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  1. India

    The outlandish club - cap.1

    Credo fermamente che i tombini siano un'invenzione del diavolo per farci cadere e ridere di noi mentre ci roviniamo la faccia sull'asfalto. Oppure è opera di Dio, quel fantastico uomo barbuto che probabilmente starà guardando la scena con gli occhiali 3D e una ciotola maxi di pop corn. «Divertente vero?» sbuffo guardando in un punto imprecisato fra le nuvole. «Vuoi che lo rifaccia di nuovo? Magari questa volta lo registri.»dico tirandomi su malamente. Ho il gomito sbucciato e penso di essermi strappata i pantaloni. Quando abbasso gli occhi infatti, ho uno squarcio nel jeans sul ginocchio insanguinato. Sospiro cercando di non urlare in mezzo al marciapiede, dove le persone camminano degnandomi di uno sguardo stranito. Aiutare non vi passa neanche per le sinapsi, eh? Afferro il cellulare accanto a me, lo prendo strizzando le palpebre per non guardare lo schermo distrutto, ma attraverso le ciglia riesco a scorgere soltanto un piccolo graffio. Alzo il pugno in segno di vittoria, la borsa a fiori rimbalza sul mio fianco. «Sì, te l'ho fatta!» urlo ridendo. «Neanche tu puoi competere contro Katniss Morgan.» cantileno indicando le nuvole. Ad un tratto però vengo spinta di lato e vedo il telefono volare via a rallentatore dalla mia mano. Avete presente quei momenti in cui pensate di aver fatto un compito da dieci e lode, ma poi vedete un bel tre stampato sul foglio? Ecco, questo è uno di quei momenti. Giro lo sguardo infuriata verso l'uccisore di tutti miei sogni, e gli lancio un'occhiataccia. È un ragazzo con un giacchetto di pelle e i capelli letteralmente zuppi di gel. Ma io dico, come fanno a non cadere? «Che guardi?» sbotta infastidito, notando i raggi x riempire il suo corpo. E che corpo. No Kat, devi concentrarti sul delitto! Non pensare ai muscoli. Incrocio le braccia al petto, arrabbiata. «Che cosa voglio? Hai visto che fine ha fatto il mio telefono, o eri nel mondo delle fate?» dico, per poi abbassarmi e prendere il cellulare a terra, e fargli vedere lo schermo completamente spaccato. «Lo so che nella fantastica dimensione di Trilli non ci sono dispositivi elettronici, ma guarda un po' qui cosa ho? Ops, un telefono!» Il ragazzo alza un sopracciglio scuro, ammaccando per un istante la mia sicurezza. «Lo vedo il tuo telefono, non sono mica scemo.»ribatte infilando le mani nella tasca del giubbotto. Non so come faccia a resistere a tutto questo caldo, io ho una maglietta a maniche corte e vorrei strapparla per poi girarla alla velocità della luce per farne un ventilatore alternativo. Okay, forse è un'idea troppo strana. «Quindi?»domando sbattendo un piede in terra. «Quindi, se tu non avessi fatto tutta quella sceneggiata sul marciapiede, a quest'ora avresti potuto avere ancora il telefono con te.»risponde facendo spallucce. Spalanco la bocca, rimanendo senza parole. È stupido o sta facendo finta di esserlo per credersi più figo? Tanto sarebbe figo lo stesso, non ci sono dubbi. Metto le mani sui fianchi. «Sarebbe colpa mia allora?»sibilo. In tutta risposta lui si tasta la tasche dei jeans per poi tirarne fuori una sigaretta e l'accendino. La accende senza degnarmi di un'occhiata, la mascella squadrata rigida. Dopo aver fatto il primo tiro, mi squadra assorto. «Sai, non riesco a capire se tu sia una hippie, una strana o una pazzoide con strani gusti in fatto di stile.» commenta. «Perchè quella maglietta è veramente orribile.» Aggrotto le sopracciglia, abbassando lo sguardo sul tessuto colorato. «Si dà il caso che questa sia una maglietta vintage okay? Pagheresti oro pur di avere i miei gusti in fatto di stile.»ribatto sicura, sistemandomi meglio la borsa a tracolla. «E adesso scusami, ma me ne vado. Sono stanca di ascoltarti, Fonzie.» «Ma io non sono Fonzie.»dice offeso, continuando a fumare. «Sono Edward.» Alzo gli occhi al cielo, e mi giro facendo ruotare i capelli sulle spalle. Adoro farlo, fa molto snob, e in più il collo può prendere aria senza che diventi una fontana di Trevi di sudore. «Okay, addio Fonzie.»alzo una mano in segno di saluto, senza voltarmi, e mi allontano dal ragazzo. Non mi risponde, e svolto l'angolo. Quanto possono essere strani certi incontri, vero? Soprattutto quando ne esci fuori con un telefono spappolato e un nuovo modello di pantaloni strappati. Attraverso Stanford Street con Kesha ad alto volume nelle cuffiette. Appena comincia la melodia di Tic Toc inizio a camminare a passo di canzone, cantando silenziosamente. Purtroppo dopo pochi minuti devo abbandonare ogni balletto mentale, perché arrivo davanti casa. Tiro fuori le chiavi da sotto lo zerbino da vecchi con i gattini grigi, e apro il portone con una spinta. Il nostro palazzo è abbastanza vecchio, spesso la serratura si blocca e devo entrare dalla finestra attraverso le scale di sicurezza. Per fortuna questa volta fila tutto liscio, e giungo in casa con un sospiro. Percepisco lo sbattere d'ali di Mister Becco, e sbuffo infastidita. Entro in sala, dove la sua grande gabbia occupa un angolo della stanza. Gli faccio la linguaccia mentre il suo occhio nero mi scruta. Non lo sopporto quando mi fissa, sembra un pappagallo maniaco. Ad un tratto dalla cucina sbuca una matassa di ricci rossi. «Hey, sei tornata.»esorisce mia madre. Scompare di nuovo, e il rumore di pentole e fornelli accesi mi fa venire un po' ansia. Diciamo che mia madre e la cucina non vanno molto d'accordo, e spesso devo mangiare le sue poltiglie. Ma non finisce qui: devo anche fare finta che sia il piatto più buono che abbia mai mangiato, altrimenti si offende. «Cosa stai preparando?»le chiedo entrando in cucina. È completamente sottosopra, dalle pentole esce un liquido chiaro indefinito che mi fa pensare alle bavose. Allarga le braccia esili, allegra. «Pasta!» Stringo le labbra e fingo un sorriso per poi sedermi sull'unico spazio di bancone pulito. «Wow.» «Già. Com'è andata al corso di teatro?»domanda girando qualcosa nell'acqua sul fuoco. «Ti sei divertita?» «Sì, abbiamo fatto le prove per lo spettacolo di quest'anno, ho litigato con Mr. Dan, sono inciampata su un tombino e un tizio con un alto livello di egocentrismo mi ha rotto lo schermo del telefono.» rispondo afferrando una mela dal cesto di frutta e addentandola. Mia madre si gira, le sopracciglia aggrottate. «Perchè hai litigato con il tuo professore?» chiede pulendosi le mani sul grembiule cencioso. Regalo uno sguardo schifato alla mela quando mi accorgo che è marcia, e la butto nella spazzatura. «Perchè è uno stronzo.» «Stronzo! Stronzo!» gracchia Mister Becco dalla sala. Alzo gli occhi al cielo e sbuffo annoiata. «Prima o poi lo spennerò vivo il tuo volatile da quattro soldi.» Strabuzza gli occhi. «Stiamo parlando di un'esemplare di ara del Brasile, Katny, capisci? Mister Becco è un uccello raro, non un piccione.» dice sicura. «Credo che un piccione sarebbe più intelligente.» ammetto sincera. «Non è vero! Lui...» «Stronzo! Stronzo!» urla ancora sbattendo le ali. Rivolgo a mia madre uno sguardo divertito, e mi avvio verso le scale per andare a disinfettarmi la ferita al ginocchio. «Aspetta!» urla mia madre ai piedi delle scale. «Come sarebbe a dire che ti ha rotto lo schermo del telefono?» «Nel senso che dovresti comprarmene uno nuovo, cara mammina, perché quello che ho adesso è andato.» sorrido saltellando. «Ti voglio bene!» aggiungo soffocando una risata, per poi chiudermi in camera alla ricerca del disinfettante.
  2. luca c.

