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  1. L’annuale internazionale Apollo dionisiaco celebra il senso della bellezza dell’arte poetica e figurativa di poeti e artisti affermati ed emergenti sul territorio mondiale, sabato 7 novembre 2020 dalle ore 15,15 presso il Salone del duecentesco Castello della Castelluccia in Roma. L’Accademia Internazionale di Significazione Poesia e Arte Contemporanea, polo no profit di libera creazione, ricerca e significazione del linguaggio poetico e artistico, in Convenzione formativa con l’Università degli Studi di Roma Tre, con il Patrocinio della Regione Lazio, di Roma Capitale e promossa dall’Istituto Italiano di Cultura di New York, presidente fondatrice la prof.ssa Fulvia Minetti, vicepresidente il dott. Renato Rocchi, direttore artistico Antonino Bumbica, ha selezionato con la giuria dei semiologi, fra 640 pregevoli realizzazioni provenienti dai quattro continenti, le opere che intervengono in voce ed in mostra in corso di cerimonia. Tutti i poeti e gli artisti meritevoli ricevono il diploma dell’Accademia, la critica in semiotica estetica all’opera a firma della prof.ssa Fulvia Minetti e la pubblicazione nell’Antologia Accademica della Poesia Contemporanea online e nella Mostra Accademica dell’Arte Contemporanea online su www.accademiapoesiarte.com, aperta anche a tutte le opere dei poeti e degli artisti finalisti con critica. Alla terna dei vincitori è conferita la medaglia “Apollo dionisiaco”, per fusione a cera persa del Laboratorio orafo di Via Margutta 51 in Roma, effigie del bacio di sintesi armonica del dionisiaco inconscio e dell’apollineo cosciente. Il convegno è un giubilante viaggio nei significati di opere in poesia, opere in pittura, scultura, grafica e fotografia. L’arte è arto di vita, che muove e congiunge oltre le sovrastrutture culturali: è il grembo di libera rinascita di sé e della visione del mondo, movimento di un etico divenire veritativo. L’immaginazione è provocazione paradossale per il paradigma della differenza. L’occasione d’incontro porge all’uomo l’invito di riporre gli istanti nelle figure simboliche dell’arte: nei vasi eterni e universali della memoria. Per la sezione d’arte figurativa il Primo Premio, trofeo aureo Apollo dionisiaco, è conferito a Nazzareno Fanella, per l’opera Entropia, il Secondo Premio Trofeo argenteo Apollo dionisiaco a Nicolò Governali, La seduzione della conoscenza, il Terzo Premio, Trofeo argenteo brunito Apollo dionisiaco a Lucia Ruggieri, Maternità. Il Riconoscimento al Merito Speciale della Giuria, ex aequo a: Adriano Mencini (A.M.Gobi), Le modelle, sostegno affettivo, Camelia Rostom, Battito del cuore, Claudio Limiti, Pugni chiusi, Emanuela de Franceschi, Passioni, Henrik Saar, Angel station, Isabella Angelini, Porte Solstiziali, Manuel Olivares, senza titolo, Maura Manfrin (MauMan), Prove di volo, Natalia Mancini, La Volontà di Diventare, Patrick Pioppi, New York, Patrizia D'Andrea, L'irrazionale, Rosa Marasco, Natura che resiste, Rossella Pitarresi, Una Luna tra le Betulle, Stefania Fienili, Africa, Valentina Bollea, Cerco te, Veronica Martorana, In light I scream, in light I exist, Vito Fulgione, L'abbandono. Il Riconoscimento al Merito ex aequo a: Alessio Germano, Pulp, Bruno Roberto Greco, Maternità, Davide Rudoni, Neoclass20 #174, Donato Musto, Giovanni, Enzo Crispino, The newspaper, Franco Boffa, Piazza Tienanmen II, Franco De Luca, Autoritratto, Gianluca Glerean, Rinascita Italiana, Giovanni Battista Cau, Vecchio Borgo della Sardegna, Giovanni Gambasin, Trono; simbolo di potere, Giuseppe Galati, È primavera, Giuseppina Caserta, Melanconia, Grazyna Federico, Notte di luna piena, Karin Monschauer, Faltpapier, Loredana Caretti, Il lusso della malinconia, Luigi Rabbai, Testa memoria di un mito, Luigino Vador, Mater Divinae Gratiae, Maria Giacoma Vancheri, Sconfitta, Mariateresa Giuriati, L'era dell'acquario, Marzia Giacobbe, Natura vivente, Sibilla Fanciulli, Aiutandolo a crescere, Tina Bruno, Tagli. I Diplomi d’Onore valorizzano le opere degli artisti speciali del laboratorio d’arte dell’Istituto Don Orione: Denis Lima Silva, Mounir D Teach, Eduardo Cardillo, La bellezza del mare e la magia dell'arcobaleno. Per la sezione poesia il trofeo aureo del Primo Premio è vinto da Carmelo Consoli, per l’opera L'epopea dei vitigni salmastri, il Secondo Premio, Trofeo argenteo Apollo dionisiaco, da Franco De Luca, Viaggio, il Terzo Premio, Trofeo argenteo brunito Apollo dionisiaco, da Giuliana Prescenzo, Orme. Il Riconoscimento al Merito Speciale della Giuria è conferito ex aequo a: Afroditi Mermiga-Vlachaki, Vivono con noi - Ζουν μαζί μας, Alessandro Izzi, A ogni taglio sulla pelle, Alvaro Staffa, Ibi nunc sum, Angela Ambrosini, Tempus manet, Anna Maria Gargiulo, Qui non ronzano le api, Anna Santarelli, Un nome, Antonio Albanese, Portami con Te, vento!, David Wilkinson, Incantata bellezza, Elisabetta Liberatore, Invocando una Musa, Enrico Passeri, Reliquie d'Amore, Franco Boffa, Turris eburnea, Georges Maestroni, Quando immobile, bianco, Giulio Bernini, Il sorriso dei ragazzi innamorati, Joseph Barnato, Il martin pescatore, Loretta Stefoni, L'inganno della luna, Matteo Bona, Ode alla migrazione, Maurizio Bacconi, Le parole che non ho, Nunzio Buono, Come un quadro, Rony Rodolfo Rigacci, Farfalle gitane, Sandro Montanari, Dove le strade sono d'acqua, Simone Fagioli, Foglie, Sonia Giovannetti, L'ultima promessa, Stefano Zangheri, risacca, Umberto Druschovic, Forse gli uccelli sanno, Vincenzo Ricciardi, strade. Il Riconoscimento al Merito ex aequo a: Alessandro Inghilterra, Corri, coi piedi per terra, Ana Maria Andrino Botelho, Cammino, Andrea Di Massimo, Sogno d'abisso, Angela Maria Miceli, Verde, Corrado Avallone, Forse tornerò, Daniela Cicognini, Ectoplasma, Franca Donà, E gli occhi erano fiori, Franca Mancini, Intangibile sempre, Franco Conte, Estate, Gabriella Capone, Petralia, Gabriella Cinti, Sirena libera, Gabriella Picerno, In te, Gennaro De Falco, Cartesio 2018, Gianfranco Rossodivita, Vanessa, Giovanni Codutti, Frammenti, Giuseppina Crifasi, Il mio amore è una casa, Guido De Paolis, L'ultima finestra, Marcello Di Gianni, Ho costruito e distrutto, Mariacristina Lunardi, Quattro, Mario Pizzolon, Vita brezza solare, Massimo Mezzetti, Fiammella, Mauro Montacchiesi, Alla mia malinconia, Rodolfo Damiani, Notte di malinconia, Sabrina Vanini, Rumore della terra, Simona Grillo, Lascia che proceda, Umberto Di Pietro, Sere di maggio, Vittorio Di Ruocco, Il vento silenzioso della morte. Le Distinte Partecipazioni dei minori chiamano in premiazione Gianluca Scalera, Il quadro e il Sognatore, Giulia Groccia, Poros e Penia, Lorenzo Piraina, L'animo oscilla. Il giornalista Giuseppe Palmieri, primo Direttore dell’Agenzia di Stampa AdnKronos e il prof. Raffaele Occulto, già Docente Universitario presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, sono ospiti d’onore in cerimonia. Presenta la premiazione la conduttrice Adea Nicoletti e accompagnano gli ascolti Luigi Aloisi alla chitarra e Mauro Menegazzi alla fisarmonica. Pregiatissimi Autori e Artisti internazionali invitano alla partecipazione al sentimento e al senso della bellezza dell’arte, in tutti i suoi linguaggi espressivi.
  2. Giovanni Fara

    Catartica Edizioni

    Nome: Catartica Edizioni Generi trattati: Narrativa, saggi, biografia e memoriale, storico, romanzo di formazione Modalità di invio dei manoscritti: Inviando una e-mail all'indirizzo di posta catartica.manoscritti@gmail.com Distribuzione: Libro co. Sito: http://www.catarticaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/catarticaedizioni/ Dal sito dell'editore: Catartica Edizioni [...] Vogliamo essere indipendenti e controcorrente, una casa editrice che non pone censure preventive e che punta a valorizzare tutte le forme di espressione che nella letteratura così detta “tradizionale” non trovano sufficientemente spazio. [...] Il Progetto [...] Un progetto indirizzato principalmente, ma non esclusivamente, alla Sardegna, della quale intendiamo raccogliere e valorizzare le principali tematiche che animano il dibattito socio-politico e culturale. Una piccola casa editrice indipendente indirizzata a valorizzare le realtà locali, le periferie, le culture e le espressioni d'arte alternative che vengono trascurate dalla grande editoria incline alla sola logica del profitto e delle grandi tirature. Un progetto svincolato dunque dalla crescente massificazione e dall'appiattimento culturale imposto dall'industria editoriale dominante. Alla base di tutto questo c’è il desiderio di prestare attenzione ad ogni percorso del libro, partendo dalla valutazione del testo sino a mettere l'autore al centro di un lavoro di redazione mirato non solo alla stampa della sua opera ma anche alla cura dei dettagli, alla promozione, che consideriamo essenziale, e alla sua distribuzione. [...] [...] Catartica Edizioni pubblica opere di vario genere (Raccolte di racconti, Romanzi, Saggi politico-sociali ecc.) di scrittori emergenti e non, con particolare attenzione alle tematiche sociali delle realtà urbane, delle periferie e alle espressioni d’arte alternative. [...] L’idoneità alla pubblicazione [...] comporta la sottoscrizione di un contratto di edizione che non prevede nessun costo a carico dell’autore. [...]
  3. Edmalo

    Alise Editore

    Nome: Alise Editore Sito: https://aliseeditore.it/ Catalogo: https://aliseeditore.it/collections/audere-libri https://aliseeditore.it/collections/instapoeti https://aliseeditore.it/collections/eternity Modalità di invio dei manoscritti: https://aliseeditore.it/pages/manoscritti Distribuzione: Per sconti personalizzati o informazioni sulla distribuzione dei nostri titoli, si prega di scrivere a mail@aliseeditore.it Facebook: https://www.facebook.com/aliseeditore/ Contatti: Telefono: (+39) 02 5656 9586, mail@aliseeditore.it Alise Editore, fondato da Alessandro Alise, è il brand principale che dà il nome a tutto il Gruppo editoriale, formato da altri tre brand: Instapoeti, Audere ed Eternity. Marchi racchiusi in un unico Gruppo come in una famiglia. Insieme pubblichiamo libri di qualità, titoli suddivisi in collane innovative che spaziano dai romanzi alle storie vere, dalle biografie ai libri di formazione, di crescita personale, self-help, manualistica di business, lifestyle e comunicazione. Testi umoristici, d’intrattenimento, cucina, salute, tecnologia e benessere. La nostra passione? Pubblicare libri che rendono il mondo un posto migliore.
  4. dfense

    Mario Vallone Editore

    Nome: Mario Vallone Editore Generi trattati: Narrativa, poesia, testi biografici, religiosi, e per bambini. Modalità di invio dei manoscritti: via mail (vallonemario@yahoo.it). http://www.mariovallone.it/invia-un-manoscritto/. Distribuzione: http://www.mariovallone.it/distribuzione/ Sito: http://www.mariovallone.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ThothLibri/ Da leggere, la pagina in cui l'editore illustra in maniera chiara ed esaustiva il proprio sistema di lavoro: http://www.mariovallone.it/modus-operandi/
  5. Lui

    Ronzani Editore

    Nome: Ronzani Editore Generi trattati: Narrativa non di genere, Saggistica, Poesia, Tipografia ed Editoria: https://www.ronzanieditore.it/le-collane Modalità di invio dei manoscritti: contatto diretto attraverso la sezione "contatti" Distribuzione: https://www.ronzanieditore.it/punti-vendita/punti-vendita Sito: https://www.ronzanieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/RonzaniEditore/ Dalla sezione "La Casa Editrice": La nascita di una nuova Casa Editrice richiede la compresenza di ingredienti precisi: l'amore per il libro come mezzo di espressione e come occasione di divulgazione del pensiero, un programma editoriale chiaro e coerente con il messaggio culturale che si intende offrire, un'altrettanto chiara idea del pubblico a cui ci si rivolge, una solida organizzazione d'impresa, la sensibilità per la scelta dei titoli e degli autori, la voglia di scovare nuovi autori e opere inedite che possano entrare in un catalogo uniforme, organico, dove i libri si “parlino l'un l'altro”, per sviluppare un pensiero e una narrazione coerente; infine – ed è una peculiarità che intendiamo sottolineare - la capacità tecnica di produrre libri belli: tipograficamente, graficamente, e per i materiali che si utilizzano nel farli. In altre parole la necessità che un gruppo di persone apporti la propria sensibilità e le proprie competenze al progetto: è un evento raro, ma quando accade genera una specie di magia. La Ronzani Editore, fondata nel 2015, nasce da questo felice incontro tra persone che condividono queste idee, da questa sentita esigenza di diffondere, divulgare l'amore per la lettura e per i bei libri, ma vorrebbe essere anche qualcosa di più: un “progetto culturale” che veda il libro come meraviglioso pretesto: per rendere concreta questa moderna e attualissima forma di resistenza, che si dispone partendo da tre collane classiche per una casa editrice di cultura, narrativa – poesia – saggistica, oltre a una quarta dedicata alla cultura tipografica ed editoriale.
  6. Massimiliano Marconi

