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  1. flambar

    L a g I U S T I Z I A

    “ TURBO NAVE RELAY” ULTIMO IMBARCO “gIUSTIZIA” Al finire degli anni ottanta. Arrivò a casa un telegramma di richiesta visita medica preventiva d'imbarco con qualifica da primo ufficiale di coperta(comandante in seconda)su di un bastimento portacontainer. Quindi, inforcai il mio motorino e mi recai presso l'ambulatorio per effettuare la visita. Disgrazia vuole che, un auto uscendo a retro marcia dal parcheggio, l'autista non si accorge in tempo del mio arrivo sbarrandomi la strada, persi l'equilibrio e caddi dal motorino andando a sbattere violentemente la testa sul marciapiede causandomi un coma profondo. Un ambulanza mi venne in aiuto, trasportato all'ospedale Di Summa di Brindisi, dopo qualche giorno mi dimisi dal ricovero e con un forte mal di testa tornai a casa. L'incidente oltre ad avermi causato dolore fisico, mi aveva anche arrecato un danno economico facendomi perdere l'occasione d'imbarcarmi. Siccome non avevo mai avuto a che fare con la gIUSTIZIA, trovai utile informarmi a quale avvocato rivolgermi. Tutti i miei amici indicarono l'avvocato Donativi, perciò andai a fargli visita nel suo studio. A prima vista l'avvocato sembrava sapere il fatto suo. Intanto il tempo correva ed io ero ancora disoccupato ed avendo a carico una famiglia numerosa composta da moglie e cinque figlioli ancora in tenerissima età, insomma la situazione era molto difficile. Nel frattempo, mi accorsi che la visita medica biennale sul libretto di navigazione era da qualche giorno scaduta, già chè mi trovavo sbarcato, presentai all'ufficio gente di mare della capitaneria di Brindisi domanda di effettuare visita medica. Prestabilito il giorno puntuale mi presentai agli uffici della cassa marittima di Bari. Durante la visita tutto andò per il meglio ma, un elettroencefalogramma, annullò la biennale di conseguenza le autorità marittime sequestrarono il libretto di navigazione peggiorando ancor più la mia già precaria situazione. Da questo punto iniziano i miei guai. Il tempo inesorabilmente passava ed in assenza del libretto di navigazione, continuavo a rimanere disoccupato erano già trascorsi sei mesi dall'incidente. Una sera oramai sull'orlo di una crisi di nervi, mi recai dall'avvocato per sollecitare il pagamento di almeno il periodo di convalescenza, l'avvocato diede la colpa del ritardo ad un certo magistrato di cognome Bocchini, per cui, decisi che l'indomani mattina sarei andato da lui. Puntualissimo mi presentai dal giudice della causa, questi con disprezzo verso il fascicolo del mio avvocato mi consigliò addirittura di cambiarlo accusandolo di mafiosità, in quell'istante stavo pensando ai bisogni della mia numerosa famiglia e non ricordando il cognome del giudice, sbagliai chiamandolo «signor Pompini». La gente nel sentire pronunciare questa frase si misera a ridere a crepa pelle, il giudice invece si mise a gridare sgarbatamente dicendomi che il suo cognome era; «Bocchini e non Pompini», da parte mia con i nervi a pezzi risposi: «Bocchini o Pompini è lo stesso cazzo» quindi, non rompere i coglioni e pagami almeno il periodo di convalescenza visto che nel fascicolo c'era un assegno a mio nome. Quel cornuto di magistrato per risposta chiamò i carabinieri che mi accompagnarono fuori. Dopo dieci giorni d'attesa, recapitai una busta proveniente dal tribunale dove mi informava che il denaro l'aveva ritirato il mio avvocato. L'avvocato Donativi si rifiutò di portare la causa in appello a Lecce, fui costretto a procurarmi un altro avvocato che sbagliando a sua volta mi chiese cinque milioni di lire per continuare a sostenere la causa in cassazione. E chi me li dava a me cinque milioni di lire? Allora non mi restò altro che, protestare contro l'operato del tRIBUNALE. Accusandolo di vigliaccheria e di proporre al pubblico avvocati meschini e poco preparati. Trascorrevo le mie giornate raccogliendo cartoni per scrivere frasi offensive rivolte ai magistrati della causa, difatti i giudici erano tre, più quattro avvocati più sei periti, più tre medici della criminologia forense di Bari. Diciassette dottori e vari aiutanti e praticoni, insomma un intero ateneo per prendersi cura della mia situazione, riducendo me e la mia numerosa famiglia in miseria. Ah! In seguito si verificò una situazione da manicomio, dovuta al fatto che il tribunale mi dichiarava abile ad assumere il comando di navi mentre invece la cassa marittima mi dichiarava non idoneo ai servizi della navigazione proprio per la specifica qualifica, in fine il sottoscritto e la sua famiglia in mezzo a loro per oltre dieci anni senza ricavare niente. Dunque, deciso attaccai su tutte le cancellate del tribunale i cartoni con le scritte offensive sul suo operato, ne attaccai tanti di cartoni da trasformarlo in un cartonville. In un primo momento, vennero i carabinieri a prelevarmi sequestrando tutti i cartoni appesi al palazzo di “gIUSTIZIA” nella caserma furono necessarie cinque o sei ore per dattiloscrivere il rapporto dopo di chè mi lasciarono tornare a casa. Ma non avevo nessunissima intenzione di tornare a casa e incurante dell'ora tardi, deciso presi l'auto e girai per la città alla ricerca di altri cartoni, ne trovai tanti che trascorsi tutta la notte a scrivere le frasi eclatanti e offensive nei confronti del palazzo di gIUSTIZIA ed i suoi magistrati. Ritrasformai il tribunale in una nuova cartonville più di prima. «faceva proprio schifo» Tornarono alla carica di nuovo le forze dell'ordine come al solito sequestrarono i cartoni appesi, scrivendo il loro rapporto di cinque ore, rilasciato libero ricominciai a girare per la città alla ricerca di cartoni per attaccarli al palazzo di gIUSTIZIA. Rivennero alla carica ancora le forze dell'ordine questo si ripetette per una decina di giorni. Le forze dell'ordine oramai stanchi, consegnarono l'incarico alla polizia di stato, a loro volta stanchi di ripetere sempre le stesse cose, consegnarono tutto l'andazzo alla polizia municipale che non durò neanche una giornata e riconsegnò tutto alla DIGOS polizia politica. Insomma si erano persi per strada i meschini uccellini. Una mattina, si verificò un fatto molto grave, mentre attaccavo uno dei miei cartelli di protesta un poliziotto mi colpì violentemente alle costole con il calcio della sua pistola di ordinanza, per il dolore facevo molta fatica a respirare, questo episodio ne venne a conoscenza la procura del tribunale e tramite un impiegato mi mandò a chiamare. Salito al quinto piano del palazzo di gIUSTIZIA constatai che c'era in atto una riunione di pezzi grossi, proprio a causa dell'episodio della pistola, il procuratore un certo Giordano Bruno con fare autoritario, mi chiese se sapevo riconoscere il poliziotto che mi aveva colpito. Rivolgendomi a tutti i presenti dissi: «consiglio di volpi distruzione di galline, ma io non sono una gallina, sono venuto qui per dirvi che, in Palestina dei bambini indossano delle cinture esplosive per fare delle stragi sacrificando la loro giovane vita. Perciò vi consiglio: d'insegnare l'educazione ai vostri sgherri, diversamente se mi disperate non faccio altro che chiamarvi a raccolta schiacciare il bottone mandando a fanculo voi e me» non ho nient'altro da dirvi. Scendendo dal quinto piano aprii tutti i rubinetti dei bagni di tutti i piani allagando tutti e tutto. In seguito un amico mi regalò una motosaldatrice attesi l'ora giusta per saldare i cancelli chiudendo dentro il palazzo di gIUSTIZIA tutta la gente che c'era. Un' altro giorno, presi tenda da campeggio cane e barbecue per fare campeggio nel giardino antistante il tribunale. Mentre mi stavo cucinando una gustosa omelette, si presentarono di nuovo gli sgherri sequestrarono tutto auto compresa. Recandomi a casa nelle vicinanze di un negozio vidi dei grossi cartoni, chiesi se li potevo prendere e tornai con essi nel giardino del tribunale, finito di costruirmi una bella dimora di cartoni riaccesi il fuoco per cuocere delle saporitissime salcicce. Si ripresentarono di nuovo gli sgherri, stavolta un po' più nervosi, sequestrarono il tutto. Non demordendo vidi a terra nei pressi di un cantiere edile dei pezzi di legno, chiesi al guardiano se me li potevo prendere, il guardiano acconsenti. Usando una vecchia carriola trasportai tutto il legname nel giardinetto del palazzo di gIUSTIZIA e incominciai a costruirmi una bella capanna di legno. I soliti sgherri tornarono all'attacco sequestrando tutta quella immondizia e pregandomi di non ritornare, pronunciai una sola frase: «ok! A domani». L'indomani trovai due cessi sporchi in una discarica abusiva pubblica, li caricai sull'auto, per collocarli all'entrata del tribunale scrivendoci, palazzo di gIUSTIZIA Brindisi e Lecce. Vennero gli sgherri e sequestrarono il tutto. Ogni giorno inventavo una nuova provocazione, per cui fabbricai il “Cornumetro”strumento di precisione per misurare le corna dei palazzi di gIUSTIZIA e arredare il certificato di crescita corna distribuendo dei volantini per informare il personale che le corna del tribunale essendo per natura loro già molto pesanti potevano far crollare il palazzo e arrecare infortuni al personale stesso. Una mattina durante la distribuzione del certificato un sottotenente delle forze dell'ordine, scendendo dalla macchina, ad alta voce maleducatamente dandomi del tu mi ordinava di porre fine alla manifestazione. Siccome continuavo a manifestare chiamò la centrale, la quale mandò un'altra pattuglia con a bordo un capitano come lo vidi gli consegnai uno dei miei volantini, mandandolo su tutte le furie, con la bava alla bocca dandomi del tu sgarbatamente minacciava di rovinarmi, (neanche che stavo ben combinato) tuttavia, gli chiesi se potevo fargli una domanda ma lui continuava a gridare, gli richiesi se potevo fargli una domanda, la stessa cosa si ripetette altre tre – quattro volte alla fine acconsenti di fargli una domanda e gli chiesi:«Ma voi rapporti contro natura ne avete mai avuti?» Menomale che i suoi colleghi erano pronti ad immobilizzarlo. Non ricordo esattamente quanti mesi ho trascorso sotto il tribunale a protestare, in seguito misero una pattuglia fissa con l'ordine di servizio di prelevarmi e condurmi in caserma, trattenendomi per tutto l'orario di lavoro, dopo di che mi rilasciavano. Durante una di queste manifestazioni, un amico mi regalò un vecchio sassofono, pensando che si suonava come la tromba, incominciai a soffiarci dentro senza alcun risultato. Qualcuno del tribunale, impietosito dai miei sforzi per far emettere qualcosa al sassofono, ad alta voce gridò «ci manca l'ancia»non sapevo neanche cosa fosse l'ancia. Andai ad un negozio musicale per acquistarne qualcuna e, una volta visto come si montava al sassofono, tornai nei pressi del tribunale ad avviare la mia protesta accompagnato dal sassofono ed ogni volta che emetteva un suono, faceva tremare le finestre del palazzo di gIUSTIZIA. Man mano che cercavo di intuire come fargli emettere un suono qualsiasi mi accorsi che la musica che improvvisavo mi era più facile eseguirla, alla fine scoprii come fargli emettere delle buone melodie, tanto gradite alla gente che frequentava il tribunale da farli ballare nel cortile del tRIBUNALE stesso, quando l'imprigionavo saldando tutti i cancelli. Ad un certo punto, la manifestazione di protesta si trasformò in una festa da ballo spontaneamente organizzata nel cortile del palazzo di gIUSTIZIA. Osservando la situazione, non conveniva più protestare anche perchè, mi ero accorto che, i frequentatori del tRIBUNALE avevano una profonda espressione di tristezza, ovvero, la stessa gente compreso avvocati, magistrati ecc...quando la incontravo al cimitero, la loro espressione era più gaia, perciò per pietà decisi di non continuare la protesta. Di conseguenza, stavo tutto il giorno disoccupato e non avendo più nulla da fare divenni un malacarne. Fortunatamente (cosa molto rara al sottoscritto)uno dei miei figli mi chiese di disegnare il grafico di un flauto per eseguire delle note, in pratica il bambino imparava ad eseguire le note osservando il disegno del flauto, da qui, nacque l'idea di imparare a suonare meglio il sax. Per cui, divenni un membro dell'associazione artisti di strada, ebbi gran successo il modo personale di suonare il sax piaceva alla gente, riuscii a vendere molti dischi eseguiti col sax ed il flauto traverso. Avevo scoperto un altro modo di vivere e per giunta amavo tanto, visto che riuscivo a tenere bene anche la situazione famigliare. Ma una sera, mentre mi preparavo per esibirmi in una piazza di Verona, notai un mio collega a terra che veniva preso a calci da un paio di uomini forse del luogo, senza esitare abbandonai tutta l'attrezzatura da musicista per aiutarlo, avevo una buona dose di esperienze in risse, perciò mi fu facile sbarazzarmi di quei due energumeni. Purtroppo nel furore della scazzottata ci andò di mezzo anche la polizia locale, fui arrestato e bannato dall'associazione, persi anche tutta l'attrezzatura da musicista. Quindi! Tutto daccapo. La mia mamma, diceva sempre«la fame aguzza l'intelletto» ed aveva ragione. Difatti, un giorno mentre facevo compagnia ad un amico che non voleva andare da solo nella città di Lecce mi accorsi che in detta città si svolgeva un gran passeggio di gente di tutte le specie. Tornato a casa, cercai tra i miei vecchi ricordi il costume indonesiano per il ritorno in Italia. Ebbi fortuna era ancora intatto, nuovo con tutte le scarpe ed il turbante. Chiesi a uno dei miei figli di regalarmi il suo flauto da quattro soldi, quel mascalzone di bambino pretese cinquemila lire per darmi lo strumento in questione con tutto che l'avevo pagato io per lui. A sera tardi, indossato il costume indonesiano andai a Lecce. Trovato il punto strategico iniziai show da incantatore di serpente che non c'è. Qualcuno dirà, ma cosa vuoi ricavare da una idea del genere? Vi posso assicurare che nulla è più gustoso nella vita, di vincerla sulle difficoltà che la vita stessa ti dà. Tanto è vero, che come prima serata lo show dell'incantatore di serpente che non c'è, mi fece portare a casa milletrecento euro. Ogni qualvolta che indossavo il costume da cerimonia indonesiano riuscivo a riempire il cesto in vimini dai settecento ai mille euro. Quando indossavo il costume indonesiano era difficile riconoscermi, ma una sera mentre mi esibivo, sentii una voce chiamarmi “comandante Ucci lei qui?” Era uno dei marinai sotto il mio comando, la realtà della fine che avevo fatto per colpa di gente incapace e di un tRIBUNALE arrogante si proietto come una lancia nella mia mente da non farmi più esibire per strada. Sapevo che, era necessario trovare al più presto possibile una valida soluzione per difendere il cervello diversamente rischiavo una depressione. Domandai a me stesso cosa sapevo fare oltre a mettermi continuamente nei guai?La risposta fu immediata«sapevo addestrare i cani». Come al solito ebbi grande successo, organizzai cinque raduni per cani da presa. Molti giovani impararono l'addestramento. Però il mio modo di addestrare era basato solo per sviluppare un cane da guardia e da difesa, perciò molto aggressivi. Destino volle, di farmi conoscere un grande amico, un certo Uccio Rubino che a sua volta mi presentò Antonio De Benedittis grande maestro di cinofilia dell'addestramento sportivo per cani di tutte le razze. Acquisii dal maestro Antonio i suoi insegnamenti diventando più sicuro e più preciso e tutto andò in meraviglia. Ma! Un maledetto giorno senza una valida ragione si presentarono i carabinieri con i veterinari della SAUB per ordine del tRIBUNALE sequestrarono tutti i cani facendoli morire atrocemente in un canile lager del comune di Brindisi. Ma questa è un'altra storia che vi racconterò in seguito. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36355-col
  2. flambar

