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  1. flambar

    [FDI 2019-1] Porto di Mahajanga

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43619-il-leone-marino-in-patagonia-racconti-brevi-in-“3-punti”/?do=findComment&comment=774061 PORTO DI MAHAJANGA (Madagascar) Dopo mesi di travagliata navigazione in mezzo all’Oceano Indiano, il motopesca denominato Principe De Asturia, colosso di oltre cinquemila tonnellate di stazza lorda e con un equipaggio di cinquanta uomini, concluse la manovra di ormeggio nel porto di Mahajanga, Madagascar. Non appena toccata la terra ferma, il nostromo Francisco Rosario Igusi, un vecchio cileno dal viso avvizzito, mi portò in un bordello. Ero molto giovane, per questo lui era protettivo nei miei confronti. Mi trattava come un figlio. Così, per evitare che potessi intrattenere dei rapporti con prostitute, fonti inesauribili di guai e malattie, mi ordinò di aspettarlo in sala d'attesa mentre lui si appartava con una di loro. Era la prima volta che entravo in un bordello. Ero curioso, ma dovevo rispettare le indicazioni del nostromo. Mi appollaiai su uno smunto divanetto all’ingresso e mi accorsi che la maîtresse mi guadava con voluttuosa insistenza. Era una donna giunonica, dai capelli bruni e con tratti vagamenti europei. Nonostante gradissi le sue attenzioni, mantenni una severa compostezza. D'improvviso la maîtresse lasciò il posto in cui era seduta e, decisa, venne ad accomodarsi al mio fianco. Bastò il suo profumo a inebriarmi e a farmi dimenticare le raccomandazioni del vecchio nostromo. Non appena mi fece un cenno, la seguii senza replicare. Mi condusse in un’elegante camera da letto, drappeggiata con raffinatezza in stile veneziano e in cui aleggiava una dolcissima fragranza di lavanda. Le luci soffuse conferivano all’ambiente un'aria misteriosa e io ero intimorito, ma desideroso di fare quell’esperienza. Appena entrati, lei mi afferrò con forza e mi scaraventò sul letto. Oltre a essere molto giovane, io avevo trascorso più di tre mesi in mezzo all’oceano, senza vedere neanche l'ombra di una donna. Vi lascio immaginare cosa si scatenò in quel momento, visto che lei prediligeva accoppiarsi con i ragazzini. Fummo travolti da una forte eccitazione ma, quando lei mi portò a baciare le sue parti più intime, presi coscienza dello squallore della situazione e con garbo cercai di allontanarmi. Mi resi conto che no, non potevo farlo...con una prostituta! Lei continuava a insistere. Dai…italiano…Dai… Io continuavo a rifiutare. Allora si alzò in piedi sul letto e prese a declamare una poesia. Per trovare l'amore c'incontrammo nella casa della perdizione colpa tua, colpa mia o sua. All'alba del terzo giorno nulla poteva ostacolarci nella difesa della nostra libertà pur sapendola molto relativa. Solo allora mi resi conto che non era solo assatanata, era completamente pazza. Così, con lo stesso animo con il quale si dà ragione agli stupidi, feci finta di arrivare dove lei voleva. Lei approfittò dei miei lunghi capelli per afferrarmi e con incredibile forza schiacciò la mia testa dove tanto desiderava che fosse. Non riuscivo a liberarmi da quella morsa. Gridavo di mollare perchè non riuscivo a respirare, ma lei mi ignorava. Quella micidiale stretta stava ormai per soffocarmi, quando, per mia fortuna, il nostromo mi sentì urlare a squarciagola e accorse in mio aiuto. Si fiondò contro la puttana. Lascia … lascia … lu picciriddu che lo stai ammazzando, disse in dialetto siciliano, e io riuscì a riprendere fiato. Il buttafuori del bordello, sentendo tutto quel trambusto, pensò che io e il nostromo stavamo aggredendo la maitresse. Così, piombò nella stanza e si scagliò su di noi che, a nostra volta, reagimmo con durezza. Quel groviglio di corpi fu districato dalla polizia che, senza troppi giri di parole, ci ammanettò e ci condusse in un carcere non molto distante, dove ci fecero depositare tutto quello che avevamo. Io consegnai un accendino d'oro marca Ronson regalatomi da una donna ligure e una catena con un grosso crocifisso di grande valore. Poi ci chiusero in un’angusta cella. Tre giorni dopo, il nostromo, in non so quale lingua, riuscì a spiegare all'inquirente il malinteso. Chiarito tutto e riacquistata la libertà, andai a ritirare le mie cose ma l'accendino d'oro non c’era più. Feci finta di niente. Usciti dal carcere, ci rendemmo conto di essere nel bel mezzo di una foresta pluviale. Così, tornammo indietro e provammo a chiedere un taxi ma i carcerieri non si degnarono neanche di aprire la porta di acciaio. Trascorsa qualche ora, vedemmo uscire dal carcere un camion con a bordo una ventina di soldati armati in uniforme. Disperati, chiedemmo un passaggio. Loro scoppiarono a ridere mentre ci facevano posto. Parlavano e ridevano, parlavano e ridevano e, per spirito cameratesco, iniziammo a ridere come due fessi anche noi. Dopo un po’ il camion si bloccò di colpo e i soldati con rapidità si posizionarono a terra, con i fucili spianati e pronti a sparare. Incoscienti di quanto stava succedendo, noi rimanemmo seduti come due coglioni sul mezzo oramai vuoto. Quando sentimmo le pallottole fischiare nelle orecchie, con un solo balzo ci ponemmo a ridosso dei sodati che sparavano in direzione della foresta. Sembrava una battaglia tra alberi e uomini finchè anche dall’altra parte iniziarono a volare proiettili. Erano già morti quattro uomini del nostro gruppo e il comandante ci fece segno di usare le loro armi per difenderci. La battaglia si fece cruenta e il sordo rumore della sparatoria mi rompeva i timpani. Mentre cercavo di asciugarmi il sangue dalle orecchie, il comandante fu colpito e si accasciò a terra, esponendosi al nemico. Mi feci coraggio e lo trascinai fino a posizionarlo fuori tiro. L'infermiere fermò il flusso di sangue salvandogli la vita. Per tutto il periodo del combattimento, non so quante volte caricai e scaricai il mio Kalashnikov mirando in direzione degli alberi, senza mai vedere i nemici che ci stavano sparavano addosso. All’imbrunire, la sparatoria finì. Il nostromo si teneva il petto insanguinato appoggiato a una ruota del bus. Stupidamente, gli chiesi come si sentisse. Como si estuviera follando, mi rispose con un filo di voce. Guardai in direzione dell’infermiere che scosse la testa con rassegnazione. Mi accovacciai al fianco di Francisco e gli dissi di quella volta che lo accompagnai dall’urologo a Bangkok: il medico aveva un dito lungo quanto una mazza e lui mi aveva minacciato di morte se solo ne avessi parlato a bordo. Fu la prima cosa che feci e lui mi inseguì per tutta la nave riempendomi di calci nel culo. Il vecchio cileno rise e tossì sangue. Tu eres un hijo de puta, mi disse, e spirò. Siccome c'erano dei feriti molto gravi e si temeva che i nemici potessero ricomparire, fu necessario tornare indietro in fretta e furia. Adagiai il vecchio nostromo alle pendici di un gigantesco ebano e salii sul camion. Nel carcere si festeggiò la vittoria sul nemico. Boh. Io il nemico non l’avevo neanche visto, eppure tutti mi abbracciavano e mi offrivano alcol e tabacco in quantità. Non avevo voglia di fare baldoria, eppure bevvi e fumai come un dannato, in onore di quel vecchio puttaniere cileno che mi aveva salvato da una figa vorticosa, da una prigione puzzolente e che era morto per colpa mia. Il giorno seguente due militari mi accompagnarono in città con una vecchia ma ben tenuta Mercedes rosso fiammante. Loro davanti ridevano e scherzavano, io, raggomitolato dietro, rinsavivo dai fumi dell’alcol. Iniziai a fare i conti con quel fardello che mi sarei portato appresso per tutta la vita. Se avessi ascoltato le sue indicazioni, non saremmo finiti lì. Risi alle sue ultime parole, subito dopo però il vuoto mi strinse forte. Io il vecchio nostromo non lo avevo neanche sepolto. L’avevo solo adagiato sotto un albero. Al pensiero sentii freddo. Tre anni dopo nacque Francisco, il mio primogenito. Con aiuto formale di @Rica e @Andrea28
  2. flambar

    Conte Louis Arthur De la Gironde

    www.writersdream.org/foru “CONTE LOUIS ARTHUR DE LA GIRONDE” Ero un giovanissimo primo ufficiale di coperta (comandante in seconda) imbarcato su di un moderno portacontainer a turbopropulsori denominato “Relay.” Già da due giorni svolgevamo operazioni portuali nella città di Port Bouc (Francia). A sera tardi finito di piovere mi venne voglia di fare una passeggiata per le vie della città. Chiamai un taxi, e mi accompagnò nel quartiere della movida francese. Camminando nelle viuzze mi accorsi che la città era eccezionalmente pulita ed ordinata. Vi erano fiori e piante da per tutto, le finestre delle case adornate come le abitazioni delle fiabe. Una bella ragazza francese, mi sbarrò il passo dicendomi che mi amava e, desiderava passare la serata in mia compagnia. Pur Sapendo che era una messa in scena per attirare i clienti con l'intenzione di pulirgli il portamonete in un locale nelle vicinanze accettai lo stesso l'invito. Osservandola con più calma constatai che era estremamente bella, quando danzava i suoi movimenti erano talmente sensuali da lasciarmi senza fiato. Durante la danza la stringevo forte a me assaporando il suo inebriante profumo di femmina, fremevo sentendo il suo morbido corpo tra le mie braccia. Insomma ero partito e non sapevo neanche dove mi trovavo. Nell'istante in cui avevamo perso la testa tutti e due, manacce nervose con grande forza bruta ci distaccarono. Era il titolare del Bar Osteria nonchè, marito della bella ragazza che poco fa tenevo tra le mie braccia. Costui afferrò con tanta forza il braccio di lei da lasciarli dei lividi facendola urlare di dolore trascinandola in malomodo fuori dal locale. Da parte mia ancora non sapevo che era il marito ma, anche a saperlo non tollero che si tratti cosi una donna in mia presenza. Con sincerità le mie intenzioni erano di calmare le acque ma, il furibondo marito mi sferrò un tremendo pugno in faccia da farmi cadere per terra riuscendo a lesionarmi la mascella. Reagii immediatamente riducendo il titolare del locale un vero straccio gliene detti tante che metà bastavano. Seduto per prendere fiato, cinque individui mi aggredirono a tradimento riducendo il sottoscritto a “ Ecce Homo”. Tutto dolorante sporco di sangue chiamai un taxi che, vedendomi in quelle condizioni rifiutò il sevizio, consigliandomi di chiamare l'ambulanza. Alla fine per allontanarmi il più presto possibile dalla zona, mi incamminai zoppicante per raggiungere la nave. I dolori diventavano molto forti ed ogni tanto ero costretto a fermarmi per riposare. Mentre ero seduto su di una bitta al buio, si sentivano dei passi ritmati come un orologio rimbombavano per tutto il porto. Nel momento che riposavo a causa della serataccia trascorsa venni preso dallo sconforto, piansi ed una lieve vertigine mi fece cadere rovinosamente per terra. Una voce molto quieta in francese mi chiese:«che problemi hai marinaio» risposi:«niente non ti preoccupare»ma a causa dei forti dolori non ero in grado di alzarmi, lo sconosciuto calcolando la mia precaria situazione mi aiutò a sollevarmi di terra e con una sola mano riusciva a tenere dritti i miei novanta chili di peso corporeo. Evidentemente venni meno e svenni. Al mio risveglio, mi accorsi che non stavo nella la mia cabina, qualcuno mi aveva pulito disinfettato e messo venti punti di sutura sparsi per il corpo. Sentii bussare alla porta diedi il permesso di entrare, di fronte a me si presentò un uomo talmente bello che sembrava un angelo. Domandò come stavo, dicendomi che aveva avvisato il mio comandante perciò di non preoccuparmi. Ad un marinaio che aveva il compito di pulire la cabina domandai chi fosse; rispose era un nobile francese comandante della nave ed anche armatore, si chiamava “Louis Arthur De La Gironde” un conte. I dolori erano diventati più acuti di prima, i francesi c'erano andati duri. Allora di pranzo, il conte Louis, con molta gentilezza mi invitò al suo tavolo per consumare la pietanza Nell'istante in cui presi posto, la sua espressione cambiò del tutto compresa la sua voce, dopodichè mi pareva di dialogare con un vero diavolo. In atteggiamento da duro mi chiese di raccontare quello che mi era capitato. Per evitare guai non collaborai alle sue richieste. La sera decisi di ritornare a bordo del bastimento dove ero imbarcato. A notte fonda un ciclone spalancò la porta della mia cabina e afferrandomi di petto mi costrinse ad alzarmi per seguirlo. Voleva conoscere i responsabili del feroce linciaggio organizzato contro di me. Gli feci presente che eravamo solo in due, ed io nelle condizioni in cui mi trovavo avremmo avuto sicuramente la peggio, rispose;«tu non ti preoccupare me la vedo tutto io». Parcheggiò l'auto nelle vicinanze del locale in questione e mi obbligò a indicare i responsabili dell'aggressione nei miei confronti. Uscendo dall'auto mi intimò:« tu! resta qui! ». Quello che si è svolto dopo mi lasciò stupefatto. Anche io avevo esperienze di risse tra marinai, c'è da sottolineare che dette risse sono da definirle all'acqua di rose, in confronto allo spettacolo che offriva la bagarre del conte Louis, che pur essendo un uomo in torno al metro e ottantacinque centimetri si muoveva e saltava come l'agilità di un gatto. Ogni colpo che sferrava era una dura mazzata e se qualcuno si azzardava ad armarsi di coltello o di una qualsiasi cosa per offendere la situazione si aggravava facendolo diventare più aggressivo e più crudele. Non conoscevo il suo modo di lottare non l'ho visto neanche nei film al cinema, usava a secondo le circostanze tutte le parti del corpo colpendo con la massima precisione dove doveva colpire ed ogni colpo era un ko. In sintesi la lotta durò pochi secondi ed i cinque crollarono per terra come defunti. Non inveiva contro gli avversari. come loro avevano sicuramente fatto con me, attendeva che si ripigliassero o li aiutava a riprendersi gettandogli in faccia un bicchiere di acqua fredda dato che il locale essendo anche un ristorante ne trovava quanto ne voleva per poi colpirli con durezza. In fine disgustato della loro meschina resistenza con la massima calma rientrò in macchina dicendomi:«vieni con me marinaio ti offro un bicchiere di buon Cognac »in che maniera potevo non accettare? Perciò saliti a bordo della sua nave, quando entrai nella cabina rimasi sbalordito sembrava la sala di un nobile arabo tutta piena di veli, le paratie erano rivestite in mogano di Giamaica, per terra ricoperto con tappeti pregiati una vera reggia. Mi fece accomodare offrendomi uno squisito Cognac ma, nel momento che mi consegnava il bicchiere a calice toccò con ambiguità la mia mano, pensai con molte probabilità è stato un gesto involontario, un uomo cosi forte coraggioso che sotto i miei occhi aveva ottenuto la meglio con estrema facilità contro cinque energumeni sicuramente molto violenti, non poteva appartenere alla classe degli uomini gay. Senza offesa nei confronti dei gay. Purtroppo mi sbagliavo, nell'accorgermi che poneva spesso la sua mano sulle mie ginocchia e qualche volta accennava a dei gesti decisamente effeminati. Gli dissi:« scusami un momento adesso torno» Non tornai affatto ed in serata salpammo con rotta l'arcipelago delle Canarie. Del conte Louis è rimasto indelebile la sua educazione , la sua gentilezza, il suo coraggio e l'etichetta del suo squisito cognac tanto raro da riuscire a trovare una sola bottiglia molto costosa sorseggiandola alla sua salute. m/forums/topic/40649-mi-119-il-parchetto/?do=findComment&comment=773483
  3. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 6