    Capanne

    Commento a Come Marty McFly Ho aperto l'album, la mia vecchia collezione di attimi, ed ecco che un piccolo frammento è schizzato fuori con forza dalle pagine polverose: l’esile istantanea di una lontana estate ai tempi delle scuole medie. Ricordo che in quell’anno – mi sembra il 1967 – i miei nonni avevano ritardato la partenza per il mare e a giugno ormai inoltrato ero ancora a casa a sopportare il caldo e le lunghe giornate oziose che trascorrevo purtroppo lontano dalle spiagge e dagli amici marittimi. Da buon lettore di fumetti e libri d’avventura decisi quindi di mettermi a fare l’esploratore. Uscivo la mattina, jeans, maglietta e un paio di Superga blu ai piedi, e arrivato in fondo alla mia strada anziché girare a sinistra verso la piazza, prendevo la via sulla destra: una corta “S” che all’improvviso diventava un viottolo accidentato che si perdeva nei campi assolati. Ma dopo pochi metri il panorama cambiava completamente. L’erba, i radi ulivi e le piccole costruzioni di mattoni e tegole un po’ sbilenche che sparavano nell’aria il frastuono dei telai sempre in funzione lasciavano il posto a una specie di boschetto ombroso di grossi alberi fra i quali spuntavano dalla terra, come funghi, delle capanne costruite alla bell’e meglio, con assi di legno sconnesse, pezzi di ondulato o altri materiali di recupero e i tronchi stessi a fare da colonne. E in mezzo a tutto questo, nascosto fra le fronde basse, sorgeva un vecchio edificio dalle pareti scalcinate e quasi completamente ricoperte di edera; gli infissi – quelli che ancora rimanevano – erano di quel verde pallido e scrostato che da anni non vede una mano di vernice. Per quanto possa sembrare strano, quel rudere era abitato da una coppia di contadini e dal loro figlio, un ragazzino più piccolo di me di un anno e tanto smilzo quanto io, in quegli anni, ero rotondetto. Le capanne ospitavano un po’ di animali, per lo più pollame, e soprattutto davano il nome a quella piccola porzione di territorio ancora selvatico e il soprannome al ragazzo che ci viveva. Lo avevo conosciuto alle elementari: un tipo un po' schivo, che durante la ricreazione se ne stava quasi sempre seduto in disparte, sprofondato nelle pagine grinzose di un fumetto oppure intento a sfogliare uno stropicciato mazzetto di figurine Panini. Le nostre affinità erano parecchie e fu piuttosto naturale cominciare a scambiarsi qualche parola e qualcuna di quelle figurine. Tutti lo chiamavano in quel modo: Capanne, e anch'io l'ho sempre associato solo a quel nome, tanto che proprio non ricordo quale fosse quello vero. Nelle mie mattinate da esploratore, Capanne mi accoglieva con un gran sorriso e occhi già ben svegli e luminosi sotto la tesa smangiucchiata di un grosso cappello di paglia. Addosso, una vecchia canottiera lisa e un po’ bucherellata cacciata in un paio di calzoni corti dal colore ormai indefinito e stretti in vita da una cintura di cuoio la cui lunga estremità penzolava fin quasi a terra; le gambe magre finivano in un paio di scarponcini slacciati dalle suole consumate e infangate. Era il suo tipico abbigliamento da lavoro. Ben diverso dai miei capi tutti belli pulitini… Ma nessuno dava peso a certe differenze. E qualunque cosa dovesse fare, gli davo volentieri una mano perché le varie incombenze fossero sbrigate velocemente e ci fosse tempo per dedicarsi alle cose davvero importanti: fabbricare un fucile a elastici usando un manico di scopa, qualche molletta per i panni e pezzi di camera d’aria; tirar fuori micidiali archi e frecce dalle stecche di ombrelli rotti per poi sfidarsi in gare senza fine contro bersagli di cartone; oppure, proprio non far niente se non sedersi con la schiena contro un albero a leggere i fumetti che non mancavo mai di portarmi dietro. Proprio come quel giorno. Dopo aver trotterellato qua e là con un paio di grossi secchi pieni di mangimi vari, ci mettemmo seduti all’ombra. Capanne buttò da una parte il suo cappellaccio di paglia e mi tese la mano in attesa del suo giornalino preferito, nel quale si tuffò a pesce. Io, ogni tanto, alzavo gli occhi dalle pagine del mio fumetto e intravedevo la figura di suo padre nel suo andare avanti e indietro con qualche pesante attrezzo in spalla. Era impossibile non notare la somiglianza fra lui e il figlio: stesso cappello sfrangiato, stessi lineamenti scolpiti, la stessa immancabile canottiera, pantaloni (lunghi) strizzati in vita e scarponi color del fango secco ai piedi. E stesso sorriso che gli saliva fino agli occhi quando si soffermava per darci un’occhiata da sotto la tesa del cappello. Sapevo che, purtroppo, tutto questo non sarebbe durato ancora per molto. Sapevo che presto tutti e tre se ne sarebbero tornati al loro paese di origine perché buona parte di quella zona sarebbe stata spazzata via per far posto a nuove abitazioni e nuove strade in modo che il mio quartiere, La Castellina, si ricongiungesse a quello adiacente, La Pietà. Da lì, quell’aria di provvisorio, di trasandato che pesava su tutto quanto. Stavamo là tutti concentrati nella lettura, dunque, quando sentimmo la voce di sua madre che chiamava per il pranzo e alla quale per primo rispose il brontolio sordo della mia pancia. Ci guardammo e scoppiammo in una risata che riuscì a contagiare anche i suoi genitori. E ancora ridevo fra me e me mentre correvo fra l’erba diretto verso casa. Ma il riso mi si spense improvvisamente in gola: una fitta acuta sotto il piede mi costrinse a buttarmi a terra sul fianco. Alzai la gamba destra, stringendola fra le mani nel tentativo di contenere il dolore. Attaccato alla suola di gomma della Superga c’era un pezzo di legno sul quale luccicava la grossa testa di un chiodo. E mi resi conto con orrore dov’era andata a finire la punta. Non so come, ma riuscii a non farmi prendere dal panico e a tirar via il chiodo dalla scarpa. Ricordo però che, oltre al piede, la bocca continuò a farmi male fino a sera, tanto devo aver stretto i denti nello sforzo. Mi alzai a fatica e zoppicai fino a casa. Dove finalmente arrivai grondando sudore e lasciando una scia di vistose gocce di sangue che traboccavano dalla tela della scarpa ormai completamente inzuppata. Sorvolo sulla reazione di mamma nel vedermi in quello stato. Diciamo che alla fine ce la fece a calmarsi e a chiamare il medico, che mi costrinse a stare una settimana intera disteso a letto con un chilo di garza imbevuta di alcol avvolta intorno al piede (fra l’altro non potevo neppure fare l’antitetanica perché in una precedente occasione mi ero scoperto allergico). Naturalmente tutto andò per il verso giusto e alla fine della settimana camminavo meglio di prima. Questo per quanto riguarda il fisico. Sull’animo invece mi rimasero un paio di profonde cicatrici. Già dalla prima mattina che potevo rimettere il naso fuori di casa mi incamminai – con molta attenzione – verso Capanne, per raccontare al mio amico cosa mi era successo e spiegargli il motivo per cui non ero più andato a trovarlo. Ma tutto ciò che mi trovai di fronte fu un gran polverone e un paio di ruspe che correvano avanti e indietro a spianare muri, capanne e fragili bersagli di cartone… Se n’erano andati, un paio di giorni dopo il mio piccolo incidente (seppi dopo), e io non avevo potuto dir niente al mio amico Capanne. Così, non solo perdevo un altro pezzetto di quel mondo, così importante ai miei giovani occhi, in nome dell'arrivo del progresso; ma soprattutto perdevo un amico. Ed era una perdita ancora più forte perché appesantita dal dubbio. Chissà se sarà partito a occhi bassi portando con sé solo del rancore verso chi lo aveva abbandonato senza una parola di saluto; oppure voltandosi un'ultima volta verso il punto in cui ero solito arrivare, seppure deluso, avrà sorriso, sicuro che se non mi ero fatto più rivedere era stato per fatalità e non per colpa? Mi piace pensare che, fra veri amici, è quest’ultima l'unica risposta.
  7. Giampo

    Theoria Edizioni

    Nome: Edizioni Theoria Sito: https://edizionitheoria.it/ Catalogo: https://edizionitheoria.it/index.php?r=catalog%2Fbooks&BookSearch[sort]=publication_date&BookSearch[order]=3 Modalità di invio dei manoscritti: https://edizionitheoria.it/index.php?r=site%2Fcontact&scenario=proposal Distribuzione: la rete promozionale è affidata a Libromania, mentre Messaggerie Libri è il distributore. Facebook: https://www.facebook.com/Edizioni-Theoria-208109706714486/ Questi sono giovani e fortissimi. Come si legge su Wikipedìa: Theoria è una casa editrice indipendente che ha avuto sede a Roma. Fondata nel 1982 e chiusa nel 1995, è rinata grazie al gruppo Rusconi nel 2017, con la sede spostata a Rimini (in verità è Santarcangelo di Romagna, ma la provincia è quella). Tra gli altri autori italiani Theoria ha pubblicato gli esordi narrativi di Fulvio Abbate, Giampiero Comolli, Marco Lodoli, Giulio Mozzi, Sandro Onofri, Sandra Petrignani e Sandro Veronesi. Grande importanza avevano anche le pubblicazioni scientifiche, la saggistica letteraria e le traduzioni di autori stranieri come Su Tong. La redazione di Theoria ha anche svolto una funzione di palestra e laboratorio per un'intera generazione di editor, curatori editoriali e traduttori, destinata successivamente a svolgere un ruolo importante nell'editoria italiana, e di cui hanno fatto parte: Paolo Repetti, Claudio Ceciarelli, Severino Cesari, Giulio Mozzi, Ottavio Fatica, Giacomo Scarpelli, Maria Rita Masci.
  8. Elisabeth

    Stand by me

    Stamattina pioveva ed io non sono riuscita a smettere di fissare quella pioggia sottile che scendeva cantilenante e dolce. Ora ha smesso. Apro la finestra e mi arriva alle narici l’odore unico della terra bagnata. E d’improvviso mi assale il ricordo di un’altra terra bagnata e di un tempo andato. D’estate io e Marie, appena smetteva di piovere, correvamo fuori e andavamo a caccia di lumache. Non so perché ci fossimo fissate con le lumache. Probabilmente il fascino di un animaletto che si porta la casa appresso era per noi irresistibile. Ci tuffavamo nell’erba alta del giardino che correva lungo tutta la casa e la prima che ne trovava una guadagnava dieci punti. Una volta ne trovammo una ventina, una colonia. Le battezzammo una per una e a turno la sera ci eravamo date l’ingrato compito di contarle. Ne mancava sempre qualcuna all’appello. E noi restavamo lì a chiederci per quale ragione fossero l’emblema della lentezza quando invece a noi sfuggivano con una regolarità inspiegabile. E fu nel cercare di recuperarne una che successe. Il giardino nel quale le nostre scorribande prendevano vita finiva su un terreno incolto, una proprietà contesa da anni tra eredi mi pare e per questo abbandonata a se stessa. In effetti non c’era nulla che ne segnasse i reali confini, per cui talvolta capitava che correndo ci finivamo in mezzo anche se sapevamo che oltre un certo albero, abbattuto da un fulmine chissà quanto tempo prima, ci era stato vietato di inoltrarci. Ci avevano raccontato che al centro del terreno incolto sorgeva dal nulla una casa a cui mai e poi mai dovevamo avvicinarci. Noi più di una volta ci avevamo fantasticato sopra. A seconda dell’umore di una delle due si trasformava in un castello o in un antro dove sicuramente viveva una strega. L’influenza delle nostre letture infantili giocava anche il suo ruolo devo ammettere. Ma quando accadde non ci stavamo pensando da molti giorni alla casa, eravamo state costrette dalla pioggia a riversare la nostra fantasia su altri obiettivi. Perciò ancora adesso sono convinta che se non fosse stata per la lumaca non ci saremmo avventurate oltre l’albero caduto. Ma era diventata una questione di principio recuperarla ormai. Senza avvedercene ci ritrovammo così di fronte alla “casa”. Era una semplice costruzione su due piani, con un balconcino rotondo sorretto da due colonnine con un arco che introduceva alla porta d’ingresso. L’edera, infestante, ne disegnava i contorni e i tratti, e piccole rose bianche ne puntellavano gli angoli addolcendoli. Non era un castello, ma nemmeno un antro buio dove potesse trovarsi a suo agio una strega degna di questo appellativo. “Vai avanti tu” mi disse Marie. Circospette e guardinghe ci avvicinammo all’arco di edera e pietra. “Non credi che dovremmo tornare indietro invece?” Le risposi sussurrando. Ma in risposta ottenni solo uno spintone che mi fece inciampare in un gradino nascosto dalle erbacce. Il risultato fu che per evitare di rimetterci l’arcata superiore appena spuntata mi aggrappai ad una maniglia che spuntava dalla porta a cui a furia di spintoni ci eravamo approssimate. E la porta si aprì senza sforzo. L’interno ci sorprese molto più dell’esterno ormai preda sconfitta dell’edera. Un camino scoppiettante – sebbene non avessimo visto fumo né avvertito l’odore avvicinandoci – con davanti un tavolino ci si presentò davanti gli occhi. Delle piccole poltroncine basse, una libreria e delle lampade completavano l’arredamento. “Andiamo via” mi disse Marie, ma io non le risposi assurdamente affascinata da quello spettacolo insolito e del tutto fuori da ogni logica. La casa doveva essere un rudere abbandonato, così mio padre lo aveva sempre descritto. Invece sembrava non solo essere abitata ma era anche arredata di tutto punto. Su una delle poltrone giaceva abbandonata una veste bianca punteggiata di fiorellini rosa. Senza alcuna coscienza, tipica dei bambini, iniziammo a gironzolare per quella stanza toccando i libri, fingendo di prendere il tè nelle tazzine di porcellana finissima conservate nella credenza, indossando dei cappelli con delle piume lunghissime che giacevano abbandonati su un divanetto, senza pensare nemmeno per un attimo all’eventuale proprietaria di tutte quelle cose. Ridevamo e ci rotolavamo sul tappeto persiano che copriva parte del pavimento in legno levigato. Finché non sentimmo un rumore provenire dal piano di sopra. La risata ci si bloccò in gola. Guardandoci con gli occhi sgranati e con i cuori che battevano all’impazzata, ci liberammo dei cappelli e iniziammo a correre inciampando nel tappeto, urtando il tavolino che rovinò a terra, e guadagnammo la porta. La corsa verso casa fu talmente furiosa che chiunque ci avesse scorto avrebbe visto solo un groviglio di gambe e braccia, una macchia indistinta sullo sfondo verde degli alberi. Avevamo fatto tardi e trovammo i nostri rispettivi genitori furenti, neanche ci salutammo con Marie e a capo chino rientrammo ognuna nella sua casa pronte alle sgridate. Più tardi, durante la cena, quando cercai di raccontare le cause del nostro ritardo a mio padre ricordo che lui prima mi guardò stranito e poi mi rispose laconico “ci sono passato ieri, non ci abita nessuno in quella casa, perché non è nemmeno una casa, sono rimaste solo le fondamenta. Un incendio la distrusse tanto tempo fa”. Presumo che la stessa risposta fu data anche a Marie. Quando ci rincontrammo l’indomani ci aspettava il mare azzurro e la promessa di cento bagni, le lumache erano ormai partite ognuna con la sua casupola per nuove avventure, e noi non ne parlammo mai di quel pomeriggio. Ogni tanto però ci fissavamo negli occhi e un sorriso complice si allargava sulle nostre bocche con le finestrelle. Non rividi più Marie, quella fu l’ultima estate che andammo in quella casa dal giardino scomposto a racchiuderne i lati. E fu l’ultima estate di un tempo ancora inconsapevole. Sta ricominciando a piovere. L’aria si è fatta gelida. Meglio chiudere la finestra.
  9. Giampo

    Edizioni Clichy

    Nome: Edizioni Clichy Sito: https://edizioniclichy.it Catalogo: https://edizioniclichy.it/shop Modalità di invio dei manoscritti: https://edizioniclichy.it/chi-siamo Distribuzione: Mondadori Libri Facebook: it-it.facebook.com/edizioni.clichy
  10. Mister Frank

    Ponte alle Grazie

    Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: http://www.ponteallegrazie.it/contatti.asp?editore=Ponte alle Grazie proposte@ponteallegrazie.it Oppure torseo Ioscrottore (per proposte di narrativa) Distribuzione: Messaggerie http://www.ponteallegrazie.it/ced.asp?editore=Ponte alle Grazie&lang=ita Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  11. Vincenzo Ferrara

