ammirare i paesaggi, guardare gli animali emigrare e costruirsi una casa piena di ricordi bellissimi ed esperienze. Una sera, mentre legge Alice, prima di andare a letto, vede un'ombra dalla finestra. Spaventata ma incuriosita, poggia il libro sulla coperta e si avvicina pian piano alla finestra, e spostando la tendina fa un balzo all’indietro alla vista di un lupo. Un lupo tutto bianco con la pancia grigia, che la guarda però, dolcemente. "E tu? Che ci fai qui" dice senza pensare "Sono qui per te!" risponde il lupo. Lilli sgrana gli occhi, non pensava che il lupo le avrebbe risposto. Si gratta gli occhi, si guarda intorno e guarda di nuovo fuori. Il lupo è ancora li. "Me lo sono inventato, sono stanca. Mi era sembrato che parlassi con me..." dice con un sorriso, "Ma io stavo parlando con te..." risponde il lupo. A quel punto Lilli pensa di essere impazzita, apre la finestra per essere sicura che quello che vede sia un lupo vero e non la sua immaginazione e si da un forte pizzico su un braccio per avere maggiore certezza. È proprio un lupo bianco. E continua a fissarla con dolcezza. "Va bene, sei un lupo che parla. Che c'è di male? Certo non è normale per noi umani, ma...magari esistono lupi parlanti...no? Tu parli, quindi devono esistere..." dice in preda al panico tentando di calmarsi "Tranquilla, se vuoi me ne posso andare. Io ero venuto qui perché mi hai chiamato tu" dice il lupo con la sua voce profonda e dolce. "Io? Io ti ho chiamato? Ma se non sapevo nemmeno della tua esistenza, come potevo chiamarti? E poi io non chiamo nessuno, ero in santa pace a leggere il mio libro!" risponde. Il lupo allora, molto lentamente si avvicina alla finestra "posso?" le chiede poggiando una zampa sul davanzale, "certo" risponde Lilli, che ormai non aveva più paura ed era divorata dalla curiosità. Il lupo sale sul davanzale e si appallottola da un lato, poi alza il muso e comincia a spiegare: "Vedi, il mondo non è fatto solo delle cose che vediamo, e tu lo sai bene, hai un animo molto sensibile e sai bene che l'apparenza è solo una parte di quello che in realtà c'è davanti ai nostri occhi. Mi spiego meglio: tu quando incontri una mamma col suo bambino per strada, non vedi solo loro, ma vedi anche tutte le sensazioni che portano con loro, mentre un'altra persona vedrebbe solo la mamma col bambino, ed i vestiti che indossano. Così ogni volta che leggi Alice e desideri andare via da un mondo così materiale ed infelice, io vedo quello che provi, e lo sento. Quando vedi qualcuno soffrire, tu senti la sua sofferenza come fosse tua e piangi con lui, facendotene carico e compatendolo. Così io, quando ti sento piangere la sera per le tue speranze infrante, sento nel mio cuore, tutto il tuo dolore..." Lilli lo ascolta, con gli occhi pieni di lacrime, sforzandosi di non farle scorrere giù dalle guance e sembrare troppo debole. Il lupo continua: "...io sono qui per te, perché mi hai chiesto di portarti via di qui, me lo chiedi ogni sera da moltissimo tempo ormai. Ma prima non potevo venire a prenderti perché dovevo essere certo che fosse il tuo desiderio più grande. Io sono il guardiano di quel mondo che tanto desideri, e non porto con me nessuno se non sono certo della sua purezza. Tu lo sei fin troppo, il tuo cuore lo è, ma devi essere pronta ad affrontare qualsiasi cosa per ottenere l'accesso al mio mondo. Puoi farlo?" . Lilli rimane in silenzio, incredula e confusa. Si guarda intorno, si pizzica di nuovo una mano per capire se è sveglia, osserva la neve cadere silenziosa, poi si rivolge al lupo: "..io non sapevo che tu mi stessi ascoltando, io stavo in camera mia, senza dar fastidio a nessuno e non sapevo che anche i miei pensieri o le mie lacrime venissero sentiti da qualcuno. E dimmi, cos'è che dovrei affrontare? E dove sta questo mondo?" chiede curiosa. "ti ci porto io" dice il lupo "so io la strada, ma per arrivarci dovremo attraversare delle terre dove dovrai affrontare tutte le tue ansie e paure Lilli, dovrai guardare in faccia la malvagità del mondo di cui hai tanto paura e superarla, e quando avremo terminato questo lungo viaggio, allora potremo accedere al sentiero che porta al mondo perfetto...te la senti?" finisce il lupo alzandosi. Lilli si sente sperduta, impaurita e confusa e non sa cosa rispondere, non sa se si tratti di uno scherzo o di un sogno dal quale non riesce a svegliarsi e lo fissa muta scuotendo la testa e alzando le spalle, e resta li a fissare il lupo, senza saper che fare, con il freddo che le pizzica le guance e le fa colare il naso. Allora il lupo salta dentro la camera e sale sul letto mettendosi da piedi, e le dice "chiudi la finestra e dormici su Lilli, domani parleremo con calma, la notte porta sempre consiglio..." e si acciambella sul letto. Lilli pienamente d’accordo, chiude la finestra e torna a letto, prima resta a fissare il lupo, che ha proprio sopra i suoi piedi, fissa il suo pelo bianchissimo, poi con un po di timore allunga la mano per poggiarla sulla testa del lupo, che proprio in quel momento si tira su e le dice "bé, non dormi? Hai bisogno di sapere qualcos'altro?" Lilli fa un salto all'indietro dallo spavento "No io...volevo solo...salutarti...darti la buonanotte...posso?" dice con le mani strette in petto "certo" risponde il lupo dolcemente, avvicinando il muso; Lilli allunga timorosamente la mano e lo accarezza pian piano "buonanotte lupo" dice sdraiandosi "buonanotte Lilli" risponde il lupo. - Scusate spero di aver rispettato tutte le regole, è la prima volta che pubblico qualcosa, vi chiedo scusa se ho fatto involontariamente qualche errore. Grazie -
  2. INKLINGS

    La Bottega delle Streghe

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/45098-il-bivio/?do=findComment&comment=811946 Rimetto al giudizio della community un estratto del mio primo libro che spero presto possa trovare posto in qualche scaffale delle librerie. Ringrazio anticipatamente tutti per i commenti che giungeranno. ...«Scusi Mentor, ma non sembra esserci alcun negozio che faccia al caso nostro?» chiede Luther. «Signor Dillard abbia fiducia e prosegua, vedrà che la sua pazienza sarà ricompensata.» Infatti, dopo pochi minuti, proprio davanti a loro e dove comincia la fila centrale di edifici, si affaccia maestosa una vetrina, tutta contornata da una vistosa cornice in legno invecchiato ed a forma di ferro di cavallo rovesciato, al cui centro ed in posizione più arretrata trova posto la porta di ingresso, anch’essa completamente a vetri ed al cui interno è appeso il cartello con la scritta -Aperto-. L’imponente insegna sopra la vetrina appare invecchiata e consunta ma ben leggibile: La Bottega delle Streghe. Tramontane risale quattro dei sette gradini in marmo bianco con venature marrone scuro, che conducono dal piano della strada alla porta di ingresso. Poi si ferma e si volta verso il gruppo. «Come immagino avrete facilmente intuito dall’insegna sopra la mia testa, questo è il nostro negozio. Oggi quindi prenderete tutto l’occorrente per le pratiche magiche. Per qualunque dubbio potete fare riferimento ai vostri insegnati che sono con noi oggi proprio per questo. Adesso entriamo!» Tramontane avanza e gli altri lo seguono, anche se serpeggia tra la folla il dubbio di riuscire ad entrare tutti dentro al negozio, che seppur dalla vetrina possente appare molto piccolo da ciò che si riesce a vedere da fuori. Una volta entrati però i ragazzi rimangono sbalorditi nel constatare che le dimensioni apprezzabili dall’esterno non corrispondono assolutamente a quelle interne. Il negozio al suo interno occupa degli spazi che fisicamente non potrebbero esistere, estendendosi così ben oltre quelli che sono i limiti strutturali apprezzabili dall’esterno. «Will, ma come è possibile?», chiede Drake riuscendo ad articolare a fatica la mascella spalancata. «E che ne so!» «Ma tutto questo spazio fuori non esiste! Eppure, guarda qui, sembra di essere dentro un grande magazzino.» «Visto ragazzi cosa può la magia?!» esclama Andrea, dirimendo ogni loro perplessità. Il negozio all’interno ha un corridoio centrale che comincia in corrispondenza della soglia d’ingresso e prosegue fino in fondo dove è saldamente ancorato al pavimento un grande bancone in legno, alto ad occhio e croce un metro e mezzo. Lungo i lati del corridoio centrale sono posizionate delle teche dalla struttura portante tutta in legno e completamente rivestite da vetri così trasparenti che sembrano non esserci e che permettono di ammirare l’ingente esposizione di oggetti di vario tipo, alcuni dei quali veramente curiosi e particolari. Sul lato sinistro, a circa tre passi dalla porta di ingresso, una scala con struttura in ferro e gradini in marmo bianco splendente sale poco ripida, proseguendo fino al fondo del negozio dove si ricongiunge ad un soppalco che percorre da sinistra a destra tutta la parete in fondo, sovrastando il maestoso bancone. Sul soppalco è sistemato un gran numero di scaffali molto scuri, di cui dall’ingresso è visibile solamente il lato corto. Soltanto di quelli defilati si riescono ad intravedere gli scaffali, stracolmi di quelli che sembrano essere libri....
  3. Dhana

    Il bivio

    Spero che il commento sopra sia adeguato per questo post. Per la prima volta posto il frammento di una storia che si preannuncia molto lunga. Ce l'ho già in mente da tempo e ho fatto già uno schema relativamente preciso, devo solo trovare il coraggio di metterla per iscritto, superando la paura di non essere capace. Perché finché tutto rimane vago, nella mente, sognare è ancora possibile. E' quando ci si mette in gioco che si rischia il fallimento. Sperando che vi piaccia, vi sottopongo questo pezzettino. Accetto ovviamente critiche costruttive e sono pronta a cambiare, perché trovo il mio stile troppo "da GDR" e su un racconto/romanzo mi piace poco. Mi serve quindi un parere esterno. In realtà poco fa ho dovuto accorciarlo per farlo rientrare nei 3500 caratteri, ma non me la sentivo di postarlo in "racconti" perché, alla fine, è solo un frammento. Se vi sembra "velocizzato", il motivo è quello. ... Sotto un cielo che minacciava pioggia, con gli alti alberi scossi da un vento forte, Vanessa sentiva le gambe che bruciavano sempre di più per sforzo e una fitta lancinante al fianco le tagliò il respiro. Fu costretta a fermarsi mentre il fiato si affannava incerto, condensandosi in bianche nuvolette che si disfacevano rapide. Con una smorfia di dolore e un gemito soffocato, rimase sul ciglio erboso al confine con il sentiero, aguzzando la vista, continuando ad ansimare. Nella loro folle corsa verso la salvezza, gli altri l'avevano distanziata di molto. La ragazza si voltò di scatto e cercò di scorgere, attraverso la confusa massa corvina sparsa sul volto, la cosa che li stava inseguendo. Non c'era nessuno. Assottigliò di nuovo lo sguardo verso la stradina, le gambe e i piedi doloranti che ora sembravano vincolati al terreno da un inconscio più deciso della razionalità, oltre che dalla spossatezza. E rimase lì, come sul bordo di uno strapiombo dentro cui la ragione rischiava di precipitare. "Ma voglio davvero tornare?" si domandò. Tutti i suoi pensieri, i sentimenti e il continuo rimuginare di quei giorni si erano infine coagulati in quell'istante. E aveva capito che la realtà era quella. E con la stessa certezza, comprendeva che era sbagliato. Come si poteva non voler tornare nel proprio mondo, dai propri cari, nella propria casa? -Perché quello non é il mio mondo". Era come se qualcun altro parlasse con la propria voce. Ma con un tono freddo, cinico e deciso che non le apparteneva e che la spiazzó, nell'immediatezza e nel significato. Aveva desiderato tanto l'appartamento al terzo piano come simbolo di un'indipendenza a lungo anelata e ora si chiedeva se fosse mai stata davvero felice. E adesso che aveva l'occasione di un'altra vita, di quella vita, sapeva che non poteva rinunciarvi. Anche se andava contro il senso e gli ideali comuni. "Si può essere felici facendo la cosa sbagliata?" Il significato di quella rivelazione la colpí come uno schiaffo, mentre sentiva una spiacevole ombra insinuarsi nel cuore e oltrepassarne i teneri confini. Il suono fragoroso di un tuono la scosse. Spostó lo sguardo verso il punto in cui erano scomparsi i suoi amici. O quelli che la propria ingenuità aveva reputato tali. Nessuno si era accorto di lei, nessuno era tornato indietro a cercarla e a vedere cosa fosse successo. Sbuffó e con una certa delicatezza, dettata più dall'abitudine che dalla necessità, si riaffacció la solita vocina mentale, quella che giustificava sempre le azioni di tutti. "Erano troppo impegnati a scappare, avevano paura e vogliono tornare a casa." L'Ombra si agitò, aguzza e insinuante. E spinta da una forza ancora a lei sconosciuta, la spinse ad allontanare quel pensiero accomodante come si scaccia una zanzara che ronza all'orecchio. Perché avrebbe dovuto di nuovo adeguarsi agli altri? "E perché mai gli altri non potrebbero adeguarsi a me, tanto per cambiare?" Infilò la mano in tasca e stritolò le curve levigate del medaglione, le sopracciglia aggrottate con forza sotto la fronte. Davanti a sé aveva una strada segnata da orme confuse, che invitava al ritorno alla normalità e ai problemi di tutti i giorni, sorretti, nonostante tutto, da comode infrastrutture. Al mondo ordinario. "Ma ingiusto, così ingiusto!" Scosse la testa mentre l'idea prendeva forma nella sua mente. "Tanto, a nessuno importa di me". E prima di darsi il tempo di pensare che forse non era così, giró sui tacchi e imboccó il sentiero opposto, rientrando nel folto e confortante abbraccio del bosco.
  4. Kirana