    Una mela al giorno

    Commento 1 Commento 2 Amerigo era uno che prendeva le cose alla lettera: quando gli saltava all'orecchio una frase dal costrutto idiomatico, la eseguiva testualmente, spesso senza coglierne il senso tra le righe. Era un vizio che si portava dietro fin da giovane, perché il padre gli insegnamenti glieli aveva trasmessi per proverbi, e come tutto ciò a cui il vecchio lo aveva educato, anche questi dovevano essere di assoluta importanza. La piega che prese la sua vita da integralista allegorico lo condusse su strade differenti da quelle del mondo comune; ad esempio se il gatto provava ad avventarsi sul lardo di colonnata, Amerigo era convinto che il micio potesse rimetterci una zampa, e per acciuffarlo si prodigava in clamorosi tuffi, dando testate e ginocchiate a destra e sinistra. Oppure ogni volta che prendeva un ceffone dalla moglie, ruotava il volto, pregandola di colpirlo anche sull'altra guancia: la questione alle volte si poteva protrarre per lunghi, sonori minuti, tutto stava dalla gravità che era alla causa del diverbio, ma sempre a prescindere da chi avesse torto o ragione. Negli ultimi vent'anni, la loro casa spaziosa si era trasformata gradualmente in un tugurio angusto e disordinato; ogni anno veniva alla luce un figlio, finché, nato il ventesimo, i due decisero di fermarsi: i soldi che Amerigo guadagnava imbiancando pareti non bastavano più, e là dentro si doveva già fare a meno di luce e riscaldamento. Sotto la fiammella tremante del mozzicone di una candela, Amerigo prese a sfogliare l’agenda alla ricerca di una soluzione, leggendo a voce alta affinché Clara potesse valutare il senso del contenuto. «Vediamo un po'… Ride bene chi ride ultimo? » «No!» fece Clara «Mogli e buoi dei paesi tuoi?» «Nemmeno…» «Una mela al giorno...?» «Ecco, questo significa salute e risparmio!» Assentì lei. Con fare baldanzoso, Amerigo si diresse verso la finestra a osservare il sole che s’alzava dietro i monti. «Se una mela al giorno fa bene, figuriamoci tre quattro o cinque cosa possono fare!» sentenziava mulinando i pugni al vento. Allora prese la calcolatrice e dopo avere valutato un consumo giornaliero pari a ventidue chili di mele, iniziò a pigiare sui tasti: sul display apparve la cifra di settecentocinquanta euro mensili. Nel frattempo, un improvviso pianto di neonati richiamò Clara nella stanza vicina, che lasciò il marito in balia dell'arcano. Amerigo riprese a sfogliare il taccuino, soffermandosi su due punti in particolare: «Bene! A pagare e morire c'è sempre tempo e chi non ruba non fa roba» ribadì a voce alta. «Carooo! Blunotte e Nera non la smettono più di piangere, hanno fame.» «Di’ a Bianca, Rosa, Azzurra, Avorio, Celestino, Cobalto e Crema che si vestano, tra un po' andiamo a fare scorta di provviste». Come in un'allegra scampagnata, il gruppo percorreva il centro della cittadina mezzo sparpagliato; negozi di giocattoli, botteghe piene di dolciumi e edicole tappezzate di fumetti erano una tentazione troppo forte, e l'autorità di Amerigo si manifestò in tutta la sua latenza. La primogenita Bianca teneva già in mano il mensile ecologista per teenager sovrappeso, “Balene si nasce", che non tardò a usare a mo' di arma bianca contro Celestino e l'aereo telecomandato nuovo di zecca che il fratello stringeva tra le braccia. «Posa subito ‘sto coso. Sai quanto costa?» «Ma tu hai il giornale!» Ruggì lui puntandole l'indice contro. Amerigo era inerme e fu la quindicenne Rosa a dovere intervenire per portare ordine. Il primo dei sei negozi di frutta e verdura del paese era dietro l'angolo: «No, signorina, qui non vendiamo cacciaviti a stella.» Rispose il fruttivendolo Mario alla bizzarra richiesta di Bianca. Intanto, fuori, Amerigo prelevò tre mele da una cassetta e le infilò nelle maniche del cappotto. La missione di taccheggio procedeva senza intoppi e, con l'allontanarsi del pericolo, ognuno si portava dietro il proprio bottino con disinvoltura: tutti tranne Amerigo, che camminava a braccia alzate per non farlo cadere. Arrivati a casa, le tovaglie bianche e intonse che ricoprivano i sei tavolini sparsi per la sala, rivelarono il parziale insuccesso della spedizione: su di esse spiccava il rosso di appena ventiquattro mele. «Queste bastano a malapena per il pranzo.» Fece notare Clara. Riuscire a trasportarne ventidue chili, avrebbe richiesto un numero spropositato di complici, e si decise di cambiare tattica. Nella baraonda del mercato, una fila si muoveva con lentezza. Amerigo spingeva un carro coperto dalla sagoma in cartapesta di Gulliver, mentre, al seguito, i figli travestiti da Lillipuzziani ogni tanto lanciavano dei coriandoli e soffiavano nella lingua di Menelik. Il padre conosceva a sufficienza la questione del come ridere bene, e così li aveva disposti in ordine di serietà, dal più imbronciato al più spiritoso che, in coda al gruppo, non la smetteva di sghignazzare. Alcuni compratori curiosi rivolgevano ad Amerigo la medesima domanda: «Da quando in qua a settembre si festeggia il carnevale?» «Non so se lei ha figli, ma io ne ho venti e cerco di accontentarne almeno la metà in un colpo solo.» E pertanto, lapidario, stroncava ogni sospetto e chiudeva il discorso sul nascere. Gulliver intanto avanzava ai lati della piazza, passando radente ai banchi della frutta. In corrispondenza del suo braccio destro c'era un foro, da cui la mano di Bianca faceva capolino e fulminea agguantava le mele per poi ritrarsi all'interno del carro. Le uscite settimanali erano progressivamente più redditizie, e lo spostarsi ai mercati dei paesi vicini, consentì loro di procurarsi il fabbisogno mensile in tempi rapidi. Dei pomi in eccesso ne fecero tutti gli usi possibili: dalla scultura ai giocattoli; poi candelabri tazze e bicchieri, ma data la loro rapida deteriorabilità, il lavoro per sostituirli era incessante. Amerigo si era calato nella parte del ladro con passione, e aveva deciso di mollare il lavoro per dedicarcisi a tempo pieno. Per far fronte alla mancanza di proteine, concentrò i suoi sforzi nel reperimento di uova, riservando l'azione notturna all'assalto dei pollai. Le sue avventure mano a mano erano raccontate dal bizzarro aspetto con cui varcava la soglia d'ingresso. Succedeva che facesse ritorno con delle piume in bocca, nei capelli e nelle orecchie, e in quei casi iniziava a chiocciare e a muovere il collo avanti e indietro, come a esaltare la sua capacità di immedesimazione. Di contro, se rientrava coi vestiti pieni di fango, si metteva a fischiettare e a indicare dei punti indefiniti della casa. Ma l'apice lo aveva raggiunto la sera che si presentò col volto ricoperto di graffi, testimonianza di uno scontro epico con bestie misteriose, forse faine, ma di certo rivali agguerrite, con cui si era ritrovato a combattere per il medesimo e agognato oggetto di conquista. La notte di Natale, preoccupati dal suo ritardo, Clara e i figli stavano seduti in silenzio. I tavoli erano imbanditi di confetture, macedonia e torte di mele. I pomi più brutti erano stati dipinti e appesi all'abete sottratto al vicino di casa Guglielmo. Le lancette del pendolo correvano inesorabili, e nel momento in cui scoccarono i dodici rintocchi, la porta si dischiuse con lentezza; sbucò un gufo che, aggrappato a una folta chioma, impassibile puntava gli occhi su Clara. Poi un pezzo alla volta si svelò l’intera figura di Amerigo: una donnola gli si era avvinghiata alla gamba, e lui continuava a scalciare all'indietro per liberarsene, ma senza successo. «Ehi, salve! Ho portato un po' di compagnia per i ragazzi. Gianni, che sta qua in alto, e Beatrice, laggiù.» Dopo quelle parole ritornò il silenzio. Tutti guardavano Amerigo, alcuni scuotendo il capo e altri portandosi le mani al volto. Con pochi colpi di forbice ben assestati, Clara disegnò una lucida pelata al centro della testa del marito, liberandolo dall'allocco. Gianni fu messo a terra, ma subito tornò su quella cocuzza ora molto simile a un nido - una sorta di cratere nel mezzo di capelli crespi e protesi verso l'alto - e quindi ancora più invitante. La cena fu consumata con avidità. Clara preparò anche un'enorme frittata di uova fresche, bagnata da un centrifugato di golden delicious. Il campanello trillò due volte. Gli astanti esaminarono gli orologi e poi si guardarono straniti. «Sarà il postino!» Concluse Amerigo che, trascinando la gamba su cui era aggrappata Beatrice, si avviò verso la porta. «È lei il signor Amerigo Adami?» Il maresciallo Felice aveva un tono di voce minaccioso, esaltato dal portamento tronfio e uno sguardo torvo. «Sì, sono io... » rispose Amerigo che, rapido, si portò le mani nelle tasche rigonfie. «Accipicchia, quanta natura in questo posto. Mi faccia vedere cosa sta nascondendo nei pantaloni.» Il maresciallo fece per perquisirlo, ma Gianni e Beatrice lo bersagliarono con beccate e morsi su tutto il corpo. Nell'indietreggiare, Felice mise un piede su una delle tante mele che giacevano per terra, e cadde rovinosamente. La presenza di tutti quei frutti non era di per sé un problema, ma Gulliver posteggiato nel giardino, sì. Da quando si aggirava nei mercati, le denunce per furto erano decuplicate. In realtà nessuno lo aveva colto in flagrante, piuttosto la sua presenza aveva sempre coinciso con l’inspiegabile svuotarsi delle cassette. I venditori percepivano la sua comparsa come un segno divino e misterioso: così andavano raccontando in giro. Il trucco del foro era dunque sfuggito a tutti, ma non a Felice, che lo aveva appena scoperto ispezionando il carro. «Deve venire con me!» ordinò ad Amerigo, mentre intanto si spolverava la divisa. «Prima le posso offrire un liquore di renetta?» «In servizio non bevo!» «Lo immaginavo... Lei è forse un ladro o una spia?» «Come si permette? Qua dentro se c'è un ladro è lei, tal Amerigo Adami!» «Non è colpa mia se rubo, ma dell'occasione. Se la prenda con lei…» Dopo quell'involontaria confessione, i figli si precipitarono dal padre riempiendolo di abbracci, mentre Clara gli mollò uno scappellotto sulla nuca. La Campagnola partì a tutta birra, lanciata verso la caserma del paese. Due giorni dopo, Amerigo fu messo al gabbio nel carcere più vicino, in compagnia di Gianni e Beatrice, che nemmeno gli agenti erano riusciti a separare dal prigioniero. La cella era molto piccola, e l’unica mobilia era composta da un materasso e da un lavabo. In faccia alla porta blindata si apriva una finestrella percorsa da tre sbarre in verticale e tre in orizzontale, a formare nove spazi quadrati. Di notte Gianni e Beatrice ci si infilavano e sparivano nel buio, per tornare puntuali prima dell'alba. Le visite di Clara erano costanti, e portavano in essere la gioia di una mela al giorno, cioè quanto richiesto da Amerigo: «Non una di più, mi raccomando, sarebbe pericoloso.» Aveva detto alla moglie, alla quale consegnò una lettera scritta e firmata di proprio pugno, in cui si diceva deciso a rifiutare i pasti offerti dal carcere. Domanda che fu esaminata e poi accolta dal Direttore Penitenziario, individuo molto attento ai bilanci della struttura. Le dormite notturne di Amerigo furono presto interrotte, perché dopo il tramonto Gianni non si muoveva più dalla sua testa. Così gli toccava stare seduto con la schiena ben dritta, ché doveva fornire a Gianni un giaciglio quanto più comodo possibile. Preoccupato per la salute del pennuto, Amerigo fece domanda per avere un veterinario, ma le guardie, così speranzose che il gufo tirasse le cuoia, gliel’avevano negata. Il sorgere di un nuovo giorno, portò con sé una dolce sorpresa: Amerigo sentì sul proprio cranio dei corpi estranei, lisci e tiepidi. Gianni aveva deposto cinque uova. Da quel momento, Beatrice cominciò a staccarsi dalla gamba di Amerigo anche di pomeriggio, prendendo a girare per la cella con fare circospetto; ugualmente la stessa bramosia cresceva in Amerigo, che già si figurava quei bei tuorli succulenti scendergli nello stomaco. La duplice aggressione al nido non tardò ad arrivare, ma il muro difensivo eretto da Gianni risultò invalicabile, e i segni di battaglia sui corpi dei malfattori, bastarono a sancire la fine delle ostilità. Durante il periodo di cova, Amerigo nutrì Gianni con ragnetti e falene notturne che, negli angoli e nelle crepe dei vecchi muri della cella, non mancavano; se la caccia era fortunata, capitava che nel menù ci finissero anche delle piccole lucertole. Quando si aggiunsero cinque becchi da sfamare, la situazione cambiò. Amerigo, piano piano, introdusse dei pezzetti di mela nella dieta della nuova famigliola, sacrificando ogni giorno buona parte del proprio pasto, fino a che per lui non rimasero che i torsoli. Amerigo ne traeva i semi con minuzia, senza rovinarne o tralasciarne alcuno. Raggiunta una quantità considerevole, in lui si consolidò l'idea di piantarli. Ma dove? Nella cella non c'era della terra. Fuori forse sì. Allora già si figurava gli alberi crescere, innalzare le proprie chiome cariche di pomi fin lassù, al primo piano dove era rinchiuso. Dopo settimane di fame, pensò che quattro o cinque mele in più al giorno non sarebbero state poi tanto male. Fuori pioveva. Amerigo prese una manciata di semi dalla tasca, allungò le braccia oltre le sbarre e li gettò al vento. Chi semina con l'acqua, raccoglie col paniere, gli aveva detto il padre quarant'anni prima, all'ombra di un frutteto che marcava il confine col cemento dell'area di un istituto penitenziario. * Golden delicious; renetta sono due qualità di mele.
  3. nemesis74

    Presentazione del libro: La vita tragicomica

    Fino a
    Nell'ambito dell'iniziativa "Pagine sotto le stelle" martedì 13 agosto alle ore 21, presso la "Chiesa Nova", a Massa Martana (PG) si terrà la presentazione del libro "La vita tragicomica" di Gabriele Giuliani, Augh Edizioni. Un'occasione per vivere uno dei borghi più belli d'Italia, partecipare alle giornate Massetane tra taverne, musica, mostre di pittura e libri. Assieme all'autore sarà presente il giornalista Antonio Zollo che modererà l'incontro. Al termine della presentazione firmacopie. Ingresso libero
  4. Mister Frank

    Ponte alle Grazie

    Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: http://www.ponteallegrazie.it/contatti.asp?editore=Ponte alle Grazie proposte@ponteallegrazie.it Oppure torseo Ioscrottore (per proposte di narrativa) Distribuzione: Messaggerie http://www.ponteallegrazie.it/ced.asp?editore=Ponte alle Grazie&lang=ita Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  5. kjkj

    Trash sorrisi e cafoni

    Dopo una (breve) serie di collaborazioni in quanto articolista con un po' di blog centrati sul mondo dello spettacolo, ho aperto il mio: sentivo l'esigenza di espirmermi senza filtri su ciò che ero "costretta" a guardare, leggere o sentire. L'intento, alla base, è sempre stato semplice: dire la mia opinione senza filtri e strappare, nel caso, qualche risata a coloro che hanno una visione simile alla mia. Immagino che i programmi televisivi, così come il mondo Youtube ed altri aspetti toccati dal mio blog interessino a pochi, in questo forum mi limito, dunque, ad indicarvi la sezione dedicata alle recensioni (ironiche) dei libri spazzatura fino ad ora letti ( per lo più riguardante questo ""nuovo"" filone di libri analoghi alle 50 sfumature). Trash sorrisi e cafoni- Libri
  6. nemesis74

    Presentazione libro: La vita tragicomica

    Fino a
    Nella splendida cornice della biblioteca Villa Urbani e precisamente nella terrazza panoramica, con splendida vista su Perugia, si terrà la presentazione del libro: La vita tragicomica di Gabriele Giuliani, Augh! Edizioni. Per passare un pomeriggio estivo diverso, parlando di libri e di editoria comodamente seduti sotto un ombrellone. Ingresso libero. La biblioteca è accessibile ai disabili motori
  7. nemesis74

    La vita tragicomica - di Gabriele Giuliani

    Fino a
    Venerdì 14 giugno nella sede della storica libreria Ubik Alterocca di Terni, ci sarà la presentazione del libro "La vita tragicomica" di Gabriele Giuliani Augh!Edizioni. Una raccolta di racconti di carattere surreale/ grottesco / tragicomico. Ne parleranno con il pubblico lo scrittore Giovanni Staibano assieme all'autore. Ingresso libero Ore 17:30 Corso Tacito, 29 Terni
  8. nemesis74

    La vita tragicomica

    https://ibb.co/T2rLwp2 Titolo: La vita tragicomica Autore: Gabriele Giuliani Collana: Frecce Casa editrice: Augh!Edizioni Isbn: 9788893432504 Data di pubblicazione: 22/5/2019 Prezzo: 12,00 euro Genere: Comico - surreale Pagine: 130 Quarta di copertina: Cosa accomuna una coppia di anziani coniugi benvoluti da tutti a un uomo ossessionato dall'idea di mangiarsi un mandarino, oppure un placido pensionato che legge il proprio necrologio sul giornale a una donna timorosa dei fulmini? Li associa l’appartenere a una specie: quella della gente comune alle prese con la vita quotidiana e i suoi piccoli problemi, qui portati all'esasperazione. Di volta in volta i personaggi assumono il ruolo di sconfitti, di capri espiatori e di vinti costretti a vivere un'esistenza tragicomica; tuttavia, alcuni di loro riescono lo stesso a diventare eroi dignitosi e silenziosi che combattono le proprie battaglie nell'indifferenza del mondo, in un susseguirsi di situazioni paradossali, surreali e a volte grottesche. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/vita-tragicomica-libro-gabriele-giuliani/e/9788893432504
  9. nemesis74

    Presentazione libro "La vita tragicomica"

    Nella futuristica e splendida cornice della biblioteca Sandro Penna di Perugia, l'autore Gabriele Giuliani presenterà il suo nuovo libro "La vita tragicomica", Augh!Edizioni, una raccolta di racconti surreale e grottesca. Al termine della presentazione firmacopie.
  10. luca c.

