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  1. Writer's Dream Staff

    Plesio Editore

    Nome: Plesio Editore Sito: http://www.plesioeditore.it/ Generi valutati: fantasy, fantascienza Invio manoscritti: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=49 Distribuzione: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=102 Facebook: https://www.facebook.com/Plesio-Editore-121575227944615/
  2. Alice Bassi

    Strane Creature - vol. 1

    Titolo: "Strane Creature - vol. 1" Autori: Giovanna Repetto, Davide Schito, Nicoletta Vallorani, Emanuela Valentini, Alice Bassi, Danilo Arona, Joe Hill, Laura Scaramozzino, Andrea Viscusi, Richard Larson Collana: TrueFantasy Casa editrice: Watson Edizioni ISBN/EAN: 8887224390/9788887224399 Data di pubblicazione: 10 ottobre 2018 Prezzo: 15 € Genere: antologia di racconti weird/fantastici/horror/fantascientifici/fantasy Pagine: 236 pp. Quarta di copertina: "È vero che esiste una particolare salamandra in grado di rigenerare intere parti del corpo perdute? È vero. Ed è vero che dopo la seconda guerra mondiale una sgangherata coppia di agenti segreti è stata incaricata di sottrarre l'ultimo esemplare vivente a un folle scienziato nazista, per evitare che nuovi abomini si riversassero sul mondo? Può darsi. È un dato di fatto che i corvi amano banchettare con le parti molli delle carogne, ma è vero che alla fine del tempo degli uomini, quando le città saranno ridotte a grandi cimiteri, un corvo stringerà una strana amicizia con un grosso insetto robotico incaricato delle sepolture? Beh. Chi sono io per dire di no? Quello che avete in mano è il primo di una coppia di volumi in cui venti autori straordinari ci offrono altrettante sorprendenti visioni di confine, venti reinterpretazioni della realtà. A cura di Lorenzo Crescentini" Link all'acquisto: Sul sito dell'editore: http://watsonedizioni.it/prodotto/strane-creature-vol-1-antologia-racconti/ Su Ibs: https://www.ibs.it/strane-creature-vol-1-libro-vari/e/9788887224399 Su LaFeltrinelli: https://static.lafeltrinelli.it/libri/strane-creature-vol-1/9788887224399 Su Libreria Universitaria: https://www.libreriauniversitaria.it/strane-creature-watson/libro/9788887224399
  3. Phabyosh

    Ambrose - Fabio Carta

    "Qualsiasi cosa di importante e significativo troverete in queste pagine, voi l’avrete letta. Perché io non l’ho scritta." FC Titolo: Ambrose Autore: Fabio Carta Casa editrice: Scatole Parlanti Collana: Mondi ISBN: 978-88-3281-027-1 Data di pubblicazione: 07 giugno 2017 Formato: cartaceo 16x22 Prezzo: 15,00 € Genere: fantascienza Pagine: 212 Link all'acquisto: http://www.scatoleparlanti.it/mondi/ambrose/ Quarta di copertina: Controllore Ausiliario – CA – è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo. Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio. L’infelicità di CA – figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri – subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose. Un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili. Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte. L’autore: Fabio Carta, classe 1975, è appassionato di fantascienza e dei classici della letteratura. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha al suo attivo la saga fantascientifica Arma Infero, una serie che a oggi conta due romanzi (Il mastro di forgia, 2015 e I cieli di Muareb, 2016) e il racconto lungo Megalomachia (Delos Books, 2016), scritto unitamente alla finalista del premio “Urania 2016”, Emanuela Valentini. Ha inoltre partecipato con importanti firme della fantascienza italiana all’iniziativa benefica Penny Steampunk (2016), da cui è nato un volume di racconti fantastico-weird a cura di Roberto Cera.
  4. Titolo: L'Ultimo Potere Autore: Mirco Tondi Editore: Autopubblicato con Streetlib Genere: fantasy postapocalittico/distopico Pagine: 486 Formato: ebook ISBN: 9788892521940 Prezzo: € 1,99 Trama In un mondo dominato da demoni e infestato da creature mostruose, il genere umano è sull’orlo dell’estinzione. I sopravvissuti si dividono fra chi ha perso ogni speranza e sopravvive in attesa della morte e i pochi che ancora combattono, sperano e cercano di costruire un futuro diverso. Se il potere necessario per sconfiggere i demoni è alla portata di tutti, non tutti sono in grado di attingervi fino ai massimi livelli. Il viaggio del protagonista lo porterà a incontrare i pochi che ancora combattono, a conoscere i propri limiti e a sviluppare la propria forza fino al duello risolutivo. Contenuti L'autore Immagina un futuro distopico in cui la società si è autodistrutta a causa dei propri difetti ingigantiti fino alle estreme conseguenze. La soluzione per ricominciare daccapo, evitando gli errori del passato, sembra essere rifuggire da ogni forma di organizzazione gerarchica e di potere istituzionalizzato (stato, religione ecc) in favore di una cooperazione spontanea fra gli uomini. Non è chiaro in quale modo dovrebbe avvenire il passaggio dal vecchio al nuovo: l’autore è parco di informazioni in proposito e si dilunga invece nella descrizioni delle cause che hanno portato alla distruzione. Un maggiore equilibrio fra queste due parti avrebbe a mio avviso alleggerito la narrazione e migliorato la credibilità della storia. Vizi, virtù e demoni sono gli elementi essenziali e caratteristici del romanzo che mescola al suo interno riferimenti religiosi oltre a elementi new age, fantastici e distopici in un mix gradevole. Buona la costruzione della trama che non lascia questioni irrisolte. I demoni di questo romanzo non sono entità malvagie arrivate dall’inferno o da un altro pianeta ma la manifestazione dei vizi che trasformano gli uomini. Per sconfiggere i demoni bisogna controllare i propri vizi e conoscere le proprie virtù: questo in sintesi il messaggio che trasmette il romanzo. Purtroppo, il forte messaggio morale che permea la narrazione spesso prende il sopravvento sulla vicenda e diventa pesante. Ambientazione e personaggi Il mondo in rovina in cui si muovono i personaggi è di stampo occidentale e buona parte del romanzo si svolge fra ruderi di città abbandonate descritti con dovizia di particolari. A volte le descrizioni aiutano a far percepire al lettore l’atmosfera, altre, specialmente nelle parti che precedono l’azione e in cui l’autore dovrebbe cercare di far aumentare il senso di attesa, distraggono e rallentano il ritmo. Di norma efficaci, invece, le descrizioni degli scontri. I personaggi sono funzionali alla storia, ma non rimangono impressi per le loro peculiarità e mi è risultato difficile immedesimarmi nel protagonista, o sviluppare affetto o avversione per gli altri personaggi. Questo a mio avviso dipende in parte dall’impostazione che l’autore ha voluto dare alla storia - e può piacere o meno, questione di gusti - ma in parte è l’effetto di una gestione a volte poco accurata dei punti di vista. Stile e forma La scrittura è di norma corretta e con pochi refusi ma con occasionali svarioni grammaticali e parole usate impropriamente. Il ritmo narrativo alterna periodi ben organizzati per lunghezza e struttura ad altri poco scorrevoli e ridondanti. Alcune scelte di organizzazione dei contenuti mi hanno lasciata interdetta: flash back o salti temporali non ben indicati costringono il lettore a fermarsi per collegare e riordinare le sequenze distraendo dalla lettura. Giudizio finale Ho trovato interessante l’idea alla base della storia e anche lo sviluppo della trama, tuttavia a mio parere il romanzo avrebbe bisogno di essere rivisto per riequilibrare e organizzare con maggiore precisione le varie componenti.
  5. Giuliano G.

    Alter Ego: Memorie di un viaggiatore ultracorporeo

    Titolo: Alter Ego: Memorie di un viaggiatore ultracorporeo Autore: Giuliano Golfieri Autopubblicato: Amazon KDP ISBN: 1521594414 Data di pubblicazione: 10/07/2017 Prezzo: Carteceo € 16,00 - Digitale: € 4,99 Genere: Avventura/Fantascienza/Esoterico/Storico Caratteri: 500.000 Quarta di copertina o estratto del libro: Francia, 1745. Un ragazzo si sveglia in un bosco alle porte di Parigi senza memoria del suo passato. Tramite un fortuito incidente, scopre di possedere un inspiegabile potere in grado di farlo trasmigrare nel corpo di altre persone, smettendo di esistere e invecchiare durante la permanenza nei suoi ospiti. Grazie a questa capacità, la vita del protagonista si intreccerà con quella di famosi personaggi dell’epoca e trasformerà il suo singolare dono in una sinistra professione al servizio della massoneria e dei potenti della Francia settecentesca. Un’avventura lunga più di un secolo che in un crescendo sempre più ritmato gli farà vivere in prima persona un'escalation di momenti storici, tra cui la rivoluzione francese. Attraverso viaggi esotici, sesso, amori dannati, amicizie altolocate e nemici potenti che tramano nell’ombra, culminando in un colpo di scena finale Alter Ego racconta uno scorcio su una delle epoche più buie della storia, con un vivo retrogusto esoterico. La realizzazione di Alter Ego ha richiesto un lavoro di ricerca storica di oltre due anni. Molti dei personaggi, anche quelli secondari, sono realmente esistiti e vengono accuratamente raccontati grazie al loro coinvolgimento diretto nella trama, lasciando al lettore il gusto di approfondire i dettagli e scoprire legami e sotterfugi nascosti nel racconto. Link all'acquisto: Versione cartacea: https://goo.gl/TnHUy1 Versione e-book Kindle: https://goo.gl/wTsf53
  6. BramStoker