    Il padrone del nulla. L’indizio

    Commento prima parte Qui . La bassa insegna di ‘Eldeston’ lo portò dentro le vie del residenziale paesino. I numeri rossi sul display del cruscotto accesero la sua attenzione, e il pensiero dimezzò il parlottio del signore al lato. Erano le dieci. L’ora trascorsa in prigione sul lato finestrino cominciava a pesare, eppure la rivolta del ginocchio gli confermò di non avere via di fuga, quello sembrava l’unico angolo privo di punte a molla sotto. A scapito del sedere continuò a rispettare un contegno da fachiro; la meditazione non serviva, se si parlava di calcio. Le finali battute del capitolo ‘uno contro tutti’ le recitò l’assicuratore con i mille ‘ma e perché’ al telefono. Il tempo di riattaccare e un carro attrezzi accostava al lato. L’ometto alla guida lo trasportò tra l’abbraccio della curva. “Chicoo”, fu l’esplosione di uno, altrettanto capace di fargli bollire l’ossigeno tra le vene, anche se sta volta aveva centrato una porta di rovi al posto della rete. L’origine latina nella pronuncia li accomunava, invece a unirli in un botta e risposta era la stessa passione. Nel tragitto realizzò fosse un tifoso di vecchio stampo, i migliori a suo giudizio. In fondo a quegli occhi ritrovava il fascino di un ragazzino per il primo amore, tant’è che i ricordi dei suoi albori in campo si sostituirono a Clare. A malincuore però lo zig zag tra il quartiere diede il via a un reload d’immagini, e in ritardo ascoltò: “ Sembrano tutte uguali ste viuzze! Dove devo andare, ora?”. All’angolo, il cancello stile campo militare del signor Parcher si differenziò dagli altri e col dito sulla strada, disse: “All’incrocio giri a destra. Tra altre due case, si può fermare”. Una grassa risata stoppò il braccio a mezz’aria, quei baffi da tricheco iniziarono a contagiarlo, mentre ascoltò: “ Stamattina devo essermi alzato col piede giusto. Chi ci crede, che ti ho incontrato!” In rimando, un sì di testa fu sufficiente per sentire: “ Quella che sapevo, era la storia del solito calciatore. Nient’altro che divertimenti e macchine, fuori dal campo. Invece, devo dirti che ti trovato diverso. Non avevo idea che a otto anni avevi già preso la valigia. Sacrifici ben ripagati, se mi posso permettere. Non dovrei dirlo, ma ti apprezzo di più ora”. Qualcosa gli formicolò in pancia e di petto disse: “ Se le fa piacere, può venire assieme a suo figlio a vedere gli allenamenti?”. Il colorito delle guance scaldò il mare di spine in quella faccia; lo stridio dei freni al suo ingresso tolse la parola al mutismo da sorpresa. In una stretta, i calli dell’autista gli ricordarono altre mani e col pensiero altrove sentì: “ Verrò certamente! Che regalo! Gli prenderà un colpo a mio figlio. Non ci credo neanche io. Grazie!” Lo trattò d’amico e per dar valore alla pacca sul gilè giallo disse: “ Di nulla! Grazie a lei mi scoppia memo la testa”. Tra le chiacchiere era bastato infilare un ‘andavo forte’, per far dissolvere lo spettro dell’incidente. Ora invece, i dubbi formavano solchi su quella fronte, al punto da voler tagliare corto e d’un fiato disse: “Avviserò ai cancelli. Le basterà fare il mio nome per entrare”. Gli arrivederci gli mettevano l’ansia, un reciproco ‘buona fortuna’ concluse l’incontro, fin quando il gelo in sorpasso dal portello lo strinse in un colletto a prete. Non era una novità, in poche occasioni la sfera in cielo s’impegnava per domare il gregge di nuvole a seguito, e oggi assisteva a un'altra resa. Sul marciapiede, un saluto accompagnò l’autista in retro; dopo il portico di gerani a cascata della signora Geselle, il muso in dentro della macchina lo lasciò. In mente gli girarono gli zeri dell’assegno per il meccanico, ma il silenzio del cancello aperto mise freno alla giostra. Non occorreva il campanello quando Anna stava sull’attenti. Era integro e per dimostrarlo allungò un cenno alla telecamera, mentre una chiazza del giardino l’invogliava a prendere la via. Ieri sera, il tintinnio delle chiavi aveva provocato un ‘se fai casino quando torni sei morto’ detto da Anna; non rincasare all’alba dal giro di turno come tassista significava innescare una caccia al ferito tra gli ospedali. Negli anni vantava una reputazione nelle corsie d’emergenza, stavolta però il buon senso prevalse, gli ultimi tossii del telefono li aveva spesi in spiegazioni. L’aderenza in tasca rispose al dubbio d’averlo scordato in giro; quando sulla scia del vento un presentimento l’attaccò alle spalle. Unirsi al ballo delle foglie con solo addosso una camicia era tutt’altro che piacevole, eppure i sospetti nati su Anna lo tennero d’un pezzo. I ‘poi ti dico’ non valevano con lei; in barba ai divieti, Loris restava un bersaglio facile da tartassare. Il passo da soldato gli venne di conseguenza, a collo alto sfidò il gelo per snidarla dalle finestre del villino, a metà curva però comparve tra il tettuccio dell’atrio. Il blu dello scialle ‘da nonna d’inverno’ l’avvolse nella coccola di casa, viceversa quell’espressione amara gli strappò ogni buon proposito. Già si vedeva zimbello dello spogliatoio, doveva prepararsi a incassare le frecciatine di Loris anche nel mese a venire. La discrezione non era pane per la sua governante, tan’è che in piede di guerra la raggiunse, eppure uno di fronte l’altro risentì del potere di quegli occhi scuri. I lembi della mantella pativano la frustrazione di Anna, segno che l’uragano Clare l’aveva colpita. Per confortarla aprì bocca, ma vittima di quelle mani, dopo un giro a pupazzo sentì: “ Ti sei fatto vedere il taglio sulla fronte?” Non sapeva nemmeno di averlo e ancora in trappola disse: “ Non è niente, il guaio è il resto”. Un altro mulinello di foglie gli rubò le parole, non era necessario aggiungere altro alla sua faccia; il dietro front di Anna gli mise davanti i fiori rossi ricamati sulla schiena. La porta lo riparò, gli aromi di casa presero piede e la scia di uova e pancetta concluse il giro dritta allo stomaco. Qualcosa nel suo aspetto fece sogghignare Anna; la cucina lo attendeva e per conferma ascoltò: “ Vieni, metto in tavola”. Prima di seguirla, abbandonò sul comò le cianfrusaglie, i pantaloni da figo lo facevano respirare appena. La seconda tappa fu il bagno accanto le scale, sotto il rubinetto il taglio sulla fronte pizzicò. Allo specchio, il rosso fece a botte col bianco del telo, e la mente spinse il bottone con su scritto ‘ragazzo’. Distogliere lo sguardo non cambiò l’esito, le immagini rimasero, e in soccorso la lingua provò a tagliarle dicendo: “ Non si è fatto nulla! Sembrava un grillo su quella moto”. La porta affievolì un: “Si fredda’’; il naso ne approfittò per tappare il becco al senso di colpa stabilendo come meta l’arco alla fine del salotto. Con un piede oltre il varco, aveva già mangiato i piatti in tavola, finché il volto in analisi di Anna, seduta al lato, l’impietrì. Era una trappola, il cibo doveva saziare il suo silenzio. In bilico sulla scelta, la voglia di sporcarsi il muso di pancetta piegò l’ago, tanto da accettare l’invito a pranzo con l’ispettore. Tra una fetta di ciambella ai mirtilli e delle uova, aveva passato la mezz’ora a cantare. Anna ormai era al corrente sui dettagli della serata e il fungo solo soletto sul piatto non la scompose. Il disco s’incantò, con gli occhi da nessuna parte si fece invadere dal piacere d’avere lo stomaco pieno, placebo persino contro le pene d’amore. Finché la faccia a bacchetta di Anna prese a schiaffi la sua pace. In apertura racconto sputava a raffica sentenze su Clare, sul finale però l’incidente gli avevano tolto la benzina. Conosceva i meccanismi di quella mente e cercando lo schienale disse: “ Perché non mi credi? Ho bevuto solo un bicchiere. Chiedi a Loris se vuoi”. Un sospiro gli annunciò baruffa; da solo il petto si rifugiò in difesa nel sentire: “Allora dimmi! Perché non hai preso la targa della moto? Perché poi quel ragazzo sarebbe dovuto scappare? E se è vero quello che dici, perché non hai chiamato la polizia?” L’ipotesi di dover abbassare la testa davanti a quei pavoni in divisa l’infastidì, non quanto il torto di passare per bugiardo e di getto disse: “ Perché dovevo chiamarli? Quel ragazzo è scappato a razzo. Se tu non mi credi, pensi che loro l’avrebbero fatto? Non ricordi, mi hanno già levato tre punti senza un perché. Non avevo voglia, di dire addio anche alla patente ieri”. Aveva segnato un punto, eppure quelle braccia incrociate lo scoraggiarono mentre ascoltò: “Già! Dimenticavo. Per te, gli autovelox sono delle scatole gialle sulla strada”. Preso al laccio disse: “ Non ricominciare. Quante volte devo ripeterlo, non l’ho visto quello stupido arnese. Sai benissimo, che non ho mai capito di che strada parlava la multa. Comunque, questa volta la polizia non serviva, era tempo sprecato”. Il naso a corvo di Anna s’avvicinò nel dire: “ Potevano aiutarti a capire cos’aveva da nascondere quel ragazzo”. Le spalle risposero prima e per accompagnarle disse: “Affari suoi! Alla fine, non è successo nulla. Perché dovrei preoccuparmi di qualcosa che non so? Avrà avuto le sue ragioni”. Il taglio a piramide delle sopracciglia dominava quel volto; stava sprecando fiato e dopo uno sbuffo affermò: “ Salgo. Prima di buttarmi a letto devo chiamare Clare”. Di sottecchi la vide tornare a sfogarsi col tavolo, a testa bassa finse la resa finché da dietro sentì: “ So che non sai mentire. È difficile da credere, ma cosa ti devo dire. Aggiungiamo anche questa alla lista di ‘cose che capitano solo a te’. Ricorda però, se avrai problemi per la tua stupidaggine, non venire da me a cercare acqua fresca! Te la sbrogli!” Con un cenno replicò alla minaccia di quel dito e tornando sui suoi passi ascoltò: “ Più tardi esco, devo fare spesa. Domani ti vedo solo a cena, giusto! Sei fortunato, se giocavate oggi ti toccava andare. Bella rogna!” Sacrosanta verità, mancavano solo i rimproveri del mister per chiudere il quadro. Domani doveva inventarsi qualcosa, al posto del ragazzo in fuga suonava meglio l’animale sbucato dal nulla. Di colpo, il rumore della sedia di Anna lo riportò in cucina mentre sentì: “ Non ti reggi in piedi. Vai, non verrò a svegliarti”. Ormai si era abbonato ai gesti e in vista delle scale quasi scordava di raccattare le sue cose dal mobile nero. Per gli scalini si rigirò la pennetta; il segreto era al sicuro, Anna ignorava le ferite del ragazzo, altrimenti la guerra sarebbe durata fino a sera, a scapito del tu per tu col letto. Senza badarci si perse tra il rosso dell’albero fuori in giardino, il quadro d’autunno della finestra in camera gli strappò un sospiro, nonostante la priorità fosse lo scrittoio al lato. Una volta chiusa la porta, s’allargò la sedia e attratto da qualcosa di giallo si fece attento al blu delle coperte. La ciambella di Miky stava ai piedi del letto sotto l’ombrello a momenti aperto e chiuso di uno spicchio di sole. Quel dolce far niente lo sbeffeggiò, doveva muoversi se voleva riappropriarsi del trono. Tra la schermata del portatile si riflesse; una sistemata al ciuffo e apparve il sorriso di due stagioni fa assieme a trofeo e amici. La USB era inserita, l’attesa l’irrigidì, fin quando la faccia di Daniel venne tagliata da una finestra. Tra sé lesse: –inserire password–; il lascia passare della casella in basso lo stranì. Il canale delle serie thriller saltava in Tv durante la pausa primo tempo di qualche partita, ma accettare la parte da protagonista andava oltre i piani. In mente gli ronzava la soluzione più a buon mercato, in ogni caso d’azzardò a scrivere:–0000–. In sequenza lesse: Password errata–, e le mani ripararono la fronte mentre esplose: “ Da quando si può negare l’accesso?” Nel tempo libero non trafficava con file in downloand e pennette, eppure quella protezione gli stuzzicò la mania da crimine, tant’è che mise allerta i sensi nel dire: “Forse, era meglio lasciarla dov’era”. Con uno sbuffo di troppo accettò di averne abbastanza per essere curioso; tenere in testa i capelli, a rischio per lo stress, valeva più di un mistero. Così col fruscio della doccia già alle orecchie decise d’abbandonare barca e remi, in favore di uno spogliarello per nulla sexy. In corsa, il tappeto in bagno lo frenò; il tempo di un balletto di ginocchia e l’acqua s’alleggerì col tepore. Il getto non lo deluse. I muscoli tornarono a sollevarlo dalla fatica, ma un’occhiata ai colori del mosaico sul muro bastò per spedirlo dritto tra le luci laser del club. La spina al fianco era ancora lì; alla parola tradimento mancava un perché. Di castelli in aria ne aveva fatti mille, la verità stava nella versione di Clare. Gli toccava sentirla. Un laccio lo strinse alla gola, la nonna ormai la conosceva, quella era più di una dichiarazione. Invece dopo due anni, seppelliva il ‘ci penso! Se vuoi che sto da te’, detto pochi mesi fa. La scena di ieri non era lo shop disegnato ad arte da qualche rivista, le braccia di Jacob l’avevano sostituito davvero. Faceva male, a mente fredda però l’intenzione di offenderla sfumò. Toccava alla coscienza di Clare scendere a patti con la bravata, a lui piuttosto premeva ricordargli che quel nome era la firma del suo futuro. D’un tratto le parole gli vennero in testa, non gli occorreva più insaponarsi a ripetizione, e la mano chiuse i giochi. Fagotto tra l’accappatoio, si rese conto di odorare peggio di un coccolino al cocco. Anna aveva la fissa per i mielosi doccia gel; era inutile fargli presente che rischiava la fama. In fase strizzo, il parquet della stanza divenne colla sotto i piedi, finché a molla partì per la cabina armadio in fondo; l’argomento Clare andava riaperto da vestito. Dalla pila di tute, a caso pescò quella grigia, prima mise i calzoni, quando con metà braccio dentro la felpa, dalla camera sentì: “ Miaho”. Miky brontolava per il solito buco allo stomaco, la porta chiusa però lo teneva a stecchetto. In mente gli vennero i pochi passi fatti, se non sbagliava lo zerbino non stava sul letto. Un flash lo scurì e a mezza bocca disse: “ Il computer, l’ho lasciato aperto!” Quel sedere si posava al caldo, lo sapeva bene, tant’è che con un quarto di faccia si precipitò dall’altra parte del muro. Dalla distanza il giallo sembrava un nuovo gingillo sullo scrittoio, solo vicino al tappeto s’accorse del pannello bianco dietro e su due piedi sbottò: “ Mikyy!”. Il resto del viso gli servì per sfidare quel sornione dagli occhi verdi e provando a essere più chiaro disse: “ Scendii! Salame, ti dovevi svegliare proprio adesso?” Pochi passi innescarono un fuggi fuggi verso il muro della cabina; quel pancione aveva inghiottito persino il briciolo di speranza serbata per risolvere l’enigma. La faccenda era chiusa; il suo senso di rivincita aveva come avversario un’invincibile ombra priva di nome. Pur di contenere il fastidio lo strinse in un pugno e nel togliere la pennetta a malapena sbirciò lo schermo. La miopia però durò poco, gli occhi a fessura s’aprirono per imporre un alt alla mano; dei segni geometrici occupavano il display, e con la fronte quasi al vetro cadde in standby. Quella non era opera di Miky.
  5. Walter Angelucci

