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    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43581-arcadia-il-sogno-capitolo-0b-parte-4-di-6/?do=findComment&comment=773030 Anna ha sedici anni e lavora con il corpo. “Mi vuoi?” chiede al dirimpettaio. “Certo”, risponde lui prima di farla entrare. I suoi vicini di casa aspettano la domenica come lei aspetta il lunedì: per i primi è il giorno del sesso per Anna è il giorno di paga. È un’addetta all’organico e il lunedì è il giorno di raccolta. “Mi vuoi?” chiede Anna al proprietario della villa a fianco. “Certo”, dice il dottor Furlo prima di farla entrare. Non più di due uomini si era detta. Avrebbe potuto guadagnare di più ma il suo dolcetto o scherzetto le avrebbe portato via troppo tempo. Prima di diventare mamma non aveva limitazioni ma ora con Livio è tutto diverso. Non si fida a lasciarlo da solo per più di un’ora. È un neonato di poche settimane che da un giorno all’altro imparerà a rigirarsi, pensa, mentre su un fianco nella stessa posizione in cui ha lasciato il bimbo nella culla si fa sbattere dall’ingegnere. Non sarà in grado di rimettersi supino, pensa ancora di suo figlio. Lo ritroverò a mostrarmi la nuca soffocato dai suoi stessi movimenti. È proprio perché tiene a Livio che decide di cambiare posizione. Prende il comando. Come a voler guidare i gesti del piccolo a casa, Anna priva la visuale della sua schiena all’ingegnere. Ora è sopra di lui e gli mostra il viso. È instancabile e mantiene il ritmo. Suda. Va bene. Deve sporcarsi. I respiri si fanno più vicini. L’uomo viene. Lei no. Non importa, ha fretta di tornare a casa. Scavalcata la pancia del vicino, raccoglie con le mani lo sperma che le scende dalle gambe, poi lo mette in una bustina. Gli ha svuotato le palle e ora per ricompensa riempie il sacchetto come una saccapoche di pasticceria. Alla porta il dottore la congeda soddisfatto. Anna sa di essere uno dei sogni proibiti degli uomini: un serpente bianco, squamato da ombre di sporcizia. Senza capelli e del tutto glabra non vede acqua da una settimana. “A domenica prossima”, dice il dottor Furlo. Uno dei tanti che non l’ha mai rifiutata. “Non te lo posso assicurare. Dipende da quanto me lo valutano”. Anna si riferisce allo sperma. A poche ore dal ritiro dell’organico il seme raccolto ha più valore. Ma non è con quello che Anna ricava profitti. Sarebbe troppo facile e i maschi tutti ricchi. Il maggior guadagno lei lo ha solo dal suo di corpo. Una volta a casa avrebbe iniziato a lavorarci su. Nella culla Livio dorme. Lo ritrova come l’ha lasciato. Il biberon che gli ha dato prima di uscire gli ha riempito lo stomaco e tutto il corpo di sonno. Con i pugni chiusi e le braccia alzate, la sagoma del bimbo è una linea ondulata immersa nella tranquillità. Le pieghe del volto sono quelle tonde della pancia che si alza e si abbassa. Il pulviscolo che trapela dalle persiane socchiuse, come lunghe braccia sottili pare proteggerlo, così come il vento della finestra aperta lo ninna smuovendolo col suo alito leggero. Chissà di chi sei figlio, si chiede Anna. Cerca nei lineamenti accennati del bimbo le somiglianze con gli uomini che incontra la domenica. Non hai il naso grande di Ciro. Hai pochi capelli. Forse Marco della palazzina accanto. Hai gli occhi chiari di Luca. Chissà, forse è lui tuo padre. Tutti i bambini da piccoli hanno gli occhi azzurri è per via del latte. Già, il latte, pensa. Quello che è finito insieme ai soldi. Con l’ultimo biberon Anna ha svuotato la confezione. È andata a scovare negli angoli della busta ogni granello proteico per riempirci il dosatore. Nella credenza ora c’è solo la scatola vuota come vuoto è anche il barattolo in cui conserva le banconote. Ancora poche ore e potrò rifar la spesa, pensa. Livio intanto ha il ciuccio inzuppato di tranquillità. Il movimento della sua bocca sembra quello di una risacca. La lingua richiama il caucciù per poi lasciarlo andare non troppo distante. Quando il sonno si sta per allontanare il bambino lo richiama di nuovo a sé. Nelle sue guance sembra esserci lo sciabordio del benessere. Anna sa che non sarà così per molto. “Dormi. Non svegliarti”, gli dice senza crederci troppo. Sa che tra poco Livio odierà quel ciuccio. Lei glielo infilerà in bocca e lui lo succhierà per alcuni secondi credendolo un biberon, mentre sentendosi ingannato lo sputerà con la lingua diventata forte d’un tratto. Livio piangerà di rabbia e di fame perché dal ciuccio non uscirà latte. Anna ora non ci vuole pensare. Inizia a lavorare. Parte dalla testa per arrivare ai piedi. Si toglie tutti i peli. Non usa il sapone per ammorbidire la cute, non vuole privarsi della sporcizia che ha accumulato lungo le pieghe del corpo. Se esce un po’di sangue tanto meglio, pensa. Viene valutato parecchio se si è sani. Anna crede di esserlo, ma nel dubbio si astiene dal procurarsi apposta delle ferite. I peli tra le pieghe delle gambe sono i più difficili da togliere. Li sente al tatto ma ha difficoltà a vederli. Si aiuta con uno specchio. A gambe divaricate sopra una sedia sembra un equilibrista, cerca di non cadere mentre taglia tutto ciò che può essere venduto. Usa una lametta speciale progettata per chi svolge il suo lavoro. Come avviene nei temperini per le matite, al passaggio della lama i peli e il sudiciume vanno a finire in un contenitore senza disperdersi in giro. Le unghie non crescono molto in una settimana. Se seguissi una dieta ricca di fibre la produzione di cheratina aumenterebbe a vantaggio anche dei capelli, pensa. Ma preferisce raccogliere i suoi escrementi allo stato solido piuttosto che sfatti dall’intestino ancor prima di liberarli nella tazza. Mangia perciò carboidrati e carne per agevolare il compito che la vede impegnata ora nel bagno. Svuotato il wc lo riempie di nuovo. Si infila due dita in gola fin quasi a raggiungere il liscio dell’esofago. Se avessi la tenia mi mozzerebbe le dita, pensa. il verso gutturale accompagna in due boccate il contenuto dello stomaco, poi lo raccoglie e chiude anche il vomito nel sacchetto. Nel suo copro ora non c’è più cibo. Tra poco avrà fame ma come Livio dovrà aspettare: non c’e più niente di commestibile in tutta la cucina. Sono le cinque. Alle sei suonerà l’impiegato statale. Valuterà la merce raccolta e pagherà Anna con la nuova banconota, quella fatta con la filigrana di organico umano. Chissà se ci sarà un po’ di me in quel denaro, pensa Anna che non vede l’ora che arrivi quel momento. Cammina nuda per casa. Non riesce ad aspettare seduta. Passa davanti alle finestre e chiude le tende. Passa davanti allo specchio e si ferma a guardarsi. Passa davanti alla camera di Livio e chiude la porta. Non sopporta più quei pianti. Il bimbo ha fame. Lei ha il seno pieno di latte ma le serve per la raccolta: viene valutato tantissimo. Le areole sono appiattite dal nutrimento che spinge da dentro. Sui capezzoli i rilievi della pelle sembrano scritte in braille che Livio vorrebbe leggere con il tatto della sua bocca. A ogni strillo del bambino il latte nei seni trova l’uscita e zampilla fuori. “Coraggio amore. Aspetta ancora un po’”, dice a Livio che non può capirla, mentre con le mani si spreme il petto e riempie tre sacchetti. Puntuale alle sei l’addetto suona alla porta. Anna corre ad aprire. “Ecco, questi sono i miei dieci contenitori”, dice. Ha aggiunto ai tre della giornata anche il latte surgelato durante la settimana. “Ottimo”, dice l’uomo. Poi tira fuori dalla tasca la nuova banconota. Anna è contenta. Chiude la porta e raggiunge il figlio, nella cameretta piange ancora. Lo prende in braccio nel tentativo di calmarlo. Il bimbo riconosce l’odore del latte anche se la mamma ha ora il seno vuoto. Apre la bocca nella direzione dei capezzoli. Anna lo distanzia. “No”, gli dice. “Questo serve per fare i soldini. A te ci vuole il latte di Angelina Jolie se vuoi crescere forte. Andiamo a comprarlo in farmacia.” Una volta sazio Livio si addormenta. Anna si fa una doccia e poi mangia un boccone. Ha lavorato tanto, si merita un po’ di riposo e accende la TV. “Il latte di Angelina Jolie per dei bimbi sani”, dice la pubblicità. Anna sorride, fiera di sentirsi una brava mamma.
  2. AndC

    Black out rain - (1/3)