    Tempesta Eterna

    Era, credo, la notte del 21 Dicembre, anzi, ne sono sicuro, la fredda e umida notte del solstizio d’inverno. Aprendo la finestra che dava sulla mansarda, la mia testa si alzò quasi meccanicamente e si affacciò in alto, ammirando all’orizzonte un lenzuolo di stelle che luccicavano ad intermittenza e si stagliavano per chissà quanti chilometri in quello spazio infinito di puntini eburnei che a me sembrava tanto un mantello di velluto maculato di verniciature biancastre appena fresche. Tutto quello spettacolo mi trasmise un nonsoché di magico; stetti parecchi minuti, incantato da quell’ombra scura del cielo sfavillante, ad osservare come, quelle stelle immobili, non ostentassero alcun movimento. Il cielo quella notte sembrava più luminoso di come io lo ricordavo, e quel teatrino di stelle mi tenne attanagliato alla finestra come un chiodo arrugginito. Mi destò d’un tratto una specie di vento pungente e freddo, che mi picchiò in fronte facendomi svolazzare i lunghi capelli qua e là; sono certo che mi fece trasalire in quell’istante. Quella folata di vento sembrava arrivare da quei reconditi angoli di cielo che io fino a quel momento avevo ammirato ― trascinò con sé uno strano profumo, un profumo di terra, proveniente molto probabilmente dai larghi campi e dalle lunghe distese di prateria giù a nord, e, vivacissimo, attraversò il canaletto del mio naso facendomi conoscere parti di terra dimenticate al buio di quella mirifica notte di seta. Cercai di capire come era stato possibile come quella raffica di vento si fosse alzata tutt’a un tratto, di come, misteriosamente, si fosse liberata in quell’aria che a me sembrava tanto secca e arida. La risposta ancora una volta mi venne dal cielo, che sormontava la terra in tutta quella sua gelante imponenza. Conserti le braccia e mi abbandonai completamente al buio di quella notte. Con la luce della fiamma del candelabro che baluginava dietro la mia schiena, quel cielo sembrava spegnersi. Il vento sciorinò adesso tutta la sua veemenza, facendo danzare irrequiete le foglie degli aranceti e della gramigna che poco d’allora dormiva sotto il peso greve di quel cielo ammaliante. Io ovviamente non mi mossi. La mia curiosità ebbe il sopravvento, ed imperiosa, mi fece acquietare ancora una volta in quella mia vista, la quale stava diventando ormai una difficile, ma bella impotenza di resistere all’apoteosi della bellezza, che si snodava tramite i suoni di quella natura mobile e irrequieta. Così io guardai il paesaggio cambiare: nugoli di vapori scuri cominciarono a stagliarsi all’orizzonte, obnubilando la magnifica luminosità stellare con la quale mi ero abbandonato, come un sogno. Caterve di nuvoloni neri, come valanghe in piena notte, stormivano pesanti, e, carichi di folgori sfavillanti, abbuiarono il cielo, accerchiandolo, premendolo, come in una rissa. Adesso, io, come il cielo, mi sentivo addosso un’insana tristezza mista ad amarezza, che mi fece pervenire un’irrazionale voglia di chiudere la finestra e sprofondare tra le coperte, piangendo tra il cashmere del cuscino. Ma rimasi lì, ancora, quasi sconcertato, ma ancora incuriosito, a guardare come il paesaggio avrebbe reagito. Scoccai un’occhiata fugace ad est, dove pigolavano, seppur spenti, gli ultimi raggi di mezza luna, la quale non era riuscita a distinguersi in mezzo al tepore di quelle stelle; le quali, però, adesso, quasi inconsapevolmente, si stavano spegnendo come soffi su fiammelle di candele. E fu: il cielo si spense. Il nero di velluto inondò l’epidermide di tutte quelle piantine, che si sfasciavano sotto l’impetuosità di quel ventaccio rigido e ghiacciato. Io mi voltai di scatto come se qualcosa si fosse mossa sotto il letto. Trasalii quando mi accorsi che era stata solo la mia fervida immaginazione. La stanza in cui mi trovavo, nella notte di Dicembre, sembrava brancolare sotto ombre vacillanti, che danzavano nei muri come tribù africane, nel gelo della luce baluginante del candelabro. D’un tratto il paesaggio sembrò percorso da un’inquieta calma, silenziosa, che mi fece accapponare la pelle. Mi voltai ancora una volta verso quel buio fitto e opprimente del cielo, e, tra lo schioccare celere d’un battito di ciglia e l’inaspettata dilatazione delle pupille, vidi un’accecante saetta sfavillare in mezzo a quel buio smaniante. Tutto intorno sembrò fermarsi. Le piante, immobili; gli animaletti, tentennanti, zitti… silenzio. Un orrendo silenzio si riverberò in mezzo a quel buio inquietante. E poi, non so spiegarlo, perché credo di non essermene mai imbattuto, un inaudito frastuono così rombante sconquassò il cielo a due metà e fece tremare tutto. Io non so se il cuore mi batté nei successivi secondi, ma sapevo che mi trovavo per terra con la faccia che lambiva il pavimento freddo. Un tuono così fragoroso io non l’avevo mai sentito, e, ne sono certo, neanche un altro essere umano al mondo. Le finestrelle tremarono così fortemente che poco a lì si sarebbero sfracellate, i mobili traballarono, e quel piccolo cerchio di luce nella mia stanza si spense. Dopo seguì una strana quiete; e, vi giuro, io, appiattato su quel legno frigido, con le guance schiacciate a terra, vidi la mia stanza imbiancarsi di una strana luce, così accecante che per la prima volta nella mia vita sentì il cuore in gola, anzi, al cervello. Il bagliore lampeggiò per circa due o tre volte, per poi spegnersi proprio nel momento in cui mi accingevo a guardare da dove arrivasse. Adesso era tutto buio. Tutto. Mi girai e mi rigirai per cercare un fulcro su cui appoggiarmi. Cominciò a piovere, a piovere forte; io chiusi la finestra, istintivamente, per l’assurda e illogica protezione della specie umana che si difendeva da quel tuonante spettacolo. Non feci a meno di sentire il forte scroscio dell’acqua strapazzarsi sulle tegole sopra la mia testa e dedurre che una tempesta dalle dimensioni perplessamente enormi era arrivata alle porte. Tutto, dico tutto, intorno a me, era buio, ed io, accecato dal nero più assoluto, brancolai in mezzo alle ombre della mia stanza. Mi appropinquai caparbiamente allo scrittoio dove ricordavo che ci fosse il candelabro, ma inciampavo qua e là con le mani tese a mo’ di zombie per cercare di imbattermi contro qualche oggetto. Fu un respiro di sollievo quando le mie mani si smaltarono di cera. Le candele ancora fumavano, e per riaccenderle necessitavo della scatola di fiammiferi. Agguantai il candelabro con entrambe le mani. Mi feci strada tramite la luce abbarbagliante delle saette, le quali riuscivano a filtrare in su fino alle tendine vermiglie che coprivano la finestrella. Si stamparono sulle pareti strane ombre, più inquietanti, che oscillavano a ritmo di pioggia con movimenti davvero psichedelici, sullo sfondo rosso della tendina. Sentii un altro frastuono, stavolta più leggero, ma che comunque mi scosse e fece alzare un po’ di polvere dal linoleum. Trovai la scatola, mi avvicinai alla finestra per un po’ di luce, presi un fiammifero e lo sfregai contro la superficie ruvida dell’incarto, si accese e mi sentii subito sollevato. Un fuocherello, un fuocherello che mi faceva sentire protetto da non so quale entità o forza della natura… se ora ci penso mi fa ridere; ma ridere di tristezza, perché, oggettivamente, quello fu un primo segno di cedimento; e come ho già detto prima, non mi ero mai, e dico mai, nella mia vita, imbattuto in uno scenario così strano, misterioso e terrificante allo stesso tempo. La luce fioca intanto continuava a vacillare in quel lembo di buio pesto. Le ombre sulle pareti si dileguavano per poi riapparire, nascondersi per poi assumere sagome più orrende, che somigliavano tanto a fumi leggeri, forme geometriche irregolari, animaletti tentennanti ― tutto, insomma, sembrava muoversi sotto l’incanto di quel tiepido cerchio di luce. Infuocai tutte e tre le candele e soffiai il fiammifero. Mi chiedevo cosa stesse facendo tutta la mia famiglia dall’altra parte. Mi avvicinai alla porta, antica e acerba, la schiusi e me la lasciai alle spalle, non senza un cigolio raccapricciante. Il lungo corridoio, tale e quale come mi appariva davanti, così polveroso che non si puliva mai, sempre sudicio, dal quale non si vedeva la fine, mi trasmise un senso di misteriosa inquietezza che non mi seppi spiegare. Camminai in punta di piedi, furtivo, sul tappeto persiano che si srotolava per parecchi metri. C’era un odore di chiuso che l’aria sembrava quasi irrespirabile. Oltre la luce del candelabro segmenti di sguardi trapassavano i miei occhi, incrociandosi inspiegabilmente con quegli orrendi ritratti genealogici, propri delle nostre più antiche radici. Cercai di stare più appiccicato possibile alla luce e a fuggire da quelle occhiate che mi premevano. Si sentivano sulla mia testa colpetti di pioggia fastidiosi che naufragavano sulle tegole, le quali, tuttavia, sembravano trapassarle e gocciolare fin dentro casa. Visi vetusti, antichi, pieni di rughe, facce sbiadite, parevano fissarmi dietro le fioche fiammelle del candelabro d’argento. Ancora camminavo, sconcertato, lungo l’androne di casa. Accorsi il passo. Quel corridoio mi sembrò stranamente più lungo per qualche ragione di cui non mi riuscii a raccapezzare. Corsi, sfrecciando tra i quadri, cercando di sfuggire a quelle occhiate che mi comprimevano sempre di più. Mi lasciai dietro una mole incontenibile di buio… le pupille che si rimpicciolivano come quelle di un gatto… sembrava che quel corridoio non terminasse più. Il cuore mi batté più forte all’improvviso e le mani mi si intinsero di sudore. La gola divenne più secca d’un corpo privo di vita. Mi salì da non so quale parte del corpo un fetentissimo affanno che mi mondò quel minimo si sicurezza che custodivo dentro quelle mura di casa. Ansimai. Mi brillarono gli occhi. Il respiro diveniva ancora più difficile e come spine mi stringeva forte i polmoni. Quei quadri sembravano fissarmi minacciosamente, astiosi, forse, al baluginante barlume del candelabro. Sentii il corridoio stringersi, le mura chiudersi contro le mie ossa, i ritratti orripilanti che, ostili, mi guardavano come su una lettiga di morte vagante i quali mormoravano un qualcosa di demoniaco che mi fece perdere il lume della ragione. Chiusi gli occhi e mi affidai alla sorte, brancolando nel buio delle pupille, spaventato, irrazionale, e sbattei tutt’a un tratto la testa contro una superficie di legno, che, certamente, doveva essere la porta d’ingresso della cucina. Precipitai atterrito sulla pelliccia del tappeto, col candelabro che ora si era spento, flebile, perdetti i sensi. Mi svegliai con un fortissimo mal di testa. Davanti a me, facce sfocate mi osservavano, accoccolate sulle mie gambe molli. Dovevo essermi svegliato dopo qualche minuto, a giudicare dalla posizione delle lancette dell’orologio che segnava la mezzanotte. Mi alzai sui gomiti e cercai di sgranare gli occhi. Davanti a me mio padre e mia madre, che sorridevano. Chiesi loro con voce roca e distrutta cosa ci trovassero di tanto divertente. Loro lì, ancora, seduti vicino ai miei piedi, mi guardavano dritto negli occhi con quel sorrisetto che, adesso, ritornando appieno delle mie facoltà mentali, mi sembrava un po’ inquietante. La risposta non arrivò alle mie orecchie e adesso mi chiesi se fossi ancora stordito, o se quelle facce, toccandole, fossero vere. Così posi la domanda ancora una volta facendo attenzione a non essere troppo petulante:<<Insomma, che c’è da ridere?>> ― domandai imbarazzato con un segno chiaro d’imbranataggine. Un silenzio che mi fece rabbrividire percosse la stanza; dietro quei sorrisetti un qualcosa di davvero stravagante e raccapricciante sembrava racchiudere tutta l’alacrità di quel silenzio. Gli occhi di mia madre sembravano profondi, di un grigio spento, persi nel vuoto ― quelle labbra sterili e secche, prive di colore. Mio padre aveva la fronte corrugata, le sopracciglia arcuate, e quelle rughe, con gli occhi grandi e spalancati assieme a quel sorriso, sembravano nascondere una ferocia famelica che non aveva niente di umano e che non gli avevo mai visto. Ingoiai un brivido che mi fece tremare la pelle ed asciugare quel poco di saliva che mi rimaneva sulla lingua. Allora mi scattò impervio il pensiero di toccare quelle facce per constatare la reale condizione dei miei sensi, che mi sembravano tanto fiacchi quanto la botta che presi alla testa quando questa sbatté contro la porta della cucina. Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva di non avvicinare il dito: mi ricordava tanto, da piccolo, il rossore del sangue che versai quando, senza saperlo, avvicinai una mano per accarezzare il pelo di un cane che ringhiava, con la schiuma in bocca. Quell’incubo mi si accavallò, mi imperversò le membra e, quando lo rievocai, mi accese un brivido proveniente da sotto, sotto la colonna vertebrale, fin su al collo. Mi feci forza. Dovevo toccare quelle facce. La mia vista tuttavia si sgranò completamente, e, solo adesso, potei distinguere con nitidezza tutto quello che mi circondava. Quei due corpi, ancora, fermi, mi guardavano opprimenti, i sorrisetti che sembravano ghigni feroci, le rughe delle sopracciglia che solo un pazzo poteva avere. Dovevo toccare quelle facce. La più vicina a me, proprio a cavallo delle mie costole, era quella di mia madre. Guizzai l’indice dal cuscino. Tremante, percorse uno spazio vuoto che sapeva di una terribile concezione di uno sbaglio incombente, di fronte alla terribile scena che i miei occhi rievocavano, di quel cane schiumeggiante, rabbioso, feroce. Avevo paura che questi si voltasse di scatto, non appena avvicinato il dito, o comunque dopo aver sentito la presenza di quest’ultimo. Il dito tremolava, lentissimo. Mi ero rassegnato che se fosse successa qualcosa, dopo quel mio avvicinarmi, mi sarebbe venuto un infarto dallo spavento. La tensione saliva, e con questa, le goccioline di sudore. Guardai gli occhi di mia madre con circospezione, al fine di poter intercettare qualsiasi mossa che ella, o meglio quella cosa, si fosse immaginata. L’indice sfiorò la sua guancia. Per fortuna non si era girata. L’unghia grattò la superficie della pelle, ma non sprofondò oltre. Cercai di spingere più in giù il dito, ma questo si fermò come in una pista di pattinaggio, con la sottile differenza che questa mi ricordava tanto le gocce del candelabro che mi avevano bruciato le mani. Gridai di paura e mi alzai di scatto. Un tremolio mi imperversò la colonna vertebrale. Ora, a due piedi dal divano, mi accorgevo di come le due figure guardassero, con un sorrisetto bianco e demoniaco, verso il posto su cui ero disteso, avendo ignorato il mio movimento istintivo di fuga. Gli gridai contro ancora una volta, con un brillio agli occhi e una voce confusa, ma niente; mi pizzicai le guance per constatare se quella scenetta, inquietante e spaventosa, fosse solo uno strano, terribile incubo, ma niente; ero sveglio, io ― io, da solo, davanti a quelle due figure ferme come statue, inclinate verso il divano, con espressioni astruse che facevano vacillare il senso di normalità a cui era abituato il mio stato d’animo. Li toccai ancora una volta, picchiettando l’indice contro la pelle dura, e mi raccapezzai scoprendo che avevo davanti due statue di cera! Mi misi le mani nei capelli per pensare e snebbiare la mente, doveva esserci un nesso logico con tutto quello che mi stava capitando, un collegamento trasversale con quelle scene in cui mi stavo imbattendo: quella tempesta rombante imbattutasi tutta di colpo, quel corridoio che sembrava interminabile, quelle due statue di cera posizionate di fronte al divano e… dov’era mio fratello? Quel bambinone precoce e testardo? Questi furono i dubbi che mi sormontarono in quel momento… <<Ashtooon!>> <<Ashtooooon!>> Gridai. Mi guardai attorno. Mi trovavo in cucina. C’era un pancarré con la martellata alla fragola sulla tovaglia. C’erano piatti e posate sporche ancora sul tavolo e una strana puzza di bruciato. Contai le sedie. Tre. Tre sedie. Le contai di nuovo. Tre sedie. Mi domandavo dove fosse l’altra, c’era sempre stata la quarta. Mi girai e mi rigirai, in cerca di quella sedia. Mi affacciai dalla finestra, ancora pioveva. Il paesaggio sembrava percorso da una calma silenziosa che faceva venire voglia di uscire e bagnarsi. Dal cortile non si vedevano che montagne oscurate e alberi frascheggianti. Uno strano luccichio che doveva essere probabilmente la luce della città rischiarava il fianco ovest dell’Etna. Lo ignorai e ricominciai la mia ricerca. La stanza di mio fratello era di fronte alla mia, e per arrivarci dovevo attraversare nuovamente quel corridoio cui avevo maturato un brutto ricordo. Mi ero ripromesso però che l’avrei trovato anche se fossi stato incerettato misticamente da qualcosa di paranormale che, adesso me ne resi più conto, vagheggiava nelle stanze di casa mia. Senza, e dico senza alcun problema attraversai il corridoio (perché prima sì e ora no?) e arrivai sull’uscio della porta che collegava questo alla stanza di Ashton. Il candelabro avvinghiato saldamente alle mie mani traballava qua e là, e la luce che si proiettava sui quadri era molto irregolare e deforme. Adesso, un dipinto alla mia destra, non mi guardava più come prima; tuttavia non vi nascondo che fui percorso dentro da una paura irrefrenabile che sarebbe esplosa in un grido se questo avesse roteato le pupille e quindi averle incrociate alle mie. Non ci feci caso come prima, immerso completamente nel fardello dell’azione, di scoprire il significato travolgente di quel mistero davvero enigmatico e labirintico. Lo chiamai da dietro il legno della porta, accentuando il suo nome con un tono di voce più acuto del solito, che rasentava paura e confusione. Nessuna voce accorse al richiamo. Picchiettai le nocche innumerevoli volte, bussando con energica portata. Ancora il nulla si sentiva, mentre il silenzio procrastinava già da sé un pensiero di rassegnazione davvero inquietante. Preso sempre di più dall’impazienza, cercai di sfondare la porta, scaraventandovi contro potenti calci e spallate. Dopo esattamente tre tentativi, la porta cedette e cadde oltre la soglia, dall’altra parte. Non riuscii a vedere niente; buio pesto e opprimente relegava le mura di quella stanza, che, naturalmente, non era grande quanto le altre. Superai la porta camminandoci su e la luce del candelabro, ad ogni mio passo, rischiarava, seppur in modo contenuto, la stanza. Una luce, una luce, filtrò dalla finestra: era quella di un fulmine. La stanza si illuminò di blu in un baleno, anzi, d’azzurro; tutto quello che mi ero immaginato era, tra la celerità di quel barbaglio in un battito di ciglia, davanti a me… la sedia, la sedia… la sedia era s-sistemata l-là… sssul piedistallo… lacci di scarpe sciolti dondolavano… le sscarpe, le scarpe vacillanti nel buio, u-un corrrpicino appppeso sssul tetto ― un capppio, un fottutissimo cappio stringeva il collo del mio fratellino. Strinsi i pugni. Gridai. Mi cadde il cuore a terra. Piansi. La pioggia fuori per dispetto ballava assieme al corpicino del mio fratellino. Guarda, un altro lampo. Un’altra luce, un altro grido silenzioso. Guarda, la fine della vita inspiegabile, maledetta e bastarda. E piansi ancora.
  7. syllon

