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Trovato 87 risultati

  1. Blue5now

    Il Fiorino Editore

    Nome: Il Fiorino Editore Generi trattati: libri per ragazzi, narrativa, poesia, saggistica, scienze, antropologia, psicologia, biografie, sport, guide e viaggi, religione-filosofia, parapsicologia, gastronomia Modalità di invio dei manoscritti: info@edizioniilfiorino.com Distribuzione: Sito: http://www.edizioniilfiorino.com/ Facebook: https://b-m.facebook.com/Edizioniifiorinomodena/
  2. Mister Frank

    Della Porta Editori

    Nome: Della Porta Editori Generi trattati: storico; saggistica; biografico; Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dellaportaeditori.it/pubblicare-con-noi/ Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.dellaportaeditori.it/ Facebook: https://www.facebook.com/dellaportapublishing/
  3. Mister Frank

    Sandro Teti Editore

    Nome: Sandro Teti Editore Generi trattati: storico; saggistica; manualistica; fotografia; teatro (http://www.sandrotetieditore.it/STE_catalogo.pdf) Modalità di invio dei manoscritti: http://www.sandrotetieditore.it/contatti/ (form oppure indirizzo e-mail) Distribuzione: Messaggerie Libri Sito: http://www.sandrotetieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/sandrotetieditorepaginafan
  4. flambar