    Commento La settima notte ancora pioveva, come le precedenti. Gocce fitte e leggere, tinte di nero. L'acqua potabile era un lusso del passato: privilegio per i ricchi del presente, guerra di sopravvivenza per i poveri. Le società non erano mai state nulla di diverso, pugni di rabbia verso dèi che se la ridevano, solo che prima non c'erano i robot o le astronavi, ma l'ingiustizia e l'ineguaglianza erano le stesse che al tempo dei faraoni. Cambiare il mondo. Anche gli ideali del gruppo insurrezionalista Atmosfear22 non erano poi così differenti da quelli di tanti simili predecessori. Sempre, però, accadeva che a metà percorso i principi vacillassero e i dubbi s'infondessero come roditori nella volontà dei militanti. Tutto ciò, Ortenzia lo sapeva bene e da buon comandante aveva sempre messo in guardia i suoi soldati. Lo aveva ripetuto sino allo sfinimento, digrignando le ampie mascelle del faccione nero, che le incertezze sul loro operato fossero il nemico più difficile da sconfiggere: se non si vinceva la battaglia contro se stessi, allora nessuna affermazione contro il sistema sarebbe mai stata possibile. Il comandante di Atmosfear22 lo aveva poi personalmente ribadito a Giara in diverse occasioni nell'ultima settimana. Prendendola da parte mentre passeggiava pensierosa nei corridoi del grande palazzone dismesso, loro base segreta. Ma più il tempo scorreva incurante delle minuzie umane, più Giara tornava a preoccuparsi ogni volta con maggiore apprensione: «Sono già due giorni che non beve e non mangia. Se ne sta lì, tutto solo. Non vuole parlare con nessuno, neanche a me». A nulla servivano i “è un ottimo soldato, gli passerà” o “sta affrontando i suoi demoni” che Ortenzia propinava a risposta: Giara non riusciva a calmarsi. Poi i giorni erano diventati tre, quattro, e ora sette. «Ogni sera sale sul cornicione della terrazza e osserva la sotto-città in lontananza. Scompare fra la miriade di luci, soffoca nella valanga di rumori. Dobbiamo fare qualcosa, capitano: è sempre più magro, sfinito. Fatica a reggersi in piedi». «Hai ragione, ormai impensierisce anche me. So che gli vuoi bene, ma non posso aiutarlo, posso solo...» Ortenzia si lasciò sfuggire le ultime parole interrompendone appena in tempo il flusso, ma non fu sufficiente. «Cosa?» scoppiò Giara, gli occhi lucidi, la faccia contrita. Ortenzia era un ex-militare, pronto a combattere e a morire in ogni momento, ma incapace di mentire alla sua squadra, alla sua famiglia: «Sai anche tu come funziona: o si è dentro e si è utili alla causa, o si è fuori». Lo sguardo dell'uomo non prometteva nulla di rassicurante, triste ma deciso. «Fuori. Significa...». «Sa troppe cose. Atmosfear22 si lascia solo con la morte. Altre opzioni non sono contemplate. Mi dispiace, Giara, ma ti sei innamorata di un cavallo pazzo. Devi solo scegliere: sarò costretto ad abbattere un solo esemplare, o due?». La ragazza non rispose, mentre Ortenzia si allontanò lasciando risuonare i tacchi nei lunghi e vuoti cunicoli illuminati al neon. Il messaggio era chiaro e la sentenza emessa: Amrit era ormai condannato. Adesso Giara avrebbe dovuto decidere se seguirlo anche in quel frangente ed essere giustiziata insieme a lui, o se abbandonarlo al suo destino. Tutto dipendeva dall'opporsi o meno alla disposizione di Ortenzia. Se avesse tentato qualche colpo di testa per amore di Amrit, o se fosse rimasta fedele alla causa di Atmosfear22 in cui lui ormai sembrava non credere più. Le sarebbe bastato dare ascolto a uno dei tanti dubbi che le ronzavano in mente da una settimana. Sarebbero potuti fuggire, avrebbero potuto sobillare una congiura interna, avrebbero... Giara uscì fuori, all'ultimo piano. Ancora pioveva. Amrit era lì, fermo immagine, sul cornicione. Cappuccio nero sulla testa, mani nelle tasche. Giara si avvicinò al ragazzo, come potesse essere l'ultima volta che lo faceva, l'ultima volta che avrebbe visto il ciuffo di capelli castani velare l'azzurro dei suoi occhi; le mani esili, i vestiti in pelle sintetica, quella barba che aveva tanto carezzato. «Amrit, ti prego... se non scendi... se non parli a Ortenzia... ti prego... torna in te». Giara sentì l'istinto di strofinare via il trucco che si scioglieva sulle guance, ma si arrestò. Che calasse sino alle sue labbra, che le giungesse in gola quella miscela di pioggia e cosmetico, tanto ormai sapore diverso dall'acido, nello stomaco non ne aveva. Amrit non si voltò a guardarla, ma alzò un piede, sospeso, nel vuoto. Giara fu lesta e decisa, come si trovassero sul campo, guerriglia al sistema e azioni di sabotaggio: abbrancò Amrit da dietro e insieme rotolarono sul pavimento. Si ritrovarono nuovamente abbracciati, una sopra l'altro, viso nel viso, labbra quasi a sfiorarsi. «Scappiamo, ora che nessuno può vederci» sussurrò Giara. «Lontani da chiunque, saremo fantasmi. Via dalla sotto-città, dalla pioggia acida, dai tecnocrati e dalle multinazionali dei dati, da Atmosfear22, dalle tue crisi. Nessuno ci ritroverà più. Avremo dei figli, vivremo felici». Lui l'afferrò per un braccio, la scosse forte, che scossa più forte mai non le diede. Scoppiò a piangere. Finalmente una reazione, la prima in sette giorni. «Mi dispiace... mi hanno costretto. Mia madre, mio padre, mia sorella... solo per loro l'ho fatto. Ma tu, perché? Dannazione, Giara! Potevi resistere. Dovevi resistere, ancora un giorno, poi la prova sarebbe finita. Non capisci?». No, Giara non capiva. Aveva atteso a lungo una spiegazione, una reazione da parte di Amrit. Ma ora che poteva comprendere non voleva ascoltare oltre, perché il mondo andava in frantumi e il frastuono era quello del cielo che crollava a pezzi. «Ti amo» le disse Amrit prima di baciarla. Anche lei piangeva: aveva finalmente capito, l'imboscata, il tranello, il vero volto gelido di Atmosfear22. Si distesero uno di fianco all'altra. «Non temere. Io vengo con te, sai? Fa parte del patto» spiegò Amrit. E più lui parlava, più lei chiudeva gli occhi, che le ciglia si possono serrare a cento, mille mandate e mai più riaprirle sullo sconforto del mondo. «Ho detto a Ortenzia: se Giara fallisce, se tradisce, se tenta di salvarmi e mette in dubbio Atmosfear22, allora voglio che tu uccida anche me. Ortenzia mi ha dato la sua parola e non l'ha mai mancata. Ora basta, però, discutere di questo. Le vedi, lassù, le stelle, oltre le nuvole?». «Sì» rispose Giara a occhi chiusi. «Vedi la Crisalide Bianca, la nostra preferita?». «Sì». «È lì che stiamo andando, come scariche elettromagnetiche che diventeranno fonti d'energia». Poi anche Amrit abbassò dolcemente le palpebre, mentre la figura di Ortenzia gli si parava davanti: «La tua famiglia è salva» scandì il comandante. «Siete stati come figli per me. Ma in questo mondo non esiste nessuna pietà per i propri figli. È per questo che lottiamo: perché, in un'alba luminosa, l'umanità possa tornare ad avere pietà di se stessa e speranza per la propria prole. Ricordate: nessun tradimento, nessun dubbio, nessun rimpianto». «Nessun rimpianto» sussurrarono quasi all'unisono i due ragazzi, mano nella mano, prima che la pistola di Ortenzia deflagrassi i suoi piccoli tuoni in miniatura, lampi e scintille. Poco dopo, smise lentamente di diluviare, che una settimana di pioggia così non capitava da almeno vent'anni. Scivolarono via le gocce, giù dalle guance, nere d'inquinamento, viola di trucco. Mischiate al rosso del sangue si fermarono poche piastrelle più avanti, in una pozza che specchiava la punta di una scarpa. La bocca di metallo si aprì. Denti aguzzi e d'acciaio liberarono una lingua grigia. Il mastino robotico bevve e i circuiti nei suoi occhi sfavillarono di impulsi verdi e blu. Ortenzia si accucciò in un angolino, quasi a rimanere inghiottito nelle fauci della notte. Chinò capo e busto, riverente. Non riuscì a dire nulla, ma si limitò a uno sguardo sottomesso d'intesa. L'amministratore delegato assentì di rimando. «Andiamo!» ordinò al suo cane. «Per oggi, ti sei saziato a sufficienza». Il bianco della stella si spense d'improvviso e in tutta la sotto-città fu di nuovo black out.
  3. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico, né racconti, poesie o raccolte. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.adiaphora.it/contatti Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Distribuzione: https://www.adiaphora.it/contatti/ Libro.Co per le librerie, in Digitale StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  4. Prologo Capitolo 1: 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 La riunione finì com’era prevedibile: la questione famiglia del governatore rimase in sospeso. Baba garantì l’appoggio del sindacato, ma raccomandò a Drache di tenere a freno la delegazione imperiale. «Non usciranno vivi dai cantieri se non si danno una regolata» disse Baba a Drache. «Se esce una sola volta la parola colonia in pubblico, non rispondo delle chiavi inglesi che voleranno.» Drache lo rassicurò. Non c’era alcuna iperbole nelle parole di Baba: l’impero era rimasto a guardare durante l’ultimo assedio che Algor aveva subito e l’ispettore che era arrivato qualche mese più tardi era uscito dai cantieri in barella con un braccio rotto e una commozione cerebrale senza aver neanche aperto bocca. Il colpevole lo stavano ancora cercando; senza troppo impegno per verità. Khady salutò appena Lianna. Passò una mano sul braccio di Drache poco dopo l’uscita di Baba e andò verso la porta senza dire una parola. Lui cercò di afferrarle il polso e lei fece gli ultimi passi all’indietro scuotendo la testa. La pioggia non aiutava e neppure il freddo e gli spifferi in corridoio. Khady si strinse nel cardigan e uscì all’aperto. Pioveva così forte che l’acqua si infilava sotto il portico, ma lei non ci badò e si avviò verso l’accademia. Quello che non sopportava degli inverni algoriani era che non faceva veramente freddo. Non c’era alcuna giustificazione per mettersi un cappotto o degli scarponi pesanti: bastava togliersi dalla corrente o trovare un angolo appena riparato perché il semplice cardigan che indossava diventasse anche troppo. Così passava dal caldo al freddo senza alcuna possibilità di difendersi. Voleva la neve, voleva il freddo vero e l’odore dell’aria pulita e gelata sul viso e quella sensazione di protezione che derivava dall’avere i piedi al caldo degli stivali e il corpo nella tuta termoisolata. Entrò nell’accademia e scese al secondo piano sotto la strada, dove c’era l’unico poligono disponibile in tutta la città. In tutta la colonia, avrebbe detto il funzionario Sayov. Nessuno portava armi ad Algor: il personale della marina imparava a sparare solo perché era richiesto dal curriculum delle accademie imperiali, dato che a bordo delle astronavi era proibito farlo. Erano usate solo dai membri della sicurezza, il corpo di polizia militare; ma i membri della sicurezza della marina le portavano solo quand’erano in servizio a terra. Khady si fermò davanti a un cancello di ferro pesante dietro il quale c’era una stanza buia con un tavolo e degli armadietti. Appoggiò il telefono allo scanner che controllava la serratura. Ci fu un clang molto rumoroso che risuonò nei corridoi deserti e la porta si aprì. La luce si accese e illuminò le pareti grigio scuro. La spia blu di uno degli armadietti si mise a lampeggiare. Khady appoggiò il telefono e lo sportello si aprì. Svuotò l’armadietto sul tavolo: due scatole di plastica e una borsa. Controllare le armi la rilassava. Cominciò dalla borsa. Il primo a uscire fu il sacchetto delle batterie e quello degli strumenti di pulizia. Controllò che nessuna delle batterie fosse gonfia e passò l’apposito tampone per ripulire i contatti. Passò alle scatole e tirò fuori l’elmetto. Lucidò l’interno e fece quello che poté per l’esterno: era vecchio e aveva visto diverse guerre. Il vetro della visiera era graffiato da un lato e in parecchi punti la vernice da grigio-verde opaca era diventata marrone lucida. Sul lato destro, l’incisione 7RECT, che stava per Settimo Reggimento Elicotteri Coimbra Terovesh, aveva perso la E e parte della C per un proiettile che l’aveva presa di striscio. La sua vita non poteva essere banale, aveva detto il funzionario Sayov, con la leggerezza di chi non aveva idea di cosa stesse dicendo. No, non era stata banale la sua vita: ma adesso tutto quello che chiedeva era di diventare insignificante e venire dimenticata. Mise la batteria all’elmetto e lo indossò. La visiera si adattò alla luce, schiarendo la stanza e mostrandogliela più nitida. Comparve una mappa dell’edificio in un angolo, con la sua posizione. E infine una figura umana stilizzata, rossa lampeggiante, che segnalava che il resto dei sistemi era spento. Così Khady li riaccese uno per uno: per primi gli scarponi e i piedi dell’uomo nella visiera divennero verdi, ma continuarono a lampeggiare perché Khady non li indossò: le bastava sapere che funzionavano. Quindi il giubbotto, i parapolsi e gli schinieri. E la fondina della pistola. Comparve un nuovo simbolo sulla visiera, tre piccoli omini stilizzati: l’elmetto stava cercando di comunicare col resto del reggimento. Avrebbe dovuto spengerlo prima, era un test che non poteva che fallire. Invece lo lasciò proseguire finché, come ogni volta, non comparve il numero 0 vicino al simbolo e le lacrime le offuscarono la vista. Khady stava rimettendo a posto le cose nell’armadietto quando il telefono si illuminò e apparve un cubetto di legno con delle lettere incise. Era l’animazione che usava Khizr: dopo qualche istante il telefono iniziò a suonare. Khady sfiorò lo schermo. «Mamma...» «Nilüfer?» gli chiese Khady. «Sì» rispose lui in affanno. «Fa’ presto.» La chiamata si interruppe. Khady buttò le cose nell’armadietto senza guardare. Si preoccupò solo che le porte si chiudessero e corse via. Stava uscendo dall’accademia quando il telefono suonò di nuovo. «Mi hanno avvisato dalla scuola» disse la voce di Drache dall’altra parte. «Due minuti e sono là.» «Non riesco a liberarmi adesso.» «Non preoccuparti.» Trovò Anya che l’aspettava assieme alla direttrice Amian. «Si è chiusa in bagno e non vuole più uscire, mamma» disse sua figlia, bianca come uno straccio. «Khizr è con lei.» Anya aveva i capelli rossi, ma per il resto assomigliava a Kira. Più alta, certo, ma con gli stessi occhi, gli stessi lineamenti e gli stessi gesti. «Non preoccuparti» le disse Khady. «Andrà tutto bene.» «Khizr sta di nuovo male.» Le carezzò il viso: erano gemelli, erano sempre stati insieme e Khady sentiva la sofferenza che lei provava nello scoprirsi diversa dal fratello. «Avete chiamato il dottor Quan?» «Ha detto che sarà qui il prima possibile» rispose la direttrice. «Bene» disse Khady. Tornò a guardare Anya. «Chiama Leyla» le disse, più per tenerla impegnata che perché ce ne fosse davvero bisogno. «Dille che venga qui.» Entrò nel bagno. C’erano tre lavandini da un lato e tre porte dall’altro. Khizr era seduto per terra, appoggiato alla porta centrale; era pallido e tremava. Khady si accucciò vicino a lui e gli toccò la fronte. «Hai la febbre. Hai preso le pillole?» Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi e assenti. Cercò di parlare e le appoggiò la mano al braccio. Khady bussò alla porta del bagno. «Andate via!» urlò Nilüfer dall’altra parte. «Lasciatemi in pace.» «Sono la mamma, Nilüfer. Riesci ad aprire?» «Va’ via.» Le era difficile vedere i figli stare male e mantenere la tranquillità che serviva ad aiutarli. «Nilüfer lo sai che ti voglio bene e sai che posso aiutarti. Un piccolo sforzo, tesoro, e sarà tutto finito.» Non aveva senso insistere: doveva aspettare che lei trovasse il coraggio di girare la chiave. Aiutò Khizr ad alzarsi e a raggiungere il lavandino. Gli bagnò le tempie e lo accompagnò alla porta. Si concentrò: doveva essere positiva e serena. Richiamò alla mente il giorno che era tornata ad Algor, cinque anni prima, e aveva sentito di avere una casa e una famiglia. Appoggiò la mano alla porta e rimase ad aspettare finché il chiavistello non si mosse. Girò la maniglia. Nilüfer era rannicchiata, con la testa appoggiata alla parete. Khady le mise la mano sulla spalla e fu come essere investita da un uragano: il terrore le si riversò dentro e per un attimo si sentì persa. Riprese fiato pensando alla neve e alla risacca del mare calmo al tramonto. «Guardami negli occhi» disse più lentamente che poté. «Fidati di me, bambina mia. Sono qui per aiutarti.» Sorrise. Nilüfer annuì, esausta. «Fidati di me» ripeté Khady. L’abbracciò e le baciò la testa, riuscendo ad accoglierla nello scudo che la proteggeva dal mondo. La isolò e lei svenne.
