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  1. Phabyosh

    Ambrose - Fabio Carta

    "Qualsiasi cosa di importante e significativo troverete in queste pagine, voi l’avrete letta. Perché io non l’ho scritta." FC Titolo: Ambrose Autore: Fabio Carta Casa editrice: Scatole Parlanti Collana: Mondi ISBN: 978-88-3281-027-1 Data di pubblicazione: 07 giugno 2017 Formato: cartaceo 16x22 Prezzo: 15,00 € Genere: fantascienza Pagine: 212 Link all'acquisto: http://www.scatoleparlanti.it/mondi/ambrose/ Quarta di copertina: Controllore Ausiliario – CA – è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo. Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio. L’infelicità di CA – figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri – subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose. Un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili. Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte. L’autore: Fabio Carta, classe 1975, è appassionato di fantascienza e dei classici della letteratura. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha al suo attivo la saga fantascientifica Arma Infero, una serie che a oggi conta due romanzi (Il mastro di forgia, 2015 e I cieli di Muareb, 2016) e il racconto lungo Megalomachia (Delos Books, 2016), scritto unitamente alla finalista del premio “Urania 2016”, Emanuela Valentini. Ha inoltre partecipato con importanti firme della fantascienza italiana all’iniziativa benefica Penny Steampunk (2016), da cui è nato un volume di racconti fantastico-weird a cura di Roberto Cera.
  2. "Se il diavolo non esiste, ma l’ha creato l’uomo, l’ha creato a sua immagine e somiglianza." Fëdor Dostoevskij Titolo: "ARMA INFERO – Il risveglio del Pagan" Autore: CARTA Fabio (alias Phabyosh su WD) Editore: Inspired Digital Publishing Data di uscita: 21 settembre 2018 ISBN: 9788894182033 Genere: Fantascienza (sub: distopico, military sci-fi, hard sci-fi, space opera, planetary romance) Prezzo: € 1,99 (€2,49 su Google Playstore) Formato: ebook (ePub, Mobi) Pagine: 700 ca Link: https://amzn.to/2DmGJWk SINOSSI: "Il Martire Tiranno era venuto per salvarci, noi poveri, miserrimi sconnessi; e non si sarebbe fermato davanti a nulla. Ci avrebbe redento, tutti quanti. O tutti quanti saremmo morti." I tempi della cavalleria di Dragan sono finiti, le sue ultime vestigia seppellite dalle ceneri radioattive di una guerra infinita. Il logoramento in trincea è quanto resta al glorioso esercito della Falange, la desolazione di una nazione distrutta è ciò che accoglie al ritorno Lakon e Karan. Nell'agonia di un'umanità contaminata nel corpo e nella mente, esiste solo un modo per ribaltare lo stallo della guerra civile e ridare slancio alla santa corsa alle stelle, verso lo spazio, dove la salvazione attende i fedeli del Martire Tiranno. Ma il valore dei nuovi ulani volanti non può bastare: solo l'antico potere nascosto dello zodion può riuscirvi. Lakon lo sa. È finalmente giunto il tempo che il Pagan si risvegli. SULL'AUTORE: Fabio Carta, nato a Roma nel 1975, appassionato di fantascienza ma anche dei classici della letteratura, come i romanzi del ciclo bretone e cavallereschi in generale; laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha sviluppato uno spiccato interesse per le convulse vicende che dall'evo moderno alla contemporaneità hanno visto le evoluzioni, gli incontri e gli scontri tra i popoli e le culture. Ha esordito nel 2015 pubblicando il primo volume della saga fantascientifica "Arma Infero" con la Inspired Digital Publishing che a oggi conta tre romanzi: Il Mastro di Forgia nel 2015, I Cieli di Muareb nel 2016 ed Il Risveglio del Pagan nel 2018. Per la Delos Digital ha scritto poi un racconto lungo intitolato "Megalomachia" unitamente alla finalista del premio Urania 2016, Emanuela Valentini, della cui amicizia si fregia come una medaglia. Ha avuto inoltre l'onore di partecipare con diverse, importanti firme della fantascienza italiana – tra cui Dario Tonani, il pluripremiato autore di Cronache di Mondo9 – all'iniziativa "Penny Steampunk" del 2016 da cui è nato un volume di racconti fantastico weird a tema steampunk a cura di Roberto Cera (ed. Vaporosamente). Infine ha pubblicato nel 2017 il romanzo cyberpunk "Ambrose" per i tipi di Scatole Parlanti.
  3. Cappello di Meringa

    2001 Odissea nello spazio, Arthur C. Clarke

    2001 Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke  Quando un enigmatico monolite viene trovato sotto la superficie lunare, gli scienziati non immaginano che quell’antico e straordinario manufatto abbia più di tre milioni di anni né che, una volta riportato alla luce, cominciasse a inviare un potente segnale indirizzato verso l’orbita di Saturno. Che cos’è veramente quel monolite? A chi è rivolto quel segnale? Per scoprirlo, la nave spaziale Discovery parte alla volta di Giapeto, satellite di Saturno. I membri dell’equipaggio, scelti tra i migliori cosmonauti, sono assistiti nella loro missione da Hal 9000, cervello e sistema nervoso dell’astronave, un computer potentissimo capace di riprodurre i meccanismi della mente e dotato di una propria coscienza. Una macchina perfetta, fin troppo umana, tanto da essere soggetta a nevrosi e impulsi omicidi. Starà ai membri dell’equipaggio far sì che Hal 9000 non li coinvolga nella sua follia digitale: in gioco c’è la possibilità di entrare in contatto con entità sconosciute e insondabili, a cui il monolite appartiene e che potrebbero essere all’origine della civiltà stessa. Uno dei romanzi più significativi del Novecento, che ha delineato luoghi e tempi prima sconosciuti, divenendo la pietra miliare della fantascienza. La discussione sarà aperta il: 1 Aprile 2019 Perché può essere interessante leggerlo insieme: è un classico della fantascienza e per chi ha visto l'omonimo film è un modo per completare l'opera. Per iscriversi al gruppo: collegamento alla proposta Partecipanti che hanno già aderito: @Mirtillasmile, @Emy, @Talia, @Ragno, @Purrpendicular, @camparino, @SeeEmilyPlay, @Luca Morandi - Aratak, @MariaCarla, @swetty, @Alexander91, @Cappello di Meringa (Copertina e IV di copertina tratte dall'odierna edizione Fanucci)
  4. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico, né racconti, poesie o raccolte. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.adiaphora.it/contatti Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Distribuzione: https://www.adiaphora.it/contatti/ Libro.Co per le librerie, in Digitale StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  5. mauro longo

    Acheron Books

    Nome: Acheron Books Generi: Fantastico, Fantasy in ogni sua declinazione, Pulp, Weird, Horror, Thriller soprannaturale, Fantascienza Modalità invio manoscritti: https://www.acheronbooks.com/index.php?id_cms=1&controller=cms Sito web: https://www.acheronbooks.com Salve a tutti, Scrivo a nome di Acheron Books e ci piacerebbe presentarci a questa comunità che io stesso (da utente) seguo da anni. Ad Acheron Books ci occupiamo di narrativa italiana di genere e lo facciamo in un modo del tutto nuovo nel panorama del nostro paese: selezioniamo i migliori autori italiani e proponiamo loro contratti d’eccellenza; li guidiamo e formiamo per far loro realizzare opere spendibili all’estero; traduciamo in lingua inglese i libri tramite localizzatori madrelingua; li distribuiamo in tutto il mondo in formato e-book e con il print-on-demand. I nostri titoli sono disponibili principalmente in lingua inglese; una selezione degli stessi è distribuita anche in italiano per il mercato nazionale. Contatti: info@acheronbooks.com Siamo nati da poche settimane, eppure i traguardi raggiunti sono già tanti e le iniziative in cantiere ancor di più! I primi autori che abbiamo proposto al mercato internazionale sono già esemplificativi del nostro modo di lavorare, che coinvolge professionisti già noti e pubblicati, scrittori indipendenti ed assoluti esordienti, purché tutti accomunati da indubbia qualità di scrittura e ottime idee. *Editato dallo Staff, no pubblicità ad autori* Come si diventa autori Acheron? So che questa è forse la domanda più interessante a cui rispondere in questo forum. In questo momento abbiamo un programma di autori e opere schedulato per il prossimo futuro e stiamo ponderando nuovi casi per i mesi successivi, ma non accettiamo proposte e manoscritti. I nostri esperti stanno già scandagliando il mercato editoriale italiano in cerca di talenti noti e meno noti, che abbiano già pubblicato o meno e che siano in grado di realizzare con noi quello che abbiamo in mente. Acheron cerca autori italiani moderni, abili e intelligenti, che ben conoscano l’elevato livello qualitativo dei loro colleghi anglosassoni e siano pronti alla sfida - ma allo stesso tempo orgogliosamente figli della grande tradizione storica, culturale e letteraria italiana che ha radici in opere celeberrime come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia. Vi aspettiamo per conoscervi e farci conoscere: sul nostro sito: https://www.acheronbooks.com sul nostro blog: http://bit.ly/1xIjyas sulla nostra pagina facebook: http://on.fb.me/15jJbGB su Twitter: https://twitter.com/Acheron_Books A presto e buona scrittura/lettura!
  6. Jonas Abelton

    La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol)

