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  1. Ospite

    Come Gesù

    Commento a "Mediterraneo!" di DaniloV «Devi essere come Gesù.» Finalmente, Ettore aveva avuto il coraggio di chiedere Floriana come doveva fare per conquistarla. «Come lui» disse la ragazza, estraendo rapida un crocifisso dal seno e baciandolo. «Intendi dire che devo moltiplicare i pani e i pesci?» chiese Ettore, perplesso. «Lui lo faceva» disse Floriana. Come a dire: vediamo-tu-cosa-sai-fare. Il ragazzo ci pensò su. Sapeva che era innamorato di Floriana dal primo momento in cui l’aveva vista. L’aria, timida. Il sorriso, dolce. Gli occhi, grigi. Insomma, aveva quel-certo-non-so-che. Sembrava venuta dal passato. Non aveva mai visto nessuna come lei prima di allora ed era certo che non avrebbe mai più incontrato nessuna di paragonabile. Era la donna della sua vita. «Come Gesù.» Ci ripensò. Gesù era molto buono, era risaputo. Il giorno dopo, si iscrisse a un’associazione di volontariato che si chiamava “Canne da pesca.” Si chiamava così per il seguente motivo. Avete presente la storiella secondo cui ai poveri puoi dare il pesce o insegnare a pescare? L’associazione, nelle intenzioni, “insegnava a pescare.” Da qui, canne da pesca. Il presidente dell’associazione accolse Ettore nel suo ufficio. Era molto seria. «Lei che sa fare?» «Sono ingegnere.» «Di che tipo?» «Informatico.» «Benissimo. La metteremo subito all’opera. Terrà delle lezioni. I nostri assistiti sono molto umili, la maggior parte di loro non sa neppure usare la posta elettronica.» «Quello posso farlo» disse Ettore, rincuorato. «Perfetto. Per quante ore a settimana dà la disponibilità?» Il ragazzo ci pensò su. Pensò a Gesù. Pensò agli occhi grigi di Floriana. «Quarantotto.» La presidente lo guardò. «Due basteranno, per iniziare.» «Va bene.» «Vada a casa. Si prepari. Domani troverà la sua classe.» «Vuole che insegni… » «Posta elettronica. Usare internet. Magari come si scrive un curriculum vitae. Basterà.» Ettore andò a casa e scrisse al computer, su una pagina bianca di word: “Come si usa la posta elettronica.” Già, come si usa? Lui doveva aveva imparato? Era qualcosa che aveva data per scontata. Aprì la mail per studiarla. Scoprì parecchie funzioni che non conosceva. È proprio vero che nulla insegna come insegnare. Andò avanti con le lezioni per circa due mesi. Nel frattempo, si iscrisse a una classe di yoga. Gli sembrava che, per essere come Gesù, dovesse diventare veramente calmo. L’amore è qualcosa di… quieto, di calmo, vero? Quando si sentì pronto, si presentò a casa di Floriana con un mazzo di fiori. «Ettore» disse lei, piacevolmente sorpresa (il ragazzo le stava simpatico) «da quanto tempo!» «Posso entrare?» «Certo! Ho appena finito una lezione. Vieni, ti offro i biscotti col succo di frutta.» Floriana era un’insegnante di pianoforte. Dava lezioni private. La bambina era ancora al piano. Ettore si sedette alla poltrona del salotto. Floriana portò succhi di frutta e biscotti per tutti. «Grazie per i fiori» disse lei, ridendo. «Mi sembra il minimo.» «Che hai fatto, per tutto questo tempo?» «Volontariato» disse Ettore, guardando un ritratto di Gesù che lo fissava da sopra il pianoforte. Aveva lo sguardo molto intenso. Si chiese se il suo fosse paragonabile. «Una nobile occupazione. Io sono molto pigra, a parte dare lezioni non faccio molto altro. Me lo consiglieresti?» «È un’esperienza che ti segna» disse Ettore. «Maestra, è fuori la mamma» disse la bambina, guardando il cellulare. «Certo. Ci vediamo dopodomani a quest’ora.» La bambina uscì. «È dotata?» chiese Ettore. «Per nulla. Però non glielo svelo, altrimenti smette di venire.» Ettore rise smodatamente per la battuta di Floriana. «Volontariato, che storia. Che altro?» chiese la ragazza. «Sto anche frequentando yoga.» «Uao. Sei molto attivo.» «È per via di quello che mi hai detto tu» disse Ettore. «Che cosa?» chiese Floriana. Si era già scordata. «Una volta mi hai detto che, per conquistarti, dovevo essere come Gesù.» «Gesù non faceva volontariato.» «Aiutava gli altri.» «Era il suo lavoro. Era un guaritore. Non aveva il tempo per il fare il volontario.» «Non l’ho mai vista in questi termini.» «Inoltre, non praticava yoga.» «Ho pensato che era uno molto calmo… » «Per nulla.» «Cosa? «Hai mai letto il Vangelo?» «So di che parla.» «Tutti pensano di sapere di che parla ma, ahimè, nessuno lo legge. Aspettami qua.» Floriana andò di sopra. Ettore si avvicinò al piano. Suonò due note. Anche lui era sempre stato negato. Floriana portò un libretto bianco con una scritta d’oro. «Tieni, è per te.» «Per me?» «È il Vangelo. Leggilo. Così scoprirai che Gesù non era affatto calmo. Si arrabbiava di continuo.» «Okay» disse lui, imbarazzato. In effetti, avrebbe dovuto leggere il libro, prima d’imbarcarsi in quell’impresa. «Grazie per fiori.» «L’ho fatto con piacere.» «Ora arriva il ragazzino delle cinque.» «Certo.» Come Gesù. Quel fine settimana, Ettore si lesse il Vangelo da cima a fondo. Ad essere sinceri, essere come Lui non è un bell’affare. Si chiese se poi Floriana gli piacesse così tanto. Comunque, per sicurezza andò a consultarsi con un prete. «Floriana è il nome della sua innamorata?» chiese il buon uomo. Erano seduti nel suo ufficio. «Esatto.» «Ah… l’amore. Lo sa che anche io avevo una fidanzatina, una volta? Si chiamava Rebecca. Una cosina molto dolce.» «Poi le è venuta la vocazione?» «No, poi è venuto il postino.» «In che senso?» «Mi lasciò per lui.» «Poi le venne la vocazione?» «Ah, l’amore… » ricominciò il prete, intrecciandole le mani davanti a lui, trasognato. «Mi può aiutare col mio problema?» «L’amore non è mai un problema.» «Come si fa ad essere come Gesù?» «È molto semplice. Si confessi, venga a messa ogni giorno e prenda la comunione. Nel frattempo non commetta peccati.» «Io pecco molto.» «Non deve.» Ettore fece del suo meglio. Imparò a memoria i dieci comandamenti e cercò di non trasgredirne neppure uno, andò a messa ogni giorno, si inginocchiò, pregò, ascoltò le prediche, per sicurezza continuò a fare volontariato, ma smise con lo yoga. Qualche settimana dopo, incontrò Floriana alla sagra della salsiccia aromatica. «Ettore!» disse lei, finendo di masticare il suo boccone di panino. Il ragazzo, nel frattempo, si era fatto serio e asciutto. Aveva lasciato crescere i capelli e la barba e, se avesse potuto, sarebbe andato in giro con una tunica bianca. «Floriana… » disse, sciogliendosi un poco. «Cosa hai fatto tutto questo tempo?» «Ho seguito gli insegnamenti del Maestro.» «Sei tornato a scuola? «In un certo senso. A proposito, non dovresti mangiare carne di venerdì.» Lei lo guardò, perplessa. «Ho capito.» «Cosa?» «Guarda che Gesù non era un fariseo.» «Cosa?» «I farisei. Sono nel Vangelo. Quel libretto che ti ho dato… » «So chi sono.» «Perché sei così serio?» «La vita è una valle di lacrime.» Floriana sospirò. «Senti, devo andare. Le mie amiche mi aspettano.» «Va’, donna, e non… » E non peccare, stava per aggiungere, ma si fermò in tempo. Quando fu da solo, andò pregare sotto un albero. Forse sarebbe dovuto entrare in seminario. L’amore di una donna non vale quello di Dio. Il giorno dopo tagliò la barba e i capelli, comprò un altro mazzo di fiori e andò da Floriana. «Sono innamorato di te» le confessò, finalmente. «Avevo intuito qualcosa del genere.» «La tua richiesta va oltre le mie capacità. Nessuno può essere come Gesù.» «Certo che sì. Che sciocchezze.» «Cosa vuoi che faccia ancora?» «Questo non posso dirtelo» disse la ragazza. «Devi capirlo da solo.» Ettore smise di frequentare la chiesa ogni giorno. Ricominciò con la vita, più o meno, com’era prima. Andava a lavoro e nel tempo libero si dedicava alla progettazione di software. Aveva avuto l’idea per un programma che avrebbe migliorato la qualità della vita dei non vedenti. Probabilmente avrebbe potuto brevettarlo, ma decise di metterlo in libera condivisione su internet. Una sera, a una festa, parlò della sua vita a Floriana. Se l’era quasi tolta dalla testa e, anzi, si chiedeva perché avesse fatto tutta quella follia per lei. Le disse della sua vita di quei giorni. Quando furono soli, sotto l’albero, lei lo baciò. «Perché?» chiese Ettore, sorpreso. «Ora sei come Gesù.» «Non capisco.» «Capisco io» rispose lei, divertita.
  2. Francesco121

    L' accessorio ultimo capitolo

    Fermi tutti - Nessuno si muova! Se restate dove siete nessuno si farà male! Io non avrei mai sparato, ma, di certo, i signori con la calzamaglia in testa che erano appena entrati la pensavano in tutt’altra maniera. Stava andando tutto liscio, ma la rapina era l’imprevisto che non avevo calcolato. - Dai nasone, metti i soldi qui dentro e non fare stronzate, così ce ne andiamo presto e vaffanculo a tutti. Poverino, lo notano tutti quel suo difetto! - Paolo, cazzo, dai… hai una pistola, fai qualcosa, porca miseria… - Sssh! Ma sei matta? Non farti sentire. Non sono mica Clint Eastwood! - E allora a cosa ti serve la pistola? - L’ho trovata ieri. L'ho portata con me perché ho pensato mi avrebbe dato più sicurezza, ma in realtà non ne ho mai vista una e non so neanche come si tolga la sicura! Vedi? Se muovo il grilletto non succede niente e… BAAANG! - Oddio, ho sparato! Porca puttana ho sparato! Santo Dio c’è una ragazza a terra! - Dai Claudio, scappa! Vieni via! Dai dai dai, che qua finisce male! Lascia perdere i soldi! Dai, filiamo! Mai avuta tanta paura. - Oddio ho ucciso una ragazza! Oddio ho sparato! Oddio ho sparato! Oddio ho ucciso una ragazza! No no no, cazzo! Nooo!... - Oddio ho ucciso una ragazza! Oddio ho sparato! Oddio ho sparato! Oddio ho ucciso una ragazza... Sono andato avanti per almeno due minuti con quella litania. Poi per fortuna la mano di Chiara sulla spalla. - Paolo, calmati. Stai tranquillo è solo svenuta. Tu hai colpito il lampadario. Sei stato fantastico. Invece guarda quel coniglio di Marco, è ancora sotto il tavolo. Sono stata una stupida a scriverti quelle cose. Dai, vieni qui e dammi un bacio. - Vai via. Vai via, cazzo! Tutto ’sto casino per colpa tua! Stammi lontano. A momenti ammazzo qualcuno!... E adesso chi sono questi capelloni? Porca miseria... Ancora lui! - Fermi tutti! Polizia. Restate tutti calmi e fermi! Nessuno esca! Ehi tu, metti per terra quella pistola e vieni qui con le mani in alto! - Ma io… - Fai quello che ti ho detto, non costringermi a sparare! - No no no! Ecco qui, l’ho fatto, l’ho fatto. L’ho messa qui. Metto le mani sulla testa, ok? - Bravo, ora avvicinati. Ma... ma io... io ti conosco! Sei quello della metro. La prossima volta che trovi una pistola è meglio che la porti in Questura. Non è un giocattolo, potevi fare del male a qualcuno! Era riapparso. Riapparso di nuovo. Dal nulla. Come le due volte precedenti. Il maestro si era manifestato per la terza volta. Come la Madonna nell’ultima puntata de “I segreti di Fatima”! Bastardo di un pulotto infiltrato! - Ha ragione agente, mi scusi… - Ispettore, grazie. - Scusi ispettore! Scusi, davvero! Poi l’ispettore, appunto, si è girato con autorità verso i suoi cugini di campagna! - Va bene Puglisi, non stare lì impalato a guardarmi, iniziamo a fare qualcosa, dai, su. Forza ragazzi, animo! Prendete le deposizioni delle due ragazze lì in fondo, del cameriere, del tipo con il naso grosso lì al bancone e di questo qui sotto il tavolo. Mentre il finto punk-vero poliziotto veniva verso di me, ho ripensato ad un articolo, letto non so dove, in cui spiegavano che il novanta per cento dei poliziotti di Milano sono della provincia di Lecce. Il cognome di quell’agente, ora, era una piccola conferma di quella tesi, forse. - Invece tu...Veniamo a noi. Della pistola mi spiegherai dopo. Iniziamo con le formalità: cognome? - Martini. - Nome? - Paolo. - Sai che devo portarti in questura, vero? - In realtà no, ma se lo dice lei sarà vero! - Cosa fai, Martini, mi prendi per il culo? - In realtà no, ma visto che ieri pomeriggio mi ha raccontato tutte quelle cazzate, “la fretta, la calma, il suicidio… Non so dove volare” eccetera, che “sua moglie che è morta”… - Mia moglie è morta davvero. Leucemia acuta. A Taranto si muore! Quella davvero non è una storia! In effetti, la mia figura di merda quotidiana non l’avevo ancora fatta. Era lì in agguato. Aspettava solo il momento giusto. Complimenti! Bravo, bis! Pronta! Volevo sprofondare! - Mi scusi ma... - Va be’, va be’. Adesso fai attenzione… Lo ascoltavo assorto. Guardandolo fisso, manco fossero le tette di una pornostar. - Il tuo culo è il seguente: se c’è una cosa che un poliziotto non vorrebbe mai fare è un rapporto sul furto della propria pistola; devo dare mille spiegazioni, compilare moduli, minchiate, eccetera. Ti gira bene. Sei fortunato perchè hai la faccia da bravo ragazzo, un po’da pirla forse, ma bravo! Anzi, senza forse, visto che sei andato in giro sparando qua e là. Rimane il fatto che denunciarti non mi conviene. Voglio seguire il mio istinto, oggi. Ma occhio, che la prossima volta... Ci siamo capiti, vero Martini? - Certo certo, grazie ispettore. E così, Zenigada e la sua band se ne sono andati, e con loro anch’io. Chiara mi ha guardato negli occhi un’ultima volta. Ma io avevo progettato una rivincita. Ok, c’era stato qualche piccolissimo cambiamento di programma, ma avevo il dovere di portarla a termine. L’ho squadrata dall’alto in basso. Mi sono girato verso uno dei camerieri. - Ciao, ci si vede. E, ignorandola, sono andato via alla grande. Da vincente. Tristezza Milano, 20 Maggio 2010, h 22:30. - Capito che giornatina, oggi? La pistola non ce l’ho più, ormai ho deciso di cambiare. Va bene la faccia da schiaffi, ma ora mi sento un figo a tutti gli effetti! - Sì, ma a me che cazzo me ne frega! E’ un quarto d’ora che aspetto ’ste patatine!
  3. Ospite