  5. Questo è il prologo di un romanzo che sto cercando di scrivere da un sacco di tempo. Spero di riuscire quantomeno a finirlo prima o poi. -- Kira andava a cavallo solo per compiacere l’uomo che amava. Non succedeva spesso: una volta la settimana, di rado due, lui le chiedeva di accompagnarlo. Uscivano da palazzo, andavano nel parco e dopo una passeggiata di mezz’ora si fermavano a un capanno; di solito uno di quelli vicino al mare, al limitare degli alberi. Rimanevano lì per un’ora, fingendo di essere due persone normali, un uomo e una donna ormai anziani che si accontentavano del loro amore e dell’odore della salsedine sulla spiaggia. L’illusione finiva appena lasciato il parco. Varcato il cancello, prima ancora di scendere da cavallo, lui ridiventava l’imperatore e lei la seconda consorte. Il Cerchio Interno, il cuore del palazzo, era un grande giardino rotondo con al centro il Padiglione d’Oro, la residenza imperiale. Le scuderie erano ai suoi margini, nella parte posteriore. Da lì partiva una rete di strade e stradine, seminascoste dalle siepi e dai cespugli. La piccola vacanza si chiudeva con loro due che camminavano in silenzio e cercavano di rimandare il momento della separazione. Quella sera, prima di lasciarla al solito bivio, lui le prese la mano destra e la voltò. Kira si era fatta un taglio sul palmo e il cerotto che aveva messo dopo la doccia si era già riempito di sangue. – Non è normale – disse lui. L’imperatore aveva i capelli quasi bianchi, ma poche rughe appena accennate attorno agli occhi e alla bocca: bisognava essere vicini com’era lei in quel momento per accorgersene. – Sei pallida. – Non è nulla, domattina starò bene. – Ti accompagno. – No, è già tardi. Devi andare. Kira si sollevò e gli diede un bacio sulla guancia. Lui l’afferrò per la vita e unì le labbra alle sue. Era ancora forte, nonostante l’età. Lo guardò allontanarsi pensando che non avrebbe mai potuto amare nessuno quanto amava lui. Il sole era già tramontato quando Kira aprì il cancello del Padiglione delle Rose, la sua residenza. Era una casa a due piani, circondata da un giardino disordinato fitto di alberi e arbusti, che ospitava un gazebo di ferro battuto con sotto un tavolo e due panche. Sedette a riprendere fiato. Davanti a lei c’erano quattro aygar, alberi slanciati che provenivano da Africa, il suo pianeta natale. Avevano da tempo superato l’altezza della casa. D’inverno si spogliavano, ma adesso, a primavera inoltrata, i rami, che dalla base del tronco salivano in verticale fino al cielo, erano ricoperti di foglie verde scuro. Si alzò appoggiandosi al tavolo. Salì a fatica i quattro gradini della veranda e, prima di aprire la porta, si fermò a riprendere fiato. La luce nell’atrio si accese mentre entrava. Flora, la cameriera personale, arrivò dalla zona pranzo. Indossava, come ogni giorno, la divisa grigia degli inservienti di palazzo. Era una donna energica e col piglio deciso dei servitori d’alto rango. – Vi sentite bene, altezza? – Sono solo stanca, Flora, non si preoccupi. – Dispongo per la cena. – Non ho fame, ho solo bisogno di dormire. Faccia lasciare sul tavolo, mi arrangerò più tardi. Flora sollevò un sopracciglio. Dopo quindici anni di servizio ancora non riusciva a nascondere il disappunto che le provocava la frase “mi arrangerò”. Normalmente Kira l’avrebbe presa in giro e alla fine ne avrebbero riso insieme, ma quella sera era troppo stanca per fare altro che afferrare il corrimano e cercare di arrampicarsi sulla scala. – Volete che resti per stanotte? – Vada a casa Flora, ha una famiglia a cui pensare. Se servisse la chiamerò. Non c’era muscolo del suo corpo che non protestasse a ogni gradino. Le era capitato altre volte di essere ferita o malata e di dover comunque andare avanti. Si aggrappò al corrimano, sperando che Flora non facesse ciò che avrebbe dovuto, cioè chiamare il dottor Meris, il medico della famiglia imperiale. Rallentò il passo senza darlo a vedere e controllò il respiro per non mostrare l’affanno. Arrivata in cima alla scala, racimolò un po’ di energia per girarsi e sorridere a Flora, nonché per rimanere dritta fino alla fine del ballatoio. Riuscì a entrare in camera e arrivare al letto prima di crollare. La verità era che era vecchia. Una vecchia cocciuta e ostinata, ma incapace di stringere i denti come un tempo. Le capitava di essere stanca, di saltare la cena, di faticare a salire le scale: solo il suo orgoglio di ammiraglio le impediva di mettersi uno di quegli aggeggi di monitoraggio che Meris avrebbe tanto voluto che indossasse. La nausea le impediva di dormire. Si sollevò e le venne un capogiro, ma riuscì ad andare in bagno. Cercò di vomitare, ma a stomaco vuoto poté solo sputare un po' di saliva. Comunque ebbe il suo effetto, perché si sentiva più lucida e tornò a letto senza problemi. Rimase seduta a fissare il pavimento. Avrebbe dovuto cambiare il cerotto finché era in bagno, ma si era dimenticata e non si fidava ad alzarsi di nuovo. La mano le faceva male, non riusciva più a chiudere le dita e sentiva il polso rigido. Si sciolse i capelli: profumavano di shampoo all’arancia, un’essenza che le ricordava quand’era un giovane capitano agli ordini di suo padre. La sua camera era molto semplice, con mobili di legno chiaro e tappezzeria beige, illuminata dalla luce calda dell’abat-jour. Il comodino era sgombro: Soylem, l’imperatore, aveva dormito lì la notte precedente e come al solito lei aveva nascosto le cornici digitali nel cassetto. L’aprì e prese quella con le foto di sua figlia Khady. Quasi cinquant'anni di vita erano racchiusi in quel dispositivo, che impiegava circa tre giorni a compiere il giro completo. Kira sorrise a rivederla bambina. Stava in piedi, senza scarpe, sulla coscia del nonno, il padre di Kira, e gli tirava i bottoni della divisa mentre lui rideva fino alle lacrime. Ricordava quell’episodio: la bambina aveva finito con l’aprire la spilla di Primo Ammiraglio e sfilarla dal colletto. – Posso tenerla, nonno? – Perché no? Tanto ne ho altre. Era una vera peste, irrequieta, indipendente e curiosa. C’era una sola persona in tutto l’impero che riusciva a calmarla. La foto successiva mostrava Khady in braccio all’imperatore (avrà avuto forse quattro o cinque anni), avvolta in un giubbottino col collo di pelliccia, che dormiva serena come con nessun altro. Quella foto era la preferita di Kira, ma anche la più dolorosa. Non riusciva a non piangere guardandola. Chi avrebbe potuto prevedere che quarant'anni più tardi avrebbero cercato di uccidersi a vicenda? Una lacrima cadde sullo schermo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di nuovo insieme, felici come in quella foto e nelle altre di Khady ragazzina. La cornice scivolò e cadde sul pavimento, seguita da tre grosse gocce rosse. Il cerotto non era più in grado di trattenere il sangue. Strinse le mani tra loro. Si alzò e cadde all’indietro. Il cuore le batteva velocemente. Faticava a respirare e non ricordava dov’era il telefono, forse in una delle tasche dei pantaloni. – Chiamata! – urlò, e quasi svenne per lo sforzo. Sentì il beep. – Chiama… – Mi dispiace – rispose la voce sintetica. – Non ho capito. – ...Meris. Respirò. La mano era umida. Sentiva il battito del cuore nelle orecchie. – Non ho trovato “miris”. Vuoi che lo cerchi nella rete? Meris, stupido telefono! Non poteva finire in quel modo. Aprì la bocca. – ‘hiama ‘eris… Era tutto buio. Dal taglio le arrivavano delle scosse. Il braccio era preda agli spasmi. Il resto del corpo non le rispondeva. Parlare era fuori discussione. – Mi dispiace, non ho capito. Vuoi che legga i messaggi? Il dolore veniva dalla mano: le sembrava che un esercito di artigli roventi stesse risalendo le sue vene, fino alla spalla, al collo, alla testa, poi al cuore, all’altro braccio, e giù lungo le gambe fino alla punta dei piedi. E c’era sangue, sangue ovunque. No, non così. Non ancora. Non oggi. Era troppo presto. Troppo, troppo presto.
  6. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Quinta parte Sesta parte L’inverno era deciso a dare un assaggio agli algoriani già in quel principio d’autunno: il vento sbatteva la pioggia contro la finestra di Khady quasi in orizzontale e lei, con una tazza di tè caldo in mano e stringendosi nel cardigan d’ordinanza, guardava sconsolata la pista dell’eliporto in mezzo al nubifragio. C’erano molte cose a cui il palazzo-ponte era progettato per resistere: un bombardamento, per esempio; oppure i venti a trecento chilometri orari che a volte capitavano nello stretto. Quattro anni prima, durante l’ultimo assedio, ci si era schiantata sopra una piccola astronave e il ponte non aveva fatto una piega. Ma quello per cui non era progettato era il freddo. Non che ad Algor se ne sentisse davvero il bisogno: giornate come quelle erano rare e casomai il problema era raffreddare d’estate. Lo stesso, quando c’era pioggia e vento si formavano dei microclimi gelidi nei corridoi e negli uffici più esposti come quello di Khady, tanto che le veniva il desiderio di un bel caminetto acceso; di un sofà; di una coperta; di qualcuno che la tenesse al caldo e condividesse la tazza di tè alla luce del fuoco. Come se l’avesse sentita, la scrivania ebbe un fremito: in un angolo era comparso un drago minore con una lettera tra le zampe, che la guardava con occhi dolci. Khady sorrise e appoggiò un dito sul messaggio che Drache le aveva mandato. Il drago si inchinò e uscì dallo schermo. “Mangi? Nel pomeriggio mi servi a una riunione.” Ne scrisse uno lei: “Va bene. Tanto oggi non si vola.” Un piccolo pesce blu e giallo se lo mise sotto una pinna e uscì dallo schermo scodinzolando. Dopo un istante comparve un altro draghetto, che depositò un messaggio con scritto: “Ti aspetto” e un cuoricino palpitante. Khady rispose con un altro cuoricino che fu portato via da un pesce tutto rosso e luccicante. Continuava a piovere. La sala riunioni scelta da Drache era all’interno e prendeva luce dal soffitto a vetri: sembrava di essere sotto una cascata, ma almeno lì faceva più caldo. Tutti i presenti appoggiarono i telefoni al tavolo rotondo al centro della stanza, che si suddivise in spicchi uguali, ognuno con la propria animazione. Qualche pesciolino dalla barriera corallina di Khady volò nel cielo azzurro di Drache, mentre i draghetti di quest’ultimo si tuffarono e crearono scompiglio dal lato di Khady. La riunione riguardava l’aspetto mediatico dell’ispezione: c’erano due rappresentanti della stampa, il funzionario Sayov, coordinatore dell’evento mandato da Elmà, e i suoi assistenti. Per Algor c’erano Drache, Khady e Lianna, il commodoro Rapuan, capo dell’ufficio relazioni pubbliche, due membri del consiglio la cui unica funzione era di dare sempre ragione a Drache e l’immancabile Baba, che accolse Khady con un sorriso e un abbraccio. Drache fece le presentazioni e al solito ebbe un attimo d’incertezza nello spiegare chi fosse Baba. L’uomo ormai anziano era ufficialmente un rappresentante sindacale, ruolo che ricopriva da quando l’ammiraglio Khizr era governatore; e già questo era difficile da spiegare a un funzionario imperiale che non aveva la minima idea di cosa fosse un sindacato. Ma Baba era molto di più, di fatto era il signore della Algor bassa e se si voleva sperare che non ci fossero disordini durante le visite dell’ispettore al di fuori del palazzo-ponte bisognava che lui sedesse a tutti i tavoli organizzativi. Non che questo fosse sufficiente, ma avere Baba dalla propria parte era sempre il primo passo da compiere. «Da Elmà» iniziò il funzionario Sayov «ci chiedono di approfittare della visita per presentare Algor al grande pubblico.» Khady sorrise per circostanza: si stava chiedendo come potesse essercene ancora bisogno. «Africa è un pianeta molto interessante, con aspetti decisamente curiosi» spiegò il funzionario. Aspetti che centinaia di documentari avevano già sviscerato: dai draghi all’allevamento dei mesiteré, passando per i na-pur, i grossi mesosauri della pesca d’altura, o le diverse specie di ammaniti della cucina algoriana; e non c’era persona in tutto l’impero che non sapesse che l’algoriano aveva una cinquantina di termini per dire uovo. Khady solo due settimane prima aveva accompagnato in elicottero una troupe fino al continente, per un sopralluogo per una nuova serie dedicata ai grandi predatori. Anche il palazzo-ponte aveva i suoi appassionati, per non parlare dell’accademia o dei cantieri spaziali; e i grandi network avevano tutti una rubrica fissa di approfondimento sulla politica algoriana. «In particolare» proseguì il funzionario «è come si vive nella colonia che ci interessa.» Khady percepì il malumore salire nella sua metà del tavolo: colonia non era una parola gradita ad Algor. «Con un ovvio accento» il funzionario sorrise nella sua direzione «sulla famiglia del governatore. Una cosa classica: i ragazzi che vanno a scuola, come si organizza una casa nel palazzo-ponte, la vita privata, cose così. L’imperatore ha già approvato la pubblicazione delle foto dei membri della famiglia per tutto il periodo.» Il funzionario passò a Khady un foglio di polimero oled su cui si vedeva in rilievo il timbro imperiale. La lettera era standard, ma quello che la sorprese, e la irritò, era che la firma in fondo al foglio era stata fatta a mano da suo padre. Non era una prestampata in uso alla segreteria imperiale come quelle che avevano autorizzato l’inserimento delle foto nell’annuario scolastico o quella che era arrivata quando Anya era finita sul giornale per aver vinto la gara di canto delle scuole di Algor. «Non se ne parla nemmeno» disse Khady posando il foglio sul tavolo. Una medusa lo attraversò e una copia fu trasferita tra i suoi documenti. Restituì il foglio al funzionario. «Ma granduchessa, la lettera è firmata dall’imperatore in persona.» «Lo so.» «A Elmà chiedono…» «Ho capito cosa chiede Elmà, ma lei, e i gentili signori della stampa, non avrete un’autorizzazione indiscriminata a pubblicare immagini dei miei figli.» Ci fu un attimo di panico dall’altro lato del tavolo: non erano abituati a veder messi in discussione gli ordini imperiali. «Sono sicura» Khady cercò di essere conciliante «che l’imperatore abbia solo cercato di agevolarci, in modo da non costringerci a richiedere un’autorizzazione a Elmà per ogni foto o filmato. Ma non penso che la sua intenzione fosse di sospendere la protezione che la Legge di successione concede ai membri della famiglia imperiale.» «Sì, certo, capisco» disse il funzionario Sayov. «Tuttavia, possiamo attenderci che la sua autorizzazione ci sarà, una volta visionati i filmati.» «Ci sarà la foto di rito, nel salotto dell’appartamento di rappresentanza. Dopodiché mi aspetto che i ragazzi siano lasciati in pace.» «Granduchessa, stiamo cercando di mettere Algor nella miglior luce possibile, e il suggerimento di occuparci della vita della famiglia più illustre della colonia viene da molto in alto.» Khady si voltò verso Baba: se Sayov avesse pronunciato ancora una volta la parola colonia la sua pazienza avrebbe raggiunto il limite. Appoggiò la mano su quella di Drache e gli sorrise. «Cerchiamo di dare ai nostri figli una vita normale, comune, simile a quella dei loro compagni di scuola. Non troverete niente di speciale: è una situazione molto tranquilla e banale. Noiosa persino.» «Noiosa e banale?» replicò Sayov quasi ridendo. «Come può essere banale qualcosa che riguarda lei, granduchessa?» Khady cercava di mantenere la calma, ma l’atteggiamento di Sayov lo rendeva difficile. «Passiamo oltre» disse Drache. «Ha il programma della visita?» «Governatore, dobbiamo essere sicuri che…» La riunione era difficile per tutti: quell’atteggiamento, in cui Khady riconosceva la formazione dei funzionari di palazzo, ricordava a tutti che erano Elmà e i suoi cerimoniali ad avere il vero potere, qualcosa che qualsiasi algoriano avrebbe voluto dimenticare. «È nella mia provincia, funzionario Sayov, decido io di cosa si parla. Passiamo oltre.»
  7. Salve, sono un autore che autopubblica i suoi libri in esclusiva su Amazon da circa tre anni, con alterne fortune: alcuni sono andati bene (una trilogia fantathriller; per bene, naturalmente, intendo entro i limiti dell’autopubblicazione) altri ( una paio di gialli pubblicati sotto pseudonimo) decisamente meno. Dopo tutto questo tempo mi sono fatto un’idea sul lettore medio di Amazon. Amazon, a mio avviso, ha avuto il merito di avvicinare ai libri una categoria di lettori che probabilmente ne sarebbe rimasta distante e di proporre all’attenzione del pubblico una serie di autori che altrimenti avrebbero avuto difficoltà ad emergere; tuttavia, credo che sia una categoria di lettori che difficilmente ha messo piede, o lo farà mai, in una libreria o in una biblioteca. Questo giudizio, forse ingeneroso, l’ho ricavato leggendo alcuni “bestseller” di Amazon, in particolare quelli pubblicati da Amazon stessa con l’etichetta Amazon Publishing e che quindi godono di un indubbio vantaggio promozionale, se non altro perché hanno un editore. Ebbene - tranne qualche eccezione che c’è, va riconosciuto – in genere sono di una pochezza imbarazzante, e si potrebbe affermare che più sono banali e più vendono. Io ho elaborato una mia personale equazione in proposito: Amazon sta alla (buona) letteratura, così come McDonald’s sta al (buon) cibo. E’ un po’ come quelle catene di negozi cinesi che offrono tutto a 99,€ (costo medio di un libro auto pubblicato su Amazon): in genere è paccottiglia. Allora perché ci pubblico? Per farmi le ossa cercando di capire il gusto del pubblico, senza cedere i diritti ad alcuno. Non mi piace pubblicare tanto per pubblicare e se devo cedere i diritti dei miei lavori a un editore deve essere un editore “vero”, se no aspetto e intanto genero qualche profitto pubblicando in proprio. Tornando ai bestseller di Amazon (ovviamente parlo dei libri di autori che pubblicano in proprio) ricevono centinaia di recensioni (molte ma molte di più di quelle di autori famosi) quasi tutte molto positive se non entusiastiche; allora dici: “Wow! Chissà che razza di capolavoro!” e ti viene voglia di leggerli; lo fai, cercando di restare il più possibile imparziale nel giudizio, e cominci a smadonnare di brutto fin dall’inizio, chiedendoti: ma come c…o si fa? E non una volta, spesso. Al contrario, ogni volta che provi a pubblicare qualcosa di un po’ meno banale e che richiede un maggior sforzo di comprensione sono critiche feroci. Io ad esempio ho pubblicato un giallo (tra l'altro con pseudonimo) chiaramente ispirato al Pasticciacccio di Gadda, in cui faccio largo uso dei dialetti ma solo nei dialoghi e non nell’esposizione (cosa che fa mirabilmente Camilleri, ad esempio) e subito una lettrice si è infuriata dicendo che un libro destinato a tutti (magari!) non può assolutamente avere dialoghi scritti in dialetto. Vai a sapere perché. In altre parole, a sentire la tizia, dovevo pubblicare il libro con i sottotitoli o abolire del tutto i dialetti, che tra l’altro, come potete immaginare, mi sono costati parecchia fatica, visto che ce ne sono almeno quattro. Alla tipa non andavano già i dialetti perché la distraevano dalla lettura, sosteneva; in poche parole, perché la sottoponevano a uno sforzo di comprensione probabilmente imprevisto e che non era disposta a sostenere. Questo per dirvi. È di oggi la conferma che noi italiani leggiamo sempre meno (sono in calo anche i libri per l’infanzia che negli ultimi anni erano gli unici con il segno più davanti) e siamo un popolo di analfabeti di ritorno, o analfabeti funzionali, con notevoli difficoltà a comprendere ciò che leggiamo. In un quadro simile, mi chiedo, ha senso proporre lavori per quanto possibile originali (e badate bene! sto parlando di romanzi di genere, non di saggi filosofici), o non è il caso di fare il compitino per il lettore zoppicante? (spesso zoppicano anche gli autori, va detto, me compreso). E mi domando ancora, quelli che vendono tanto è perché si sono adeguati al gusto e alle (scarse) capacità intellettive del pubblico di riferimento (insomma, detto in termini scorrettissimi, sanno di scrivere per degli ignoranti), o vendono perché sono come loro? E' sempre il solito dilemma: E' nato prima l'uovo o la gallina? Immagino che la risposta possa essere: dipende se vuoi andare sul sicuro e vendere, o vuoi proporre qualcosa di più originale e impegnativo, a tuo rischio e pericolo. Nel secondo caso, temo che Amazon non sia il luogo più adatto, occorre trovarsi un editore. Mi auguro che non sia un argomento già trattato altrove, nel qual caso mi scuso. Grazie.
  8. Writer's Dream Staff