    "L a d r a g a"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41090- natale "L a D r a g a" Alla fine degli anni ottanta, Per colpa delle varie denunce fatte a gli organi competenti e alle società di navigazione a causa delle carenze del sistema di sicurezza riscontrato su molte navi battenti bandiera italiana, Non riuscivo a trovare un imbarco decente. Purtroppo, non ero più solo, avevo messo su famiglia. Indi! tenevo a carico moglie e cinque figlioletti in tenerissima età. Durante una delle mie passeggiate sulla banchina del porto di Brindisi in compagnia del mio amato Satana. Incontrai per puro caso, un vecchio amico dal nomignolo “Mario Bobby” era dirigente dell'ufficio di collocamento di Brindisi. Mario era un carissimo amico, oramai da molti anni deceduto. Ci raccontammo a vicenda gli ultimi avvenimenti della nostra travagliata vita. Mi chiese, qual'era la mia professione, gli dissi che ero un comandante di marina. A Mario Bobby era ammirevole la sua umanità, l'educazione e il rispetto per coloro che stavano in difficoltà, non lo dimostrava in pubblico ma era cosi, tanto è vero, ne per quinto ne per quanto, una sera lo trovai nei pressi di casa mia, domandai cosa diavolo stesse facendo in quella zona che la gente Brindisina aveva dato il nomignolo di “Favelas” Rispose: - ero in cerca di te, volevo offrirti un posto di lavoro. Lo ringraziai facendogli presente che la cosa non poteva andare in porto, dato che era il dirigente dell'ufficio di collocamento di terra ed io un marittimo, poi non volevo crearli problemi già chè non ero neanche iscritto al collocamento e sicuramente altri prima di me ne avevano più diritto. Trascorsero un paio di settimane, mentre sorseggiavo un buon bicchiere di Cognac seduto al Bar Ausonia dove ero solito stazionare ogni giorno. Un impiegato del collocamento, mi disse di recarmi immediatamente da Mario Bobby per comunicazioni importanti. Non era necessario ripetere l'invito, poi era a quattro isolati dal punto in cui mi trovavo. In non di più di dieci minuti, bussai alla porta del ufficio aprii la porta e nel chiedere permesso di entrare notai era in compagnia di altre due persone. Pensando che, non era il momento chiesi scusa e nell'istante di richiudere la porta sentii la voce del Mario Bobby. - No,no...Ucci entra pure siamo qui in riunione proprio per te. Per me?Risposi meravigliato, questi signori sono di nazionalità iraniana ed hanno urgente bisogno di imbarcare un comandante sulla loro draga ferma a Bandar Abbas in Iran. Io non so neanche fischiarla una draga, come potrei farla lavorare? Uno dei due iraniani rispose in perfetto italiano stai tranquillo il personale attualmente imbarcato sulla draga è altamente qualificato, il problema è che la draga ed i mezzi navali a lei connessi, per potersi muovere avevano l'oblico di imbarcare un capitano in possesso del titolo adeguato. Insomma, era una disposizione assicurativa. La paga era eccellente, accettai l'imbarco, salutai Mario Bobby tutta la mia famiglia e partii insieme ai due iraniani poi seppi che erano due sceicchi molto famosi. Il viaggio in aereo, fu un vero disastro, ancora mi domando se sono vivo. Comunque, in aeroporto a Bandar Abbas i due sceicchi prenotarono un Taxi che mi portò sotto bordo la draga. Era enorme sembrava un gigantesco mostro d'acciaio, divoratore di roccia e fango il suo nome era “Aldebaran” la stella più luminosa della costellazione del Toro. Come al solito, incuriosito, siccome non avevo mai visto una draga di quelle dimensioni, basta pensare che erano necessari centotrenta persone di equipaggio per farla lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. La sua straordinaria potenza era dovuta a due generatori di corrente elettrica uno solo poteva illuminare una città come Bari. Tecnicamente si chiama “Draga a secchi” toglitelo dalla testa, non si trattava di secchielli di plastica, ma d'acciaio ognuno dal peso di tre tonnellate e mezzo, (tremilacinquecento chili)in quell'istante erano operativi quindici secchi tenuti tutti da una enorme catena d'acciaio che li faceva roteare e di conseguenza scavare il fondale alla misura prestabilita. Il rumore che produceva durante il suo lavoro era assordante tanto da poterlo sentire a chilometri di distanza. Imparai subito a manovrare quell'enorme mostro d'acciaio, non era difficile prenderne padronanza, si doveva fare molta attenzione a non incattivare la catena che tratteneva i quindici secchi d'acciaio, difatti se succedeva la Draga restava ferma anche un paio di giorni, causando danno economico alla società di dragaggio. Una mattina, dopo qualche ora del cambio personale di dragaggio, percepii delle grida d'allarme, in una frazione di secondi bloccai la draga. In uno dei secchi c'erano agganciate due bombe di profondità, esclamai <<sangue d'un pesce spada!