    Ursula

    Commento a "Rimorchiatore 'Hascidot'" di Flambar Conobbe sua moglie alla sagra del tortello canterino. Il tortello non cantava, ma c’era un palco con una gara di “talenti” locali. Da qui, il titolo della sagra. Era una ragazza minuta, con lunghi capelli biondi raccolti da una coda. Ricordava la giovane Jodie Foster. Somigliava a Jodie Foster da giovane ed era simpatica, faceva battute divertenti. Un esempio di queste battute: «Mi aspettavo che i tortelli cantassero» disse, infilzandone uno con la forchetta. «Lo speravamo tutti» rispose il futuro marito. Lei allora cominciò ad agitare il tortello per aria e a fargli da ventriloqua. «All’alba viiiiiinceeròòòò. Viiiiiiinceeeeròòòò. Viiiiiinceeeee-eeeròòòò!» Stava facendo cantare il tortello. Adesso forse la cosa vi diverte moderatamente, ma dal vivo era uno spasso. «Sei simpatica. Come ti chiami?» «Josephine» disse lei, allungando la mano. «È francese.» «Mia mamma era una ragazza madre.» «Non capisco.» «Non c’era nessuno intorno per dirle che era una pessima idea.» «A me piace.» «Mi chiamano Jo.» «Jo. Piacere di conoscerti. Il tortello sa anche altre canzoni?» «Se vuoi ho tutto il repertorio di Luciano Ligabue.» «Ahia.» «Ho una giovinezza anch’io.» «Sei ancora giovane.» «Quanti me ne dài?» «Ventitré.» «Ventotto, ma sembro più piccola.» «Non l’avrei mai detto.» «È per via del mio viso da bambina.» «È vero.» A quel punto, tanto valeva sedersi a uno dei tavoli della sagra. I loro amici in comune stavano parlando in piedi, vicini a loro. «Ti prendo una birra» disse il futuro marito di Jo. «Sarebbe grandioso» disse lei, ricominciando a giocare coi tortelli. Mugugnò la musica della Morte nera di Star Wars. Il futuro marito pensò a lei. Era vero, aveva un volto da bambina. Non era mai stato fidanzato in vita sua. Era molto timido. Si chiese, era più una speranza, se Jo stesse filtrando con lui. Prese due birre chiare e le riportò al tavolo. «Non mangi più?» le chiesi, porgendole il bicchiere. «Stai scherzando? Cantano. Sono esseri viventi. Non potrei mai far loro del male.» «Sei vegana?» «No.» «Qual è il problema, allora?» «La carne è già morta, quando mi arriva nel piatto. Loro sono guizzanti di vita. Guarda come saltellano» disse, facendoli saltellare con la forchetta. «Hai ragione, sono insensibile.» «No, sono io una cretina. Scusa, non dovrei fare così con gli estranei.» «Non siamo più tanto estranei.» «È vero, mi hai portato una birra. Grazie» disse, prendendone un sorso. «Fa caldo stasera, ne avevo bisogno.» Era leggermente sudata, sul collo e la fronte. Il futuro marito la trovava… avvenente, così. «Di cosa ti occupi?» «Odio quella domanda. Ho un lavoro ultrafigo, fra parentesi, perciò ho una bellissima risposta, ma odio quella domanda. Senza offesa. Sembra che le persone siano sempre giudicate per il loro lavoro.» «Mi spiace, è una cosa che si dice.» «Con i si-dice e i si-fa non si costruisce un mondo migliore» disse Jo, ricominciando a mangiare i tortelli. Il futuro marito era convinta di essersela giocata, a suo solito, ma lei riprese a parlare. «Mi piacciono le persone che si esibiscono» disse. «Noi le prendiamo in giro, ma io le trovo tenere.» «Sono un po’ terribili.» «Sì, ma che importa? Avremmo di meglio da fare, che stare qui ad ascoltarle?» «Ti piace qualcuno in particolare?» «Il capellone di prima, con una canzone metal assolutamente fuori luogo. Si capisce che è la sua passione, ma nessuno lo comprende. Il metal non è popolare alle sagre di paese. Poverino.» «Tu ti esibisci mai?» «Ho sempre sognato di fare la comica, ma non ho il coraggio. Sai, quando canti, anche se prendi un sacco di stecche, alla fine ti becchi sempre un applauso. Però per i comici è diverso: nessuno ride per cortesia. Ho paura di vedere me che salgo sul palco, comincio a dire le mie sciocchezze, e tutti restano ammutoliti.» «Secondo me fai ridere. Dovresti trovare il coraggio.» «Magari alla sagra del tortello che ride» disse lei. «Mi dici il tuo lavoro? Hai detto che è figo. Ora sono incuriosito.» «Sono un’insegnante di sostengo. Per me è il lavoro più figo del mondo, se sostieni qualcosa in contrario ti accoltello con la forchetta.» «Al massimo mi infilzi.» «Voleva essere una battuta.» Il futuro marito sorrise. Era già un fan. «Penso sia un bel lavoro» disse. «Insomma, si capisce che ti piace.» «Dopo fare le comica, è quello che più volevo fare al mondo.» «Scommetto che fai ridere i ragazzi.» Sorrise. «Tu di cosa ti occupi?» chiese, infine. «Io sono noioso. Faccio l’impiegato.» «Ecco» disse, tirandogli uno schiaffo sull’avambraccio (fece male) «perché non chiedo mai alle persone che lavoro fanno. Dicono tutte che è noioso, banale, ripetitivo. Ehi, alla tua età la maggior parte del genere umano era morto per la peste nera o mandato a combattere una guerra. Datti tregua.» «La ammetto: fare il mio lavoro quasi è meglio che morire di peste.» «Appunto.» «Ti confesso che ascolto ancora Ligabue.» Lei sorrise. «Anch’io, ogni tanto. Ho i miei momenti di debolezza.» «Io mi chiamo Giuseppe» disse. «Non ti ho detto il mio nome.» «Certo che no, ho monopolizzato la conversazione, come al solito. Io e i mie tortelli.» Nel frattempo, ne erano rimasti parecchi. Jo era una di quelle donne magre per via del fatto che parlano troppo per mangiare. «Ti piace la serata?» gli chiese. «Tu sei piacevole. Sei un buon ascoltatore.» «Mi piace sentirti parlare. Dovresti fare la comica.» «La verità è che potrei andare avanti cinque minuti, poi non saprei cosa dire. Una volta ho sentito che i veri comici hanno chi scrive le battute per loro.» «Mi sembra terribile.» «Non potrei mai fare qualcosa del genere. Quello, e raccontare barzellette.» «Non ne racconti.» «Non è nel mio stile. Non dico neppure parolacce, e volgarità gratuite.» «Allora non puoi sfondare, nel mondo moderno.» «Non voglio sfondare. Il mondo moderno fa cagare.» «Hai detto che non usavi volgarità gratuite.» «Questa non era gratuita. Pensaci su. Passiamo metà del nostro tempo a ricaricare oggetti e l'altra metà ad approvare l'utilizzo dei cookies.» Giuseppe rise. «Non volevo farti ridere. È vero. Intanto, chi pensa ai poveri bambini denutriti dell'Africa? Io no, di certo. Che schifo» disse, guardando amaramente nella sua birra. «Meglio la peste nera.» «Almeno non avevano problemi di sottocupazione.» I nostri amici comuni interruppero. Jo cominciò a ciarlare con gli altri. Ripeté la gag dei tortelli che cantano. Si vedeva che l’aveva testata con lui e adesso la provava con un pubblico più ampio. Forse doveva fare la comica. Lui giudicava avesse talento, ma ne era già infatuato. Alla fine della serata, Giuseppe le chiese se potesse aggiungerla su Facebook. Disse: «Scommetto che i tuoi aggiornamenti fanno morire dal ridere.» «Puoi dirlo forte» rispose lei, alzando i pollici. «Posso aggiungerti?» «Certo che puoi. Mica si chiede. Si fa e basta. Al massimo, rifiuterò l’amicizia.» Lui la guardò, sgomento. «Sto scherzando. Tranquillo. Sei sempre così nervoso?» «Sono fatto così.» «Devi imparare a rilassarti.» «Stasera mi sono rilassato. Com’è il tuo cognome?» «Chiavica.» «No, dài.» «Giuro.» «Josephine Chiavica.» «Esatto.» «Non hai bisogno di nomi d’arte, nel caso decidessi d’esibirti.» «Il mio nome d’arte è Ursula Ultrafigha. Chi vuole andare a sentire Jo Chiavica, scusa?» «Mi sembra giusto.» «Fa’ una cosa» rispose, sbadigliando. «Scrivimi quindici righe su te di te. Non so niente di te. Come al solito ho monopolizzato la conversazione.» «Cosa vuoi ti scriva?» «Non so. Le tue passioni. I tuoi sogni. L’episodio più imbarazzante della tua adolescenza. Cose così.» Josephine fu richiamata dall’amico con la macchina. Il futuro marito la vide allontanarsi, con un leggero rimpianto. Non avrebbe mai avuto il coraggio di scriverle. Non aveva mai confessato a nessuno quella volte che a aveva scritto una piccante lettera d’amore per Sveva Schicchi della quarta D ma, per sbaglio, l’aveva mandata a sua nonna (la sua stessa nonna, non quella di Sveva.) I suoi rapporti con l’altro sesso erano rimasti segnati, dall’epoca. Magari, se glielo avesse svelato, qualcosa sarebbe cambiato.
  4. Francesco121

    L' accessorio parte 6

    ndr. Già mi scuso per le tante parolacce La scelta Sesto san Giovanni, Milano. Stamattina. Ma il consiglio che porta la notte è davvero quello giusto? Questo è stato il mio secondo pensiero non appena la sveglia mi ha tirato giù dal letto. Il primo, invece, era che avevo deciso di tenere la pistola, e che, stasera, avrei affrontato la questione che mi aveva angosciato tutta la mattina del giorno prima. Insomma, mi sono svegliato con il piglio giusto. Dal terzo in poi, i pensieri sono stati quelli che hanno organizzato la mia giornata, esattamente come ho voluto. Calma Sesto San Giovanni, Milano. Tardo pomeriggio di oggi.. Se fossi stato attento, e se mi fossi comportato con estrema naturalezza e calma, tutto sarebbe andato per il verso giusto. Così è stato. Una stirata ai vestiti sudati di ieri. L’ennesima doccia. Un’altra goccia di gel nei capelli. Altre due battute dagli spiritosoni del bar. Un quarto d’ora di metro, ed eccomi arrivare in piazza Cadorna. Mr. Lover Lover Milano, zona Sant’ Ambrogio. Stasera. L’ansia di ieri lentamente è andata via, lasciando spazio alla fermezza del programma che mi sono imposto stamattina. Se c’è una cosa che non sopporto è quella scultura a forma di ago e filo tutto colorato che, in teoria dovrebbe abbellire piazza Cadorna. Trovo, ed è un giudizio assolutamente personale, che sia davvero stupida. Per fortuna, per andare verso via Magenta, me la stavo lasciando alle spalle. E questa passerella in via Carducci? Chi avrebbe mai pensato che l’avrei fatta un giorno vestito così, pettinato e messo a nuovo! E dovevo stare anche piuttosto bene, visto come mi hanno guardato le ragazze tutto il tempo. Ho deciso di godermela un po’. Ho ancheggiato un tantino, e me la sono tirata quanto ho potuto. Sì amore, anche tu mi piaci. Come dici? il mio numero? Cherie, è sull’elenco! Guarda quella come mi fissa! Sì cara, lo so, è il mio vestito nuovo... Ma se continui a guardarlo così me lo stropicci tutto! Per tutta la strada ho partorito pensieri da vero latin lover! Da quel momento era ufficiale: il tristissimo Paolo Martini non esisteva più. Non ero mai stato così al top. Ormai il segreto era svelato. Mister “Boombastic” stava andando a fare l’aperitivo al bar di via Magenta. Con tanto di pistola! Gne gne gne Milano Bar Magenta. Stasera. - Ciao, mi fai un mojito, per favore? Mi fa schifo il mojito. E poi che cazzo di nome!... Ma mi serviva proprio un bel bicchiere pieno d’alcol per quello che stavo per fare. Eccola lì! Ecco dov’ era, la stronza, là in fondo. Con quel coglione di Marco, ovvio. Ma quella cravatta, non se la toglie mai?! Rigida come il bastone che gli metterei... Calma, eleganza. Ci voleva eleganza. Ma davvero voglio farlo? Qualche interrogativo provava ancora a mettermi in difficoltà. - Grazie, passo dopo a pagare. Quel barista ha il naso più grande di Milano - Ciao Paolo, non credevo ti avrei visto qui stasera... - Lo so bene che non te lo aspettavi. Come era il messaggio? Vediamo se me lo ricordo. Dunque, cito a memoria: “Paolo ho sbagliato tutto in questi due anni. Lo so, sono una stupida. Ho illuso te e me stessa, ma io amo Marco da sempre. E’ meglio che ci lasciamo”. Meglio che ci lasciamo?! E’ meglio che ci lasciamoo?! - Dai Paolo, non gridare però... - E tu che vuoi? Tu cosa cazzo vuoi? Coglione! Sai cosa ho capito? Lo sai di cosa mi sono accorto, eh? Sai cosa è questa? Lo sai? - Dai Paolo, mettila giù, non fare cazzate... Stava andando tutto secondo i piani. – “Dai Paolo mettila giù non fare cazzate, gne gne gne! Sei proprio un cagasotto. Comunque rilassati non è per te. Quindi stai tranquillo e smettila di pisciarti addosso. E’ per lei! La tua amichetta qui. Sapete cosa siete voi? Degli sfigati! Voi tutti, che mi state guardando con gli occhi sbarrati e le mani tremanti. Voi tutti siete degli sfigati perché non rischierete mai niente! E pensare che credevo di essere io il fesso della situazione! – Paolo, ma io... - Ma la smettila con le tue cazzate! Taci e avvicinati! - No, ti prego... - Io, invece, ho rischiato adesso e ne è valsa la pena. Sai perché? Perché mi sono accorto che dirti che sei una stronza davanti a tutti i tuoi amici non ha prezzo. - Paolo… No! Fermo! Noo BANG! BANG! BANG!
  5. Francesco121