    Plesio Editore

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  9. Prologo Capitolo 1: Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte Nota: ho dovuto spezzare in due la scena perché era troppo lunga, quindi questo brano è il seguito dell'ultima scena della quarta parte. «Figlio cadetto del sangue di Crym. Sangue? Bleah.» «Concordo» rise Khady «è un’espressione disgustosa.» «Che significa cadetto?» «Che non siamo nel ramo principale.» Soylem scosse la testa. Khady si chiese come spiegarglielo. «Il capo della famiglia di Crym è il governatore della regione di Crym.» Khady la indicò sulla cartina. «Governatore come papà?» «Sì, solo che a Crym i governatori si chiamano margravi. Lo hai incontrato il margravio di Colibi nel libro di Belü?» Soylem divenne serio e un pochino arrabbiato. «È un uomo molto cattivo e vuole uccidere il papà di Belü e rubargli il regno.» «Questi sono invece margravi buoni. Il margravio di Crym, lo zio Sheriel, aveva una sorella, che si chiamava Khady.» «Come te?» «Sì. Ed è la mamma di nonno Soylem.» Il volto di Soylem si illuminò. «Quindi il tuo nome viene da Crym? Per questo è così strano!» «Esatto.» «E tutte quelle che si chiamano Khady poi hanno un bambino che si chiama Soylem?» Khady scoppiò a ridere. «Questo non lo so. Ma nella nostra famiglia sembra andare così, per ora.» «Anche il mio nome è strano.» «Un po'. Ma il tuo viene da Bukara.» «Come il papà di Belü?» Soylem non aspettò che Khady annuisse: guardava affascinato la cartina del nord-est di Mund. «È un nome molto importante il tuo. Il primo a portarlo è stato il principe Soylem, il figlio minore di re Barem e eroe della battaglia di Nagora.» «E sconfiggeva tutti i nemici!» «No. La battaglia di Nagora l’abbiamo persa.» «E perché lui è un eroe allora?» «Re Barem fu catturato durante la battaglia di Nagora, ma lui riuscì a fuggire e a riportare a Bukara un pezzo dell’esercito; e impedì che anche la città fosse catturata.» «E poi? Riuscì a liberare re Barem?» «No. Re Barem era già morto quando il nemico arrivò a Bukara.» «E allora lui divenne re?» «Fu suo fratello più grande a diventare re, re Mür, il re dei dodici giorni: sia lui che Soylem furono feriti durante l’assedio di Bukara. Mür morì quasi subito, ma Soylem ci mise qualche giorno.» «Ma non avevano dottori?» Soylem la guardava preoccupato. «Purtroppo in quel tempo c’erano poche medicine e un sacco di persone morivano per cose stupide.» «Ma quindi non è rimasto più nessuno?» «Mür aveva un bambino piccolo, che si chiamava Mayste. Soylem invece aveva una figlia, che aveva poco meno di diciotto anni. E siccome lei non poteva diventare re, la nominò reggente.» «Che significa?» «Significa che il vero re era Mayste, ma siccome era troppo piccolo allora tutte le decisioni importanti le prendeva lei. E sai qual era il suo nome?» Lui scosse la testa. «Nilüfer. Principessa Nilüfer.» Soylem si voltò verso la sorella e la indicò. «Come lei?» Khady gli abbassò il braccio. «Non sta bene indicare le persone.» Soylem scivolò giù dalla sedia e corse dalla sorella. Girò attorno alla scrivania e le prese un braccio. «Ma tu lo sapevi» le chiese «che c’era una principessa che si chiamava come te?» «Sì» sospirò lei «lo sapevo.» «E lo sapevi che…» «Sì. È famosa, hanno scritto un sacco di libri su di lei.» «E tu li hai letti tutti?» «Qualcuno.» Khady sorrise guardandoli parlare: Soylem era l’unico che riuscisse a distrarre Nilüfer quando leggeva. Come ogni volta, lui le infilò la testa sotto il gomito e lei lo prese in braccio. «Cosa stai leggendo?» le chiese curiosando sulla sua scrivania. «Questa è la scrittura di Crym, vero?» «Sì.» «Anch’io voglio imparare la lingua di Crym. Il nome della mamma viene da lì, lo sapevi?» «Sì, il suo e quello di Shery. I nomi di Crym finiscono spesso in -y per le donne e in -iel per gli uomini.» «È bella Crym?» Khady percepì la tristezza di sua figlia: lasciare Crym era stato per lei solo il primo di una serie di traumi, culminati con la morte del padre e l’abbandono da parte della madre. Shery aveva solo pochi mesi, ma lei e Leyla invece erano abbastanza grandi da sapere cosa stesse succedendo, e reagivano in due modi opposti: Leyla aveva rimosso la sua vita prima di Algor, era diventata la figlia dell’ammiraglio Drache in tutto e per tutto, si era iscritta all’accademia ed era determinata a seguire le orme della nonna Kira, del bisnonno Khizr e di Khady, l’unica madre che era disposta a riconoscere come tale. Con Nilüfer niente era così semplice. «Sì» rispose al fratello. «È piena di verde, ci sono le montagne. Si allevano i cavalli e i falchi.» «Tu sei mai stata a cavallo?» Nilüfer alzò lo sguardo verso Khady. «Andavo a cavallo tutti i giorni quando ero piccola.» «Lascia in pace tua sorella» intervenne Khady. «Abbiamo del lavoro da finire, torna qui.» Khizr comparve sulla soglia. Guardò dentro e un accenno di delusione gli si disegnò sul volto quando si accorse che Nilüfer era nella stanza. Si accucciò di fronte a Soylem. «Allora, campione» gli disse serioso, «ce la possiamo tenere la mamma?» Soylem annuì ripetutamente. «Non abbiamo bisogno di diventare orfani?» «No. Io non volevo neanche prima. Sei cattivo a dire così.» «Ma no cucciolo, sto solo scherzando.» Khizr gli prese le manine. Khady ricordava suo nonno nella stessa posizione. Sarebbe bastato poco: il colore dei capelli, qualche ruga e lineamenti del viso più marcati, le mani invecchiate, ed ecco che suo figlio sarebbe diventato una copia esatta dell’ammiraglio Khizr. «Ma tu lo sapevi» disse Soylem al fratello «che ci sono un sacco di storie nel mio nome?» «Sul serio?» «Sì. Vuoi vederle?» Senza aspettare risposta, Soylem afferrò la mano del fratello e lo trascinò alla scrivania di Khady, si arrampicò sulla sedia e iniziò a trafficare con la cartina. Khizr si mise tra loro due, in piedi. Soylem iniziò a spiegargli di Belü e del principe Soylem e Khizr si mostrava ammirato, fingendo di non sapere niente. «Devo parlarti» disse sottovoce a Khady. Lei annuì. «Va bene. Quando vuoi.»
  10. Mettere a tavola una famiglia di otto persone era un’impresa. Ogni volta Khady si chiedeva se non fosse il caso di prolungare l’orario alle persone di servizio, in modo che rimanessero fino a tardi, giusto per acchiapparli tutti e aiutarla a legarli alla sedia. Leyla, la maggiore, era sempre la prima: era una ragazza alta, con i capelli chiari tagliati cortissimi e due occhi color ghiaccio che Khady si chiedeva sempre di dove fossero usciti. Si sentiva adulta perché era già in accademia e quello per lei era un momento in cui poteva avere suo padre tutto per sé: mentre portavano le cose in tavola lei gli raccontava la giornata o parlavano di politica o di navigazione. Inevitabilmente questo scatenava la gelosia di Anya, la gemella di Khizr, che cercava di attirare l’attenzione suonando al pianoforte. La cosa diventava caotica quando Soylem si metteva a correre per farsi inseguire dal fratello. Khady aveva imparato che a quel punto la cosa migliore era appoggiarsi alla parete e da lì rimanere a godersi la scena senza intervenire. Dopo un po', Khizr afferrava Soylem e lo portava in braccio fino al suo posto, Khady e Drache si sedevano, Anya smetteva di suonare e Leyla si allontanava, a caccia delle piccola Shery, la penultima della cucciolata, la cui specialità era sparire proprio nel momento in cui tutti erano pronti. Quando infine ben sette di loro erano a tavola, si udiva la voce di Nilüfer spuntare da uno dei divani: «Finisco la pagina e arrivo.» Era una ragazza schiva, di poco più giovane di Khizr e Anya, con lunghi capelli neri lisci. Come Leyla e Shery, Nilüfer era in realtà figlia del fratello di Khady, Mayste, morto sette anni prima, ed era quella che gli assomigliava di più. Alla fine della cena, Anya riuscì a strappare il padre a Leyla. Si sedettero insieme al pianoforte per cantare. Buona parte del fascino di Drache risiedeva proprio nella voce e quando cantava la parte istrionica del suo carattere dava il meglio di sé. Di solito prediligeva canzoni allegre, come quella che stava cantando con Anya; nelle occasioni giuste anche quelle che il nonno di Khady chiamava da taverna. Ma c’erano state diverse volte in cui l’aveva sorpreso a suonare da solo brani malinconici, in un modo che avrebbe fatto piangere anche le pietre. «Andiamo di là?» chiese Khady a Soylem, che le si era di nuovo messo in braccio. Il bambino annuì e scivolò giù. Avevano una stanza grande destinata a studio, dove c’era un tavolo per ognuno di loro. Khady prese la sedia di Soylem e la portò vicino alla sua. Il bambino si sedette e lei usò un tasto sullo schienale per sollevarlo al livello del tavolo. «Dobbiamo leggere qualcosa?» chiese Soylem con entusiasmo. «Se vuoi.» Khady appoggiò la mano al tavolo e comparve una barriera corallina piena di pesci, piante e altre creature colorate. Soylem picchiettò sullo schermo e l’acqua iniziò ad agitarsi, attirando qualche pesce. Khady premette una delle icone a lato, scorse un menù e selezionò un documento con il volto di Soylem. «Ecco: qui c’è il tuo nome completo.» Khady ingrandì la scritta sullo schermo e lui la guardò come fosse una formula magica. «E devo impararlo tutto?» «Eh già. Provi a leggerlo?» Lui cominciò, sottolineando col dito e scandendo ogni parola. «Soylem di Elmà, figlio di Khady di Algor, granduchessa, e Drache di Algor, governatore.» «Fin qui è facile, no?» «No.» «Come no? C’è prima il tuo nome, dove sei nato e chi sono i tuoi genitori. Prova.» Khady nascose la scritta. «Soylem. Di Elmà.» Aspettò che lei annuisse. «Figlio di Dra… Khady. Di Algor, granduchessa. E di Drache di Algor.» La guardò in cerca di un suggerimento. «Ammiraglio?» tentò, ma Khady scosse la testa. «Uffa. Non me lo ricordo.» «Governatore.» «Ma tutti lo chiamano ammiraglio, perché nel mio nome dev’essere messo diverso?» «Perché essere governatore è più importante che essere ammiraglio e siccome se ne può scegliere solo uno si mette quello che vale di più.» «Quindi granduchessa vale di più che capitano?» «Sembra di sì.» «Ma anche te tutti ti chiamano capitano.» «Eh già.» «E governatore vale più che… com’è marito di una granduchessa?» «Nobile consorte dell’impero.» «Tutta quella cosa lì?» «Tranquillo, anche se tuo padre smettesse di essere governatore diventerebbe ammiraglio. Non credo che lo userà mai nessuno.» «Perché ammiraglio vale di più?» «Esatto. Vogliamo andare avanti?» Khady fece riapparire la scritta e Soylem riprese a leggere. «Figlio cadetto del sangue di Crym, discendente di Belü di ramo dorato, progenie dei signori di Algor, duca.» «Hai capito qualcosa?» Soylem scosse la testa. «Va bene. L’ultima parola sai cosa significa?» «Duca? Che sono figlio tuo?» «Esatto, quello è il tuo titolo, come granduchessa per mamma o governatore per papà. Ed è sempre l’ultima cosa che devi mettere.» Soylem annuì. «E tutta la parte in mezzo? Non ci riuscirò mai a ricordarmela.» «Vediamo. Ah, ecco: Belü sai chi è, giusto?» Soylem la guardò interdetto. «Ma come? Che libro c’è sulla tua scrivania?» «Belü, il piccolo principe delle steppe» disse nella lingua di Elmà, com’era