>>Il capo draga mi riferì di fare molta attenzione sicuramente c'è ne saranno delle altre. Difatti, quella mattina in poche ore rimasero nei secchi della draga altre sette bombe. Preoccupato per la sicurezza del personale imbarcato bloccai i lavori di dragaggio. Mandando su tutte le furie i due sceicchi, me ne dissero tante che metà bastavano, fortuna non conoscevo la lingua, ma intuivo che non mi stavano facendo dei complimenti. Ad un certo punto dissi loro; Ok! Come volete, riavvio i lavori di dragaggio? Emisero un lungo sospiro di sollievo - ma, prima mi firmate ed anche con impronte digitali un documento di responsabilità Si infuriarono ancora di più andando in ebollizione, allora chiesi di monitorizzare la zona con degli esperti palombari specialisti di armi subacquei. Tutta la documentazione di monitoraggio scritta in italiano, firme digitali e timbri. Pareri specifici del lavoro svolto. Diversamente trovatevi un altro comandante. Ooh! Accettarono senza aprire bocca. Ovvero, l'azione di bloccare i lavori di dragaggio gli era servita ad aprire gli occhi, essendo i principali soci della compagnia di dragaggio ne venivano coinvolti anche loro. Oltre tutto in Iran la pena di morte per impiccagione la danno con facilità. La prova di questo saggio cambiamento fu che nella richiesta di una tuta e dell'attrezzatura da palombaro della mia misura, mi risposero con molta gentilezza salutandomi con affetto. L'Aldebaran, stesse per questo motivo bloccata per altri tre giorni. Quando arrivarono i palombari, consegnarono anche l'attrezzatura da me richiesta era nuova di zecca, la indossai mi andava a pennello. Prima dell'immersione diedi ordine a gli altri sette palombari di iniziare a monitorare il fondale antistante la draga. Grazie a Dio Onnipotente o Allah Akbar o come diavolo volete chiamarli. L'ordine da me dato di bloccare la draga, sarebbe stato con certezza l'ultimo che avrei prestabilito, già che, la corrente del golfo Persico aveva radunato proprio sul punto operativo, la maggior parte delle bombe subacquee poste a difesa delle coste Iraniane durante la guerra del golfo. I due sceicchi, venuti a conoscenza dello scampato pericolo mi baciarono le mani. Dissi loro adesso mandiamo in ferie per una settimana tutto il personale lasciando lavorare i palombari. Ed anche questo mio ordine non portò polemiche. Finita la settimana di ferie, tutto il personale rientrò a lavoro, sulla banchina i palombari avevano depositato più di trenta bombe ancora intatte. I due sceicchi, mi domandarono: se tutto questo fosse a loro carico. Risposi: Non di certo, dissi loro - noi che lavoro facciamo? Risposero - dragaggio le bombe chi le ha messe? - Il governo iracheno - A desso alla luce dei fatti chi deve prendersi carico del monitoraggio delle bombe ? Tutti insieme risposero - Il governo iracheno e si buttarono per terra crepando dalle risate. La controversia col governo iracheno andò in porto tant'è vero che a fine mese la società di dragaggio pose ventimila dollari americani sul mio conto bancario. Fu necessario un mese per monitorizzare tutta la zona da dragare e renderla più sicura. Una mattina, nel momento che facevo colazione sentii bussare alla porta. Erano i due sceicchi, venuti a trovarmi per portarmi in un luogo dove si era avvistata un'altra bomba, questa volta non si trattava della solita bomba, ma di un ordigno da aereo, quattro volte più potente di quelli trovati fin ora. Aveva una forma che incuteva terrore. Cosi a prima vista sembrava ancora efficiente, il capo dragaggio del luogo mi chiese se ero in grado di disinnescarla, non di certo gli risposi, anche se lo sapevo fare nella posizione in cui era non avrei mai messo mano. Difatti, non era esplosa solo perchè i denti d'acciaio del secchio che la conteneva si erano incastrati fortunatamente nella roccia. Gli consigliai di rivolgersi al capo palombaro sull'Aldebaran. Questi come venne a conoscenza che si trattava di un ordigno d'aereo, rifiutò d'intervenire sbattendo il telefono per terra. Quel giorno per la prima volta lo trascorsi in una tenda, certo grande ed anche molto comoda. A sera tardi, i due sceicchi in compagnia di altri quattro vennero a farmi visita, questa volta non erano a mani vuote, portarono un carrello colmo di ogni ben di Dio. Perciò facemmo festa tutta la notte. Siccome ero già da oltre un mese che non vedevo una donna, domandai che fine avessero fatto, lo domandai cosi in buona fede, non l'avessi mai detto. All'improvviso si ammutolirono e ritornarono senza salutarmi nelle loro tende. In seguito, mi pentii di aver fatto quella domanda, in fin dei conti è la loro