    L' accessorio parte 5

    Il tombino Non c’è dubbio, la zona compresa tra via Oslavia e via Monte san Michele è veramente un cesso. Il semaforo rosso alla fine del ponte mi ha dato il tempo ancora una volta di riflettere su questa cosa. Urbanistica a parte, l’integrazione avrebbe avuto un futuro diverso se egiziani e cinesi non fossero stati sempre a litigare. - Dacci la borsa, vecchia! Stai ferma e dacci la borsa! Dai Ste, sbrigati con quel motorino! E molla ’sta cazzo di borsa! - No no, lasciatemi stare! Vi dò i soldi, ma lasciate la borsa, vi prego! - E tu? cos’hai da guardare? Dai, forza, aria! Via dalle palle! Oppure vuoi darci la bicicletta? Non avevo mai assistito ad uno scippo, figuriamoci guardare negli occhi uno che aveva visto me assistere al suo furto. Mi dispiaceva per la vecchiettina, ma la lama luccicante di quel coltellazzo alla Rambo mi aveva aperto gli occhi sulla mia condizione di eroe impossibile! E finalmente eccola una certezza: il catarifrangente non fa abbastanza luce! WROOOAM! Mi sono sempre chiesto perchè si chiamano tombini, ed ora che avevo la faccia sopra uno di questi, mi sorgeva un nuovo interrogativo: ma ogni tanto qualcuno li apre? - Fra, lascia stare la vecchia! Dai oh, scappa! Quello c’ha una pistola! Dai, fila!... Via, via! Sali su ’sto cazzo di motorino! L’autista bulgaro non mi ha visto. Io stavo per terra e la borsa pure, completamente aperta. L’accessorio era volato fuori. - Grazie, grazie! Non so come ringraziarla, davvero! Dei soldi glieli dò volentieri. Li prenda, la prego. - No no, lasci stare... Stavo pure scappando! Basta che lei stia bene… Tutto inutile. Ancora una volta ero tornato a chiedermi se fosse giusto che la pistola dovesse rimanere con me oppure andare alla polizia. Dopotutto avevo appena sventato uno scippo in scioltezza! Così sono tornato a temperarmi come una matita sul mio letto. Va bene riflettere molto sulle cose e non agire d’istinto, ma erano passate già sei ore dall’insolito ritrovamento! Ipotesi Ustionato dai pensieri bollenti degli scenari possibili che il mio cervello mi stava offrendo, ho iniziato ad avanzare alcune ipotesi su come sciogliere la prognosi di questa imbarazzante situazione. Scenari possibili: 4! Scenario numero uno. Faccio il bravo bambino e vado alla polizia. “Prego, si accomodi” “Grazie” “Nome?” “Martini… Paolo… Paolo Martini!” “Martini. Bene. Dica!” Sorrido inebetito ad un agente che sta facendo il turno di notte e che tutto vorrebbe fare, tranne che ascoltare un cretino spettinato. Alla radio c’è la partita, figurati tu quanto mi sta odiando! “Mi dica” La risposta vede crescere un imbarazzo Defcon 5. “Ecco, vede… io… Be’ ecco, io…” “Ecco, io…? Coraggio, dica!” “Ecco, vede, io ho trovato una pistola!” Qui il primo scenario si divide in due parti ulteriori. Differiscono per un punto interrogativo. Scenario uno, parte uno. “Una Pistola…” “Sì” “Bene, e dove?” “Ecco, io…” ‘Ecco, io’ c’è in tutti gli scenari. “Ecco, io… l’ho trovata in metropolitana” “In metropolitana...” “In metropolitana. Sì, ma agente, non è che deve ripetere sempre l’ultima parola che dico, se no facciamo notte” “Se ne vada!” “Ma no, no... Io... Mi scusi” “Se ne vada!” “E La pistola?” “Se ne vada! La pistola? Adesso la prendo e ti sparo sulle chiappe! ‘Pistola’… E ti pettino quel ciuffo da pirla! Dove sei stato, a un matrimonio?” Ecco. Così, su due piedi, la parte uno del primo scenario non regge proprio. Cosa dicevo? Il punto interrogativo, sì! Scenario uno, seconda parte. “Una Pistola?” “Sì!” “Bene bene…” Quel “bene bene” non dice mai niente di buono. “Bene bene… Mi ripete il suo nome, che accendo il computer?” Ecco appunto! “Martini, vero?” “Vero, sì” Era un “sì”, ma volevo sembrasse un “no”. “Martini Paolo… Vedo che nel 2009 ha alle spalle un fermo per detenzione di sostanze stupefacenti” “Stupefacenti... Sì, ma niente di eccezionale…” “Vedo, vedo” “Vedo vedo” è anche peggio di “bene bene”. “Ed ora, lei ha una pistola” “Una pistola… Sì, ma…” “E l’ha trovata?” “L’ho trovata… Sì…” “Sì, Martini, ma non è che può ripetere sempre quello che dico, se no facciamo notte!” “Me ne vado!” “Ma no… lei...” “Me ne vado!” “Ma non può, Martini… Dove va? Torni qui subito… E la pistola?” “La pistola? Ecco, gliela lascio qui. La prenda, mi spari pure tra le chiappe, così mi pettina il ciuffo da matrimonio al quale non sono andato oggi!” No! No! No! No no no no. Il primo scenario davvero non regge. Nè la prima parte, nè tantomeno la seconda. Anzi, quella è peggio. Secondo scenario. Non vado alla Polizia, e domani mattina la butto nel Naviglio Grande. Peccato che, magari, stanotte, quel delinquente del secondo piano sotto di me ha fatto una delle sue cazzate e si è fatto beccare a spacciare davanti alla sede della Caritas! “Rossi, apri questa porta, dai!” “Chi è?” “Polizia!” “Cosa volete?” “Dai Rossi, non mi fare perdere la pazienza… Apri ’sta cazzo di porta! Dov’eri stasera alle sei?” “Non lo so… alle sei… forse… sì, forse ero con il ragazzo del piano di sopra!” Bugiardo, per giunta: ero in metropolitana! “Chi è? Come si chiama?” “Martini. Sta di sopra” “Martini, apra!” “Chi è?” “Polizia!” “Prego, accomodatevi…” Che pirla, ho una pistola nel cassetto! “Esposito, perquisisci la casa!” “Ma no… Non … non potete… Avete un mandato?” “Un mandato?” “Sì…” “Un mandato a fanculo va bene uguale, Martini ?” Tempo 10 secondi… “Ispettore, qui c’è una Pistola!” “Una Pistola?” “Sì, nel cassetto” “Nel cassetto?” “Sì, in una borsa!” “Una borsa?” “Sì ispettore, una borsa… Ma non è che potete ripetere sempre tutto quello che dico, se no facciamo notte!” “Esposito, vattene!” “Ispettore, io…” “Esposito, vattene!” “Ispettore, la pistola...” “Esposito, ora prendo la pistola e ti sparo nelle chiappe. Ti pettino tanto che sembrerà che tu sia stato ad un matrimonio!” Resto basito a godermi la scena mentre Esposito, con faccia mesta, mi chiude le manette intorno ai polsi. No! Anche il secondo scenario non mi convince, anzi forse era meglio il primo. Il terzo e il quarto scenario li risparmio. Noiosissimi! Peggio dei primi. Niente da dire alla mia immaginazione, se non che questi scenari possibili sono più che altro improbabili. Così, decido di uscire dal pentolone degli indigeni che ballano intorno al mio cervello. Me lo immagino molle, umidiccio e vestito in un completo beige da esploratore degli anni venti. Ho pensato di affidarmi al consiglio che porta la notte. Dopo aver sfogliato la margherita per altre due o tre ore, il sonno mi è cascato in testa come un macigno.
  6. Francesco121

    L' accessorio parte 3

    New look In quel momento è successo qualcosa. E’ scattato in me un ‘non so cosa’ che mi ha reso diversamente imbranato. Che giornata. Guarda un po’ il destino. Prima la stangata. Poi il punk e la sua filosofia sulla calma. Adesso una pistola. Quella cosa mi stava mandando fuori di testa. Eccitato, forse troppo, tutto a un tratto avevo capito esattamente cosa volevo fare. Certo era un rischio. E che rischio! Ma volevo vendicarmi. La teoria sulla fretta si stava lentamente sgretolando sotto i colpi del desiderio di vendetta! La Marlboro si stava consumando lentamente sull’angolo del tavolo. Sono stato dieci minuti seduto sul letto con in mano il cellulare da una parte e la pistola dall’altra. Se fosse entrato Mario il custode gli avrei sparato, sicuro! Sto rompicoglioni. Guardavo entrambi in cerca di una risposta. Poi improvvisamente, come folgorato, sono saltato in piedi. Deciso! Lo avrei fatto! Ho messo la mia pistola nuova, con molta calma, nella borsa che gli faceva da fondina. Volete l’uomo sicuro di sè? E io ve lo porto! Anche se in realtà già mi tremavano le gambe. Iniziai a girare per la stanza in cerca di qualcosa. Sapevo di avere la cosa giusta nascosta da qualche parte. Dov’è che lo avevo messo? Ah sì, giusto, nell’armadio! Doveva avermelo regalato mia sorella per il matrimonio di qualche parente, non ricordo chi. Ma a chi interessa? Sono armato e ho il mio bel vestito elegante. Di certo non mi sarei messo la cravatta come quel pirla di Marco, così come non avrei mai rinunciato a questa mia inseparabile barba incolta. Sarebbe bastata una doccia, un’aggiustatina qua e là, un ritocco al look e le lenti a contatto che non mettevo mai. Pronti! Come nuovo! Spiderman Chiusa la porta, recitato il solito “rosario”, mi sono messo in viaggio per questa mia nuova avventura. - Mario, vediamo di metterle a posto ste serrature, eh! - Ho da fare! - Sì hai da aggiustare le serrature, ecco cos’hai da fare! Non gli avevo mai risposto con tanto coraggio. Non male. Niente male davvero! Che era successo? Non avevo capito, ma andare in giro con la pistola mi faceva sentire strano. Avevo la sensazione di poter essere superiore rispetto al mio standard e, volendo, anche a quello degli altri. E anche di avere il pieno controllo della situazione. - Non mi devi rompere i coglioni! - Va bene va bene, ho capito. Ciao Mario. Più o meno. Era chiaro che non sarei andato in giro sparando qua e là per poi soffiare nella canna della pistola come un Charles Bronson qualunque, visto che non ero il nuovo giustiziere della notte, ma di certo il mio nuovo giocattolino stava contribuendo a dare una notevole impennata alla mia autostima. Ho camminato per tutto viale Gramsci dal convitto alla metropolitana, atteggiandomi a gran paraculo. Mi sono anche fermato per un attimo davanti ad una vetrina per controllare il mio look. Vediamo un po’… Scarpe classiche. Che gusti orribili, mia sorella! Pantalone elegantissimo di quelli con le righe, credo si dica “gessato”, o qualcosa del genere. Camicia bianca fichissima, sapientemente sbottonata, e le maniche ripiegate verso i gomiti. Capello biondo leggermente gellato, tipo Dawson’ s Creek. Sì, decisamente tosto! La borsa sdrucita ovviamente non c’entrava un cazzo, ma era proprio quello il bello. Avevo visto in televisione, un po’ di tempo, fa un servizio su delle sfilate e mi ero accorto che gli stilisti moderni hanno una strana abitudine: accostare un oggetto assolutamente fuori luogo su abiti eleganti. Li chiamano “accessori”, pare che siano trendy. Per non parlare del contenuto, poi. - Paolo, vai ad una comunione? - Oh Paolo, non è mica domenica! - Ce lo potevi dire che ti sposavi oggi! Va bene che non sono il nuovo giustiziere della notte, ma tre bei colpi in fronte a quei privocefali del bar non mi sarebbero dispiaciuti. Ho fatto finta di non sentirli. Ormai ero un altro anche se loro non lo potevano sapere ancora. Altro che patatine in un fast food, ve lo faccio vedere io chi è Paolo Martini!... Anche se in realtà quelle parole mi stavano facendo un po’ ricredere sulla mia nuova condizione di ras del quartiere! Mi sentivo come Peter Parker nel terzo episodio della saga Spiderman. La pistola che portavo si comportava esattamente come il materiale simbiotico che si impossessa di lui, facendolo diventare cattivo e spietato. E mi portava pure fortuna! Il treno della metro è arrivato esattamente nell’istante in cui sono entrato in stazione! Pensieri Sesto Rondò I vagoni anni ’70-’80 sono di gran lunga i miei preferiti. Sarà perchè mi piace quell’accostamento del bianco e rosso che mi ricorda quando andavo in metropolitana con mio padre, quelle volte che mi portava dai nonni. O magari perchè quei sedili azzurri, come quello sul quale ero seduto io, danno l’idea di essere molto vintage. Visto che sarei sceso a Cadorna, non ho neanche guardato la direzione in andava il treno. Mi sono guardato intorno in maniera circospetta almeno fino alla quarta o quinta fermata. Solo dopo Loreto ho cominciato a rilassarmi un po’. Nel primo tratto del viaggio ero così nervoso che se fosse salito un agente segreto, dopo soli trenta secondi mi avrebbe puntato la sua pistola gridando “ F.B.I.! Getta la pistola e metti le mani sopra la testa! Fai solo un gesto e ti sparo!”
  7. Francesco121

    L' accessorio parte 4

    Parole A volte non ci fermiamo a pensare quanto è grande un secondo. Rriflettiamo davvero poco sulla contemporaneità degli eventi. Proprio adesso in questo istante, magari neanche tanto lontano, o forse tanto, troppo lontano, mentre sei lì a studiare o a sentire musica, qualcuno nasce, qualcuno muore; chi mangia, chi guida, chi dorme, chi fa l’amore (beato lui); e via dicendo. Un secondo vale davvero più di un attimo, per come normalmente lo intendiamo. Subito dopo Loreto mi sono rilasato, tanto che i miei neuroni preferiti sono riusciti a mettere insieme anche pensieri semilogici sull’argomento della giornata: la fretta e il tempo. Il momento del relax, però, è durato il tempo di una fermata. Fatti Lo sapevo che non sarebbe andato tutto liscio. Arrivato a Lima, ecco qua: il punkettone! Porca vacca! Vestito così come un tronista non mi aveva riconosciuto, ed era andato verso l’ultima delle quattro porte. In compenso il suo porta pulci con le zampe aveva sentito l’odore della sua borsa (o della polvere da sparo). Poco prima che il treno entrasse in Porta Venezia, ha iniziato a urlare come qualcuno gli avesse rubato la borsa: - Bastardo! Ridammi la borsa! Oh, vieni qua! Cazzo hai fatto, ti sei travestito? E intanto, mentre veniva verso di me, pensavo. Però, da strafigo a trans. E’ la giornata dei cambiamenti! Aperte le porte mi sono lanciato alla Fosbury giù dal treno. Mi sono aperto la strada a spallate tra le persone sul marciapiedi, ho iniziato a correre verso scale. Il mio inseguitore non è stato un gran che veloce e in più pensava un po’ al cane e un po’ a me. - Dai Sput, muoviti, cazzo! Dai! Dopo gli insulti di una decina di persone e quelli di due ragazze alle quali ho fatto cadere di mano i libri, ho iniziato a pensare che avrei dovuto rivedere i miei piani. E invece le doti atletiche dell’anarchico alle mie spalle hanno fatto sembrare questi ultimi minuti più che un inseguimento una vera e propria comica. Non so se mi spiego, stavo fuggendo da uno scappato di casa! Peccato, la mia carriera di fuggitivo si è conclusa presto. Forse troppo. Dopo tutto è stato il mio primo inseguimento e avrei sperato in qualcosa di meglio. Lo so, lo so, la prima volta non si scorda mai; ma mi sa che la mia...! Avevo il cinquanta per cento delle possibilità: saltare i tornelli e salire in superficie, o scendere e prendere il treno che tornava a Sesto? Mai avuto tanto culo. Scelgo la seconda. E mentre il treno usciva dalla stazione, ho visto il tipo in lontananza guardarsi in torno nella speranza di trovarmi. Paolo ma cosa diavolo ti sei messo in testa? Cosa cazzo ti sei messo in testa? Ma hai le pigne nel cervello?! La mia coscienza forse aveva ragione. Avrei fatto una cazzata. Come posso pensare,io, di andare in giro con una pistola? Può succedere qualsiasi cosa. Qua rischio la galera, altro che Spiderman! Mentre il treno tornava a Rondò, la paura di essere osservato era tornata nuovamente a togliere spazio a quel presunto coraggio acquisito. Dio, guarda quello come mi fissa! No no, cambio posto... Meglio non incrociare lo sguardo. In quel momento ho pensato che la sicurezza mi stava abbandonando lentamente. Sebbene, ovviamente, la ragione mi diceva il contrario, mi sembravano tutti agenti di polizia in borghese. Guarda, guarda quello, mi sta fissando ancora. Un’immagine si è stampata con forza nella mia mente: un agente segreto si sarebbe palesato in quell’istante sottoforma di una donna sensuale, salendo alla fermata successiva. Una Matha Hari dei noaltri. Abbracciandomi, mi avrebbe punto con uno spillo, iniettandomi il Penthotal di Diabolik, facendomi confessare. Già mi vedevo mezzo addormentato, con lo sguardo da pesce lesso; sotto il naso una bolla appiccicosa che si gonfiava e si sgonfiava e, infine, aprendo la bocca e lasciando scivolare da un angolo un rigolo di bavetta, avrei confessato: “ Sì, ho una pistola, eccola.” Tirandola fuori, la gente avrebbe cominciato a scappare, gridando, in ogni direzione. Come nella famosa scena del film Blob, quando tutti escono urlando dal cinema calpestandosi a vicenda. Quei pensieri mi hanno portato solo ad una conclusione. - Oh Paolo, già finita la cerimonia? - Avete fatto in fretta! - Comunque auguri, neh! Ora gli sparo! Ora gli sparo! Ora gli sparo! E poggiata la borsa sul tavolo, mi sono buttato sul letto senza cambiarmi, con la faccia spiaccicata sul cuscino. Lo spiedo Sesto san Giovanni, Milano. Ieri sera. Pancia in alto, pancia sotto. Pancia sotto, pancia in alto. Forse Mario dovrebbe decidersi anche a dare una verniciata a questo soffitto, che non solo ha le pareti, ma pure gli alberi! Con tutta questa muffa, poi... Magari proprio viola! Ah, se lo sapesse Gino Paoli…! Stare nel letto a girare come una trivella non mi stava aiutando. Se invece di trovare una soluzione, continuavo a ragionare sul nuovo colore della vernice come una moglie insoddisfatta, non avrei mai capito cosa farmene di quella pistola. La tengo e con un po’ di autocontrollo me la porto dietro per darmi coraggio nei momenti più opportuni, oppure la consegno alla polizia? Invece no. Sono rimasto lì a girare come un pollo allo spiedo, per un bel po’. Unto nei miei interrogativi e cuocendo a fuoco lento sulle fiamme dei miei dubbi. Cannella Era già finito B-Side nelle mie cuffie quando, finalmente, mi sono convinto a portare il maltolto a chi di dovere. Sulla bici non avevo neanche un piccolo faro. Anche in quel momento, come tutte le volte in cui la usavo di sera, speravo che il catarifrangenti fosse sufficiente a non finire sotto un camion bulgaro. Adoro il gusto cannella di Spinnaker! E visto che la serata, come previsto, era finita a schifo, me l’ero presa comoda. Ho lasciato sciogliere lentamente il gelato sulle mani. Tutto questo in compagnia di allegre zanzare che svolazzavano dentro e fuori i cespugli che stavano lì di fronte alla gelateria di piazza IV Novembre. Tanto i poliziotti mica vanno a dormire! Alle 23:00, poi! - Cos’è, 1 euro e 50? Le mani mi erano rimaste appiccicose. Quei tovagliolini striminziti non fanno altro che spostare lo sporco. Asciugarlo neanche per sbaglio! Ormai avevo insozzato tutto il manubrio, mentre salivo, spedito come non mai, sul ponte Buozzi, verso il commissariato di via Breda.
  8. Francesco121