    Oggi, 6 giugno 1936

    Commento Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Mi disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una strana forma di nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato. Su sua richiesta ho tradotto il testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Kyle, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante. Today, June 6th, 1936 (Oggi, 6 giugno 1936) I Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante. Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche soldo. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato. Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma che abitava le numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto: Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73 Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Sarebbe poi arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario: Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.* Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti dell'antenato nella biblioteca comunale di Potenza, per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015. II Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti: I registri sono tutti sbagliati.* Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno 1936. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato su una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936. In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Sabia alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario. Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era di lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo: Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.* Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Si fermò di fronte a quell'affissione maledetta, iniziò a sudare e tremare. Mettere un uomo di fronte alla nudità dei propri incubi significa portarlo alla follia o, nel migliore dei casi, alla morte. Non siamo fatti per queste cose, viviamo nel paradosso ma dobbiamo ignorarlo per vivere nella decenza. Antonio avvicinò la torcia a quel muro e, in pochi secondi, l'annuncio fu in fiamme. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, il fuoco di un nuovo giorno. Ieri, meglio non saperlo. III Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra. Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Un paese che ha la sua definizione di marcio, tutta particolare. Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.* I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, sembra quasi rivelare l'epilogo di questa strana storia. Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse una certa fama nei passaparola della nazione quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni singolo giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu poi quel John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro. Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia fossero stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano. *** Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento a tutte quelle cose che Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona (gli scriverò al riguardo, prima o poi). Vorrei che avesse parlato, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo strano e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella dura bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era una probabile manifestazione di autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via. *In italiano nel testo originale
  12. Giampo

    Adda editore

    Nome: Mario Adda editore Sito: https://lnx.addaeditore.it/ Catalogo: https://lnx.addaeditore.it/content/category/2-catalogo Modalità di invio dei manoscritti: https://lnx.addaeditore.it/content/36-invio-di-manoscritti Distribuzione: Non specificato Facebook: https://it-it.facebook.com/addaeditorebari/ Una casa editrice barese, attivissima sul proprio territorio, che pubblica praticamente qualsiasi genere e che si proclama non a pagamento.
  13. Giampo

    Edizioni Ponte Gobbo

    Nome: Edizioni Pontegobbo Sito: http://www.edizionipontegobbo.com Catalogo: http://www.edizionipontegobbo.com/e-books.php Modalità di invio dei manoscritti: non specificato (http://www.edizionipontegobbo.com/contatti.php) Distribuzione: non specificato nel sito, ma dovrebbe essere Casalini Libri. Facebook: https://www.facebook.com/ed.pontegobbo/
  14. Giampo

    Bulzoni

    Nome: Bulzoni Sito: www.bulzoni.it Catalogo: www.bulzoni.it/it/shop Modalità di invio dei manoscritti: www.bulzoni.it/it/contatti. Modalità non specificata, ma è possibile accordarsi per la spedizione del manoscritto telefonando in sede. Distribuzione: www.bulzoni.it/it/distribuzione Facebook: www.facebook.com/BulzoniEditore
  15. flambar

    Conte Louis Arthur De la Gironde

    www.writersdream.org/foru “CONTE LOUIS ARTHUR DE LA GIRONDE” Ero un giovanissimo primo ufficiale di coperta (comandante in seconda) imbarcato su di un moderno portacontainer a turbopropulsori denominato “Relay.” Già da due giorni svolgevamo operazioni portuali nella città di Port Bouc (Francia). A sera tardi finito di piovere mi venne voglia di fare una passeggiata per le vie della città. Chiamai un taxi, e mi accompagnò nel quartiere della movida francese. Camminando nelle viuzze mi accorsi che la città era eccezionalmente pulita ed ordinata. Vi erano fiori e piante da per tutto, le finestre delle case adornate come le abitazioni delle fiabe. Una bella ragazza francese, mi sbarrò il passo dicendomi che mi amava e, desiderava passare la serata in mia compagnia. Pur Sapendo che era una messa in scena per attirare i clienti con l'intenzione di pulirgli il portamonete in un locale nelle vicinanze accettai lo stesso l'invito. Osservandola con più calma constatai che era estremamente bella, quando danzava i suoi movimenti erano talmente sensuali da lasciarmi senza fiato. Durante la danza la stringevo forte a me assaporando il suo inebriante profumo di femmina, fremevo sentendo il suo morbido corpo tra le mie braccia. Insomma ero partito e non sapevo neanche dove mi trovavo. Nell'istante in cui avevamo perso la testa tutti e due, manacce nervose con grande forza bruta ci distaccarono. Era il titolare del Bar Osteria nonchè, marito della bella ragazza che poco fa tenevo tra le mie braccia. Costui afferrò con tanta forza il braccio di lei da lasciarli dei lividi facendola urlare di dolore trascinandola in malomodo fuori dal locale. Da parte mia ancora non sapevo che era il marito ma, anche a saperlo non tollero che si tratti cosi una donna in mia presenza. Con sincerità le mie intenzioni erano di calmare le acque ma, il furibondo marito mi sferrò un tremendo pugno in faccia da farmi cadere per terra riuscendo a lesionarmi la mascella. Reagii immediatamente riducendo il titolare del locale un vero straccio gliene detti tante che metà bastavano. Seduto per prendere fiato, cinque individui mi aggredirono a tradimento riducendo il sottoscritto a “ Ecce Homo”. Tutto dolorante sporco di sangue chiamai un taxi che, vedendomi in quelle condizioni rifiutò il sevizio, consigliandomi di chiamare l'ambulanza. Alla fine per allontanarmi il più presto possibile dalla zona, mi incamminai zoppicante per raggiungere la nave. I dolori diventavano molto forti ed ogni tanto ero costretto a fermarmi per riposare. Mentre ero seduto su di una bitta al buio, si sentivano dei passi ritmati come un orologio rimbombavano per tutto il porto. Nel momento che riposavo a causa della serataccia trascorsa venni preso dallo sconforto, piansi ed una lieve vertigine mi fece cadere rovinosamente per terra. Una voce molto quieta in francese mi chiese:«che problemi hai marinaio» risposi:«niente non ti preoccupare»ma a causa dei forti dolori non ero in grado di alzarmi, lo sconosciuto calcolando la mia precaria situazione mi aiutò a sollevarmi di terra e con una sola mano riusciva a tenere dritti i miei novanta chili di peso corporeo. Evidentemente venni meno e svenni. Al mio risveglio, mi accorsi che non stavo nella la mia cabina, qualcuno mi aveva pulito disinfettato e messo venti punti di sutura sparsi per il corpo. Sentii bussare alla porta diedi il permesso di entrare, di fronte a me si presentò un uomo talmente bello che sembrava un angelo. Domandò come stavo, dicendomi che aveva avvisato il mio comandante perciò di non preoccuparmi. Ad un marinaio che aveva il compito di pulire la cabina domandai chi fosse; rispose era un nobile francese comandante della nave ed anche armatore, si chiamava “Louis Arthur De La Gironde” un conte. I dolori erano diventati più acuti di prima, i francesi c'erano andati duri. Allora di pranzo, il conte Louis, con molta gentilezza mi invitò al suo tavolo per consumare la pietanza Nell'istante in cui presi posto, la sua espressione cambiò del tutto compresa la sua voce, dopodichè mi pareva di dialogare con un vero diavolo. In atteggiamento da duro mi chiese di raccontare quello che mi era capitato. Per evitare guai non collaborai alle sue richieste. La sera decisi di ritornare a bordo del bastimento dove ero imbarcato. A notte fonda un ciclone spalancò la porta della mia cabina e afferrandomi di petto mi costrinse ad alzarmi per seguirlo. Voleva conoscere i responsabili del feroce linciaggio organizzato contro di me. Gli feci presente che eravamo solo in due, ed io nelle condizioni in cui mi trovavo avremmo avuto sicuramente la peggio, rispose;«tu non ti preoccupare me la vedo tutto io». Parcheggiò l'auto nelle vicinanze del locale in questione e mi obbligò a indicare i responsabili dell'aggressione nei miei confronti. Uscendo dall'auto mi intimò:« tu! resta qui! ». Quello che si è svolto dopo mi lasciò stupefatto. Anche io avevo esperienze di risse tra marinai, c'è da sottolineare che dette risse sono da definirle all'acqua di rose, in confronto allo spettacolo che offriva la bagarre del conte Louis, che pur essendo un uomo in torno al metro e ottantacinque centimetri si muoveva e saltava come l'agilità di un gatto. Ogni colpo che sferrava era una dura mazzata e se qualcuno si azzardava ad armarsi di coltello o di una qualsiasi cosa per offendere la situazione si aggravava facendolo diventare più aggressivo e più crudele. Non conoscevo il suo modo di lottare non l'ho visto neanche nei film al cinema, usava a secondo le circostanze tutte le parti del corpo colpendo con la massima precisione dove doveva colpire ed ogni colpo era un ko. In sintesi la lotta durò pochi secondi ed i cinque crollarono per terra come defunti. Non inveiva contro gli avversari. come loro avevano sicuramente fatto con me, attendeva che si ripigliassero o li aiutava a riprendersi gettandogli in faccia un bicchiere di acqua fredda dato che il locale essendo anche un ristorante ne trovava quanto ne voleva per poi colpirli con durezza. In fine disgustato della loro meschina resistenza con la massima calma rientrò in macchina dicendomi:«vieni con me marinaio ti offro un bicchiere di buon Cognac »in che maniera potevo non accettare? Perciò saliti a bordo della sua nave, quando entrai nella cabina rimasi sbalordito sembrava la sala di un nobile arabo tutta piena di veli, le paratie erano rivestite in mogano di Giamaica, per terra ricoperto con tappeti pregiati una vera reggia. Mi fece accomodare offrendomi uno squisito Cognac ma, nel momento che mi consegnava il bicchiere a calice toccò con ambiguità la mia mano, pensai con molte probabilità è stato un gesto involontario, un uomo cosi forte coraggioso che sotto i miei occhi aveva ottenuto la meglio con estrema facilità contro cinque energumeni sicuramente molto violenti, non poteva appartenere alla classe degli uomini gay. Senza offesa nei confronti dei gay. Purtroppo mi sbagliavo, nell'accorgermi che poneva spesso la sua mano sulle mie ginocchia e qualche volta accennava a dei gesti decisamente effeminati. Gli dissi:« scusami un momento adesso torno» Non tornai affatto ed in serata salpammo con rotta l'arcipelago delle Canarie. Del conte Louis è rimasto indelebile la sua educazione , la sua gentilezza, il suo coraggio e l'etichetta del suo squisito cognac tanto raro da riuscire a trovare una sola bottiglia molto costosa sorseggiandola alla sua salute. m/forums/topic/40649-mi-119-il-parchetto/?do=findComment&comment=773483
  16. U'

    l’italienischen freund

    Qui Avevo sperato un’intrusione nel budello metropolitaine fatto di mercati, spesa quotidiana, pizzicagnoli e soffitte e invece Suplice mi presenta a un’amica sua, figlia in vista di antichi ugonotti, e grazie a dio si limita a una presentazione sommaria e frugale. ‘Tolto il dente tolto il dolore, direste voi’, dice Suplice sulla soglia, nel suo vestito biancolatte e con le Kickers da bambina, mentre io controllo che la suola della mie tiger sia netta per non macchiare parquet, moquette, mattoni d’oro o qualunque altro genere di arazzi e passamanerie potrei scovare all’interno. Il nostro anfitrione è una donna asciutta e ben vestita, non priva di una certa austera bellezza, peccato gli occhi rossi e il fazzoletto ciancicato. Mentre tira su dal naso ci fa accomodare su un divano blu di prussia con i cuscini di velluto sui quali mi ritrovo a tracciare con le dita prima fragili figure astratte, poi timidi cazzetti che diventano sempre più sfacciati finché non è Suplice a mettere fine di suo pugno alla frenetica cazzomachìa e con un gesto della mano, stende il velluto e cancella ogni fellatio come gesso sulla lavagna. Con la mia tazza di caffè americano posso finalmente ammirare lo scorcio della Neue Synagoge con la cupola in stile moresco e le decorazioni a traliccio ed ignorare bellamente il nostro ospite che ormai credo di aver inquadrato come una donna scopata male dentro un matrimonio nato stanco da cui avrebbe fatto bene a saltar fuori alla prima occasione o quantomeno al primo accenno di corna. Perché oltre ad aver compreso che suo marito non la toccherebbe più neanche con il cazzo del giardiniere yemenita – si tratta evidentemente di un’iperbole visto che non ho niente contro yemeniti, giardinieri o cazzi in genere-, questa ragazza si rammarica per un’esistenza di cui ha solo vagheggiato, dopo averne assaggiato uno scampolo durante il primo anno da sposina. Capirai la noia quando la pendola - la pendola!!! - ha suonato la prima ora passata a raccogliere confessioni di scopate tristi come un Natale senza neve. Non ce l’ho fatta più: mi sono acceso una sigaretta e le ho chiesto, bitte, che mi facesse avere qualcosa di più alcolico di un vov o avrebbe finito per disperarsi mentre strappavo lunghe strisce di carta da parati dai muri, o mentre le tormentavo il bordo della boiserie con le chiavi dell’auto. Cosa che ovviamente ho solo pensato, ma Suplice, la faunetta dall’animo wikka, deve aver avvertito la parabola discendente di ogni mio bioritmo e ha domandato alla frau ‘sii cortese Janis, è possibile avere una birra per l’italienischen freund?’. Di nuovo liberi abbandoniamo la regina del cristianesimo ai mugugnii e ai suoi ‘se fossi’ e Suplice lascia finalmente che la guidi nel quartiere con la bussola del mio incredibile, indomito cuore e mi osserva ritrovare il sorriso ogni volta che riconosco un volto, l’insegna di un negozio o il beccuccio di una fontanella che piscia di traverso. La trascino al mercato in piazza dove ci adoperiamo in un poco di spesa quotidiana; le bancarelle itineranti mi son sempre piaciute per quell’idea di informalità e nomadismo che li porta ad apparecchiare i bancali ogni giorno in un luogo diverso, con la fatica nelle mani e quell’aria da zingari per bene. Ma forse tutto si riduce alla mancanza dell’odioso sottofondo musicale dei supermercati o allo spiffero del reparto surgelati, alla tessera coi punti e al catalogo coi premi. Un’idea di modernità che non riesco a fare mia, i prodotti sugli scaffali mi mettono tristezza. La dignità compita di un banchetto montato con la brugola invece – abusivo o meno – riesce sempre a rallegrarmi. Va a finire che compro un po’ di tutto, dalla primizia al cavolo cappuccio, seguendo sostanzialmente una logica cromatica. La trattativa mi costringe a rispolverare un lessico lontano da quello del turista quasi sempre ‘mbuttunato di orrendi complementi di moto a luogo, totalmente inadatto per scoprire quale sia il taglio di vitello migliore per servire un Abgebraunte Kalbshaxe come dio comanda.
  17. Blue5now

    Il Fiorino Editore

    Nome: Il Fiorino Editore Generi trattati: libri per ragazzi, narrativa, poesia, saggistica, scienze, antropologia, psicologia, biografie, sport, guide e viaggi, religione-filosofia, parapsicologia, gastronomia Modalità di invio dei manoscritti: info@edizioniilfiorino.com Distribuzione: Sito: http://www.edizioniilfiorino.com/ Facebook: https://b-m.facebook.com/Edizioniifiorinomodena/
  18. flambar