cultura che gli lo impone di reagire in quel modo, indi non è mio diritto deriderli o giudicarli, oltre tutto potrebbero essere anche migliori di me. All'alba del giorno dopo, mi venne la voglia di controllare con più attenzione la bomba in questione. Scesi in immersione sul punto dove era rimasto incastrato il secchio contenente l'ordigno e constatai che con un paranco a catena si poteva tentare di liberare dalla bomba il secchio della draga. Avevo bisogno di un'altra persona per aiuto, nessuno era disponibile. Decisi di immergermi da solo. Posizionai il paranco, incatenai la bomba e nell'istante che la stavo issando pensai che l'andazzo si stava svolgendo con molta facilità. Perciò era conveniente di farla proprio sporca, infatti riemersi e consigliai a tutti di allontanarsi a distanza di sicurezza poi siccome ero stanco, rimandai tutto all'indomani. Facendo intuire che la tensione nervosa era al massimo. In piena notte, mentre ero profondamente addormentato, fui all'improvviso svegliato da spari e urla, uscendo dalla tenda vidi degli uomini armati e a cavallo vestiti tutti di nero che intimavano di radunarci al centro del campo delle tende. Uno degli sceicchi, sottovoce mi consigliò di fare attenzione, erano guerrieri nomadi del deserto e possono essere anche molto pericolosi. Non ricordo, ne ho mai capito come si chiamava la loro tribù. Lo sceicco però li conosceva, tanto è vero sapeva anche la loro lingua. A raduno ultimato, distaccarono a malo modo uno degli operai un uomo di cinquantanni costringendolo a mettersi in ginocchio minacciavano di tagliarli la testa facendo il gesto con una grossa scimitarra. Cosa dicono, dissi allo sceicco; ci accusano di aver spiato le loro donne, mentre facevano il bagno in mare con tutto il burqa integrale. L'operaio in ginocchio, piangeva chiedendo pietà per se e la sua famiglia. A queste situazioni ingiuste non so resistere, devo per forza intervenire. Per cui mi avvicinai all'operaio messo in ginocchio e lo aiutai ad alzarsi. Rivolgendomi allo sceicco chiesi di tradurre le mie parole. Neanche gli animali trattano cosi un innocente. Il guerriero che minacciava l'operaio con la scimitarra stava per colpirmi ma fu fermato da una voce autoritaria, la stessa che ci accusava di aver spiato le donne, una volta tradotto dallo sceicco risposi Ma che dici, noi le vostre donne le abbiamo appena viste passare, chiesi di aspettare un momento prima di tagliarmi la testa, e indossai la tuta da palombaro con tutte le pinne. Domandai come potevamo spiare delle donne vestito in quel modo? Dopo un attimo di silenzio, i guerrieri nomadi esplosero in una risata chiedendo se stavamo vestiti sempre così. Risposi è il nostro vestito e giù altre risate nell'istante che spronarono i loro cavalli. Domandai allo sceicco cosa mi avevano detto per ultimo, lo sceicco sorrise, io ancor più incuriosito ripetetti la domanda “ cosa mi hanno detto?”Ti hanno salutato dicendoti << la pace sia con te tappo raro>> E' chiaro che si riferivano alla mia statura. Pensandoci sopra, i loro cavalli apparivano piccoli, non perchè lo erano, ma per un effetto ottico dovuto alla statura dei cavalieri. Verso le ore nove e trenta del mattino, mi preparai per l'immersione indossando la tuta di palombaro. Attuai la solita sceneggiata mirata a dare più valore al lavoro che stavo svolgendo, è chiaro che anche la mia persona acquisiva valore, ragion per cui, andai a trovare la famigerata bomba situata a venticinque metri di profondità. Mentre controllavo, l'imbragatura dell'ordigno un'ombra scura mi passò di sopra, d'istinto alzai la testa e vidi un pesce enorme davvero impressionante, era una Manta adulta di circa due tonnellate(duemila chili) Di conseguenza a questo fatto, non stavo per niente tranquillo, in continuazione controllavo intorno, le mante non sono pericolose ma gli squali si ed il mar rosso ne ha di tutte le specie. Tuttavia nell'osservarmi a torno mi accorsi che ero in un vero paradiso subacqueo alghe gigantesche di qualsiasi colore ed in particolare rosso(mar rosso) pesci di qualsiasi tipo e dimensioni acqua cristallina, i pesci stavano tutti molto vicini a me, pur mandandoli via ritornavano più vicini era incredibile che quel giardino dell'Eden era sott'acqua e fuori chilometri e chilometri di arido deserto. Mi fermai per un po' di tempo ad osservare quell'incantesimo. Purtroppo il dovere mi chiamava, liberai la draga dalla bomba e a distanza di sicurezza la feci brillare(esplodere). In serata già svolgevo il mio turno sull'Aldebaran. Dopo una quindicina di giorni ebbi il mio statino paga, avevo accumulato un bel po di denaro, non c'era più la necessità di rimanere in quel luogo per la quale me ne tornai a casa.
  5. flambar

