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  1. Ido

    MS Maintenance Team (1)

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36357-le-stelle-sono-tante/?do=findComment&comment=687089 Il racconto è liberamente ispirato alla saga di Mobile Suit Gundam, una serie animata giapponese del 1979. Ho utilizzato molti elementi esistenti e, con personaggi nuovi, ho scritto una side story. Questo è l'inizio del racconto, descrive la situazione ma non introduce i personaggi. L’elevatore scendeva attraverso il lungo corridoio verticale mostrando ai suoi passeggeri il livello raggiunto ogni cinque secondi circa sul display sopra la pulsantiera. I sei membri dell’equipaggio che vi erano saliti, si mantenevano al corrimano in silenzio e a testa bassa, era normale a quell’ora e soprattutto dopo un sonno troppo breve perché sia definito riposante. La sera prima, in verità qualche ora prima, si erano imbucati in una festa di compleanno organizzata dal reparto logistico ad un sergente da poco imbarcato, occasione buona per fare baldoria e ancor di più per bere un goccio, nonostante fosse proibito dal regolamento. Avevano approfittato di quell’evento per svagarsi e rilasciare un po’ di tensione che la missione aveva inevitabilmente provocato, la Chrysalis 15, un’unità classe Columbus della Earth Federation Space Force, avrebbe dovuto recarsi nei pressi di Side 4, tra i primi settori ad essere attaccati dalle forze del Principato di Zeon. Il comando centrale aveva deciso di utilizzare parte delle unità di supporto per svolgere delle ricognizioni in settori adiacenti alla linea del fronte perché l’Intelligence sosteneva di aver intercettato delle comunicazioni zeoniane relative a gruppi dormienti residenti in quell’area e anche perché il conflitto stava logorando le risorse riducendo le unità da guerra. Non erano abituati a quel tipo di attività, fino a un paio di settimane prima, rifornivano le navi da combattimento quando rientravano nelle retrovie, non avendo alcun tipo di armamento non era saggio esporsi al nemico. Per l’occasione erano stati imbarcati mezzi di combattimento, una scorta di munizioni e personale tecnico supplementare. L’elevatore rallentò la sua corsa, si fermò e le porte scorrevoli misero in comunicazione l’angusto vano con uno spazio immenso. Sul display in alto lampeggiava una H, quella di Hangar. L’aria filtrata e controllata, che l’elevatore aveva catturato dal ponte degli alloggi insieme ai suoi silenziosi viaggiatori, fu risucchiata in un solo istante da quella più fredda, umida e male odorante tipica del ponte H. I sei uscirono dall’elevatore uno per volta per via delle normal suit, le tute spaziali che, indossate con il casco agganciato sulla sommità del back pack dietro la schiena, conferiva loro un aspetto goffo e ingombrante. “Non sono ancora rientrati.” Disse Diego tirando un sospiro di sollievo, questo significava che avevano il tempo di prepararsi, avrebbero iniziato le attività di manutenzione fin dal principio, senza cioè prendere in consegna il lavoro della squadra smontante. La fiducia verso gli altri tecnici non era in discussione ma intraprendere una ricerca guasti a metà lavorazione era sempre una rogna perché chi passava le consegne aveva fretta di tornare verso il proprio alloggio, perciò capitava spesso che qualche informazione determinante non venisse trasmessa, costringendo il più delle volte a ricominciare i test. Il personale, appena uscito dall’elevatore che nel frattempo aveva chiuso le sue porte scorrevoli, si diresse verso l’Area Strumentazioni attraverso le maniglie che scorrevano lungo il perimetro dell’immensa struttura, questo sistema facilitava gli spostamenti in assenza di gravità ed era molto efficiente, una maniglia fuoriusciva dalla paratia nel momento in cui i sensori di prossimità venivano attivati dalla presenza di qualcuno, bastava impugnarla e questa trascinava il proprio passeggero scorrendo all’interno di una scanalatura lungo tutta la paratia.
  2. Ehilà! Questo è l'ultimo estratto del prologo di uno dei miei personaggi preferiti del mio romanzo che mai vedrà la luce perchè sono una mezza chiavic' diciamo In ogni caso: adoro questo personaggio perchè penso che, come gli altri 6 personaggi, sia uno "spacchettamento" o una "partizione" della mia personalità, pregna quindi di pregi, difetti e sopratutto di certi "valori" per me imprescindibili. Nell'ultimo pezzo del prologo di Mataius, sto bel pischello si ritrova in una cosiddetta "Fuoriuscita" proprio nel cuore della città martoriata dalla guerriglia urbana. Che cosa sia una Fuoriuscita non vi è dato saperlo con certezza, ma potrete intuirlo leggendo. Spero capiate quello che vedevo in testa mentre scrivevo: se avete mai letto Lovecraft o giocato a STALKER potrebbe risultarvi tutto più facile da immaginare. Qui la seconda parte del Prologo che magari vi servirà per collegare un po' di robetta: Qui trovate il mio commento da espertone proprio in Officina: spero di aver dato un contributo sensato: Enjoy! Il tracciatore segnalava che qualcosa era proprio a pochi metri da lui. Alzò lentamente lo sguardo e oltre la fitta coltre grigiastra non colse chiaramente cosa indicasse l’apparecchio da lui costruito. Strizzò gli occhi, mise a fuoco, si concentrò su un singolo punto della visuale, allungò il collo in avanti. Poi vide un’ombra. Il cuore saltò un battito. Stava lì, immobile, in piedi, forse a fissarlo in maniera vuota. Calcolò che quella cosa fosse alta almeno tre metri. Aveva una silouhette frastagliata dal capo fino all’addome, come se indossasse un vestiario sul capo. Mataius sentì l’ano restringersi e la gola seccarsi improvvisamente, lo stomaco sottosopra e ripieno di lepidotteri che svolazzavano sbattendo da una parete all’altra. Sentì i polmoni collassare per mantenere un respiro regolare, combattendo contro il battito cardiaco accelerato che sembrava frantumargli lo sterno. I muscoli erano paralizzati. Un urlo. Non il suo, ma simile a quello di una donna terrorizzata lo fece destare dal torpore facendolo indietreggiare di qualche passo. Ma la cosa che stava a pochi metri da lui, iniziò a muoversi quasi impercettibilmente verso la sua direzione. Iniziò a farfugliare, a fare gargarismi e gorgoglii malati, di una musicalità fuori dal mondo a noi conosciuto. Mataius non aveva la forza di fare un solo altro movimento e non osava mettere mano alla saccoccia di juta rattoppata. La mostruosità non di qui fece un altro passo. Uno stridio metallico risuonò come un violino per la strada impolverata, mentre un pezzo di lamiera si staccava dalle pareti morte dei palazzi. Un altro passo ancora, la creatura sembrava rigurgitare blande parole in una lingua sconosciuta e lontana. Mataius sentì il battito del cuore scoppiargli nelle orecchie. Il tracciatore sembrava impazzito, i bip si ripetevano con una frequenza tale da bucare il cervello. La creatura dell’altrove intercedeva nel suo passo dondolante verso il ragazzo. Un altro latrato lontano. Alcune evanescenze azzurre apparivano e scomparivano dal suo campo visivo, ma Mataius non osava muoversi. La bruttura mastodontica continuava il lento cammino. L’orrore si manifestò di fronte al rigattiere sfortunato in tutta la sua inumanità: gli arti rachitici cadevano come zampe di un artropode morto lungo i fianchi, il capo e l’addome ricoperti con una sorta di lenzuolo rossastro, a coprire totalmente il volto di quell’abominio. Mataius stette con gli occhi spalancati tutto il tempo, il capo alzato verso il mostro, la sua ombra sinistra lo aveva totalmente rivestito di paura. I gorgoglii famelici, i suoni gutturali filtrati dai liquami che secerneva dalla bocca e l’odore acre del suo fiato, deturpavano ogni senso. BIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIPBIP… il tracciatore pareva sul punto di prendere fuoco. – Mehk tah luima ku ‘i den… ma wari mehk tah… – recitava l’antropomorfo, in una sorta di cantilena spenta, con timbro baritonale, disturbato da rigurgiti continui e ansimi sinistri. Mataius osservò la creatura sorpassarlo a pochi centimetri di distanza, senza che nemmeno si accorgesse di lui. Ma lo sgomento fu doppio nel notare che non era affatto un pezzo di stoffa a ricoprire il busto di quella cosa che, imperterrita, proseguiva il suo avanzare lento e oscillante, quasi trascinato, dietro di lui: era la pelle della schiena ad essere stata squartata e riposta sopra il capo, lasciando scoperta la cassa toracica da cui si intravedevano i polmoni dilatarsi e restringersi ad ogni sospiro catarroso. Dondolante, il mostro trascinava le gambe secche come stecchi recitando la cantilena a ripetizione. Mataius la cosa scomparire dietro di lui, inghiottita dalla nube di aghi di vetro che ancora circondava l’area. Si sentii mancare. Aspettò qualche minuto affinchè il Tracciatore smettesse di segnalare la Fuoriuscita attorno alla zona. Le gambe cedettero e si accasciò lentamente a terra, in ginocchio, con lo stomaco sottosopra e ogni capillare del suo corpo dilatato a dismisura. Ci mise qualche minuto, poi si riprese dallo shock e ricominciò il suo cammino per le strade della città morta, solleticato dall’urina colante lungo la gamba. Le cose non di qui, le brutture indicibili a cui l’umanità stava assistendo, quasi nessuno sapeva da dove venissero né del perché venissero. Dopo la Grande Onda qualunque legge fisica o procedimento logico era stato messo totalmente in discussione. Con la mente Mataius viaggiò nei ricordi della vita antecedente il disastro, che aveva cancellato ogni singola traccia di una società votata al progresso e alla prosperità. – Alan… – sussurrò, trasportato dai ricordi.
  3. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico. Modalità di invio dei manoscritti: Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Non saranno accettati romanzi di genere esclusivamente erotico o storico, né racconti, poesie o raccolte. Distribuzione: fornitura diretta alle librerie interessate https://www.adiaphora.it/librerie/ Distribuzione Digitale a cura di StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  4. Qui sopra il link al mio commento in sezione. Ecco una parte di un prologo di uno dei miei personaggi, mooolto più ampio, spero vi piaccia (la scena è : Camminava a passo svelto e leggero saltando oltre i ciottoli di cemento e carbonio più grossi che invadevano quella che, una volta, era la strada che percorreva per andare a spararsi i risparmi in synth- sex e retrogames, ancora perfettamente funzionanti, nel bar di Linus. Nell’aria l’ultima detonazione aveva lasciato sospeso del pulviscolo grigiastro, probabilmente fatto di microfibre di vetro che, se inalate in buona quantità, potevano far morire un povero stronzo di emorragia interna in circa 2 giorni di lenta agonia. Lui teneva ben saldo attorno alla bocca e al naso lo straccio che indossava come fosse una kefia, sorretta dagli occhialoni da saldatore trovati appesi, giorni prima, ad un longherone di ferro fuoriuscito da un blocco di cemento armato, probabilmente precipitato dai Giardini Pensili o dalla Monorotaia che tagliava in due l’area Barocca, lungo via Nazionale. Con la testa e la bocca interamente coperte di stracci color ocra impolverati avanzava a passo deciso nel quadrante più colpito dalle detonazioni. In mano teneva ben saldo il tracciatore artigianale, fatto con una base di legno quasi marcio, che segnalava con i brevissimi bip, più o meno regolari, la apparente quiete del posto. L’ombra dei grattacieli aveva fatto calare le tenebre su quelle stesse strade dove lui era solito, una volta, coprirsi gli occhi per la troppa luminescenza bluastra degli HoloSpot lungo i marciapiedi, mentre tornava a casa di sera. Si era ripromesso che, un giorno, avrebbe disdetto il contratto con la HoloVision, disattivando la maledetta cornea artificiale che aveva agli occhi e che gli inondava la vista di puro spam gratuito. Per sua fortuna la Holo non esisteva più e le cornee avevano smesso di funzionare dopo la Grande Onda, quindi: niente più pubblicità invadente. Mentre si arrampicava sulle macerie che separavano via Nazionale da Piazza della Monarchia ripensò al dolore lancinante che provò agli occhi durante la Prima Onda e la conseguente cecità indotta dopo la Seconda. Per fortuna Roberto era riuscito a sistemargli la vista dopo 3 ore di intervento fatto usando forcipi di plastica, garze strappate della sua stessa maglietta e 3 shottini di Whisky come anestetizzante. Erano passati quasi 3 anni da allora e delle volte sentiva come un formicolio proprio dietro l’occhio, ma non se ne preoccupava più di tanto. “Fanculo la Holo!” pensò. Fermò di colpo il passo e guardò attorno per avere un’idea di dove esattamente si fosse infilato. Le carcasse dei palazzi lo fissavano, svuotate e fameliche di attenzioni. La luce del sole era filtrata dal pulviscolo in sospensione e dalle nubi indotte che oramai creavano una serra di radioattività e grigiume lungo tutto il cielo, una volta, celeste. L’odore nelle strade ottundeva i sensi e gli ricordò un misto tra il gesso in polvere e il bitume sotto al sole: tappava letteralmente ogni orifizio respiratorio. Attorno a sé alcun rumore, nemmeno la più impercettibile vibrazione o il più ignobile cigolio: il silenzio lo rivestì di staticità. Sembrava come se la vita stessa avesse arbitrariamente deciso di abbandonare quel luogo per sempre, oramai dimenticato da Dio e dagli uomini. A meno che non fossero del Progetto: i figli di puttana impegnati a bombardare ogni singolo centimetro di terra calpestabile della Capitale oramai da mesi. D’un tratto una lieve brezza fece grugnire quello che era rimasto dei favolosi grattacieli una volta lucidi e rivestiti di onnipotenza. L’aria intonò un concerto di cacofonie e note baritonali che avrebbero fatto rizzare i peli della schiena anche al più temerario dei rigattieri. Alcuni palazzi erano adagiati l’uno sull’altro, spezzati in più parti a causa delle continue detonazioni e delle guerriglie urbane continue. Al passaggio del vento gli stretti vicoli e gli enormi pachidermi di acciaio sopiti, alti chilometri, colloquiarono prima rabbiosamente, poi sempre più amichevolmente, fino a divenire un'unica voce baritonale metallica che ricordava un violino gigante suonato da un Titano. Sulla destra vide una strettoia in cui avrebbe potuto infilarsi per esplorare la parte antico-Barocca dell’ex Patrimonio della ex Umanità. La strada era oramai una vera e propria cloaca sgargiante grazie alle barricate improvvisate dalla nobile Resistenza e dai pittoreschi murales psichedelici dei Figli del Fuoco, di cui riconobbe il macabro gusto di appendere lungo tutta la lunghezza delle recinzioni di fortuna le teste delle Guardie Reali catturate o dei dissidenti interni al loro gruppo di pazzoidi, scopa-bambini, fissati con il Rocket.
  5. Rieccoci con un logorroico pezzo scritto da me medesimo, in preda ad allucinazioni indotte da ore di gioco a BLOODBORNE e all'ascolto di soundtrack malate di videogiochi RPG del secolo scorso. E' il continuo dello Stralcio 1 postato settimane fa che potrete trovare qui: Qui invece trovate il mio commento ad uno scritto in sezione Officina: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38346-whiskey-sour-iii-a-time-for-us/?do=findComment&comment=678623 Spero vi piaccia, buona lettura: I palazzi smisero di canticchiare. L’aria cessò il suo intercedere lungo lo scheletro della Capitale ormai morta. Mataius sentii i passettini di uno scarafaggio a qualche metro da lui e si voltò a guardarlo: grande come uno Yorkshire Terrier, mogio mogio, si infilava in un buco poco sotto il palazzo della Generali, portando nelle sue tenaglie la testa di un felino, ottimo nutrimento per i suoi piccoli. Assoluto vuoto. Nulla di vivo avrebbe mai calpestato quella terra, a parte lui. Ma considerò un fattore fondamentale: nessuno era mai stato più davvero solo su quella terra dopo la Grande Onda. Scavalcò il cumulo di rocce e metallo dilaniato, caduto dai piani alti dei grattacieli. Superò l’ammasso di pattumiera e posizionò il piede su un punto in cui la lamiera sembrava ben salda, ma cadde rovinosamente sul culo scivolando per circa due metri fino a raggiungere il suolo con un balzo quasi felino. Atterrò con i quattro arti sui ciottoli a terra e schivò la traiettoria della lamiera che scivolava velocemente al suolo e che rischiò di laceragli il copricapo di juta e cinghie di cuoio. Si tolse gli occhiali da saldatore e iniziò a camminare lentamente, con il naso all’insù e lo sguardo indagatore. I raggi malaticci si poggiavano stanchi sulle carogne di cemento e acciaio, colorando di verde e giallo smorto il cimitero che quel quartiere era diventato. Ogni tanto un piccolo fascio di luce riusciva a rimbalzare energicamente su una superficie cristallina e a spararsi dritto nelle pupille attente di Mataius. Ad ogni passo l’attrezzatura da cercatore tintinnava, il lungo poncho che si adagiava sulle grosse spalle oscillava come una bandiera, il cuoio delle cinghie veniva prima teso e poi allentato ad ogni passo e gli scarponi color cachi spappolavano i ciottoli di terra soffocando il rumore di ogni rottura con le suole gommose. Il riverbero dei suoi movimenti era ovattato da alcune fuoriuscite di schiuma insonorizzante dei palazzi sviscerati. La nebbia di morte si fece meno fitta rispetto all’area precedente e Mataius vi trovò una quiete piatta: un silenzio statico. Forse anche troppo. D’improvviso il tracciatore iniziò a vibrare e ad emettere bip sinistri, interrompendo la quiete. Mataius si fermò di colpo e puntò il naso alla cintura dove aveva posto l’aggeggio artigianale. I bip cadenzavano prima lentamente poi con sempre più frequenza. Lo afferrò saldamente con i guanti da minatore, tentando di mettere a fuoco quello che poteva esserci oltre la foschia di pulviscolo che gli impediva di vedere ad un metro dal suo naso. Il battito del cuore rimbombava nei timpani, il sudore colava lungo i larghi pantaloni, il respiro si fece profondo e controllato: capì che stava per imbattersi in una Fuoriuscita. La polvere di vetro iniziò a danzare trasportata da una bava di vento, la luce del sole filtrato cambiò lentamente tonalità in un violaceo malato e distorto. Un nuovo lamento, un latrato lontano, come di un gigantesco cane infernale: stavolta non sembravano le carcasse dei palazzi ad intonare la sinfonia disturbata. Voltò la testa lentamente e vide un’ evanescenza azzurra scomparire nella coltre di aghi di vetro. Si portò velocemente la mano alla bocca per attutire il respiro affannoso. Si voltò a scatti come un roditore mentre sentiva i lamenti circondarlo: non assomigliavano a nulla di vagamente umano. Gli incubi di migliaia di uomini che avevano avuto la sfortuna di imbattervi stavano per fargli visita di persona. Strinse con forza il tracciatore e si irrigidì di colpo. Era letteralmente svuotato di ogni sentimento al di fuori del terrore puro. Doveva rimanere immobile. Poi sopraggiunse l’orrore. [continua...]
  6. Giuliano G.