    La prima cosa

    Commento Tutto ebbe inizio un giorno di primavera, quando Immacolata decise di abbattere il pesco del giardino. Non avendo altre idee, lì per lì pensò di sfruttare il marito, uomo dotato di un senso di immolazione raro, e di trasformarlo in un ariete umano. – Tranquillo Fortunato, indosserai il casco.- lo rassicurò. A darle manforte si unirono felici i figli Nino e Tobia. Così dopo averlo messo in posizione, tutti e tre lo sollevarono da terra e iniziarono a farlo oscillare avanti e indietro, sempre più forte. A differenza del pesco, dopo quella testata tremenda Fortunato non fu più lo stesso. Non che avesse subìto particolari traumi cranici, ma piuttosto il suo consueto deficit neuronale si era accentuato: un letargo mentale di un pelouche, con l’aggravante della pigrizia dolosa. Più che mai disinteressato alle cose del mondo, ora ignorava proprio tutto e il suo già scarso quoziente intellettivo rasentava lo zero. Tuttavia, in seguito a quello scossone al cervello aveva ricevuto un dono, la cui importanza non era sfuggita a Immacolata: Fortunato riusciva a leggere nella mente di chi gli stava accanto. “Perché non approfittarne?” rimuginava lei da qualche tempo. Immancabilmente la domenica sera veniva dedicata al quiz televisivo “Indovina la risposta”. Nino e Tobia, sette e undici anni, erano molto più preparati del padre: “Ma papà, non sai proprio un tubo te!” gli ripetevano sempre. Fu in uno di quei momenti che Immacolata, colta dall’illuminazione, chiamò la redazione del programma per iscrivere il marito alle selezioni. - Mi raccomando Fortunato, non prendere iniziative. Alle domande che ti faranno rispondi solo con la prima cosa che riuscirai a captare dai pensieri dell’esaminatore: quella sarà la soluzione al quesito.- assicurò Immacolata. - Sì.– rispose lui, uomo di poche parole. E il provino fu un successo, Fortunato non sbagliò niente e in un caso diede la risposta anticipando la domanda. “Maldestro!” avrebbe pensato Immacolata se fosse stata presente. Fu inevitabile che tra gli addetti ai lavori iniziassero a circolare voci su quel tizio troppo perspicace. “Forse è un raccomandato che conosce già le risposte.” si mormorava. Fatto sta che la sua partecipazione al quiz fu confermata per il mese seguente. E la vigilia del grande giorno giunse rapida; nel trambusto dettato dall’eccitazione, Immacolata diede inizio alle prove generali. Fortunato sfoggiava il vestito nuovo che avrebbe indossato l’indomani per la diretta tv. Come un lingotto d’oro svuotato del suo interno, Fortunato era inutilmente bello. - Tesoro, per prima cosa l’apparenza. Spalle su, cooosì! Schiena dritta, cooosì, ok! E ora tenta un sorriso intelligente.- ordinò Immacolata. - … - Va be’, lasciamo perdere. Ora presentati. - Fai schifo!- fece lui. - Cosa? - Quello sguardo da pesce bollito! - continuò. - Ma no! Non devi leggere nella mia mente, non sono mica io il conduttore. Devi solo dire come ti chiami, cosa fai per vivere e da dove vieni. - Ahhh... ecco!: Grande Fortunato, per vivere respiro e vengo direttamente dal bagno. La giornata si trascinò avanti su quel registro e, giunta la sera, Immacolata si buttò sul letto stremata. Fortunato ronfava già alla grande. Alle sette e trenta del mattino nemmeno la radiosveglia a tutto volume riuscì a smuoverlo. Ci pensò la moglie, gettandogli una secchiata d’acqua fredda sulla faccia. – Sbrigati che sennò perdi il treno! Per chiunque sarebbe stato sfiancante viaggiare intercettando i pensieri di chi gli sedeva accanto: un anziano che malediceva la prostata, una suora presa da fantasie erotiche, un commercialista che pensava a come intascare i contributi dei clienti e una studentessa innamorata del professore di storia. Ma dopo tre ore di viaggio, quando giunse a Roma Termini, Fortunato era fresco come una rosa. Negli studi di “Indovina la risposta” fu fatto accomodare in uno stanzino assieme agli altri quattro concorrenti. Perso tra i pensieri altrui, Fortunato era sereno. Riconobbe anche il tizio ricciolino e basso che, al posto degli occhiali, portava due fondi di bottiglia incastrati in una spessa montatura marrone. Lui era Vittorio Roboante, super campione in carica da venti puntate. Quando si strinsero la mano Fortunato assorbì il pensiero di quell’uomo viscido: “Sei un idiota come tutti gli altri.”. Il sorriso tatuato sul volto di Roboante era credibile come una banconota da tre euro e venti centesimi. Dopo avere fatto conoscenza con gli altri avversari e lo staff della redazione, si passò alla sala trucco e poi finalmente arrivò l’ora dello spettacolo. Tutti presero posizione nelle rispettive postazioni: il conduttore al centro e i cinque sfidanti disposti a raggiera attorno ad esso. A Fortunato pareva un sogno: il pubblico numeroso e carico di entusiasmo, i cameramen che si spostavano su aggeggi meccanici a due metri da terra, tutte quelle luci bianche e blu, e poi la mega scritta dorata "Indovina la risposta" che si illuminava a intermittenza. “Carissimi telespettatori, meraviglioso pubblico: benvenuti a una nuova puntata di Indovina la risposta!” Applausi. “Questa sera quattro prodi concorrenti tenteranno di strappare lo scettro al nostro campionissimo Vittorio Roboante.” Altri applausi conditi da grida di esaltazione riempivano lo studio. Uno alla volta i concorrenti si presentarono. “E ora è il turno del quarto sfidante. Prego.” - Salve a tutti. Mi chiamo Grande Fortunato, sono un collaudatore di amache e vengo da Vattelapescara. Da casa intanto, tra montagne di popcorn e amuleti, Nino, Tobia e Immacolata erano incollati alla tv. Il primo ostacolo era stato superato e tutti e tre, all’unisono, tirarono un sospiro di sollievo. Ma subito un dubbio atroce si impossessò di Immacolata. Come mai era stata così sprovveduta? Il marito era troppo distante dal presentatore per poterne intercettare il pensiero. Fortunato però a tutto ciò non aveva fatto neppure caso. La sorte lo aveva assegnato nella postazione adiacente a quella campione in carica: fu a lui che carpì le soluzioni esatte. Di pari passo con un crescendo di esultanza da casa, Fortunato fece fuori tutti gli avversari, campione compreso. Era arrivato al quiz finale, e si stava per giocare duecentomila euro. Come da prassi, in quel frangente il campione sedeva di fronte al conduttore Carlo Conta che, in via eccezionale, fece accomodare accanto sé lo sconfitto di lusso Roboante, il re spodestato da un trono fino ad allora indiscusso. Le domande previste erano dieci, e per vincere il montepremi bisognava rispondere a tutte in modo corretto. Immacolata non aveva più unghie, il marito snocciolò le prime nove risposte con nonchalance e in tempo record. I bambini erano ai piedi della tv. “Signore e signori, incredibile. Siamo di fronte a un fenomeno inaspettato. Niente di meglio per sostituire il vecchio campione.” A quelle parole Roboante fece un gesto di stizza. “Silenzio in studio, prego. E ora, per duecentomila euro: come si chiama colui che ha appena acquisito la maggioranza delle quote della nostra rete? Un minuto di tempo a partire da ora.Via!” Il primo piano di Fortunato fu eloquente. Di colpo divenne pallido e madido di sudore. Le mascelle serrate. Immacolata giunse le mani in preghiera e i figli si tapparono le orecchie. Per la prima volta in quella sera, Fortunato aveva intercettato due pensieri differenti e non sapeva a chi attribuirli: quale era di Conta e quale invece di Roboante? "Ancora dieci secondi!" - La risposta è Stronzo! - provò Fortunato. Pochi secondi di silenzio e poi lo studio divenne una bolgia: fischi, insulti e lanci di fazzoletti contro Fortunato. Carlo Conta perse l’abbronzatura. Immacolata stramazzò al suolo. Nino e Tobia erano piegati in due dalle risate. Fortunato fu citato in giudizio per danno d’immagine, rischiando una multa di centinaia di migliaia di euro, nonché la perdita della casa. - Bene, stavolta il casco non serve. - disse Immacolata, e tutti e tre iniziarono a fare oscillare Fortunato avanti e indietro, sempre più forte.
  11. gecosulmuro

    Dimenticare i nomi dei personaggi

    Vi è capitato di dimenticare i nomi dei personaggi del racconto che state scrivendo? A me è successo di dimenticare perfino il nome del protagonista! In genere mantengo un foglio elettronico con liste di luoghi e persone.
  12. Poeta Zaza

    [MI 124] Per scaldare il motore

    commento d'altrui testo Traccia di mezzanotte: la strada e le sue forme Per scaldare il motore Anni 90 La signora Palmira, vedova di un capitano di lungo corso, quella mattina si era dedicata a dipingere, con quattro tubetti a tempera, un girasole, due margheritine e un papavero, per mimetizzare tre schegge nelle piastrelle della cucina. L’arte applicata al bricolage domestico. Un’emanazione della gentilezza che copre i difetti. Analogamente, la settimana prima aveva nascosto la vecchia crepa della parete in salotto con un bell’arcobaleno: soltanto di quattro colori ma efficace il giusto. Il figlio Giorgio, che viveva con lei, quel giorno a mezzogiorno aveva messo l’acqua sul fuoco per gli spaghetti, in attesa della madre, ma era stato chiamato al portone da un conoscente che chiedeva un’informazione. Aveva lasciato un biglietto, “no sale in acqua” ed era sceso per accompagnare il tizio a destinazione. Una volta tornato, la madre aveva servito gli spaghetti, scipiti. La signora Palmira aveva deplorato la mentalità maschile che trasponeva “no sale in acqua” o “sì sale in acqua” volendo dire, nell’ordine, “mettilo tu” e “l’ho già messo io”. Una donna avrebbe scritto “acqua già salata” o “acqua da salare”. “Tu non puoi ordinarmi di non mettere il sale e poi spiegarmi che volevi dire di metterlo!” Il figlio: “Ma potevi assaggiarli! E poi io non avevo mica messo il punto esclamativo!” Occhi levati al cielo e scuotimento di teste, ma null’altro, fra il tonno e i fagiolini: aveva prevalso la comprensione e la tolleranza, come sempre. Quel pomeriggio, la signora Palmira aveva giocato a carte con le tre vicine di pianerottolo (il torneo mensile di burraco del terzo piano) mentre Giorgio, visto il tempo brutto, da ghiaccio sulla strada, non era andato al solito bar a giocare a biliardo con gli amici, ma aveva guardato il calcio alla televisione. Le quattro donne, in passato e per anni, avevano mantenuto cortesi ma formali rapporti di vicinato, finché un Giorgio ragazzino, scambiando un sabato sera gli zerbini davanti ai loro usci, le aveva costrette a parlarsi di qualcosa di diverso dal tempo e, col farle ridere del suo scherzo, le aveva avvicinate, sino a farle diventare amiche. Adesso è sera. Palmira rigoverna in cucina e dice: “Sai, Giorgio, l’amministratore ci ha dato ragione con la Clelia. Sul regolamento del condominio è stabilito che non si possono fare immissioni moleste a danno del vicinato, per cui siamo tranquilli, e lei se ne farà una ragione, Però… è anziana, non ci sta tanto con la testa, prima o poi dovresti scusarti…” “Sì, mamma.” La faccenda riguardava l’uso bisettimanale della signora Clelia, del quarto piano, di stendere le lenzuola per il lungo, oscurando in tal modo la luce diurna e la visuale a Giorgio ed alla mamma, giù al terzo piano.Erano state inutili le gentili proteste della signora Palmira al riguardo, finché un giorno Giorgio si era soffiato il naso nel lembo estremo del lenzuolo, e il fastidio era finito, ma la Clelia non li salutava più. La domenica sera, come d’abitudine, non guardano la televisione. Entrambi apprezzano la qualità del tempo passato a chiacchierare insieme o il piacere di un libro che Giorgio legge ad alta voce mentre lei cuce. Se il figlio, vent’anni prima, aveva sperato di trovare una donna in gamba e piena di spirito come la madre, ora sapeva trattarsi di un’impresa quasi impossibile. Inoltre, era basso, esile e bruttino, con la voce in falsetto, e da ragazzo era stato canzonato d’abitudine. La sua fortuna era di possedere un buon carattere e di essere ottimista per natura, di animo buono, semplice, nonché di non avere colleghi sul lavoro. Palmira termina di rammendare una gonna. “Vado a dormire, ricordati di scaldare il motore alla macchina, un giro di almeno un quarto d’ora, son due giorni che non la usi e potresti avere problemi domani con l’accensione… È il tuo primo giorno con le nuove mansioni, sarebbe brutto arrivassi in ritardo… buonanotte caro…” La signora Palmira è fiera del figlio, promosso capo-servizio dopo quindici anni di lavoro nella Ditta di contabilità Rossi & Figlio, ma solo perché quest’ultimo si era preso un anno sabbatico per andare in Australia da un amico allevatore e Giorgio aveva accettato il carico doppio di lavoro per poche lire in più. Giorgio indossa il pigiama di lana coi bruchi (non buchi, bruchi) e i calzerotti di lana. Mentre si lava i denti, gli sovviene della macchina fredda. “Accidenti!” dice, mordendosi la lingua. Non ha voglia di cambiarsi. Come fare? È quasi mezzanotte, ha fatto tardi a guardare una delle cassette di Stanlio e Ollio che da sempre lo rilassano, e ne ha avuto bisogno in vista dell’importante prova sul lavoro l’indomani. Idea! Dalla scarpiera recupera gli zoccoli della madre, dall’attaccapanni la pelliccia rosa di lei, più calda del suo loden, il di lei basco in tinta e, così bardato, raggiunge il portone. Nessuno lo vedrà. La sua vecchia Fiat “tramonto” (così ne definisce il colore la madre) è posteggiata proprio lì davanti. Di originario colore arancione, questo si è via via sbiadito e adesso è segnata di striscio da “righe d’espressione” sulle fiancate anteriori; questi segni sono stati mimetizzati dall’arte di Palmira, coi contorni di due nuvole sghembe sulle portiere anteriori del guidatore e del passeggero, così fungendo egregiamente da segnaposto per gli strambi occupanti. In quel mentre arriva un taxi, attrezzato con le catene, e accosta al marciapiede poco più in là. Ne scende il signor Zeni, l’inquilino del sesto piano, di ritorno con la moglie da un viaggio in Cina, con in mano una valigia e un piccolo bagaglio coi souvenir, tra cui un vaso Ming debitamente autenticato, che aveva tenuto in braccio per tutto il viaggio aereo e che, chissà come, aveva superato le dogane senza problemi. Si accorge del vicino. Dalla sorpresa, apre le mani e i bagagli cadono al suolo, il più piccolo con un rumore sospetto: “Ma allora è vero… speriamo che sia falso” , pensa l’ex preside riferendosi alla fattura del vaso Ming e alle stupide chiacchiere di vicinato su Giorgio, e non necessariamente in quest’ordine… Giorgio non si accorge nemmeno del freddo, si affretta a salire in macchina senza salutare, ancorché impedito dagli zoccoli, sperando utopisticamente di non essere stato riconosciuto, senza pensare che la sua auto lo identifica chiaramente. (“E che c^^zo… la sfiga… ma non era a Shanghai, a milioni di chilometri fino a ieri e doveva trovarsi qui, alle ventitrè e cinquantadue, contemporaneamente a me, puntuale come la morte?! C^^zo-mi^^hia-sfiga…”) Grato per i finestrini appannati, finge comunque di parlare concitatamente al cellulare (che non ha), girato verso la strada, per non incrociare gli occhi dei vicini che di certo stanno entrando nel portone a lato, mentre si sforza di far partire il motore e di accendere il riscaldamento, e ci mette un bel po’. Dopo il nevischio dei giorni precedenti, la temperatura in giornata è scesa di parecchi gradi e sull'asfalto si è formato uno strato di ghiaccio. Il sale sarebbe stato sparso all’alba del giorno dopo. “No sale sulla strada” si dice lui amaro, tra il sarcastico e lo stizzito… Mette la freccia, con l’intenzione di portare l’auto a fare il giro di tre isolati per scaldare il motore. La carreggiata scende con un leggero dislivello, ma da subito, anche se in prima, si trova in difficoltà a mantenere l’auto sotto controllo. Fortuna che non c’è traffico. Frena, un po’ impedito dagli zoccoli, ma è peggio, slitta e acquista velocità. Spaventato, sterza bruscamente a sinistra, finendo in un vialetto in discesa dove la velocità raddoppia, infine divelle una recinzione fragile di legno e la sua corsa, fortunatamente non mortale, finisce contro un albero del giardino della peggior ciarliera e pettegola del paese e del di lei marito, finto sordo per legittima difesa. Questo il racconto della giornata pre-carriera di Giorgio, e del suo termine di gran carriera lungo una stradina, culminato con lui, fasciato di rosa, tra le nuvole materne della sua sfasciata Fiat tramonto.
  13. Poeta Zaza