    L' accessorio parte 1

    PENSIERO MANCINO Milano, 20 maggio 2010, h 22:15. - Vedi, tutto è cominciato ieri... E più precisamente in metropolitana, tra le fermate di Palestro e Porta Venezia. “La patologia dell’IPP è inoltre caratterizzata da una sintomatologia clinica di un intenso dolore al pene , placche alla tunica albuginea e curvatura di esso. Tale patologia è accompagnata spesso da disfunzione erettile. L’indicazione al trat...” Ho chiuso il libro di Patologia così, improvvisamente. Il gesto è stato sicuramente rumoroso, visto il sussulto della vecchiettina alla mia sinistra. Rapido ed improvviso. Non che sia un “argomento” al quale sono molto interessato eh…! Detto tra noi, in quel momento, davvero non avevo testa. Pensavo solo ad una cosa. Al fatto che non poteva essere vera. Non doveva esserlo! Non credevo di arrivare a questo punto.Porca miseria. Tutto nel cesso! Due anni presi e buttati nel cesso! Allora sono davvero uno sfigato... La metropolitana, nel tardo pomeriggio, offre quasi il meglio di sé. Niente in confronto al delirio della mattina. Ma davvero, non si scherza. Io lo definisco uno stato di “brulicante e frenetica eccitazione oppiacea”. E’ sotto gli occhi di tutti che, tra le cinque e le sei di sera, comincia una specie di rito. Una sorta di danza tribale alla quale tutti, davvero tutti, sembrano partecipare in maniera propiziatoria. Da questa danza nessuno viene escluso. Genitori che, dopo aver lavorato nella speranza di scalare il sociale, tornano in tutta fretta da nonni-baby sitter, e quelli più fortunati agli asili per riprendere gli eredi dei loro debiti; pensionati che ritornano ai loro bilocali in affitto dopo l’ennesima visita in ospedale; manager, un po’ più intelligenti di altri, che hanno rinunciato ai loro fuoristrada; studentesse strizzate nelle loro t-shirt di marca, più piccole di due taglie; un numero imprecisato di variopinti musicisti diplomati in “bicchiere cartonato di Coca”, perché, come diceva mia nonna, “un pezzo di carta serve sempre”; bancari ed assicuratori che, per non perdere la coincidenza con il Malpensa Express, si allargano il nodo della cravatta correndo. Questa danza tutti i giorni la ballo anche io. Normalmente studio in quel quarto d’ora; altrimenti mi sono inventato una specie di gioco. Secondo me in quel via vai isterico i pensieri della gente sono sempre gli stessi. Mi diverto ad identificare un soggetto in maniera random per poi attribuirgli una o più frasi. Provo ad immaginarle come scritte al neon sopra la testa. Mi basta solo un pizzico di immaginazione per interpretarli e leggerli. “No, oggi il prof. non doveva chiamarmi fuori! Il Fossati è prima di me, lui è uscito a febbraio!” Oppure. “Oggi Luca non ha messaggiato… Forse non ha potuto, magari non ha avuto tempo o era senza credito... Non può essere per la storia di sabato! Chissà cosa gli ha detto quella stronza!”. “Cazzo la pratica del Lanzi! E ora chi glielo dice domani a quel rompiballe che mi sono dimenticato? E’ un mese che me la chiede!”.E via così. Il gioco è semplice. Basta osservare il soggetto, la sua espressione, un particolare, una minigonna intraprendente, uno zaino, una 24 ore, et voilà, il mio personalissimo “fumetto vivente” è pronto E’ solo uno stupido passatempo, ma ieri pomeriggio comunque non avrei potuto farlo. Semplicemente perchè non riuscivo a pensare ad altro. Per paura. Per paura che stavolta fossimo davvero a l'ultimo capitolo. Anche se non ero riuscito nè a studiare nè a giocare, il mio iPod continuava a suonare ottima musica e ringrazio Hendrix per avermi tirato su il morale: “Excuse me, while I kiss the sky’’. Nessuna frase entrava meglio in testa ora. Ed è stata davvero troppa la smania con cui ho preso il cellulare, appena la canzone è terminata. Menù; messaggi; ricevuti; 1 messaggio; rispondi. Il dito impazziva sulla tastiera: 7347656 862 7876692. Il t9 avrebbe fatto il resto. Mancava solo l’invio. Ci ho pensato un secondo di più, quello contenente un grande attimo. La mia svolta. La metropolitana, inoltre, al solo prezzo di un euro e cinquanta a corsa, offre soggetti di svariati mondi che consideriamo paralleli ma che non lo sono affatto: zingari, ubriaconi, clochard, punkabbestia, o presunti tali. Appunto, manco a dirlo… DREAD Lima - Ce l’hai una moneta? Ecco, ci mancava solo il punkabbestia in questa giornata di merda. - Per un caffè! Mangiamo qualcosa, dai! Mi riposo un attimo così ci pensi. E’ libero, no? Non mi era mai successo! Stare in metropolitana a quell’ ora, con un posto libero proprio di fianco al mio, non era mai successo! Incredibile! Ho iniziato a pensare che c’erano tutti i presupposti perchè la giornata finisse totalmente in vacca. - Poggio il culo 5 minuti va… Sputnik vieni qui, dai, stai giù. SENSEI Mai visto un cane così sporco. I peli appiccicati peggio dei dread del suo padrone. Ma ubbidì subito! E dire che al Garibaldi ne avevo visti più di uno, ovviamente. Avevo zero voglia di parlare e ancora meno di ascoltare le minchiate di uno sconosciuto, fosse stato anche il sindaco; figuriamoci di un profumatissimo punk! Fantastico! Ma visto che non ho avuto neanche la forza di mandarlo a cagare, o quantomeno di dirgli che avevo altro a cui pensare, ho subito passivamente questa situazione mio malgrado. E pensare che avrei potuto aprire il libro per dirgli “Scusa devo studiare. Guarda, ho proprio un esame del cazzo domani”. La mia sarebbe stata una scusa plausibile per scoraggiare l’ipotesi di un dialogo. - No no, fai pure. Un tono visibilmente contrariato, il mio. Come quello di chi vorrebbe aggiungere: “Basta che non rompi i coglioni!”. “Chanel” ovviamente aveva capito, ma il suo target era la moneta e non di certo la delicatezza! Troppo tardi. Il puzzone si era seduto e aveva cominciato a vomitarmi addosso fiumi di parole. Mentalmente, ed è un esercizio che pratico con molto successo, ne selezionavo solo qualcuna qua e là. Giusto il minimo sindacale. “Minchia… Mondo... Nessuno... Aiuto... Merda… Fine... Schifo… Loro”. Quanto bastava per poter annuire rispondendo a monosillabi, o quasi. “Sì… Già... Va be’… No... Cioè... Infatti”. Improvvisamente una parola è passata per quel mio filtro in maniera diversa, aprendo tutti i canali di ascolto. “Fretta”. - Come hai detto, scusa? Ho capito dal suo sguardo che ero riuscito a stupirlo. - Dicevo, facciamo tutto troppo di fretta. Ci buttiamo sulle cose senza pensare, senza riflettere sul fatto che, se decidiamo in quel modo, poi basta. Chiuso. Finito. Quel momento è passato. Hai girato lo switch. Ma siccome la direzione non si può invertire, prendendo quella scelta, come dicono gli inglesi, improvvisamente tutto il resto possibile è nullo. Non esiste più, e le migliaia di combinazioni…
  9. India

    The outlandish club - cap.1

    Credo fermamente che i tombini siano un'invenzione del diavolo per farci cadere e ridere di noi mentre ci roviniamo la faccia sull'asfalto. Oppure è opera di Dio, quel fantastico uomo barbuto che probabilmente starà guardando la scena con gli occhiali 3D e una ciotola maxi di pop corn. «Divertente vero?» sbuffo guardando in un punto imprecisato fra le nuvole. «Vuoi che lo rifaccia di nuovo? Magari questa volta lo registri.»dico tirandomi su malamente. Ho il gomito sbucciato e penso di essermi strappata i pantaloni. Quando abbasso gli occhi infatti, ho uno squarcio nel jeans sul ginocchio insanguinato. Sospiro cercando di non urlare in mezzo al marciapiede, dove le persone camminano degnandomi di uno sguardo stranito. Aiutare non vi passa neanche per le sinapsi, eh? Afferro il cellulare accanto a me, lo prendo strizzando le palpebre per non guardare lo schermo distrutto, ma attraverso le ciglia riesco a scorgere soltanto un piccolo graffio. Alzo il pugno in segno di vittoria, la borsa a fiori rimbalza sul mio fianco. «Sì, te l'ho fatta!» urlo ridendo. «Neanche tu puoi competere contro Katniss Morgan.» cantileno indicando le nuvole. Ad un tratto però vengo spinta di lato e vedo il telefono volare via a rallentatore dalla mia mano. Avete presente quei momenti in cui pensate di aver fatto un compito da dieci e lode, ma poi vedete un bel tre stampato sul foglio? Ecco, questo è uno di quei momenti. Giro lo sguardo infuriata verso l'uccisore di tutti miei sogni, e gli lancio un'occhiataccia. È un ragazzo con un giacchetto di pelle e i capelli letteralmente zuppi di gel. Ma io dico, come fanno a non cadere? «Che guardi?» sbotta infastidito, notando i raggi x riempire il suo corpo. E che corpo. No Kat, devi concentrarti sul delitto! Non pensare ai muscoli. Incrocio le braccia al petto, arrabbiata. «Che cosa voglio? Hai visto che fine ha fatto il mio telefono, o eri nel mondo delle fate?» dico, per poi abbassarmi e prendere il cellulare a terra, e fargli vedere lo schermo completamente spaccato. «Lo so che nella fantastica dimensione di Trilli non ci sono dispositivi elettronici, ma guarda un po' qui cosa ho? Ops, un telefono!» Il ragazzo alza un sopracciglio scuro, ammaccando per un istante la mia sicurezza. «Lo vedo il tuo telefono, non sono mica scemo.»ribatte infilando le mani nella tasca del giubbotto. Non so come faccia a resistere a tutto questo caldo, io ho una maglietta a maniche corte e vorrei strapparla per poi girarla alla velocità della luce per farne un ventilatore alternativo. Okay, forse è un'idea troppo strana. «Quindi?»domando sbattendo un piede in terra. «Quindi, se tu non avessi fatto tutta quella sceneggiata sul marciapiede, a quest'ora avresti potuto avere ancora il telefono con te.»risponde facendo spallucce. Spalanco la bocca, rimanendo senza parole. È stupido o sta facendo finta di esserlo per credersi più figo? Tanto sarebbe figo lo stesso, non ci sono dubbi. Metto le mani sui fianchi. «Sarebbe colpa mia allora?»sibilo. In tutta risposta lui si tasta la tasche dei jeans per poi tirarne fuori una sigaretta e l'accendino. La accende senza degnarmi di un'occhiata, la mascella squadrata rigida. Dopo aver fatto il primo tiro, mi squadra assorto. «Sai, non riesco a capire se tu sia una hippie, una strana o una pazzoide con strani gusti in fatto di stile.» commenta. «Perchè quella maglietta è veramente orribile.» Aggrotto le sopracciglia, abbassando lo sguardo sul tessuto colorato. «Si dà il caso che questa sia una maglietta vintage okay? Pagheresti oro pur di avere i miei gusti in fatto di stile.»ribatto sicura, sistemandomi meglio la borsa a tracolla. «E adesso scusami, ma me ne vado. Sono stanca di ascoltarti, Fonzie.» «Ma io non sono Fonzie.»dice offeso, continuando a fumare. «Sono Edward.» Alzo gli occhi al cielo, e mi giro facendo ruotare i capelli sulle spalle. Adoro farlo, fa molto snob, e in più il collo può prendere aria senza che diventi una fontana di Trevi di sudore. «Okay, addio Fonzie.»alzo una mano in segno di saluto, senza voltarmi, e mi allontano dal ragazzo. Non mi risponde, e svolto l'angolo. Quanto possono essere strani certi incontri, vero? Soprattutto quando ne esci fuori con un telefono spappolato e un nuovo modello di pantaloni strappati. Attraverso Stanford Street con Kesha ad alto volume nelle cuffiette. Appena comincia la melodia di Tic Toc inizio a camminare a passo di canzone, cantando silenziosamente. Purtroppo dopo pochi minuti devo abbandonare ogni balletto mentale, perché arrivo davanti casa. Tiro fuori le chiavi da sotto lo zerbino da vecchi con i gattini grigi, e apro il portone con una spinta. Il nostro palazzo è abbastanza vecchio, spesso la serratura si blocca e devo entrare dalla finestra attraverso le scale di sicurezza. Per fortuna questa volta fila tutto liscio, e giungo in casa con un sospiro. Percepisco lo sbattere d'ali di Mister Becco, e sbuffo infastidita. Entro in sala, dove la sua grande gabbia occupa un angolo della stanza. Gli faccio la linguaccia mentre il suo occhio nero mi scruta. Non lo sopporto quando mi fissa, sembra un pappagallo maniaco. Ad un tratto dalla cucina sbuca una matassa di ricci rossi. «Hey, sei tornata.»esorisce mia madre. Scompare di nuovo, e il rumore di pentole e fornelli accesi mi fa venire un po' ansia. Diciamo che mia madre e la cucina non vanno molto d'accordo, e spesso devo mangiare le sue poltiglie. Ma non finisce qui: devo anche fare finta che sia il piatto più buono che abbia mai mangiato, altrimenti si offende. «Cosa stai preparando?»le chiedo entrando in cucina. È completamente sottosopra, dalle pentole esce un liquido chiaro indefinito che mi fa pensare alle bavose. Allarga le braccia esili, allegra. «Pasta!» Stringo le labbra e fingo un sorriso per poi sedermi sull'unico spazio di bancone pulito. «Wow.» «Già. Com'è andata al corso di teatro?»domanda girando qualcosa nell'acqua sul fuoco. «Ti sei divertita?» «Sì, abbiamo fatto le prove per lo spettacolo di quest'anno, ho litigato con Mr. Dan, sono inciampata su un tombino e un tizio con un alto livello di egocentrismo mi ha rotto lo schermo del telefono.» rispondo afferrando una mela dal cesto di frutta e addentandola. Mia madre si gira, le sopracciglia aggrottate. «Perchè hai litigato con il tuo professore?» chiede pulendosi le mani sul grembiule cencioso. Regalo uno sguardo schifato alla mela quando mi accorgo che è marcia, e la butto nella spazzatura. «Perchè è uno stronzo.» «Stronzo! Stronzo!» gracchia Mister Becco dalla sala. Alzo gli occhi al cielo e sbuffo annoiata. «Prima o poi lo spennerò vivo il tuo volatile da quattro soldi.» Strabuzza gli occhi. «Stiamo parlando di un'esemplare di ara del Brasile, Katny, capisci? Mister Becco è un uccello raro, non un piccione.» dice sicura. «Credo che un piccione sarebbe più intelligente.» ammetto sincera. «Non è vero! Lui...» «Stronzo! Stronzo!» urla ancora sbattendo le ali. Rivolgo a mia madre uno sguardo divertito, e mi avvio verso le scale per andare a disinfettarmi la ferita al ginocchio. «Aspetta!» urla mia madre ai piedi delle scale. «Come sarebbe a dire che ti ha rotto lo schermo del telefono?» «Nel senso che dovresti comprarmene uno nuovo, cara mammina, perché quello che ho adesso è andato.» sorrido saltellando. «Ti voglio bene!» aggiungo soffocando una risata, per poi chiudermi in camera alla ricerca del disinfettante.
  10. luca c.