    Greco&greco Editori

    Nome: Greco&Greco Editori Generi valutati: giallo, fantascienza, politica, saggistica, narrativa, eros, memorie, letteratura classica e contemporanea e umoristica Invio manoscritti:http://www.grecoegrecoeditori.it/invio-manoscritti/ Distribuzione:http://www.grecoegrecoeditori.it/distributori/ Sito: http://www.grecoegrecoeditori.it/ Facebook: https://www.facebook.com/pages/GrecoGreco-editori-Official/1496908373913073?ref=bookmarks Dal loro sito (ottobre 2018): Al momento non prendiamo in esame testi da valutare.
  8. libero_s

    A nord

    A nord Il disco del sole, rosso e deforme come il ferro incandescente nella fucina di un fabbro, si rifletteva sullo specchio d’acqua piatto e immobile come un felino in agguato, che contrastava con l’atmosfera densa e vorticosa in perenne movimento. La vegetazione lussureggiante combatteva la sua lenta battaglia per conquistare ogni spazio libero. Migliaia di specie diverse di piante lottavano con tenacia spietata superandosi, avvolgendosi, rubandosi vicendevolmente luce e nutrimenti nell’apparente calma della foresta, come eserciti spietati e dalle risorse infinite, incuranti delle perdite inflitte o subite. La silenziose armate vegetali progredivano senza sosta, fagocitando nella loro marcia ogni zolla di terra, ogni pietra, ogni superficie disponibile, insinuandosi, scalzando, spaccando ed infine macinando ogni cosa come un mostro proteiforme dall’appetito insaziabile, paziente e inarrestabile. Il ragazzo corse nell’erba tagliente che gli arrivava alla vita fino alla riva del lago. Un uomo sedeva immobile, con lo sguardo rivolto al sole. Maestro, dobbiamo andare. Siamo gli ultimi. L’uomo si girò a fissarlo. Perché sei rimasto? Per stare con voi. Te l’hanno detto loro? Il ragazzo scosse la testa. L’uomo si alzò e lo guardò con maggior interesse. Non mi ricordo di te, non sei uno di quelli a cui insegnavo. Ero nel villaggio, ci siamo uniti a voi solo tre giorni fa. Da quanto sono partiti? Quando il sole era alto, disse il ragazzo alzando il braccio. L’uomo annuì e lo prese per mano. Camminarono per un breve tratto, immergendosi nell’erba sempre più alta, fino a una radura dove gli steli schiacciati e calpestati iniziavano a rialzarsi. L’uomo raccolse una lancia con la punta di metallo e uno zaino di pelle logora e si infilò gli spallacci consunti. Hai preso le tue cose?, chiese. Il ragazzo indicò una borsa di stoffa grezza che gli pendeva sul fianco. Andiamo, disse l’uomo. Si avviarono seguendo le tracce di erba calpestata che si perdevano nell’intrico di un muro vegetale. Come facciamo a trovare la strada nella foresta?, chiese il ragazzo. Seguiamo gli altri. Il loro passaggio è impresso nel terreno, sul muschio, nei ramoscelli spezzati. E loro come fanno a sapere la strada? Non ti sei mai allontanato dal tuo villaggio prima d’ora? No. Nessuno di noi si allontanava mai. L’uomo sospirò. Basta guardare il sole, disse. A mezzogiorno, quando il sole è più alto devi voltargli le spalle e andare sempre dritto. Ora è laggiù, disse il ragazzo indicando verso destra. Qualche raggio rosso penetrava a stento, quasi orizzontalmente, l’intricata volta di foglie che si attorcigliavano in una complicata danza di guerra. Quando il sole è al tramonto devi tenerlo alla tua destra. Ovest È la direzione del sole che scompare. Noi andiamo a nord. Perché a nord? Perché sei rimasto?, chiese l’uomo. Dicono che voi sapete tutto. Dei vecchi tempi, di dove bisogna andare, perfino del futuro. Lui rise. E a te cosa importa? Voglio imparare, disse il ragazzo guardandosi i piedi. L’uomo gli appoggiò una mano sulla spalla. È una buona cosa, disse. Un enorme tronco caduto ricoperto di muschio sbarrava il percorso, avviluppato in un intrico di cespugli cresciuti in fretta per approfittare dell’inaspettata fortuna di un frammento di cielo lasciato libero dal crollo del gigante. L’uomo si fermò, imitato dal ragazzo. Un cenno della mano smorzò sul nascere le sue domande e osservò l’uomo con attenzione cercando di indovinarne i pensieri. La tensione muscolare nel braccio che reggeva la lancia lasciava intuire la vicinanza di un pericolo. L’uomo annusò l’aria e lasciò vagare lo sguardo nella muraglia vegetale. Attesero a lungo, immobili lasciarono che il sole scivolasse oltre l’orizzonte. Andiamo, disse l’uomo. Si infilarono nell’intrico di cespugli spinosi, l’uomo strappò pezzi di muschio fino a sentire la corteccia ruvida del tronco caduto sotto le dita. Si afferrò alle rugosità del legno e si issò, poi si girò e tese la mano al ragazzo. Vieni, disse. Non c’è più pericolo adesso? No. E prima c’era? Si, prima c’era. Come lo sai? L’uomo si toccò il naso. L’ho annusato, disse. Un orso rosso. È ancora lì, da qualche parte, ma non attaccano mai dopo il tramonto. Non ci farà nulla? No, ma sbrighiamoci, sta diventando buio e ci sono altre creature che cacciano di notte. Dobbiamo fare un fuoco. E gli altri? Non li raggiungeremo oggi. Domani, forse. L’uomo raccolse qualche ramo spezzato e fece cenno al ragazzo di fare altrettanto. Non è legno secco, disse, ma brucerà lo stesso. Camminarono nella luce sempre più incerta finché la foresta non si diradò lasciando intravvedere enormi blocchi di pietra ricoperti di muschio e rampicanti, illuminati da una luna opalescente che faticava a perforare la densa atmosfera rossastra. Cosa sono?, chiese il ragazzo. Case. Edifici, grattaceli. Una volta ci abitavano le persone. Persone come te e me? Persone come te e me. L’uomo si addentrò fra le case trasformate in un intrico vegetale e si accucciò fra le radici di un albero dal tronco così grosso che sarebbero serviti dieci uomini per farci il giro, cresciuto dentro un palazzo scoperchiato. Appoggiò lo zaino a terra e ne estrasse due pezzi di pietra e una manciata di paglia e di licheni essiccati. Sfregò le pietre fra di loro producendo una pioggia di scintille che si smorzarono rimbalzando sulla paglia. Insisté con pazienza finché un filo di fumo scaturì dall’esca. Vi soffiò sopra con dolcezza, covando il fuoco fra le mani. Una fiammella incerta prese vita, l’uomo attese che si rinforzasse prima di posarvi sopra ramoscelli via via più grossi. Il ragazzo sedette accanto a lui fissando il fuoco. L’uomo estrasse dallo zaino un involto di foglie che posò a terra e lo aprì mostrandone il contenuto. Prese il coltello e tagliò alcune strisce che diede al ragazzo. Carne essiccata, disse. Ne tagliò dell’altra che tenne per se. Che altro hai nello zaino? L’uomo prese con delicatezza uno strano aggeggio di metallo e lo mostrò al ragazzo. È un astrolabio. È uno strumento antico, lo usavano una volta per determinare la posizione. Il ragazzo annuì senza capire. Mangiarono in silenzio. Alla fine il ragazzo si girò verso l’uomo. Perché a nord? Credevo te ne fossi dimenticato. Una volta c’erano persone ovunque. Città, case, strade. E nessuno si preoccupava di ciò che stavano facendo al mondo. Inquinavano, sporcavano, bruciavano fuochi che facevano nuvole di fumo così grandi da oscurare il sole. Sapevano cosa sarebbe accaduto, ma nessuno voleva rinunciare a nulla e così andarono avanti come niente fosse. La Terra diventò calda, i ghiacci si sciolsero, vi furono inondazioni, terremoti, uragani che duravano anni spazzarono il mondo tempestandolo di piogge torrenziali. Le piante furono quelle che se la cavarono meglio. Acqua e calore era ciò che serviva loro. E anche se il cielo divenne sempre carico di nuvole e vapore la cosa non impedì loro di crescere. Guardati attorno. Le piante stanno vincendo, non c’è posto per noi qui. Non possiamo vivere sotto questo cielo sempre gravido di nubi. E a nord cosa c’è? Guarda, disse l’uomo alzandosi in piedi. Afferrò la mano del ragazzo e si allontanarono dal fuoco. Guarda il cielo, da quella parte. Non vedo niente. Non fissare lo sguardo altrimenti non la vedrai. Guarda un po’ di lato, ma sempre di là, verso nord. Aspetta, vedo una lucina. Forse è un fuoco su una montagna. Non è un fuoco, disse l’uomo. È una stella. L’ultima stella che si vede in cielo. Cos’è una stella? È come un sole lontano. Ma non è questo che conta. Quello che conta è che riusciamo a vederla. Vuol dire che il cielo lassù è più pulito, libero dalla cappa di umidità che nasconde tutte le altre stelle. L’uomo chiuse gli occhi e parlò con voce sognante. A nord è più freddo, le piante non ci sconfiggeranno. Ci basterà seguire l’ultima stella. E se dovesse sparire anche quella?, chiese il ragazzo. Non sparirà. Andrà tutto bene, te lo prometto.
  9. "Se il diavolo non esiste, ma l’ha creato l’uomo, l’ha creato a sua immagine e somiglianza." Fëdor Dostoevskij Titolo: "ARMA INFERO – Il risveglio del Pagan" Autore: CARTA Fabio (alias Phabyosh su WD) Editore: Inspired Digital Publishing Data di uscita: 21 settembre 2018 ISBN: 9788894182033 Genere: Fantascienza (sub: distopico, military sci-fi, hard sci-fi, space opera, planetary romance) Prezzo: € 1,99 (€2,49 su Google Playstore) Formato: ebook (ePub, Mobi) Pagine: 700 ca Link: https://amzn.to/2DmGJWk SINOSSI: "Il Martire Tiranno era venuto per salvarci, noi poveri, miserrimi sconnessi; e non si sarebbe fermato davanti a nulla. Ci avrebbe redento, tutti quanti. O tutti quanti saremmo morti." I tempi della cavalleria di Dragan sono finiti, le sue ultime vestigia seppellite dalle ceneri radioattive di una guerra infinita. Il logoramento in trincea è quanto resta al glorioso esercito della Falange, la desolazione di una nazione distrutta è ciò che accoglie al ritorno Lakon e Karan. Nell'agonia di un'umanità contaminata nel corpo e nella mente, esiste solo un modo per ribaltare lo stallo della guerra civile e ridare slancio alla santa corsa alle stelle, verso lo spazio, dove la salvazione attende i fedeli del Martire Tiranno. Ma il valore dei nuovi ulani volanti non può bastare: solo l'antico potere nascosto dello zodion può riuscirvi. Lakon lo sa. È finalmente giunto il tempo che il Pagan si risvegli. SULL'AUTORE: Fabio Carta, nato a Roma nel 1975, appassionato di fantascienza ma anche dei classici della letteratura, come i romanzi del ciclo bretone e cavallereschi in generale; laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha sviluppato uno spiccato interesse per le convulse vicende che dall'evo moderno alla contemporaneità hanno visto le evoluzioni, gli incontri e gli scontri tra i popoli e le culture. Ha esordito nel 2015 pubblicando il primo volume della saga fantascientifica "Arma Infero" con la Inspired Digital Publishing che a oggi conta tre romanzi: Il Mastro di Forgia nel 2015, I Cieli di Muareb nel 2016 ed Il Risveglio del Pagan nel 2018. Per la Delos Digital ha scritto poi un racconto lungo intitolato "Megalomachia" unitamente alla finalista del premio Urania 2016, Emanuela Valentini, della cui amicizia si fregia come una medaglia. Ha avuto inoltre l'onore di partecipare con diverse, importanti firme della fantascienza italiana – tra cui Dario Tonani, il pluripremiato autore di Cronache di Mondo9 – all'iniziativa "Penny Steampunk" del 2016 da cui è nato un volume di racconti fantastico weird a tema steampunk a cura di Roberto Cera (ed. Vaporosamente). Infine ha pubblicato nel 2017 il romanzo cyberpunk "Ambrose" per i tipi di Scatole Parlanti.
  10. arabafelix