    Il comandante Ucci e Satana arrestati a Savona

    http://www.writer IL COMANDANTE UCCI E SATANA ARRESTATI A SAVONA Nel periodo in cui si verificò l'attentato a Bologna, mi offrirono un imbarco da comandante su un bastimento in disarmo e all'ancora nella rada antistante i cantieri navali del porto di Savona. Ricordo bene quei giorni faceva un gran caldo, a bordo non c'era ancora il macchinista per mettere in moto l'aria condizionata. L'equipaggio era formato da italiani e cileni di cui uno dei marinai era mio fratello Elio insieme a Gaetano Sgura al suo primo imbarco. Ogni mattina il cuoco di bordo ed altri due marinai si recavano in piazza mercato per acquistare viveri di giornata. Quella mattina, sia il cuoco che i due marinai, tornarono a mani vuote e sconvolti. Chiesi loro cosa fosse accaduto, dissero che una volta ultimata la spesa, il negoziante della frutta e verdura non voleva rilasciare lo scontrino. Il titolare, un tipo evidentemente un po' suscettibile, si infuriò nel vedere che il cuoco rinunciava alla spesa già fatta. Diversamente ci avrebbe rimesso lui se non esibiva lo scontrino al sottoscritto. Il venditore dicevo, rivolgendosi al cuoco con linguaggio molto scurrile fino ad arrivare ad una reazione dell'addetto alle cucine, che desistette nell'accorgersi di essere circondato da gente poco raccomandabile ed ostile nei suoi confronti e dei due marinai. All'epoca, a me era sufficiente uno sguardo non di mio guasto per fare esplodere una rissa, figurati per una cosa del genere. Non mi rimase altro di radunare l'equipaggio e chiedere dei volontari per dare una lezione al negoziante ed ai suoi scagnozzi. Tutti volontari, eravamo in quindici e anche ben sistemati fisicamente. Il burbero negoziante, evidentemente si aspettava qualcosa del genere vedendoci arrivare, rapido si infilo nella sua auto e sgommando sparì all'orizzonte lasciando la moglie e la figlia sole nel negozio, ed era il primo a sfuggirci . Gli altri siccome non li conoscevamo, organizzammo un coro con parole molto pesanti e offensive. I vigliacchi non si fecero vedere. Soddisfatti tornammo a bordo, ma non prima di aver lasciato il nostro recapito a ogni negoziante della zona. Della città di Savona, avevo una certa stima, pareva una città pulita ed ordinata, pensavo anche che la sua popolazione fosse ospitale e ben educata, macchè, difatti e piena di prostitute, è persistente la possibilità di litigare con qualcuno. Una sera, mentre passeggiavo sulla banchina del porto col mio Satana, incontrammo un alano senza il proprietario, l'alano nell'aggredire Satana, ebbe la peggio. Il proprietario, sentendo i guaiti del proprio cane venne a recuperarlo e si mise a inveire contro di me. Stavo per reagire, siccome si trattava di una persona più anziana, lo mandai a quel paese. Per un po' di tempo ho pensato che la gente di Savona, si comportava in quel modo a causa del troppo caldo. Ma non era cosi. Ovvero, un pomeriggio tardi, mentre facevo due passi per le vie della città a dorso nudo, con in testa un sombrero messicano, in compagnia del mio splendido ed amato Satana libero dal guinzaglio. Due poliziotti locali, con modi molto duri mi ordinarono di mettere museruola e guinzaglio al cane. Risposi, <<guardi è un cane di razza Terranova ed è molto docile poi se gli metto la museruola con questo caldo mi muore per strada visto che i cani sudano dalla bocca.>> I vigili urbani, convinti che non avrei mai cambiato le mie intenzioni verbalizzarono l'accaduto. Presi il loro verbale, nell'istante di proseguire la mia passeggiata sentii scorrere il carrello di una pistola. Mi voltai, un uomo mi minacciava puntandomi a dosso una calibro nove e tremante mi ordinava di non muovermi dichiarando di essere un ispettore della polizia di stato. Nel frattempo, molta gente incuriosita si era fermata per assistere a quello che stava accadendo. Il sedicente ispettore continuava a tremare come una foglia, gli feci notare che proprio per questo suo tremore poteva sfuggirgli un colpo di pistola ed uccidere qualcuno. Inoltre essendo a dorso nudo dimostravo di essere disarmato quindi, non vi era la necessità di minacciarmi con una pistola. Arrivata la macchina della volante, mi ammanettarono i polsi, dissi loro che c'era anche il cane e rischiava di perdersi, perciò mi fecero entrare con Satana nella loro auto portandomi prima in questura e poi al carcere di Savona, Satana fini in un orribile canile comunale. Nella cella del carcere, trovai altri detenuti, tanta sporcizia e una puzza incredibile, oltre tutto, quelli scellerati del personale del carcere trascurando la mia sicurezza dividendo quell'angustia cella con uno che aveva ammazzato moglie e tre figli, l'altro aveva ucciso moglie, suocera e suocero e l'altro ancora aveva scannato tre bambini. Quando vennero a farmi visita i miei marinai gli dissi di acquistare qualcosa per pulire la cella, i marittimi in giornata portarono l'occorrente compreso la pittura per le pareti. Io e i miei compagni di sventura, abbiamo lavorato tutto il giorno e tutta la notte, alla fine la cella sembrava che fosse stata addobbata per un matrimonio per quanto splendeva, se ne accorse anche il giudice. Quando si stava svolgendo l'interrogatorio, il magistrato, ebbe una telefonata dall'ispettore, gli consigliava di trattenermi in carcere, il magistrato infastidito gli ordinò di stare zitto altrimenti lo avrebbe messo in cella insieme a me. Dopo aver trascorso una settimana in carcere, un secondino mi invitò a seguirlo, c'era gente che voleva parlarmi. Entrando in un salone notai il magistrato che già conoscevo ed altri personaggi che non avevo mai visto. Dalla loro presenza sembravano uomini di un certo calibro. Mi informarono che per colpa mia e del mio cane la città di Savona era in subbuglio protestando contro l'arresto, intimando al magistrato responsabile di lasciare in libertà, me ed il cane. Li vedevo a quanto preoccupati, il giudice fece cenno di guardare fuori dalla finestra, notai che oltre le mura del carcere una cospicua folla di gente era in agitazione. Domandai che centravano con me, mi disse << Ucci! Se noi ti diamo la libertà, tu che fai vai ad uccidere l'ispettore?>> Risposi, << ma cosa state dicendo io non lo conosco neanche.>> Detto questo mi lasciarono subito libero. Uscendo dal carcere la gente si radunò intorno a me salutandomi e stringendomi la mano. Dopo di chè, andai al canile comunale a riprendere il mio Satana. Lasciai l'imbarco e tornai a Brindisi. A Savona non sono più tornato. sdream.org/forum/forums/topic/40138-madr
  6. flambar