    "Marinai guai si donne mai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39370- Eravamo ormeggiati nel porto di Ploce ex Jugoslavia, con una nave "Ranchera" (termine indicativo delle navi che trasportano bestiame vivo) di cui ero il comandante. Dovevamo imbarcare trecentocinquanta vitelli e trasportarli a Tripoli in Libia. Finite le operazioni di imbarco del bestiame, salpammo con direzione il porto di Tripoli. La navigazione si svolse serena perciò nulla da segnalare. Arrivati a destinazione. Finita la manovra di ormeggio, scesi in franchigia per visitare al città che ancora non conoscevo. Passeggiando, ammiravo le bellezze Nord africane, mi soffermai di fronte una vetrina, dove erano esposti orologi da polso per uomini. Mentre li osservavo, rimasi incantato dalla bellezza di una venere creola che si rifletteva sulla vetrina. Voltandomi, esclamai in dialetto brindisino<<sorii miaa cce ssi bedda!>>(sorella mia quanto sei bella) Ovviamente, quello schianto di femmina, non capi quello che gli avevo detto, ma lo intuì sicuramente dalla mia espressione. Purtroppo l'ha intuita anche colui che era al suo fianco di cui non mi ero accorto. Era il marito. Mi aggredi verbalmente in lingua araba, di conseguanza io lo aggredì verbalmente in dialetto brindisino, Sembrava la torre di babale. Adagio adagio fui circondato da gente che non centrava niente, intuendo il loro progetto e temendo anche per la mia vita, con tutta calma appoggiai le spalle al muro, per averli tutti di fronte. Anche se ero molto giovane, tenevo molta esperienza di risse tra marinai. All'accorgermi di uno di loro, che tirava fuori di tasca un coltellaccio arabo gli sferrai un pugno spaccandogli la mascella, poi caduto violentemente a terra rischiava di morire soffocato dal suo stesso sangue che gli usciva abbondantemente dalla bocca. Si avvicinò un'altro e fece la stessa fine. Gli altri consapevoli che non era tanto salutare avvicinarsi, restarono fermi. Approfittai di questa loro insicurezza per soccorrere l'uomo che avevo colpito per primo. Tenendo sempre sotto controllo coloro che mi stavano di fronte, lo girai su un fianco gli aprii la bocca con le mani per consentirgli di respirare. In quel momento arrivò la polizia tripolitana, mi consigliò di salire immediatamente sulla loro camionetta e andare via perchè si era radunata molta gente ostile nei miei confronti. Ubbidii! La loro divisa era molto strana, simile a quella dei carabinieri italiani, ma meno elegante. In caserma c'era già ad attenderci, la bella creola col marito la quale ancora furioso chiedeva vendetta. Sotto la caserma, si era radunata un'imponente folla decisa a linciarmi. Rimasi sorpreso quando il commissario in perfetto italiano mi disse <<ma che cazzo combini?>> a Tripoli è pericoloso fare dei complimenti a una donna! Risposi non capisco cosa avrei detto di tanto offensivo, ho fatto solo un complimento. Il commissario si alzò ed adirandosi mi disse << non ammettono apprezzamenti perchè sono di loro proprietà>>. Ironicamente gli domandai; le comprate? Rimasi allibido quando mi rispose di si! Di fatti la bella e giovane egiziana era costata al marito, trenta capre e quindici vitelli. In sintesi, il marito pretendeva un risarcimento solo perchè avevo maltrattato la sua proprietà. Ero giovane, mi sentivo in pericolo dovevo trovare una risoluzione. Rivolgendomi al capo della polizia gli domandai, ma tu se vedi una donna cosi bella non ti viene di fare degli apprezzamenti? Rispose <<l'avrei rapita>>. Il commissario a mia insaputa mise in atto una sceneggiata. Ad alta voce in arabo mi puntò una pistola in mezzo le costole, mi spinse verso una camionetta dove c'erano altri polizziotti e mettendomi le manette mi accompagnarono dentro il mezzo di trasporto. Pensai, adesso mi portano in carcere, ma mi sbagliavo. Diedi un grande sospiro di sollievo quando mi accorsi che ero sottobordo la mia nave. Il capo della polizia, scendendo dalla macchina e rivolgendosi ai marinai chiese a gran voce di chiamare il comandante. Da dentro la camionetta non capivo le richiesta del poliziotto ma sentivo le sue grida, ed incominciai a preoccuparmi di nuovo. Fortuna vuole che il signor De Vincentis il primo ufficiale di coperta. Scendendo dallo scalandrone mi vide. E chiamando a se il commissario gli disse. <<smettila di gridare il nostro comandante c'è l'hai tu!>> E mancato poco per crepare dalle risate. Saliti a bordo mi tolsero le manette. Li accomodai nel salone ufficiali offredo loro Coca Cola, aranciate, limonate e acqua. Pensando che essendo mussulmani non avrebbero gradito altro. Nel vedere quelle bevande il commissario si mise a gridare di nuovo dicendomi << ma allora vuoi finire in galera sul serio?>> Meravigliato chiesi perchè? Non potevo crederci, dei mussulmani che mi chiedevano da bere Whisky e Cognac. A far presente che Allah poteva non essere d'accordo, replicarono; << Allah vecchio! chiudi tutto lui non vede e non sente. Indi, per tre giorni e tre notti rimasero chiusi nel salone a bere e mangiare. Una volta sobri, mi ringraziarono con grande affetto ed andarono via. Intanto si continuava a scaricare i vitelli. Per puro caso incontrando il primo ufficiale, mi accorsi di un suo turbamento. Mi disse che non sopportava il modo in cui i portuali scaricavano la merce. Questi, in possesso di un bastone con le punte elettriche davano con molta crudeltà scariche elettriche ai testicoli dei bovini per farli camminare e scendere di bordo. Poi per farli salire sui camion ne dovevano portarne otto, ma capitava che qualche bovino era più grosso e non ci andavano, allora erano guai per quelle povere bestie, i portuali si accanivano con cattiveria e con ogni mezzo per farli entrare a forza nei camion. Proprio sotto i miei occhi si stava consumando quell'orrore. Furioso, scesi dalla nave per rimproverare gli scaricatori, ma questi imperterriti ignorandomi, continuavano! Stava per accendersi la miccia di una colossale rissa tra il mio equipaggio e i portuali. Mentre accadeva tutto questo, si presentò un uomo con atteggiamento minaccioso. Mi sembrava di averlo già visto, ma ero cosi infuriato e preoccupato per la situazione molto pericolosa che si stava creando, non ci pensai più di tanto. Costui, incominciò ad inveire contro di me gridando in arabo, ma capii benissimo dai suoi gesti cosa mi stava dicendo. Ovvero, "vediti i cazzi tuoi". Era il padrone dei vitelli, dei scaricatori, dei camion e di tutta la spedizione nonchè il marito padrone della splendida creola origine dei miei guai. Durante i tafferugli, arrivò il capo della polizia e rivolgendosi a me disse <<sempre tu combini casini?>>Gli esposi le atrocità che stavano commettendo a quel bestiame, dopo si rivolse al proprietario per chidere spiegazioni. Questi con tutta arroganza, inveendo contro il capo della polizia diceva che il trasporto doveva essere fatto cosi e basta! Il poliziotto non era d'accordo e lo fece arrestare per oltraggio e maltrattamento animale sequestrando tutti gli attrezzi di tortura. In seguito, si auto invito nel salone dove aveva già trascorso tre giorni e tre notti con l'intenzione di trascorrerne altre tanto, dicendo tanto Allah non vede. Grazie a Dio il bestiame in seguito fu trattato con molto rispetto.
  3. Annarita Zanon

    La fossa

    Ultimamente è tutto parecchio complicato e io non riesco a gestirlo. Mi sono ridotta a qualcosa che sembra nulla e che piano piano, nulla, lo sta diventando. Sto impazzendo. Devo sempre più fare affidamento all'altro per andare avanti o comunque, per mantenere quel minimo a cui sono arrivata. Sto raschiando il fondo di questo pozzo profondissimo che è la mia emotivività alterata. Spero che questo sia il mio fondo. Fin ora però c'è sempre stato un fondo più fondo. Ogni giorno più giù. Più mi propongo di risalire e più cado. Non sembra esserci un limite inferiore. e^-x. La funzione della mia vita al cui 0 mi sto avvicinando da sinistra. La mia tangente è sempre più verticale.
  4. flambar

    W L a V i t a

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/42832-sono- W L A V I T A L'inesorabile tempo passava e la malasorte si era accanita contro di me, gli unici impresari che mi offrivano un lavoro per sfamare i miei figlioli erano quelli della malavita che, ringrazio di cuore. Ma il giorno più crudele si verificò quando la capitaneria di Brindisi mi invitò per annullare il mio libretto di navigazione con tutti i miei titoli di marina. Ancora tutt'oggi sento il rumore del grosso timbro che si abbatteva su di ogni pagina del mio libretto di navigazione...Tof ANNULLATO...Tof...ANNULLATO...Tof...ANNULLATO... Ogni colpo di timbro era come una mannaia che si abbatteva sul mio collo. Rimanere perennemente a terra ed oziare no era nei progetti della mia vita, la situazione dopo un certo periodo divenne insostenibile e, la disperazione si faceva sempre più sentire, tanto che un giorno decisi di porre fine a quello squallido tunnel in cui la vita stessa mi aveva costretto ad entrare. Ragion per cui, mi recai nella zona di “Punta Penne” che nei mesi d'inverno è la più deserta. Mi sedetti su gli scogli ai confini col mare. Nella solitudine della mia disperazione stranamente ero sereno, tanto sereno che riuscivo a percepire una dolce brezza marina, in quel folle momento dicevo a me stesso:«questo è proprio un bel giorno per falla finita» Guardavo e riguardavo l'arma che avevo acquistato negli stati uniti d'America. I pensieri che penetravano violentemente nella mia mente erano tanti, quello più doloroso era che col mio gesto estremo avrei lascito la mia famiglia e i miei figli allo sbando senza un padre che li poteva crescere ed aiutarli nei momenti difficili...ma mi sentivo inutile e la disperazione era troppo forte...dovevo farlo! In quel tragico momento sentii poco distante un dolce cinguettio di un uccellino, pareva che volesse dialogare con me visto che non mi toglieva lo sguardo di dosso, stranamente non gli facevo paura difatti avvicinandomi a lui non volò via continuando a cinguettarmi contro, pensai:«forse tiene fame». Il suo comportamento ed il suo cinguettare mi svegliò da quel torpore suicida mi fece riflettere! Chiedevo tra me e me: « ma sono diventato un vigliacco?» un esserino cosi minuto non teme le difficoltà della vita e io sto soccombendo senza combattere, per rifugiarmi da vile in questo gesto estremo?!«No!.. Non va bene»..! Svegliando in me quello spirito combattivo e ribelle che mi aveva accompagnato tutta la vita. Ragion per cui, iniziai una protesta molto incisiva contro il palazzo di gIUSTIZIA di Brindisi, Ma questo è un altro fatto che vi racconterò in seguito.
  5. ebreovenutodallanebbia

    Incontro sul romanzo e la traduzione letteraria

    Fino a
    Gli studenti della John Cabot University del corso di Traduzione Letteraria della professoressa Berenice Cocciolillo si sono cimentati nella traduzione di alcuni capitoli di Due secondi di troppo. Ci confronteremo su questo lavoro mercoledì 17 aprile alle 16.30 al Caroline Critelli Guarini Campus Piazza Giuseppe Gioachino Belli, 10 (Trastevere). Parleremo del romanzo e di traduzione. Chi fosse interessato, può prenotarsi inviando una mail a rsvpevents@johncabot.edu
  6. Lorenzo Pisani

    Presentazione Libro

    Fino a
    " Ho trovato la forza e lo stimolo di scrivere gli ultimi dieci anni della mia vita aiutato dalla musica, dalla mia passione sfrenata per un gruppo di ragazzi di Dublino. Gli U2 hanno accompagnato in questi anni e scandiscono ancora oggi momenti belli e brutti della mia vita. È la storia vissuta da tanti come me, da tanti come noi, partendo da lontano, da dove tutto è iniziato. La musica a volte salva la vita e ti aiuta ad andare avanti, l’ho provato sulla mia pelle. Sei solo in macchina verso il lavoro, pensi, rifletti ed entri in un mood di sconforto, in quell’esatto momento in cui sei incazzato con te stesso, te la stai prendendo con tutto il mondo che ti circonda, arriva Ringo durante Revolver e ti butta su quel pezzo che neanche ricordavi di avere su cassetta, cd o vinile e ti salta in mente un istante bello della tua vita e in quell’esatto momento tra te e te riesci ancora a sorridere. La forza per raccontarvi tutto, anche i miei sentimenti più intimi l’ho trovata negli amici veri e nei famigliari che mi hanno spinto a scriverla. Godetevi questo viaggio pensando al dono più grande che ci possa essere: la vita!"
  7. Wolf Graham

    Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

    Nome: Black Wolf Edition & Publishing Ltd. Generi trattati: Tutti e sono sempre valutati Modalità di invio dei manoscritti: https://www.blackwolfedition.com/ Distribuzione: INGRAM Sito: https://www.blackwolfedition.com/ Facebook: https://www.facebook.com/people/BlackWolf-Edition-Publishing/100010216301416
  8. Alba Artemide