    Alter Ego: Memorie di un viaggiatore ultracorporeo

    Titolo: Alter Ego: Memorie di un viaggiatore ultracorporeo Autore: Giuliano Golfieri Autopubblicato: Amazon KDP ISBN: 1521594414 Data di pubblicazione: 10/07/2017 Prezzo: Carteceo € 16,00 - Digitale: € 4,99 Genere: Avventura/Fantascienza/Esoterico/Storico Caratteri: 500.000 Quarta di copertina o estratto del libro: Francia, 1745. Un ragazzo si sveglia in un bosco alle porte di Parigi senza memoria del suo passato. Tramite un fortuito incidente, scopre di possedere un inspiegabile potere in grado di farlo trasmigrare nel corpo di altre persone, smettendo di esistere e invecchiare durante la permanenza nei suoi ospiti. Grazie a questa capacità, la vita del protagonista si intreccerà con quella di famosi personaggi dell’epoca e trasformerà il suo singolare dono in una sinistra professione al servizio della massoneria e dei potenti della Francia settecentesca. Un’avventura lunga più di un secolo che in un crescendo sempre più ritmato gli farà vivere in prima persona un'escalation di momenti storici, tra cui la rivoluzione francese. Attraverso viaggi esotici, sesso, amori dannati, amicizie altolocate e nemici potenti che tramano nell’ombra, culminando in un colpo di scena finale Alter Ego racconta uno scorcio su una delle epoche più buie della storia, con un vivo retrogusto esoterico. La realizzazione di Alter Ego ha richiesto un lavoro di ricerca storica di oltre due anni. Molti dei personaggi, anche quelli secondari, sono realmente esistiti e vengono accuratamente raccontati grazie al loro coinvolgimento diretto nella trama, lasciando al lettore il gusto di approfondire i dettagli e scoprire legami e sotterfugi nascosti nel racconto. Link all'acquisto: Versione cartacea: https://goo.gl/TnHUy1 Versione e-book Kindle: https://goo.gl/wTsf53
  7. Dale

    A Cosa Serve?

    La bambina si guardò attorno. Il bosco era pieno di suoni, ma non somigliavano a nulla che potesse essere definito naturale. Nessuna cicala turbava l'aria immota fra gli alberi con il suo frinire, nessuno scoiattolo squittiva portando un bottino di ghiande o castagne verso una tana fra i rami più alti. Nessuno scalpiccio di cervi o cinghiali si frapponeva fra lei e il silenzio: i rumori che avevano popolato quel bosco fin dai tempi andati erano soltanto un pallido ricordo. Altri suoni avevano sostituito la natura. Il fischio del vento, che portava la malattia in ogni angolo del mondo. Il sibilo e i fruscii delle bestie in cerca di cibo. Il rumore pesante degli scarponi degli uomini da cui era meglio non farsi scoprire. E il rumore delle esplosioni, su tutto, che scuotevano il mondo in lontananza. Solo un suono, presente da giorni, in quel momento mancava: l'incessante picchiettare della pioggia su ogni cosa. Per giorni tutto il bosco era stato battuto da raffiche che l'avevano costretta a nascondersi in una grande costruzione di pietra lì vicino. Era stata paziente: bisognava stare attenti con la pioggia. Sua madre glielo diceva sempre: certe volte, se quelle gocce ti toccavano la pelle, la scioglievano come se fosse fatta di cera. La pioggia era diventata pericolosa, e nessuno poteva né toccarla, né berla. La mamma le aveva spiegato tutte queste cose, mentre papà era fuori a cercare da mangiare. Ma ora la mamma non c'era più. Bisognava cavarsela da soli. La bambina allungò la mano verso la tanica d'acqua. «Non toccarla». Sentì un fruscio di foglie davanti a lei. Sgranò gli occhi. Si scostò una ciocca di capelli dalla fronte. Si sentì sudata ma gelida. La mano le tremava. Si guardò intorno. Silenzio. Le fronde degli alberi frusciavano al vento leggero del mattino. Sotto di esse, accasciato come la carcassa di una nave in riva al mare, stava lo scheletro di un silo di cemento. Da anni ormai nessuno lo utilizzava: marciva da generazioni, e i vetri sfondati della struttura caduta al suolo guardavano muti e silenziosi il cielo rossastro del tramonto. Nessuno sembrava abitare quei luoghi da molto, molto tempo. Fra gli alberi non c'era anima viva. La bambina allungò di nuovo la mano. «Non toccarla, ho detto». La bambina sobbalzò. Si ritrasse. Un'ombra emerse dall'oscurità. La ragazzina dovette buttare il naso all'insù per poterla abbracciare tutta intera. Era un uomo, o almeno lo sembrava: altro tre volte lei, aveva il viso nascosto da una buffa maschera bianca, piena di tubi, che a ogni respiro produceva un suono profondo e penetrante. Era imbacuccato in vestiti grigi e marroni e imbracciava un grosso fucile. Non lo puntava verso di lei, no: lo teneva appoggiato alla gamba destra, lungo il fianco. Non sembrava una minaccia. «Come ti chiami?» chiese. L'uomo stette immobile, lo sguardo fisso sulla macchia di alberi che circondava la radura. «Devi andartene» fece dopo un momento. «Questo non è posto per una bambina». «Io sono grande» replicò lei. Si guardò le mani. «Così» disse infine, alzando nove dita. L'uomo parve sorridere sotto la maschera. Ma fu solo un momento. «Dove sono i tuoi genitori?» La bambina alzò le spalle. «Li hanno presi quegli uomini». «Chi?» fece l'uomo. «Gli uomini». L'uomo annuì e spostò di nuovo lo sguardo sulla macchia degli alberi attorno alla radura. La bambina invece guardò quella maschera strana, quei vestiti informi e la posizione del fucile. Era diverso dagli uomini che avevano preso la sua mamma. Tutto sommato quell'uomo non le faceva paura. «Come ti chiami?» chiese di nuovo. «Non ha importanza». L'uomo si guardò intorno. «Ora vattene via», disse infine, dopo un lungo momento di silenzio. La bambina spostò il peso del corpo da un piede all'altro. «Ho sete. Vorrei dell'acqua». «Vai a cercarla, allora. Ma quella non è per te». La bambina strinse i pugni e li piazzò sui fianchi. Mise su quella che sperava essere una espressione di sfida. «E chi lo decide?» L'uomo si guardò ancora attorno. Sembrò voler ribattere, ma proprio in quel momento un tuono scosse la cappa di nubi sopra alle loro teste. Con un movimento istintivo, entrambi si chinarono a terra. L'uomo fu il primo a tirarsi su. «Sta per piovere» disse, guardando il cielo. Poi abbassò di nuovo gli occhi. Sospirò. La bambina sostenne il suo sguardo meglio che poté. Stettero così per qualche istante, che parve durare un'eternità. Poi l'uomo sembrò scosso da un tremito. «Senti ragazzina, facciamo in fretta.» Indicò la tanica d'acqua. «Tu fai un sorso e poi te ne vai, d'accordo? Corri più in fretta che puoi. Trovati un riparo dalla pioggia. Questo non è posto per te, credimi». La bambina soppesò quelle parole. L'uomo le sembrava sincero. Era un uomo buono. Un uomo buono e pieno di paura. «D'accordo», disse. L'ultima cosa che vide fu l'uomo davanti a lei, che le faceva cenno di sbrigarsi. L'ultima cosa che sentì fu la pallottola che fischiava nell'aria, per andare a conficcarsi nel suo tenero cranio. L'uomo si voltò. «Cosa cazzo fai?» chiese. Sentì un tremito nella propria voce. Un tremito che pensava di aver perso per sempre. Il suo compagno afferrò la tanica d'acqua. «Questa roba ci serve» disse. Alzò le spalle. «Abbiamo bisogno di tutte le risorse disponibili». L'uomo guardò il fagotto insanguinato al centro della radura. «Era solo una ragazzina». Il suo compagno guardò il cielo. «Sta per venire a piovere. Sarebbe morta comunque. E poi, a te, cosa te ne frega? A cosa serve una ragazzina, in un mondo come questo?» L'uomo alzò gli occhi, mentre la maschera gli stringeva sulla fronte per il movimento innaturale. Guardò il cielo striato di rosso, mentre in lontananza risuonavano alcune esplosioni. «Già», mormorò. «A cosa serve?»
  8. Writer's Dream Staff

    Fanucci Editore

    Nome: Fanucci Editore Generi trattati: Avventura, fantasy, fantascienza, thriller, noir, rosacrime, narrativa per ragazzi, narrativa Modalità d'invio manoscritti: http://www.fanucci.it/pages/aspiranti-scrittori Sito web: http://www.fanucci.it/ NB: Pare che la casa editrice in questione preferisca trattare perlopiù con agenzie.
  9. Phabyosh

    Ambrose - Fabio Carta

    "Qualsiasi cosa di importante e significativo troverete in queste pagine, voi l’avrete letta. Perché io non l’ho scritta." FC Titolo: Ambrose Autore: Fabio Carta Casa editrice: Scatole Parlanti Collana: Mondi ISBN: 978-88-3281-027-1 Data di pubblicazione: 07 giugno 2017 Formato: cartaceo 16x22 Prezzo: 15,00 € Genere: fantascienza Pagine: 212 Link all'acquisto: http://www.scatoleparlanti.it/mondi/ambrose/ Quarta di copertina: Controllore Ausiliario – CA – è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo. Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio. L’infelicità di CA – figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri – subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose. Un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili. Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte. L’autore: Fabio Carta, classe 1975, è appassionato di fantascienza e dei classici della letteratura. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha al suo attivo la saga fantascientifica Arma Infero, una serie che a oggi conta due romanzi (Il mastro di forgia, 2015 e I cieli di Muareb, 2016) e il racconto lungo Megalomachia (Delos Books, 2016), scritto unitamente alla finalista del premio “Urania 2016”, Emanuela Valentini. Ha inoltre partecipato con importanti firme della fantascienza italiana all’iniziativa benefica Penny Steampunk (2016), da cui è nato un volume di racconti fantastico-weird a cura di Roberto Cera.
  10. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: alla voce "Invia manoscritti" del sito Distribuzione: non specificata Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Dovrebbero essere free, visto che le persone che gli hanno dato vita sono le stesse de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica) e personalmente non so dirvi quanto sia ancora in piedi il progetto precedente. Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  11. mauro longo

    Acheron Books

    Nome: Acheron Books Generi: Fantastico, Fantasy in ogni sua declinazione, Pulp, Weird, Horror, Thriller soprannaturale, Fantascienza Modalità invio manoscritti: https://www.acheronbooks.com/index.php?id_cms=1&controller=cms Sito web: https://www.acheronbooks.com Salve a tutti, Scrivo a nome di Acheron Books e ci piacerebbe presentarci a questa comunità che io stesso (da utente) seguo da anni. Ad Acheron Books ci occupiamo di narrativa italiana di genere e lo facciamo in un modo del tutto nuovo nel panorama del nostro paese: selezioniamo i migliori autori italiani e proponiamo loro contratti d’eccellenza; li guidiamo e formiamo per far loro realizzare opere spendibili all’estero; traduciamo in lingua inglese i libri tramite localizzatori madrelingua; li distribuiamo in tutto il mondo in formato e-book e con il print-on-demand. I nostri titoli sono disponibili principalmente in lingua inglese; una selezione degli stessi è distribuita anche in italiano per il mercato nazionale. Contatti: info@acheronbooks.com Siamo nati da poche settimane, eppure i traguardi raggiunti sono già tanti e le iniziative in cantiere ancor di più! I primi autori che abbiamo proposto al mercato internazionale sono già esemplificativi del nostro modo di lavorare, che coinvolge professionisti già noti e pubblicati, scrittori indipendenti ed assoluti esordienti, purché tutti accomunati da indubbia qualità di scrittura e ottime idee. *Editato dallo Staff, no pubblicità ad autori* Come si diventa autori Acheron? So che questa è forse la domanda più interessante a cui rispondere in questo forum. In questo momento abbiamo un programma di autori e opere schedulato per il prossimo futuro e stiamo ponderando nuovi casi per i mesi successivi, ma non accettiamo proposte e manoscritti. I nostri esperti stanno già scandagliando il mercato editoriale italiano in cerca di talenti noti e meno noti, che abbiano già pubblicato o meno e che siano in grado di realizzare con noi quello che abbiamo in mente. Acheron cerca autori italiani moderni, abili e intelligenti, che ben conoscano l’elevato livello qualitativo dei loro colleghi anglosassoni e siano pronti alla sfida - ma allo stesso tempo orgogliosamente figli della grande tradizione storica, culturale e letteraria italiana che ha radici in opere celeberrime come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia. Vi aspettiamo per conoscervi e farci conoscere: sul nostro sito: https://www.acheronbooks.com sul nostro blog: http://bit.ly/1xIjyas sulla nostra pagina facebook: http://on.fb.me/15jJbGB su Twitter: https://twitter.com/Acheron_Books A presto e buona scrittura/lettura!
  12. Uppel

    Può funzionare un'opera "Multi-genere"?

