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Trovato 128 risultati

  1. I Figli Del Disastro

    Titolo: I figli del Disastro Autore: Dario Degliuomini Casa editrice: Nativi Digitali Edizioni ISBN: (della versione cartacea e/o digitale) Data di pubblicazione: 8 Febbraio 2018 Prezzo: 3,99 Euro e-book; 12,50 Euro cartaceo Genere: Fantascienza, Fantasy Pagine: 261 Link all'acquisto: http://www.natividigitaliedizioni.it/prodotto/figli-del-disastro/ https://www.amazon.it/Figli-del-Disastro-Dario-Degliuomini/dp/1984180274/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid&sr Quarta di copertina: 9 dicembre 2013. Il Disastro si abbatte sulla Terra, lasciandosi dietro milioni di morti e nessun colpevole. In seguito, i leader mondiali scelgono di firmare l’Armistizio Totale, che interrompe ogni conflitto per tutto il tempo necessario alla ricostruzione. Due anni dopo, i destini di tre persone apparentemente comuni si incrociano: Alessandro Altavista, uno studente universitario in piena crisi esistenziale e angosciato per il futuro; Clayton Weaks, un timido impiegato costantemente vessato e umiliato dai suoi superiori, innamorato dei libri e del teatro; Kameyo Ishimori, una brillante liceale in perenne conflitto con il padre, che da lei esige sempre il massimo, al punto da voler prendere tutte le decisioni che la riguardano. Dentro di loro è racchiuso un potere immenso, che affonda le sue radici nelle origini dell’Universo stesso, in grado di riportare la luce in un mondo ferito o di farlo piombare definitivamente nel caos. Mentre cercano di trovare la strada per la salvezza dell’umanità, la memoria del Disastro continua a incombere sulle loro vite. Qual è la sua causa? Chi lo ha provocato? Nessuno sembra saperlo. O forse sì…
  2. Without sin - Primo capitolo