    Geeko Editor

    Nome: Geeko Editor Generi trattati: narrativa, senza esclusione di generi, comprese le raccolte di racconti. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.geekoeditor.it/proponi-la-tua-opera/ Distribuzione: I libri sono pubblicati in e-book (pdf, epub e formato per kindle) e scaricabili dal sito geekoeditor.it; sono inoltre scaricabili in formato pdf sulle principali piattaforme di distribuzione, attraverso il circuito di BookRepublic. Sito: https://www.geekoeditor.it/ Facebook: https://www.facebook.com/GeekoEditor/ Instagram: https://www.instagram.com/geekoeditor
  9. flambar

    " Il Posto Fisso"

    “ I L P O S T O F I S S O “ Alla fine degli anni ottanta, oramai non potevo più considerarmi un avventuroso marinaio. La responsabilità di padre di cinque figli mi aveva incatenato l'anima. Questo era il motivo per cui ho dovuto a malincuore cambiare atteggiamento nei confronti degli armatori se volevo mantenere il mio posto di lavoro. Perciò dovevo chiudere un occhio e spesso anche tutti e due per essere in grado di portare un tozzo di pane ai miei figlioli. Una mattina in capitaneria, incontrai un caro amico il comandante Edo Simoniello, andammo a prendere un caffè al Bar Ausonia. Mi informò che la capitaneria di porto della città di Brindisi aveva bandito un concorso per quattro ormeggiatori ed era uno dei concorrenti. In un primo momento cercai di dissuaderlo essendo lui un comandante e non un ormeggiatore categoria marinara a livello di un operatore ecologico (spazzino)mi rispose, era un buon posto fisso e avendo famiglia, non poteva rifiutare l'occasione. Le parole del capitano Simoniello, mi fecero riflettere. Per amore dei miei figli decisi di parteciparvi. E' superfluo raccontare la felicità di mia moglie e dei miei ragazzi quando lo vennero a sapere. Anche perchè il posto era assicurato dato che il porto di Brindisi è sempre stato sprovvisto di buoni marinai ed io all'età di venticinque anni ero già un Nostromo genovese, per tradizione questa qualifica si dà al marinaio più anziano più esperto prossimo alla pensione, io l'acquisii per meriti a venticinque anni di età. Quindi, da subito, coloro che sapevano che stavo partecipando al concorso mi facevano le congratulazioni sicuri della mia assunzione tra gli ormeggiatori del porto di Brindisi. Il giorno stabilito si presentarono sedici concorrenti, di cui otto erano capitani e otto marinai, sembrava una gara tra capitani e marinai. Il risultato del concorso diede ragione a quattro marinai di cui due erano degli sconosciuti. Per dirla più chiara, Tutti e quattro i vincitori in mare non gli aveva mai visti nessuno. La commissione mi collegò subito dopo i vincitori dandomi un punto in meno. Tutti i concorrenti, tramite un avvocato del luogo, si basarono proprio sul quel punto in meno e sui titoli marinareschi che avevo acquisito per esporre denuncia di reclamo, contro l'operato della commissione, ma fu tutto inutile. Trascorso qualche mese dall'episodio, un marinaio di piantone alla capitaneria di porto di Brindisi mi consegnò un invito da parte del capitano di fregata Burzi, comandante in seconda nonché presidente della commissione del concorso in questione. Esultai, pensando ad una mia assunzione. Ma non era cosi, l'invito era per eseguire dei lavori marinareschi nell'interno della capitaneria stessa. Quando il comandante Burzi venne a conoscenza che li sapevo eseguire anche meglio, andò su tutte le furie pensando che ero stato bocciato al concorso ormeggiatori, confidò, che da una decina di giorni era alla ricerca tra il personale degli ormeggiatori di Brindisi e degli arsenali di Brindisi e Taranto di qualcuno capace di svolgere quel particolare lavoro di marineria e non riuscendo a trovare un elemento valido, per ultimo si era rivolto a me. Mi domandò quanto era la spesa, gli risposi, niente e un vero onore porre un mio lavoro nella capitaneria. Dopo una settimana, finito il lavoro regalai alla capitaneria un modellino di bireme romana costruito da me e da collocare nel salone degli ufficiali. Tutto il personale della capitaneria elogiò il lavoro svolto ed il comandante in seconda Burzi d'avanti a tutti esclamò dicendo<< tra tre mesi si bandirà un nuovo concorso ormeggiatori e considerato che marinai come te non esistono sarai sicuramente tra i vincitori, parola mia! >> Gli risposi che non ci tenevo tanto al posto fisso, avevo fatto la domanda di ammissione al concorso tanto per tenere contenta la mia famiglia, ma lui ribadì fermamente di parteciparvi assicurando che sarei stato assunto. I tre mesi passarono in fretta, Il giorno stabilito si presentarono diciassette concorrenti di cui nove capitani e otto marinai. Ultimate le prove stabilite del concorso, risultarono vincitori tanto per cambiare quattro marinai. Mi recai in capitaneria, tirai di tasca il mio affilatissimo coltello da marinaio ed iniziai a distruggere il lavoro di marineria che avevo fatto. Conclusa la mia opera di distruzione esclamai!<<questa capitaneria è sporcacciona non merita un mio lavoro! >> poi entrato nel salone ufficiali presi la bireme romana, il comandante Burzi mi chiese di calmarmi, gli risposi <<calmarmi un caxxio! >>. Al primo concorso otto capitani e otto marinai chi vince il concorso quattro marinai. Dopo tre mesi si fa un altro concorso di cui nove concorrenti sono capitani e otto marinai, chi vince ? Quattro marinai. Qua qualcosa non quadra, posso capire un capitano fesso ok, due capitani fessi ok, ma diciassette capitani fessi no, non lo posso capire. Uscendo dalla capitaneria incontrai il capitano Eupremio Prudentino, siccome mi faceva dei complimenti sulla bireme la regalai a lui in cambio mi portò del pesce fresco. 41653
  10. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39544-anna- Gengis Khan : all'età di trentanni, mi proposero un imbarco da comandante su di una nave Ranchera. (rancera) Essendo un naturalista, accettai volentieri. Queste navi, si chiamano così perchè trasportano bestiame vivo. Il commercio si effettuava, nel mar Nero, nel mar Mediterraneo e a Nord dell'oceano Atlantico. In navigazione con rotta per il porto di Algeri, ricevemmo un fax che ci ordinava di dirottare per il porto di Odessa nel mar Nero. Dovevamo imbarcare e trasportare in Italia un cavallo purosangue. Era solo un cavallo, ma la società si raccomandava di trattarlo con molta cura, giachè il suo valore, era più alto del valore della nave stessa. Arrivati puntualissimi nel porto di Odessa, sulla banchina si avvicinò alla nave un grosso Tir. Da dentro si sentivano dei potentissimi colpi e nitriti minacciosi che impressionarono tutti gli stallieri di bordo e della terraferma. Sembrava che Adamastor (nome di un diavolo dei marinai portoghesi incatenato negli abissi di Capo Horn)in persona fosse incatenato nel conteiner rivestito nell'interno da matarassi per accudirne i colpi. Nessuno degli stallieri, pur essendo gente capace, aveva abbastanza coraggio di trasbordare dal tir alla nave quella furia scatenata e di sciogliere le briglie a "Gengis Khan" questo era il suo nome, ma i marinai lo battezzarono "Adamastor". Trasportarlo sulla nave sarebbe stato un suicidio. Decisi di chiamare un veterinario per farlo sedare. Cosi fù fatto, ma non ci fù verso, il purosangue dette un'impennata liberandosi dalle briglie tuffandosi in mare da una banchina alta più di 5 metri. Pur essendo stordito dai sedativi che gli avevamo sparato giachè era molto pericoloso avvicinarci, nuotava come un delfino, per raggiungerlo dovettimo chiamare il motoscafo della capitaneria russa. Finalmente dopo che aveva distrutto l'intero equipaggio e stallieri, riuscimmo a trasportarlo a bordo. Era davvero una gran bella bestia, era alto più di due metri al garrese, col pelo nero corvino e lucidissimo. Non vedrò mai un animale più bello e più fiero di "Gengis Khan". Era forte orgoglioso, pieno di fuoco. per l'agitazione, dalle sue narrici usciva un intenso vapore. Tutti noi marinai e rangheri pur essendo abituati a vedere tanti animali, ammiravamo la sua affascinante bellezza e nello stesso tempo eravamo intimoriti della sua irruenza. Dopo averlo chiuso in un box d'acciaio, salpammo per il porto di Ravenna. Il giorno dopo, durante la navigazione, si presentò il capo stalliere di nazzinalità cilena mi riferì che il cavallo si era ferito ad una zampa e stava perdendo molto sangue. Gli feci presente che era lui il capo stalliere e doveva curarlo, perciò, essendo un marinaio non era mio dovere. Il capo stalliere si rifiutò data la pericolosità dello stallone. Per come stavano le cose, informai la societa della nave che per tutta risposta mi disse, ero il comandante della nave ed il cavallo era sotto la mia responsabilità, replicai sono solo un marinaio e non sapevo niente di come trattare un cavallo, specialmente quella furia scatenata. Pultroppo fù inutile farglilo capire, toccava a me. Dopodichè, andai a far visita al purosangue per rendermi conto in che condizioni stava. Notai che la ferita era profonda e usciva molto sangue, se non si interveniva immediatamente sarebbe morto dissanguato. Non potevo abbandonare alla morte una simile meraviglia, dovevo intervenire o fare qualcosa per salvarlo. Ordinai di portarmi delle bende del disinfettante e degli aghi di sutura, nel frattempo detti una bella sorsata alla mia bottiglia di Cognac di annata per dammi coraggio e affidai anche l'anima a Dio. Nell'avvicinarmi allo stallone, con grande calma gli dissi >> senti, Gengis Khan, in quell'istante dette un nitrio talmente forte che fui costretto a buttare tutto per aria e uscire dal box. Detti qualche altra tracannata alla mia bottiglia, rientrondo dentro ricominciai tutto d'accapo. <<Senti Gengis Khan o Adamastor o come caxxio ti chiami, se non mi fai chiudere la ferita tu morirai dissanguato, oppure scegli di uccidere me creperai lo stesso, perchè non troverai nessuno disposto a curarti la ferita. Aah! un'altra cosa se muori, oltre a perdere la vita perderai anche tutte le bellissime ciumente che ti aspettano in Italia, ooh! io le ho viste sono una schianto. >> Era assurdo che io parlassi cosi ad un cavallo, ma dopo il mio discorso, il purosangue girò il posteriore verso di me alzò la sua gamba ferita terrorizzato pensai che mi voleva scalciare. Con grande mia meraviglia non fù cosi, aveva alzato la sua gamba ferita per poggiarla sulla staccionata del box e quindi agevolarmi nella cura. Dopo quella prima volta, non ci furono più problemi. Appena mi vedeva alzava la zampa per farsela curare. Arrivati a Ravenna, volle solo me per essere trasportato sul Tir. Dopodichè mi salutò con un lunghissimo nitrio, vedendolo andare via pur essendo un rozzo marinaio mi scappo una lacrima. Il saluto di Gengis Khan è ancora indelebile nelle mie orecchie.
  11. Marco Papacchini

    Frate Foco e Suora Notte

    "Frate Foco e Suora Notte. Un poetico incontro tra Gabriele D’Annunzio e la scrittrice Gérard D’Houville" di Marco Papacchini Rappresentazione teatrale liberamente tratta dal carteggio intercorso tra i due scrittori e dal loro corpus poetico. Il filo conduttore dello spettacolo si basa sull’ispirazione della poesia, in modo particolare quella amorosa, e sulla conseguente forza espressiva del verso poetico. Nella manifestazione si alternano varie forme d’arte: la recitazione, la poesia, la musica e la danza. La breve storia d'amore tra Gabriele d'Annunzio e Marie Louise Antoniette de Heredia, sposata con lo scrittore Henri de Régnier, si svolge tra l'estate 1913 e la primavera del 1915. D'Annunzio, che in quel periodo si trova in Francia dove è scappato per sottrarsi ai suoi creditori, conosce ad Arcachon la scrittrice Marie, una donna dalla presenza lieve, quasi eterea, sempre molto elegante. È bella e di carattere sensibile, ha uno sguardo malizioso che emana allo stesso tempo un senso di grazia, di tenerezza. Suo padre è il famoso poeta francese José-Maria de Heredia, di origine cubana, uno dei massimi esponenti del Parnassianesimo (movimento poetico francese della seconda metà del XIX secolo, il suo scopo era riportare la poesia al Parnaso, il monte sacro al dio Apollo, dal quale Lamartine l'aveva fatta cadere giù). Marie è una scrittrice di talento, con lo pseudonimo Gérard d'Houville (sceglie un nome maschile, tanto per confondere le acque dei suoi pensieri... e il cognome della madre) pubblica varie poesie e alcuni romanzi. Nel 1918 le viene conferito il Gran Premio di Letteratura dell'Accademia Francese come riconoscimento per la sua opera letteraria. Nel periodo in cui conosce d'Annunzio, entrambi hanno lo stesso editore Calmann-Lévy: ironia della sorte che li ha uniti simbolicamente anche nelle pubblicazioni. Tra i due inizia una delicata relazione fatta di incontri fugaci, belle fantasie e di lettere delicate. Quello che unisce Gabriele e Marie è un'ammirazione reciproca e un senso di profondo rispetto per la libertà della mente e del corpo; famose, e al tempo stesso scandalose per l'epoca, sono alcune fotografie di lei dove appare nuda. Inoltre, sono entrambi attratti dallo splendore della sensualità (tutti e due avevano avuto già molti amanti) che tuttavia nella loro relazione rimane nell'ombra. I "grandi occhi notturni" di lei ispirano d'Annunzio a soprannominarla Notte e ad imporle l'epiteto di Suora per un gioco di trasposizione che il Vate è solito fare con espressioni e concetti di origine francescana. Lui stesso si proclama Frate Foco, a significare il suo inestinguibile entusiasmo per condividere (più o meno fraternamente) la bellezza, il lusso e la voluttà. Quando d'Annunzio muore, il primo marzo 1938, Marie lo commemora su una rivista francese appellandolo come "inoubliable", indimenticabile. Marie si ritira dalle scene pubbliche nel 1943 a seguito della morte del figlio naturale (avuto con il poeta Pierre Louys). Muore a 88 anni nel 1963 conservando, nonostante l'età, quell'aura di bellezza e grazia che l'hanno contraddistinta per tutta la vita.
  12. flambar