scritto sulla copertina. «Ma è una storia per bambini.» «È esistito davvero e da grande è diventato un re.» «Sul serio?» Soylem sgranò gli occhi. «E sua madre era davvero una strega e vivevano in un castello e faceva le magie?» «Più o meno.» «E che ci fa nel mio nome?» «Perché è il nostro bis-bis-bis, tanti tanti bis, nonno.» «Ma i nonni sono vecchi. E i bis-bis-nonni anche di più.» «Anche loro sono stati bambini prima di diventare vecchi.» Soylem la guardò perplesso. Tornò a leggere. «Ma quindi tutti questi pezzi sono dei nostri bis-bis-tanti bis-nonni?» «Sono le nostre tre famiglie: Crym, la famiglia imperiale e Algor.» «La famiglia imperiale è quella di Belü?» «Sì.» «Quindi anche lui è diventato imperatore, come il nonno?» «È stato tanto tempo fa, si diventava re, non imperatori.» «Tanto tempo fa?» «Più di mille anni. Non c’erano viaggi spaziali, né i tram, né i telefoni, né niente di tutte queste cose.» «E lui dove stava?» «Su Mund, non l’hai letto sul libro? Sai cos’è Mund, no?» «Sì, è dove stanno la nonna Kira e il nonno. Ma il castello di Belü è a Kambaya, non a Elmà dove stanno loro.» «E il papà di Belü dove sta?» «A Bukara.» Khady aprì una cartina sullo schermo. «Guarda: qui c’è Elmà, questo puntino qui. E Bukara invece è quassù.» Khady fece scorrere la cartina verso nord-est. «Quassù» proseguì Khady «ci sono le steppe e i grandi fiumi. Grandi distese di erba e acqua. Freddo e vento. E d’inverno la neve. Tanta neve, tutto si gela e si cammina sul ghiaccio.» «Tu ci sei stata?» Nilüfer entrò in quel momento e andò a sedersi al suo tavolo senza dire una parola. «Va tutto bene?» le chiese Khady. «Sì» rispose. Era più malinconica del solito. «Devo solo finire di leggere una cosa.» Soylem tirò Khady per un braccio. «Mi ci porti?» «Dove?» «Al castello di Belü.» Khady fece fatica a comprendere cosa chiedesse Soylem: l’ingresso di Nilüfer l’aveva distratta. «Non c’è più. Ma si può andare a Bukara.» «E ci sono anche i cavalli e i falchi come nella storia?» «Sì, ma se ti piacciono cavalli e falchi, è a Crym che bisogna andare.» Khady spostò un po' più a sud la cartina. «I miei compagni non ci credono che si può salire su un cavallo come si fa coi kay-mesiteré» disse lui imbronciato. Khady gli accarezzò la testa. Amava Algor, era casa sua, dove aveva vissuto fin da piccola. Però capiva bene le difficoltà dei suoi figli: chi più chi meno, ognuno di loro era portatore di una cultura diversa, che era quasi impossibile far comprendere a un algoriano. Africa era un pianeta dominato dai sauri, tutto girava attorno a loro: per esempio, c’erano decine di specie di uova e centinaia di modi per prepararle e conservarle; ma il latte era un alimento sconosciuto, e far capire a un algoriano che nel resto dell’impero c’era chi mangiava formaggio era un’impresa. «Riprendiamo? Eravamo rimasti a Crym.» Soylem riprese la scritta col suo nome. Si era messo in ginocchio sulla sedia ed era semi-sdraiato sul tavolo, attirando tutti i pesci dell’animazione di Khady.
  11. Le comunicazioni interstellari erano complicate. Si potevano mandare messaggi asincroni, come delle lettere o delle foto, che impiegavano qualche ora a raggiungere il destinatario. Oppure si poteva richiedere l’apertura di un canale: era necessario non solo che i due estremi si mettessero d’accordo, ma anche che fosse richiesto l’uso di tutti i ripetitori lungo il percorso che il segnale avrebbe fatto attraverso lo spazio, un processo che in parte veniva svolto ancora a mano, da tecnici specializzati, per via delle instabilità a cui era soggetto. Era una forma di comunicazione molto costosa, appannaggio delle amministrazioni pubbliche, delle forze armate e di pochi ricchi. Dalla scrivania Drache attivò la parete alla sua destra, con somma gioia dei draghetti che ci si trasferirono in massa, e si mise ad aspettare su una poltrona. Non ci volle molto prima che il suo sistema e quello di Kira iniziassero a interagire: lo scambio di informazioni necessario a stabilire la comunicazione era nascosto agli utenti, che vedevano solo le animazioni dell’uno e dell’altro che si mescolavano. Il desktop di Kira rappresentava lo spazio profondo e per prima cosa il monitor divenne nero, poi apparvero le stelle e i draghetti si misero a volare intorno ai pianeti, a fare surf sugli anelli sollevando polvere o a giocare a palla con i satelliti. Lo schermo divenne più chiaro; comparve uno stormo di draghi maggiori che portò via i pianeti e le stelle e scacciò tutti i draghetti, rivelando il volto di Kira sorridente dall’altra parte. Due cose tradivano l’età di Kira: i capelli completamente bianchi e, ma per questo bisognava conoscerla, l’aria pacata che le era venuta con gli anni, quell’atteggiamento tranquillo che ha chi ormai non riesce a stupirsi di nulla. Per il resto era la donna affascinante ed energica che era sempre stata. Era seduta su una poltrona, in una stanza poco illuminata, con in mano una tazza di tè caldo. Indossava i pantaloni pesanti e il maglione della divisa invernale. Tutto rigorosamente color carta da zucchero. «So che Soylem ti ha mandato un’altra ispezione» gli disse. Lui annuì. Kira era una delle poche persone che chiamava l’imperatore per nome. «Già» proseguì lei. «Da che è arrivato il freddo si è incupito. È periodo di caccia e… devi convincere Khady a parlargli di nuovo.» Drache rise. «Convincere e Khady non possono stare insieme nella stessa frase.» Anche Kira rise, ma in modo triste. «Per favore. Soylem è intrattabile e non lo è solo con Algor.» «Posso provarci, ma so già che mi dirà di no.» «Fa pressione su Naime e su Auxen, e spesso anche su di me. E quando si rende conto di cosa sta facendo, si chiude nel suo studio e passa le giornate lì dentro senza ricevere nessuno.» «Almeno non fa danni.» Kira lo fulminò con lo sguardo: era una frase che poteva costare molto cara e che a lui veniva graziata solo in virtù di un’amicizia quarantennale. Drache alzò le braccia. «Kira, non riesco a dare torto a Khady, neanche se mi impegno. Sinceramente, è solo perché è l’imperatore che stiamo qui a parlarne. Quello che è successo tra loro non ho idea di come possano fare a superarlo.» Kira distolse lo sguardo. Drache capiva quanto fosse difficile la sua situazione: non erano certo le pressioni su Naime e Auxen o i piccoli dispetti come le ispezioni che la preoccupavano. La verità era che Khady era sua figlia e l’imperatore era l’uomo che amava e non avrebbe mai smesso di cercare di rinconciliarli. «Si incupisce se gliene parlo» cercò di spiegarle. «Non mi dice nulla, ma so sempre quando Khady sta pensando a lui: si chiude e per un po' è come se non esistesse più nient’altro che i suoi pensieri.» Quando il sole andava verso il tramonto, sul palazzo-ponte si accendevano le luci all’ultimo piano e rimanevano aperti solo pochi bar e ristoranti: la maggior parte degli algoriani, che abitasse nella città alta sopra la scogliera o vicino al porto e alle spiagge, preferiva svagarsi altrove. Rimanevano i soldati e i funzionari che non erano di Algor; e che molto di rado si avventuravano altrove. Il governatore era l’unico algoriano che abitava nel palazzo-ponte. Nonostante i buoni propositi, come ogni sera si ritrovò a uscire che era già buio. Salì fino al giardino pensile sopra il tetto. Lassù poteva vedere, dietro gli alberi e i cespugli, la striscia rosso-violacea all’orizzonte, quanto restava del tramonto. C’erano due cose che avrebbe desiderato: un bel viaggio per mare sullo yatch, con Khady e tutti i loro figli. E tre giorni alla casa sulla scogliera, dove abitavano prima che diventasse governatore, lui e lei da soli, senza figli né impegni; né imperi. Ma non aveva avuto un solo giorno di vacanza in quattro anni e non se ne prospettavano molti in futuro. Eppure si sentiva felice quando, superata la siepe in fondo al giardino, entrò in casa. Si tolse le scarpe appena passata la porta e le mise nel guardaroba. L’open space dava l’impressione di essere basso, ma in verità era molto ampio. Quattro divani accoglievano chi entrava e a destra una parete nascondeva la cucina, seguita da una grande tavola apparecchiata. In fondo, prima della porta che portava alle camere, c'era il suo pianoforte a coda. La parete opposta all'ingresso era di vetro e si vedevano il giardino e la piscina. Come ogni sera, erano tutti là fuori. Tranne Khady, sul divano col più piccolo dei suoi figli, un diavoletto biondo di nome Soylem. Il piccolo alzò la testa e gli mostrò la faccia tutta impiastricciata. «Mamma, lo dici tu a papà che io non volevo davvero che tu e lui non ci foste più?» «Sono convinta che lo sa già.» Drache si sedette sul divano davanti a loro. Non riusciva a capire quale fosse la tragedia di quella sera, ma lo sforzo che stava facendo Khady per non scoppiare a ridere lo tranquillizzava. «È vero, no?» Khady si rivolse a lui. «Lo sai che Soylem non voleva davvero che morissimo?» «Sì. Ho la ragionevole certezza che i miei figli non mi vogliano morto.» «Anche perché» intervenne Khizr, il fratello più grande «non servirebbe a niente.» Khizr aveva diciotto anni ed era un ragazzo alto coi capelli castani. Non aveva preso solo il nome dall’ammiraglio Khizr, il nonno di Khady: per un attimo, nella penombra, il modo di camminare e la voce del ragazzo avevano dato a Drache l’illusione che il suo vecchio mentore fosse resuscitato. «Prima di tutto, è la mamma quella che dovrebbe morire» proseguì Khizr. «A uccidere papà non ti risolvi nessun problema.» Soylem fissava il fratello spaventato. «Ma non basta che muoia: bisognerebbe che il nonno si incazzasse di brutto e decidesse di tagliarle la testa e che noi non siamo più figli suoi e…» Il bambino scoppiò di nuovo a piangere. «Gran bel risultato» disse Drache. «Ma è la verità.» «Sarà» riprese Drache, «ma eravamo riusciti a calmarlo prima che intervenissi tu.» Khizr scosse la testa e cercò con lo sguardo da sua madre una comprensione che non trovò. Sbuffò e si mise in ginocchio davanti a lei, posando la mano sulla schiena di Soylem. «Dai, piccolo, non fare così. Puoi sempre impararlo il tuo nome.» «Ma è difficile.» «Eh, lo so. È toccato anche a me. Ce l’abbiamo fatta tutti, puoi farcela anche tu.» «Ma voi siete grandi.» «Ma l’abbiamo imparato da piccoli.» Soylem si asciugò gli occhi e prese il fazzoletto. Così era quella la grande tragedia: al piccolo Soylem, chissà poi per quale motivo, era richiesto di sapere l’intero nome, una sfilza di titoli di tre righe pieni di termini incomprensibili per un bambino. Era stato un evento, e in un paio di occasioni un vero dramma, per ognuno degli altri cinque figli. Khizr, che ora era qui fiducioso e tranquillo, a suo tempo si era sdraiato per terra rotolandosi sul pavimento, dichiarando che si sarebbe chiuso nella sua stanza e non ne sarebbe uscito finché non l’avessero espulso dalla famiglia imperiale. Incrociò lo sguardo di Khady, che mimò un maestra idiota con le labbra. L’unico pensiero che rimase a Drache era che amava la moglie e i figli ed era felice che preoccupazioni di quel tipo avessero spazio nella sua vita.
  12. Vinicio Dolfi

    Esperienza di Presentazione.