    Namo e Padma

    NAMO E PADMA Ho conosciuto Frances otto giorni fa. Lei credeva che la sua bella casa di campagna ereditata dai genitori fosse infestata dai fantasmi, invece io ho scoperto che era infestata solo dai tarli. Naturalmente non le ho fatto pagare niente ( le disinfestazioni dai tarli so che costano molto), ma un appuntamento me lo doveva. E' andato tutto bene, sia la cena in un ristorantino italiano, che il dopo cena a casa sua. Frances è bella e simpatica e stiamo bene insieme. Ora lei ha la testa appoggiata sul mio petto, io invece la mia ce l'ho appoggiata sulla sponda del letto. Guardando le travi di legno del soffitto e l'antico arredamento della camera mi viene spontaneo dirle che era normale la sua paura, una casa così grande e zeppa di ricordi incute soggezione, impressiona. Ma lei insiste coi sensi di colpa : - No Roger, la verità è che sono stata semplicemente una sciocca. La mia mente irrazionale m’ha fatto tralasciare le possibili cause logiche dei rumori che sentivo e m’ha fatto pensare ciò che io forse inconsciamente volevo: un segno dall’al di là.- - Non devi aver voglia o paura dell’al di là, forse anche noi siamo l’al di là per qualche altro mondo. Conosco storie che molti penserebbero ultra-terrene e invece sono reali.- - Ad esempio? – Frances solleva la testa dal mio torace e mi guarda come una bambina in attesa della fiaba: - Ok. Anni fa, in un quartiere popolare di Leeds vivevano due famiglie di origine indiana, i Mahal e i Begam. I Mahal avevano un grande negozio di audio,tv ed elettronica, mentre i Begam erano dei bravissimi sarti . Tutte e due le famiglie erano molto agiate. I signori Mahal e Begam avevano ciascuno otto figli, che aiutavano a mandare avanti le rispettive aziende . Pur provenendo sia gli uni che gli altri dal Punjab i Mahal e i Began non si frequentavano anche se si conoscevano di vista, forse anche perché essendo i primi jainisti e i secondi induisti avevano meno punti di contatto. Padma era l’ultimogenita dei Mahal e Namo l’ultimogenito dei Began. Tutti e due avevano diciotto anni.Namo era un bellissimo ragazzo, intelligente e simpatico: era benvoluto da tutti , soprattutto dalle ragazze, ma lui fino a quel momento non aveva mostrato per nessuna di loro un interesse particolare. Padma era altrettanto bella e intelligente, ma d’un pudore e una timidezza tali che la sminuivano agli occhi del prossimo . Come al solito Namo tornò a casa tardi da scuola : - Buongiorno madre.- - Salute a te, Namo. – Rispose la signora Began prostrandosi in un inchino. - Vieni, aspettavamo te prima di mangiare.- Erano le tre del pomeriggio ma tutti i componenti della famiglia Began, compreso il capofamiglia, il signor Chandi , aspettavano Namo per mangiare. - Bentornato Namo, mio adorato figlio. Siedi a capotavola e benedici la tua famiglia prima di portare alla bocca questo umile cibo che tua madre e le tue sorelle hanno preparato.- Namo, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, comandò la preghiera e tutta la famiglia e la servitù obbedirono. - Padma, sei tornata?- - Sì padre.- Rispose con rispetto la bella Padma rientrando in casa. - E’ successo niente a scuola ? – - No padre, tutto normale come al solito.- Il signor Mahal allora strinse dolcemente a sé la figlia e la baciò con tenerezza sulla fronte. La signora Mahal sulla porta della sala da pranzo guardò la scena con gli occhi lucidi. Namo aveva sempre frequentato una esclusiva scuola privata, ma poiché un giorno aveva dato un pugno al figlio d’un lord per difendere un amico, fu costretto a trovarsi una nuova scuola. Caso volle che fosse la stessa di Padma. - Benvenuto fra noi Namo. Ci frequenteremo, mi auguro per te, solo un anno ma spero che sia proficuo e ricco di soddisfazioni per tutti .- La signora Quant era un’ottima insegnante e un’ottima persona, a Namo piacque subito, come gli piacque subito anche la ragazza che veniva dalla terra dei suoi avi, Padma Mahal. Fu l’unico nome dei nuovi compagni di classe che ricordò.Sicuramente il primo impatto con la Allerton High School fu positivo sotto ogni aspetto. Non le era mai successo prima, era quasi sconvolta. Tornata a casa passò velocemente davanti a sua madre e a due sue sorelle e si chiuse a chiave nella camera: - Cos’hai Padma, stai forse male? – Le chiese la signora Mahal. - No mamma, va tutto bene , un minuto e vengo di là.- Non se la sentiva proprio di confidare a sua madre che s’era innamorata d’un ragazzo visto appena una volta. S’alzò dal letto e aperta la finestra accarezzò le primule . Faceva ancora freddo, eppure il vaso sul davanzale della camera di Padma si colorò di giallo e viola. Dopo alcuni giorni di “studio” in cui si erano salutati e scambiati qualche sorriso oltre ad innumerevoli occhiate furtive, Namo prese l’iniziativa e con una scusa avvicinò Padma mentre aspettavano l’arrivo del professore d’inglese: - Lo sai che io sono un dio? Se tu vorrai essere la mia ragazza diventerai una dea pure te.- Padma non scoppiò a ridere, ma abbassò lo sguardo e ringraziò. I giorni seguenti furono sempre più fitti di scambi di battute e di carezze. Namo non aveva mai provato un’attrazione simile per una ragazza, altrettanto Padma per un ragazzo. Vivevano tutti e due un’esperienza nuova, strana, misteriosa, ma soprattutto ricca d’amore, sì, quell’amore fra uomo e donna che li aveva fatti nascere, di cui tutti parlavano ma che loro non avevano ancora mai conosciuto. Finchè non si diedero un appuntamento, finchè stretti sotto un ombrello non si diedero un bacio. - Namo, possiamo…? – - Siamo tutte e due creature di Dio Padma,”dobbiamo” amarci! - - Namo, figlio di questo indegno padre, ti vedo cambiato ultimamente. T’è successo qualcosa? – - No padre, non è successo niente.- Namo non seppe spiegarsi il perché di quella bugia. Il signor Chandi Begam non aggiunse altro. Ritornato nella sartoria chiamò il figlio più grande, Kudrat: - Namo è strano ultimamente. Ora sta uscendo: seguilo senza farti vedere e vedi di scoprire dove va.- Padma non voleva che Namo la venisse a prendere a casa, non sapeva come avrebbero reagito i suoi, ma lui testardo e sicuro di sé come sempre aveva insistito tanto, e lei non seppe opporsi. - Viene un ragazzo qui a casa nostra per te !? – Mamma Aarati non credette alle sue orecchie: suo marito e i suoi figli erano al negozio, lei stava in casa con due camerieri e con le altre figlie, Damini e Dela. - Padma….- La donna era nervosa, sapeva di dover dire qualcosa d’estremamente spiacevole alla figlia - ….Tu conosci la tua condizione, tu sai che non puoi…. Non ce la fece a finire la frase: tutte e due, madre e figlia s’abbracciarono piangendo. Ma bisognava fare qualcosa, Namo stava arrivando.La signora Aarati decise di telefonare al marito e dopo pochissimi minuti la famiglia Mahal era tutta riunita nel salotto per ricevere Namo. Padma tremava come una foglia. Anche Namo era molto nervoso mentre suonava il campanello di casa Mahal. Gli aprì la porta la signora Aarati: - Buongiorno. Io sono Namo Begam e sono qui per Padma.- La signora Aarati non rispose, ma non per maleducazione: il suo sguardo appariva stranamente più preoccupato che pieno di rabbia. Accennando un lieve sorriso accompagnò il ragazzo nel salotto, dove era riunita tutta la famiglia Mahal. Namo si sentì un po’come un animale preso in trappola, ma vedere Padma con gli occhi pieni d’amore lo calmò: -Namaste . – Pronunciò Namo facendo un leggero inchino. I Mahal risposero al saluto, dopodichè il capofamiglia invitò il ragazzo a sedere . Gli fece portare un tè e poi parlò: - Namo, di nome conosciamo la tua famiglia e sappiamo che siete gente onesta e lavoratrice. So che sei qui per Padma e io in un’altra situazione ne sarei felice e fiero, anche nostra figlia sa bene quanto dolore mi dia parlare così, ma purtroppo il karma di Padma non vuole per lei nessun uomo, nemmeno te Namo. Lei è destinata a Dio.- Namo ascoltò incredulo le parole del padre della sua amata, ma erano parole che non voleva capire, che non voleva sentire: -Non si può giustificare un karma che vuole negare l’amore fra me e sua figlia, Mahal sahib, il mio Dio non vuole questo. Io continuerò a frequentare Padma e nulla e nessuno lo impedirà.- - Namo, io….- - Taci Padma! Non abbiamo più niente da dirci da dirci giovane Begam.- Stavolta fu un cameriere ad accompagnare alla porta Namo. Appena uscito, Namo ebbe per la prima volta nella vita l’istinto di piangere. Più che le parole del padre di Padma lo avevano ferito gli occhi rassegnati della sua amata. Poco distante, attento a non farsi vedere, c’era Kudrat. Padma da quel triste giorno non andò più alla Allerton High School, l’unico segno di vita lo manifestò con un sms in cui pregava Namo di dimenticarla. Il giovane non dava ai famigliari nessuna spiegazione della sua tristezza, ma loro, grazie a Kudrat, sapevano tutto o quasi, e un giorno, esasperati, decisero d’intervenire. - Namastè! Io sono Chandi Begam, il padre di Namo.- - Namaste a voi Begam sahib. Capisco la sua preoccupazione di padre, ma io ho già spiegato tutto a Namo: Dio ha voluto onorarci dando alla nostra famiglia un essere puro e bello e noi lo dobbiamo mantenere tale, per farla arrivare alla fine del suo karma e del nostro. Namo ha compreso la grandezza dell’animo di Padma, più della sua bellezza esteriore, ha conosciuto di conseguenza l’amore, ora non lo deve ricambiare con l’egoismo ma con la comprensione.- - Mahal sahib, voi dite che vostra figlia è sacra ma io vi rispondo che se su questa terra c’è un solo essere divino questi è mio figlio Namo. Voi dovete credermi quando vi dico che a lui dovrebbero rendere omaggio tutti, e se lui concede l’onore ad una qualsiasi ragazza di entrare nel suo cuore, la ragazza in questione non solo non deve rifiutarlo, ma deve ringraziare la sacra Trimurti per questo ! – Il signor Chandi era veramente fuori di sé: - Non abbiamo più niente da dirci Begam sahib.- Esclamò con determinata pacatezza il signor Mahal. - Tu sei un blasfemo peccatore ! – Le mani di Chandi Begam si serrarono sulla gola del suo interlocutore. Muni Mahal, uno dei figli , aveva fra le mani le forbici usate per tagliare la stoffa d’un abito da uomo; non si rese nemmeno conto di ciò che faceva, tuttavia per salvare il padre ne uccise un altro. Il signor Mahal guardò sconvolto Chandi Begam agonizzante. Era immobile,sotto choc. Kudrat invece, dopo un attimo, con le lacrime agli occhi lasciò sul pavimento il corpo del padre, gli estrasse le forbici dallo stomaco e con queste sgozzò il signor Mahal. Era notte fonda, Namo e Padma stavano ognuno davanti alla finestra aperta della propria camera, forse a rimirare la luna. Al pianterreno delle loro case famigliari e amici piangevano i rispettivi morti. Loro due non piangevano, non sapevano perché, nei loro cuori più che il dolore c’era la consapevolezza d’un destino che si stava avverando. Fino a quel momento avevano vissuto una normale vita terrena, custoditi dalle loro famiglie come le reliquie di un santo, ma ora sapevano cosa dovevano fare: lentamente si spogliarono alla fioca luce lunare, abbandonarono le vesti sul pavimento, come a significare un addio, e si posero in piedi sul cornicione delle loro rispettive finestre. Si riempirono tutti e due i polmoni di quanta più aria possibile e poi, ormai pieni del coraggio che gli serviva, si gettarono nel vuoto. Non avevano molta dimestichezza col volo, le loro famiglie avevano paura che qualcuno li vedesse, ma ben presto salirono alti sbattendo le ali sui tetti della città, si videro da lontano e mano nella mano si diressero verso la loro vera casa, nel cielo. La luna li prese in un abbraccio e li accompagnò . Frances era come ipnotizzata: - Ti è piaciuta questa storia? – - Oh Roger, è bellissima. Esistono dunque gli angeli? – - Certo Frances ! Perché, tu chi pensi di essere? – Frances gli sorride, lo prende in un grande abbraccio e poi l'attira su di sé .
  6. Mister Frank