    "Un anno e mezzo tra gli aborigeni"

    http://www.writersdream.org/foru 36 “ Un anno e mezzo tra gli aborigeni” Nel lontano Giugno del 1971, imbarcai come comandante sul motopesca oceanico”Astrum” di duemila tonnellate di stazza, battente bandiera Tailandese all'epoca ormeggiato nel porto di Makassar (Indonesia) Appena prese le consegne dal comandante sbarcante, ordinai il posto di manovra. Una volta in mare aperto, puntai la prua in una zona di pesca molto vasta situata tra l'oceano Pacifico e l'oceano Indiano, più o meno nei gradi venti e trenta di latitudine Sud. All'arrivo nella predetta zona, ne subimmo di tutti i colori, tanto che l'intero equipaggio mi soprannominò “Capitan Storm”. In oceano gli Storm possono creare dei marosi alti oltre i venti metri, il vento può anche superare i duecento chilometri orari. Ciò nonostante, non tutti i mali vengono a nuocere. Indi, dopo aver superato questa esperienza nessun'altra perturbazione atmosferica violenta mi ha intimorito. Durante le mareggiate, il pesce si raduna favorendo la sua cattura. Dopo cinquanta giorni di Oceano burrascoso tutte le celle frigorifere erano stracolme di pesce pregiato. Giacchè, non avevamo altre celle frigorifere libere, segnai la rotta per il porto più vicino. La società armatrice fu davvero miracolata, dato che versava in cattive condizioni economiche. Finita la manovra di ormeggio nel porto di Mackay Harbur, in Australia, subito iniziò le operazioni di sbarco del pescato. Nella tarda mattinata, ebbi la visita del direttore generale della società armatrice del motopesca, era venuto appositamente da Bangkok per controllare che cosa avevamo pescato, felicissimo di quello che aveva riscontrato nelle celle frigorifere, desideroso di premiarmi mi domandò cosa volevo per regalo. Gli risposi, mi è sufficiente la mia paga. Mentre andava via felice e sorridente, si mise a cantare “O Sole mio”nella sua strana lingua. Durante le operazioni di sbarco, il mio sguardo incontrò quello di una ragazza aborigena addetta allo smistamento del pescato, in men che no si dica, senza neanche accorgerci ci trovammo tutti e due sotto le lenzuola del letto della mia cabina. Li rimanemmo per tre notti e tre giorni! Molti di voi, esclameranno Oohh! Senza crederci, ma le cose vi assicuro andarono proprio così. La ragazza mi ha più volte ripetuto il suo nome, ma io non sono mai riuscito a capirlo e ne pronunciarlo. Essendo, un abitante di quel luogo quasi primitivo, gli chiesi se sapeva accendere un fuoco senza fiammiferi. Mi rispose di no. Dopo i giorni d'amore, la riaccompagnai a casa con un taxi. Mi presentò tutti i suoi parenti e amici, ma anche in questo caso, non riuscii a capire chi erano i suoi genitori. Le operazioni di sbarco si prolungarono per altri cinque giorni. Una sera, venne la ragazza aborigena, mi disse che un suo zio, sicuramente era capace di accendere un fuoco senza fiammiferi. risposi...”allora andiamo a trovarlo”... quando mi spiego che lo zio viveva in una tribù distante cinquecento chilometri, in pieno deserto, mi sconfortai. Ma il desiderio di conoscere quella tecnica prevalse sullo scoraggiamento iniziale, chiesi alla ragazza di accompagnarmi da questo suo zio. La società della nave, informata della mia decisione di lasciare il comando arrivò anche a minacciarmi di morte. Oramai quello che avevo deciso era irrevocabile e mi avventurai in quel viaggio odissiaco. Il primo tratto lo facemmo col treno, poi con i cavalli e finire a piedi dato che nessuno ci dava i cavalli, infatti la zona di territorio che dovevamo per forza passare era infestata da grossi rettili di cui molti velenosi. La tribù dove eravamo diretti viveva in luoghi remoti in una forma molto primitiva. Si nutrivano di quello che la natura gli offriva, nei primi giorni mi domandavo spesso << cosa si può trovare per nutrizione in una grande distesa desertica?>> Mi sbagliavo di grosso, ovvero; gli aborigeni per nutrirsi uccidevano qualsiasi animale compreso rettili e grossi topi. Però prima di mangiarli, chiedevano perdono a gli stessi animali finanche alle piante che offrivano i loro rami secchi per accendere il fuoco. Voi direte che schifo! Vi posso garantire che non è così, in realtà se teniamo conto che, tutti i rapaci si nutrono di carne di topo, i serpenti, i gatti randagi, i cani e addirittura i pesci questo sta a significare che se fosse un cibo disgustoso non verrebbe mangiato da tanti individui di diversa specie. Camminammo per due giorni e due notti in pieno deserto, senza accorgerci eravamo arrivati a destinazione. La ragazza, mi presentò allo zio, uno sciamano, spiegando perchè mi aveva portato in quel sperduto villaggio australiano. Alchè! Questi scoppiò in una fragorosa risata e riferendo la mia richiesta a tutti gli altri membri della tribù, provocò altrettanta ilarità. Gli aborigeni non riuscivano a capire, come mai una persona evoluta proveniente da una civiltà progredita desiderava imparare ad accendere il fuoco in quel modo. Per loro al mio cervello mancava qualcosa. Incominciarono a prendermi in giro, quando mi vedevano, si procuravano un fiammifero e lo accendevano per poi correre via ridendo. Intanto tra una risata e l'altra notai che la mia accompagnatrice discuteva animatamente in una capanna con delle ragazze del villaggio. Domandai che stesse accadendo, non ebbi risposta, di colpo mi trovai da solo nella capanna in compagnia di una di loro. Lei, parlava la sua lingua a me incomprensibile, il suo tono di voce però era chiarissimo perciò senza farla alla lunga ci amammo tutta la notte su un giaciglio di pietra. Nei giorni che seguirono si verificò la stessa identica cosa, ma con ragazze diverse...tutto il villaggio era accorrente di quello che accadeva, ma nessuno protestava. In verità, a me faceva molto piacere di come andavano le cose. Dopo un po' di tempo mi venne un dubbio...sospettai che la ragazza aborigena accompagnatrice mi vendesse alle sue amiche, difatti ogni sera litigavano nelle vicinanze della capanna dove alloggiavo, poi dal loro tono intuivo che si erano messe d'accordo facendo rimanere sempre quella che gli aspettava di restare a farmi compagnia. Ebbi anche l'impressione che tutta la tribù fosse in qualche maniera consenziente. E strano ma non raro il loro comportamento, spesso sentivo dire da vecchi marinai che alcuni popoli della terra, facevano accoppiare le loro giovani fanciulle con maschi di altri popoli giusto per cambiare i loro originali lineamenti somatici preistorici ed affinarli hai tratti occidentali, per ottenere questo avevano scelto me come capo stipite di una razza aborigena più evoluta e più graziosa. Certamente non ho le prove di quello che dico, però sembra strano ed inusuale che con tanti giovani maschi del villaggio nessuno reclamava. Ah!.. un'altra cosa, non so se ho dei figli tra quella gente. Stando per un anno e mezzo con loro, imparai il rispetto della natura e di tutto ciò che ci circonda, essere generosi, non solo con il prossimo ma con tutto, specialmente con le piante e gli animali. La più stupefacente era la costruzione rapida di una piccola capanna per ripararsi dalla burrasca e difendersi dai serpenti notturni che normalmente sono molto velenosi. Con loro ho imparato ad amare il silenzio, saper ascoltare e vedere nella saggia maniera, infatti gli aborigeni non parlano molto e se sono costretti a farlo lo eseguono come un mormorio. Quello che più mi ha affascinato del loro comportamento è il rito di perdono che chiedevano in tutti casi a gli esseri viventi animali o piante che siano, compresa la madre terra, si così la chiamavano convinti anche che si tratta di un essere vivente. Come potersi avvicinare alla selvaggina durante la caccia, attività di tutti i giorni. Particolarmente affascinato ed incuriosito dei loro insegnamenti facevo un sacco di domande, ma la risposta più sorprendente fu su “Chi siamo noi?” A questa mia domanda, lo sciamano sorrise dicendomi: << tu sai chi sei tu!..>> m/forums/topic/40287-leggere
  7. flambar