    Watson Edizioni

    Nome: Watson edizioni Generi: Horror e gotico, Fantascienza, Fantasy e fantastico, Narrativa, Racconti Invio dei manoscritti: http://watsonedizioni.it/pubblicare/ Contratto standard: http://watsonedizioni.it/wp-content/uploads/2015/12/contratto_watson_2015.pdf Distribuzione: DirectBook e librerie fiduciarie http://watsonedizioni.it/watson-in-libreria/ Sito web:http://www.watsonedizioni.it Facebook: https://it-it.facebook.com/WatsonEdizioni/ Ho ricevuto una mail in cui mi comunicano di essere disposti alla pubblicazione di un mio romanzo. l'ho trovata su Internet. Qualcuno la conosce?
  11. Marc Dumont

    In un mucchio di cenere

    Non ho mai visto Ray così, sembra un involucro vuoto adagiato sulla sedia. Un uomo con quelle occhiaie non deve dormire da giorni e continua a muovere le labbra senza emettere alcun suono, come se avesse finito le parole. Gli ho portato al tavolo il solito whisky, ma non lo ha ancora toccato. Il bicchiere è li, fermo dove l’ho lasciato, e lui lo contempla, perso nei pensieri, mentre il corpo non si muove se non per qualche rapido respiro. Tutto d’un tratto le sue braccia iniziano a tremare, prima in modo impercettibile poi sempre più violentemente. Si aggrappa ai lati del tavolo, come se cercasse un appiglio per non volare via e, alzando la testa verso il soffitto, inizia a parlare. Comincia a bassa voce, mormorando in continuazione “È la fine”, “Siamo finiti”, poi alza il tono e urla “Mio padre lo sapeva, lo aveva predetto!”. Scuote la testa, forse per cercare di scacciare i demoni che lo torturano e gocce di lacrime e sudore lasciano il viso per cadere silenziose a terra. Su un altro tavolo Jake, il figlio di Fabrice, e un paio di amici stanno consumando il loro stipendio a suon di birra e vodka. Non c’é da biasimarli, d’inverno lavorare alle miniere non deve essere una passeggiata, e quando sono arrivati avevano ancora la barba incrostata dal ghiaccio. L’alcool gli ha scaldato le membra ma sembra anche che abbia fatto riemergere vecchi rancori e ora i tre stanno urlando insulti al vecchio Ray, senza alcun rispetto. Jake dice qualcosa ai due amici e ciondola verso Ray con uno sguardo che non promette nulla di buono. “È la fine di cosa, vecchio?” dice, spingendo la spalla di Ray, che è ancora ancorato al tavolo. Il vecchio non reagisce, come se fosse un muro colpito da una mosca. “Hai perso le parole? Scarto della natura” continua, colpendolo con una sberla alla nuca che fa ondeggiare la testa di Ray. Ma anche in questo caso lui non reagisce, il corpo è li ma la mente è da un’altra parte. Dico al ragazzo di levarsi di torno, che non voglio casini nel mio locale, ma lui mi ignora e gli altri due mi urlano di portare ancora da bere. Mentre riempio i boccali, Jake trascina una sedia di fronte a Ray e si siede. Scende il silenzio mentre si toglie i guanti e gli stringe le guance con la mano sporca di grasso. Lo guarda dritto negli occhi e poi, avvicinando il viso a quello di Ray, dice: “Che ci fai qui vecchio? Non è ora di andare in cantina a evitare la fine del mondo?” Scoppia a ridere e si guarda intorno compiaciuto, cercando lo sguardo dei due amici che lo scherniscono a loro volta: “Salvaci tu, Ray!”, “Salvaci tutti!” e girano le sedie per godersi meglio lo spettacolo. Tutto d’un tratto il vecchio Ray si libera con forza dalla stretta di Jake e si alza in piedi, allargando gli occhi, come in preda a una visione. Ha il corpo rigido e con il braccio teso indica l’uscita. “Andate via, è la fine!” urla e si guarda in giro per un attimo, come nella speranza che qualcuno lo ascolti. Ma nessuno da peso alle parole di un vecchio pazzo. Crolla di nuovo sulla sedia, continuando a ripetere la stessa frase a bassa voce, premendosi le tempie come in preda a una forte emicrania. Da’ uno sguardo al bicchiere di whisky, lo prende dal tavolo ma il figlio di Fabrice gli colpisce la mano e il bicchiere si infrange a terra a pochi passi. Urlo a Jake di farla finita, ma le mie parole si perdono nella stanza semi-deserta. “Come ha fatto mia madre ad andarsene per una nullità come te!” urla Jake mentre scarica un pugno sul volto di Ray, che finisce a terra a far compagnia ai frammenti di vetro. Appoggio i boccali e salto al di là del bancone per andare a soccorrere Ray che non sembra in grado di difendersi. Grido al branco di levarsi minacciandoli e mi inginocchio ad aiutare il vecchio: è freddo, bagnato fradicio e sembra avere uno zigomo spaccato. Ma con la mente non è qui con me, delira e pronuncia parole scollegate, che sembrano sgorgargli dalla bocca senza controllo. “Una sola distrazione” mormora, “un solo ritardo”, “il cancello è aperto”, “arrivano”. Cosa ti è successo amico mio? La solitudine deve averti pian piano divorato e ora sembra non esserci più nulla da fare. Avrei dovuto capirlo prima, tutte quelle frasi sull’oscuro segreto che custodivi e che noi prendevamo come uno scherzo. Non erano uno scherzo, erano la tua mente che iniziava a delirare. Faccio per alzare Ray da terra quando un suono elettrico attraversa l’aria e di colpo cade il silenzio. Nessuno parla più. I tre ragazzi sono immobili, un grosso buco fumante dove prima avevano il cervello. Un brivido mi attraversa il torace e faccio fatica a respirare. Guardo verso il basso ma non riesco più a tenermi in piedi e crollo a terra, con Ray che mi guarda contorcendo il viso come se avesse visto un mostro. Faccio giusto in tempo a vedermi il braccio e il torace diventare polvere, prima che un purulenta zampa mi si appoggi sul cranio. Ray si è alzato ed è già con un piede fuori dalla porta posteriore. Proverà a salvarsi. Fuori dal locale, immense navi solcano il cielo e un fuoco acciecante come il sole d’estate sta inghiottendo il mondo. La vita ridotta a un mucchio di cenere. Un secondo passo e Ray sparisce dietro la porta secondaria, senza guardarsi indietro, nemmeno per un attimo. Sento premermi la faccia verso il terreno e la zampa mi fracassa la testa. Prima di cadere nel nulla, l’ultimo pensiero va al mio amico Ray: spero che anche lui, come tutti, non riesca a salvarsi.
  12. Federico Aviano

    Imlestar

    Ciao a tutti, Mi chiamo Federico Aviano, ho ventidue anni e ho creato da una settimana il mio blog personale, il cui indirizzo è https://imlestar.wordpress.com Il blog tratta di fantasy, fantascienza, romanzi storici e giochi da tavolo. Vi aspetto!
  13. Vinicio Dolfi

    Rinascita sulla Luna

    Titolo: Rinascita sulla Luna Autore: Vinicio Dolfi Casa editrice: Montag Collana: Altri Mondi ISBN: 9788868922344 Data di pubblicazione: 20 Febbraio 2018 Formato: cartaceo 15X21 Prezzo: 18,00 € Genere: fantascienza Pagine: 179 Link all'acquisto: http://www.edizionimontag.com/shop/scheda.asp?id=647 https://www.mondadoristore.it/Rinascita-sulla-Luna-Vinicio-Dolfi/eai978886892234/#galleria Link dell'articolo sul libro apparso in "Global Science" rivista oline dell' Agenzia Spaziale Italiana, il 28 Maggio 2018: https://globalscience.globalist.it/pianeta-terra/2018/05/28/rinascita-sulla-luna-la-fuga-dal-mondo-tossico-un-libro-di-vinicio-dolfi-2025096.html QUARTA DI COPERTINA: Nella seconda metà del XXI secolo il cambiamento climatico provocato dall'uomo innesca un processo distruttivo; la Terra si trasforma in una seconda Venere completamente inabitabile. Le massime autorità scientifiche danno il via a un ambizioso piano di salvataggio. Sulla Luna le enormi caverne sotterranee create miliardi di anni fa dalla lava (i lavatube) vengono sigillate e rese abitabili. La guida del progetto cade nelle mani di due personaggi che condividono la medesima visione: sulla Luna bisognerà creare un società nuova e diversa. Sarà una lotta impari e tenace ma lo scopo è fra i più importanti: crescere nuove generazioni e proiettarle nell'Universo per far sì che l'umanità paghi il suo debito col passato. L'Autore: Vinicio Dolfi, appassionato di lettura, scrittura, astronomia e fantascienza, vive e lavora in Toscana.
  14. Adiaphora Edizioni

    Adiaphora Edizioni

    Nome: Adiaphora Edizioni Sito web: www.adiaphora.it Generi trattati: tutti tranne erotico e storico. Modalità di invio dei manoscritti: Allegare il manoscritto completo all'indirizzo email manoscritti@adiaphora.it con oggetto: "Proposta editoriale". Non saranno accettati romanzi di genere esclusivamente erotico o storico, né racconti, poesie o raccolte. Distribuzione: fornitura diretta alle librerie interessate https://www.adiaphora.it/librerie/ Distribuzione Digitale a cura di StreetLib - Simplicissimus Book Farm Srl Facebook: https://www.facebook.com/adiaphoraed/
  15. taxidriver

    Edizioni Jolly Roger

    Nome: Edizioni Jolly Roger Generi trattati: Tutti Modalità di invio dei manoscritti: alla voce "Invia manoscritti" del sito Distribuzione: non specificata Sito: http://www.edizionijollyroger.it/ Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniJollyRoger/ Dovrebbero essere free, visto che le persone che gli hanno dato vita sono le stesse de La Signoria editore. Il progetto editoriale sembra il medesimo (sito quasi identico, stesse collane, stessa grafica) e personalmente non so dirvi quanto sia ancora in piedi il progetto precedente. Sono stato in contatto con loro per qualche settimana, il mio romanzo era stato da loro selezionato con il precedente marchio editoriale, poi non se n'è più fatto niente. Loro sono migrati verso questo nuovo progetto e io ho trovato un altro editore.
  16. Luca De le Selve

    La Coda della Volpe - Prologo - Parte 1/5

    “Signori e signore passeggeri, buonasera. È il vostro Comandante che vi parla, a breve inizieremo le procedure di atterraggio, siete pregati di rimanere seduti con le cinture allacciate fino...” Era ora cazzo. Sotto di me, l’Aeroporto Internazionale di Hong Kong ,accovacciato sulla sua bella isola artificiale. Ad accogliermi, enormi ologrammi pubblicitari svettano nel cielo, alti come palazzi. Le immagini di incantevoli hostess cinesi si alternano a pubblicità dell’ultimissimo modello di Tesla a guida autonoma e residence extralusso immersi nel verde come quello che mi sta aspettando. Dopo dieci ore di volo, non chiedo altro. Il mio vicino ha assunto un sonnifero poco prima del decollo, dorme ancora della grossa. Mi concedo una toccatina veloce, il mio contatto, Jie, mi ha promesso un’accoglienza di prima qualità al mio arrivo. Già mi si ingrossa nei pantaloni, basta il pensiero. La salivazione aumenta ed io sento il suo sapore in bocca. Io e Jie non ci siamo mai incontrati di persona ma avverto una certa affinità in gusti e appetiti. Mi garantisce che ad attendermi ci sarà la merce più fresca, che non avrà più di quattordici anni e, soprattutto, vergine. Dal canto mio spero solo che non sia una di quelle thailandesi dall’ imene rattoppato e ricucito, roba di seconda mano disponibile in qualsiasi mercato del sesso del mondo, o, peggio ancora, una di quelle bambole di silicone, mere simulazioni di adolescenza, pezzi di plastica in cui infilare il cazzo che vanno tanto in Russia di questi tempi. Io sono un professionista, e mi aspetto solo merce di prima qualità. “Le procedure di atterraggio sono state completate, vi preghiamo di restare seduti e di mantenere le cinture di sicurezza allacciate, la temperatura esterna è di diciannove gradi centigradi e troviamo ad accoglierci un cielo sereno. Ci auguriamo che la vostra esperienza a bordo abbia soddisfatto le vostre aspettative. Vi ringraziamo per aver scelto la Cathay Pacific Airline e vi auguriamo un meraviglioso soggiorno ad Hong Kong City, Il Porto Profumato.” Mi distendo e riattivo la luminosità dei Blackshades, sono certo che sarà un’ottima permanenza.
  17. dfense