    Vorrei parlare della mia prima esperienza di presentazione del mio libro; a dire il vero, non è la prima in senso cronologico, ma la prima sostanziale. Io ho pubblicato con un piccolo editore emergente con il quale ho un' ottimo rapporto. Non ho mezzi per promuovere il mio libro, e io stesso di copie ne ho acquistate poche non potendo fare di più. Tuttavia, due mesi dopo la pubblicazione ottengo una importante recensione su una rivista scientifica online di alto livello. Questo mi sprona a tentare una presentazione; la faccio in una piccola libreria, ma non viene gente. Tento di farla in biblioteca, ma non me la accettano con la motivazione che l'ho già fatta e non vogliono replicare eventi. Prendo allora accordi con un'associazione di astrofili, diretta da astronomi professionisti, che opera nell'ambito del Museo della Scienza di una città vicina. Nel frattempo scrivo un secondo libro che invio all'editore. Dopo 7 mesi di trattative, la presentazione si tiene infine in una sala adiacente al Museo; mi assiste un giovane astrofisico. E' prevista al termine della serata l'osservazione della Luna. Viene fatta pubblicità online. Una mia amica viene da lontano per assistere; ma interviene il maltempo di questo Maggio strano. Non sarà possibile osservare il cielo, quindi viene meno gente del previsto. Saranno stati, oltre ai miei 4 amici che già hanno preso il libro, una decina di persone. Le 15 copie del libro per la presentazione mi vengono fornite dall'editore tramite un accordo extracontrattuale. Io mi sono preparato un discorso che ho memorizzato; sono eccitato ma anche timoroso perchè io, per tutta la vita, sono stato un timido. Comincio a parlare a briglia sciolta. Molto sciolto. Sicuro, anche perchè con il proiettore negli occhi non vedo le facce dei presenti. Resto un pò indeciso quando l'astrofisico interviene, interrompendomi, per frami cambiare argomento. Ma non ho difficoltà a cambiare argomento, almeno per i primi cambi. Parlo in modo fluido. Ad un certo punto vengono proiettate le diapositive. Discuto con l'astrofisico. Verso la fine, con gli ultimi argomenti, la cui agenda viene decisa sempre dall'astrofisico, mi sembra di essere un pò incerto, un pò meno efficace, anche se i miei amici dicono di no. Non ho mai parlato così a lungo in pubblico fino a quel momento; soprattutto, non con quella sicurezza. Anche l'astrofisico è alla prima esperienza in questo campo. Concludo, dopo l'ultima dritta dell'astrofisico, con parole diverse da quelle che avevo previsto e forse pure un pochino più incerte ma che comunque arrivano a focalizzare i concetti che voglio trasmettere. Alla fine l'astrofisico chiede se ci sono domande del pubblico e se qualcuno vuole può comprare il libro. Io dico "Si, se avete domande fatele". Non aggiungo altro però. C'è solo una domanda. Un signore, che poi andrà pure a vedere il libro ma senza comprarlo, chiede se nel libro c'è tutto quello che viene descritto. Io dico di si, che ho voluto combinare insieme romanzo e riflessione storico-filosofica, senza descrivere come. Questo lo spiega parzialmente l'astrofisico che interviene nella risposta. Non essendoci altre domande, l'astrofisico dichiara chusa la serata, e a mio modo lo fa in modo un pò brusco perchè la gente resta per un pò immobile sulle sedie, con aria meditabonda, e lui ripete che è finita. Credo dipenda dall'inesperienza di questo giovane scienziato a cui comunque io devo molto. Copie vendute: zero. Il giorno dopo lo dico all'editore il quale mi dice che le posso tenere per gli eventi futuri. Io e i miei amici stiamo infatti tentando di organizzare altre presentazioni. Ecco, loro, i miei amici, mi dicono che ho fatto bene; tuttavia io, a causa della mia timidezza (che in me è sempre stata forte, anche se adesso meno di alcuni anni fa) credo di non essere stato del tutto coinvolgente con il pubblico. Magari, qualcuno mi ha detto che sono "un'enciclopedia umana". Certo, immagino che potevo fare di più; devo guardare avanti e la prossima la farò ancora meglio. Il maltempo ha contrastato sicuramente l'evento.
  13. Prologo Capitolo 1. Prima parte Su tutta Africa, il pianeta che si ospitava Algor, c’erano solo due isole abitate, separate da un braccio di mare molto sottile. Gli altri continenti erano dominio incontrastato di varie specie di sauri, così come buona parte degli oceani. Il cuore della città era il palazzo-ponte, costruito nel punto in cui entrambe le isole arrivavano a strapiombo sullo stretto con una scogliera. Khady uscì dall’accademia e si incamminò sulla strada pedonale, tenendosi vicina al parapetto. I veri abitanti di Algor si riconoscevano perché non erano per nulla impressionati dal salto di cento metri sotto di loro e non notavano neanche più i tiranti che sostenevano la campata a intervalli di venti metri, così spessi che ci sarebbero volute tre persone per abbracciarne uno. Avrebbe potuto prendere il tram, dall’altro lato dell’edificio, ma era ancora presto e ora che si avvicinavano all’autunno la temperatura più fresca invitava a stare all’aria aperta. Arrivò comunque in anticipo all’eliporto e, con sua somma sorpresa, scoprì che qualcuno aveva prenotato una lezione. Algor non aveva molte risorse, a parte la sussistenza data dalla pesca e dall’allevamento dei mesiteré, specie di dinosauri simili agli struzzi. La vera ricchezza di Algor era l’astroporto e le sue flotte dedite a commerci più o meno leciti dentro e fuori l’impero; e alla guerra. In quel mondo essere un pilota significava volare nello spazio: il volo in atmosfera con un elicottero era considerato poco più di un eccentrico passatempo. Difatti, l’allievo che la stava aspettando era un soldato del reggimento di stanza ad Algor, un sergente di nome Donio che teneva la divisa perfettamente abbottonata e la salutò scattando sugli attenti e strappandole un mezzo sorriso. «Bene, sergente» gli disse Khady nella lingua di Elmà, «vedo che ha chiesto un corso per il brevetto da istruttore di primo livello.» «Sì, signora. Mi hanno detto che solo lei può tenere quel tipo di corsi qui ad Algor.» Khady annuì. L’accento che aveva le era familiare. «Viene da Terovesh, sergente?» «Sì, signora» rispose lui. «Come ha fatto a capirlo?» «Ho passato diversi anni a Coimbra» disse lei, perplessa perché proprio in quella città aveva sede il maggior centro di addestramento dell’esercito. «Che ha combinato per venire mandato qui?» Il sergente Donio si guardò le scarpe. «Temo di essere molto in imbarazzo a parlarne, signora.» Khady scoppiò a ridere. «Va bene, sergente. Andiamo a prepararci.» Entrati nell’elicottero, Khady fece accomodare Donio al posto del primo pilota e si sedette in quello del secondo. «Prima di iniziare il corso vero e proprio» disse allacciandosi la cintura «ho bisogno di vedere come vola.» «Sì, signora.» L’elicottero da addestramento era un vecchio apparecchio riadattato, con un touch-screen riconfigurabile per emulare diversi modelli reali. Khady appoggiò il suo telefono alla console per ottenere l’autorizzazione a impostare i comandi. Scelse dal menù un modello base. «Come istruttore di primo livello avrà degli allievi principianti, quindi niente cose sofisticate: decollare, atterrare, volare dritti tra l’uno e l’altro.» «Sì, signora.» «Allora vediamo come se la cava con le cose base.» Prima di togliere il telefono, Khady selezionò un’icona in basso a sinistra e confermò. Tutte le scritte e i simboli sparirono e i comandi diventarono anonimi tasti grigi. Donio la guardò interdetto. «Vogliamo decollare, sergente?» «Io, non so se…» «Sì, fa a tutti quest’effetto i primi dieci minuti. Ma stia tranquillo: le sue mani sanno dove andare.» «E se sbaglio?» «Be’, sergente, dubito che riusciremo a schiantarci a motore spento.» «E quando saremo in volo?» Khady gli sorrise. «Intanto pensiamo ad arrivarci, in volo. Del resto ci preoccuperemo lassù.» L’ammiraglio Drache guardò sbuffando la comunicazione che aveva sul tavolo. «Un’altra volta?» Il consigliere Auxen, governatore generale delle province esterne, gli stava annunciando la quarta ispezione da che era governatore di Algor. Non ricordava ce ne fosse mai stata una nei trentasei anni in cui la carica era appartenuta all’ammiraglio Asa e a lui invece gliene toccava una l’anno. Non che si preoccupasse: ormai sapeva cosa aspettarsi e che non sarebbe emerso nulla di rilevante, però era una gran perdita di tempo che metteva a dura prova la pazienza di tutti. Ma non poteva certo opporsi a una richiesta di Elmà. Si alzò per prendersi da bere. Nell’ufficio del governatore trovavano spazio la scrivania, un divano a tre posti, con poltrone e tavolino da tè, e un angolo bar. Il colore dominante era l’azzurro carta da zucchero, di un tono più scuro rispetto a quello delle divise, intervallato qua e là dal bianco crema e dal legno chiaro. La prima volta che Drache era entrato in quell’ufficio lo stavano ancora costruendo: il palazzo-ponte era solo uno scheletro d’acciaio e lui era un giovane capitano al seguito dell’ammiraglio Khizr, il signore di Algor. Tirava vento ed erano al terzo piano, faceva quasi freddo. La parete dietro la scrivania era di là da venire, e così la scrivania, il resto della mobilia, il pavimento di marmo, la porta in vetri oscurabili che lo separava dalla segreteria. Sembrava di essere sospesi nel vuoto mentre camminavano sulle travi spesse due metri con a proteggerli solo una balaustra temporanea. Sotto di loro le onde si infrangevano sui pilastri e l’odore del mare arrivava fin lassù, da dove le barche che servivano il cantiere apparivano piccole come gusci di noce. Drache si risedette. Adesso che non la stava usando, sotto il vetro della scrivania era apparsa una ringhiera su cui stavano appollaiti dei draghi minori. Era un’animazione che usava da anni, ma ancora lo divertiva: ogni tanto arrivava un drago più grande, di solito rosso, e faceva fuggire tutti i più piccoli. Nell’angolo in basso a sinistra comparve una lanterna che ruotava su sé stessa, simile alla luce di un faro. I draghi si spostarono in quella direzione, incuriositi dalla nuova arrivata: Lianna, la segretaria di Drache, cercava di contattarlo. Lui appoggiò la mano e comparvero alcune icone, sempre circondate da draghi impiccioni. Ne tenne premuta una e la parete di fronte a lui da bianco lattiginosa divenne trasparente. Fece cenno a Lianna di entrare. «L’ammiraglio Kira» gli disse lei appena aperta la porta «richiede un collegamento da Elmà per te.» «Quando?» «Dovrebbero aprire un canale tra quindici minuti.» «Di’ pure che me la passino qui.»
  14. Prologo Capitolo 1. Sei mesi prima, ad Algor Nello schermo a tutta parete della sala riunioni il generale Naime, primo rettore delle accademie militari dell’impero, appariva sconsolato. «Signori, sono sessant’anni che questo trattato è in vigore.» «Cinquantanove» disse l’ammiraglio Lyzr, rettore dell’accademia di Algor. «Saranno sessanta tra quattro mesi.» Naime fece un respiro profondo. «Va bene ammiraglio: cinquantanove. In ogni caso, non pensa che sia ora di adeguarsi?» «Deve capire, generale» Lyzr guardò gli astanti cercando supporto, «che non siamo su un pianeta qualsiasi. Da Elmà non potete pretendere che non ci siano difficoltà.» Khady faceva parte del consiglio dell’accademia di Algor da tre anni e mezzo, ma sentiva discutere della questione da che era bambina. Finché era stata cadetto di quella stessa accademia aveva, come tutti, dato una grande importanza alla cosa, partecipato a dibattiti e persino a un concorso per idee su come risolverla; e ci si era pure impegnata. Ma adesso, a quarantasette anni, pensava che anche solo parlarne fosse una perdita di tempo. E si chiedeva come fosse possibile che gente come Naime, Lyzr o gli altri membri del consiglio si scaldassero così tanto. «Ammiraglio» riprese Naime «vorrei poter dire all’imperatore che l’armonizzazione dell’accademia di Algor è una questione chiusa. Ultimamente è molto interessato all’argomento.» L’ammiraglio Lyzr spostò lo sguardo verso di lei. Khady scosse la testa: erano sessant'anni che se ne discuteva, e proprio ora l’imperatore sentiva questa urgenza? «E l’ammiraglio Kira cos’ha detto?» rispose Lyzr. «Lei non può non sapere quali siano gli ostacoli.» Con questo richiamo di Lyzr, il quadro familiare di Khady era completo: l’ammiraglio Kira, seconda consorte imperiale, era sua madre. In momenti come quelli sentiva il fastidio che il padre potesse portare a tali livelli il dissidio personale tra loro due. «La principessa Kira ha detto, in effetti, di considerare la questione chiusa, visto che il problema del calendario è marginale. Ha proposto un emendamento al trattato.» «Ma?» «Ma l’imperatore» Naime si rivolse a Khady «ha detto che sperava che la presenza di sua figlia nel consiglio dell’accademia di Algor potesse portare a una soluzione che non comportasse di emendare alcunché.» Quando Algor si era sottomessa all’impero, una sessantina di anni prima, buona parte del trattato aveva riguardato l’ingresso della flotta di Algor nelle forze armate imperiali: del resto era l’unica cosa che Algor avesse da offrire. L’armonizzazione dell’istruzione militare era stato e continuava ad essere un punto delicato, per questioni certo più rilevanti di quella che si discuteva quel pomeriggio. Tuttavia, almeno formalmente, l’accademia di Algor si comportava come tutte le altre dell’impero: insegnava gli stessi argomenti e diplomava gli stessi ufficiali e sottufficiali. Tranne un piccolo particolare, che era quello in discussione quel giorno: le lezioni ad Algor iniziavano da sei a dieci giorni prima e terminavano tre o quattro giorni più tardi delle altre; e c'erano delle festività diverse. «Può dire a mio padre, generale...» Khady era intervenuta senza aspettare che Lyzr la invitasse a parlare, ma all’ultimo si trattenne dal dire quello che pensava. «Parlerò con mia madre, generale. Sempre, ovviamente, che a lei e all’ammiraglio Lyzr e al consiglio vada bene.» Naime annuì e anche Lyzr. Ci furono parecchie alzate di spalle tra gli altri, ma per lo più approvarono. Chiusa la conversazione con Naime, Khady si alzò e andò alla finestra. Il cielo era azzurro e senza nuvole. Erano al secondo piano del palazzo-ponte e il mare, che si trovava un centinaio di metri sotto di loro, era nascosto dalla strada. Sulla balaustra si erano appollaiati due draghi minori, un tipo di pterosauro molto comune ad Algor: avevano un’apertura alare di poco meno di un metro, il becco lungo e appuntito, e una cresta ossea che partiva dagli occhi e arrivava fino a dietro la testa. Il piumaggio era di solito blu, ma quello di uno dei due tendeva più al verde. Quest’ultimo si alzò in volo, cabrò e si lanciò in picchiata sparendo sotto il ponte, presto seguito dal compagno. Era una bella giornata per volare. «Finiamo?» disse la voce di Lyzr alle sue spalle, questa volta in algoriano. Khady si voltò e tornò al tavolo. Dismessa la lingua di Elmà, con tutti i suoi formalismi e difficoltà, i componenti del consiglio dell’accademia si spogliarono anche dell’atteggiamento e delle giacche che un colloquio col generale Naime imponeva. Khady li imitò, mise la sua alla spalliera della sedia e sbottonò colletto e polsini arrotolando le maniche della camicia. «Pensi che tuo padre continuerà ancora a lungo?» le chiese il commodoro Tarè, uno degli altri membri del consiglio. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme, ma da diversi anni lui mostrava solo ostilità nei suoi confronti. «Cerca solo di infastidirmi.» «Lo so, ma finisce col mettere in difficoltà tutti.» «Se volesse davvero metterci in difficoltà, le sue navi sarebbero qua fuori e non staremmo a discutere di idiozie come il giorno in cui cominciano le lezioni in accademia.» «Era una questione morta e sepolta prima che tu entrassi in consiglio.» «Basta così» lo interrupe Lyzr. «Ne discutiamo ogni volta e ogni volta arriviamo alla stessa conclusione: non gliela possiamo dare vinta così facilmente. Sapevamo che sarebbe successo già da prima che Khady entrasse nel consiglio. E sono d’accordo: finché l’imperatore si limita alle idiozie rimane innocuo.» «Secondo me» intervenne l’ammiraglio Noburo, «dovremmo mandargli un biglietto di ringraziamento.» Noburo, che aveva ben più di novant'anni, era consigliere dai tempi della fondazione dell’accademia. Sorrise a Khady e lei ricambiò. «Se ogni tanto non ci facesse qualche dispetto» proseguì «finiremmo col cadere nella noia e nell’ozio.» «Potrebbe non essere così male» gli rispose Lyzr. «Vorresti un governatore nominato da lui?» «Assolutamente no.» «Vedi, se l’imperatore fosse sempre carino e gentile magari daresti una chance al suo governatore. Invece così ti ricordi sempre perché pretendiamo di sceglierceli da noi. Lo fa per il nostro bene.» Ci furono delle mezze risate. «Quanto a entrambe le questioni, sapete come la penso: Khady è qui e non si tocca; e per il calendario basta che la tiriamo in lungo come al solito e si stuferà da sé.»
  15. "Se il diavolo non esiste, ma l’ha creato l’uomo, l’ha creato a sua immagine e somiglianza." Fëdor Dostoevskij Titolo: "ARMA INFERO – Il risveglio del Pagan" Autore: CARTA Fabio (alias Phabyosh su WD) Editore: Inspired Digital Publishing Data di uscita: 21 settembre 2018 ISBN: 9788894182033 Genere: Fantascienza (sub: distopico, military sci-fi, hard sci-fi, space opera, planetary romance) Prezzo: € 1,99 (€2,49 su Google Playstore) Formato: ebook (ePub, Mobi) Pagine: 700 ca Link: https://amzn.to/2DmGJWk SINOSSI: "Il Martire Tiranno era venuto per salvarci, noi poveri, miserrimi sconnessi; e non si sarebbe fermato davanti a nulla. Ci avrebbe redento, tutti quanti. O tutti quanti saremmo morti." I tempi della cavalleria di Dragan sono finiti, le sue ultime vestigia seppellite dalle ceneri radioattive di una guerra infinita. Il logoramento in trincea è quanto resta al glorioso esercito della Falange, la desolazione di una nazione distrutta è ciò che accoglie al ritorno Lakon e Karan. Nell'agonia di un'umanità contaminata nel corpo e nella mente, esiste solo un modo per ribaltare lo stallo della guerra civile e ridare slancio alla santa corsa alle stelle, verso lo spazio, dove la salvazione attende i fedeli del Martire Tiranno. Ma il valore dei nuovi ulani volanti non può bastare: solo l'antico potere nascosto dello zodion può riuscirvi. Lakon lo sa. È finalmente giunto il tempo che il Pagan si risvegli. SULL'AUTORE: Fabio Carta, nato a Roma nel 1975, appassionato di fantascienza ma anche dei classici della letteratura, come i romanzi del ciclo bretone e cavallereschi in generale; laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha sviluppato uno spiccato interesse per le convulse vicende che dall'evo moderno alla contemporaneità hanno visto le evoluzioni, gli incontri e gli scontri tra i popoli e le culture. Ha esordito nel 2015 pubblicando il primo volume della saga fantascientifica "Arma Infero" con la Inspired Digital Publishing che a oggi conta tre romanzi: Il Mastro di Forgia nel 2015, I Cieli di Muareb nel 2016 ed Il Risveglio del Pagan nel 2018. Per la Delos Digital ha scritto poi un racconto lungo intitolato "Megalomachia" unitamente alla finalista del premio Urania 2016, Emanuela Valentini, della cui amicizia si fregia come una medaglia. Ha avuto inoltre l'onore di partecipare con diverse, importanti firme della fantascienza italiana – tra cui Dario Tonani, il pluripremiato autore di Cronache di Mondo9 – all'iniziativa "Penny Steampunk" del 2016 da cui è nato un volume di racconti fantastico weird a tema steampunk a cura di Roberto Cera (ed. Vaporosamente). Infine ha pubblicato nel 2017 il romanzo cyberpunk "Ambrose" per i tipi di Scatole Parlanti.
  16. ilmandala***