    Immagine di copertina: Titolo: La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol) Autore: Alex F. Penni ISBN: ebook (ASIN) B07NDVC4HP, cartaceo: 978-1796204728 Data di pubblicazione (o di uscita): 06/02/2019 Prezzo: ebook 0,99 €; cartaceo 5,16 € Genere: Horror Pagine: 173 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. Link all'acquisto: Amazon ebook Amazon cartaceo Seconda edizione del romanzo già pubblicato col titolo di Hell Patrol per Delos Digital. Dopo l'ottimo riscontro della prima edizione firmata Delos, esce questa seconda autoprodotta con nuova copertina e nuovo titolo principale. Jonas Abelton è tornato...
  7. Prologo Capitolo 1. Sei mesi prima, ad Algor Nello schermo a tutta parete della sala riunioni il generale Naime, primo rettore delle accademie militari dell’impero, appariva sconsolato. «Signori, sono sessant’anni che questo trattato è in vigore.» «Cinquantanove» disse l’ammiraglio Lyzr, rettore dell’accademia di Algor. «Saranno sessanta tra quattro mesi.» Naime fece un respiro profondo. «Va bene ammiraglio: cinquantanove. In ogni caso, non pensa che sia ora di adeguarsi?» «Deve capire, generale» Lyzr guardò gli astanti cercando supporto, «che non siamo su un pianeta qualsiasi. Da Elmà non potete pretendere che non ci siano difficoltà.» Khady faceva parte del consiglio dell’accademia di Algor da tre anni e mezzo, ma sentiva discutere della questione da che era bambina. Finché era stata cadetto di quella stessa accademia aveva, come tutti, dato una grande importanza alla cosa, partecipato a dibattiti e persino a un concorso per idee su come risolverla; e ci si era pure impegnata. Ma adesso, a quarantasette anni, pensava che anche solo parlarne fosse una perdita di tempo. E si chiedeva come fosse possibile che gente come Naime, Lyzr o gli altri membri del consiglio si scaldassero così tanto. «Ammiraglio» riprese Naime «vorrei poter dire all’imperatore che l’armonizzazione dell’accademia di Algor è una questione chiusa. Ultimamente è molto interessato all’argomento.» L’ammiraglio Lyzr spostò lo sguardo verso di lei. Khady scosse la testa: erano sessant'anni che se ne discuteva, e proprio ora l’imperatore sentiva questa urgenza? «E l’ammiraglio Kira cos’ha detto?» rispose Lyzr. «Lei non può non sapere quali siano gli ostacoli.» Con questo richiamo di Lyzr, il quadro familiare di Khady era completo: l’ammiraglio Kira, seconda consorte imperiale, era sua madre. In momenti come quelli sentiva il fastidio che il padre potesse portare a tali livelli il dissidio personale tra loro due. «La principessa Kira ha detto, in effetti, di considerare la questione chiusa, visto che il problema del calendario è marginale. Ha proposto un emendamento al trattato.» «Ma?» «Ma l’imperatore» Naime si rivolse a Khady «ha detto che sperava che la presenza di sua figlia nel consiglio dell’accademia di Algor potesse portare a una soluzione che non comportasse di emendare alcunché.» Quando Algor si era sottomessa all’impero, una sessantina di anni prima, buona parte del trattato aveva riguardato l’ingresso della flotta di Algor nelle forze armate imperiali: del resto era l’unica cosa che Algor avesse da offrire. L’armonizzazione dell’istruzione militare era stato e continuava ad essere un punto delicato, per questioni certo più rilevanti di quella che si discuteva quel pomeriggio. Tuttavia, almeno formalmente, l’accademia di Algor si comportava come tutte le altre dell’impero: insegnava gli stessi argomenti e diplomava gli stessi ufficiali e sottufficiali. Tranne un piccolo particolare, che era quello in discussione quel giorno: le lezioni ad Algor iniziavano da sei a dieci giorni prima e terminavano tre o quattro giorni più tardi delle altre; e c'erano delle festività diverse. «Può dire a mio padre, generale...» Khady era intervenuta senza aspettare che Lyzr la invitasse a parlare, ma all’ultimo si trattenne dal dire quello che pensava. «Parlerò con mia madre, generale. Sempre, ovviamente, che a lei e all’ammiraglio Lyzr e al consiglio vada bene.» Naime annuì e anche Lyzr. Ci furono parecchie alzate di spalle tra gli altri, ma per lo più approvarono. Chiusa la conversazione con Naime, Khady si alzò e andò alla finestra. Il cielo era azzurro e senza nuvole. Erano al secondo piano del palazzo-ponte e il mare, che si trovava un centinaio di metri sotto di loro, era nascosto dalla strada. Sulla balaustra si erano appollaiati due draghi minori, un tipo di pterosauro molto comune ad Algor: avevano un’apertura alare di poco meno di un metro, il becco lungo e appuntito, e una cresta ossea che partiva dagli occhi e arrivava fino a dietro la testa. Il piumaggio era di solito blu, ma quello di uno dei due tendeva più al verde. Quest’ultimo si alzò in volo, cabrò e si lanciò in picchiata sparendo sotto il ponte, presto seguito dal compagno. Era una bella giornata per volare. «Finiamo?» disse la voce di Lyzr alle sue spalle, questa volta in algoriano. Khady si voltò e tornò al tavolo. Dismessa la lingua di Elmà, con tutti i suoi formalismi e difficoltà, i componenti del consiglio dell’accademia si spogliarono anche dell’atteggiamento e delle giacche che un colloquio col generale Naime imponeva. Khady li imitò, mise la sua alla spalliera della sedia e sbottonò colletto e polsini arrotolando le maniche della camicia. «Pensi che tuo padre continuerà ancora a lungo?» le chiese il commodoro Tarè, uno degli altri membri del consiglio. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme, ma da diversi anni lui mostrava solo ostilità nei suoi confronti. «Cerca solo di infastidirmi.» «Lo so, ma finisce col mettere in difficoltà tutti.» «Se volesse davvero metterci in difficoltà, le sue navi sarebbero qua fuori e non staremmo a discutere di idiozie come il giorno in cui cominciano le lezioni in accademia.» «Era una questione morta e sepolta prima che tu entrassi in consiglio.» «Basta così» lo interrupe Lyzr. «Ne discutiamo ogni volta e ogni volta arriviamo alla stessa conclusione: non gliela possiamo dare vinta così facilmente. Sapevamo che sarebbe successo già da prima che Khady entrasse nel consiglio. E sono d’accordo: finché l’imperatore si limita alle idiozie rimane innocuo.» «Secondo me» intervenne l’ammiraglio Noburo, «dovremmo mandargli un biglietto di ringraziamento.» Noburo, che aveva ben più di novant'anni, era consigliere dai tempi della fondazione dell’accademia. Sorrise a Khady e lei ricambiò. «Se ogni tanto non ci facesse qualche dispetto» proseguì «finiremmo col cadere nella noia e nell’ozio.» «Potrebbe non essere così male» gli rispose Lyzr. «Vorresti un governatore nominato da lui?» «Assolutamente no.» «Vedi, se l’imperatore fosse sempre carino e gentile magari daresti una chance al suo governatore. Invece così ti ricordi sempre perché pretendiamo di sceglierceli da noi. Lo fa per il nostro bene.» Ci furono delle mezze risate. «Quanto a entrambe le questioni, sapete come la penso: Khady è qui e non si tocca; e per il calendario basta che la tiriamo in lungo come al solito e si stuferà da sé.»
  8. Questo è il prologo di un romanzo che sto cercando di scrivere da un sacco di tempo. Spero di riuscire quantomeno a finirlo prima o poi. -- Kira andava a cavallo solo per compiacere l’uomo che amava. Non succedeva spesso: una volta la settimana, di rado due, lui le chiedeva di accompagnarlo. Uscivano da palazzo, andavano nel parco e dopo una passeggiata di mezz’ora si fermavano a un capanno; di solito uno di quelli vicino al mare, al limitare degli alberi. Rimanevano lì per un’ora, fingendo di essere due persone normali, un uomo e una donna ormai anziani che si accontentavano del loro amore e dell’odore della salsedine sulla spiaggia. L’illusione finiva appena lasciato il parco. Varcato il cancello, prima ancora di scendere da cavallo, lui ridiventava l’imperatore e lei la seconda consorte. Il Cerchio Interno, il cuore del palazzo, era un grande giardino rotondo con al centro il Padiglione d’Oro, la residenza imperiale. Le scuderie erano ai suoi margini, nella parte posteriore. Da lì partiva una rete di strade e stradine, seminascoste dalle siepi e dai cespugli. La piccola vacanza si chiudeva con loro due che camminavano in silenzio e cercavano di rimandare il momento della separazione. Quella sera, prima di lasciarla al solito bivio, lui le prese la mano destra e la voltò. Kira si era fatta un taglio sul palmo e il cerotto che aveva messo dopo la doccia si era già riempito di sangue. – Non è normale – disse lui. L’imperatore aveva i capelli quasi bianchi, ma poche rughe appena accennate attorno agli occhi e alla bocca: bisognava essere vicini com’era lei in quel momento per accorgersene. – Sei pallida. – Non è nulla, domattina starò bene. – Ti accompagno. – No, è già tardi. Devi andare. Kira si sollevò e gli diede un bacio sulla guancia. Lui l’afferrò per la vita e unì le labbra alle sue. Era ancora forte, nonostante l’età. Lo guardò allontanarsi pensando che non avrebbe mai potuto amare nessuno quanto amava lui. Il sole era già tramontato quando Kira aprì il cancello del Padiglione delle Rose, la sua residenza. Era una casa a due piani, circondata da un giardino disordinato fitto di alberi e arbusti, che ospitava un gazebo di ferro battuto con sotto un tavolo e due panche. Sedette a riprendere fiato. Davanti a lei c’erano quattro aygar, alberi slanciati che provenivano da Africa, il suo pianeta natale. Avevano da tempo superato l’altezza della casa. D’inverno si spogliavano, ma adesso, a primavera inoltrata, i rami, che dalla base del tronco salivano in verticale fino al cielo, erano ricoperti di foglie verde scuro. Si alzò appoggiandosi al tavolo. Salì a fatica i quattro gradini della veranda e, prima di aprire la porta, si fermò a riprendere fiato. La luce nell’atrio si accese mentre entrava. Flora, la cameriera personale, arrivò dalla zona pranzo. Indossava, come ogni giorno, la divisa grigia degli inservienti di palazzo. Era una donna energica e col piglio deciso dei servitori d’alto rango. – Vi sentite bene, altezza? – Sono solo stanca, Flora, non si preoccupi. – Dispongo per la cena. – Non ho fame, ho solo bisogno di dormire. Faccia lasciare sul tavolo, mi arrangerò più tardi. Flora sollevò un sopracciglio. Dopo quindici anni di servizio ancora non riusciva a nascondere il disappunto che le provocava la frase “mi arrangerò”. Normalmente Kira l’avrebbe presa in giro e alla fine ne avrebbero riso insieme, ma quella sera era troppo stanca per fare altro che afferrare il corrimano e cercare di arrampicarsi sulla scala. – Volete che resti per stanotte? – Vada a casa Flora, ha una famiglia a cui pensare. Se servisse la chiamerò. Non c’era muscolo del suo corpo che non protestasse a ogni gradino. Le era capitato altre volte di essere ferita o malata e di dover comunque andare avanti. Si aggrappò al corrimano, sperando che Flora non facesse ciò che avrebbe dovuto, cioè chiamare il dottor Meris, il medico della famiglia imperiale. Rallentò il passo senza darlo a vedere e controllò il respiro per non mostrare l’affanno. Arrivata in cima alla scala, racimolò un po’ di energia per girarsi e sorridere a Flora, nonché per rimanere dritta fino alla fine del ballatoio. Riuscì a entrare in camera e arrivare al letto prima di crollare. La verità era che era vecchia. Una vecchia cocciuta e ostinata, ma incapace di stringere i denti come un tempo. Le capitava di essere stanca, di saltare la cena, di faticare a salire le scale: solo il suo orgoglio di ammiraglio le impediva di mettersi uno di quegli aggeggi di monitoraggio che Meris avrebbe tanto voluto che indossasse. La nausea le impediva di dormire. Si sollevò e le venne un capogiro, ma riuscì ad andare in bagno. Cercò di vomitare, ma a stomaco vuoto poté solo sputare un po' di saliva. Comunque ebbe il suo effetto, perché si sentiva più lucida e tornò a letto senza problemi. Rimase seduta a fissare il pavimento. Avrebbe dovuto cambiare il cerotto finché era in bagno, ma si era dimenticata e non si fidava ad alzarsi di nuovo. La mano le faceva male, non riusciva più a chiudere le dita e sentiva il polso rigido. Si sciolse i capelli: profumavano di shampoo all’arancia, un’essenza che le ricordava quand’era un giovane capitano agli ordini di suo padre. La sua camera era molto semplice, con mobili di legno chiaro e tappezzeria beige, illuminata dalla luce