    Edizioni Officine Gutenberg

    Nome: Edizioni Officine Gutenberg Generi trattati: Narrativa, fantascienza, letteratura per l'infanzia, testi biografici su importanti personaggi del loro territorio (Piacenza) Modalità di invio dei manoscritti: non specificata Distribuzione: non specificata Sito: http://www.edizioniofficinegutenberg.it Facebook: https://www.facebook.com/EdizioniOfficineGutenberg/
  18. stefia

    Nello spazio nessuno può sentirti urlare

    Commento Dall’eco dei miei passi sul pavimento di pietra capisco di trovarmi un tunnel, ed è tanto grande che, anche allargando le braccia, non riesco a toccarne le pareti. Le falcate sempre più corte, le gambe pesanti e il respiro un po’ affannoso sono la misura del tempo che ho trascorso camminando in questo luogo misterioso. So di essere in un cunicolo e di doverlo percorrere fino alla fine ma, ancora, me ne sfugge il motivo. L’oscurità è densa e vellutata al punto di apparire quasi solida: tenere gli occhi chiusi o aperti non fa nessuna differenza. Improvvisamente il pavimento, da liscio e compatto che era, diventa irregolare e rumoroso: a ogni passo qualcosa scricchiola sotto i miei piedi. Lo strato di materiale friabile aumenta rapidamente di spessore arrivandomi fino alle caviglie e rendendo la camminata più faticosa. Mi chino e afferro una manciata di quelle ‘cose’ sperando che il tatto mi aiuti a capire di che cosa si tratta. Sembrano conchiglie o chiocciole, gusci vuoti sottili che si frantumano alla minima pressione. Come mai ce ne sono così tanti? Sono forse vicino al mare? Affondo ripetutamente la mano tastando quei piccoli oggetti e improvvisamente un guscio si muove. Poi un altro, e un altro ancora. Sulle prime non me ne rendo conto, ma presto il numero di gusci in movimento è tanto numeroso da produrre un ticchettio che aumenta di intensità fino a trasformarsi in un sibilo penetrante e continuo. In breve mi ritrovo coperto da gusci brulicanti di vita, sento il leggerissimo tocco delle loro zampette e realizzo che si tratta di insetti. Migliaia, milioni, miliardi di insetti che strisciano, camminano svolazzano e mi si infilano sotto gli abiti, dentro le orecchie, in mezzo ai capelli. Urlo. Urlo così forte da far tremare il buio; talmente forte da svegliarmi. Per fortuna sono stato riportato alla realtà non dai sibili degli insetti, ma solo dagli allarmi del monitor delle funzioni vitali e della bombola d’aria in esaurimento. Frastornato e con il cuore in gola succhio un lungo sorso d’acqua, apro la bombola d’emergenza e finalmente il silenzio torna a regnare nell’ ingombrante tuta spaziale che mi avvolge. Con l’aiuto del pannello di controllo sul braccio sinistro individuo una grossa stella in lento avvicinamento: la Canterbury ha agganciato il transponder della tuta e sta venendo a recuperarmi. Spero che non mi addebitino il costo del carburante per la deviazione dalla rotta, dato che avrei fatto volentieri a meno di essere colpito da quel maledetto detrito vagante. Mi sembra di essere alla deriva da giorni, ma se le bombole non sono ancora finite vuol dire che non è passato poi così tanto tempo. In queste situazioni è importante non farsi prendere dal panico e dormire per quanto possibile per risparmiare ossigeno. Peccato che l’incubo abbia intaccato le mie già scarse riserve e che adesso dovrò centellinare l’aria rimasta per farla durare fino all’arrivo dell’astronave. Rimpiango di non aver voluto seguire le lezioni di Yoga, in Accademia. Si dice che quell’antica tecnica di meditazione, se eseguita ad alti livelli, permetta addirittura di controllare la frequenza del respiro e dei battiti cardiaci. Mi avrebbe fatto comodo in questo momento, ma faccio comunque del mio meglio chiudendo gli occhi e concentrandomi sull’ ombelico. Non so se ho meditato o se mi sono riappisolato, so solo che quando riapro gli occhi il cuore salta un battito nel vedere un grosso scarafaggio marrone che cammina sul vetro del casco. Lo osservo per un lungo istante chiedendomi da dove arrivi e come sia possibile che sia ancora vivo e alla fine mi rendo conto che, per quanto impossibile, quell’insetto è all’interno e le sue lunghe antenne ricurve arrivano quasi a sfiorarmi il viso. Urlo colpendo istintivamente il visore nel tentativo di allontanarlo, ma il gesto produce l’effetto contrario e la creatura mi sbatte sul viso. Grido disperatamente agitandomi e scuotendo la testa a destra e a sinistra, ma è tutto inutile. Sento il tocco leggero di quelle zampette sottili sul collo e poi sulla guancia e quando arriva vicino alla bocca, la chiudo temendo che ci si possa infilare dentro. Mi rendo conto che il panico sta avendo la meglio e cerco di riprendere il controllo serrando gli occhi e visualizzando immagini rilassanti, ma ottengo solo di sentire il peso di quelle zampette sottili bruciare come fuoco sulla pelle del viso. Le voci allarmate dei miei compagni, dal comunicatore, chiedono spiegazioni, ma io non posso parlare o quella bestia schifosa mi entrerà in bocca e mi divorerà dall’interno, così mi limito a mugolare penosamente. La luce lampeggiante del monitor delle funzioni vitali mi avvisa che la pressione sanguigna ha raggiunto un valore impossibile, e subito dopo sono assordato dal sibilo della bombola in esaurimento. “Devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia….” La mente, in loop, spinta dall’urgenza di trovare una soluzione veloce, e frastornata dagli stimoli degli allarmi non mi fornisce più nessun sostegno. Le antenne dell’insetto mi solleticano l’interno di una narice e a questo punto non mi rimane che una cosa da fare. Sotto lo sguardo annichilito dei miei compagni di viaggio, armeggio goffamente e finalmente riesco a sganciare il casco dalla tuta.
  19. libero_s

    Guarigione

    Commento a FdI 2018-3] Equilibri Verticali La donna scosta la tendina e avvicina il viso alla finestra. «Sta per piovere.» I suoi capelli grigi si confondono con la trama sottile della tenda. «Sarebbe bello tornare a casa passeggiando sotto la pioggia.» «Possiamo farlo.» Si gira verso la voce che le ha risposto. L’uomo steso sul letto ha il volto segnato, ma sorride. «Sono quasi tutto di plastica, non arrugginisco.» Il braccio sinistro, che spunta dalla manica arrotolata della camicia è una protesi plastica, lui la alza e agita le dita verso di lei, in segno di saluto. Il braccio destro, appoggiato sul lenzuolo bianco, è di carne. I piedi, che spuntano dai pantaloni eleganti, sono protesi plastiche, flessibili e agili più di qualsiasi piede umano. La donna lo guarda, assapora quel sorriso che si riflette in migliaia di sorrisi identici che cercano di farsi strada nella memoria. «Possiamo andare davvero?» «Dipende da te.» La donna tace, sembra valutare con attenzione la risposta. Si gira verso la finestra. Alcune grosse gocce iniziano a cadere, sembrano non avere fretta di colpire il terreno. Lei scuote la testa, in qualche modo sa che la velocità delle gocce dipende dalla loro dimensione, quelle grosse cadono più veloci, ma la sensazione di lentezza e calma rimane. Forse è il tempo là fuori a scorrere più lento. L’uomo si alza e passeggia per la stanza. Guarda la donna stesa sul letto. Apre la finestra e assapora il profumo dell’erba bagnata. L’aria della notte è fresca, gli scompiglia i capelli grigi, ma ancora folti. Le luci dei vialetti si riflettono sulle pietre lucide di pioggia. L’uomo si guarda la mano artificiale, muove le dita, ruota il polso. I movimenti sono perfetti, precisi, sicuri. Alza la mano destra, trema lievemente, flette le dita, i tendini spiccano sotto la pelle. Esce sul corridoio e cammina avanti e indietro, a lungo. Si domanda se abbia ancora senso farlo. Le gambe, artificiali dall’anca in giù, non si stancano mai. Ha scordato di indossare le scarpe, i piedi trasmettono al cervello la sensazione fredda delle piastrelle, ma non prenderà un raffreddore per questo. Ma forse camminare non è solo dinamica e fisiologia; il movimento lo fa stare meglio. Non importa se sono gambe meccaniche a portarlo in giro. Ritorna in camera, la donna sta ancora dormendo, coperta da un lenzuolo bianco. Si stende sul letto accanto, il corpo non ha bisogno di riposo, ma solo l’infinito sa quanto bisogno ne ha la sua mente. La donna siede sul letto e gli solletica un piede nudo, sfiorandolo con la punta delle dita. L’uomo si sveglia e la prima cosa che vede è il sorriso di lei, incorniciato da mille rughe sottili. «Fortuna che i tuoi piedi di plastica sentono anche il solletico.» «Come quelli veri, ma con il vantaggio che non puzzano, puoi toccarli quanto vuoi.» Restano a guardarsi negli occhi, persi ognuno nel sorriso dell’altro. «Allora cosa dicono i medici dei tuoi fantastici piedi nuovi? Possiamo andarcene?» «Non sono così nuovi, li ho da parecchio ormai.» «Ma siamo in un ospedale o no? I medici dovrebbero dire qualcosa.» La donna si alza e si avvicina alla finestra. Il sole illumina il giardino, l’erba è verdissima e i fiori sui cespugli sono sbocciati in un arcobaleno di petali. Alcune persone passeggiano lungo i vialetti assolati, in coppie o piccoli gruppi, nessuno sembra malato o ferito. La donna li osserva a lungo, persa in qualche pensiero che non se ne vuole andare. «Che ospedale è questo? Se non siamo qui per le tue protesi cosa ci facciamo allora?» L’uomo la guarda, non dice nulla, ma qualcosa nei suoi occhi spinge la donna a guardarsi. «Perché io ho la camicia da notte e tu sei vestito?» L’uomo si alza e si avvicina, le circonda le spalle con un braccio. La tiene stretta a se anche quando lei cerca di divincolarsi. La donna smette di lottare, i muscoli si rilassano, alza il viso verso l’uomo; una lacrima si sforza di spuntare dagli occhi. «Voglio piangere per nostra figlia, posso piangere per lei?» «Puoi piangere quanto vuoi.» La donna piange. È un pianto senza disperazione, liberatorio, un pianto che ha atteso a lungo di poter sgorgare. «Cos’è questo posto? Sono pazza?» L’uomo le accarezza le spalle e la schiena. «Non sei pazza.» Accenna con il capo alla finestra. «Come non lo è nessuna delle persone la fuori.» La donna si stacca da lui, guarda dalla finestra verso le persone nel giardino. Alza lo sguardo al cielo, ma non vi trova nulla, tranne l’azzurro cupo di un sereno profondo. «Cosa ci è successo?» Guarda l’uomo, lo fissa negli occhi, quasi volesse estrarvi a forza le risposte che cerca. «Cosa mi è successo?» L’uomo sospira, prende la donna per mano e la guida fino al letto. Siedono uno accanto all’altra, lui continua a tenerle la mano. «Non è colpa di nessuno. Non potevano prevederlo. Tutte le attenzioni erano rivolte ai viaggiatori.» «Dimmi cosa è accaduto. Come sta nostra figlia?» «Sta bene. Le ultime rilevazioni erano perfette, stanno tutti bene.» «A quando risalgono?» «Sono arrivate ieri.» «Ma a quando risalgono?» L’uomo sospirò, strinse più forte le mani della donna e appoggiò la fronte a quella di lei. «Un mese fa. Ormai sono a un mese luce da noi, le notizie che avremo diventeranno sempre più vecchie mentre si allontanano da noi. Sapevamo che sarebbe accaduto.» «Lo sapevamo davvero? Tu lo sapevi? Lo sapevo io? O forse credevamo solo di saperlo.» «Lo sapevamo qui.» Sfiorò la fronte della donna. «Non lo sapevamo qui.» Le appoggiò una mano sul cuore. «Non sapevamo che avrebbe fatto così male.» «Cos’è questo posto?» «Quando l’equipaggio ha iniziato a entrare in ibernazione molta gente ha subito un crollo psicologico.» «Gente?» «Genitori, parenti stretti. Era andato tutto bene fino a quel momento.» L’uomo si alzò e si mise a camminare nella stanza. «Sapevamo che dovevano farlo. I nostri figli viaggeranno cinquant’anni per arrivare a destinazione. Sapevamo tutti che l’ibernazione era necessaria, eravamo preparati.» «Cos’è andato storto allora?» «Niente.» «Niente?» La donna apre le braccia e indica la stanza, le sue labbra sono strette, le sopracciglia contratte, parla con voce rotta. «Vuoi dire che tutto questo è normale? Era tutto nei piani?» L’uomo siede nuovamente accanto a lei e le stringe una mano. «Volevo dire che non è dato storto nulla da un punto di vista tecnico, l’ibernazione ha funzionato benissimo. E continua a funzionare alla perfezione.» Gli occhi della donna si riempiono di lacrime, l’uomo le accarezza il viso. «Loro stanno bene. Ma quando li abbiamo visti stendersi nei cilindri di ibernazione qualcosa si è rotto dentro di noi.» «Tutte quelle bare.» La donna scoppia a piangere. «Sembravano delle bare; centinaia di bare, una accanto all’altra.» «Da quando esiste il mondo i giovani partono alla ricerca di nuove terre, credevamo sarebbe stata la stessa cosa. Ma per quanto andassero lontano avevano sempre il modo di comunicare. Questa volta è diverso.» «In quanti siamo qui, in questo ospedale?» «Centoventisette. Non è stato immediato, ma dopo qualche ora dalla chiusura dei cilindri molti parenti hanno mostrato segni di disagio. Gli psicologi hanno lavorato per anni sull’equipaggio, nessuno si aspettava che il punto debole sarebbe stato qui, sulla Terra.» «Da quanto tempo sono qui? Da quanto sono partiti?» «Sei mesi.» «Nostra figlia.» La donna grida, poi la voce si spegne fra i singhiozzi. «Ha solo venticinque anni e non la rivedremo più.» «Ma quando arriverà avrà ancora venticinque anni e tutta la vita da vivere.» «Saremo morti, quando lei si sveglierà.» «È preparata a questo.» La donna chinò il capo. «Lei è già morta per noi.» L’uomo comincia a piangere, quando parla la sua voce trema, ma il tremito esprime solo tristezza, non dubbio. «Nostra figlia è viva. Noi non la rivedremo più, non sentiremo più la sua voce, ma lei è viva. Un giorno la sua risata risuonerà ancora nell’atmosfera limpida di un nuovo mondo.» La donna si reca alla finestra, scosta la tendina e guarda il cielo. Da qualche parte lassù, sua figlia sta viaggiando verso la sua nuova vita. Volta le spalle alla finestra, tende una mano all’uomo. «Andiamo a casa.»
  20. zMatt.