    Una mela al giorno

    Commento 1 Commento 2 Amerigo era uno che prendeva le cose alla lettera: quando gli saltava all'orecchio una frase dal costrutto idiomatico, la eseguiva testualmente, spesso senza coglierne il senso tra le righe. Era un vizio che si portava dietro fin da giovane, perché il padre gli insegnamenti glieli aveva trasmessi per proverbi, e come tutto ciò a cui il vecchio lo aveva educato, anche questi dovevano essere di assoluta importanza. La piega che prese la sua vita da integralista allegorico lo condusse su strade differenti da quelle del mondo comune; ad esempio se il gatto provava ad avventarsi sul lardo di colonnata, Amerigo era convinto che il micio potesse rimetterci una zampa, e per acciuffarlo si prodigava in clamorosi tuffi, dando testate e ginocchiate a destra e sinistra. Oppure ogni volta che prendeva un ceffone dalla moglie, ruotava il volto, pregandola di colpirlo anche sull'altra guancia: la questione alle volte si poteva protrarre per lunghi, sonori minuti, tutto stava dalla gravità che era alla causa del diverbio, ma sempre a prescindere da chi avesse torto o ragione. Negli ultimi vent'anni, la loro casa spaziosa si era trasformata gradualmente in un tugurio angusto e disordinato; ogni anno veniva alla luce un figlio, finché, nato il ventesimo, i due decisero di fermarsi: i soldi che Amerigo guadagnava imbiancando pareti non bastavano più, e là dentro si doveva già fare a meno di luce e riscaldamento. Sotto la fiammella tremante del mozzicone di una candela, Amerigo prese a sfogliare l’agenda alla ricerca di una soluzione, leggendo a voce alta affinché Clara potesse valutare il senso del contenuto. «Vediamo un po'… Ride bene chi ride ultimo? » «No!» fece Clara «Mogli e buoi dei paesi tuoi?» «Nemmeno…» «Una mela al giorno...?» «Ecco, questo significa salute e risparmio!» Assentì lei. Con fare baldanzoso, Amerigo si diresse verso la finestra a osservare il sole che s’alzava dietro i monti. «Se una mela al giorno fa bene, figuriamoci tre quattro o cinque cosa possono fare!» sentenziava mulinando i pugni al vento. Allora prese la calcolatrice e dopo avere valutato un consumo giornaliero pari a ventidue chili di mele, iniziò a pigiare sui tasti: sul display apparve la cifra di settecentocinquanta euro mensili. Nel frattempo, un improvviso pianto di neonati richiamò Clara nella stanza vicina, che lasciò il marito in balia dell'arcano. Amerigo riprese a sfogliare il taccuino, soffermandosi su due punti in particolare: «Bene! A pagare e morire c'è sempre tempo e chi non ruba non fa roba» ribadì a voce alta. «Carooo! Blunotte e Nera non la smettono più di piangere, hanno fame.» «Di’ a Bianca, Rosa, Azzurra, Avorio, Celestino, Cobalto e Crema che si vestano, tra un po' andiamo a fare scorta di provviste». Come in un'allegra scampagnata, il gruppo percorreva il centro della cittadina mezzo sparpagliato; negozi di giocattoli, botteghe piene di dolciumi e edicole tappezzate di fumetti erano una tentazione troppo forte, e l'autorità di Amerigo si manifestò in tutta la sua latenza. La primogenita Bianca teneva già in mano il mensile ecologista per teenager sovrappeso, “Balene si nasce", che non tardò a usare a mo' di arma bianca contro Celestino e l'aereo telecomandato nuovo di zecca che il fratello stringeva tra le braccia. «Posa subito ‘sto coso. Sai quanto costa?» «Ma tu hai il giornale!» Ruggì lui puntandole l'indice contro. Amerigo era inerme e fu la quindicenne Rosa a dovere intervenire per portare ordine. Il primo dei sei negozi di frutta e verdura del paese era dietro l'angolo: «No, signorina, qui non vendiamo cacciaviti a stella.» Rispose il fruttivendolo Mario alla bizzarra richiesta di Bianca. Intanto, fuori, Amerigo prelevò tre mele da una cassetta e le infilò nelle maniche del cappotto. La missione di taccheggio procedeva senza intoppi e, con l'allontanarsi del pericolo, ognuno si portava dietro il proprio bottino con disinvoltura: tutti tranne Amerigo, che camminava a braccia alzate per non farlo cadere. Arrivati a casa, le tovaglie bianche e intonse che ricoprivano i sei tavolini sparsi per la sala, rivelarono il parziale insuccesso della spedizione: su di esse spiccava il rosso di appena ventiquattro mele. «Queste bastano a malapena per il pranzo.» Fece notare Clara. Riuscire a trasportarne ventidue chili, avrebbe richiesto un numero spropositato di complici, e si decise di cambiare tattica. Nella baraonda del mercato, una fila si muoveva con lentezza. Amerigo spingeva un carro coperto dalla sagoma in cartapesta di Gulliver, mentre, al seguito, i figli travestiti da Lillipuzziani ogni tanto lanciavano dei coriandoli e soffiavano nella lingua di Menelik. Il padre conosceva a sufficienza la questione del come ridere bene, e così li aveva disposti in ordine di serietà, dal più imbronciato al più spiritoso che, in coda al gruppo, non la smetteva di sghignazzare. Alcuni compratori curiosi rivolgevano ad Amerigo la medesima domanda: «Da quando in qua a settembre si festeggia il carnevale?» «Non so se lei ha figli, ma io ne ho venti e cerco di accontentarne almeno la metà in un colpo solo.» E pertanto, lapidario, stroncava ogni sospetto e chiudeva il discorso sul nascere. Gulliver intanto avanzava ai lati della piazza, passando radente ai banchi della frutta. In corrispondenza del suo braccio destro c'era un foro, da cui la mano di Bianca faceva capolino e fulminea agguantava le mele per poi ritrarsi all'interno del carro. Le uscite settimanali erano progressivamente più redditizie, e lo spostarsi ai mercati dei paesi vicini, consentì loro di procurarsi il fabbisogno mensile in tempi rapidi. Dei pomi in eccesso ne fecero tutti gli usi possibili: dalla scultura ai giocattoli; poi candelabri tazze e bicchieri, ma data la loro rapida deteriorabilità, il lavoro per sostituirli era incessante. Amerigo si era calato nella parte del ladro con passione, e aveva deciso di mollare il lavoro per dedicarcisi a tempo pieno. Per far fronte alla mancanza di proteine, concentrò i suoi sforzi nel reperimento di uova, riservando l'azione notturna all'assalto dei pollai. Le sue avventure mano a mano erano raccontate dal bizzarro aspetto con cui varcava la soglia d'ingresso. Succedeva che facesse ritorno con delle piume in bocca, nei capelli e nelle orecchie, e in quei casi iniziava a chiocciare e a muovere il collo avanti e indietro, come a esaltare la sua capacità di immedesimazione. Di contro, se rientrava coi vestiti pieni di fango, si metteva a fischiettare e a indicare dei punti indefiniti della casa. Ma l'apice lo aveva raggiunto la sera che si presentò col volto ricoperto di graffi, testimonianza di uno scontro epico con bestie misteriose, forse faine, ma di certo rivali agguerrite, con cui si era ritrovato a combattere per il medesimo e agognato oggetto di conquista. La notte di Natale, preoccupati dal suo ritardo, Clara e i figli stavano seduti in silenzio. I tavoli erano imbanditi di confetture, macedonia e torte di mele. I pomi più brutti erano stati dipinti e appesi all'abete sottratto al vicino di casa Guglielmo. Le lancette del pendolo correvano inesorabili, e nel momento in cui scoccarono i dodici rintocchi, la porta si dischiuse con lentezza; sbucò un gufo che, aggrappato a una folta chioma, impassibile puntava gli occhi su Clara. Poi un pezzo alla volta si svelò l’intera figura di Amerigo: una donnola gli si era avvinghiata alla gamba, e lui continuava a scalciare all'indietro per liberarsene, ma senza successo. «Ehi, salve! Ho portato un po' di compagnia per i ragazzi. Gianni, che sta qua in alto, e Beatrice, laggiù.» Dopo quelle parole ritornò il silenzio. Tutti guardavano Amerigo, alcuni scuotendo il capo e altri portandosi le mani al volto. Con pochi colpi di forbice ben assestati, Clara disegnò una lucida pelata al centro della testa del marito, liberandolo dall'allocco. Gianni fu messo a terra, ma subito tornò su quella cocuzza ora molto simile a un nido - una sorta di cratere nel mezzo di capelli crespi e protesi verso l'alto - e quindi ancora più invitante. La cena fu consumata con avidità. Clara preparò anche un'enorme frittata di uova fresche, bagnata da un centrifugato di golden delicious. Il campanello trillò due volte. Gli astanti esaminarono gli orologi e poi si guardarono straniti. «Sarà il postino!» Concluse Amerigo che, trascinando la gamba su cui era aggrappata Beatrice, si avviò verso la porta. «È lei il signor Amerigo Adami?» Il maresciallo Felice aveva un tono di voce minaccioso, esaltato dal portamento tronfio e uno sguardo torvo. «Sì, sono io... » rispose Amerigo che, rapido, si portò le mani nelle tasche rigonfie. «Accipicchia, quanta natura in questo posto. Mi faccia vedere cosa sta nascondendo nei pantaloni.» Il maresciallo fece per perquisirlo, ma Gianni e Beatrice lo bersagliarono con beccate e morsi su tutto il corpo. Nell'indietreggiare, Felice mise un piede su una delle tante mele che giacevano per terra, e cadde rovinosamente. La presenza di tutti quei frutti non era di per sé un problema, ma Gulliver posteggiato nel giardino, sì. Da quando si aggirava nei mercati, le denunce per furto erano decuplicate. In realtà nessuno lo aveva colto in flagrante, piuttosto la sua presenza aveva sempre coinciso con l’inspiegabile svuotarsi delle cassette. I venditori percepivano la sua comparsa come un segno divino e misterioso: così andavano raccontando in giro. Il trucco del foro era dunque sfuggito a tutti, ma non a Felice, che lo aveva appena scoperto ispezionando il carro. «Deve venire con me!» ordinò ad Amerigo, mentre intanto si spolverava la divisa. «Prima le posso offrire un liquore di renetta?» «In servizio non bevo!» «Lo immaginavo... Lei è forse un ladro o una spia?» «Come si permette? Qua dentro se c'è un ladro è lei, tal Amerigo Adami!» «Non è colpa mia se rubo, ma dell'occasione. Se la prenda con lei…» Dopo quell'involontaria confessione, i figli si precipitarono dal padre riempiendolo di abbracci, mentre Clara gli mollò uno scappellotto sulla nuca. La Campagnola partì a tutta birra, lanciata verso la caserma del paese. Due giorni dopo, Amerigo fu messo al gabbio nel carcere più vicino, in compagnia di Gianni e Beatrice, che nemmeno gli agenti erano riusciti a separare dal prigioniero. La cella era molto piccola, e l’unica mobilia era composta da un materasso e da un lavabo. In faccia alla porta blindata si apriva una finestrella percorsa da tre sbarre in verticale e tre in orizzontale, a formare nove spazi quadrati. Di notte Gianni e Beatrice ci si infilavano e sparivano nel buio, per tornare puntuali prima dell'alba. Le visite di Clara erano costanti, e portavano in essere la gioia di una mela al giorno, cioè quanto richiesto da Amerigo: «Non una di più, mi raccomando, sarebbe pericoloso.» Aveva detto alla moglie, alla quale consegnò una lettera scritta e firmata di proprio pugno, in cui si diceva deciso a rifiutare i pasti offerti dal carcere. Domanda che fu esaminata e poi accolta dal Direttore Penitenziario, individuo molto attento ai bilanci della struttura. Le dormite notturne di Amerigo furono presto interrotte, perché dopo il tramonto Gianni non si muoveva più dalla sua testa. Così gli toccava stare seduto con la schiena ben dritta, ché doveva fornire a Gianni un giaciglio quanto più comodo possibile. Preoccupato per la salute del pennuto, Amerigo fece domanda per avere un veterinario, ma le guardie, così speranzose che il gufo tirasse le cuoia, gliel’avevano negata. Il sorgere di un nuovo giorno, portò con sé una dolce sorpresa: Amerigo sentì sul proprio cranio dei corpi estranei, lisci e tiepidi. Gianni aveva deposto cinque uova. Da quel momento, Beatrice cominciò a staccarsi dalla gamba di Amerigo anche di pomeriggio, prendendo a girare per la cella con fare circospetto; ugualmente la stessa bramosia cresceva in Amerigo, che già si figurava quei bei tuorli succulenti scendergli nello stomaco. La duplice aggressione al nido non tardò ad arrivare, ma il muro difensivo eretto da Gianni risultò invalicabile, e i segni di battaglia sui corpi dei malfattori, bastarono a sancire la fine delle ostilità. Durante il periodo di cova, Amerigo nutrì Gianni con ragnetti e falene notturne che, negli angoli e nelle crepe dei vecchi muri della cella, non mancavano; se la caccia era fortunata, capitava che nel menù ci finissero anche delle piccole lucertole. Quando si aggiunsero cinque becchi da sfamare, la situazione cambiò. Amerigo, piano piano, introdusse dei pezzetti di mela nella dieta della nuova famigliola, sacrificando ogni giorno buona parte del proprio pasto, fino a che per lui non rimasero che i torsoli. Amerigo ne traeva i semi con minuzia, senza rovinarne o tralasciarne alcuno. Raggiunta una quantità considerevole, in lui si consolidò l'idea di piantarli. Ma dove? Nella cella non c'era della terra. Fuori forse sì. Allora già si figurava gli alberi crescere, innalzare le proprie chiome cariche di pomi fin lassù, al primo piano dove era rinchiuso. Dopo settimane di fame, pensò che quattro o cinque mele in più al giorno non sarebbero state poi tanto male. Fuori pioveva. Amerigo prese una manciata di semi dalla tasca, allungò le braccia oltre le sbarre e li gettò al vento. Chi semina con l'acqua, raccoglie col paniere, gli aveva detto il padre quarant'anni prima, all'ombra di un frutteto che marcava il confine col cemento dell'area di un istituto penitenziario. * Golden delicious; renetta sono due qualità di mele.
  11. nemesis74