calda dell’abat-jour. Il comodino era sgombro: Soylem, l’imperatore, aveva dormito lì la notte precedente e come al solito lei aveva nascosto le cornici digitali nel cassetto. L’aprì e prese quella con le foto di sua figlia Khady. Quasi cinquant'anni di vita erano racchiusi in quel dispositivo, che impiegava circa tre giorni a compiere il giro completo. Kira sorrise a rivederla bambina. Stava in piedi, senza scarpe, sulla coscia del nonno, il padre di Kira, e gli tirava i bottoni della divisa mentre lui rideva fino alle lacrime. Ricordava quell’episodio: la bambina aveva finito con l’aprire la spilla di Primo Ammiraglio e sfilarla dal colletto. – Posso tenerla, nonno? – Perché no? Tanto ne ho altre. Era una vera peste, irrequieta, indipendente e curiosa. C’era una sola persona in tutto l’impero che riusciva a calmarla. La foto successiva mostrava Khady in braccio all’imperatore (avrà avuto forse quattro o cinque anni), avvolta in un giubbottino col collo di pelliccia, che dormiva serena come con nessun altro. Quella foto era la preferita di Kira, ma anche la più dolorosa. Non riusciva a non piangere guardandola. Chi avrebbe potuto prevedere che quarant'anni più tardi avrebbero cercato di uccidersi a vicenda? Una lacrima cadde sullo schermo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di nuovo insieme, felici come in quella foto e nelle altre di Khady ragazzina. La cornice scivolò e cadde sul pavimento, seguita da tre grosse gocce rosse. Il cerotto non era più in grado di trattenere il sangue. Strinse le mani tra loro. Si alzò e cadde all’indietro. Il cuore le batteva velocemente. Faticava a respirare e non ricordava dov’era il telefono, forse in una delle tasche dei pantaloni. – Chiamata! – urlò, e quasi svenne per lo sforzo. Sentì il beep. – Chiama… – Mi dispiace – rispose la voce sintetica. – Non ho capito. – ...Meris. Respirò. La mano era umida. Sentiva il battito del cuore nelle orecchie. – Non ho trovato “miris”. Vuoi che lo cerchi nella rete? Meris, stupido telefono! Non poteva finire in quel modo. Aprì la bocca. – ‘hiama ‘eris… Era tutto buio. Dal taglio le arrivavano delle scosse. Il braccio era preda agli spasmi. Il resto del corpo non le rispondeva. Parlare era fuori discussione. – Mi dispiace, non ho capito. Vuoi che legga i messaggi? Il dolore veniva dalla mano: le sembrava che un esercito di artigli roventi stesse risalendo le sue vene, fino alla spalla, al collo, alla testa, poi al cuore, all’altro braccio, e giù lungo le gambe fino alla punta dei piedi. E c’era sangue, sangue ovunque. No, non così. Non ancora. Non oggi. Era troppo presto. Troppo, troppo presto.
  9. Prologo Capitolo 1: 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 La riunione finì com’era prevedibile: la questione famiglia del governatore rimase in sospeso. Baba garantì l’appoggio del sindacato, ma raccomandò a Drache di tenere a freno la delegazione imperiale. «Non usciranno vivi dai cantieri se non si danno una regolata» disse Baba a Drache. «Se esce una sola volta la parola colonia in pubblico, non rispondo delle chiavi inglesi che voleranno.» Drache lo rassicurò. Non c’era alcuna iperbole nelle parole di Baba: l’impero era rimasto a guardare durante l’ultimo assedio che Algor aveva subito e l’ispettore che era arrivato qualche mese più tardi era uscito dai cantieri in barella con un braccio rotto e una commozione cerebrale senza aver neanche aperto bocca. Il colpevole lo stavano ancora cercando; senza troppo impegno per verità. Khady salutò appena Lianna. Passò una mano sul braccio di Drache poco dopo l’uscita di Baba e andò verso la porta senza dire una parola. Lui cercò di afferrarle il polso e lei fece gli ultimi passi all’indietro scuotendo la testa. La pioggia non aiutava e neppure il freddo e gli spifferi in corridoio. Khady si strinse nel cardigan e uscì all’aperto. Pioveva così forte che l’acqua si infilava sotto il portico, ma lei non ci badò e si avviò verso l’accademia. Quello che non sopportava degli inverni algoriani era che non faceva veramente freddo. Non c’era alcuna giustificazione per mettersi un cappotto o degli scarponi pesanti: bastava togliersi dalla corrente o trovare un angolo appena riparato perché il semplice cardigan che indossava diventasse anche troppo. Così passava dal caldo al freddo senza alcuna possibilità di difendersi. Voleva la neve, voleva il freddo vero e l’odore dell’aria pulita e gelata sul viso e quella sensazione di protezione che derivava dall’avere i piedi al caldo degli stivali e il corpo nella tuta termoisolata. Entrò nell’accademia e scese al secondo piano sotto la strada, dove c’era l’unico poligono disponibile in tutta la città. In tutta la colonia, avrebbe detto il funzionario Sayov. Nessuno portava armi ad Algor: il personale della marina imparava a sparare solo perché era richiesto dal curriculum delle accademie imperiali, dato che a bordo delle astronavi era proibito farlo. Erano usate solo dai membri della sicurezza, il corpo di polizia militare; ma i membri della sicurezza della marina le portavano solo quand’erano in servizio a terra. Khady si fermò davanti a un cancello di ferro pesante dietro il quale c’era una stanza buia con un tavolo e degli armadietti. Appoggiò il telefono allo scanner che controllava la serratura. Ci fu un clang molto rumoroso che risuonò nei corridoi deserti e la porta si aprì. La luce si accese e illuminò le pareti grigio scuro. La spia blu di uno degli armadietti si mise a lampeggiare. Khady appoggiò il telefono e lo sportello si aprì. Svuotò l’armadietto sul tavolo: due scatole di plastica e una borsa. Controllare le armi la rilassava. Cominciò dalla borsa. Il primo a uscire fu il sacchetto delle batterie e quello degli strumenti di pulizia. Controllò che nessuna delle batterie fosse gonfia e passò l’apposito tampone per ripulire i contatti. Passò alle scatole e tirò fuori l’elmetto. Lucidò l’interno e fece quello che poté per l’esterno: era vecchio e aveva visto diverse guerre. Il vetro della visiera era graffiato da un lato e in parecchi punti la vernice da grigio-verde opaca era diventata marrone lucida. Sul lato destro, l’incisione 7RECT, che stava per Settimo Reggimento Elicotteri Coimbra Terovesh, aveva perso la E e parte della C per un proiettile che l’aveva presa di striscio. La sua vita non poteva essere banale, aveva detto il funzionario Sayov, con la leggerezza di chi non aveva idea di cosa stesse dicendo. No, non era stata banale la sua vita: ma adesso tutto quello che chiedeva era di diventare insignificante e venire dimenticata. Mise la batteria all’elmetto e lo indossò. La visiera si adattò alla luce, schiarendo la stanza e mostrandogliela più nitida. Comparve una mappa dell’edificio in un angolo, con la sua posizione. E infine una figura umana stilizzata, rossa lampeggiante, che segnalava che il resto dei sistemi era spento. Così Khady li riaccese uno per uno: per primi gli scarponi e i piedi dell’uomo nella visiera divennero verdi, ma continuarono a lampeggiare perché Khady non li indossò: le bastava sapere che funzionavano. Quindi il giubbotto, i parapolsi e gli schinieri. E la fondina della pistola. Comparve un nuovo simbolo sulla visiera, tre piccoli omini stilizzati: l’elmetto stava cercando di comunicare col resto del reggimento. Avrebbe dovuto spengerlo prima, era un test che non poteva che fallire. Invece lo lasciò proseguire finché, come ogni volta, non comparve il numero 0 vicino al simbolo e le lacrime le offuscarono la vista. Khady stava rimettendo a posto le cose nell’armadietto quando il telefono si illuminò e apparve un cubetto di legno con delle lettere incise. Era l’animazione che usava Khizr: dopo qualche istante il telefono iniziò a suonare. Khady sfiorò lo schermo. «Mamma...» «Nilüfer?» gli chiese Khady. «Sì» rispose lui in affanno. «Fa’ presto.» La chiamata si interruppe. Khady buttò le cose nell’armadietto senza guardare. Si preoccupò solo che le porte si chiudessero e corse via. Stava uscendo dall’accademia quando il telefono suonò di nuovo. «Mi hanno avvisato dalla scuola» disse la voce di Drache dall’altra parte. «Due minuti e sono là.» «Non riesco a liberarmi adesso.» «Non preoccuparti.» Trovò Anya che l’aspettava assieme alla direttrice Amian. «Si è chiusa in bagno e non vuole più uscire, mamma» disse sua figlia, bianca come uno straccio. «Khizr è con lei.» Anya aveva i capelli rossi, ma per il resto assomigliava a Kira. Più alta, certo, ma con gli stessi occhi, gli stessi lineamenti e gli stessi gesti. «Non preoccuparti» le disse Khady. «Andrà tutto bene.» «Khizr sta di nuovo male.» Le carezzò il viso: erano gemelli, erano sempre stati insieme e Khady sentiva la sofferenza che lei provava nello scoprirsi diversa dal fratello. «Avete chiamato il dottor Quan?» «Ha detto che sarà qui il prima possibile» rispose la direttrice. «Bene» disse Khady. Tornò a guardare Anya. «Chiama Leyla» le disse, più per tenerla impegnata che perché ce ne fosse davvero bisogno. «Dille che venga qui.» Entrò nel bagno. C’erano tre lavandini da un lato e tre porte dall’altro. Khizr era seduto per terra, appoggiato alla porta centrale; era pallido e tremava. Khady si accucciò vicino a lui e gli toccò la fronte. «Hai la febbre. Hai preso le pillole?» Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi e assenti. Cercò di parlare e le appoggiò la mano al braccio. Khady bussò alla porta del bagno. «Andate via!» urlò Nilüfer dall’altra parte. «Lasciatemi in pace.» «Sono la mamma, Nilüfer. Riesci ad aprire?» «Va’ via.» Le era difficile vedere i figli stare male e mantenere la tranquillità che serviva ad aiutarli. «Nilüfer lo sai che ti voglio bene e sai che posso aiutarti. Un piccolo sforzo, tesoro, e sarà tutto finito.» Non aveva senso insistere: doveva aspettare che lei trovasse il coraggio di girare la chiave. Aiutò Khizr ad alzarsi e a raggiungere il lavandino. Gli bagnò le tempie e lo accompagnò alla porta. Si concentrò: doveva essere positiva e serena. Richiamò alla mente il giorno che era tornata ad Algor, cinque anni prima, e aveva sentito di avere una casa e una famiglia. Appoggiò la mano alla porta e rimase ad aspettare finché il chiavistello non si mosse. Girò la maniglia. Nilüfer era rannicchiata, con la testa appoggiata alla parete. Khady le mise la mano sulla spalla e fu come essere investita da un uragano: il terrore le si riversò dentro e per un attimo si sentì persa. Riprese fiato pensando alla neve e alla risacca del mare calmo al tramonto. «Guardami negli occhi» disse più lentamente che poté. «Fidati di me, bambina mia. Sono qui per aiutarti.» Sorrise. Nilüfer annuì, esausta. «Fidati di me» ripeté Khady. L’abbracciò e le baciò la testa, riuscendo ad accoglierla nello scudo che la proteggeva dal mondo. La isolò e lei svenne.
