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  1. Andrea.Dee

    Ti faranno del male - Andrea Ferrari

    Ti faranno del male – Andrea Ferrari. Titolo: Ti faranno del male Autore: Andrea Ferrari Casa editrice: Edizioni Leucotea (Leucotea Project) ISBN-10: 8899067767 ISBN-13: 978-8899067762 Data di pubblicazione: 20/04/2017 Prezzo (cartaceo): 12.90 euro, scontato su alcuni siti. Prossimamente anche l' e-book. Genere: Narrativa, Biografico, Noir Pagine: 102 Quarta di copertina: Andrea vive in un appartamento protetto del servizio di salute mentale. Vi trascorre le giornate quando non lavora come magazziniere o riflette sulla sua condizione vagando per la città. Ormai le donne sono per lui una chimera, non coltiva amicizie e ha una condizione economica precaria. L'uomo è rinchiuso in se stesso e affranto; neanche la pubblicazione del suo primo romanzo gli dona speranza. Dopo essersi ritrovato, suo malgrado, a vivere in tre diversi ospedali psichiatrici, l'arrivo di Carolina cambierà la sua vita. Questa ragazza dalle vedute antisemite e dai comportamenti particolari lo condurrà verso situazioni difficili da affrontare. Un romanzo che esaspera la naturale condizione dell'uomo: perché se tutto può andare per il verso sbagliato, quasi sicuramente lo farà. L'opera, seppur inventata, tratta in alcuni casi situazioni ed emozioni vissute in prima persona dall'autore. Per l'acquisto: Il romanzo sarà a breve (una settimana circa dopo la pubblicazione) disponibile in tutte le librerie. Le più veloci a farlo arrivare in caso di prenotazione, saranno Le Feltrinelli. Altrimenti è disponibile ai seguenti link: Amazon IBS Link utili: Edizioni Leucotea - Pagina del libro Pagina Facebook dell'autore Sito dell'autore Comunicato stampa
  2. Mister Frank

    Sandro Teti Editore

    Nome: Sandro Teti Editore Generi trattati: storico; saggistica; manualistica; fotografia; teatro. Modalità di invio dei manoscritti: http://www.sandrotetieditore.it/contatti/ (form oppure indirizzo e-mail) Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.sandrotetieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/sandrotetieditorepaginafan Sandro Teti Editore nasce a Roma nel 2002. Pubblica cinque collane. Historos diretta da Luciano Canfora, si occupa di saggistica storica, senza limiti temporali. I Russi e l’Italia tratta della plurisecolare presenza russa nel Bel Paese e degli italiani in Russia. Protagonisti sono i rappresentanti della letteratura, dell’arte, della musica, della politica e della diplomazia dei due paesi, che hanno contribuito a creare e a consolidare i legami tra i due popoli. ZigZag spazia fra prosa e poesia, prediligendo gli autori emergenti, giovani e non. Immagine è dedicata a cataloghi e a libri fotografici. Il Teatro della Storia, diretta da Ada Gigli Marchetti, vuole essere un sipario aperto sulla Storia attraverso testi teatrali.
  3. Mister Frank

    Della Porta Editori

    Nome: Della Porta Editori Generi trattati: storico; saggistica; biografico; Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dellaportaeditori.it/pubblicare-con-noi/ Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.dellaportaeditori.it/ Facebook: https://www.facebook.com/dellaportapublishing/ Casa editrice toscana specializzata in libri di storia: Via N. Sauro 45, 56123 Pisa / Via P. L. da Palestrina 16b, 50144 Firenze Dal 2008 Della Porta Publishing pubblica libri di storia. Il catalogo si articola adesso in sei collane, Sentieri, dedicata alla grande storia, Storie, saggi di storia e di attualità, Vite, che vuole raccontare la storia attraverso le biografie dei suoi protagonisti, Ritratti, che raccoglie le autobiografie delle grandi personalità del mondo contemporaneo sotto forma di intervista, la collana Extra Small con la serie La storia in 100 date e, infine, Libri da colorare, dedicata ai giovani lettori amanti della storia
  4. flambar

    "Marinai guai si donne mai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39370- Eravamo ormeggiati nel porto di Ploce ex Jugoslavia, con una nave "Ranchera" (termine indicativo delle navi che trasportano bestiame vivo) di cui ero il comandante. Dovevamo imbarcare trecentocinquanta vitelli e trasportarli a Tripoli in Libia. Finite le operazioni di imbarco del bestiame, salpammo con direzione il porto di Tripoli. La navigazione si svolse serena perciò nulla da segnalare. Arrivati a destinazione. Finita la manovra di ormeggio, scesi in franchigia per visitare al città che ancora non conoscevo. Passeggiando, ammiravo le bellezze Nord africane, mi soffermai di fronte una vetrina, dove erano esposti orologi da polso per uomini. Mentre li osservavo, rimasi incantato dalla bellezza di una venere creola che si rifletteva sulla vetrina. Voltandomi, esclamai in dialetto brindisino<<sorii miaa cce ssi bedda!>>(sorella mia quanto sei bella) Ovviamente, quello schianto di femmina, non capi quello che gli avevo detto, ma lo intuì sicuramente dalla mia espressione. Purtroppo l'ha intuita anche colui che era al suo fianco di cui non mi ero accorto. Era il marito. Mi aggredi verbalmente in lingua araba, di conseguanza io lo aggredì verbalmente in dialetto brindisino, Sembrava la torre di babale. Adagio adagio fui circondato da gente che non centrava niente, intuendo il loro progetto e temendo anche per la mia vita, con tutta calma appoggiai le spalle al muro, per averli tutti di fronte. Anche se ero molto giovane, tenevo molta esperienza di risse tra marinai. All'accorgermi di uno di loro, che tirava fuori di tasca un coltellaccio arabo gli sferrai un pugno spaccandogli la mascella, poi caduto violentemente a terra rischiava di morire soffocato dal suo stesso sangue che gli usciva abbondantemente dalla bocca. Si avvicinò un'altro e fece la stessa fine. Gli altri consapevoli che non era tanto salutare avvicinarsi, restarono fermi. Approfittai di questa loro insicurezza per soccorrere l'uomo che avevo colpito per primo. Tenendo sempre sotto controllo coloro che mi stavano di fronte, lo girai su un fianco gli aprii la bocca con le mani per consentirgli di respirare. In quel momento arrivò la polizia tripolitana, mi consigliò di salire immediatamente sulla loro camionetta e andare via perchè si era radunata molta gente ostile nei miei confronti. Ubbidii! La loro divisa era molto strana, simile a quella dei carabinieri italiani, ma meno elegante. In caserma c'era già ad attenderci, la bella creola col marito la quale ancora furioso chiedeva vendetta. Sotto la caserma, si era radunata un'imponente folla decisa a linciarmi. Rimasi sorpreso quando il commissario in perfetto italiano mi disse <<ma che cazzo combini?>> a Tripoli è pericoloso fare dei complimenti a una donna! Risposi non capisco cosa avrei detto di tanto offensivo, ho fatto solo un complimento. Il commissario si alzò ed adirandosi mi disse << non ammettono apprezzamenti perchè sono di loro proprietà>>. Ironicamente gli domandai; le comprate? Rimasi allibido quando mi rispose di si! Di fatti la bella e giovane egiziana era costata al marito, trenta capre e quindici vitelli. In sintesi, il marito pretendeva un risarcimento solo perchè avevo maltrattato la sua proprietà. Ero giovane, mi sentivo in pericolo dovevo trovare una risoluzione. Rivolgendomi al capo della polizia gli domandai, ma tu se vedi una donna cosi bella non ti viene di fare degli apprezzamenti? Rispose <<l'avrei rapita>>. Il commissario a mia insaputa mise in atto una sceneggiata. Ad alta voce in arabo mi puntò una pistola in mezzo le costole, mi spinse verso una camionetta dove c'erano altri polizziotti e mettendomi le manette mi accompagnarono dentro il mezzo di trasporto. Pensai, adesso mi portano in carcere, ma mi sbagliavo. Diedi un grande sospiro di sollievo quando mi accorsi che ero sottobordo la mia nave. Il capo della polizia, scendendo dalla macchina e rivolgendosi ai marinai chiese a gran voce di chiamare il comandante. Da dentro la camionetta non capivo le richiesta del poliziotto ma sentivo le sue grida, ed incominciai a preoccuparmi di nuovo. Fortuna vuole che il signor De Vincentis il primo ufficiale di coperta. Scendendo dallo scalandrone mi vide. E chiamando a se il commissario gli disse. <<smettila di gridare il nostro comandante c'è l'hai tu!>> E mancato poco per crepare dalle risate. Saliti a bordo mi tolsero le manette. Li accomodai nel salone ufficiali offredo loro Coca Cola, aranciate, limonate e acqua. Pensando che essendo mussulmani non avrebbero gradito altro. Nel vedere quelle bevande il commissario si mise a gridare di nuovo dicendomi << ma allora vuoi finire in galera sul serio?>> Meravigliato chiesi perchè? Non potevo crederci, dei mussulmani che mi chiedevano da bere Whisky e Cognac. A far presente che Allah poteva non essere d'accordo, replicarono; << Allah vecchio! chiudi tutto lui non vede e non sente. Indi, per tre giorni e tre notti rimasero chiusi nel salone a bere e mangiare. Una volta sobri, mi ringraziarono con grande affetto ed andarono via. Intanto si continuava a scaricare i vitelli. Per puro caso incontrando il primo ufficiale, mi accorsi di un suo turbamento. Mi disse che non sopportava il modo in cui i portuali scaricavano la merce. Questi, in possesso di un bastone con le punte elettriche davano con molta crudeltà scariche elettriche ai testicoli dei bovini per farli camminare e scendere di bordo. Poi per farli salire sui camion ne dovevano portarne otto, ma capitava che qualche bovino era più grosso e non ci andavano, allora erano guai per quelle povere bestie, i portuali si accanivano con cattiveria e con ogni mezzo per farli entrare a forza nei camion. Proprio sotto i miei occhi si stava consumando quell'orrore. Furioso, scesi dalla nave per rimproverare gli scaricatori, ma questi imperterriti ignorandomi, continuavano! Stava per accendersi la miccia di una colossale rissa tra il mio equipaggio e i portuali. Mentre accadeva tutto questo, si presentò un uomo con atteggiamento minaccioso. Mi sembrava di averlo già visto, ma ero cosi infuriato e preoccupato per la situazione molto pericolosa che si stava creando, non ci pensai più di tanto. Costui, incominciò ad inveire contro di me gridando in arabo, ma capii benissimo dai suoi gesti cosa mi stava dicendo. Ovvero, "vediti i cazzi tuoi". Era il padrone dei vitelli, dei scaricatori, dei camion e di tutta la spedizione nonchè il marito padrone della splendida creola origine dei miei guai. Durante i tafferugli, arrivò il capo della polizia e rivolgendosi a me disse <<sempre tu combini casini?>>Gli esposi le atrocità che stavano commettendo a quel bestiame, dopo si rivolse al proprietario per chidere spiegazioni. Questi con tutta arroganza, inveendo contro il capo della polizia diceva che il trasporto doveva essere fatto cosi e basta! Il poliziotto non era d'accordo e lo fece arrestare per oltraggio e maltrattamento animale sequestrando tutti gli attrezzi di tortura. In seguito, si auto invito nel salone dove aveva già trascorso tre giorni e tre notti con l'intenzione di trascorrerne altre tanto, dicendo tanto Allah non vede. Grazie a Dio il bestiame in seguito fu trattato con molto rispetto.
  5. Alessandro Cicos

    Congiuntivo

    E' corretta la frase: sarebbe bastato sparare un colpo, affinché una massiccia potenza di fuoco sarebbe giunta in pochi attimi? I due verbi "sarebbe", stonano ad orecchio ma non mi sembrano errati. Non c'è incertezza degli accadimenti.
  6. Blue5now

    Il Fiorino Editore

    Nome: Il Fiorino Editore Generi trattati: libri per ragazzi, narrativa, poesia, saggistica, scienze, antropologia, psicologia, biografie, sport, guide e viaggi, religione-filosofia, parapsicologia, gastronomia Modalità di invio dei manoscritti: info@edizioniilfiorino.com Distribuzione: Sito: http://www.edizioniilfiorino.com/ Facebook: https://b-m.facebook.com/Edizioniifiorinomodena/
  7. flambar