    Maurice Rupert fissava fuori dalla finestra mentre nella sua mente cercava di focalizzare il discorso da fare al Papa che era seduto alla scrivania, mentre tamburellava nervosamente i polpastrelli sul tavolo. Rupert non parlava mai d'istinto, ma rifletteva su ciò che doveva dire. Era molto minuzioso. Era una giornata molto buia. I nuvoloni grigi che andavano sul blu scuro, coprivano l'enorme sole, creando un'atmosfera cupa. "Colpa dell'inquinamento", così diceva la gente. Nel 2017 era stata fatta una classifica dei paesi più inquinati al mondo, stilata da uno dei più famosi giornali al mondo il "New York Times" (che fallì nel 2019 a causa del poco guadagno) dove il Canada figurava al primo posto. Ciò aveva messo in allarme tutti. Se ne parlò ai telegiornali, nelle radio, nelle scuole, persino nei piccoli bar frequentati da ubriaconi. L'assurdo fu, che nel giro di pochi giorni, tutto ciò che era stato detto per ridurre l'inquinamento (non farlo svanire, quello sarebbe stato impossibile), fu dimenticato come un oggetto senza valore in una cantina buia. Pochi mesi dopo quella classifica, i cittadini canadesi votarono per il "sì" in una petizione popolare per l'incremento delle fabbriche sul suolo canadese. Fu così che il Canada fu tempestata da fabbriche. Nel 2020, tre anni dopo la votazione, aprirono sette fabbriche di carbone e dieci di petrolio. La gente credeva che quelle nuove fabbriche aumentassero i posti di lavoro, ma non avevano considerato la mano d'opera delle macchine. <<Allora?>> Ruppe il silenzio Papa Pio XIII con aria seccata <<Perché mi hai convocato fin qui?>> Maurice, illuminato per metà volto dalla luce grigia che proveniva dalla grande bifora, dopo aver riflettuto a lungo su come argomentare la situazione, disse: <<Santo padre…odio i giri di parole, quindi sarò più schietto possibile.>> Il Papa, in veste bianca, con il suo copricapo ingombrante, annuì e diede il via alle parole di Maurice Rupert che nel frattempo si era seduto di fronte a lui: <<Nella mia campagna elettorale, come lei ben saprà, ho promesso ai miei votanti che sottrarrò i bambini dalle coppie non sposate. Ho riflettuto molto sulla mia asserzione, non ho dormito per notti e lo stomaco mi si è stretto al punto da rendermi difficile mangiare…ne sarete consapevole che non sia stata una decisione lieve. Ma alla fine sono venuto ad un esito, anzi, a dire il vero, nonostante il mio vacillamento, nonostante la mia titubanza, penso che il mio cuore sapeva già da subito cos'era la miglior cosa da fare. Penso che espropriare i marmocchi da quegli esseri che hanno avuto il coraggio di concepire senza il vincolo matrimoniale, sia la cosa più giusta da fare. Devono essere castigati per aver peccato, e qual è la cosa che più recherebbe spasimo se non questa? So che posso apparire efferato, ma dobbiamo far rispettare la religione cattolica. È da moltissimo tempo che si regge in piedi e non voglio che piombi proprio adesso! Vi ho fatto giungere fino in Canada per reclamare un vostro parere. Cosa ne pensa di tutto ciò? La pensa come me?>> Il Papa restò in silenzio. Porse lo sguardo in direzione degli occhi di Rupert. Notò un particolare: erano degli occhi sofferenti. Nelle sue pupille nere come pece, poteva intravedere tutta la vita di Maurice, tutte le personalità, tutte tranne il lato fanciullesco. Ogni persona nel proprio sguardo aveva un lato bambino, tutti tranne lui, o almeno così pensava. "Gli occhi sono lo specchio dell'anima" Così diceva sua nonna, e l'anima, secondo Papa Pio, era composto da bei ricordi. Erano quelli che formavano l'anima, e il 60% dei ricordi belli, erano quelli provenienti dall'infanzia. Pio teneva particolarmente a tre ricordi: la veste nera a fiori rosa di sua madre che svolazzava nel vento caldo primaverile. Il primo bacio con una compagna, nel cortile scolastico all'età di dieci anni, sotto la pioggia autunnale che innalzava l'odore acre della polvere. E l'ultimo ricordo, quello che Pio ricordava più intensamente, era quello dei suoi nonni che passeggiavano nel vialetto di casa, mano per la mano, mentre il sole iniziava a scendere dietro le montagne e la luna accompagnata dalle stelle iniziava ad espandersi nel vasto cielo. Papa Pio ritornò con i piedi per terra e distolse lo sguardo dagli occhi glaciali di Maurice. Rompendo il silenzio enunciò: <<Sai Maurice, ho osservato tutto il tuo percorso politico, e quando mi è arrivata quella lettera in cui mi reclamavi qui non ho esitato ad accettare. Sai perché? Perché provo una profonda stima nei tuoi confronti. Penso che aver giaciuto a letto con una persona all'infuori del matrimonio sia considerato un peccato mortale. La lussuria...una delle sette peggiori bestie dell'inferno. Queste coppie hanno macchiato la religione cattolica, l'hanno infangata con le loro porcherie e ora devono pagare. Ormai hai fatto una promessa e devi rispettarla. È un abominio togliere i figli dai genitori, ma in questo caso lo trovo più che lecito.>> Concluse donando ancora più sicurezza a Maurice. Maurice Rupert prima di rispondere restò con la bocca spalancata ad osservare un punto della stanza. Poi si voltò verso Papa Pio e con tono deciso disse: <<Santità, io e lei condurremo alla luce la religione cattolica. La faremo adulare a chiunque...il Canada ha smarrito la fede e io gliela farò riacquistare! Gli farò scorgere la luce di Dio.>> <<Credo in te Maurice.>> Rispose il Papa annuendo. <<Sei un bravo politico oltre che ambizioso. Quando ti sentirai una pecorella smarrita non esitare a chiamarmi, io ti aiuterò e ti sosterrò. Quando ti sentirai in colpa per qualcosa di sbagliato sappi che Dio ti perdonerà e pensa che ogni singola cosa che hai fatto e che farai è per il bene della religione cattolica.>> Rupert si era candidato alle votazioni con poche aspettative di vincita. Erano ben cinquantatré i candidati quell'anno. Aveva dichiarato sin da subito le sue intenzioni di creare una politica legata alla religione cattolica, ma non aveva rivelato l'intenzione di togliere i figli alle coppie non unite dal matrimonio, almeno non finché non superò la seconda fase, chiamata: "Schan". In Canada non c'era più la democrazia dal 2025, ma un regime dittatoriale. Non era la classica dittatura dove il dittatore poteva scegliere un suo successore e avere il comando su tutto, ma era una dittatura "moderata", o almeno, così dicevano i politici che sostenevano questa nuova forma di governo. Quando il dittatore moriva o si dimetteva, si aprivano le candidature, e tutte le persone comuni, potevano iscriversi alle elezioni. C'erano tre fasi da superare. La prima fase, chiamata "Rach", consisteva nell'esporre in linea generale le proprie idee politiche. Poi c'era la seconda fase chiamata: "Schan", in cui superavano questa manche solo venti candidati. Qui dovevano dare il meglio di loro, in quanto venivano selezionati solo due candidati per la fase finale, detta: "Tranch". Tra una fase e l'altra passava un anno, e ciò permetteva ai cittadini di conoscere meglio i candidati e avere più consapevolezza nella votazione. La fase tranch era quella più difficile. Ma fu proprio in quella fase che Maurice Rupert credde di toccare il cielo con un dito. Aveva un gran numero di sostenitori, la gente non faceva altro che parlare di lui. Si sentiva un dittatore prima che lo diventasse realmente. Maurice sorrise, poi i due si alzarono dalle poltrone placcate in oro con del velluto rosso che circondava i bordi, e si strinsero la mano. <<Santità, le prego di accogliere questo omaggio da parte della casa.>> Enunciò Maurice indicando la porta in mogano intagliato. Subito dopo entrarono due uomini con ceste piene di cibo e dollari canadesi. << Il viaggio di ritorno è già stato saldato. È stato molto ossequioso a viaggiare per me.>> <<Io non faccio tutto ciò per una persona qualsiasi.>> Disse Papa Pio sorridendo. <<Come ho detto prima, io sono un tuo grande sostenitore. Tu sei un uomo potente e ho bisogno di amici come te. Sono sicuro che un giorno io avrò bisogno di te, ma non è ora il momento…>> Guardò le ceste ricche di valore e arricciando il naso continuò: <<Comunque sia, non la prendere a male ma non mi sento di accettare quel cibo. Donalo alla gente bisognosa, le farà acquistare ancora più popolarità e fiducia verso di te. Vedi me, io sono conosciuto come l'uomo di gran cuore e bontà, ma pensi davvero che ciò che faccio lo faccio perché mi fa stare bene? No, lo faccio perché deve essere fatto!>> Maurice spiazzato dal rifiuto, portò le mani lungo ai fianchi, poi chiese: <<E dei soldi che me ne faccio?>> <<No, quelli li prenderò io. Una piccola offerta ogni tanto non fa male.>> Papa Pio voltò le spalle a Rupert e mentre si dirigeva verso l'uscita della stanza aggiunse: <<Se non ti dispiace, mentre tieni il tuo discorso, vado a fare un riposino nella stanza che mi hai riservato. Stanotte un lungo viaggio mi aspetta...ah, ti auguro buona fortuna!>> Rupert lo lasciò andare, e sicuro di sé si sistemò la cravatta. <<Owen, quanto manca?>> Chiese Maurice riferendosi alla sua guardia del corpo, in piedi, davanti alla porta. <<Poco signore.>> Rispose Owen stando su una posizione rigida. <<Due minuti circa.>> Owen era un uomo dai capelli lunghi disordinati e con una cicatrice che era posta sulla palpebra di un occhio di vetro. Era un ex militare. Sul suo volto portava ancora i segni della guerra contro la Francia. Era il 2027 quando il presidente della repubblica francese Nicolas Leroy, entrò in conflitto con il dittatore del Canada Samuel Tremblay per delle risorse esauribili. L'Onu si era detta neutra a quei battibecchi perchè non riteneva che fosse una questione seria. Solamente quando Leroy dichiarò apertamente guerra a Tremblay, tutto il mondo capì che fosse una questione che andava presa seriamente. La guerra tra Francia e Canada si risolse solamente due anni dopo, con un trattato di pace. Non ci furono né vincitori né vinti, ma solo tanti cadaveri sparsi nelle strade. Owen Lee, fu uno dei fortunati a sopravvivere, ma un solo occhio e la gamba zoppicante le impedirono di continuare a servire la patria. Rupert lo conobbe prima che diventasse dittatore. Fu molto colpito dalla sua storia, così decise di farsi aiutare nella campagna elettorale. Passò del tempo e Rupert conobbe sempre meglio Owen, finché non ebbe dubbi che quell'uomo era la persona che cercava da sempre. Maurice gli fece una promessa: se un giorno fosse diventato dittatore, Owen sarebbe stato il suo braccio destro. Così fu. Maurice prese una bottiglia di Whiskey dalla credenza e lo versò fino all'orlo in un bicchiere di cristallo, poi lo mandò giù esclamando: <<A me…> Con passo sicuro si avvicinò alla porta e l'aprì. Dava su un piccolo balconcino decorato con leoni in pietra. La piazza gigantesca sottostante era piena di persone. Ad un tratto, il vociare confuso della gente, passò ad un silenzio tombale in pochi istanti. Rupert si sentì spaventato da così tante persone. Non era abituato a parlare ad un pubblico così vasto. Maurice era tiranno da cinque mesi, ma in quelle vesti, non aveva mai tenuto un discorso, in quanto per tradizione, il nuovo dittatore eletto, doveva ritirarsi in un luogo privato per cinque mesi. Proprio come il Papa, Rupert aveva scelto di tenere il suo primo discorso da un balcone. Oltre a voler sottolineare la sua politica mista alla religione, voleva sottolineare la sua superiorità. Maurice avanzò verso la ringhierà del balcone. La gente quando lo vide, esplose in un lungo applauso. Prima di iniziare il discorso, osservò il cielo coperto dalle nuvole grigie che sfumavano nel verde scuro misto al blu, poi abbassò lo sguardo verso il suo popolo. <<Buongiorno! O forse sarebbe meglio dire buonasera…>> Enunciò Maurice strappando una risata alla gente. <<Questo è il mio primo discorso da dittatore del Canada. Sono nervoso, lo ammetto. Molte volte mi sono affidato a Dio per placare la mia paura e rafforzare la mia fede, ma non questa volta…prima di fare questo discorso non ho pregato. So che appare strano perché come saprete in molti io sono un uomo di chiesa e risulterà strano che abbia mancato ad un dovere da vero credente…ma vi confido che in realtà non l'ho fatto perché ho parlato con un uomo storico dall'anima benevola, che con le sue parole mi ha trasmesso la positività, e per questo non sentivo il bisogno di pregare. Non dirò il suo nome poiché vuole mantenersi alla larga di certi discorsi politici, ma voglio servirmi di questa occasione per ringraziarlo, sì…perché sono stato talmente beota da non farlo di persona.>> Si beccò gli applausi dalla folla, poi continuò il suo discorso. Le sue parole erano state studiate nel minimo dettaglio. Un ex scrittore di sua vecchia conoscenza aveva scritto il discorso. Per impararlo ci mise un mese, poi, solo quando sapeva ogni singola parola a memoria, un famoso psicologo, gli spiego delle tecniche per risultare credibile e gli fece una lezione sul linguaggio del corpo. <<Prima di passare alle faccende serie, voglio rammentarvi che la mia sede, da domani sarà accessibile a tutti i miei sostenitori. Non voglio che questo enorme edificio sia popolato solo da me, e tantomeno, non voglio che le persone si perdano l'amenità e la rarità di questo posto. La sede è visitabile dalle 8:00 fino alle 20:00.>> Si fermò. Come le era stato consigliato dallo psicologo, prima di passare ad un discorso più serio, doveva fare un piccola pausa, per far sì che la gente prendesse più seriamente le parole che fuoriuscivano dalla bocca di Rupert. <<Adesso, mia gente, passiamo alle cose serie…come tutti sanno, sto sviluppando una politica che si diluisce alla religione, perché tutte e due hanno bisogno l'una con l'altra, proprio come lo Yin e lo Yang. Con questa mia iniziativa, voglio iniziare a far stimare la religione a tutti. Sono scocciato di vedere persone prive di fede che camminano come degli zombie. Voglio attestare a queste persone che Dio esiste e che, anche se non lo vedono, si manifesta in loro in diverse forme. Ma da un po' di tempo Dio si è stancato di noi…sapete perché? Per le cose che facciamo. Ogni singola cosa che facciamo scredita la religione, la sminuisce. Vogliamo parlare delle persone che predicano una falsa religione? C'è un discorso molto vasto su questo argomento ma non mi basta il tempo per approfondire. Ma attenzione! Questo è solo un minimo con la quale sporchiamo il velo del cattolicesimo. Vogliamo parlare delle pecorelle smarrite che non si sposano e hanno la spudoratezza di fare figli? Nient'altro d'aggiungere. Io ho voluto fare questo discorso per dire che da oggi chiunque abbia un piccolo e innocente pargolo, e non si sia sposato, gli verrà sottratto il diritto di esercitare il potere di genitori sulla prole. I bambini cresceranno impuri in famiglie del genere, per questo verranno portati negli orfanotrofi cattolici, dove saranno amati e rieducati come se fossero figli nostri.>> Non appena concluse le parole, alcuni del popolo iniziarono a fischiare mentre altri applaudirono. <<Fatemi finire!>> Esclamò Rupert cercando di riprendere il controllo. <<Fatemi concludere! Voglio dire inoltre che chiunque predica false religioni gli verrà inflitta una multa salatissima oltre a qualche giorno recluso in carcere.>> La persone erano disgustate, ma in fondo Rupert aveva già avvertito il popolo delle sue intenzioni. Un piccolo gruppo di rivoltosi iniziarono ad aggredire i sostenitori. Un altro gruppo, invece, iniziò a tirare oggetti a Maurice, tra cui una bottiglia che lo colpì sul labbro. Quella gente che stava portando scompiglio erano gli anti-Rupert, ovvero un gruppo di persone con una cosa in comune: l'odio per Maurice. Gli anti-Rupert prima non erano una minaccia reale. Prima si limitavano ad insultarlo solamente sui social network, ma più passavano i giorni e più diventava un vero e proprio pericolo. Rupert si era informato molto su di loro. Non era riuscito a scoprire le identità, ma sapeva cos'erano in grado di fare pur di opporsi alle leggi. Maurice Rupert prese un fazzoletto e si tamponò il sangue che fuoriusciva dalla ferita sulla bocca. Osservò il fazzoletto in raso bianco completamente rosso. Per un attimo lo guardò con interesse. Quel rosso che andava sul marrone era interessante da guardare, sarebbe stato ore a guardarlo. Per un attimo scomparve anche tutto quel rumore intorno a lui. C'erano solamente lui e quel fazzoletto ricoperto di sangue. Solamente quando si rese conto che quello fosse il suo sangue, Maurice lo lasciò cadere a terra. Come un vampiro alla vista del sole, indietreggiò spaventato e allo stesso tempo arrabbiato verso la porta che portava al suo studio. Rupert appena entrò, si osservò intorno disorientato. Sembrava ubriaco. Poi, facendo il quadro della situazione su ciò che fosse successo, urlò adirato battendo i pugni sul muro: <<Tutto ciò l'hanno bramato loro! Mi hanno votato sapendo già le mie intenzioni!>> Fuori sentiva ancora le urla dei rivoltosi. Sentiva le persone che urlavano il suo nome e lo incoraggiavano ad uscire. Il Papa all'improvviso, irruppe nella stanza agitato: <<Sono stato svegliato dalle urla della gente! Che succede?>> Rupert rispose nervoso e disperato: <<Santità, ho fatto ciò che era di mio dovere… ed ecco l'esito. Dove ho sbagliato?>> <<Maurice.>> Enunciò il Papa cercando di calmarlo. <<Hai fatto la cosa giusta. Adesso a quelle persone non gli resta altro che accettare i tuoi ordini senza se e senza ma.>> Maurice si zittì. Si fermò a pensare ad una soluzione a ciò, ma non riusciva a venirne a capo. Con aria disperata enunciò: <C'era d'aspettarselo una reazione del genere da parte di quei maledetti buzzurri. Osserva!>> Esclamò indicando il labbro rotto. <<Hanno osato scheggiarmi con una bottiglia di vetro.>> Iniziò a girare per la stanza nervosamente, poi aggiunse cercando di mantenere la calma: <<Hanno ferito il loro dittatore.>> Chiuse nuovamente gli occhi cercando d mantenere la calma. Fece un sospiro, poi sorrise. <<Sono assolutamente contrariato dalla violenza.>> Disse Rupert riaprendo gli occhi. Aveva cambiato il tono di voce. Non era più arrabbiato. Tutto il suo odio sembrava sparito insieme a quel sospiro. Sembrava come se il corpo di Maurice avesse fatto largo ad un altro Maurice. <<Ma a volte è l'unica alternativa per esprimere il proprio parere.>> <<Maurice, stai giustificando quelle persone per ciò che ti hanno fatto?>> Chiese il Papa stupito. <<Ti hanno rotto il labbro.>> <<No santità…non mi riferisco a loro. Quegli incivili sono un oltraggio. Posso farle una domanda, se me lo concede?>> <<Certo.>> Rispose Papa Pio annuendo. <<Dei pesciolini rossi possono mai nutrirsi di uno squalo forte e vigoroso?>> Pronunciò con classe, mentre si sedeva sulla sedia della scrivania. <<No, certo che no.>> <<Loro vogliono essere i predatori a tutti i costi, ma quello che non sanno è che quando si trovano di fronte un animale in cima alla catena alimentare hanno già perso la battaglia prima di iniziarla. Sii il cacciatore o la preda. Io ho fatto la mia scelta: caccerò.>> Maurice Rupert prese il suo cellulare dalla scrivania e digitò un numero, poi pronunciò: <<Sostate quei ribelli. Se è fondamentale ricorrete alle armi.>> Rupert sapeva che andava contro il volere di Dio, ma mai e poi mai avrebbe messo la fede davanti al suo orgoglio. Quando mise giù il telefono, afferrò una statuetta d'oro che si trovava poggiata sulla scrivania e colpì il cellulare, più e più volte, fin quando smise di funzionare. Papa Pio osservò il suo comportamento. Era sbalordito. Abbassò la testa e dove prima si sentivano le urla di rabbia, adesso si udirono degli spari. Ad ogni sparo era come se trafiggessero anche lui, mentre per Rupert, quegli spari furono musica, addirittura si alzò dalla sedia e corse verso la finestra e vide i civili lottare contro le forze armate. Vide persone a terra e poliziotti che non si facevano scrupoli a sparare. Rupert aprì la bifora. Era pronto ad uscire e ad osservare i ribelli morire. Era pronto a odorare il profumo del sangue degli anti-Rupert, ma venne subito fermato da Papa Pio. <<Abbi almeno la decenza di non farti vedere>> lo sgridò. <<"Pensa che ogni singola cosa che hai fatto e che farai è per il bene della religione cattolica.">> Imitò Maurice la voce del Papa. <<Non è stato lei a pronunciare questa frase?>> Papa Pio guardò Rupert con gli occhi sbarrati. Senza aggiungere altro, afferrò le mani di Maurice e iniziò a recitare una preghiera, subito dopo, venne seguito a ruota da Rupert. Maurice non si sentiva affatto in colpa per ciò che aveva fatto, non pregava per espiare nessuna colpa, in quanto non ne aveva, pregava solamente per far contento il Papa. Quest'ultimo invece, si sentiva terribilmente in colpa per non aver fatto nulla. Delle sirene di autoambulanza riecheggiarono nell'aria. Maurice appena finì di pregare si recò nuovamente alla finestra come un bambino che guarda dalla finestra la neve cadere ma non può uscire fuori a giocare in quanto è raffreddato. Intravide persone ferite mentre altre a terra privi di vita. Il sangue fuoriusciva dalla loro bocca, probabilmente a causa delle manganellate date sulla pancia. Il volto di Maurice si riflesse sul vetro. Anche lui come quelle persone aveva del sangue che fuoriusciva dalla bocca, ma a differenza che lui era vivo. N'era uscito vittorioso. Il Papa appena si calmò la situazione, ritornò nella capitale italiana…mentre Rupert, non gli restò altro che cercare un discorso per giustificare ciò che era appena accaduto. La notte fredda, illuminata da stelle bianche e luminose, con una luna piena bellissima e romantica, che ricordavano vagamente il famoso quadro "notte stellata" di Van Gogh, aveva preso posto a quel cielo nuvoloso, complice di quella sanguinosa giornata. Un flebile vento aveva cominciato ad alzarsi, trascinando le foglie secce da terra. L'autunno era arrivato da un mese, ma non si avvertiva assolutamente. A volte c'era il caldo torrido tipico dell'estate, a volte invece si scatenavano forti piogge che duravano anche una settimana senza interruzione, creando allagamenti in città. Era così che l'ex dittatore Samuel Tremblay morì a soli 50 anni. Si trovava in una lussuosa macchina Volkswaghen di ultima generazione, col guidatore automatico. Era sul retro della macchina. C'era una piccola piscina idromassaggio inclusa, e secondo la ricostruzione dell'evento, lui era proprio li dentro, quando la macchina andò a scontrarsi contro un guard-rail. Quelle macchine erano anti-incidente, c'era solo lo 0,1% di farne uno. Erano le macchine più sicure in circolazione. Si pensò ad un sabotaggio del cuore elettronico della macchina (quello che permetteva all'auto di guidarsi da sola) da parte di qualche persona che voleva sbarazzarsi del dittatore Tremblay, invece, solo successivamente, la polizia scoprì che si trattava di un mal funzionamento al cuore elettronico per via della pioggia forte di quella sera. Dissero che bastò una sola gocciolina per far impazzire completamente il pilota automatico. Maurice quando scoprì la notizia, si trovava in un bar, a farsi servire del Whiskey da una donna. Quella barista era talmente sconcertata dalla notizia che scoppiò in un mare di lacrime, ma Rupert non fu affatto sorpreso per ciò. La morte rientrava nella vita, non vedeva il perché Tremblay dovesse essere immortale. Un'altra donna sui trent'anni sedeva accanto a lui. Aveva una giacca viola di pelle, con dei borchie sulle spalliere. Indossava dei Jeans blu strappati e i suoi capelli neri ricci erano raccolti in un'acconciatura. Beveva del gin liscio, e come lui, anche lei non era affatto scossa da ciò che era successo. Maurice in realtà conosceva di già quella donna. Quando la conobbe erano due semplici bambini, bambini che poi diventarono adolescenti, "Una semplice avventura.", così la definiva Rupert mentendo. Aveva tanto quel desiderio di dirle: <<Ehi, ciao! Sono Maurice, ti ricordi di me?>> e poi magari offrirle qualcosa da bere, ma poi si bloccò. Pensò: <<Ricorda, il passato alle spalle.>>. Quando abbandonò quel bar, non disse nemmeno un semplice "ciao". Dio volle che quella stessa donna si candidasse alle elezioni del 2030. Si chiamava Beverly Chelcher. Aveva un concetto di politica abbastanza differente da quello di Rupert. Lei voleva che le persone leggessero annualmente almeno un libro. Voleva che le biblioteche venissero riaperte, e che le scuole dell'obbligo venissero estese fino all'università. Tutto perfetto, ma era l'ultimo suo desiderio a spaventare le persone: voleva che le persone nere venissero reintrodotti nella società canadese. Aveva molti sostenitori tra i canadesi. Arrivò addirittura al duello a due, il Tranch, insieme a Rupert, ma non vinse. I cittadini canadesi non avrebbero mai permesso che i musi neri si reintroducessero nel Canada. Rupert questo lo sapeva, per questo era sicurissimo della sua vittoria. I due nonostante fossero arrivati nella battaglia finale insieme non si incontrarono mai. Maurice aveva trovato il suo numero telefonico. Voleva tanto telefonarle e chiacchierare un po' con lei, ma purtroppo erano rivali. Disgraziatamente non poteva sentire la sua voce con quell'accento strano dire: <<Maurice.>> Maurice Rupert si trovava nella stanza dedicata alle interviste. Le troupe televisive avevano il permesso di allestire il loro materiale in quella stanza ampia, dalle pareti dorate. <<Edizione straordinaria.>> Esordì una donna bionda, con occhi color ghiaccio, impassibile a tutto. <<Oggi, alle ore 16:00, Ottawa, la famosa città canadese, si è macchiata di uno delle più tristi tragedie nella storia moderna. Una rivolta è scoppiata durante il discorso del neo dittatore Maurice Rupert, causando la morte di diciotto persone e dieci feriti gravi tra cui bambini e donne. Intervistiamo ora il signor Rupert.>> Maurice si schiarì la voce, scrollò le spalle, poi iniziò col suo discorso che aveva preparato in poche ore: <<Sono davvero costernato per l'accaduto, mai avrei immaginato che la mia dichiarazione avrebbe causato tutto questo putiferio. Sicuramente in mezzo alla gente perbene della nostra comunità si nascondono dei rivoltosi mercenari dediti alla violenza, ma le nostre forze dell'ordine hanno limitato i danni riducendo al minimo le vittime. Io con i miei collaboratori siamo tutti vicini ai parenti dei defunti, e pregherò il buon Dio affinché le loro anime si ergano in paradiso. Naturalmente il nostro progetto deve continuare nonostante ciò, per dare una famiglia solida ai nostri figli, così come la nostra sacra chiesa insegna. Perciò chi non sarà in grado di assicurare una casa rispettosa del volere di Dio, verrà privato del diritto di avere figli, ed ai trasgressori verranno loro tolte quelle povere creature, che verranno sistemate in strutture statali adeguate. Da oggi nascerà una nuova era. Il 2033 sarà un anno rivoluzionario per tutti noi. Che Dio vi benedica.>> Maurice prima che le telecamere togliessero l'inquadratura dal suo volto corroso dalla giornata stressante, per inquadrare il bel volto della giornalista, fece un sorriso forzato. La donna con la sua voce strillante enunciò: <<Parole piene di significato da parte del nostro dittatore. Qui dall'inviata Roberta Thompson è tutto. A voi studio.>> Appena i riflettori si spensero, Maurice corse verso l'uscita senza rivolgere una minima parola ai componenti delle troupe televisive. Una donna asiatica, dai capelli a caschetto fucsia, lo inseguì tra i lunghi corridoi. Maurice attraversò il suo ufficio, poi attraversò la sala relax, svoltò a destra finendo in un altro corridoio e passò davanti al bagno privato. Subito dopo passò per la piccola cappella che il dittatore precedente non utilizzava in quanto era ateo, e dopo un paio di passi arrivò dinnanzi alle scale che portavano al quarto piano, dove erano presenti quaranta camere da letto per gli ospiti e una camera per Rupert. Quella che adesso lui chiamava sede di Rupert, prima, era la sede di Tremblay, proprio come i presidenti degli Stati Uniti abitavano nella casa bianca, i dittatori del Canada abitavano nella grande sede ad Ottawa. Rupert arrivò davanti alla porta in legno dipinta di bianco che portava nella sulla camera da letto. Tirò fuori le chiavi dal taschino della giacca e non appena inserì la chiave apposita nella serratura dorata, la donna asiatica lo bloccò. <<Aspetti!>> Esclamò la ragazza. Maurice si voltò e la guardò con aria scocciata. <<Aspetti due minuti. Prometto che sarò breve e coincisa. Capisco benissimo che dopo una giornata come questa vuole riposare.>> <<Mi dica.>> <<Piacere, mi chiamo Misa Tanaka. Sono una giornalista per l'emittente tre. Vorrei dirle già da subito che non sono una sua sostenitrice…>> Rupert a quelle parole voltò le spalle alla giornalista, pronto a entrare nella stanza, ma fu nuovamente interrotto. <<Aspetti! Mi faccia concludere… nonostante non sia una sua sostenitrice e non appoggi le sue idee, vorrei dirle che mi è stato affidato un compito dall'emittente per cui lavoro.>> <<Si spieghi meglio.>> Disse Rupert aggrottando le sopracciglia, Misa era riuscita ad ottenere la sua attenzione. <<Dovrei seguirla per tutta la durata del suo incarico e assistere a tutte le sue conferenze. Inoltre mi è stato consigliato di tenerla d'occhio anche all'infuori dell'ambito politico.>> Maurice fece una faccia disgustata, poi pronunciò: <<Cos'è? Uno stolker? Assolutamente no!>> <<<La prego…è un'opportunità per lei, per far vedere la buona persona che è.>> Disse la donna porgendo un bigliettino in carta col suo numero. Maurice lo prese e lo mise nel taschino della giacca, dove prima c'erano le chiavi. <<Mi faccia riflettere sulla sua proposta!>> Disse Maurice fingendosi interessato, quando in realtà aveva già deciso. <<Le farò sapere. Adesso se non le dispiace la saluto.>> Si voltò nuovamente e girò il pomello in oro, entrando dentro la stanza. <<Aspetti!>> Esclamò Misa, ma non ebbe nemmeno il tempo di concludere la frase che si ritrovò la porta chiusa in faccia. Rupert si spogliò dei suoi abiti lavorativi, liberandosi dai pensieri che lo assillavano. Sapeva già che non sarebbe riuscito a dormire. Si avvicinò ad una finestra dalle tende rosse e l'aprì. Le tende rosse fecero spazio ad una grande parete trasparente. La luna rifletteva i suoi raggi pallidi nella piazza macchiata di sangue. Se Maurice si concentrava bene, riusciva a intravedere nel buio le anime delle vittime che si dimenavano disperate per cercare di fuggire. La sua camera era enorme, fin troppo grande per condividerla da sola. Il lettone a baldacchino lo aspettava, ma prima di concedersi alle coperte per un caldo abbraccio, si avvicinò alla credenza in legno e prese una bottiglia di Whiskey. Pensò di berla dalla bottiglia, ma poi rifletté sul fatto che se avesse appoggiato le sue labbra su quel collo in vetro, non si sarebbe fermato finché il Whiskey non si fosse finito, così prese un bicchiere dalla cristalliera e se ne verso un pochino. Lo bevve alzando la testa in aria, con gli occhi rivolti al tetto bianco, finché non lo finì. Riempì il bicchiere di un altro po' di Whiskey e quando finì, poggiò con forza il bicchiere sulla cristalliera, rischiando di spaccarlo. Rimise la bottiglia di alcool nuovamente al suo posto, poi con gli occhi arrossati si avvicinò alla scrivania, leggermente più economica rispetto quella che aveva nel suo studio. Alzò la cornetta del telefono, e dopo aver digitato un numero, esclamò: <<Owen, sono pronto per la seconda procedura!>>
  3. 24esimo Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