    La setta dei traditori

    Titolo: La setta dei traditori Autore: Davide Napolitano Casa editrice: Autopubblicazione (Amazon) ISBN-10: 1088671594 ISBN-13: 978-1088671597 Data di pubblicazione: 12/08/2019 Prezzo (cartaceo): 7,99 euro Prezzo (ebook): 0,99 euro Genere: Fantasy Pagine: 236 Sono passati quattordici anni dalla grande guerra che ha messo fine al dominio del Tiranno Darza, ma ancora il mondo di Merawen non ha trovato pace. Eolin, elfa guerriera di stirpe zanitiana, sta cercando la verità sulla scomparsa dei genitori. Ma la misteriosa Setta dei Traditori, i cui membri sono votati a una missione sanguinaria e terribile, vuole catturarla. Per compiere i propri oscuri piani, la Setta ricerca disperatamente Eolin, che, a quattordici anni, è la portatrice di un antico potere logomantico. E anche se l'elfa riesce continuamente a sfuggire alla Setta, niente è ciò che sembra. Link all'acquisto: https://amzn.to/2lCeuKO
  7. Ida59

    Il segreto di Ida

    Seguendo il gradito consiglio di @Kikki nella mia presentazione, vi segnalo il mio blog personale Il segreto di Ida E' un blog per scrittori e aspiranti tali, dove scambiarsi informazioni e trucchi del "mestiere", ma anche per lettori (ci sono i miei racconti e le poesie, le mie tante fanfiction, tutte le informazioni e alcuni brani del mio romanzo fantasy *Editato dallo Staff* pubblicato ad aprile 2019e di quello che sto scrivendo) e per tutti coloro che hanno piacere di condividere ciò che scrivono, nonchè dare e ricevere consigli sulla scrittura e la lettura. E' una specie di caffè letterario on line, dove si parla di argomenti che riguardano la scrittura e la lettura, dove si può imparare, dare e ricevere utili consigli.
  8. Ospite

    Argento Vivo Edizioni

    Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: Fastbook Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  9. commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 13. Incipit: due ragazzi e Claire T. Oaks nel deserto Leonard sa che è arrivato il momento. Il sonno è la porta di accesso, e i suoi familiari defunti lo aspettano subito al di là di essa, nel sogno. Per questo la tira alla lunga il più possibile, prendendo persino qualche pillolina non meglio identificata per restare sveglio. Undici della sera, quindi. Bar dell’albergo, un Boulevardier davanti (il terzo), e una gran voglia di chiudere gli occhi. «Così lei sarebbe uno scrittore?» gli chiede la bella donna dai capelli lisci e biondi, in abito blu piuttosto scollato. Leonard non ricorda nemmeno quando si sia seduta accanto a lui. «Lo ero. Non ho scritto una parola negli ultimi quindici giorni.» «Che è successo?» Leonard scuote la testa, sempre più pesante. «È complicato.» «Le piace essere uno scrittore?» «Non saprei. È come respirare. Non mi chiedo se mi piace respirare.» La risata cristallina gli suona familiare, ma solo per un momento. Leonard si volta a guardarla. È davvero una bellissima donna, con appena qualche traccia di ansia negli occhi ma due gambe lucenti nella penombra vellutata del locale, e due piedi di classe in un paio di scarpe che tra le dita e le caviglie si avvolgono come un delicato ricamo dorato. Se non fosse così stonato dalla stanchezza, si sentirebbe inadeguato. La felpa col cappuccio, i jeans scoloriti e le scarpe da ginnastica che hanno visto giorni migliori, non fanno certo una bella figura accanto all’eleganza di lei. «Pensa che il suo sia un lavoro utile?» «Che strana domanda.» Lei alza le spalle e sorseggia il drink. «Devo andare» le dice, «ho un appuntamento con delle persone.» «Peccato. Magari ci rivediamo.» «Lo spero. Riconoscerò il suo profumo, immagino.» «Ahahah, che carino. Arrivederci Leonard.» Lui si è già incamminato verso gli ascensori, per raggiungere la sua camera, ma si volta. «Come fa a sapere il mio nome?» «Non importa, vada, la stanno aspettando.» «Sì, lo so.» Leonard si sveglia nell’anticamera della sua metafora scrittevole, sopra un divano con tessuto a fiori dei primi del novecento che gli ricorda tanto quello della casa in cui ha trascorso la prima infanzia. Suo padre, Bernard, era appassionato di qualsiasi pezzo di legno avesse almeno due o tre tarli dentro. La stanza è lunga e stretta, quasi un corridoio. Le finestre lo sono altrettanto, subito sotto il soffitto. Impossibile vedere fuori, perché stanno troppo in alto. Più avanti c’è una vecchia poltrona rossa, di nessun valore, con Godz seduto tra i due cuscini. Godz è il pupazzo di Godzilla da cui Leonard non si separava mai, da bambino. In fondo alla stanza, contro la parete stretta, è appoggiato il vecchio scrittoio inglese a serranda su cui ha cominciato a scrivere. Quello lo faceva impazzire. Suo padre diceva che veniva dal set di The front page, il film di Billy Wilder con Jack Lemmon e Walter Matthau, lo stesso in cui Hildy Johnson, il giornalista, nasconde Earl Williams, l’evaso. Sua madre è seduta lì, e sta scrivendo. «Era ora che arrivassi» dice, chiudendo il quaderno e voltandosi verso di lui. «Ho preso qualche appunto. Direi che possiamo cominciare.» «Cominciare che cosa?» «Tu comincia con l’attraversare quel cazzo di parete e poi vediamo.» Leonard deglutisce e si approssima alla parete lunga, completamente libera. Vi posa sopra le mani. È fredda. «Mi sa che sei un po’ arrugginito. Ti toccherà spingere un bel po’, eh.» Leonard aumenta la pressione. Niente. Aumenta ancora. Niente. Usa tutta la forza che ha e finalmente qualcosa comincia a cedere, ma quando molla lo fa di schianto e si ritrova proteso in avanti. Chiude gli occhi. Sua madre esulta alle sue spalle con un gorgheggio da mandriano. Leonard si aspetta di ritrovarsi nella luce azzurra, crepuscolare della camera di scrittura – la metafora che lui stesso ha creato per visualizzare il suo approccio alla scrittura - ma quello che lo abbaglia all’improvviso è il sole del deserto intorno a Las Vegas. L’interno in cui si ritrova è quello di una Caprice argento dell’82. Lui è seduto accanto al posto di guida, dove invece c’è una Claire T. Oaks più giovane, immobile come una fotografia. Ha uno sguardo cupo, fisso sul deserto davanti a sé, le labbra serrate, le mani aggrappate al volante. Sembra in procinto di dover fare qualcosa di sgradevole, ma non muove un muscolo. Leonard segue il suo sguardo, attraverso il parabrezza impolverato, e vede due ventenni, forse meno, a circa quindici metri di distanza. Sono usciti da una Dodge Charger identica al generale Lee - l’auto dei fratelli Duke nel serial Hazzard – ma senza i numeri stampati sulla portiera. Lei è bionda e carina, lui è rasato e tatuato e gira a torso nudo per mettere in mostra la pelle istoriata. Stanno evidentemente aspettando Claire, ma anche loro sono immobili, come in una fotografia. «Ok, questo è l’incipit della nostra storia.» Leonard sussulta e si volta verso l’immagine congelata di sua madre alla sua sinistra, perché la voce che ha sentito è indubbiamente la sua, ma subito dopo si rende conto che è arrivata dal sedile posteriore e quindi si volta. Ed ecco una seconda Claire, seduta dietro, che parla e si muove. «Mi spieghi che cazzo sta succedendo, mamma?» «Non l’hai capito? Ti sto mostrando l’inizio della storia che dovrai scrivere.» Leonard alterna lo sguardo tra la figura di sua madre più giovane - seduta davanti, in fermo immagine - e quella dietro con tutti gli anni che dovrebbe avere, che gli sta parlando. «Fra poco questa storia prenderà vita e tu potrai vedere quello che è successo, e poi scriverne. Però ti avviso, è incompleta. È così che si formano le storie nella tua mente, no? Le idee si aggiungono una alla volta.» «Non necessariamente, ma… di che storia stiamo parlando?» «Della mia, di Peter e di Janine.» «Queste cose sono successe davvero?» «Sì, quello che vedi è accaduto realmente.» Leonard comincia faticosamente a realizzare, osservando di nuovo ogni particolare che lo circonda con più attenzione. «Sei pronto?» «Pronto è una parola grossa, in queste circostanze.» «Forza, scendiamo dall’auto, così vedi meglio.» Nello stesso momento in cui Leonard apre la portiera, anche la Claire seduta al posto di guida prende vita e apre la sua, e quando cammina sulla sabbia insieme a lei, verso i due sconosciuti della Dodge, si rende conto che la seconda Claire, quella parlante, più vecchia, è svanita nel nulla. A circa sei, sette metri dai due ragazzi, che hanno mosso appena qualche passo per venir loro incontro, Leonard è costretto a fermarsi, come se una lastra di vetro trasparente gli impedisse di proseguire. Sua madre invece avanza tranquilla incontro alla coppia. «Chi cazzo sei tu, eh?» la apostrofa il giovane a torso nudo. «Dov’è il professore?» «Peter ha mandato me per risolvere la faccenda.» «Non se ne fa niente. Doveva presentarsi di persona. Ero stato chiaro in proposito, cazzo.» Il giovane è molto adirato, ma Claire continua ad avanzare verso di loro, senza esitazione. «Perché non è venuto lui?» chiede la donna. Anch’essa sembra contrariata, osserva Leonard, ma è come se recitasse, come se in realtà fosse sollevata. Sua madre risponde solo quando è abbastanza vicina, e lo fa estraendo contemporaneamente da dietro la schiena una pistola che non è quella d’ordinanza. «Perché lui non ce l’ha una pistola, cara, e comunque non avrebbe il coraggio di usarla.» Il giovane tatuato porta d’istinto la mano dietro la schiena, a sua volta, ma Claire gli punta contro l’arma e gli intima di consegnarle la semiautomatica calibro 22 che voleva estrarre. Appena lo ha disarmato, costringe entrambi a voltarle le spalle e inginocchiarsi nella sabbia. «Ehi, mamma, che hai intenzione di fare?» mormora Leonard. Claire si volta un attimo verso di lui, e lo guarda - nei suoi occhi c’è un rimpianto infinito -, poi la donna sospira e solleva la sua pistola. «Mamma, no!» urla Leonard. Claire spara alla testa della ragazza, per prima, e subito dopo al ragazzo. «Ma che cazzo…» Leonard chiude gli occhi d’istinto, sconvolto, e si risveglia nella sua camera d’albergo, sudato e ansimante. continua
  10. albertopanicucci