    "Lu Curtu e Lu Smilzu"

    http://www.writersdream.org/foru “LU CURTU E LU SMILZU” Eravamo attraccati nel porto di Hull in Inghilterra, nella regione del Yorkshire. E' una città famosa come porto di pescatori. Durante la franchigia, in un Bar incontrai due marinai, Piluti e De Vita eravamo tutti membri dello stesso equipaggio. Il nomignolo di Piluti era “lu Smilzu”perchè era alto e magro, mentre invece quello di De Vita era “lu Curtu”questo perchè era basso e tarchiato. Chiesi per mera curiosità che cosa stessero facendo in quel Bar mi risposero che aspettavano delle ragazze. In quel periodo storico, in Inghilterra, era più facile fare amicizia con le ragazze inglesi, erano molto disinibite, rispetto alle ragazze italiane. Gli augurai una buona serata e andai via. A notte fonda, fui allertato dal marinaio di guardia allo scalandrone. Da lontano gli era sembrato di vedere, lu Curtu e lu Smilzu, non camminavano bene seguendo dritto la strada ma la percorrevano a zig – zag come se fossero ubriachi. Ero molto preoccupato, le banchine d'Inghilterra sono molto alte per effetto delle alte e basse maree. Diedi ordine al marinaio di guardia di recarsi a dare un aiuto ai marinai per evitare si facessero male. Il marinaio appena giunto vicino, si accorse che non erano affatto ubriachi ma erano stati picchiati a sangue molto duramente. Giunti a bordo, chiesi a Piluti e a De Vita di raccontarmi cosa era successo e chi li aveva ridotti in quello stato. Dissero che, dopo averli salutati nel Bar dove ci eravamo incontrati, si accomodarono alle sedie libere del loro tavolino due ragazze inglesi. I due marinai, non conoscendo le usanze del luogo avevano pensato che quelle belle figliole ci stavano. Addirittura, lu Smilzu suggerì a lu Curtu di offrire da bere e di regalare dieci sterline inglesi a testa. Le ragazze felicissime ringraziarono”thank you”. A lu Curtu l'offrire dieci sterline gli pareva una miseria, per cui propose di dargliene altre quaranta tanto per non sembrare taccagni. Le ragazze felicissime li ringraziarono di nuovo. I due marinai, oramai cotti, pensarono che avrebbero passato una notte da favola. Ad un certo punto della serata, le due ragazze si alzarono e salutandoli andarono via.”thank you, Bay bay”. I due marinai non conoscendo la lingua, si convinsero che fossero andate via per organizzare al meglio la serata che già per se si presentava scintillante. Perciò, rimasero al tavolino ad attenderle. Oramai era giunta mezza notte ed il Bar doveva chiudere la sua attività. Lu Smilzu e lu Curtu non avevano nessuna intenzione di lasciare quel Bar insistevano di voler attendere ancora le due ragazze per chiudere in bellezza la serata. I titolari del Bar, cercavano di spiegargli, ovviamente parlando in inglese di non aspettarle tanto non sarebbero mai venute, i due marinai non conoscendo la lingua non riuscivano a capire. In fine, i camerieri chiesero l'intervento ad un pizzaiolo italiano assunto in una locanda nelle vicinanze il quale spiegò a lu Smilzu e al lu Curtu che le ragazze non sarebbero mai tornate e il Bar doveva chiudere. Non c'era verso di convincerli ad uscire dal Bar. Purtroppo, una parola tira l'altra...scoppiò una rissa furibonda e i due marinai ebbero la peggio. A me dispiaceva molto vederli cosi martoriati, oltretutto erano due uomini dal gran cuore, avevano anche una certa età, tutti e due erano prossimi alla pensione. Quella notte, non riuscii a chiudere occhio pensando al marinaio Piluti e al marinaio De Vita. La mattina presto, chiamai in assembla l'intero equipaggio, per informarlo di come si erano volti i fatti della rissa e non potevamo far finta di niente lasciando correre, comunque non eravamo tutti d'accordo sulla maniera di punire gli scellerati che avevano ridotto quasi in fin di vita quei due vecchi marinai. Tuttavia, eravamo d'accordo che la punizione si doveva fare. Una sera, non si è mai capito come mai, ci trovammo tutti nel salone equipaggio, il sangue e il desiderio di vendetta prevaleva su qualsiasi argomento che esponevamo, insomma la testa era partita a tutti e allora decisi ci armammo di asce antincendio, catene, tubi di ferro, tutto ciò che poteva consentire di distruggere il Bar e la pizzeria in questione. Ma...la volontà di Dio, mi consigliò di fermare la spedizione punitiva perchè nelle condizioni psichiche che eravamo poteva anche scapparci il morto. Indi, tornammo a bordo ad aspettare il giorno della partenza. Quattro ore prima della partenza all'albeggiare, svegliai il direttore di macchina ed il primo ufficiale sia di macchina che di coperta, stabilii di procurarci dei bidoni di plastica dalla capienza non più di dieci quindici litri per riempirli di benzina, difatti mi ero accorto che nelle vicinanze dei due locali c'era un impianto automatico di carburanti per autoveicoli. Una volta appurato che dentro i locali da distruggere non c'era anima viva ponemmo fuoco a tutto, poi a passo normale tornammo sulla nostra nave. A l'orario stabilito per la partenza con tutta calma lasciammo il porto di Hull che in quel momento con sirene delle ambulanze e dei pompieri sembrava fosse scoppiata l'apocalisse, un fumo nerissimo aveva coperto l'intera città. Al capo macchine, gli venne un dubbio, mi chiese se avessi notato telecamere nel distributore di benzina, risposi <<certo che le ho viste>> << Ma sei matto>>disse il capo macchine, fai conto che ci hanno scoperto e catturato. Gli risposi, << difatti abbiamo da una ora a poppavia un cacciatorpediniere che ci segue >>dissi al macchinista e ai due ufficiali di stare tranquilli, la posizione delle telecamere avevano ripreso solo me. Trascorsa una mezzora di tempo dal caccia si alzò in volo un elicottero con a bordo le forze speciali. Armati come erano si impossessarono della nave, gridando volevano sapere chi era il comandante, al presentarmi mi misero i ferri ai polsi ed accostarono per centoottanta gradi il natante al mio comando. Ci stavano portando in dietro. All'arrivo nel porto di Hull, c'era ad attendermi tutte le autorità della città per interrogarmi. La prima cosa che mi fecero presente era che in Inghilterra vi era la pena di morte per impiccagione. Siccome non rispondevo alle loro domande tendenziose, al chiedermi il perchè stavo facendo scena muta risposi, <<di darmi la possibilità di difendermi,>> in coro esclamarono <<è un tuo diritto!>> Allora seguitemi. Accettarono la mia richiesta, li portai in ospedale dove erano ancora ricoverati i due marinai massacrati. A presa visione si ammutolì l'intera autorità della città. Mi liberarono dalle manette, in ventiquattro ore fu fatto il processo e mi condannarono a dieci mesi di prigione, pena sospesa. Nel lasciare l'aula del tribunale il giudice ad alta voce mi disse <<non ci sono riuscito io in tanti anni a chiudere quei locali, ci sei riuscito tu in poche ore. Grazie.>> In seguito, un impiegato dell'agenzia della nave mi mostrò, dei giornali inglesi che avevano scritto degli articoli sull'accaduto. nel contenuto erano tutti più o meno uguali dandomi il nomignolo di “Capitan Smashes”(Capitan Fracassa) alla fine mi ringraziavano di aver liberato la città dal quel covo di delinquenti. m/forums/topic/41185-mentr
  8. flambar

    "Scafo da combattimento"