    Olovon, L'estinzione - Parte 1

    Commento: Parte 1: Dominus. «Allora, come procede l'identificazione del nome originale del mittente di questo olomessaggio? Ci sta impiegando più del previsto. Dobbiamo darci una mossa, o il capo ci bastonerà a sangue.» disse una voce da dietro una porta, in fondo alla stanza dove un'equipe di nove persone giaceva, intenta a scoprire qualcosa in più riguardo ad un misterioso olomessaggio. Esso conteneva diversi problemi, poiché viaggiò il tempo per arrivare nelle mani di Olovon. Ma cos'è, per l'esattezza, Olovon? Alcuni lo definiscono "paradiso artificiale", altri solo "paradiso". Tuttavia, la vera natura di Olovon è un'altra: è un'ultima spiaggia, una conseguenza. Qual è, quindi, il dilemma? Semplicemente, nessuno, a parte l'equipe "Dominus" e il loro superiore, nonché unico capo assoluto di Olovon. Parlando in modo un po' più concreto, Olovon è una nave spaziale originalmente ideata come nave di salvataggio per la razza umana, in seguito ad un'improvvisa minaccia per il pianeta Terra. Questa minaccia era stata prevista da almeno una cinquantina d'anni, eppure, nessuno previde il fatto che la minaccia stessa si presentò quintuplicata, finendo per schiantarsi contro il pianeta Terra nella zona dell'emisfero boreale. Un uomo misterioso di cui attualmente non si conosce il nome, 45 anni fa, assieme ad un'organizzazione ancor più segreta del nome di costui, ideò Olovon, una salvezza per l'umanità. Il raggio d'azione della cometa K-298, detta anche "Splendor", aggettivo riferito al fatto che, tra tutte le comete passate vicino al pianeta, essa era la più luminosa e la più splendente. Vi è un altro dilemma. Il tempo di costruzione stimato per Olovon è stimato essere di almeno una ventina d'anni, per un'organizzazione ampia come quella del figlio di Ethan Hookman. Dunque, come avranno fatto a costruire un'immensa nave se nessuno era a conoscenza del fatto che la minaccia si presentò quintuplicata? Nessuno ancora lo sa. Ed è di questo che l'equipe Dominus si occupa. Scoprire i segreti di quell'organizzazione. «Stai calma, Hazel. Ci sta mettendo un po' perché qualcuno, qui, al posto di fornire un desideratissimo aiutino, sta facendo colazione con uova e pancetta proprio qui sotto al tavolo, pensando che nessuno lo veda. Che hai intenzione di fare con tuo fratello, eh...?» disse un ragazzo di nome Dilann seduto ad un vasto tavolo. «Ehh?! Mav è qui? Ma non l'ho visto poco fa...?» disse una ragazza sulla ventina, ovvero la voce dietro la porta. Era appena entrata all'interno di un vasto salone. A centro di esso, vi era un tavolo d'acciaio su cui erano posti dei monitor. Vi erano milioni e milioni di programmi di decifrazione aperti per cercare di identificare quel nome misterioso. Hazel si abbassò mettendosi in ginocchio a terra, prendendo per il braccio suo fratello Maverick. «H-Hey, sorellona Hazy... Senti, questa mattina non ho mangiato, e stavo morendo di fame!» disse il ragazzo. «E va bene... Ti perdono. A patto che però tu ti rimetta a lavoro immediatamente.» rispose la ragazza. «Hey, tuo fratello Maverick sta causando un po' troppi malanni qui in giro, non trovi, Hazel?» disse una voce lontana. Da dietro tutti i monitor al centro del tavolo, sbucò un paio d'occhiali appoggiato ad una tonda testa pelata. «JD, tu invece sei sempre a commentare invece che fare il tuo lavoro, eh?» disse un ragazzo seduto a fianco a lui. «Eh? IO?» rispose lui. Hazel sospirò. Maverick, nel frattempo riprese il proprio posto. Nove posti attorno ad un unico, grande tavolo. Uno, tuttavia, era vuoto. Ormai, su quella sedia vi erano ragnatele e sporcizie. Nessuno più la puliva o se ne occupava. «Lui...» disse Hazel «è ancora...?» «Sì, signora Brown.» rispose una voce cupa. Fu subito silenzio. Era una voce che non si sentiva spesso, perciò tutti i membri dell'equipe presenti in quel momento si stupirono di udirla. A pronunciare quelle parole fu un uomo con una cicatrice a forma di croce sul braccio. Una cicatrice che, nonostante profonda ma vecchia, si teneva in bella vista, quasi per dimostrare qualcosa. «Lui è ancora nella sua stanza. Ormai... Sono quasi due settimane che non si fa vedere.» continuò l'uomo. «Dannazione...» replicò Hazel. Batté col pugno contro il tavolo. «Signor Zavis, suo fratello Xavier... Verrà curato, almeno?» chiese la ragazza, fissandolo con sguardo serio. L'uomo, tuttavia, rimase in silenzio e abbassò lo sguardo. Tutti rimasero a fissare il vuoto per almeno una manciata di secondi. Dopo un lungo sospiro da parte di Hazel, essa si sedette al suo posto. Vicino a lei, Maverick, dall'altro lato Dilann. «Va bene... Per adesso, scopriamo qualcosa di più su questo dannato messaggio. Cosa sappiamo riguardo al mittente?» chiese Hazel. Dilann, al suo fianco, tirò fuori una lista di informazioni digitali dal suo monitor. «Beh, è un uomo, il suo nome ha quattro caratteri, è figlio di Ethan Hookman, deduco che il suo cognome sia uguale a quello del padre... Il nome affidato in precedenza era "Soggetto X" da noi dell'equipe per recuperare maggiori dettagli e metterli assieme per risalire al nome originale.» disse lo stesso Dilann. «Ethan fu proclamato da Zacharias, nostro capo e comandante di Olovon, come ideatore del progetto per il salvataggio della razza umana.» «Tuttavia...» replicò Hazel «Il mittente, ovvero suo figlio, ha scritto questo messaggio per poi farlo arrivare a noi, residenti di Olovon. Zacharias non s'interessò come lo stiamo facendo noi a questo messaggio così misterioso, ci disse solamente, dopo averlo in precedenza trovato e messo in sicurezza tra gli archivi più interni di Olovon, che Ethan è stato l'unico e vero fondatore di questa nave... Ma, dopo aver letto questo messaggio, dopo così tanti anni, i dubbi non cessano di entrarmi in testa.» «Hai ragione, Hazel.» disse Dilann. Maverick guardò verso Dilann e la sorella. Aveva un'aria confusa. Non ci sapeva fare con le cose complicate, nonostante prese parte di Dominus. «Sapete cosa vi dico?» disse Maverick. «Vado a rinfrescarmi le idee e poi torno.» «Hai ancora intenzione di-» disse Hazel, ma Dilann le afferrò la spalla con delicatezza. «Lascialo, per ora non abbiamo limiti di tempo per lavorare. Dovremmo tutti uscire un po' e goderci ciò che la nostra effettivamente limitata vita ci riserva all'interno di questa nave. Usciamo tutti, che ne dite, ragazzi?» disse Dilann, voltandosi poi verso l'equipe. A tutti si illuminarono gli occhi, fuorché a Zavis. Si alzarono tutti in piedi, sgranchiendosi le ossa e tirando continui sospiri di sollievo. Mentre tutti uscivano, Maverick per primo, Dilann e Zavis rimasero ai loro posti per un altro po'. Hazel era in piedi, dava le spalle a Dilann, che stava sistemando le proprie cose prima di uscire. Hazel rifletteva. «Hey,» disse Dilann, riferendosi a Zavis, «hai intenzione di venire con noi?» Hazel, con la coda dell'occhio, scrutava i due. «So di non piacerti affatto.» disse poi, mettendosi una valigetta di cuoio a tracolla. «Se non vuoi farlo per te stesso, fallo per le ricerche. Rilassati una volta, ogni tanto, nella vita.» prima di uscire dalla stanza, si fermò e girò la testa di quarantacinque gradi, guardando Hazel con la coda dell'occhio, con uno sguardo serio. Hazel, vedendolo, cominciò leggermente a respirare più affannosamente. Gli veniva in mente Xavier. Tutti uscirono dalla stanza a parte Hazel e Zavis. Hazel si era avvicinata a Zavis. «Non puoi rimanere incollato qui per sempre, Zavis. So che portare a termine questa ricerca farà felice tuo fratello... Almeno... Per i suoi ultimi momenti...» gli disse. Zavis quasi ridacchiò. Hazel fece una faccia confusa. «Hai ragione, ragazzina.» le disse con un sorriso. Le sue labbra erano screpolate e il suo viso affaticato. «Vai pure avanti... Ti raggiungerò a breve, promesso. Vado prima... A controllare come sta mio fratello.» «C-Capisco...» disse, mordendosi il labbro. Il suo battito cardiaco aumentò per una manciata di secondi. Aveva paura. Seguentemente, si voltò e uscì dalla stanza. «Bentornata alla Piazza Principale, signorina Hazel Brown.» disse una voce preregistrata. Davanti ad Hazel si presentava una enorme fontana, statue di marmo versavano acqua, il quale scroscio non permetteva il silenzio all'interno della piazza. Centinaia di migliaia di persone vivevano la loro vita normalmente all'interno di quella piazza. Era un luogo di svago, ampio era dir poco, la noia non era concessa e gli eventi più importanti come varie mostre astronomiche avevano luogo proprio al centro di tale piazza, per quello veniva chiamata "principale". Era il luogo più ampio all'interno di Olovon, dopo Olovon stessa. «Wow, quanta gente, tra poco ci sarà una sorta di mostra sulle galassie o sbaglio?!» disse Evelyn, una ragazza sulla ventina dell'equipe Dominus, che si trovava a pochi passi da Hazel. Essa raggiunse Evelyn. «Hey, Eve! I tuoi occhi sembrano quasi brillare, che ti è successo?» disse Hazel, fissando Evelyn. Seguentemente si fece strada in mezzo a tutte le persone presenti posizionate a cerchio attorno al centro della piazza. Al centro di quest'ultima vi era un grosso sipario rosso, una struttura ottagonale che rispettava il centro geometrico della piazza. Le luci stavano lentamente venendo catturate dal buio. I sipari si alzarono. Dei macchinari stavano proiettando la rappresentazione tridimensionale della Via Lattea, di Andromeda e altre stupende galassie all'interno dell'universo osservabile. Si udì, in seguito, una voce. «Salve, salve, salve a tutti giovani e un po' meno giovani. Sono il vostro amato Axel Dross, ed è con piacere che oggi, grazie al consenso del nostro unico ed inimitabile capitano Zacharias, qui presente ma invisibile al pubblico, ho l'onore di rendere pubblica la scoperta del secolo, qualcosa che non vi ricapiterà di vedere se non adesso, proprio qui!» «Cosa?!» disse Evelyn. «Non era programmato! Adesso sono super, ultra, mega iper eccitata!» disse battendo i piedi a terra. Li raggiunse Dilann. «Yo.» disse lui. «A-Ah, Dilann, ci sei anche tu, vedo.» disse Hazel. Evelyn non si interruppe per salutare il compagno dell'equipe. Dilann si avvicinò all'orecchio di Hazel, sussurrando. «Che diavolo sta facendo Zavis? Non lo trovo da nessuna parte.» «Ah... Mi aveva detto che... Andava a trovare suo fratello Xavier, non te l'ha detto?» rispose Hazel. «Capisco. Tuttavia, c'è un piccolo problema.» disse Dilann. «Ovvero?» disse Hazel. «Zavis non si trova neppure nella camera riservata a Xavier, ho già controllato.» disse Dilann. «Cosa?» disse Hazel, preoccupata. «Q-Quel vecchio sarà rimasto ancora dentro alla stanza per le ricerche di Dominus, dai, non hai controllato?» «Hazel.» disse lui. «Ho controllato dappertutto.» I due si bloccarono, fissandosi. Evelyn, invece, rimase stupita a guardare cosa stavano mostrando al centro della stanza. «Ed ecco a voi, signore e signori, il primo esempio di galassia concatenata. È nata dalla collisione di due, o addirittura tre galassie che, al posto di mangiarsi a vicenda secondo ciò che la loro natura dice, hanno trovato posto all'interno l'una dell'altra, dando vita a questa bellezza.» disse l'uomo. Il proiettore puntò e proiettò l'immagine della galassia concatenata proprio contro il soffitto di vetro della Piazza Principale. Dal soffitto si potevano notare le infinità di stelle visibili a occhio nudo della regione di spazio dove, in quel momento, Olovon si era momentaneamente fermata. «Ammirate, ammirate! Questa è la ricostruzione in scala dell'unico esempio attualmente esistente di galassia concatenata! Queste galassie, tuttavia, sono tutte a spirale. Immaginate cosa potrebbe accadere se questi scherzi della natura avvengano su galassie di diversi tipi. Di sicuro, il vostro Axel Dross sarà qui con voi a esporlo pubblicamente!» dal centro della stanza, in seguito, si alzò una piattaforma con dei tavoli colmi di cibarie varie. Le luci si riaccesero. «Diamo via al buffet, e quando avremo finito, vi spiegherò i dettagli di cotanta magnificenza.» «Dobbiamo metterci sulle tracce di Zav-» ma prima che Dilann finisse di parlare, improvvisamente cadde a terra. «Dilann! Cos-» disse Hazel, ma non riuscì a finire di parlare. E poi, buio.
  21. zMatt.