    Matematica Ero bravo in matematica, ma non era la materia che mi piaceva di più. Però era la materia in cui ero il più bravo, e mi piaceva essere il migliore. Sapevo con certezza di essere il migliore della mia classe e a detta della prof. ero il migliore della scuola. Ma, di nuovo, non era la materia che mi piaceva di più. Il momento che preferivo era la poesia. Non capivo benissimo le spiegazioni del prof. e non ottenevo i voti migliori - anche perché Italiano erano molte cose e non solo la poesia. Però mi piaceva da matti. Mi piaceva la comunicazione. Avrei voluto comunicare con tutti quanti. Non lo facevo, ma avrei voluto farlo più di ogni altra cosa al mondo. Forse era il fatto stesso di volerlo così fortemente che mi bloccava. Era così importante che provarci mi faceva paura. Ne ero terrorizzato. La matematica mi riusciva perché non mi dava l’impressione di comunicare. O almeno, comunicavo soltanto alla prof. e a i pochi che capivano lo stesso problema. La matematica mi riusciva bene perché non aveva parole. Aveva numeri, aveva lettere, ma solo pochi ci capivano davvero qualcosa. Avevo paura delle parole che avrebbero capito tutti, quelle che mi avrebbero fatto sentire nudo. Turista Ritornare in Ecuador è stato strano. L’odore di Guayaquil riuscivo a sentirlo già fin dall’aeroporto. Una grande famiglia che non riconoscevo più ci stava aspettando. Sentivo qualcosa di viscerale nei loro confronti. Come se riuscissi a riconoscere istintivamente che il loro sangue fosse simile al mio. Avevo quasi la sensazione di essere tornato a casa. Poi però iniziammo a parlare. E mi resi conto che non parlavo più spagnolo. Quello che parlavamo a casa coi miei genitori non era più spagnolo. Lasciati liberi, io e mio fratello avevamo iniziato a sviluppare una nuova lingua fatta delle parole più comode prese da entrambe le lingue, italiano e spagnolo. Presi da un’era fatta di velocità, anche il linguaggio rispecchiava questo nuovo bisogno: velocità nel capirsi. Nemmeno mi ricordavo come si dicesse giallo in spagnolo. Parola troppo lunga per poterla usare davvero. Perché perdere tempo a dire amarillo se posso dire giallo? E così la lingua interruppe la sensazione di essere a casa, in quello che era stato il mio paese per quasi sette anni. L’etichetta da straniero non riusciva ad abbandonarmi nemmeno qui, con il sangue del mio sangue. La nuova variante era turista, la nuova connotazione era “ti senti meglio di noi”. Per l’ennesima volta non mi sentivo di appartenere, ero fuori dal gruppo. Invece, volevo solo essere normale, essere come gli altri. Ero stanco di essere diverso, perché non riuscivo a vederci proprio niente di speciale in quella diversità. Nonno Non avevo mai visto quel nonno. Nella mia mente era come se mio nonno fosse morto, o come se non fosse mai esistito. Non ne avevo mai sentito parlare, e non avevo mai davvero nemmeno chiesto. Il papà di mio papà. Conoscevo molto bene la mamma di mio papà, e sapevo che l’uomo che aveva fatto da figura paterna a mio papà era stato prima malato e poi era morto. Ma era tutto fuori dai miei ricordi, da quello che avevo visto. Ora appariva di fronte a me questo piccolo uomo con un cappellino da baseball. Ha qualcosa di mio papà ma non riesco a vederci niente di me. Sono sempre stato fiero del mio cognome perché lo riconducevo a mio papà. Ora non so come sentirmi, con di fronte quest’uomo da cui viene lo stesso cognome mio e di mio padre. Mi piace immaginarmi le storie di uomini lontani nel tempo, accomunati a me dal sangue, dal dna. I padri dei padri dei padri (etc) di mio padre. Fantastico sulle loro imprese, piccole o grandi, celebri o dimenticate. Mi dico che forse sapevano che un loro discendente sarebbe stato come me. Mi dico che forse sono fieri di me. E poi mi trovo di fronte quest’uomo, colpito dall’inesorabilità del tempo; e non riesce ad essere all’altezza dei miti che tanto avrei voluto caratterizzassero il mio passato. Forse sono troppo ingiusto con lui. Forse ho ereditato il sentimento - anzi il risentimento - di mio padre nei suoi confronti. Mi dico che forse c’è un qualche errore, forse non è davvero lui mio nonno. Lo guardo negli occhi e mi rassegno. Non possiamo davvero scegliere da dove veniamo.
  4. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 5

    Una stanza per due Condividevo la stanza con mio fratello a Pioltello. Convivere con un'altra persona è un'esperienza formativa, e sicuramente mi ha insegnato tanto. Tutto questo però non riuscivo a vederlo mentre la condividevo con lui. Sapevo di tanti altri ragazzi che avevano il privilegio di avere una stanza tutta per loro. Avrei voluto essere arrabbiato con qualcuno, ma come avrei potuto arrabbiarmi con i miei genitori? Vedevo che anche loro condividevano la loro stanza con mia sorellina. Non c'era così tanto spazio, quello era il massimo. Vedevo le mura di fronte a me e sapevo di non poterle rompere. Però non ci ho mai creduto davvero che quello fosse il massimo. Volevo dello spazio per me, avrei costruito volentieri un muro in mezzo a quella stanza già piccola per poter avere un angolo tutto mio, solo mio. Volevo forse urlare dentro quella piccola stanza. Forse volevo piangere. Oppure annoiarmi, o sentirmi solo. Volevo quattro mura intorno a me, una porta da poter chiudere a chiave, un soffitto che mi coprisse dalla pioggia o neve, e un pavimento su cui potermi sdraiare. Al parco Giocavamo a calcio, al parco con mio papà. Forse attraverso tutte le partite che aveva visto giocare allo stadio San Siro, forse per un talento naturale, o forse per l’esperienza dei 22 anni che avrà sempre più di me... in ogni caso quando lo vedevo giocare, mi sembrava fortissimo. Credevo talmente tanto nella sua invincibilità, che pur sapendo di non essere per niente bravo a giocare, quando giocavo insieme a mio papà e mio fratello ero sicuro che potessimo battere chiunque. Chissà se è per questa sicurezza ingenua e magica che effettivamente vincevamo le partite contro altri gruppetti di tre persone, nel vecchio campo da basket vicino casa a Pioltello. Porte piccolissime e si poteva fare gol solo se il tiro era rasoterra. Forse avevamo una bella sintonia io, mio fratello e mio papà. O forse ricordo solo le volte in cui abbiamo vinto e ho dimenticato o minimizzo quelle in cui abbiamo perso. Il ricordo che fa da anteprima a questo mito che ho in testa è la partita giocata contro tre ragazzi più che adolescenti. Io e mio fratello, ancora alle medie, eravamo bilanciati dall'età di mio papà, adulto. Il fatto che i tre ragazzi avversari fossero neri, nella mia mente ricolma di pregiudizi, li rendeva più forti e temibili. Vincere fu magnifico. Io, che non mi ero mai interessato né al tifo né alle partite di calcio alla televisione, esultavo dentro di me come se avessi personalmente vinto i mondiali.
  5. flambar

    "Un anno e mezzo tra gli aborigeni"

    http://www.writersdream.org/foru 36 “ Un anno e mezzo tra gli aborigeni” Nel lontano Giugno del 1971, imbarcai come comandante sul motopesca oceanico”Astrum” di duemila tonnellate di stazza, battente bandiera Tailandese all'epoca ormeggiato nel porto di Makassar (Indonesia) Appena prese le consegne dal comandante sbarcante, ordinai il posto di manovra. Una volta in mare aperto, puntai la prua in una zona di pesca molto vasta situata tra l'oceano Pacifico e l'oceano Indiano, più o meno nei gradi venti e trenta di latitudine Sud. All'arrivo nella predetta zona, ne subimmo di tutti i colori, tanto che l'intero equipaggio mi soprannominò “Capitan Storm”. In oceano gli Storm possono creare dei marosi alti oltre i venti metri, il vento può anche superare i duecento chilometri orari. Ciò nonostante, non tutti i mali vengono a nuocere. Indi, dopo aver superato questa esperienza nessun'altra perturbazione atmosferica violenta mi ha intimorito. Durante le mareggiate, il pesce si raduna favorendo la sua cattura. Dopo cinquanta giorni di Oceano burrascoso tutte le celle frigorifere erano stracolme di pesce pregiato. Giacchè, non avevamo altre celle frigorifere libere, segnai la rotta per il porto più vicino. La società armatrice fu davvero miracolata, dato che versava in cattive condizioni economiche. Finita la manovra di ormeggio nel porto di Mackay Harbur, in Australia, subito iniziò le operazioni di sbarco del pescato. Nella tarda mattinata, ebbi la visita del direttore generale della società armatrice del motopesca, era venuto appositamente da Bangkok per controllare che cosa avevamo pescato, felicissimo di quello che aveva riscontrato nelle celle frigorifere, desideroso di premiarmi mi domandò cosa volevo per regalo. Gli risposi, mi è sufficiente la mia paga. Mentre andava via felice e sorridente, si mise a cantare “O Sole mio”nella sua strana lingua. Durante le operazioni di sbarco, il mio sguardo incontrò quello di una ragazza aborigena addetta allo smistamento del pescato, in men che no si dica, senza neanche accorgerci ci trovammo tutti e due sotto le lenzuola del letto della mia cabina. Li rimanemmo per tre notti e tre giorni! Molti di voi, esclameranno Oohh! Senza crederci, ma le cose vi assicuro andarono proprio così. La ragazza mi ha più volte ripetuto il suo nome, ma io non sono mai riuscito a capirlo e ne pronunciarlo. Essendo, un abitante di quel luogo quasi primitivo, gli chiesi se sapeva accendere un fuoco senza fiammiferi. Mi rispose di no. Dopo i giorni d'amore, la riaccompagnai a casa con un taxi. Mi presentò tutti i suoi parenti e amici, ma anche in questo caso, non riuscii a capire chi erano i suoi genitori. Le operazioni di sbarco si prolungarono per altri cinque giorni. Una sera, venne la ragazza aborigena, mi disse che un suo zio, sicuramente era capace di accendere un fuoco senza fiammiferi. risposi...”allora andiamo a trovarlo”... quando mi spiego che lo zio viveva in una tribù distante cinquecento chilometri, in pieno deserto, mi sconfortai. Ma il desiderio di conoscere quella tecnica prevalse sullo scoraggiamento iniziale, chiesi alla ragazza di accompagnarmi da questo suo zio. La società della nave, informata della mia decisione di lasciare il comando arrivò anche a minacciarmi di morte. Oramai quello che avevo deciso era irrevocabile e mi avventurai in quel viaggio odissiaco. Il primo tratto lo facemmo col treno, poi con i cavalli e finire a piedi dato che nessuno ci dava i cavalli, infatti la zona di territorio che dovevamo per forza passare era infestata da grossi rettili di cui molti velenosi. La tribù dove eravamo diretti viveva in luoghi remoti in una forma molto primitiva. Si nutrivano di quello che la natura gli offriva, nei primi giorni mi domandavo spesso << cosa si può trovare per nutrizione in una grande distesa desertica?>> Mi sbagliavo di grosso, ovvero; gli aborigeni per nutrirsi uccidevano qualsiasi animale compreso rettili e grossi topi. Però prima di mangiarli, chiedevano perdono a gli stessi animali finanche alle piante che offrivano i loro rami secchi per accendere il fuoco. Voi direte che schifo! Vi posso garantire che non è così, in realtà se teniamo conto che, tutti i rapaci si nutrono di carne di topo, i serpenti, i gatti randagi, i cani e addirittura i pesci questo sta a significare che se fosse un cibo disgustoso non verrebbe mangiato da tanti individui di diversa specie. Camminammo per due giorni e due notti in pieno deserto, senza accorgerci eravamo arrivati a destinazione. La ragazza, mi presentò allo zio, uno sciamano, spiegando perchè mi aveva portato in quel sperduto villaggio australiano. Alchè! Questi scoppiò in una fragorosa risata e riferendo la mia richiesta a tutti gli altri membri della tribù, provocò altrettanta ilarità. Gli aborigeni non riuscivano a capire, come mai una persona evoluta proveniente da una civiltà progredita desiderava imparare ad accendere il fuoco in quel modo. Per loro al mio cervello mancava qualcosa. Incominciarono a prendermi in giro, quando mi vedevano, si procuravano un fiammifero e lo accendevano per poi correre via ridendo. Intanto tra una risata e l'altra notai che la mia accompagnatrice discuteva animatamente in una capanna con delle ragazze del villaggio. Domandai che stesse accadendo, non ebbi risposta, di colpo mi trovai da solo nella capanna in compagnia di una di loro. Lei, parlava la sua lingua a me incomprensibile, il suo tono di voce però era chiarissimo perciò senza farla alla lunga ci amammo tutta la notte su un giaciglio di pietra. Nei giorni che seguirono si verificò la stessa identica cosa, ma con ragazze diverse...tutto il villaggio era accorrente di quello che accadeva, ma nessuno protestava. In verità, a me faceva molto piacere di come andavano le cose. Dopo un po' di tempo mi venne un dubbio...sospettai che la ragazza aborigena accompagnatrice mi vendesse alle sue amiche, difatti ogni sera litigavano nelle vicinanze della capanna dove alloggiavo, poi dal loro tono intuivo che si erano messe d'accordo facendo rimanere sempre quella che gli aspettava di restare a farmi compagnia. Ebbi anche l'impressione che tutta la tribù fosse in qualche maniera consenziente. E strano ma non raro il loro comportamento, spesso sentivo dire da vecchi marinai che alcuni popoli della terra, facevano accoppiare le loro giovani fanciulle con maschi di altri popoli giusto per cambiare i loro originali lineamenti somatici preistorici ed affinarli hai tratti occidentali, per ottenere questo avevano scelto me come capo stipite di una razza aborigena più evoluta e più graziosa. Certamente non ho le prove di quello che dico, però sembra strano ed inusuale che con tanti giovani maschi del villaggio nessuno reclamava. Ah!.. un'altra cosa, non so se ho dei figli tra quella gente. Stando per un anno e mezzo con loro, imparai il rispetto della natura e di tutto ciò che ci circonda, essere generosi, non solo con il prossimo ma con tutto, specialmente con le piante e gli animali. La più stupefacente era la costruzione rapida di una piccola capanna per ripararsi dalla burrasca e difendersi dai serpenti notturni che normalmente sono molto velenosi. Con loro ho imparato ad amare il silenzio, saper ascoltare e vedere nella saggia maniera, infatti gli aborigeni non parlano molto e se sono costretti a farlo lo eseguono come un mormorio. Quello che più mi ha affascinato del loro comportamento è il rito di perdono che chiedevano in tutti casi a gli esseri viventi animali o piante che siano, compresa la madre terra, si così la chiamavano convinti anche che si tratta di un essere vivente. Come potersi avvicinare alla selvaggina durante la caccia, attività di tutti i giorni. Particolarmente affascinato ed incuriosito dei loro insegnamenti facevo un sacco di domande, ma la risposta più sorprendente fu su “Chi siamo noi?” A questa mia domanda, lo sciamano sorrise dicendomi: << tu sai chi sei tu!..>> m/forums/topic/40287-leggere
  6. dfense