    "L a d r a g a"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41090- natale "L a D r a g a" Alla fine degli anni ottanta, Per colpa delle varie denunce fatte a gli organi competenti e alle società di navigazione a causa delle carenze del sistema di sicurezza riscontrato su molte navi battenti bandiera italiana, Non riuscivo a trovare un imbarco decente. Purtroppo, non ero più solo, avevo messo su famiglia. Indi! tenevo a carico moglie e cinque figlioletti in tenerissima età. Durante una delle mie passeggiate sulla banchina del porto di Brindisi in compagnia del mio amato Satana. Incontrai per puro caso, un vecchio amico dal nomignolo “Mario Bobby” era dirigente dell'ufficio di collocamento di Brindisi. Mario era un carissimo amico, oramai da molti anni deceduto. Ci raccontammo a vicenda gli ultimi avvenimenti della nostra travagliata vita. Mi chiese, qual'era la mia professione, gli dissi che ero un comandante di marina. A Mario Bobby era ammirevole la sua umanità, l'educazione e il rispetto per coloro che stavano in difficoltà, non lo dimostrava in pubblico ma era cosi, tanto è vero, ne per quinto ne per quanto, una sera lo trovai nei pressi di casa mia, domandai cosa diavolo stesse facendo in quella zona che la gente Brindisina aveva dato il nomignolo di “Favelas” Rispose: - ero in cerca di te, volevo offrirti un posto di lavoro. Lo ringraziai facendogli presente che la cosa non poteva andare in porto, dato che era il dirigente dell'ufficio di collocamento di terra ed io un marittimo, poi non volevo crearli problemi già chè non ero neanche iscritto al collocamento e sicuramente altri prima di me ne avevano più diritto. Trascorsero un paio di settimane, mentre sorseggiavo un buon bicchiere di Cognac seduto al Bar Ausonia dove ero solito stazionare ogni giorno. Un impiegato del collocamento, mi disse di recarmi immediatamente da Mario Bobby per comunicazioni importanti. Non era necessario ripetere l'invito, poi era a quattro isolati dal punto in cui mi trovavo. In non di più di dieci minuti, bussai alla porta del ufficio aprii la porta e nel chiedere permesso di entrare notai era in compagnia di altre due persone. Pensando che, non era il momento chiesi scusa e nell'istante di richiudere la porta sentii la voce del Mario Bobby. - No,no...Ucci entra pure siamo qui in riunione proprio per te. Per me?Risposi meravigliato, questi signori sono di nazionalità iraniana ed hanno urgente bisogno di imbarcare un comandante sulla loro draga ferma a Bandar Abbas in Iran. Io non so neanche fischiarla una draga, come potrei farla lavorare? Uno dei due iraniani rispose in perfetto italiano stai tranquillo il personale attualmente imbarcato sulla draga è altamente qualificato, il problema è che la draga ed i mezzi navali a lei connessi, per potersi muovere avevano l'oblico di imbarcare un capitano in possesso del titolo adeguato. Insomma, era una disposizione assicurativa. La paga era eccellente, accettai l'imbarco, salutai Mario Bobby tutta la mia famiglia e partii insieme ai due iraniani poi seppi che erano due sceicchi molto famosi. Il viaggio in aereo, fu un vero disastro, ancora mi domando se sono vivo. Comunque, in aeroporto a Bandar Abbas i due sceicchi prenotarono un Taxi che mi portò sotto bordo la draga. Era enorme sembrava un gigantesco mostro d'acciaio, divoratore di roccia e fango il suo nome era “Aldebaran” la stella più luminosa della costellazione del Toro. Come al solito, incuriosito, siccome non avevo mai visto una draga di quelle dimensioni, basta pensare che erano necessari centotrenta persone di equipaggio per farla lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. La sua straordinaria potenza era dovuta a due generatori di corrente elettrica uno solo poteva illuminare una città come Bari. Tecnicamente si chiama “Draga a secchi” toglitelo dalla testa, non si trattava di secchielli di plastica, ma d'acciaio ognuno dal peso di tre tonnellate e mezzo, (tremilacinquecento chili)in quell'istante erano operativi quindici secchi tenuti tutti da una enorme catena d'acciaio che li faceva roteare e di conseguenza scavare il fondale alla misura prestabilita. Il rumore che produceva durante il suo lavoro era assordante tanto da poterlo sentire a chilometri di distanza. Imparai subito a manovrare quell'enorme mostro d'acciaio, non era difficile prenderne padronanza, si doveva fare molta attenzione a non incattivare la catena che tratteneva i quindici secchi d'acciaio, difatti se succedeva la Draga restava ferma anche un paio di giorni, causando danno economico alla società di dragaggio. Una mattina, dopo qualche ora del cambio personale di dragaggio, percepii delle grida d'allarme, in una frazione di secondi bloccai la draga. In uno dei secchi c'erano agganciate due bombe di profondità, esclamai <<sangue d'un pesce spada!>>Il capo draga mi riferì di fare molta attenzione sicuramente c'è ne saranno delle altre. Difatti, quella mattina in poche ore rimasero nei secchi della draga altre sette bombe. Preoccupato per la sicurezza del personale imbarcato bloccai i lavori di dragaggio. Mandando su tutte le furie i due sceicchi, me ne dissero tante che metà bastavano, fortuna non conoscevo la lingua, ma intuivo che non mi stavano facendo dei complimenti. Ad un certo punto dissi loro; Ok! Come volete, riavvio i lavori di dragaggio? Emisero un lungo sospiro di sollievo - ma, prima mi firmate ed anche con impronte digitali un documento di responsabilità Si infuriarono ancora di più andando in ebollizione, allora chiesi di monitorizzare la zona con degli esperti palombari specialisti di armi subacquei. Tutta la documentazione di monitoraggio scritta in italiano, firme digitali e timbri. Pareri specifici del lavoro svolto. Diversamente trovatevi un altro comandante. Ooh! Accettarono senza aprire bocca. Ovvero, l'azione di bloccare i lavori di dragaggio gli era servita ad aprire gli occhi, essendo i principali soci della compagnia di dragaggio ne venivano coinvolti anche loro. Oltre tutto in Iran la pena di morte per impiccagione la danno con facilità. La prova di questo saggio cambiamento fu che nella richiesta di una tuta e dell'attrezzatura da palombaro della mia misura, mi risposero con molta gentilezza salutandomi con affetto. L'Aldebaran, stesse per questo motivo bloccata per altri tre giorni. Quando arrivarono i palombari, consegnarono anche l'attrezzatura da me richiesta era nuova di zecca, la indossai mi andava a pennello. Prima dell'immersione diedi ordine a gli altri sette palombari di iniziare a monitorare il fondale antistante la draga. Grazie a Dio Onnipotente o Allah Akbar o come diavolo volete chiamarli. L'ordine da me dato di bloccare la draga, sarebbe stato con certezza l'ultimo che avrei prestabilito, già che, la corrente del golfo Persico aveva radunato proprio sul punto operativo, la maggior parte delle bombe subacquee poste a difesa delle coste Iraniane durante la guerra del golfo. I due sceicchi, venuti a conoscenza dello scampato pericolo mi baciarono le mani. Dissi loro adesso mandiamo in ferie per una settimana tutto il personale lasciando lavorare i palombari. Ed anche questo mio ordine non portò polemiche. Finita la settimana di ferie, tutto il personale rientrò a lavoro, sulla banchina i palombari avevano depositato più di trenta bombe ancora intatte. I due sceicchi, mi domandarono: se tutto questo fosse a loro carico. Risposi: Non di certo, dissi loro - noi che lavoro facciamo? Risposero - dragaggio le bombe chi le ha messe? - Il governo iracheno - A desso alla luce dei fatti chi deve prendersi carico del monitoraggio delle bombe ? Tutti insieme risposero - Il governo iracheno e si buttarono per terra crepando dalle risate. La controversia col governo iracheno andò in porto tant'è vero che a fine mese la società di dragaggio pose ventimila dollari americani sul mio conto bancario. Fu necessario un mese per monitorizzare tutta la zona da dragare e renderla più sicura. Una mattina, nel momento che facevo colazione sentii bussare alla porta. Erano i due sceicchi, venuti a trovarmi per portarmi in un luogo dove si era avvistata un'altra bomba, questa volta non si trattava della solita bomba, ma di un ordigno da aereo, quattro volte più potente di quelli trovati fin ora. Aveva una forma che incuteva terrore. Cosi a prima vista sembrava ancora efficiente, il capo dragaggio del luogo mi chiese se ero in grado di disinnescarla, non di certo gli risposi, anche se lo sapevo fare nella posizione in cui era non avrei mai messo mano. Difatti, non era esplosa solo perchè i denti d'acciaio del secchio che la conteneva si erano incastrati fortunatamente nella roccia. Gli consigliai di rivolgersi al capo palombaro sull'Aldebaran. Questi come venne a conoscenza che si trattava di un ordigno d'aereo, rifiutò d'intervenire sbattendo il telefono per terra. Quel giorno per la prima volta lo trascorsi in una tenda, certo grande ed anche molto comoda. A sera tardi, i due sceicchi in compagnia di altri quattro vennero a farmi visita, questa volta non erano a mani vuote, portarono un carrello colmo di ogni ben di Dio. Perciò facemmo festa tutta la notte. Siccome ero già da oltre un mese che non vedevo una donna, domandai che fine avessero fatto, lo domandai cosi in buona fede, non l'avessi mai detto. All'improvviso si ammutolirono e ritornarono senza salutarmi nelle loro tende. In seguito, mi pentii di aver fatto quella domanda, in fin dei conti è la loro cultura che gli lo impone di reagire in quel modo, indi non è mio diritto deriderli o giudicarli, oltre tutto potrebbero essere anche migliori di me. All'alba del giorno dopo, mi venne la voglia di controllare con più attenzione la bomba in questione. Scesi in immersione sul punto dove era rimasto incastrato il secchio contenente l'ordigno e constatai che con un paranco a catena si poteva tentare di liberare dalla bomba il secchio della draga. Avevo bisogno di un'altra persona per aiuto, nessuno era disponibile. Decisi di immergermi da solo. Posizionai il paranco, incatenai la bomba e nell'istante che la stavo issando pensai che l'andazzo si stava svolgendo con molta facilità. Perciò era conveniente di farla proprio sporca, infatti riemersi e consigliai a tutti di allontanarsi a distanza di sicurezza poi siccome ero stanco, rimandai tutto all'indomani. Facendo intuire che la tensione nervosa era al massimo. In piena notte, mentre ero profondamente addormentato, fui all'improvviso svegliato da spari e urla, uscendo dalla tenda vidi degli uomini armati e a cavallo vestiti tutti di nero che intimavano di radunarci al centro del campo delle tende. Uno degli sceicchi, sottovoce mi consigliò di fare attenzione, erano guerrieri nomadi del deserto e possono essere anche molto pericolosi. Non ricordo, ne ho mai capito come si chiamava la loro tribù. Lo sceicco però li conosceva, tanto è vero sapeva anche la loro lingua. A raduno ultimato, distaccarono a malo modo uno degli operai un uomo di cinquantanni costringendolo a mettersi in ginocchio minacciavano di tagliarli la testa facendo il gesto con una grossa scimitarra. Cosa dicono, dissi allo sceicco; ci accusano di aver spiato le loro donne, mentre facevano il bagno in mare con tutto il burqa integrale. L'operaio in ginocchio, piangeva chiedendo pietà per se e la sua famiglia. A queste situazioni ingiuste non so resistere, devo per forza intervenire. Per cui mi avvicinai all'operaio messo in ginocchio e lo aiutai ad alzarsi. Rivolgendomi allo sceicco chiesi di tradurre le mie parole. Neanche gli animali trattano cosi un innocente. Il guerriero che minacciava l'operaio con la scimitarra stava per colpirmi ma fu fermato da una voce autoritaria, la stessa che ci accusava di aver spiato le donne, una volta tradotto dallo sceicco risposi Ma che dici, noi le vostre donne le abbiamo appena viste passare, chiesi di aspettare un momento prima di tagliarmi la testa, e indossai la tuta da palombaro con tutte le pinne. Domandai come potevamo spiare delle donne vestito in quel modo? Dopo un attimo di silenzio, i guerrieri nomadi esplosero in una risata chiedendo se stavamo vestiti sempre così. Risposi è il nostro vestito e giù altre risate nell'istante che spronarono i loro cavalli. Domandai allo sceicco cosa mi avevano detto per ultimo, lo sceicco sorrise, io ancor più incuriosito ripetetti la domanda “ cosa mi hanno detto?”Ti hanno salutato dicendoti << la pace sia con te tappo raro>> E' chiaro che si riferivano alla mia statura. Pensandoci sopra, i loro cavalli apparivano piccoli, non perchè lo erano, ma per un effetto ottico dovuto alla statura dei cavalieri. Verso le ore nove e trenta del mattino, mi preparai per l'immersione indossando la tuta di palombaro. Attuai la solita sceneggiata mirata a dare più valore al lavoro che stavo svolgendo, è chiaro che anche la mia persona acquisiva valore, ragion per cui, andai a trovare la famigerata bomba situata a venticinque metri di profondità. Mentre controllavo, l'imbragatura dell'ordigno un'ombra scura mi passò di sopra, d'istinto alzai la testa e vidi un pesce enorme davvero impressionante, era una Manta adulta di circa due tonnellate(duemila chili) Di conseguenza a questo fatto, non stavo per niente tranquillo, in continuazione controllavo intorno, le mante non sono pericolose ma gli squali si ed il mar rosso ne ha di tutte le specie. Tuttavia nell'osservarmi a torno mi accorsi che ero in un vero paradiso subacqueo alghe gigantesche di qualsiasi colore ed in particolare rosso(mar rosso) pesci di qualsiasi tipo e dimensioni acqua cristallina, i pesci stavano tutti molto vicini a me, pur mandandoli via ritornavano più vicini era incredibile che quel giardino dell'Eden era sott'acqua e fuori chilometri e chilometri di arido deserto. Mi fermai per un po' di tempo ad osservare quell'incantesimo. Purtroppo il dovere mi chiamava, liberai la draga dalla bomba e a distanza di sicurezza la feci brillare(esplodere). In serata già svolgevo il mio turno sull'Aldebaran. Dopo una quindicina di giorni ebbi il mio statino paga, avevo accumulato un bel po di denaro, non c'era più la necessità di rimanere in quel luogo per la quale me ne tornai a casa.
  13. flambar

    " E q u i n a S R "