    XXVI Trofeo RiLL - il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2020 le iscrizioni per il XXVI Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, organizzato dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, col supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, attiva dal 1992, il Trofeo RiLL è un premio per racconti di genere fantastico. Possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, racconti di ogni tipo, purché siano (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. I racconti partecipanti sono oltre 250 a edizione (nel 2019: 345 racconti), scritti da autori residenti in Italia e non (nel 2019 oltre che dall'Italia sono arrivati racconti da: Australia, Brasile, USA, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Svizzera, Ungheria). La partecipazione al concorso è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Ogni autore può partecipare con una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Tutti gli autori/ autrici partecipanti devono però iscriversi all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (costo: 10 euro a racconto). Inoltre, dal 2015, non possono più partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro). I migliori racconti del XXVI Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun contributo/ costo per i rispettivi autori) nell’antologia 2020 della collana Mondi Incantati – Racconti fantastici dal Trofeo RiLL e dintorni, che sarà presentata in occasione del festival internazionale Lucca Comics & Games 2020. Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: – in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; – in Spagna, su Visiones, l’antologia annuale dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); – in Sudafrica, su PROBE, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa. L’autore del racconto primo classificato riceverà 250 euro da RiLL. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. I racconti partecipanti saranno valutati in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome degli autori), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati”. Fra i giurati dell’edizione 2019 del Trofeo RiLL: gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; gli accademici Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma) e Arielle Saiber (Bowdoin College, Maine – USA); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Tutti i partecipanti al XXVI Trofeo RiLL riceveranno copia omaggio dell’antologia “LEUCOSYA e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Quality Games, 2019, collana “Mondi Incantati”), che prende il nome dal racconto vincitore del XXV Trofeo RiLL, scritto dalla romana Laura Silvestri. Il libro propone dodici storie: i migliori racconti del XXV Trofeo RiLL e di SFIDA (altro premio organizzato da RiLL nel 2019) e i racconti vincitori di quattro concorsi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Inghilterra, Irlanda, Australia e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della serie “Mondi Incantati” sono disponibili per l’acquisto su Amazon e Delos Store, oltre che (a prezzo speciale) su RiLL.it La cerimonia di premiazione del XXVI Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2020, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni si rimanda al sito e all’e-mail di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  11. Kirana

    Il padrone del nulla. Chi sei?

    Commento Commento prima parte Qui seconda Qui terza Qui Di punto in bianco un’arietta l’infreddolì, gli occhi mezzi vivi notarono il dondolio della grigia tenda, e in ritardo capì: la finestra era aperta.  Ai piedi del letto, tra le ombre della mobilia, riconobbe una sagoma riflessa dallo schermo sullo scrittoio e in forse si chiese: – Da quando Anna ha i fianchi fini?– La risposta innescò una tarantella con le coperte che travolse anche Miky. L’allarme di quei ‘miiiihaooo’ fu un invito a seguirlo nel fuggi fuggi, ma l’orgoglio da ‘maschio di casa’ lo piantonò sul tappeto con in mano la lampada del comodino. Gli occhi puntati su quella schiena l’avvertirono dello scatto alla finestra, e per non farlo scappare ingoiò la fifa tirando fuori un ruggito: “ Fermo!”. Il cuore girava sui mille, eppure l’aveva convinto, quel qualcuno non oltrepassò la tenda. Per farsi temere doveva mostrarsi forse e con mezzo passo avanti e uno indietro aggirò la tavarca dicendo: “ Chi sei? Non ci sono gioielli in cas..”; ma la voce si mozzò tra i denti. Davanti aveva una giubba nera e con l’aiuto delle luci della prima sera mise assieme un cappuccio. Un indizio raccolto dal pensiero che con un gancio lo colpì allo stomaco pur di uscire prima di bocca: “ Sei il ragazzo di stamattina?” Di riflesso quel profilo si volse svelando appena la bianca punta del naso assieme al mento; attimo scelto dal sussurro del vento per entrare in scena. Nello scompiglio il cappuccio scappò da quelle mani cascando sulla nuca, e dai lati scesero ciocche; pennelli di colore che arricchirono la tavolozza del tramonto con un tocco d’ambra. Alla svelta quella tonalità diede anche vita al nulla da sorpresa in testa, e una vocina si fece grossa: – Li porta lunghi sto ragazzo –; quando la certezza dell’opposto arrivò come un lampo con a seguito la scarica, tanto intensa sulla pelle che mollò la lampada. Il ruzzolo tra il tappeto finì contro il piede, e il fastidio gli diede una conferma: dal letto si era alzato, difronte aveva davvero quella ragazza accarezzata dal brusio delle foglie. Una scia che percorse il silenzio per stuzzicargli il viso con un aroma, e il gioco del ‘so cos’è’ partì. Musica abbinata Il già sentito profumo lo condusse a vela tra l’oceano racchiuso in quegli occhi. Mare di un canto da sirena, capace d’ingannarlo nella perla di un sogno celata dal drappo dei secoli, cui velo dopo velo scartò, fin quando l’inesistente istante presente divenne. Allora come ora si trovò all’impiedi; i meandri della stanza erano mostri al buio domati da un malato riflesso alla finestra, dove una schiena vestita da intrecci d’oro attendeva il sole. Il solo pensiero di restare a mirarla bastò per mandare la vista a fuoco; il dolore della carne in consumo non lo piegò, e il canto ascoltato fu acqua sulle ferite. Quella voce aveva un nome nato per ridurgli in cenere il petto, ma con forza ordinò alla lingua di chiamarla a sé. Il nero metallo della cieca prigione di quegli occhi si scontrò con i suoi per ricordargli la condanna, e in gola sentì salire veleno al sapore di riscatto. La corona era una benda col marchio di guerra, riparo per la salvezza della sua indegna stirpe dal raggio di quel volto, unico in grado di sorgere tra l’oblio della natia terra. Un luogo padrone dei divieti che sopra ogni legge invocò pur di stringere tra le mani il coraggio per liberare quegli occhi, abili a curare qualsiasi male. Eccezion fatta per la pena da natura inflitta, cui bieca negava loro il dono di un solo sguardo. Di colpo l’intreccio di vite riflesse si ruppe; il canto smise di raccontare; e gli abissi della mente fecero conchiglia sulla gemma dei ricordi. Il tonfo di qualcosa lo mise sull’attenti, dei rumori provenivano da sotto. La volontà di muoversi si era inceppata; senza un perché dovette battersi a braccio di ferro contro la statua del suo corpo, mentre la ragazza si destreggiava con le ante. Lo shock di vederla sul parapetto funzionò da leva sbloccando per prima la lingua: “ No! Aspetta”, ma a seguito il passo a mummia ebbe delle conseguenze: quella gamba fu più svelta a uscire. La paura lo mummificò di nuovo; se voleva riscrivere il finale doveva seppellire l’irruenza, e nello scavo provò a racimolare il giusto tono: “ Non scherzare è troppo alto; non dirò a nessuno che sei qui, se è questo che ti preoccu..”; parole frenate dall’orecchio. Dal basso il pestare delle scale gli sembrò un lamento sopra la voce di Anna: “ Samuel! Stai ancora dormendo?” La soluzione era in fase di studio, ma la necessità di calmare la ragazza parlò: “ La faccio andare via, non preoccuparti; appena torna sotto, potrai uscire dal garage”. Finalmente era riuscito a guadagnarsi la sua fiducia; quella posa a cavalcioni non oltrepassò la finestra, e sicuro del ripensamento diede il via a una gara verso la porta. Prima d’affrontare Anna preferiva vederla in camera, quel forse sì forse no lo snervava, tanto che per dargli una spinta emotiva bisbigliò: “ Torna dentro! Ci metto poco”, affacciandosi poi con mezzo busto sul corridoio. Con un sorriso ricevette il respiro grosso di Anna già all’ultimo scalone e dopo un ‘fiuu’ ascoltò: “ Non dovevo fermarmi da Maria, ho fatto tutto di fretta. Pensavo di trovarti in salotto; tutto bene?” Pur di tagliare quelle chiacchiere disse: “ Mi sono appena svegliato; dovevo essere stanco, è quasi ora di cena giusto! Che ne dici di pollo e insalata?” Quello sguardo interrogativo anticipò un:“ Hai una faccia strana. Che altro è capitato?” Dietro un: “Niente di nuovo”, nascose i timori e di seguito sentì: “ Hai bisogno di una tisana delle mie, sembri ancora scosso. Non ricordo se é rimasta lavanda; scendo a controllare. Aspetta! Fammi prendere le cose da lavare, prima”. Il clamore quasi lo tradiva, e a stento confinò un urlo nel petto per dire: “ Porto tutto io, è poca roba”. Su quella fronte vedeva scritto ‘questo non è Samuel’, quando uno struscio alla gamba lo distrasse. Con il jolly di Miky nella manica poteva ancora farcela e di tacco si scostò per farlo sgusciare. Aveva vinto; d’incanto vide i sospetti di Anna annegare nel brodo di giuggiole di un: “Amorino, ecco dov’eri finito. Hai fame?”, e in un battito di ciglio quella coda a punta tutta ‘miaho’ l’accerchiò. Tra il loro parlottio sfogò un sospiro, solo di striscio s’accorse dello stop di quel dorso al primo gradino mentre ascoltò: “ Stasera c’è Don Mattia, faccio presto a cucinare; non metterci una vita per scendere”. Un gesto fu sufficiente e quel duetto a sei piedi proseguì scortato dalla sua impazienza, finché il maglione turchese di Anna scivolò assieme al chiacchiericcio oltre l’arco dell’atrio. Sentire il giro della toppa sotto le sue mani fu un sollievo; il tempo di un respiro e la calma scomparve tra una bolgia di ipotesi, tutte in gara per rispondere al perché quel nuovo aroma era finito nella stanza. Visto l’esperienza decise d’affrontarla a occhi bassi; per fermarsi aspettava di vedere un piede, alzandosi di quota una gamba, fin quando il rimbalzo tra le pareti vuote gli diede alla testa. Nella corsa alla finestra sputacchiò un balbettio senza senso ricco d’incredulità, la stessa che quesì lo rese cieco. Gli ci volle un sospiro, e i colori del giardino tornarono quelli di sempre, nulla sembrava diverso fuorché il letto di foglie accanto al vicino albero. Quei sottili rami avevano retto alla funivia della ragazza, nessun ceppo spuntava dal giallo, ma il brivido da pazzia lo teneva ancora appeso all’albero. Un’agonia da cui si staccò per guardarsi in giro; il cancello attorno alla tenuta era distante, e la speranza di snidarla da qualche angolo lo fece torcere di qua e di là, quando una macchia s’aggiunse allo scheletro di un albero a confine con la recinzione. Il busto s’allungò tutto a destra; l’idea di corrergli dietro prese piede, eppure la danza di quell’acrobata su in cima l’affascinò; era tornato un bambino al circo che davanti all’esibizione dei funamboli attacca le mani alla sedia a ogni mossa. L’unica a non risentire dell’ipnosi fu la bocca, cui andò in cerca di un nome in grado di colmare la distanza; in gola accolse la scia di una ‘a’, poco dopo interrotta dalla lingua per lasciar parlare quel cappuccio rivoltosi a sé. Il camuffo delle ombre non fu d’intralcio; l’impronta di quegli occhi camminò da padrona sul velluto della sera fino a imprigionarlo in un abbraccio; un addio caro al petto tanto da rubargli un battito. Non aveva dubbi: a oltrepassare il cancello era un’estranea, ma l’aria di fine ottobre alla finestra si scaldò col suono di una promessa: “ Ti ritrovo!”.
  12. Salve a tutti, ho deciso di aprire questo post perché potrebbe essere utile non solo a me, ma anche ad altri autori, specificatamente di fiabe e favole. Insomma agli autori di tutte quelle opere in cui l'aspetto visivo è fondamentale. Il mio deficit consiste nel non saper disegnare, tanto meno illustrare, quindi le mie fiabe potrebbero solamente essere pubblicate in antologie prive di illustrazioni, come è già successo. Alla luce di questo, chiedo se qualcuno conosca case editrici (ovviamente free) che abbiano anche illustratori loro. Voglio dire case editrici che, una volta aver accettato le fiabe, si occupino di tutto, anche di farle illustrare. Grazie della vostra cortese attenzione. Paola
  13. Luca Morandi - Aratak

    La Ruota Edizioni

    Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Romanzi di narrativa; Fantasy; Horror; Antologie; Sillogi poetiche; Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: per email a proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Dal sito: al momento le selezoni sono chiuse, riprenderanno dal mese di marzo 2020.
  14. zazeli80