    Bolognese Editore

    Nome: Bolognese Editore Modalità di invio dei manoscritti: / Distribuzione: / Sito: / Facebook: /
  7. Fino a
    L’Associazione culturale e teatrale “Luce dell’Arte” di Roma indice il Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone” – I valori della famiglia 1^ Edizione, in onore del rag. Giovanni Leone, un“uomo di grande spessore culturale”, ricco di una rara nobiltà d’animo, distintosi per l’impegno e l’ardore messi nel suo lavoro di impiegato postale, ma soprattutto per la forte sete di conoscenza che l’ha portato a studiare sempre libri di svariate discipline, costruendosi in casa un’enorme biblioteca, ed il senso di sacrificio, amore per la famiglia che l’ha accompagnato fin da giovanissimo, dandogli la forza di vincere ogni battaglia esistenziale. Ecco perché abbiamo voluto sottolineare il tema “I valori della famiglia”, ritenendolo il motore principale di questo uomo che ha lasciato tanto interiormente a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo o averlo vicino. Il premio è suddiviso in Tre sezioni ed è aperto ad autori italiani e stranieri. Età minima autori per partecipare 18 anni; età massima nessun limite. Sezione A) Poesia a tema Libero: si può partecipare con poesie edite o inedite in lingua italiana o vernacolo con traduzione che trattino qualsiasi tematica. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Sono ammessi anche libri editi di poesia o e-book e raccolte poetiche inedite. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annessa breve poesia o piccola raccolta poetica, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Sezione B) Narrativa e Teatro a tema “I valori della famiglia”: si può partecipare con racconti, romanzi e testi teatrali editi o inediti con tema “I valori della famiglia”, in larga misura opere che trattino qualsiasi situazione e sentimento legato alla famiglia. Nel genere testi teatrali precisiamo che oltre a commedie e tragedie, sono ammessi per la partecipazione monologhi, corti teatrali e brevi sceneggiature. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Si possono inviare anche e-book. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annesso racconto breve o monologo, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Sez. C) Narrativa e Teatro a tema Libero: si può partecipare con racconti, romanzi e testi teatrali editi o inediti che trattino qualsiasi tematica. Nel genere testi teatrali precisiamo che oltre a commedie e tragedie, sono ammessi per la partecipazione monologhi, corti teatrali e brevi sceneggiature. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Si possono inviare anche e-book. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annesso racconto breve o monologo, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Premi per i Primi Quattro classificati, Premio Assoluto della Critica, Premio Miglior Giovane Autore, Menzioni Speciali, Segnalazioni di Merito e Diplomi d’Onore. Prevista quota di partecipazione base di 10 euro. Scadenza bando il 10/07/2017. Per richiesta di bando completo, contattare il Presidente dell'associazione, la dr.ssa Carmela Gabriele, al seguente indirizzo e-mail: associazionelucedellarte@live.it. Recapito telefonico Ass. Luce dell'Arte: 3481184968. Il sito da visitare è: www.lucedellarte.altervista.org Pagina Facebook Ass: Associazione culturale e teatrale Luce dell’Arte Pagina Facebook Premio: Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone” Pagina Google Premio: Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone”- I valori della famiglia
  8. Cla87

    La pioggia interiore

    La pioggia batte sui vetri della mia cucina, apro leggermente la finestra. Amo questo profumo. Le giornate uggiose mi portano ad essere una persona riflessiva, purtroppo molto più del solito. La testa si riempie di pensieri di ogni genere, alcuni che feriscono quasi come se fosse necessario avere sempre delle conferme. Come se l'unica soluzione per uscire vivi da questa vita fosse aggrapparsi a qualcuno. Le giornate di pioggia riescono a creare dentro di me un vortice di emozioni diverse, oserei dire contrastanti. Mi fisso a osservare la pioggia che cade. Sì, sono sicuramente una persona metereopatica e lunatica. In giornate come questa ripenso sempre ai miei rapporti personali, mi faccio mille domande alle quali spesso non so neanche dare risposta, metto in dubbio amicizie centenarie e mi faccio un po' prendere dallo sconforto. Ho molti amici, ma forse nessuno è mai stato amico con me nello stesso modo in cui lo sono stata io con loro. Quando avevo bisogno mi sono spesso trovata a fare i conti con me stessa. Nonostante tutto, ancora oggi, non ho imparato che devo bastarmi. Eppure la vita è questo, i giorni di pioggia ci saranno sempre. Bisogna solo riuscire ad essere se stessi, forse non dando neanche mai agli altri l'opportunità di sapere di essere troppo importanti per noi.
  9. flambar

    P o r t o di O d e s s a

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43174-sono- “PORTO DI ODESSA” ( Mar Nero) Durante la permanenza nel porto di Odessa, ebbi un invito dal circolo marinai sovietici per commemorare un famoso uomo di mare russo. Conoscendo come vanno dette commemorazioni cioè bevi tu che bevo anch'io e poi finirla in una furibonda scazzottata tra marinai. Per non mettermi come al solito nei guai, cercai una scusa dicendo a gli organizzatori che, il mio cane Satana non si sentiva bene e non mi andava di lasciarlo solo chiuso in cabina. I marinai russi, risposero che potevo portare il cane all'evento. A questo punto, non sapendo a cosa aggrapparmi andai alla manifestazione russa. Fu una bellissima cerimonia, tutti i partecipanti indossavano abiti eleganti tipo tait e smoking le donne sembravano delle bamboline vestite a festa la più bassa era di centottanta centimetri c'erano più donne marinare che uomini. Tutto molto divertente in quell'occasione conoscetti una giunonica ragazza sovietica dal nome Anzhelika. La cosa ancor più strana era che, avevamo bevuto tutti e moltissimo ma la famosa scazzottata non si verificò. Meglio cosi! A tarda serata, essendo il bastimento dove ero imbarcato ormeggiato non molto lontano dal luogo in cui mi trovavo, per il ritorno decisi di fare una passeggiata distensiva, in compagnia del mio adorato Satana. Era veramente una splendida sera, ornata da una sottile brezza marina. All'improvviso, saltando da un giardino a tipo Ah Ah un gruppo di giovani mi sbarrarono il passo. Satana nella penombra essendo di colore nerissimo non era visibile, sembrava che non ci fosse. Il più corpulento prese la mia mano sinistra ed osservando l'orologio al mio polso mi propose di venderlo. Ritirando la mano dalle sue gli dissi che: l'orologio in questione non era in vendita per due ragioni. Primo perchè era un regalo e secondo essendo di marca “Rolex” aveva un certo valore ed i rubli non valevano niente. Non ci fu ragione, continuavano ad insistere ed ostacolarmi il cammino. Volevano a tutti i costi il mio Rolex! Uno dei giovani del gruppo, si avvicinò minaccioso. Satana intuendo il pericolo che stavo correndo. Sbucò dal nulla nella notte buia e con un balzo azzannò la mano del giovane si senti anche il sinistro scricchiolio delle ossa frantumate. Stupiti dalla feroce difesa del mio cane, il gruppo rimase immobilizzato facendo spazio tra di loro, attraverso la quale riuscii a scappare dirigendomi verso il cancello dell'entrata del porto. Fu un bene per loro e anche per me perchè Satana li avrebbe azzannati tutti. Le sue mascelle si chiudevano come una morsa d'acciaio. Difatti era capace di stritolare una stinco di vitello con un solo morso. Trattandosi poi di un cane di terranova dal peso di settantasette chili, faceva impressione solo a vederlo. Tanta era la preoccupazione per la situazione in cui mi ero cacciato ed anche l'alcol che avevo bevuto, da dimenticare che con me c'era Satana. Mentre correvo a perdifiato avvertivo che dietro c'era una bestia feroce che mi inseguiva. Quanto più correvo tanto più sentivo quest'animale che cercava di raggiungermi ringhiando. Giunto all'entrata del porto, mi accorsi che era solo Satana a correre dietro di me. Le guardie notando il mio ansimare chiesero il motivo di quella corsa. Raccontai tutta la vicenda, dopo di che, osservando il cane, rilevarono che aveva qualcosa incastrato tra i denti. Di conseguenza non c'è voluto molto ad intuire che erano le dita della mano sinistra del giovane Ucraino, azzannato da Satana per difendermi. I poliziotti del porto considerarono grave l'episodio e chiamarono il loro capo. La figura che si presentò non aveva niente di umano! Il capo aveva un aspetto terribile, pareva un cadavere. Era alto e magrissimo, aveva il viso pallidissimo e l'aspetto severo i napoletani lo avrebbero definito “O Jettatore” L'impiegato dell'agenzia mi allertò contro di lui. Disse che, era una persona cattiva e violenta. Il capo dei poliziotti mi domandò perchè il mio cane aveva quelle dita tra i denti, gli raccontai tutta l'aggressione subita. Ero convinto che avrebbe reagito male contro di me ed invece, mi meravigliai molto quando gli vidi appoggiare la mano sulla testa del mio Satana per poi aprirgli la bocca e controllare se ci fosse dell'altro, il cane non permetteva tanta confidenza a gli estranei ed ancora mi domando; come mai non reagì. Ad un certo punto, le guardie e il loro capo si misero in agitazione non riuscivo a capire il perchè. Il capo della polizia, mi fece cenno di salire in fretta sulla sua auto, gli indicai che non potevo lasciare solo il cane mi rispose di portare anche lui. A sirene spiegate e a tutta velocità entrammo in ospedale e di corsa ci avviammo in direzione di una stanza. Gli agenti risoluti afferrarono con forza un giovane con la mano sinistra fasciata da poco scaraventandolo contro la parete con estrema violenza, era l'ucraino aggredito da Satana. Il capo mi chiese se lo conoscevo, feci finta di non capire. L'impiegato dell'agenzia marittima mi avvertì che, il capo della polizia aveva il potere di mandarmi in Siberia se non collaboravo. Ragion per cui risposi, che le dita erano le sue. Non l'avessi mai fatto! Il capo gli si avvicinò con calma come se pensasse a tutt'altra cosa. Con un movimento rapido afferrò la testa del malcapitato e gliel'ha sbattette con tutta la forza, contro la spalliera di ferro del letto spaccandogli la bocca e presumo anche tutti i denti. Le mura della stanza e le persone nelle vicinanze furono imbrattate da schizzi di sangue ovunque. Non riuscendo a capire il motivo, di una reazione cosi violenta e crudele. Stavo per intervenire e calmare la ferocia del capo della polizia, l'impiegato dell'agenzia me lo impedì trascinandomi fuori dalla stanza dicendo « vuoi finire in galera ai lavori forzati?» Perplesso per ciò che era accaduto e con tante domande che mi imponevo senza averne risposta. Ritornai in compagnia del mio Satana sul bastimento al mio comando, stanco di quel brutto giorno e con la voglia di poter al più presto salpare allontanarmi da quel luogo dannato.
  10. ebreovenutodallanebbia