    Il Mandala del Baku - Marco Melis

    Titolo: Il Mandala del Baku Autore: Marco Melis Autopubblicato: Youcanprint ISBN: versione cartacea 978-8827831373; versione ebook 9788827834930 Data di pubblicazione (o di uscita): 12 giugno 2018 Prezzo: versione cartacea 12,75 €; versione digitale 5,99 € Pagine: 192 Quarta di copertina o estratto del libro: Andrea Reju è un poliziotto della scientifica. Durante l'analisi di una scena del crimine comprende improvvisamente che qualcosa al di là della materia vuole comunicare con lui. Inizia un percorso di risveglio interiore che lo porterà a viaggiare in cerca di risposte. L'esoterica Torino, la misteriosa Milano, i boschi dell'Emilia Romagna e la magica Sardegna saranno gli scenari a sfondo di incredibili incontri con carismatici personaggi. Da un contattista a uno sciamano, da una sensitiva a un rabdomante, queste saranno solo alcune delle figure che condurranno Andrea verso il suo personale mandala del baku. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/mandala-del-baku-Marco-Melis/dp/8827831371/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1558169717&sr=8-1-fkmrnull
  17. Jonas Abelton

    La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol)

    Immagine di copertina: Titolo: La Finestra sull'Inferno (Hell Patrol) Autore: Alex F. Penni ISBN: ebook (ASIN) B07NDVC4HP, cartaceo: 978-1796204728 Data di pubblicazione (o di uscita): 06/02/2019 Prezzo: ebook 0,99 €; cartaceo 5,16 € Genere: Horror Pagine: 173 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. Link all'acquisto: Amazon ebook Amazon cartaceo Seconda edizione del romanzo già pubblicato col titolo di Hell Patrol per Delos Digital. Dopo l'ottimo riscontro della prima edizione firmata Delos, esce questa seconda autoprodotta con nuova copertina e nuovo titolo principale. Jonas Abelton è tornato...
  18. Ngannafoddi

    Kappalab

    Nome: Kappalab Catalogo: http://www.kappalab.it/4-libri Modalità di invio dei manoscritti: http://www.kappalab.it/content/7-contatti Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.kappalab.it/shop Facebook: https://www.facebook.com/kappalabedizioni
  19. Ngannafoddi

    Cliquot

    Nome: Cliquot Sito: http://www.cliquot.it/ Catalogo: http://www.cliquot.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.cliquot.it/cliquot-contatti/ Distribuzione: Contatto diretto con le librerie Facebook: https://www.facebook.com/CliquotEdizioni/ Non si cercano manoscritti: Cliquot è specializzata nella riproposta di opere del passato dimenticate, e non ha una collana dedicata agli autori emergenti o alle opere nuove. Attualmente non è dunque interessata alla lettura di manoscritti.
  20. Phabyosh

    Ambrose - Fabio Carta

    "Qualsiasi cosa di importante e significativo troverete in queste pagine, voi l’avrete letta. Perché io non l’ho scritta." FC Titolo: Ambrose Autore: Fabio Carta Casa editrice: Scatole Parlanti Collana: Mondi ISBN: 978-88-3281-027-1 Data di pubblicazione: 07 giugno 2017 Formato: cartaceo 16x22 Prezzo: 15,00 € Genere: fantascienza Pagine: 212 Link all'acquisto: http://www.scatoleparlanti.it/mondi/ambrose/ Quarta di copertina: Controllore Ausiliario – CA – è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo. Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio. L’infelicità di CA – figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri – subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose. Un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili. Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte. L’autore: Fabio Carta, classe 1975, è appassionato di fantascienza e dei classici della letteratura. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha al suo attivo la saga fantascientifica Arma Infero, una serie che a oggi conta due romanzi (Il mastro di forgia, 2015 e I cieli di Muareb, 2016) e il racconto lungo Megalomachia (Delos Books, 2016), scritto unitamente alla finalista del premio “Urania 2016”, Emanuela Valentini. Ha inoltre partecipato con importanti firme della fantascienza italiana all’iniziativa benefica Penny Steampunk (2016), da cui è nato un volume di racconti fantastico-weird a cura di Roberto Cera.
  21. Cappello di Meringa