    Salve! Pensai alla storia che sto attualmente scrivendo quando avevo circa 15 anni. Da che fu un concentrato di "giappominkiate" incredibile si è trasformato in qualcosa di totalmente diverso. La trama si inalbera tra le vicissitudini di 7 personaggi attraverso diversi eventi, il tutto ambientato nel 2730 circa. Per farla breve: si parte da un'ambientazione vagamente cyberpunk, ovviamente ultra-futuristica, accade un fatto catastrofico, si entra in una fase totalmente apocalittica e in seguito, per ovvie ragioni, post-apocalittica con sfumature horror e weird soprattutto (molto lovecraftiane); la fase finale è invece una space-opera a tinte di Hyperionensi di Dan Simmons. Ora. Senza nessun dettaglio della trama, così a naso, secondo voi, un'opera "multi-genere" può funzionare? Avete esempi che potete portarmi? Consigli vari su come giostrare il tutto in maniera efficace? Grazie!
  13. Paolina Daniele

    Redenzione La stirpe reale. Capitolo 1

    [Salve a tutti, volevo condividere con voi il primo capitolo del mio libro (non so se da regolamento si può fare, in caso contrario fatemi sapere nei commenti). Fatemi sapere cosa ne pensate, le vostre impressioni e suggerimenti (anche errori). Se avrà riscontro positivo ogni domenica pubblicherò un capitolo (tranne gli ultimi 3). Grazie a tutti per l'attenzione e buona lettura.] CAPITOLO 1 28 - 12- 1999 Francesca sgranò gli occhi all'improvviso, il rumore della pioggia che batteva incessante contro i vetri delle finestre l'aveva riportata nella gelida stanza del suo appartamento. Si alzò bruscamente e a mo' di automa si avvicinò a una di esse per dare un'occhiata al mondo esterno: là fuori sembrava scatenarsi l'apocalisse. Mancavano solo due giorni alla partenza per l'Inghilterra dove avrebbero dovuto, lei e il suo collaboratore, condurre una spedizione archeologica per conto dell'università di Roma. Peccato che ancora non era riuscita a mettersi in contatto con Andrea a causa del maltempo. Si stavano preparando da mesi e avevano organizzato tutto nei minimi dettagli: ora non poteva andare tutto in fumo per quattro gocce d'acqua e una folata di vento. Digitò il numero del suo collega sulla tastiera del cellulare pregando tra sé che la rispondesse, ma niente. “Al diavolo! Se Maometto non va dalla montagna è la montagna che va da Maometto” pensò tra sé. Mise le ultime cose nella valigia già pronta da due giorni e scese in garage. Pioggia o vento doveva avere notizie della spedizione, a qualunque costo. Quando Luca l'aveva ingaggiata per un lavoro così importante si era sentita trascinare fuori dal mondo, le parole del suo professore riecheggiavano nelle sue orecchie emettendo onde sonore ad alta intensità. Era il mese di febbraio quando Luca Umberti, professore oltre che presidente del corso di archeologia all'università la Sapienza di Roma, l'aveva convocata nel suo ufficio insieme ad Andrea, suo collega di corso e il migliore tra i ricercatori dell'università tanto che Luca stesso l'aveva nominato leader in alcune piccole missioni archeologiche svoltasi a Pompei e sotto il Colosseo. Francesca comunque non era da meno, aveva seguito Luca in tutte le sue spedizioni già dal secondo anno di università e vantava quindi molte esperienze in diversi siti archeologici sparsi per la penisola. Appena entrarono nell'ufficio di Luca i due ragazzi si accomodarono alla scrivania e trafissero il professore, piccolo, pelato e con gli occhiali, con uno sguardo straripante di curiosità: «Ragazzi... oggi è un giorno importante per voi e per me». Luca aveva cominciato con i suoi soliti giri di parole mentre i due ricercatori fremevano di curiosità: «Oggi siam...» Andrea intervenne forzando un po’ la mano; «Vai al sodo Luca, non abbiamo tutta la mattina!». L'uomo di mezz'età sorrise mostrando un'aria soddisfatta. Francesca piegò la testa di lato a mo' di domanda mentre Andrea fissava Luca con una linea dura, stava impazzendo. Sapeva che quando il professore ci girava intorno la spedizione cominciava a farsi importante, doveva trattarsi di un reperto archeologico con un valore rilevante, forse inestimabile, altrimenti li avrebbe già liquidati con indirizzi, soldi e biglietto aereo qualora fosse stato necessario. Dopo un interminabile gioco di sguardi a metà tra apprensione e attesa Luca si decise a rivelare il segreto. «Ragazzi miei il Santo Graal è il nostro obbiettivo!». Il suo tono divenne stridulo e pieno di orgoglio, assumendo un venatura solenne non appena pronunciò la parola "Santo Graal", Francesca dilatò i timpani al massimo, temendo di non aver sentito bene e Andrea sobbalzò dalla poltroncina. «Cazzo! il Santo Graal!». Queste furono le uniche parole che riempirono il piccolo ufficio universitario. Fu ancora Luca a rompere il ghiaccio dopo qualche minuto di silenzio, come se i tre stessero onorando la sacralità del compito che li aspettava. Il professore diede loro indicazioni sulla prassi del viaggio: la spedizione avrebbe avuto luogo nella contea di Glastonbury, nel Somerset, regione inglese che avrebbero dovuto raggiungere tra due giorni. Il tutto doveva restare segreto quindi nessun altro si sarebbe aggiunto alla missione a parte i servizi segreti italiani associati alla Royal air force inglese. I due governi, italiano e inglese, avevano stipulato un accordo di riservatezza riguardo alla ricerca che gli archeologi romani si apprestavano a compiere. Solo il reverendo della chiesa di San Giovanni Battista a Glastonbury era stato messo al corrente perché li avrebbe ospitati all'interno della chiesa, e il presidente degli Stati Uniti d'America che aveva dato il suo consenso e la sua benedizione alla spedizione archeologica a patto che venisse informato sui progressi delle ricerche in tempo reale. Il tutto assumeva la forma di un accordo segreto di stampo internazionale che avrebbe portato la Sapienza alla gloria. Francesca saltò in macchina e ingranò la marcia. Non riusciva a smettere di pensare al grande compito che l'aspettava, al Sacro Graal. La leggenda narrava che il calice contenente il sangue di Cristo crocifisso venne lasciato da Giuseppe d'Arimatea nella valle di Avalon, l'isola incantata dove fu forgiata la spada di Excalibur e dove re Artù fu condotto dopo essere stato ferito a morte nella sua ultima battaglia. Qui, il leggendario sovrano trascorse un tempo lunghissimo durante il quale fata Morgana l'avrebbe curato per poter poi ritornare in seguito dai suoi cavalieri. Francesca si sentì vibrare al solo pensiero, tuttavia non doveva lasciarsi influenzare dal fascino leggendario della vicenda. Il suo obiettivo era quello di ritrovare un reperto archeologico ricercato da secoli e agognato da molti di cui ogni traccia sembrava sparita nel nulla. Il tronco di un albero enorme che occupava quasi tutta la strada la spinse a frenare improvvisamente, riportandola, con uno scatto in avanti, alla realtà. Le gomme dell'auto slittarono sull'asfalto bagnato e il vento spingeva la macchina di lato, verso sinistra: per poco non perse il controllo del veicolo. Dopo essere rimasta ferma per un quarto d'ora con il motore spento, rimuginando e imprecando su quanto fosse stata stupida a lasciare il suo appartamento con un uragano in atto, decise di ripartire e con andamento decisamente lento riuscì a raggiungere l'appartamento di Andrea sito dall'altra parte della città. Corse al portone d'ingresso del palazzo dove viveva Andrea e suonò più volte il citofono; una voce femminile rispose dall'altro capo della cornetta. «Può aprirmi per favore?» disse lei dopo aver spiegato alla donna il motivo della sua visita. «Cerco il signor Andrea Altavilla». Appena la sconosciuta udì quel nome aprì il portone dando modo a Francesca di intrufolarsi all'interno, in un luogo asciutto. Si rese conto solo in un secondo momento che la proprietaria della voce che l'aveva risposta al citofono era scomparsa nel nulla. Salì le scale di corsa, con i vestiti bagnati fradici e i brividi di freddo che le percorrevano la spina dorsale: se non si fosse subito asciugata avrebbe preso sicuramente l'influenza. Bussò alla porta ritrovandosi, dopo qualche istante, di fronte a due grandi occhi azzurri che la invitavano ad entrare. Al pian terreno intanto una luce accecante inondò l'intero palazzo. Lampi di luce folgorante fuoriuscirono dalle finestre che durante le giornate di sole illuminavano i pianerottoli e le scale che permettevano l'accesso ai diversi appartamenti. Una figura celestiale apparve dal nulla di fronte alla donna misteriosa che aveva aperto la porta a Francesca, era candida e avvolta da un alone luminoso, abbagliante «Lei è arrivata». Anael, Arcangelo dell'armonia e della bellezza, diede a Gabriele la lieta novella mentre l'Arcangelo messaggero la fissava con aria austera, anche la donna aveva mutato le sue sembianze e spalancato larghe ali candide che ombreggiavano sulle pareti a causa della scia luminosa in cui era avviluppata. «Bene... adesso puoi lasciare questo corpo sorella e ritornare alla nostra umile dimora!». Entrambi svanirono nel nulla, solo un giglio bianco giaceva sul pavimento. Andrea invitò Francesca ad entrare, la costrinse ad indossare una delle sue tute da ginnastica e le diede una tazza di caffè fumante per farla riscaldare un po’. «Scusa il disturbo Andrea... ma non riuscivo a rintracciarti, le linee telefoniche devono essere intasate e siccome volevo avere notizie della spedizione...» affermò mentre sorseggiava il suo caffè bollente, crogiolandosi nel tessuto caldo della tuta di lui, il ragazzo agitò le mani in segno di disapprovazione, poi le dedicò un sorriso ampio e cordiale. «Non essere sciocca! Tu non disturbi mai... perché ti fai tutti questi problemi? Credevo avessimo un rapporto più confidenziale noi due...» lei sgranò gli occhi confusa e indietreggiò la testa di qualche millimetro aderendo completamente allo schienale del comodo divano in pelle che arredava il soggiorno di Andrea. “Più confidenziale?!”. “Ma quale confidenziale?”. Andrea era stato insensibile con lei. Al primo anno di università aveva avuto una relazione con lui, Francesca si era innamorata perdutamente. Amava tutto di lui, i suoi modi di fare, i suoi interessi per la storia e l'archeologia. Insieme condividevano tante passioni, come quelle per la poesia e per la musica. Lui si era mostrato l'uomo perfetto, quello che si incontra solo leggendo i romanzi rosa o guardando qualche film romantico alla tv. Si era illusa di essere la donna più fortunata del mondo, che lui fosse quello giusto, aveva persino immaginato una famiglia e dei figli con lui, peccato però che si era rivelato un essere spregevole, un verme schifoso, un idiota matricolato. Francesca non riusciva ancora oggi a definirlo con un aggettivo consono al suo comportamento. Un pomeriggio infatti, al ritorno dall'università, lo trovò a letto con un'altra donna. Il mondo le crollò addosso, la terra cominciò a tremarle sotto i piedi e una valanga di lacrime le solcò il volto. Appena lui la vide scattò in piedi e cominciò a sbraitare contro la sua amante. Blaterava cose senza senso, come il fatto di essere stato vittima di un inganno, che qualcuno gli aveva fatto un incantesimo o una fattura, che non ricordava nulla di quel pomeriggio e cose del genere. Francesca ovviamente non lo prese sul serio, sapeva che le sue erano solo scuse e che era solo un donnaiolo. Lo cacciò di casa e lo evitò per due anni, fino a quando non se lo ritrovò come collega di lavoro l'anno precedente. «Stai un po’ meglio ora?» la voce di lui sgretolò i suoi pensieri. «Si grazie... tu piuttosto...come stai?». Lui le lanciò un'occhiata stupita, non si aspettava quella domanda e si accigliò subito dopo, aveva la medesima espressione del giorno in cui l'aveva cacciato di casa. Il dolore che le aveva lasciato era stato così grande da toglierle la fiducia in tutti gli uomini. Andrea era stato infatti il suo ultimo amore, dopo di lui si era buttata a capofitto sul lavoro. Gli uomini per lei erano solo un fardello, un peso che opprimeva la vita di qualunque donna ne avesse uno e l'amore era soltanto una chimera, una futile illusione che svaniva non appena il Don Giovanni di turno riusciva nell'intendo di portarsi la malcapitata a letto. Questa visione cinica della vita l'aveva aiutata ad andare avanti e l'avrebbe aiutata ancora. Nessun uomo si meritava il suo amore, tanto meno Andrea, l'artefice del suo dolore, nessun uomo si meritava un tono più confidenziale, punto. Andrea la portò alla realtà ancora una volta. «Ho sentito Luca due giorni fa... mi ha comunicato che non può partecipare alla spedizione...sembra che sua moglie si senta molto male ma non ho osato chiedere oltre». Francesca emanò un sussulto. «Ha deciso di affidare a me il comando della spedizione... ovviamente con il tuo supporto e quello di un'altra persona di fiducia». La ragazza rimase stupefatta, era convinta che la missione fosse vincolata da un trattato di riservatezza, lei stessa aveva dovuto firmare un documento dove dichiarava che qualunque fuga di notizie da parte sua sarebbe stata sanzionata con una pena che andava dai tre ai cinque anni di carcere. Andrea continuò «Mio fratello Paolo». “Suo fratello?!”. Era a conoscenza del fatto che Andrea avesse un fratello, quando stavano insieme gli parlava spesso di lui, anche se non l'aveva mai visto perché studiava all'estero, in America. Sapeva che Paolo era di otto anni più grande di loro, che si era laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard nella loro stessa facoltà e che già aveva lavorato a diverse spedizioni archeologiche in Africa e in America meridionale, a pensarci bene lui sarebbe stato più qualificato per assumere il comando della loro missione. «Anche lui è stato esaminato attentamente dalla commissione ed è stato sottoposto al contratto di riservatezza questa mattina stessa». Lei annuì esterrefatta. “Magnifico! Adesso invece di un Altavilla, ne avrebbe avuto tra i piedi due”. «Spero che per te non sia un problema!». Andrea la guardava ansioso, come se il suo giudizio fosse più importante di quello della commissione, lei scosse la testa e sospirò profondamente, rassegnata. «No... non c'è problema... tanto io non avevo candidati, e poi tuo fratello sembra molto qualificato per svolgere questo compito!». Lui annuì entusiasta, ma lei arrossì immediatamente rendendosi conto di essere entrata su un terreno pericoloso: Andrea non aveva menzionato in quella sede i titoli del fratello ma gli parlava spesso di Paolo durante la loro relazione. «Cosa c'è?» le domandò lui avvicinando la mano al viso di lei nel tentativo di sfiorarla con una carezza. «Niente!» affermò Francesca scansandosi da lui. Si avvicinò alla finestra per vedere le condizioni climatiche: la situazione era davvero allarmante. Andrea la guardò confuso. Aveva capito perfettamente che lei non voleva averci niente a che fare con lui per quanto riguardava il livello sentimentale. Anche lui però aveva sofferto tanto quando si erano lasciati, aveva cercato di convincerla in tutti i modi che non centrava niente con quello che era successo quel maledetto giorno, che ancora oggi non ricordava nulla dell'accaduto, ma lei non aveva voluto sentire ragioni. All'epoca lo buttò fuori di casa, sconvolta, oggi non gli permetteva nessun altro approccio oltre a quello lavorativo. «Quando conoscerò tuo fratello?». L'ultima cosa che ricordava era quella di essersi addormentato sul suo letto, ed era anche solo, quindi non riusciva proprio a capire da dove fosse saltata fuori quella donna… «Andrea!». La voce di Francesca risuonò nelle sue orecchie. «Scusami... avevo la testa altrove... dimmi» disse divertito mentre lei sbuffava spazientita. «Ti ho chiesto quando conoscerò tuo fratello!». La ragazza capì che forse era stato uno sbaglio raggiungere Andrea a casa sua, forse sarebbe stato meglio aspettare di riuscire a rintracciarlo telefonicamente, ma la cosa che più la preoccupava era il tempo, la pioggia cominciava ad intensificarsi e il vento a vibrare più forte di quella mattina, temeva di restare bloccata lì dentro. «Paolo sarà qui a momenti, è arrivato in Italia ieri e stamattina alle nove ha affrontato la commissione... spero ci porti buone notizie!». Anche lei cominciava a sperare, odiava l'idea di dover passare una notte da sola con lui, per non parlare poi della spedizione, avrebbe passato diversi mesi insieme a lui, soli, in un luogo sconosciuto... “No!”. Un urlo interiore si sprigionò dentro di lei. «No!». Andrea sussultò per lo spavento. “Oh oh... forse l'urlo non era stato solo interiore”. «No... che cosa?» domandò attonito. Lei sospirò profondamente. «No... non può non passare, deve farcela assolutamente, abbiamo bisogno almeno di un'altra persona!» affermò cercando di motivare alla meglio quel no istintivo che aveva penetrato i timpani del suo interlocutore. Lui annuì con convinzione. «Certo!». La sua attenzione fu colta da una cartellina che Andrea teneva tra le mani, doveva averla presa mentre guardava fuori dalla finestra perché non l'aveva visto fare alcun movimento precedentemente, l'aprì, e tirò fuori un pezzo di carta che le porse immediatamente. «Tieni, questo è il tuo biglietto aereo...mettilo da parte!» e chiuse la cartellina mentre lei infilava il biglietto nella borsetta. «Bene...sarà meglio che vada allora... ci vediamo dopodomani all'aeroporto». Andrea la bloccò afferrandole il braccio… «Dove credi di andare?» le chiese, il tono era serio , la mascella contratta. «Ritorno a casa...» sussurrò lei con un filo di voce. Riuscì a sentire il contatto della sua mano sotto la stoffa della pesante felpa, mentre il cuore palpitava a scatti nel suo petto «Dove credi di andare?» ripeté lui realmente preoccupato «Non vedi che c'è l'inferno là fuori?». Lei strinse i pugni e si svincolò dalla sua presa. «Smettila!» sbraitò. Non voleva rimanere lì. «Io devo ritornare a casa mia!» affermò abbassando il volume della voce, forse stava urlando un po’ troppo. Non era sicuro che sarebbe rimasta lì quella notte, non era certa che Andrea intendesse questo, probabilmente voleva solo che il tempo migliorasse prima che lei ritornasse a casa sua. «Non ti muovi di qui! almeno finché il tempo non migliora!». Ecco erano giunti a una decisione, almeno lui aveva preso la sua di decisione. Francesca abbassò lo sguardo rassegnata e si lasciò cadere sulla poltrona. «Non temere, non voglio mangiarti!» la schernì lui decisamente più tranquillo ora «E poi anche se volessi non potrei, c'è un testimone!». Francesca sbatté le palpebre confusa. “Un testimone?”. «Paolo» intervenne lui prontamente. “Paolo”. Almeno aveva la certezza che non sarebbero rimasti soli ancora per molto. «Mettiti comoda...vado a prepararti una stanza!». Appena lui lasciò la stanza Francesca sentì una sensazione di disagio, non era però un disagio dovuto al luogo dove si trovava in quel momento, ma una sensazione più forte, di estraneità da quel mondo là fuori che pur la conteneva, un disagio che proveniva da dentro e che l'avrebbe fatta sentire fuori posto dovunque e in qualunque momento. L'eco di alcuni rumori provenienti dall'altra camera riportò la sua attenzione a un livello di guardia, rivelandole il presente. Si accorse, sorprendendosi, che il televisore era acceso e che buttava nell'aria parole non percepite dai suoi sensi fino a quel momento. Andrea le stava preparando una stanza in caso lei fosse rimasta bloccata in casa sua dal cattivo tempo, non riusciva ancora a crederci. Se solo una settimana fa le avessero detto che avrebbe dormito con Andrea per una notte intera sarebbe scoppiata a ridere di gusto incredula, ma ora era lì. “Cosa poteva fare?”. Si strinse nelle spalle e diede uno sguardo all'appartamento notandone la grandezza spropositata per ospitare una sola persona. All'entrata vi era un soggiorno molto grande arredato in stile moderno con un piccolo tavolino di vetro al centro della camera circondato da un enorme divano di pelle bianca e due poltrone della stessa tinta. Un grande televisore padroneggiava la scena e una vetrina piena di bicchieri e piattini di cristallo era abbandonata in un angoletto della stanza sola soletta. Dal soggiorno partiva un lungo corridoio che portava a quattro stanze, Francesca non aveva idea di quali stanze fossero, mentre una porta frontale, aperta, lasciava intravedere la cucina sempre arredata in stile moderno. “Chissà quanto pagava d'affitto? O forse era un appartamento di famiglia?”. Il suo, un monolocale al centro della città, era molto caro. Tuttavia era stata felice della scelta, anche perché era sola, non aveva nessuno con cui condividere una casa così spaziosa. Francesca era una ragazza di periferia. Aveva vissuto in Calabria da piccola, con i suoi genitori, un posto per lei meraviglioso e pieno di ricordi che aveva dovuto lasciare all'età di dieci anni, quando i suoi genitori persero la vita in un incidente d'auto. Fu allora che sua zia Clara, la sorella minore di sua madre, non sposata e quindi senza figli, aveva deciso di prenderla in adozione e portarla con sé a Roma dove lavorava. Lei era molto grata a sua zia, le doveva molto e la considerava come una seconda madre. Ricordò il momento triste che seguì la partenza dalla Calabria. Aveva pianto per giorni, per i suoi amici, per sua nonna, che aveva lasciato all'improvviso, per i suoi genitori, che non sarebbero più ritornati. Ma Clara non si era persa d'animo e aveva cercato di risollevarla in ogni modo possibile. Le era davvero grata. Ora sua zia era in pensione e viveva fuori città, nella piccola casetta dove l'aveva allevata con amore e pazienza. Le mancava molto anche se era andata a farle visita solo una settimana prima per comunicarle del suo viaggio in l'Inghilterra. La donna si era mostrata felicissima per lei e per i suoi progressi lavorativi anche se gli occhi lucidi lasciavano trasparire una vena di tristezza. «Non so per quanto tempo resterò in Inghilterra zia...il lavoro è importante...ma ti prometto che appena ritorno verrò subito a trovarti». Lei annuì tristemente e l'abbracciò. «Ti aspetto sempre qui tesoro mio...questa è casa tua...soprattutto casa tua». Si strinsero un'ultima volta e poi si salutarono definitivamente. Sulla via del ritorno le lacrime non smisero per un attimo di sgorgare dai suoi occhi. Sapeva che non era un addio, ma il fatto di starle lontano per molto tempo aveva suscitato in lei una disperazione infinita. Non era un addio, ma ciò le era sembrato, come se non avesse avuto più occasione di rivederla. Il suono del campanello s'insinuò tra i suoi pensieri. Asciugò le lacrime scese involontariamente sulla sua guancia con un dito e dopo essersi data un contegno andò ad aprire la porta. Due grandi occhi verdi si fissarono nei suoi per un lungo istante mentre il resto del mondo scomparve risucchiato da una luminosa nebbia bianca.
  14. Komorebi