    Ballerino di flamenco

    https://www.writersdream.org/forum/foru “BALLERINO DI FLAMENCO” Città di Siviglia (Spagna) da qualche ora sbarcato dal motopesca Oceanico “ Kanurra”, ero in cerca di un albergo per pernottare e decidere il da farsi dato che ero stato sbarcato con tutto l'equipaggio per colpa di una campagna di pesca disastrosa è maledetta, combattuta contro cicloni, tifoni, trombemarine enormi e violenti marosi superavano anche i quindici metri d'altezza, spesse volte la tempesta copriva la luce del sole da sembrare notte fonda, le ondate si infrangevano con violenza a dosso ai masconi prodieri da scuotere paurosamente l'intero bastimento. Il vento teso rompeva le creste dei flutti peggiorando ancor più la visibilità. Non era da escludere che in quelle condizioni c'era il rischio di sbiellare l'asse delle eliche, rendendo il natante ingovernabile e azzardatamente in balia di marosi giganteschi. Insomma il maltempo e la malasorte la fecero da padrona fino all'ultimo, tanto che nella manovra di ormeggio all'ordine pari indietro tutta le macchine non partirono, cioè quando partirono era oramai troppo tardi, l'abbrivio ci portò a speronare un traghetto ormeggiato che andò rapidamente a fondo. Durante la ricerca di una pensione, per le vie si sentiva il ritmo di una musica che conoscevo “il flamenco”un Night Club emanava quella straordinaria melodia. Stavo per entrare ma, con me c'era il mio magnifico Satana sicuramente non mi avrebbero fatto entrare, quindi rimandai per dopo aver trovato un hotel. Nelle vicinanza notai un piccola pensione, dissi a me stesso proviamo a domandare se accettano cani. La risposta fu: « este es un animal noble que puede entrar » (questo è un animale nobile può entrare). Più tardi in un ristorante a cena, ebbi lo stesso apprezzamento su Satana, entrai col cane senza nessun problema. Il terranova si fece tondo tondo per quanta carne gli fu regalata, il tutto adornato da un paio di bottiglia di birra. Finito di cenare, decisi di dare una occhiata al Night. Poco fuori del locale diedi l'ordine al cane; « Satana a terra » Le ballerine sentendo l'ordine esclamarono: « Madre de Dios el diablo »( madre di Dio il diavolo) nel frattempo terrorizzate uscirono dal locale guardandomi con occhi sgranati. Il titolare osservando la scena, scoppiò a ridere e rivolgendosi a me disse: « tu però vestito tutto di nero col cane anche nero che si chiama per giunta Satana.» Un po' seccato chiesi se mi era permesso di entrare? Entra entra tanto non c'è nessuno mi rispose. Difatti la sala era deserta, ma la musica c'era fui facilmente trascinato dalla passione e la sensualità del ritmo del flamenco i camerieri stupiti dal mio modo di esprimermi nella danza andalusa avvisarono coloro che erano usciti di rientrare per vedere come ballavo. Adagio, adagio rientrarono tutti, per ultimo ci fu un grande applauso ed in coro sentii: « es un talento natural » (è un talento naturale) Mentre sorseggiavo un Cubalibre si avvicinò un signore di una certa età, facendomi dei complimenti per come danzavo scambiandomi per un ballerino del Nord della Spagna. Mi presentai e gli dissi che ero italiano. Ad alta voce informò tutti che non ero Spagnolo ma italiano, poi mi invitò nel suo ufficio, dove le pareti esponevano tutti i trofei vinti in raduni di danza flamenca. Mi invitò a mettermi comodo e cosa desideravo bere. Arrivando subito alla questione, mi propose se volevo far parte della sua compagnia di danza. Insomma le sue intenzioni erano di ingaggiarmi come ballerino. La paga non era certo come quella di capitano, mi stava a cuore il desiderio di imparare più affondo il flamenco. Mi chiese dove alloggiavo, indicandogli l'albergo, sorrise dicendomi che l'albergo era di sua proprietà ed era stato il destino a farci incontrare, aggiungendo che se accettavo la sua proposta non mi avrebbe fatto pagare l'albergo. Accettai. Stavo per alzarmi, senza sollevare la testa mi domandò dove stavo andando. Ancor prima di rispondere, mi informò che in serata dovevo danzare con una ballerina che poi mi avrebbe presentato. Nell'istante che uscivo dall'ufficio replicò; « non allontanarti che tra non molto devi danzare » risposi: «non ho neanche un costume» hai ragione, vieni con me. Prese un metro da sarto mi misurò e dopo qualche minuto ero vestito da danzatore di flamenco. Uscendo dall'ufficio tutte le ballerine mi abbracciarono calorosamente baci di qua, baci di la ci trovammo come per magia sulla pedana da ballo. Da i primi movimenti lenti la danza ci trascinò nella passione più profonda coinvolgendoci nella pura sensualità di essa. Rimasi stupito dalla sensazione di piacere che provavo nel intonare il movimento del mio corpo col ritmo della musica, le ballerine poi mi inabissarono ancor di più nel vortice voluttuoso della danza. Alla fine ci fu un grande applauso, i clienti chiedevano il bis. Il Night era stracolmo fino fuori di gente curiosa di veder un italiano danzare il flamenco, danza tradizionale spagnola. Manolo, il direttore artistico del gruppo mi consigliò di non sudare e di andare nel suo ufficio a riposare perchè sicuramente sarei stato richiamato di nuovo per danzare. Non trascorsero più di dieci minuti e tutti i clienti presenti nel Night in coro esclamarono: «italiano! italiano! italiano!» Per curiosità aprì la porta ed ebbi un grande applauso, nel momento che a distanza ringraziavo la clientela, i musicanti andalusi iniziarono a esibirsi in un motivo che conoscevo molto bene “el toro” Si avvicinò a ritmo del brano una donna dalla bellezza strabiliante era una incantevole mora di fuoco, tipica bellezza latina che si muoveva dinnanzi a me con l'eleganza di una pantera nera. Inebriato dalla sua bellezza, dal suo profumo più il ritmo del flamenco non ero più padrone di me stesso. Nella sala si sentiva dire: « este chico tiene sangre andaluza» (questo ragazzo ha sangue andaluso) Per tutta la notte danzai con lei, in una piccola pausa Manolo mi riferì che dovevamo fare coppia fissa perchè era un gran spettacolo vederci ballare. Nel momento che il direttore artistico girò le spalle, Pilar (nome di comodo) mi diede uno sguardo da farmi piegare le ginocchia. Ogni giorno ci vedevamo per allenarci nella danza, non era solo il flamenco ma anche il tango argentino ed il flamenco arabo. Manolo si accorse che tra me e Pilar c'era una formidabile intesa, cambiò il suo modo di essere, divenne scortese nei nostri confronti e spesse volte molto aggressivo in alcune di queste discussioni azzardò ad un gesto come per alzarmi le mani. Per non avere ulteriori problemi chiesi il licenziamento. Il direttore artistico dovendo dare conto hai suoi soci venne a chiedermi scusa, pregandomi di ritirare la lettera di licenziamento. Acconsenti sotto la parola d'onore che non mi avrebbe più mancato di rispetto. Passarono sei mesi avemmo gran successo per tutto il sud della Spagna. A Malaga di sera durante una delle solite appassionate esibizioni, piene di ardore tra me e Pilar, Manolo davanti a tanta gente andò su tutte le furie dando un violento schiaffo a Pilar, la mia reazione fu immediata, con un solo pugno colpendolo tra la testa ed il collo. Lo scaraventai a terra come uno straccio. Il regista una volta ripresosi venne a chiedere scusa dicendomi: «Pilar es mi esposa» ( Pilar è mia moglie).Come potevo immaginare che tu fossi suo marito? Considerando che hai più di sessanta anni e lei si e no venti? L'indomani di prima ora sia io che la bella Pilar venimmo arrestati per tentato omicidio dalla polizia spagnola. Non abbiamo saputo niente per cinque giorni. Al momento del nostro rilascio ci informarono che Manolo stava bene ed aveva fatto i nomi di coloro che l'avevano accoltellato. Usciti dal carcere ci abbracciammo fortemente ed in un orecchio gli sussurrai: « tu esposo me rompiò las pelotas queres hacer el amor conmico? » Lei entusiasta rispose: « Siiii » Immaginate voi che sia potuto succedere con sei mesi di astinenza e cinque giorni di rabbia. ms/topic/43804-fdi-2019-1-il-corvo/?do=findComment&comment=782898
  19. flambar

    " T i l d e "

    https://www.writersdream.org/forum/for “ T I L D E “ Dopo aver trascorso sei lunghi mesi nell'oceano Atlantico, imbarcato sul peschereccio a propulsione meccanica di quattromila tonnellate di stazza denominato “SCATIR” con quaranta persone di equipaggio misto. Attraccammo nel porto di Genova. Appena sbarcato prenotai una stanza in un piccolo albergo che già conoscevo nei paraggi di via Prè. Nell'aprire la porta dell'alloggio, a traverso la finestra sentii delle urla disperate da donna che chiedeva aiuto. Mi affacciai e vidi un uomo che picchiava selvaggiamente una donna a terra. L'energumeno continuava senza sosta a tirargli calci e pugni, rapido scesi dalle scale d'emergenza e con tono severo ordinai all'uomo di fermarsi, la risposta fu un pugno in piena faccia. Reagii immediatamente alla sua aggressione e con un cazzotto lo stramazzai per terra, causandogli un coma profondo. Con delicatezza aiutai la donna ad alzarsi, mentre la sollevavo notai la sua straordinaria bellezza, certo era minuta, ma aveva un corpo armonioso un vitino da vespa. Era davvero uno schianto di femmina dai capelli rossi come il fuoco, mi scappò un fischio di complimento. Mi ringraziò per l'aiuto inoltrandosi dolorante tra i carruggetti della vecchia città. Intanto l'aggressore era ancora steso a terra. Cercai un telefono per allertare un'ambulanza e soccorrerlo, l'ambulanza arrivò a sirene spiegate. Tornai nella mia stanza a riposare. Dopo un paio di ore squillò il telefono, il direttore dell'albergo mi invitava a scendere nella hall. Entrai nella hall, e vidi quattro carabinieri che mi aspettavano con affianco la rossa tutta fuoco che avevo difeso. Rimasi sorpreso per la sua presenza! che ci faceva poi in mezzo a dei carabinieri? La donna mi accusava di aver picchiato il suo uomo... ovvero il suo aggressore. Alla causa il giudice osservava e riosservava i documenti miei e quelli del ricuttaro (magnaccia) che in confronto ai miei risultavano illibati. Quindi ritenne giusto di condannarmi a cinque mesi di carcere. C'est la via... Scontata la pena e uscendo dal portone del carcere di Marassi, sentii suonare un claxson d'auto dall'altra parte della strada, notai una fiammeggiante Ferrari Testa Rossa. Mi avvicinai all'auto e dentro al posto del conducente chi c'era?... Quello schianto di gnocca dai capelli rossi come il fuoco, origine di tutti i miei guai. Mi invitò a salire, risposi:« see cosi mi fai fare altro carcere»la sua risposta fu un sorriso che sommando tutto il resto non ero in grado di rifiutare. Appena entrato nella Ferrari mi diede un bacio a schiattacori e con un fil di voce mi chiese perdono. Li per lì, un forte impulso di strangolarla lo avuto, ma come potevo era talmente morbida, bella e profumata da lasciarmi senza fiato. Mi portò a casa sua, un bel appartamentino molto elegante e pulito, dove scatenai la mia repressa passione a causa dei cinque mesi di galera. Anche se era una donna di una certa età, la sua bellezza non aveva subito alcun che, per delicatezza non ho mai domandato quanti anni aveva. Si chiamava Tilde. (nome di comodo) Si innamorò di me dicendomi che si sentiva tranquilla con la mia presenza. Divenni suo accompagnatore autista ed amante(non suo magnaccia) Spesso l'accompagnavo nei locali di lusso dove giocava d'azzardo. Quando perdeva o vinceva, trovava sempre l'occasione per scaricare l'adrenalina portandomi a letto. Durante le ore di grande passione aveva l'abitudine di gridare di piacere. Mettendomi a gran disagio. Cercai di fargli capire che sarebbe stato meglio di contenersi nell'esplicitare ad alta voce il suo godimento. Una notte l'albergatore sentendo gridare, allarmato chiamò la polizia. Dopo aver bussato alla nostra porta, intimò di tenere il tono della voce più basso. Con grande imbarazzo risposi:«glielo detto di contenersi ma non vuole capirlo.» Una piovosa serata d'inverno, volle a tutti i costi essere accompagnata al Casinò di Monte Carlo. Gli feci presente che più andavamo in direzione Ovest più la Burrasca diventava violenta, la risposta fu;« voglio!... andare.!.. al!... Casinò!... di... Monte Carlo.!» Dato che il vento poteva diventare più gagliardo, imposi di usare l'auto più pesante. Alle ore ventidue eravamo già sulla via per raggiungere la destinazione. Non essendo pratico della zona, presi una strada molto stretta piena di curve e pericolosa che costeggiava il mare, una vera tortura circolarci dentro ma, c'è la feci a sopportare quel suplizio ed alla fine arrivammo a Monte Carlo. Nel parcheggiare l'auto in un garage pubblico, mi disse: « con un tono di comando, di aspettarla nelle vicinanze dell'auto », ribadì:«io non sono ne il tuo maggiordomo ne il tuo ricuttaro o il tuo magnaccia » nell'istante che prendeva l'ascensore si voltò sorridendomi. Non passò più di una ventina di minuti e la vidi arrivare di corsa col fiatone in gola, tutta frettolosa, entrò in macchina tremante, gli domandai che gli era successo; quasi gridando come una disperata implorò di mettere in moto e sparire al più presto da Monte Carlo. Nel fare manovra di uscita urlò istericamente;«Cosimo! Ti prego andiamo via subito! Uscii a razzo dal parcheggio prendendo la direzione per Genova. Stavolta non si verificò nessun errore da parte mia ma, sarebbe stato meglio se ci fosse stato. Difatti in autostrada un'auto di colore scuro, iniziò a seguirci. Chiesi a Tilde spiegazioni mi rispose di non preoccuparmi. Nel frattempo l'auto scura si era affiancata alla nostra intimando di fermarci. Tilde mi implorò:« Cosimo accelera questi ci ammazzano!» Nell'accelerare si percepirono dei colpi di pistola Cazzo! Replicai, ma questi sparano, lei mi chiese di passargli la pistola che era nel cruscotto. stupito risposi:« c'era un'arma nel cruscotto a mia insaputa! allora avevi deciso di mandarmi in galera un'altra volta, supplicandomi mi ripetette:« Cosimo dammi la pistola!!!» Purtroppo le circostanze erano pericolose per entrambi e mio malgrado gli consegnai la pistola, sparava e caricava meglio di un marò del battaglione San Marco. Dopo un po' l'arma si inceppò senza nessuna esitazione mi chiese di consegnargli quella che era sotto il mio sedile, cazzo! Ribadii:« c'è ne stava un'altra! » per rabbia spinsi di più l'acceleratore ed arrivai a una velocità di duecentocinquanta chilometri orari. Con tutto ciò coloro che ci inseguivano non demordevano, Escogitai un piano: lo sparti traffico che divideva i due sensi di marcia delle due autostrade parallele ogni dieci secondi c'era un'apertura, forse fatta per consentire a gli operai che lavorano sulla strada di passare sull'altra corsia. Quindi oltrepassai la già detta apertura, contai per cinque secondi, approfittando che non c'era nessuno in quell'istante ed effettuai uno spettacolo di testa coda forse più di uno, ma l'auto rimase dritta pronta a ripartire a razzo in contro senso. Quelli dell'auto inseguitrice rimasero sconcertati nel vederci andare a controsenso e prima di prendere una decisione valida, si erano allontanati irrimediabilmente da noi. Entrai nel senso giusto nella corsia opposta e attesi che tutto si calmi. Quindi chiesi spiegazioni, la risposta fu la stessa di prima «non preoccuparti». Esclamai:«non preoccuparmi un cazzo! scopro che nell'auto vi sono due pistole pronte a sparare, della gente che neanche conosco cerca di ammazzarmi, per salvarmi sono costretto a tirare l'auto a duecento cinquanta chilometri orari. Dopodiche a velocità sostenuta per levarmi dai coglioni effettuo un testa coda ponendomi in controsenso in autostrada e tu mi dici non preoccuparmi!?» Risultato: un altro bacio schiattacore. La notte per ragioni di sicurezza la trascorremmo in un albergo nelle vicinanze dell'autostrada. La mattina di buon ora, uscii dalla stanza. Alla stazione ferroviaria presi il Milano – Venezia. Alloggiai a Venezia, per circa un mese nella casa del marinaio. È Imbarcai su di un bastimento postale diretto a Montevideo (Uruguay) Non ho più rivisto la mia bella Tilde. Dopo tanti anni seppi da un ufficiale rumeno, che anche lei aveva cambiato vita dato che con un morso aveva quasi evirato un boss della malavita. ums/topic/44469-il-mio-cane/?do=findComment&comment=787530
  20. flambar