    Due secondi di troppo

    Sabato 25 maggio presso la libreria Il Catalogo di Pesaro, via di Castelfidardo 60, Alessandro Melchiorri di Arcigay Agorà Pesaro e Urbino incontra l'autore del romanzo "Due secondi di troppo". La presentazione è organizzata con la collaborazione di Marche Pride, Agedo Marche e Ubik
  11. flambar

    "Lu Curtu e Lu Smilzu"

    http://www.writersdream.org/foru “LU CURTU E LU SMILZU” Eravamo attraccati nel porto di Hull in Inghilterra, nella regione del Yorkshire. E' una città famosa come porto di pescatori. Durante la franchigia, in un Bar incontrai due marinai, Piluti e De Vita eravamo tutti membri dello stesso equipaggio. Il nomignolo di Piluti era “lu Smilzu”perchè era alto e magro, mentre invece quello di De Vita era “lu Curtu”questo perchè era basso e tarchiato. Chiesi per mera curiosità che cosa stessero facendo in quel Bar mi risposero che aspettavano delle ragazze. In quel periodo storico, in Inghilterra, era più facile fare amicizia con le ragazze inglesi, erano molto disinibite, rispetto alle ragazze italiane. Gli augurai una buona serata e andai via. A notte fonda, fui allertato dal marinaio di guardia allo scalandrone. Da lontano gli era sembrato di vedere, lu Curtu e lu Smilzu, non camminavano bene seguendo dritto la strada ma la percorrevano a zig – zag come se fossero ubriachi. Ero molto preoccupato, le banchine d'Inghilterra sono molto alte per effetto delle alte e basse maree. Diedi ordine al marinaio di guardia di recarsi a dare un aiuto ai marinai per evitare si facessero male. Il marinaio appena giunto vicino, si accorse che non erano affatto ubriachi ma erano stati picchiati a sangue molto duramente. Giunti a bordo, chiesi a Piluti e a De Vita di raccontarmi cosa era successo e chi li aveva ridotti in quello stato. Dissero che, dopo averli salutati nel Bar dove ci eravamo incontrati, si accomodarono alle sedie libere del loro tavolino due ragazze inglesi. I due marinai, non conoscendo le usanze del luogo avevano pensato che quelle belle figliole ci stavano. Addirittura, lu Smilzu suggerì a lu Curtu di offrire da bere e di regalare dieci sterline inglesi a testa. Le ragazze felicissime ringraziarono”thank you”. A lu Curtu l'offrire dieci sterline gli pareva una miseria, per cui propose di dargliene altre quaranta tanto per non sembrare taccagni. Le ragazze felicissime li ringraziarono di nuovo. I due marinai, oramai cotti, pensarono che avrebbero passato una notte da favola. Ad un certo punto della serata, le due ragazze si alzarono e salutandoli andarono via.”thank you, Bay bay”. I due marinai non conoscendo la lingua, si convinsero che fossero andate via per organizzare al meglio la serata che già per se si presentava scintillante. Perciò, rimasero al tavolino ad attenderle. Oramai era giunta mezza notte ed il Bar doveva chiudere la sua attività. Lu Smilzu e lu Curtu non avevano nessuna intenzione di lasciare quel Bar insistevano di voler attendere ancora le due ragazze per chiudere in bellezza la serata. I titolari del Bar, cercavano di spiegargli, ovviamente parlando in inglese di non aspettarle tanto non sarebbero mai venute, i due marinai non conoscendo la lingua non riuscivano a capire. In fine, i camerieri chiesero l'intervento ad un pizzaiolo italiano assunto in una locanda nelle vicinanze il quale spiegò a lu Smilzu e al lu Curtu che le ragazze non sarebbero mai tornate e il Bar doveva chiudere. Non c'era verso di convincerli ad uscire dal Bar. Purtroppo, una parola tira l'altra...scoppiò una rissa furibonda e i due marinai ebbero la peggio. A me dispiaceva molto vederli cosi martoriati, oltretutto erano due uomini dal gran cuore, avevano anche una certa età, tutti e due erano prossimi alla pensione. Quella notte, non riuscii a chiudere occhio pensando al marinaio Piluti e al marinaio De Vita. La mattina presto, chiamai in assembla l'intero equipaggio, per informarlo di come si erano volti i fatti della rissa e non potevamo far finta di niente lasciando correre, comunque non eravamo tutti d'accordo sulla maniera di punire gli scellerati che avevano ridotto quasi in fin di vita quei due vecchi marinai. Tuttavia, eravamo d'accordo che la punizione si doveva fare. Una sera, non si è mai capito come mai, ci trovammo tutti nel salone equipaggio, il sangue e il desiderio di vendetta prevaleva su qualsiasi argomento che esponevamo, insomma la testa era partita a tutti e allora decisi ci armammo di asce antincendio, catene, tubi di ferro, tutto ciò che poteva consentire di distruggere il Bar e la pizzeria in questione. Ma...la volontà di Dio, mi consigliò di fermare la spedizione punitiva perchè nelle condizioni psichiche che eravamo poteva anche scapparci il morto. Indi, tornammo a bordo ad aspettare il giorno della partenza. Quattro ore prima della partenza all'albeggiare, svegliai il direttore di macchina ed il primo ufficiale sia di macchina che di coperta, stabilii di procurarci dei bidoni di plastica dalla capienza non più di dieci quindici litri per riempirli di benzina, difatti mi ero accorto che nelle vicinanze dei due locali c'era un impianto automatico di carburanti per autoveicoli. Una volta appurato che dentro i locali da distruggere non c'era anima viva ponemmo fuoco a tutto, poi a passo normale tornammo sulla nostra nave. A l'orario stabilito per la partenza con tutta calma lasciammo il porto di Hull che in quel momento con sirene delle ambulanze e dei pompieri sembrava fosse scoppiata l'apocalisse, un fumo nerissimo aveva coperto l'intera città. Al capo macchine, gli venne un dubbio, mi chiese se avessi notato telecamere nel distributore di benzina, risposi <<certo che le ho viste>> << Ma sei matto>>disse il capo macchine, fai conto che ci hanno scoperto e catturato. Gli risposi, << difatti abbiamo da una ora a poppavia un cacciatorpediniere che ci segue >>dissi al macchinista e ai due ufficiali di stare tranquilli, la posizione delle telecamere avevano ripreso solo me. Trascorsa una mezzora di tempo dal caccia si alzò in volo un elicottero con a bordo le forze speciali. Armati come erano si impossessarono della nave, gridando volevano sapere chi era il comandante, al presentarmi mi misero i ferri ai polsi ed accostarono per centoottanta gradi il natante al mio comando. Ci stavano portando in dietro. All'arrivo nel porto di Hull, c'era ad attendermi tutte le autorità della città per interrogarmi. La prima cosa che mi fecero presente era che in Inghilterra vi era la pena di morte per impiccagione. Siccome non rispondevo alle loro domande tendenziose, al chiedermi il perchè stavo facendo scena muta risposi, <<di darmi la possibilità di difendermi,>> in coro esclamarono <<è un tuo diritto!>> Allora seguitemi. Accettarono la mia richiesta, li portai in ospedale dove erano ancora ricoverati i due marinai massacrati. A presa visione si ammutolì l'intera autorità della città. Mi liberarono dalle manette, in ventiquattro ore fu fatto il processo e mi condannarono a dieci mesi di prigione, pena sospesa. Nel lasciare l'aula del tribunale il giudice ad alta voce mi disse <<non ci sono riuscito io in tanti anni a chiudere quei locali, ci sei riuscito tu in poche ore. Grazie.>> In seguito, un impiegato dell'agenzia della nave mi mostrò, dei giornali inglesi che avevano scritto degli articoli sull'accaduto. nel contenuto erano tutti più o meno uguali dandomi il nomignolo di “Capitan Smashes”(Capitan Fracassa) alla fine mi ringraziavano di aver liberato la città dal quel covo di delinquenti. m/forums/topic/41185-mentr
  12. flambar

    Mannheim

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/4292 “ MANNHEIM “ Un pomeriggio afoso, mi trovavo nella splendida cittadina tedesca di Mannheim. Mentre aspettavo mio fratello Mario che, risiedeva in Germania per motivi di lavoro, nel ripararmi dal sole cocente, mi sedetti su di un sedile a ridosso di una banchina del fiume Reno. Allungando lo sguardo avanti a me, intravidi tre uomini che picchiavano selvaggiamente un altro uomo. Era una scena orribilmente disgustosa. Quel poveretto era trattenuto per le braccia da due di loro ed il terzo lo colpiva senza nessuna pietà con un rigido e pesante tubo di gomma. Non sopportando quel vile spettacolo, decisi di intervenire per dare aiuto a quel povero diavolo che, oramai esanime dai tremendi colpi subiti, giaceva a terra e i tre energumeni continuavano a prenderlo a calci. D'impetto mi lanciai contro di loro gridando facendo finta di cercare un'arma, l'azione colse di sorpresa i tre che spaventati si dileguarono immediatamente. Osservando l'uomo a terra, stava soffocando col suo stesso sangue che gli andava in gola, Era un uomo enorme feci fatica a girarlo su di un lato e agevolargli la respirazione posizionai bene la sua lingua altrimenti sarebbe morto soffocato. Nelle vicinanze non c'era nessuno che poteva darmi una mano, non molto lontano vidi delle cabine telefoniche, purtroppo era tutto scritto in tedesco ma da una indicazione« Polizei» intuii che si trattava di un numero telefonico della polizia del luogo, che a sua volta non sapendo la lingua italiana ed io tanto meno il tedesco non esisteva nessuna possibilità di intenderci. Mi venne in mente di non chiudere la linea telefonica per far individuare la posizione, la cosa funzionò. Difatti dopo pochi minuti arrivò una pattuglia. Uno dei poliziotti riconoscendo l'uomo a terra, con molta agitazione allertò altro personale ed in poco tempo la banchina si riempi di ambulanze e pattuglie. I medici vedendomi sporco di sangue mi chiese se stavo bene, in quell'istante senza nessuna spiegazione ne motivo venni afferrato con forza da alcuni poliziotti che nel maltrattarmi mi obbligarono a reagire contro di loro e atterrandone uno mi ridussero a “Ecce homo”. Mi ripresi ammanettato ad un lettino di ospedale con quattro poliziotti di guardia. Ero pieno di dolori da tutte le parti ma quello che più si sentiva era il non poter respirare per alcune costole rotte e la spina dorsale contusa. Dopo alcuni giorni, venni interrogato tramite interprete da un magistrato. Il giudice venuto a conoscenza di come erano andati i fatti non credendomi andò su tutte le furie facendomi rinchiudere nell'infermeria del carcere. L'uomo da me soccorso, continuava a restare in coma profondo, io pieno di dolori, testimoni dei fatti non n'esistevano, insomma ero in trappola ed al topo in trappola non resta che mangiarsi l'esca. Ogni giorno agenti di polizia e magistrati mi interrogavano per ore ed ore con modi violenti e con tutti i dolori che avevo a dosso altro che, gestapo ss. Chiedevano i nomi dei miei complici e a quale movimento politico appartenevo. Oramai rassegnato ad una fine ingloriosa, dato che erano già sette giorni che subivo torture psicologiche e violente stando seduto ed ammanettato ad una sedia. Inaspettatamente, il tono dei miei aguzzini cambiò, intuii dalla loro voce che le cose stavano cambiando. Difatti, l'interprete mi riferì le loro scuse chiedendomi addirittura di perdonare il loro errore nell'avermi trattato male per tanto tempo. Questo dava ad intendere che quel gigantesco uomo da me soccorso si era ripreso. Risposi;«Okey!,Okey! Adesso però lasciatemi libero di andare dove mi pare». Il poliziotto mi rispose che ero ospite del signor “Elmut(nome di comodo dell'uomo che avevo soccorso)per riconoscenza mi invitava a trascorrere la convalescenza a casa sua, siccome ero sofferente dalle percorse subite accettai. Fui scortato dalla polizia manco fossi un presidente. Arrivammo di fronte ad un grande cancello controllato da guardie armate. Dal cancello, occorrevano circa una ventina di minuti d'auto per arrivare alla casa di Elmut insomma ero nel mezzo di una immensa tenuta. Scesi dall'auto al centro di un favoloso giardino dove fui accolto dalla madre di Elmut che non finiva mai di baciarmi e ringraziarmi di aver salvato il figlio da morte certa. A tavola nell'ora di pranzo, ebbi modo di conoscere quello schianto di moglie di Elmut e della focosa figlia. Ad un tratto mi sentii toccare con un piede la gamba. Capì subito era l'anziana madre di Elmut a provocarmi. Non detti importanza alla cosa. Finito di pranzare, andai a riposarmi nella camera a me assegnata. A tarda serata, l'anziana signora, venne a farmi visita era in vestaglia trasparente, l'abbigliamento indicava le sue intenzioni. La osservai minuziosamente non era male data l'età. Gli piaceva provocarmi, ed essendo già infiammato dalla provocazione fatta durante il pranzo...Insomma...Finimmo per concludere nei migliori dei modi. Al mattino presto, sentii dialogare l'anziana signora e la veemente moglie di Elmut. Parlavano in tedesco perciò non riuscivo a capire niente. Ma dall'atteggiamento assunto nell'istante che si sono accorte della mia presenza, ho intuito che stavano parlando di me. Durante la colazione mattiniera, continuavano a guardarmi ed a ridere a schiatta core. La seconda notte di soggiorno, venne a farmi visita la sensuale moglie di Elmut. Era in ansia per la mia salute e sentiva la necessità di dovermi consolare. In vita mia non sono stato mai più consolato con tanta passione e brio. Bhe!.. Lascio alla vostra esperta fantasia quello che può essere successo in seguito... Il giorno dopo sempre durante la colazione mattutina, stessa storia, parlavano tutte e tre in tedesco e per come mi guardavano era facile intuire che si raccontavano le mie performance amorose chiamandomi con un nomignolo irripetibile che mi avevano dato... La terza notte venne a trovarmi in camera la giovane e focosa figlia, c'è mancato poco che il letto prendesse fuoco. Insomma furono giorni bollenti, ma tanto bollenti che non sentivo più i dolori che avevo in precedenza. Elmut, si era ripreso ma continuava a restare in ospedale. Il quindicesimo giorno, mi presentarono l'unico figlio “maschio” di Elmut che mi abbracciò affettuosamente troppo affettuosamente. Durante la cena non toglieva gli occhi di dosso alla mia persona, non gradivo il suo modo di atteggiarsi. Mentre dialogava con i suoi famigliari sentii ancora il nomignolo che mi avevano dato...per cui decisi di scappare via e subito... Ma il denaro che avevo in tasca non era sufficiente per prendere il treno e arrivare a Brindisi. Nell'istante che pensavo al da farsi per togliermi da quella difficile situazione, il mio sguardo fu attratto da un'auto parcheggiata. Si trattava di una FIAT 800 con targa italiana ornata con tendine ai vetri, sedili in lana di capra compreso lo sterzo e la scritta sul cruscotto«vai piano pensa a noi» ed in fine una capo di morte sulla leva del cambio. Esclamai!«Peppo Contardi detto Maciste!»solo lui poteva addobbare un'auto in quella maniera, difatti lo vidi arrivare da lontano con i suoi capelli tinti di nero per l'avanzata età, era tutto vestito di pelle lucida nera aveva sulle spalle scritto «Oltre la morte». Gli raccontai quello che mi era successo. Mi chiese se volevo un passaggio, ovviamente gli risposi di si, tornandomene a casa. 8-borde"
  13. Ngannafoddi