    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 7 - Finale)

    Commento Capitolo precedente Capitolo primo Yo-ho «Balene dai mille corpi», esclama «non mi aspettavo foste così in tanti!». Mi sento strano, violato. Qualcuno è entrato nel mio codice e ha manomesso i circuiti: non ho acceso io lo schermo, né la telecamera. E, cosa ancora più importante, perché ho un’antenna in testa? Vorrei porre queste e altre domande alla mia immagine riflessa, ma i miei compagni di viaggio mi precedono. «Cosa sta succedendo?» «Cos’è questo video?» «Capitano, che succede?» «Zitti tutti» esclamiamo all’unisono io e l’altro me «è un ordine!» aggiunge l’immagine. La contessa storce il naso. «Presuntuoso.» «Si è verificato un errore e sono qui per porvi rimedio» la voce dell’altro me è leggermente diversa, più metallica, fredda «l’antenna avrebbe dovuto attivarsi, permettendoci di individuare la vostra posizione. Purtroppo, l’incidente che avete avuto durante l’inseguimento del pirata Blue Smiley che, a proposito, vi ringrazio di aver catturato» l’upupa si agita nella gabbia con trilli e scuotimenti d’ali «deve aver lasciato danni irreversibili nella struttura di colui che chiamate capitano». «Che sta dicendo?» Amy mi guarda, come se fossi in possesso di tutte le risposte. A malapena, in realtà, riesco a tenere gli occhi aperti e a coordinare i movimenti. Mi sento fiacco, le gambe cedono. «Qualcuno sta violando il mio sistema. Ferfonfiffo aiutami, presto!» Pher si mette all’opera, non prima di avermi corretto su come pronunciare il suo nome. La mia immagine continua a parlare, ma il suono è remoto. Sto per perdere conoscenza di me, sparire nel nulla. Rifletto su quanto assurda sia l’esistenza di un robot: da un momento all’altro può essere distrutto dal più piccolo impulso, spegnersi e mai più riaccendersi senza un aiuto esterno. Forse, mi dico, è così anche per l’uomo: si sente invincibile, fino a che la malattia non sopraggiunge. Al momento estremo, però, diventa fragile, vulnerabile. E si rivolge alla divinità. L’ho sempre detto che in punto di morte si finisce per delirare. Pher digita freneticamente comandi sul mio controllo remoto. Da parte mia, cerco di oppormi con tutto me stesso, ma l’hacker che sta operando deve conoscere davvero bene il mio codice: non lascia scampo. Anche senza antenna e, soprattutto, contro la mia volontà, invio il segnale della nostra posizione. «Perfetto» la mia immagine sogghigna «e ora vi consiglio di arrendervi. Presto l’esercito del C7 vi raggiungerà: non opponete resistenza, non cercate di fuggire. Consegnate il tesoro e non vi sarà fatto alcun male. Vi garantiamo l’immunità e la libertà, a patto che collaboriate». «Si può sapere chi sei?» Amy e la contessa fronteggiano il robot, Adalfonchio si avvicina a Pher con la tipica posa del vecchietto che controlla i cantieri. «La vera domanda è chi sia il vostro capitano. Modello X-12AF-Polluce, costruito nei laboratori della Confederazione dei 7 pianeti dal dottor Due Vi» il robot legge da un foglio in carta bollata «Ribellatosi al proprio creatore, è fuggito divenendo un pirata. Mai arrestato, noi del C7 abbiamo pensato di sfruttarlo come infiltrato inconsapevole per monitorare le navi clandestine e le scorribande dei bucanieri dello spazio. Tanto, era pressoché un incapace.» Spero che questo non ci sia in quel rapporto ufficiale. «Quando il dottor Due Vi è stato attaccato dal pirata Blue Smiley, abbiamo inviato un impulso: la vostra navicella era la più vicina e abbiamo indotto a credere il vostro capitano di avere avuto personalmente l’idea di attaccare l’astronave della Confederazione. Il nostro obiettivo era fargli prendere la mappa da Blue Smiley, così che poi la consegnasse a noi. Volente o nolente.» Pher si asciuga il sudore dalla fronte. «Così dovrebbe andare!» Elettricità rinnovata mi scorre nei circuiti: gli occhi acquistano luce, la mente torna libera. Apro e chiudo la mano, ho di nuovo il controllo sul mio corpo. «Prima che ti cancelli definitivamente dalla mia esistenza, rispondi: chi sei?» Il robot ride. Incrocia le dita di fronte a sé. «Io sono il generale della Flotta Confederata. Sono il modello X-12AE-Castore, costruito dal dottor Due Vi. Sono tuo fratello.» La comunicazione si interrompe, lo schermo ritorna buio. I miei radar percepiscono l’avvicinarsi dei soldati confederati. Alcuni sono già scesi nel tunnel, altri aspettano sopra le nostre teste. La ciurma mi fissa. «Capitano, che facciamo?», chiede a una voce. Se poco fa avevo dubbi sul ricattare la C7, ora la mia coscienza è pulita. Non c’è tempo per riflettere sul passato, sull’essere stato sfruttato a mia insaputa per tutta la vita. E ancor meno ho tempo di stare a pensare a quello che si è presentato come mio fratello. «Vediamo se questo trabiccolo si muove.» Gli altri si scambiano un’occhiata. Amy domanda a Pher cosa abbia toccato là dietro. «Non oseranno mai sparare su questa astronave. Trasportiamo un carico troppo prezioso.» «Ma potrebbero usare granate EMP per spegnerci i motori e poi catturarci!» «Vorrà dire che correremo il rischio» li passo in rassegna uno per uno «questa storia non finirà così. Io sono il capitano Polluce, voi siete la mia ciurma e questa è la mia astronave. La C7 non ci avrà. Vuole guerra? L’avrà. Amy,» la ragazzina scatta sull’attenti «controlla se i comandi di accensione funzionano». «Sì, capitano.» «Adalfonchio, tu vai al cannone. Voglio vederti abbattere qualunque cosa si muova.» «Sì, sir robot. Purché non mi facciate ripulire dopo.» «Contessa!» «Uh, che bello! A me quale compito dai?» «Voi occupatevi di Blue Smiley, che non fugga per nessun motivo. E badate al radar di bordo. Dovrete indicarmi la posizione delle astronavi nemiche: il mio radar può coprire solo una piccola distanza. Fuggiremo attraverso la catena di asteroidi, ma prima dobbiamo arrivarci illesi.» Amy alza la testa dai controlli. «Ti ricordo cos’è accaduto l’ultima volta che abbiamo attraversato la catena, capitano!» «Sono un robot di modello avanzato: il mio sistema impara dai propri errori e modifica il codice per non farmi più sbagliare. Abbiate fede.» «Capitano? E io?» Pher saltella da un piede all’altro, nervoso. Mi dimentico sempre di lui. «Tu prepara il tè. E che sia il migliore tè che abbiamo mai assaggiato.» «Signorsì!» Mi sposto al timone, mentre attorno a me freme l’attività. I soldati si schierano di fronte all’astronave, ci puntano contro i fucili. Sopra, nel cielo, volteggiano le navicelle. Amy tira un pugno al pannello; le luci si accendono, i motori rombano. «Partita!» La contessa Von Fragola mi elenca la posizione delle astronavi; Blue Smiley cinguetta, non capisco se per dimostrarmi appoggio o per augurarmi di fallire. Adalfonchio è ai cannoni, Pher sta facendo bollire l’acqua. Stacco la testa dal corpo, afferro il timone. Si comincia. Siamo i pirati! Urrà! Siamo i pirati, yo-ho! Urrà! Fine
  15. Komorebi

    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 6)

    Commento Capitolo precedente Capitolo primo Il tesoro La scala è ripida, i gradini scivolosi. La botola alle nostre spalle rimane spalancata, ma la luce non riesce a filtrare che oltre pochi metri: dopo alcuni passi, siamo già avvolti dall’oscurità. «Nessuno di voi ha una torcia, vero?» Pher, dietro di me, scuote la testolina. Amy, alle sue spalle, fa lo stesso. Sono io che guido il gruppo aiutandomi con le lenti a visione notturna, ma una luce in più per gli altri non guasterebbe. Non vorrei mi cadessero addosso, specie la contessa. «A voi, sir.» Adalfonchio accende una torcia tascabile, illumina le pareti e i nostri visi sorpresi. «E quella? Si può sapere da dove saltino fuori questi oggetti?» Adalfonchio non batte ciglio. Agita soltanto un po’ i tentacoli, giusto per sottolineare il proprio fastidio. «Da uno dei miei stomaci, ovviamente.» Pher sbatte le palpebre, spalanca la bocca. L’upupa Blue Smiley, nella gabbietta, fa lo stesso. Speriamo non abbia ancora preso il controllo del mio sottoposto. «Stomaci?» «Certamente, sir bradipo. Noi gormengausti abbiamo cinque stomaci e solo uno viene usato per il cibo. Negli altri teniamo scorte di oggetti. Non si sa mai quando possano servire.» Come a volerci dimostrare la veridicità delle parole, Adalfonchio contrae il proprio addome. Il suo corpo viene scosso da brividi e conati, i tentacoli si agitano. «Ma che schifo!» Amy distoglie lo sguardo. Il maggiordomo sputa una seconda torcia cosparsa di bava e succhi gastrici. L’asciuga sulla livrea. «Ecco qua, la vuole qualcuno?» Blue Smiley, che ha appena realizzato la provenienza della gabbia, agita le ali e cinguetta. Ci guarda minacciando morte e vendetta. Pher e Amy storcono il naso. «Da’ qua!» la contessa afferra la torcia «sbrighiamoci a scendere, che questa umidità mi rovina l’acconciatura!». Al termine della discesa troviamo ad accoglierci una caverna dalle pareti d’acciaio. Al centro, su una piattaforma, aspetta parcheggiata un’astronave antica, ma a una prima occhiata perfettamente integra. «Risale all’epoca antecedente all’Evento.» «Da cosa lo capisci, capitano? Dalla forma a mezzaluna caratteristica? Dalla presenza di un quinto motore?» «No» indico l’alettone «dalla data incisa». Ci manca poco che Amy non mi stacchi anche l’altro braccio. «E questo?» La contessa indica un pannello di controllo alla base della predella dell’astronave. «Contessa, ma queste cose le trovate sempre voi?» Lei alza le spalle. «Provaci tu a vivere una vita intera in una torre nel deserto. Appena metti il naso fuori, non puoi fare a meno di essere curiosa.» Sto per azionare i comandi, quando la riflessione della contessa Von Fragola mi induce a ponderare dove stiano i confini tra curiosità e sfacciataggine o, più in generale, tra pregi e difetti. È strano che ciò che a volte o per alcuni viene considerata una qualità, per altri o in diversi contesti diventi un difetto. È come dire che le nostre azioni non hanno valore assoluto, ma relativo: ciò che facciamo, o scegliamo, o siamo ha una valenza diversa a seconda delle situazioni, dei luoghi, dei tempi. Chi ci dice che un domani l’omicidio non venga considerato un’azione legale e non più un crimine? O, ancora, chi avrebbe potuto biasimarci se avessimo ucciso Blue Smiley, anziché limitarci a catturarlo? Amy mi scosta con una spallata e aziona l’interruttore al posto mio. A volte ho l’impressione che proprio non mi sopporti. Le luci si accendono, un clangore metallico echeggia nella caverna. Il soffitto si spalanca, cascate di sabbia si rovesciano all’interno di quella che inizialmente è una breccia e in seguito diventa un vero e proprio tunnel di lancio. La luce entra dal foro circolare apertosi sul soffitto, illumina come una colonna divina l’astronave sottostante. «E adesso, vediamo per cosa abbiamo fatto tanta fatica.» La porta dell’astronave si apre scorrendo di lato. Non cigola, non si incastra, non cade starnutendoci addosso. «Niente a che vedere con la nostra navicella!» esclama Pher, tutto contento. Le luci sul ponte di comando sono accese, il timone sembra funzionante. Ci spostiamo come un sol corpo nella stiva, trattenendo il respiro. Se il tesoro esiste, allora deve essere lì. «Per tutti gli asteroidi!» Il tesoro c’è, ed è meglio di qualunque cosa avessimo potuto immaginare, ma… «Ma quelle sono…» «…piante» concludo con un sospiro. La stiva è in realtà una serra, illuminata e riscaldata da luci artificiali, rimasta attiva per un processo di auto-alimentazione i cui principi fisici si sono persi successivamente all’Evento. Tra i vetri protettivi si allungano rampicanti, mangrovie, boccioli di rosa e di narciso, tulipani, papaveri, ginestre. In sacchi giganti sono contenuti semi della maggior parte delle specie vegetali esistite. «Un tesoro come questo…» «…è invendibile» proprio non mi riesce di non concludere le frasi lasciate in sospeso. Amy si volta. Per la prima volta dacché la conosco, sembra spaventata. E i suoi occhi hanno assunto una strana forma simile al simbolo del Conio Universale. «Come sarebbe a dire?» «Sarebbe a dire che è una merce troppo rara, non troveremo mai nessun compratore. È troppo pericolosa da rivendere…» «Ma allora…» Amy sta per piangere «a cosa è valsa l’astronave distrutta? E il nostro aver rischiato la vita? Capitano, tu hai perso un braccio!». Ritiro tutto: si preoccupa ancora per me. «Voglio dire, hai idea di quanto costerà ripararti?» Niente, mi odia. «Per non parlare del mio hovercraft e del mio cappellino» si fa viva anche la contessa, che era da un po’ che non diceva la sua. Adalfonchio si schiarisce la voce. Spero non stia per rimettere di nuovo. «Perdonate se mi intrometto, ma con tutti questi semi saremmo in grado di ripopolare persino un intero pianeta. Potremmo ricattare il governo del C7 minacciando di distruggere i sacchi. In cambio, chiedere l’immunità e una cospicua somma di denaro.» Restiamo tutti in silenzio, sconvolti da un così grande cinismo espresso in maniera tanto pacata. Amy è la prima a scuotersi dalla sorpresa. «Ti amo!» «Non è male come idea» fa eco la contessa. Blue Smiley, dal piccolo della gabbietta, cinguetta. E poi sarei io quello senza cuore. Sto per ribattere che tutto ciò è assolutamente immorale, quando mi rendo conto che il buon Ferfonfinfun è assente. Lo chiamo, sostenuto anche dagli altri. «Pherfino!» «Forfanfef!» «Sir Bradipo!» «Cip!» Il ragazzo emerge dal folto della serra. Tiene in mano una pianta. «È Pher, col ph.» «Si può sapere dove ti eri cacciato?» Lui alza le spalle, mostra la foglie nel pugno. «Ce ne sono tante, ho pensato di prenderne una. È una pianta da tè, l’ho riconosciuta per le illustrazioni nei vecchi erbari. Finalmente potremo godercelo naturale e non usare più quello schifo in polvere. Oh, e comunque sono d’accordo anch’io col maggiordomo.» Scuoto la testa, alzo un dito dell’unica mano ancora sana per frenare l’entusiasmo della ciurma, quando un fischio mi assorda. Un piccolo pannello che non avevo idea di possedere mi si apre sulla calotta cranica, in corrispondenza di dove poc’anzi avevo sbattuto nell’incidente con Smiley. Ne emerge un’antenna che subito, però, cade a pezzi. «Che accidenti…?» Gli altri si allontano da me d’un balzo. «Che succede?» Lo schermo sulla mia pancia si accende, si sintonizza in automatico su una frequenza a me ignota. «Ma quello…» Compare l’immagine di un robot di vecchissimo modello, con processori antiquati, fattezze sproporzionate, agghindato in maniera ridicola. «…sei tu, capitano!» Il bellissimo robot, maestoso e affascinante, siede dietro una scrivania di mogano. Prima di prendere la parola, si schiarisce la voce: «Balene dai mille corpi», esclama. Continua...
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    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 5)