    Rimorchiatore "Hascidot "

    https://www.writersdream.org/forum/forums “ RIMORCHIATORE HASCIDOT “ Trascorso un anno dalla data del mio matrimonio, un funzionario dell'ufficio gente di mare, mi propose un imbarco su di una draga. Dato che ero disoccupato, accettai. Completate le pratiche d'imbarco, raggiunsi l'enorme escavatore a secchi, ogni secchio d'acciaio aveva la capacità di tre tonnellate di detriti subacquei, a lato di dritta (destra) era ormeggiato il rimorchiatore “Hascidot” Appena giunto a bordo iniziai un lavoro sfibrante. Lavoravano due squadre ventiquattr'ore su ventiquattro, perciò dodici ore lavorative per ogni squadra senza fermarsi. I detriti dragati dal fondale si caricavano su delle grosse bettoline a propulsione meccanica, di mille tonnellate di stazza, alloro volta scaricavano il tutto a sei sette miglia dalla costa. Nel periodo Natalizio molti operai chiedevano ferie o si davano ammalati. Spesso si verificava che rimanevo da solo a governare il mezzo nautico o che si trattava del rimorchiatore o della bettolina. Di notte, fui abbordato da un pattugliatore delle forze dell'ordine. Il maresciallo mi domandò: « chi è il comandante » Gli risposi: « sono io il comandante » continuando mi chiese chi è il direttore di macchine, risposi: «sono io il direttore di macchine» il maresciallo credendo che lo stessi prendendo in giro, infastidito mi chiese una ultima informazione. L'equipaggio dove? Risposi: « sono io l'equipaggio». Dopo queste risposte il maresciallo si mise a ridere nervosamente, difatti non ero in regola. Mi ordinò di seguirlo in capitaneria di porto. Mentre lo seguivo pensavo che, sarebbe accaduto di peggio se mi avessero beccato da solo incagliato su dei bassi fondali. Per mia fortuna dopo aver verbalizzato lasciarono che continuassi il mio lavoro sulla bettolina, pur essendo tutto irregolare rimase com'era, senza aver cambiato alcuna cosa. Avevo capito benissimo il comportamento di quel maresciallo: «una mano lava l'altra, tutte e due lavano il viso! Non far sapere alla mano destra quello che già sa la mano sinistra!» Comunque la cosa più importante era di continuare a lavorare anche se ero costretto a trascurare alcune cose. Durante quel periodo molti giovani disoccupati si rivolgevano a me per chiedere lavoro. Avevano famiglia con moglie e figli piccoli a carico, mi facevano tanta pena e non sapevo come fare per poterli aiutare. A malincuore ero costretto a rispondere, non sono quello che gestiva le assunzioni . Dovevano rivolgersi direttamente all'ingegnere essendo il rappresentante della ditta intestataria del dragaggio. Andavano via perplessi. Erano convinti che, essendo il comandante, dovevo io dargli lavoro. Ma non era cosi. Passava il tempo e la situazione non cambiava si lavorava come tante bestie per dodici ore al giorno. Non riuscendo a tollerare questo sistema oltretutto pericoloso, dato che il porto era trafficato da numerose navi passeggeri e, il dragaggio si effettuava proprio nelle vicinanze dell'entrata del porto. Durante la pausa pranzo proposi all'equipaggio di fare assumere il terzo turno, in modo da evitare i turni massacranti di dodici ore anche per il motivo che avevamo guadagnato a sufficienza. Stilai la richiesta da presentare alla ditta e, conoscendo bene l'indole umana, mi premunii facendo firmare la petizione ad ognuno di loro. Dopodichè consegnai il documento all'ingegnere. Percui una volta presa visione, volle verificare di persona l'autenticità delle firme. Riuniti tutti i firmatari del documento di fronte all'ingegnere rinnegarono spudoratamente la propria firma. Disgustato del loro comportamento! Strappai il foglio dalle mani dell'ingegnere e, facendolo a pezzi lo buttai per terra orinandoci sopra! Qualcuno si ribellò del gesto offensivo, esclamai dicendo: «attenti!... a non farmi prendere decisioni estreme che sicuramente porterei a conclusioni!» Il tempo passava, ma il rancore di quello che era successo era ancora molto vivo. A renderlo maggiormente più intenso, fu il comportamento spavaldo dell'ingegnere che, avendo ottenuto ciò che voleva se ne vantava, non tenendo conto che il comandante, ero io. Perciò considerando la negatività dell'episodio svoltasi alcuni giorni prima, nei confronti della mia persona. Ordinai all'ingegnere di non salire mai più a bordo. L'ingegnere a sua volta esclamò: «chi cazzo sei tu che dai ordini a me?» contravvenendo alle mie disposizioni si recò comunque a bordo. In un primo momento tacqui. Un pomeriggio incontrai l'ingegnere nei corridoi della tuga equipaggio, ordinai ai due marinai suoi ruffiani di accompagnarlo a terra e se faceva resistenza di buttarlo in mare. Constatando la loro esitazione, dissi: « diversamente vi cancello dalle matricole marinare». Non fu necessario un secondo ordine. I giorni passavano e l'ingegnere non dava segnali di aver capito la situazione. Un pomeriggio lo vidi a poppavia della draga in compagnia dei suoi ruffiani. Mi avvicinai facendogli presente che non era neanche un membro dell'equipaggio e, se non scendeva di bordo immediatamente l'avrei fatto arrestare. Con disappunto scese di bordo, ma dopo una mezz'ora ritornò con la motovedetta della capitaneria di porto. In compagnia di un sottotenente di marina, salirono a bordo senza chiedere nessun permesso e, subito iniziarono a rivolgersi contro di me con modi irrispettosi. Chiamai da parte il tenente dicendogli ascolta attentamente quello che sto per dirti: « tra cinque secondi prendi sottobraccio questo coglione d'ingegnere e vai via di bordo perchè ti stai giocando i gradi». Sparirono all'istante. Passarono alcune settimane e sembrava che tutto si era messo secondo le regole, ma non era cosi. Presi una brutta influenza e per alcuni giorni mi sostituì il comandante E.S. Ritornato alle mie mansioni, mi presentò un documento firmato dall'ingegnere e dal sua amico tenente, dove si attestava che il sistema di sicurezza di tutto il convoglio compreso la draga era efficiente. All'ora persi il controllo, messi in moto il rimorchiatore Hascidot, raggiunto la banchina dove cerano gli uffici della capitaneria, bloccai la ruota di timone tutta sul lato di dritta, ponendo i motori a tutta forza in avanti effettuando una manovra a rotazione in modo che le ondate potessero raggiungere gli uffici della capitaneria stessa. Presi l'altoparlante di bordo ed incominciai a chiamarli: « curnuti... curnuti... curnuti » per qualche mezzora. A questa mia reazione da lontano vidi che incominciavano a muoversi gli scafi delle forze dell'ordine. Uscii immediatamente dal porto, ormeggiando l'Hascidot con la prua sugli scogli, eludendo cosi i loro radar. Mi divertivo a deriderli facendomi prima vedere dai loro radar poi riprendevo la posizione dove non riuscivano a individuarmi. Allietato, ascoltavo attraverso la radio di bordo, i loro nervosi commenti che dicevano: «questo appare e sparisce come un fantasma » alla fine constatando che in mare non potevano competere tornarono ai loro rifugio. In seguito fui chiamato da un magistrato per spiegare tutta la situazione. Dopo avergli esposto i fatti, mi esortò a rivolgermi a lui se ci fossero stati altri problemi. Continuai a lavorare sulla draga. Una notte, dopo aver finito le mie dodici ore. Nel ritornare a casa fui affiancato da un'auto di grossa cilindrata. Scese un giovane per domandarmi: « comandante con voscenza non si può avere nessun colloquio?» Risposi con calma dicendogli:« certo che si può avere un colloquio con me » replicò: «salutammo voscenza e baciamo le mani » “ CAPISCE CHI VUOL CAPIRE “ Dopo un paio di giorni arrivò una lettera, che mi collocava in ferie illimitate in attesa di nuovi ordini, continuai a percepire comunque il mio stipendio di dodici ore lavorative al giorno per ben tre anni. VIVA L'ITALIA /topic/44312-io-vagabondo/?do=findComment&comment=786675
  21. flambar

    [FdI 2019-3] " A b i s s o "

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic “ A B I S S O “ Conoscere tutto quello che mi circonda è sempre stato un chiodo piantato nel mio cervello, esempio: le piramidi d'Egitto sono costruite a identica forma della cintura d'Orione. In alcune zone del centro America sono state scoperte delle rampe di atterraggio, costruite quando ancora non esisteva l'aereo, nelle isole Rapa Nui a largo dell'oceano Pacifico esistono delle enormi statue in pietra aventi come copri capo simile ad uno scafandro d'astronauta che a un copri capo comune. Tutt'ora non si è scoperto come facevano gli antichi egizzi a trasportare enormi blocchi di pietra da centinaia di tonnellate, tagliarli con precisione che solo con il Laser si può attuare e poi trasportarli e posizionarli ad un centinaio di metri d'altezza se ancora non era stata scoperta l'uso della ruota? Tutte queste domande mi affascinavano e incuriosivano a tal punto che decisi di visitare quei luoghi compreso il triangolo delle Bermuda. Quindi non mi dispiaceva se due tre mesi all'anno li trascorrevo alla ricerca di prove dell'avvenuta visita aliena sul nostro pianeta. Ma quali prove... l'unica prova certa è stata che, personaggi malavitosi hanno approfittato del mio particolare momento per estorcermi tredici milioni di lire. Continuai lo stesso le mie ricerche, dove si verificava qualsiasi cosa strana o inspiegabile cero anch'io pronto a scattare foto e video. Ma … quali foto vuoi scattare, ma quali alieni vuoi vedere, per quale caxxio di motivo degli extraterrestri dovrebbero nascondersi da noi? Da queste valutazioni negative iniziai a perdere interessi per la ricerca. Una notte in navigazione a Nord del mar Adriatico, durante il servizio di guardia sul ponte comando della turbo nave “Fatma”. A dodici miglia traverso Cèrvia nel riminese si verificò per alcuni minuti un immane, silenziosissimo bagliore di luce intensa che avvolse l'intero scafo lasciandoci allibiti. Subito dopo ritornò la notte. In seguito a questo fatto la mia curiosità si riaccese, nacque in me il sospetto che dove avevo cercato non era altro che un depistaggio architettato da qualcuno per non farmi andare dove dovevo realmente esplorare. Questo spiega il motivo percui l'uomo non conosce la vita che si svolge nei fondali marini del suo stesso pianeta. Armato di nuova forza esplorativa, in ogni porto che si ormeggiava il bastimento dove ero imbarcato, andavo alla ricerca di un mezzo subacqueo d'acquistare, per poter monitorare il fondale della zona dove si era verificato l'episodio già descritto. Ebbi fortuna, nel porto di Rabat in Marocco, attraccato alla banchina sulla prua di un mini sommergibile c'era scritto; “On Sale.” ( in vendita) Giachè il proprietario era nelle vicinanze gli domandai il prezzo. Mi chiese dieci milioni di lire. Risposi: « occhei! prendo i soldi » evidentemente il marocchino non aveva capito niente di quel che gli avevo detto, abbassando la sua richiesta a cinque milioni di lire. Risposi:« Ma no!... aspetta che adesso ti porto il denaro » menomale che non so parlare il marocchino perchè, il corpulento proprietario diminuì ulteriormente il prezzo a quattro milioni, prima ancora che ci ripensasse, salì sul sottomarino e l'ormeggiai vicino alla nave Fatma. Nei giorni successivi approfittai dei tecnici della nave e addirittura uno di loro era un ex sommergibilista, imparai ad usare le valvole e pilotare il mezzo subacqueo, il piccolo ma efficace natante richiedeva solo di una buona manutenzione. Nel sottomarino potevano stare solo due persone, chiesi a mio fratello Elio essendo anche lui un marinaio se voleva partecipare, rispose di si, gli dissi di recarsi ad Ancona. La sera stessa all'arrivo ad Ancona incontrai mio fratello Elio. Messo al corrente delle intenzioni che avevo, esultò dicendomi: « quando si parte?» gli risposi:« prima dobbiamo impratichirci del mezzo, quindi salimmo a bordo del piccolo acquatico che chiamai “ Brik “ per recarci in una zona di basso fondale che ben conoscevo sulla costa anconese Arrivati sul posto ancorammo il Brik e scendemmo in mare non più profondo di un metro, per controllare se tutto era in ordine alle valvole di presa in acqua dello stesso scafo. Durante il controllo, sentì un grido di dolore di mio fratello gli domandai:« che c'è» rispose:« niente mi sono tagliato un piede con qualcosa » siccome l'acqua era molto bassa con le mani a tentoni trovai questo qualcosa che aveva ferito Elio. Man mano che lo estraevo dal fondale ebbi una sensazione molto strana, difatti quello che avevo tra le mani era di dimensioni e qualità sbalorditive, si trattava di una lega o di un metallo più o meno di un metro quadrato spesso e leggero come un foglio di carta da stampante ma forte e duro più dell'acciaio, impossibile piegarlo o tagliarlo col cannello. Incuriosito lo portai a bordo del Brik. Per tre giorni rimanemmo in quel posto ad esercitarci. Una volta pronti iniziammo ad esplorare il fondale più a largo. Comunque la zona da monitorare non era più profonda di sessanta metri, indi non molto impegnativa. Ogni tanto ci fermavamo per osservare meglio. In una di queste soste sentii un esclamazione di meraviglia di mio fratello:« Na! Ma io queste scritture le ho già viste » siccome stavo seduto dalla parte d'avanti la posizione mi consentiva pochi movimenti gli domandai di cosa stava parlando mi rispose guarda tu stesso e nello stesso momento mi passò in avanti lo strano foglio di metallo che avevamo trovato. Caxxio! Esclamai ma queste sono scritture dell'antico Egitto, come potevano aver scoperto una lega del genere? Il ritrovamento di quel materiale mi inquietava molto, dissi a mio fratello andiamo a terra conosco chi può tradurre quello che c'è scritto su questo strano foglio. Arrivati ad una banchina del porto di Ancona ormeggiammo il Brik prendemmo un'auto in affitto per recarci a Stresa sul lago Maggiore portando con noi il foglio. In viaggio mio fratello mi domandava in continuazione dove eravamo diretti, gli risposi:« stiamo andando dal professor Abidelcader Moamed Istrik espertissimo di scrittura egiziana » Arrivati a Stresa, suonai il campanello dell'abitazione del professore che ci accolse da grande amico. Presentammo il misterioso foglio, osservandolo disse:« si è scrittura dell'antico Egitto » domandai che cosa diceva: il professore rimase perplesso per un attimo ma poi incominciò a leggere dicendoci era un messaggio, che diceva: « Noi popolo di Erzenuk abitanti del pianeta Zegumbir appartenente al sistema solare di Al' Nair salutiamo ed auguriamo lunga vita al popolo che riceverà questo nostro pacifico messaggio Ad un certo punto il professore tacque, cambiando espressione disse, di ritornare domani perchè aveva un impegno che non poteva mancare. Come due idioti io e mio fratello gli lasciammo in consegna il foglio misterioso. Di buon ora l'indomani, suonai al campanello della casa del professore, suona, suona e suona alla fine si affacciò una signora dell'appartamento di sopra dicendoci che, il professore era partito presto e non si sapeva quando sarebbe tornato. Perciò io e mio fratello, considerando che era cosa inutile rimanere li, c'è ne tornammo ad Ancona come due cani bastonati Ma non era finita, arrivati con l'auto nelle vicinanze della banchina dove avevamo ormeggiato il piccolo mezzo subacqueo, notammo numerosa gente compreso agenti della polizia di stato e carabinieri.Domandai ad una persona che cosa fosse successo, rispose che stavano sequestrando quell'imbarcazione perchè sospettano che appartiene a terroristi o trafficanti di stupefacenti. Rassegnato guardai mio fratello Elio dicendogli:« questi sono più coglioni di noi, prima che ci chiudono in una cella e buttano la chiave in mare torniamocene a casa. » /44203-fdi-2019-3-il-bambino/?do=findComment&comment=783608
  22. lucamenca