    I Destinatari - Elisa Piccinelli

    Titolo: I Destinatari Autore: Elisa Piccinelli Autopubblicato: Amazon Formato: ebook ISBN: 979-12-200-3398-5 Data di uscita: 27.06.2018 Prezzo: € 2.99 Genere: Fantasy Quarta di copertina: L’incredibile avventura di Emily comincia alla sua morte quando, catapultata in un mondo del quale ignorava l’esistenza, viene messa davanti a tre possibilità: Reincarnarsi, rimanere Anima Semplice o diventare Destinatario. Scelta la terza opzione, Emily si trova fra le mani la vita di un essere umano da monitorare, il suo Protetto Alexander. Una volta scoperto che anche un sistema apparentemente perfetto può avere le sue falle, Emily imparerà ad affrontare le prove che la sua nuova esistenza le presenterà, tra mille difficoltà, nuove amicizie, cambiamenti drastici e un amore impossibile. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/I-Destinatari-Elisa-Piccinelli-ebook/dp/B07F1V6T17/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1530199108&sr=8-1&keywords=elisa+piccinelli
  15. Roberto Ballardini

    On Writing 12. Folliem et impera

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 12. Folliem et impera La registrazione vocale arriva alle 6:46 del mattino. Nel silenzio preservato all’interno dell’appartamento dagli infissi ad isolamento acustico, il segnale sonoro riempie la camera. In risposta, si leva dal letto un’eco sotterranea e sofferta. Il braccio sottile di Kate Zucker emerge simile a un periscopio. La mano si piega sul polso come la testa di un cigno sul collo affusolato, e va in cerca del cellulare sul comodino. Le dita vi si chiudono a becco, e lo trascinano in immersione sotto le lenzuola. Giusto il tempo di controllare il display e Kate emerge con lo slancio di un delfino dall’acqua. Spinge le coperte da una parte e attraversa scalza la camera, dirigendosi verso la borsetta sulla sedia, e sul telefono all’interno, quello che usa per chattare come Christine Apple. La foga è dovuta al fatto che nessuno dei suoi contatti si alza prima delle otto e quindi il messaggio whatsapp è con tutta probabilità quello che aspetta con ansia da… «Leonard! Mioddio, mioddio, è lui.» Quindici minuti e quarantasei secondi di registrazione vocale. Kate ha addosso il costume da Godzilla usato all’ultimo cosplay, tanto morbido e comodo che da allora non se ne è più separata, riciclandolo come pigiama (anche perché i piedi dentro le zampe rimangono caldi). Il testone verde scuro è posato sul secondo comodino, e digrigna i denti coperto dalla polvere degli ultimi sei mesi. I capelli color noce dorato che non si scompongono più di tanto nemmeno nel sonno, sono sparsi sulle spalle e sulla schiena e circondano il bel collo lungo, come un mantello. Kate sbadiglia, pulisce col mignolo le caccole nel dotto lacrimale, e nel frattempo fissa il display. Ha aspettato per giorni quella risposta, e ora che è arrivata – quando ormai aveva perso le speranze – non ha il coraggio di ascoltarla. Il problema più grosso di un aspirante scrittrice in fondo è proprio quello di non voler mai parlare della propria scrittura, ne è consapevole. Tuttavia la paura di vedersi smontare le proprie illusioni è più forte della speranza di sentirsele confermare. In altre parole, meglio negare ciò di cui, dentro di sé, ha già il sospetto. Non sono pronta, pensa. Una critica negativa prima di aver fatto colazione potrebbe persino ucciderla, così lascia cadere il telefono nella borsa e va verso il bagno, pizzicando con due dita le mutande che si sono infilate tra le natiche (una delle cose che non capirà mai, è come facciano le chiappette che si ritrova a fagocitare regolarmente la biancheria intima). Si sciacqua la faccia, tira giù i pantaloni da Godzilla e fa la pipì, tira lo sciacquone e poi, di colpo, BAM, si decide. «’Fanculo. È un buon giorno per morire» mormora dirigendosi a passo deciso verso la camera, per recuperare il telefono, senonché suona anche l’altro cellulare, quello che adopera normalmente. Esita qualche secondo, chiedendosi chi possa essere a quell’ora, e poi risponde. «Ciao, Kate.» La voce sepolcrale dall’altra parte, nella solitudine e nel silenzio del momento, le agghiaccia il sangue. È quella di Vincent Murd Oaks, the millionarie. Suo padre lo ha sempre chiamato così e lei lo stesso, di conseguenza, anche se tecnicamente è suo nonno. «Ascoltami, tesoro, non c’è molto tempo. Tuo padre ha avuto una ricaduta.» «Oddio, che ha combinato questa volta?» Kate si morde le labbra, pentita di averlo chiesto, perché ha come il presentimento che… «Ne ha fatti fuori altri due.» «Cazzo!» Il vecchio osserva una manciata di secondi di silenzio, in segno di disapprovazione, poi continua. «Devi andare là subito. Ho già avvisato lo zio Boob» dice, slittando come sempre sulla vocale. Malgrado Robert Oaks sia suo figlio, usa il termine zio come un militare userebbe il grado gerarchico. Tipo generale o colonnello. «È ancora il migliore per risolvere questo genere di cose, ma, be’, sai com’è fatto, no?» «Sì. Imprevedibile.» «Appunto. Senti, hai diciannove anni, ormai, e devi cominciare a prenderti cura della famiglia. Ora ti spiego come gestire la situazione affinché noi si possa ritrovare tuo padre e riportarlo a casa prima che qualcun altro si faccia male.» Questo è un eufemismo, pensa lei ricordandosi dell’ultima volta in cui suo padre ha sbroccato con le sue storie medioevali. Kate non ha nessuna voglia di assumersi le sue responsabilità, di qualsiasi tipo esse siano, ma suo padre le ha sempre insegnato a non contraddire mai nonno Vincent, per nessuna ragione al mondo. Se possono permettersi un certo tenore di vita, in fondo, non è di sicuro grazie ai romanzi di Willem Zucker. Di questo è consapevole, anche se lo ha dato sempre per scontato. Per un momento, Kate si vede lì in piedi col costume da dinosauro postatomico, e rischia di lasciarsi sfuggire una delle sue grasse risate, ma si trattiene. «Va bene. Dimmi cosa devo fare.» Quando Kate arriva alla villa di suo padre, a Echo Park, zio Bob è già sul posto. Alto e segaligno nel giacchetto di camoscio, camicia a quadri, jeans sbiaditi e stivali messicani decorati a mano. Quegli indumenti sono come un'uniforme, per Bob, malgrado si sia congedato da almeno dieci anni. I capelli a spazzola sembrano una corona di oro bianco su un viso ossuto e abbronzato, forgiato dal vento. «La cucina è un casino, Kate, e non perché siano rimasti i piatti da lavare» la informa, e poi le permette di affacciarvisi, come se non fosse più la ragazzina che tutti vezzeggiavano, ma un’adulta fatta e finita per cui non sia necessario nessun riguardo. Lei non sa se esserne contenta o meno, frastornata com’è dalla piega che ha preso la sua vita nelle ultime due ore. La registrazione vocale di Leonard è ancora nel telefono dentro la borsa, dimenticata. Lo scenario le strappa un’esclamazione di orrore, e le riporta alla mente quello dell’incidente precedente, quando era stata lei stessa, ancora quattordicenne, a scoprire il macello compiuto da suo padre all’apice della follia. Francisco, il giovane sous chef, sta inchiodato al frigorifero da tre dardi piantati nel petto in ordinata successione. È facile riconoscervi il tocco raffinato e letale della Chu-Ko-Nu. Il peso del corpo ha prima aperto lo sportello e poi inclinato il frigorifero, e rovesciato tutto il contenuto sul pavimento. Un disastro. Se l’elettrodomestico non si è rovesciato è solo perché è incassato sotto i pensili. Olga, la cuoca norvegese, invece, è stesa sul pavimento, con un’unica freccia nell’occhio sinistro. Evidentemente suo padre doveva averci preso la mano, col secondo colpo. Zio Bob, intanto, sta trattando con i domestici, radunati intorno al tavolo dove è posata la borsa piena di contanti con i quali Vincent Oaks ha disposto di comprare il loro silenzio. Stesso copione della volta prima. Si sono tutti pagati parte del mutuo sulla casa, con le intemperanze di Willem Zucker, ma questa volta Arimondo, uno dei maggiordomi più giovani, sembra voler alzare la posta. «Stai contrattando con me, muchacio?» dice zio Bob, freddo come un serpente. «Be’, Francisco era mio amico, sa com’è.» Bob lo guarda fisso per qualche secondo, ma lui non si fa intimidire e tiene alto lo sguardo. «Facciamo così» dice Bob, infine, con un tono rassegnato. «Ti farò avere un piccolo extra per il piede.» «Il piede? Quale piede?» Bob mette una mano dietro la schiena, sfila la Glock17 silenziata e spara al domestico nel piede destro. Il ragazzo ulula di dolore e si rovescia all’indietro, subito sorretto dai suoi colleghi. «Chiaro il concetto?» urla l’ex militare affinché i domestici capiscano che si sta rivolgendo a tutti quanti. «Esta bien.» «No es problema.» «No se preocupe.» «No pasa nada.» Lo zio rimette la pistola nella cintura e raccoglie una lattina di birra dal pavimento, relativamente fresca. «Folliem et impera» declama guardando Kate, e lei non è sicura se la dubbia locuzione si riferisca a suo padre, ai domestici o a zio Bob stesso. «Tu non conosci il latino, zio Bob.» «Be’, ci siamo capiti, no?» sogghigna stappando la birra. Kate non ne è del tutto sicura, e preferisce tacere. continua
  16. Burt OZ Wilson

    Vanthúku

    Titolo: Vanthúku - Il risveglio del draghetto rosso Autore: Burt O.Z. Wilson Casa editrice: Independently published ISBN: 978-1793293183 Data di pubblicazione: 04 febbraio 2019 Prezzo: € 9,90 Genere: Fantasy Pagine: 260 Formato: Cartaceo Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/179329318X/ Quarta di copertina: Risentimento, egoismo, paura: la sorte alterata da forma umana a mostruosa, volta alla rinascita. Burt O.Z. Wilson presenta un fantasy senza scrupoli di eroi vigliacchi e predatori, dominato da sangue, acciaio, artigli e ossa spezzate, evocazioni di morte da polvere e roccia rossa. Nessun abitante dell’Impero conosce Vanthúku: le terre rosse oltre le montagne est, un tempo dominate dai grandi draghi estinti e i giganti del Mhòrk, ora avvelenate dai negromanti e infestate dai draghetti. Ma cosa succederebbe se i due mondi fossero costretti ad incontrarsi? E mentre antiche leggende raccontano di un errante nell’Impero ovest, e di un popolo delle ombre all'estremo sud, le terre rosse cadono al dominio di un uomo e all’unicità di un essere. Nel risveglio di forze antiche, scontri e tradimenti verso la supremazia di Vanthúku, s’intrecciano ambiguità, solitudine e rabbia di un soldato ripudiato e una donna portatrice di magia pura; di un furbo negromante e una coraggiosa guerriera; trafficanti mossi dalla cupidigia e uomini bestia. Qual è il vero nemico da combattere? Un libro che si lascia leggere in fretta, un'esperienza quotidiana raccontata come non lo fosse. Un fantasy parallelo al nostro tempo, nell'odio della diversità come paura e i sentimenti come motore ad affrontare la vita. Un viaggio dai risvolti spesso crudeli, ma vivi.
  17. Ngannafoddi

    Kappalab

    Nome: Kappalab Catalogo: http://www.kappalab.it/4-libri Modalità di invio dei manoscritti: http://www.kappalab.it/content/7-contatti Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.kappalab.it/shop Facebook: https://www.facebook.com/kappalabedizioni
  18. Roberto Ballardini