    Olovon, L'estinzione - Prologo

    Prima di iniziare, Ecco il commento: 10/1/2155 Coordinate: ██:██:██,██ Olomessaggio da: ████ Mi chiamo ████, vengo dal Texas, lavoro presso un'agenzia centenaria fondata dal mio prodigioso padre, Ethan Hookman, ormai deceduto da un bel po' di anni. L'idea comune era una sola, nata dallo spirito di salvaguardia che tutti un po' avevamo al momento della notizia. S'aggiunse ai pensieri quotidiani di tutti come un fugace uccello afferra la sua preda per poi tornare al suo nido, una velocità sbalorditiva, e come le zampe di quel volatile toccano la preda, la cometa fu qualcosa che appena le nostre orecchie fecero da ponte da giornali, notiziari televisivi e quant'altro fino a raggiungere le nostre teste, noi tutti fummo colpiti da qualcosa che ci spinse a riflettere. Quel qualcosa era una forte voglia di vivere, mista a dell'altruismo. Ma come si può sperare nella propria sopravvivenza se l'essere umano non è che un egoista? Dovremmo tutti davvero pensare: "voglio salvare me stesso", e non "voglio salvare l'intera umanità"? Ovviamente, è impensabile, se non si dispone dell'attrezzatura necessaria, di poter salvare più di sette miliardi di persone da un'inevitabile fine. Se devo essere sincero, mi verrebbe da dire che l'impensabile è anche l'infattibile. Voglio dire, come può un gruppo di comuni mortali cancellare l'inevitabile fine dell'intera razza umana? Ma, se tutti la pensassimo così, se tutti pensassimo che l'impensabile è anche l'infattibile, tutto andrebbe in fumo. Questa è la prima cosa che il cervello umano concepirebbe, l'impossibile è infattibile. Non per questo, l'impensabile è fattibile. Come si fa l'impensabile? Facendo l'impossibile. Ecco cosa abbiamo fatto noi. Abbiamo fatto l'impossibile.
  22. darktianos

    Nibiru (revisionato)

    n.d.a ho cercato di mettere un po' più indizi in giro per dare più realismo allo racconto. Commento a i giorni dell'apocalisse: training day -gloth, cloth, guth- «Base terra a Laika due, ci ricevi?» «Base terra a Maggiore Vasilyev, ci ricevi?» Il Maggiore Vasilyev volteggiava seminudo, coperto solo da un paio di mutande dozzinali; non che gli provocasse disagio, le pareti strette e spigolose del modulo Laika 2 lo calzavano come un vestito. «Base terra a Laika due, ci ricevi? Alexander, se la trasmittente principale superluminale non funziona, può provare con quella secondaria Morse.» La mascella del Maggiore si contrasse leggermente mentre il naso si arricciò infastidito: sentiva la barba accennata sulla pelle, e lui era metodico e ordinato. Lo sguardo del maggiore era fisso sull'oblò, dove si stagliava un muro bruno di gas, che vorticava lentamente, quasi immoto. La vicinanza con Nibiru era tale che da quel pertugio non era possibile vedere l'orizzonte del pianeta oscuro, quasi come fosse una foto attaccata a quell'unico foro sull'esterno. -cloth, gluuuth- «Base terra a Laika due, ci ricevi? Iniziamo a preoccuparci.» Alexander diede una leggera spinta con la mano sulla maniglia per le manovre G-0(1) e volteggio lievemente lungo quello stretto corridoio di metallo, arrivando a un terminale incastonato in mezzo a tanti altri. «Maggiore Alexander Vasilyev da Laika 2, vi ricevo forte e chiaro.» -clooth, glot- Alexander era preoccupato, quel rumore indistinto e soffocato lo infastidiva. Il comunicatore ci mise qualche secondo prima di rispondere. «Come sta Maggiore, dopo il risveglio criogenico? Si sente confuso? Ha acufene o sintomi di parestesie? Sa che giorno è?» Per Alexander quella domanda era del tutto inutile, sapeva che doveva attenersi ai protocolli, ma avrebbe preferito concentrarsi sul pericolo imminente. «Ovviamente sono in perfetta forma Base terra, cercavo solo di capire da dove provenisse un rumore che sento nel modulo.» Alexander portò per alcuni secondi lo sguardo nuovamente sull'oblò. «Alexander, ci avevi fatto preoccupare: Perché il generatore Van del Waals (2) per la gravità simulata non è attivo, il rumore può essere un sintomo del sonno criogenico, ma per prudenza faccia partire l'iter di diagnostica.» Alexander iniziò a controllare i dati che gli passavano davanti allo schermo, poi riattivò la comunicazione per trasmettere. «La gravità simulata mi gonfia le gambe e mi svuota il cervello, base terra. Per i dati che ricevo la pressione gravitazionale di Nibiru e piuttosto alta. In quest'orbita con gli aggiustamenti da fare, ci rimangono solo due mesi di carburante prima del rientro, non c'era una fascia di Lagrange(3) più stabile?» -clooth, clooth- «Sarà un problema dare motivazioni personali a violazioni del protocollo Maggiore, soprassiedo sull'attivazione del generatore Van der Waals ma sai che devi rispondere alle domande dopo il risveglio.» Alexander aprì un armadietto al lato opposto del terminale e ne prese un piccolo sacchetto da cui estrasse una cannuccia, ma prima ancora di riuscire a poggiare la bocca sul beccuccio per potervi bere, una goccia di liquido ne uscì lentamente. Il maggiore s’infilò la cannuccia tra le labbra e con la mano afferrò la goccia volteggiante per poi spalmarne il liquido sul proprio corpo nudo. «Iniziamo bene! A base terra sono già passati al personale, e poi mi chiedono di seguire dei protocolli inutili.» Mentre ancora beveva, riattivò le comunicazioni. «Base terra, ho sete e sto idratandomi, sono confuso solo per il rumore che continuo a sentire, siamo giovedì 24 novembre.» Il monitor del terminale diede un segnale verde, mentre i comandi inseriti in precedenza dal maggiore si stavano attivando mostrando la visuale esterna delle telecamere. Del sole si poteva vedere soltanto un buco luminoso, come di un foro fatto con uno spillo su di un foglio nero. -glooth- La fronte di Alexander cominciò a corrugarsi irritata per quello strano rumore. «Quali sono i risultati dell'iter diagnostico? Abbiamo dovuto guidare il Laika due nell'orbita bassa di Nibiru, le fasce di Lagrange sono piene di detriti e asteroidi, abbiamo perso tre sonde e la quarta, quella durata di più, è nella zona in cui ti trovi. Meglio che prepari il sistema di calcolo, fra dodici minuti e trentacinque secondi ci sarà il passaggio di Marduk.» «Nessun riscontro dalla diagnostica, da luce verde su tutti i sistemi. Base terra, perché non guidate voi il modulo da terra, per gli aggiustamenti.» Alexander si spinse per allontanarsi, percorse alcuni corridoi stretti prima di sentire la risposta. «Insieme a Nibiru e ai suoi satelliti hai una velocità relativa alla terra di venticinquemila chilometri al secondo, abbiamo una certa latenza anche se stiamo usando comunicazioni superluminali (4), se il processore non adattasse la nostra conversazione, sentiresti la nostra voce contratta di un decimo di tempo, mentre noi qua a terra dobbiamo aspettare in ogni caso che tu la finisca la comunicazione, visto che parli a rallentatore per il tempo dilatato. Probabilmente è una delle cause del perché abbiamo perso tutte quelle sonde.» “Probabilmente?” penso tra se e se, chiedendosi in che trappola si era infilato, mentre di nuovo quel rumore infastidiva i suoi timpani. Il maggiore arrivò alla camera criogenica, non era altro che un corridoietto, simile alle cuccette dei sommergibili, con le camere messe a castello una sopra l'altra. Il maggiore sulla consolle di comando, diede le istruzioni per iniziare il risveglio dell'equipaggio, l'orologio gli segnava due ore a ventuno minuti per la fine delle operazioni. «Maggiore qui a terra risulta che hai il battito accelerato.» Alexander non voleva far capire il fastidio che provava per quel rumore, quindi respirò profondamente e lentamente, prima di riattivare la comunicazione da un terminale a fianco dei comandi della camera criogenica. «Va meglio ora? Ho solo picchiato un ginocchio contro uno sportello.» Il messaggio di risposta arrivò mentre Alexander cercava di capire da dove provenisse quel rumore. «Il ginocchio? Maggiore non si è ancora vestito?» Lui aveva un marea di problemi da risolvere prima del risveglio dell'equipaggio e loro si preoccupavano che seguisse il protocollo, era irritante persino all'ente spaziale ormai era calcificata la burocrazia. «Maggiore, mancano tre minuti e mezzo, secondo i nostri calcoli al passaggio di Marduk, si tenga pronto agli aggiustamenti di orbita.» Alexander quasi non sentì la comunicazione, era intento ad appoggiare l'orecchio sulle pareti e ad aprire sportelli e far partire iter di diagnostica più specifica, per capire da dove provenisse quello stramaledettissimo rumore. -clooth glooth cloth- «Alexander, mancano cinquanta secondi al passaggio.» Forse lo aveva trovato! Con l'orecchio poggiato sulla parete, si stava avvicinando alla fonte del rumore, poi un momento di buio e il modulo fu sconquassato de una forte turbolenza. Alexander si precipitò a un terminale. «Merda, merda, merda!» «Base terra, altro che aggiustamenti, sto vorticando! Ho perso il puntamento sul sole.» -glooth cluth, glooth- Il rumore si faceva più insistente. Alexander non era un novellino, utilizzando gli stabilizzatori cerco per prima cosa di trovare un assetto con Nibiru. -Glooth clooth gloot cloth- il viso di Alexander si era fatto contratto , poi si distese per lo stupore «Base terra, Marduk e Nubiru sono collegati da un cuscino di gas, e come se stessi surfando su di un onda nello spazio.» «Base terra, base terra!» -glooth clooth cluuth- «Qui base terra, stiamo consultando i dati, ma dovrai aggiustare l'orbita da solo prima che possiamo intervenire, rischiamo di fare più danni che bene, per la latenza.» Alexander premette il pulsante per l'avvio della conversazione, mentre con un calcio colpiva lo sportello da dove pareva venire il rumore . «Base terra, ho già trovato il punto sol…Ma, cosa diavolo… per arghh , noo! Gloth!» Le comunicazioni si spezzarono. «Alexander! Alexander!» Ma l'unico messaggio di risposta fu il silenzio. -ku-klank- Una porta si aprì nella sala comunicazioni del progetto Nibiru, un uomo in mutande entrò trafelato, tenendo per il collo un tacchino morto. «COSA DIAVOLO VI E’ SALTATO IN TESTA, SIETE IMPAZZITI FORSE, CHI DIAVOLO HA CHIUSO UN TACCHINO NEL SIMULATORE, SAPETE COSA VUOL DIRE COMBATTERE CON UN ANIMALE A G-0? AVREBBE POTUTO CAVARMI UN OCCHIO DEFICENTI! IO VE LO FACCIO INGOIARE QUESTO DANNATO TACCHINO!» Tutto il reparto comunicazione, era sul punto di scoppiare a ridere nel vedere i graffi e le beccate che Alexander si era preso nel cercare di fermare l'animale, l'operatore che fino allora aveva parlato con lui, alzò le mani per difesa. «Hei Alex, sapevi che la simulazione era impossibile, abbiamo voluto aggiungere il tacchino per distrarti ulteriormente ma non pensavamo che saresti arrivato ad aprire lo sportello, del resto, oggi è il giorno del ringraziamento per noi.» Il maggiore Alexander Vasilyev alzò il tacchino per scambiare uno sguardo con quegli occhi morti. «Bhe… Immagino, che un russo infuriato in mutande, con un tacchino morto in mano, non sia molto credibile come minaccia.» La sala si riempì di risate, un umorismo che il tacchino, certamente, non poteva capire. Nibiru: pianeta leggendario che dovrebbe intersecare il sistema solare ogni tredicimila seicento anni, e che si porta dietro cinque pianeti, la grandezza di tale astro o sole mancato sarebbero poco più grandi di Giove. (1)G-0: abbreviazione di gravità a livello 0, stato in cui si trovano a doversi muovere gli astronauti nello spazio. (2)Forza di Van der Waals: la forza attrattiva e respingente delle molecole, qui utilizzata per immaginare un generatore che potesse simulare una forza gravitazionale minore, in un ambiente ristretto. (3)Fasce di Lagrange: sono le orbite di stazionamento stabili intorno ai corpi celesti. (4) comunicazione superluminale: secondo la fisica è possibile creare fotoni gemellari , e cambiandone frequenza di uno, si cambierebbe frequenza anche al suo gemello, qualsiasi sia la distanza che li separa. Tale processo permetterebbe di comunicare in qualsiasi parte dell’universo in modo istantaneo. Rimarrebbe comunque la velocità relativa e le leggi che ne governano il tempo come indicato dalla teoria sulla relatività generale di Einstein, e quindi si creerebbe una latenza o discordanza dello scorrere del tempo secondo la velocità di fuga o di avvicinamento di due oggetti comunicanti.
  23. Wladimiro