    Un'isola fuori dal tempo

    Commento ad "Avvertimento da un altro pianeta" Un'isola fuori dal tempo Il traghetto parte sbuffando, con l’immancabile puntualità giapponese, dal molo semideserto. Man mano che prende velocità la cittadina di Mugi, alle nostre spalle, si rivela nella sua interezza: un gruppuscolo di basse case strette intorno al porticciolo, da sempre fonte di cibo, commercio, lavoro. In una parola: vita. La costa si assottiglia e si fa omogenea. Un’effimera spuma bianca tra le onde, tremula linea che taglia le acque a metà, è tutto ciò che ci lega ormai alla terraferma. Di fronte a noi Tebajima, con il suo profilo dolce che si innalza dalle acque culminando in un morbido cucuzzolo, simile al dorso di un’immensa tartaruga che è venuta ad arenarsi qui in tempi remoti, cullata dalle maree del Pacifico. Sottocoperta volti curiosi, irrughiti dal sole e dall’età, scrutano questi due giovani occidentali, con zaini enormi sulla schiena e gli inconfondibili cappelli conici che li identificano come o-henro, pellegrini che percorrono il sacro cammino degli ottantotto templi di Shikoku. Cosa andranno a fare sulla nostra isola? Già, perché ci stiamo andando? Non ci sono templi da visitare a Tebajima. Siamo giunti qui quasi per caso, guidati da un consiglio ricevuto lungo il cammino. Visitate Tebajima, lungo la strada verso il tempio 24. Non ve ne pentirete. Questo è il fascino del viaggiare a piedi, senza orari nè appuntamenti, al solo ritmo delle albe e dei tramonti: poter cambiare in ogni momento i propri progetti, imboccare una deviazione o fermarsi in un posto solo perché ispirati da un paesaggio, da un incontro casuale o da una didascalia sulla guida. Tornare a vivere alla velocità dei propri passi, immersi nel lento mutamento del mondo circostante invece di vederlo sfrecciare via da dietro un finestrino. È così che avvengono scoperte, che si fanno nuove conoscenze, che nascono storie. Non abbiamo neanche un piano preciso. Sappiamo che ci sono un paio di B&B, case di pescatori riadattate per ospitare i pochi turisti che passano di qui, ma con un costo di trentacinque Euro a notte sono fuori dal nostro budget. Ci limiteremo a passeggiare per le viuzze del paesino che sorge intorno al porto, per poi addentrarci nella boscaglia che ricopre gran parte dell’isola e cercare un punto adatto in cui montare la tenda. Magari accendere un fuocherello per cucinare il saba, lo sgombro che abbiamo comprato al supermercato di Mugi. Sono necessari quindici minuti per percorrere i neanche quattro chilometri di questo braccio di mare. Quindici minuti di sospensione tra l’isola madre e quella figlia, una breve parentesi marina tra i tanti chilometri terrestri che già sono nelle nostre gambe e i molti altri che ancora ci attendono. Poi il rombo dei motori si acquieta, il veloce scorrere sulle onde si tramuta in un dolce beccheggio e, superato il braccio in cemento scuro e pietre, entriamo all’interno del porticciolo. La passerella in legno scricchiola sotto i nostri passi, appesantiti dal bagaglio. La prima impressione non è delle migliori. Sotto un cielo slavato che si riflette nell’oceano grigio sta un villaggetto di mare come ce ne sono a migliaia. Le barche attraccate dondolano pigre al ritmo della corrente. Gli edifici, che spuntano timidi dalla vegetazione retrostante e si radunano intorno al porto, sono in legno e lamiera ondulata, rabberciati in più punti, consumati dal tempo e dalla salsedine. Eppure, a un’occhiata più attenta, proprio in quest’apparenza dimessa si scopre un profondo fascino. È tutto reale, genuino. Nessuno ha sentito il bisogno di dare una mano di sgargiante modernità per renderli più accattivanti a chi viene da fuori. Niente antenne paraboliche sui tetti, niente grovigli di fili e cavi a correre sopra le teste lungo le vie. Qui il tempo sembra essersi fermato all’epoca Shōwa, o addirittura a quella Meiji. Il progresso è rimasto a guardare dall’altra parte del mare. Il campeggio libero in Giappone è generalmente vietato, ma viene tollerato quando si tratta di pellegrini. La consuetudine e il buon senso impongono però di avvisare gli abitanti del luogo, che spesso dispensano anche consigli sui posti migliori dove allestire il campo. Un ragazzo dal volto paffuto, in piedi sotto la semplice tettoia che dà accesso al molo, sembra la persona adatta a cui chiedere. - Dove possiamo montare la tenda? Spaesato, come se quella domanda nascondesse chissà quali ambigui sottintesi, il ragazzo tentenna, si guarda intorno, cerca aiuto nelle poche persone sulla banchina. E lo trova in una signora che è appena scesa dietro di noi, carica di borse della spesa. Sui cinquant’anni, la chioma a caschetto di un castano chiaro e il volto che porta i segni di una radiosa giovinezza ormai sfiorita. - Una tenda? Non ci sono campeggi qui. Risponde lei. La frase è una sentenza, un macigno sulle nostre aspettative di trascorrere la notte nella foresta, cullati dal fruscio delle fronde e dallo sciabordio delle onde in lontananza. Come tutti gli abitanti delle isole anche questi sono gelosi dei loro spazi, della propria autonomia, e non sembrano disposti a condividerli con due stranieri qualsiasi. Questo è il nostro primo pensiero, interrotto dalle successive parole della donna: - Però ho una casa che di solito affitto ai turisti. Adesso non c’è nessuno quindi potete stare lì se volete. Stavolta siamo noi a tentennare, ma per l’incredulità. Davvero sta aprendo le porte di casa sua a due sconosciuti, peraltro occidentali? - Venite, da questa parte. Accade tutto così in fretta che non abbiamo il tempo di rendercene conto, e senza capire bene come ci troviamo al centro di un eterogeneo convoglio guidato da Chiyuki-san, la nostra ospite. A seguire Megu-san, una sua amica che la attendeva al porto, e poi noi. Ci si è accodato anche il ragazzo incontrato sul molo e ora, abbandonata la ritrosia iniziale, si scioglie in un fiume di domande. Che cibi ci sono in Italia? E quali case automobilistiche? E che moneta si usa? Si chiama Ken’Ichi, ha ventisette anni e non ha mai messo piede fuori dallo Shikoku. Nei suoi occhi tutta la curiosità di chi si trova per la prima volta a contatto con un mondo lontano e irreale. L’Italia è un paese esotico, di cui ha solo sentito parlare vagamente in televisione. Il Giappone cosmopolita e tumultuoso, quello delle metropoli ipertecnologiche che non dormono mai, non potrebbe essere più lontano. Qui tutto procede a ritmo più lento, scandito dalle corse del traghetto che ogni giorno arriva e riparte per sei volte da Mugi. La storia di Tebajima ha inizio nel 1801, quando cinque famiglie si trasferirono qui dalla terraferma. Oggi vi abitano cinquanta anime, ma paiono ancor meno mentre la nostra bizzarra comitiva risale la stradina che serpeggia dal porto perdendosi tra le case. Con gli uomini ancora sui pescherecci, la popolazione sembra consistere solo di anziani, donne e bambini. Senza auto o altri mezzi motorizzati a costituire pericolo sono questi ultimi i veri padroni dell’isola. Scorrazzano liberi per i viottoli o improvvisano gare in bicicletta lungo il molo che gira a ferro di cavallo intorno all’insenatura naturale in cui è costruito il porto. Nell’osservarli mi scopro a invidiare la loro spensieratezza. Non hanno ancora l’età per cadere preda dell’irrequietezza e della voglia di lasciare l’angolino di mondo in cui vivono per scoprire l’immensità che si apre al di là di questo breve tratto di mare. La casa è un semplice edificio a pianta rettangolare che si sviluppa su un solo piano. Notiamo che anch’essa, come molte delle altre che abbiamo visto lungo il tragitto, ha le pareti esterne dipinte di un blu brillante. Una riproposizione asiatica di Chefchaouen, la perla blu del Marocco? Qui però il motivo di tale scelta estetica è molto più profano e pratico: la vernice utilizzata è quella avanzata dalla ritintura delle barche, che non poteva certo andare sprecata. L’interno è formato da un unico stanzone interamente ricoperto da parquet, come ogni abitazione giapponese. Non ci sono servizi né acqua corrente, e l’illuminazione è garantita appena da una lampada da campeggio fissata a un chiodo. Sulla parete di fondo sono accatastati mobili e materassi che evidentemente la proprietaria non usa più. Non è certo una reggia, ma basta e avanza per le nostre esigenze. Adesso l’unico problema è come cuocere il pesce. Nella stanza non ci sono fornelli e non ci pare il caso di accendere un fuoco nel cortiletto ghiaioso attorniato da altre case. La domanda, ingenua come quella di un bambino, sorge spontanea: - Possiamo mangiarlo crudo? Gli occhi di Chiyuki-san si concentrano sulla confezione che ho estratto dallo zaino, per sgranarsi nel precedere la risposta: - Sashimi di saba? No, è pericoloso! Prima che possiamo dar voce alla nostra delusione, però, aggiunge: - Posso cucinarlo io per voi. Ancora una volta travolti dalla girandola degli eventi, ci ritroviamo in marcia verso la casa di Chiyuki-san. Quella che doveva essere una semplice cena frugale di fronte a un falò si è tramutata in un banchetto in nostro onore. Seduti tutti e quattro su cuscini attorno a un basso tavolo di legno, sotto il soffitto spiovente del secondo piano della casa, gustiamo le pietanze che Chiyuki-san, indaffarata in cucina, sforna a ciclo continuo. Insalata mista, insalata di daikon, il nostro sgombro alla griglia, maiale con peperoni e infine gli immancabili udon, i grossi spaghetti tipici dello Shikoku. Il tutto annaffiato da abbondante sake servito nei tradizionali bicchierini in ceramica. Ogni tanto una testolina bianca fa capolino dalla scala a pioli. È la gatta Miru, che ci scruta curiosa ma diffidente, leccandosi i baffi nel vedere le portate sul tavolo. Terminato il pasto, la nostra unica preoccupazione è come ricambiare tanta gentilezza, ma non appena glielo facciamo notare Chiyuki-san si schermisce, sventolando la mano come a scacciare una mosca. - O-settai, o-settai. Non abbiamo modo di ribattere. Si tratta della carità che viene fatta ai pellegrini e che non può essere in alcun modo rifiutata: aiutando chi compie il sacro cammino il donatore ne acquisisce parte del merito. Una moneta da cento Yen, una bottiglietta d’acqua, una semplice caramella, tutto può essere o-settai. Noi stasera abbiamo ricevuto un’intera cena e una casa tutta per noi. Del resto, anche se fuori dal percorso, siamo pur sempre o-henro, nobili pellegrini. Al momento di congedarci Chiyuki-san rincara la dose. Non le è bastato offrirci vitto e alloggio, ci promette anche di prepararci un bentō, un cestino del pranzo, che ci darà domattina quando verrà a salutarci al porto. La gentilezza giapponese non conosce davvero limiti. Ken’Ichi ci riaccompagna verso casa, lui abita non lontano dalla nostra e per fortuna: al buio non è così facile ritrovare la strada in questo labirinto di viottoli. Prima di andare a letto però vuol mostrarci una cosa. Superiamo il cortile su cui si affacciano le nostre case e ci inoltriamo tra due frondose felci. Bastano pochi passi e siamo immersi nella vegetazione tropicale. L’asfalto si è fatto sentiero e sembra di trovarsi in qualche giungla del sud-est asiatico. Non una luce, se non quelle dei nostri cellulari, non un rumore, se non quello del frangersi della marea. Ken’Ichi ci guida sicuro nella boscaglia. L’illusione dura solo pochi metri, amplificata dall’oscurità, e sbuchiamo davanti a delle scalette in pietra che conducono a un frangiflutti sopra una spiaggetta sassosa. Al di là del parapetto un doppio buio: quello del cielo e quello del mare. Solo un bagliore giallognolo, a nord-ovest, profila la linea dell’orizzonte tra due monti. Tokushima sicuramente, la cui sfavillante luminosità arriva fin qui. Un faro nella notte o un’esca allettante? Ma se la grande città, con le sue promesse di abbondanza e benessere è solo un miraggio, non lo è Mugi, che ammicca dall’altra parte dello stretto. Anch’essa sembra una metropoli vista da quaggiù, ora che tutte le sue luci accese raddoppiano specchiandosi nelle acque scure del Pacifico. Ken’Ichi sospira. Anche lui anela a quel progresso sfavillante? O forse teme che un giorno esso sbarchi infine su Tebajima, stravolgendo la sua isola? Non glielo chiedo, forse è meglio così. Un lumicino lento ci scorre davanti, solcando le acque come un’anima smarrita in tutto questo buio. La barchetta di un pescatore, uscito a caccia di polpi nella notte senza stelle. Un’alba gelida come poche accoglie il nostro risveglio. Il freddo portato dall’oceano si è incuneato tra le pareti di legno e il tetto in lamiera, fino a scacciare via il debole tepore garantitoci dai nostri sacchi a pelo. Sono le sei e trenta e il traghetto che ci riporterà a Mugi partirà solo alle nove. Abbiamo tutto il tempo per una passeggiata intorno all’isola. Tre sono i sentieri che la percorrono, due si dipartono dalle estremità opposte del villaggio e seguono l’andamento della costa, mentre il terzo taglia attraverso l’interno fino a riconnettersi agli altri sul lato meridionale di Tebajima, quello rivolto verso il Pacifico. Le strade sono deserte, eppure qua e là si notano i segni di una vita che cova nascosta, attaccata tenacemente a questo piccolo mondo. Un kimono steso ad asciugare fuori da una finestra, il vociare di una radio oltre un uscio, il fumo che sale lento da un comignolo. L’asfalto lascia il posto a una striscia di terra battuta in lieve pendenza e adesso sembra davvero di essere in una foresta pluviale, tra ibischi, felci e palmizi. I tre sentieri convergono in un ampio spiazzo nel punto più alto dell’isola. La torre bianca del faro svetta al centro, riportandoci bruscamente al presente. Ma è l’abbandono di un attimo: basta imboccare uno degli stradelli e la natura prende di nuovo il sopravvento, strappandoci allo scorrere del tempo. Il viottolo serpeggia lungo la costa, in cui la scogliera si alterna a mezzelune ciottolose. Scendiamo verso una di queste, tra pietroni rossi e i resti di un falò ancora tiepido. La linea che separa l’oceano e il cielo d’oriente è spezzata dai profili aspri di altre isole, una manciata di sassolini muschiosi sparpagliati dalla mano di qualche kami in questo specchio di mare, quasi si fosse divertito a giocarvi a dadi. Ognuna di esse porta un nome che ne specifica la caratteristica, a volte immediatamente intellegibile, altre meno: l’isola del porto, l’isola del piccolo porto, l’isola grande, l’isola del remo abbandonato… Lasciamo i nostri pensieri a giocare un po’ con la risacca prima di ridiscendere verso il paese. Sul molo un gruppetto di uomini, giovani e anziani, ricambia con un cenno della testa il nostro saluto. Bevono birra e rabberciano nasse, preparandosi per la nuova giornata di pesca. Ken’Ichi è già all’imbarco che ci aspetta, Chiyuki-san invece ci raggiunge che i motori del traghetto già rombano sordi. Come promesso ci ha preparato il pranzo al sacco: due onigiri, due frittatine e due crocchette di pollo a testa. I nostri inchini e ringraziamenti, ripetuti per l’ennesima volta, suonano ormai quasi vuoti per cui ricambiano con una collana preparatale nottetempo, un laccio colorato che racchiude un cristallo di quarzo raccolto durante i nostri cammini. Stavolta è lei a profondersi in inchini e una lunga sequela di arigatō, ribaltando i ruoli. I quindici minuti della traversata scorrono rapidi sulle onde. Una volta a terra il presente torna a travolgerci con la sua normalità che aveva già dimenticato: il rumore del traffico, le insegne colorate dei locali sulla strada, la profusione di ferro e cemento. L’ultimo atto è quello dei saluti. A Ken’Ichi, a Chiyuki-san e a Tebajima, che pigra ci osserva al di là dello stretto, racchiusa in una dimensione tutta sua mentre il tempo le scorre di fronte senza lambirla. Per noi invece ha ripreso a correre e con esso il nostro viaggio. La prossima destinazione è già scritta, ma come abbiamo imparato ben più importante della meta è il percorso per raggiungerla. Con questa consapevolezza ci rimettiamo in cammino. Quali altre sorprese avrà in serbo per noi lo Shikoku?
  23. flambar