    On Writing 11. Rivalità

    commento ON WRITING Osservazioni romanzate sull’arte di scrivere 11. Rivalità L’alba di Los Angeles è insolitamente sanguigna, con punte color ruggine che intaccano le facciate vittoriane di Angelino Heights e i palmizi dal fusto lungo e sottile che costeggiano il Sunset Boulevard. Willem è fuggito dalle basse colline di Echo Park e dalla propria villa, dopo la notte movimentata in cui LL gli è apparso in veste di lupo. Una fuga decisamente rocambolesca, come testimoniano le macchie di sangue sui polsi della camicia, che lui bada a tener ben coperti sotto la giacca color sabbia. Dal sedile posteriore del taxi, vede una copia di Cacciatori e prede nel vano portaoggetti accanto al guidatore. La cosa lo infastidisce un po’ perché subito dopo non può fare a meno di chiedersi cosa proverebbe se al posto dell’ultimo romanzetto di Leonard (170 cartelle, tsè) ci fosse il suo ultimo romanzo (966 cartelle, cazzo). La guerra degli innocenti. D’altra parte il taxista pakistano non sembra certo il tipo che possa capire la sottigliezza e la meticolosità con cui Willem Zucker descrive gli usi e i costumi, le ambientazioni e gli oggetti, insomma l’intero contesto storico delle sue saghe medioevali. Ciò nonostante, non riesce a trattenersi e attacca discorso, consapevole della propria deleteria tendenza a farsi del male. «Si, mi piace lo stile di Oaks» risponde il taxista, che avrà suppergiù 34\35 anni, un paio di Ray-Ban Aviator dalle lenti azzurre antiriflesso e un cappello giamaicano. «Lo stile, figuriamoci» mormora Willem sbuffando sul sedile posteriore, con un moto di insofferenza. «Guardi che il ragazzo ne ha da vendere, sa.» «Il ragazzo ha 41 anni, come me.» «La facevo più vecchio. Forse per via della giacca, con quelle toppe sui gomiti. Lei lo conosce?» «Siamo andati alla Jefferson insieme. Era il mio migliore amico, e io il suo. O almeno, era quello che credevamo allora. Probabilmente eravamo soltanto i due studenti più strambi dell’università e avevamo bisogno l’uno dell’altro.» «Wow, non ci posso credere. Il migliore amico di Leonard Oaks sul mio taxi» esulta il pakistano, poi però ha subito un momento di ripensamento. «Non mi starà raccontando una cazzata, vero?» «Me lo ha chiesto lei.» «La Jefferson è a Charlottesville, in Virginia, giusto?» «Sì. Sono nato lì. Anche Leonard.» «Mmm, vi siete allontanati parecchio, eh?» «Mai abbastanza.» «Comunque io me ne intendo di stile letterario, sa. Ho letto un mucchio di roba.» «Libri.» «Prego?» «Si chiamano libri. Non è roba. Le parole hanno un loro peso specifico. Il fatto che nel linguaggio corrente siano stati introdotti vocaboli generici come roba, o cosa, o coso, o quell'affare lì con lo scopo di sopperire all’ignoranza generalizzata e garantire a chiunque la possibilità di esprimersi, non significa poi che sia lecito avvalersene in ogni circostanza, mi spiego?» «Non ho capito granché, sinceramente, però mi suonava vagamente ostile» replica il pakistano sbirciando diffidente lo specchietto retrovisore. «Cos’è lei, una specie di professore?» «Non lo dica con quella nota dispregiativa, la prego. Qualcuno potrebbe anche offendersi» osserva Willem con una smorfia di sufficienza, e si gira verso il finestrino. LL gli ha dato il potere, parole sue, di disporre dell’esercito esoterico ogni volta che Willem lo ritenga necessario, e a lui piacerebbe tanto far marciare gli Unjack sul Sunset, ora. Contemplare i riflessi sulfurei del sole losangelino appena sorto, sull’acciaio delle corazze e sulle lame delle alabarde. «Comunque, se le dico che Oaks ha un talento di prima categoria mi può credere sulla parola.» «Non ce n’è bisogno» replica Willem, assorto nella sua visione. «Non ho mai messo in discussione che Leonard abbia più talento di me, ma uno scrittore non è solo talento. È anche perseveranza, costanza, lavoro, studio e tanta, tanta abnegazione.» «Abnegazione? Ma lei sa quanti libri ha scritto quell’uomo in meno di dieci anni?» «Certo che lo so. Li ho letti tutti i suoi libri, io» dice Willem, con una punta di amarezza, rigirandosi tra le mani la lettera ormai spiegazzata che gli ha scritto Leonard. «Lui, invece, non ha finito nemmeno il primo, dei miei. E consideri che gliene mandavo una copia in regalo tutti gli anni.» «È uno scrittore anche lei?» «Anche lei? Sono io lo scrittore, tra noi due, non Leonard! Leonard è soltanto un pazzo visionario, un drogato di fantasia, una persona incapace di integrarsi socialmente che sopperisce alla solitudine con l’immaginazione.» «Guardi che ha fatto un sacco di soldi. A me sembra piuttosto integrato.» «Il fatto che lei pensi questo dimostra soltanto quanto sia venale e contraddittoria la società in cui viviamo.» «Sarà, ma ho la vaga impressione che a lei stia rodendo un po’ il culo, eh. Sarà mica che tra voi c’è una certa rivalità?» «È questo il punto. Non dovrebbe esserci. Io so che i miei libri sono infinitamente superiori ai suoi, sotto tutti i punti di vista. Lo so, questo, ok? E credevo lo sapesse anche lui. Credevo accettasse di buon grado tutti i miei consigli, perché in fondo fosse consapevole che i suoi libri erano solo immondizia per sottoculturati. E invece, sa cosa ho dovuto scoprire?» si mette a gridare sventolando la lettera di Leonard in modo che il taxista possa vederla nello specchietto retrovisore, anche se il pakistano non ci fa caso, fermo a valutare quanto possa risultare offensivo quel sottoculturati nei suoi confronti. «Che lui è convinto di essere uno scrittore migliore di me. Migliore di me! E che i miei libri, frutto di anni e anni di accurata documentazione e fatica, per lui non valgono nemmeno la pena di essere letti. Li adopera come fermaporta, capisce?» «Abbassi la voce, per favore.» Willem si lascia andare contro lo schienale e tira un respiro profondo, e poi un altro e un altro ancora. L’ira gli occlude le vie respiratorie. «Mi chiedo una cosa» dice il pakistano, scrutandolo ora nello specchietto con aperta ostilità. «Che cosa» chiede il medioevalista, al limite della sopportazione. «Se lei è così convinto della bontà delle sue opere, e della pochezza dei libri di Oaks, perché ho l’impressione che il suo parere sia così importante per lei?» Il respiro si ferma nella gola di Willem. «Non sarà che una vocina dentro di lei le stia dicendo che forse Oaks, tra voi due, sia il vero genio della situazione?» Will comincia a diventare cianotico. «E poi scusi, ma perché è così importante per lei essere migliore di lui?» Ecco. La domanda cruciale. Quella che Willem temeva di sentirsi porre fin dall’inizio di quella conversazione. «Le pare giusto?» «Cosa?» «Le pare giusto che io sia salito sull’unico taxi in tutta Los Angeles il cui autista dalla pelle decisamente scura, che porta un ridicolo cappello rasta e probabilmente qualche etto di marjuana nascosto nell’auto, abbia un quoziente intellettivo di qualche decimale superiore alla media e pensi di essere un critico letterario? E che quello di Leonard Oaks possa definirsi stile? Le sembra giusto tutto questo?» Sono le ultime parole pronunciate da Willem Zucker all’interno dell’auto, dopodichè si ritrova nel giro di pochi secondi estratto a forza dal veicolo, e sospinto sul ciglio della strada, a guardare attonito il taxista che apre il bagagliaio e gli butta sui piedi la pesante borsa da viaggio con dentro la Chu-Ko-Nu, la balestra cinese a ripetizione. O meglio, la sua variante francese, più elegante e cesellata. «La corsa fin qui la offre la casa, bello. E ora vedi di andartene affanculo, eh.» Il taxi si allontana velocemente nel traffico crescente di Los Angeles, mentre Willem si pulisce gli occhiali e si passa le dita fra i lunghi e radi capelli color orzo, convincendosi sempre di più che LL avesse ragione, la notte scorsa, e che Leonard Oaks abbia operato su di lui un qualche tipo di maledizione. «Ti troverò» mormora con una certa acredine che non provava più dall’ultima crisi - e finché ha preso le pillole azzurre del dottor Merrill, lo psichiatra. «E quando ti avrò trovato, dovrai rendere conto di tutto il male che mi hai fatto, bastardo.» continua
  19. Ngannafoddi

    Altrimedia edizioni

    Nome: Altrimedia edizioni Sito: https://www.altrimediaedizioni.com/ Catalogo: https://www.altrimediaedizioni.com/in-catalogo/le-collane/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.altrimediaedizioni.com/chi-siamo/pubblicare/ Distribuzione: Libro.co/Casalini Libri https://www.altrimediaedizioni.com/promozione-e-distribuzione/distributori/ Facebook: https://www.facebook.com/altrimediaedizioni
  20. Bango Skank

    "Hunter - Disconnettiti o muori" di David Fivoli

    Scegliti un nome. Indossa il biocasco. Entra in New Life. Il mio nome è Deb Aser. E questa è la mia storia. Titolo: Hunter Autore: David Fivoli Casa editrice: Rizzoli ISBN: 8817139874 Data di uscita: 03 settembre 2019 Prezzo: € 19,00 Genere: Fantascienza; Fantasy; Azione e Avventura Pagine: 400 Quarta di copertina: 2050. Il mondo non è mai stato così tranquillo. Talmente tranquillo che buona parte dell’umanità vive perennemente connessa a New Life, un universo virtuale composto da cento scenari diversi per atmosfere, ambientazioni, livelli tecnologici e abilitazioni magiche. Deb Aser, un ragazzo intenzionato a esplorare ogni scenario del Sistema, si registra assieme al suo fraterno amico Arizona, che sogna di diventare una stella dello Skullball, lo sport più seguito di New Life. Dopo aver sottratto una misteriosa pergamena a Kalea Koshir, una maga tanto bella quanto pericolosa, Deb si arruola nell’Accademia delle Ombre dell’enigmatico Shadow. È qui che si forgiano gli Hunter, combattenti formidabili capaci di destreggiarsi in ogni scenario. Terminato il suo apprendistato, Deb scopre che la pergamena è una mappa per arrivare a nove sfere, nascoste dal dottor Wong - il creatore di New Life - in alcuni degli scenari più pericolosi del Sistema. La ricerca lo porterà a confrontarsi con nemici insidiosi, cyborg psicopatici, magie devastanti e armi fantascientifiche, accompagnato dalla sua ambizione, dall’amore tormentato per Kalea e dalla vecchia musica rock caricata sul suo iPod, unico ricordo del padre. Soundtrack Disco 1 – Lato A 1. Debaser – Pixies 2:52 2. Salvation – Rancid 2:53 3. About a Girl – Nirvana 2:48 4. Death or Glory – The Clash 3:55 5. Anarchy in the U.K. – Sex Pistols 3:31 6. Bloodclot – Rancid 2:44 Disco 1 – Lato B 1. King Kong Five – Mano Negra 1:56 2. Lampshades on Fire – Modest Mouse 3:08 3. We Trusted You – Transplants 4:35 4. Downtown Train – Tom Waits 3:53 5. Mama, I’m Coming Home – Ozzy Osbourne 4:11 6. Paying My Way – Dropkick Murphys 3:55 Disco 2 – Lato A 1. Comfortably Numb – Pink Floyd 6:26 2. Hey, That’s No Way to Say Goodbye – Leonard Cohen 3:05 3. Stairway to Heaven – Led Zeppelin 8:02 4. Imagine – John Lennon 3:04 Disco 2 – Lato B 1. The Good, the Bad and the Ugly – Ennio Morricone 2:42 2. Glitter & Gold – Barns Courtney 2: 57 3. Per combattere l’acne – Le luci della centrale elettrica 3.17 4. Hey Jude – The Beatles 7:11 Nota dell’autore Non voglio dare false aspettative agli appassionati dei generi riportati nella scheda: sono riuscito nella formidabile impresa di aver scritto un romanzo che di generi ne unisce molti, riuscendo a fare torto a tutti. Vi piace solo la fantascienza classica? Bene, non c’entra nulla. Vi piace solo il fantasy classico? Scappate a gambe levate. Qui ci sono elfi in completo elegante dietro scrivanie di agenzie immobiliari, vampiri psicopatici alla presidenza di importanti team sportivi, punk sbronzi marci e strafatti di anfetamina che guidano l’auto di Mad Max. Però, per i miei strani gusti, questo romanzo è una figata pazzesca. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Hunter-David-Fivoli/dp/8817139874/ref=sr_1_1?qid=1564602328&refinements=p_27%3ADavid+Fivoli&s=books&sr=1-1
  21. Kirana

    Il padrone del nulla. Sogno?