    [MI 123] La fotocopia

    commento a Floriana Traccia di mezzogiorno V.M. 14 La fotocopia Si costrinse ad aprire gli occhi. Li richiuse subito dopo, promettendosi di non aprirli mai più; quello spettacolo andava oltre la sua soglia di sopportazione. Ma poco dopo li riaprì: non doveva esagerarne la portata; era pur sempre un’immagine, dopotutto; e lei non era una donnetta sprovveduta. Però, era la goccia che faceva traboccare il vaso colmo. Raimonda lasciò posarsi sulla scrivania, come se scottasse, l'oggetto del reato e poi, armata di alcool e straccio, si diresse verso il luogo del misfatto, dove troneggiava l’organo riproduttore (di fotocopie) da disinfettare nel piano d’appoggio e nel coperchio (lato interno). L’organo originale che vi era stato riprodotto non l’avrebbe avvicinato…mai! “Deve aver usato quella sedia, inginocchiandosi” pensò. “Hai messo l’ingrandimento a duecento?” guatò caustica al collega che si avvicinava circospetto. “No, a grandezza naturale, vuoi controllare?” la pronta risposta di lui. “Dileguati”: l’esclamazione, assieme all’espressione di malevolenza dipinta sul viso di Raimonda, fece sì che Mario si precipitasse nella relativa sicurezza dell’ufficio, senza peraltro esimersi dall’esclamare: “Allora hai apprezzato…”. Ci voleva una severa lezione, tipo polvere di toner nel colluttorio del collega! Eppure, lei sapeva instaurare normali rapporti amichevoli e cordiali con chi la conosceva. Restando nel campo del lavoro, ad esempio, nella precedente esperienza con il collega Valerio, più anziano di lei di quindici anni, si era instaurata una vera amicizia, estesa alle rispettive famiglie, che tuttora si frequentavano. Spirito poetico, lui le diceva che la vedeva come una ventata d’aria fresca: “Valerio ama il tennis, la moglie e sei figli, nonché l’aria pura e chi le assomigli.” Fra loro potevano parlare di tutto, senza pregiudizi. Come quella volta in cui l’argomento era il parto e lui sosteneva che il momento in cui la donna soffriva di più fosse il momento della nascita del bimbo, mentre lei ribatteva che no, fosse il momento della dilatazione massima del collo dell’utero. Poi, al momento delle spinte, il peggio era passato. Lei sapeva: era mamma. Lui ribatteva: “So di cosa parlo. Io c’ero a cinque parti su sei dei miei figli!” Ma, anche se la esasperava come riescono a fare gli uomini,quando non riesci a farli recedere da una loro convinzione (sbagliata) radicata, era bello lavorarci insieme. “Tutti i mali non vengono per nuocere” pontificava lui… “Non tutti i mali vengono per nuocere” lo correggeva lei. E dibattevano a lungo. Ma stavolta era venuta per nuocere e basta, quella fotocopia! Così Raimonda meditava, pulendo forsennatamente, su come potesse fermare definitivamente la vessazione amatoria del collega, fino a quel giorno di amichevole e non sgradita compagnia. Mario, ad esempio, scriveva le lettere ai clienti, e intanto le rileggeva a bassa voce, rimarcando con voce più alta le parole destinate solo a lei: - Gentile signora Stiamo rinnovando le nostre offerte straordinarie per la nostra affezionata clientela. - Vi invitiamo a presentarvi presso e nostri uffici … - Vi aspettiamo, dal lunedì al venerdì. Orario… - Restiamo a vostra disposizione Sul biglietto infilato nei confetti del matrimonio del cugino Raimondo con Maria, lui aveva corretto la vocale finale dei due nomi in Raimonda e Mario. “La data cambiala tu” le aveva detto. Lei aveva tirato una riga sopra quella stampata e aveva scritto: “Mai”. Lei gli aveva fatto capire chiaramente di finirla, e che, anche qualora fosse stata libera, lui non era il suo tipo, macché, lui dribblava dicendo che "scherzava seriamente". Mario alternava battute da caserma e doppi sensi pesanti a piacevoli momenti di cameratismo. “Tu mi turbi”: il ritornello di lui. “Tu disturbi”: il ritornello di lei in risposta. Le era simpatico come collega, in quanto spiritoso e servizievole, accollandosi, come faceva spesso, i lavori di archivio e di catalogazione, ed era cortese e disponibile. Raimonda, dal canto suo, faceva in modo che tutte le giovani e belle clienti venissero servite da Mario, ma non era abbastanza per indurlo a smettere con le sue imbarazzanti attenzioni. Non era stalking, no, perché era gentile e non invasivo, di solito, ma lei questa volta era a disagio, eccome! Non aveva mai assunto pose o atteggiamenti provocanti che giustificassero tale ardire; era una donna spiritosa e disinvolta ma seria (e seriamente sposata), oltretutto. Ci voleva una lezione dura, sì, ci stava di far conoscere il misfatto alla direttrice, donna di mezza età, casa e Chiesa, mai sposata e, nei confronti di tutti, gentile e garbata, sempre con la soluzione pronta e logica per ogni problema. Tornò nell’ufficio che divideva col collega, raccolse platealmente la fotocopia e andò a bussare alla Direzione, lasciando dietro di sé un Mario preoccupato e incredulo, nonché la vocina che sempre dice di non fare la spia. “Guardi questo, prego” disse seria Raimonda, allungando il foglio alla sua dirigente. La signora Rossi ci buttò uno sguardo e subito alzò gli occhi, sorridendo tranquillamente: “Ma cara, non mi devi giustificare ogni fotocopia sbagliata come questa; abbiamo i conteggi di un uso di massima e un tot di sprechi ci stanno, non ti preoccupare." “Fai così: usalo dietro”, aggiunse e concluse la bonaria, innocente signora, a mo' di congedo. La bocca tremante si sforzò di piegarsi in un sorriso educato e Raimonda uscì. “E allora?” le chiese Mario, allarmato dalla sua strana espressione. “Mi ha mandato a prenderlo in quel posto” si disse e gli rispose col pensiero, seduta alla sua scrivania, davanti all’imbarazzante collega, ora seriamente preoccupato. E poi Raimonda si contorse, le spalle scosse da una convulsa, attutita, ma poi irrefrenabile, liberatoria risata.
  14. Venerdì al Pub black Cat di Bologna (Via zaragozza 83/d), presentazione del libro "Un caso difficile" di Simone Mascardi, edito da Lfa editore. Presentatore di eccezzione Gianluca Morozzi! Venerdì 5 aprile il Black Cat si tinge ancora più di nero! Alle ore 20,30 verrà presentato il libro UN CASO DIFFICILE, una parodia del genere noir ambientata nella città turrita. Detective sgangherati, gangster e femme fatale si muovono (e spesso cadono) tra la Bologna e Casalecchio, alla ricerca di un irriverente totem indiano. La serata sarà organizzata da un team d'eccezione: l'autore Simone Mascardi ci racconterà qualcosa della sua opera, presentato dall'esperto Gianluca Morozzi, mentre il sapiente barista Marino Doland saprà ispirare i vostri gusti alcoolici. E per l'occasione copie del libro scontate! Si possono chiamare noir, thriller, gialli, e sono anni che invadono le nostre librerie, ci emozionano, ci spaventano, ci fanno rimanere incollati alla sedia finché il caso non viene risolto dall'eroe o eroina di turno. Ma cosa succederebbe se il protagonista fosse un detective privato che sembra uscito da un romanzo di Chandler, un uomo chiamato Flip Barrow, anacronistico nel modo di vestire, pasticcione e allucinato, che sembra vivere in un mondo inventato da lui? La storia di Un caso difficile parte da questi presupposti per offrire una parodia del genere noir, ma è anche un libro comico dove situazioni assurde e divertentissime si susseguono una con l'altra, mentre l'investigazione procede in una Bologna caotica e perfetta come sfondo per sparatorie e inseguimenti. Il motore dell'azione è un classico caso da detective. Al novellino e imbranato Jacob Stein, la voce narrante del libro, viene affidato un compito che potrebbe portare alla sua agenzia investigativa (sull'orlo della rovina economica) un mucchio di soldi. Il vecchio signor Barussi-Moncaglia, uno degli uomini più ricchi della città, lo incarica infatti di investigare la fuga da casa della “giovane” figlia (ultrasessantenne), sedotta da un uomo più giovane e convinta a darsi alla macchia, e di ritrovare un prezioso cimelio familiare, orribile a vedersi ma con gran valore sentimentale, che la figlia, nella sua “fuga d'amore” ha trafugato dalla collezione del padre. Quello che Jacob Stein non sa e che non solo dovrà convivere con il suo “socio forzato”, Flip Barrow, che senza che nessuno glielo chieda prende Jacob sotto la sua ala protettrice per insegnarli “a essere un vero uomo”, ma anche che almeno due organizzazioni criminali sono interessate alla signorina Barussi-Moncaglia e al cimelio, e non avranno esitazioni a sparare per avere ciò che vogliono. Fra una sparatoria e una fuga (più fughe che sparatorie), i due protagonisti dovranno setacciare la città, alla ricerca di indizi per ritrovare la giovane (più o meno). Ad aiutarli entreranno in gioco vari personaggi, soprattutto il lunatico Victor Spencer, ex- marine con problemi a distinguere la realtà dalla fantasia, e la bella e misteriosa Nadia. Ma nemici spietati- come l'enigmatico Marchisi, elegante ed efferato, che sembra sempre conoscere le loro mosse, o Richard Vicente, capo psicopatico e violento di una gang di criminaS
  15. Titian

    È meglio la trama seria o la trama comica?

    Ciao a tutti. Mentre scrivevo la fuga iniziale del protagonista del mio nuovo romanzo, visto che sarebbe pure il seguito di un'idea vecchia... (non sto qui a parlarne perché altrimenti andrei per le lunghe), ho scritto una frase da far dire al protagonista in maniera quasi comica. Da questo punto di vista, mi è venuto un dubbio talmente grande da rovinarmi l'intero romanzo. Il dubbio nasce dal fatto che il protagonista del romanzo (Già detto in un'altra discussione) ha il potere del fuoco. Quindi, ho dedotto che non sopporta l'acqua. Mi sono immaginato il protagonista che sputa l'acqua mentre sta al bar e dice alla protagonista che non la vuole perché è fredda. Allora inizia a ridere con lei, ma la protagonista principale è una poliziotta. Siccome la trama è questa: Un uomo fa un sogno premonitore in cui un uomo (un caro amico di un demone, lui ancora non lo sa) muore. Allora fa l'incontro di due poliziotti tra cui la protagonista dove lui è sospettato di omicidio. Lui si ribella minacciandoli con una pistola per via di una faccenda del suo passato, ma per colpa di un mal di testa improvviso, viene arrestato e portato via. Riesce a parlare con il demone che gli restituisce i poteri e così il protagonista è costretto a fuggire per capire perché è sospettato di omicidio e cosa c'entra il suo amico demone con l'uomo morto. Da qui in poi deve scoprire cosa si cela dietro. Stavo pensando di metterci anche dell'autoironia con inseguimenti, altrimenti l'alternativa era quella del protagonista che conosce la poliziotta in cui si scoprono pian piano i loro segreti e a causa di qualche indagine si uniscono per investigare sempre con uno o due inseguimenti di quelli comici. Purtroppo, non capisco quale trama sia la migliore ovvero fare qualcosa simile alla "Cani sciolti" oppure fare qualcosa alla "Faster". Adesso sono a un punto cieco. Se avete qualche consiglio al riguardo, vorrei averlo. Così almeno saprò muovermi. Grazie per le risposte.
  16. Buonasera a tutti, spero che qualcuno di voi mi possa aiutare a trovare la giusta casa editrice per le opere che ho scritto. Avrei bisogno di una casa editrice seria, non a pagamento, che legga e valuti 4 opere diverse. Ovviamente, per ciascuna opera vorrei che in base alle vostre esperienze mi consigliate una lista di case editrici che potenzialmente abbraccino la linea editoriale adatta al mio libro. 1 - Il primo libro si chiama MyndiBop, ed è un romanzo fantasy autobiografico, che parla essenzialmente di una storia sentimentale vissuta da un paziente affetto da disturbo bipolare. Che case editrici potrebbero fare al caso mio? (Va detto che purtroppo per me l'ho già pubblicato con la BookSprint, che sebbene abbia trattato la mia opera con cortesia e gentilezza, è sempre una casa editrice che non investe particolarmente sui propri autori, ed è una specie di self-publishing, con le dovute differenze. Il problema è che la versione che ho pubblicato non è stata corretta bene dal sottoscritto, ed ora che l'ho aggiustata, prima di aggiornarla vorrebbero che acquistassi tutte le copie in magazzino, con una spesa moderatamente lauta. Valuterei quindi, visto che ho sempre io il copyright d'autore la possibilità di ripubblicarlo con un'altra Vera casa editrice.) 2 - Altri due libri sono essenzialmente una raccolta di racconti fiabeschi, alcuni di loro più simili a lunghe poesie romanzate in prosa. Una è proprio una raccolta di fiabe diverse, chiamata Past Imperfect. I temi sono soprattutto legati alla nostalgia per l'infanzia e per quel mondo di sogni inespresso e rimasto sigillato e irrealizzato nella vita adulta. L'altro libro si chiama Farina di Stelle - Affen 87, ed è anch'esso una raccolta di fiabe, ma in un unico tema: le stelle. A ciascuna stella presa in esame è dedicata una fiaba: la fiaba di quella stella. Ho raggruppato Past Imperfect e Farina di Stelle in un unico consiglio editoriale, visto che si somigliano come tipologia di opera. Che case editrici mi consigliereste per questi due libri? 3 - L'ultimo libro è invece una raccolta di racconti o composizioni letterarie del genere umoristico, di tipo nonsense, assurdo e paradossale, chiamato Flusso di Ciliegie. Per intenderci simile ai libri di Frassica, come Il Libro di Sani Gesualdi. Ma credo sia anche più assurdo di quello. Mi viene ovviamente in mente la Longanesi, ma per adesso non hanno ancora risposto ad un racconto scelto che ho inviato. Che alternative editoriali consigliereste? Vi ringrazio anticipatamente perché brancolo davvero nel buio e non mi so orientare nella giungla dell'editoria. Se c'è un portale online dove si possono pubblicare alcuni brani vi prego di consigliarmelo. Perché naturalmente sarei felice di condividere i miei scritti con voi o comunque con altre persone. Aspetto d'altra parte dei consigli editoriali per ciascuna delle tre tipologie che vi ho elencato. Preferirei che fossero case editrici che intanto non cestinino a priori l'opera di un esordiente, che valorizzino l'autore e che siano in grado di pubblicizzare e diffondere almeno un minimo. Grazie ancora in anticipo. Tullietto.
  17. stefia