    "Scafo da combattimento"

    http://www.writersdream.org/forum/Forums/topic/39291-dim Durante le vacanze a Puerto Cortes in Honduras, conobbi uno strano e misterioso personaggio dal nome "Schreiber" sicuramente di origine tedesca. Costui venuto a conoscenza che ero un ufficiale di marina, mi offri un imbarco da comandante su di un motoscafo ormeggiato nel porto di Gibuti. in corno d'Africa. In questa zona del nostro pianeta, ventiquattr'ore su ventiquattro si verificano dei terremoti. Si pensa che l'intero corno d'Africa si stia staccando dal continente. Da Puerto Cortes, fu necessario cambiare cinque aerei per raggiungere Gibuti. Nell'aeroporto di Gibuti, mentre recuperavo le valigie, un tassista ad alta voce chiamava il mio cognome...mousieur Ucci...mousieur Ucci...gli feci cenno con la mano, mi disse che aveva l'ordine di condurmi a bordo. Arrivato sottobordo, notai che non era un motoscafo qualsiasi la forma mi indusse ad osservarlo con più attenzione, la denominazione poi era ancora più inconsueta"Laissez - les"(Lasciamoli) In poche parole si trattava di un grosso scafo da combattimento, totalmente costruito in alluminio pesante di cinque centimetri di spessore e di cinquanta metri di lunghezza, trasformato in un lussuoso panfilo a propulsione aerodinamica. Rimasi sorpreso! Non ero mai stato al comando di un simile natante. Dissi a me stesso...<<qua son caxxi amari!>> Salito a bordo, il marinaio di guardia mi intimò di scendere subito a terra, gli feci presente che ero il nuovo comandante. Con molte possibilità vedendomi molto giovane rispose:<<e io sono l'Ayatollah Khomeini>> fui costretto a prendere un'altro taxi per trovare alloggio in un albergo. L'indomani mattina, mi presentai all'agenzia marittima della nave, un impiegato mi accompagnò a bordo. Finito di sistemare le valigie nel mio alloggio. Chiesi al direttore di macchina di nazionalità inglese, se a bordo era tutto in ordine per provare lo scafo. All'occhei del macchinista, ordinai il posto di manovra. L'imbarcazione data la sua potenza, per avere una manovra più sicura in porto, aveva un motore ausiliare a propulsione meccanica di mille cavalli asse. Raggiunto il mare aperto e cioè l'oceano Indiano, il macchinista voleva provare l'intera potenza aerodinamica del natante, io incuriosito acconsentii, anche perchè volevo sapere con chi avevo a che fare e cosa tenevo tra le mani. Messo in moto il reattore, per tutto lo scafo si avverti come un sussulto, pareva un animale vigoroso, svegliato da un lungo sonno con l'intento di scatenare tutta la sua forza. Con molta cautela, aumentai la potenza, era incredibile la sua velocità sembrava di volare. Il buon senso mi consigliò di non andare oltre il cinquanta per cento della sua energia. Almeno nelle prime volte. Nei giorni successivi, venni a conoscenza che tutto il personale era stato da poco imbarcato cioè nessuno conosceva la nave compreso il direttore di macchina ed anche io che ero il comandante. Indi! Dovevo abituare l'equipaggio e me stesso al particolare natante in cui eravamo imbarcati. Perciò, effettuai altre prove anche con cattivo tempo. Prodigiose le sue capacità marinaresche, lanciato a tutta velocità con mare forza quattro cinque non si avvertiva nessuna vibrazione ne colpi di mare chi aveva proggettato quel natante sapeva il fatto suo. In una di queste prove chiesi un caffè, e chi mi trovai di fronte?...il marinaio che mi aveva cacciato di bordo. Ricordandosi di me gli cadde il vassoio con tutto il caffè. Tranquillo dissi, in fin dei conti stavi svolgendo con responsabilità il tuo servizio. Restammo ormeggiati a Gibuti una ventina di giorni. Finalmente, arrivò l'ordine di cambiare l'ormeggio per caricare della merce che si trovava ad un'altro molo. Imbarcammo più di diecimila scatole di cartone non sigillate e senza alcuna etichetta, il loro contenuto era sconosciuto a tutti. Finita l'operazione d'imbarco puntai la prua per Gedda porto dell'Arabia Saudita. Pur non usando tutta la potenza dello scafo, impiegammo poco tempo per arrivare a destinazione. Entrati nel porto di Gedda, subito finita la manovra di ormeggio, si avvicinò sottobordo un grosso Tir nella quale scaricammo tutta la merce imbarcata a Gibuti. Il Tir, a sua volta carico, partì ma, dopo una manciata di ore vennero degli agenti di polizia a prelevarmi. Chiesi il perchè di questo atto di forza, non ci fu risposta alcuna sembravano tutti muti e sordi. Ho una profonda conoscenza dei popoli e, quando si comportano in questo modo li ritengo delle teste di capra. Ragion per cui, salì sulla loro camionetta e ci avviammo nel deserto. Percorsi una settantina di chilometri, subito dopo una curva c' era il Tir ribaltato che avevamo caricato qualche ora prima sottobordo. Buona parte delle scatole si erano rotte e rovesciate sull' asfalto infuocato. Un considerevole numero di bottiglie frantumate, con il caldo emanavano un forte odor di alcool. Nel frattempo arrivò una grossa gru che raddrizzò il Tir e lo posizionò in gareggiata. Appurando l' inutilità della mia presenza in quel luogo mi avvicinai ad un tizio pieno di medaglie, poi seppi era il capo della polizia. Gli chiesi per quale motivo mi avevano portato lì. Questi evidentemente non conoscrendo alcuna lingua mi fece capire che il Tir dovevo pilotarlo io. Risposi, come io? << Non tengo neanche la patente dell' auto! E vuoi che piloti un Tir ?>> Per risposta, quello con le medaglie fece cenno ad un altro arabo di consegnarmi la patente ed era anche a mio nome. Insomma tutto in regola e se non mi sbrigavo ad ubbidire mi avrebbero accusato di contrabbando d'alcool. Nei paesi mussulmani per un reato del genere è prevista anche la pena per decapitazione. Il capo della polizia, si avvicinò e a cenni mi fece capire che << se sapevo pilotare una nave ero capace anche di pilotare un Tir.>> Pensa un po' tu in che casino mi trovavo. Comunque, come si dice, <<al toro infuriato è saggio prenderlo per le corna>>Indi! con la fifa a dosso presi posizione alla guida del Tir. Non sapevo neanche come avviarli il motore, tanto che domandai di indicarmi dove era situata la chiave di messa in moto. Dopo non poche difficoltà, riuscii a farlo singhiozzare. Però man, mano che provavo fui capace di farlo camminare, si d'accordo era un disastro ma andava. Percorsi alcuni chilometri in quelle condizioni iniziai a prendere confidenza con il Tir, Strada facendo, sentendomi più sicuro provai ad andare più veloce, tutto andava per il verso giusto. Trascorsero più di tre ore di cammino nel deserto. Arrivati a destinazione scortati dalla polizia, entrai con tutto il Tir in un enorme parco coltivato con fiori di ogni genere sembrava un paradiso nel deserto. Fermai il mezzo da trasporto in un piazzale antistante una lussuosa casa, nella quale si doveva scaricare la merce. Durante il trasferimento, venni a conoscenza che il carico era destinato ad un facoltoso e nobile arabo. Subito dopo, sopraggiunse un grosso furgone di colore scuro, dal quale uscirono un gruppo di donne tutte coperte da burqua integrale, pensai, faranno parte dell'harem del nobile. Quando mi passarono vicino le sentii mormorare e ridacchiare. Intuii che mi stavano guardando con occhi maliziosi, ma anche il loro accompagnatore si è accorto e di conseguenza servendosi di uno scudiscio le rimise in ordine. La legge islamica è molto severa con le donne che si espongono verso un uomo ed in particolare a quelli che non seguono la stessa religione. Da questo episodio deduco che i ricchi mussulmani seguono gli stessi principi dei preti cattolici...ovvero, <<Fratelli fate ciò che vi dico io ma non fate quello che faccio io.>> Al mio ritorno a bordo, raccontai tutto al direttore di macchina che scoppiò a ridere, aggiungendo; <<ti è andata bene, se ti beccavano alla guida del Tir col carico che trasportavi come minimo ti avrebbero decapitato>>. Io replicai, ma! <<Ero scortato dalla polizia.>> Nel momento di scendere in sale macchine mi rispose, <<quelli non erano poliziotti.>> Accidenti! <<Tutte a me devono capitare!>> I giorni successivi si instaurò il sospetto che lo scafo era utilizzato per il contrabbando, all'insaputa dell'equipaggio. Una mattina di buon ora, si avvicinò allo scafo un camion di colore sabbia sembrava militare. Avevano ordine di caricare della merce a bordo. Si trattava di duecentotrenta casse di legno, come al solito non sigillate senza etichette e con l'ordine scritto in arabo, da trasportarle nel porto di Aden nello Yemen. Fermai le operazioni d'imbarco della merce, informai l'agenzia marittima della nave che il natante al mio comando essendo un panfilo non era abilitato al trasporto di merci. In quattro e quattro otto. Un impiegato dell'agenzia mi recapitò un documento di abilitazione dello scafo, originale e scritto pure in italiano. Hai portuali, non fu necessario metterci tanto tempo per caricare a bordo le casse in questione. Chiamai il direttore di macchina dicendogli cosa pensavo; rispose <<tu sei il comandante io sono solo un tecnico,>> lasciando tutta la responsabilità a me. Deciso, ordinai ad un marinaio di aprire una cassa e scoprì che la sua confezione era formata da fucili d'assalto kalashnikov. La situazione era molto seria, mi domandavo, chi fosse costui che rischiava il sequestro per contrabbando di uno scafo molto più del valore del carico che trasportava? A questo punto, mi rifiutai di partire. Perciò, andai in agenzia a chiedere lo sbarco. Ritornato a bordo per prendere le mie cose, trovai sulla banchina dove stava ormeggiato il battello una moltitudine di gente in mimetica. Salito a bordo, presi possesso delle mie valigie, mentre mi apprestavo ad uscire due soldati armati ostacolarono il mio sbarco indicando di seguirli. E bene sapere che, non conoscevo queste persone e ne sapevo distinguere i loro gradi o mansioni. Comunque fui messo di fronte a quattro individui e subito incominciarono a minacciarmi di contrabbando. Insomma ero in trappola. Loro credevano e io glielo feci anche credere. Dissi, ma voi! <<Trasportereste un carico di questo tipo con la paga sindacale?>> A questa domanda si guardarono in faccia l'uno con l'altro, esclamarono! <<Questo era il problema?>> Mi chiesero a quanto corrispondeva la mia remunerazione, risposi cinquemila dollari americani al mese. Accettarono subito la richiesta. In serata ordinai il posto di manovra. Diedi un lungo sospiro di sollievo uscendo dal quel porto del caxxo. In mare aperto,(non tanto aperto, difatti, si era in navigazione in mar rosso) mi vennero dei dubbi, pensavo, che c'era anche la possibilità di cadere nelle mani nemiche o addirittura essere attaccato dai pirati considerando la zona. Tormentato dai dubbi anche perchè il mio primo dovere era la sicurezza dell'equipaggio. Si, avevamo delle armi a bordo, ma non eravamo truppe d'assalto. L'unica arma a nostro favore era la formidabile potenza del nostro scafo. Indi; allertai tutto il personale per abituarlo a delle accelerazioni improvvise. La parola d'ordine era “Cristo”a questa parola, tutti all'istante eravamo obbligati per propria sicurezza ad afferrarci a qualcosa di robusto per non subire danni fisici. In navigazione di notte, il radar era sempre acceso ma sapevo anche di non potermi fidare più di tanto. Ovvero, i radar di bordo alle navi, difficilmente rilevano le imbarcazioni piccole e basse sulla linea di galleggiamento. Difatti, non c'era più tempo, quando capimmo di essere circondati da scafi piccoli e veloci con a bordo gente armata e ostile. Per primo avvertimento fecero partire una raffica di mitra sulla nostra prua. Controllando il punto dove era stata sparata la raffica, non riuscivo dal ponte comando a vedere il danno che poteva causare allo scafo, per sicurezza siccome era notte osservai il punto con il binocolo a raggi infrarossi. Niente, neanche un graffio. Allora decisi Ordinai al macchinista il pronto in macchina, sapendo che i proiettili nulla avrebbero causato ad uno scafo di alluminio pesante di cinque centimetri di spessore, dissi, all'equipaggio di entrare in Tuga e gridai “Cristo!”dando tutta la forza in avanti, partendo a razzo si verificò una tremenda esplosione che squarciò la silenziosa notte dell'intero mar rosso tanto da lasciare inibiti sia noi e quelli che ci minacciavano. Osservare uno scafo di cinquanta metri di lunghezza planare sull'acqua a tutta forza è uno spettacolo stupendo, costatammo in oltre che non vi era nessuna vibrazione e il natante filava liscio a fior d'acqua come un predatore. Coloro che ci erano ostili non fecero neanche in tempo a sparare un sol colpo. Dopo qualche ora, si presentò il macchinista, disse che i consumi a quella velocità erano eccessivi e se poteva diminuire la potenza, io acconsentii. Nella mattinata, prima di arrivare a destinazione chiamai in assemblea l'equipaggio, chiesi loro cosa preferivano, andare a Gibuti con tutto il carico e rischiare un sequestro per contrabbando d'armi o consegnare il carico ai destinatari facendo finta di niente e poi prendere la rotta per Gibuti. Ad unanime decidemmo per la seconda opzione.
  24. flambar