    Aipsa Edizioni

    Nome: Aipsa Edizioni Sito: http://www.aipsa.com/ Catalogo: http://www.aipsa.com/catalogo-aipsa-edizioni Modalità di invio dei manoscritti: http://www.aipsa.com/spazio-autori Distribuzione: http://www.aipsa.com/distributori Facebook: https://www.facebook.com/aipsaedizionicagliari/ Con sede a Cagliari, membro dell’AES, pubblica prevalentemente sulla Sardegna, mostrando le diverse sfaccettature del patrimonio culturale dell’Isola (storia, memorialistica, poesia, narrativa, letteratura per ragazzi, cinema, giallistica, musica e lingua sarda), nonché aspetti e fenomeni della società dell’oggi. Particolarmente curati nella veste grafica, i volumi presentano un prezzo di copertina contenuto e sono rivolti ad un vasto pubblico.
  14. Ngannafoddi

    Carthago Edizioni

    Nome: Carthago Edizioni Sito: https://www.carthago.it/ Catalogo: https://www.carthago.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.carthago.it/contact-us/ Distribuzione: Non specificata Facebook: https://www.facebook.com/CarthagoEdizioni/
  15. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/42986-la-legatura/?do=findComment&amp;comment=761525 Biancaneve e i sette nani (a true and unsaid tale) Sigla! C’era una volta, in quel di Paestum, comune di Capaccio, una principessa buona, bella e pallida come una mozzarella di Bufala. Il suo nome era Biancaneve. Biancaneve viveva con la matrigna (anche se il grado di parentela delle due non l’ho mai ben capito, vado per supposizione) in quello che, tra gli edifici del luogo, più poteva assomigliare a un castello: il tempio di Poseidone. La matrigna era infatti una perfida regina locale, molto bella (più bella che intelligente, altrimenti si sarebbe trovata una dimora più consona), che non si accontentava di vivere in appartamento. La vita al castello (tempio) trascorreva tranquilla e felice: d’estate era un’abitazione fresca, aerata e in riva al mare. D’inverno però si faceva apprezzare di meno. Ma Biancaneve, animo candido, non badava ai disagi né si lagnava dei geloni: molti animali la andavano a trovare nella sua dimora e lei, che amava ogni creatura, era contenta, e trascorreva il tempo parlando con conigli, scoiattoli, gabbiani, cani randagi ecc. Man mano che cresceva, Biancaneve diventava sempre più bella. Tanto bella che i sudditi, passando, non guardavano più la mamma, ma la figlia(stra). E la regina se ne era accorta. «Sta svergognata mi ruba i follower su Instagram!», andava su tutte le furie. Si sfogava aggredendo verbalmente un povero specchio magico che, ormai da tanti anni, la serviva con fedeltà e sincerità: «Specchio, cretino che non, sei altro! Dimmi immediatamente chi la più bella del reame!». Lo specchio, tentando di indorare la pillola, rispondeva: «Oh mia regina, tu sei bella assai! Ma c’è una ragazza, nel reame di Capaccio-Paestum, che è più bella di te… E me ne sono accorto io che sono un oggetto senziente*, ma pur sempre un oggetto, figurati i sudditi. La sua pelle è candida come la mozzarella, e ci sono anche notevoli analogie tra le sue forme e la zizzona di Battipaglia…». «Chi è? Dimmelo che la combino una mappina!». «Il suo nome è: Biancaneve». La regina ci rimaneva talmente male, che è necessario soprassedere su ciò che diceva imprecando. Riassumendo: si rammaricava del fatto di aver allevato una serpe in seno. Un giorno, fatto a pezzi lo specchio, mandò a chiamare la figliastra e le disse che se ne doveva andare, altrimenti la strozzava con le sue mani. Sola, triste e perduta, Biancaneve si incamminò per la statale che collega Capaccio alla Salerno-Reggio Calabria e, nutrendosi di gustosissimi latticini offertigli da benevoli ma un po’ bavosi imprenditori lattiero-caseari, giunse sino a Battipaglia. Era stanca, e la notte incombeva. «Dove dormirò? Ohimè son perduta… Non scorgo templi che possano ospitare e proteggere il mio sonno!». Sull’uscio di una casupola, non visto, stava osservando la scena un nano molto alto, decisamente belloccio, che in gioventù aveva riscosso un discreto successo come frontman di un gruppo rock-blues psichedelico di San Francisco. Si faceva chiamare Eolo Esposito, e viveva lì con gli amici musicisti Gongolo Esposito e Mammolo Esposito. Quando vide Biancaneve, tutta affranta, aggirarsi nei pressi della propria abitazione, con un fischio chiamò gli amici e disse loro: «Volevate la corista bulgara per l’incisione? Eccola là!». Questo fraintendimento era dettato dall’eccentrico abbigliamento di Biancaneve, che effettivamente poteva essere scambiata per una corista bulgara, con quella gonna e tutti quei nastrini colorati. Il quiproquo fornì l’occasione dell’incontro: i nanetti molto alti la chiamarono con un gran urlo armonizzato di quinta e di settima, e la invitarono ad entrare in casa. Fugato l’equivoco, i tre nani si riunirono in conciliabolo, lanciando ogni tanto pesanti sguardi lascivi verso la nuova arrivata. Poi, con un forte accento americano, si sarebbe detto di Memphis, Mammolo disse: «Vabbè, noi cercavamo pure una donna delle pulizie. Cinquecento euro con i contributi oppure seicento a nero, se resti fissa. Pure la notte. Capisci a me». Biancaneve fu felicissima: aveva risolto in un colpo solo il problema dell’alloggio e anche quello del lavoro. In più, optando per la seconda proposta, avrebbe potuto pure fare richiesta per il reddito di cittadinanza. Vai a rifiutare. Mentre si addiveniva all’accordo, Gongolo si commiatò un secondo, talmente eccitato da confondersi con il saluto (“hallo, hallo, I don’t know why you say goodbay and I say hallo”, diceva), per tornare di lì a poco in compagnia di altri quattro nani (bassi come si deve, stavolta), di cui due sbavavano e sghignazzavano, e altri due sembravano chi imbronciato e chi assonnato. «Allora, voi non avete sonno? S’è fatta ‘na certa, andiamo a nanna?», disse uno degli ospiti, che si presentò come Dotto. «Ma perché, dormite qua anche voi?», chiese Biancaneve. «Stasera sì, stasera siamo in sette», rispose Eolo, detto anche il re lucertola. «Sì, andiamo a nanna, io ho sonno», disse Pisolo. «No, tu no. Siete in cinque», disse Brontolo e, poggiando delicatamente la mano sulla spalla del sonnolento amico, lo spinse verso l’uscita. «Ricchioni!», mormorò Dotto. «E comunque sono le diciotto, che cacchio, mi pare un po’ presto per dormire», protestò Biancaneve. «Ma a noi piacciono i preliminari», disse a quel punto uscendo fuor di metafora Eolo, «C’mon, baby, light our fire!». Quella notte non si capì niente e tutti ne rimasero entusiasti. Compreso Brontolo e Pisolo: il secondo perché non gli parve vero di dormire dalle diciotto alle dodici del giorno dopo, il primo perché, nel buio, riuscì a sottrarsi all’ammucchiata e restò tutta la notte accanto al tenero amico, a vegliarne il sonno accarezzandogli il naso. Tutte le notti così. Grazie che poi stava nervoso. Di comune accordo, si decise che avrebbero vissuto tutti insieme felici e contenti. Intanto le voci su Biancaneve si diffondevano per tutta la provincia di Salerno, ed erano arrivate fino alle orecchie della regina cattiva. Si dicevano cose davvero assurde, tipo che fosse riuscita a portarsi a letto in una sola volta Jim Morrison, Paul McCartney ed Elvis Presley travestiti da nani. Immaginate quanto rosicava la matrigna! «Jim lo avevo puntato io da una vita!», urlava, e dalla rabbia, avendo già fatto fuori lo specchio, tirava certi cazzotti alle colonne del tempio da provocar danni milionari. «Mandatemi a chiamare il cacciatore!», urlò ai servi. E quelli: «Cacciatore? Ma se qui sono tutti allevatori di bufale». «Va bene lo stesso, era per dire. Non vi state ad attacca’ al capello!». «Sì, oh nostra regina». E tempo manco un quarto d’ora si presentò lì il proprietario di un’azienda di produzione e somministrazione di mozzarelle molto nota, di cui per privacy tacciamo il nome. «Portami il cuore di Biancaneve!», gli ordinò la regina. «Maestade, in realtà è un prodotto che non conosco. Intende le burrate quelle…». «Intendo il cuore di Biancaneve in senso letterale, coglione di un bovaro!». Presa in consegna la missione, l’allevatore partì per Battipaglia (dove stava di casa Biancaneve ormai lo sapevano tutti) e, incontrata la fanciulla per strada, sfoderò il coltello e le si avvicinò minaccioso. Fattosi ormai a un palmo da lei, però, scoppiò in lacrime: era uno di quelli che l’aveva sfamata, quand’era sola e persa, in cambio di momenti indimenticabili. Di uccidere Biancaneve l’allevatore non aveva cuore, ma di cuori di bufala ne aveva a ufo: portò uno di questi alla regina. Più bella che intelligente ok, ma completamente idiota no. Come si fa a scambiare un cuore di bufala per un cuore di Biancaneve? Giustiziato che fu l’allevatore, la regina chiamo i servi e disse: «Ho capito, qui tocca rivolgersi ai professionisti. Si dice che il dottor Otto Von Nain faccia parte della comune. Portatemelo qui». «Otto Von Nain?», risposero i servi. «Il nano Dotto. Su, pedalare». E fu così che anche Dotto si presentò al cospetto della regina. «Guten Tag, herr Doktor. Wir haben uns lange nicht gesehen…», disse lei. I due si erano conosciuti in Argentina, durante una latitanza di gruppo. Dotto (che allora ancora non si chiamava così, e non era ancora affatto nano, bensì un folle e sadico chirurgo nazista) aveva il Mossad alle calcagna e l’aiuto della regina cattiva, che era anche strega all’occorrenza, era consistito nel trasformarlo in nano, facendolo uscire dai radar dei sui inseguitori. E visto che c’erano, per dare meno nell’occhio, avevano lanciato un incantesimo anche sulla cavia portatile di Von Nain, quella che aveva sempre appresso e su cui sperimentava i propri trattamenti contro l’invecchiamento della pelle, trasformandolo in Cucciolo. Quelle cure provocavano come effetto collaterale un rincoglionimento devastante. Ma se Cucciolo ha quell’aria idiota lo deve perlopiù al periodo in cui era ancora un chitarrista famoso (tal Keith Richard). «Parliamo pure in italiano, mia regina, sempre meglio non farsi notare», disse Dotto. Ribadisco: più bella che intelligente. «È vero che fai parte della cricca che vive con Biancaneve?», chiese lei. «Beh… è la nostra ragazza alla pari…». «La devi uccidere!». «Ma, maestà…». «Un’altra parola e telefono a Netanyahu». E fu così che Dotto, con la morte nel cuore, tornò a casa. Trovò Biancaneve che rassettava e canticchiava una canzoncina che fa così: «Impara a fischiettar, fiù fiù fiù fiufiufiuffiuffiù, ed il serpente fino al lago tu cavalcherai! Impara a fischiettar, tralalallalalallalà, [and so on, ad libitum]». Quando vide Dotto si fermò, aggiustò una ciocca, fece gli occhi languidi e disse: «Uff, ho scopato fino a mo. Scopiamo?». Dotto si concesse quell’ultima emozione. Poi, con indolenza da Proust, alterò la frutta iniettandovi massicce dosi di eroina, di cui un po’ tutti i nani erano assuntori. Nessuno invece era assuntore di frutta, facevano come i bambini, solo Biancaneve la mangiava. E per la verità pure Brontolo, che altrimenti non riusciva ad andare di corpo (altro motivo di costante nervosismo), Ma, ‘sti cassi, Dotto pensò che era la volta buona che si levavano dalle scatole pure lui. Dopo cena, morsa la mela, Biancaneve esclamò: «Kosmiko!», e poi stramazzò al suolo in preda a un arresto cardiaco. Pure Brontolo, ma nessuno (tranne Pisolo) se lo filò. La tumularono in una bara di vetro lì dove era sempre vissuta: nell’area archeologica; recitarono un rosario e se ne tornarono a casa moggi moggi. Caso volle che in vacanza a Paestum si trovava, proprio in quei giorni, l’artista un tempo noto come Il principe. Il principe aveva condotto una vita di eccessi, la solita storia di sesso droga e rock’n’roll, ogni giorno una donna diversa: Aurora, Cenerentola, Raperonzolo e compagnia cantante. Quella condotta, a lungo andare, aveva compromesso la sua salute. Ma, si sa, meglio essere ricchi e aristocratici che poveri ed emarginati, quando ci si ammala: si faceva la pulizia del sangue ogni mese, aveva tredici bypass e molte componenti del suo corpo erano ormai bioniche, compreso un microdefibrillatore che per sicurezza si portava sempre istallato sulla punta della lingua. Si imbatté in Biancaneve, ancora soda e lattea: dietro la lastra trasparente sembrava proprio una mega zizzona di Battipaglia. Gli venne uno strano appetito. Quel bacio fu una vera scossa elettrica, qualcosa da resuscitare i morti. E taciamo gli effetti benefici che la lingua superaccessoriata del principe sortì su altre parti del corpo di Biancaneve. Non appena ripresasi, dopo averlo conosciuto da manco due ore, Biancaneve prese il suo salvatore per il bavero e gli disse: «Ma io ti sposo!». E vissero tutti felici e contenti. Tranne la regina cattiva che continuò a rosicare dannatamente. E Pisolo, che continuò a piangere il perduto amore. E i nani, che rimpiangevano la concubina. E gli allevatori di bufale, i cui affari andavano sempre peggio per quella vicenda della diossina. E la comunità di Paestum, le cui bellezze archeologiche erano sempre più trascurate. E i lettori di questa fiaba, che sicuramente se la passavano meglio prima di leggerla. Fine Sigla!
  16. flambar