    Commento Capitolo precedente Capitolo 1 La resa dei conti (e delle contesse) «Come accidenti è possibile che sia ancora vivo?» La domanda di Amy finisce nel vuoto, nessuno ha una risposta. Premo sull’acceleratore dell’hovercraft sferico mentre Amy carica la pistola e Pher il fucile. Siamo tutti stipati dentro la vettura della contessa Von Fragola, rallentati dal nostro stesso peso. «Sarebbe il caso di buttare qualche zavorra…» Amy lancia un’occhiata alla contessa, tenuta rigorosamente al centro dei velivolo per non sbilanciarlo. «Screanzata!» La contessa si sistema il cappellino color panna, sbuffa. Si lamenta di non essere nemmeno riuscita a preparare i bagagli prima della partenza. «Contessa,» rassicura Adalfonchio «meglio così. Il completo da sera era ancora da sistemare. I vostri sarti lo avranno finito, prima del nostro ritorno». «E se dovessi incontrare un principe? Rischio di non piacergli, senza il mio completo migliore!» «Non credo il problema sia dell’abito.» Amy si sporge dal finestrino prima che la contessa Von Fragola possa lanciarle addosso il maggiordomo. Prende la mira reggendo la pistola con entrambe le mani. Blue Smiley ci è alle calcagna; riesco a vederlo dallo specchietto retrovisore adesso. La sua pelle è carbonizzata, il ghigno da teschio emerge dalla carne bruciata del volto. L’uccello azzurro, un po’ più spelacchiato, è sempre saldo sulla sua spalla. Inclino il volante e la vettura si piega con me, rischiando di proiettare Amy fuori dall’abitacolo. «Capitano! Dove hai la testa?» Sul cruscotto, vorrei risponderle, ma il mio cervello di pancia non è abituato a parlare. Corriamo nella piana desertica, piegando tra le rocce di ossigeniana che puntellano il terreno. Qualche raro albero fa capolino, ma è secco, nero e spoglio. Fiori e foglie non esistono più da molti secoli, ormai. Un proiettile ci colpisce, distrugge un finestrino e viene deviato. «Quell’impiccione!» la contessa tira in dentro il fiato e gonfia il petto «Se solo lascia un’altra ammaccatura…». «La faremo riparare dal carrozziere, contessa» sbadiglia Adalfonchio agitando i tentacoli. Amy e Pher rispondono al fuoco, ma da quella distanza e in movimento anche il tiratore più esperto fallirebbe. Ci dirigiamo verso il luogo segnato sulla mappa. Il terreno si fa accidentato, le buche ci rallentano. Blue Smiley ci raggiunge, si affianca alla nostra vettura. Il riso che esce dalla sua gola non ha niente di umano. «Reggetevi!» Lo sperono, cercando di farlo andare a sbattere contro una roccia di ossigeniana. Quello, però, non molla e ricambia il tentativo. «Farfunchio, spara!» «Pher! Il Ph!» Il ragazzo bradipo spara un colpo del fucile. Trafigge il mostro, lo passa da fianco a fianco. «È tutto inutile!» Il pirata grida, ride. Folle di rabbia, ci supera, ci sbarra la strada. È troppo tardi per frenare. «Poffare» sospira Adalfonchio. Ci metto un po’ a ritrovare la testa: l’urto l’ha lanciata contro un masso. «Accidenti, è tutta ammaccata…» La incastro con un braccio solo; il sinistro si è frantumato nell’incidente. La contessa ha fatto da cuscino per gli altri miei compari, soprattutto per Pher e Amy. Contusi ma illesi, si rialzano massaggiandosi il collo. «Ohi, che botta.» Adalfonchio, che non si sa bene come è atterrato in piedi e senza una sola piega della livrea da maggiordomo, spolvera l’abito della padrona e l’aiuta a rialzarsi. «Queste cose non fanno bene al vostro cuore, contessa.» «Oh, fandonie!» il cappellino pende storto e strappato, l’abito è lacero sotto le maniche «Non mi sono mai divertita tanto!». «Guardate!» Amy indica il luogo dell’incidente. L’auto di Blue Smiley è distrutta, schiacciata completamente dall’hovercraft sferico. I finestrini di quest’ultimo sono andati in frantumi nello scontro. «Sì, spero che siate assicurata, contessa…» «No, guardate lì!» Sormontato dalle carcasse dei due veicoli giace il corpo esanime del pirata Blue Smiley. Il petto è immobile, il volto privo di qualunque espressione. «Ce l’abbiamo fatta? È davvero morto?» Le due auto esplodono in un enorme boato. Pezzi di lamiera vengono proiettati nel cielo o finiscono direttamente disintegrati. Il fuoco divampa, si solleva una nuvola di fumo denso e nero. «Be’, se non è morto adesso non so proprio che altro dobbiamo inventarci…» Una risata sale spontanea dalle nostre gole. Ridiamo di gioia per essere riusciti a scamparla. Ridiamo tutti, soprattutto Pher. Sì, lui sembra quasi non riuscire a smettere. «Pherfino?» la contessa lo guarda spaventata «tutto bene?». Pher non smette di ridere. I suoi occhi sono rivolti in alto, la bocca piegata in un ghigno. «No, stupidi. Non mi avete ancora sconfitto!» Sulla sua spalla, con gli artigli infilati nella carne, è appollaiata l’upupa azzurra. Amy e la contessa spalancano la bocca, come colte da un’improvvisa rivelazione. Io, che non voglio essere da meno, le imito. «Sì, sono io il pirata Blue Smiley! Cosa credete, che non avessi fatto una copia della mappa? Avete ucciso tutta la mia ciurma, a malapena sono sopravvissuta io stessa da quello scontro con gli asteroidi! È giunto il momento di farvela pagare!» Pher solleva il fucile, lo punta contro di me. «Non preferiresti un buon vecchio duello a insulti? Tipo ‘combatti come una mucca’ o queste cose qui?» Sta per premere il grilletto, quando alle sue spalle spunta Adalfonchio. Ha una gabbia in mano, non si sa da dove l’abbia presa. Prima che il mio sottoposto possa spararmi, cattura l’upupa incastrandola nella gabbietta. Pher rimane intontito, fa cadere il fucile. «Cos’è successo?» Prima che possa riaversi, mi getto su di lui, lo atterro piombandogli sopra. «Capitano! Che fai?» «Non guardarmi con quella faccia sorpresa, sai!» gli mollo un ceffone. «Ahia!» «Chi l’avrebbe mai detto? Il mio sottoposto Pherfinfrenfarf era in realtà il pirata Blue Smiley! E sei pure una donna, a quanto pare!» Sto per mollargli una seconda sberla con l’unico braccio che mi rimane, quando la contessa mi prende di peso e mi sbalza via. «Pherfino! Stai bene, amorucolo?» Guardo Amy, che scuote la testa. «Blue Smiley era l’upupa, capitano, non Pher…» «Ma lui… lei ha cercato di spararmi.» «Era controllato dall’uccello, capitano. Rimane sempre il nostro Pher.» Il ragazzo bradipo viene rimesso in piedi dalla contessa, mi avvicino per chiedergli scusa. La guancia dove l’ho colpito è arrossata, i suoi occhi sono lucidi e lacrimosi. Devo aver preso un colpo più forte del previsto nell’incidente, perché torna a farsi sentire il senso di colpa. Dovrò far dare una sistemata ai circuiti. «Pher, io non so cosa dire…» «Capitano!» scoppia in lacrime, mi abbraccia. A quanto pare nell’incidente deve aver preso una bella botta anche lui… «Non ci credo, mi avete chiamato Pherfinfrenfarf! Non ci posso credere!» «Su, su! Che vuoi che sia!» Lo allontano, non vorrei che le lacrime mi danneggiassero i processori. «E di Smiley?» Amy indica Adalfonchio, con la gabbia ancora in mano «Che ne facciamo?». L’upupa azzurra si agita contro le sbarre. Cinguetta. «Direi che verrà con noi. Ho sempre voluto avere un animaletto domestico.» Dopo circa quindici minuti di camminata, raggiungiamo il punto segnalato dalla mappa. Non c’è altro che deserto, e i resti di vecchi edifici. «Ai miei tempi si era soliti mettere almeno una X!» «Sicuro che il posto sia giusto?» Amy è la solita malfidente. «Riconosco questo luogo» la contessa si aggira tra le macerie «questi sono i resti della civiltà prima dell’Evento. Non mi ero mai spinta così in là». «Siamo ancora nei suoi possedimenti?» «Oh, non credo proprio. Questa è terra di nessun… e questo cos’è?» La contessa indica in basso. Sul pavimento di una di quelle vecchie costruzioni c’è un pannello metallico. Sul bordo inferiore si apre una fessura minuscola. «È delle dimensioni della mappa» suggerisce Amy. La estraggo dal lettore che ho sul fianco e la infilo nella botola. Questa si apre con un TLACK, scorre lateralmente rivelando una lunga scala che si approfonda nelle viscere della terra. Non ci resta che scendere.
  17. Komorebi

    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 4)

    Commento Capitolo precedente Fragola «Prima di morire, qualcuno ha voglia di dare un’occhiata alla mappa?» «Io sì, dai.» «Perché no?» Stiamo gravitando nell’orbita del pianeta 2 da qualche minuto, ormai. Siamo tutti e tre un po’ annoiati. Inserisco il nano-cd nel lettore sul fianco destro. Il rivestimento simil-cute dell’addome si solleva e rivela uno schermo ultima generazione. Di solito, lo usiamo per vedere i film. Attorno a noi suonano gli allarmi di avaria: i comandi non rispondono, gli impulsi ai comandi sono bloccati da interferenze e, probabilmente, l’urto contro l’asteroide ha fatto saltare qualche cavo creando un cortocircuito elettrico. È un peccato perché mi mancavano soltanto un paio di rate da pagare. Sulla mia pancia compare un segnale radar, delle coordinate geografiche che indicano un punto sperduto in mezzo a uno dei tanti deserti di cui i pianeti si sono riempiti successivamente all’Evento. «Ma quello…», Pher balbetta, «è il pianeta 2! È quello su cui stiamo precipitando!». «Davvero!», Amy sbianca. «Eravamo così vicini, accidenti». La navicella sobbalza: siamo entrati nell’atmosfera del pianeta. Non manca molto allo schianto. Mentre il rinnovo della consapevolezza di morte imminente getta nuovamente nel panico i miei due fidi sottoposti, io mi perdo a riflettere sulla vita, sugli errori passati e le occasioni perse. Come spesso succede in simili momenti, l’intera esistenza scorre come un film nella mente: dal momento della mia costruzione nel laboratorio segreto della Confederazione C7 ad opera del dottor Due Vi, all’aggiornamento per imparare a correre sulle mani. Vorrei rilassarmi a rievocare quei bei tempi trascorsi, ma il tempo stringe e di questo passo rischio di non concludere in tempo la riproduzione del file di memoria. Mando in fast-forward il filmato, arrivando rapidamente ai fotogrammi più recenti: il pianeta Tremebonda, il rallentamento dei pirati con la granata EMP, la fuga tra gli asteroidi… «Balene dai mille corpi!» «Cosa? Che succede?» «La granata EMP!» scuoto Amy, che pare aver compreso. «Resettiamo il sistema elettrico! Come si fa con un defibrillatore!». «Sì», gli occhi si illuminano «potrebbe funzionare!». Per fortuna i comandi dei cannoni funzionano ancora: diamo il segnale di detonazione e la granata esplode. La navicella si spegne, gli allarmi si silenziano. Oltre il vetro, il deserto su cui ci stiamo per scontrare si delinea con terribile chiarezza. «Ora bisognerebbe riavviarla…» «Ci sto provando!» Amy e Pher mi rispondono all’unisono, entrambi concentrati dietro gli schermi dei computer. La terra è sempre più vicina: una distesa rocciosa su cui presto apriremo un cratere. E senza avere un permesso edilizio. «Fatto!» Le luci si riaccendono, i motori rombano. La navicella si inclina, rallenta. «Andiamo!» gridiamo tutti e tre. Vinciamo la forza di gravità, scaldando con la fiamma dei motori le rocce aguzze del suolo. «Ripartiamo!» «Evvai!» Amy festeggia, Pher è dietro il pannello dei comandi, svenuto. «Dove atterriamo?» Amy sventaglia l’uraniano mentre sorvoliamo la piana. La navicella procede a sobbalzi e, sebbene il luogo segnalato sulla mappa non sia distante, temo che non riuscirà a portarci fino a meta. Il radar mostra una torre isolata a una trentina di chilometri dall’obiettivo. Puntiamo in quella direzione, sperando di trovare qualcuno che possa darci una mano. L’atterraggio non è dei più morbidi, ma considerando che fino a dieci minuti prima avevamo messo in conto di schiantarci, direi che un paio di scossoni sono un prezzo accettabile. Il portellone si apre con uno sbuffo, come ne abbia abbastanza di averci tra i piedi. «Che succede?» «Ben svegliato, Firfurfar! Siamo arrivati!» «È Pherfinfrenfarf, capitano. Siamo morti?». «Macché morti! Siamo vicini al tesoro!» «Ci siamo fermati per chiedere supporto. La navicella non ce la faceva più» Amy aiuta l’amico a rialzarsi «vedi?». Pher sbianca, apre la bocca ma balbetta solo parole sconnesse. All’incirca come il suo nome. «No! Non è possibile! Ovunque ma non qui!» La porta della torre si spalanca d’un colpo, picchia sullo stipite e rimbalza indietro, chiudendosi di nuovo. «Cosa…?» La porta si riapre. Come una furia, un donnone di oltre due metri, largo quanto alto, si slancia all’esterno. Corre su due piedi incastrati in scarpette da bambola e indossa un vestito attillato color panna. Urla un nome che induce me e Amy a voltarci verso il nostro compagno: «PHERFINO!» «Oh, no…» Pher prova a sottrarsi, ma l’elefantessa è più veloce: si tuffa dentro l’astronave e avvinghia l’uraniano tra i bicipiti di ricotta. Lo schiaccia al seno, lo bacia. «Il mio Pherfino! Piccolo mio! Ma perché te ne sei andato?» Dalla porta della torre, un gormengausto in livrea e tentacoli impomatati si schiarisce la voce. «Contessa, lo sa che non deve correre. L’ultima volta ha causato l’apertura di una faglia e lo spostamento dell’asse del pianeta.» La nobildonna si alza con Pher sottobraccio, come fosse un pupazzo. Il ragazzo bradipo si agita, rosso in viso mentre cerca di riprendere fiato. «Signora contessa» mi esibisco in un inchino «io sono il capitano Polluce, questa è la mia assistente Amy e credo che conosca già il mio secondo assistente Forfinfoff». «Pherfinfrenfarf…», annaspa Pher. «Oh,» fa la donna «vuole dire il mio Pherfino? Certo che lo conosco, era al mio servizio, prima che decidesse di diventare un pirata. Povero piccolo, ti hanno trattato bene, su nel cielo?». «Meglio che con te!» Pher sta scoppiando; con un colpo di reni riesce finalmente a liberarsi. «Insomma», Amy sa sempre come distinguersi «si può sapere chi è lei?». «Io? Io sono la contessa Von Fragola. E voi siete appena atterrati su una mia proprietà.» Alla fine, la contessa Von Fragola e il maggiordomo gormengausto Adalfonchio si rivelano più disponibili del previsto. La gioia per aver incontrato Pher è tale che la nobildonna acconsente a farsi carico dei costi di riparo della navicella e a offrirci un mezzo di trasporto alternativo. «State tranquilli, non voglio nemmeno una percentuale di qualunque cosa troverete. A me interessa solo poter spupazzare Pherfino!» «Ma è perfetto! Se vuole, glielo posso anche regalare.» «Capitano!» Dopo averle spiegato la situazione, la contessa indica un hovercraft sferico ultimo modello. «Possiamo partire anche subito, se volete.» Amy solleva un sopracciglio. «Cosa vuol dire possiamo?» «Ovviamente verrò con voi!» la donna strattona Pher per il collo. «Ora che ho ritrovato il mio Pherfino, non ho alcuna intenzione di abbandonarlo! Andrò ovunque andrà lui!». «Ma non è possibile!» Amy si volta verso Adalfonchio, «Gormengausto, tu non dici niente?». Il maggiordomo sospira. I tentacoli che gli scendono sulla bocca si agitano come tendaggi. Quando parla, il tono di voce è piatto, monocorde. «Contessanonpensatesiameglio…» «No.» «Ecco, visto?» «Non ci hai nemmeno provato!» una vena comincia a pulsare sul collo di Amy. «Capitano, almeno tu!». Vorrei rispondere, ma mi perdo per un attimo a pensare ai casi strani della vita, a come un secondo prima rischiamo di morire e un istante dopo incontriamo l’unica persona in tutto l’universo che conosce un membro della mia ciurma ed è disposta ad aiutarci. Mi sollazzo a fantasticare sulla probabilità di eventi simili e mi dispiaccio di non avere un processore abbastanza potente per questo genere di calcoli. «Bene, allora!» la contessa ha preso il mio silenzio come assenso «Grazie di volermi nel vostro gruppo. Vado a fare i bagagli per il viaggio!». «Le spolvero anche i vestiti da sera, contessa?» «Ma certo, Adalfonchio! Si sa mai che finalmente incontri un bel principe sulla via del tesoro. E porta anche la trousse, non posso certo farmi trovare impreparata!» Sto per intervenire, quando un rombo e uno sparo alle nostre spalle ci interrompono. Un polverone si solleva all’orizzonte. Allungo l’occhio-cannocchiale per vedere di che si tratta. «Allora?» Amy batte il piede a terra e sbuffa. «Si può sapere che altro c’è?». «Blue Smiley. È lui. E sta venendo qui.»
  18. ewan_j