    "Il panfilo del peccato"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40592-le-tem Scontata la pena, nel carcere di Houston. Stati Uniti d'America. In breve tempo trovai imbarco come comandante di un grande e lussuoso panfilo, il cui proprietario era un facoltoso messicano. Dal porto di Houston facemmo rotta per il Messico. La paga era buona, la nave eccellente in tutti i sensi, l'equipaggio molto preparato, insomma mi trovavo molto bene. Arrivati a destinazione e finita la manovra di ormeggio, nel porto di Vera Gruz. Rimasi in attesa di nuovi ordini. Trascorsi tre giorni. si presentò l'armatore con i suoi numerosi ospiti, tutta gente facoltosa , potente sia nell'economia che nella politica, con essi vi erano delle bellissime donne. Subito dopo aver ultimato le operazioni di bunkeraggio e approvviggionamento viveri, salpammo con rotta le isole del Golfo Messico. Tutto era perfetto durante la navigazione! Ma...come succede in questi casi... non poteva andare sempre cosi! In navigazione notturna di guardia sul ponte comando, sentii della grida da donna provenienti dal salone dove erano riuniti tutti gli ospiti con l'armatore del panfilo. Allarmato, feci chiamare il contramestre (Nostromo) per verificare, cosa stesse accadendo. Con un cenno, mi azzitti, spiegandomi che se interveniamo perderemo sicuramente l'imbarco e poi ci saremo messi nei guai. Putroppo la donna o le donne continuavano a gridare anche richieste d'aiuto. Ero davvero preoccupato. Da quelle grida di dolore e le richieste d'aiuto. Il bastimento stava sotto il mio comando, rischiavo l'annullamento del titolo di capitano, perciò dovevo intervenire. Decisi di andare di persona a controllare cosa stesse accadendo. Nell'aprire la porta del salone, d'avanti a me si presentò una scena apocalittica, rimasi allibito. Il salone era pieno di fumo ma tanto fumo da stupefacenti da non vedere niente. cocaina e altre droghe diverse sparse da per tutto, sui tavoli bicchieri colmi di alcool, la cosa più preoccupante era, le donne legate e messe a terra per subire violenze e sevizie dall'armatore del panfilo e dai suoi ospiti. Tutti erano ubriachi e sotto l'effetto di droghe. A questo punto ordinai di porre fine a quella squallida orgia. Quei depravati, scoppiarono in una fragorosa risata, deridendo il mio comportamento autoritario. Un'ira incontenibile si impossesso di me, raggiunsi il mio alloggio, presi la pistola in dotazione al comandante. Radunai l'equipaggio, ordinandogli di aiutarmi a mettere fine a quel che stava succedendo, ci fu tanta titubanza nell'eseguire i miei ordini, fino ad arrivare a minacciarli di cancellare le loro matricole marinare, se non avessero eseguito quello che gli stavo chiedendo. Appena entrato nel salone dove ancora l'orgia continuava a svolgersi come se nulla fosse. Sparai tre colpi di pistola in direzione della paratia di dritta e con tono minaccioso ordinai di porre fine a quel scellerato spettacolo, diversamente li avrei messi tutti ai ferri (manette). Spaventati, si fermarono e con tutta tranquillità si fecero accompagnare nelle loro cabine accettando di essere chiusi dentro. Per sicurezza ordinai di chiudere gli Oblò e saldarli. Tutta la notte il panfilo, rimase fermo ad una trentina di miglia a Nord dell'isola di Giamaica, All'alba, decisi di consultare il proprietario del bastimento, per conoscere quale porto fare rotta in modo da potermi sbarcare. Si decise il porto di Tampico. Perciò tracciai la rotta, ponendo la prua del natante in direzione di Tampico. Tutta la navigazione si svolse in piena serenità. L'unico a non essere tranquillo ero io. Combattevo con la mia coscienza, il dovere mi obblicava a denunciare quello che era successo alle autorità marittime, ma poi mi sarei scontrato con quei pezzi da novanta. E sicuramente mi avrebbero dato filo da torcere nel difendersi dalle mie accuse. I dubbi erano molti, poi avrei vinto la causa? E giù pensieri, sopra pensieri. Ma poi ricordando come avevano ridotto quelle povere ragazze, che oltre tutto, difendevano i loro aguzzini dicendo che << era un gioco>> Decisi di andare fino in fondo. Arrivati nel porto di Tampico, finita la manovra di ormeggio, mi recai in capitaneria per denuncire il fatto. Pultroppo non mi fu possibile dare seguito alle mie intenzioni, ovvero proprio le autorità marittime mi consigliarono di non esporre denuncia. Di prendermi lo stipendio e di sparire prima che ci fossero state delle ritorzioni sia da parte dell'armatore che dei suoi pervertiti ospiti. Conoscendo in profondità la vita e in particolarità l'andazzo di quei luoghi, decisi di non esporre denuncia. Misi la coda tra le gambe e me ne tornai in Italia. Sono trascorsi più di quarant'anni dall'episodio e tutt'ora, avverto una dolorosa ferita lacerante provocata da me stesso nel profondo della mia coscienza.
  8. Alba Artemide

    Geeko Editor

    Nome: Geeko Editor Caratteristiche: casa editrice digitale ospitata su una piattaforma interattiva, che è anche un social network letterario. Chiunque può iscriversi, caricare racconti, recensioni, aggiornare un proprio blog letterario, leggere e commentare le storie caricate e interagire con gli altri utenti. Il sito è costantemente animato da varie iniziative dedicate agli appassionati di lettura e scrittura: contest narrativi, letture condivise, serate culturali di discussione, articoli di approfondimento, esercizi di scrittura creativa. Generi trattati: narrativa, senza esclusione di generi, comprese le raccolte di racconti. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.geekoeditor.it/proponi-la-tua-opera/ Distribuzione: I libri sono pubblicati in e-book (pdf, epub e formato per kindle) e scaricabili dal sito geekoeditor.it; sono inoltre scaricabili in formato pdf sulle principali piattaforme di distribuzione, attraverso il circuito di BookRepublic. Sito: https://www.geekoeditor.it/ Facebook: https://www.facebook.com/GeekoEditor/ Instagram: https://www.instagram.com/geekoeditor
  9. flambar