    "Marinai guai si donne mai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39370- Eravamo ormeggiati nel porto di Ploce ex Jugoslavia, con una nave "Ranchera" (termine indicativo delle navi che trasportano bestiame vivo) di cui ero il comandante. Dovevamo imbarcare trecentocinquanta vitelli e trasportarli a Tripoli in Libia. Finite le operazioni di imbarco del bestiame, salpammo con direzione il porto di Tripoli. La navigazione si svolse serena perciò nulla da segnalare. Arrivati a destinazione. Finita la manovra di ormeggio, scesi in franchigia per visitare al città che ancora non conoscevo. Passeggiando, ammiravo le bellezze Nord africane, mi soffermai di fronte una vetrina, dove erano esposti orologi da polso per uomini. Mentre li osservavo, rimasi incantato dalla bellezza di una venere creola che si rifletteva sulla vetrina. Voltandomi, esclamai in dialetto brindisino<<sorii miaa cce ssi bedda!>>(sorella mia quanto sei bella) Ovviamente, quello schianto di femmina, non capi quello che gli avevo detto, ma lo intuì sicuramente dalla mia espressione. Purtroppo l'ha intuita anche colui che era al suo fianco di cui non mi ero accorto. Era il marito. Mi aggredi verbalmente in lingua araba, di conseguanza io lo aggredì verbalmente in dialetto brindisino, Sembrava la torre di babale. Adagio adagio fui circondato da gente che non centrava niente, intuendo il loro progetto e temendo anche per la mia vita, con tutta calma appoggiai le spalle al muro, per averli tutti di fronte. Anche se ero molto giovane, tenevo molta esperienza di risse tra marinai. All'accorgermi di uno di loro, che tirava fuori di tasca un coltellaccio arabo gli sferrai un pugno spaccandogli la mascella, poi caduto violentemente a terra rischiava di morire soffocato dal suo stesso sangue che gli usciva abbondantemente dalla bocca. Si avvicinò un'altro e fece la stessa fine. Gli altri consapevoli che non era tanto salutare avvicinarsi, restarono fermi. Approfittai di questa loro insicurezza per soccorrere l'uomo che avevo colpito per primo. Tenendo sempre sotto controllo coloro che mi stavano di fronte, lo girai su un fianco gli aprii la bocca con le mani per consentirgli di respirare. In quel momento arrivò la polizia tripolitana, mi consigliò di salire immediatamente sulla loro camionetta e andare via perchè si era radunata molta gente ostile nei miei confronti. Ubbidii! La loro divisa era molto strana, simile a quella dei carabinieri italiani, ma meno elegante. In caserma c'era già ad attenderci, la bella creola col marito la quale ancora furioso chiedeva vendetta. Sotto la caserma, si era radunata un'imponente folla decisa a linciarmi. Rimasi sorpreso quando il commissario in perfetto italiano mi disse <<ma che cazzo combini?>> a Tripoli è pericoloso fare dei complimenti a una donna! Risposi non capisco cosa avrei detto di tanto offensivo, ho fatto solo un complimento. Il commissario si alzò ed adirandosi mi disse << non ammettono apprezzamenti perchè sono di loro proprietà>>. Ironicamente gli domandai; le comprate? Rimasi allibido quando mi rispose di si! Di fatti la bella e giovane egiziana era costata al marito, trenta capre e quindici vitelli. In sintesi, il marito pretendeva un risarcimento solo perchè avevo maltrattato la sua proprietà. Ero giovane, mi sentivo in pericolo dovevo trovare una risoluzione. Rivolgendomi al capo della polizia gli domandai, ma tu se vedi una donna cosi bella non ti viene di fare degli apprezzamenti? Rispose <<l'avrei rapita>>. Il commissario a mia insaputa mise in atto una sceneggiata. Ad alta voce in arabo mi puntò una pistola in mezzo le costole, mi spinse verso una camionetta dove c'erano altri polizziotti e mettendomi le manette mi accompagnarono dentro il mezzo di trasporto. Pensai, adesso mi portano in carcere, ma mi sbagliavo. Diedi un grande sospiro di sollievo quando mi accorsi che ero sottobordo la mia nave. Il capo della polizia, scendendo dalla macchina e rivolgendosi ai marinai chiese a gran voce di chiamare il comandante. Da dentro la camionetta non capivo le richiesta del poliziotto ma sentivo le sue grida, ed incominciai a preoccuparmi di nuovo. Fortuna vuole che il signor De Vincentis il primo ufficiale di coperta. Scendendo dallo scalandrone mi vide. E chiamando a se il commissario gli disse. <<smettila di gridare il nostro comandante c'è l'hai tu!>> E mancato poco per crepare dalle risate. Saliti a bordo mi tolsero le manette. Li accomodai nel salone ufficiali offredo loro Coca Cola, aranciate, limonate e acqua. Pensando che essendo mussulmani non avrebbero gradito altro. Nel vedere quelle bevande il commissario si mise a gridare di nuovo dicendomi << ma allora vuoi finire in galera sul serio?>> Meravigliato chiesi perchè? Non potevo crederci, dei mussulmani che mi chiedevano da bere Whisky e Cognac. A far presente che Allah poteva non essere d'accordo, replicarono; << Allah vecchio! chiudi tutto lui non vede e non sente. Indi, per tre giorni e tre notti rimasero chiusi nel salone a bere e mangiare. Una volta sobri, mi ringraziarono con grande affetto ed andarono via. Intanto si continuava a scaricare i vitelli. Per puro caso incontrando il primo ufficiale, mi accorsi di un suo turbamento. Mi disse che non sopportava il modo in cui i portuali scaricavano la merce. Questi, in possesso di un bastone con le punte elettriche davano con molta crudeltà scariche elettriche ai testicoli dei bovini per farli camminare e scendere di bordo. Poi per farli salire sui camion ne dovevano portarne otto, ma capitava che qualche bovino era più grosso e non ci andavano, allora erano guai per quelle povere bestie, i portuali si accanivano con cattiveria e con ogni mezzo per farli entrare a forza nei camion. Proprio sotto i miei occhi si stava consumando quell'orrore. Furioso, scesi dalla nave per rimproverare gli scaricatori, ma questi imperterriti ignorandomi, continuavano! Stava per accendersi la miccia di una colossale rissa tra il mio equipaggio e i portuali. Mentre accadeva tutto questo, si presentò un uomo con atteggiamento minaccioso. Mi sembrava di averlo già visto, ma ero cosi infuriato e preoccupato per la situazione molto pericolosa che si stava creando, non ci pensai più di tanto. Costui, incominciò ad inveire contro di me gridando in arabo, ma capii benissimo dai suoi gesti cosa mi stava dicendo. Ovvero, "vediti i cazzi tuoi". Era il padrone dei vitelli, dei scaricatori, dei camion e di tutta la spedizione nonchè il marito padrone della splendida creola origine dei miei guai. Durante i tafferugli, arrivò il capo della polizia e rivolgendosi a me disse <<sempre tu combini casini?>>Gli esposi le atrocità che stavano commettendo a quel bestiame, dopo si rivolse al proprietario per chidere spiegazioni. Questi con tutta arroganza, inveendo contro il capo della polizia diceva che il trasporto doveva essere fatto cosi e basta! Il poliziotto non era d'accordo e lo fece arrestare per oltraggio e maltrattamento animale sequestrando tutti gli attrezzi di tortura. In seguito, si auto invito nel salone dove aveva già trascorso tre giorni e tre notti con l'intenzione di trascorrerne altre tanto, dicendo tanto Allah non vede. Grazie a Dio il bestiame in seguito fu trattato con molto rispetto.
  17. flambar