  10. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte L’inverno era deciso a dare un assaggio agli algoriani già in quel principio d’autunno: il vento sbatteva la pioggia contro la finestra di Khady quasi in orizzontale e lei, con una tazza di tè caldo in mano e stringendosi nel cardigan d’ordinanza, guardava sconsolata la pista dell’eliporto in mezzo al nubifragio. C’erano molte cose a cui il palazzo-ponte era progettato per resistere: un bombardamento, per esempio; oppure i venti a trecento chilometri orari che a volte capitavano nello stretto. Quattro anni prima, durante l’ultimo assedio, ci si era schiantata sopra una piccola astronave e il ponte non aveva fatto una piega. Ma quello per cui non era progettato era il freddo. Non che ad Algor se ne sentisse davvero il bisogno: giornate come quelle erano rare e casomai il problema era raffreddare d’estate. Lo stesso, quando c’era pioggia e vento si formavano dei microclimi gelidi nei corridoi e negli uffici più esposti come quello di Khady, tanto che le veniva il desiderio di un bel caminetto acceso; di un sofà; di una coperta; di qualcuno che la tenesse al caldo e condividesse la tazza di tè alla luce del fuoco. Come se l’avesse sentita, la scrivania ebbe un fremito: in un angolo era comparso un drago minore con una lettera tra le zampe, che la guardava con occhi dolci. Khady sorrise e appoggiò un dito sul messaggio che Drache le aveva mandato. Il drago si inchinò e uscì dallo schermo. “Mangi? Nel pomeriggio mi servi a una riunione.” Ne scrisse uno lei: “Va bene. Tanto oggi non si vola.” Un piccolo pesce blu e giallo se lo mise sotto una pinna e uscì dallo schermo scodinzolando. Dopo un istante comparve un altro draghetto, che depositò un messaggio con scritto: “Ti aspetto” e un cuoricino palpitante. Khady rispose con un altro cuoricino che fu portato via da un pesce tutto rosso e luccicante. Continuava a piovere. La sala riunioni scelta da Drache era all’interno e prendeva luce dal soffitto a vetri: sembrava di essere sotto una cascata, ma almeno lì faceva più caldo. Tutti i presenti appoggiarono i telefoni al tavolo rotondo al centro della stanza, che si suddivise in spicchi uguali, ognuno con la propria animazione. Qualche pesciolino dalla barriera corallina di Khady volò nel cielo azzurro di Drache, mentre i draghetti di quest’ultimo si tuffarono e crearono scompiglio dal lato di Khady. La riunione riguardava l’aspetto mediatico dell’ispezione: c’erano due rappresentanti della stampa, il funzionario Sayov, coordinatore dell’evento mandato da Elmà, e i suoi assistenti. Per Algor c’erano Drache, Khady e Lianna, il commodoro Rapuan, capo dell’ufficio relazioni pubbliche, due membri del consiglio la cui unica funzione era di dare sempre ragione a Drache e l’immancabile Baba, che accolse Khady con un sorriso e un abbraccio. Drache fece le presentazioni e al solito ebbe un attimo d’incertezza nello spiegare chi fosse Baba. L’uomo ormai anziano era ufficialmente un rappresentante sindacale, ruolo che ricopriva da quando l’ammiraglio Khizr era governatore; e già questo era difficile da spiegare a un funzionario imperiale che non aveva la minima idea di cosa fosse un sindacato. Ma Baba era molto di più, di fatto era il signore della Algor bassa e se si voleva sperare che non ci fossero disordini durante le visite dell’ispettore al di fuori del palazzo-ponte bisognava che lui sedesse a tutti i tavoli organizzativi. Non che questo fosse sufficiente, ma avere Baba dalla propria parte era sempre il primo passo da compiere. «Da Elmà» iniziò il funzionario Sayov «ci chiedono di approfittare della visita per presentare Algor al grande pubblico.» Khady sorrise per circostanza: si stava chiedendo come potesse essercene ancora bisogno. «Africa è un pianeta molto interessante, con aspetti decisamente curiosi» spiegò il funzionario. Aspetti che centinaia di documentari avevano già sviscerato: dai draghi all’allevamento dei mesiteré, passando per i na-pur, i grossi mesosauri della pesca d’altura, o le diverse specie di ammaniti della cucina algoriana; e non c’era persona in tutto l’impero che non sapesse che l’algoriano aveva una cinquantina di termini per dire uovo. Khady solo due settimane prima aveva accompagnato in elicottero una troupe fino al continente, per un sopralluogo per una nuova serie dedicata ai grandi predatori. Anche il palazzo-ponte aveva i suoi appassionati, per non parlare dell’accademia o dei cantieri spaziali; e i grandi network avevano tutti una rubrica fissa di approfondimento sulla politica algoriana. «In particolare» proseguì il funzionario «è come si vive nella colonia che ci interessa.» Khady percepì il malumore salire nella sua metà del tavolo: colonia non era una parola gradita ad Algor. «Con un ovvio accento» il funzionario sorrise nella sua direzione «sulla famiglia del governatore. Una cosa classica: i ragazzi che vanno a scuola, come si organizza una casa nel palazzo-ponte, la vita privata, cose così. L’imperatore ha già approvato la pubblicazione delle foto dei membri della famiglia per tutto il periodo.» Il funzionario passò a Khady un foglio di polimero oled su cui si vedeva in rilievo il timbro imperiale. La lettera era standard, ma quello che la sorprese, e la irritò, era che la firma in fondo al foglio era stata fatta a mano da suo padre. Non era una prestampata in uso alla segreteria imperiale come quelle che avevano autorizzato l’inserimento delle foto nell’annuario scolastico o quella che era arrivata quando Anya era finita sul giornale per aver vinto la gara di canto delle scuole di Algor. «Non se ne parla nemmeno» disse Khady posando il foglio sul tavolo. Una medusa lo attraversò e una copia fu trasferita tra i suoi documenti. Restituì il foglio al funzionario. «Ma granduchessa, la lettera è firmata dall’imperatore in persona.» «Lo so.» «A Elmà chiedono…» «Ho capito cosa chiede Elmà, ma lei, e i gentili signori della stampa, non avrete un’autorizzazione indiscriminata a pubblicare immagini dei miei figli.» Ci fu un attimo di panico dall’altro lato del tavolo: non erano abituati a veder messi in discussione gli ordini imperiali. «Sono sicura» Khady cercò di essere conciliante «che l’imperatore abbia solo cercato di agevolarci, in modo da non costringerci a richiedere un’autorizzazione a Elmà per ogni foto o filmato. Ma non penso che la sua intenzione fosse di sospendere la protezione che la Legge di successione concede ai membri della famiglia imperiale.» «Sì, certo, capisco» disse il funzionario Sayov. «Tuttavia, possiamo attenderci che la sua autorizzazione ci sarà, una volta visionati i filmati.» «Ci sarà la foto di rito, nel salotto dell’appartamento di rappresentanza. Dopodiché mi aspetto che i ragazzi siano lasciati in pace.» «Granduchessa, stiamo cercando di mettere Algor nella miglior luce possibile, e il suggerimento di occuparci della vita della famiglia più illustre della colonia viene da molto in alto.» Khady si voltò verso Baba: se Sayov avesse pronunciato ancora una volta la parola colonia la sua pazienza avrebbe raggiunto il limite. Appoggiò la mano su quella di Drache e gli sorrise. «Cerchiamo di dare ai nostri figli una vita normale, comune, simile a quella dei loro compagni di scuola. Non troverete niente di speciale: è una situazione molto tranquilla e banale. Noiosa persino.» «Noiosa e banale?» replicò Sayov quasi ridendo. «Come può essere banale qualcosa che riguarda lei, granduchessa?» Khady cercava di mantenere la calma, ma l’atteggiamento di Sayov lo rendeva difficile. «Passiamo oltre» disse Drache. «Ha il programma della visita?» «Governatore, dobbiamo essere sicuri che…» La riunione era difficile per tutti: quell’atteggiamento, in cui Khady riconosceva la formazione dei funzionari di palazzo, ricordava a tutti che erano Elmà e i suoi cerimoniali ad avere il vero potere, qualcosa che qualsiasi algoriano avrebbe voluto dimenticare. «È nella mia provincia, funzionario Sayov, decido io di cosa si parla. Passiamo oltre.»
  11. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Nota: ho dovuto spezzare in due la scena perché era troppo lunga, quindi questo brano è il seguito dell'ultima scena della quarta parte. «Figlio cadetto del sangue di Crym. Sangue? Bleah.» «Concordo» rise Khady «è un’espressione disgustosa.» «Che significa cadetto?» «Che non siamo nel ramo principale.» Soylem scosse la testa. Khady si chiese come spiegarglielo. «Il capo della famiglia di Crym è il governatore della regione di Crym.» Khady la indicò sulla cartina. «Governatore come papà?» «Sì, solo che a Crym i governatori si chiamano margravi. Lo hai incontrato il margravio di Colibi nel libro di Belü?» Soylem divenne serio e un pochino arrabbiato. «È un uomo molto cattivo e vuole uccidere il papà di Belü e rubargli il regno.» «Questi sono invece margravi buoni. Il margravio di Crym, lo zio Sheriel, aveva una sorella, che si chiamava Khady.» «Come te?» «Sì. Ed è la mamma di nonno Soylem.» Il volto di Soylem si illuminò. «Quindi il tuo nome viene da Crym? Per questo è così strano!» «Esatto.» «E tutte quelle che si chiamano Khady poi hanno un bambino che si chiama Soylem?» Khady scoppiò a ridere. «Questo non lo so. Ma nella nostra famiglia sembra andare così, per ora.» «Anche il mio nome è strano.» «Un po'. Ma il tuo viene da Bukara.» «Come il papà di Belü?» Soylem non aspettò che Khady annuisse: guardava affascinato la cartina del nord-est di Mund. «È un nome molto importante il tuo. Il primo a portarlo è stato il principe Soylem, il figlio minore di re Barem e eroe della battaglia di Nagora.» «E sconfiggeva tutti i nemici!» «No. La battaglia di Nagora l’abbiamo persa.» «E perché lui è un eroe allora?» «Re Barem fu catturato durante la battaglia di Nagora, ma lui riuscì a fuggire e a riportare a Bukara un pezzo dell’esercito; e impedì che anche la città fosse catturata.» «E poi? Riuscì a liberare re Barem?» «No. Re Barem era già morto quando il nemico arrivò a Bukara.» «E allora lui divenne re?» «Fu suo fratello più grande a diventare re, re Mür, il re dei dodici giorni: sia lui che Soylem furono feriti durante l’assedio di Bukara. Mür morì quasi subito, ma Soylem ci mise qualche giorno.» «Ma non avevano dottori?» Soylem la guardava preoccupato. «Purtroppo in quel tempo c’erano poche medicine e un sacco di persone morivano per cose stupide.» «Ma quindi non è rimasto più nessuno?» «Mür aveva un bambino piccolo, che si chiamava Mayste. Soylem invece aveva una figlia, che aveva poco meno di diciotto anni. E siccome lei non poteva diventare re, la nominò reggente.» «Che significa?» «Significa che il vero re era Mayste, ma siccome era troppo piccolo allora tutte le decisioni importanti le prendeva lei. E sai qual era il suo nome?» Lui scosse la testa. «Nilüfer. Principessa Nilüfer.» Soylem si voltò verso la sorella e la indicò. «Come lei?» Khady gli abbassò il braccio. «Non sta bene indicare le persone.» Soylem scivolò giù dalla sedia e corse dalla sorella. Girò attorno alla scrivania e le prese un braccio. «Ma tu lo sapevi» le chiese «che c’era una principessa che si chiamava come te?» «Sì» sospirò lei «lo sapevo.» «E lo sapevi che…» «Sì. È famosa, hanno scritto un sacco di libri su di lei.» «E tu li hai letti tutti?» «Qualcuno.» Khady sorrise guardandoli parlare: Soylem era l’unico che riuscisse a distrarre Nilüfer quando leggeva. Come ogni volta, lui le infilò la testa sotto il gomito e lei lo prese in braccio. «Cosa stai leggendo?» le chiese curiosando sulla sua scrivania. «Questa è la scrittura di Crym, vero?» «Sì.» «Anch’io voglio imparare la lingua di Crym. Il nome della mamma viene da lì, lo sapevi?» «Sì, il suo e quello di Shery. I nomi di Crym finiscono spesso in -y per le donne e in -iel per gli uomini.» «È bella Crym?» Khady percepì la tristezza di sua figlia: lasciare Crym era stato per lei solo il primo di una serie di traumi, culminati con la morte del padre e l’abbandono da parte della madre. Shery aveva solo pochi mesi, ma lei e Leyla invece erano abbastanza grandi da sapere cosa stesse succedendo, e reagivano in due modi opposti: Leyla aveva rimosso la sua vita prima di Algor, era diventata la figlia dell’ammiraglio Drache in tutto e per tutto, si era iscritta all’accademia ed era determinata a seguire le orme della nonna Kira, del bisnonno Khizr e di Khady, l’unica madre che era disposta a riconoscere come tale. Con Nilüfer niente era così semplice. «Sì» rispose al fratello. «È piena di verde, ci sono le montagne. Si allevano i cavalli e i falchi.» «Tu sei mai stata a cavallo?» Nilüfer alzò lo sguardo verso Khady. «Andavo a cavallo tutti i giorni quando ero piccola.» «Lascia in pace tua sorella» intervenne Khady. «Abbiamo del lavoro da finire, torna qui.» Khizr comparve sulla soglia. Guardò dentro e un accenno di delusione gli si disegnò sul volto quando si accorse che Nilüfer era nella stanza. Si accucciò di fronte a Soylem. «Allora, campione» gli disse serioso, «ce la possiamo tenere la mamma?» Soylem annuì ripetutamente. «Non abbiamo bisogno di diventare orfani?» «No. Io non volevo neanche prima. Sei cattivo a dire così.» «Ma no cucciolo, sto solo scherzando.» Khizr gli prese le manine. Khady ricordava suo nonno nella stessa posizione. Sarebbe bastato poco: il colore dei capelli, qualche ruga e lineamenti del viso più marcati, le mani invecchiate, ed ecco che suo figlio sarebbe diventato una copia esatta dell’ammiraglio Khizr. «Ma tu lo sapevi» disse Soylem al fratello «che ci sono un sacco di storie nel mio nome?» «Sul serio?» «Sì. Vuoi vederle?» Senza aspettare risposta, Soylem afferrò la mano del fratello e lo trascinò alla scrivania di Khady, si arrampicò sulla sedia e iniziò a trafficare con la cartina. Khizr si mise tra loro due, in piedi. Soylem iniziò a spiegargli di Belü e del principe Soylem e Khizr si mostrava ammirato, fingendo di non sapere niente. «Devo parlarti» disse sottovoce a Khady. Lei annuì. «Va bene. Quando vuoi.»
  12. Torba