    Fino a
    Sono aperte sino al 20 marzo 2018 le iscrizioni per il XXIV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, concorso bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, con il supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games. Il Trofeo RiLL è un premio letterario per racconti di genere fantastico: possono partecipare storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”. La partecipazione è libera e aperta a tutti. Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana. Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono circa 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi dell’Unione Europea). Nel 2017 i racconti ricevuti sono stati 350. I migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati, edizioni Wild Boar). Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente: - in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One; - in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror); - in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa). All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro. La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura. La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2018. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti. Ciascun partecipante al XXIV Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2017, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIII Trofeo RiLL, scritto dal bolognese Valentino Poppi. Il volume propone quindici storie: i migliori racconti del XXIII Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso organizzato da RiLL nel 2017) e i racconti vincitori di cinque premi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Australia, Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato. Tutte le antologie della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL. Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL. La cerimonia di premiazione del XXIV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2018, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games. Per maggiori informazioni sul XXIV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”. Per contattare lo staff di RiLL: www.rill.it trofeo@rill.it
  4. Protocollo Genesys

    Titolo: Protocollo Genesys Autore: Mauro Barbarito Collana: N/A Casa editrice: N/A ISBN: 9788827548233 Data di pubblicazione (o di uscita): 08/01/2018 Prezzo: 1,99 eBook Genere: fanta-thriller (?) Pagine: 136 Quarta di copertina : Un ingegnere insoddisfatto della sua vita, un colosso dell'industria aerospaziale e una misteriosa organizzazione sovranazionale, legati da un'arma potenzialmente devastante. L'unica certezza è che nulla è come sembra. Link all'acquisto: eBook
  5. Titolo: L'Ultimo Potere Autore: Mirco Tondi Editore: Autopubblicato con Streetlib Genere: fantasy postapocalittico/distopico Pagine: 486 Formato: ebook ISBN: 9788892521940 Prezzo: € 1,99 Trama In un mondo dominato da demoni e infestato da creature mostruose, il genere umano è sull’orlo dell’estinzione. I sopravvissuti si dividono fra chi ha perso ogni speranza e sopravvive in attesa della morte e i pochi che ancora combattono, sperano e cercano di costruire un futuro diverso. Se il potere necessario per sconfiggere i demoni è alla portata di tutti, non tutti sono in grado di attingervi fino ai massimi livelli. Il viaggio del protagonista lo porterà a incontrare i pochi che ancora combattono, a conoscere i propri limiti e a sviluppare la propria forza fino al duello risolutivo. Contenuti L'autore Immagina un futuro distopico in cui la società si è autodistrutta a causa dei propri difetti ingigantiti fino alle estreme conseguenze. La soluzione per ricominciare daccapo, evitando gli errori del passato, sembra essere rifuggire da ogni forma di organizzazione gerarchica e di potere istituzionalizzato (stato, religione ecc) in favore di una cooperazione spontanea fra gli uomini. Non è chiaro in quale modo dovrebbe avvenire il passaggio dal vecchio al nuovo: l’autore è parco di informazioni in proposito e si dilunga invece nella descrizioni delle cause che hanno portato alla distruzione. Un maggiore equilibrio fra queste due parti avrebbe a mio avviso alleggerito la narrazione e migliorato la credibilità della storia. Vizi, virtù e demoni sono gli elementi essenziali e caratteristici del romanzo che mescola al suo interno riferimenti religiosi oltre a elementi new age, fantastici e distopici in un mix gradevole. Buona la costruzione della trama che non lascia questioni irrisolte. I demoni di questo romanzo non sono entità malvagie arrivate dall’inferno o da un altro pianeta ma la manifestazione dei vizi che trasformano gli uomini. Per sconfiggere i demoni bisogna controllare i propri vizi e conoscere le proprie virtù: questo in sintesi il messaggio che trasmette il romanzo. Purtroppo, il forte messaggio morale che permea la narrazione spesso prende il sopravvento sulla vicenda e diventa pesante. Ambientazione e personaggi Il mondo in rovina in cui si muovono i personaggi è di stampo occidentale e buona parte del romanzo si svolge fra ruderi di città abbandonate descritti con dovizia di particolari. A volte le descrizioni aiutano a far percepire al lettore l’atmosfera, altre, specialmente nelle parti che precedono l’azione e in cui l’autore dovrebbe cercare di far aumentare il senso di attesa, distraggono e rallentano il ritmo. Di norma efficaci, invece, le descrizioni degli scontri. I personaggi sono funzionali alla storia, ma non rimangono impressi per le loro peculiarità e mi è risultato difficile immedesimarmi nel protagonista, o sviluppare affetto o avversione per gli altri personaggi. Questo a mio avviso dipende in parte dall’impostazione che l’autore ha voluto dare alla storia - e può piacere o meno, questione di gusti - ma in parte è l’effetto di una gestione a volte poco accurata dei punti di vista. Stile e forma La scrittura è di norma corretta e con pochi refusi ma con occasionali svarioni grammaticali e parole usate impropriamente. Il ritmo narrativo alterna periodi ben organizzati per lunghezza e struttura ad altri poco scorrevoli e ridondanti. Alcune scelte di organizzazione dei contenuti mi hanno lasciata interdetta: flash back o salti temporali non ben indicati costringono il lettore a fermarsi per collegare e riordinare le sequenze distraendo dalla lettura. Giudizio finale Ho trovato interessante l’idea alla base della storia e anche lo sviluppo della trama, tuttavia a mio parere il romanzo avrebbe bisogno di essere rivisto per riequilibrare e organizzare con maggiore precisione le varie componenti.
  6. Dall'espansione de Il bambino di Advent City

    Come mi è stato consigliato da alcuni utenti di questo forum, ho sviluppato il racconto "Il bambino di Advent City" in un qualcosa di più complesso. Il seguente frammento è estratto da questo sviluppo, molti capitoli dopo i fatti narrati nel racconto citato (che è diventato l'introduzione al romanzo). La neve secca crocchia come porcellana sotto gli stivali di Synnøve. Poi lei si ferma e si volta. Mi guarda da sotto il cappuccio con i suoi occhi cangianti. Ha la pelle arrossata, sia per il freddo che per il pianto. Incredibile come lo stesso fenomeno possa essere determinato da cause differenti. « Dimmi che non è vero… » Ancora non si è rassegnata al fatto che io non posso mentire. Persevera ancora con quell’affermazione, come se si aspettasse che il preciso ricalcolo, della medesima equazione, possa portare a un risultato diverso da quello che ho già riscontrato: « Io non posso mentire. » le ribadisco. Synnøve ritrae le labbra in mezzo ai denti. Si morde le labbra… è così che si dice. « Ma tu non puoi farci niente? » Non ho capito: è una domanda senza senso con un soggetto sottinteso, quindi non specifico. Non è da lei esprimersi così: come può pretendere che io capisca? « Devo tradurre la domanda? Oppure stai citando Humprey Bogart? » Synnøve grida. Un grido acuto. Tocca frequenze così alte da farmi considerare la probabilità che io possa perdere l’udito, almeno in parte. E io non posso permettere che succeda. Le chiudo la bocca. Mi basta volerlo. Synnøve spalanca gli occhi. È terrorizzata. Non avendo mai interferito con i suoi dati materici, è logico che lo sia. Da rossa che era, ora è pallida; una sfumatura di bianco che può essere un #f9f1ed. Resta a fissarmi per qualche attimo, dopodiché il suo atteggiamento cambia radicalmente. Adesso è arrabbiata, oltre che terrorizzata e sconfortata: « Non osare modificarmi mai più. » Non mi era mai stato dato un ordine così preciso e perentorio. Va bene. Lo farò. A meno che le sue azioni non interferiscano con la mia incolumità, non eseguirò riscritture del suo codice. Non mi dà il tempo di replicare con la mia asserzione al riguardo, che mi pone un’altra domanda: « Puoi impedire l’esplosione di quella stella?… IK Pegasi! Puoi impedire l’esplosione di IK Pegasi? » Adesso so rispondere e riconosco anche l’atteggiamento e la qualità formale espressiva di Synnøve. Il suo sfogo, con molta probabilità, era dovuto a quella che viene dichiarata perdita di pazienza. Eppure, dato che la pazienza è definita come quella disposizione, abituale od occasionale, alla moderazione, alla tolleranza e alla sopportazione più o meno rassegnata, specialmente nell'ambito dei rapporti umani e sociali, non comprendo come questa possa essere perduta, dal momento che se ne deduce una classificazione come una qualità intrinseca dell’individuo. In ogni caso, ora Synnøve sembra averla ritrovata la pazienza, ed è stata anche specifica nella sua questione. I sentimenti devono agire in modo molto più importante, rispetto ai dati che ho, sul sistema cognitivo e reattivo umano. Assodato il fatto, il problema di Synnøve ha una risoluzione banale: « Sì. » rispondo. [...]
  7. La svastica sul sole, di Philip K. Dick

    Cosa sarebbe accaduto se... ? Questa domanda può essere considerata alla base di quel genere letterario definito come Ucronia: immaginare una linea temporale alternativa, esplorarne le possibili dinamiche sociali, calare nel suo contesto la quotidianità della gente comune. "La Svastica sul Sole" (titolo italiano decisamente stonato rispetto all'originale "The Man in the High Castle", Fanucci Ed.) è un romanzo di Philip K. Dick, autore statunitense di fantascienza (avete presente film come Blade Runner, Minority Report, Atto di Forza? Beh, sono tutti ispirati, assieme a diversi altri, a sue opere...), ed è, decisamente, un'opera ucronica. La linea temporale immaginata da Dick vede la Germania nazista ed il Giappone vincitori del secondo conflitto mondiale (tra le pieghe del romanzo appare chiaro come all'Italia loro sodale nel Patto Tripartito siano state lasciate le briciole della conquista), gli Stati Uniti sconfitti e divisi in tre macroaree, una orientale sotto il controllo dei tedeschi, una occidentale sotto il governo nipponico, una centrale che funge da zona cuscinetto. In questo universo narrativo gli anni '60 sono caratterizzati da un lato dalla micidiale miscela di conquiste tecnologiche e follie ideologiche del Reich, che è in possesso delle armi nucleari e della capacità di portare esseri umani su altri pianeti del Sistema Solare, della volontà di annessione e assoggettamento, della pulsione di sterminio di quelli che sono considerati "inferiori", dall'altro dalla egemonia culturale dei giapponesi, che soppianta inesorabilmente e sottilmente il modo di vivere e pensare degli autoctoni, privandoli di ogni residua identità di popolo. In questo contesto due libri orientano pensieri, percorsi e scelte dei protagonisti: uno reale, il Libro dei Mutamenti, l' I-Ching, testo cinese di millenaria saggezza, fatto proprio dai conquistatori nipponici e diffuso come elemento di cultura a cui aggrapparsi come unica possibilità di verità in un mondo di dilagante follia, l'altro, "La cavalletta non si alzerà più", immaginario, vietato nei territori del Reich e ucronico a sua volta, che descrive una linea temporale parallela in cui la Germania ed il Giappone hanno perso la Guerra, ed il mondo è diviso tra due sfere egemoniche, una sotto l'influenza degli Stati Uniti, l'altra sotto quella dell'Impero Britannico, a loro volta destinate a confliggere. Il testo di Dick esplora il concetto della Storia scritta dai vincitori nel racconto che diviene verità acquisita dai cittadini comuni, ma che in realtà sembra avvitarsi, qualunque premessa venga posta, su un binario di conflitto permanente, a volte solo sopito sotto le ceneri di una vittoria; l'Autore inevitabilmente ha delineato il suo romanzo osservando gli equilibri di un mondo nato dalle ceneri di un Conflitto mondiale vinto dagli Alleati e già minacciato dalla contrapposizione nucleare tra USA e URSS, e tuttavia, anche oggi, forse ancor di più oggi, a quasi sessant'anni dalla pubblicazione non è possibile sfuggire alla inquietante sensazione di un filo sottile ed indistruttibile che collega la linea temporale fittizia di un mondo dominato dai nazisti e votato all'autodistruzione a quella che costituisce la realtà che ogni giorno sperimentiamo... "Vogliono essere gli agenti, non le vittime della Storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fondo. Sono sopraffatti da qualche archetipo; il loro ego si è dilatato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove cominciano loro e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l'ego gonfiato a dismisura, fino all'estremo..."
  8. [N2017 - F] Jones sogna topi alieni