    L a g I U S T I Z I A

    “ TURBO NAVE RELAY” ULTIMO IMBARCO “gIUSTIZIA” Al finire degli anni ottanta. Arrivò a casa un telegramma di richiesta visita medica preventiva d'imbarco con qualifica da primo ufficiale di coperta(comandante in seconda)su di un bastimento portacontainer. Quindi, inforcai il mio motorino e mi recai presso l'ambulatorio per effettuare la visita. Disgrazia vuole che, un auto uscendo a retro marcia dal parcheggio, l'autista non si accorge in tempo del mio arrivo sbarrandomi la strada, persi l'equilibrio e caddi dal motorino andando a sbattere violentemente la testa sul marciapiede causandomi un coma profondo. Un ambulanza mi venne in aiuto, trasportato all'ospedale Di Summa di Brindisi, dopo qualche giorno mi dimisi dal ricovero e con un forte mal di testa tornai a casa. L'incidente oltre ad avermi causato dolore fisico, mi aveva anche arrecato un danno economico facendomi perdere l'occasione d'imbarcarmi. Siccome non avevo mai avuto a che fare con la gIUSTIZIA, trovai utile informarmi a quale avvocato rivolgermi. Tutti i miei amici indicarono l'avvocato Donativi, perciò andai a fargli visita nel suo studio. A prima vista l'avvocato sembrava sapere il fatto suo. Intanto il tempo correva ed io ero ancora disoccupato ed avendo a carico una famiglia numerosa composta da moglie e cinque figlioli ancora in tenerissima età, insomma la situazione era molto difficile. Nel frattempo, mi accorsi che la visita medica biennale sul libretto di navigazione era da qualche giorno scaduta, già chè mi trovavo sbarcato, presentai all'ufficio gente di mare della capitaneria di Brindisi domanda di effettuare visita medica. Prestabilito il giorno puntuale mi presentai agli uffici della cassa marittima di Bari. Durante la visita tutto andò per il meglio ma, un elettroencefalogramma, annullò la biennale di conseguenza le autorità marittime sequestrarono il libretto di navigazione peggiorando ancor più la mia già precaria situazione. Da questo punto iniziano i miei guai. Il tempo inesorabilmente passava ed in assenza del libretto di navigazione, continuavo a rimanere disoccupato erano già trascorsi sei mesi dall'incidente. Una sera oramai sull'orlo di una crisi di nervi, mi recai dall'avvocato per sollecitare il pagamento di almeno il periodo di convalescenza, l'avvocato diede la colpa del ritardo ad un certo magistrato di cognome Bocchini, per cui, decisi che l'indomani mattina sarei andato da lui. Puntualissimo mi presentai dal giudice della causa, questi con disprezzo verso il fascicolo del mio avvocato mi consigliò addirittura di cambiarlo accusandolo di mafiosità, in quell'istante stavo pensando ai bisogni della mia numerosa famiglia e non ricordando il cognome del giudice, sbagliai chiamandolo «signor Pompini». La gente nel sentire pronunciare questa frase si misera a ridere a crepa pelle, il giudice invece si mise a gridare sgarbatamente dicendomi che il suo cognome era; «Bocchini e non Pompini», da parte mia con i nervi a pezzi risposi: «Bocchini o Pompini è lo stesso cazzo» quindi, non rompere i coglioni e pagami almeno il periodo di convalescenza visto che nel fascicolo c'era un assegno a mio nome. Quel cornuto di magistrato per risposta chiamò i carabinieri che mi accompagnarono fuori. Dopo dieci giorni d'attesa, recapitai una busta proveniente dal tribunale dove mi informava che il denaro l'aveva ritirato il mio avvocato. L'avvocato Donativi si rifiutò di portare la causa in appello a Lecce, fui costretto a procurarmi un altro avvocato che sbagliando a sua volta mi chiese cinque milioni di lire per continuare a sostenere la causa in cassazione. E chi me li dava a me cinque milioni di lire? Allora non mi restò altro che, protestare contro l'operato del tRIBUNALE. Accusandolo di vigliaccheria e di proporre al pubblico avvocati meschini e poco preparati. Trascorrevo le mie giornate raccogliendo cartoni per scrivere frasi offensive rivolte ai magistrati della causa, difatti i giudici erano tre, più quattro avvocati più sei periti, più tre medici della criminologia forense di Bari. Diciassette dottori e vari aiutanti e praticoni, insomma un intero ateneo per prendersi cura della mia situazione, riducendo me e la mia numerosa famiglia in miseria. Ah! In seguito si verificò una situazione da manicomio, dovuta al fatto che il tribunale mi dichiarava abile ad assumere il comando di navi mentre invece la cassa marittima mi dichiarava non idoneo ai servizi della navigazione proprio per la specifica qualifica, in fine il sottoscritto e la sua famiglia in mezzo a loro per oltre dieci anni senza ricavare niente. Dunque, deciso attaccai su tutte le cancellate del tribunale i cartoni con le scritte offensive sul suo operato, ne attaccai tanti di cartoni da trasformarlo in un cartonville. In un primo momento, vennero i carabinieri a prelevarmi sequestrando tutti i cartoni appesi al palazzo di “gIUSTIZIA” nella caserma furono necessarie cinque o sei ore per dattiloscrivere il rapporto dopo di chè mi lasciarono tornare a casa. Ma non avevo nessunissima intenzione di tornare a casa e incurante dell'ora tardi, deciso presi l'auto e girai per la città alla ricerca di altri cartoni, ne trovai tanti che trascorsi tutta la notte a scrivere le frasi eclatanti e offensive nei confronti del palazzo di gIUSTIZIA ed i suoi magistrati. Ritrasformai il tribunale in una nuova cartonville più di prima. «faceva proprio schifo» Tornarono alla carica di nuovo le forze dell'ordine come al solito sequestrarono i cartoni appesi, scrivendo il loro rapporto di cinque ore, rilasciato libero ricominciai a girare per la città alla ricerca di cartoni per attaccarli al palazzo di gIUSTIZIA. Rivennero alla carica ancora le forze dell'ordine questo si ripetette per una decina di giorni. Le forze dell'ordine oramai stanchi, consegnarono l'incarico alla polizia di stato, a loro volta stanchi di ripetere sempre le stesse cose, consegnarono tutto l'andazzo alla polizia municipale che non durò neanche una giornata e riconsegnò tutto alla DIGOS polizia politica. Insomma si erano persi per strada i meschini uccellini. Una mattina, si verificò un fatto molto grave, mentre attaccavo uno dei miei cartelli di protesta un poliziotto mi colpì violentemente alle costole con il calcio della sua pistola di ordinanza, per il dolore facevo molta fatica a respirare, questo episodio ne venne a conoscenza la procura del tribunale e tramite un impiegato mi mandò a chiamare. Salito al quinto piano del palazzo di gIUSTIZIA constatai che c'era in atto una riunione di pezzi grossi, proprio a causa dell'episodio della pistola, il procuratore un certo Giordano Bruno con fare autoritario, mi chiese se sapevo riconoscere il poliziotto che mi aveva colpito. Rivolgendomi a tutti i presenti dissi: «consiglio di volpi distruzione di galline, ma io non sono una gallina, sono venuto qui per dirvi che, in Palestina dei bambini indossano delle cinture esplosive per fare delle stragi sacrificando la loro giovane vita. Perciò vi consiglio: d'insegnare l'educazione ai vostri sgherri, diversamente se mi disperate non faccio altro che chiamarvi a raccolta schiacciare il bottone mandando a fanculo voi e me» non ho nient'altro da dirvi. Scendendo dal quinto piano aprii tutti i rubinetti dei bagni di tutti i piani allagando tutti e tutto. In seguito un amico mi regalò una motosaldatrice attesi l'ora giusta per saldare i cancelli chiudendo dentro il palazzo di gIUSTIZIA tutta la gente che c'era. Un' altro giorno, presi tenda da campeggio cane e barbecue per fare campeggio nel giardino antistante il tribunale. Mentre mi stavo cucinando una gustosa omelette, si presentarono di nuovo gli sgherri sequestrarono tutto auto compresa. Recandomi a casa nelle vicinanze di un negozio vidi dei grossi cartoni, chiesi se li potevo prendere e tornai con essi nel giardino del tribunale, finito di costruirmi una bella dimora di cartoni riaccesi il fuoco per cuocere delle saporitissime salcicce. Si ripresentarono di nuovo gli sgherri, stavolta un po' più nervosi, sequestrarono il tutto. Non demordendo vidi a terra nei pressi di un cantiere edile dei pezzi di legno, chiesi al guardiano se me li potevo prendere, il guardiano acconsenti. Usando una vecchia carriola trasportai tutto il legname nel giardinetto del palazzo di gIUSTIZIA e incominciai a costruirmi una bella capanna di legno. I soliti sgherri tornarono all'attacco sequestrando tutta quella immondizia e pregandomi di non ritornare, pronunciai una sola frase: «ok! A domani». L'indomani trovai due cessi sporchi in una discarica abusiva pubblica, li caricai sull'auto, per collocarli all'entrata del tribunale scrivendoci, palazzo di gIUSTIZIA Brindisi e Lecce. Vennero gli sgherri e sequestrarono il tutto. Ogni giorno inventavo una nuova provocazione, per cui fabbricai il “Cornumetro”strumento di precisione per misurare le corna dei palazzi di gIUSTIZIA e arredare il certificato di crescita corna distribuendo dei volantini per informare il personale che le corna del tribunale essendo per natura loro già molto pesanti potevano far crollare il palazzo e arrecare infortuni al personale stesso. Una mattina durante la distribuzione del certificato un sottotenente delle forze dell'ordine, scendendo dalla macchina, ad alta voce maleducatamente dandomi del tu mi ordinava di porre fine alla manifestazione. Siccome continuavo a manifestare chiamò la centrale, la quale mandò un'altra pattuglia con a bordo un capitano come lo vidi gli consegnai uno dei miei volantini, mandandolo su tutte le furie, con la bava alla bocca dandomi del tu sgarbatamente minacciava di rovinarmi, (neanche che stavo ben combinato) tuttavia, gli chiesi se potevo fargli una domanda ma lui continuava a gridare, gli richiesi se potevo fargli una domanda, la stessa cosa si ripetette altre tre – quattro volte alla fine acconsenti di fargli una domanda e gli chiesi:«Ma voi rapporti contro natura ne avete mai avuti?» Menomale che i suoi colleghi erano pronti ad immobilizzarlo. Non ricordo esattamente quanti mesi ho trascorso sotto il tribunale a protestare, in seguito misero una pattuglia fissa con l'ordine di servizio di prelevarmi e condurmi in caserma, trattenendomi per tutto l'orario di lavoro, dopo di che mi rilasciavano. Durante una di queste manifestazioni, un amico mi regalò un vecchio sassofono, pensando che si suonava come la tromba, incominciai a soffiarci dentro senza alcun risultato. Qualcuno del tribunale, impietosito dai miei sforzi per far emettere qualcosa al sassofono, ad alta voce gridò «ci manca l'ancia»non sapevo neanche cosa fosse l'ancia. Andai ad un negozio musicale per acquistarne qualcuna e, una volta visto come si montava al sassofono, tornai nei pressi del tribunale ad avviare la mia protesta accompagnato dal sassofono ed ogni volta che emetteva un suono, faceva tremare le finestre del palazzo di gIUSTIZIA. Man mano che cercavo di intuire come fargli emettere un suono qualsiasi mi accorsi che la musica che improvvisavo mi era più facile eseguirla, alla fine scoprii come fargli emettere delle buone melodie, tanto gradite alla gente che frequentava il tribunale da farli ballare nel cortile del tRIBUNALE stesso, quando l'imprigionavo saldando tutti i cancelli. Ad un certo punto, la manifestazione di protesta si trasformò in una festa da ballo spontaneamente organizzata nel cortile del palazzo di gIUSTIZIA. Osservando la situazione, non conveniva più protestare anche perchè, mi ero accorto che, i frequentatori del tRIBUNALE avevano una profonda espressione di tristezza, ovvero, la stessa gente compreso avvocati, magistrati ecc...quando la incontravo al cimitero, la loro espressione era più gaia, perciò per pietà decisi di non continuare la protesta. Di conseguenza, stavo tutto il giorno disoccupato e non avendo più nulla da fare divenni un malacarne. Fortunatamente (cosa molto rara al sottoscritto)uno dei miei figli mi chiese di disegnare il grafico di un flauto per eseguire delle note, in pratica il bambino imparava ad eseguire le note osservando il disegno del flauto, da qui, nacque l'idea di imparare a suonare meglio il sax. Per cui, divenni un membro dell'associazione artisti di strada, ebbi gran successo il modo personale di suonare il sax piaceva alla gente, riuscii a vendere molti dischi eseguiti col sax ed il flauto traverso. Avevo scoperto un altro modo di vivere e per giunta amavo tanto, visto che riuscivo a tenere bene anche la situazione famigliare. Ma una sera, mentre mi preparavo per esibirmi in una piazza di Verona, notai un mio collega a terra che veniva preso a calci da un paio di uomini forse del luogo, senza esitare abbandonai tutta l'attrezzatura da musicista per aiutarlo, avevo una buona dose di esperienze in risse, perciò mi fu facile sbarazzarmi di quei due energumeni. Purtroppo nel furore della scazzottata ci andò di mezzo anche la polizia locale, fui arrestato e bannato dall'associazione, persi anche tutta l'attrezzatura da musicista. Quindi! Tutto daccapo. La mia mamma, diceva sempre«la fame aguzza l'intelletto» ed aveva ragione. Difatti, un giorno mentre facevo compagnia ad un amico che non voleva andare da solo nella città di Lecce mi accorsi che in detta città si svolgeva un gran passeggio di gente di tutte le specie. Tornato a casa, cercai tra i miei vecchi ricordi il costume indonesiano per il ritorno in Italia. Ebbi fortuna era ancora intatto, nuovo con tutte le scarpe ed il turbante. Chiesi a uno dei miei figli di regalarmi il suo flauto da quattro soldi, quel mascalzone di bambino pretese cinquemila lire per darmi lo strumento in questione con tutto che l'avevo pagato io per lui. A sera tardi, indossato il costume indonesiano andai a Lecce. Trovato il punto strategico iniziai show da incantatore di serpente che non c'è. Qualcuno dirà, ma cosa vuoi ricavare da una idea del genere? Vi posso assicurare che nulla è più gustoso nella vita, di vincerla sulle difficoltà che la vita stessa ti dà. Tanto è vero, che come prima serata lo show dell'incantatore di serpente che non c'è, mi fece portare a casa milletrecento euro. Ogni qualvolta che indossavo il costume da cerimonia indonesiano riuscivo a riempire il cesto in vimini dai settecento ai mille euro. Quando indossavo il costume indonesiano era difficile riconoscermi, ma una sera mentre mi esibivo, sentii una voce chiamarmi “comandante Ucci lei qui?” Era uno dei marinai sotto il mio comando, la realtà della fine che avevo fatto per colpa di gente incapace e di un tRIBUNALE arrogante si proietto come una lancia nella mia mente da non farmi più esibire per strada. Sapevo che, era necessario trovare al più presto possibile una valida soluzione per difendere il cervello diversamente rischiavo una depressione. Domandai a me stesso cosa sapevo fare oltre a mettermi continuamente nei guai?La risposta fu immediata«sapevo addestrare i cani». Come al solito ebbi grande successo, organizzai cinque raduni per cani da presa. Molti giovani impararono l'addestramento. Però il mio modo di addestrare era basato solo per sviluppare un cane da guardia e da difesa, perciò molto aggressivi. Destino volle, di farmi conoscere un grande amico, un certo Uccio Rubino che a sua volta mi presentò Antonio De Benedittis grande maestro di cinofilia dell'addestramento sportivo per cani di tutte le razze. Acquisii dal maestro Antonio i suoi insegnamenti diventando più sicuro e più preciso e tutto andò in meraviglia. Ma! Un maledetto giorno senza una valida ragione si presentarono i carabinieri con i veterinari della SAUB per ordine del tRIBUNALE sequestrarono tutti i cani facendoli morire atrocemente in un canile lager del comune di Brindisi. Ma questa è un'altra storia che vi racconterò in seguito. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36355-col
  18. Annarita Zanon

    La fossa

    Ultimamente è tutto parecchio complicato e io non riesco a gestirlo. Mi sono ridotta a qualcosa che sembra nulla e che piano piano, nulla, lo sta diventando. Sto impazzendo. Devo sempre più fare affidamento all'altro per andare avanti o comunque, per mantenere quel minimo a cui sono arrivata. Sto raschiando il fondo di questo pozzo profondissimo che è la mia emotivività alterata. Spero che questo sia il mio fondo. Fin ora però c'è sempre stato un fondo più fondo. Ogni giorno più giù. Più mi propongo di risalire e più cado. Non sembra esserci un limite inferiore. e^-x. La funzione della mia vita al cui 0 mi sto avvicinando da sinistra. La mia tangente è sempre più verticale.
  19. flambar

    W L a V i t a

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/42832-sono- W L A V I T A L'inesorabile tempo passava e la malasorte si era accanita contro di me, gli unici impresari che mi offrivano un lavoro per sfamare i miei figlioli erano quelli della malavita che, ringrazio di cuore. Ma il giorno più crudele si verificò quando la capitaneria di Brindisi mi invitò per annullare il mio libretto di navigazione con tutti i miei titoli di marina. Ancora tutt'oggi sento il rumore del grosso timbro che si abbatteva su di ogni pagina del mio libretto di navigazione...Tof ANNULLATO...Tof...ANNULLATO...Tof...ANNULLATO... Ogni colpo di timbro era come una mannaia che si abbatteva sul mio collo. Rimanere perennemente a terra ed oziare no era nei progetti della mia vita, la situazione dopo un certo periodo divenne insostenibile e, la disperazione si faceva sempre più sentire, tanto che un giorno decisi di porre fine a quello squallido tunnel in cui la vita stessa mi aveva costretto ad entrare. Ragion per cui, mi recai nella zona di “Punta Penne” che nei mesi d'inverno è la più deserta. Mi sedetti su gli scogli ai confini col mare. Nella solitudine della mia disperazione stranamente ero sereno, tanto sereno che riuscivo a percepire una dolce brezza marina, in quel folle momento dicevo a me stesso:«questo è proprio un bel giorno per falla finita» Guardavo e riguardavo l'arma che avevo acquistato negli stati uniti d'America. I pensieri che penetravano violentemente nella mia mente erano tanti, quello più doloroso era che col mio gesto estremo avrei lascito la mia famiglia e i miei figli allo sbando senza un padre che li poteva crescere ed aiutarli nei momenti difficili...ma mi sentivo inutile e la disperazione era troppo forte...dovevo farlo! In quel tragico momento sentii poco distante un dolce cinguettio di un uccellino, pareva che volesse dialogare con me visto che non mi toglieva lo sguardo di dosso, stranamente non gli facevo paura difatti avvicinandomi a lui non volò via continuando a cinguettarmi contro, pensai:«forse tiene fame». Il suo comportamento ed il suo cinguettare mi svegliò da quel torpore suicida mi fece riflettere! Chiedevo tra me e me: « ma sono diventato un vigliacco?» un esserino cosi minuto non teme le difficoltà della vita e io sto soccombendo senza combattere, per rifugiarmi da vile in questo gesto estremo?!«No!.. Non va bene»..! Svegliando in me quello spirito combattivo e ribelle che mi aveva accompagnato tutta la vita. Ragion per cui, iniziai una protesta molto incisiva contro il palazzo di gIUSTIZIA di Brindisi, Ma questo è un altro fatto che vi racconterò in seguito.
  20. ebreovenutodallanebbia