    P.A.L.M.O.

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  13. Mettere a tavola una famiglia di otto persone era un’impresa. Ogni volta Khady si chiedeva se non fosse il caso di prolungare l’orario alle persone di servizio, in modo che rimanessero fino a tardi, giusto per acchiapparli tutti e aiutarla a legarli alla sedia. Leyla, la maggiore, era sempre la prima: era una ragazza alta, con i capelli chiari tagliati cortissimi e due occhi color ghiaccio che Khady si chiedeva sempre di dove fossero usciti. Si sentiva adulta perché era già in accademia e quello per lei era un momento in cui poteva avere suo padre tutto per sé: mentre portavano le cose in tavola lei gli raccontava la giornata o parlavano di politica o di navigazione. Inevitabilmente questo scatenava la gelosia di Anya, la gemella di Khizr, che cercava di attirare l’attenzione suonando al pianoforte. La cosa diventava caotica quando Soylem si metteva a correre per farsi inseguire dal fratello. Khady aveva imparato che a quel punto la cosa migliore era appoggiarsi alla parete e da lì rimanere a godersi la scena senza intervenire. Dopo un po', Khizr afferrava Soylem e lo portava in braccio fino al suo posto, Khady e Drache si sedevano, Anya smetteva di suonare e Leyla si allontanava, a caccia delle piccola Shery, la penultima della cucciolata, la cui specialità era sparire proprio nel momento in cui tutti erano pronti. Quando infine ben sette di loro erano a tavola, si udiva la voce di Nilüfer spuntare da uno dei divani: «Finisco la pagina e arrivo.» Era una ragazza schiva, di poco più giovane di Khizr e Anya, con lunghi capelli neri lisci. Come Leyla e Shery, Nilüfer era in realtà figlia del fratello di Khady, Mayste, morto sette anni prima, ed era quella che gli assomigliava di più. Alla fine della cena, Anya riuscì a strappare il padre a Leyla. Si sedettero insieme al pianoforte per cantare. Buona parte del fascino di Drache risiedeva proprio nella voce e quando cantava la parte istrionica del suo carattere dava il meglio di sé. Di solito prediligeva canzoni allegre, come quella che stava cantando con Anya; nelle occasioni giuste anche quelle che il nonno di Khady chiamava da taverna. Ma c’erano state diverse volte in cui l’aveva sorpreso a suonare da solo brani malinconici, in un modo che avrebbe fatto piangere anche le pietre. «Andiamo di là?» chiese Khady a Soylem, che le si era di nuovo messo in braccio. Il bambino annuì e scivolò giù. Avevano una stanza grande destinata a studio, dove c’era un tavolo per ognuno di loro. Khady prese la sedia di Soylem e la portò vicino alla sua. Il bambino si sedette e lei usò un tasto sullo schienale per sollevarlo al livello del tavolo. «Dobbiamo leggere qualcosa?» chiese Soylem con entusiasmo. «Se vuoi.» Khady appoggiò la mano al tavolo e comparve una barriera corallina piena di pesci, piante e altre creature colorate. Soylem picchiettò sullo schermo e l’acqua iniziò ad agitarsi, attirando qualche pesce. Khady premette una delle icone a lato, scorse un menù e selezionò un documento con il volto di Soylem. «Ecco: qui c’è il tuo nome completo.» Khady ingrandì la scritta sullo schermo e lui la guardò come fosse una formula magica. «E devo impararlo tutto?» «Eh già. Provi a leggerlo?» Lui cominciò, sottolineando col dito e scandendo ogni parola. «Soylem di Elmà, figlio di Khady di Algor, granduchessa, e Drache di Algor, governatore.» «Fin qui è facile, no?» «No.» «Come no? C’è prima il tuo nome, dove sei nato e chi sono i tuoi genitori. Prova.» Khady nascose la scritta. «Soylem. Di Elmà.» Aspettò che lei annuisse. «Figlio di Dra… Khady. Di Algor, granduchessa. E di Drache di Algor.» La guardò in cerca di un suggerimento. «Ammiraglio?» tentò, ma Khady scosse la testa. «Uffa. Non me lo ricordo.» «Governatore.» «Ma tutti lo chiamano ammiraglio, perché nel mio nome dev’essere messo diverso?» «Perché essere governatore è più importante che essere ammiraglio e siccome se ne può scegliere solo uno si mette quello che vale di più.» «Quindi granduchessa vale di più che capitano?» «Sembra di sì.» «Ma anche te tutti ti chiamano capitano.» «Eh già.» «E governatore vale più che… com’è marito di una granduchessa?» «Nobile consorte dell’impero.» «Tutta quella cosa lì?» «Tranquillo, anche se tuo padre smettesse di essere governatore diventerebbe ammiraglio. Non credo che lo userà mai nessuno.» «Perché ammiraglio vale di più?» «Esatto. Vogliamo andare avanti?» Khady fece riapparire la scritta e Soylem riprese a leggere. «Figlio cadetto del sangue di Crym, discendente di Belü di ramo dorato, progenie dei signori di Algor, duca.» «Hai capito qualcosa?» Soylem scosse la testa. «Va bene. L’ultima parola sai cosa significa?» «Duca? Che sono figlio tuo?» «Esatto, quello è il tuo titolo, come granduchessa per mamma o governatore per papà. Ed è sempre l’ultima cosa che devi mettere.» Soylem annuì. «E tutta la parte in mezzo? Non ci riuscirò mai a ricordarmela.» «Vediamo. Ah, ecco: Belü sai chi è, giusto?» Soylem la guardò interdetto. «Ma come? Che libro c’è sulla tua scrivania?» «Belü, il piccolo principe delle steppe» disse nella lingua di Elmà, com’era scritto sulla copertina. «Ma è una storia per bambini.» «È esistito davvero e da grande è diventato un re.» «Sul serio?» Soylem sgranò gli occhi. «E sua madre era davvero una strega e vivevano in un castello e faceva le magie?» «Più o meno.» «E che ci fa nel mio nome?» «Perché è il nostro bis-bis-bis, tanti tanti bis, nonno.» «Ma i nonni sono vecchi. E i bis-bis-nonni anche di più.» «Anche loro sono stati bambini prima di diventare vecchi.» Soylem la guardò perplesso. Tornò a leggere. «Ma quindi tutti questi pezzi sono dei nostri bis-bis-tanti bis-nonni?» «Sono le nostre tre famiglie: Crym, la famiglia imperiale e Algor.» «La famiglia imperiale è quella di Belü?» «Sì.» «Quindi anche lui è diventato imperatore, come il nonno?» «È stato tanto tempo fa, si diventava re, non imperatori.» «Tanto tempo fa?» «Più di mille anni. Non c’erano viaggi spaziali, né i tram, né i telefoni, né niente di tutte queste cose.» «E lui dove stava?» «Su Mund, non l’hai letto sul libro? Sai cos’è Mund, no?» «Sì, è dove stanno la nonna Kira e il nonno. Ma il castello di Belü è a Kambaya, non a Elmà dove stanno loro.» «E il papà di Belü dove sta?» «A Bukara.» Khady aprì una cartina sullo schermo. «Guarda: qui c’è Elmà, questo puntino qui. E Bukara invece è quassù.» Khady fece scorrere la cartina verso nord-est. «Quassù» proseguì Khady «ci sono le steppe e i grandi fiumi. Grandi distese di erba e acqua. Freddo e vento. E d’inverno la neve. Tanta neve, tutto si gela e si cammina sul ghiaccio.» «Tu ci sei stata?» Nilüfer entrò in quel momento e andò a sedersi al suo tavolo senza dire una parola. «Va tutto bene?» le chiese Khady. «Sì» rispose. Era più malinconica del solito. «Devo solo finire di leggere una cosa.» Soylem tirò Khady per un braccio. «Mi ci porti?» «Dove?» «Al castello di Belü.» Khady fece fatica a comprendere cosa chiedesse Soylem: l’ingresso di Nilüfer l’aveva distratta. «Non c’è più. Ma si può andare a Bukara.» «E ci sono anche i cavalli e i falchi come nella storia?» «Sì, ma se ti piacciono cavalli e falchi, è a Crym che bisogna andare.» Khady spostò un po' più a sud la cartina. «I miei compagni non ci credono che si può salire su un cavallo come si fa coi kay-mesiteré» disse lui imbronciato. Khady gli accarezzò la testa. Amava Algor, era casa sua, dove aveva vissuto fin da piccola. Però capiva bene le difficoltà dei suoi figli: chi più chi meno, ognuno di loro era portatore di una cultura diversa, che era quasi impossibile far comprendere a un algoriano. Africa era un pianeta dominato dai sauri, tutto girava attorno a loro: per esempio, c’erano decine di specie di uova e centinaia di modi per prepararle e conservarle; ma il latte era un alimento sconosciuto, e far capire a un algoriano che nel resto dell’impero c’era chi mangiava formaggio era un’impresa. «Riprendiamo? Eravamo rimasti a Crym.» Soylem riprese la scritta col suo nome. Si era messo in ginocchio sulla sedia ed era semi-sdraiato sul tavolo, attirando tutti i pesci dell’animazione di Khady.
  14. Fino a
    Giorno 30 marzo 2019, presso la Libreria Feltrinelli Point di Messina, alle ore 18.00, presentazione del romanzo di Gianandrea Parisi, "Cristallo Imperfetto", un giallo, con venature thriller, horror e fantascienza, edito dalla Argento Vivo Edizioni. Interverranno il presidente dell'Ordine degli avvocati di Messina, Vincenzo Ciraolo e la giornalista della Gazzetta del Sud, Marianna Barone.
  15. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: https://info9377839.wixsite.com/jollyroger/invio-manoscritti Distribuzione: LibroCo Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Coloro che gli hanno dato vita sono gli stessi de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica). Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  16. Le comunicazioni interstellari erano complicate. Si potevano mandare messaggi asincroni, come delle lettere o delle foto, che impiegavano qualche ora a raggiungere il destinatario. Oppure si poteva richiedere l’apertura di un canale: era necessario non solo che i due estremi si mettessero d’accordo, ma anche che fosse richiesto l’uso di tutti i ripetitori lungo il percorso che il segnale avrebbe fatto attraverso lo spazio, un processo che in parte veniva svolto ancora a mano, da tecnici specializzati, per via delle instabilità a cui era soggetto. Era una forma di comunicazione molto costosa, appannaggio delle amministrazioni pubbliche, delle forze armate e di pochi ricchi. Dalla scrivania Drache attivò la parete alla sua destra, con somma gioia dei draghetti che ci si trasferirono in massa, e si mise ad aspettare su una poltrona. Non ci volle molto prima che il suo sistema e quello di Kira iniziassero a interagire: lo scambio di informazioni necessario a stabilire la comunicazione era nascosto agli utenti, che vedevano solo le animazioni dell’uno e dell’altro che si mescolavano. Il desktop di Kira rappresentava lo spazio profondo e per prima cosa il monitor divenne nero, poi apparvero le stelle e i draghetti si misero a volare intorno ai pianeti, a fare surf sugli anelli sollevando polvere o a giocare a palla con i satelliti. Lo schermo divenne più chiaro; comparve uno stormo di draghi maggiori che portò via i pianeti e le stelle e scacciò tutti i draghetti, rivelando il volto di Kira sorridente dall’altra parte. Due cose tradivano l’età di Kira: i capelli completamente bianchi e, ma per questo bisognava conoscerla, l’aria pacata che le era venuta con gli anni, quell’atteggiamento tranquillo che ha chi ormai non riesce a stupirsi di nulla. Per il resto era la donna affascinante ed energica che era sempre stata. Era seduta su una poltrona, in una stanza poco illuminata, con in mano una tazza di tè caldo. Indossava i pantaloni pesanti e il maglione della divisa invernale. Tutto rigorosamente color carta da zucchero. «So che Soylem ti ha mandato un’altra ispezione» gli disse. Lui annuì. Kira era una delle poche persone che chiamava l’imperatore per nome. «Già» proseguì lei. «Da che è arrivato il freddo si è incupito. È periodo di caccia e… devi convincere Khady a parlargli di nuovo.» Drache rise. «Convincere e Khady non possono stare insieme nella stessa frase.» Anche Kira rise, ma in modo triste. «Per favore. Soylem è intrattabile e non lo è solo con Algor.» «Posso provarci, ma so già che mi dirà di no.» «Fa pressione su Naime e su Auxen, e spesso anche su di me. E quando si rende conto di cosa sta facendo, si chiude nel suo studio e passa le giornate lì dentro senza ricevere nessuno.» «Almeno non fa danni.» Kira lo fulminò con lo sguardo: era una frase che poteva costare molto cara e che a lui veniva graziata solo in virtù di un’amicizia quarantennale. Drache alzò le braccia. «Kira, non riesco a dare torto a Khady, neanche se mi impegno. Sinceramente, è solo perché è l’imperatore che stiamo qui a parlarne. Quello che è successo tra loro non ho idea di come possano fare a superarlo.» Kira distolse lo sguardo. Drache capiva quanto fosse difficile la sua situazione: non erano certo le pressioni su Naime e Auxen o i piccoli dispetti come le ispezioni che la preoccupavano. La verità era che Khady era sua figlia e l’imperatore era l’uomo che amava e non avrebbe mai smesso di cercare di rinconciliarli. «Si incupisce se gliene parlo» cercò di spiegarle. «Non mi dice nulla, ma so sempre quando Khady sta pensando a lui: si chiude e per un po' è come se non esistesse più nient’altro che i suoi pensieri.» Quando il sole andava verso il tramonto, sul palazzo-ponte si accendevano le luci all’ultimo piano e rimanevano aperti solo pochi bar e ristoranti: la maggior parte degli algoriani, che abitasse nella città alta sopra la scogliera o vicino al porto e alle spiagge, preferiva svagarsi altrove. Rimanevano i soldati e i funzionari che non erano di Algor; e che molto di rado si avventuravano altrove. Il governatore era l’unico algoriano che abitava nel palazzo-ponte. Nonostante i buoni propositi, come ogni sera si ritrovò a uscire che era già buio. Salì fino al giardino pensile sopra il tetto. Lassù poteva vedere, dietro gli alberi e i cespugli, la striscia rosso-violacea all’orizzonte, quanto restava del tramonto. C’erano due cose che avrebbe desiderato: un bel viaggio per mare sullo yatch, con Khady e tutti i loro figli. E tre giorni alla casa sulla scogliera, dove abitavano prima che diventasse governatore, lui e lei da soli, senza figli né impegni; né imperi. Ma non aveva avuto un solo giorno di vacanza in quattro anni e non se ne prospettavano molti in futuro. Eppure si sentiva felice quando, superata la siepe in fondo al giardino, entrò in casa. Si tolse le scarpe appena passata la porta e le mise nel guardaroba. L’open space dava l’impressione di essere basso, ma in verità era molto ampio. Quattro divani accoglievano chi entrava e a destra una parete nascondeva la cucina, seguita da una grande tavola apparecchiata. In fondo, prima della porta che portava alle camere, c'era il suo pianoforte a coda. La parete opposta all'ingresso era di vetro e si vedevano il giardino e la piscina. Come ogni sera, erano tutti là fuori. Tranne Khady, sul divano col più piccolo dei suoi figli, un diavoletto biondo di nome Soylem. Il piccolo alzò la testa e gli mostrò la faccia tutta impiastricciata. «Mamma, lo dici tu a papà che io non volevo davvero che tu e lui non ci foste più?» «Sono convinta che lo sa già.» Drache si sedette sul divano davanti a loro. Non riusciva a capire quale fosse la tragedia di quella sera, ma lo sforzo che stava facendo Khady per non scoppiare a ridere lo tranquillizzava. «È vero, no?» Khady si rivolse a lui. «Lo sai che Soylem non voleva davvero che morissimo?» «Sì. Ho la ragionevole certezza che i miei figli non mi vogliano morto.» «Anche perché» intervenne Khizr, il fratello più grande «non servirebbe a niente.» Khizr aveva diciotto anni ed era un ragazzo alto coi capelli castani. Non aveva preso solo il nome dall’ammiraglio Khizr, il nonno di Khady: per un attimo, nella penombra, il modo di camminare e la voce del ragazzo avevano dato a Drache l’illusione che il suo vecchio mentore fosse resuscitato. «Prima di tutto, è la mamma quella che dovrebbe morire» proseguì Khizr. «A uccidere papà non ti risolvi nessun problema.» Soylem fissava il fratello spaventato. «Ma non basta che muoia: bisognerebbe che il nonno si incazzasse di brutto e decidesse di tagliarle la testa e che noi non siamo più figli suoi e…» Il bambino scoppiò di nuovo a piangere. «Gran bel risultato» disse Drache. «Ma è la verità.» «Sarà» riprese Drache, «ma eravamo riusciti a calmarlo prima che intervenissi tu.» Khizr scosse la testa e cercò con lo sguardo da sua madre una comprensione che non trovò. Sbuffò e si mise in ginocchio davanti a lei, posando la mano sulla schiena di Soylem. «Dai, piccolo, non fare così. Puoi sempre impararlo il tuo nome.» «Ma è difficile.» «Eh, lo so. È toccato anche a me. Ce l’abbiamo fatta tutti, puoi farcela anche tu.» «Ma voi siete grandi.» «Ma l’abbiamo imparato da piccoli.» Soylem si asciugò gli occhi e prese il fazzoletto. Così era quella la grande tragedia: al piccolo Soylem, chissà poi per quale motivo, era richiesto di sapere l’intero nome, una sfilza di titoli di tre righe pieni di termini incomprensibili per un bambino. Era stato un evento, e in un paio di occasioni un vero dramma, per ognuno degli altri cinque figli. Khizr, che ora era qui fiducioso e tranquillo, a suo tempo si era sdraiato per terra rotolandosi sul pavimento, dichiarando che si sarebbe chiuso nella sua stanza e non ne sarebbe uscito finché non l’avessero espulso dalla famiglia imperiale. Incrociò lo sguardo di Khady, che mimò un maestra idiota con le labbra. L’unico pensiero che rimase a Drache era che amava la moglie e i figli ed era felice che preoccupazioni di quel tipo avessero spazio nella sua vita.
  17. Oscar Santini