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41928-la-vita “ E Q U I N A S R “ Nel periodo del dopo guerra, l'Italia faceva fatica a riprendersi economicamente, per cui mio padre cercò di trovare fortuna emigrando in Brasile. In un primo momento partì solo lui, dopo qualche anno nel mese di Dicembre lo raggiungemmo con mia madre e i miei due fratellini. Il lungo viaggio di andata si svolse sulla moto nave passeggeri “Conte Bianca Mano” era una nave di linea italiana varata nel 1925. Considerata la prima vera città galleggiante, fu l'ultimo transatlantico italiano costruito all'estero. Raggiunta la nave a Napoli ci imbarcammo per il Brasile, destinazione porto Santos il porto più grande del Brasile e del Sud America. Durante la navigazione in pieno Oceano Atlantico, fummo protagonisti di una brutta vicenda. Mia madre, si accorse che mio fratello Mario non era più tra di noi. Lo cercammo invano per tutta la nave. La situazione peggiorò quando la mamma scoprì che l'oblò della nostra cabina, posizionato molto vicino al letto di mio fratello era aperto. Mio fratello, essendo piccolo ed esile si sarebbe potuto esporre senza difficoltà per poi finire in mare. Mia madre presa dal panico, pensando che fosse effettivamente andata così. Allertò tutto l'equipaggio e dopo ore di ricerca su tutto il bastimento, aiutati anche da altri passeggeri, i ricercatori si rassegnarono al pensiero che con molte probabilità era caduto in mare. La nave tornò indietro di qualche ora con la speranza di trovare in mare il corpicino senza vita di mio fratello. Ma nulla! Pur nell'immenso dolore di mia madre...la nave doveva obbligatoriamente continuare il viaggio. Oramai disperata, nel ritirarsi in cabina, notò che il materasso di una della cuccetta si stava muovendo, impaurita ma anche tanto speranzosa, alzò il materasso e vi trovo mio fratello Mario. Si era nascosto li sotto per evitare il rumore delle sale macchine che non lo facevano dormire. Avendo un corpicino esile nessuno si era accorto della sua presenza sotto il materasso. Finalmente quell'incubo era finito. Si avvisò tutto l'equipaggio e i passeggeri. A sera mia madre organizzò una festa con la presenza del comandante del transatlantico. In Brasile vaccinarsi era d'obbligo. Io avevo circa otto anni, giunto il mio turno pur essendo piccolo opposi resistenza, non volevo essere vaccinato. Quattro poliziotti brasiliani, cercarono di immobilizzarmi senza riuscirci, mi dimenavo con grande forza, alla fine gli infermieri esausti, constatando la mia ottima salute, si rassegnarono e non mi sotto posero a vaccinazione. Da Santos, raggiungemmo mio padre a San Paolo, dove aveva aperto una grande officina di rettifica motori. L'emozione di incontrarci dopo tanto tempo fu molto forte da entrambi le parti. Nell'abbracciarci, ci tenevamo stretti stretti per un lunghissimo tempo. La nostra casa era una bellissima villa . Mio padre finalmente aveva molto da lavorare. La sua officina era avviata ed il suo impegno remunerato adeguatamente. Appena giunti, la prima cosa che si notò era il clima caldo Brasiliano. Alla partenza dall'Italia faceva tanto freddo, eravamo vestiti con indumenti pesanti, due grosse valigie ne erano stracolme. Mia madre era convinta che in Brasile nel mese di Dicembre facesse freddo come in Italia, senza tenere conto che la città di San Paolo si trova in zona tropicale ed imperterrita ci vestiva con indumenti invernali, si può anche notare dalla foto. Il quartiere dove abitavamo si chiamava “ Giardin San Paolo” appena arrivati nacque l'amicizia con dei bambini brasiliani con cui giocare anche se il linguaggio era molto diverso. Il quartiere era situato in periferia. Esistevano numerosi cavalli tenuti in libertà, quando li vedevo il desiderio di cavalcarli si faceva sempre più forte. Con la mia esuberanza e non curante del pericolo, Conquistai la loro fiducia riuscendo ad avvicinarmi dandogli da bere e da mangiare, per cui imparai a cavalcarli senza le briglie. Per farli dissetare, trovai un secchio che pieno d'acqua non riuscivo a trasportarlo, allora fecevo entrare i cavalli nella cucina attraversando il soggiorno, mia madre non se ne mai accorta, i cavalli pur essendo selvatici si comportavano come se sapevano che la situazione era molto delicata e rischiosa se lo veniva a sapere la mamma erano guai per tutti. Tra me e gli equini si stabili una sincera amicizia alcuni erano dei grandi campioni da corsa in pensione si potevano facilmente individuare per la loro sublime bellezza atletica, alle volte si fermavano e ponevano la propria attenzione su qualcosa che gli irrigidiva tutti i muscoli pronti allo scatto, in seguito capii cosa era questo qualcosa. Difatti, Giardin San Paolo non era molto lontano dal Mato Grosso, una foresta popolata da numerosi serpenti di diversa specie, i cavalli li vedevano ero io che non riuscivo a vederli. Un giorno seduto su una pietra per godermi profondamente quel fantastico paradiso, una giumenta mi colpì col muso, sulla testa tanto violentemente che per poco non svenni. Per istinto mi voltai, la vidi impennarsi scuotendo con grande forza la testa, in bocca aveva un grosso serpente, terrorizzato mi misi a correre verso casa, mia madre accortasi del fiatone che avevo mi domandò cosa era successo, mentre stavo prendendo fiato arrivò mio padre pensando che qualcuno del vicinato mi aveva fatto paura andò su tutte le furie non ascoltando più nessuno, si armò di un grosso bastone e rivolgendosi a me disse << andiamo papà, fammi vedere chi è questo cornuto>> cercavo di spiegargli che i fatti non erano andati cosi, pareva sordo e non si era ancora reso conto che, perdevo sangue dalla testa. Arrivati dove c'era la grossa pietra da me usata come sedile, ad distanza di una ventina di metri, oramai in agonia giaceva la cavalla con ancora il serpente tenuto tra i denti. Mio padre con calma si sedette sulla grossa pietra e mi domandò di raccontargli tutto. Messo al corrente, si inginocchiò di fronte alla giumenta e parlandogli con infinita dolcezza, la ringraziava chiamandola “SR” lettere stampate con ferro incandescente sul suo collo. Quella fu la prima volta ed anche l'ultima a vedere il volto di mio padre bagnato dalle lacrime. Mio padre, non era un uomo comune, aveva combattuto corpo a corpo la seconda guerra mondiale era pieno di profonde cicatrici, aveva subito terribili torture, osservarlo commosso per un nobile gesto di un animale fu per me una grande ed indelebile lezione di comportamento. Lo stesso giorno, mio padre si presentò dal proprietario dell'equina “ SR” gli propose di venderla per farle una degna sepoltura, rifiutava l'idea che un animale cosi nobile venisse divorato da sciacalli o da avvoltoi La mia famiglia restò residente a Giardin San Paolo, per due anni. A mia madre venne la nostalgia dei suoi familiari e dell'Italia. Quindi, lasciò mio padre da solo in Brasile per imbarcarsi sul transatlantico “ Castel Bianco “ portandosi con se i suoi figli. Non ho più rivisto mio padre.
  14. Ria

    Un chilo e mezzo di malinconia

    https://www.writersdream.org/forum/forums/forum/25-frammenti/?do=add# India si trastullava nel tormento di un'intima malinconia, troppo familiare nel suo abominevole girovagare tra i pensieri di un'anima fragile, abituata alla disillusione di un divenire chiamato vivere. Ma proprio questa vita sembrava annullarsi , masochisticamente, al pericoloso gioco di un amore ossimoro di conquista e resa, annullamento e mai rassegnazione, perché linfa vitale della dura legge della sofferenza. E quando soffrire significava vivere, quella vita per India si plasmava tra le piaghe di un ideale affettivo da colmare, correggere e a volte supplire con il lamento di un nostalgico ritorno al passato: quasi un voler implorare un vissuto antico, lontano dal sapore stantio di una felicità sempre sfiorata, invocata , auspicata ma mai nutrita dalla linfa del totale appagamento. Nella totalità di un ciclico bipolarismo misto a mistico ottimismo e insano pessimismo cosmico anche i sentimenti si alternavano ad un pericoloso alternarsi di inquiete stagioni umorali; quando la felicità si consumava tra le speranze di un domani migliore, da costruire attraverso l'ismosi di grandi sogni nel cassetto, rispolverati dagli aloni di un'inettitudine che era piacere allo stato puro ma illusorio. E quella gelida malinconia latente che, repentinamente, riguadagnava terreno, si insinuava e violentava, in un singolo istante di vita, quella gioia inattesa rigettata nel baratro di una delirante ed infinita tristezza. Un chilo e mezzo di malinconia, romanzo (frammento).
  15. Blue5now

    Il Fiorino Editore

    Nome: Il Fiorino Editore Generi trattati: libri per ragazzi, narrativa, poesia, saggistica, scienze, antropologia, psicologia, biografie, sport, guide e viaggi, religione-filosofia, parapsicologia, gastronomia Modalità di invio dei manoscritti: info@edizioniilfiorino.com Distribuzione: Sito: http://www.edizioniilfiorino.com/ Facebook: https://b-m.facebook.com/Edizioniifiorinomodena/
  16. Mister Frank

    Della Porta Editori

    Nome: Della Porta Editori Generi trattati: storico; saggistica; biografico; Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dellaportaeditori.it/pubblicare-con-noi/ Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.dellaportaeditori.it/ Facebook: https://www.facebook.com/dellaportapublishing/
  17. Mister Frank

    Sandro Teti Editore

    Nome: Sandro Teti Editore Generi trattati: storico; saggistica; manualistica; fotografia; teatro (http://www.sandrotetieditore.it/STE_catalogo.pdf) Modalità di invio dei manoscritti: http://www.sandrotetieditore.it/contatti/ (form oppure indirizzo e-mail) Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.sandrotetieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/sandrotetieditorepaginafan
  18. flambar

    Il comandante Ucci e Satana arrestati a Savona

    http://www.writer IL COMANDANTE UCCI E SATANA ARRESTATI A SAVONA Nel periodo in cui si verificò l'attentato a Bologna, mi offrirono un imbarco da comandante su un bastimento in disarmo e all'ancora nella rada antistante i cantieri navali del porto di Savona. Ricordo bene quei giorni faceva un gran caldo, a bordo non c'era ancora il macchinista per mettere in moto l'aria condizionata. L'equipaggio era formato da italiani e cileni di cui uno dei marinai era mio fratello Elio insieme a Gaetano Sgura al suo primo imbarco. Ogni mattina il cuoco di bordo ed altri due marinai si recavano in piazza mercato per acquistare viveri di giornata. Quella mattina, sia il cuoco che i due marinai, tornarono a mani vuote e sconvolti. Chiesi loro cosa fosse accaduto, dissero che una volta ultimata la spesa, il negoziante della frutta e verdura non voleva rilasciare lo scontrino. Il titolare, un tipo evidentemente un po' suscettibile, si infuriò nel vedere che il cuoco rinunciava alla spesa già fatta. Diversamente ci avrebbe rimesso lui se non esibiva lo scontrino al sottoscritto. Il venditore dicevo, rivolgendosi al cuoco con linguaggio molto scurrile fino ad arrivare ad una reazione dell'addetto alle cucine, che desistette nell'accorgersi di essere circondato da gente poco raccomandabile ed ostile nei suoi confronti e dei due marinai. All'epoca, a me era sufficiente uno sguardo non di mio guasto per fare esplodere una rissa, figurati per una cosa del genere. Non mi rimase altro di radunare l'equipaggio e chiedere dei volontari per dare una lezione al negoziante ed ai suoi scagnozzi. Tutti volontari, eravamo in quindici e anche ben sistemati fisicamente. Il burbero negoziante, evidentemente si aspettava qualcosa del genere vedendoci arrivare, rapido si infilo nella sua auto e sgommando sparì all'orizzonte lasciando la moglie e la figlia sole nel negozio, ed era il primo a sfuggirci . Gli altri siccome non li conoscevamo, organizzammo un coro con parole molto pesanti e offensive. I vigliacchi non si fecero vedere. Soddisfatti tornammo a bordo, ma non prima di aver lasciato il nostro recapito a ogni negoziante della zona. Della città di Savona, avevo una certa stima, pareva una città pulita ed ordinata, pensavo anche che la sua popolazione fosse ospitale e ben educata, macchè, difatti e piena di prostitute, è persistente la possibilità di litigare con qualcuno. Una sera, mentre passeggiavo sulla banchina del porto col mio Satana, incontrammo un alano senza il proprietario, l'alano nell'aggredire Satana, ebbe la peggio. Il proprietario, sentendo i guaiti del proprio cane venne a recuperarlo e si mise a inveire contro di me. Stavo per reagire, siccome si trattava di una persona più anziana, lo mandai a quel paese. Per un po' di tempo ho pensato che la gente di Savona, si comportava in quel modo a causa del troppo caldo. Ma non era cosi. Ovvero, un pomeriggio tardi, mentre facevo due passi per le vie della città a dorso nudo, con in testa un sombrero messicano, in compagnia del mio splendido ed amato Satana libero dal guinzaglio. Due poliziotti locali, con modi molto duri mi ordinarono di mettere museruola e guinzaglio al cane. Risposi, <<guardi è un cane di razza Terranova ed è molto docile poi se gli metto la museruola con questo caldo mi muore per strada visto che i cani sudano dalla bocca.>> I vigili urbani, convinti che non avrei mai cambiato le mie intenzioni verbalizzarono l'accaduto. Presi il loro verbale, nell'istante di proseguire la mia passeggiata sentii scorrere il carrello di una pistola. Mi voltai, un uomo mi minacciava puntandomi a dosso una calibro nove e tremante mi ordinava di non muovermi dichiarando di essere un ispettore della polizia di stato. Nel frattempo, molta gente incuriosita si era fermata per assistere a quello che stava accadendo. Il sedicente ispettore continuava a tremare come una foglia, gli feci notare che proprio per questo suo tremore poteva sfuggirgli un colpo di pistola ed uccidere qualcuno. Inoltre essendo a dorso nudo dimostravo di essere disarmato quindi, non vi era la necessità di minacciarmi con una pistola. Arrivata la macchina della volante, mi ammanettarono i polsi, dissi loro che c'era anche il cane e rischiava di perdersi, perciò mi fecero entrare con Satana nella loro auto portandomi prima in questura e poi al carcere di Savona, Satana fini in un orribile canile comunale. Nella cella del carcere, trovai altri detenuti, tanta sporcizia e una puzza incredibile, oltre tutto, quelli scellerati del personale del carcere trascurando la mia sicurezza dividendo quell'angustia cella con uno che aveva ammazzato moglie e tre figli, l'altro aveva ucciso moglie, suocera e suocero e l'altro ancora aveva scannato tre bambini. Quando vennero a farmi visita i miei marinai gli dissi di acquistare qualcosa per pulire la cella, i marittimi in giornata portarono l'occorrente compreso la pittura per le pareti. Io e i miei compagni di sventura, abbiamo lavorato tutto il giorno e tutta la notte, alla fine la cella sembrava che fosse stata addobbata per un matrimonio per quanto splendeva, se ne accorse anche il giudice. Quando si stava svolgendo l'interrogatorio, il magistrato, ebbe una telefonata dall'ispettore, gli consigliava di trattenermi in carcere, il magistrato infastidito gli ordinò di stare zitto altrimenti lo avrebbe messo in cella insieme a me. Dopo aver trascorso una settimana in carcere, un secondino mi invitò a seguirlo, c'era gente che voleva parlarmi. Entrando in un salone notai il magistrato che già conoscevo ed altri personaggi che non avevo mai visto. Dalla loro presenza sembravano uomini di un certo calibro. Mi informarono che per colpa mia e del mio cane la città di Savona era in subbuglio protestando contro l'arresto, intimando al magistrato responsabile di lasciare in libertà, me ed il cane. Li vedevo a quanto preoccupati, il giudice fece cenno di guardare fuori dalla finestra, notai che oltre le mura del carcere una cospicua folla di gente era in agitazione. Domandai che centravano con me, mi disse << Ucci! Se noi ti diamo la libertà, tu che fai vai ad uccidere l'ispettore?>> Risposi, << ma cosa state dicendo io non lo conosco neanche.>> Detto questo mi lasciarono subito libero. Uscendo dal carcere la gente si radunò intorno a me salutandomi e stringendomi la mano. Dopo di chè, andai al canile comunale a riprendere il mio Satana. Lasciai l'imbarco e tornai a Brindisi. A Savona non sono più tornato. sdream.org/forum/forums/topic/40138-madr
  19. flambar