    Presentazione del libro: La vita tragicomica

    Fino a
    Nell'ambito dell'iniziativa "Pagine sotto le stelle" martedì 13 agosto alle ore 21, presso la "Chiesa Nova", a Massa Martana (PG) si terrà la presentazione del libro "La vita tragicomica" di Gabriele Giuliani, Augh Edizioni. Un'occasione per vivere uno dei borghi più belli d'Italia, partecipare alle giornate Massetane tra taverne, musica, mostre di pittura e libri. Assieme all'autore sarà presente il giornalista Antonio Zollo che modererà l'incontro. Al termine della presentazione firmacopie. Ingresso libero
  12. Mister Frank

    Ponte alle Grazie

    Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: http://www.ponteallegrazie.it/contatti.asp?editore=Ponte alle Grazie proposte@ponteallegrazie.it Oppure torseo Ioscrottore (per proposte di narrativa) Distribuzione: Messaggerie http://www.ponteallegrazie.it/ced.asp?editore=Ponte alle Grazie&lang=ita Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  13. kjkj

    Trash sorrisi e cafoni

    Dopo una (breve) serie di collaborazioni in quanto articolista con un po' di blog centrati sul mondo dello spettacolo, ho aperto il mio: sentivo l'esigenza di espirmermi senza filtri su ciò che ero "costretta" a guardare, leggere o sentire. L'intento, alla base, è sempre stato semplice: dire la mia opinione senza filtri e strappare, nel caso, qualche risata a coloro che hanno una visione simile alla mia. Immagino che i programmi televisivi, così come il mondo Youtube ed altri aspetti toccati dal mio blog interessino a pochi, in questo forum mi limito, dunque, ad indicarvi la sezione dedicata alle recensioni (ironiche) dei libri spazzatura fino ad ora letti ( per lo più riguardante questo ""nuovo"" filone di libri analoghi alle 50 sfumature). Trash sorrisi e cafoni- Libri
  14. nemesis74

    Presentazione libro: La vita tragicomica

    Fino a
    Nella splendida cornice della biblioteca Villa Urbani e precisamente nella terrazza panoramica, con splendida vista su Perugia, si terrà la presentazione del libro: La vita tragicomica di Gabriele Giuliani, Augh! Edizioni. Per passare un pomeriggio estivo diverso, parlando di libri e di editoria comodamente seduti sotto un ombrellone. Ingresso libero. La biblioteca è accessibile ai disabili motori
  15. nemesis74

    La vita tragicomica - di Gabriele Giuliani

    Fino a
    Venerdì 14 giugno nella sede della storica libreria Ubik Alterocca di Terni, ci sarà la presentazione del libro "La vita tragicomica" di Gabriele Giuliani Augh!Edizioni. Una raccolta di racconti di carattere surreale/ grottesco / tragicomico. Ne parleranno con il pubblico lo scrittore Giovanni Staibano assieme all'autore. Ingresso libero Ore 17:30 Corso Tacito, 29 Terni
  16. nemesis74

    La vita tragicomica

    https://ibb.co/T2rLwp2 Titolo: La vita tragicomica Autore: Gabriele Giuliani Collana: Frecce Casa editrice: Augh!Edizioni Isbn: 9788893432504 Data di pubblicazione: 22/5/2019 Prezzo: 12,00 euro Genere: Comico - surreale Pagine: 130 Quarta di copertina: Cosa accomuna una coppia di anziani coniugi benvoluti da tutti a un uomo ossessionato dall'idea di mangiarsi un mandarino, oppure un placido pensionato che legge il proprio necrologio sul giornale a una donna timorosa dei fulmini? Li associa l’appartenere a una specie: quella della gente comune alle prese con la vita quotidiana e i suoi piccoli problemi, qui portati all'esasperazione. Di volta in volta i personaggi assumono il ruolo di sconfitti, di capri espiatori e di vinti costretti a vivere un'esistenza tragicomica; tuttavia, alcuni di loro riescono lo stesso a diventare eroi dignitosi e silenziosi che combattono le proprie battaglie nell'indifferenza del mondo, in un susseguirsi di situazioni paradossali, surreali e a volte grottesche. Link all'acquisto: https://www.ibs.it/vita-tragicomica-libro-gabriele-giuliani/e/9788893432504
  17. nemesis74

    Presentazione libro "La vita tragicomica"

    Nella futuristica e splendida cornice della biblioteca Sandro Penna di Perugia, l'autore Gabriele Giuliani presenterà il suo nuovo libro "La vita tragicomica", Augh!Edizioni, una raccolta di racconti surreale e grottesca. Al termine della presentazione firmacopie.
  18. luca c.

    La prima cosa

    Commento Tutto ebbe inizio un giorno di primavera, quando Immacolata decise di abbattere il pesco del giardino. Non avendo altre idee, lì per lì pensò di sfruttare il marito, uomo dotato di un senso di immolazione raro, e di trasformarlo in un ariete umano. – Tranquillo Fortunato, indosserai il casco.- lo rassicurò. A darle manforte si unirono felici i figli Nino e Tobia. Così dopo averlo messo in posizione, tutti e tre lo sollevarono da terra e iniziarono a farlo oscillare avanti e indietro, sempre più forte. A differenza del pesco, dopo quella testata tremenda Fortunato non fu più lo stesso. Non che avesse subìto particolari traumi cranici, ma piuttosto il suo consueto deficit neuronale si era accentuato: un letargo mentale di un pelouche, con l’aggravante della pigrizia dolosa. Più che mai disinteressato alle cose del mondo, ora ignorava proprio tutto e il suo già scarso quoziente intellettivo rasentava lo zero. Tuttavia, in seguito a quello scossone al cervello aveva ricevuto un dono, la cui importanza non era sfuggita a Immacolata: Fortunato riusciva a leggere nella mente di chi gli stava accanto. “Perché non approfittarne?” rimuginava lei da qualche tempo. Immancabilmente la domenica sera veniva dedicata al quiz televisivo “Indovina la risposta”. Nino e Tobia, sette e undici anni, erano molto più preparati del padre: “Ma papà, non sai proprio un tubo te!” gli ripetevano sempre. Fu in uno di quei momenti che Immacolata, colta dall’illuminazione, chiamò la redazione del programma per iscrivere il marito alle selezioni. - Mi raccomando Fortunato, non prendere iniziative. Alle domande che ti faranno rispondi solo con la prima cosa che riuscirai a captare dai pensieri dell’esaminatore: quella sarà la soluzione al quesito.- assicurò Immacolata. - Sì.– rispose lui, uomo di poche parole. E il provino fu un successo, Fortunato non sbagliò niente e in un caso diede la risposta anticipando la domanda. “Maldestro!” avrebbe pensato Immacolata se fosse stata presente. Fu inevitabile che tra gli addetti ai lavori iniziassero a circolare voci su quel tizio troppo perspicace. “Forse è un raccomandato che conosce già le risposte.” si mormorava. Fatto sta che la sua partecipazione al quiz fu confermata per il mese seguente. E la vigilia del grande giorno giunse rapida; nel trambusto dettato dall’eccitazione, Immacolata diede inizio alle prove generali. Fortunato sfoggiava il vestito nuovo che avrebbe indossato l’indomani per la diretta tv. Come un lingotto d’oro svuotato del suo interno, Fortunato era inutilmente bello. - Tesoro, per prima cosa l’apparenza. Spalle su, cooosì! Schiena dritta, cooosì, ok! E ora tenta un sorriso intelligente.- ordinò Immacolata. - … - Va be’, lasciamo perdere. Ora presentati. - Fai schifo!- fece lui. - Cosa? - Quello sguardo da pesce bollito! - continuò. - Ma no! Non devi leggere nella mia mente, non sono mica io il conduttore. Devi solo dire come ti chiami, cosa fai per vivere e da dove vieni. - Ahhh... ecco!: Grande Fortunato, per vivere respiro e vengo direttamente dal bagno. La giornata si trascinò avanti su quel registro e, giunta la sera, Immacolata si buttò sul letto stremata. Fortunato ronfava già alla grande. Alle sette e trenta del mattino nemmeno la radiosveglia a tutto volume riuscì a smuoverlo. Ci pensò la moglie, gettandogli una secchiata d’acqua fredda sulla faccia. – Sbrigati che sennò perdi il treno! Per chiunque sarebbe stato sfiancante viaggiare intercettando i pensieri di chi gli sedeva accanto: un anziano che malediceva la prostata, una suora presa da fantasie erotiche, un commercialista che pensava a come intascare i contributi dei clienti e una studentessa innamorata del professore di storia. Ma dopo tre ore di viaggio, quando giunse a Roma Termini, Fortunato era fresco come una rosa. Negli studi di “Indovina la risposta” fu fatto accomodare in uno stanzino assieme agli altri quattro concorrenti. Perso tra i pensieri altrui, Fortunato era sereno. Riconobbe anche il tizio ricciolino e basso che, al posto degli occhiali, portava due fondi di bottiglia incastrati in una spessa montatura marrone. Lui era Vittorio Roboante, super campione in carica da venti puntate. Quando si strinsero la mano Fortunato assorbì il pensiero di quell’uomo viscido: “Sei un idiota come tutti gli altri.”. Il sorriso tatuato sul volto di Roboante era credibile come una banconota da tre euro e venti centesimi. Dopo avere fatto conoscenza con gli altri avversari e lo staff della redazione, si passò alla sala trucco e poi finalmente arrivò l’ora dello spettacolo. Tutti presero posizione nelle rispettive postazioni: il conduttore al centro e i cinque sfidanti disposti a raggiera attorno ad esso. A Fortunato pareva un sogno: il pubblico numeroso e carico di entusiasmo, i cameramen che si spostavano su aggeggi meccanici a due metri da terra, tutte quelle luci bianche e blu, e poi la mega scritta dorata "Indovina la risposta" che si illuminava a intermittenza. “Carissimi telespettatori, meraviglioso pubblico: benvenuti a una nuova puntata di Indovina la risposta!” Applausi. “Questa sera quattro prodi concorrenti tenteranno di strappare lo scettro al nostro campionissimo Vittorio Roboante.” Altri applausi conditi da grida di esaltazione riempivano lo studio. Uno alla volta i concorrenti si presentarono. “E ora è il turno del quarto sfidante. Prego.” - Salve a tutti. Mi chiamo Grande Fortunato, sono un collaudatore di amache e vengo da Vattelapescara. Da casa intanto, tra montagne di popcorn e amuleti, Nino, Tobia e Immacolata erano incollati alla tv. Il primo ostacolo era stato superato e tutti e tre, all’unisono, tirarono un sospiro di sollievo. Ma subito un dubbio atroce si impossessò di Immacolata. Come mai era stata così sprovveduta? Il marito era troppo distante dal presentatore per poterne intercettare il pensiero. Fortunato però a tutto ciò non aveva fatto neppure caso. La sorte lo aveva assegnato nella postazione adiacente a quella campione in carica: fu a lui che carpì le soluzioni esatte. Di pari passo con un crescendo di esultanza da casa, Fortunato fece fuori tutti gli avversari, campione compreso. Era arrivato al quiz finale, e si stava per giocare duecentomila euro. Come da prassi, in quel frangente il campione sedeva di fronte al conduttore Carlo Conta che, in via eccezionale, fece accomodare accanto sé lo sconfitto di lusso Roboante, il re spodestato da un trono fino ad allora indiscusso. Le domande previste erano dieci, e per vincere il montepremi bisognava rispondere a tutte in modo corretto. Immacolata non aveva più unghie, il marito snocciolò le prime nove risposte con nonchalance e in tempo record. I bambini erano ai piedi della tv. “Signore e signori, incredibile. Siamo di fronte a un fenomeno inaspettato. Niente di meglio per sostituire il vecchio campione.” A quelle parole Roboante fece un gesto di stizza. “Silenzio in studio, prego. E ora, per duecentomila euro: come si chiama colui che ha appena acquisito la maggioranza delle quote della nostra rete? Un minuto di tempo a partire da ora.Via!” Il primo piano di Fortunato fu eloquente. Di colpo divenne pallido e madido di sudore. Le mascelle serrate. Immacolata giunse le mani in preghiera e i figli si tapparono le orecchie. Per la prima volta in quella sera, Fortunato aveva intercettato due pensieri differenti e non sapeva a chi attribuirli: quale era di Conta e quale invece di Roboante? "Ancora dieci secondi!" - La risposta è Stronzo! - provò Fortunato. Pochi secondi di silenzio e poi lo studio divenne una bolgia: fischi, insulti e lanci di fazzoletti contro Fortunato. Carlo Conta perse l’abbronzatura. Immacolata stramazzò al suolo. Nino e Tobia erano piegati in due dalle risate. Fortunato fu citato in giudizio per danno d’immagine, rischiando una multa di centinaia di migliaia di euro, nonché la perdita della casa. - Bene, stavolta il casco non serve. - disse Immacolata, e tutti e tre iniziarono a fare oscillare Fortunato avanti e indietro, sempre più forte.
  19. gecosulmuro

    Dimenticare i nomi dei personaggi

    Vi è capitato di dimenticare i nomi dei personaggi del racconto che state scrivendo? A me è successo di dimenticare perfino il nome del protagonista! In genere mantengo un foglio elettronico con liste di luoghi e persone.
  20. Poeta Zaza