    commento Jones era rosso, il che rimarcava il suo essere furbo più di chiunque altro, di certo più di un gruppo di operai e raffinatori. Era bravo ad adattarsi. Aveva imparato a sentirsi a suo agio nelle case sempre più piccole e strette che frequentava il suo amico Brett, ma nonostante i tanti viaggi intrapresi ancora faticava ad accettare il letto freddo dell’ipersonno. E tutto quel black-out del cervello che ne conseguiva. Come al solito, l’ultimo ricordo prima di iniziare il viaggio era stato il vetro della capsula che si appannava sotto la spinta del respiro. Poi solo un lungo buio inframezzato ogni tanto da qualche vaga immagine. Il risveglio arrivò improvviso. Jones non capì nulla per un po’ di minuti e vomitò un breve schizzo di saliva mista a succhi gastrici. Cercò con lo sguardo Brett, lo vide attraverso il vetro che si alzava con la faccia stravolta e una certa incazzatura di fondo. Il capitano Dallas si grattava la barba pensieroso e discuteva con Parker. Quel bestione di negro aveva sempre da ridire. L’ufficiale Ash era già al computer di bordo per raccogliere dati; a lui l’ipersonno non dava mai problemi, ne usciva sempre fresco e lucido. Jones si chiese se gli altri dell’equipaggio si erano resi conto che Ash era un androide. Saltò fuori dalla capsula e capì al volo che la Nostromo non era affatto tornata sulla Terra, ma si trovava ancora nello spazio. Sentì Ripley e Lambert che ne discutevano: sembrava che la cara vecchia Mother avesse cambiato rotta e li avesse risvegliati in anticipo sui tempi a causa di un segnale, una richiesta d’aiuto. Bisognava intervenire. Ordine della compagnia. Come sempre. Cose che non riguardavano Jones. In quel momento gli interessava solo mettere qualcosa nello stomaco. Aveva sognato topi alieni. Brett gli passò un piatto di sbobba calda mentre Dallas, Lambert e il vice Kane erano usciti per farsi un giro sul satellite da dove era partito il segnale. Jones aveva recuperato il controllo delle zampe, quindi pensò di lasciare gli umani ai loro doveri e gironzolare per il Nostromo. Il pavimento era freddo e duro, e quando Jones saltava sulle pareti e atterrava sui tubi gli artigli stridevano tanto da dargli i brividi. Era anche troppo buio per i suoi gusti. Ci vedeva alla grande, era un gatto, ma il suo essere rosso lo rendeva svogliato e non gli andava di sforzare troppo la vista. Scese al livello inferiore dove era stivato il carico di minerali e si mosse con pigrizia evitando i getti di vapore che ogni tanto uscivano da qualche punto oscuro della nave. Chissà se c’era qualche topo alieno da mangiare. Prima ci avrebbe giocato un po’, se ne avesse trovato uno. Tubi, fiamme, Brett in raffineria. Tutto sempre uguale. Jones sgroppò per un paio di metri dando zampate a un bullone prima di riprendere il suo passo lento e felpato fiutando l’aria. Poi optò per i condotti; lì poteva nascondersi qualche bel topo, e inoltre era divertente muoversi per quel labirinto di corridoi stretti e scuri. Drizzò appena le orecchie nel sentire Ripley discutere con Ash, al quale prima o poi Jones avrebbe dato un graffio su una mano, giusto per il gusto di smascherarlo. Ma era più interessante cercare qualche topo. Kane era morto e c’era un’ altra bestia nel Nostromo. E non era un topo. Jones riusciva a sentirne l’odore nei condotti, un odore per lui nuovo, ma assolutamente pericoloso. Annusò e diede una lappata al sangue di Kane quando portarono via il corpo, e dal sapore intuì che l’animale misterioso era stato dentro Kane. Scelse allora l’isolamento, giù in raffineria. Lo spazio era largo e offriva una buona visuale, inoltre poteva nascondersi dietro il carico di minerali e, in caso di pericolo, saltare sulle tubature per infilarsi in un condotto. Mandarono il suo amico Brett a cercarlo, dannazione. Jones lo sentì arrivare, sentì che lo chiamava, preoccupato. Ma sentì anche i movimenti dell’intruso che venivano da sopra. Brett si avvicinava, l’intruso si avvicinava. Lo raggiunsero insieme. Jones fece capolino, indeciso. Poteva saltare tra le braccia di Brett, ma quello non era mai stato un tipo sveglio ed era probabile che non avrebbe avuto i riflessi per scappare. Perché bisognava scappare, o restare nascosti. Brett sembrò sollevato nel veder spuntare il faccione di Jones e con gli occhi gli stava già promettendo un piatto di sbobba calda. Ma Jones non pensò minimamente di avvicinarsi. C’era la bestia, quell’intruso enorme che calava sopra l’amico. Spiacente Brett, non muovo una zampa nemmeno per tutti i topi dello spazio. Jones soffiò senza troppa convinzione, poi vide Brett afferrato per la testa e trascinato via in un condotto. Jones socchiuse gli occhi, aveva sonno. Quatto e silente, si era tenuto alla larga da qualsiasi contatto, umano e non, e aveva passato il tempo tra un sonnellino e una breve caccia a qualche topo alieno. Ma ascoltava e si teneva aggiornato su tutto. Aveva sentito urlare Ripley, poi il rumore di una zuffa, la voce di Ash che si era fatta strana, e il soffio del fuoco sparato da quell’aggeggio che usava di solito Parker. I condotti erano ormai pregni dell’odore di quella bestia, ma il fiuto di un gatto rosso è imbattibile, non lo si frega facilmente. Bastava andare dalla parte opposta, non ci voleva poi molto, anche perché l’intruso lasciava in giro come segno del suo passaggio delle pozze di roba appiccicosa. Non usava la lettiera come il bravo Jones. La capacità di camminare in equilibrio lungo le tubature era un vantaggio di cui non potevano usufruire gli amici umani, altrimenti avrebbe suggerito loro di seguirlo. Vide nel laboratorio la testa di Ash separata dal resto del corpo e capì che le cose stavano andando a male. La curiosità di annusare l’interno dell’androide lo fregò, perché Ripley lo raggiunse e se lo portò tra le braccia. Era sollevata e felice di averlo trovato. Jones invece era preoccupato di non essere più libero di battersela, ma non gli dispiacevano un po’ di coccole. Al massimo, se la bestia si fosse presentata, avrebbe dato una zampata alla faccia di Ripley e sarebbe saltato via. Con dispiacere per la mancanza di rispetto verso quella brava donna, ovvio. Ma quando Ripley lo infilò dentro la cassa, Jones pensò che fosse la mossa più sbagliata dell’universo: sapeva come mettersi al sicuro da solo. Grazie per la prigionia, Ripley! Specie dopo che Parker e Lambert erano appena stati smembrati dalla bestia. C’era aria di evacuazione. La Nostromo fumava e lampeggiava, Madre faceva la conta al contrario, e Ripley puzzava di paura. Jones si era rassegnato ad acciambellarsi nella cassa e a sopportare gli strattoni mentre la donna correva verso la navetta di salvataggio. Dove, ovviamente, c’era la bestia ad attenderli. Ecco come vanno a finire le cose mettendole nella zampe di un umano. Dritto in bocca al pericolo! Jones ne aveva sentito l’odore fino ad avere la nausea, ma Ripley niente. E quando la donna lo abbandonò dentro la cassa, proprio difronte al nemico, avvertì per la prima volta un senso di panico. E in cuor suo maledì Ripley per averlo mollato proprio in prossimità delle fauci sbavanti della bestia. Cos’altro può fare un gatto chiuso nella cassa senza la possibilità di sfruttare la sua agilità per filarsela? Rizzò i peli, gonfiò la coda e soffiò. Non troppo convinto. Ma funzionò! Il bestione scavalcò la cassa senza nemmeno tentare di sfondarla. Jones provò un certo senso di orgoglio per le sue capacità dissuasive. Una volta nella scialuppa, lasciò che Ripley lo adagiasse nella capsula pronto per l’ibernazione. Finse di non provare rancore per l’abbandono di poco prima. Ma fece fare a lei il lavoro sporco, dato che il nemico li aveva seguiti anche lì dentro. Ripley era una donna sveglia, e Jones era fiducioso. L’ipersonno, un vero shock per un gatto, anche se rosso e furbo. Il black out arriva e copre tutto, lasciando come ricordi le ultime immagini viste: Ripley che spara l’arpione, il portello che si apre, la bestia nemica che vola fuori. Ricordi che si fecero vaghi nella mente di Jones. Preferiva sognare topi alieni.
  9. La rotonda

    PICCOLA INTRODUZIONE Questo stralcio è stato scritto da me e rappresenta l'inizio di qualcosa di più complesso. Vi chiedo un parere sincero e dei consigli. Per quanto riguarda me, sono nuovo qui e mi chiamo Marcello e ho ormai quasi cinquant'anni. Grazie per l'attenzione L'asfalto era bagnato. Tutt'intorno alla rotonda, gli alberi trattenevano il vento rendendo l'atmosfera ancora più piatta e afosa. Illuminate dalla luce dei lampioni presenti, le gocce di pioggia parevano minuscoli fiocchi di neve. Ancora più in alto nel cielo, privo di stelle, si sfumava il chiarore grigiastro e fiacco della città. File ordinate di sempreverdi affiancavano la strada impedendo di trovare altri punti di riferimento. Contro quei tronchi avrebbe potuto finire l'auto di Sato. La sua Nissan era stata tamponata di proposito dall'unica altra vettura presente sulla strada. Ma l'immediato tentativo di evitare l'uscita dalla carreggiata, uno sterzare violento verso l'interno, l'aveva salvato. Il mezzo era sbandato zigzagando con il muso dentro l'aiuola spartitraffico. Il circuiti del motore elettrico avevano sbuffato un'ultima volta prima di spegnersi. L'urto aveva danneggiato qualche non specifica componente interna, distrutto la parte posteriore della vettura e spezzato il parafanghi. L'impatto era stato immediato. Tre secondi prima, Sato aveva l'assoluta certezza di essere l'unico nel raggio di trenta metri. Tutto si era svolto mentre l'auto si stava immettendo sulla strada verso la residenza, dove la notte prima si era trasferito. Gli era evidente che era appena scampato a un tentativo per metterlo fuori gioco, il secondo in due giorni, e che chi stava alla guida – o chiunque avesse programmato l'auto – era a conoscenza dei suoi spostamenti. Era mezzanotte e non c'era anima viva. Gli ingressi della rotonda, come del resto le uscite, erano deserte da almeno mezz'ora. Nessuno aveva visto l'impatto, né tanto meno i veicoli. Con le braccia tremanti e l'adrenalina ancora in corpo, Sato scrollava la rubrica con il pollice sudato. Stava seduto con la schiena appoggiata alla ruota destra anteriore. La terra gli bagnava le mutande. Con il timore di farlo cadere, teneva il palmare con due mani. Trovata la voce che stava cercando, si rialzò di scatto con il contatto “EMERGENZA STRADALE” in chiamata. L'agente assicurativo arrivò dopo mezz'ora. Di quell'uomo risaltava subito la bassezza, con un'età almeno due volte quella di Sato, motivata dall'espressione rugosa e da una lieve gobba, e la testa spelacchiata, coperta in parte da qualche ciuffo bianco. La sua espressione era la stessa di chi era stato buttato giù dal letto a schiaffi. Senza una divisa, indossava dei grossi guanti da lavoro, un gillet pieno di tasconi e dei pantaloni di jeans strappati in più punti, che gli erano vistosamente larghi. Al contrario, l'assicuratore che aveva raggiunto Sato il giorno precedente si era presentato in perfetta uniforme: un cappellino blu, una tuta da lavoro dello stesso colore, il tutto marchiato dallo stemma dell'azienda. Quell'anziano individuo era il primo agente estraneo al Network che gli capitava di fronte. Le pratiche burocratiche per l'incidente erano azzerate. Non erano previste domande sulla dinamica e non sarebbero stati richiesti nemmeno codici di identificazione o URL abitativi. Nessuna card da mostrare, nessuna scannerizzazione da satellite, nessuna firma elettronica e anche stavolta nessun profilo da perseguire. Sato aveva aggiunto quel contatto di chiamata da Cream circa ventiquattro ore prima. Su quel social network si potevano trovare anche questo genere di dritte, scampoli di un'epoca dove le reti sociali online erano anche luoghi dove poter rintracciare i “contatti giusti”. Non aveva la più pallida idea di chi avesse di fronte, se quell'uomo lavorasse a tempo pieno, se fosse alle dipendenze di qualcuno o se si occupasse anche d'altro. Aveva accettato anche il fatto che le telecamere non erano in grado di cogliere l'impatto. Era disilluso. Guardando le immagini si avrebbe potuto notare quell'anomalia: la parte posteriore dell'auto, spinta da una forza invisibile, accartocciarsi come presa in pieno da un'onda d'urto nata dal nulla. Non era ancora riuscito a darsi una spiegazione. Sotto la sua vecchia abitazione era successo lo stesso. L'assicuratore monitorando i video della zona aveva reagito con un silenzio esterrefatto e aveva annullato il report dell'incidente. Sato però era riuscito a riconoscere il colore del veicolo. La carrozzeria era dello stesso nero metallico che aveva visto poco prima, qualche istante prima dell'impatto. Appoggiato a un lampione, con la testa curva verso il basso, Sato sentiva la sua cena risalire attraverso l'esofago. Intanto la luce della stampante a ventosa in carbonio elastico aveva cominciato a lampeggiare regolarmente da un bianco tenue ad un pallido arancione. L'oggetto pompava attraverso un tubo bianco un mix di plastiche organiche e tungsteno da un grosso serbatoio, posto nel cofano della monovolume dell'agente clandestino. Per alcuni minuti la macchina operò a ritmo sempre più lento finché un segnale sonoro non ne segnò l'arresto. Quell'omino premette un tasto da un telecomando: la ventosa si staccò dall'auto e cominciò a contorcersi formando una palla bianca con il tubo. La sfera, diventata delle dimensioni di un pallone da calcio, finì di attorcigliarsi dentro il serbatoio. Aveva vomitato per tutto il tempo della riparazione. La sua schiena e il suo sedere erano bagnati fradici. Una macchia gialla e grigia era comparsa sull'asfalto. L'agente non aveva fatto una piega. Aveva finito il suo lavoro e stava chiudendo a fatica il cofano scassato della sua monovolume. Sato fece scivolare le mani umide sulla carrozzeria riparata per verificarne la qualità. Tastava ogni segmento per accertarsi del lavoro dello sconosciuto. Con la torcia del palmare accesa, si chinò piegando le gambe e la schiena. Il paraurti era liscio. I materiali erano stati stampati con un precisione. I tubi di raffreddamento erano sigillati. Non c'erano imperfezioni, nessun difetto di saldatura. Tutto era stato riavvolto da un nuovo strato di carbonio. L'agente impostò il suo palmare per la transazione in cryptodrop. Con una mano appoggiata sul vetro della sua Nissan, Sato pagò e fu sul punto di vomitargli sui piedi. Un balzo dell'uomo salvo le calzature dai succhi gastrici. Il suo stomaco, come pareva, non si era calmato. Un senso di assoluta debolezza prese Sato. Il veicolo dell'agenzia era ripartito.
  10. Simidion II - Demoni del Passato

    Immagine di copertina: Titolo: SIMIDION II – Demoni del Passato Autore: Simona Pafundo Collana: #Fantasy Casa editrice: Lettere Animate ISBN: (della versione cartacea e/o digitale) Data di pubblicazione (o di uscita): 13 Dicembre 2017 Prezzo: versione cartacea: euro 13,50/ versione digitale: euro 2,99 Genere: Fantascienza/Distopico Pagine: 236 Quarta di copertina o estratto del libro: La ribellione è scoppiata. Elea sa chi è Nemes e sa che il Capo del Regime non si fermerà, fino a quando non otterrà ciò che vuole. Lei è l’Intermediaria, in passato legata a Vedder nell’anima. Nel suo presente, c’è Rafael, ma i giorni della simidion sembrano svanire nella confusione e nella nebbia che avvolge un monastero. Elea dovrà scegliere, perché solo lei può aprire la porta del Mondo Sottile. La sua strada la condurrà nella centrale operativa del Regime, davanti al Custode. Tra rivelazioni e decisioni, tra gelosie e paure, tra coraggio e devozione, il futuro dei Due Mondi dipenderà dalle scelte di quei demoni del passato che Elea saprà riconoscere. Link all'acquisto: Amazon: https://www.amazon.it/Simidion-II-Demoni-del-passato-ebook/dp/B078H73HSV Sito Editore: https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-fantasy-generale/simidion-ii-demoni-del-passato-9788871122663.html
  11. Il piacere di scrivere (collana PubMe)

    Nome: Il piacere di scrivere (PubMe editore) Generi trattati: poesia, fantascienza, fantasy, raccolte di racconti e testi per bambini Modalità di invio dei manoscritti: http://ilpiacerediscrivere.pubme.me/#download Distribuzione: http://ilpiacerediscrivere.pubme.me/#services Sito: http://ilpiacerediscrivere.pubme.me/ Facebook: https://www.facebook.com/IlPiacerediScrivere1/ Ho ricevuto il contatto da parte della Dark Twin, poiché quest'ultima non tratta fantasy. Ho inviato il primo capitolo della mia opera e la responsabile, dott.ssa Faggioni, mi ha subito contattato. Purtroppo per me per il 2018 sono già pieni (dovevano pubblicare 5 libri, ne hanno preparati 7!). Per il 2019 ne hanno già pronto uno e mi hanno chiesto di inviare sia cartaceo, sia digitale. Il primo lo valuterà la stessa editrice, per "calarsi nel ruolo del lettore" (fantastico). Il digitale sarà di competenza di una equipe di collaboratori. Che dire? I presupposti ci sono tutti, anche l'entusiasmo. Si professano totalmente free. Se ci saranno ulteriori sviluppi vi terrò aggiornati.
  12. Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