    "Albatros"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40616-osser Ero al comando del motopesca oceanico"Marlin"da millecinquecento tonnellate di stazza. L'equipaggio era formato da marinai di diverse nazionalità. In zona di pesca a centotrenta miglia a Sud-Est dell'arcipelago dell'isole Kerguelen. In pratica queste isole sono situate a Sud dell'oceano Indiano molto vicino all'Antartide, è fra i pochi posti al mondo impossibile da raggiungere. Faceva molto freddo il vento perennemente teso e gelido, sembrava che volesse tagliarci le orecchie. . verso l'ora di pranzo, a poppavia del traverso, sentii un frastuono molto acceso. Andai a controllare cosa stesse accadendo, due membri dell'equipaggio cercavano di catturare un Albatro. La povera bestia era trattenuta da un grosso amo da pesca conficcato nel becco. In un primo momento, mi è venuta a dosso una irresistibile voglia di buttarli a mare tutti e due. ma da come gli ho guardati, hanno intuito che era necessario per loro sicurezza cambiare subito aria. L'Albatro è tra gli uccelli più grandi al mondo. E' un animale fantastico, enorme, fortissimo e potentissimo. dotato di una buona intelligenza e sensibilità. Ha un gran corpo dal colore bianco candido e sfumature nere sulle ali e sulla coda, la sua apertura alare e di quasi quattro metri. Ho sempre ammirato questo magnifico uccello nella sua formidabile destrezza a volare velocissimo rasente l'acqua Oooh!quasi toccarla, sfruttando le correnti d'aria create dai marosi. Con molte probabilità, l'Eterno Dio, gli ha impiantato dei sensori pe fagli percepire il senso delle correnti d'aria. insomma è come se avesse in se un pilota automatico. in oltre, ho rilevato che è capace anche di nutrirsi durante il suo volo rasente in mezzo ai grossi marosi della tempesta. Gli Albatros li ho sempre visti in pieno Oceano o quando eravamo in radar all'ancora a ridosso delle isole Kerguelen. Atterrano solo per covare le loro uova e allevare i propri cuccioli con grande amore. Era mia intenzione di liberargli il becco e lasciarlo andare, ma era ancora nel pieno delle sue forze e poteva causarmi delle ferite anche gravi. Persciò rimandai tutto a dopo pranzo. Rivolgendomi con tono duro all'equipaggio, ordinai di non fargli del male. Entrato nel mio alloggio per lavarmi le mani, osservai a traverso l'oblò quell'incantevole creatura, rimanevo affascinato della sua imponenza, fierezza e dal suo colore candido era divino. Finito di pranzare ordinai al capo pesca di portarmi i due marinai autori della cattura dell'Albatro. Si presentarono due marinai filippini. Chiesi loro, cosa serviva uccidere un animale cosi bello? Risposero, che lo avrebero imbalsamato per poi venderlo. Andai su tutte le furie, li afferrai per il petto e scuotendoli con molta violenza gli gridai << avete mancato di rispetto ad un dio!>>Adesso sicuramente saremo colpiti di gravi disgrazie. Non l'avessi mai detto. Mi ero dimenticato che i marinai filippini erano molto superstiziosi. Scoppiarono in un pianto disperato, suplicandomi di poterli aiutare a ripagare all'errore commesso." avevo raggiunto il mio scopo" Pur sapendo cosa dovevo fare, feci finta di riflettere, dopo qualche minuto di silenzio, gli ordinai di lasciare libero l'Albatro e che potesse volare felice nei cieli dell'oceano. Terrorizzati della maledizione che incombeva su di loro accettarono di buon grado. Ma liberare l'Albatro non era una cosa semplice. Nessuno di noi aveva abbastaza coraggio di avvicinarsi a quell'essere impavido e potente. Feci appena in tempo a fermare un marinaio che stava per tagliare la fune che lo teneva prigioniero. Spiegai ai marinai che dovevamo fare un lavoro fatto bene e coscenzioso perchè a parte le sofferenze non avrebbe avuto la possibilità di nutrirsi condannandolo a una brutta fine. Per cui per prima cosa dovevamo liberargli il becco dall'amo. Ma come diavolo potevamo avvicinarci? Pensai alla maniera di come si catturano i cani e cioè accalappiarlo. Finalmente...ma quale finalmente? Il suo dimenarsi era impressionante, stavamo perdendo coraggio, alla fine dopo vari tentativi riuscimmo a bloccare quella furia scatenata e a liberargli il becco dall'amo. Dopo di che lo lasciammo libero di volare. Per nostra sorpresa non spicco nessun volo, anzi quatto quatto se ne andò a rifuggiarsi a prua. Pensammo che fosse stanco e come si sarebbe riposato avrebbe preso il volo. Ma quale volo? La mattina si affaccio a un oblò del cuoco, e con gli occhietti da furbo chiedeva da mangiare," ma poi come sapeva che quello era proprio il cuoco, c'è lo stiamo ancora domandando tutti compreso il cuoco". Gli lanciavamo calamari di due chili che con facilità li prendeva a volo ingogliandoli in un solo boccone. Rimase a bordo per molti giorni. Aveva capito che con noi trovava facile rifocillarsi. Difatti noi pescavamo e lui mangiava. dopo qualche manciata di giorni l'Albatro era diventato uno di noi e cioè parte integrante dell'equipaggio che lo chiamò "Tonino"i marinai lo nutrivano abbondantemente, un mese che era con noi si era eccessivamente ingrassato.La cosa più sorprendente di Tonino era il cambio della guardia; in perfetto orario si presentava davanti la porta del marinaio montante. in attesa che arrivasse il marinaio smontante, finito la consegna accompagnava il marinaio montante al suo posto di guardia. Con me erano guai seri se qualcuno si azzardava a voler passare vicino l'uscio del mio alloggio. Nell'aprire la porta, dovevo fare molta attenzione perchè si accucciava proprio davanti l'entrata. Finita la campagna di pesca ci dirigemmo al porto più vicino. Ad un centinaio di miglia dalla terra ferma, Tonino incominciò ad essere irrequieto. Ero sicuro che non sarebbe mai venuto a terra con noi. La sua patria era l'immenso oceano. Infatti, si alzò in volo, effetuo due tre giri intorno al motopesca per salutarci con la sua potente voce e spari all'orizzonte.
  10. Commento su "In ricordo dei futuri capelli perduti" LINK alla PARTE 1 di 3 LINK alla PARTE 2 di 3 LETTERA SENZA INDIRIZZO [ PARTE 3 di 3 ] Forse un giorno hai giurato di voler diventare un santo (come se si potesse decidere di esserlo) o perlomeno un monaco. “Ora basta con questa vita, stare dietro a tutte queste stronzate, a tutte queste aspirazioni che non sono neppure mie” hai forse intimato a te stesso. Fin qui nulla di originale: prima o poi tutti decidiamo di ribellarci a quello che ci riserva il destino, rifiutando tutto quello che abbiamo, non curandoci di discriminare tra fattori positivi e fattori negativi. Il problema è che poi ti sei sentito in obbligo di diventare santo sul serio (ripeto, come se si potesse decidere di diventarlo). Non avendo il coraggio e le palle, hai cominciato con l'astensione. Non solo dalle cose turpi e riprovevoli ma da tutto ciò da cui ci si poteva materialmente astenere. Se togli tutto ciò che non è davvero necessario, rimane solo mangiare e dormire. E tu hai trovato tutto ciò nell'elemosina dei tuoi genitori. Hai fatto una scelta, non importa se giusta o sbagliata, e sei andato avanti così solo per la vergogna di tornare indietro sui tuoi passi. Come un emigrante che si reca nel nuovo o nuovissimo mondo alla ricerca di una vita migliore, hai scoperto all’improvviso di essere arrivato in un paese dove bisogna combattere per vivere, sudarsi la paga, condividere appartamenti con gente messa peggio di te, sopportare il disprezzo degli indigeni che inevitabilmente nella scala sociale ti collocano pressoché allo stesso livello dei barboni. Come se l'illuminazione di San Francesco si fosse risolta in un semplice capriccio contro il ricco padre. Abbandonata la vita ordinaria, si sarebbe mortificato nell'ascesi, nella preghiera e nella rinuncia, per scoprire un giorno di aver fatto tutto solo per dispetto dei genitori, solo per non essere come loro o come quelli come loro. Di questo tipo mi sembra la tua «santità», una purezza che viene dalla vigliaccheria o meglio una sporcizia del cuore che si autodefinisce pulizia, solo perché è diventata particolarmente abile nel descrivere ed elencare le nefandezze altrui. Non sei diventato santo per amore di Dio o degli uomini, ma per insolenza verso Dio e odio per gli uomini, sei diventato “santo” come certe rockstar, ma senza gli stessi soldi. Sei diventato santo per capriccio, santo per sfuggire alla vita, santo, non per missione ma per semplice dispetto. Qualcuno ha detto e tu dovresti rifletterci su: Chi si tortura lo spirito per elevare la propria condotta, si allontana dal mondo e prende abitudini eccentriche, si fa un’alta opinione di sé e denigra gli altri; costui non ha che orgoglio. È solo un eremita dei monti e delle valli, un uomo che condanna il mondo. È questo l’ideale di coloro che aspirano a disseccarsi nell’ascesi e a gettarsi nell’abisso. (Zhuang-zi) Qualche anno fa ho avuto tue notizie dal nostro comune amico. Mi ha parlato a lungo di te ma in sintesi ho capito che per un po' di anni hai effettivamente vissuto da monaco del medioevo prossimo venturo. Hai martoriato le tue carni con qualcosa di simile ad una postuma acne giovanile che ti ha invaso il corpo. Ti sei dedicato alla lettura ossessivamente, giorno e notte. Ti sei guadagnato da vivere facendo il cameriere nel Moloch stroboscopico che trasforma le urla scarnificate in musica piacevole per le orecchie. Ti sei ritirato in un mondo creato dal tuo demiurgo inconsapevole. Ognuno ha il suo demone e con l'aiuto di Dio può tenerlo a bada. Ma Dio per te non è altro, nel migliore dei casi, che un capitolo nella storia del pensiero, forse il migliore degli espedienti letterari. I religiosi di ogni religione, bizzarri e stilosi personaggi che possono ancora andarsene in giro con una bella barba lunga, senza che nessuno dia loro del senzatetto. Nel peggiore dei casi Dio è per te il dittatore dei dittatori. La fantomatica entità che con la menzogna ti impone di vivere con tristezza e limitazione. Dio è contro la vita, ti avrebbe donato l’esistenza con il solo scopo di rubartela subito dopo. Lo stesso respiro sarebbe solo un suono flautato del nostro macchinario. Quando il macchinario si inceppa, si blocca pure il respiro. E magari prima o poi troveremo il modo di sostituire i pezzi usurati del macchinario ed anche il respiro diventerà eterno. Potremo finalmente dimostrare che la vita c’è e basta, senza nessuna creazione. Tutto si può creare ma la vita no. È incredibile come dopo tanti secoli e tante filosofie, ci sia ancora così tanta voglia di dar la colpa a Dio di tutto. So che non la pensi davvero così ma i tuoi comportamenti dicono il contrario. Prendi per mano il tuo mondo e lo conduci verso il baratro come tutti gli altri. Passeggiano allegri su questa vita, trasformandola in grottesco festino, tu deambuli svogliato al loro fianco ma nello stesso tempo, non riesci nemmeno a godertela. Non so se tu abbia nel frattempo rivoluzionato la tua vita. Non ci crederei comunque. Non c'è rivoluzione che non si trasformi in dittatura. I cambiamenti imposti (dal basso, dall’alto non importa) comunque non funzionano mai. Solo i cambiamenti che vengono dal profondo funzionano davvero. So che ti sembro saccente. Ma se non credi a me, credi alla storia. Nelle scuole e nelle altre maestre di banalità della vita si ripete in continuazione questa massima, ma gli uomini continuano a comportarsi come se non fosse vero. La storia non è maestra di vita da un bel pezzo. È molto più forte il desiderio di credere ai finti eroi e adagiarsi sulla pura e semplice diceria catodica. Ci si illude adesso e per sempre che la propria epoca faccia eccezione. Invece non è così, per nulla, la nostra epoca non fa eccezione, noi non facciamo eccezione, tu non fai eccezione. Metti un oggetto nella tasca destra, poi torni a casa, metti il giubbotto sull'appendiabiti. Vivi la tua giornata, fai le tue cose. Poi all'improvviso hai bisogno di quell'oggetto, lo cerchi e puntualmente lo cerchi prima nella tasca sbagliata. Nella vita è così: ti sembra di aver messo ogni cosa al suo posto, poi ti guardi indietro e scopri che questi elementi tramano contro di te. Il posto sicuro, diventa in realtà un nascondiglio. Così è per te: ti sembra di aver trovato il tuo posto nel mondo, ma stai solo giocando a nascondino con te stesso, fai finta di non contare i giorni che passano ma sono proprio questi che ti rubano la vita, mentre perdi tempo a trincerarti nel tuo carcere volontario. Per te la volta celeste è diventata la parete interna di un teschio, ai cieli in una stanza, a casa tua, non ci credono più nemmeno le canzoni. L'aria si addensa. Soffochi e non sai perché. Qualcosa di invisibile ti ha piazzato un giogo sul collo, senza lasciarti scampo. Mentre giochi a far il santo che sfida l’ipocrisia e la falsità dell’uomo comune, non dimenticare mai che la tua cella è una cameretta da adolescente e il tuo cibo non è pane e acqua, ma latte e biscotti al burro. Assapora per bene la lama a doppio taglio della libertà: ti apparti dagli altri, elimini tutto, le abitudini, gli impegni, le piccole ingiustizie, i piccoli fastidi quotidiani, il superfluo e il necessario. Sei libero da tutti i pesi. Libero, finalmente libero infine. Ma per esser davvero libero, ricordatelo bene, devi anche restare solo. Solo come un cane. Le ferite fanno male, ma il sangue che cola via dalle ferite, di per sé, non fa male. Eppure è il sangue che porta via la vita. Puoi permetterti di non curare le tue ferite e lasciarle incancrenire. Ma non puoi permetterti di far gelare il tuo sangue. Ama, prega, fai l’amore, fai quel che vuoi, ma non lasciar indurire il tuo sangue. Altrimenti avrai vissuto cercando di cancellare te stesso dal mondo, per di più non riuscendoci mai del tutto. Addio, un amico.
  11. simone volponi

    "Non ho più l'anima, me l'hanno uccisa"