    "Un anno e mezzo tra gli aborigeni"

    http://www.writersdream.org/foru 36 “ Un anno e mezzo tra gli aborigeni” Nel lontano Giugno del 1971, imbarcai come comandante sul motopesca oceanico”Astrum” di duemila tonnellate di stazza, battente bandiera Tailandese all'epoca ormeggiato nel porto di Makassar (Indonesia) Appena prese le consegne dal comandante sbarcante, ordinai il posto di manovra. Una volta in mare aperto, puntai la prua in una zona di pesca molto vasta situata tra l'oceano Pacifico e l'oceano Indiano, più o meno nei gradi venti e trenta di latitudine Sud. All'arrivo nella predetta zona, ne subimmo di tutti i colori, tanto che l'intero equipaggio mi soprannominò “Capitan Storm”. In oceano gli Storm possono creare dei marosi alti oltre i venti metri, il vento può anche superare i duecento chilometri orari. Ciò nonostante, non tutti i mali vengono a nuocere. Indi, dopo aver superato questa esperienza nessun'altra perturbazione atmosferica violenta mi ha intimorito. Durante le mareggiate, il pesce si raduna favorendo la sua cattura. Dopo cinquanta giorni di Oceano burrascoso tutte le celle frigorifere erano stracolme di pesce pregiato. Giacchè, non avevamo altre celle frigorifere libere, segnai la rotta per il porto più vicino. La società armatrice fu davvero miracolata, dato che versava in cattive condizioni economiche. Finita la manovra di ormeggio nel porto di Mackay Harbur, in Australia, subito iniziò le operazioni di sbarco del pescato. Nella tarda mattinata, ebbi la visita del direttore generale della società armatrice del motopesca, era venuto appositamente da Bangkok per controllare che cosa avevamo pescato, felicissimo di quello che aveva riscontrato nelle celle frigorifere, desideroso di premiarmi mi domandò cosa volevo per regalo. Gli risposi, mi è sufficiente la mia paga. Mentre andava via felice e sorridente, si mise a cantare “O Sole mio”nella sua strana lingua. Durante le operazioni di sbarco, il mio sguardo incontrò quello di una ragazza aborigena addetta allo smistamento del pescato, in men che no si dica, senza neanche accorgerci ci trovammo tutti e due sotto le lenzuola del letto della mia cabina. Li rimanemmo per tre notti e tre giorni! Molti di voi, esclameranno Oohh! Senza crederci, ma le cose vi assicuro andarono proprio così. La ragazza mi ha più volte ripetuto il suo nome, ma io non sono mai riuscito a capirlo e ne pronunciarlo. Essendo, un abitante di quel luogo quasi primitivo, gli chiesi se sapeva accendere un fuoco senza fiammiferi. Mi rispose di no. Dopo i giorni d'amore, la riaccompagnai a casa con un taxi. Mi presentò tutti i suoi parenti e amici, ma anche in questo caso, non riuscii a capire chi erano i suoi genitori. Le operazioni di sbarco si prolungarono per altri cinque giorni. Una sera, venne la ragazza aborigena, mi disse che un suo zio, sicuramente era capace di accendere un fuoco senza fiammiferi. risposi...”allora andiamo a trovarlo”... quando mi spiego che lo zio viveva in una tribù distante cinquecento chilometri, in pieno deserto, mi sconfortai. Ma il desiderio di conoscere quella tecnica prevalse sullo scoraggiamento iniziale, chiesi alla ragazza di accompagnarmi da questo suo zio. La società della nave, informata della mia decisione di lasciare il comando arrivò anche a minacciarmi di morte. Oramai quello che avevo deciso era irrevocabile e mi avventurai in quel viaggio odissiaco. Il primo tratto lo facemmo col treno, poi con i cavalli e finire a piedi dato che nessuno ci dava i cavalli, infatti la zona di territorio che dovevamo per forza passare era infestata da grossi rettili di cui molti velenosi. La tribù dove eravamo diretti viveva in luoghi remoti in una forma molto primitiva. Si nutrivano di quello che la natura gli offriva, nei primi giorni mi domandavo spesso << cosa si può trovare per nutrizione in una grande distesa desertica?>> Mi sbagliavo di grosso, ovvero; gli aborigeni per nutrirsi uccidevano qualsiasi animale compreso rettili e grossi topi. Però prima di mangiarli, chiedevano perdono a gli stessi animali finanche alle piante che offrivano i loro rami secchi per accendere il fuoco. Voi direte che schifo! Vi posso garantire che non è così, in realtà se teniamo conto che, tutti i rapaci si nutrono di carne di topo, i serpenti, i gatti randagi, i cani e addirittura i pesci questo sta a significare che se fosse un cibo disgustoso non verrebbe mangiato da tanti individui di diversa specie. Camminammo per due giorni e due notti in pieno deserto, senza accorgerci eravamo arrivati a destinazione. La ragazza, mi presentò allo zio, uno sciamano, spiegando perchè mi aveva portato in quel sperduto villaggio australiano. Alchè! Questi scoppiò in una fragorosa risata e riferendo la mia richiesta a tutti gli altri membri della tribù, provocò altrettanta ilarità. Gli aborigeni non riuscivano a capire, come mai una persona evoluta proveniente da una civiltà progredita desiderava imparare ad accendere il fuoco in quel modo. Per loro al mio cervello mancava qualcosa. Incominciarono a prendermi in giro, quando mi vedevano, si procuravano un fiammifero e lo accendevano per poi correre via ridendo. Intanto tra una risata e l'altra notai che la mia accompagnatrice discuteva animatamente in una capanna con delle ragazze del villaggio. Domandai che stesse accadendo, non ebbi risposta, di colpo mi trovai da solo nella capanna in compagnia di una di loro. Lei, parlava la sua lingua a me incomprensibile, il suo tono di voce però era chiarissimo perciò senza farla alla lunga ci amammo tutta la notte su un giaciglio di pietra. Nei giorni che seguirono si verificò la stessa identica cosa, ma con ragazze diverse...tutto il villaggio era accorrente di quello che accadeva, ma nessuno protestava. In verità, a me faceva molto piacere di come andavano le cose. Dopo un po' di tempo mi venne un dubbio...sospettai che la ragazza aborigena accompagnatrice mi vendesse alle sue amiche, difatti ogni sera litigavano nelle vicinanze della capanna dove alloggiavo, poi dal loro tono intuivo che si erano messe d'accordo facendo rimanere sempre quella che gli aspettava di restare a farmi compagnia. Ebbi anche l'impressione che tutta la tribù fosse in qualche maniera consenziente. E strano ma non raro il loro comportamento, spesso sentivo dire da vecchi marinai che alcuni popoli della terra, facevano accoppiare le loro giovani fanciulle con maschi di altri popoli giusto per cambiare i loro originali lineamenti somatici preistorici ed affinarli hai tratti occidentali, per ottenere questo avevano scelto me come capo stipite di una razza aborigena più evoluta e più graziosa. Certamente non ho le prove di quello che dico, però sembra strano ed inusuale che con tanti giovani maschi del villaggio nessuno reclamava. Ah!.. un'altra cosa, non so se ho dei figli tra quella gente. Stando per un anno e mezzo con loro, imparai il rispetto della natura e di tutto ciò che ci circonda, essere generosi, non solo con il prossimo ma con tutto, specialmente con le piante e gli animali. La più stupefacente era la costruzione rapida di una piccola capanna per ripararsi dalla burrasca e difendersi dai serpenti notturni che normalmente sono molto velenosi. Con loro ho imparato ad amare il silenzio, saper ascoltare e vedere nella saggia maniera, infatti gli aborigeni non parlano molto e se sono costretti a farlo lo eseguono come un mormorio. Quello che più mi ha affascinato del loro comportamento è il rito di perdono che chiedevano in tutti casi a gli esseri viventi animali o piante che siano, compresa la madre terra, si così la chiamavano convinti anche che si tratta di un essere vivente. Come potersi avvicinare alla selvaggina durante la caccia, attività di tutti i giorni. Particolarmente affascinato ed incuriosito dei loro insegnamenti facevo un sacco di domande, ma la risposta più sorprendente fu su “Chi siamo noi?” A questa mia domanda, lo sciamano sorrise dicendomi: << tu sai chi sei tu!..>> m/forums/topic/40287-leggere
  20. flambar

    "Lu Curtu e Lu Smilzu"

    http://www.writersdream.org/foru “LU CURTU E LU SMILZU” Eravamo attraccati nel porto di Hull in Inghilterra, nella regione del Yorkshire. E' una città famosa come porto di pescatori. Durante la franchigia, in un Bar incontrai due marinai, Piluti e De Vita eravamo tutti membri dello stesso equipaggio. Il nomignolo di Piluti era “lu Smilzu”perchè era alto e magro, mentre invece quello di De Vita era “lu Curtu”questo perchè era basso e tarchiato. Chiesi per mera curiosità che cosa stessero facendo in quel Bar mi risposero che aspettavano delle ragazze. In quel periodo storico, in Inghilterra, era più facile fare amicizia con le ragazze inglesi, erano molto disinibite, rispetto alle ragazze italiane. Gli augurai una buona serata e andai via. A notte fonda, fui allertato dal marinaio di guardia allo scalandrone. Da lontano gli era sembrato di vedere, lu Curtu e lu Smilzu, non camminavano bene seguendo dritto la strada ma la percorrevano a zig – zag come se fossero ubriachi. Ero molto preoccupato, le banchine d'Inghilterra sono molto alte per effetto delle alte e basse maree. Diedi ordine al marinaio di guardia di recarsi a dare un aiuto ai marinai per evitare si facessero male. Il marinaio appena giunto vicino, si accorse che non erano affatto ubriachi ma erano stati picchiati a sangue molto duramente. Giunti a bordo, chiesi a Piluti e a De Vita di raccontarmi cosa era successo e chi li aveva ridotti in quello stato. Dissero che, dopo averli salutati nel Bar dove ci eravamo incontrati, si accomodarono alle sedie libere del loro tavolino due ragazze inglesi. I due marinai, non conoscendo le usanze del luogo avevano pensato che quelle belle figliole ci stavano. Addirittura, lu Smilzu suggerì a lu Curtu di offrire da bere e di regalare dieci sterline inglesi a testa. Le ragazze felicissime ringraziarono”thank you”. A lu Curtu l'offrire dieci sterline gli pareva una miseria, per cui propose di dargliene altre quaranta tanto per non sembrare taccagni. Le ragazze felicissime li ringraziarono di nuovo. I due marinai, oramai cotti, pensarono che avrebbero passato una notte da favola. Ad un certo punto della serata, le due ragazze si alzarono e salutandoli andarono via.”thank you, Bay bay”. I due marinai non conoscendo la lingua, si convinsero che fossero andate via per organizzare al meglio la serata che già per se si presentava scintillante. Perciò, rimasero al tavolino ad attenderle. Oramai era giunta mezza notte ed il Bar doveva chiudere la sua attività. Lu Smilzu e lu Curtu non avevano nessuna intenzione di lasciare quel Bar insistevano di voler attendere ancora le due ragazze per chiudere in bellezza la serata. I titolari del Bar, cercavano di spiegargli, ovviamente parlando in inglese di non aspettarle tanto non sarebbero mai venute, i due marinai non conoscendo la lingua non riuscivano a capire. In fine, i camerieri chiesero l'intervento ad un pizzaiolo italiano assunto in una locanda nelle vicinanze il quale spiegò a lu Smilzu e al lu Curtu che le ragazze non sarebbero mai tornate e il Bar doveva chiudere. Non c'era verso di convincerli ad uscire dal Bar. Purtroppo, una parola tira l'altra...scoppiò una rissa furibonda e i due marinai ebbero la peggio. A me dispiaceva molto vederli cosi martoriati, oltretutto erano due uomini dal gran cuore, avevano anche una certa età, tutti e due erano prossimi alla pensione. Quella notte, non riuscii a chiudere occhio pensando al marinaio Piluti e al marinaio De Vita. La mattina presto, chiamai in assembla l'intero equipaggio, per informarlo di come si erano volti i fatti della rissa e non potevamo far finta di niente lasciando correre, comunque non eravamo tutti d'accordo sulla maniera di punire gli scellerati che avevano ridotto quasi in fin di vita quei due vecchi marinai. Tuttavia, eravamo d'accordo che la punizione si doveva fare. Una sera, non si è mai capito come mai, ci trovammo tutti nel salone equipaggio, il sangue e il desiderio di vendetta prevaleva su qualsiasi argomento che esponevamo, insomma la testa era partita a tutti e allora decisi ci armammo di asce antincendio, catene, tubi di ferro, tutto ciò che poteva consentire di distruggere il Bar e la pizzeria in questione. Ma...la volontà di Dio, mi consigliò di fermare la spedizione punitiva perchè nelle condizioni psichiche che eravamo poteva anche scapparci il morto. Indi, tornammo a bordo ad aspettare il giorno della partenza. Quattro ore prima della partenza all'albeggiare, svegliai il direttore di macchina ed il primo ufficiale sia di macchina che di coperta, stabilii di procurarci dei bidoni di plastica dalla capienza non più di dieci quindici litri per riempirli di benzina, difatti mi ero accorto che nelle vicinanze dei due locali c'era un impianto automatico di carburanti per autoveicoli. Una volta appurato che dentro i locali da distruggere non c'era anima viva ponemmo fuoco a tutto, poi a passo normale tornammo sulla nostra nave. A l'orario stabilito per la partenza con tutta calma lasciammo il porto di Hull che in quel momento con sirene delle ambulanze e dei pompieri sembrava fosse scoppiata l'apocalisse, un fumo nerissimo aveva coperto l'intera città. Al capo macchine, gli venne un dubbio, mi chiese se avessi notato telecamere nel distributore di benzina, risposi <<certo che le ho viste>> << Ma sei matto>>disse il capo macchine, fai conto che ci hanno scoperto e catturato. Gli risposi, << difatti abbiamo da una ora a poppavia un cacciatorpediniere che ci segue >>dissi al macchinista e ai due ufficiali di stare tranquilli, la posizione delle telecamere avevano ripreso solo me. Trascorsa una mezzora di tempo dal caccia si alzò in volo un elicottero con a bordo le forze speciali. Armati come erano si impossessarono della nave, gridando volevano sapere chi era il comandante, al presentarmi mi misero i ferri ai polsi ed accostarono per centoottanta gradi il natante al mio comando. Ci stavano portando in dietro. All'arrivo nel porto di Hull, c'era ad attendermi tutte le autorità della città per interrogarmi. La prima cosa che mi fecero presente era che in Inghilterra vi era la pena di morte per impiccagione. Siccome non rispondevo alle loro domande tendenziose, al chiedermi il perchè stavo facendo scena muta risposi, <<di darmi la possibilità di difendermi,>> in coro esclamarono <<è un tuo diritto!>> Allora seguitemi. Accettarono la mia richiesta, li portai in ospedale dove erano ancora ricoverati i due marinai massacrati. A presa visione si ammutolì l'intera autorità della città. Mi liberarono dalle manette, in ventiquattro ore fu fatto il processo e mi condannarono a dieci mesi di prigione, pena sospesa. Nel lasciare l'aula del tribunale il giudice ad alta voce mi disse <<non ci sono riuscito io in tanti anni a chiudere quei locali, ci sei riuscito tu in poche ore. Grazie.>> In seguito, un impiegato dell'agenzia della nave mi mostrò, dei giornali inglesi che avevano scritto degli articoli sull'accaduto. nel contenuto erano tutti più o meno uguali dandomi il nomignolo di “Capitan Smashes”(Capitan Fracassa) alla fine mi ringraziavano di aver liberato la città dal quel covo di delinquenti. m/forums/topic/41185-mentr
  21. flambar