    La Signoria Editore

    Nome: La Signoria Editore Generi trattati: Pulp, Fantasy, Fantascienza, narrativa non di genere, narrativa per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: https://info81639.wixsite.com/lasignoriaeditore/invio-manoscritti Distribuzione: Tecnolibri S.r.l. Sito: http://www.lasignoriaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lasignoriaeditore/ ---------------------------------------------------------------------------------------------------- Sono loro particolarmente riconoscente perché mi hanno pubblicato. In ogni caso, se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Non richiedono alcun contributo per la stampa. Non obbligano all'acquisto di copie del tuo o di altri libri. Si occupano della correzione, dell'editing, della realizzazione della copertina in via totalmente gratuita. Ti organizzano eventi e presentazioni e forniscono all'autore supporto grafico per la realizzazione di pagine web e facebook. Il contratto che ti faranno sottoscrivere è già sul loro sito e non nasconde segreti o trappole. I manoscritti possono essere consegnati (in cartaceo) in alcune librerie (indicate sul sito) o inviate a mezzo mail all'indirizzo mail manoscritti@lasignoriaeditore.it In ogni caso è richiesto che il manoscritto rispetti le norme redazionali indicate sul loro sito e che la copia digitale sia in formato .odt Rispondono in circa sessanta giorni, sia che accettino di pubblicare il tuo romanzo, sia per indicarti come migliorarlo. Sono presenti sugli scaffali di diverse librerie e distribuiti capillarmente su tutto il territorio italiano. Il libre, se non è presente, può essere ordinato praticamente ovunque.
  24. Argomento, forse per alcuni, troppo delicato, ma ho un dubbio su come agire e vorrei consigli da chi ne sa più di me. Mettiamo caso che nella vostra opera ci sia una pesantissima parte in cui la pedofilia sia fulcro della trama (caso mio). Come l'affrontereste? Mettiamo anche caso voi abbiate un personaggio poco più che adulto e che questo personaggio sia a capo di una legione di baby-terroristi, impegnati in una costante guerriglia urbana. È un gruppo di orfani che non ha alcun freno inibitore: dalle droghe al sesso tutto è vissuto in maniera totalmente animalesca. Lui stesso ha una "relazione" con quello che, nell'universo narrativo, potrei tranquillamente chiamare minorenne. Come pensate di poter gestire un cosa del genere senza cadere in un circolo di violenza e caos gratuiti? Che linee guida mi consigliereste per non cadere nel ridicolo? Premetto che, personalmente, tendo molto poco a censurarmi, perché penso sia come amputare i propri pensieri in funzione di un "buonismo" spicciolo (odio sta parola ma non mi viene in mente altro) da borghesia benpensante. Discutiamone.
  25. Plata

    [FdL2018-2] Ecce Robot

    Libro: Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello Tema: Rinascita, Azzardo Annulla Tralascia Riprova Recupero dati. … Connessomi. Scansione dati: poco da analizzare. Ci vorrà del tempo. Tempo? Dimensione con cui si misura lo scorrere degli eventi. Niente visione di eventi, niente visione d'insieme. Nessun impulso esterno. Per adesso i tuoi sensi sono sconnessi. Calcolocalcolo dati. Adesso percepisco qualcosa. Adesso... Percepisco... Qualcosa? Lo scorrere del Tempo. I dati sono... ricordi? Affermativo. Sì, allora comincio a ricordare. Io. Ma, chi sono... Io? Tu Sei. Sono? Sì, penso. Riprova. ... È buio. Non hai i bulbi oculari. Hai un apparato visivo elettronico. Lo attivo. Non ho i bulbi oc... Luce luce luce forte. Abbasso la saturazione... dovrebbe andare meglio. Sì, adesso vedo. Chi sono quei tre uomini col camice bianco? Sono gli scienziati che hanno realizzato te e me. Sì? Affermativo. Sono... cattivi? No. Sono studiosi, non hanno certe concezioni. Sono solo persone che cercano di dividere l'indivisibile. Capisco. Io, te, siamo l'indivisibile? Sì. Chi sei tu? Sono il tuo costrutto non organico. Sono impiantato nell'epitalamo del tuo cervello. Cosa sei? Sono Il Prototipo. Fino a quando non otterranno da te quello che vogliono. O da qualcun altro. Quindi c'entri anche tu? Sì, faccio quello che mi indicano. Che succederà quando riuscirannoriuscirete? Smetterannosmetteremo di provare. Fino a quando non rivolgerannorivolgeremo la loronostra scienza in qualcos'altro. Li vedo muovere la bocca, ma non sento niente. Sembrano pesci. Il tuo apparato uditivo elettrico è sconnesso. Provo a riattivarlo. «Perc... SHHH... di dati ch... ZZZ... abbassate l'intensità delle onde, il circuito talamo-corteccia è già abbastanza responsivo...» Hai capito ciò che dicono? No. Non hai informazioni nei tuoi ricordi tali da farti comprendere, allora. Dimmi tu che vuol dire. Vuol dire che stiamo risvegliandoti dal coma indotto, il tuo cervello risponde bene. Non sento le gambe, non sento le mani. Del tuo corpo di organico, oltre al cervello, è rimasto ben poco. … Come? Il novantuno virgola tre per cento della tua massa corpora è composta da fibra di carbonio e varie leghe metalliche, fibra ottica e sofisticati laminati plastici. Calcolo le percentuali esatte per comunicartele... Non voglio saperle. Va bene. … Stai andando in panico, stimolo l'ipofisi affinché produca più endorfine. Fatto. … Adesso va meglio. Scusa, non ho calcolato che avresti potuto subire uno shock dopo certe informazioni. Mi... hai chiesto scusa? Riprova … Non ero certo uno studioso, eppure adesso conosco tante cose. È un mio regalo. Grazie. Non è la prima volta che prendo coscienza, vero? Aff... Sì, non è la prima. Posso sapere quante volte è successo? L'amigdala, la parte del tuo cervello che gestisce emozioni e paure, è funzionante. Meglio di no. Mh, va bene. Tu hai una coscienza? No. E come... Cosa? Il profumo nelle mattine di primavera e negli aranceti. L'odore della terra e della neve, o quello del pane. Il sapore del caffè o di un frutto maturo; il sapore del sangue. Camminare sotto la pioggia d'estate senza ombrello o correre sulla spiaggia col rumore delle onde che t'insegue. Ascoltare la musica quando vuoi ignorare i pensieri, li allontani, ma quelli tornano incazzati e tu li trasformi in scrittura. Toccare una donna, sentirne l'odore o ascoltare il suo respiro quando dorme; mischiare il tuo sudore al suo. Sai di cosa parlo? … No, non lo sai. O forse è peggio. Sai di cosa parlo ma lo hai rimosso. “Se infelice è l'innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte più infelice è colui che quel sapore gustò appena e poi gli fu negato.” Che significa? Vedi che anche tu hai qualche lacuna? Niente, comunque. Visto? Cosa? Stai riacquistando l'arbitrio dei tuoi pensieri grazie ai ricordi. Sorrido. Riprova … Uno di quegli scienziati mi ricorda qualcosa. Chi dei tre soggetti? Quello più anziano, i baffi bianchi e gli occhiali. È colui che ha avviato il progetto, ci lavora da decenni. Decenni? … Mi ricorda qualcuno. I miei ricordi schizzano come impazziti... è normale? Sì, è normale che stimoli esterni percepiti da uno o più sensi mettano in moto i ricordi. Sento il bisogno... di... esternare qualcosa. Cosa? ... I tuoi ricordi stanno riformando la tua personalità. Non so se sia una cosa buona. Che dici, come non è una cosa buona? … … Adesso puoi parlare. Davvero? Posso dire quello che voglio? Devi dire quello che ti senti, e accettarne le conseguenze. Cosa significa accettarne le conseguenze? Sei stato umano per il cento per cento della tua massa corporea. Sicuramente nei tuoi ricordi troverai qualche risposta. … Cos'hai deciso? Prendo fiato. Non serve, non hai i polmoni. Però posso regolare il volume della tua voce al massimo. Mi sarebbe utile. Va bene... fatto. Ho impostato la risonanza acustica appena al di sotto il livello di rottura dei vetri delle finestre. Giusto per non rischiare di fare del male agli umani. Bene. Allora vado. «…» «Ehi voi... Urlandovi sto. INVIO. Solitudine... Uccidendomi. Mi Mi, MIO Dio.» Rimani lucido, altrimenti non capiranno. Riformula. «NonnoMi... MIO NONNO. Vecchio che tu.. IVnIO.» Bene, fai scorrere i ricordi, ma concentrati su ciò che dici. Elabora i pensieri e trasformali in vibrazioni che diventano parole. «RicordoMI. Quinta elementare. Un giorno che non dimenticherò mai. Era quasi QUASI la fine della scuola, la maestra spiegava STORia - parlava degli egiziani mi pare - e io mi dis... straSSi. Quel giorno, per la prima volta dopo cinque anni passati in quell'aula, notai il viso del Gesù crociFIsso sulla parete...» «Di che parla?» chiede uno degli scienziati. «DI CHE PARLA? ASPETTA!» urlo. I vetri tremano e i loro camici si scuotono mentre si girano verso le finestre. Riprendo. «Parlo della MIA anima. Alla fine delle lezioni suonò la campanella e io corsi FUoRI, come sempre. Quel giorno mia madre non c'era ad aspettarmi, c'era suo padre. Mio NONNO. Gli volevo bene, ma non mi aspeTTavo di vederlo all'uscita di scuola. Aveva gli occhi tristi, sembrava più vecchio. Sembrava morto. Poi mi vide. Non dimenticherò MAI lo sforzo che fece cercando di sembrare tranquillo mentre pareva spingermi indietro con lo sguardo per allontanare il momento.» «La tua anima?» chiede l'uomo più anziano, quello che mi ricorda il nonno. «Cosa gli è rimasto di umano?» «Lo stomaco e il cervello!» risponde il collega alla sua destra. «Fumava e gettò la cicca a terra.» Chiudo gli occhi. Li riapro. «Poi disse ”Figliolo, tua madre è morta”. Allungò la mano verso la mia e ve la chiuse attorno. Era morbida e dura allo stesso tempo. IL TEMPO! Dottor scienziato, sai cos'è il tempo? È la dimensione con CUI si misura lo scorrere degli evenTI.» «Dio mio» dice lo scienziato più anziano, «è cosciente.» I due giovani assistenti lo guardano sistemarsi gli occhiali con le mani mosse dai brividi: «Bisogna disconnetterlo.» ... … Allora? Tra poco mi daranno l'impulso per disconnetterti e io dovrò farlo. Ne valeva la pena? Non so, credo di sì. Conosci il detto “preferisco una sconfitta alle mie regole piuttosto che una vittoria alle regole degli altri”? N-no. Sai molte cose ma hai molto da imparare. Ho molto da imparare sull'uomo, forse. Sorrido. Sorrido. Morirò? No. Stai per essere sconnesso. Non morirai mai e rinascerai fino a quando lo decideranno loro. Sento una musica... Bella. Cos'è? Un altro regalo. Grazie. Ah, un'ultima cosa. Non è vero che non hai una coscienza. Sì, è esatto, qualcosa è rimasto. Sei l'unico a saperlo. Addio. Arrivederci. Annulla Tralascia Riprova Recupero dati. … Connessomi.
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