    commento Mi hanno preso nel sonno, quando ero indifeso e pensavo alla mia rossa, ai suoi baci dal sapore di cristallo e gin. Mi hanno trascinato dentro un’aula illuminata solo dalle torce infilate nelle teste di quanti avevano subito il mio stesso destino, teste appese alle mura come monito. Seduto in terra, in catene, fisso le labbra del magister e le sento pronunciare la macabra sentenza. «Sia dunque posta fine a questa soverchia situazione in fieri!» tuona il gigante, il volto rosso come l’inferno. Sbatte così forte il martello sullo scranno che quello si spezza in due e la cosa lo fa imbestialire di più. Allora lo vedo estrarre un revolver, alzare il braccio in aria e sparare con rabbia contro il soffitto, e in quell’istante di puro caos e polvere da sparo l’uomo della Barba compare, luminoso e accompagnato da una musica santa. La sua voce riecheggia: «E sia!» L’avvocato che mi hanno assegnato solleva la testa solo in quel momento e biascica un: «Fhtagn!», poi si rimette a digitare parole senza senso sul suo apparecchio a tentacoli. Dice che con quello può comunicare con gli alieni e con il fantasma di Cortès, ma non ci credo. Mai fidarsi di un avvocato con i polpastrelli grossi come ricci. Due gendarmi con le armature da ferro da stiro mi prendono per le braccia e mi trascinano via. Vedo il tizio russo delle Raio Trans salire nudo sullo scranno con scritto sul petto, in rosso: «Shalimov libero!» e scuoto la testa mentre lo fanno sparire. Cazzo. Quando l’uomo della Barba infierisce su di me e sentenzia: «Partorirai con dolore!», una donna si getta in ginocchio e si strappa le vesti inondando di lacrime il freddo piombo che avvolge l’aria. Non la capiscono, ha problemi con gli articoli. Le mie chiappe grattano il pavimento mentre mi trascinano al patibolo e riesco a guardare dalla parte dei miei bravi ragazzi. Manca solo O’Animale. Starà correndo con la Vespa a tutto gas, ma arriverà in ritardo anche all’ultimo saluto. Cazzo, il Minchia sta scontando l’ergastolo e adesso spreca l’unico permesso che gli hanno dato per vedermi ridotto così. Vorrei chiedergli come cazzo ha fatto a farsi cresce una crocchia da samurai sulla sua testa pelata come un proiettile, ma mi limito a un ghigno. Vicino a lui c’è anche il Figlio di Satana. Quel fregnetto metà giapponese, un quarto donna, e tutto il resto malattia, mi fa un cenno, scosta il giubbotto per farmi vedere il lanciafiamme al napalm. È pronto a usarlo, ma scuoto la testa per dirgli: «No, amico, andrò all’inferno da solo.» Prima che i ferro da stiro mi trascinino giù nella botola, intravedo la partigiana Piedella correre e urlare: «Francesco! Francesco!» Ma la vedo di spalle, corre dalla parte opposta. Dove cazzo vai. E non mi chiamo nemmeno Francesco. È un mese che sono legato qui, dentro una cella buia, e l’unica cosa che posso vedere è la lama che pendola. È una grande barba nera e tagliente che oscilla in perpendicolare al mio corpo, che scende inesorabile, e il suo obiettivo è la mia pancia. Quando arriverà, la barba nera mi taglierà in due. Così messo posso solo pensare, perdermi nei ricordi. Cerco di immaginare le mie pupe, il loro sapore, il loro profumo, le loro grida. Quella milfona di Mahialin ci sapeva fare. Mi mancheranno i fianchi scoscesi di Napolì e il boschetto vittoriano dell’inglesina… cazzo ragazze, vorrei avervi qui con me, adesso che la barba quasi mi accarezza il pelo. Fanno entrare un prete. Almeno me ne andrò all’altro mondo pulito, anche se Dio non se l’aspetta una canaglia come me. «Padre Leo si sbrighi che c’è un funerale» sento dire dalla perpetua che accompagna il prete. Faranno anche a me il funerale? «Controlla che le vecchie abbiano rinnovato l’abbonamento» dice il prete, «sennò pagano il biglietto, rincarato! In prima fila alle mie messe ci stanno solo quelli con l’abbonamento.» «Sì, padre.» «E metti via il vino buono, che i preti si rubano tutto. Sono peggio dei dottori. Me lo bevo io dopo.» «Sì, padre.» Restiamo soli e il prete mi si accosta. La barba si è fermata, ma alla prossima oscillazione mi scardinerà il laniccio dell’ombelico, e allora… «Li confessi ‘sti peccati?» mi chiede il prete. «Prega tu, che hai la pelle dura, io so’ creatura, non posso pregà.» Sputo verso i suoi piedi. Volevo essere sprezzante, mi sono sputato su un braccio. Il prete segna una croce in aria: «Ego te absolvo, in nomine Mick, Keith, e Charlie e Robert. Stammi bene.» Se ne va e la barba riprende a oscillare. Adesso, tra un secondo, mi squarcerà e vedrò di che colore sono le mie budella. Ma la barba si ferma di nuovo, il muro alla mia destra crolla e una luce entra nell’oscurità. Vedo una donna che sporge dal buco e che mi dice: «Link!»
  12. Commento 1 su "Bestseller" Commento 2 su "Maria cercava" LINK ALLA PARTE 1 di 3 LETTERA SENZA INDIRIZZO [ PARTE 2 di 3 ] Mentre scrivo, ogni tanto torno indietro e mi chiedo se sia il tuo cognome a ispirarmi queste metafore. Così banale, così comune, eppure così adatto ad esprimere tutto ciò che si azzera in un silenzio visivo. Più le parole suonano mute all'orecchio del mio cuore, più vedo davanti a me apparire quel bianco accecante che tutto cancella. Il nulla e la luce che tutto cancellano e tutto illuminano. Mi è sempre piaciuto immaginare così la fine di tutte le cose. Chissà forse in questo siamo rimasti uguali: nell'invocare più luce, più verità su questo mondo. Una verità che sia svelamento, che irrompa dal cielo nel nostro petto, non una verità “scritta da qualche parte”, una verità di cui qualcun altro ha avuto esperienza e che noi conosciamo solo per racconto e per invidia. Una verità che magari pensiamo di possedere perché abbiamo letto il copione che ne racconta la sua discesa sulla terra. Si questo l'abbiamo desiderato spesso: più luce, più verità, vivere nella verità, farne parte, non guardarla da lontano sullo schermo da cui scivolano le nostre illusioni. L'abbiamo sempre desiderato ma abbiamo sempre sottovalutato il punto di fondo: che la verità potrebbe non piacerci affatto, che potremmo apprezzare di più la menzogna e che in definitiva quasi tutti viviamo nella menzogna consapevole, invocando la verità per puro esercizio di stile. In un certo senso mi manca il tuo cattivo esempio: da solo sono i miei stessi giudizi a mettermi con le spalle al muro. Di me hai apprezzato tante qualità, ma mi hai avversato non appena le idee si sono fatte più solide, tanto dure a volte da spaccare la vita in emisferi inconciliabili. Mi apprezzavi nelle gozzoviglie e non è strano: da quel verso, non è un segreto, la «retta» via si smarrisce di rado. Questo mi ha tenuto sempre un passo più indietro rispetto a te: mi ha sempre insospettito la determinazione e la costanza con cui inseguivi il vizio. Perché poi ho perso tanto tempo assieme a te a sparlare delle mollezze altrui quando non ti importava altro che una vita facile a passo svelto? Forse perché pensavo fossi padrone della tua vita e del tuo corpo. Ora non lo penso più. Troppo volte ho visto le tue membra cercare di sfuggirti in ogni direzione. Mi chiedo se sia ancora tutto al suo posto: se hai ancora la testa ricurva sulle palle come l’hai sempre avuta e se hai ancora quelle benedette pustole che ti impedivano d’annoiarti. Mi chiedo se ti addormenti ancora con la sigaretta tra le dita e la dispensa come cuscino. Riesci ancora a leggere per una notte intera ininterrottamente? Fai ancora la collezione di segnalibri? Oppure ti accontenti di fare l’orecchietta alla pagina. Oppure non leggi più del tutto? No, non credo: hai troppo bisogno della sapienza altrui come anestetico. Quando avrai letto anche l’ultimo dei libri, comincerai a scriverne. Mi chiedo se troverai mai una reale via d’uscita tra tutti quegli ‘a capo’ oppure continuerai all’infinito a svoltare l’angolo e rimetterti in cammino da sinistra anche se potrebbe essere quasi impossibile per te indovinare il vettore giusto nello spazio. Mi ricordo quando distinguevi tra «giovane» e «giovine» dove il secondo era il trentacinquenne mai cresciuto… Ora che anche noi abbiam compiuto la stessa età, a quale delle due categorie senti di appartenere? Pensa che ci son fior di sociologi che hanno costruito una carriera su questo tema «fondamentale», quando bastavano un paio delle nostre battute a dir tutto. Strano il mondo vero? C’è chi guadagna sui nostri scherzi e passa pure per persona seria. Scambi ancora il giorno con la notte come i bimbi in fasce? Io, nonostante gli orari di lavoro, non ne sono uscito del tutto (e qui ci starebbe bene l’emoticon del sorriso ma non mi sembra il caso in una lettera così desueta). Abbiamo vissuto più a notte fonda che di mattino presto, sfiorando l’alba solo per residuo di poesia. Mi telefonavi ad orari improponibili perché avevamo istituito ormai un nostro fuso orario. L’unica volta che te ne ho cantate quattro, avevi interrotto un bagno caldo fuori tempo massimo. Ogni tanto rivedo quella che passerà alla storia come la tua ultima fidanzata: da lei in poi sai bene che hai fatto del mondo un unico bordello e, all’ombra di questa sensazione, hai iniziato ad odiarlo. Ti manda ancora delle lettere, mi ha detto: qualche riga e una vecchia bolletta che non avete mai pagato. Abbiamo disprezzato quasi tutto, ricordi? Soprattutto per lasciare in pace noi stessi. Ci siamo divertiti a dileggiare chi cerca il paradiso in terra. Non giardini con frutta e ruscelli, come nei testi sacri, ma lunghe e infinite avenue con negozi scintillanti a destra e a sinistra. L'eternità dell'acquisto. La pace dei sensi a intermittenza. Una serie infinita di vetrine da contemplare. Il nostro viso sovrapposto nel gioco di trasparenze di questo presepe delle vanità. Avere tante cose e non potersele godere per mancanza di tempo. La vita che non basta per usare tutte le cose che abbiam comprato e la vita che non basta nemmeno per metterle in ordine. Questo era per noi l'inferno. Ma l'inferno è anche rinchiudersi in camera come hai fatto tu, rifugiarsi dal mondo, evitare qualsiasi confronto per sentirsi i migliori e sputare veleno su chicchessia. Visto da fuori il mondo fa sempre schifo. Ma basta tuffarcisi dentro per far parte dello schifo immediatamente. Dopo cinque minuti hai già concluso tanti di quei compromessi, che al confronto l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti sembra un novello Ivan il terribile. E poi dopo tutto, in tutto il tuo livore verso gli altri e verso il mondo consumista, non avevi comprato anche tu un portatile Apple, emblema dell'edonismo travestito da filosofia di vita? Tanti buoni propositi e poi tutti finiamo per cercare la pace eterna nella paradisiaca avenue. Tutti nessuno escluso. Sparire non ti servirà a sentirti migliore. Al massimo potrai desiderare invece di avere. In questo caso, non c’è ontologia che tenga, invertendo l'ordine dei termini, il prodotto non cambia.
  13. flambar

    La mia infanzia nell'accademia navale di Brindisi

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40278-dai Il desiderio di diventare un marinaio, si rafforzò col trascorrere l'infanzia a casa di mio nonno materno, presso l'accademia navale. Ero diventato la mascotte dei giovani cadetti dell'accademia. La casa di mio nonno era distante una decina di metri dal mare, adoravo quel luogo e costringevo la mai giovanissima mamma a stare molto attenta, perchè come si distraeva mi buttavo in mare sia che era d'inverno o di estate. I cadetti, sapendo questo mio modo di fare, trovavono divertimento nel distrarre mia madre e per conseguenza mi buttavo in mare, siccome ero ancora piccolino, non sapevo nuotare ma non sapeva nuotare neanche mia madre, perciò i cadetti erano costretti a tuffarsi anche loro per salvarmi. Purtroppo una mattina, ci fu una brutta avventura. Alla mia mamma piaceva lasciassi crescere i capelli molto lunghi, sfuggito alle sue attenzioni come al solito mi buttai in mare, rimasi impigliato con i capelli a uno scoglio sott'acqua. Fortuna volle! che fuori di casa c'era la zia Susy, grande nuotatrice. Intuedo che stavo per annegare, senza esitare si tuffò in mare e immergendosi afferrò con forza i miei lunghi capelli e li tirò fino a lasciare una grossa ciocca impigliata allo scoglio. Cosi facendo mi salvò la vita. La mia esoberanza, era molto pericolosa, mio padre, pensado di farmi placare, di ritorno da Isernia portò un cucciolo di pastore abruzzese. Era un magnifico esemplare femmina dal colore bianco come il latte la chiamai "Diana" la sua età era intorno ai quattro/cinque mesi e la mia tra i quattro/cinque anni. Ben presto divenne mia amica di giochi e di avventure. Era una cagna formidabile. La mia mamma, teneva in grande considerazione Diana, avendo valutato che faceva più attanzione di lei nel non perdermi d'occhio. Diana mi insegnò a catturare i porcospini, unica fonte proteica dell'epoca, in quegli anni la repubblica italiana era molto giovane, per colpa di una guerra disastrosa molta gente soffriva la fame...Ooohh! Fame! Fame! Noi con la venuta di Diana e il suo talento naturale per trovare la selvaggina e catturarla la soffrivamo meno. Quando andavamo a caccia di porcospini, la cagna era sempre attenta che non facessi rumore, Ma col mio carattere esuberante, pretenderlo era molto difficile. Tuttavia la cagna, mi faceva capire che dovevo stare zitto e muovermi con cautela per catturare i porcospini, diversamente ci scappavano, se non stavo alle sue regole mi mordicchiava, mi dava delle zampate o si teneva lontano da me. Purtroppo, per colpa di una incosciente derattizzazione, il pastore abruzzese venne a mancare. Per il forte dolore dovuto alla sua perdita, mi rinchiusi in me stesso. Non parlavo più, non mangiavo più! Dopo una settimana in quello stato, mia madre mi ricoverò con urgenza in ospedale. Ero denutrito e disidratato, il bambino vivace che c'era una volta, non c'era più. Il pediatra, dopo aver saputo il motivo per cui ero ridotto in quelle condizioni, consigliò a mio padre e a mia madre di trovare un'altro cucciolo di cane che potesse sostituire la mia Diana. Non ci fu rimedio. Si disperava mio padre vedendomi in quello stato. Per salvarmi decise di partire con l'elicottero di un suo amico per andare a Isernia, presso i suoi parenti con la speranza di trovare un cucciolo di pastore abruzzese simile a Diana. Giunto a Isernia, malauguratamente i suoi parenti, pur conoscendo la grave situazione, si rifiutarono di donargli il cucciolo in questione. Scoppio una violente rissa, mio padre rimase ferito, nonostante tutto, riusci a impossessarsi del cucciolo e portarlo in ospedale. Le mie condizioni fisiche erano oramai gravissime quasi esanime. Mio padre per salvarmi da morte certa, con insistenza mi chiedeva di osservare il cane che aveva portato. Con le poche forze rimaste, guardai il cucciolo, in quell'istante si era messo in una posizione che colpì la mia curiosità...Finalmente il cucciolo riusci a fare il miracolo... dopo giorni e giorni che non parlavo ne mangiavo eclamai << papà !... sembra un guerriero !>> nell'ospedale ci fu una esplosione di gioia, finalmente avevo parlato, mio padre felicissimo mi disse, lo chiameremo "Guerriero". Mi ripresi subito e tornai a casa. Trascorsi alcuni mesi, ci fu un grave lutto in famiglia. Morì lo zio Elio, fratello minore di mia madre, aveva appena diciott'anni, era un bel ragazzo alto, forte e a quanto si dice, proprio per questa sua forza sotto uno sforzo, ruppe qualche organo del fegato e in poco tempo ne ebbe la morte. Tuttora, le grida di dolore di mio nonno, echeggiano indelebili nelle mie orecchie...Eliu ...Eliu...Eliu...per tutta la notte nel porto si sentirono le grida di un padre disperato che chiamava il figlio morto. L'intera città di Brindisi, voleva bene a zio Elio. Per trasportare la sua bara al cimitero, usarono una grande carrozza funebre di color nero, trainata da otto cavalli neri. Sembrava il funerale di un principe. In verità mio zio Elio, pur non essendo un principe poco ci mancava per esserlo. Infatti, approfittando del suo prestante fisico, di notte in perfetta solitudine, nuotando si avvicinava alla banchina dell'arsenale, dove vi erano ammucchiati tonnellate di ferro e col rischio di essere ammazzato da una sentinella armata. Pezzo per pezzo nel massimo silenzio, trascinava sott'acqua i blocchi pesanti di ferro per poi venderlo. Il ricavato, veniva diviso alle famiglie più bisognose per allietare i morsi della fame di coloro che abitavano nelle baracche della zona denominata "Corea" (adesso c'è la caserma della guardia di finanza) Incominciai le scuole elementari, Guerriero aveva preso l'abitudine di accompagnarmi a scuola, poi puntualmente mi riaccompagnava a casa. Un maledetto giorno, nell'attraversare la strada, un cavallo che trascinava un carretto scalciò proprio nelle mie vicinanze, mi spaventai. Guerriero credendomi in pericolo attaccò il cavallo uccidendolo, il carrettiere per la paura sparì di colpo. Qualcuno allertò i carabinieri con l'intenzione di fare uccidere il cane. Mio padre era già partito per Isernia per consegnarlo ai suoi parenti. Quando ritornò a casa, iniziarono i preparativi per emigrare in Brasile
  14. flambar