    "Porto di Mazatlan ( Messico) (R)

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43148-mi-126 “ PORTO DI MAZATLAN “ (MESSICO) Da recente promosso 2° ufficiale di coperta. Salpammo a notte tarda dal porto di Marsiglia (Francia) rotta il canale di Panama per poi raggiungere la città di Los Angeles (USA). In navigazione nell'oceano Pacifico, a causa dello sciopero dei lavoratori portuali statunitensi fummo dirottati per Mazatlan, splendida città turistica. Finita la manovra di ormeggio, uscii in franchigia. Mentre passeggiavo, una grande insegna luminosa attirò la mia attenzione, c'era scritto”Taza de leche” (Coppa di latte) Incuriosito entrai, si trattava di un locale enorme fornito di ogni di genere di divertimenti. Non mi è stato difficile intuire che era anche una lussuosa casa del piacere. Nell'istante che ordinai un drink, si avvicinò una pomposa creola messicana. Approcciammo subito, bevemmo danzammo e tutto il resto... Nel pomeriggio dell'indomani ritornai a bordo. Una mattina visto che il “taza de le”che era aperto entrai tanto per curiosità e con mia grande sorpresa notai che l'ambiente che c'era la sera prima non c'era più. Il locale era frequentato da studenti. Domandai ad un cameriere spiegazioni, disse; che il locale dopo un certo orario ridiventava un bordello. Ancora incredulo, notai una bellissima mora seduta ad un tavolino visto che era sola, mi sedetti accanto a lei. La signora parlava in castigliano, da parte mia cercai di fargli capire a gesti che il castigliano non lo sapevo neanche fischiare, però lei mi sorrideva e a ricordo di come erano andate le cose la sera prima, ho pensato con questa sarà la fine del mondo. Incominciai a navigare con la fantasia. La signora mi sorrideva si, ma parlava in un modo allarmato, io continuavo a non capire. Ad un certo punto, si presenta tra di noi un tipo alto e smilzo e incomincia a litigare con la signora, non capivo quel che si dicevano, ma la strattonava con forza e in malo modo facendogli anche male, mi alzai per difenderla, ricevetti dallo smilzo un schiaffone in piena faccia nel col tempo tirò fuori da una fondina ascellare una grossa pistola a tamburo, ma fui più rapido di lui e lesto gli tolsi la pistola smontandogliela in un batterd'occhio( esercizio imparato durante il servizio militare) Fatto questo gli sferrai un tremendo gancio tra testa e collo riducendolo come un cencio. La signora mi implorava di andare via subito, perchè come si riprendeva sicuramente mi avrebbe ammazzato. Per evitare rogne ubbidì tornandomene a bordo. Al mattino, sottobordo numerose camionette della polizia e motovedette circondarono la nave. Avevamo l'ordine di scendere tutti in banchina, dal nulla mi apparve dinnanzi lo smilzo che avevo tirato il pugno. Adirato come una bestia disse:«Este ombre.» (quest'uomo) Non mi poteva capitare di peggio, avevo picchiato il capo della polizia messicana. Mi arrestarono di conseguenza persi anche l'imbarco, fui portato davanti ad un magistrato che mi domandò se sapevo parlare lo spagnolo. Ovviamente risposi di no, con un sorrisetto ironico mi condannò a sei mesi di lavori forzati e un corso di lingua spagnola. Consegnandomi alle guardie carcerarie delle prigioni municipali di Mazatlan. Durante il tragitto, il cellulare delle guardie si fermò in un piazzale antistante un Bar, il gesto mi inquietò molto pensando che qualcuno avesse l'intenzione di vendicare l'onta fatta al capo della polizia ed essendo incatenato non potevo muovermi. Aprirono le portelle del furgone e liberandomi dalle catene mi dissero:«non preoccuparti sappiamo che sei una persona per bene, vogliamo offrirti da bene per aver dato una severa lezione ad un scellerato capo della polizia.» In prigione feci conoscenza col mio maestro di lingua spagnola, si trattava di un famoso bandito messicano dal nome altisonante Fransisco Gomes de la Fuentes ed erano guai se non lo ripetevi tutto come stava scritto. Ogni mattina ci trasportavano sul luogo di lavoro più che altro consisteva nelle pulizie delle strade ecc... ecc... insomma da noi si dice lavori socialmente utili. Il carcere, che in realtà non si poteva definirsi tale, esso consisteva in un campo quasi quadrato di quattrocento cinquanta passi da un lato e cinquecento venti passi da l'altro lato. Il muro era inesistente ma esisteva una rete in metallo molto robusta con avviso di mantenersi a due metri distante dalla rete se si trascurava tale misura il cecchino di guardia sulla formaggetta aveva il diritto di sparare e quelli non scherzavano. Trascorsi un paio di mesi, una mattina dall'altoparlante sentii chiamarmi a colloquio. Mi domandavo chi poteva essere, già che non avevo avvisato nessuno dei miei famigliari. Mi accorsi che la guardia invece di portarmi in sala colloqui prese un altra direzione portandomi in un ufficio. È non vuoi che nell'istante dell'apertura della porta mi trovai davanti il famoso smilzo capo della polizia messicana. Nel riconoscendomi disse:«este hombre no» poi evidentemente ripensandoci e ricordando la mia rapidità nel disarmarlo mi richiamò proponendomi un ingaggio come agente nella polizia contro il narcotraffico. Sapevo che se accettavo dovevo stare al loro regolamento e lotta contro i narcotrafficanti era crudele e sanguinaria, lo stipendio poi era anche ridicolo. Perciò non accettai. Dopo qualche giorno lo smilzo non demordendo,entrò addirittura nell'area dei detenuti e davanti a tutti mi disse che:«se te elistas te doy el rango de sargento»( se ti arruoli ti do il grado di sergente) non accettai lo stesso. -la-ciotola/?do=findComment&comment=780439
  25. GLI EQUIVOCI DELL’EDITORIA. A grande richiesta, direttamente dall’ultima propagine europea dell’Oriente, il mio testo completo sull’editoria (pubblicato parzialmente da ‘il Foglio” di sabato 27): I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (molti, più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci. Ritengo che il primo, da parte di una famosa casa editrice, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’Est”. Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente. Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire esser bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere. Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in Casa Editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi. Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il Direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che Guerra e pace, ad esempio, al di là della mole, non sarebeb stato valutato il capolavoro, che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università… Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Per i libri per bambini e ragazzi è addirittura fondamentale! Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afgano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’ amica che lavorava alla redazione esteri del “Corriere della sera” e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque stauette votive in plastica celeste… Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore e fui ammesso a partecipare alle riunionioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’Est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuscinski dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione. Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro parautobiografico di una giovane signorina che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’Editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film. Eviterò di soffermarmi, perché l’ho già raccontato in altre occasioni, sulle decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu affidato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzittutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’Ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i resposnabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”!); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignado, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile. Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si ciamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da presentare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti. La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costati a chi li produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai. Sgombriamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana (dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Bollati Boringhieri, Donzelli): il suo fondatore e padrone per quasi cinquant’anni ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamnte arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Ma se si guarda alla sua impresa, da punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti. Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un rivoluzionario che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito Comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in questa avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, Il dottor Živago contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso Tropico del cancro di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici. Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e còlto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato A scopo di lucro. La tesi era che l'editoria è e deve rimanere un'impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l'obiettivo essenziale deve essere il profitto economico. Nell’editoria molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari il loro obiettivi e la missione umanistica della loro impresa. Oggi gran parte delle librerie, sono invece, purtroppo, dei posti equivoci: nel senso che non si capisce bene che funzione abbiano. Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai thè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, dovrebbe uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borghes, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o un’ affascinante raccolta dei testi dei tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese… Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Negli anni Novanta, le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Henry Potter ci hanno fatto capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani. I giovani sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che (altro equivoco!) fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altri arzigogolamenti teorici che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico e fanno loro apprezzare il “piacere del testo”. Quand’ero uno studente liceale, e stavo scoprendo il fascino misterioso del teatro, iniziai per caso a frequentare un piccolo negozio in riva all’Arno, accanto al Ponte Vecchio. La burbera e paffutella signora che lo gestiva mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice. Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno. Nelle librerie che frequentavo a Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni Ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la coppola, la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia “libraia”, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsiccie e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni. In quel mondo si è nutrito, ancora inconsapevolmente, il mio amore per l’editoria come missione culturale. La più originale libreria al mondo che ho visitato è la Marioka Shoten, di Yoshiyuki Marioka, a Ginza (Tokyo), aperta al piano terra dello storico, e miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti, edificio Suzuki (1929). Ogni settimana il libraio seleziona un unico volume per la vendita: lo espone, lo cura, lo circonda di immagini che lo completano, lo presenta attraverso una serie di incontri serali con l’autore o persone in grado di parlarne e alla fine della settimana lo sostituisce con un nuovo unico volume. A volte ho il sospetto che sia il libro, per la sua stessa natura, ad essere un oggetto equivoco. A cinque anni fui sorpreso dai miei genitori mentre mi arrampicavo su una scaletta fatta di grossi libri, nel tentativo di raggiungere la scatola di cioccolatini alle mandorle riposta sullo scaffale più alto della libreria del mio goloso, ed egoista, padre. Del resto, nella nostra casa di Firenze, dove c’erano libri ovunque, se ne faceva sovente un “uso improprio”. Se, durante i pranzi, non si trovava un cuscino, venivo rialzato al livello del tavolo mettendo sulla seggiola un robusto vocabolario, o, peggio ancora, per insegnarci a mangiare educatamente, con le braccia vicine al corpo, la mamma spesso ci costringeva a stringere sotto le ascelle due smilzi volumi. Il libro, che è uno strumento per comunicare storie e idee, solo a un certo punto del cammino umano ha assunto la forma cartacea che conosciamo e, nel futuo, avrà sempre più la forma immateriale del digitale e verrà letto su uno schermo. Ma la sparizione dei libri di carta non significherà affatto la fine dei libri: ci priverà però, purtroppo, dei mille usi che si possono fare dei volumi cartacei. A un certo punto, quando ero passato a lavorare in un’altra casa editrice assai importante, forse per una forma di impazzimento alal soglia della mezza età, mi incaponii nell’intravedere un grande futuro (che non ho nemmeno oggi del tutto abbandonato!) ai libri “popup”. Ormai con questa parola si intendono quelle piccole finestre che si aprono automaticamente quando si entra in una pagina web, per pubblicizzare particolari servizi del sito o per mostrare la pubblicità di inserzionisti. Sono cose che innervosiscono assai coloro che guardano un testo o un’immagine sullo schermo del computer e improvvisamente li trovano coperti da un messaggio estraneo. Fino a una ventina di anni fa, invece, con questo schioppettante termine, si definivano soltanto quelle meravigliose pagine dei libri per bambini che prendevano forma tridimensionale, facendo spuntare come arzigogolati funghi, dalle piatte pagine, castelli e animali a tre dimensioni. Realizzazioni ardite della fantasia dei disegnatori e miracoli della tecnica tipografica. Col progressivo passaggio dei libri dalla carta stampata alla forma digitale, e quindi immateriale (se non per l’elettronico supporto di lettura), il “popup” non hanno perso, e non perderanno, la loro identità materiale. Questi libri sono infatti tra i pochi che non potranno mai venir trasformati in file digitali: sono nati come giochi di carta e tali rimarranno. Sono insostituibili: neppure da macchinette simil-libro che producono ologrammi. Quand’ero bambino amavo farmi sorprendere dalle figure che si alzano una pagina dopo l’altra e toccare (e, perché no?, rompere) i meccanismi che legano le guglie di un castello o le possenti articolazioni di un dinosauro. Siccome i romanzi e i racconti un po’ alla volta spariranno come oggetti cartacei, è possibile immaginare che gli artisti si possano alleare agli scrittori di storie per dar vita a “popup” per adulti, che siano degli oggetti d’arte, in tiratura limitata e che, come avviene per le migliori “grafic-novel”, stimolino gli autori a pensare le loro storie in modo tridimensionale. In casa mia entrano molti libri: in parte li acquisto, ma molti mi vengono inviati per recensione dagli uffici stampa, o come omaggi da amici e conoscenti. Quando sono morti i miei genitori ho portato a casa mia una piccola parte (i libri più antichi) del loro grande e varia biblioteca. Li tengo per affezione, ma non li ho letti tutti: dovessi farlo, oltre a rischiare di sbriciolare quelle pagine ormai ingiallite, mi toccherebbe rinchiudermi in casa per alcuni anni. La porzione di miei “libri non letti” è quindi cresciuta parecchio. Un grosso incremento di “libri non letti” lo realizzai, nel 1986, quando tornai da Varsavia, dopo tre anni passati là a studiare, e mi posi il problema di come avrei fatto a trovare in Italia un libro che mi fosse servito: così, coi risparmi, acquistai prima della partenza molti volumi di classici e libri di riferimento, scelti secondo il criterio del “non si sa mai”. Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto "non letti" o appena consultati. Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione. Anche in quanto lavoratore dell’industria libraria tendo a considerare comunque tutti i libri che ho in casa (letti o non letti) come miei e indispensabili. In questo mi scontro con il resto della mia famiglia e anche con il gatto che, loro sostengono, si sentirebbe oppresso da tutti quei volumi che gli impediscono di nascondersi. I gatti e i famigliari sono i peggiori nemici dei libri non letti, che vorrebbero eliminare per fare spazio e dare aria: “quelli che non leggi mandali in cantina” è l’invito ricorrente che mi sento fare. Il sogno che ogni tanto faccio è quello di stabilirmi stabilmente in quella cantina, in mezzo a tutto quel bibliografico ben di Dio: fondare in quella caverna underground la mia propria casa editrice, portandoci una stampatrice (magari addirittura a caratteri mobili), e produrre per me tutto quello che mi passa per la mente. Mi cedo, come Paperon de Paperoni, sguazzare nei libri, come fossi in una piscina e pescare ogni tanto una pagina e mettermi a leggerla alla luce fioca della lampada che pende come un pendolo dal soffitto. Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, Una solitudine troppo rumorosa, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri. I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale» dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jirì Kolář affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.
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