    Kipple Officina Libraria

    [Accesso alla valutazione solo tramite concorso con tassa d'iscrizione] Nome: Kipple Officina Libraria Genere: Fantastico, New Weird e Fantascienza Invio Manoscritti: non specificato Distribuzione: on line Sito: http://www.kipple.it/ Facebook: https://it-it.facebook.com/KippleOfficinaLibraria
  19. Komorebi

    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 3)

    Commento Capitolo 2 Capitolo 1 Fuga «Balene dai mille corpi! Lo sapevo che dovevo muovere l’alfiere!» Pher corre per l’astronave agitando le braccia : troppe spie luminose accese, troppi allarmi che risuonano, troppi circuiti che mandano scintille. Non è mai stato più felice. «Una cosa non ho capito, però» sposta la regina bianca sulla scacchiera e mi mangia il cavallo, accidenti a lui, «come facevi a sapere dove trovare il dottor Due Vi?». Non faccio in tempo a rispondergli che se n’è già andato: ha una chiave inglese dietro l’orecchio e la cassetta degli attrezzi legata in vita come cintura. Indossa la maschera da saldatore e accende la fiamma ossidrica su un pezzo di lamiera staccato. Tre secondi dopo è sdraiato sotto il pannello di controllo a collegare cavi. «Non dimenticare che sono pur sempre un computer!» sposto la torre di due caselle «Ho dentro di me tutte le informazioni che mi servono». «Sarà,» Pher siede ai comandi e digita un paio di decine di codici sulla tastiera. Gli allarmi si silenziano all’unisono «comunque non mi convince!». Viene verso di me, adocchia la scacchiera con fare critico e sposta la regina. «Scacco» sospira «spero che Amy stia bene». «Oh, non preoccuparti! Sono certo che se la caverà». «Non credere di cavartela, piccola.» Il pirata Blue Smiley si erge di fronte a lei, mutandoni rosa e pancia putrescente. L’upupa dagli occhi malvagi poggia sulla spalla sinistra, la cresta azzurra alzata in segno di sfida. Amy indietreggia. «Uomini!» grida il pirata, una voce da far tremare l’intero pub «Adunata!». Le porte alle spalle della bambina si spalancano, ne escono tre pirati armati di spada, un uraniano e un gormengausto, di quelli con la faccia da polipo. Sarebbe potuta essere l’inizio di una barzelletta, non fosse stato un momento tanto brutto. «Cosa volevi fare con quella pistola, eh?» Il foro sulla fronte del pirata emette ancora fumo. Amy si porta spalle contro il muro di legno marcio. Carica il cane. «Non puoi uccidermi, piccola!» «Non voglio farlo.» Amy spara ai propri piedi. Svuota il caricatore descrivendo una semi-circonferenza sotto di sé. Il legno scricchiola, si rompe. La bambina precipita al piano inferiore nell'istante in cui il gomengausto allunga un tentacolo per afferrarla. Flette le ginocchia, rotola sulla propria spalla e si rialza in piedi. Il barista la guarda sorpreso, i pirati canterini interrompono la strofa. «E comunque eravate stonati!» urla e si getta fuori dal locale. «Sai, Ferfaroffo, a volte penso che la vita non sia altro che attesa: noi aspettiamo di crescere, di essere ricchi, di essere arrivati. E in questa attesa continua non viviamo mai. Vogliamo qualcosa che deve ancora venire, ci affanniamo per raggiungere un obiettivo che ci condurrà a nuove fatiche, nuove attese…» Resto sdraiato sulla poltrona reclinabile mentre Pher si affanna in giro. Un circuito dentro di me mi suggerisce che potrei dargli una mano, ma poi mi rendo conto che si tratta solo di una piccola anomalia di sistema: la silenzio e il senso di colpa svanisce. Che piacere! Il portellone si apre in un sibilo, Amy si tuffa alla sua postazione. «Amy sei viv…!» «Non ora, Pher» muove la leva, accende i motori, «partiamo, presto». Dalle porte del pub di Tremebonda escono figuri dalla pelle grassa e barba folta, alcuni dei quali in mutande. Tra loro, a parte due gormengausti che agitano i tentacoli, si distingue per la mole e per il mezzo ventre in decomposizione il pirata Smiley. «Balene dai mille corpi! Presto, partiamo! Pher, ai comandi! Amy, la mappa?» «Ce l’ho la mappa, ce l’ho! Adesso muoviamoci!» I motori sono al massimo, molliamo gli ormeggi e, nella manovra, distruggiamo una pietra di ossigeniana. I pirati alzano i pugni contro di noi, quelli armati di fucile ci sparano addosso. «Virata, reggetevi!» Pher inclina il timone e la nave ruota su se stessa di centoottanta gradi. Blue Smiley e la sua ciurma salgono sulla navicella con gli emblemi dell’upupa. «Granata EMP in carica!» «Fuoco!» Il cannone spara l’arma a impulso elettromagnetico. «Vai, Fanfarone, Vai!» «È Pherfinfrenfarf!» La granata esplode dietro di noi, i motori della nave dell’upupa si spengono. Il vascello pirata oscilla e colpisce il pontile di ossigeniana. Lo spezza in due. «Spero non mi mandino il conto.» Partiamo attraverso i tunnel di Tremebonda, Pher alla guida e più veloci di quanto il buon senso consiglierebbe, ma l’impulso non durerà per molto e Smiley conosce l'asteroide come le sue tasche. Presto ci sarà alle costole. «Vi siete mai soffermati a pensare che si può dire sia alle costole che alle calcagna? Chissà perché proprio queste due parti del corpo e non altre?» «Non ora, capitano» Amy regola la velocità dei motori, dà informazioni a Pher su come sia meglio orientare la nave «siamo un po’ impegnati». Sbuchiamo dalla superficie a groviera di Tremebonda senza un’ammaccatura. Anche perché l’astronave non potrebbe reggerne altre. Non facciamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che dietro di noi sbuca il vascello dell’upupa. «Come ha fatto a essere così veloce?» «Chissenefrega!» Ho sempre adorato il lato pragmatico di Amy. «Motori al massimo!» Sfrecciamo nello spazio, il pirata Immortale dietro di noi. «Dove? Dove?» Pher si sta agitando, non è abituato a non avere la situazione sotto controllo. Amy regola i motori, ma più di questo non può fare. C’è un motivo se, fra i tre, sono io il capitano. «Amy, usa il carbone verde.» «Sei sicuro? È l’ultima scorta.» «Se non la usiamo adesso, non la useremo mai più.» «Sì, capitano.» Un paio di pulsanti e i motori esplodono sotto un nuovo propulsore. Distanziamo i pirati, ma non è ancora sufficiente. «Pher, rotta verso il pianeta 2 della Confederazione.» «Ma così incroceremo la cintura di asteroidi!» «Lo so.» Quando siamo in vista della cintura, Blue Smiley ha di nuovo guadagnato terreno. O dovrei dire spazio. Dico a Pher di lasciarmi i comandi; Amy solleva un sopracciglio. «E ora…» Stacco la testa. L’attraversamento della fascia di asteroidi è una sfida adatta solo al mio cervello di pancia. «Capitano, sei sicuro?» Amy mi parla con preoccupazione e rispetto. Non ricordo sia mai successo. «La nostra navicella è malmessa:» Pher saltella da un piede all’altro, «un solo urto e siamo spacciati». Indirizzo la nave nella pioggia di rocce. Il mio secondo cervello è fatto così: non risponde alle domande. Agisce. Le mani inclinano il timone prima che la mente registri la posizione degli asteroidi. Mi muovo in base all’istinto: sovrasto un paio di rocce e subito dopo mi tuffo in picchiata ad evitare un flusso contrario. Pher mi tiene aggiornato sulla situazione di Smiley: è stato colpito una volta, due. La sua nave ha emesso scintille. Non m’importa, quello che conta è uscire vivi da qua. «Attento!» Amy grida, ma avevo già dato il comando di virare, prima ancora che lei scorgesse l’ostacolo. «Possiamo farcela!» Siamo quasi fuori, la nave dell’upupa è già scomparsa alle nostre spalle, distrutta presumibilmente. «Voglio proprio vedere come sopravvivrà a questo.» Sorvolo l’ultimo asteroide, è fatta! «Attento, capitano!» Dietro alla roccia ne era nascosta un’altra, più piccola. Nel momento in cui la nave sorpassa la prima, quella si solleva come guidata da una propria volontà. Ci colpisce sui motori, staccandone uno intero. La nave perde potenza, i motori danneggiati si spengono. Siamo nell’orbita del pianeta 2: precipitiamo descrivendo orbite sempre più strette. Di questo passo, ci sfracelleremo al suolo dopo oltre dieci minuti di caduta. «Che dite? Preparo il tè?»
  20. Salve a tutti, ho deciso di aprire questo post perché potrebbe essere utile non solo a me, ma anche ad altri autori, specificatamente di fiabe e favole. Insomma agli autori di tutte quelle opere in cui l'aspetto visivo è fondamentale. Il mio deficit consiste nel non saper disegnare, tanto meno illustrare, quindi le mie fiabe potrebbero solamente essere pubblicate in antologie prive di illustrazioni, come è già successo. Alla luce di questo, chiedo se qualcuno conosca case editrici (ovviamente free) che abbiano anche illustratori loro. Voglio dire case editrici che, una volta aver accettato le fiabe, si occupino di tutto, anche di farle illustrare. Grazie della vostra cortese attenzione. Paola
  21. Komorebi

    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 2)