    Santi Numi

    Commento «Cos’è, una nuova ginnastica?» Lara scavalca le gambe della coinquilina prona a terra e, chiudendosi la porta della camera alle spalle, si dirige all’angolo cottura per l’indispensabile caffè del mattino. «No, stavo solo cercando di vedere se... non importa» risponde la donna rimettendosi in piedi. «Senti, Paola, non vorrei affrontare ancora la questione “piatti non lavati”…» «Eppure lo farai, vero? Sì, sì, poi li lavo. Sarà tutto in ordine per quando tornerai.» risponde Paola affettando sottili spicchi di mela che lascia cadere in un piattino. Cercando di non schizzasi, Lara recupera e sciacqua una tazzina dal lavello ancora pieno delle stoviglie della sera precedente e si prepara un espresso. L’aroma tostato che si spande in umide volute fumose le infonde un po’ di buon umore e così , sgranocchiando un biscotto, rivolge la sua attenzione alla donna nella stanza con lei. «Perché la tagli così sottile, quella mela?» «Per il Nume Tutelare.» «Ah. Questa è nuova. Ti sei già stancata degli Hare Krishna? Non è neanche un anno che ti ci sei affiliata.» «Bella battuta.» ridacchia Paola. «E Tu? Come mai così elegante?» «Ti piace?» domanda Lara togliendo un invisibile pelucco dalla gonna nera lunga fino al ginocchio. «Sembri molto professionale, anche se quel tacco dodici mi sembra un po’ eccessivo. Hai un colloquio?» «Sì, alle nove. È una grossa ditta in centro. Essere assunta sarebbe una svolta e potrei finalmente apportare tanti cambiamenti alla mia vita.» Paola smette di tagliare la mela e si volta a guardarla. «Il primo dei quali sarebbe il mio trasloco, vero?» Lara si stringe nelle spalle con un mezzo sorriso. «Quando hai accettato lo sapevi che si trattava una situazione temporanea. Attenta, ti è caduta una fettina di mela vicino al frigorifero.» «Sì lo so» risponde mentre, con il piede, la spinge in prossimità della fessura tra il grosso elettrodomestico e il pavimento. «Te l’ho detto che è per il Nume tutelare, no?» «Lungi da me criticare le credenze religiose di chicchessia, ma se la spingi sotto al frigo, dopo dobbiamo spostarlo per toglierla o marcirà e puzzerà.» La donna si avvicina per raccogliere il pezzetto di mela, quando qualcosa lo afferra facendolo sparire nell’ombra. Lara, gridando per la sorpresa, fa un salto all’indietro e perde l’equilibrio rompendo di netto un tacco. «Ma no!» grida sfilandosi la scarpa per controllare il danno. «Ma guarda qua, porca miseria. È un disastro. E adesso come faccio?» «Te l’avevo detto che non sono scarpe da lavoro: ti saresti uccisa cercando di camminare sui sanpietrini.» «Piantala di fare la scema, Paola. Questo è un guaio grosso! E poi si può sapere cosa c’è sotto al frigo?» «Credo che Polly abbia portato dentro un toporagno.» risponde Paola, scuotendo noncurante le spalle. «Un toporagno? E cosa diavolo è un toporagno?» grida innervosita. «Non lo sai?» domanda Paola lasciando cadere a terra un altro pezzettino di mela. «A parte che mi auguro che non sia un incrocio OGM delle due bestie che più mi fanno schifo al mondo, no, non lo so cos’è un toporagno e ti assicuro che vivevo benissimo senza saperlo. Gradirei però sapere come ci è finito, sotto al mio frigo.» «Te l’ho detto: deve averlo portato Polly, anche se, quando stanotte l’ho fatta rientrare dalla finestra, non mi è sembrato che avesse qualcosa in bocca. Comunque non ti preoccupare: non è un incrocio OGM, come dici tu. Somiglia a un topo ma non è proprio un topo. Ha il naso più lungo e si nutre di insetti.» «E tu gli stai dando pezzi di mela perché….?» «Sarà spaventato e affamato, povera bestia: ha passato tutta notte in questo ambiente ostile senza mangiare e bere. Al momento non ho niente di più adatto per lui, dato che sono vegetariana, stranamente, però sembra apprezzare; hai visto?» risponde Paola con un sorriso quando anche il secondo pezzetto di mela viene trascinato sotto al frigorifero. Lara, incredula, osserva la scena a bocca aperta e con le scarpe in mano. «Ma cosa ridi?» grida alla coinquilina. «Tu stai nutrendo un topo in casa mia e io ho un colloquio tra 40 minuti e sono senza scarpe. Acchiappa quella bestia prima del mio ritorno o tu e Polly leverete le tende.» «Comprerò una trappola: è piccolo e veloce e non riuscirò mai a prenderlo da sola. Non è che mi daresti una mano?» «Assolutamente no! Per evitare il traffico mattutino devo essere fuori di qui al massimo tra dieci minuti e devo ancora risolvere il problema delle scarpe. Fatti aiutare da Polly, piuttosto. Dove si è cacciata quella bestiaccia?» «È da un po’ che non la vedo, ma intanto perché non infili la scopa sotto al frigo e la agiti un po’? Così lo spaventi e quando esce lo catturo con questa lattina vuota.» «Se pensi che io mi stenda a terra con l’abito nuovo, sei completamente fuori di testa. Io vado in camera a cercare delle scarpe per il mio colloquio e tu pensa a sbarazzarti di quella bestia. Tuo il gatto, tuo il topo.» Lara torna in camera, si richiude rapidamente la porta alle spalle e si precipita alla scarpiera. Una rapida analisi del parco calzature le permette di optare per un più morigerato tacco sette che aveva quasi dimenticato di avere. Quando siede sul letto per indossare le scarpe, però, un odore fastidioso le aggredisce le narici. Non sembra aria viziata; è un odore più penetrante che non capisce da dove provenga. La porta vibra, scossa da un colpo e una minuscola figurina scura sguscia dentro la camera oscurando per un attimo la luce che filtra dalla fessura. «Non sono riuscita a fermarlo, Lara, è entrato in camera tua» la voce di Paola, dall’altra parte, annuncia l’ovvio mentre la donna, con un urlo, salta in piedi sul letto con tutte le scarpe. «Cosa fai ancora lì fuori? Vieni dentro a prendere quella bestiaccia.» Mentre Paola entra in camera, dall’ombra sopra l’armadio, una figura smilza si lascia cadere a terra con grazia felina e si infila sotto al letto per stanare la preda. «Polly!» grida Lara «Ecco dov’era finita. Quante volte devo dirti che devi tenerla fuori dalla mia camera?» «E piantala! Sarà entrata quando sei venuta a fare colazione, no?» «È tardissimo, devo andare al colloquio e sono bloccata qui in camera, ostaggio di un topo.» «Non fare la lagna, che non ti fa niente; vai pure al lavoro tranquilla che qui ci pensiamo noi.» Mentre Paola, pancia a terra, scandaglia con una torcia lo spazio sotto al letto per individuare l’intruso, la grossa gatta decide che per una volta può lasciare il divertimento della caccia alla sua padrona e sale sul letto lanciando a Lara un’occhiata di sfida. La donna si scosta dalla grossa gatta temendo di trovarsi gli abiti ricoperti di pelo e chiede, innervosita: «Allora, l’hai preso?». «Macchè: chissà dove si è nascosto. Io vado a comprare la trappola; tu vai al colloquio o farai tardi.» «Diavolo, è tardi davvero: mi beccherò tutto il traffico mattutino. Accidenti a te, Polly.» La gatta risponde sbadigliando e acciambellandosi sul letto. Lara afferra la giacca ripiegata sulla poltroncina, la borsetta posata a terra e si ferma. «Ma cos’è?» «Cos’è cosa?» domanda Paola tornando in cucina. «Il manico è bagnato e…. ma è pipì.» grida «La tua stupida gatta ha fatto pipì sulla mia borsa di pelle nuova!» «Forse ha sentito l’odore di un altro animale e ha voluto marcare il territorio, però le femmine di solito non lo fanno; mi sembra strano.» «Ah, ti sembra strano? Annusa qua. Ho la borsetta che puzza di pipì e sono in ritardo per il colloquio più importante della mia vita. Al diavolo te e la gatta. E adesso come faccio? Non ho altre borse che si abbinino al vestito.» «Dai qui che te la pulisco con una spugnetta» dice Paola allungando la mano per prendere la borsa. «Stai scherzando, spero. È in pelle scamosciata e la tua gatta ci ha pisciato sopra. Guarda, si vede l’alone umido. Cosa vuoi fare con una spugnetta? Ormai l’ha assorbito; non posso mica andare in giro spandendo miasmi puzzolenti.» «Spruzzaci sopra un po’ di profumo, allora, così mascheri l’odore» «Perfetto. Così avrò una borsetta che puzza di Chanel n.5 andato a male. Piantala di dire idiozie. Certe volte mi chiedo se ‘ci sei o ci fai’.» «Oh però anche te, a volte sei capa tosta. Ti ho dato mille soluzioni e non te ne va bene una. Arrangiati, allora.» «E certo che mi arrangio! Non posso fare altro se non arrangiarmi da sola, come sempre. Maledetto il giorno che ti ho fatto entrare nella mia vita.» le grida tornando in camera a passo di carica. Apre l’armadio facendo sbattere le ante e butta sul letto le borsette in modo da avere una visione d’insieme della situazione. Una di queste colpisce la gatta addormentata, prima di cadere a terra. «E tu vattene, stupida gatta! È tutta colpa tua, lo sai?» Lara recupera anche la borsetta dal pavimento ed osserva la varietà di accessori tra cui scegliere. «Sono le otto e mezza!» grida Paola dal soggiorno. «Io esco, ci vediamo stasera.» «Sì, sì, e quando torni comincia pure a impacchettare la tua roba: per la fine della settimana voglio te e la tua gatta fuori dai piedi.» «Ne parliamo stasera, quando ti sarai calmata.» risponde Paola uscendo di casa. «C’è poco da calmarsi» borbotta Lara tra sé, una volta rimasta sola. «È proprio vero che la necessità crea strani compagni di letto. Guarda qui, sono tutta sudata, stropicciata e in disordine. Va bene, dai, prendiamo questa e andiamo.» La gatta, infastidita dal trambusto, osserva Lara prendere la grossa borsa scura che l’aveva colpita e travasarvi alla rinfusa documenti e oggetti dalla vecchia borsetta. Ad operazione finita la gatta scende dal letto e le si struscia sulle gambe. «Vattene! Ci manca solo che mi smagli le calze e mi riempi di peli.» Come se volesse stiracchiarsi, la gatta si rizza sulle zampe posteriori e allunga quelle anteriori, artigli sfoderati, verso la borsetta che la donna porta al fianco. «Vattene, Polly! Vuoi rovinare anche questa? Ce l’hai con me, oggi? Cosa ti ho fatto di male? Se arrivo tardi è un macello: l’intervistatrice è uno squalo che non ammette imperfezioni e anche un curriculum di tutto rispetto, spesso, non basta. Vai, via e lasciami stare, accidenti a te.» La gatta tenta un’ultima volta di allungarsi per afferrare il toporagno che ha visto spuntare per un istante dall’interno della borsetta, ma Lara l’allontana, chiude la zip della borsa ed esce di casa. Peccato, però: Polly avrebbe giocato volentieri con l’umana ad acchiappare il topo, ma lei, egoisticamente, se l’è portato via per giocarci da sola.
  18. Fabio Castrignano

    C'è ancora da sorridere

    Titolo: C’è ancora da sorridere – Pillole di battute e considerazioni sull’attualità Autore: Fabio Castrignano ISBN: 9788829510962 Autopubblicazione: Streetlib Data di pubblicazione (o di uscita): ottobre 2018 Prezzo (vers. cartacea): € 14.99 Genere: Umorismo, satira Pagine: 200 Quarta di copertina: "In una società dove tutto passa veloce, diventa difficile riflettere su quello che succede intorno a noi; in questo contesto, riderci sopra può aiutare ad affrontare i momenti difficili, ma può anche essere utile per pensare ed elaborare su quanto accaduto. Questo libro vuole essere una raccolta di tanti di questi momenti di riflessione coniugati in chiave satirica, che spesso è il miglior linguaggio con cui esprimere a pieno le sfaccettature e le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Probabilmente la raccolta di battute più completa dopo la Costituzione!" Blog: https://angoloacuto.blog Link all'acquisto: Streetlib, IBS, Amazon.
  19. CaraCara

    Romanzo FantaSì

    Link a Romanzo FantaSì Lo aggiorno mediamente ogni sabato, ogni post è un capitolo o un frammento dello stesso che porta avanti una storia, ho inserito anche un articolo sulla narrativa anche se, tendenzialmente, questo genere di post saranno molto limitati
  20. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40253-come-gli-uccelli-parte-2/?do=findComment&comment=711597 Quarta e ultima parte di questo horror scandinavo per stomaci forti in 30.000 caratteri. Link alle parti precedenti: - prima parte - seconda parte - terza parte *** Chiudo la zip ed entro nella stuga, lento. Il pavimento scricchiola, l'ingresso dà su una grande cucina. C'è puzzo di casa vecchia, tappezzeria a fiori, ci sono piatti e posate. Un grande tavolo di legno scuro, in mezzo. La luce è bassa, le sedie spaiate. Nel centro del tavolo, la spaghettiera. Ylva e la madre chiacchierano, sedute, ridono. Non capisco nulla, di quello che dicono. Suzanne mi nota. «Hej», fa, con un gran sorriso. La guardo in faccia, annuisco tra me e me. Ora le faccio vedere io a quella, penso. «Ehi», rispondo sedendomi al tavolo, accanto alla mia fidanzata. Non la guardo: mi fisso sulla spaghettiera e cerco di non pensare a null'altro. Per Ylva, mi dico, per Ylva, svuotando il recipiente a mestolate. Le donne si sono già servite - alla maniera svedese, paese in cui non si aspetta necessariamente l'arrivo dei commensali per iniziare il pasto. È una fortuna: la mia parte stava sotto, là dove c'è meno salsa. «Oh!», fa Suzanne, «Aspetta Andrea, qui sotto poco ketchup, io mescolato male... Aspetta aggiungo pochino.» «Sì», rispondo io spingendo avanti il piatto. Il ketchup esce dalla bottiglia scoreggiando, casca a formare orrendi cordoni rossi sulla mia pasta. «Ecco qui», fa la donna con un largo sorriso sincero. «Grazie.» Devo buttarmi subito, mi dico. Ingoiare tutto prima che il mio cervello capisca davvero quello che sto facendo. Pianto la forchetta nel piatto e tiro su un pezzettone di massa rossastra e informe. Non sembra nemmeno più pasta: quelli che un tempo erano spaghetti si sono uniti assieme durante la lunghissima cottura, le ore di riposo e il riscaldamento finale, saldandosi in una specie di osceno puré. Me lo ficco in bocca: ingoiare e basta, mi dico, questo è il mio obiettivo. Dalla forchetta alla gola, senza sfiorare altro: fortunatamente il cibo è talmente stracotto che non c'è bisogno di masticare. Una, due, tre forchettate vanno giù, una dopo l'altra. Mi sono dimenticato di respirare, mi manca il fiato, appoggio la forchetta sul tavolo. La mia bocca è tutta impastata col gusto acre del condimento; la mia lingua trova un pezzo di spaghetto, tra i denti e la gengiva, e per un attimo mi sento perduto: come un malefico verme inacidito, quell'inconfondibile rimasuglio di pasta col ketchup fa salire un formicolio familiare, in fondo alla gola. I conati sono lì dietro, sento, stanno per partire. Ylva e Suzanne non parlano più, da quando ho iniziato a mangiare. Mi osservano perplesse, in silenzio, ma non me ne curo, mi concentro sull'obiettivo: tenere dentro quello che ho buttato giù, evitare di vomitare. Stringo le mani forte attorno alle posate, inspiro, espiro, cerco di pensare a mamma. Il formicolio aumenta, all'improvviso mi sento perduto. «Un po' d'acqua?», chiede Ylva porgendomi il bicchiere. Non rispondo nemmeno, lo afferro e bevo, trangugio tutto. Quando sento finalmente che riesco a controllarmi, ricomincio a mangiare. Per Ylva, mi dico, per Ylva. Una, due, tre forchettate. Le conto, mentre vanno giù. Quattro, cinque, sei. Mi fermo a riprendere fiato. Sette, otto, nove forchettate. Veloce, sempre più veloce. Il piatto si sta svuotando, noto. Ancora uno sforzo... Per Ylva, per Ylva! Dieci, undici, dodici: dritto in bocca e giù nello stomaco. Alla fine allontano il piatto e lascio cascare la forchetta sul tavolo, quasi ipnotizzato dal recipiente vuoto: ce l'ho fatta? Davvero? Non riesco a crederci. «Ah beh!», fa Suzanne, tutta contenta, «Allora Ylva proprio ragione che tu ti piace pasta con ketchup!» Mi volto verso Ylva ma la sua sedia è vuota, mi sorprende dal lato opposto: arriva portando una monumentale zuppiera con coperchio, la posa in mezzo al tavolo, torna a sedersi accanto a me. «Mamma», dice, «ho una cosa da annunciarti: quando torniamo a Torino, io e Andrea andiamo a vivere assieme.» Io mi volto a guardarla. «Eh?» Lei mi prende la mano, intreccia le dita con le mie. «Andrea», inizia, «Ti devo dire una cosa: lo so quanto la pasta col ketchup ti fa schifo e...» Io la guardo, confuso. «...e per questo ho chiesto a mamma di cucinartela. Le ho detto che era il tuo piatto preferito!» Posa la mano sul coperchio della zuppiera, si ferma per una pausa a effetto; poi lo alza, liberando nell'aria un celestiale profumo di carne col sugo. «...e che lo stufato di alce al vino rosso e funghi finferli poteva tenerlo in frigo per domani», conclude con un sorriso entusiasta, che sembra andarle da un orecchio all'altro. «Nämen... Ylva!», fa Suzanne, incredula nel sentire le parole della figlia. Io la osservo a bocca aperta. «Che... cosa?!», dico a fatica. «Era tutta una prova!», risponde lei entusiasta. «Per me è importante sapere quanto ci tieni a me, prima di fare un passo grande come quello di prendere casa assieme!» Io non so che rispondere. «Ma... Ma... Ma...», balbetto. Tutto, ho ingoiato, per lei. Ho rotto e calpestato le mie convinzioni più profonde, per lei; ho rischiato di vomitare in faccia a sua madre. L'ho fatto, per lei. Non si fa, così! «...Ma io sono una persona, cazzo!», urlo alzandomi in piedi e battendomi una mano sul petto. Ylva quasi casca all'indietro. «Oddio, Andrea», dice, persa, aggrappandosi al tavolo. Le punto un dito in faccia, cerco di dirle qualcosa di orribile ma la furia che provo è troppa, per essere espressa a parole. Eppure la rabbia uno sfogo lo esige, e fermarla è assolutamente, totalmente impossibile: accecato dal furore afferro la zuppiera e la rovescio su Ylva, la cui testa, come in un folle e insensato teatro slapstick per bambini, viene letteralmente inghiottita dall'enorme recipiente. «Herregud!», urla Suzanne con occhi allucinati. Io barcollo all'indietro, sbatto contro il frigorifero facendo cascare un magnete, guardo come ipnotizzato la mia fidanzata con la testa nella zuppiera - osceno copricapo in porcellana che le nasconde la testa intera. Si alza in piedi, muove il capo, le braccia, sembra confusa, emette strani suoni, fa cascare la sedia, forse non capisce. Io inspiro, espiro attraverso narici tremanti. Suzanne, in piedi accanto alla finestra, si aggrappa alla tenda. La noto solo con la visione periferica, evito di spostare gli occhi su di lei. Meno cose vedo, in quella stanza, meglio è. Perché so che, qualunque cosa veda, non la dimenticherò mai. Quando Ylva si toglie il recipiente di dosso, alzandolo per i manici e sfilandolo a fatica, il grosso dello stufato di alce le casca in testa come un'enorme cagata di mucca. Dopo, la ragazza che conoscevo non c'è più. Ylva non è più bionda, la sua pelle non è più chiara, i suoi vestiti sono irriconoscibili: al posto della mia fidanzata c'è un grottesco mostro di sugo marrone, pezzi di carne e funghi finferli. Solo, in mezzo a quell'orrore, due occhi azzurri mi fissano con un'espressione che non riesco a sopportare: troppe emozioni mescolate, ci sono, là dentro. Ylva me l'ha fatta grossa; io gliel'ho fatta grossa. «A... Andrea?», dice. Lascio la stuga indietreggiando nell'ombra, scendo al pontile, afferro cellulare e portafogli tra i denti, mi tuffo nel mare e mi allontano da quell'isola maledetta nuotando disperato verso la terraferma ormai nera - anche in Svezia, evidentemente, prima o poi la notte arriva. Scappo da Snarö, da Ylva, da Suzanne, da quel pasto d'inferno e soprattutto, prima di tutto, dai fantasmi di quello che ho fatto. Bracciata dopo bracciata, a denti stretti, cercando di non pensare a nulla. Ogni tanto, nella vita, due persone normali vanno fuori di testa e si fanno cose dalle quali non si può più tornare indietro. Cosa succederà, ora, non lo so proprio. *** Nota a fondo pagina: Per chi fosse interessato, la zuppiera in testa a Ylva è un occhiolino a Emil, personaggio di Astrid Lindgren, il quale, in una famosissima scena, infila, appunto, la testa in una zuppiera per poi rimanerci incastrato. Visti gli interessi teatral-letterari di Ylva, mi pareva giusto che subisse una punizione "in tema" per le sue azioni. Grazie per la lettura!
  21. gmela