    Incontro sul romanzo e la traduzione letteraria

    Fino a
    Gli studenti della John Cabot University del corso di Traduzione Letteraria della professoressa Berenice Cocciolillo si sono cimentati nella traduzione di alcuni capitoli di Due secondi di troppo. Ci confronteremo su questo lavoro mercoledì 17 aprile alle 16.30 al Caroline Critelli Guarini Campus Piazza Giuseppe Gioachino Belli, 10 (Trastevere). Parleremo del romanzo e di traduzione. Chi fosse interessato, può prenotarsi inviando una mail a rsvpevents@johncabot.edu
  21. Lorenzo Pisani

    Presentazione Libro

    Fino a
    " Ho trovato la forza e lo stimolo di scrivere gli ultimi dieci anni della mia vita aiutato dalla musica, dalla mia passione sfrenata per un gruppo di ragazzi di Dublino. Gli U2 hanno accompagnato in questi anni e scandiscono ancora oggi momenti belli e brutti della mia vita. È la storia vissuta da tanti come me, da tanti come noi, partendo da lontano, da dove tutto è iniziato. La musica a volte salva la vita e ti aiuta ad andare avanti, l’ho provato sulla mia pelle. Sei solo in macchina verso il lavoro, pensi, rifletti ed entri in un mood di sconforto, in quell’esatto momento in cui sei incazzato con te stesso, te la stai prendendo con tutto il mondo che ti circonda, arriva Ringo durante Revolver e ti butta su quel pezzo che neanche ricordavi di avere su cassetta, cd o vinile e ti salta in mente un istante bello della tua vita e in quell’esatto momento tra te e te riesci ancora a sorridere. La forza per raccontarvi tutto, anche i miei sentimenti più intimi l’ho trovata negli amici veri e nei famigliari che mi hanno spinto a scriverla. Godetevi questo viaggio pensando al dono più grande che ci possa essere: la vita!"
  22. Wolf Graham

    Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

    Nome: Black Wolf Edition & Publishing Ltd. Generi trattati: Tutti e sono sempre valutati Modalità di invio dei manoscritti: https://www.blackwolfedition.com/ Distribuzione: INGRAM Sito: https://www.blackwolfedition.com/ Facebook: https://www.facebook.com/people/BlackWolf-Edition-Publishing/100010216301416
  23. Alba Artemide

    Geeko Editor

    Nome: Geeko Editor Generi trattati: narrativa, senza esclusione di generi, comprese le raccolte di racconti. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.geekoeditor.it/proponi-la-tua-opera/ Distribuzione: I libri sono pubblicati in e-book (pdf, epub e formato per kindle) e scaricabili dal sito geekoeditor.it; sono inoltre scaricabili in formato pdf sulle principali piattaforme di distribuzione, attraverso il circuito di BookRepublic. Sito: https://www.geekoeditor.it/ Facebook: https://www.facebook.com/GeekoEditor/ Instagram: https://www.instagram.com/geekoeditor
  24. flambar

    " Il Posto Fisso"

    “ I L P O S T O F I S S O “ Alla fine degli anni ottanta, oramai non potevo più considerarmi un avventuroso marinaio. La responsabilità di padre di cinque figli mi aveva incatenato l'anima. Questo era il motivo per cui ho dovuto a malincuore cambiare atteggiamento nei confronti degli armatori se volevo mantenere il mio posto di lavoro. Perciò dovevo chiudere un occhio e spesso anche tutti e due per essere in grado di portare un tozzo di pane ai miei figlioli. Una mattina in capitaneria, incontrai un caro amico il comandante Edo Simoniello, andammo a prendere un caffè al Bar Ausonia. Mi informò che la capitaneria di porto della città di Brindisi aveva bandito un concorso per quattro ormeggiatori ed era uno dei concorrenti. In un primo momento cercai di dissuaderlo essendo lui un comandante e non un ormeggiatore categoria marinara a livello di un operatore ecologico (spazzino)mi rispose, era un buon posto fisso e avendo famiglia, non poteva rifiutare l'occasione. Le parole del capitano Simoniello, mi fecero riflettere. Per amore dei miei figli decisi di parteciparvi. E' superfluo raccontare la felicità di mia moglie e dei miei ragazzi quando lo vennero a sapere. Anche perchè il posto era assicurato dato che il porto di Brindisi è sempre stato sprovvisto di buoni marinai ed io all'età di venticinque anni ero già un Nostromo genovese, per tradizione questa qualifica si dà al marinaio più anziano più esperto prossimo alla pensione, io l'acquisii per meriti a venticinque anni di età. Quindi, da subito, coloro che sapevano che stavo partecipando al concorso mi facevano le congratulazioni sicuri della mia assunzione tra gli ormeggiatori del porto di Brindisi. Il giorno stabilito si presentarono sedici concorrenti, di cui otto erano capitani e otto marinai, sembrava una gara tra capitani e marinai. Il risultato del concorso diede ragione a quattro marinai di cui due erano degli sconosciuti. Per dirla più chiara, Tutti e quattro i vincitori in mare non gli aveva mai visti nessuno. La commissione mi collegò subito dopo i vincitori dandomi un punto in meno. Tutti i concorrenti, tramite un avvocato del luogo, si basarono proprio sul quel punto in meno e sui titoli marinareschi che avevo acquisito per esporre denuncia di reclamo, contro l'operato della commissione, ma fu tutto inutile. Trascorso qualche mese dall'episodio, un marinaio di piantone alla capitaneria di porto di Brindisi mi consegnò un invito da parte del capitano di fregata Burzi, comandante in seconda nonché presidente della commissione del concorso in questione. Esultai, pensando ad una mia assunzione. Ma non era cosi, l'invito era per eseguire dei lavori marinareschi nell'interno della capitaneria stessa. Quando il comandante Burzi venne a conoscenza che li sapevo eseguire anche meglio, andò su tutte le furie pensando che ero stato bocciato al concorso ormeggiatori, confidò, che da una decina di giorni era alla ricerca tra il personale degli ormeggiatori di Brindisi e degli arsenali di Brindisi e Taranto di qualcuno capace di svolgere quel particolare lavoro di marineria e non riuscendo a trovare un elemento valido, per ultimo si era rivolto a me. Mi domandò quanto era la spesa, gli risposi, niente e un vero onore porre un mio lavoro nella capitaneria. Dopo una settimana, finito il lavoro regalai alla capitaneria un modellino di bireme romana costruito da me e da collocare nel salone degli ufficiali. Tutto il personale della capitaneria elogiò il lavoro svolto ed il comandante in seconda Burzi d'avanti a tutti esclamò dicendo<< tra tre mesi si bandirà un nuovo concorso ormeggiatori e considerato che marinai come te non esistono sarai sicuramente tra i vincitori, parola mia! >> Gli risposi che non ci tenevo tanto al posto fisso, avevo fatto la domanda di ammissione al concorso tanto per tenere contenta la mia famiglia, ma lui ribadì fermamente di parteciparvi assicurando che sarei stato assunto. I tre mesi passarono in fretta, Il giorno stabilito si presentarono diciassette concorrenti di cui nove capitani e otto marinai. Ultimate le prove stabilite del concorso, risultarono vincitori tanto per cambiare quattro marinai. Mi recai in capitaneria, tirai di tasca il mio affilatissimo coltello da marinaio ed iniziai a distruggere il lavoro di marineria che avevo fatto. Conclusa la mia opera di distruzione esclamai!<<questa capitaneria è sporcacciona non merita un mio lavoro! >> poi entrato nel salone ufficiali presi la bireme romana, il comandante Burzi mi chiese di calmarmi, gli risposi <<calmarmi un caxxio! >>. Al primo concorso otto capitani e otto marinai chi vince il concorso quattro marinai. Dopo tre mesi si fa un altro concorso di cui nove concorrenti sono capitani e otto marinai, chi vince ? Quattro marinai. Qua qualcosa non quadra, posso capire un capitano fesso ok, due capitani fessi ok, ma diciassette capitani fessi no, non lo posso capire. Uscendo dalla capitaneria incontrai il capitano Eupremio Prudentino, siccome mi faceva dei complimenti sulla bireme la regalai a lui in cambio mi portò del pesce fresco. 41653
  25. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39544-anna- Gengis Khan : all'età di trentanni, mi proposero un imbarco da comandante su di una nave Ranchera. (rancera) Essendo un naturalista, accettai volentieri. Queste navi, si chiamano così perchè trasportano bestiame vivo. Il commercio si effettuava, nel mar Nero, nel mar Mediterraneo e a Nord dell'oceano Atlantico. In navigazione con rotta per il porto di Algeri, ricevemmo un fax che ci ordinava di dirottare per il porto di Odessa nel mar Nero. Dovevamo imbarcare e trasportare in Italia un cavallo purosangue. Era solo un cavallo, ma la società si raccomandava di trattarlo con molta cura, giachè il suo valore, era più alto del valore della nave stessa. Arrivati puntualissimi nel porto di Odessa, sulla banchina si avvicinò alla nave un grosso Tir. Da dentro si sentivano dei potentissimi colpi e nitriti minacciosi che impressionarono tutti gli stallieri di bordo e della terraferma. Sembrava che Adamastor (nome di un diavolo dei marinai portoghesi incatenato negli abissi di Capo Horn)in persona fosse incatenato nel conteiner rivestito nell'interno da matarassi per accudirne i colpi. Nessuno degli stallieri, pur essendo gente capace, aveva abbastanza coraggio di trasbordare dal tir alla nave quella furia scatenata e di sciogliere le briglie a "Gengis Khan" questo era il suo nome, ma i marinai lo battezzarono "Adamastor". Trasportarlo sulla nave sarebbe stato un suicidio. Decisi di chiamare un veterinario per farlo sedare. Cosi fù fatto, ma non ci fù verso, il purosangue dette un'impennata liberandosi dalle briglie tuffandosi in mare da una banchina alta più di 5 metri. Pur essendo stordito dai sedativi che gli avevamo sparato giachè era molto pericoloso avvicinarci, nuotava come un delfino, per raggiungerlo dovettimo chiamare il motoscafo della capitaneria russa. Finalmente dopo che aveva distrutto l'intero equipaggio e stallieri, riuscimmo a trasportarlo a bordo. Era davvero una gran bella bestia, era alto più di due metri al garrese, col pelo nero corvino e lucidissimo. Non vedrò mai un animale più bello e più fiero di "Gengis Khan". Era forte orgoglioso, pieno di fuoco. per l'agitazione, dalle sue narrici usciva un intenso vapore. Tutti noi marinai e rangheri pur essendo abituati a vedere tanti animali, ammiravamo la sua affascinante bellezza e nello stesso tempo eravamo intimoriti della sua irruenza. Dopo averlo chiuso in un box d'acciaio, salpammo per il porto di Ravenna. Il giorno dopo, durante la navigazione, si presentò il capo stalliere di nazzinalità cilena mi riferì che il cavallo si era ferito ad una zampa e stava perdendo molto sangue. Gli feci presente che era lui il capo stalliere e doveva curarlo, perciò, essendo un marinaio non era mio dovere. Il capo stalliere si rifiutò data la pericolosità dello stallone. Per come stavano le cose, informai la societa della nave che per tutta risposta mi disse, ero il comandante della nave ed il cavallo era sotto la mia responsabilità, replicai sono solo un marinaio e non sapevo niente di come trattare un cavallo, specialmente quella furia scatenata. Pultroppo fù inutile farglilo capire, toccava a me. Dopodichè, andai a far visita al purosangue per rendermi conto in che condizioni stava. Notai che la ferita era profonda e usciva molto sangue, se non si interveniva immediatamente sarebbe morto dissanguato. Non potevo abbandonare alla morte una simile meraviglia, dovevo intervenire o fare qualcosa per salvarlo. Ordinai di portarmi delle bende del disinfettante e degli aghi di sutura, nel frattempo detti una bella sorsata alla mia bottiglia di Cognac di annata per dammi coraggio e affidai anche l'anima a Dio. Nell'avvicinarmi allo stallone, con grande calma gli dissi >> senti, Gengis Khan, in quell'istante dette un nitrio talmente forte che fui costretto a buttare tutto per aria e uscire dal box. Detti qualche altra tracannata alla mia bottiglia, rientrondo dentro ricominciai tutto d'accapo. <<Senti Gengis Khan o Adamastor o come caxxio ti chiami, se non mi fai chiudere la ferita tu morirai dissanguato, oppure scegli di uccidere me creperai lo stesso, perchè non troverai nessuno disposto a curarti la ferita. Aah! un'altra cosa se muori, oltre a perdere la vita perderai anche tutte le bellissime ciumente che ti aspettano in Italia, ooh! io le ho viste sono una schianto. >> Era assurdo che io parlassi cosi ad un cavallo, ma dopo il mio discorso, il purosangue girò il posteriore verso di me alzò la sua gamba ferita terrorizzato pensai che mi voleva scalciare. Con grande mia meraviglia non fù cosi, aveva alzato la sua gamba ferita per poggiarla sulla staccionata del box e quindi agevolarmi nella cura. Dopo quella prima volta, non ci furono più problemi. Appena mi vedeva alzava la zampa per farsela curare. Arrivati a Ravenna, volle solo me per essere trasportato sul Tir. Dopodichè mi salutò con un lunghissimo nitrio, vedendolo andare via pur essendo un rozzo marinaio mi scappo una lacrima. Il saluto di Gengis Khan è ancora indelebile nelle mie orecchie.
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