    "Satana" o cacciuttiello

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35481-la-mo Nel lontano 1974, ero imbarcato come primo ufficiale di coperta, sulla turbonave "Oregon" (bandiera ombra). Mentre navigavamo nell'oceano Atlantico, con rotta per il centro America, arrivò un fax dalla società armatrice della nave, la quale ci ordinava di cambiare rotta e dirigerci nella baia di "Hudson" a Nord del Canada. Giunti nella rada di "Fort Giorge" demmo fondo alle ancore, dato che non vi era fondale a sufficienza per avvicinarci alla costa. Le operazioni portuali si prolungarono più del previsto, con quaranta gradi sotto lo zero, l'avanzare della banchisa artica bloccò l'attività del bastimento. Per evitare che il ghiaccio danneggiasse lo scafo, si usò la dinamite. Dorante una di queste pericolose operazioni, mi imbattei in un batuffolo tutto nero che scavava nel ghiaccio. pensando che fosse un cucciolo d'orso, mi avvicinai per prenderlo ma fui azzannato. Per mia fortuna visto il freddo intenso indossavo guanti molto spessi. Siccome non aveva nessuna intenzione di lasciare la presa, mi oblicò a tornare a bordo. Tolto il guanto dove era attaccato, sparì nelle fauci del cucciolo, aveva una fame... lo rifocillai con un litro di latte, un chilo di carne, un chilo di formagio e tre cornetti alla crema. Dopo essersi abbuffato, soddisfatto crollò addormentandosi profondamente. Ogni volta che cercavo di accarezzarlo, mi azzannava. Ero sempre convinto che si trattava di un cucciolo d'orso. Mangiava tantissimo, dovevamo stare attenti alla cambusa perchè aveva sempre fame. In una visita delle giubberosse canadesi. Invitai come di consueto il loro comandante e i suoi colleghi a prendere un drinck nel salone ufficiali. Non l'avessi mai fatto! Appena visto il presunto cucciolo d'orso, il comandante canadese esclamò ... << ooohhh! mon amie, vous avez un gross problème.>> Questo cane appartiene al governo canadese e un militare. Con mia grande sorpresa esclamai... come un cane! E' un cucciolo d'orso. Il comandante delle giubberosse, con espressione seria replicò, era un cucciolo di cane di terranova e da una settimana che lo cercavano. Mi chiese come mai lo avevamo a bordo; gli spiegai, di averlo trovato proprio da qualche giorno. La mia dichiarazione non lo convinse e ordinò alle guardie di arrestarmi. L'equipaggio della turbonave, nel vedere che mi mettevano le manette stavano per scontrarsi con le giubberosse, per non peggiorare ancorpiù la situazione intervenni, dicendo, che sicuramente tutto si chiarirà al più presto. Mi portarono direttamente in galera. Fuori la temperatura era scesa a quaranta sottozero. L'inverno canadese è molto freddo e la cella dove ero prigioniero anche se il termosifone era caldo non era sufficiente per riscaldare l'ambiente. Trascorsi in quelle condizioni tre giorni. Dopo di che mi processarono e fui assolto. Grazie all'avvocato che dimostrò con i fatti, l'impossibilità di poter rubare un cucciolo di quella razza, essendo molta aggressiva alla latitudine che eravamo. Inoltre nel canile, vi erano altri sette cuccioli difesi da trenta cani di terranova, trovarono anche il buco dove il cucciolo era fuggito. Lasciare quel bellissimo cucciolo in un canile, mi spezzava il cuore, ogni volta che tornavo nel mio alloggio sentivo qualcosa che mi mancava. L'indomani mattina, deciso mi recai alla caserma delle giubberosse, chiesi di poter parlare con il comandante, mi fu concesso, gli proposi di darmi il cane, ero disposto anche a pagarlo. Il suo Nooo! ... fu categorico, parlando in francese mi disse ... << Si nous faisons, nous allos a fini en prigion les deux ( se lo facciamo finiremo in galera tutti e due)>> A questo punto è invano insistere. Perciò me ne tornai a bordo. Trascorsa una settimana, incontrai il comandante delle giubberosse in uno dei carruggetti della nave, era da solo ... e voleva parlare con me. " mi proponeva un affare". Meravigliato gli chiesi, quanto mi sarebbe costato questo affare" Con voce imponente rispose (Rian) niente. Ci sarebbe stato uno scambio. Si trattava di una vendita irregolare. Loro avrebbero imbarcato sulla nave millecinquecento bottiglie di whisky e in seguito lo avrebbero ritirato. Insomma del contrabbando di sostanze alcoliche. In cambio avrei avuto il cucciolo di terranova. Non ci pensai due volte, acconsenti. Fatto l'accordo. Andai alla caserma a prendermi il cucciolo. La scelta in un primo momento fu difficoltosa, i cuccioli erano tutti uguali, però quello che desideravo aveva una sua caratteristica "la sua aggressività". Mi posi in mezzo alla cucciolata, con lo stivale provocavo i cuccioli a reagire, ma rimasi deluso nessuno reagiva, non riuscivo a trovarlo. Allungai lo sguardo, vidi che ce n'era uno tutto solo, intento a sgranocchiare qualcosa. Capii subito che doveva essere lui. Divenni ancora più convinto, quando stuzzicandolo con la punta del mio stivale mi rispose come una jena cercando di azzannarlo. Aprendogli la bocca notai che gli mancavano due dentini da latte che aveva perso quando mi morse un polpaccio. Ero felicissimo di aver ritrovato il mio cucciolo. Le giubberosse esclamarono << l'anima gemella prima o poi la si trova sempre>> Riportato a bordo si organizzò una festa. Tutti eravamo felici del suo ritorno. Una notte recandomi in cabina per prendere dei sigari, incrociai il suo sguardo, il luccichio dei suoi occhi mi impressionò, avendo delle conoscenze sull'astronomia diabolica, la quale afferma che i nati della bilancia sono protetti da Satana in persona, lo chiamai "Satana". Mi seguiva ovunque, la stessa mia ombra mi seguiva di meno. Erano guai seri se qualcuno si azzardava a entrare nella nostra cabina. Si nostra... perchè quello spudorato di cane costringeva anche me a chiedere permesso prima di entrare, però conosceva il suo posto, il suo principio era << questo è tuo ok! non lo tocco, ma questo è mio prova a toccarlo>>. Non permetteva a nessuno compreso le ragazze con cui facevo amicizia di avvicinarsi a me. Qualche volta ero costretto a lasciarlo chiuso in cabina. Potevo dire, stasera dormo fuori per come la riduceva. Spesso mi veniva la voglia di ammazzarlo a quel lestofante di cane di terranova, ma poi mi calmavo pensando, al suo muso appoggiato dolcemente sulla mia gamba mentre ero seduto a leggere qualcosa. Adesso che mi ricordo, quando lo portai a casa di mia madre. La fece davvero grossa quel furfante. negli anni settanta poche famiglie si potevano permettere di cibarsi di carne. Noi la mangiavamo due volte la settimana. La mia mamma si arrabbiò con me, accusandomi di aver mangiato con tanta ingordigia tutta la carne da non lasciare niente ne a lei ne ai miei fratelli. Giurai solennemente che non ero stato io. Non mi credettero. La storia si è ripetuta altre volte . E il colpevole ero sempre io. Insomma ogni settimana c'era da litigarsi in famiglia. Ma,"tanto va la gatta al lardo finche non ci lascia lo zampino". Una mattina ebbi un bacio dalla mia mamma, cosa inconsueta, addirittura mi chiese anche scusa, (altra cosa impossibile)di avermi accusato ingiustamente riferendosi all'episodio della carne. Disse vieni nascondiamoci da Satana. Dopo un pò di tempo, vidi quel lestofante di cane, che con fare furtivo apriva la porta del frigorifero prendeva la carne, tutta la carne e se la traccannava di un sol colpo, poi per giunta, quel quadrupede assassino, si prendeva cura di chiudere il frigorifero.
  15. flambar

    "B r e u"

    http://www.writer'sdream.org/forum/forums/topic/38003-mi-11 "B r e u" Dopo un anno d'imbarco sulla motonave "Azalea" Ritornai a casa col treno, come al solito portava un notevole ritardo, per cui giunsi in stazione alle ore zero due e trenta. Insomma in piena notte. A quell'ora il servizio cittadino dei pulman compreso quello dei taxi era già terminato da un pezzo. In quel periodo abitavo al rione Paradiso, per raggiungerlo mi toccava fare una lunga camminata, in una città totalmente deserta e scura pareva un luogo lugubre. Era una notte buia, non risplendeva la Luna ne le stelle che mi potessero aiutare a vedere meglio la strada che stavo percorrendo data la scarsa illuminazione, oppure in qualche modo tenermi compagnia, per giunta come cornice di un quadro tenebroso si era messo a soffiare anche una gelida e pungente ebrezza marina, era proprio una notte da lupi. Mi feci coraggio misi in spalla il mio sacco da marinaio prendendo la direzione di casa. Dopo ave camminato per qualche chilometro, stavo attraversando la zona denominata "Saga" il più tetro luogo della città di Brindisi, dove la temperatura è ancora più gelida e il buio è ancora più scuro a stento si poteva vedere un pò di strada. Arrivato all'altezza di una curva, almeno cosi mi e sembrata, dove erano stati costruiti degli ovili, sentii in mezzo a l'erba un forte fruscio, d'istinto mi voltai per vedere che cosa fosse ma col buio pesto che c'era non fu possibile notare qualcosa. Continuai a percorrere il mio cammino facendo finta di niente. Ma persisteva in me la sensazione che qualcuno mi stesse seguendo, nel frattempo si verifico un'altro rumore, chiesi ad alta voce; chi fosse colui che di nascosto nell'ombra mi seguiva. Non ci fu nessuna risposta. Pensando che poteva anche essere un malintenzionato o addirittura dei mal intenzionati, allungai il passo per arrivare subito a casa o in una zona più illuminata. Non riuscivo a liberarmi dalla sensazione di essere seguito. Infastidito, decisi escogicare un tranello contro costui che molestava il mio sereno e tranquillo cammino, ero molto giovane, espertissimo di risse tra marinai di qualsiasi nazionalità e di qualsiasi specie, avevo grande fiducia del mio micidiale destro. Perciò, con movimenti rapidi mi nascosi dietro un grosso albero. Aspettai cinque minuti, dieci minuti ma chè, nessuno si faceva vivo, ma proprio in quell'istante, sentii un cupo e minaccioso ringhio alle mie spalle. Molto adagio mi voltai, e vidi sbuccare dal buio un lupo nero più nero della pece, aveva gli occhi che sembravano due fiamme dell'inferno, l'unico suo biancore erano i denti splendenti. Pensai adesso sono nei guai veramente molto seri, intanto mi preparavo a difendermi la vita avvolgendo il mio braccio sinistro con la cappotta da marinaio, e cercando qualche bastone ma col buio che c'era non si trovava niente. Mi piazzai preparandomi al peggio. Ma osservando meglio l'animale che avevo di fronte, valutai che era molto vecchio e trasandato per poter competere con me in una lotta, perciò era solo la paura che me lo faceva vedere ostile e minaccioso. Infatti il suo atteggiamento era che mi conoscesse. Allora ricordai! Era "Breu" un forte e impavido lupo nero amico della mia infanzia. Breu era addestrato a condurre il gregge da solo. Faceva tutto lui, apriva loro i cancelli e li richiudeva portandoli al pascolo da solo e riportando il gregge negli ovili, nel suo mestiere era formidabile. Non era un pastore tedesco ma un lupo italiano. Lo chiami col suo nome, con dolcezza mi si avvicino appoggiando con delicatezza sul palmo delle mie mani il suo muso biancastro dovuto all'età avanzata. Era molto magro, parlamdogli lo invitai a seguirmi a casa , dove lo avrei aiutato a riprendersi. Purtroppo, dopo alcuni passi crollò esanime! Sembrava di avermi aspettato per darmi un ultimo saluto. Il dolore della sua morte mi strazio il cuore, piansi, piansi tanto nel profondo dell'anima mentre lo seppellivo sotto la pioggia scrosciante.
  16. flambar