    [MI 124] Per scaldare il motore

    commento d'altrui testo Traccia di mezzanotte: la strada e le sue forme Per scaldare il motore Anni 90 La signora Palmira, vedova di un capitano di lungo corso, quella mattina si era dedicata a dipingere, con quattro tubetti a tempera, un girasole, due margheritine e un papavero, per mimetizzare tre schegge nelle piastrelle della cucina. L’arte applicata al bricolage domestico. Un’emanazione della gentilezza che copre i difetti. Analogamente, la settimana prima aveva nascosto la vecchia crepa della parete in salotto con un bell’arcobaleno: soltanto di quattro colori ma efficace il giusto. Il figlio Giorgio, che viveva con lei, quel giorno a mezzogiorno aveva messo l’acqua sul fuoco per gli spaghetti, in attesa della madre, ma era stato chiamato al portone da un conoscente che chiedeva un’informazione. Aveva lasciato un biglietto, “no sale in acqua” ed era sceso per accompagnare il tizio a destinazione. Una volta tornato, la madre aveva servito gli spaghetti, scipiti. La signora Palmira aveva deplorato la mentalità maschile che trasponeva “no sale in acqua” o “sì sale in acqua” volendo dire, nell’ordine, “mettilo tu” e “l’ho già messo io”. Una donna avrebbe scritto “acqua già salata” o “acqua da salare”. “Tu non puoi ordinarmi di non mettere il sale e poi spiegarmi che volevi dire di metterlo!” Il figlio: “Ma potevi assaggiarli! E poi io non avevo mica messo il punto esclamativo!” Occhi levati al cielo e scuotimento di teste, ma null’altro, fra il tonno e i fagiolini: aveva prevalso la comprensione e la tolleranza, come sempre. Quel pomeriggio, la signora Palmira aveva giocato a carte con le tre vicine di pianerottolo (il torneo mensile di burraco del terzo piano) mentre Giorgio, visto il tempo brutto, da ghiaccio sulla strada, non era andato al solito bar a giocare a biliardo con gli amici, ma aveva guardato il calcio alla televisione. Le quattro donne, in passato e per anni, avevano mantenuto cortesi ma formali rapporti di vicinato, finché un Giorgio ragazzino, scambiando un sabato sera gli zerbini davanti ai loro usci, le aveva costrette a parlarsi di qualcosa di diverso dal tempo e, col farle ridere del suo scherzo, le aveva avvicinate, sino a farle diventare amiche. Adesso è sera. Palmira rigoverna in cucina e dice: “Sai, Giorgio, l’amministratore ci ha dato ragione con la Clelia. Sul regolamento del condominio è stabilito che non si possono fare immissioni moleste a danno del vicinato, per cui siamo tranquilli, e lei se ne farà una ragione, Però… è anziana, non ci sta tanto con la testa, prima o poi dovresti scusarti…” “Sì, mamma.” La faccenda riguardava l’uso bisettimanale della signora Clelia, del quarto piano, di stendere le lenzuola per il lungo, oscurando in tal modo la luce diurna e la visuale a Giorgio ed alla mamma, giù al terzo piano.Erano state inutili le gentili proteste della signora Palmira al riguardo, finché un giorno Giorgio si era soffiato il naso nel lembo estremo del lenzuolo, e il fastidio era finito, ma la Clelia non li salutava più. La domenica sera, come d’abitudine, non guardano la televisione. Entrambi apprezzano la qualità del tempo passato a chiacchierare insieme o il piacere di un libro che Giorgio legge ad alta voce mentre lei cuce. Se il figlio, vent’anni prima, aveva sperato di trovare una donna in gamba e piena di spirito come la madre, ora sapeva trattarsi di un’impresa quasi impossibile. Inoltre, era basso, esile e bruttino, con la voce in falsetto, e da ragazzo era stato canzonato d’abitudine. La sua fortuna era di possedere un buon carattere e di essere ottimista per natura, di animo buono, semplice, nonché di non avere colleghi sul lavoro. Palmira termina di rammendare una gonna. “Vado a dormire, ricordati di scaldare il motore alla macchina, un giro di almeno un quarto d’ora, son due giorni che non la usi e potresti avere problemi domani con l’accensione… È il tuo primo giorno con le nuove mansioni, sarebbe brutto arrivassi in ritardo… buonanotte caro…” La signora Palmira è fiera del figlio, promosso capo-servizio dopo quindici anni di lavoro nella Ditta di contabilità Rossi & Figlio, ma solo perché quest’ultimo si era preso un anno sabbatico per andare in Australia da un amico allevatore e Giorgio aveva accettato il carico doppio di lavoro per poche lire in più. Giorgio indossa il pigiama di lana coi bruchi (non buchi, bruchi) e i calzerotti di lana. Mentre si lava i denti, gli sovviene della macchina fredda. “Accidenti!” dice, mordendosi la lingua. Non ha voglia di cambiarsi. Come fare? È quasi mezzanotte, ha fatto tardi a guardare una delle cassette di Stanlio e Ollio che da sempre lo rilassano, e ne ha avuto bisogno in vista dell’importante prova sul lavoro l’indomani. Idea! Dalla scarpiera recupera gli zoccoli della madre, dall’attaccapanni la pelliccia rosa di lei, più calda del suo loden, il di lei basco in tinta e, così bardato, raggiunge il portone. Nessuno lo vedrà. La sua vecchia Fiat “tramonto” (così ne definisce il colore la madre) è posteggiata proprio lì davanti. Di originario colore arancione, questo si è via via sbiadito e adesso è segnata di striscio da “righe d’espressione” sulle fiancate anteriori; questi segni sono stati mimetizzati dall’arte di Palmira, coi contorni di due nuvole sghembe sulle portiere anteriori del guidatore e del passeggero, così fungendo egregiamente da segnaposto per gli strambi occupanti. In quel mentre arriva un taxi, attrezzato con le catene, e accosta al marciapiede poco più in là. Ne scende il signor Zeni, l’inquilino del sesto piano, di ritorno con la moglie da un viaggio in Cina, con in mano una valigia e un piccolo bagaglio coi souvenir, tra cui un vaso Ming debitamente autenticato, che aveva tenuto in braccio per tutto il viaggio aereo e che, chissà come, aveva superato le dogane senza problemi. Si accorge del vicino. Dalla sorpresa, apre le mani e i bagagli cadono al suolo, il più piccolo con un rumore sospetto: “Ma allora è vero… speriamo che sia falso” , pensa l’ex preside riferendosi alla fattura del vaso Ming e alle stupide chiacchiere di vicinato su Giorgio, e non necessariamente in quest’ordine… Giorgio non si accorge nemmeno del freddo, si affretta a salire in macchina senza salutare, ancorché impedito dagli zoccoli, sperando utopisticamente di non essere stato riconosciuto, senza pensare che la sua auto lo identifica chiaramente. (“E che c^^zo… la sfiga… ma non era a Shanghai, a milioni di chilometri fino a ieri e doveva trovarsi qui, alle ventitrè e cinquantadue, contemporaneamente a me, puntuale come la morte?! C^^zo-mi^^hia-sfiga…”) Grato per i finestrini appannati, finge comunque di parlare concitatamente al cellulare (che non ha), girato verso la strada, per non incrociare gli occhi dei vicini che di certo stanno entrando nel portone a lato, mentre si sforza di far partire il motore e di accendere il riscaldamento, e ci mette un bel po’. Dopo il nevischio dei giorni precedenti, la temperatura in giornata è scesa di parecchi gradi e sull'asfalto si è formato uno strato di ghiaccio. Il sale sarebbe stato sparso all’alba del giorno dopo. “No sale sulla strada” si dice lui amaro, tra il sarcastico e lo stizzito… Mette la freccia, con l’intenzione di portare l’auto a fare il giro di tre isolati per scaldare il motore. La carreggiata scende con un leggero dislivello, ma da subito, anche se in prima, si trova in difficoltà a mantenere l’auto sotto controllo. Fortuna che non c’è traffico. Frena, un po’ impedito dagli zoccoli, ma è peggio, slitta e acquista velocità. Spaventato, sterza bruscamente a sinistra, finendo in un vialetto in discesa dove la velocità raddoppia, infine divelle una recinzione fragile di legno e la sua corsa, fortunatamente non mortale, finisce contro un albero del giardino della peggior ciarliera e pettegola del paese e del di lei marito, finto sordo per legittima difesa. Questo il racconto della giornata pre-carriera di Giorgio, e del suo termine di gran carriera lungo una stradina, culminato con lui, fasciato di rosa, tra le nuvole materne della sua sfasciata Fiat tramonto.
  21. Poeta Zaza

    [MI 123] La fotocopia

    commento a Floriana Traccia di mezzogiorno V.M. 14 La fotocopia Si costrinse ad aprire gli occhi. Li richiuse subito dopo, promettendosi di non aprirli mai più; quello spettacolo andava oltre la sua soglia di sopportazione. Ma poco dopo li riaprì: non doveva esagerarne la portata; era pur sempre un’immagine, dopotutto; e lei non era una donnetta sprovveduta. Però, era la goccia che faceva traboccare il vaso colmo. Raimonda lasciò posarsi sulla scrivania, come se scottasse, l'oggetto del reato e poi, armata di alcool e straccio, si diresse verso il luogo del misfatto, dove troneggiava l’organo riproduttore (di fotocopie) da disinfettare nel piano d’appoggio e nel coperchio (lato interno). L’organo originale che vi era stato riprodotto non l’avrebbe avvicinato…mai! “Deve aver usato quella sedia, inginocchiandosi” pensò. “Hai messo l’ingrandimento a duecento?” guatò caustica al collega che si avvicinava circospetto. “No, a grandezza naturale, vuoi controllare?” la pronta risposta di lui. “Dileguati”: l’esclamazione, assieme all’espressione di malevolenza dipinta sul viso di Raimonda, fece sì che Mario si precipitasse nella relativa sicurezza dell’ufficio, senza peraltro esimersi dall’esclamare: “Allora hai apprezzato…”. Ci voleva una severa lezione, tipo polvere di toner nel colluttorio del collega! Eppure, lei sapeva instaurare normali rapporti amichevoli e cordiali con chi la conosceva. Restando nel campo del lavoro, ad esempio, nella precedente esperienza con il collega Valerio, più anziano di lei di quindici anni, si era instaurata una vera amicizia, estesa alle rispettive famiglie, che tuttora si frequentavano. Spirito poetico, lui le diceva che la vedeva come una ventata d’aria fresca: “Valerio ama il tennis, la moglie e sei figli, nonché l’aria pura e chi le assomigli.” Fra loro potevano parlare di tutto, senza pregiudizi. Come quella volta in cui l’argomento era il parto e lui sosteneva che il momento in cui la donna soffriva di più fosse il momento della nascita del bimbo, mentre lei ribatteva che no, fosse il momento della dilatazione massima del collo dell’utero. Poi, al momento delle spinte, il peggio era passato. Lei sapeva: era mamma. Lui ribatteva: “So di cosa parlo. Io c’ero a cinque parti su sei dei miei figli!” Ma, anche se la esasperava come riescono a fare gli uomini,quando non riesci a farli recedere da una loro convinzione (sbagliata) radicata, era bello lavorarci insieme. “Tutti i mali non vengono per nuocere” pontificava lui… “Non tutti i mali vengono per nuocere” lo correggeva lei. E dibattevano a lungo. Ma stavolta era venuta per nuocere e basta, quella fotocopia! Così Raimonda meditava, pulendo forsennatamente, su come potesse fermare definitivamente la vessazione amatoria del collega, fino a quel giorno di amichevole e non sgradita compagnia. Mario, ad esempio, scriveva le lettere ai clienti, e intanto le rileggeva a bassa voce, rimarcando con voce più alta le parole destinate solo a lei: - Gentile signora Stiamo rinnovando le nostre offerte straordinarie per la nostra affezionata clientela. - Vi invitiamo a presentarvi presso e nostri uffici … - Vi aspettiamo, dal lunedì al venerdì. Orario… - Restiamo a vostra disposizione Sul biglietto infilato nei confetti del matrimonio del cugino Raimondo con Maria, lui aveva corretto la vocale finale dei due nomi in Raimonda e Mario. “La data cambiala tu” le aveva detto. Lei aveva tirato una riga sopra quella stampata e aveva scritto: “Mai”. Lei gli aveva fatto capire chiaramente di finirla, e che, anche qualora fosse stata libera, lui non era il suo tipo, macché, lui dribblava dicendo che "scherzava seriamente". Mario alternava battute da caserma e doppi sensi pesanti a piacevoli momenti di cameratismo. “Tu mi turbi”: il ritornello di lui. “Tu disturbi”: il ritornello di lei in risposta. Le era simpatico come collega, in quanto spiritoso e servizievole, accollandosi, come faceva spesso, i lavori di archivio e di catalogazione, ed era cortese e disponibile. Raimonda, dal canto suo, faceva in modo che tutte le giovani e belle clienti venissero servite da Mario, ma non era abbastanza per indurlo a smettere con le sue imbarazzanti attenzioni. Non era stalking, no, perché era gentile e non invasivo, di solito, ma lei questa volta era a disagio, eccome! Non aveva mai assunto pose o atteggiamenti provocanti che giustificassero tale ardire; era una donna spiritosa e disinvolta ma seria (e seriamente sposata), oltretutto. Ci voleva una lezione dura, sì, ci stava di far conoscere il misfatto alla direttrice, donna di mezza età, casa e Chiesa, mai sposata e, nei confronti di tutti, gentile e garbata, sempre con la soluzione pronta e logica per ogni problema. Tornò nell’ufficio che divideva col collega, raccolse platealmente la fotocopia e andò a bussare alla Direzione, lasciando dietro di sé un Mario preoccupato e incredulo, nonché la vocina che sempre dice di non fare la spia. “Guardi questo, prego” disse seria Raimonda, allungando il foglio alla sua dirigente. La signora Rossi ci buttò uno sguardo e subito alzò gli occhi, sorridendo tranquillamente: “Ma cara, non mi devi giustificare ogni fotocopia sbagliata come questa; abbiamo i conteggi di un uso di massima e un tot di sprechi ci stanno, non ti preoccupare." “Fai così: usalo dietro”, aggiunse e concluse la bonaria, innocente signora, a mo' di congedo. La bocca tremante si sforzò di piegarsi in un sorriso educato e Raimonda uscì. “E allora?” le chiese Mario, allarmato dalla sua strana espressione. “Mi ha mandato a prenderlo in quel posto” si disse e gli rispose col pensiero, seduta alla sua scrivania, davanti all’imbarazzante collega, ora seriamente preoccupato. E poi Raimonda si contorse, le spalle scosse da una convulsa, attutita, ma poi irrefrenabile, liberatoria risata.
  22. Venerdì al Pub black Cat di Bologna (Via zaragozza 83/d), presentazione del libro "Un caso difficile" di Simone Mascardi, edito da Lfa editore. Presentatore di eccezzione Gianluca Morozzi! Venerdì 5 aprile il Black Cat si tinge ancora più di nero! Alle ore 20,30 verrà presentato il libro UN CASO DIFFICILE, una parodia del genere noir ambientata nella città turrita. Detective sgangherati, gangster e femme fatale si muovono (e spesso cadono) tra la Bologna e Casalecchio, alla ricerca di un irriverente totem indiano. La serata sarà organizzata da un team d'eccezione: l'autore Simone Mascardi ci racconterà qualcosa della sua opera, presentato dall'esperto Gianluca Morozzi, mentre il sapiente barista Marino Doland saprà ispirare i vostri gusti alcoolici. E per l'occasione copie del libro scontate! Si possono chiamare noir, thriller, gialli, e sono anni che invadono le nostre librerie, ci emozionano, ci spaventano, ci fanno rimanere incollati alla sedia finché il caso non viene risolto dall'eroe o eroina di turno. Ma cosa succederebbe se il protagonista fosse un detective privato che sembra uscito da un romanzo di Chandler, un uomo chiamato Flip Barrow, anacronistico nel modo di vestire, pasticcione e allucinato, che sembra vivere in un mondo inventato da lui? La storia di Un caso difficile parte da questi presupposti per offrire una parodia del genere noir, ma è anche un libro comico dove situazioni assurde e divertentissime si susseguono una con l'altra, mentre l'investigazione procede in una Bologna caotica e perfetta come sfondo per sparatorie e inseguimenti. Il motore dell'azione è un classico caso da detective. Al novellino e imbranato Jacob Stein, la voce narrante del libro, viene affidato un compito che potrebbe portare alla sua agenzia investigativa (sull'orlo della rovina economica) un mucchio di soldi. Il vecchio signor Barussi-Moncaglia, uno degli uomini più ricchi della città, lo incarica infatti di investigare la fuga da casa della “giovane” figlia (ultrasessantenne), sedotta da un uomo più giovane e convinta a darsi alla macchia, e di ritrovare un prezioso cimelio familiare, orribile a vedersi ma con gran valore sentimentale, che la figlia, nella sua “fuga d'amore” ha trafugato dalla collezione del padre. Quello che Jacob Stein non sa e che non solo dovrà convivere con il suo “socio forzato”, Flip Barrow, che senza che nessuno glielo chieda prende Jacob sotto la sua ala protettrice per insegnarli “a essere un vero uomo”, ma anche che almeno due organizzazioni criminali sono interessate alla signorina Barussi-Moncaglia e al cimelio, e non avranno esitazioni a sparare per avere ciò che vogliono. Fra una sparatoria e una fuga (più fughe che sparatorie), i due protagonisti dovranno setacciare la città, alla ricerca di indizi per ritrovare la giovane (più o meno). Ad aiutarli entreranno in gioco vari personaggi, soprattutto il lunatico Victor Spencer, ex- marine con problemi a distinguere la realtà dalla fantasia, e la bella e misteriosa Nadia. Ma nemici spietati- come l'enigmatico Marchisi, elegante ed efferato, che sembra sempre conoscere le loro mosse, o Richard Vicente, capo psicopatico e violento di una gang di criminaS
  23. Titian

    È meglio la trama seria o la trama comica?