    Commento Commento Prima parte Qui. Seconda parte Qui. Di riflesso si trovò seduto con il peso del mouse in avanti per interrogare la schermata. Il cliccare non portò modifiche, vero o meno quel foglio digitale assomigliava a un documento in PDF. In cerca di spiegazioni, la bianca porta subì l’attacco dei suoi pensieri: – Forse è entrata Anna?– , ma il vortice di vestiti a terra lo smentì: – No, l’avrei sentita lagnarsi. É possibile? Quella palla si è fatto una semplice passeggiata sui tasti. Forse, dopo un tot di sbagli la password si sblocca. Avrebbe più senso, anche se è il contrario di solito. Il tanfo d’imbroglio gli pizzicò il naso, e per sicurezza mise sotto accusa la finestra. Le foglie fuori ondeggiarono senza produrre spiffero dentro; era al secondo piano, solo un funambolo poteva sgattaiolare in camera. In tasca gli restarono due opzioni: a priori si disfò dell’alternativa file in memoria tra il Pc, prossima da scartare era l’ipotesi pagina aperta dal motore di ricerca. Bisticciando con i tasti, rimpicciolì la cartella nello spazio in barra, l’ultima parola spettava all’icona USB. Il tridente in fondo prese le veci di un’arma sbroglia garbugli, in voga tra le storie dei mondi a schermo piatto. Prima di chiamarla in causa, per l’ansia gonfiò il petto e davanti all’identica immagine quasi dimenticava di liberare il fiato. Nessuna allucinazione da post trauma stava giocando con la sua mente, quell’ammasso di pixel rappresentava una prova. La brama di sapere accompagnò lo sguardo a zonzo per la stanza, fin quando gli occhi rapirono Miky dal tappeto. Le minacce non avevano torto un pelo a quel cuor di leone; la ‘pulitina’ era un rito da rispettare e con l’intenzione d’interromperlo disse: “ Dimmi, è entrato qualcuno Mikolandia?” Oltre al ‘che vuoi?’ di quel muso, decifrare il resto chiedeva la conoscenza del gattese e in ripiego disse: “Allora, non sei del tutto fesso! Cosa hai schiacciato?” Da due anni divideva il tetto con il principe allocco di Anna. Miky in arte Mikolandia lavorava come pagliaccio nel parco giochi casalingo. Il suo hobby era osservarlo sgommare nel parquet dopo qualche scherzo. Man mano però i dispetti presero a braccetto un secondo fine, nato per far emergere le razze che quel barilotto teneva nascoste. Fin ora all’appello alzavano la mano in tre. Sin dai primi ‘miaho’, quando Anna girava gli occhi altrove, pur di vederlo supplicare, abbassava la schiena come uno squalo verso la ciotola, ma quasi sempre il grugno di quel maiale vanificava i suoi attacchi. Altra disputa si consumava nei corridoi; appena avvistava giallo raccattava buste di posta spam per farne proiettili. Dopo poco i postumi da bombardamento ne avevano intaccato l’identità scatenando in lui il lato cane da riporto, in funzione a patto che fosse carta. Con la caccia ai croccantini, invece, lo teneva impegnato in torsioni e voli per gli angoli di casa, finché di ritorno da un lancio in soffitta quelle orecchie da coniglio reagirono alla strizza per il vuoto. A ogni modo, la furbizia non gli apparteneva, forse con l’obbiettivo di vendicarsi, aveva convinto una volpe in giardino a privarsi di un baffo. Dei miagolii lo sintonizzarono su quel passo da leone in cura dal barbiere. In vena di moine si strusciò sulla gamba; non si avvicinava spesso e per restituire il favore, gli grattò la schiena dicendo: “ Prima o poi, Anna dovrà ascoltarmi. Tu non sei un gatto”. Il motore delle fusa s’accese, e visto l’apprezzamento continuò: “ Magari, la prossima volta che ti blocchi sulle scale, vengo a prenderti. Che dici?” La coda a frusta lo colpì alla mano, era un’impresa ignorare quel pallone che si portava dietro e per risparmiargli la molestia, tornò dritto. Fortuna o meno, si dedicò alle catene di esagoni sul display notando sui lati i pennacchi di qualche numero e lettera. In basso seguivano altri caratteri sommati chissà come in calcolo, quando tra il buio dei ricordi di scuola salì a gomitate la parola ‘chimica’. Ai tempi dei banchi era affine agli equilibri tra soluzioni, quanto Albert il secchione lo era per lo sport. Sperando di leggere qualcos’altro mandò in avanscoperta il mouse giù e su, ma quella decina di fogli somigliava allo sfogo di un pazzo; mancava persino un titolo. Come se non bastasse, i nomi spartitraffico tra le sequenze intimavano l’ordine brandendo manganelli di ‘ae’ latine. Da ragazzo tirava fuori i libri solo nelle ore buca per farne un cuscino; nessuna di quelle parole si salvava dal baratro del cazzeggio, tan’è che prima di finire risucchiato dentro, con una mano tra i capelli dichiarò bandiera bianca. In compenso però conosceva già un cervellone da sfruttare. Il tappo blu di una penna galleggiò tra il corsivo dei rotocalchi nel cassetto; sotto il gomito aveva il lembo di una rivista presa dal lato e a caso si soffermò su uno scarabocchio per scrivere – Pilea cavernicola –. Il rettangolo di Google si riempì; un clic sul tasto immagini e il tuttologo a portata di dito gli mostrò dei cespugli su delle rocce. Il mouse cascò a bordo tavolo spinto da uno sfogo: “ Piante! Tutte queste pagine per delle piante?” Eppure un sentore l’invogliò a riprendere la freccia per ragionare: –Aspetta! Forse quel ragazzo li sta studiando? Attorno allo Zefirio è pieno di college per snob. Forse, ne frequenta uno?– L’intuizione diede il via al ‘copia copiabus’ su carta di un altro termine ‘Dracaena Draco’; un salto sul web e un albero a forma di fungo gli disse ‘eureka’. Il suo ghigno chiuse le ipotesi, tanto che per persuadersi bastò esclamare: “ Da matti! Che gli fanno studiare in quei posti?” Nel dire addio al verde delle finestre, l’urto contro una formula lunga una riga gli suscitò: – Non immaginavo, che l’erba potesse essere così complicata!– Dopo di che, la posa salvadanaio di Miky vicino alla porta raccolse le sue idee: – Quei figli di papà comprano spesso l’ingresso al club. Devo chiedere a Jose, lui ha fatto amicizia con alcuni. Se non ricordo male raccontava, che avevano tracciato un percorso per evadere dal coprifuoco. Forse è scappato apposta. Non voleva farsi beccare–. Alla parola istituto vi associò un simbolo; invano girò la rondella verso l’ultima pagina, finché la somiglianza della struttura gli suggerì: – Hanno l’aria di essere appunti o qualcosa del genere. Si sarà accorto d’averli persi? Non vorrei essere al suo posto se deve riscriverli–. Per l’ennesima volta la colpevolezza s’accanì di frusta, tanto da far partire le dita al galoppo sul nero scrittoio mentre sbottò: “ Poteva avvisarmi, non serviva scappare. Affari suoi! In qualche modo s’arrangia”. Si doveva rassegnare, quei geroglifici erano un quadro senza firma, una di quelle opere astratte dove l’occhio si sente a suo agio solo sulla cornice, come accadeva in questo caso con la rossa x in alto. Le rogne ancora da risolvere l’obbligavano a chiudere il capitolo ragazzo, eppure il clic si appesantì sotto l’indice, segno che quei segreti preferivano stare nel limbo della barra. Stavolta il sorriso da campione sullo sfondo gli sussurrò ‘perdente’; un filo di rammarico scese sulla schiena pari passo con la tentazione di dare un’altra sbirciata, e per non cascarci s’alzò. Faccia a faccia con caos il suo compagno di stanza, s’appuntò di dover riordinare prima dell’invasione di Anna, ma in favore di un poi, prese il telefono in cima alle riviste. Al tocco la schermata rifiutò d’accendersi, aveva scordato di metterlo in carica, così in attesa del risveglio ne approfittò per testare il piumino. A raccolta chiamò gli argomenti affrontati in doccia, quando il molleggiare delle coperte l’avvisò dell’agguato. Il gatto mangia sonno voleva portarlo con sé; come arma usò la posa ciambella per stringersi alla gamba, e quel calduccio l’inchiodò al letto. La stanchezza giocava contro; il discorso in testa l’abbandonava, fin quando tra le orecchie rimbalzò il suono d’attivazione. In replica le dita camminarono sul blu verso il comodino, ma il bianco soffitto si era già tinto di nero. Musica abbinata Tra l’oscurità gli occhi distinsero forme, le conosciute pareti mutarono nella corteccia di alberi vestiti a neve. A piedi nudi calpestò un bianco strato; attorno una radura di innevate sagome lo disorientò. A caccia di un riferimento si mosse, in testa aveva il come, il quando era giunto in quel posto, ma prima d’ogni altra cosa a sfuggirgli fu il perché. Le domande salirono ai cieli, le gonfie nuvole aprirono una danza d’inverno, finché l’orecchio s’affinò, e il ticchettio di quelle gocce divenne sovrano. Da dove veniva la neve non aveva suono. Un presentimento parlò, conosceva quell’arcano posto. Nuovi occhi invasero ogni dove, la ricerca era per un’assente figura, quando dal lato fronde di vecchi rami si mossero per far largo a uno scuro dorso. Auree zampe in compagnia di un allungato muso apparvero, ciuffi bianchi e neri si unirono per incorniciare di nuova vita quel dissimile sguardo, figlio di una condivisa realtà. Le parole non servirono, l’ennesimo ticchettio e la clessidra di neve girò, fino a restituirgli la passata ora. Con forza estirpò dalla prigionia del nulla un ricordo, e la promessa affiorò. I millenni avrebbe combattuto, pur di vedere i raggi di un vero giorno affianco al re davanti a sé. Tale era incoronato dai perenni ghiacci, preziosi su quel nero manto vezzo del lupo padrone del morto bosco. Terra dove allora come ora si perse, finché nel riflesso di quei dissimili occhi il retto sé stesso trovò. Il vento portò cenere, pezzo dopo pezzo la radura finì nella bocca del nulla. Le urla non bastarono a saziare la sorte; un ultimo sguardo colmo di speranza, e il fumo si cibò di quei tratti. Senza volerlo un lucchetto chiuse la sua memoria; il guscio del silenzio ormai era un vestito, ma il ticchettio di quel lontano mondo continuò a pungerlo. * Di punto in bianco un’arietta l’infreddolì, gli occhi mezzi vivi notarono il dondolio della grigia tenda; in ritardo capì, la finestra era aperta.
  22. dfense

    Edizioni Convalle

    Nome: Edizioni Convalle Generi trattati: Narrativa, poesia, letteratura per ragazzi. Modalità di invio dei manoscritti: http://www.edizioniconvalle.com/PBCPPlayer.asp?ID=1912462 Distribuzione: non specificato Sito: http://www.edizioniconvalle.com/ Facebook: https://www.facebook.com/solobelleopere/ Dal pagina Facebook: "Casa editrice non a pagamento (n.b. in maiuscolo). Nasce da un sogno, quello di una scrittrice che vuole fare l'editrice per lavorare insieme ai propri autori, per creare una realtà editoriale forte e motivata. Solo belle opere. Insieme!".
  23. Jesper S.

    Stralci di storia per un cartone animato.

    Ciao a tutti/e, vorrei proporvi uno stralcio, a dire la verità, molto breve di una storia per un cartone animato che intendo realizzare. Innanzitutto vorrei fornirvi un preambolo (o una chiave di lettura se preferite): in quanto educatore presso un asilo nido, scrivo le mie storie/cartoni per un pubblico infantile di età compresa fra i primi mesi e i tre anni; storie improntate da un sotto testo pedagogico/educativo. Il seguente cartone prende spunto da due elementi: Animismo: la tendenza dei bambini a considerare la natura come animata e dotata di intenzioni. Secondo tale visione, il sole si comporta, per esempio, come un essere umano; La frase pronunciata da una bambina durante una discussione: "Tutti hanno una mamma!". Questo ha acceso la mia fantasia, ricollegandosi ad una tematica a me cara: l'identità. Ho pensato a qualcosa di apparentemente comune, ma che in realtà cela una complessità ed una unicità difficile riscontrabili in natura: il fiocco di neve. Ho antropomorfizzato l'elemento: una bambina fiocco di neve. Penso ad una bambina che, seduta su uno sfondo indefinito (immagino sia comunque legato al blu ed al cielo) ricama da se il proprio vestito simile a quello di una ballerina (classica) con i merletti come fosse proprio un fiocco di neve. Intenta seduta di fronte ad una macchina per cucire, il che mi ricorda Cenerentola, finisce il suo vestito. [Frammento centrale] La Bambina Fiocco abbandona sua Mamma Nuvola (sarebbe interessante, e devo ancora lavorarci, su come rappresentarla) per scendere sulla terra. Ho sviluppato l'idea che la tristezza, notando di non essere poi così diversa da tutti gli altri, la porti a perdere la propria leggerezza e cadere. Mi sembra un interessante richiamo a Mary Poppins: la risata che fa levitare. Cadendo, tutte le Bambine intonano una danza in stile 'Lo Schiaccianoci' perfettamente simmetrica, possibilmente inquadrata dall'alto, trasformandosi, volteggiando, in veri e proprio fiocchi in cui si nota come ciascuno sia differente dall'altro e, posandosi sul suolo di un bosco, lo dipingono di bianco. C'è ancora molto da sviluppare. Per esempio, in che tipo di casetta vive la bambina quando cuce il proprio abito? Mi ispira l'idea del contrario: come una bambina si riscalda di fronte ad focolare, così una (bambina) fatta di neve dovrebbe fare altrettanto, ma con una fonte di freddo.
  24. arbok

    Se il sole facesse poca luce?

    È da un po' che mi ronza in testa una trama per un racconto fantasy ambientato in un mondo diverso dal nostro ma con le caratteristiche fondamentali simili (sole, luna, maree, cicli vari etc...). Nel racconto, per motivi di trama, volevo aggiungere una caratteristica particolare: la luce del sole è molto debole. Ho cercato varie informazioni a riguardo ma non riesco a capire cosa comporterebbe questa scelta nel mondo creato, nel quale gli uomini vivono in una società simil-settecentesca senza corrente elettrica. So che è un topic un po' strano, ma se riusciste ad aiutarmi ve ne sarei immensamente grato
  25. ColdIsBetter

    Cronache di un Non-Morto: Sangue Antico

    Titolo: Cronache di un Non-Morto: Sangue Antico Autore: Marco Fantoli Autopubblicato: Amazon ISBN: 978-1701274624 Data di uscita: ottobre 2019 Prezzo: digitale 1,99€, cartaceo 8,99€ Genere: urban fantasy, horror Pagine: 244 (cartaceo) Link all'acquisto Quarta di copertina: Quella sera iniziò come tante altre, per Bea. Un bicchiere di vino dopo il lavoro e due chiacchiere al chiaro di luna. Ma quella che doveva essere solo una semplice passeggiata si trasforma rapidamente in un incubo da cui non c’è ritorno, e che metterà a dura prova la sua sanità mentale. La scoperta di una società nascosta in cui streghe e vampiri sono reali e vivono in mezzo a noi, però, avviene a un prezzo carissimo: quello della sua stessa vita. Eppure, con suo immenso stupore, Bea si risveglia da quel sonno che sarebbe dovuto essere eterno. Bastano solo pochi attimi, però, per accorgersi che qualcosa non va. La città è avvolta nel buio, e gli abitanti sembrano essere tutti scomparsi. Ma proprio quando ormai Bea si è convinta di essere sola, dei passi risuonano nelle tenebre...
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