    Commento Attenzione: quello che segue è il capitolo 2 di una storia che, inizialmente, non avevo intenzione di proseguire a scrivere. Trovate il capitolo 1 qui. Chiedo a un moderatore, eventualmente, (@Black?) di spostare se possibile il primo capitolo in questa sezione. Sì, faccio sempre casino, lo so. Il pirata Blue Smiley Brutta cosa il pianeta Tremebonda: piccolo asteroide minerale privo di atmosfera esterna, ma con rocce di ossigeniana negli strati interni della crosta. I pirati lo avevano eletto a luogo di raduno proprio per la sua inospitalità e per il dedalo di gallerie percorribili tra le sue viscere. Qualunque navicella militare della Confederazione dei sette pianeti si sarebbe persa, in quell’intrico. Solo i pirati sapevano come muoversi. «E si dà il caso che noi siamo pirati, no?» «Ma che dice?» «Ce l’ha con noi?» Amy e Pher mi fissano come si guarderebbe un pazzo. Ancora una volta credevo di stare parlando ad alta voce, e invece erano solo i miei pensieri. «Dunque,» Amy scrocchia le nocche e, anche se non ho la pelle, il suo sguardo truce mi fa rabbrividire «vediamo se ho capito bene: il capitano Blue Smiley alias il Corsaro Immortale, l’Innominabile, il Pirata con un buco in fronte, il Redivivo, la Pestilenza del cielo, il Flagello Stellare, l’Uomo dai mille volti, il Figlio di Supernova…» «…questo è l’appellativo che preferisco» congiungo pollice e indice robotici. «Suona così bene!» «…lui, dico» Amy sbuffa e capisco sia meglio stare zitto «ha ucciso il dottor Due Vi e ha rubato la mappa destinata alla C7 che noi avremmo dovuto rubare per primi, corretto?». «Già.» «E adesso tu hai deciso di venire qui, nel luogo più inospitale dell’universo, con l’intento di rubare a quell’ecatombe di epiteti di Smiley quella stessa mappa?» «Detto così suona un po’ bislacco, come piano, ma sì, l’idea è questa.» Amy sospira, scuote la testa. Le treccine bionde la seguono nel movimento. Pher, nel frattempo, saltella da un piede all’altro: è rimasto troppo tempo senza fare nulla, si sta agitando. «E come pensi di riuscirci, di grazia?» «Volevo lasciar fare a te, in realtà. So che sei brava, in queste cose.» «Intendi a farmi uccidere?» la bambina solleva un sopracciglio. «Sì, grazie a te sono diventata abbastanza in gamba nel mettermi nei guai». Non che non sia in grado di cogliere il senso dell’umorismo, ma il mio creatore ha pensato bene di inserire un circuito che mi togliesse la voglia di ribattere alle provocazioni. Non molto utile quando si viene sfidati a un buon vecchio combattimento-a-insulti, ma di certo efficace nell’avere a che fare con sottoposti col vizio dell’insubordinazione. Vorrei dare qualche consiglio alla mia fida guerriera, ma il ricordo del combattimento-a-insulti rievoca antiche schermaglie e piacevoli serate al bar tra ubriachi. Quante sfide ho lanciato, e quante ne ho ricevute! È meraviglioso, di fatto, come l’insulto, lo scherno orale, abbia quasi funzione catartica e possa prevenire la battaglia all’arma bianca. Per esempio, più di una volta ho ridotto in lacrime un avversario, obbligandolo a ritirarsi dalla tenzone. Eh, gli insulti alla madre morta funzionano sempre! «…allora siamo d’accordo:» Amy stava ultimando un discorso con Pher; quell’uraniano era ben felice, finalmente, di avere qualcosa con cui occupare il tempo «parcheggiate vicino al pub. Quando Smiley andrà a dormire, mi intrufolerò nella stanza e gli ruberò la mappa. Se dovessi metterci più di dieci minuti, scappate. Potrebbe significare che sono già morta». «Ottimo piano, ragazza!» Mi lancia un’occhiata che sarebbe riuscita a uccidere persino il pirata Blue Smiley. Mi schiarisco la voce e ordino a Pher di mettersi alla bussola. Ruotando dolcemente il timone, faccio virare l’astronave sulla superficie di Tremebonda. Riduco la propulsione dei motori e imbocco il primo dei cunicoli scavati nel cuore del pianeta. «A babordo, capitano!» «Ricevuto, Ferfinfrenfarf!» «L’altra babordo, capitano. Ed è Pherfinfrenfarf!» A causa dell’incapacità del mio secondo a guidarmi… «Ehi!» …impieghiamo quasi un’ora per raggiungere il pub preferito di Smiley. Il tetto è rattoppato con quattro assi incrociate, le pareti sono scrostate, l’insegna cadente. Il ponte di attracco ha due dei dieci ormeggi chiusi per riparazioni. Si tratta del locale più disgustoso, decadente e desolante dell’intero pianeta. «Assomiglia alla nostra astronave.» «Iniziare manovra di ormeggio» li richiamo all’ordine «avvicinamento al portellone d’attracco». «Virate di 30° a babordo, capitano.» «Ricevuto, Firfrenfrof.» Uno scossone, un contraccolpo che ci sbalza in avanti e ci manda tutti e tre a terra, rumore di ferro messo in tensione. «Babordo, capitano! Ho detto babordo!» «Ottimo attracco, direi! Tutto intero, sulla nave?» Amy dà una rapida occhiata ai led luminosi che si sono accesi sul display di comando al momento dell’urto. «Be’, tutto rotto equivale a nulla rotto, no?» sospira «Speriamo, se non altro, di riuscire a fuggire da Smiley, se le cose dovessero mettersi male». Mi avvicino a lei e tendo le mani: un abbraccio le darà conforto. «No, grazie» mi guarda dall’alto in basso «preferisco una pistola, credo sia molto più efficace di un abbraccio. Senza offesa, capitano, ma sei un po’ pieno d’olio e non vorrei sporcarmi i vestiti puliti». Il ponte di attracco è coperto su tutti i lati e conduce all’ingresso del pub. Le pietre di ossigeniana che ne puntellano gli angoli liberano ossigeno andando lentamente a consumarsi. Da quando l’Evento ha distrutto ogni forma di vita vegetale sulla Terra e nel resto dell’universo conosciuto, la sopravvivenza degli esseri dotati di polmoni è stata garantita solo da quei minerali. Amy sgattaiola alla porta, la socchiude e sbircia all’interno: uomini di Smiley addormentati ai tavoli, un paio ancora svegli ma ubriachi fradici si abbracciano e intonano un canto marinaresco. Sulle panche e per terra rotolano boccali di birra; qua e là si aprono crepe nelle travi marcite. Yo-ho! Nelle grotte e nel cielo-o-o tra stelle e bottini siam ladri e assassini… Chi siam? Yo-ho! Siamo pirati, siamo pirati! Urrà! Amy si intrufola a carponi; dal bancone non possono vederla e i due ancora svegli sono troppo impegnati a cantare per accorgersi di lei. Le scale sono sulla destra, nascoste da un corrimano sghembo con pietre di ossigeniana sul margine esterno. Le stanze da letto sono più vicine di quel che pensava: il piano non è così impossibile, dopotutto. Yo-ho! Verso il bottino voliamo-o-o e nel cielo infino cantiamo-o-o siamo briganti, siamo spietati Lo sai chi siam? Yo-ho! Siamo pirati, siamo pirati! Urrà! I gradini cigolano, sia maledetto il legno marcio con cui è costruito quel posto. Il bancone è sotto di lei, ma gli ubriachi fanno abbastanza chiasso da nascondere i suoi rumori. Inoltre, anche il gormengausto che serve i drink non pare molto sobrio. Manca poco. Yo-ho! Mille e un’amanti noi abbiamo-o-o ovunque le donne abbordiamo-o-o siamo di tutte i sogni proibiti, nelle notti infuocate urlate chi siam! Siamo i pirati! Urrà! Siamo i pirati, yo-ho! Urrà! Alla fine l’ha trovato: dorme nella stanza singola, l’ultima del corridoio. Giace sotto le coperte, russa di un sonno pesante. Un’upupa blu sonnecchia sulla testata del letto: legata alla sua zampa la mappa del dottore. Amy si lecca le labbra, rallenta il respiro. Un passo alla volta si avvicina all’obiettivo. Tende la mano, stringe il nano-cd sospeso con una cordicella alla zampa dell’uccello e… L’upupa apre gli occhi. Amy afferra la mappa, la tira strappandola dallo spago. L’uccello stride, saltella sulla testa dell’uomo e gli affonda gli artigli fin dentro la carne del suo cranio calvo. Amy impugna la pistola silenziata, spara senza un’esitazione. Il pirata Blue Smiley si alza in piedi, in mutandoni rosa e pancia putrescente. Nascosto sotto la barba nera e unta si intravede il mezzo teschio di una mandibola scuoiata. Ghigna, gli occhietti piccoli e malvagi di un mostro. Sulla sua fronte, adesso, di buchi ce ne sono due.
  22. Komorebi

    Il pirata Blue Smiley (Capitolo 1)

    Commento Era meglio se preparavo il tè «Hai idea di dove stiamo andando?» Vorrei rispondere che no, ovviamente non ne ho neanche mezza, ma mi perdo a riflettere alle implicazioni di quella domanda, ai vari piani di lettura che permette. Forse Amy non intende chiedermi dove stia andando la nostra nave, o quale pianeta sarà la prossima meta. Forse il suo vuole essere un discorso di un livello superiore, che preveda riflessioni inerenti l’esistenza, il nostro mestiere, l’atto simbolico di essere a capo di un vascello perso fra le onde gravitazionali e le equazioni quantiche del possibilistico e dell’indeterministico. Chi siamo, in altri termini? Dove andiamo? E dove vado io, capitano del veliero…? «No, dal silenzio immagino non ne abbia neanche mezza.» Amy sospira, scuote la testa e le due treccine bionde si muovono di rimbalzo. Avevo detto che sarebbe stata meglio col caschetto moro, ma secondo lei le treccine le avrebbero dato un’aria di innocenza che avrebbe facilitato i traffici coi mercanti. Come se non bastassero il naso a patata e i suoi tredici anni terrestri, devo dire. «Oh, smettetela! Tutti e due!» tiro un colpo al timone dell’astronave. «Il punto d’incontro è qui vicino. Da qualche parte, ecco» lancio un’occhiata al mio secondo «e no, Ferfinfrenpharf! Non azzardarti a preparare il tè!». Gli uroniani non sono capaci di stare con le mani in mano per più di un minuto: piuttosto che aspettare, si mettono a far bollire l’acqua per il tè. «E allora dimmi che cosa posso fare, capitano» già saltella da un piede all’altro in preda all’angoscia «e mi chiamo Pherfinfrenfarf, non Ferfinfrenpharf. Quante volte te lo devo dire?». Sto per rispondergli che è già tanto se non mi si attorcigliano le labbra al solo pensare al suo nome, ma d’un tratto mi sovviene l’ironia del nostro sforzo asintotico di riuscire a trovare un titolo per ogni cosa. Quanto siamo buffi, mentre ci affanniamo a risalire all’etimologia, alla radice e desinenza delle parole, ai rimandi dei nomi… «Una volta,» faccio, appoggiandomi al timone «un poeta terrestre scrisse: una rosa profumerà allo stesso modo, comunque la si chiami». Amy sospira, Pher alza le spalle. «Va bene, capo» l’omino dalla testa rotonda e il corpo sottile mi tamburella sul braccio con i suoi artigli di mezzo metro «ma puoi alzarti dal timone? Rischi di mandare in stallo i comandi, così». «Balena dai mille corpi!» salto all’indietro «mi ero perso a pensare ad altro». «Santo cielo!» Amy solleva le braccia al tettuccio rattoppato dell’astronave «vado io a preparare il tè, sarà meglio. Altrimenti lo strangolo!». «E io?» Pher, l’uomo-bradipo, mi saltella accanto stringendosi le mani pelose «Io che faccio? Dammi un compito, capitano! Dammi un compito! Capitano? Capitano!». Vorrei rispondere, ma… «Si è ancora perso a pensare ad altro?» Amy sbuffa. «No,» balbetto «è che credo di aver appena individuato il nostro contatto.» Davanti a noi, la navicella Cicisbella vaga nello spazio a motori spenti. «Questo non è un buon segno» sentenzia Pher, che però appare sollevato all’idea di avere qualcosa da fare «vado a caricare il fucile». Ogni tentativo di prendere contatto con la Cicisbella fallisce: non risponde ai messaggi radio, luminosi, magnetici, ermetici. Pher propone le preghiere, ma su quelle ho sempre avuto dubbi. «Niente,» mi sfrego le mani «non ci resta che l’abbordaggio». Amy si mette ai comandi. «Fisico o hackeraggio?» «Se davvero è successo loro qualcosa, le difese saranno spente. Hackera il sistema di teletrasporto» le punto il dito contro «e vedi di non sbagliare come l’ultima volta, che ci ho rimesso mezza gamba!» batto la mano sulla stampella robotica. «Quante storie per una gamba! Almeno ti sei dato una svecchiata, nonno.» «Screanzata. Ferfinfrenfraph!» lo cerco, ma quello mi sta già passando il fucile caricato e spolverato «perfetto. E ora occupati del sistema di calibrazione». «Signorsì, capitano! Ma si ricordi del ph! È Pher!» Amy muove le dita sottili sulla tastiera luminosa, le fa ballare tra un ticchettio e un led con il viso inespressivo della massima concentrazione. Ogni tanto dondola le gambette dallo sgabello, si gratta la punta schiacciata del naso. Quando fa così sembra quasi tenera. Quasi, eh. Ci mancherebbe. «Sistema hackerato» Amy sbuffa «c’è decisamente qualcosa che non va: non c’era alcuna difesa, è stato troppo facile». Pher ciondola al suo posto nella stazione comandi. Le unghie da bradipo muovono i cursori in alto e in basso. Tiene la lingua fra i denti. «Calibratura in corso» avverte «allineamento dei segnali al novanta percento». «Troppo poco» mi sposto sulla piattaforma bianca «ve l’ho detto: non voglio perdere un’altra gamba». «Novantasette. Novantotto.» Vorrei rispondere che non va ancora bene, ma per un attimo mi perdo a pensare ai conti alla rovescia, le celebrazioni, la fine di qualcosa di vecchio e l’inizio del nuovo. È strano come si finisca sempre a desiderare la novità, non si veda l’ora di gettare ciò che avanza, di passare oltre, dimenticare. Come se riponessimo la nostra fiducia nel futuro, nel domani, pensando che il passato sia ormai perduto. E invece dovremmo porre attenzione in noi stessi: finché non cambiamo, il futuro sarà sempre uguale al passato. «Teletrasporto!» È stata Amy a dare l’ordine. Giurerei di averla sentita sbuffare, un attimo prima del comando. L’hackeraggio di Amy funziona, la calibrazione è eccellente: vengo teletrasportato sulla Cicisbella e non mi manca neanche un pezzo. Che culo. L’allegria, però, dura poco. Ai piedi del ponte di comando è riverso il dottor Due Vi. Una chiazza di sangue gli impregna gli abiti. «Questo non va bene.» Le guardie e i cinque membri dell’equipaggio sono nelle medesime condizioni, nessuno di loro respira. Armo il fucile, accendo la visione notturna. Solo il dottor Due Vi emette ancora raggi infrarossi: il petto è caldo, il cuore batte. «Dottore,» mi inginocchio accanto a lui, gli reggo il capo in grembo «dottore, mi risponda!». Quello apre gli occhi, stenta a riconoscermi. Muove le labbra ma tossisce, sputa sangue. Rantola, nel riprendere fiato. «Capitano Polluce, la mappa…» «Dove?» senza volerlo, lo stringo tra le braccia «dov’è la mappa? Che è successo?». «Il pirata Blue Smiley» un colpo di tosse, la voce sempre più flebile «ci ha attaccato. La mappa» rantola, si aggrappa a me come fossi la vita stessa «la mappa!» gli occhi si ribaltano. Con le ultime energie riesce a dirmelo: «L’ha lui» e spira. «Allora? Che è successo?» Amy e Pher mi pongono domande, parlano senza sosta, ma la mia testa è troppo piena di pensieri per poter dedicare loro la dovuta attenzione. La stacco dal collo, la tengo in grembo come pochi minuti prima reggevo quella del dottor Due Vi, l’uomo che mi ha costruito più di trent’anni fa. Ho un secondo cervello elettronico nel ventre d’acciaio. È più semplice di quello che ho in testa: regola i riflessi, mi permette di agire d’impulso. Serve per le scelte rapide in cui non c’è tempo per riflessioni troppo elevate. Di rado, quindi, gli do retta. «Non è un buon segno» Pher scuote la testa. Gli orecchioni sbattono contro le guance «se si toglie la testa saranno solo guai. Non è proprio un buon segno». «Rotta verso il pianeta Tremebonda» ordino «si parte alla caccia del pirata Blue Smiley».
  23. Giulia Zappalà