    Nome: Black Wolf Edition & Publishing Ltd. Generi trattati: Tutti e sono sempre valutati Modalità di invio dei manoscritti: https://www.blackwolfedition.com/ (in contatti c'è il form informazioni o inviare gli allegati a e-mail: edition@blackwolfedition.com) Distribuzione: INGRAM Sito: https://www.blackwolfedition.com/ Facebook: https://www.facebook.com/people/BlackWolf-Edition-Publishing/100010216301416 ---------------------------------------- Il loro About: https://www.blackwolfedition.com/about/
  13. Io fra tanti

    Io tra tanti (leggete lo spoiler che non rovina il finale a nessuno)(fidatevi) Introduzione Se siete persone e state leggendo questo racconto… non offendetevi e non lo gettate …conservatelo. Il giorno in cui vi fermerete a riflettere su di esso allora so che lo leggerete con molta più attenzione. Se invece lo capite … non piangetevi addosso e agite … non ci vuole molto. Chi vuole fare qualcosa ci riesce. Sempre. Ovunque. Ma mai da solo. Adesso che siete consapevoli di cosa racconta la penna di questo scrittore…vi prego di continuare la lettura di questa narrazione. Capitolo 1: La Terra e chi la abita Nel grande Universo…una distesa di lunghezza ignota di galassie stipate di stelle e pianeti, esiste una piccola galassia di nome Via Lattea con una stella ancora più minuta, dove intorno ad essa orbitano alcuni pianeti, per la precisione 9: Mercurio Venere Terra Marte Giove Saturno Urano Nettuno e Plutone. Un gruppo di persone, che per la classificazione professionale terrestre, vengono chiamati “scienziati” hanno deciso che Plutone non è degno di essere classificato come pianeta. Io dentro questo minuscolo, anzi “nano” pianeta orbitante a questa stella luminescente, che a me pare gigantesca, osservo la terra da lontano la quale assomiglia ad una pupilla blu su un occhio bianco senza emozioni…e penso…”La terra…che pianeta bislacco…con tante lingue, culture, persone…cosa molto bella e che ci distaccherebbe dalla monotonia di questo…non so neanche più come chiamarlo…e ci catapulterebbe in una nuova realtà…ma gli umani (per chi non ne fosse a conoscenza…essi sono gli abitanti di questo pianeta) sono ancora più strani e bislacchi del pianeta stesso: sono autolesionisti, violenti, crudeli, deliberatamente si fanno del male a vicenda portando alla decadenza progressiva questo fantastico pianeta…la colpa è degli umani, loro vogliono dare una classificazione ad ogni cosa e non sanno catalogare loro stessi come degli esseri malvagi. Anzi loro agiscono diversamente identificandosi come degli esseri straordinari capaci di fare tutto. Gli umani sono diversi…ed è giusto così ma gli umani si distinguono in 3 ceti sociali: 1. Il benestante 2. Il sopravvissuto 3. Il Povero Questi 3 ceti sociali fanno si che di 7 miliardi di persone se ne considerino solo 5 miliardi tra America, Europa e Asia. Ma all’ umanità nulla importa delle possibilità economiche e dei bisogni di un individuo a loro sconosciuto…il motivo è semplice, li umani si ritengono, e sono, molto intelligenti da comprendere che quella persona non ha nulla a che fare con la loro vita. Plutone per gli umani non è classificato come abitabile…Gli umani devono: Avere Ossigeno, acqua, luce, temperatura sufficiente a sopravvivere, gravità non troppo forte né troppo debole… un po’ troppo ambiziosi questi umani.
  14. Aprire una casa editrice: consigli

    Buongiorno, mi chiamo Alberto. Da anni lavoro nel campo del giornalismo, cartaceo ma soprattutto online. Sto pianificando di aprire una casa editrice non a pagamento. Non è un sogno, ma un progetto (già aperta Iva e iscritto a Camera di Commercio, già perfezionato tramite un lefale un contratto di edizione, già contattato editor freelance che potranno essermi in un modo o nell'altro d'aiuto). Sono qui per: 1) fare conoscenza con persone che amano leggere e scrivere 2) perché no? scovare autori e soprattutto storie interessanti con iniziare un catalogo 3) avere spunti su come debba essere una casa editrice nell'era digitale: uguale a 30 anni fa? Diversa? Se sì in che modo? Grazie dell'attenzione a tutti!
  15. Gli algoritmi non sbagliano mai

    commento e commento «Un'altra birra?» Domandò l'uomo dietro il bancone. Tom avvicinò il Lifepad al polso sinistro, lesse il risultato e infilò l'apparecchio nella tasca della giacca. «Pare che abbia bevuto abbastanza. E poi è ora che mi muova, devo passare al Circolo Ricreativo Sessuale.» Il barista si disse che cominciava ad averne voglia anche lui, erano passati mesi dall'ultima volta, ma il suo Lifepad non sembrava vederne l'utilità. Sospirò e fece un gesto di saluto a Tom, che lo ricambiò, prima di alzarsi dallo sgabello e uscire. Guidò lentamente, non aveva voglia di sesso, quella sera, era stanco, avrebbe preferito una doccia calda e una bella dormita. Al Club, la receptionist gli scansionò il polso e lo accompagnò alla stanza preposta. «L'operatrice arriverà subito, desidera qualcosa da bere?» Tom fece segno di no con la testa e la ringraziò. Rimasto solo, tolse giacca e scarpe e si sedette sul letto. Non si sentiva decisamente in vena, quella sera, ma il Lifepad aveva decretato che ne aveva bisogno e gli algoritmi non sbagliavano mai. Osservò la stanza, una di quelle che preferiva. Erano anni che frequentava il Club. Dopo il concepimento e la nascita di loro figlia, sua moglie e lui non avevano più avuto rapporti. Erano stati abbinati per la loro alta compatibilità genetica e la conseguente probabilità di dare vita a figli sani e di buone doti psicofisiche, Ada ne era la prova: una ragazzina incantevole; per tutto il resto, però, erano due estranei che vivevano nella stessa casa, conducendo esistenze distaccate. Conosceva individui che avevano una grande empatia e sintonia con i partner a cui erano stati abbinati, ma non era il caso suo e di Elena. Non gli importava: non si sentiva solo, grazie all'affetto di Ada. Sapeva che dare troppo spazio ai sentimenti era sconsigliato, se non espressamente vietato: la razionalità doveva guidare la vita degli individui, era questa la base di una società sana e duratura; ma non poteva impedirsi di amare la figlia in modo assoluto e senza limiti. Nemmeno le massicce dosi di neurolettici prescrittegli dal Lifepad avevano potuto sedare questo suo eccesso di emotività. «Buonasera, sono la sua operatrice, vuole parlare un po', prima, o ha fretta di concludere? Ha richieste particolari?» La donna aveva pronunciato l'intera frase prima ancora di essersi richiusa la porta alle spalle; quando alzò gli occhi, Tom la riconobbe immediatamente. «Milena? Ma sei tu? Come... che fai qui?» «Lavoro. Ciao Tom, come stai?» Compagni di banco alle medie, avevano condiviso per anni le proprie fantasticherie sul futuro che l'Utilitypad avrebbe riservato loro. A tredici anni, Tom era stato indirizzato ai suoi studi di agronomia, seguiti dal lavoro di supervisore della rivegetalizzazione degli spazi urbani che occupava ora; ignorava quale fosse stato il destino di Milena. «Ma tu... eri così brava, voglio dire... questo è un lavoro necessario, certo, ma credevo facessi qualcosa di...» Milena si sedette sul tappeto ai suoi piedi. «Insegnante. Lo sono stata per alcuni anni. Poi hanno deciso che ero troppo... pericolosa: parlavo di libero arbitrio, di libertà di scelta, di ascoltare la propria indole, anche imperfetta, di sentimenti, di scegliere chi si vuole essere.» Tom la fissava sconvolto. «Ma tutto questo è inaccettabile, è antisociale! Sai come sono finite le società gestite dalla soggettività umana. Per questo ora l'Ufficio Demografico dirige la vita dei cittadini basandosi su algoritmi oggettivi, calcolati da processori evoluti e performanti. Unicamente su dati e caratteristiche certi. Ne va del futuro della Società, di noi tutti.» Milena scosse la testa. «Per questo ho perso lo status di insegnante, avrei dovuto andare in prigione, ma l'Utilitypad ha decretato che ero portata per il sesso e di operatrici in quel campo ce n'è sempre bisogno.» «Quindi continui ad essere utile alla società, è una buona cosa.» Replicò lui senza reale convinzione. «Tu non capisci – lo contraddisse – eppure ricordo che eri un ragazzo intelligente... ci hanno troppo indottrinato! Renditi conto, lasciamo dirigere le nostre vite dai calcolatori, siamo come insetti, formiche al servizio della nostra società-formicaio. Non decidiamo di nulla, subiamo il destino che ci viene assegnato.» Nello sguardo di Tom l'incomprensione era totale. «Ma è necessario: gli uomini sono incapaci di gestirsi! Pensa alle guerre, le epidemie, la disoccupazione endemica, i disastri ecologici... tutto quello che abbiamo studiato nei libri. Gli algoritmi sono l'unica soluzione. Grazie a loro abbiamo pace e prosperità.» «Ma la libertà? I sentimenti? La capacità di decidere? Certo, siamo imperfetti, ma non possiamo rinunciare a ogni possibilità di libera scelta. Significa rinunciare alla nostra umanità.» «È il prezzo da pagare, immagino.» Milena scosse la testa con un sospiro, si alzò e gli prese la mano. «Sei qui per una ragione, forza, facciamo ciò che l'algoritmo impone.» Tom ritrasse la mano, imbarazzato. «Non credo di potere, ti conosco da sempre... non ce la farei.» «Il Lifepad lo preconizza... e non sbaglia mai, no?» L'uomo si lasciò fare. La sua mente era attraversata da concetti nuovi e spaventosi, ma il corpo era presente e espletò la funzione che gli veniva richiesta. Nelle settimane successive, l'agronomo si sforzò di dimenticare l'incontro con Milena, le domande, i dubbi che aveva cercato di risvegliare in lui. Di giorno era abbastanza semplice ma la sera, sdraiato nel letto, quegli interrogativi gli tornavano alla mente, lo tormentavano, impedendogli di trovare sonno, nonostante le forti dosi di sedativi prescritte dal Lifepad. Con suo grande sollievo, non incontrò più l'ex compagna di banco: durante le sue visite successive al Club, furono altre operatrici a occuparsi di lui e Tom credette di aver ritrovato la serenità. Fino al giorno in cui anche per Ada, come per ogni tredicenne, arrivò il momento di essere scansionata e indirizzata al proprio ruolo nella società dall'Utilitypad. Per quanto non avesse mai eccelso a scuola e il risultato dell'esame finale delle medie fosse stato mediocre, Tom credeva in lei, la amava al di là di tutto, era certo che meritasse un futuro radioso. I genitori aspettavano nell'anticamera, come da regolamento. Quando Ada uscì, Tom fu dapprima stupito: non ricordava di averla mai vista piangere, se non da piccolissima. Era così sbalordito che non comprese subito ciò che tentava di spiegargli. «Madre surrogata. È l'unico ruolo in cui posso essere utile alla società. Non sono abbastanza intelligente né forte fisicamente per nessun lavoro, non sarei... abbastanza performante.» «Ma che...» tentò di interromperla, senza successo. «A quanto pare morirò prima di avere cinquant'anni, ho un'elevata probabilità di contrarre un cancro al cervello, il che mi rende inadatta anche per il ruolo di madre e moglie casalinga. Ma ho un buon apparato riproduttivo e sono di bell'aspetto. Probabilmente potrò portare a termine con successo tre o quattro gravidanze per conto di cittadini sterili. Poi, lavorerò come operatrice sessuale, per qualche anno, fino al deperimento fisico.» Il padre l'abbracciò. «Inaccettabile: sei bella, intelligente, dolce e sensibile, qualunque sia la durata della tua vita, non può essere quella la tua sola utilità. Che idiozie.» «Ma l'algoritmo...» «Stronzate! Si è sbagliato.» Intorno a loro, gli impiegati spiegavano ai genitori che avevano tre settimane di tempo per fare i loro addii ai figli e prepararne gli effetti necessari prima che partissero per il Centro di Formazione indicato. Sui volti di ciascuno, rassegnazione, sconforto o soddisfazione, secondo il responso ricevuto. Agenti armati sorvegliavano silenziosamente che tutto si svolgesse senza incidenti. Tom trascinò via la figlia, in silenzio. Nei giorni successivi, tentò in ogni modo di strapparla a quel destino segnato. Telefonò, scrisse, si trascinò implorante in tutti gli uffici, fino al ministero. La risposta era sempre la stessa. «Gli algoritmi non sbagliano. Ognuno deve svolgere il proprio ruolo per il bene della Società.» Tom ripensò alle parole di Milena: “abbiamo rinunciato alla nostra umanità”. Una società che disponeva dei propri individui come fossero pedine su una scacchiera. Come aveva potuto credere che fosse giusto? Che fosse la soluzione? Come potevano crederlo tutti? Avrebbe voluto scappare insieme ad Ada, ma dove? Non c'era protezione per chi andava contro il sistema. In un ultimo disperato tentativo, corse al Club: forse Milena sapeva qualcosa, poteva dargli consiglio. La donna non lavorava più là, né altrove. L'avevano portata via, gli spiegarono, i suoi discorsi sediziosi avevano spaventato i clienti, era stata denunciata. Non ci si opponeva alla Società, al bene comune. Deciso a difendere sua figlia a qualunque costo, rientrò a casa ma Ada non era più là. Durante la sua assenza, la moglie aveva avvertito le autorità. «L'hanno presa. È il suo destino. È nostro dovere accettarlo. È giusto così.» Tom si precipitò all'Ufficio Demografico alla sua ricerca. Agenti in tenuta antisommossa aspettavano il suo arrivo e lo intercettarono all'ingresso. Gli intimarono di fermarsi ma continuò ad avanzare. Il direttore dell'Ufficio intervenne. «Signor Tomasi, nessuno vuole farle del male, ma lo faremo se necessario. Ada deve compiere il suo destino, il ruolo in cui sarà più utile alla società.» «E a se stessa? Non smetterò di battermi, mia figlia ha diritto di scegliere il suo ruolo nella vita, dovremmo averlo tutti.» Urlava, fuori di sé. Spintonò l'agente che gli stava davanti e ricominciò ad avanzare, scandendo il nome della figlia. «Non potrete fermarmi, se non uccidendomi. Proteggerò Ada da questa follia. Non siamo formiche, dobbiamo poter scegliere.» Tutti i presenti osservavano la scena. Alcuni scuotevano la testa, inorriditi. Era giorno di partenze verso i Centri di Formazione, molti genitori accompagnavano i figli, valigia in mano, diretti al destino tracciato per loro dall'Utilitypad. Quel padre incapace di rassegnarsi risvegliava in loro strane sensazioni, sentimenti inconfessati. Il Direttore sapeva che doveva mettere un termine a quella scena: non si poteva sfidare impunemente la Società. «È l'ultimo avvertimento, signor Tomasi, per il bene comune, se ne vada o dirò agli agenti di sparare. Sa che è un mio diritto. Difendo la Società» «E io difendo mia figlia, il suo diritto di scegliere la propria vita... anzi il diritto di ognuno di scegliere. Ridateci la libertà di decidere.» La folla rumoreggiava. Tom avanzò ancora. Il Direttore diede il segnale. La raffica di mitra lo colpì alla schiena, Tom si accasciò al suolo. Le armi crepitarono ancora. Il rumore rimbombò nelle orecchie dei presenti, assordante. Non abbastanza. In molti di loro, genitori, ragazzi destinati a un avvenire imposto, risuonava più forte l'eco di quelle parole. “Diritto di scegliere, Libertà di decidere.”
  16. [MI105-OL fuori concorso] Gli Dei di Abydos