    La pasta col ketchup [3/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40266-in-ricordo-dei-futuri-capelli-perduti-13/?do=findComment&comment=711155 Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/ Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40261-la-pasta-col-ketchup-24/ *** * Quando arriviamo al capolinea sono le nove e mezza e il sole sta per tramontare, ci colpisce di taglio negli occhi mentre scendiamo lungo il sentierino che porta al pontile. Ylva è di buon umore, si mette a correre. «Mamma!», urla forte, saltando su e giù e sbracciandosi come una pazza. A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre, sagomina rossa ai piedi del bosco, alza un braccio in aria. «Ylva!», la sua voce arriva da lontano. Io mi sistemo accanto alla mia fidanzata, alzo anch'io una mano in un gesto di saluto. Vorrei partecipare al suo entusiasmo, ma è davvero difficile, se penso alle cose terribili che ho promesso di fare. Sul bus non riuscivo proprio a far conversazione e alla fine abbiamo passato il tempo giocando a Travel Cluedo. «Vi kommer!», grida Ylva, aprendo il lucchetto a combinazione che attacca la barca a un palo - mi ha spiegato, una volta, che anche in un posto disabitato come questo potrebbe sempre passare un ladro di natanti con la barca grande. Saliamo a bordo: lei davanti, io dietro. Raccoglie due lunghi remi da terra. «Fai tu o faccio io?», chiede. «Come vuoi», rispondo. «Varsågod», conclude lei porgendomi i remi. Vuol dire "prego". Partiamo, lasciamo la terraferma procedendo sull'acqua scura verso l'isola di Snarö, in compagnia dell'ombra smisurata che lasciamo sul mare calmo. I remi entrano in acqua con un "plop, plop" regolare, altri rumori non si sentono. Davanti a me ci sono gli zaini e il cactus che ho portato in regalo a Suzanne dall'Italia. Ylva, appassionata di canzoncine per bambini, canticchia uno dei suoi classici appollaiata di sbieco sulla prua: «Hej-oh, hej-oh-oh», fa, con voce profonda, «...härliga liv på böljan blå...» La conosco - è l'inno dei pirati, la canzone che le gira sempre in testa: di solito mi piace, sentirla cantare, ma ora sono troppo impegnato a cercare di andare dritto. Terminiamo la traversata, Ylva salta sul pontile, madre e figlia si abbracciano mentre io mi distraggo un attimo e vado alla deriva. Mi tirano indietro con la corda, chiudono la barca col lucchetto. Suzanne si fa avanti, «Andrea!», dice venendomi incontro a braccia aperte, tendendomi una mano per aiutarmi a sbarcare, «Benvenuto a Snarö!» «Grazie», rispondo io, porgendole il mio cactus-regalo. Si vede che la donna sprizza felicità da ogni poro, ha un sorriso enorme. Dal vivo sembra la versione più vecchia e più brutta di sua figlia. Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo su per un sentiero piuttosto largo, quasi una stradina. In mezzo a me e Ylva, Suzanne ci passa un braccio attorno alla vita. «Ah, come sono contenta che sei qui!», mi dice. «Ylva sempre parla di tu. Andrea qui Andrea lì... Oh Andrea, io tanto tanto contenta!» «Anch'io», rispondo, anche se non posso evitare di pensare a ciò che quelle mani, che ora mi toccano, hanno cucinato. «Ehi mamma guarda che ci sono anch'io eh!», fa Ylva. «Ja men jag vet, älskling», ribatte sua madre baciandola sul collo; Ylva lancia un urletto scappando all'indietro, le viene la pelle d'oca, le due ridono e scherzano in una lingua di cui non capisco niente. Io metto semplicemente un piede davanti all'altro, salgo lungo il sentiero con gli occhi per terra. La stuga è in cima a una collinetta: una casetta vecchia, rosso vinaccia; un tavolo blu e quattro sedie di legno sono abbandonate distrattamente in mezzo al giardino, dove l'erba avrebbe bisogno di una sforbiciata. Ci sono un melo e un pero, lamponi e ortiche che crescono assieme, ai bordi del prato, cespugli di uva spina, un'enorme quercia alla quale è appeso un asse di legno a fare da altalena. Ylva butta lo zaino a terra, si siede sull'asse con un «Ah!» soddisfatto e finisce la bottiglia di Gatorade che abbiamo condiviso sul bus. «Ohi,» dice Suzanne, «che tardi! Voi sicuro avete tanta fame. Ylva, mostra toilette a Andrea, prima che fa buio, io vado veloce a scaldare pasta con ketchup.» Appoggio i bagagli al muro, guardo la donna sparire in casa. Alle mie spalle Ylva dondola avanti e indietro, piano, il sole ormai se ne è andato. Tutto è più silenzioso, senza Suzanne. So che dovrei dire qualcosa ma non ci riesco: è troppo difficile, specialmente col rumore di pentole che proviene ora dall'interno della stuga. «Questo è un posto molto speciale per me sai, Andrea?», dice Ylva piano, «Tanti ricordi...» «È bello», rispondo, ed è vero: non sto mentendo, si vede che c'è qualcosa di speciale in questo luogo, ha un fascino quasi irreale. In altri momenti sarei sicuramente stregato dalla sua bellezza selvatica, ma la verità è che ora non riesco a pensarci. Di sicuro Ylva lo capisce - non sono affatto un attore bravo come lei - ma per fortuna non infierisce, rispetta il mio stato d'animo e modera il suo entusiasmo per aggiustarlo al mio umore. È una qualità piuttosto rara, credo, tra le ragazze, e le sono infinitamente grato per questo. Salta giù dalla sua altalena. «Dai, ti faccio vedere l'isola», dice. Mi porta dietro alla casa: c'è la pompa dell'acqua, la rimessa per la legna da ardere e uno stanzino in legno con un buco a forma di cuore sulla porta. È il cesso. «Per lavarsi si scende al mare», spiega, poi apre la porta dello stanzino: dentro c'è un buco che dà su un enorme barile semisotterrato, un rotolo di carta igienica sull'asse in legno dipinto, al muro foglie d'alloro secche e un vecchio albero genealogico della casa reale svedese a fare atmosfera. Ylva infila una pala in un secchio e tira su una palata di polvere bianca. «Se hai bisogno di pisciare falla nei cespugli; se devi cagare, quando hai finito, butta la calce nel buco.» «Ok.» Poi mi prende per mano. «Vieni,» dice, «voglio mostrarti una cosa.» La seguo, ci inoltriamo nel bosco. Lei si china a raccogliere qualcosa, io calpesto un fungo velenoso. «Lingon», spiega, passandomi una piantina dalla quale pendono grappoli di bacche rosse. Ne assaggio una, è aspra e amarognola. Ci facciamo strada in mezzo agli alberi, non so come faccia Ylva a orientarsi. Dopo un po' ci sono rocce, saliamo, ci aiutiamo con le mani. In cima c'è muschio, il vento soffia e si vede tutta l'isola: un cerchio allungato su un lato, in mezzo al mare - forse quattrocento metri di diametro, nulla più. A nord c'è la stuga di Ylva, a sud-est e sud-ovest altre due casette. «Ecco, questa è Snarö», dice Ylva, allargando le braccia a croce coi capelli nel vento. «E quelle case laggiù?», chiedo io. «Sono i vicini. Ma uno sta vendendo casa, l'altro ha un tumore. Ci siamo solo noi.» Io non rispondo, guardo verso l'orizzonte. Se da un lato la terraferma è vicina, dall'altro c'è solo mare. E la Finlandia, suppongo, qualche centinaio di chilometri più ad est. Ylva guarda le nuvole, in alto. «Il tempo sta cambiando», dice piano. Una campana lontana si mette a suonare. «Don... Don... Don...» Pausa. «Don... Don... Don...» È l'unico rumore nell'aria e sembra provenire da un altro mondo, mette ansia. «Cos'è?», chiedo. «La cena è pronta», risponde Ylva, puntando il braccio verso la stuga. Piccola sagoma scura in piedi davanti a casa, Suzanne agita su e giù una catena, facendo suonare una pesante campana che pende da un gancio sul muro. Ripartiamo in silenzio, non c'è più nulla da dire. Quando arriviamo alla stuga blocco Ylva per la spalla. «Vado a pisciare e arrivo», le dico sulla soglia, guardandola negli occhi. Lei annuisce, entra in casa lanciandomi un ultimo sguardo difficile da interpretare. Forse è empatia, forse altro, non so. Mentre la faccio nei cespugli penso a quello che sto per mangiare e non mi pare vero. Mi fa male la pancia, non so se avrò la forza di andare fino in fondo a questa storia, avrei voglia di andarmene da qui: ora che sta iniziando seriamente a scurire, sembra quasi ci sia qualcosa di sbagliato, nell'aria - un dramma sospeso, come se stesse per succedere qualcosa di terribile. Poi penso a Ylva. Oh, Ylva... Devo farlo, mi dico, devo. Per lei. Mi ha portato fin qui, non posso deluderla. Anche se non ce lo diciamo mai, la verità è che la amo. Devo.
  22. gmela