    2001 Odissea nello spazio, Arthur C. Clarke

    2001 Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke  Quando un enigmatico monolite viene trovato sotto la superficie lunare, gli scienziati non immaginano che quell’antico e straordinario manufatto abbia più di tre milioni di anni né che, una volta riportato alla luce, cominciasse a inviare un potente segnale indirizzato verso l’orbita di Saturno. Che cos’è veramente quel monolite? A chi è rivolto quel segnale? Per scoprirlo, la nave spaziale Discovery parte alla volta di Giapeto, satellite di Saturno. I membri dell’equipaggio, scelti tra i migliori cosmonauti, sono assistiti nella loro missione da Hal 9000, cervello e sistema nervoso dell’astronave, un computer potentissimo capace di riprodurre i meccanismi della mente e dotato di una propria coscienza. Una macchina perfetta, fin troppo umana, tanto da essere soggetta a nevrosi e impulsi omicidi. Starà ai membri dell’equipaggio far sì che Hal 9000 non li coinvolga nella sua follia digitale: in gioco c’è la possibilità di entrare in contatto con entità sconosciute e insondabili, a cui il monolite appartiene e che potrebbero essere all’origine della civiltà stessa. Uno dei romanzi più significativi del Novecento, che ha delineato luoghi e tempi prima sconosciuti, divenendo la pietra miliare della fantascienza. La discussione sarà aperta il: 1 Aprile 2019 Perché può essere interessante leggerlo insieme: è un classico della fantascienza e per chi ha visto l'omonimo film è un modo per completare l'opera. Per iscriversi al gruppo: collegamento alla proposta Partecipanti che hanno già aderito: @Mirtillasmile, @Emy, @Talia, @Ragno, @Purrpendicular, @camparino, @SeeEmilyPlay, @Luca Morandi - Aratak, @MariaCarla, @swetty, @Alexander91, @Cappello di Meringa (Copertina e IV di copertina tratte dall'odierna edizione Fanucci)
  22. Ormai abitavo in questo appartamento a Milano da almeno tre settimane, ero arrivato qui il quattordici di settembre nel tardo pomeriggio e partendo da Firenze di mattina presto. Ero venuto qua molto prima perché le mie intenzioni erano quelle di abituarmi subito alla solitudine e anche perché ero stufo di vivere con Lucius, mio nonno. Persino mia sorella più piccola, Laura, ormai viveva sola, a Londra, da due anni e lei ne aveva solo ventidue cioè quattro meno di me. Fino all'ultimo mio nonno aveva tentato di ostacolarmi, di impedirmi di andare all'Accademia di Brera e sopratutto di vivere a Milano. Di sicuro voi starete pensando al motivo che probabilmente poteva essere la lontananza o la difficoltà con cui Lucius avrebbe dovuto affrontare la mia assenza. Ma invece, sotto quella stupida apparenza affettiva, c'era qualcos'altro e molto più losco, ma preferisco parlarne di seguito. Ogni cosa a suo tempo. Ero venuto prima anche perché per entrare all'accademia era necessario superare un test d'ammissione che si sarebbe svolto due giorni dopo. Fortunatamente, anche se non avevo studiato le arti come si deve, a casa avevo accumulato una collezione di libri su tale argomento e ciò che avevo letto in quegli anni me le ero ricordato alla perfezione e, molte volte, ero riuscito a trasformare la teoria in pratica. Comunque ce l'avevo fatta, avevo passato quell'ostacolo e, fra i cinquanta che ebbero la stessa dose di fortuna, l'avevo superato come quinto. Non male dal momento che non avevo avuto la fortuna di poter sperimentare sempre, a parte le basi. Ora potevo entrare e sviluppare il tutto, affrontare anche la pratica e perfezionarmi al massimo che potevo, anzi andare oltre i miei stessi limiti, come dicevo sempre. Come scienziato e come visionario, sono sempre stato convinto che i limiti non esistano e se un uomo avesse il coraggio e l'ambizione di soffermarsi e di comprendere e di aprire ancor più la mente, metaforicamente parlando sarebbe come far due passi in avanti anziché uno, e raggiungere la fase finale della sua evoluzione, ovvero la metamorfosi da uomo a dio. Io, come uomo senza alcun credo religioso e senza alcun dogma politico o filosofico, confido nel genio della mente umana e nelle mie capacità di logica e ragionamento unite alla volontà di esplorare, scoprire e vedere all'infuori dell'invisibile e di coloro che seguono gli impulsi e il caso. Anche se un dio dovesse esistere, non mi piegherei ai suoi voleri, a costo di perdere la mia lucidità mentale andrei avanti e disobbedirei ai suoi comandamenti per distruggere la mia ignoranza e andare, vedere, creare qualcosa che vada oltre i limiti imposti dal dio e, alla fine, essere il nuovo Messia, un superuomo che mostra il cammino verso il nuovo mondo, verso il futuro. Senza questa esperienza, io non avrei mai potuto credere che questa mia visione si sarebbe avverata. La mattina del sei ottobre mi alzai prestissimo, verso le cinque e mezza, in tempo per vedere l'alba apparire ed espandere il suo fioco bagliore sulla città di Milano. Dopo aver rifatto il letto ed aver sistemato e pettinato la mia coda di cavallo ( si...ho i capelli lunghi), mi recai in cucina per far colazione con la mia marmellata preferita ai frutti di bosco, preparata personalmente qualche settimana prima, e la spalmai sul pane biscottato. Odio fare la colazione al bar perché non mi fido dei loro prodotti e inoltre, non per vantarmi, ma io posseggo una particolare capacità sensoriale del gusto che mi permette di capire immediatamente se un qualsiasi prodotto alimentare sia stato fatto in casa o se invece è di scarsa qualità, anche se non mi servirebbe nemmeno perché lo capirei già dal tatto e dalla vista. Quando faccio la spesa non mi piace comprare tutto ciò che è già pronto, preferisco comprare la materia prima così da poterla esaminare al mio microscopio per vedere se rispetta i parametri della sicurezza. Insieme a quella marmellata io, con la poca forza che avevo appena acquisito dal mio primo pasto, presi e spremetti cinque arance e lasciai che il succo cadesse nel bicchiere e lo bevvi senza mettere lo zucchero. Dopo essermi lavato, tornai nella mia stanza per vestirmi, non fu difficile scegliere dal momento che ho l'abitudine di lasciare i vestiti selezionati su una sedia vicino al letto, almeno così non devo restare un'infinità di tempo con la testa nell'armadio per decidermi. Indossai così la mia camicia bianca e la mia cravatta bordeaux, assieme ai miei pantaloni neri. Prima di andarmene, mi sedetti nuovamente sul letto e puntai il mio sguardo verso il comò, dove vi era una fotografia scattata venti anni fa, protetta da un sottile strato di vetro e da una cornice di mogano. Quella foto era molto importante per me, perché in essa vi era l'ultimo ricordo che avevo della mia famiglia unita, vi erano infatti mia madre Susan White, dai capelli lunghi e castani e gli occhi azzurri e sul collo quel suo profumo lavanda, mio padre Robert Mazzini, figlio di un immigrato italiano della Toscana, forte e rigido ma non abusante, mia sorella Laura che vive a Londra, e mio fratello maggiore Archibald. Era l'unico ricordo rimasto di loro ( a parte Laura, che invece mi telefonava spesso) e mi permetteva di ricordare i loro volti, i loro nomi, la mia vita prima della loro scomparsa. Non erano più in questo mondo da molto tempo, da sedici anni. Persi i miei genitori e mio fratello maggiore all'età di dieci anni, la sera del tredici aprile del 1994. Ero insieme a mia sorella a guardare la televisione quando Lucius, mio nonno, chiamò al telefono fisso di casa alle ore 23.12, risposi io e sentii dall'altro lato della cornetta un'aria deprimente e Lucius che faticava a parlare, e questo insospettii. Quando lui mi comunicò che la mia famiglia non era più tra noi, io caddi nella tristezza e nella disperazione, piangendo e abbracciando mia sorella. Successivamente, gli chiesi come fossero morti ed è proprio da lì che cominciai ad avere dei dubbi. Mio nonno mi disse che se n'erano andati perché mio padre aveva perso il controllo del veicolo finendo così, fuori dal guard rail, facendolo ribaltare, e dall'autopsia era stato confermato che mio padre aveva assunto alcol fuori dalla norma, prima di mettersi alla guida. Quando mi disse queste cose...io non gli credetti, di fatto non gli ho mai creduto. Fu da quel momento che il mio cervello venne martellato da un'infinita di domande senza risposta, chiedendomi il motivo per cui egli mi stava mentendo e questo non fece altro che incrinare di un po il nostro rapporto e sospettai fin da principio che mi stesse nascondendo qualcosa, anche perché non vi fu alcuna notizia riportata sul giornale o sui media televisivi. Anche se a quell'epoca avevo solo dieci anni, avevo già acquisito una capacità di memoria dal momento che conoscevo molto bene le abitudini di mio padre e ciò che era successo prima di quell'incidente. Ho ereditato da lui il vizio del fumo, infatti egli fumava due volte al giorno, precisamente la mattina alle 11.00 e il pomeriggio alle 17.00, due tipi di sigaro: il Montecristo, il suo preferito, al mattino e il Moro, di punta fra i toscani, di pomeriggio. Soltanto di sabato mio padre fumava anche una terza volta e di notte, con il Bolivar, molto apprezzato fra i sigari cubani tuttavia aveva una versione taroccata di quei sigari a causa del monopolio statale a Cuba ( di fatto provenivano da uno stabilimento negli Stati Uniti, a New Orleans). Questo era il suo unico vizio, quello di fumare, ma mai aveva osato toccare un bicchiere contenente qualcosa di alcolico, lui era sempre stato attento a restare lucido e, da quando un suo parente era morto per cirrosi epatica, a vent'anni, aveva smesso completamente di bere. Un'altra cosa che mi insospettii fu che mio nonno aveva menzionato una macchina che era uscita dal guard rail. Io mi chiesi di quale macchina stesse parlando, dal momento che quella di mio padre aveva subito un guasto alla freccia destra tre giorni prima a causa di un atto di vandalismo e quindi era in fase di riparazione dal meccanico, inoltre mia madre non ne aveva mai avuta una e quella di mio fratello Archibald era chiusa in garage. Inoltre scartai l'ipotesi che mio nonno gli avrebbe potuto prestare la sua, dal momento che prima abitavamo negli Stati Uniti e che mio nonno, una settimana prima era venuto in aereo da Firenze, dove viveva ormai da molto tempo. Quel giorno sarebbero dovuti andare a ritirare l'assicurazione del veicolo e avevano preso un mezzo pubblico, ricordavo a memoria questi dettagli e fin troppo bene. Perché mi aveva mentito così? Che cosa mi stava nascondendo? Credevi che io fossi così stupido da non sapere queste cose, Lucius? Centravi forse qualcosa con questo mistero irrisolto? Come mai c'era una così tale assenza di prove da navigare nel buio più completo? Queste erano le domande a cui non riuscivo proprio a dare una risposta, malgrado fossi riuscito da solo a smascherare queste patetiche bugie, e di sicuro non le disse per proteggermi da qualcosa, anzi probabilmente era in corso qualcosa di più serio dal momento che uno degli assistenti del medico ribadii che la morte non era stata provocata da uno schianto. Sette giorni dopo anche quel povero assistente venne trovato morto annegato nei pressi di un fiume. Pensai a quelle domande che mi ponevo da sempre, anche in quel momento, mentre sfiorai lentamente come una carezza, la cornice in legno e poi il vetro della fotografia, fino a quando non la staccai e osservai quel piccolo pezzo di carta, raffigurante la mia famiglia, sulla mia mano per poi dargli un fugace bacio e rimetterlo al suo posto. Alla fine serrai l'uscio dell'appartamento. Dal momento che a me non piace usare la metropolitana o altri mezzi pubblici per spostarmi, ad eccezione dei treni quando ne ho bisogno, sono propenso a camminare o usare la bicicletta e questo era di fatto uno di quei giorni. Scesi in garage e dopo averla trovata, tolsi la catenina, salii sopra e cominciai a pedalare prendendo così aria e facendo anche un po di moto addentrandomi nel quotidiano traffico cittadino che dominava già nella città. Pedalai per mezz'ora fermandomi solo per qualche secondo sul marciapiede per aggiustarmi sul viso gli occhiali, il motivo era che stavo andando controvento e, di tanto in tanto, qualche granello di polvere si posava sulle lenti. Raggiunsi e sorpassai la piazza centrale della città, dando un veloce e fugace sguardo al Duomo in stile tardo gotico che domina sulla città intera e mi affrettai a raggiungere l'Accademia, dopodiché cercai un parcheggio e, una volta trovato, inserii il codice della catenina della mia bicicletta e me ne andai sicuro di me. Vi confido che, anche se non l'avessi chiusa con quella catena, nessuno me l'avrebbe rubata. Per precauzione, infatti, una volta comprata io avevo applicato sui tubi una speciale vernice scura, la cui tonalità di colore ricordava similarmente quello della ruggine; chiunque fosse passato e avesse avuto cattive intenzioni si sarebbe fatto ingannare dalle apparenze e avrebbe pensato, come io volevo fare intendere, che fosse obsoleta e che non fosse altro che un vecchio catorcio da far rottamare e quindi di poco valore, ma in verità l'avevo comprata solo un mese fa. Prima di entrare, io mi precipitai al più vicino tabacchino per comprare un altro accendino ed ebbi la fortuna di poter comprare il numero recente del Corriere della Sera. Non ebbi tempo di leggerlo il giorno prima, ero impegnato a studiare sodo. Non mi ritengo un abitudinario ma per me è necessario dedicare un po di tempo alla lettura del Corriere, così lo posai nello zaino promettendomi che l'avrei letto dopo essere entrato in aula, in attesa dell'arrivo del professore. Entrai nell'Accademia e richiamai la mia attenzione nell'interno di essa. Vi era moltissima confusione fra nuovi arrivati, studenti più anziani e associazioni studentesche che facevano da “sindacato” per matricole e che si davano da fare per i loro stupidi e infantili programmi politici di destra o sinistra, illudendosi davvero di poterli aiutare ma ai miei occhi parve che soffrissero di un deficit dell'attenzione, oltre che una grande e sfrenata ipocrisia di sfruttatori che provocò in me di una sensazione di ribrezzo oltre che disgusto. Quelle opere d'arte che in quel momento ebbi l'occasione di vedere mi diedero un motivo per sorridere, dal momento che finalmente avevo la possibilità di far parte del mondo che, fino a qualche tempo fa, avrei solo potuto imitare e immaginare: quello artistico, la ricerca della bellezza e dell'armonia. Vi giuro che riuscii a fatica a trattenere il mio nervosismo e la mia curiosità e guardandomi attorno, potetti notare quali meraviglie artistiche vi erano per poi permettermi di sognare ad occhi aperti e immaginare di poter creare e interpretare il tutto e di creare un mondo nuovo, come fossi un dio. Creare arte, creare emozioni o anche il nulla, creare il dubbio, creare la vita e la morte, l'ordine e il soqquadro, l'equilibrio e la sua distruzione, creare il tutto...su tela. La prima lezione fu quella di pittura e riuscii a trovare l'aula, così entrai e mi sedetti al terzo posto nella terzultima fila, e già stavo per prendere il giornale per poter leggere quando, ad un tratto il professore entrò e fui costretto a rimetterlo nello zaino. Dopo essersi seduto, senza neanche salutare, egli prese il foglio delle presenze, una delle cose che odio di più al mondo, e cominciò ( come i bambini all'asilo) a fare l'appello. Tuttavia, mentre egli procedeva a ritmo di vecchio trattore di campagna, mi persi un'altra volta nei miei pensieri e, cambiando idea sul rimettere apposto il giornale, lo tirai fuori nuovamente e lo posai sulle mie ginocchia, nessuno mi guardò. Perché questa ossessione? Fra poco lo saprete. Ero così perso nei miei pensieri che non mi accorsi assolutamente che il professore mi aveva chiamato per la terza volta di fila, infatti lo fece nuovamente ma con un tono più deciso – Mazzini! - Alzai la mano e gridai – Presente! - Finalmente, non mi sentiva? - Mi inventai una scusa – No, professore, la sento benissimo. Stavo solo cercando la mia penna perché credevo di averla perduta. - - Come mai sta in terzultima fila e per di più da solo? - Che domanda. Semplicemente volevo stare da solo, ma non potetti dare una risposta simile – Perché c'è la finestra aperta. - Non disse nient'altro e, senza più un secondo da perdere, egli cominciò a introdurre in maniera sbrigativa il corso di pittura con una breve presentazione e con l'assegnazione delle prime fonti, applicai la modalità di registrazione vocale sul cellulare in modo che non potessi dimenticare una singola parola, mentre con la mano sinistra ( sono mancino) fui costretto a scrivere il mio nome su quello stupido, patetico foglio delle presenze: Alan James Mazzini.
  23. micscal

    Trappist Terzo

    Titolo: Trappist Terzo Autore: Michele Scalini Casa editrice: amazon kindle ISBN: B07RB9FV44 Data di pubblicazione (o di uscita): 01/05/2019 Prezzo: 2,99 € Genere: fantascienza, avventura Pagine: 160 Quarta di copertina o estratto del libro: Dopo essersi congedato dalla carriera militare con onore, il maggiore Smith si trova ad affrontare il mondo civile, ma senza riuscirsi. Per anni tenta di adattarsi a quel nuovo stile di vita, che non gli si addice per niente, cambiando svariati lavori e concedendosi periodi di riflessione, quando una sera, durante una rissa in un locale, si imbatte nell’annuncio pubblicitario di una compagnia che organizza colonie su altri pianeti abitabili. Spinto dallo spirito di avventura e affascinato dal progetto, decide di aderire all’iniziativa della compagnia. Inizia, così, il suo viaggio verso quel nuovo mondo, dove vuole costruirsi una nuova vita, lontano dalla Terra e, soprattutto, da quelle guerre che avevano segnato il cammino della sua vita. Con gli altri coloni, costruisce un villaggio, avvia l’agricoltura, contribuisce alla nascita di quell’insediamento umano. Quando tutto procede per il meglio, scopre l’esistenza di insolite creature meccaniche che vivono su quel pianeta, considerato dagli studiosi disabitato. Insieme a quelle creature, trova due civiltà aliene, tiamatiani e “creatori”, in guerra tra loro. A seguito dell’attacco alla sua colonia da parte dei “creatori”, decide di unirsi a tiamatiani, anche loro vittime dei suoi assalitori, per dichiarare guerra a quella civiltà a cui non piaceva dividere il pianeta con altri esseri. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Trappist-Terzo-inizio-Michele-Scalini-ebook/dp/B07RB9FV44/ref=sr_1_1?qid=1556814758&refinements=p_27%3AMichele+Scalini&s=digital-text&sr=1-1&text=Michele+Scalini
  24. mauro longo

    Acheron Books

    Nome: Acheron Books Generi: Fantastico, Fantasy in ogni sua declinazione, Pulp, Weird, Horror, Thriller soprannaturale, Fantascienza Modalità invio manoscritti: https://www.acheronbooks.com/index.php?id_cms=1&controller=cms Sito web: https://www.acheronbooks.com Salve a tutti, Scrivo a nome di Acheron Books e ci piacerebbe presentarci a questa comunità che io stesso (da utente) seguo da anni. Ad Acheron Books ci occupiamo di narrativa italiana di genere e lo facciamo in un modo del tutto nuovo nel panorama del nostro paese: selezioniamo i migliori autori italiani e proponiamo loro contratti d’eccellenza; li guidiamo e formiamo per far loro realizzare opere spendibili all’estero; traduciamo in lingua inglese i libri tramite localizzatori madrelingua; li distribuiamo in tutto il mondo in formato e-book e con il print-on-demand. I nostri titoli sono disponibili principalmente in lingua inglese; una selezione degli stessi è distribuita anche in italiano per il mercato nazionale. Contatti: info@acheronbooks.com Siamo nati da poche settimane, eppure i traguardi raggiunti sono già tanti e le iniziative in cantiere ancor di più! I primi autori che abbiamo proposto al mercato internazionale sono già esemplificativi del nostro modo di lavorare, che coinvolge professionisti già noti e pubblicati, scrittori indipendenti ed assoluti esordienti, purché tutti accomunati da indubbia qualità di scrittura e ottime idee. *Editato dallo Staff, no pubblicità ad autori* Come si diventa autori Acheron? So che questa è forse la domanda più interessante a cui rispondere in questo forum. In questo momento abbiamo un programma di autori e opere schedulato per il prossimo futuro e stiamo ponderando nuovi casi per i mesi successivi, ma non accettiamo proposte e manoscritti. I nostri esperti stanno già scandagliando il mercato editoriale italiano in cerca di talenti noti e meno noti, che abbiano già pubblicato o meno e che siano in grado di realizzare con noi quello che abbiamo in mente. Acheron cerca autori italiani moderni, abili e intelligenti, che ben conoscano l’elevato livello qualitativo dei loro colleghi anglosassoni e siano pronti alla sfida - ma allo stesso tempo orgogliosamente figli della grande tradizione storica, culturale e letteraria italiana che ha radici in opere celeberrime come l’Orlando Furioso e la Divina Commedia. Vi aspettiamo per conoscervi e farci conoscere: sul nostro sito: https://www.acheronbooks.com sul nostro blog: http://bit.ly/1xIjyas sulla nostra pagina facebook: http://on.fb.me/15jJbGB su Twitter: https://twitter.com/Acheron_Books A presto e buona scrittura/lettura!
  25. Torba

    P.A.L.M.O.

    *Racconto cancellato su richiesta dell'utente*
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