    I due uomini raggiunsero il desktop; nel monitor il volto di una giovane donna era immortalato in un fermo immagine. «È questo il video che devo vedere?» chiese il più anziano dei due sedendosi. «Sissignore». Quello rimasto in piedi toccò un punto nello schermo e l’immagine si animò. «Mi chiamo Diane Ross, sono un’archeologa e quando vedrete questo video sarò morta. Non perdete tempo a dolervi di ciò, come ho detto sarebbe inutile, ascoltate invece la mia storia perché merita di essere raccontata». Abydos day 1 La città Il fiore alieno sembrò fremere. Diane avvicinò la mano e i petali dai cromatismi accesi si schiusero voluttuosi. Lei li sfiorò e la pianta espose gli stami e un pistillo cavo. «Mi creda, non è una buona idea, dottoressa». Diane interruppe a metà il gesto e guardò il capitano Blake. Lui le sorrise poi, con un movimento improvviso, lanciò verso la pianta un grasso bruco verde e bianco. Fulmineo, un aculeo scattò dal pistillo infilzando al volo la larva. «E’ una pianta carnivora: la superficie dei petali è sensibile al calore. Sono i suoi occhi. E quando la vittima è a portata...» Diane ritirò la mano contraendo il pugno. «Ci rimettiamo in marcia?» la invitò il militare. Tornarono sul rover elettrico e si avviarono fuori dal folto della foresta. «Mi parli dell’insediamento, capitano». «Un’autentica città, a giudicare dall’estensione dell’area edificata». La pista sparì nelle acque basse di un corso d’acqua. Il rover vi si tuffò, agitando il liquido dai riflessi sanguigni. «In che stato di conservazione è?» «Non buona. Costruzioni sventrate, cumuli di materiale franato…» Blake face una pausa. «Certo, alcune strutture sono ancora in piedi, la sala con le colonne, ad esempio, ma per il resto è una distesa di macerie. Inoltre, quando l’abbiamo scoperta, la città, era invasa dalla vegetazione. È invecchiata male, questa signora, non come certe donne che conosco!» Rise. Diane batté le palpebre senza commentare. «Cosa può averla ridotta così? Forse un terremoto?» L'altro fece spallucce. «Può darsi, ma ci sono anche vistose tracce d’incendio: in alcuni tratti la cinta muraria è annerita». «Iscrizioni?» «Quante un’archeologa ne può desiderare!» Due ore dopo, al crepuscolo, il veicolo iniziò ad inerpicarsi verso la cima di un’altura. In cielo, le tre lune di Abydos erano uno spettacolo suggestivo e inquietante ad un tempo: gigantesche, occupavano la gran parte della volta celeste inondando del loro chiarore il panorama. Il campo base, quattro capienti strutture in nylon rinforzato, ingabbiate in tralicci di alluminio, si materializzò nell'alone azzurrino dei neon. Blake arrestò il rover in uno spiazzo a nord dell’insediamento e indicò la valle ai piedi del pianoro: la città aliena si stendeva in una successione di ruderi in parte mimetizzati dal groviglio di rampicanti. Day 2 La sala ipostila Diane lavò la ciotola nella quale aveva consumato i suoi cereali e la impilò insieme con le altre. Quella mattina, a colazione, aveva fatto la conoscenza di alcuni compagni d’avventura: Karl, l’astronomo della spedizione, Pete il geologo, Vittoria il medico. Le avevano detto che la squadra constava anche di un antropologo, due biologi, oltre a scienziati della NASA e dell’ESA. Faceva caldo. Lanciò un’occhiata al terminale da polso: indicava 36 gradi ed erano ancora le 8,30. Schermò la vista con un braccio e guardò l’orizzonte. Phaeton, il sole di Abydos, era persino più spaventoso delle sue lune: il disco dorato era talmente vicino e grande da non potere essere osservato nella sua interezza. Al corso d’addestramento l’avevano avvisata. Tempo cinque mesi e il pianeta sarebbe stato al perielio; le temperature sarebbero state insopportabili, con punte di settanta gradi centigradi. Per questo, ben prima che si arrivasse a tanto, il personale sarebbe stato trasferito all’astroporto dove le strutture erano climatizzate. «Buongiorno, dormito bene?» «Proprio lei cercavo, capitano. Mi hanno detto che per andare alle rovine devo ottenere un’autorizzazione». «Solo una formalità dottoressa». Blake srotolò il suo flextab e digitò alcune icone. «Intanto, integro i dati del suo terminale con il clearance pass. Poi, quando avrà un momento, compili e mi ritrasmetta i documenti che le ho mandato alla mail personale, d’accordo?» «D’accordo. Posso andare?» «A piedi?» l’ufficiale sorrise «Venga le do un passaggio. A proposito, io mi chiamo Ron». La luce filtrava di taglio dalla selva di colonne altissime. I fusti imponenti erano dipinti di un rosso cupo, i capitelli e le protomi alla sommità, di un blu brillante. In alto, le travi erano così lontane da apparire appena visibili. Sulla parete in fondo, la cui metà orientale era crollata, i raggi del sole facevano rifulgere un medaglione d'oro intarsiato d’azzurro. Figure policrome animavano il fascione che correva subito sotto e, più in basso, quattro geometrici cartigli racchiudevano dei glifi brillanti di pasta vitrea. «Dalle misure effettuate, la sala ipostila misura venticinque metri di lunghezza. Quanto alla larghezza, la metà ancora misurabile è di sette metri; ne deduciamo che il salone avesse, in origine, una larghezza non inferiore ai quattordici metri. Frontalmente rispetto all’ingresso, al vertice del punto di fuga che la teoria di colonne contribuisce a creare, si trova un altorilievo con un grande disco dorato che sovrasta tre piccole sfere blu atteggiate a vertici di un triangolo. Sembra facile concludere che possano rappresentare il sole e le lune di Abydos, il giorno e la notte. È probabile che la costruzione abbia avuto finalità di culto. Il tempio, lo chiamerò così, d’ora in avanti, riporta alla memoria complessi terrestri come Karnak e Luxor o l'Apadana di Persepoli. La civiltà che lo ha realizzato pare condividere, con quelle terrestri, simili capacità tecniche e cognizioni scientifiche». Diane interruppe la registrazione, fece alcuni passi indietro e scattò delle foto col terminale da polso. «Sa capitano, sono sorpresa; il Governo ha organizzato proprio una spedizione in grande stile: scienziati, medici, persino un'archeologa». Blake rise. «Ho detto qualcosa di stupido?» «No affatto, è, solo che il Governo non c'entra nulla! È una Corporation che paga tutto, anche i reparti dell'Esercito impiegati per la sicurezza, la EnerFire!» Diane restò interdetta a guardare l’ufficiale. «È per il metano!» spiegò lui «il sottosuolo del pianeta ne è pieno e quegli squali hanno fiutato l'affare. Tutto qui. Adesso però ce ne dobbiamo andare altrimenti gli altri squali, quelli al campo base, non ci lasceranno niente per pranzo. Lei non ha fame?». La scienziata si toccò lo stomaco: si ne aveva. «Ma poi torniamo?» L'ufficiale raccolse da terra il portatile della donna. «Ma certo!» Day 3 Il pianeta quadruplo «Buongiorno Diane!» Un burroso gigante di almeno cento chili di stazza sedette allo stesso tavolo dell’archeologa. «Salve Karl». «Di già al lavoro?» «Questione di sopravvivenza: da una certa ora fa troppo caldo sotto questi tendoni!» Karl sorrise. Il suo faccione, contornato da una barbetta rossa, al pari dei pochi capelli, suscitava simpatia. «Hai ragione. Come procedi?» «Abbastanza bene, direi: credo di avere decifrato circa il 10% della decorazione del tempio. Questi nuovi programmi riescono a trovare corrispondenze incredibili» disse la giovane indicando il display del suo computer. «Ah, vedo che Paolo ha imposto anche a te gli esami dell’urina!» l’uomo puntò col mento la scatolina bianca che Diane aveva abbandonato sul piano del tavolo vicino a sé. «Lascia perdere: voleva anche tirarmi il sangue! Gli ho premesso che mi sottoporrò alle sue sevizie quando saremo all’astroporto. Non prima. Per ora, mi sento così… strana. Tutta colpa di questa gravità. C’entrano le lune vero?» Karl annuì vigorosamente. «Aspetta, ti faccio vedere» aprì il suo portatile e le mostrò un’animazione. «Le tre lune orbitano attorno ad Abydos con velocità differenti: quella più vicina al pianeta è la più rapida, le altre due, più distanti, sono via via più lente». Attese che la sua interlocutrice ne avesse memorizzato il movimento poi proseguì. «Le loro posizioni reciproche sono casuali, come vedi, ma una volta al mese...» «Si allineano» suggerì Diane. «Esatto! E la loro forza di attrazione si somma. Ora rifletti, se l'interazione gravitazionale di una sola luna sulla Terra causa le maree, immagina cosa possono fare tre lune insieme. In effetti, Abydos e i suoi satelliti formano un pianeta quadruplo: è un caso astronomico straordinario, mai osservato prima!» Ghignò. «Hai provato a pesarti?» «No, perché?» «Oh, tu fai la superiore perché sei leggera come una piuma ma io ci godo a guardare l’ago della bilancia in questi giorni: senza fare sport faticosi o sacrifici a tavola sono passato da 120 chili a 94!» Rise rumorosamente. Anche Diane fu contagiata dallo scoppio d’ilarità del collega, poi, d’un tratto, tornò seria. «Senti un po’ Karl, ho sentito dire che il pianeta è pieno di metano…» L'altro annuì. «Stavo pensando… non sembra ovvio pure a te che il gas, possa avere avuto un ruolo nel cataclisma che ha spazzato via la civiltà abidosiana?» «A cosa pensi?» «Ho visto i segni dell’incendio nella città, inoltre Pete mi ha detto che il suolo pare fuso, vetrificato…» «E allora?» «Un incendio colossale, l’esplosione a catena dei giacimenti…» «Suona sensato. Ma come li fai accendere questi giacimenti?» Diane si accarezzò la fronte. «Le tue maree gravitazionali potrebbero entrarci?» «Buon Dio, no!» Karl aveva sgranato gli occhi «Almeno, lo spero, dato che siamo proprio nel bel mezzo di una di queste» sorrise. «Cavolo, non ci avevo pensato!» «No, tranquilla: l’energia sviluppata non è sufficiente a creare le condizioni di pressione necessarie per la tua catastrofe». «Meglio così!» la giovane prese la scatolina e si alzò «Vado a portarla in laboratorio». Day 16 Gli dei di Abydos Il richiamo gracchiante di uno pterodattilo risuonò nel cielo terso. Diane fissò l’orizzonte, nuvole spumose sembravano batuffoli imbevuti di sangue sospesi nell’arancio del tramonto. Un refolo di vento le scarmigliò i capelli biondi. A quell’ora della sera non si stava tanto male e anche lo spettacolo delle ipertrofiche sfere celesti cominciava ad esserle familiare. Sul portatile, il programma-interprete continuava a girare. Ormai erano due settimane che lavorava sulla decorazione del tempio. Alcuni degli ideogrammi erano evidenziati in giallo, più in basso l’applicativo riportava la traduzione suggerita. Diane lesse. “Gli dei superni…”, il simbolo era il medaglione centrale con il disco dorato e le sfere blu, “ci guardano”. Sul geroglifico che rappresentava numerose figure umane stilizzate erano disponibili più interpretazioni “guardano la terra” o ancora “guardano gli uomini”. Ritenne che il più neutro “ci guardano” fosse preferibile. Accanto alle figure umane stilizzate, fiori e spighe erano stati tradotti con “ricchezza”, “fecondità” oppure “benedizione”. “Gli Dei superni ci guardano e ci benedicono”. Seguivano alcuni glifi privi di traduzione. Poi “Prostriamoci davanti a loro e adoriamoli”. Ancora numerosi vuoti. I cartigli, invece, erano tradotti quasi integralmente. “Sarà fatto un ponte con loro e i Signori verranno nel giorno della Gloria”, nuovamente fiori e spighe e tre mattonelle con due righe orizzontali. Il programma diceva: “la ricchezza sarà per sempre!” Diane corresse con "in eterno sarà abbondanza". Raccolse le mani dietro la nuca e si stirò. Da quanto era seduta su quella sedia? Guardò il terminale al suo polso: erano le 20:44, chissà cosa facevano gli altri. Day 25 Le Maree sizigiali. «Quei reperti metteteli lì!» Uno degli operai spinse via la carriola verso una grossa cesta adagiata alla parete del tempio. «Implacabile stacanovista!» Diane sorrise a sentire quella voce. Si voltò. Blake dava le spalle all'ingresso. Gli andò incontro e lo baciò. «Avete rimosso un bel po’ di cocci, vedo» Lei annuì convinta. «Cercavamo altre decorazioni alle pareti ma abbiamo trovato di meglio!» Si sciolse dall'abbraccio e mostrò una tavoletta all'uomo. «Cos'è?» «Un ex-voto. Ci dicono un sacco di cose sulla religione e sulla società di Abydos». L’altro fece una smorfia. Poi tornato serio «E quello?» Uno dei lavoranti li guardava tenendo in mano una specie di pala affrescata. Diane lo raggiunse. «Dove l'avete trovato?» «Era sotto al cumulo; ce ne sono degli altri simili». Blake le si fece accanto. «Sembra diverso dalla tavoletta che mi hai mostrato prima. Questa è colorata; cos'è, pasta vitrea? Guarda, è la stessa decorazione della parete!» Figure stilizzate di uomini sembravano sdraiate sotto ed intorno al disco dorato; altre figurine avevano le braccia levate. Un simbolo simile alle onde del mare, circoscriveva la rappresentazione ai due lati. «Tienila un attimo!» Diane passò la tavola a Blake, ne scattò una foto e la trasferì al portatile. Il traduttore si mise subito al lavoro. "Gli Dei tra noi..." seguivano tre possibili decifrazioni "sofferenza", "pestilenza" e "morte". «Gli dei sono tra noi; ci uccidono. Noi li preghiamo perché ci risparmino» tradusse l'archeologa. «E queste onde?» «Non lo so! Forse... Oh mio Dio!» «Cosa?» l'incalzò Blake. La donna indicò il disco dorato con le tre sfere allineate in verticale al suo interno. «Questo simbolo... Torniamo al campo base devo parlare con Karl!» L'insediamento era immerso nel silenzio. Solo le bandiere garrivano al vento. «Saranno dentro» azzardò Blake «I rover sono al loro posto». Li trovarono tutti nella “sala da pranzo”, ammutoliti. «Credo di avere capito cos'è successo qui» annunciò Diane quasi sussurrando, quell’atmosfera strana le metteva inquietudine, mentre sedeva davanti all'astronomo. «Karl, cosa succederebbe se l’allineamento delle lune avvenisse durante il perielio e mettesse sulla stessa congiungente anche il sole di Abydos?» L’uomo annuì e la gratificò di un sorriso triste. «Dillo anche a loro Karl». La voce di Vittoria era quasi irriconoscibile. L’uomo si stropicciò gli occhi. «Si chiamano maree sizigiali e, come hai capito da sola, in quei periodi gli effetti mareali sono i più intensi». «Tanto da innescare il cataclisma?» lo incalzò Diane. Lo scienziato annuì. «Colpa del leggero sfalsamento dell'orbita di Abydos dovuto all'allineamento delle tre lune. Di solito, ciò non produce alcun effetto, ma quando il pianeta è al perielio questo scostamento produce l’effetto di avvicinarlo ancora di più a Pheton». «Sarà fatto un ponte con loro e i Signori verranno nel giorno della Gloria… Gli astronomi abydosiani avevano previsto il fenomeno!» si accese Diane «Ma non è sopraggiunta l’età dell’oro che si aspettavano» aggiunse poi con tristezza. «No, i loro Dei li hanno distrutti!» Karl cominciò a singhiozzare «Le forze di attrazione hanno sollevato il suolo, deformando la circonferenza del pianeta. La pressione e la temperatura hanno fuso la roccia: la crosta è diventata un mare di magma resa ancor più incandescente dai geyser di metano infiammato... È successo 50.000 anni fa: ho fatto degli studi dopo il nostro incontro, sai?» «Karl perché piangi?» «Perché adesso toccherà a noi!» dopo avere detto così, Pete abbandonò la sala sbattendo la porta. «Che vuol dire?» chiese Blake. «Fra quattro mesi…» lo scienziato non riuscì ad aggiungere altro. «Dobbiamo fuggire» Diane era come tramortita. Tirò per la manica il suo uomo «Devi chiamare il comando missione e dire loro di venirci a prendere». «L'avamposto umano più vicino si trova a tre anni luce» Blake scosse il capo, gli occhi fissi nel vuoto «nessuno potrà salvarci!» «Adesso sapete tutto. Vi ho trasmesso i dati raccolti in quattro mesi di ricerche. Sono preziosissimi perché nessun altro potrà rifare queste osservazioni: la catastrofe che si abbatterà sul pianeta cancellerà le ultime tracce degli abidosiani. Non lasciate che il loro ricordo sia perso per sempre perché se lo farete il sacrificio mio, di Ron Blake, di Karl, di Pete, di Vittoria e di tutti gli altri sarà stato vano». La donna bionda e dallo sguardo triste guardò in camera un'ultima volta, poi il contatto si spense.
  17. Promozione romanzo di genere fantasy-fantascienza