    Ciao a tutti. Mentre scrivevo la fuga iniziale del protagonista del mio nuovo romanzo, visto che sarebbe pure il seguito di un'idea vecchia... (non sto qui a parlarne perché altrimenti andrei per le lunghe), ho scritto una frase da far dire al protagonista in maniera quasi comica. Da questo punto di vista, mi è venuto un dubbio talmente grande da rovinarmi l'intero romanzo. Il dubbio nasce dal fatto che il protagonista del romanzo (Già detto in un'altra discussione) ha il potere del fuoco. Quindi, ho dedotto che non sopporta l'acqua. Mi sono immaginato il protagonista che sputa l'acqua mentre sta al bar e dice alla protagonista che non la vuole perché è fredda. Allora inizia a ridere con lei, ma la protagonista principale è una poliziotta. Siccome la trama è questa: Un uomo fa un sogno premonitore in cui un uomo (un caro amico di un demone, lui ancora non lo sa) muore. Allora fa l'incontro di due poliziotti tra cui la protagonista dove lui è sospettato di omicidio. Lui si ribella minacciandoli con una pistola per via di una faccenda del suo passato, ma per colpa di un mal di testa improvviso, viene arrestato e portato via. Riesce a parlare con il demone che gli restituisce i poteri e così il protagonista è costretto a fuggire per capire perché è sospettato di omicidio e cosa c'entra il suo amico demone con l'uomo morto. Da qui in poi deve scoprire cosa si cela dietro. Stavo pensando di metterci anche dell'autoironia con inseguimenti, altrimenti l'alternativa era quella del protagonista che conosce la poliziotta in cui si scoprono pian piano i loro segreti e a causa di qualche indagine si uniscono per investigare sempre con uno o due inseguimenti di quelli comici. Purtroppo, non capisco quale trama sia la migliore ovvero fare qualcosa simile alla "Cani sciolti" oppure fare qualcosa alla "Faster". Adesso sono a un punto cieco. Se avete qualche consiglio al riguardo, vorrei averlo. Così almeno saprò muovermi. Grazie per le risposte.
  24. Buonasera a tutti, spero che qualcuno di voi mi possa aiutare a trovare la giusta casa editrice per le opere che ho scritto. Avrei bisogno di una casa editrice seria, non a pagamento, che legga e valuti 4 opere diverse. Ovviamente, per ciascuna opera vorrei che in base alle vostre esperienze mi consigliate una lista di case editrici che potenzialmente abbraccino la linea editoriale adatta al mio libro. 1 - Il primo libro si chiama MyndiBop, ed è un romanzo fantasy autobiografico, che parla essenzialmente di una storia sentimentale vissuta da un paziente affetto da disturbo bipolare. Che case editrici potrebbero fare al caso mio? (Va detto che purtroppo per me l'ho già pubblicato con la BookSprint, che sebbene abbia trattato la mia opera con cortesia e gentilezza, è sempre una casa editrice che non investe particolarmente sui propri autori, ed è una specie di self-publishing, con le dovute differenze. Il problema è che la versione che ho pubblicato non è stata corretta bene dal sottoscritto, ed ora che l'ho aggiustata, prima di aggiornarla vorrebbero che acquistassi tutte le copie in magazzino, con una spesa moderatamente lauta. Valuterei quindi, visto che ho sempre io il copyright d'autore la possibilità di ripubblicarlo con un'altra Vera casa editrice.) 2 - Altri due libri sono essenzialmente una raccolta di racconti fiabeschi, alcuni di loro più simili a lunghe poesie romanzate in prosa. Una è proprio una raccolta di fiabe diverse, chiamata Past Imperfect. I temi sono soprattutto legati alla nostalgia per l'infanzia e per quel mondo di sogni inespresso e rimasto sigillato e irrealizzato nella vita adulta. L'altro libro si chiama Farina di Stelle - Affen 87, ed è anch'esso una raccolta di fiabe, ma in un unico tema: le stelle. A ciascuna stella presa in esame è dedicata una fiaba: la fiaba di quella stella. Ho raggruppato Past Imperfect e Farina di Stelle in un unico consiglio editoriale, visto che si somigliano come tipologia di opera. Che case editrici mi consigliereste per questi due libri? 3 - L'ultimo libro è invece una raccolta di racconti o composizioni letterarie del genere umoristico, di tipo nonsense, assurdo e paradossale, chiamato Flusso di Ciliegie. Per intenderci simile ai libri di Frassica, come Il Libro di Sani Gesualdi. Ma credo sia anche più assurdo di quello. Mi viene ovviamente in mente la Longanesi, ma per adesso non hanno ancora risposto ad un racconto scelto che ho inviato. Che alternative editoriali consigliereste? Vi ringrazio anticipatamente perché brancolo davvero nel buio e non mi so orientare nella giungla dell'editoria. Se c'è un portale online dove si possono pubblicare alcuni brani vi prego di consigliarmelo. Perché naturalmente sarei felice di condividere i miei scritti con voi o comunque con altre persone. Aspetto d'altra parte dei consigli editoriali per ciascuna delle tre tipologie che vi ho elencato. Preferirei che fossero case editrici che intanto non cestinino a priori l'opera di un esordiente, che valorizzino l'autore e che siano in grado di pubblicizzare e diffondere almeno un minimo. Grazie ancora in anticipo. Tullietto.
  25. stefia

    Santi Numi

    Commento «Cos’è, una nuova ginnastica?» Lara scavalca le gambe della coinquilina prona a terra e, chiudendosi la porta della camera alle spalle, si dirige all’angolo cottura per l’indispensabile caffè del mattino. «No, stavo solo cercando di vedere se... non importa» risponde la donna rimettendosi in piedi. «Senti, Paola, non vorrei affrontare ancora la questione “piatti non lavati”…» «Eppure lo farai, vero? Sì, sì, poi li lavo. Sarà tutto in ordine per quando tornerai.» risponde Paola affettando sottili spicchi di mela che lascia cadere in un piattino. Cercando di non schizzasi, Lara recupera e sciacqua una tazzina dal lavello ancora pieno delle stoviglie della sera precedente e si prepara un espresso. L’aroma tostato che si spande in umide volute fumose le infonde un po’ di buon umore e così , sgranocchiando un biscotto, rivolge la sua attenzione alla donna nella stanza con lei. «Perché la tagli così sottile, quella mela?» «Per il Nume Tutelare.» «Ah. Questa è nuova. Ti sei già stancata degli Hare Krishna? Non è neanche un anno che ti ci sei affiliata.» «Bella battuta.» ridacchia Paola. «E Tu? Come mai così elegante?» «Ti piace?» domanda Lara togliendo un invisibile pelucco dalla gonna nera lunga fino al ginocchio. «Sembri molto professionale, anche se quel tacco dodici mi sembra un po’ eccessivo. Hai un colloquio?» «Sì, alle nove. È una grossa ditta in centro. Essere assunta sarebbe una svolta e potrei finalmente apportare tanti cambiamenti alla mia vita.» Paola smette di tagliare la mela e si volta a guardarla. «Il primo dei quali sarebbe il mio trasloco, vero?» Lara si stringe nelle spalle con un mezzo sorriso. «Quando hai accettato lo sapevi che si trattava una situazione temporanea. Attenta, ti è caduta una fettina di mela vicino al frigorifero.» «Sì lo so» risponde mentre, con il piede, la spinge in prossimità della fessura tra il grosso elettrodomestico e il pavimento. «Te l’ho detto che è per il Nume tutelare, no?» «Lungi da me criticare le credenze religiose di chicchessia, ma se la spingi sotto al frigo, dopo dobbiamo spostarlo per toglierla o marcirà e puzzerà.» La donna si avvicina per raccogliere il pezzetto di mela, quando qualcosa lo afferra facendolo sparire nell’ombra. Lara, gridando per la sorpresa, fa un salto all’indietro e perde l’equilibrio rompendo di netto un tacco. «Ma no!» grida sfilandosi la scarpa per controllare il danno. «Ma guarda qua, porca miseria. È un disastro. E adesso come faccio?» «Te l’avevo detto che non sono scarpe da lavoro: ti saresti uccisa cercando di camminare sui sanpietrini.» «Piantala di fare la scema, Paola. Questo è un guaio grosso! E poi si può sapere cosa c’è sotto al frigo?» «Credo che Polly abbia portato dentro un toporagno.» risponde Paola, scuotendo noncurante le spalle. «Un toporagno? E cosa diavolo è un toporagno?» grida innervosita. «Non lo sai?» domanda Paola lasciando cadere a terra un altro pezzettino di mela. «A parte che mi auguro che non sia un incrocio OGM delle due bestie che più mi fanno schifo al mondo, no, non lo so cos’è un toporagno e ti assicuro che vivevo benissimo senza saperlo. Gradirei però sapere come ci è finito, sotto al mio frigo.» «Te l’ho detto: deve averlo portato Polly, anche se, quando stanotte l’ho fatta rientrare dalla finestra, non mi è sembrato che avesse qualcosa in bocca. Comunque non ti preoccupare: non è un incrocio OGM, come dici tu. Somiglia a un topo ma non è proprio un topo. Ha il naso più lungo e si nutre di insetti.» «E tu gli stai dando pezzi di mela perché….?» «Sarà spaventato e affamato, povera bestia: ha passato tutta notte in questo ambiente ostile senza mangiare e bere. Al momento non ho niente di più adatto per lui, dato che sono vegetariana, stranamente, però sembra apprezzare; hai visto?» risponde Paola con un sorriso quando anche il secondo pezzetto di mela viene trascinato sotto al frigorifero. Lara, incredula, osserva la scena a bocca aperta e con le scarpe in mano. «Ma cosa ridi?» grida alla coinquilina. «Tu stai nutrendo un topo in casa mia e io ho un colloquio tra 40 minuti e sono senza scarpe. Acchiappa quella bestia prima del mio ritorno o tu e Polly leverete le tende.» «Comprerò una trappola: è piccolo e veloce e non riuscirò mai a prenderlo da sola. Non è che mi daresti una mano?» «Assolutamente no! Per evitare il traffico mattutino devo essere fuori di qui al massimo tra dieci minuti e devo ancora risolvere il problema delle scarpe. Fatti aiutare da Polly, piuttosto. Dove si è cacciata quella bestiaccia?» «È da un po’ che non la vedo, ma intanto perché non infili la scopa sotto al frigo e la agiti un po’? Così lo spaventi e quando esce lo catturo con questa lattina vuota.» «Se pensi che io mi stenda a terra con l’abito nuovo, sei completamente fuori di testa. Io vado in camera a cercare delle scarpe per il mio colloquio e tu pensa a sbarazzarti di quella bestia. Tuo il gatto, tuo il topo.» Lara torna in camera, si richiude rapidamente la porta alle spalle e si precipita alla scarpiera. Una rapida analisi del parco calzature le permette di optare per un più morigerato tacco sette che aveva quasi dimenticato di avere. Quando siede sul letto per indossare le scarpe, però, un odore fastidioso le aggredisce le narici. Non sembra aria viziata; è un odore più penetrante che non capisce da dove provenga. La porta vibra, scossa da un colpo e una minuscola figurina scura sguscia dentro la camera oscurando per un attimo la luce che filtra dalla fessura. «Non sono riuscita a fermarlo, Lara, è entrato in camera tua» la voce di Paola, dall’altra parte, annuncia l’ovvio mentre la donna, con un urlo, salta in piedi sul letto con tutte le scarpe. «Cosa fai ancora lì fuori? Vieni dentro a prendere quella bestiaccia.» Mentre Paola entra in camera, dall’ombra sopra l’armadio, una figura smilza si lascia cadere a terra con grazia felina e si infila sotto al letto per stanare la preda. «Polly!» grida Lara «Ecco dov’era finita. Quante volte devo dirti che devi tenerla fuori dalla mia camera?» «E piantala! Sarà entrata quando sei venuta a fare colazione, no?» «È tardissimo, devo andare al colloquio e sono bloccata qui in camera, ostaggio di un topo.» «Non fare la lagna, che non ti fa niente; vai pure al lavoro tranquilla che qui ci pensiamo noi.» Mentre Paola, pancia a terra, scandaglia con una torcia lo spazio sotto al letto per individuare l’intruso, la grossa gatta decide che per una volta può lasciare il divertimento della caccia alla sua padrona e sale sul letto lanciando a Lara un’occhiata di sfida. La donna si scosta dalla grossa gatta temendo di trovarsi gli abiti ricoperti di pelo e chiede, innervosita: «Allora, l’hai preso?». «Macchè: chissà dove si è nascosto. Io vado a comprare la trappola; tu vai al colloquio o farai tardi.» «Diavolo, è tardi davvero: mi beccherò tutto il traffico mattutino. Accidenti a te, Polly.» La gatta risponde sbadigliando e acciambellandosi sul letto. Lara afferra la giacca ripiegata sulla poltroncina, la borsetta posata a terra e si ferma. «Ma cos’è?» «Cos’è cosa?» domanda Paola tornando in cucina. «Il manico è bagnato e…. ma è pipì.» grida «La tua stupida gatta ha fatto pipì sulla mia borsa di pelle nuova!» «Forse ha sentito l’odore di un altro animale e ha voluto marcare il territorio, però le femmine di solito non lo fanno; mi sembra strano.» «Ah, ti sembra strano? Annusa qua. Ho la borsetta che puzza di pipì e sono in ritardo per il colloquio più importante della mia vita. Al diavolo te e la gatta. E adesso come faccio? Non ho altre borse che si abbinino al vestito.» «Dai qui che te la pulisco con una spugnetta» dice Paola allungando la mano per prendere la borsa. «Stai scherzando, spero. È in pelle scamosciata e la tua gatta ci ha pisciato sopra. Guarda, si vede l’alone umido. Cosa vuoi fare con una spugnetta? Ormai l’ha assorbito; non posso mica andare in giro spandendo miasmi puzzolenti.» «Spruzzaci sopra un po’ di profumo, allora, così mascheri l’odore» «Perfetto. Così avrò una borsetta che puzza di Chanel n.5 andato a male. Piantala di dire idiozie. Certe volte mi chiedo se ‘ci sei o ci fai’.» «Oh però anche te, a volte sei capa tosta. Ti ho dato mille soluzioni e non te ne va bene una. Arrangiati, allora.» «E certo che mi arrangio! Non posso fare altro se non arrangiarmi da sola, come sempre. Maledetto il giorno che ti ho fatto entrare nella mia vita.» le grida tornando in camera a passo di carica. Apre l’armadio facendo sbattere le ante e butta sul letto le borsette in modo da avere una visione d’insieme della situazione. Una di queste colpisce la gatta addormentata, prima di cadere a terra. «E tu vattene, stupida gatta! È tutta colpa tua, lo sai?» Lara recupera anche la borsetta dal pavimento ed osserva la varietà di accessori tra cui scegliere. «Sono le otto e mezza!» grida Paola dal soggiorno. «Io esco, ci vediamo stasera.» «Sì, sì, e quando torni comincia pure a impacchettare la tua roba: per la fine della settimana voglio te e la tua gatta fuori dai piedi.» «Ne parliamo stasera, quando ti sarai calmata.» risponde Paola uscendo di casa. «C’è poco da calmarsi» borbotta Lara tra sé, una volta rimasta sola. «È proprio vero che la necessità crea strani compagni di letto. Guarda qui, sono tutta sudata, stropicciata e in disordine. Va bene, dai, prendiamo questa e andiamo.» La gatta, infastidita dal trambusto, osserva Lara prendere la grossa borsa scura che l’aveva colpita e travasarvi alla rinfusa documenti e oggetti dalla vecchia borsetta. Ad operazione finita la gatta scende dal letto e le si struscia sulle gambe. «Vattene! Ci manca solo che mi smagli le calze e mi riempi di peli.» Come se volesse stiracchiarsi, la gatta si rizza sulle zampe posteriori e allunga quelle anteriori, artigli sfoderati, verso la borsetta che la donna porta al fianco. «Vattene, Polly! Vuoi rovinare anche questa? Ce l’hai con me, oggi? Cosa ti ho fatto di male? Se arrivo tardi è un macello: l’intervistatrice è uno squalo che non ammette imperfezioni e anche un curriculum di tutto rispetto, spesso, non basta. Vai, via e lasciami stare, accidenti a te.» La gatta tenta un’ultima volta di allungarsi per afferrare il toporagno che ha visto spuntare per un istante dall’interno della borsetta, ma Lara l’allontana, chiude la zip della borsa ed esce di casa. Peccato, però: Polly avrebbe giocato volentieri con l’umana ad acchiappare il topo, ma lei, egoisticamente, se l’è portato via per giocarci da sola.
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