    "Scafo da combattimento"

    http://www.writersdream.org/forum/Forums/topic/39291-dim Durante le vacanze a Puerto Cortes in Honduras, conobbi uno strano e misterioso personaggio dal nome "Schreiber" sicuramente di origine tedesca. Costui venuto a conoscenza che ero un ufficiale di marina, mi offri un imbarco da comandante su di un motoscafo ormeggiato nel porto di Gibuti. in corno d'Africa. In questa zona del nostro pianeta, ventiquattr'ore su ventiquattro si verificano dei terremoti. Si pensa che l'intero corno d'Africa si stia staccando dal continente. Da Puerto Cortes, fu necessario cambiare cinque aerei per raggiungere Gibuti. Nell'aeroporto di Gibuti, mentre recuperavo le valigie, un tassista ad alta voce chiamava il mio cognome...mousieur Ucci...mousieur Ucci...gli feci cenno con la mano, mi disse che aveva l'ordine di condurmi a bordo. Arrivato sottobordo, notai che non era un motoscafo qualsiasi la forma mi indusse ad osservarlo con più attenzione, la denominazione poi era ancora più inconsueta"Laissez - les"(Lasciamoli) In poche parole si trattava di un grosso scafo da combattimento, totalmente costruito in alluminio pesante di cinque centimetri di spessore e di cinquanta metri di lunghezza, trasformato in un lussuoso panfilo a propulsione aerodinamica. Rimasi sorpreso! Non ero mai stato al comando di un simile natante. Dissi a me stesso...<<qua son caxxi amari!>> Salito a bordo, il marinaio di guardia mi intimò di scendere subito a terra, gli feci presente che ero il nuovo comandante. Con molte possibilità vedendomi molto giovane rispose:<<e io sono l'Ayatollah Khomeini>> fui costretto a prendere un'altro taxi per trovare alloggio in un albergo. L'indomani mattina, mi presentai all'agenzia marittima della nave, un impiegato mi accompagnò a bordo. Finito di sistemare le valigie nel mio alloggio. Chiesi al direttore di macchina di nazionalità inglese, se a bordo era tutto in ordine per provare lo scafo. All'occhei del macchinista, ordinai il posto di manovra. L'imbarcazione data la sua potenza, per avere una manovra più sicura in porto, aveva un motore ausiliare a propulsione meccanica di mille cavalli asse. Raggiunto il mare aperto e cioè l'oceano Indiano, il macchinista voleva provare l'intera potenza aerodinamica del natante, io incuriosito acconsentii, anche perchè volevo sapere con chi avevo a che fare e cosa tenevo tra le mani. Messo in moto il reattore, per tutto lo scafo si avverti come un sussulto, pareva un animale vigoroso, svegliato da un lungo sonno con l'intento di scatenare tutta la sua forza. Con molta cautela, aumentai la potenza, era incredibile la sua velocità sembrava di volare. Il buon senso mi consigliò di non andare oltre il cinquanta per cento della sua energia. Almeno nelle prime volte. Nei giorni successivi, venni a conoscenza che tutto il personale era stato da poco imbarcato cioè nessuno conosceva la nave compreso il direttore di macchina ed anche io che ero il comandante. Indi! Dovevo abituare l'equipaggio e me stesso al particolare natante in cui eravamo imbarcati. Perciò, effettuai altre prove anche con cattivo tempo. Prodigiose le sue capacità marinaresche, lanciato a tutta velocità con mare forza quattro cinque non si avvertiva nessuna vibrazione ne colpi di mare chi aveva proggettato quel natante sapeva il fatto suo. In una di queste prove chiesi un caffè, e chi mi trovai di fronte?...il marinaio che mi aveva cacciato di bordo. Ricordandosi di me gli cadde il vassoio con tutto il caffè. Tranquillo dissi, in fin dei conti stavi svolgendo con responsabilità il tuo servizio. Restammo ormeggiati a Gibuti una ventina di giorni. Finalmente, arrivò l'ordine di cambiare l'ormeggio per caricare della merce che si trovava ad un'altro molo. Imbarcammo più di diecimila scatole di cartone non sigillate e senza alcuna etichetta, il loro contenuto era sconosciuto a tutti. Finita l'operazione d'imbarco puntai la prua per Gedda porto dell'Arabia Saudita. Pur non usando tutta la potenza dello scafo, impiegammo poco tempo per arrivare a destinazione. Entrati nel porto di Gedda, subito finita la manovra di ormeggio, si avvicinò sottobordo un grosso Tir nella quale scaricammo tutta la merce imbarcata a Gibuti. Il Tir, a sua volta carico, partì ma, dopo una manciata di ore vennero degli agenti di polizia a prelevarmi. Chiesi il perchè di questo atto di forza, non ci fu risposta alcuna sembravano tutti muti e sordi. Ho una profonda conoscenza dei popoli e, quando si comportano in questo modo li ritengo delle teste di capra. Ragion per cui, salì sulla loro camionetta e ci avviammo nel deserto. Percorsi una settantina di chilometri, subito dopo una curva c' era il Tir ribaltato che avevamo caricato qualche ora prima sottobordo. Buona parte delle scatole si erano rotte e rovesciate sull' asfalto infuocato. Un considerevole numero di bottiglie frantumate, con il caldo emanavano un forte odor di alcool. Nel frattempo arrivò una grossa gru che raddrizzò il Tir e lo posizionò in gareggiata. Appurando l' inutilità della mia presenza in quel luogo mi avvicinai ad un tizio pieno di medaglie, poi seppi era il capo della polizia. Gli chiesi per quale motivo mi avevano portato lì. Questi evidentemente non conoscrendo alcuna lingua mi fece capire che il Tir dovevo pilotarlo io. Risposi, come io? << Non tengo neanche la patente dell' auto! E vuoi che piloti un Tir ?>> Per risposta, quello con le medaglie fece cenno ad un altro arabo di consegnarmi la patente ed era anche a mio nome. Insomma tutto in regola e se non mi sbrigavo ad ubbidire mi avrebbero accusato di contrabbando d'alcool. Nei paesi mussulmani per un reato del genere è prevista anche la pena per decapitazione. Il capo della polizia, si avvicinò e a cenni mi fece capire che << se sapevo pilotare una nave ero capace anche di pilotare un Tir.>> Pensa un po' tu in che casino mi trovavo. Comunque, come si dice, <<al toro infuriato è saggio prenderlo per le corna>>Indi! con la fifa a dosso presi posizione alla guida del Tir. Non sapevo neanche come avviarli il motore, tanto che domandai di indicarmi dove era situata la chiave di messa in moto. Dopo non poche difficoltà, riuscii a farlo singhiozzare. Però man, mano che provavo fui capace di farlo camminare, si d'accordo era un disastro ma andava. Percorsi alcuni chilometri in quelle condizioni iniziai a prendere confidenza con il Tir, Strada facendo, sentendomi più sicuro provai ad andare più veloce, tutto andava per il verso giusto. Trascorsero più di tre ore di cammino nel deserto. Arrivati a destinazione scortati dalla polizia, entrai con tutto il Tir in un enorme parco coltivato con fiori di ogni genere sembrava un paradiso nel deserto. Fermai il mezzo da trasporto in un piazzale antistante una lussuosa casa, nella quale si doveva scaricare la merce. Durante il trasferimento, venni a conoscenza che il carico era destinato ad un facoltoso e nobile arabo. Subito dopo, sopraggiunse un grosso furgone di colore scuro, dal quale uscirono un gruppo di donne tutte coperte da burqua integrale, pensai, faranno parte dell'harem del nobile. Quando mi passarono vicino le sentii mormorare e ridacchiare. Intuii che mi stavano guardando con occhi maliziosi, ma anche il loro accompagnatore si è accorto e di conseguenza servendosi di uno scudiscio le rimise in ordine. La legge islamica è molto severa con le donne che si espongono verso un uomo ed in particolare a quelli che non seguono la stessa religione. Da questo episodio deduco che i ricchi mussulmani seguono gli stessi principi dei preti cattolici...ovvero, <<Fratelli fate ciò che vi dico io ma non fate quello che faccio io.>> Al mio ritorno a bordo, raccontai tutto al direttore di macchina che scoppiò a ridere, aggiungendo; <<ti è andata bene, se ti beccavano alla guida del Tir col carico che trasportavi come minimo ti avrebbero decapitato>>. Io replicai, ma! <<Ero scortato dalla polizia.>> Nel momento di scendere in sale macchine mi rispose, <<quelli non erano poliziotti.>> Accidenti! <<Tutte a me devono capitare!>> I giorni successivi si instaurò il sospetto che lo scafo era utilizzato per il contrabbando, all'insaputa dell'equipaggio. Una mattina di buon ora, si avvicinò allo scafo un camion di colore sabbia sembrava militare. Avevano ordine di caricare della merce a bordo. Si trattava di duecentotrenta casse di legno, come al solito non sigillate senza etichette e con l'ordine scritto in arabo, da trasportarle nel porto di Aden nello Yemen. Fermai le operazioni d'imbarco della merce, informai l'agenzia marittima della nave che il natante al mio comando essendo un panfilo non era abilitato al trasporto di merci. In quattro e quattro otto. Un impiegato dell'agenzia mi recapitò un documento di abilitazione dello scafo, originale e scritto pure in italiano. Hai portuali, non fu necessario metterci tanto tempo per caricare a bordo le casse in questione. Chiamai il direttore di macchina dicendogli cosa pensavo; rispose <<tu sei il comandante io sono solo un tecnico,>> lasciando tutta la responsabilità a me. Deciso, ordinai ad un marinaio di aprire una cassa e scoprì che la sua confezione era formata da fucili d'assalto kalashnikov. La situazione era molto seria, mi domandavo, chi fosse costui che rischiava il sequestro per contrabbando di uno scafo molto più del valore del carico che trasportava? A questo punto, mi rifiutai di partire. Perciò, andai in agenzia a chiedere lo sbarco. Ritornato a bordo per prendere le mie cose, trovai sulla banchina dove stava ormeggiato il battello una moltitudine di gente in mimetica. Salito a bordo, presi possesso delle mie valigie, mentre mi apprestavo ad uscire due soldati armati ostacolarono il mio sbarco indicando di seguirli. E bene sapere che, non conoscevo queste persone e ne sapevo distinguere i loro gradi o mansioni. Comunque fui messo di fronte a quattro individui e subito incominciarono a minacciarmi di contrabbando. Insomma ero in trappola. Loro credevano e io glielo feci anche credere. Dissi, ma voi! <<Trasportereste un carico di questo tipo con la paga sindacale?>> A questa domanda si guardarono in faccia l'uno con l'altro, esclamarono! <<Questo era il problema?>> Mi chiesero a quanto corrispondeva la mia remunerazione, risposi cinquemila dollari americani al mese. Accettarono subito la richiesta. In serata ordinai il posto di manovra. Diedi un lungo sospiro di sollievo uscendo dal quel porto del caxxo. In mare aperto,(non tanto aperto, difatti, si era in navigazione in mar rosso) mi vennero dei dubbi, pensavo, che c'era anche la possibilità di cadere nelle mani nemiche o addirittura essere attaccato dai pirati considerando la zona. Tormentato dai dubbi anche perchè il mio primo dovere era la sicurezza dell'equipaggio. Si, avevamo delle armi a bordo, ma non eravamo truppe d'assalto. L'unica arma a nostro favore era la formidabile potenza del nostro scafo. Indi; allertai tutto il personale per abituarlo a delle accelerazioni improvvise. La parola d'ordine era “Cristo”a questa parola, tutti all'istante eravamo obbligati per propria sicurezza ad afferrarci a qualcosa di robusto per non subire danni fisici. In navigazione di notte, il radar era sempre acceso ma sapevo anche di non potermi fidare più di tanto. Ovvero, i radar di bordo alle navi, difficilmente rilevano le imbarcazioni piccole e basse sulla linea di galleggiamento. Difatti, non c'era più tempo, quando capimmo di essere circondati da scafi piccoli e veloci con a bordo gente armata e ostile. Per primo avvertimento fecero partire una raffica di mitra sulla nostra prua. Controllando il punto dove era stata sparata la raffica, non riuscivo dal ponte comando a vedere il danno che poteva causare allo scafo, per sicurezza siccome era notte osservai il punto con il binocolo a raggi infrarossi. Niente, neanche un graffio. Allora decisi Ordinai al macchinista il pronto in macchina, sapendo che i proiettili nulla avrebbero causato ad uno scafo di alluminio pesante di cinque centimetri di spessore, dissi, all'equipaggio di entrare in Tuga e gridai “Cristo!”dando tutta la forza in avanti, partendo a razzo si verificò una tremenda esplosione che squarciò la silenziosa notte dell'intero mar rosso tanto da lasciare inibiti sia noi e quelli che ci minacciavano. Osservare uno scafo di cinquanta metri di lunghezza planare sull'acqua a tutta forza è uno spettacolo stupendo, costatammo in oltre che non vi era nessuna vibrazione e il natante filava liscio a fior d'acqua come un predatore. Coloro che ci erano ostili non fecero neanche in tempo a sparare un sol colpo. Dopo qualche ora, si presentò il macchinista, disse che i consumi a quella velocità erano eccessivi e se poteva diminuire la potenza, io acconsentii. Nella mattinata, prima di arrivare a destinazione chiamai in assemblea l'equipaggio, chiesi loro cosa preferivano, andare a Gibuti con tutto il carico e rischiare un sequestro per contrabbando d'armi o consegnare il carico ai destinatari facendo finta di niente e poi prendere la rotta per Gibuti. Ad unanime decidemmo per la seconda opzione.
  22. flambar