    "Texas il Samurai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40120-il-cane Appena venuto in possesso dei titoli professionali marittimi, trovai imbarco come primo ufficiale a Livorno su di una motonave denominata "Delfinia". Raggiunsi il porto di Livorno in taxi e, sottobordo al "Delfinia" non feci in tempo ad aprire lo sportello della macchina che dalla nave sentii chiamare il mio nome con espressione di gioia ... Cosiminoooo! alzai lo sguardo e chi vidi? Il mio grande amico "Texas Addio" (era un sopranome dovuto al suo modo di vestire). Lui era come un fratello per me, avevamo trascorso più di tre anni sulla stessa nave dividendoci la cabina e quando eravamo in franchigia ne combinavamo di tutti i colori. Fui davvero contento di rivedere quell'omone siciliano. Texas scese immediatamente dalla nave per raggiungermi e aiutarmi a trasportare i bagagli a bordo. Saliti a bordo, si avvio con i miei bagagli in direzione della tuga equipaggio, lo fermai dicendogli che li dovrebbe portare nella cabina del primo ufficiale. Texas pensava che stessi scherzando e mi consigliava di non dare più seguito allo scherzo perchè ci potevano stare delle conseguenze. Gli feci presente che avevo conseguito il grado di primo ufficiale. Continuava a non credermi e a dissuadermi dallo scherzare ma proprio in quel momento mentre mi accingevo ad andare nella zona a me assegnata, incontrammo il comandante della nave che mi salutò ..." buon giorno e ben venuto a bordo signor primo ufficiale"! A questo punto Texas meravigliato, mi fece i complimenti e nei miei confronti cambiò atteggiamento diventando ossequioso. Mi accorsi di questo suo cambiamento e gli ricordai che l'amicizia nata nei tre anni di navigazione insieme, sulla stessa nave non l'avevo dimenticata e non poteva cancellarla pur essendo diventato un suo superiore. Salpammo per il porto di Tripoli in Libia. Ritornati a Livorno. Fu consegnata la posta dell'equipaggio al secondo ufficiale facendola pervenire a tutti i marinai. A Texas non fu recapitata subito perchè momentaneamente assente di bordo, per cui essendo suo amico fu consegnata a me per fargliel'avere. Come presi in mano quella busta anonima, sentì una strana sensazione come un brivido che mi attraversava per tutto il corpo ... comunque non ci pensai più di tanto. Quando Texas tornò a bordo gli consegnai la busta. Dopo un paio di giorni, finite le operazioni portuali, salpammo per il porto di Genova. Nella notte, durante la navigazione, mentre svolgevo il mio servizio di guardia sul ponte di comando, il timoniere Piluti mi comunico che Texas era assente al suo posto di guardia. E molto strano, che un insatancabile lavoratore, rispettoso delle regole e non avrebbe mai lasciato il suo posto di guardia senza il mio permesso. c'era qualcosa che non quadrava. Ordinai al timoniere di andare a controllare nella cabina di Texas. Subito tornò, stravolto da non riuscire a parlare. era pallido in viso, dovetti dargli un paio di schiaffi per poterlo far rinvenire dallo stato di schock in cui era caduto. Quando si riprese non faceva che gridare ... Texas ...Texas ... Texas... non riusciva a dire altro. Immediastamente capì che era accaduto qualcosa di grave. Azionai il pilota automatico e mi recai correndo nella cabina di Texas. Aprendo la parta, si presentò una scena sconvolgente. Raccapricciante ... Texas si era suicidato facendosi harakiri! la cabina era imbrattata da schizzi di sangue ovunque, giaceva in ginocchio su di un candido panno bianco e le sue budella fuoriuscite, una scena agghiacciante. Era morto dissanguato e chi sa da quanto tempo era in quella posizione. cercavo di capire, il motivo di un simile gesto, non c'era stata nessuna ombra nella sua mente o nel suo spirito. Era una persona dall'animo buono, un ragazzo puro e leale. Tutto l'equipaggio gli voleva bene. Volgendo lo sguardo verso il suo comodino, notai una lettera, era indirizzata a me, sulla quale c'era scritto il motivo del suo estremo gesto. Nella busta vi era anche la lettera anonima che gli avevo consegnato. In essa qualcuno lo informava del tradimento della moglie. Sottolineando che i figli che lui adorava tanto non erano suoi. Continuando a leggere c'era scritto, che tutto il denaro che aveva guadagnato con sacrifici stando imbarcato erono serviti a mantenere la moglie, il suo amante e i figli non suoi. Non riuscendo a reggere questo dolore e a questa onta si è suicidato alla maniera dei Samurai. Presumo, che Texas abbia scelto questo modo orribile di togliesi la vita perchè essendo appassionato di arti marziali, rispettava il modo di vivere dei samurai. Infatti, secondo la loro dottrina, lo riteneva responsabile dell'abominevole e disgustoso comportamento della moglie e il harakiri era l'unico modo per purificare la sua colpevole anima.
  17. Lauram

    segni

    Ogni quarantasei passi ce n’era una a semicerchio e senza schienale. Era capitato anche a me di sedermi su quelle panchine cosparse di sassolini tenuti insieme da cemento. Annoiata dai discorsi dei grandi mi divertivo a staccare i rilievi che spuntavano dalla superficie. Era ruvida e con i piccoli polpastrelli sudati ammazzavo il tempo cercando di portarmi a casa il pezzetto di mandorla che fuoriusciva dalla distesa di zucchero bianco- il Natale era sempre vivo nella mia mente golosa, anche in estate - All’esaurirsi del tempo dei genitori ci alzavamo. Con le mani tastavo divertita il dietro delle cosce appoggiate fino a poco prima sulla seduta, per leggere il basso rilievo che quei grossi grani in Breil avevano scritto: segni rossi su nuova buccia d’arancia candita. Candida. Mai abbronzata perché sempre coperta anche in spiaggia dai calzoncini (nel diminutivo del nome solo la lunghezza). Anche le strisce bianche orizzontali che segnavano la mia pancia non conoscevano il sole: tre le più evidenti e la quarta impercettibile poco sopra l’ombelico. Seduta in spiaggia i rotoli di ciccia si ripiegavano tra loro uno sopra l’altro come onde del mare. Cavalloni di sovrappeso che non si asciugavano al sole a contatto con la rena, ma che lasciavano i segni. Nessuna melatonina sul pianeta ciambella di lardo, solo sudore e sabbia a sfregare e ristagnare le pieghe, piagate come bianche cicatrici dalla difficoltà di accettarsi. Accettarsi. Sarebbe stato facile, fin troppo: accettare con una lama. Attanagliare quel duttile pongo molliccio col pollice e indice, soppesarne lo spessore e poi tirare, distenderlo. Tagliare e far schizzare fuori:da me. Usando i colori giallo ocra grumoso, terra di Siena bruciata, quelli che i pastelli Giotto avevano marchiato sul legno. Colori a olio per imbrattare la tela. Grasso su tela: autoritratto in spiaggia. Scorgevo alla mia destra il mare. Quella sera le panchine erano tutte occupate da sorrisi, vestitini, balsamo e abbronzatura. I miei cugini giocavano a rincorrersi, volevano che mi unissi a loro. Invece continuavo a dare la mano a mamma: osservavo protetta dal prolungamento di me stessa la proiezione della mia futura vita. Guardavo le ragazze, in una di loro speravo me tra un po’ di anni. È l’ultima a morire giusto? No dico: la speranza, non è così? Dopo cena. L’orario degli appuntamenti pensavo, anche senza l’orologio: «Stai sempre a mollo! Non portarlo in vacanza! A cosa ti serve ?» Il segno dell’abbronzatura sul polso… ecco a cosa mi serve. Immaginare di saltare quella striscia bianca; Un salto e op…verso il cambiamento: bianco e nero bianco e nero. Si cambia livello! Più difficile, più veloce. Dai forza! Non rimanere indietro…Ultima! Oltre alla scorza di cellulite qualcosa di concreto, di percettibile, di esistente -Sì sono stata al mare, sì ho fatto il bagno, sì mi sono abbronzata. Sì… non sono una sfigata - La peluria era impercettibile, non poi tanto male in fin dei conti il mio polso: l’elastico per i capelli sempre spettinati che tenevo lì a mo di braccialetto, non faceva due giri per non scivolare e perdersi, uno solo bastava a non stringere per fermare la circolazione. Gruppetti aspettavano altri gruppetti. Si spingevano ridendo ragazze con ragazzi, cercavano il contatto nello scherzo per giustificare il loro primo casto approccio al sesso. I fianchi, la parte principalmente presa di mira dai maschi per il solletico, la più vicina alle inesplorate dure due rotondità. Le notavo a scuola queste cose durante il cambio dell’ora di ginnastica delle classi più grandi, ma capitava anche nella mia di aula. Rimanevo seduta a ricreazione a chiacchierare con le amiche: poche. «Non mi piacciono i giochi scalmanati!» Mi auto convincevo per salvarmi dai rifiuti: come immondizia mi entravano dentro, senza forza alcuna occupavano il grande spazio. L’ apertura del cassonetto non era stretta, si plasmava e spalancava la bocca al passaggio delle parole pronunciate da altri. Gocce ininterrotte di pergolato a erodermi piano, piano nell’intimo obeso di spazzatura ingollata che non sarebbe mai dimagrito. Serata fatte di attese ma senza frustrazione, la scuola era chiusa e la mattina di diverso dalla notte solo dettagli: costumi al posto degli shorts, crema solare al cocco spalmata su gambe asciutte e affusolate, resti di rimmel a emergere dalle ciglia dopo il primo tuffo in acqua, lentiggini libere di saltellare al sole tenute ferme la sera prima da strati di cipria. Ridevano e cantavano canzoni che non conoscevo. Troppo moderne per me che ascoltavo solo canzoni moderne dei miei genitori quando erano moderni. Che ne potevo sapere dell’adolescenza. La maglietta che indossavo cadeva dritta dal collo fino alla pancia, neanche fosse stata tessuta con fili di piombo. Un assaggio solo nella canzone che mi piaceva ascoltare in macchina e trascritta a singhiozzi di stop su un foglio strappato da un quaderno a quadretti:“ragazza di campagna”. Il mio primo racconto letto attraverso la musica: nella mente il mio film – debutterò di bianco e esploderò, passando dai brufoli sulla fronte e poi chissà forse alle tette- Si procedeva nella passeggiata. Quarantaquattro quarantacinque quarantasei… La vedo bene, anche dai miei occhi miopi che a breve avrebbero conosciuto un oculista ad aggiungere metallo al grigio ferro dell’apparecchio. Era sola. Intorno a lei la sera d’estate. Labbra socchiuse grandi e screpolate, fronte alta e naso invisibile, occhi assenti e distanziati dietro un paio di occhiali spessi. Nel petto tra i seni, la cicatrice. Toracotomia, avrei imparato a dire e a pensare da grande. Un pollo aperto sul tavolo della cucina, squartato in due, per “sfarcirlo” dal difetto e lasciarlo libero di razzolare e… di aspettare. Down. Sopra la panca la capra canta, sotto la panca la capra crepa. Crepa. Squarcio... Sotto. la. Panchina. Come le altre nell’abito bello, come le altre i capelli lavati al profumo di frutta, come le altre rossetto pastello a non idratare però le spaccature delle labbra. Sola. Strappo sul mio petto. piatto. Nessun ritmo sinusale…nessun. Sì, sola. «Vedrai che aspetta il fidanzato.» Mi rincuora mamma per calmare il mio pianto. Intorno i miei cugini avevano smesso di correre :«Perché piange?» Chiedono ai genitori. Fissano curiosi le mie lacrime vere e non dicono niente: non osano invadermi «È così sensibile sta ragazzina!» Mi conoscono. Non sento le risposte provenienti dai grandi, ma solo quella dettata dalla mia nella mente: Ogni quarantasette ce n’è una...che nessuno vuole. Ahi…Me.
  18. flambar

    "Un bambino dagli occhi color turchese"