    Fly me to the moon - La Soffitta, 2

    Ma il costo dei dischi non era l'unico problema. Un altro scoglio con cui bisognava confrontarsi era la difficoltà nell'ascoltarli fuori di casa. Era un problema logistico non indifferente. Per risolverlo mio padre aveva recuperato e aggiustato due vecchi Sound Burger, lettori portatili di vinili. Funzionavano sia con i 33 che con i 45 giri. Erano per certi versi una soluzione, ma condannavano chi li portasse a subire le stimmate sociali. Mio papà lo sfoggiava fiero a lavoro, ma i suoi colleghi lo prendevano in giro chiamandolo tra loro "lo strambo". Io non so se lui non se ne accorgesse oppure se non gliene fregasse nulla. Provai comunque una volta a portarlo a scuola e i miei compagni risero di me per tutta la mattina e nelle settimane successive. Non l'ho più riportato. A mio fratello invece gli altri non interessavano. Spesso perdeva l'ultimo pullman utile per arrivare in orario a scuola perché si attardava a scegliere il disco da portarsi. E dal mio punto di vista era meglio che non ci arrivasse proprio in classe perché mi accorgevo della derisione collettiva. Una volta mi picchiai con un altro ragazzo per fare il fratello maggiore protettivo. Lo stava prendendo in giro in cortile durante l'intervallo. Io me ne accorsi per caso, perché fumavo dove stava lui. Quando capii che stava parlando di mio fratello andai fuori di testa: il sangue mi schizzò al cervello e mi avventai su di lui appendendolo al muro. Era più grande di me in tutti i sensi: più alto, più muscoloso e più grande, ma per un istante gli feci paura per davvero. Aveva gli occhi inebetiti di chi viene colto di sorpresa, ma il mio momento di gloria durò poco. Si liberò facilmente della mia presa, poi mi spinse via. Io corsi all'indietro rischiando di cadere in modo ridicolo. Ripresi l'equilibrio, serrai i pugni e cominciai a insultarlo e a urlargli che non si doveva permettere di prendere in giro mio fratello. Non la prese bene. Mi venne incontro veloce e mi diede un pugno sulla bocca dello stomaco. Mi piegai senza fiato e lui ne approfittò per afferrarmi e prendermi a ginocchiate e pugni. Nel frattempo attorno a noi si era formato un capannello di studenti, tutti tifavano per lui. Dopo una decina di colpi si sentì appagato, mi lasciò cadere a terra e se ne andò portandosi dietro il codazzo di supporter. Pensavo mi avesse rotto tutte le ossa. Riuscii solo a girarmi con la faccia verso le nuvole. In bocca sentivo il sapore del sangue che spilava dal labbro inferiore spaccato. Passarono alcuni minuti, il tempo di prendere una nota sul registro perché non ero tornato in classe dopo l'intervallo, scoprii più tardi. A un certo punto un'ombra si allungò tra il mio corpo e il sole. Era mio fratello. Il disco girava nel sound Burger, ma non lo ascoltava, dalle cuffie che teneva attorno al collo si intuiva una canzone blues. - Cosa è successo? - Ho picchiato uno! - Ah, sì? E lui dov'è? All'obitorio? in paradiso? - Io ti difendo e tu fai l'ironico? Grazie Albi - Tu cosa?!? - Ti stava prendendo in giro per quel coso lì che ti porti sempre dietro - E tu ti sei sentito in dovere di rimediare all'onta della casata? - Ah ah Mi aiutò a mettermi seduto e si sedette vicino a me, mi passò una cuffietta, premette play e ci fumammo una sigaretta, in silenzio. Pinetop Perkins, How long blues. C'era anche un problema di spazio. I vinili erano voluminosi e non potenzialmente infiniti da archiviare come la musica digitale. Ma quello, diceva mio padre, era il bello della musica analogica: bisognava scegliere. Per quel motivo conservava una lista nella tasca del giubbotto. Aveva dedicato ai dischi la soffitta che affittavamo insieme all'appartamento. Era un posto inospitale: senza piastrelle, male illuminato, caldo d'estate e freddo d'inverno. L'unico termosifone serviva soltanto a ridurre l'umidità e favorire la conservazione della collezione. Molte domeniche pomeriggio mio papà le passava lì, fino a quando la cena non era pronta. Mia mamma urlava minacciosa dalla cucina e, dopo qualche minuto, le sue gambe spuntavano dal soffitto e scendevano dalla scaletta. A noi due quel luogo era precluso, quindi era il più grande dei nostri desideri. D'estate, quando sia mamma che papà erano a lavoro e noi a casa da scuola, ci intrufolavamo su e attaccavamo i dischi. Eravamo bambini. Una volta, inaspettatamente, papà tornò a casa prima e ci trovò in soffitta. "Andrea! Alberto!", urlò. Ci acchiappò impietriti e ci trascinò giù nell'appartamento, ci sculacciò e ci mandò in punizione in camera. "Non provateci mai più!", gridò dall'altra parte del vetro della porta. Aveva paura che rovinassimo qualcosa o, peggio, che rovinassimo noi giù dalla scaletta. Tornammo comunque in soffitta di nascosto fino a quando non diventammo abbastanza grandi da non poter fare danni, secondo lui. È lassù che io e mio fratello abbiamo costruito il nostro universo. Fumavamo le prime sigarette in soffitta, ascoltando la musica e parlando la musica. Non eravamo mai d'accordo su niente e finivamo quasi sempre per litigare: - Se dovessi descrivere la felicità con una canzone quale sceglieresti? - Perfect Day di Lou Reed - Ma che dici, quella è la canzone più triste del mondo probabilmente - Non è vero! È la storia di due innamorati al parco. Non c'è niente di più felice di due innamorati al parco. - Sì, certo. Lou Reed parla del suo rapporto con la droga: è semplicemente un giorno perfetto, sono felice di passarlo con te. È l'eroina, come fai a non capirlo? Ingenuo. - è proprio questo il bello. Immaginati Lou Reed, tossicodipendente, mezza vita ad emarginarsi perché non sapeva che farsene di quella società. Poi a un certo punto capisce che anche dare da mangiare agli animali allo zoo può essere perfetto. E allora sì che capisce veramente che cosa sia la felicità. - Musica triste + voce greve = pessimismo cosmico e tanta ironia. Mi sembra assurdo che tu non colga banalità del genere. Comincio a sospettare che tu abbia dei ritardi mentali. - Vaffanculo Alberto - ok Lo lasciavo solo e mi chiudevo in camera maledicendolo. Però anche litigare così era stato un ottimo modo per conoscerlo. Quando rientravo a casa mi bastavano poche note per capire come stesse. E così per lui. E gli altri? Estranei e lontani da quella soffitta. La musica ricopre un posto centrale nella vita di un quindicenne e a noi quella contemporanea era preclusa.
  18. Oscar Santini