    "Sergente Jaxson"

    http://www.writer'sdream.org/forum/forums/topic/40045-mi-11 Tutte le volte che tornavo a Brindisi, dopo un lungo periodo d'imbarco, mi piaceva passeggiare sul lungo mare. Era il mese di Gennaio e faceva tanto freddo, gradivo molto passeggiare e respirare quella lieve e gelida brezza marina. Quel giorno mi trovavo nei pressi dell'Hotel Internazionale. A poca distanza davanti a me, una bambina di colore, correva pericolosamente vicino ai margini della banchina. Pensavo ci saranno i genitori? Anche se in quel momento non notavo nessuno che la seguisse e controllasse. Nello stesso momento che facevo tutte queste riflessioni, la bimba ha inciampato ed è finita in mare. Senza esitare correndo mi tuffai sul punto dove avevo visto andare a fondo la bambina ma, i vestiti pesanti inzuppandosi d'acqua mi limitavano i movimenti ed una volta impregnati, mi tiravano sul fondo marino. Non riuscendo a toglieli di dosso incominciai a strapparli, gli sforzi che facevo mi aiutarono a sopportare l'acqua gelida, scura e inquinata impossibile vedere qualcosa. Costretto a effettuare apnee a tentoni. A quei tempi ero molto allenato in apnea per cui dopo interminabili minuti sott'acqua, riusci ad afferrare la bimba. La presi per le braccia e la tirai su consegnandola tra le mani tese di un uomo di colore. Dopo seppi che era il padre. Per tutto il tempo che ero rimasto in mare seminudo, i miei muscoli si erano intorpiditi tanto d'avere difficoltà a uscire fuori dall'acqua. Con grande sforzo...riuscii a tornare sulla banchina. Ero fracido ed infreddolito tremante come una foglia. Una settimana dopo, quel tragico episodio, passeggiavo come al solito sulla banchina dellungomare, si avvicinò l'uomo di colore a cui avevo consegnato la piccola era alto più di due metri. Si presentò come il papà della piccola, ringraziandomi di aver salvato da morte certa la figlia. Non finiva mai di baciarmi le mani. Per riconoscenza mi voleva riconpensare con del denaro che rifiutai. Disse che era un sergente della base nato di Brindisi e si chiamava "Jaxson". Intuendo la mia abitudine di passeggiare sul lungomare del porto, faceva in modo di incontrarci per caso e poi offrirmi da bere. Nacque una profonda amicizia e una grande fiducia reciproca. Un giorno, doveva incontrare una donna di sua conoscenza, mi chiese se potevo tenere la bimba com me per qualche oretta. Ma l'oretta passò, facendo spazio a due orette, fino ad arrivare a tre orette. Siccome la piccola diceva di avere fame ed aveva ragione essendo oramai le quattordici e trenta. decisi di portarla a casa mia. Appena arrivati a casa, mia madre che aveva sempre desiderato di avere una figlia, fu felice di vedere la piccola e rivolgendosi verso di lei con molta dolcezza disse... <<che bel angioletto nero>> pensando che fosse figlia mia...mi prese per un braccio e mi trascinò lontano dalla bambina per inveire contro di me...<<mascalzone cosa hai fatto? Questa è figlia tua!>> Per come era infuriata sarebbe stato difficile spiegarle e fargli capire che non era figlia mia. Non credendomi, si mise in braccio la piccolina prendendo finalmente posto a tavola. Mentre stavamo pranzando, notai che mia madre era felicissima di tenere in braccio la piccola, convinta oramai che fosse sua nipote. Finito di pranzare, uscii col mio cane "Satana"per fargli fare i suoi bisogni, la mamma rimase sola con la piccolina. In quel frangente, bussarono alla porta di casa, mia madre aprendo si vide davanti un uomo di colore alto più di due metri. Disse che era il padre della bimba ed era venuto per riprenderla. La mia mamma, convinta che fosse figlia mia, lo cacciò in malo modo sbattendoci la porta in faccia. Da dietro la porta iniziò a gridare<<questa è figghia di Cosiminu mia!>>(questa è figlia di Cosimino mio) Il sergente sentendo queste parole, minacciò di sfondare la porta, se non si sbrigava a consegnarli la piccola. Mia madre a sua volta lo minacciava di chiamare i carabinieri. Ma fu Jaxson a chiamare i carabinieri che arrivarono contemporaneamente al mio ritorno dalla passeggiata con Satana. Il sergente Jaxson ostinato batteva le mani sulla porta di casa della mia mamma gridando: quella è mia figlia dammela in dietro, a sua volta mia madre replicava: <<questa piccinna è nipotima figghia di Cosiminu mia perciò ti ndi puru sciri>>(questa piccolina è mia nipote figlia di Cosimino mio, perciò te ne puoi andare) anche i carabinieri si misero a gridare<<signora apra la porta o saremo costretti a abbatterla>>. Insomma gridavano tutti. Per calmare le acque, proposi a Jaxson di lasciare la piccola a mia madre per un pò, ovviamente rifiutò. allora mi venne una idea, pensando che con questo di convincere mia madre che non era figlia mia. Proposi: di porre la bimba tra me ed il sergente e di chiamarla per nome, con certezza la piccolina sarebbe andata con chi gli piaceva stare. Mia madre aprì subito la porta ed anche il sergente americano acconsentì di stare al gioco, per cui, ponemmo la bimba in mezzo a noi. La chiamò prima il sergente subito dopo toccò a me, e non vuoi che la piccina si lanciò a braccia aperte su di me. A questo punto, mia madre velocissima prese la bambina tra le braccia barricandosi di nuovo dentro casa gridando <<ha vistu...questa è figghia di Cosiminu mia e cioè nipotuma Mo! Aria!>>(hai visto, questa è figlia di Cosimino mio cioè mia nipote, adesso vai via). Per non ricominciare tutto daccapo, riuscii a convincere Jaxson a lasciare la bimba con noi per qualche giorno oppure fino a quando non sarebbe arrivata la sua ex moglie. Passarono un paio di giorni. Venne a casa la mamma della piccola. Mia madre la osservò a lungo e dato che la riteneva molto bella esclamò! <<sta femmina non teni nisciunu piccatu eti bedda comu na mattonna negra>>(questa donna non ha nessuna bruttezza è bella come una madonna negra)Poi rivolgendosi a me disse.<<ma moi si tu l'amanti di sta femmina?>> Con mia madre non c'era molto da spiegare si doveva solo acconsentire, oramai convintissima di quello che credeva aggiunse: sei stato talmente mascalzone da rendere cornuto quell'uomo di due metri. A fine scelsi di starmene zitto. E mo; viene il bello!...nel momento dei saluti e delle strette di mano, stranamente notai che la mia mamma aveva una espressione rassegnata mentre consegnava la figlia alla signora americana, la sentii borbottare << la mamma è la mamma>> Ma la piccola, si rifiutò di lasciare la mano di mia madre. A questo punto, feci opera di persuasione anche con la madre della bimba per farla rimanere ancora per qualche giorno. La signora americana, rispose che potevamo tenerla per un paio di mesi . Mia madre felicissima di tenere finalmente una nipotina anche se temporaneamente.
  23. Ospite

    Ti faranno del male - Andrea Ferrari

    Ti faranno del male – Andrea Ferrari. Titolo: Ti faranno del male Autore: Andrea Ferrari Casa editrice: Edizioni Leucotea (Leucotea Project) ISBN-10: 8899067767 ISBN-13: 978-8899067762 Data di pubblicazione: 20/04/2017 Prezzo (cartaceo): 12.90 euro, scontato su alcuni siti. Prossimamente anche l' e-book. Genere: Narrativa, Biografico, Noir Pagine: 102 Quarta di copertina: Andrea vive in un appartamento protetto del servizio di salute mentale. Vi trascorre le giornate quando non lavora come magazziniere o riflette sulla sua condizione vagando per la città. Ormai le donne sono per lui una chimera, non coltiva amicizie e ha una condizione economica precaria. L'uomo è rinchiuso in se stesso e affranto; neanche la pubblicazione del suo primo romanzo gli dona speranza. Dopo essersi ritrovato, suo malgrado, a vivere in tre diversi ospedali psichiatrici, l'arrivo di Carolina cambierà la sua vita. Questa ragazza dalle vedute antisemite e dai comportamenti particolari lo condurrà verso situazioni difficili da affrontare. Un romanzo che esaspera la naturale condizione dell'uomo: perché se tutto può andare per il verso sbagliato, quasi sicuramente lo farà. L'opera, seppur inventata, tratta in alcuni casi situazioni ed emozioni vissute in prima persona dall'autore. Per l'acquisto: Il romanzo sarà a breve (una settimana circa dopo la pubblicazione) disponibile in tutte le librerie. Le più veloci a farlo arrivare in caso di prenotazione, saranno Le Feltrinelli. Altrimenti è disponibile ai seguenti link: Amazon IBS Link utili: Edizioni Leucotea - Pagina del libro Pagina Facebook dell'autore Sito dell'autore Comunicato stampa
  24. Alessandro Cicos

    Congiuntivo

    E' corretta la frase: sarebbe bastato sparare un colpo, affinché una massiccia potenza di fuoco sarebbe giunta in pochi attimi? I due verbi "sarebbe", stonano ad orecchio ma non mi sembrano errati. Non c'è incertezza degli accadimenti.
  25. flambar

    "Il panfilo del peccato"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40592-le-tem Scontata la pena, nel carcere di Houston. Stati Uniti d'America. In breve tempo trovai imbarco come comandante di un grande e lussuoso panfilo, il cui proprietario era un facoltoso messicano. Dal porto di Houston facemmo rotta per il Messico. La paga era buona, la nave eccellente in tutti i sensi, l'equipaggio molto preparato, insomma mi trovavo molto bene. Arrivati a destinazione e finita la manovra di ormeggio, nel porto di Vera Gruz. Rimasi in attesa di nuovi ordini. Trascorsi tre giorni. si presentò l'armatore con i suoi numerosi ospiti, tutta gente facoltosa , potente sia nell'economia che nella politica, con essi vi erano delle bellissime donne. Subito dopo aver ultimato le operazioni di bunkeraggio e approvviggionamento viveri, salpammo con rotta le isole del Golfo Messico. Tutto era perfetto durante la navigazione! Ma...come succede in questi casi... non poteva andare sempre cosi! In navigazione notturna di guardia sul ponte comando, sentii della grida da donna provenienti dal salone dove erano riuniti tutti gli ospiti con l'armatore del panfilo. Allarmato, feci chiamare il contramestre (Nostromo) per verificare, cosa stesse accadendo. Con un cenno, mi azzitti, spiegandomi che se interveniamo perderemo sicuramente l'imbarco e poi ci saremo messi nei guai. Putroppo la donna o le donne continuavano a gridare anche richieste d'aiuto. Ero davvero preoccupato. Da quelle grida di dolore e le richieste d'aiuto. Il bastimento stava sotto il mio comando, rischiavo l'annullamento del titolo di capitano, perciò dovevo intervenire. Decisi di andare di persona a controllare cosa stesse accadendo. Nell'aprire la porta del salone, d'avanti a me si presentò una scena apocalittica, rimasi allibito. Il salone era pieno di fumo ma tanto fumo da stupefacenti da non vedere niente. cocaina e altre droghe diverse sparse da per tutto, sui tavoli bicchieri colmi di alcool, la cosa più preoccupante era, le donne legate e messe a terra per subire violenze e sevizie dall'armatore del panfilo e dai suoi ospiti. Tutti erano ubriachi e sotto l'effetto di droghe. A questo punto ordinai di porre fine a quella squallida orgia. Quei depravati, scoppiarono in una fragorosa risata, deridendo il mio comportamento autoritario. Un'ira incontenibile si impossesso di me, raggiunsi il mio alloggio, presi la pistola in dotazione al comandante. Radunai l'equipaggio, ordinandogli di aiutarmi a mettere fine a quel che stava succedendo, ci fu tanta titubanza nell'eseguire i miei ordini, fino ad arrivare a minacciarli di cancellare le loro matricole marinare, se non avessero eseguito quello che gli stavo chiedendo. Appena entrato nel salone dove ancora l'orgia continuava a svolgersi come se nulla fosse. Sparai tre colpi di pistola in direzione della paratia di dritta e con tono minaccioso ordinai di porre fine a quel scellerato spettacolo, diversamente li avrei messi tutti ai ferri (manette). Spaventati, si fermarono e con tutta tranquillità si fecero accompagnare nelle loro cabine accettando di essere chiusi dentro. Per sicurezza ordinai di chiudere gli Oblò e saldarli. Tutta la notte il panfilo, rimase fermo ad una trentina di miglia a Nord dell'isola di Giamaica, All'alba, decisi di consultare il proprietario del bastimento, per conoscere quale porto fare rotta in modo da potermi sbarcare. Si decise il porto di Tampico. Perciò tracciai la rotta, ponendo la prua del natante in direzione di Tampico. Tutta la navigazione si svolse in piena serenità. L'unico a non essere tranquillo ero io. Combattevo con la mia coscienza, il dovere mi obblicava a denunciare quello che era successo alle autorità marittime, ma poi mi sarei scontrato con quei pezzi da novanta. E sicuramente mi avrebbero dato filo da torcere nel difendersi dalle mie accuse. I dubbi erano molti, poi avrei vinto la causa? E giù pensieri, sopra pensieri. Ma poi ricordando come avevano ridotto quelle povere ragazze, che oltre tutto, difendevano i loro aguzzini dicendo che << era un gioco>> Decisi di andare fino in fondo. Arrivati nel porto di Tampico, finita la manovra di ormeggio, mi recai in capitaneria per denuncire il fatto. Pultroppo non mi fu possibile dare seguito alle mie intenzioni, ovvero proprio le autorità marittime mi consigliarono di non esporre denuncia. Di prendermi lo stipendio e di sparire prima che ci fossero state delle ritorzioni sia da parte dell'armatore che dei suoi pervertiti ospiti. Conoscendo in profondità la vita e in particolarità l'andazzo di quei luoghi, decisi di non esporre denuncia. Misi la coda tra le gambe e me ne tornai in Italia. Sono trascorsi più di quarant'anni dall'episodio e tutt'ora, avverto una dolorosa ferita lacerante provocata da me stesso nel profondo della mia coscienza.
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