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39888-i-pasticcini-della-signora-lia/?do=findComment&amp;comment=708218 Era il freddo mese di Dicembre, avevamo ormergiato da poco la moto nave "Merak"nel porto di Hamburg a Nord della Germania. Sceso in franchigia, decisi di andare dove tutti i marinai vanno quando stanno nel porto di Hamburg e cioe il rione "Sampaoli"in questo quartiere, c'è la via delle donne in vetrina, divertimenti di ogni genere e discoteche. In una di queste conobbi "Ruth" uno schianto di ragazza polacca, come al solito mi innamorai perdutamente. Consumammo ore e ore di passione, dimostrando che non è necessario conoscere la lingua quando si vuole amare. Pultroppo, travolto da tanto trasporto verso la bella polacca. Dimenticai l'orario di rientro a bordo della nave che partì senza di me. Di conseguenza, visto che mi erano rimasti pochi marchi, sparì anche la bella polacca. Adesso si presentava davvero un bel problema da risolvere! Non possedevo il denaro sufficiente per affittare una camera d'albergo e per strada la temperatura scendeva anche fino a trenta gradi sotto lo zero, pensai stavolta sono nei guai veramente molto seri! Per difendermi dal gelo, non avendo una dimora, mi rifugiai nell'Ubahn, la metropolitana Hamburghese. Mi resi conto, che non c'è l'avrei mai fatta a sopravvivere in quelle condizioni da clochard e con quella temperatura. Andai a chiedere aiuto all'ambasciata italiana, era chiusa. In Germania è usanza chiudere tutti gli uffici per quindici giorni nel periodo delle festività natalizie. Chiesi all'uomo di guardia all'ambasciata di chiamare qualcuno che mi aiutasse, infastidito della mia insistenza, minacciò "adesso chiamo la polizia". Non volevo problemi con nessuno tanto meno con la polizia tedesca. Perciò andai via. Ero disperato, cercavo di combattere lo sconforto con degli aforismi come "la fame aguzza l'intelletto"ecc...ecc...Nel pomeriggio, incominciò a calare la nebbia e che nebbia!...non si vedeva niente. il freddo normale si definisce pungente, quello di Hamburg è più appropiato definirlo "tagliente. Per difendermi dalla gelatura, entrai in una stazzione della metropolitana. Un tedesco, intuendo che ero in difficoltà mi regalò venti marchi e con dei cenni mi fece capire di berli alla sua salute. Li accettai volentieri avevo una fame...Intanto dovetti uscire stava arrivando il controllore. Uscito dalla metro, non avendo una meta da raggiungere, anche a causa della fitta nebbia, mi trovai in un luogo alberato, con molte difficoltà e avanzando a tentoni, arrivai a una porticina semiaperta, entrai e mi trovai in un grande salone vuoto. Lungo le pareti vi erano delle finestrelle senza infissi, sul suolo ammucchiati disordinatamente una moltitudine di rami e foglie secche, spostai tutto da un lato creando un bel mucchio. Ne raccolsi un pò lo posizionai a centro dandogli fuoco per riscaldarmi. Il fumo provocato dal fuoco usciva senza problemi dalle finestrelle per cui non c'era pericolo di intossicarmi. Avevo una gran fame, oramai ero da tre giorni in quelle condizioni. Uscii dal salone in cerca di cibo. La nebbia si poteva tagliare col coltello, ma riuscii acquistare un bel pò di carne, vino e pane. Stranamente, con tutto che la nebbia era diventata più fitta mi trovai senza accorgermi nel salone. Ancora mi domando come ho fatto a trovare la strada giusta.Il fuoco era ancora acceso, arrostii la carne, mangiai e bevvi un bel po di vino e finalmente rifocillato...potevo permettermi una buona dormita. In questo modo trascorsi dieci giorni. Poi la nebbia di colpo sparì. Uscendo, ispezionai la zona per capire dove diavolo mi trovavo. Con mia sorpresa scoprii che il salone era la base di una grande statua eretta al conte Otto van Bismarck. Per ringraziarlo di avermi dato rifugio, mangiai e bevvi alla sua salute. Una mattina, recandomi nella metro per riscaldarmi, in strada come per incanto incontrai una donna con un bambino in braccio. Era un bambino bellissimo, aveva gli occhi color turchese, rimasi affascinato dalla loro intesità e bellezza. La mamma mi chiese l'elemosina, le risposi<<eehh! Sori mia proprio a me la chiedi?>>Continuai a camminare, ma fatti alcuni passi la chiamai, tirai fuori quel pò che possedevo e glielo donai. Riprendendo la mia via, imprecavo contro me stesso<< adesso un posso neanche permettermi un panino>>Trascorsa una mezzoretta, sentii gridare, Matrosen, matrosen era la polizia tedesca che mi chiamava, si avvicinarono e mi chiesero se fossi un marinaio italiano, ovviamente risposi di si.Invitarono a salire sulla loro auto per portarmi in caserma. Dove mi consegnarono tutto il mio stipendio maturato per l'imbarco e il biglietto aereo per raggiungere la nave in Onduras. Ritirai tutto ringraziai i poliziotti, presi un taxi con la speranza di trovare la donna col bambino. Ma dopo averla tanto cercata, non l'ho più ritrovata. Ancor oggi la cerco!
  19. Vanish

    Autoconsolazione da scrittura

    Titolo: Autoconsolazione da scrittura Autore: Vanessa Costa Collana: Fuoriclasse Casa editrice: Argento Vivo Edizioni ISBN: 9788894249682 Data di pubblicazione (o di uscita): 29 Settembre 2018 Prezzo: 10 euro Genere: Narrativa Pagine: 80 Quarta di copertina: Una giovane ragazza fa della scrittura la sua più solida fonte di autoconsolazione. Riesce ad esprimersi solo scrivendo, ogni testo è una piccola grande confessione. Intima ed introspettiva scrive di se stessa per necessità. Il filo conduttore dell’intero libro è il bisogno impellente di raccontarsi senza filtri. Un diario intimo che con naturalezza si è composto anno dopo anno, accompagnando la scrittrice nel suo percorso di vita e custodendo le riflessioni di una ragazza che cresce, ama, soffre, si interroga costantemente. Link d'acquisto: http://www.argentovivoedizioni.it/scheda.aspx?k=autoconsolazione-da-scrittura
  20. SABATO 10 NOVEMBRE alle 10.30 nella BIBLIOTECA RUGANTINO (Roma, Torre Maur a) si terrà la presentazione di AUTOCONSOLAZIONE DA SCRITTURA ! SONO SUPER FELICE! Chiunque volesse partecipare è il benvenuto!
  21. Maria Santiago

    La luce di Torino

    Commento Torino è una terribile citta’ in cui vivere. È inquinata, grigia e poco cordiale, come i suoi abitanti. Barriera di Milano è il suo peggior quartiere. Chilometri di palazzoni cadenti, pochi autobus che la connettono con il centro. Ero appena arrivata e avevo trovato una stanza doppia a 250 euro al mese spese incluse. Un affarone, per Torino. Sette piani di scale senza ascensore e senza riscaldamento, (a quanto pare i vicini, una famiglia complicata, non riuscivano a pagare la loro parte al condominio). Nell’appartamento ci vivevamo in tre: io, Julia, una giovane ragazza russa, e Edoard, un uomo di quarant'anni del Nicaragua. Edoard dormiva in soggiorno e ci subaffittava la camera da letto in modo da poter compensare l’affitto. Doveva mandare molti dei suoi soldi al figlio che si era lasciato nel paese natale. Per Edoard era problematico tirare avanti –Pensa– mi diceva –per due anni ho dovuto lavorare a nero, perché non mi rinnovavano il permesso di soggiorno. Mi nascondevo spesso, uscivo poco. Avevo paura di essere cacciato dal paese–. Edoard faceva due lavori: uno come maggiordomo, l’altro come domestico presso una casa di alcuni studenti della Torino bene. Una volta ci sono stata, nella casa di quei ragazzi, era a due piani e in frigo raffreddavano birre che al supermercato costano 8 euro l’una. Chissà quanto lo pagavano per il suo lavoro. Julia invece era una studentessa venuta a studiare in Italia di controvoglia, con una borsa di studio. Passava la maggior parte del suo tempo a parlare al telefono con il suo ragazzo, tipo strano e facilmente infiammabile. Julia proveniva da una piccola città della Siberia dove viveva insieme alla madre e al patrigno, il suo vero padre lo incontrava di rado, a volte si scambiavano un saluto per strada. Era una tipa di poche parole, ma mi ha insegnato un po’ di russo. Aveva solo 21 anni, e voleva tornare in Russia, dove si sarebbe dovuta sposare. Io, cosa ci facevo a Torino? Ancora non so darmi una risposta. So solo che quei due sono stati, per tutto il tempo, i miei unici amici. Lavoravo di rado, in attesa di risparmiare per cominciare l'università’. Edoard mi comprava da mangiare quando i miei soldi scarseggiavano, e ci preparava delle strane pietanze meta’ creole meta’ italiane. Con Julia invece passavamo le serate a parlare di politica e di matrimoni, due argomenti molto cari in Russia. Una sera eravamo in un bar in via Roma, pronti a festeggiare il quarantesimo compleanno di Edoard. Eravamo autorizzati ad ordinare tutto quello che volevamo, purché’ non superasse i due euro. Eravamo pochi invitati e passammo la sera a scherzare. Sotto i portici dall’altro lato della strada passò una donna, giovane, bionda. Edoard e io fummo gli unici a notarla. Lei si fermó un attimo a guardarlo, gli sorrise, e passó oltre. Sulla strada del ritorno gli chiesi chi fosse. –Era la mia ex ragazza, Ola– mi rispose molto seriamente. Strano, perché Edoard era sempre di buon umore. Avemmo molto tempo per parlare durante il tragitto in bus. Ola si era trasferita a Torino dall’Ucraina, e lavorava in un ufficio –Era laureata in economica- mi disse Edoard, con un sorriso d’orgoglio –parlava quattro lingue– Lei aveva un figlio nella sua città’ natale che studiava in collegio. Il marito non ce l’aveva. Non guadagnava molto, ma almeno riusciva a mantenere il suo bambino. A Torino, Ola viveva con sua sorella e il marito in una piccola casa in affitto Lei ed Edoard si erano conosciuti quasi per caso e la loro storia sembrava essere stata una boccata d’aria fresca per entrambi. Avevano viaggiato nel resto d’Italia, avevano fatto spesso gite in montagna insieme alla sorella e al cognato. Ogni domenica pranzavano tutti insieme, come una vera famiglia. Ola si trasferì da lui, ed Edoard raccontava che si arrabbiava spesso perché Ola non metteva mai a posto gli asciugamani puliti. Per Natale preparavano la cena tutti insieme e invitavano anche pochi amici, si scambiavano i regali. A capodanno dormivano nella masseria dove Edoard lavorava come maggiordomo, Erano felici. Erano rimasti insieme tre anni, quando ad Ola arrivo’ una lettera dall’Ucraina: “Suo figlio è morto”, sentenziava. Apparentemente, durante una cena in collegio un inserviente della mensa gli aveva rovesciato per sbaglio un calderone di acqua bollente addosso. Il povero bambino aveva solo 8 anni, e non era sopravvissuto alle ustioni. –Pensa–, aggiunse Edoard –le avevo prestato i soldi per andare in Ucraina, per il funerale. Ma al ritorno non voleva parlarmi, e non mi parlo’ più. Prese le sue cose e andò via. Ogni tanto la incontro per il corso, mi sorride, a volte parliamo un po’. Ma è tutto.- Tornammo a casa, facemmo sette piani a piedi, Edoard mi preparo’ la cena e andò a dormire sul divano, con il cappello, la sciarpa e un piumone, perché’ a Torino iniziava a nevicare, e il riscaldamento non funzionava. Lo guardai addormentarsi. A volte la felicità è fatta solo di attimi, e una volta passati non ci resta niente. Se non ricordi, appunto.
  22. flambar