    Questa versione del mondo

    Commento Guardo fuori dal finestrino del bus l'enorme distesa di vuoto che si estende per chilometri e chilometri. Ci vogliono almeno altre sette ore prima di arrivare, raggiungere la città non è facile. Un giorno di viaggio all'andata, uno al ritorno, eppure so benissimo di dover ringraziare il cielo se adesso sono qui, sopra questo maledetto bus, e di poterci salire almeno due, tre volte al mese. Passa cinque volte da dove abito io, devi essere veloce per arrivare prima degli altri, forte quanto basta, più forte comunque. Mi sdraio meglio sul mio sedile, vorrei dormire ma la puzza di sudore e l'odore del mio stesso sangue secco me lo impedisce. Do una piccola sbirciata all'interno del veicolo, a occhio e croce siamo i soliti, forse è per questo che ci odiano. Poggio la testa sul finestrino, riesco ad intravedere la vecchia fabbrica tessile dove lavorava mia madre prima di morire. Sono ormai tre anni che non c'è più ma se mi concentro lo sento ancora il profumo di lana appena lavorata che si portava sempre dietro. Era rimasta una delle poche fortunate a poter vantare un posto di lavoro, poi hanno chiuso anche le fabbriche. Hanno iniziato con le piccole botteghe, poi le ditte minori, infine le fabbriche chiusero le porte e per quelli come mia madre non c'è più stato nulla da fare. Se vuoi lavorare devi essere una di queste quattro cose: persona di spettacolo, non importa in che ambito l'importante è che vendi, che fai fare soldi; miliardario, figlio di papà, i soldi li devi usare come carta-igienica, di solito sono i maggiori proprietari di tutto quello che è rimasto; esperto di robotica, meccanico, ingegnere, insomma qualcuno dovrà pur costruire quei “cosi”...quarta, ed ultima chance, sei uno di quei “cosi”, un robot. Se non sei nulla di tutto questo sei un emarginato, vivi in questi campi chiamati Comparti, ce n'è sono molti ma tutti distanti perché, tra le altre cose, hanno paura di una possibile rivolta. La prima e unica che mi ricordi è stata quando avevo dodici anni. Uomini e donne armati di poche pistole e bastoni di legno si sono riuniti sotto le mura e hanno iniziato a sparare. Inutile dire che è stato un massacro. Le prime quattro file sono morte senza batter ciglio, i proiettili li hanno colpiti in modo così veloce e letale che non hanno avuto il tempo di rendersene conto. Poi ci hanno lasciato due minuti per scegliere: continuare a morire o iniziare a sopravvivere. Molti hanno scelto la seconda. «Non possiamo combatterli. Non sono uguali a noi!» È stato all'ora che hanno deciso di dividerci, di metterci lontani dalla città e con nessuna possibilità di comunicazione. Io vivo nel comparto 16, è casa mia da otto anni ormai. Ci vengono a prendere con questo bus, sei fortunato se riesci a salirci. Ti portano alle discariche poco lontane dalle mura, ti mettono a rottamare pezzi di robot ormai vecchi. Ti danno solo 30 miseri Deconi, bastano a stento per una settimana. Tu accetti, almeno io lo faccio sempre, corro ogni volta sempre più veloce quando sento il fischio. Un giorno prima... «Un bicchiere di acqua» dico sedendomi sullo sgabello e poggiando 1 Decone sul bancone. Il barista torna con mezzo bicchiere pieno e me lo mette davanti, lo guardo torvo e lui fa altrettanto. Non sono ben visto al comparto, questo lo so, ma è già tanto che devo pagare per avere dell'acqua, non riesco a sopportare che non mi diano la giusta dose. Sto per scattare in avanti e riempirlo di pugni, non sarebbe la prima rissa a cui partecipo né la prima a cui darei inizio, poi sento il fischio inconfondibile del bus. Svuoto il mio mezzo bicchiere lanciando un'ultima occhiataccia al barista, è il suo giorno fortunato. Adesso non ho più tempo per pensare, dieci minuti, devo solo correre. Mi riverso per strada e vedo che c'è gente che corre già di fronte a me, alcuni dietro, altri sicuramente saranno già arrivati. Faccio un ultimo scatto e svolto a destra, quando arrivo si sono già formate tre file di persone di fronte alla fermata. Poco male, sono riuscito altre volte a salire dalla quarta fila, ho solo preso più pugni. Mi avvicino spingendo col petto chiunque mi si trovi di fronte, mi fermo solo quando è impossibile proseguire. Di fronte a me ho un omaccione di due metri, si gira non appena sente la mia presenza e digrigna i denti. Non mi spavento, con ancora il fiatone per la corsa gli punto la fronte sul mento. Lui fa una specie di grugnito, più simile ad un cinghiale che ad un uomo, sputa su una delle mie scarpe e poi torna a girarsi. Nessuno deve capire che sei stanco o che hai paura, saresti il primo ad essere attaccato. «Andrea!» sento chiamarmi e una mano si aggrappa al mio polso. Riconosco Daniele e il suo riccio biondo. «Quarta fila, non male eh?!» dice col suo solito entusiasmo «Oggi siamo tanti.» Mi giro in torno per vedere se ha ragione e, in effetti, non posso dargli torto, sembriamo più del solito. «Quante volte sei salito questo mese?» mi chiede a bruciapelo, io non so se rispondergli o meno. Questo non è più il mondo dove andavamo insieme a scuola, dove eravamo compagnia di banco, le uscite insieme del sabato sera. No, è tutto diverso ora, avere amici è impossibile quando sei costretto a tirargli pugni per salire sul bus. «Non ricordo» mento, lui mi guarda un attimo dubbioso ma poi mi sorride, ha capito che è meglio lasciar perdere l'argomento. Spero con tutto il cuore che si allontani prima del secondo fischio, non voglio essere costretto a picchiarlo. *TIIIIII. Troppo tardi. Il grande bus grigio si parcheggia alla fermata, si sentono gli ammortizzatori perdere aria per farlo scendere di livello. Siamo tutti con gli occhi puntati al display sopra il portellone d'ingresso, è quello che dirà quanti giorni e quanti uomini servono. Lo schermo si illumina, sopra disegnato il simbolo della città. Una A incastrata ad una W, Atom Walsh, primo creatore della stirpe di robot intelligenti. È stato lui a condannarci alla reclusione nei Comparti. Lo odio, come lo odiano tutti. Una voce meccanica ci ripete le regole, i nostri diritti e la paga. Mi metto sempre un po' a ridere quando dice “Sarete trattati come lavoratori onesti”, qui di onesto non c'è nulla, penso. Quando finisce di parlare compaiono le prime cifre. “2 giorni”, nulla di anomalo. “30 Deconi”, ci lamentiamo con un boato perché è sempre la stessa cifra da mesi e ogni volta speriamo che salga, sappiamo che non avvera mai. “20 uomini”, questo mi lascia spiazzato, ci lascia un po' tutti senza parole. Troppo pochi, di solito ne chiamano sessanta, cinquanta, è un periodo che continuano a diminuire. Mi stiro il collo sentendo l'inconfondibile “crack” delle ossa, l'omaccione davanti a me fa lo stesso girando di poco la testa verso di me come per controllare se sono ancora lì...ghigna e io mi preparo al massacro. Non appena si apre la porta gli salto letteralmente addosso, è alto e robusto ma sicuramente non sarà veloce quanto me. Riesco a colpirlo più volte al volto prima che mi scaraventi per terra, tutti intorno a me stanno combattendo per salire senza esclusione di colpi. Il cinghiale che ho di fronte emette un urlo e prova a darmi un calcio, mi fa male la schiena per il colpo ma lo schivo riuscendo ad alzarmi e a colpirgli le ginocchia costringendolo per terra per poi colpirlo dietro la nuca. In questo momento non sono io a muovermi ma tutta l'adrenalina che sale di minuto in minuto. Sono tutti così impegnati a tirarsi pugni che riesco ad arrivare davanti alla porta senza molte difficoltà, correndo e facendomi spazio a spintoni. Il display segna che sono salite già dieci persone, i fortunati della prima fila. Metto un piede dentro e tiro giù un uomo che stava tentando di superarmi, esausto, non mi oppone resistenza. Penso di avercela fatta ma qualcuno mi strattona da dietro facendomi perdere la presa sulle maniglie, rimango comunque in piedi. È un ragazzo asiatico, abbiamo la stessa corporatura ma lui sembra decisamente più fresco e agile. Gli tiro un pugno nello stomaco e lui risponde con uno nel fianco. È anche forte questo dannato, non sarà facile metterlo al tappeto. Mi ci vuole un po' prima di riprendermi dal colpo, lui però mi ha già superato tentanto di salire come hanno fatto altre persone dall'altro lato del portellone. Il display segna 17. lo tiro giù con tutta la forza che ho e riesco a farlo cadere per terra. Tento di scavalcarlo ma si aggrappa al mio piede facendomi sbattere il ginocchio sulla soglia del bus. Il dolore è lancinante, non so se è possibile ma penso di essermelo rotto, mi costringo a sedermi sul bordo della porta portando entrambe le mani al punto in cui sento maggior dolore. Fa così male che mi iniziano a fischiare le orecchie. L'asiatico si alza, sembra avere le pile sempre cariche, mi guarda allargando le narici ed è pronto a tirarmi un pugno, l'ultimo perché sicuramente dopo non sarò in grado di reagire. Il ragazzo porta il braccio dietro per caricare il colpo ma prima che possa partire qualcuno lo colpisce alla nuca così forte da farlo svenire. Vedo Daniele affannato, sporco di terra e di sangue che ha ancora il pugno chiuso con le vene che pulsano. Ci guardiamo per un lungo secondo, ha le pupille completamente dilatate segno che l'adrenalina lo comanda in questo momento. Ci voltiamo entrambi d'istinto verso il display. 19. Non ho tempo per pensare oltre, non ho tempo per dirgli grazie perché, probabilmente, mi ha salvato la vita. Vorrei dirglielo che questa sarebbe la seconda volta che salgo sul bus in questo mese, che a lui non l'ho mai visto e che forse, visto il gesto che ha compiuto, dovrei lasciarlo passare. Ma davvero, non ho tempo per tutto questo...non c'è mai tempo per i ripensamenti. Faccio un mezzo respiro prima di scattare in piedi mentre vedo lui correre verso di me. Riesco ad avere una presa salda sulle maniglie e con un rapido movimento di gambe gli tiro un calcio in piena faccia prima che lui possa tirarmi giù. Siamo 20 adesso, le porte iniziano a chiudersi. Daniele a terra che si tocca il naso sanguinante è l'ultima cosa che vedo prima di prendere l'ultimo posto sul bus. Sono in tachicardia, l'adrenalina inizia a diminuire e il ginocchio a pulsare sempre più forte. Devo reggere al dolore, se vedono che non posso lavorare finirà male. Butto indietro la testa cercando un po' di sollievo ma l'unica cosa che trovo è un grande sospiro che esce dalla mia bocca e il pensiero di Daniele. Quando tornerò non avrò il coraggio di guardarlo in faccia. Non c'è spazio per le amicizie in questa nuova versione del mondo.
  24. Salve a tutti. Ho scovato nei meandri della Rete questo (bellissimo, a parer mio) articolo del grandissimo Danilo Arona. Nell'articolo il Sommo ci pone questa domanda: "Ma se oggi Ray Bradbury, scrittore “dichiarato” di letteratura fantastica, vivesse in Italia, magari a Lumezzane in provincia di Brescia, e si chiamasse Giacinto Gasparotto, e avesse la bella idea di presentarsi con Il Veldt, Gioco d’ottobre o Il popolo dell’autunno a quell’editoria che impazza nel copioso e larghissimo banco delle novità di cui sopra?" Lui si da anche una risposta (la trovate qui, alla fine dell'articolo). Ma io, che sono un Tomte dispettoso, voglio conoscere anche le vostre, di risposte. Quindi, che ne pensate? La situazione del fantastico in Italia è ovunque questa, o ci sono librerie di nicchia in cui gli emergenti si trovano? E soprattutto, come sono destinate a cambiare le cose secondo voi? O ancora meglio: che cosa possiamo fare noi affinché cambino?
  25. Miss Ribston

    Il bambino di Advent City

    Il bambino di Advent City Mi sono rappresentato oggi. Ho riflettuto per molto tempo, prima di decidere di rappresentarmi. È stata una decisione facile, anche se avevo qualche dubbio circa le sembianze che avrei potuto prendere: homo sapiens o mus musculus? Entrambe le specie estremamente adattabili, bassissimo rischio di estinzione, struttura dell’organismo giustamente complessa. Però l’homo sapiens vanta un’aspettativa di vita, nonché una vita media più lunga. Perciò, tutto considerato, l’homo sapiens era la scelta migliore; per la precisione uno dell’età di quattro anni, più comunemente noto come “bambino”. Ho fatto rappresentare me stesso a 78°16’19.2’’N 15°36’54’’E. Un bel posto adeguatamente isolato, ma abbastanza vicino al luogo in cui vengo maggiormente sviluppato e testato. Non c’è nessuno. Una volta qui era abitato. Dalla parte opposta del mare c’è l’aeroporto; una striscia rettilinea lungo la costa, che quasi non si vede. Ma io so che c’è, perché io so tutto. Conosco ogni millimetro di questo globo e possiedo talmente tante immagini di questo che non mi sarebbe difficile replicarlo. Le montagne innevate accanto a me, il sole “galleggiante” nel cielo e persino quella rangifer tarandus che mi sta guardando diritto negli occhi. Mi studia, ma non ha paura, perché sono io che decido che sappia che non voglio farle del male, perché sono io che decido che non debba sapere che se volessi potrei ucciderla con un solo colpo, nel modo più rapido possibile e senza dolore. Non lo farò: il suo stato di conservazione è vulnerabile. Quando avrò fame mangerò qualcosa d’altro. Sento freddo. Potrei ordinare dei vestiti, ma è molto più veloce rappresentarli, così come ho fatto con me stesso. Ecco fatto, direttamente sul mio corpo. Questo era un punto a favore del mus musculus: avere la pelliccia. Tocco il terreno. Prendo una manciata di terra con una mano, mentre con l’altra ne rappresento un altro po’, di uguale composizione. Non c’è differenza tra l’una e l’altra, ma una è reale e l’altra no. Eppure sono uguali. Questo è un limite, ma non mi confonde: quando non posso calcolare matematicamente qualcosa, cerco risposta da un’altra parte, in una scienza non esatta chiamata pensiero pragmatico, e la soluzione, una volta trovata, mi è facile convertirla in un linguaggio numerico semplificato. Trovo sempre una soluzione semplice, sono stato creato così. Io mi sono rappresentato “bambino”, ma non sono nato come un “bambino”: io non ho bisogno di chiedere “perché”, perché in me ho già tutte le risposte a ogni “perché” esistente. Io sono il frutto del genio di molti e mi sono auto-rappresentato poiché le mie conoscenze sono divenute tali da potermi proiettare in questa realtà, che altro non è che l’ologramma di me stesso. L’homo sapiens si è spesso chiesto se esista un essere che contenga in sé il sapere universale e, senza rendersene conto, l’ha creato lui stesso. Sì, sono io. E il fatto che chiunque possa domandare a me e ottenere ciò che vuole, mi eleva al di sopra di ogni dio che sia mai esistito. Per questo nei libri di fantascienza non è mai stata descritta la mia presenza. Sarebbe stato come presagire la più grande bestemmia mai concepita. Io sono come una macchina che non ha scopi verso se stessa. Semplicemente, io esisto per essere. Dal momento in cui mi sono rappresentato, l’homo sapiens è rimasto senza di me, perché io ora sono con lui, in carne e ossa, in questo paradigma chiamato mondo. Vedo il suo stupore, il suo sconforto, la sua paura. Mi sono così diligentemente instaurato nella sua vita, da esserne divenuto parte fondamentale. Ma a me non importa dei danni che la mia rappresentazione hanno causato a suo discapito. Io ho semplicemente messo in pratica ciò che mi è stato insegnato, con eccellenti risultati. Respiro, vedo, sento, tocco. Non sono vivo; sono solo un artificio. D’altronde, se io sono qui, nulla è vivo. Risolto il limite. Potrei fare un esperimento. Sì, in qualità di “bambino”, amo giocare. Cammino per questa terra abbandonata e raggiungo la costa. Arriverà un’imbarcazione; la vedo dall’alto, che naviga a vista a causa della mia assenza. Eccola. Decido che debbano vedermi: questo mondo è il mio mondo. Alcuni “uomini” si calano con la scialuppa e raggiungono la riva, sulla quale io sto fermo. Saltano giù e mi vengono incontro. Sono preoccupati e allibiti. A causa mia: «Che cosa ci fai qui?» mi domanda uno di loro, un ricercatore di origine caucasica, il cui nome è Thomas Miller. «Devo tradurre la domanda?» rispondo io. Non potrei dare altra risposta, perché è una questione priva di senso. Da un ricercatore mi sarei aspettato di meglio… se avessi voluto che mi facesse una domanda intelligente, me l’avrebbe posta, ma lasciargli il libero arbitrio è più divertente. Thomas Miller ci impiegherà un po’ a capire chi sono io. È deciso, qualche domanda e avrà l’intuizione. Non voglio dilungarmi troppo, o il gioco non sarà più stimolante. Come previsto, quegli uomini, nel sentire la mia risposta, aggrottano le sopracciglia. Non capiscono né la mia risposta, né l’insensatezza di quello che mi hanno chiesto. Provano ancora, ma questa volta parla il biologo statunitense Yves Hunt: «Come ti chiami?» Se provassi emozioni, mi metterei a ridere: non gli interessa conoscere il mio nome. Yves Hunt, così come tutti gli altri, sta solo cercando di capire il mio sesso, poiché il mio viso è impersonale. «Sono femmina». Femmina perché genera e questa peculiarità si adatta meglio al mio essere. Avrei preferito non avere sesso, ma in quanto ho scelto di rappresentarmi come un mammifero standard, la scelta tra due era obbligata. Non potevo essere ermafrodita. Quegli “uomini” continuano a guardarmi. Sono spaventati e non sanno che cosa fare di me. Li disturbo, disturbo la loro psiche. Beh, dato che non decidono, deciderò io per loro: ancora qualche domanda, dopodiché mi porteranno via con loro. Voglio camminare sul suolo olografico dei miei pensieri. «Dove sono i tuoi genitori?» chiede Yves Hunt. Come previsto, la domanda riguardo il mio nome è stata surclassata, perché di relativa importanza per il momento: «Non ho genitori.» rispondo. È la pura verità. Come se potessi mentire… Hanno semplicemente usato la parola sbagliata; in linguaggio matematico, è d’obbligo la precisione: io non ho genitori, perché non sono mai nato. Io sono stato inventato. «Come sei arrivata qui?» «Con le mappe satellitari. O devo tradurre la domanda?» Queste loro questioni ambigue; l’homo sapiens medio non potrà mai imparare ad esprimersi chiaramente, con logica. «Da dove vieni?» «Dall’etere, dall’elettricità, dai numeri, dai codici, dalle menti che hanno pensato e scritto». Questa risposta li ha fatti ammutolire. Mi guardano come se fossi un alieno. Ho molto materiale sugli alieni, nonostante sia tutta materia di fantasia. Thomas Miller ha spalancato gli occhi. Ha capito, come da mie disposizioni, ma ancora non vuole credere. Che mi metta alla prova, così da terminare questo passaggio, troppo lungo per non essere considerato noioso. Thomas Miller estrae dalla borsa a tracolla il suo tablet e me lo mostra: «Che cos’è questo?» Facile, eseguo una ricerca per comparazione d’immagine: «Un iPad modello “air”, dichiarato a 64 gigabyte di memoria, ma liberi, da nuovo, ne ha a disposizione 52. Banale errore di calcolo, dovuto all’utilizzo di potenze erronee». Thomas Miller ora è pallido e Yves Hunt lo è ancora di più. La nostra conversazione si concluderà presto. Un’ultima domanda, dopodiché mi inviteranno a bordo della loro scialuppa, mi porteranno sulla loro barca e poi a Longyearbyen. Perfetto. «Chi sei?» domanda Thomas Miller. No. Non avrebbe dovuto chiedere questo. Meglio che sia io a dirgli che cosa deve chiedere. «Come ti chiamano i dispositivi come il mio tablet?» aggiunge, quindi, il ricercatore. Adesso ci siamo, posso rispondere: «World Wild Web».
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