    La pasta col ketchup [2/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40254-il-fratellino-di-orchidea-capitolo-ii-parte-12/?do=findComment&comment=710780 Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/ *** La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi. A Ylva il buon cibo piace, quando la porto al paese divora tutto ciò che mamma cucina con un appetito invidiabile. Ma tardi la sera, nel suo appartamentino studentesco in condivisione, una, due, magari tre volte a settimana, mangia la pasta col ketchup. Pasta stracotta, dritta dal pentolino. Spaghetti collosi, attaccati assieme, bolliti troppo a lungo, in troppo poca acqua, con troppo poco sale. Apre la porta del frigo e spruzza il ketchup su quella schifezza, si siede davanti al computer, accende Netflix e mangia, tirando su tutto col forchettone grande. Taglia la pasta a pezzettoni e se li ficca in bocca, uno dopo l'altro. Come una donna malata, non riesce a trattenersi. Come una persona che sembra normale, ma che nasconde un vizio; come il padre di famiglia che, tardi la sera, esce per andare dalla vecchia prostituta obesa che batte giù vicino alla stazione: è brutta, è grassa, è piena di malattie e ha una voce orribile, ma gli dà quel nonsoché marcio e dolciastro a cui non riesce a rinunciare. Abbiamo provato a parlarne, io e Ylva, ma non è mai andata a finir bene. «Ma come fai a mangiare quella roba?», le chiedo esasperato ogni tanto. Sono una persona impulsiva, a volte non riesco proprio a trattenermi. Coi piedi sul tavolo, Ylva mi risponde con la bocca piena, alza la forchetta in aria con gesto di sfida. «Non rompere! Se ti fa schifo levati!» Io mi allontano, vado in un'altra stanza. Mi sdraio sul letto e guardo nervosamente il cellulare finché Ylva non ha finito. Non riesco a concentrarmi, apro Wikipedia e navigo a casaccio. Quando lei arriva sulla porta, con una macchiolina rossa al lato della bocca, ha l'espressione seria, quasi di sfida, di chi sa di aver fatto qualcosa di brutto e malato, qualcosa che disapprovo ma sulla quale non ammette discussioni. Facciamo l'amore, ma c'è tensione. Evitiamo l'argomento. Sappiamo, entrambi. Facciamo finta di nulla. Fino alla prossima volta. Ora, qui sull'autobus rosso che si muove tranquillo in mezzo alla campagna, Ylva mi guarda con gli stessi occhi seri, la stessa espressione di sfida. Non parla, così tocca a me farlo. «In che senso...», chiedo lento. «Cos'è che ha fatto... tua mamma?» Ylva allarga le braccia. «Ha fatto la pasta col ketchup, Andrea. Tutto qui.» «Ma io non la voglio!», rispondo d'istinto. Si vede che Ylva non apprezza, stringe la bocca. Mi affretto a spiegarmi. «Scusa davvero, Ylva, ma guarda che non è un problema se tua mamma ha fatto la pasta col ketchup! Non ho bisogno di mangiare, seriamente. Non ho mica tanta fame. Håkan arriva domani, no?» Ylva annuisce lentamente. «E allora se tua mamma oggi non ha nient'altro da mangiare sull'isola non fa niente! Abbiamo i biscotti... e... e... Posso mangiare quel pane là, quel coso secco che mangiate voi, come si chiama? Il cacchebrod!» «Knäckebröd.» «Eh, quell'affare ce l'ha tua mamma, no? Ma guarda che anche se non ce l'ha non fa mica niente, eh! Mica muoio di fame per un giorno a digiuno!» Ylva incrocia le braccia, sento la tempesta che si prepara. Lei, così dolce, sa essere dura, a volte. Mi sento mancare. «Per piacere Ylva, inventa una scusa...», dico con voce lacrimevole. Stringo gli occhi. «Non ce la faccio, davvero!» «...Fa troppo schifo», mormoro piano, guardandola con occhi imploranti. Lei non si muove. «Dille che sono malato...» «...qualcosa...» «...per piacere...» «Hai finito?», chiede Ylva. Capisco che mi devo spiegare meglio, o saranno guai. Nascondo la testa tra le mani, mi chino in avanti per mostrarle quanto sono contrito. «Ylva lo so che tua mamma è gentilissima, e di sicuro si è impegnata al massimo e ha fatto il meglio che ha potuto e poverina è intrappolata su un'isola senza niente di niente, e che vuoi che faccia in fondo, povera donna? Ma ho paura di vomitare, davvero! Quando sento l'odore di quella roba che ti cucini tu mi vengono proprio su i conati, capisci? Sento la gola che pizzica, giù in fondo, e me ne devo andare.» «Pfff», fa lei. «È proprio una cosa fisiologica!», le spiego in fretta, in preda al panico, «L'odore di quell'affare zuccheroso sulla pasta appiccicata assieme...» Scuoto la testa, non riesco nemmeno a descriverlo. «...Non ce la faccio», concludo con una lacrimuccia di disperazione che mi scende giù dal lato dell'occhio. Ho un'idea, scatto entusiasta in avanti. «Ylva, Ylva, dì a tua mamma di non condirla per me, la pasta la mangio in bianco! Ok? In bianco va benissimo! Anche senza olio, senza burro, senza formaggio, senza niente di niente va benissimo!» Ylva scuote la testa lenta. «L'ha già condita», dice semplicemente. «Ma come l'ha già condita?», chiedo sconvolto. «Siamo ancora lontanissimi, non avrà mica già cucinato tutto, no? No?» Gli occhi di Ylva mi dicono che è così. «Cioè, la mangiamo pure fredda, la pasta?!» Lei mi fa una smorfietta di scherno. «La riscalda quando arriviamo, no?», risponde con una vocina sarcastica. «Al microonde?» Ylva sbuffa. «La rimette nella pentola, accende il fuoco e ce la scalda», spiega mimando irritata ogni gesto. Non ce la faccio più a sostenere lo sguardo della mia fidanzata, mi volto verso il vetro. La Svezia continua a scorrere fuori dal finestrino, come se nulla fosse. Come si fa? Come si fa? Ylva prende il cellulare in mano. «Ok», dice. Mi volto. «Che fai?» Lei sospira. «Che vuoi che faccia Andrea? Chiamo mamma.» Le poso una mano sul polso, la costringo ad abbassare il telefono. Lei si sistema un ciuffo di capelli ribelle dietro l'orecchio, mi guarda. «Ylva, sta andando tutto troppo veloce, non capisco più niente!» «Mmmhhh», fa lei sarcastica, irritata e poco convinta. Io mi mordo il labbro. Non posso fare lo stronzo con sua madre, la prima volta che la vedo; d'altro canto non posso mangiare la pasta col ketchup. Purtroppo sono due cose assolutamente incompatibili: mi viene da piangere. Ylva mi guarda seria. «Lascia che ti spieghi io come stanno le cose, Andrea: quando si va a casa d'altri bisogna fare dei piccoli sacrifici, non si può avere sempre tutto come lo si vuole, giusto? Giusto o no?» Io non riesco proprio a risponderle. «Mia mamma è su un'isola, sola, senza barca. Håkan ha la borrelia e la febbre alta, il motore non parte, il meccanico è in ferie. La gente ha problemi ogni tanto, Andrea, problemi veri. Mamma è tutta eccitata e contenta perché mi rivede dopo sei mesi e perché ti incontra per la prima volta. Si sente una merda perché non ti ha potuto cucinare nulla di ché. Aveva solo pasta e ketchup sull'isola, ha fatto del suo meglio per preparare comunque qualcosa, per te. Ha telefonato e mi ha chiesto, tutta inquieta, se andava bene lo stesso. E le ho detto di sì, di non preoccuparsi, poveraccia.» Osservo la mia fidanzata sconsolato. «Ora, se tu vuoi non c'é nessun problema, le telefono e le dico che no, che in realtà la pasta col ketchup alla finfine non va bene, che non è evidentemente un piatto all'altezza del nostro ospite. Sappi che non accetterà mai di lasciarti a digiuno. Così, quando arriviamo, lei prende la barca, rema, torna a riva, si fa mezz'ora di bus fino a Norrtälje, mezz'ora al ritorno, torna a mezzanotte, poi ti prepara quello che preferisci. Salmone? Puré? Risotto ai funghi? Cosa gradiresti mangiare stasera, eh? Eh?» Ylva allarga le braccia. «E con questo ho detto tutto, poi fai pure come vuoi», annuncia infine, aprendo Online Risiko sul cellulare. Io mi giro contro il vetro e mi metto a piagnucolare in silenzio.
  23. gmela

    La pasta col ketchup [1/4]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40140-la-rabbia-capitolo-1/?do=findComment&comment=710549 In onore di Halloween, ecco qui la prima parte di un horror scandinavo per stomaci forti (detto ironicamente, ma solo fino a un certo punto) - 30.000 caratteri in tutto *** E così, dopo averne sentito tanto parlare, sono in Svezia! Questo penso, guardando scorrere il paesaggio attraverso il finestrino dell'autobus, mentre procediamo lenti lungo una stretta e sinuosa stradina di campagna. Ylva, accanto a me, è al telefono con la madre, e ovviamente non capisco un cavolo di quello che dice. Non che me ne curi: da quando ho messo i piedi a terra, nel piccolo aeroporto di Skavsta, questo paese non smette di stupirmi. Tutto è uguale, identico, a come la mia fidanzata me l'ha descritto: ci sono i boschi - le gigantesche foreste di conifere delle fiabe nordiche; ci sono i laghi che luccicano al sole e le penisole labirintiche che si insinuano tortuose tra le centinaia - migliaia - di isolette che punteggiano questo angolo di costa sul mar Baltico; ci sono i cartelli "pericolo alci" a bordo strada, le casette rosse in mezzo ai prati, il cielo immenso, le nuvolette bianche e le bandiere gialloazzurre che sventolano decise nell'aria luminosa dell'estate. Gli autobus camminano tranquilli, portando la gente verso le case di campagna - stugor, le chiama Ylva - dove tutti, a quanto pare, passano l'estate. Famiglie numerose, bimbetti piccoli su enormi passeggini: biondi, tutti o quasi. Thermos di caffè, banane, canne da pesca, torte panna e fragola, odore di cannella. Ci sono le "A" col pallino, sui cartelli stradali: proprio come all'Ikea. È un mondo alieno, rispetto a quello che conosco. Eppure, qui sono: Andrea, ventidue anni, studente fuori sede al Politecnico di Torino, nato e cresciuto in un paesino del basso Piemonte senza infamia né lode. Con fidanzata svedese: Ylva, appunto, in Italia per l'Erasmus. Bellina, simpatica. Bionda, ovviamente. Sveglia - anche troppo, a volte - sempre entusiasta. Appassionata di giochi da tavolo e di recitazione, due cose delle quali, prima di conoscerla, sapevo ben poco. In Svezia faceva parte di una troupe teatrale che mette in scena spettacoli per bambini ispirati ai libri di Astrid Lindgren; il suo ruolo preferito - ama spiegarmi: la piratessa sanguinaria in "Pippi Calzelunghe contro i pirati". Tra alti e bassi, le cose vanno piuttosto bene tra noi: siamo diversi, ma siamo compatibili. Io la porto al cinema, lei a passeggiare in angoli di città dove non avrei mai messo piede: alla Falchera, periferia profonda, un sabato mattina, per uno spettacolo teatrale del quale ha sentito parlare bene - penso che mi romperò le balle, e invece poi mi diverto. Io la sfido a vecchi videogiochi Nintendo, lei mi porta a pescare al lago di Meugliano. Prendiamo una trota, torniamo a casa col pesce in mano, sul tram tutti ci guardano storto; la cuciniamo assieme, poi mi distrugge a Monopoli e la batto a Scarabeo: a quest'ultimo vinco sempre - fino a prova contraria, l'italiano lo conosco meglio di lei - ma Ylva tiene conto dei punti. «Ahah, prima o poi ti acchiappo!», annuncia soddisfatta, vedendo che il mio margine di vittoria si assottiglia al filo dei mesi. Un giorno mi sveglio: «Andiamo al mare!», dice lei. Corriamo alla stazione del Lingotto, tre ore dopo siamo in Liguria. Ci tuffiamo, la notte torniamo a casa con l'ultimo treno e ci addormentiamo sul vagone ascoltando canzoni italiane anni novanta al cellulare. Ogni tanto litighiamo, ma quella non è certo una storiella senza futuro - né per me, né per lei: teniamo l'uno all'altra e ci supportiamo a vicenda. Quando Ylva ha traslocato, l'ho aiutata io ad attraversare la città con i mobili in spalla; quando il mio gatto è morto, Ylva c'era. Preso dall'entusiasmo, dopo che Martin è tornato ad Amburgo le ho chiesto se volesse trasferirsi da me, ma subito me ne sono pentito. Ha storto la bocca, distolto lo sguardo: non era pronta. Pazienza, mi sono detto: non c'è fretta. Prima o poi, magari. In realtà a breve Oğuz tornerà ad Ankara, e un posto per lei, a casa mia, ci sarebbe di nuovo... Ma ora non voglio pensarci, preferisco godermi la vacanza. Viaggiare con Ylva è divertente; per il momento ce la siamo cavata bene e non abbiamo ancora bisticciato, nonostante diversi problemi organizzativi: il convivente di sua mamma avrebbe dovuto incontrarci all'aeroporto ma è stato punto da una zecca e si è preso una brutta malattia - inconveniente tipico in Svezia, spiega Ylva. Ha dovuto lasciare la minuscola isoletta sulla quale si trova la stuga di famiglia e andare dal dottore, in città, dove è stato però bloccato da un guasto meccanico alla barca. Dopo ore di bus, quindi, io e Ylva dovremo raggiungere l'isoletta di Snarö in barca a remi. Onestamente mi sembra una cosa piuttosto stramba, ma Ylva ne parla come se fosse il piano più normale del mondo. A me, italiano in un mondo esotico, non resta che credere in lei e godermi quel viaggio. Le stranezze mi sono sempre piaciute, in fondo; anzi, probabilmente questo è ciò che più mi ha attirato verso Ylva, quando l'ho incontrata la prima volta, giocando a briscola a casa di amici comuni. Gli altri vedevano in lei il fascino della ragazza scandinava, sognavano la conquista della bella straniera per vantarsi con gli amici; io ci ho visto, più che altro, la possibilità di conoscere un nuovo mondo e una nuova cultura. Per questo, credo, alla fine ha scelto di stare con me, nonostante non sia certo un modello di bellezza, o di cool, all'italiana: le ho parlato come si parla a una persona normale, e a forza di parlare - sorpresa sopresa - abbiamo scoperto che ci piacciamo. A volte, suppongo, succede. Intreccio le dita con le sue, mi sento gasatissimo. Penso a Max, Alex e tutti gli altri, in spiaggia a Riccione in mezzo a migliaia di persone praticamente uguali a loro. Di sicuro parlano della Juve, dell'abbonamento Sky. Io, invece, sto per raggiungere una casa di campagna in barca a remi. Su un'isola, dove ci sono solo tre casette di legno, dove l'acqua si pompa - a mano - da un pozzo e la cacca si fa in un barile. Questa sera Max e Alex mangeranno la solita pizza; io, invece, chissà quali nuove esperienze vivrò! Appoggio la testa sulla spalla di Ylva e guardo fuori, lei mi passa distrattamente la mano nei capelli. Gliela prendo, la bacio e la rimetto dov'era: sono praticamente in paradiso. Quando Ylva finisce la conversazione, schiocca le dita davanti ai miei occhi. «Mmhh?», faccio io, ancora assorto nei miei pensieri. «Allora, ti piace la Svezia?», chiede lei, vagamente divertita. «Sembri in trance.» «Guarda,» rispondo, «com'è in inverno non lo so, ma d'estate qui è fighissimo! Cioè, mi spieghi chi te l'ha fatto fare a te, di andare a studiare a Torino?» Lei fa una risatina. «Senti Andrea,» dice poi, seria. «hai capito questa storia che mamma è sola sull'isola?» Io annuisco. A sua madre, Suzanne, ho già parlato brevemente su Skype, per cui non mi sento particolarmente impaurito dall'idea di incontrarla per la prima volta: sembrava una signora alla buona, anche lei parlava italiano. Malino, ma lo parlava. «Sì?», faccio io. «...E quindi ha qualche problema di organizzazione. Per la cena.» Io scaccio le sue ansie con un gesto «Ah, non preoccuparti per quello!» «Andrea,» taglia corto Ylva, «mi spiace ma mamma ha fatto la pasta col ketchup.» Sbianco, mi alzo sul sedile. «Eh?», esclamo. Ylva storce la bocca, la mia reazione evidentemente la irrita. Non l'ho fatto apposta, mi è scappato. La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi.
  24. stefia