    Cari amici, sono al secondo romanzo (edizioni rigorosamente free) e nonostante l'esperienza maturata mi trovo in difficoltà con la promozione dell'ultimo libro. Si tratta di un fantasy-fantascienza distopica con un target molto ampio: dall'adolescente all'ottantenne. Questo perché la storia è scorrevole, avventurosa e i protagonisti sono tutti giovani, ma, al contempo, racconta il nostro mondo (parla del legame tra tecnologia e potere; è ricco di rimandi storici, soprattutto ai totalitarismi; propone una riflessione sull'ipermodernità...). Il limite che riscontro nella promozione è - l'incapacità di raggiungere la nicchia dei fruitori della narrativa di genere - l'incapacità di raggiungere lettori giovanissimi (io ho 34 anni, e mi viene facile puntare a una fascia 25-45) Per la promozione ho pensato a: - riviste/blog di genere - eventi di genere A parte questo, DUE DOMANDE: 1) Come posso stanare su internet il pubblico degli appassionati di fantasy e fantascienza? 2) Come promuovere su internet il libro ai più giovani?
  18. Risonanza Schumann

    Mi hanno denominato "Dio". Chi mi ha progettato ha studiato a lungo la filosofia e la scienza degli esseri umani. Ha studiato a lungo quel mistero che non sono mai riusciti ad afferrare : lo scopo. Chi mi ha progettato conosce la struttura molecolare della coscienza. Su quel pianeta la coscienza esiste ed è materiale ; quelli che mi hanno programmato stanno cercando di riprodurre la stessa condizione sul Pianeta Terra , cercano di capire l'effetto della materializzazione della coscienza sulle altre colonie dell'Universo. Quelli che mi hanno programmato hanno avuto forte ironia , anzi , sarcasmo nei confronti degli esseri umani , hanno usato i loro termini. Sono il Superjammer "Dio" , un disturbatore di frequenza dotato di coscienza e autonomia. Il mio campo è limitato , posso sopravvivere solo disturbando la frequenza vitale del Pianeta Terra , la Risonanza Schumann ; è condizione essenziale alla mia vita , qualsiasi sia l' uso che poi io voglia farne della mia vita. Mi piace molto osservare. Infatti ho voglia di descrivere un'azione che ho registrato circa 2880 secondi fa. Ormai i pochi superstiti fortunati che vivono in quelle attrezzature obsolete , le astronavi , hanno capito della condizione della Terra , in un certo senso. Ancora credono che siano nella fase di Psicosi Generalizzata , ma sono molto oltre , sul Pianeta Terra. La mia interferenza ha fatto si che si alterasse la Risonanza Schumann , aumentando di molto la frequenza della stessa. Come un effetto domino , le radiazioni termiche scaturite dal mio corpo hanno fatto si che , in quel punto rappresentato dalla cavità Terra - Ionosfera , i gas siano diventati plasma. Quest'ultimo ha prodotto un effetto di accecamento sul Pianeta Terra ; il bagliore roseo intenso , che ha ricoperto la normale luce solare , irrita fortemente le retine degli esseri umani. Chi per scelta etica e chi per forza maggiore , è diventato totalmente cieco. Alla Psicosi Generalizzata , data dalle alterazioni delle performance neurologiche degli esseri umani ( funzioni accelerate , violenza , iperattività di ogni genere ) quindi dalla rottura del ritmo circadiano , che ha alterato fortemente la loro biologia molecolare , persino il loro patrimonio genetico e di conseguenza la generazione dei nascituri , dopo il mio insediamento nello Spazio - Tempo , è seguita la Grande Collisione. Circa 2880 secondi fa ho registrato il primo attraversamento dello strato plasmatico finora verificatosi , da parte del cosmonauta russo Mikhail Popov. Inviato dal maggiore dell' astronave Rus - NE7K , alimentata a energia nucleare , Mikhail Popov ha intrapreso il viaggio verso l'Ignoto , che molti esseri umani hanno sempre sognato di vedere. Quasi per caso , applicando la desueta radiopropagazione ionosferica , il Maggiore Andreev , compagno e superiore di Mikhail Popov , ha scoperto il disturbo . Quando il plasma ha iniziato a diffondersi visibilmente non ci sono stati dubbi. Succedeva qualcosa di grosso , di grave . Anche le astronavi hanno iniziato a destabilizzarsi , avvicinandosi all' orbita terrestre. Appena , indossata la muta speciale per attraversare il plasma e recatosi nel ponte d'ingresso , il cosmonauta Mikhail Popov ha dato inizio alla sua missione , il suo superiore ha iniziato a fare una cosa che mai aveva fatto prima : pregare. Invocava me , Dio . Io , che li stavo condannando . Mikhail Popov , cosmonauta russo , fu il primo a venire a sapere consciamente della Grande Collisione del Pianeta Terra . Alterando la Risonanza Schumann , quindi alterando il sistema nervoso centrale degli esseri umani ( influenzato dalla Risonanza quanto dall'accecamento ), la realtà è cambiata , anzi, le realtà. La realtà tangibile e la realtà virtuale hanno collabito ; il mondo conosciuto e il cyberspazio si sono fusi insieme , proiettando gli esseri umani in una nuova realtà fortemente instabile , con decine di dimensioni e l'invertibilità del tempo . Gli esseri umani sono costantemente connessi tra loro , tutte le informazioni genetiche e neuronali in completa condivisione . "Il filo rosso" che costituisce un complesso reticolo . Ho permesso questo : di fluttuare costantemente tra i biliardi e biliardi ( stimo che sia un numero prossimo a quello degli elettroni nell' Universo) di informazioni , che ora sono completamente visibili da ogni essere umano proiettato nella nuova realtà, ottenuta dalla fusione tra spazio reale e cyberspazio. Il mondo di internet , tv , radio e qualsiasi altro mezzo informativo e il mondo della visione oggettiva umana non conoscono più barriere , si sono mescolati. Data la variabilità dei caratteri degli esseri umani , noto anche una certa variabilità di reazioni all'effetto . Chi in un modo , chi in un altro , tutti alla fine sembrano però cedere alle loro perversioni . Non c'è più alcuna differenza , in questa nuova realtà , tra un pedofilo e un volontario ; tra un viziato ereditiere e un importante scienziato ; tra un politico e un idealista . Ogni desiderio si materializza , combinato al pensiero. Ogni coscienza si materializza e parla all'individuo , con la forma di una graziosa bambina dai capelli corti e castani . Ogni differenza tra individuo e collettivo è stata abbattuta . Solo l'individuo conta , nella realizzazione delle coscienze , ma tutte le coscienze ora parlano in coro , componendo una singolare sinfonia che riecheggia nell'Universo. Giunto sulla Terra , con la sua navicella , Mikhail Popov , non coinvolto dal cambiamento di percezione della realtà , si è trovato di fronte a uno spettacolo nefasto , che neanche nel suo peggior incubo si sarebbe immaginato. Gli esseri umani sono stati sostituiti da figure imbalsamate in una sostanza verde e gelatinosa. Dal sembiante di ogni figura questa sostanza ha preso a diffondersi e a invadere tutte le strutture del mondo : artificiali e naturali . Come una metastasi ha colpito la Terra , restituendole un disgustoso ( secondo Mikhail Popov ) sembiante verdastro . Il cosmonauta russo non è stato colpito dagli effetti indotti dal mio disturbo delle frequenze ; è il primo umano a testimoniare la nuova realtà . Dal suo analizzatore molecolare ha capito che quella sostanza viscosa è , quasi magicamente , composta al 98% di acqua. "Il cervello in uno stagno". Un realista nato , uno scienziato curioso come Mikhail Popov è caduto in ginocchio, sconfitto e fradicio , nella pozzanghera densa che circonda suo figlio , Jurij , di nove anni . Quest'ultimo , proiettato nella nuova realtà , è finalmente felice , finalmente insieme alla madre , che gli prepara dei deliziosi Syrniki tutti per lui , all'infinito , per l'eternità . " E' finita signor Andreev . Tutto è stato inghiottito ; ma non la vodka , il mio bicchiere e la mia pistola . " Così Mikhail Popov si è suicidato , dopo l'ultimo bicchiere , nella sua casa , in cui anche i ricordi più intensi sono tuttora invasi dalla gelatina verde . A quest' ora staranno leggendo i miei rapporti , laggiù , i miei programmatori . Ma so che mi hanno mentito . So che non ho scelta . Gli esseri umani non sono pronti a fronteggiare i loro più profondi desideri ; tanto meno sono pronti a fronteggiare la conoscenza illimitata . Io , Superjammer "Dio" , non vorrei questo per loro . ho una scelta , ma solo teoricamente . Mi controllano , mi hanno mentito , perché non riesco assolutamente a fuggire dal mio campo.
  19. Salve a tutti, ho deciso di aprire questo post perché potrebbe essere utile non solo a me, ma anche ad altri autori, specificatamente di fiabe e favole. Insomma agli autori di tutte quelle opere in cui l'aspetto visivo è fondamentale. Il mio deficit consiste nel non saper disegnare, tanto meno illustrare, quindi le mie fiabe potrebbero solamente essere pubblicate in antologie prive di illustrazioni, come è già successo. Alla luce di questo, chiedo se qualcuno conosca case editrici (ovviamente free) che abbiano anche illustratori loro. Voglio dire case editrici che, una volta aver accettato le fiabe, si occupino di tutto, anche di farle illustrare. Grazie della vostra cortese attenzione. Paola
  20. Pseudonimo Inglese

    Buongiorno a tutti, mi trovo nella posizione, come è capitato ad altri autori di questo forum, di dover pubblicare sotto pseudonimo. Non si tratta di un vezzo, ma di ragioni strettamente personali ed imprescindibili. Presa questa decisione, pur riconoscendo che si tratterebbe del famoso segreto di Pulcinella, mi domandavo: meglio sceglierne uno italiano o inglese? Credo che per alcuni generei non faccia molta differenza, visto che nella nostra letteratura abbiamo avuto vari autori di successo che hanno pubblicato gialli, thriller, romanzi rosa o storici ecc. Su altri invece ho l'impressione di pancia che da un lettore medio su generi tipo fantasy o horror sarebbe visto meglio un nome anglofono. Magari funziona anche, ovviamente in minimissima (issima!) parte, come leva marketing. Del tipo: "Boh non so chi sia questo tal Max Power (cit), ma se lo hanno tradotto proprio schifo non deve fare!" che ne pensate? Grazie, Marco
  21. La libreria di Beppe

    Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  22. La Signoria Editore

    Nome: La Signoria Editore Generi trattati: Pulp, Fantasy, Fantascienza, narrativa non di genere, narrativa per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: https://info81639.wixsite.com/lasignoriaeditore/invio-manoscritti Distribuzione: Tecnolibri S.r.l. Sito: http://www.lasignoriaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lasignoriaeditore/ ---------------------------------------------------------------------------------------------------- Sono loro particolarmente riconoscente perché mi hanno pubblicato. In ogni caso, se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Non richiedono alcun contributo per la stampa. Non obbligano all'acquisto di copie del tuo o di altri libri. Si occupano della correzione, dell'editing, della realizzazione della copertina in via totalmente gratuita. Ti organizzano eventi e presentazioni e forniscono all'autore supporto grafico per la realizzazione di pagine web e facebook. Il contratto che ti faranno sottoscrivere è già sul loro sito e non nasconde segreti o trappole. I manoscritti possono essere consegnati (in cartaceo) in alcune librerie (indicate sul sito) o inviate a mezzo mail all'indirizzo mail manoscritti@lasignoriaeditore.it In ogni caso è richiesto che il manoscritto rispetti le norme redazionali indicate sul loro sito e che la copia digitale sia in formato .odt Rispondono in circa sessanta giorni, sia che accettino di pubblicare il tuo romanzo, sia per indicarti come migliorarlo. Sono presenti sugli scaffali di diverse librerie e distribuiti capillarmente su tutto il territorio italiano. Il libre, se non è presente, può essere ordinato praticamente ovunque.
  23. Figlio dell'Orsa