    Fly me to the moon - La Soffitta, 1

    Com'era mio padre? Mio padre era una persona semplice: lavoro, casa, famiglia. Si alzava presto la mattina, beveva un caffè, prendeva la macchina, andava in fabbrica, poi tornava. D'inverno usciva e rientrava con il buio, spesso addormentandosi in quel breve spazio tra il ritorno a casa e la cena. Era un uomo metodico e senza troppi fronzoli. La più profonda realizzazione della sua vita eravamo io, mia madre e mio fratello, anche se dovevamo dividere il suo amore con un hobby che coltivava fin da quando era ragazzo: collezionava vinili da 33 e 45 giri in un'epoca in cui, diceva lui, il significato della musica era andato quasi del tutto perduto. L'unico modo per ascoltarla era facendo roteare un disco sotto una testina. Mp3, wav, aac non erano formati audio, ma modi di dire la stessa cosa; ovvero che la musica era stata compressa, ingabbiata in megabyte e resa immateriale. Si trattava, diceva lui, di una delle forme peggiori di decadimento di quell'arte. La fisicità dell'esperienza musicale, quello stare insieme all'artista attraverso un gesto era stata spazzata via da un doppio click e un lettore multimediale. L'integralismo analogico di mio padre aveva però anche un'altra spiegazione, legata ai suoi specifici gusti musicali. Amava la musica del XX secolo, soprattutto quella composta tra gli anni trenta e gli anni settanta, anni in cui il vinile era il formato per eccellenza. Sarebbe quindi stata una mancanza di rispetto nei confronti di quel periodo storico, diceva lui. Sarebbe stato come riprodurre un quadro di Rembrandt con la tavoletta grafica. Il rumore della puntina sul disco, il fruscio del vinile che gira su sé stesso, solo attraverso questi rumori si poteva rivivere l'esperienza d'ascolto che altri avevano vissuto prima di lui. C'era da dire che, considerate queste spiegazioni, l'hobby di mio padre rischiava di sconfinare nel territorio dell'ossessione, ma mia mamma con garbo e con forza lo teneva sulla terra. E comunque, ripensandoci oggi, la sua passione era una cosa bellissima, che illuminava tutta la casa. Inoltre mi è capitato poche volte di incontrare persone capaci di coltivare passioni piccole e durevoli. Spesso invece ho incontrato grandi sognatori a tempo determinato. Tornando a mio padre, bisogna però dire che il suo integralismo analogico portava con sé tutta una serie di aspetti negativi: il primo era di tipo economico. Erano trascorsi molti anni dall'uscita di quei dischi e molti di questi erano diventati pezzi da museo. Trovarli senza strapagarli era quindi un lavoro lungo e frustrante. Ne sapevamo qualcosa io e mio fratello, perché almeno un sabato al mese ci trascinava con sé al mercato delle pulci sulla Dora. Avevamo entrambi meno di dieci anni. Ci teneva strette le mani e si buttava nella folla di persone che ingrossavano le strade ciottolate del mercato. Sui due lati erano sistemate bancarelle fisse e venditori con solamente una coperta dove esponevano tutta la loro merce. Era un habitat con poche regole non scritte e confusionario. Noi due venivamo strattonati da una parte all'altra da papà, che quando intravedeva uno scatolone di dischi appena usciti da una cantina sgomberata, si fiondava verso la bancarella e noi dietro a rimorchio. Aveva fatto una lista dei pezzi che gli mancavano, su un foglio protocollo piegato quattro volte su sé stesso e che teneva sempre nella tasca del giubbotto. Era metodico. Ogni volta che aggiungeva un disco alla sua collezione prendeva un nuovo foglio protocollo e lo compilava con la lista aggiornata. Quando non trovava niente per mesi e il foglio si sgualciva un po', riscriveva la stessa identica lista su un nuovo pezzo di carta, e lo infilava di nuovo in tasca. Alcune ricerche erano estenuanti, duravano tutte le ore della mattina. Ora che sono passati tanti anni, però, non mi ricordo più la fatica di aver camminato per ore, ma la bellezza di andare a mangiare insieme a lui e mio fratello un pezzo di pizza alla panetteria magrebina che stava alla fine del mercato. Succedeva ogni volta, alla fine delle ricerche, qualsiasi fosse l'esito. Ci comprava piccoli pezzi, ché la mamma a casa stava preparando il pranzo e non dovevamo rovinarci l'appetito. Ce le portava mezze incartate poi si portava l'indice al naso perché quello era un nostro segreto. Altrimenti si sarebbe arrabbiata. Spesso non trovavamo niente, ma quando ci imbattevamo in uno dei vinili mancanti era una vera festa. Tornavamo a casa e facevamo un primo ascolto di prova. Tutti quanti seri e con la ruga della fronte corrucciata per la concentrazione, cercavamo di capire se il disco avesse qualche riga o difetto che facesse saltare la puntina. Se l'ascolto scorreva liscio fino alla fine mio padre esultava gridando "Sì!" e battendo due volte le mani. Se era un lento riportava la puntina all'inizio del vinile, andava a prendere la mamma e se lo ballavano in cucina, rischiando di andare a sbattere contro i mobili perché non era tanto grande. Dopodiché la canzone diventava la colonna sonora della giornata: pranzavamo ascoltandola, con mio padre che ci raccontava tutto quello che sapeva sull'artista e sull'opera. Aspettavamo poi che il pomeriggio si consumasse del tutto, ognuno facendo le proprie cose, ma con sempre lei di sottofondo.
  19. Prologo Capitolo 1. Prima parte Su tutta Africa, il pianeta che si ospitava Algor, c’erano solo due isole abitate, separate da un braccio di mare molto sottile. Gli altri continenti erano dominio incontrastato di varie specie di sauri, così come buona parte degli oceani. Il cuore della città era il palazzo-ponte, costruito nel punto in cui entrambe le isole arrivavano a strapiombo sullo stretto con una scogliera. Khady uscì dall’accademia e si incamminò sulla strada pedonale, tenendosi vicina al parapetto. I veri abitanti di Algor si riconoscevano perché non erano per nulla impressionati dal salto di cento metri sotto di loro e non notavano neanche più i tiranti che sostenevano la campata a intervalli di venti metri, così spessi che ci sarebbero volute tre persone per abbracciarne uno. Avrebbe potuto prendere il tram, dall’altro lato dell’edificio, ma era ancora presto e ora che si avvicinavano all’autunno la temperatura più fresca invitava a stare all’aria aperta. Arrivò comunque in anticipo all’eliporto e, con sua somma sorpresa, scoprì che qualcuno aveva prenotato una lezione. Algor non aveva molte risorse, a parte la sussistenza data dalla pesca e dall’allevamento dei mesiteré, specie di dinosauri simili agli struzzi. La vera ricchezza di Algor era l’astroporto e le sue flotte dedite a commerci più o meno leciti dentro e fuori l’impero; e alla guerra. In quel mondo essere un pilota significava volare nello spazio: il volo in atmosfera con un elicottero era considerato poco più di un eccentrico passatempo. Difatti, l’allievo che la stava aspettando era un soldato del reggimento di stanza ad Algor, un sergente di nome Donio che teneva la divisa perfettamente abbottonata e la salutò scattando sugli attenti e strappandole un mezzo sorriso. «Bene, sergente» gli disse Khady nella lingua di Elmà, «vedo che ha chiesto un corso per il brevetto da istruttore di primo livello.» «Sì, signora. Mi hanno detto che solo lei può tenere quel tipo di corsi qui ad Algor.» Khady annuì. L’accento che aveva le era familiare. «Viene da Terovesh, sergente?» «Sì, signora» rispose lui. «Come ha fatto a capirlo?» «Ho passato diversi anni a Coimbra» disse lei, perplessa perché proprio in quella città aveva sede il maggior centro di addestramento dell’esercito. «Che ha combinato per venire mandato qui?» Il sergente Donio si guardò le scarpe. «Temo di essere molto in imbarazzo a parlarne, signora.» Khady scoppiò a ridere. «Va bene, sergente. Andiamo a prepararci.» Entrati nell’elicottero, Khady fece accomodare Donio al posto del primo pilota e si sedette in quello del secondo. «Prima di iniziare il corso vero e proprio» disse allacciandosi la cintura «ho bisogno di vedere come vola.» «Sì, signora.» L’elicottero da addestramento era un vecchio apparecchio riadattato, con un touch-screen riconfigurabile per emulare diversi modelli reali. Khady appoggiò il suo telefono alla console per ottenere l’autorizzazione a impostare i comandi. Scelse dal menù un modello base. «Come istruttore di primo livello avrà degli allievi principianti, quindi niente cose sofisticate: decollare, atterrare, volare dritti tra l’uno e l’altro.» «Sì, signora.» «Allora vediamo come se la cava con le cose base.» Prima di togliere il telefono, Khady selezionò un’icona in basso a sinistra e confermò. Tutte le scritte e i simboli sparirono e i comandi diventarono anonimi tasti grigi. Donio la guardò interdetto. «Vogliamo decollare, sergente?» «Io, non so se…» «Sì, fa a tutti quest’effetto i primi dieci minuti. Ma stia tranquillo: le sue mani sanno dove andare.» «E se sbaglio?» «Be’, sergente, dubito che riusciremo a schiantarci a motore spento.» «E quando saremo in volo?» Khady gli sorrise. «Intanto pensiamo ad arrivarci, in volo. Del resto ci preoccuperemo lassù.» L’ammiraglio Drache guardò sbuffando la comunicazione che aveva sul tavolo. «Un’altra volta?» Il consigliere Auxen, governatore generale delle province esterne, gli stava annunciando la quarta ispezione da che era governatore di Algor. Non ricordava ce ne fosse mai stata una nei trentasei anni in cui la carica era appartenuta all’ammiraglio Asa e a lui invece gliene toccava una l’anno. Non che si preoccupasse: ormai sapeva cosa aspettarsi e che non sarebbe emerso nulla di rilevante, però era una gran perdita di tempo che metteva a dura prova la pazienza di tutti. Ma non poteva certo opporsi a una richiesta di Elmà. Si alzò per prendersi da bere. Nell’ufficio del governatore trovavano spazio la scrivania, un divano a tre posti, con poltrone e tavolino da tè, e un angolo bar. Il colore dominante era l’azzurro carta da zucchero, di un tono più scuro rispetto a quello delle divise, intervallato qua e là dal bianco crema e dal legno chiaro. La prima volta che Drache era entrato in quell’ufficio lo stavano ancora costruendo: il palazzo-ponte era solo uno scheletro d’acciaio e lui era un giovane capitano al seguito dell’ammiraglio Khizr, il signore di Algor. Tirava vento ed erano al terzo piano, faceva quasi freddo. La parete dietro la scrivania era di là da venire, e così la scrivania, il resto della mobilia, il pavimento di marmo, la porta in vetri oscurabili che lo separava dalla segreteria. Sembrava di essere sospesi nel vuoto mentre camminavano sulle travi spesse due metri con a proteggerli solo una balaustra temporanea. Sotto di loro le onde si infrangevano sui pilastri e l’odore del mare arrivava fin lassù, da dove le barche che servivano il cantiere apparivano piccole come gusci di noce. Drache si risedette. Adesso che non la stava usando, sotto il vetro della scrivania era apparsa una ringhiera su cui stavano appollaiti dei draghi minori. Era un’animazione che usava da anni, ma ancora lo divertiva: ogni tanto arrivava un drago più grande, di solito rosso, e faceva fuggire tutti i più piccoli. Nell’angolo in basso a sinistra comparve una lanterna che ruotava su sé stessa, simile alla luce di un faro. I draghi si spostarono in quella direzione, incuriositi dalla nuova arrivata: Lianna, la segretaria di Drache, cercava di contattarlo. Lui appoggiò la mano e comparvero alcune icone, sempre circondate da draghi impiccioni. Ne tenne premuta una e la parete di fronte a lui da bianco lattiginosa divenne trasparente. Fece cenno a Lianna di entrare. «L’ammiraglio Kira» gli disse lei appena aperta la porta «richiede un collegamento da Elmà per te.» «Quando?» «Dovrebbero aprire un canale tra quindici minuti.» «Di’ pure che me la passino qui.»
  20. Wolf Graham

    Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

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  21. Writer's Dream Staff

    Plesio Editore

    Nome: Plesio Editore Sito: http://www.plesioeditore.it/ Generi valutati: fantasy, fantascienza Invio manoscritti: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=49 Distribuzione: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=102 Facebook: https://www.facebook.com/Plesio-Editore-121575227944615/
  22. ewan_j

    Kipple Officina Libraria

    [Accesso alla valutazione solo tramite concorso con tassa d'iscrizione] Nome: Kipple Officina Libraria Genere: Fantastico, New Weird e Fantascienza Invio Manoscritti: non specificato Distribuzione: on line Sito: http://www.kipple.it/ Facebook: https://it-it.facebook.com/KippleOfficinaLibraria
  23. TheFenris11

    Scrivere Interfaccia grafica PC

    Buongiorno, sto scrivendo una scena del mio romanzo in cui un personaggio scrive al terminale dell'astronave. Volevo sapere se esiste una sorta di "grammatica" nel rappresentare le parole che compaiono sullo schermo del pc. Non so se mi sono spiegato bene, ad esempio io l'ho reso così: </__<ATTENDERE ___ ATTENDERE___ AVVIO COMUNICAZIONE CIFRATA</ </___ ANALISI DATABASE IN CORSO ___ATTENDERE</ e così via... Secondo voi può essere reso bene? Esistono altri modi? Grazie mille
  24. opinem