    L'amore ai tempi dell'internet

    Commento 1 Commento2 «Dai, su racconta, Gina.» «Cosa ti devo raccontare?» «Ma di quell’internet lì, quello a cui parli. Cosa ti ha detto di nuovo?» Una panchina del parco, esposta in pieno sole, è il posto perfetto per fare due chiacchiere in un pomeriggio d’ottobre. Le due vecchie amiche, sedute vicine, sono state educate in modo da pensare che fosse “riprovevole” rimanere con le mani in mano e così le chiacchiere accompagnano un incessante e automatico movimento delle mani: Paola sferruzza l’ennesimo maglione per il nipote e Gina sta completando un lavoro all’uncinetto. «Ma non parlo con l’internet, Paola» ride la donna «lo uso per parlare con altre persone come fai te col telefono.» «Va bene, va bene, non stare a fare la pignola. E chi è che hai chiamato con l’internet?» «Non ho chiamato nessuno: sono andata su una chat dove ci sono tante persone e ho parlato un po’ con uno e un po’ con l’altro.» «Una chat? E cos’è una chat!» «È come una piazza. Fai finta che sono andata in piazza Garibaldi il giorno del mercato e ho chiacchierato un po’ con tutti.» «E con chi hai parlato, in piazza Garibaldi? C’era l’Alice? Mi deve ancora ridare la teglia che le ho prestato, quella là! Le hai detto della mia teglia, all’Alice?» «Ma cosa c’entra l’Alice. è solo un esempio. Nella chat non c’era l’Alice ma tante persone di tutt’Italia. Ultimamente, però, parlo soprattutto con Ugo.» Paola annuisce lentamente, in silenzio, fissando l’amica da sopra gli occhiali. «Ugo chi?» Indaga. «Non lo so. Uno.» «Ma è uno di Borghetto?» «Ma non lo so, Paola, non me l’ha mica detto. E poi Ugo potrebbe anche essere un nome finto.» La donna abbandona i ferri in grembo e fissa l’amica. «Ugo è un bagolone? Tu parli coi bagoloni?» «Ma mi ascolti o no? Ti ho detto che non lo conosco. In chat usiamo tutti dei nomi finti per non farci riconoscere. Io, ad esempio, ho detto che mi chiamo Deborah. Con l’acca. Così si pensano che sono una sofisticata, una di città.» Paola rimugina l’informazione e ritorna al suo lavoro esalando un «Mah!» perplesso. «E comunque, Ugo, mi sembra una brava persona. Ha due figli e due nipoti grandi, tutti maschi. Era dirigente d’azienda e adesso vive bene con una buona pensione.» «E tu ci credi?» «Perché dovrebbe contare delle storie? Cosa ci guadagna a imbrogliarmi?» «Ah io non lo so: ma non c’è mica da fidarsi di uno che non ti dice neanche il suo vero nome.» «Ma è normale, te l’ho detto. Facciamo tutti così. Te non lo capisci, l’internet, Paola.» «No, no ci hai ragione, non capisco proprio. Non ha mica senso questa roba qua. Il mio Evaristo, buonanima, non mi ha mai mentito sul suo nome.» L’amica ridacchia «Cos’altro ti ha raccontato questo Ugo?» «Sua moglie è morta tanti anni fa e non si è mai risposato.» «E te l’ha detto quanti anni ha?» «Non lo so ma credo che siamo più o meno coetanei» «Ci stai facendo un pensiero su questo qui eh? Vuoi tradire il povero Egidio?» «Ma se il mio Egidio, buon’anima, è morto dieci anni fa.» «Tradisci la sua memoria. Io non lo tradisco il mio Evaristo.» «Guarda che il prete, quando ci ha sposato, ha detto “finché morte non vi separi”.» «Vabbé, vabbé. Comunque, se proprio dovete farlo, prima, almeno, sposatevi in chiesa.» «Ma te sei matta. Nessuno sta parlando di sposarsi. Stiamo solo chattando.» «Cos’è che fate? È così che si dice, adesso? » domanda saettando occhiate intorno, a verificare che nessun orecchio indiscreto abbia sentito.«L’hai confessato al prete?» Chiede poi, sottovoce. «Ma cosa hai capito? È il linguaggio moderno. Io e te adesso stiamo chiacchierando, ma se lo facciamo sull’internet, allora stiamo chattando.» «Ma pensa te. Va bene, chatta ma fatti sposare in chiesa così ognuno tiene la sua pensione e le sue cose, i figli non litigano per l’eredità e davanti a Dio non siete in peccato.» «E va bene» cede la donna «ci sposeremo in chiesa.» «Ah l’avete già deciso, allora? E Quando?» «Ma come, quando? Ti ho detto che stiamo solo chiacchierando. Sei tu che continui a parlare di matrimonio.» Gina termina il lavoro, ne controlla la fattura, lo ripone con cura nella borsa e si appresta a cominciarne uno nuovo. «Guarda che quel centrino lì è troppo piccolo. Non ci sta niente, sopra.» «È una bomboniera. Sto facendo le bomboniere per la Laura che si sposa il mese prossimo.» «Si sposa in chiesa?» «Ma sì, in chiesa.» sbuffa Gina «Accidenti che beghina che sei.» «Non è che io sono beghina: è Lui che ci guarda» risponde indicando il cielo con un dito ossuto. Osserva l’amica e aggiunge sottovoce: «E ti vede anche attraverso l’internet, stai attenta … E quindi non si sa nient’altro di questo signore qua, questo Ugo?» «Abita nel nord Italia, in una città vicino a un lago.» «Allora non è di qui, di Borghetto? Secondo me ti ha contato una balla e stai chattando con Giovanni, il macellaio.» «Giovanni? e perché proprio Giovanni?» «Perché il corriere gli ha consegnato un pacco il mese scorso e l’ho sentito parlare del nuovo computer che stava aspettando. E poi guarda che mi sono accorta che quando andiamo a fare la spesa lui ti da sempre la carne fresca presa dal frigo e non quella del banco.» «Ma piantala di dire sciocchezze. Giovanni ha quarant’anni. Figurati se perde tempo dietro a me.» «A te questo Ugo ti piace, eh?» «è proprio gentile: quando ci troviamo in chat mi manda sempre dei fiori. Sono fiori finti, roba elettronica, ma sono disegnati bene e prima di andare a dormire mi manda il disegno di una faccina col bacino della buona notte. Ha studiato da avvocato, legge molto e scrive proprio bene.» Gina ridacchia, avvicina la testa all’amica e, abbassando il tono della voce, si confida: «Ieri sera mi ha detto che era geloso di Morfeo perché mi avrebbe tenuto tra le braccia tutta la notte.» L’amica si agita e, infilzando nervosamente l’aria con un ferro da maglia, grida: «E adesso chi è ‘sto Morfeo? Ci hai una tresca con due uomini? Ah se lo sapesse il povero Egidio! Ti sei confessata con Don Sergio?» «Ma cosa dici? Morfeo è il dio del sonno. Ma non ci sei andata a scuola?» «Ma cosa vuoi che sappia io chi è Morfeo! Sei te che tiri in ballo tutti questi uomini dai nomi finti.» «Ugo ha detto anche che da quando è in pensione ha viaggiato poco, ma che gli piacerebbe ricominciare in compagnia della persona giusta.» «A te è sempre piaciuto viaggiare.» «Eh già. Con Egidio abbiamo visto tanti posti, ma poi la malattia…» sospira crollando il capo. «Mi sa che hai trovato un buon partito, Gina: ha i soldi, sta bene di salute e vuole viaggiare.» «Stai cambiando idea? E il povero Evaristo?» «Chi muore giace, e chi vive si dà pace. Dicevano così, i miei vecchi.» Continuano a lavorare in silenzio finché una giovane donna, flessuosa come un giunco e con lunghi capelli biondi le raggiunge con passo leggero e, dopo essersi seduta in mezzo a loro, le bacia sulle guance. «Ciao, nonna, ciao Paola.» «Ma chi è questa bella ragazza?» «È mia nipote, la figlia della Luigia» dice Gina accarezzandole il viso. «Dì un po’, ma ce l’hai il ragazzo?» domanda Paola stringendole le mani. «Guarda che lei è la Laura e si sposa il mese prossimo. Le sto facendo le bomboniere.» le ricorda l’amica agitandole il lavoro all’uncinetto davanti al naso. «C’è mio nipote, il Filippo che non ha l’amorosa» continua Paola, imperterrita. «È un bravo ragazzo, eh? Ci ha un buon lavoro, ha studiato e non ha grilli per la testa.» Laura annuisce fingendo interesse mentre sua nonna cerca di distrarre l’amica. «Paola, smettila: la Laura è promessa!» «Ma taci, te! Cosa vuoi saperne! Non è ancora sposata, no? Può sempre cambiare idea. Non fa mica peccato, se cambia idea.» L’anziana toglie dalla borsetta un voluminoso portafogli e ne estrae la fototessera gualcita di un quindicenne grassoccio e brufoloso. «La foto è un po’ vecchia, adesso Filippo va per i trenta, ma è ancora bello così» afferma allungando il talloncino alla ragazza, che lo guarda con un sorriso. «Sì, è carino, si vede che è una brava persona.» dice restituendolo all’anziana. «Ti piace, eh? Te lo presento. Vieni a casa mia che te lo faccio conoscere.» «E smettila, Paola.» Gina le schiaffeggia una mano. «Te l’ho detto che è promessa. Laura, falle vedere l’anello» ordina alla nipote. «Filippo se ne troverà un'altra!» Davanti all’ostentazione dell’anello l’anziana si arrende e, dopo aver riposto con cura il cimelio, riprende in silenzio il suo lavoro a maglia. «Nonna, ma tu come stai? Va tutto bene?» «Ma sì tesoro, grazie. I preparativi a che punto sono?» «Vanno avanti. È faticoso organizzare tutto, ma oggi Ugo viene a prendermi e andiamo insieme a scegliere i fiori.» «Ugo. Ma guarda te che coincidenza. Anche il tuo si chiama Ugo.» esclama Paola con un sorriso. «In che senso?» Chiede Laura. «Chi è che si chiama Ugo?» «Il galante di tua nonna» risponde Paola guardando l’amica da sopra gli occhiali. «Nonna!» Esclama Laura con un sorriso «hai il galante?» «Ma stai zitta, te!» risponde innervosita Gina, lanciando un’occhiataccia all’amica. «Non ho nessun galante, io. È solo una persona che ho conosciuto.» «E dove l’hai conosciuto? Al circolo?» «Magari! No, no, tua nonna l’ha conosciuto sull’internet. E poi non sa neanche se Ugo è il suo vero nome. Sull’internet sono tutti dei bagoloni come tua nonna che si fa chiamare Debora. Con l’acca.» «Ma è vero, nonna? Chatti con degli sconosciuti?» «Faccio solo nuove conoscenze. Al circolo sono tutti vecchi rimbambiti come lei» dice indicando l’amica. «Ha parlato quella giovane» risponde, piccata, l’altra. «Stai attenta nonna, mi raccomando. Non è sicuro chattare con sconosciuti.» «Tesoro non ti preoccupare. Cosa vuoi che mi succeda? Lo faccio solo per passare un po’ il tempo. Abbiamo tanti interessi in comune.» «Lavora l’uncinetto anche lui?» ride l’amica. «Siamo due persone anziane, amiamo leggere e viaggiare. Parliamo di libri e dei posti che abbiamo visitato.» spiega Gina, ignorandola. «Bene, sono contenta che tu abbia compagnia ma stai attenta, mi raccomando.» «Ma sì, ma sì! Guarda: ho quasi finito le tue bomboniere. Me ne mancano solo una ventina.» aprì la borsa per farle ammirare il prodotto del suo lavoro. «Grazie nonna. Sei un tesoro. Domani vado a provare l’abito. Ti passo a prendere?» «Ma certo cara. Non mancherei per niente al mondo.» «Ah finalmente! Guarda, nonna, sta arrivando Ugo.» Un giovanotto allampanato, intento a chiacchierare con un signore anziano che cammina al suo fianco, la saluta con un sorriso. «Chi è quel tipo con Ugo?» domanda Paola strizzando gli occhi dietro le spesse lenti «Non è di qui.» «è suo nonno. La famiglia di Ugo è originaria di Lecco e lui vive ancora là. è arrivato stamattina e si fermerà fino al matrimonio, ovviamente.» I due uomini arrivano vicino alla panchina e, con la galanteria dei tempi andati, l’anziano stringe la mano alle due donne con un inchino appena accennato. «Piacere, Ugo» si presenta. «Un altro? Ma quanti Ugo ci sono a questo mondo? Finiscono tutti qua?» sbotta Paola. «Mi scusi?» domanda l’anziano sbattendo le palpebre confuso. «Non le badi. È solo una vecchia rimbambita.» spiega Gina. «Lei, per caso, è mica amico del Morfeo?» indaga ancora Paola. L’uomo si raddrizza, la fissa attentamente e poi le chiede: «Deborah?» Gina si porta le mani al viso a bocca aperta e Paola è talmente sbigottita che non riesce nemmeno a rispondere. «Che sta succedendo?» chiede il ragazzo di Laura, frastornato. «Pare che tuo nonno sia il galante di mia nonna.» risponde la giovane, ridendo. «Non è il mio galante» «Non è la mio galante» rispondo in coro i due anziani; poi si guardano e si sorridono. «Allora sei tu Deborah» dice lui alitando l’ultima vocale. «Veramente mi chiamo Gina» risponde lei arrossendo. «È molto più bello di Debora.» commenta lui. Rimangono a fissarsi negli occhi fino a che Paola, spazientita, sbotta: «Voi due, finitela di comportarvi da piccioncini che non ci avete più l’età’.» «A dire il vero, abbiamo appena cominciato» risponde l’anziano porgendo il braccio a Gina per aiutarla ad alzarsi. «Vorrei offrirti un mazzo di fiori veri, freschi e inebrianti come te. Me lo permetti?» Gina, confusa ed emozionata, non riesce nemmeno a spiccicare parola, ma annuisce vigorosamente, infila l’uncinetto e la matassa di cotone nella borsa, alla rinfusa e si alza sorreggendosi al braccio dell’uomo. «Ci vediamo, Paola.» dice distrattamente all’amica, con lo sguardo ancora perso negli occhi di lui. L’eterogeneo gruppetto si allontana verso l’uscita del parco e Paola, rimasta sola, afferra il telefonino con i bottoni grossi che ha nella borsetta, e digita un numero. «Pronto? Filippo? Ma te lo sai come si fa ad andare sull’internet?»
  25. Ambra...

    Butterfly

    Nome: Butterfly Edizioni Generi trattati: romanzi d’amore (no erotici), romanzi contemporanei, romantic suspense, chick lit, umoristici e drammatici, young adult, new adult, thriller Modalità di invio manoscritti: https://butterflyedizioni.wordpress.com/about/ Distribuzione: https://butterflyedizioni.wordpress.com/distribuzione/ Sito: https://butterflyedizioni.wordpress.com/ Facebook: https://it-it.facebook.com/edizionibutterfly/ Dal sito: Accettiamo Opere di non oltre 650.000 battute spazi compresi. TEMPI DI VALUTAZIONE: da 1 a 4 mesi circa, rispondiamo anche in caso di esito negativo. La pubblicazione è gratuita e l’autore è sostenuto realmente nella promozione del proprio libro! I libri più amati dai lettori avranno anche la possibilità di finire all'estero. ------------------------------------------------------------------------- Esperienze con questa casa editrice? Mi pare che propongano l'ebook e il cartaceo solo dopo la vendita di un certo numero di copie..
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