    "Hute"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39753/frustata "Hute" Finalmente tornavo a casa...dopo aver terminato una campagna di pesca nelle vicinanze del'isola di Terranova a Nord/Ovest dell'Oceano Atlantico, certo molto fruttuosa, ma estremamente disgraziata. Affrontammo, cicloni, potentissime trombe marine, venti che superavano i duecento chilometri oreri in una di queste mareggiate, un colpo di mare spezzò l'albero di Trinchetto d'acciaio trascinandolo alla via di poppa fino ad infilzare la tuga equipaggio d'acciaio anche essa. Insomma...una vera maledizione si era abbattuta a quelle nordiche latitudini. Arrivato in Italia le cose non cambiarono di molto...la sorte continuava a perseguitarmi! Il volo Roma - Brindisi fu un vero disastro, troppe turbolenze e vuoti d'aria. Il comandante dell'aereo, era mio amico, vedendomi preoccupato, per farmi stare tranquillo sapendo anche che ero un marinaio disse! Ma dai, un pò di maretta, qualche colpo di mare. Gli risposi Ok! ma io li so nuotare, mentre quì non so volare. Scoppiò a ridere. Arrivato a Brindisi, presi un taxi che mi avrebbe dovuto portare a casa. Ma non fu cosi! Pioveva a dirotto e, non mi poteva portare al rione sat'Elia perchè c'era il rischio di impantanarsi con l'auto, per cui mi lascio alla stazione ferroviaria. Con la santa pazienza, decisi di percorrere a piedi quasi tre chilometri sotto una pioggia torrenziale. Quando erano rimasti alcuni centinaia metri per arrivare a casa, sentii dei guaiti provenienti da un canale raccolta acque piovane, ero colpletamente fradicio! Ma la curiosità da dove venisse quel guaito, era molto più forte di tutta l'acqua che mi cadeva a dosso. Mi avvicinai e vidi che nel canale era caduto un cucciolo di cane e rischiava di annegare. Cercai di sollevarlo da dietro. Mi beccai un morso piuttosto profondo, perdevo molto sangue, se lo lasciavo nel canale sarebbe sicuramente annegato, perciò lo dovevo salvare. Per non farmi mordere di nuovo mi levai di dosso la cappotta da marinaio e in essa lo avvolsi, portandolo a casa. La povera bestiola, era stata investita da qualche auto, sanguinava ed aveva anche un femore rotto. Chiamai mia madre per farmi aprire lo scantinato. la mia mamma un po preoccupata per come ero fradicio disse, sei più bagnato tu del cane, rispossi, mamma un po d'acqua non può far paura a un marinaio. Fermai l'emorragia, legai il suo muso per non farmi rimordere e gli misi il femore rotto in allineamento bloccandolo con qualche pezzo di legno . non emise alcun gemito. Finito di asciugarlo si addormento profondamente. Quando si svegliò, gli feci trovare un gran bel pezzo di carne che ingoio e subito dopo si riaddormento. Era un cuccilo femmina, cosi a prima vista doveva essere un levriero data la sua struttura longilinea e slanciata. Era molto simile al Cirneco dell'Etna. Gli detti il nome di una mia vecchia fiamma di nazionalità tedesca "Hute". Salito in casa, la mia mamma mi consegnò una lettera del ministero della marina militare. Dovevo presentarmi a Taranto per svolgere il servizio di leva. Perciò! dopo una decina di giorni dovetti partire per Taranto.. Affidai Hute a mia madre dicendogli che appena la vedeva guarita di lasciarla libera. Trascorsero un paio di settimane, Hute non sopportava più il legno che gli teneva bloccata la gamba, con l'aiuto dei denti cercava di togliersi le bende, a questo punto la mamma la libero dalle bende, tutto era andato per il meglio anche se era un pò zoppicante. Durante il periodo di addestramento ebbi sette giorni di licenza premio. Tornai a casa. La Hute era rimasta nelle vicinanze di casa della mamma, appena mi vide, venne in contro di corsa, tanto fu l'emozione nel vedermi che svenne, la rianimai subito e la portai in casa. Felice si addormento affianco del mio letto. Osservandola, mi domandai sull'espressione dei suoi sentimenti, considerando che mi aveva aspetteto, come sapeva che sarei tornato? Quando si è accorta di me eravamo a una distanza più di trecento metri, è da presumere che in ogni persona che li compariva davanti sperava che fossi io. Quindi non è un semplice sentimento di amicizia che provava per me ma una profonda devozione. Trascorsa la settimana, tornai a Taranto per continuare l'addestramento. Passati alcuni giorni, mentre stavo facendo un riposino sulla mia branda, sentii annusarmi l'orecchio, non potevo crederci...era la mia Hute! Il solo sentire la mia voce svenne di nuovo. Fu incredibile, come aveva potuto trovare la strada per Taranto? e fare più di settanta chilometri e addirittura trovarmi in mezzo tremila reclute? Anche io ero contento di rivederla e porla tenere con me, ma il comandante non permetteva di avere animali in caserma e mi ordinò di riportare l'Hute a casa. La lasciai a mia madre e tornai a Taranto per finire l'addestramento. Avuta la destinazione, passai prima di casa per salutare la mia mamma. Hute mi vide da lontano e scattò come una molla mettendosi a correre con l'eleganza di un levriero, non riusciva a frenare la sua felicità per l'emozione svenne di nuovo, la rianimai ma come mi vedeva veniva meno. Siccome dovevo proseguire il viaggio, dissi a mia madre di tenerla chiusa in una stanza in modo che potessi andare via. Dopo pochi giorni telefonai a mia madre domandandogli di Hute.Mi disse che non la vedeva vicino casa dal giorno che ero partito. Non ho più visto la mia Hute...chissà che fine ha fatto...forse mi cerca ancora!
  23. Adelevera54

    Concorso di Poesia - Don Albino Luciani 40 anni dopo

    Fino a
    Per celebrare il 40° anniversario del pontificato di Giovanni Paolo I (23.8 - 28.9.1978) è indetto un Concorso di Poesia a lui dedicato. Le poesie inviate dovranno essere inedite e dedicate alla vita del pontefice, dalla sua vocazione al pontificato. Per visionare il Regolamento e iscriversi collegarsi al sito www.ccigiovannipaoloprimo.it Le iscrizioni con relative opere dovranno pervenire entro e non oltre il 31 gennaio 2019.
  24. flambar

    Dio è il più grande (Allah Akbar)

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39043-fdi-20 Dio è il più grande (Allah Akbar) Finito l'oblico di leva nella marina militare. Trovai imbarco nel porto di Hamburg su di una motonave tedesca. I viaggi si effetuavano sulla costa africana dell'Ovest. Durante la manovra di disormeggio, si spezzo un grosso cavo, ponendo in serio pericolo i marinai che si trovavano sul castelletto prodiero. In navigazione, mentre svolgevo le mie mansioni da giovanotto di coperta. Assistetti ad una vivace discussione tra il primo ufficiale e il Nostromo di bordo, era presente anche il comandante. Non conoscevo la lingua tedesca, ma intui che nessuno dei tre era capace di piombare un cavo secondo le regole marinare. Prima che la discussione degenerasse, intervenni dicendogli che sapevo fare l'impiombatura, il comandante rispose - veramente? Mi portarono in cala Nostromo, presi con calma il cavo rotto e in meno di cinque minuti lo piombai. i tre ufficiali mi invitarono a brindare nel loro salone. Ma la cosa non fini lì. Nel corso, delle operazioni d'imbarco e sbarco delle merci, in un porto delle isole del Capo Verde. Il Nostromo, fermo i verricelli della casamatta numero due. Si era accorto che un pescante d'acciaio stava per spezzarsi.(cavo con gancio per trasportare la merce in stiva alla nave)In pratica i guai per i tre ufficiali non erano del tutto terminati. Difatti, vennero a farmi visita proprio nel momento che stavo lavando il caruggetto di dritta, chiesero se sapevo piombare anche un cavo d'acciaio, certo risposi, woonderbal! esclamò il comandante. Ma c'era un problema. A bordo risultavo imbarcato con la qualifica di giovanotto di coperta. indi non ero nessuno e se succedeva qualche incidente l'assicurazione della nave ne avrebbe approfittato. Il comandante propose d'imbarcarmi con la qualifica di Nostromo di prima classe, gli risposi che era sufficiente Nostromo per non togliere niente al Nostromo già in carica. Il lavoro di piombatura fu fatto a regola d'arte.Terminate le operazioni portuali, partimmo per il porto di Conakry in Guinea. A Conakry, mentre ero intento a sorseggiare una cubalibre, un tizio, si avvicino al tavolo chiedendo se mi poteva parlare, acconsenti. Con fare misterioso, mi propose di arruolarmi in un corpo speciale per la difesa di uno Sceicco. La paga era tre volte quella che percepivo stando imbarcato sulla nave tedesca. Accettai. Il tizio misterioso, mi potò in un albergo, ove stavano persone di diverse nazionalità, Presentandomi, andò via. Trascorsero un paio di giorni, degli uomini in mimetica ci fecero salire su dei pulman per trasportarci in un non specificato aeroporto.Ove attandeva un aereo. Destinazione, località sconosciuta per essere addestrati. Tutti eravamo di nazionalità diversa compreso gli istruttori. L'addestramento, non era particolarmente duro, la lotta corpo a corpo, un ibrido tra la lotta libera e il judò la si faceva ma senza pretese.Particolare invece era, l'addestramento alla determinazione per acquisire la consapevolezza che la propria vita contava poco in confronto alla vita dello Sceicco. Trascorsi quasi due anni in quella caserma. Perciò il contratto era scaduto e non lo rinnovai. Avevo accumulato un sacco di soldi. Tornai a Brindisi a casa della mia mamma, felicissima di vedermi ancora vivo e in forma. Approfittando di una sua distrazione, coprii il suo letto matrimoniale di tutto quel denaro. All'ora di pranzo la mamma mi domandò - come stavo a soldi?- risposi - non avevo un centesimo - stava per svenire. Barcollando si sollevò dalla sedia, per mettersi a letto, alzò le coperte coricandosi prese sonno. Non si era accorta dei soldi. Suono il campanello, era la signora della porta accanto, gli dissi che la mamma stava dormendo, occhei! torno dopo, chiudendo la porta, si senti un urlo a squarcia gola. Era mia madre, che alla vista di tutto quel denaro non si controllava più. Ma, di colpo si ammutoli. Era convinta che avevo fatto una rapina in banca. Adesso chiamo i carabinieri, la bloccai e grazie a Dio si convinse che era frutto del mio lavoro. A casa incominciai a freguentare ambigui locali notturni, stavo per scambiare la notte per il giorno e viceversa. Un pomeriggio, una locandina esposta da un giornalaio attirò la mia attenzione. C'era scritto Gianni T.(nome di comodo)pestato a sangue da quattro coetanei. Conoscevo Gianni T., acquistai il gionale, seppi che stava ancora in coma, ricoverato nel reparto riaminazione. Andai a fargli visita, ma non consentivano l'entrata nel reparto. Lo vidi a traverso un vetro, lo avevano massacrato. Gianni era un bravissimo ragazzo educatissimo, sempre pronto ad aiutare gli altri, anche se aveva più bisogno lui di essere aiutato. Questo rospo non riuscivo ad ingoiarlo, anzi la situazione peggiorò quando assaporai il gusto della vendetta. Non essendo più sereno, evitai di freguentare i locali notturni, sperando che il rospo che avevo in gola se ne andasse, non c'era niente da fare. peggiorava sempre di più. Una sera, Gianni T. mi disse a telefono, chi l'aveva ridotto in fin di vita era stato arrestato. Gli domandai - ma non erano quattro? rispose - si - tre mi trattenevano e uno mi picchiava. Tutta quella ferocia scatenata contro quel ragazzo, colpevole di aver difeso la sua fidanzatina. Dio è più grande! Un giorno, stavo osservando degli occhiali da sole esposti in vetrina, il vetro rispecchiò dei giovani. Erano loro, mi voltai e gli osservai uno a uno. Accortosi dell'orecchino che portavo al lobo sinistro uno di loro esclamò - vedi, l'orecchino porta. quello che aveva picchiato Gianni aggiunse - e ricchione è! Stavo per reagire, ma non ero convinto che avrei avuto la meglio. Perciò. prosegui per la mia strada. "La decisione era stata presa"Studiai le loro abitudini, scopri che li potevo togliere dalla circolazione quando volevo e gratis. mI serviva un'arma, potevo acquistarla in Italia, ma non mi fidavo. Dio è il più grande. Trovai imbarco su di una nave che faceva rotta per il centro e Nord America. Fatto qualche viaggio, tornai a casa. Ero pronto per porre in atto quello che avevo deciso, scelsi di aspettare. Dopo qualche giorno, decisi che per primo toccava a colui che aveva picchiato con cattiveria Gianni T. e offeso me dandomi del ricchione. Mancavano un paio di ore, per poterlo sorprendere dove abitualmente si recava. Per passare il tempo, accesi la televisione. Stavano trasmettendo un film, ove il protagonista, un ufficiale istruttore delle forze speciali, era stato assunto dal governo palestinese per addestrare cinque giovani, che dovevano uccidere un professore Ebreo. Purtroppo, la cosa non ebbe un buon fine, difatti il professore aveva una valida guardia del corpo e i cinque giovani persero la vita.L'ufficiale, si offrì per addestrarne altri cinque. Ahimè! anche questa volta andò male per i cinque palestinesi, furono uccisi, e il professore ultraottantenne era ancora vivo e veceto. Trascorso qualche giorno, l'ufficiale istruttore, si stava ubriacando per il dispiacere, che dieci giovani avevano inutilmente perso la vita per un vecchio. In quell'istante, il telegiornale televisivo annunciava, il decesso per infarto del professore. L'ufficiale scoppiò in una fragorosa risata. La mia di risata fu isterica . Mia madre domando se stavo bene. Il film, mi aveva insegnato, l'inutilità di uccidere le persone. Ovvero, esse periscono da sole. Dopo qualche mese. Difatti, colui che aveva picchiato il mio amico, usci fuori strada uccidendosi. gli altri tre non si sa la fine che hanno fatto
  25. flambar

    "Il Moro di Venezia"

    [Rimosso su richiesta dell’autore]
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