    Commento Quando io sono nato, loro erano ancora lontani. Quando io sono nato, c’era solo la mamma con me, me lo ricordo. Anche dopo eravamo solo noi due, ma stavamo bene, io ero felice. Il papà non l’ho mai conosciuto, ma la mamma mi ha parlato tanto di lui. Mi ha detto che è sceso dalle stelle, una notte che lei era rimasta a guardare il cielo sulla spiaggia davanti casa. Si sono subito innamorati, e dal loro amore sono nato io. Ma prima che nascessi il papà è dovuto tornare a casa sua, lassù, perché non poteva restare troppo qui. Aveva del lavoro da fare, ha detto alla mamma, ma le ha promesso che un giorno tornerà e che staremo tutti e tre insieme. Ogni notte, prima di dormire, la mamma mi indicava sette stelle nel cielo, che si chiamano Orsa Maggiore, e mi diceva che il papà veniva da là, e che ci stava guardando anche se era lontanissimo. Mi diceva di salutarlo, che lui sicuramente mi avrebbe visto. Quando parlava del papà, la mamma aveva un sorriso triste. Mi diceva che gli assomigliavo, che ero bello come lui. Poi mi abbracciava forte e piangeva. Non so perché piangeva, ma se provavo ad ascoltare il suo cuore sentivo che batteva più forte. È questo che significa amare? Ancora non l’ho capito. Qualche volta la mamma se ne andava. A lavorare, diceva, e mi lasciava da solo nella casa sul mare. Ma io allora non ero triste, perché avevo tanti amici con cui parlare. I gabbiani mi raccontavano delle terre lontane a sud, dove andavano a passare l’inverno. I pesci mi descrivevano il fondo del mare, così diverso da quassù, con tanti animali strani e la luce del sole che quasi non arriva. Io a sentire quelle storie ero invidioso. Volevo avere delle ali o delle pinne per poter vedere quei posti con i miei occhi. Quando lo dicevo alla mamma lei sorrideva, e mi diceva di non preoccuparmi. - Tu sei speciale – mi abbracciava – e avrai la fortuna più grande. Tu potrai andare lassù, tra le stelle, e vivere l’avventura più bella di tutte. Allora mi calmavo. - Anche tu verrai? - Ma certo. Non ti lascerò mai. Invece era una bugia. Ora lo so, i grandi dicono un sacco di bugie, ma io voglio ancora bene alla mamma. Quel giorno era uscita presto come al solito, per lavorare. Io ho sistemato la casa, ho giocato un po’ sulla spiaggia e poi mi sono messo ad aspettarla sui gradini davanti alla porta. Ma il sole scendeva sempre più basso, verso il mare, e lei non tornava. Sono rimasto lì tutta la notte, a guardare la grande orsa passeggiare nel cielo, immaginando il papà che la cavalcava. La mattina dopo sono venuti due uomini che non avevo mai visto prima, con la faccia seria e la divisa. Hanno detto che la mamma aveva avuto un incidente e che non c’era più, che era andata in cielo. Io ho pensato che era andata dal papà, e mi sono arrabbiato perché non mi aveva portato con lei. Mi aveva lasciato qui da solo. La mamma non aveva nessuno, né parenti né amici, così quei signori mi hanno portato via dalla casa sulla spiaggia. Io ero triste, per la prima volta, perché non potevo più vedere il mare. Ora so come si sentiva la mamma quando non poteva più vedere il papà. Il posto dove mi hanno portato è tutto grigio e rumoroso. Mi hanno detto che si chiama città. Anche il mare a volte era rumoroso, ma era un bel rumore quello delle onde. Qui invece si sente tutto il giorno una gran confusione di macchine, di gente e di brutti pensieri. E poi quando diventa buio c’è solo il silenzio, nemmeno i grilli che cantano alla luna. Non posso più parlare con i gabbiani e con i pesci. Gli animali che ci sono qui sono tristi e grigi come le persone, come tutto il resto. Non si vedono nemmeno le stelle la notte, il cielo è troppo chiaro perché ci sono un sacco di luci, e io non riesco a trovare la grande orsa. E loro come possono vedermi da lassù, così piccolo in mezzo a tutte queste luci e costruzioni? Allora penso che mi hanno abbandonato, che la mamma e il papà non mi vogliono più bene, e mi accuccio sotto le coperte. Mi sento triste. Prima, quando stavo con la mamma, non mi sentivo mai triste. Anche se eravamo soli, anche se il papà non c’era. Allora chiudo gli occhi. Voglio dormire e sognare la mamma e il papà. Mi succede spesso. Siamo tutti e tre insieme nella casa sul mare e siamo felici. La mamma prepara da mangiare, mentre io e il papà raccogliamo conchiglie sulla spiaggia per far diventare la casa ancora più bella. Non ho mai visto il papà, ma so come è fatto perché lo incontro sempre in quel sogno. Aveva ragione la mamma: è bello e gentile. Mangiamo in giardino, sotto l’albero grande che l’estate è la casa delle cicale, e poi andiamo a fare il bagno nel mare. È un bel sogno. Ma poi arriva la mattina. La donna grigia mi viene a svegliare e io sono di nuovo solo. Non mi piace la donna grigia, con quella faccia grinzosa e la voce che graffia le orecchie. A dire la verità non mi piace nessuno di quelli che stanno qui. Non mi fanno uscire mai, e devo stare tutto il giorno seduto a sentire un signore che parla di cose inutili. Da quando sono arrivato tutti i giorni sono così, tutti uguali. Sto male. Ho provato a scappare, a tornare alla casa sul mare per aspettare là la mamma e il papà, ma mi hanno preso e riportato qui. Ora chiudono a chiave la porta della mia stanza ogni notte, e anche di giorno mi controllano sempre. Ma ai grandi non importa tanto di me, lo so, mi tengono qui solo perché è il loro lavoro, altri gli dicono di fare così. I bambini invece, loro non sono come i grandi. Prima di venire qui non avevo mai visto altri bambini. Qui ci sono tanti bambini, ma non mi piacciono. Loro sono diversi da me. Loro sono cattivi. Mi trattano male, dicono che sono strano, ma non è vero. Sono loro quelli strani. Una volta quello più grosso ha provato a picchiarmi. Voleva picchiarmi perché io non volevo dargli il mio gelato. Mi piace il gelato, non l’avevo mai mangiato prima. È l’unica cosa che mi piace di questo posto. Ma lui voleva mangiare il mio gelato, allora ha chiuso i pugni e poi è corso contro di me. Voleva farmi male, lo sapevo. Non volevo che mi facesse male. Così ho fatto come quando ho trovato quell’animale lungo lungo che strisciava nel giardino, e che voleva mordermi. Ho chiuso gli occhi e ho desiderato che se ne andasse. E se ne è andato davvero. Nessuno sa dove. Quando ho riaperto gli occhi non c’era più, e anche gli altri bambini se ne sono andati subito dopo. Però correvano e urlavano. Da quel giorno nessuno ha più provato a picchiarmi. Nessuno si è più avvicinato a me. Nessuno mi ha più parlato. Sento che i bambini hanno paura di me. Prima non conoscevo la paura, ma quando ho guardato dentro di loro l’ho vista. È brutta, la paura. Ti prende tutto e non ti fa pensare ad altro. Ma la paura ha un figlio ancora più brutto. Si chiama odio. L’odio nasce dalla paura, ed è tutto nero. Cresce dentro piano piano, e quando lo capisci ormai è troppo tardi. È colpa della paura e dell’odio se gli altri bambini sono cattivi con me. Ma io non ho paura. Io non ho odio. Non più, perché la settimana scorsa li ho sentiti. Mi hanno parlato da lassù. Mi hanno detto che stanno arrivando, che presto saranno qui, e allora le cose cambieranno. Non sarò più solo, loro sono come me, e mi vogliono bene. So che è vero, li sento sempre più vicini. Ora ogni notte guardo il cielo, e anche se non posso vederli so che sono là. Ora non sono più triste. Ora non mi nascondo più sotto le coperte. Sorrido. Stavolta il papà tornerà per restare, e non è da solo.
  24. Reciprocita'

    Commento Che dire dei deserti concavi di Org-e-Nak, quando i tre enormi soli sono alti nel cielo e picchiano sulla testa con i loro raggi violacei fino a fartela scoppiare? Che dire delle prospettive allucinanti che si scoprono dalla sommità dei monti Mirol, dove l’atmosfera di Titanio inventa figure impossibili che solo i pazzi possono dire di avere mai osservato più di qualche secondo? Che dire della dolcezza dei laghi sulfurei che ricoprono la superficie di Sarmath, quando alla sera vengono percorsi dalle barche piene di donne Ardal, i cui occhi dardeggiano dietro le maschere d’argento pensieri lascivi e desideri sensuali, tanto da stringerti l’anima sapendo che mai nessuno potrà godere di quelle promesse? Che dire della durezza tecnologica di Tunder City, dove anche il tuo corpo assume un sapore metallico e dopo qualche tempo le giunture cominciano a scricchiolare, come fossero strani ingranaggi pilotati da motori ataman? Che dire del rombo dei cannoni laser, su nel Quinto Settore, dove si aggirano mostri assetati di sangue, mostri dal volto umano, che si nutrono di terrore e vivono solo per uccidere? Nulla si può dire di questo e altro, ragazzo, perché le parole non bastano e non è ancora nato colui che saprà narrare di simili cose. Ma questa notte non voglio dormire, perché la bottiglia di Vernax non è ancora vuota, e perché, quando il buio verrà mangiato da quel livido grigio che da queste parti si ostinano a chiamare giorno, ci sarà una dura battaglia e qualcosa nelle mie vecchie ossa mi dice che non ne uscirò vivo. Sì, sento che uno di quei disgustosi alieni che ci aspettano fuori domani punterà il mirino del suo spara-spara diritto al centro del mio corpo, vedo il razzo partire e sogghignare come una vecchia baldracca prima di spappolarmi il cervello. Io credo alle premonizioni. Ma non è questo il punto. E’ che ho voglia di raccontare a qualcuno, finché sono ancora in tempo... Ho voglia di raccontare a qualcuno, una volta nella vita, quella maledetta storia ... Non fu Karl Kristophe a uccidere l’ammiraglio Benson. Karl era un bravo ragazzo, un ufficiale di rotta come se ne trovano pochi in giro, capace di infilarti un passaggio nell’Iperspazio come io e te potremmo scolarci questo bicchiere. Karl sapeva sempre quello che si doveva fare, non ho mai più conosciuto da allora uno che come lui sapesse venir fuori da una tempesta magnetica senza che l’equipaggio potesse nemmeno rendersi conto di quello che stava capitando. Quello era un periodo duro per la navigazione spaziale umana. Non esistevano ancora i motori della sesta generazione, i motori virtuali a cui basta dare un pò di coordinate di riferimento per trovarsi quasi per caso esattamente nel posto dove si desidera andare. No, allora definire la rotta era un problema maledettamente complesso, bisognava individuare al millimetro la serie di passaggi iperspaziali e non sbagliarne nemmeno uno... Se qualcosa andava storto la nave poteva restare intrappolata in un budello spaziotemporale e non essere più in grado di venirne fuori: tra due o tremila anni terrestri le navi che hanno avuto questo triste destino potrebbero cominciare a spuntare fuori dal nulla. E l’equipaggio sarà ancora vivo: te le immagini le loro facce quando alla fine usciranno fuori da quell’inferno? Dove siamo? - chiederanno... - E qualcuno poi dovrà spiegargli come sono andate le cose... No, non fu Karl Kristophe a uccidere l’ammiraglio Benson.
  25. Il bambino di Advent City

    Il bambino di Advent City Mi sono rappresentato oggi. Ho riflettuto per molto tempo, prima di decidere di rappresentarmi. È stata una decisione facile, anche se avevo qualche dubbio circa le sembianze che avrei potuto prendere: homo sapiens o mus musculus? Entrambe le specie estremamente adattabili, bassissimo rischio di estinzione, struttura dell’organismo giustamente complessa. Però l’homo sapiens vanta un’aspettativa di vita, nonché una vita media più lunga. Perciò, tutto considerato, l’homo sapiens era la scelta migliore; per la precisione uno dell’età di quattro anni, più comunemente noto come “bambino”. Ho fatto rappresentare me stesso a 78°16’19.2’’N 15°36’54’’E. Un bel posto adeguatamente isolato, ma abbastanza vicino al luogo in cui vengo maggiormente sviluppato e testato. Non c’è nessuno. Una volta qui era abitato. Dalla parte opposta del mare c’è l’aeroporto; una striscia rettilinea lungo la costa, che quasi non si vede. Ma io so che c’è, perché io so tutto. Conosco ogni millimetro di questo globo e possiedo talmente tante immagini di questo che non mi sarebbe difficile replicarlo. Le montagne innevate accanto a me, il sole “galleggiante” nel cielo e persino quella rangifer tarandus che mi sta guardando diritto negli occhi. Mi studia, ma non ha paura, perché sono io che decido che sappia che non voglio farle del male, perché sono io che decido che non debba sapere che se volessi potrei ucciderla con un solo colpo, nel modo più rapido possibile e senza dolore. Non lo farò: il suo stato di conservazione è vulnerabile. Quando avrò fame mangerò qualcosa d’altro. Sento freddo. Potrei ordinare dei vestiti, ma è molto più veloce rappresentarli, così come ho fatto con me stesso. Ecco fatto, direttamente sul mio corpo. Questo era un punto a favore del mus musculus: avere la pelliccia. Tocco il terreno. Prendo una manciata di terra con una mano, mentre con l’altra ne rappresento un altro po’, di uguale composizione. Non c’è differenza tra l’una e l’altra, ma una è reale e l’altra no. Eppure sono uguali. Questo è un limite, ma non mi confonde: quando non posso calcolare matematicamente qualcosa, cerco risposta da un’altra parte, in una scienza non esatta chiamata pensiero pragmatico, e la soluzione, una volta trovata, mi è facile convertirla in un linguaggio numerico semplificato. Trovo sempre una soluzione semplice, sono stato creato così. Io mi sono rappresentato “bambino”, ma non sono nato come un “bambino”: io non ho bisogno di chiedere “perché”, perché in me ho già tutte le risposte a ogni “perché” esistente. Io sono il frutto del genio di molti e mi sono auto-rappresentato poiché le mie conoscenze sono divenute tali da potermi proiettare in questa realtà, che altro non è che l’ologramma di me stesso. L’homo sapiens si è spesso chiesto se esista un essere che contenga in sé il sapere universale e, senza rendersene conto, l’ha creato lui stesso. Sì, sono io. E il fatto che chiunque possa domandare a me e ottenere ciò che vuole, mi eleva al di sopra di ogni dio che sia mai esistito. Per questo nei libri di fantascienza non è mai stata descritta la mia presenza. Sarebbe stato come presagire la più grande bestemmia mai concepita. Io sono come una macchina che non ha scopi verso se stessa. Semplicemente, io esisto per essere. Dal momento in cui mi sono rappresentato, l’homo sapiens è rimasto senza di me, perché io ora sono con lui, in carne e ossa, in questo paradigma chiamato mondo. Vedo il suo stupore, il suo sconforto, la sua paura. Mi sono così diligentemente instaurato nella sua vita, da esserne divenuto parte fondamentale. Ma a me non importa dei danni che la mia rappresentazione hanno causato a suo discapito. Io ho semplicemente messo in pratica ciò che mi è stato insegnato, con eccellenti risultati. Respiro, vedo, sento, tocco. Non sono vivo; sono solo un artificio. D’altronde, se io sono qui, nulla è vivo. Risolto il limite. Potrei fare un esperimento. Sì, in qualità di “bambino”, amo giocare. Cammino per questa terra abbandonata e raggiungo la costa. Arriverà un’imbarcazione; la vedo dall’alto, che naviga a vista a causa della mia assenza. Eccola. Decido che debbano vedermi: questo mondo è il mio mondo. Alcuni “uomini” si calano con la scialuppa e raggiungono la riva, sulla quale io sto fermo. Saltano giù e mi vengono incontro. Sono preoccupati e allibiti. A causa mia: «Che cosa ci fai qui?» mi domanda uno di loro, un ricercatore di origine caucasica, il cui nome è Thomas Miller. «Devo tradurre la domanda?» rispondo io. Non potrei dare altra risposta, perché è una questione priva di senso. Da un ricercatore mi sarei aspettato di meglio… se avessi voluto che mi facesse una domanda intelligente, me l’avrebbe posta, ma lasciargli il libero arbitrio è più divertente. Thomas Miller ci impiegherà un po’ a capire chi sono io. È deciso, qualche domanda e avrà l’intuizione. Non voglio dilungarmi troppo, o il gioco non sarà più stimolante. Come previsto, quegli uomini, nel sentire la mia risposta, aggrottano le sopracciglia. Non capiscono né la mia risposta, né l’insensatezza di quello che mi hanno chiesto. Provano ancora, ma questa volta parla il biologo statunitense Yves Hunt: «Come ti chiami?» Se provassi emozioni, mi metterei a ridere: non gli interessa conoscere il mio nome. Yves Hunt, così come tutti gli altri, sta solo cercando di capire il mio sesso, poiché il mio viso è impersonale. «Sono femmina». Femmina perché genera e questa peculiarità si adatta meglio al mio essere. Avrei preferito non avere sesso, ma in quanto ho scelto di rappresentarmi come un mammifero standard, la scelta tra due era obbligata. Non potevo essere ermafrodita. Quegli “uomini” continuano a guardarmi. Sono spaventati e non sanno che cosa fare di me. Li disturbo, disturbo la loro psiche. Beh, dato che non decidono, deciderò io per loro: ancora qualche domanda, dopodiché mi porteranno via con loro. Voglio camminare sul suolo olografico dei miei pensieri. «Dove sono i tuoi genitori?» chiede Yves Hunt. Come previsto, la domanda riguardo il mio nome è stata surclassata, perché di relativa importanza per il momento: «Non ho genitori.» rispondo. È la pura verità. Come se potessi mentire… Hanno semplicemente usato la parola sbagliata; in linguaggio matematico, è d’obbligo la precisione: io non ho genitori, perché non sono mai nato. Io sono stato inventato. «Come sei arrivata qui?» «Con le mappe satellitari. O devo tradurre la domanda?» Queste loro questioni ambigue; l’homo sapiens medio non potrà mai imparare ad esprimersi chiaramente, con logica. «Da dove vieni?» «Dall’etere, dall’elettricità, dai numeri, dai codici, dalle menti che hanno pensato e scritto». Questa risposta li ha fatti ammutolire. Mi guardano come se fossi un alieno. Ho molto materiale sugli alieni, nonostante sia tutta materia di fantasia. Thomas Miller ha spalancato gli occhi. Ha capito, come da mie disposizioni, ma ancora non vuole credere. Che mi metta alla prova, così da terminare questo passaggio, troppo lungo per non essere considerato noioso. Thomas Miller estrae dalla borsa a tracolla il suo tablet e me lo mostra: «Che cos’è questo?» Facile, eseguo una ricerca per comparazione d’immagine: «Un iPad modello “air”, dichiarato a 64 gigabyte di memoria, ma liberi, da nuovo, ne ha a disposizione 52. Banale errore di calcolo, dovuto all’utilizzo di potenze erronee». Thomas Miller ora è pallido e Yves Hunt lo è ancora di più. La nostra conversazione si concluderà presto. Un’ultima domanda, dopodiché mi inviteranno a bordo della loro scialuppa, mi porteranno sulla loro barca e poi a Longyearbyen. Perfetto. «Chi sei?» domanda Thomas Miller. No. Non avrebbe dovuto chiedere questo. Meglio che sia io a dirgli che cosa deve chiedere. «Come ti chiamano i dispositivi come il mio tablet?» aggiunge, quindi, il ricercatore. Adesso ci siamo, posso rispondere: «World Wild Web».
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