    snowball capitolo1 parte1

    commento 0.1 -Morris mi senti… Morris rispondi… -Dimmi, veloce che sono incasinato. -Lascia quello che stai facendo, i servosterzi idraulici si sono bloccati di nuovo… Polvere maledetta. -Che palle, ok chiudo il carter dei freni e arrivo. -Si, ma sbrigati. -Quella merdosissima polvere, le guarnizioni che ci mandano fanno sempre più pena. -Smettila di lamentarti, se non ti va bene puoi sempre tornartene a casa. -Fanculo… La guarnizione principale era completamente incrostata di grasso e polvere, quello schifo elettrostatico ricopriva tutto. L'enorme draga sarebbe rimasta ferma per almeno sei ore, tanto avrebbe impiegato la squadra di Morris per sostituire il pezzo. Controllarono l'ossigeno a disposizione e iniziarono il lavoro. Le mani infilate nei grossi guanti si muovevano con fatica rendendo l’operazione di sostituzione della guarnizione più simile a un rompicapo che a un lavoro di routine, alzo lo sguardo verso le colline illuminate dal sole delineate in maniera surreale sotto il cielo nero. Le ombre nette e solide si allungavano all’interno del cratere mentre la Terra, a metà della sua fase crescente, si stagliava poco sopra l’orizzonte. 0.2 L'impianto di riciclo dell'aria ronzava in maniera fastidiosa impedendogli di leggere il libro che ormai tentava di finire da tre settimane, era stato un viaggio lungo e noioso. Un hostess inguainata in un tailleur nero di cotone elasticizzato gli porse un drink e le chiavi di accesso al server di comunicazione, fine definitiva della lettura, di fronte ai suoi occhi cartelle di dati e grafici sullo stato di avanzamento dei lavori, costi, contrattempi e imprevisti vari. Chiuse gli occhi e cominciò a lavorare. 1 -Morris vieni a vedere. Le stelle erano brillanti come sempre fuori dai vetri della base. La terra era poco sopra l'orizzonte a metà della sua fase crescente, un dischetto azzurro nel cielo nero, ma non era quello che Nadia voleva mostrargli. I giganteschi motori della John_Doe stavano per essere accesi per la prima volta. Una vibrazione sorda gli attraversò il corpo quando i reattori a fusione cominciarono a convogliare energia ai campi magnetici di poppa, appena furono a regime si intravide una luminescenza bluastro verdognola, durò solo una frazione di secondo poi la sensazione scomparve e il gigantesco scafo si stacco di un paio di metri dai supporti. -Yess! Funzionano. -Già. Rispose Morris assorto. I cinque chilometri abbondanti del vascello si avvicinarono dolcemente ai supporti, di nuovo la vibrazione una fiammata di scarico e i reattori tornarono a regime minimo. …Test concluso, tutti gli addetti al rifornimento tornino alle loro postazioni… Gracchiò l’altoparlante sopra le loro teste. Ecco riposo finito, abbiamo venti giorni per caricare tutto non dormiremo molto. Percorsero il corridoio che portava alle stive di precarico, dopo vari controlli cominciarono a caricare barre di combustibile sufficienti per venticinque anni di autonomia operativa. Viveri, armamenti e uomini sarebbero arrivati a breve, venti giorni e la John_Doe avrebbe avuto un nome, si sarebbe imbarcato e addio polvere maledetta, o almeno così sperava. Nadia non smetteva di parlare rendendo difficile a Morris concentrarsi sulle schede di carico. -Dicono che le armor-suit siano già a bordo, e anche le testate nucleari. -Non avrebbero testato i motori con un vascello armato, inoltre è senza nome. -Sembra abbiano fretta, si dice che Marte… -Basta, torna al lavoro. Morris non amava le chiacchiere, ne aveva sentite troppe nei suoi quarant’anni e ora si trovava bloccato su una stazione lunare a gestire carico e logistica di una nave che aveva in parte progettato, una carriera decisamente diversa da quella che si era immaginato. In dieci giorni finirono le operazioni di carico primarie, poi cominciò l'attruppamento, centocinquantamila marines, quindicimila avieri, diecimila marinai più un numero sconosciuto di ufficiali. Per ultimo arrivo l'ammiraglio William Boyle come tradizione prima di salire a bordo consegno al primo ufficiale un foglietto col nome della nave. La mattina dopo l'Octavius decollò con Morris sul ponte di volo numero tre a controllare le ganasce dei Fulcrum. Il lavoro sul ponte non mancava, la manutenzione ordinaria dei velivoli tattici era un’operazione continua, Morris doveva gestire una squadriglia di trecento Fulcrum da intercettazione, le esercitazioni giornaliere prevedevano un decollo e un atterraggio per ogni pilota, oltre a esercitazioni di squadriglia in volo e risoluzione di problemi che andavano dal crashdown fino a esplosioni nucleari. Dalla sua postazione vedeva le bocche da cui i caccia uscivano a oltre due volte la velocità del suono spinti dagli acceleratori magnetici dei tubi di lancio, la nave poteva svuotare i ponti di stazionamento in meno di quindici minuti liberando una nuvola di vespe pronte a colpire. Colpire chi non lo sapeva, ma erano pronti. Il ponte di atterraggio era invece una gatta da pelare, i piloti dovevano imparare ad atterrare senza svenire, si trattava di un tunnel lungo circa un chilometro e largo cinquantacinque metri, i Fulcron entravano a una velocità compresa tra mac uno e due, una volta entrati i sistemi di bloccaggio magnetici li agganciavano fermandoli in circa ottocento metri scaricandoli in fondo al ponte. La decelerazione era così potente da far perdere i sensi, nella prima settimana di esercitazione venticinque piloti finirono collassati nell'infermeria del ponte 12. -Mr. Wiles la prego di allacciare le cinture stiamo attraccando. -Grazie. Sei mesi di viaggio ma finalmente era arrivato, per i prossimi dieci anni avrebbe lavorato alla costruzione della sfera principale, poi a casa. Le operazioni al porto di Ganimede erano molto complicate, la stazione orbitale da cui partivano i cargo e su cui si effettuava la manutenzione ordinaria delle bolle di estrazione era la stessa su cui venivano assemblate le parti del Progetto, questo sovraccaricava i due ascensori orbitali costringendo a liste di attesa per il loro utilizzo. Mentre attendeva il proprio turno nella sala d’aspetto, gli si avvicinò un ragazzo in uniforme. -Mr. Wiles è desiderato dal comandante della stazione.
  25. Sei giorni prima Prima die Laudes Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire. (Apocalisse 3,2) Il fetore e la frenesia della metropoli lo inondò, come ad ogni pallido giorno, appena aprì gli occhi. Sentì la vita affannarsi attraverso la finestra aperta. Le urla dei venditori ambulanti, e dei tassisti, dei mendicanti e delle prostitute, l’eterno suono di ingranaggi e di macchine, il rimbombo delle tubature e dell’acqua che vi scorreva e il sibilo degli autoveicoli che sfrecciavano a decine di metri da terra. Si alzò e le molle sotto il materasso cigolarono. Sembrò quasi un suono antico in mezzo a quel vociare caotico, a quel coacervo di suoni alieni, eredità di quel passato che tutti si ostinavano ancora a chiamare futuro. Si slegò dal braccio un pezzo di stoffa scuro e pesante e se lo legò, come ogni, ogni, ogni giorno, attorno al collo fino a coprire la bocca. Lo accomodò facendo appello ad una memoria tattile oramai istintiva in modo tale da sistemare il simbolo del triangolo con all'interno l’occhio onnisciente all'altezza delle labbra nascoste. Indossò così la kaluptra, la maschera dei Custos. Il piccolo inevitabile rituale di ogni Custos Verbi. A passi lenti si diresse verso la finestra, si appoggiò allo stipite della e guardò fuori. L’aria fredda illuminata dai raggi trasversali e malati del sole che tentavano di farsi largo attraverso la foschia del grigiore dei fumi metropolitani. Sotto di sé per decine di chilometri si stendeva ancora una coltre di false stelle, luci, neon, led, insegne luminose perennemente accese. E quel nero trambusto fatto di persone e strade, palazzi che si perdevano nei banchi di caligine stantia che come una palude intrappolavano la visione del cielo. Lontano l’eco dei megafoni, delle pubblicità e dei proclami sui maxischermi appollaiati sulle ripide pareti di quegli antichi castelli decadenti dove viveva ciò che rimaneva dell’uomo. A nord i suoni lontani delle sirene dell’Akropolis che scandivano il tempo rendendolo così opprimente, così scontato nella sua incessante misurazione. Cercò senza trovarlo un soffio di brezza rinfrescante, percependo invece, come sempre, il gelo dell’alba soffocata dagli opprimenti miasmi della sopravvivenza. Nessun soffio di vento ad addolcire il risveglio con la sua naturalezza. Solo lo spostamento d’aria, altrimenti immobile, proveniente dal passaggio dei veicoli. «Un nuovo giorno, per ciò che rimane» bisbigliò, sperando tra sé che quelle sarebbero state le uniche parole che avrebbe dovuto pronunciare quel giorno. Appoggiato al davanzale guardò sotto di sé il formicaio impazzito dell’umanità affannarsi senza uno scopo apparente, imprigionato nell'alveare ottenebrato della vita scandita. “Proprio come dovrebbe essere” pensò amaro. Guardò attorno a sé la stanza e gli altri letti vuoti. “Un tempo ve ne erano così tanti e ora siamo così pochi”. Voltò le spalle a quello specchio tetro della realtà, si avvicinò alla sedia di fianco al suo letto e vi raccolse il lungo cappotto e indossatolo ne estrasse un pesante mazzo di chiavi. Aprì ognuna delle serrature che assicuravano la porta del rifugio e la richiuse alle sue spalle. Venti piani sotto con cautela uscì dalla porta secondaria che solo lui e i suoi compagni conoscevano e svoltato il sudicio vicolo arrivò sulla strada osservando sopra di sé il tetto di traffico di autoveicoli. “Una bella metafora” pensò, c’è chi può permettersi di galleggiare a mezz'aria e chi invece… senza pensare si spostò di alcuni passi alla sua destra prima che un vecchio taxi su ruote potesse investirlo nella frenesia della corsa. E fu lungo quella strada, come mille ve n’erano a Neo Babylon che arrivarono a posarsi su di lui le prime occhiate. Intimorite, naturalmente, e ostili. Sempre più ostili. E le cose stavano peggiorando troppo, decisamente troppo, rapidamente. Non erano mai stati considerati con affetto, questo era vero. D'altronde, erano potenti, erano enigmatici, diversi. Qualsiasi loro ordine andava eseguito, loro vedevano il futuro. A volte capitava che qualcuno, costretto ad obbedire per un bene superiore, covasse risentimento e non lesinasse di mostrarlo. Ma il numero di quelli che erano episodi isolati, rari e quasi unici, stava aumentando esponenzialmente. E sempre meno possessori del dono venivano trovati, grazie all'intuizione, dai cercatori. Non vi era quasi neppure più nessuno che poteva essere definito cercatore. Una specie morente. Come milioni di altre oramai estinte, anche la loro stavano lentamente morendo immersa in quel mare di lenta decadenza. Ognuno in quel dannato formicaio era schedato, marchiato e controllato fin dalla nascita. Nessun potenziale Custos doveva sfuggire, e ognuno di loro andava addestrato correttamente. Era la legge. L’unica legge a cui dovevano sottostare. Unica eppure pesante, sempre più pesante e ottenebrante. Il Codice e le sue postille di controllo. A loro tutto era concesso, e nessuno poteva opporvisi. Quando loro ordinavano qualcosa, qualsiasi cosa, con un gesto, un’azione, una parola, ognuno in quell'ultima città degli uomini doveva obbedire. Nessuna infrazione era tollerata. Nessuno più l’accettava passivamente come dogma. Sempre più raramente coloro che divenivano i bersagli dei loro imperativi si domandava il perché, o ne voleva scorgere la necessità nascosta tra le pieghe della legge della causalità. Nessuno voleva indugiare sulla necessità della loro esistenza, del loro agire. Raramente volevano percepirne le conseguenze e praticamente mai vi sarebbe seguita qualsivoglia riconoscenza. E al non voler comprendere, non poteva che seguirne l’incomprensione, l’intolleranza, l’odio. Cionondimeno era questo ciò che erano. E lui, Orfeo, era uno di loro da ben quarantanni. E quegli sguardi di ostilità non presagivano che male. La fine, o peggio. La mattina precedente aveva incontrato Laocoonte, il suo confratello Laocoonte, e la sua mente andò indietro, mentre il corpo continuava a camminare lungo la via. Ad andare avanti, a condurlo e preservarlo, ci avrebbe pensato l’istinto della sua preveggenza. Orfeo aveva appena varcato le immense porte dello Ieron, il Tempio dell’Ordine dei Custos. I due uomini si scorsero al lume delle vibranti torce e si scambiarono un veloce saluto col cenno del capo lungo il corridoio del Tempio che conduceva all'uscita dell’enorme edificio, reso ancora più imponente dal loro esiguo numero e più asfissiante dalla massiccia presenza degli ippeis, le guardie pesantemente armate dell’Akropolis, chiamata più comunemente Cittadella. I loro custodi, coloro che dovevano vigilare su di loro, ma che sempre di più erano divenuti i controllori del loro operato. Gli occhi onnipresenti del governo della città su quell'antica reliquia persistente dalla fondazione stessa della metropoli. Quando si incrociarono Orfeo percepì negli occhi del confratello un’urgenza e una paura così estranee in quella porzione di viso così rassicurante e colma di gentilezza. Laocoonte, contravvenendo all'etichetta dell’ordine, gli afferrò l’avambraccio e fece cenno di seguirlo. Orfeo lo vide voltarsi e tornare sui suoi passi e lo seguì fino alla grande sala del consiglio. L’immensa sala rotonda con la sua cupola era vuota e nessuno sedeva sui trecentosessantacinque scranni posti tutti intorno in due ampi cerchi sfalsati. “Eravamo così tanti”. Ad Orfeo quel pensiero risultò quasi permeato da un’eco di incredulità. E ciò lo colmò di inquietudine. Si fermarono sotto il colonnato che girava tutto attorno alla stanza e Laocoonte si abbassò la maschera dalla quale fece capolino la barba castana che, come i suoi lunghi capelli brizzolati, era accuratamente raccolta in lunghe e sottili treccioline. Orfeo capì che avrebbe dovuto parlare. Lo capì dall'urgenza di quegli occhi castani sommossi da rapidi movimenti. Con un rapido gesto si liberò anch'egli il volto. Guardandosi attorno parlò a voce bassa. In un sussurro. «Cosa ti turba fratello?»
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