    http://www.writersdream.org/forum/Forums/topic/39291-dim Durante le vacanze a Puerto Cortes in Honduras, conobbi uno strano e misterioso personaggio dal nome "Schreiber" sicuramente di origine tedesca. Costui venuto a conoscenza che ero un ufficiale di marina, mi offri un imbarco da comandante su di un motoscafo ormeggiato nel porto di Gibuti. in corno d'Africa. In questa zona del nostro pianeta, ventiquattr'ore su ventiquattro si verificano dei terremoti. Si pensa che l'intero corno d'Africa si stia staccando dal continente. Da Puerto Cortes, fu necessario cambiare cinque aerei per raggiungere Gibuti. Nell'aeroporto di Gibuti, mentre recuperavo le valigie, un tassista ad alta voce chiamava il mio cognome...mousieur Ucci...mousieur Ucci...gli feci cenno con la mano, mi disse che aveva l'ordine di condurmi a bordo. Arrivato sottobordo, notai che non era un motoscafo qualsiasi la forma mi indusse ad osservarlo con più attenzione, la denominazione poi era ancora più inconsueta"Laissez - les"(Lasciamoli) In poche parole si trattava di un grosso scafo da combattimento, totalmente costruito in alluminio pesante di cinque centimetri di spessore e di cinquanta metri di lunghezza, trasformato in un lussuoso panfilo a propulsione aerodinamica. Rimasi sorpreso! Non ero mai stato al comando di un simile natante. Dissi a me stesso...<<qua son caxxi amari!>> Salito a bordo, il marinaio di guardia mi intimò di scendere subito a terra, gli feci presente che ero il nuovo comandante. Con molte possibilità vedendomi molto giovane rispose:<<e io sono l'Ayatollah Khomeini>> fui costretto a prendere un'altro taxi per trovare alloggio in un albergo. L'indomani mattina, mi presentai all'agenzia marittima della nave, un impiegato mi accompagnò a bordo. Finito di sistemare le valigie nel mio alloggio. Chiesi al direttore di macchina di nazionalità inglese, se a bordo era tutto in ordine per provare lo scafo. All'occhei del macchinista, ordinai il posto di manovra. L'imbarcazione data la sua potenza, per avere una manovra più sicura in porto, aveva un motore ausiliare a propulsione meccanica di mille cavalli asse. Raggiunto il mare aperto e cioè l'oceano Indiano, il macchinista voleva provare l'intera potenza aerodinamica del natante, io incuriosito acconsentii, anche perchè volevo sapere con chi avevo a che fare e cosa tenevo tra le mani. Messo in moto il reattore, per tutto lo scafo si avverti come un sussulto, pareva un animale vigoroso, svegliato da un lungo sonno con l'intento di scatenare tutta la sua forza. Con molta cautela, aumentai la potenza, era incredibile la sua velocità sembrava di volare. Il buon senso mi consigliò di non andare oltre il cinquanta per cento della sua energia. Almeno nelle prime volte. Nei giorni successivi, venni a conoscenza che tutto il personale era stato da poco imbarcato cioè nessuno conosceva la nave compreso il direttore di macchina ed anche io che ero il comandante. Indi! Dovevo abituare l'equipaggio e me stesso al particolare natante in cui eravamo imbarcati. Perciò, effettuai altre prove anche con cattivo tempo. Prodigiose le sue capacità marinaresche, lanciato a tutta velocità con mare forza quattro cinque non si avvertiva nessuna vibrazione ne colpi di mare chi aveva proggettato quel natante sapeva il fatto suo. In una di queste prove chiesi un caffè, e chi mi trovai di fronte?...il marinaio che mi aveva cacciato di bordo. Ricordandosi di me gli cadde il vassoio con tutto il caffè. Tranquillo dissi, in fin dei conti stavi svolgendo con responsabilità il tuo servizio. Restammo ormeggiati a Gibuti una ventina di giorni. Finalmente, arrivò l'ordine di cambiare l'ormeggio per caricare della merce che si trovava ad un'altro molo. Imbarcammo più di diecimila scatole di cartone non sigillate e senza alcuna etichetta, il loro contenuto era sconosciuto a tutti. Finita l'operazione d'imbarco puntai la prua per Gedda porto dell'Arabia Saudita. Pur non usando tutta la potenza dello scafo, impiegammo poco tempo per arrivare a destinazione. Entrati nel porto di Gedda, subito finita la manovra di ormeggio, si avvicinò sottobordo un grosso Tir nella quale scaricammo tutta la merce imbarcata a Gibuti. Il Tir, a sua volta carico, partì ma, dopo una manciata di ore vennero degli agenti di polizia a prelevarmi. Chiesi il perchè di questo atto di forza, non ci fu risposta alcuna sembravano tutti muti e sordi. Ho una profonda conoscenza dei popoli e, quando si comportano in questo modo li ritengo delle teste di capra. Ragion per cui, salì sulla loro camionetta e ci avviammo nel deserto. Percorsi una settantina di chilometri, subito dopo una curva c' era il Tir ribaltato che avevamo caricato qualche ora prima sottobordo. Buona parte delle scatole si erano rotte e rovesciate sull' asfalto infuocato. Un considerevole numero di bottiglie frantumate, con il caldo emanavano un forte odor di alcool. Nel frattempo arrivò una grossa gru che raddrizzò il Tir e lo posizionò in gareggiata. Appurando l' inutilità della mia presenza in quel luogo mi avvicinai ad un tizio pieno di medaglie, poi seppi era il capo della polizia. Gli chiesi per quale motivo mi avevano portato lì. Questi evidentemente non conoscrendo alcuna lingua mi fece capire che il Tir dovevo pilotarlo io. Risposi, come io? << Non tengo neanche la patente dell' auto! E vuoi che piloti un Tir ?>> Per risposta, quello con le medaglie fece cenno ad un altro arabo di consegnarmi la patente ed era anche a mio nome. Insomma tutto in regola e se non mi sbrigavo ad ubbidire mi avrebbero accusato di contrabbando d'alcool. Nei paesi mussulmani per un reato del genere è prevista anche la pena per decapitazione. Il capo della polizia, si avvicinò e a cenni mi fece capire che << se sapevo pilotare una nave ero capace anche di pilotare un Tir.>> Pensa un po' tu in che casino mi trovavo. Comunque, come si dice, <<al toro infuriato è saggio prenderlo per le corna>>Indi! con la fifa a dosso presi posizione alla guida del Tir. Non sapevo neanche come avviarli il motore, tanto che domandai di indicarmi dove era situata la chiave di messa in moto. Dopo non poche difficoltà, riuscii a farlo singhiozzare. Però man, mano che provavo fui capace di farlo camminare, si d'accordo era un disastro ma andava. Percorsi alcuni chilometri in quelle condizioni iniziai a prendere confidenza con il Tir, Strada facendo, sentendomi più sicuro provai ad andare più veloce, tutto andava per il verso giusto. Trascorsero più di tre ore di cammino nel deserto. Arrivati a destinazione scortati dalla polizia, entrai con tutto il Tir in un enorme parco coltivato con fiori di ogni genere sembrava un paradiso nel deserto. Fermai il mezzo da trasporto in un piazzale antistante una lussuosa casa, nella quale si doveva scaricare la merce. Durante il trasferimento, venni a conoscenza che il carico era destinato ad un facoltoso e nobile arabo. Subito dopo, sopraggiunse un grosso furgone di colore scuro, dal quale uscirono un gruppo di donne tutte coperte da burqua integrale, pensai, faranno parte dell'harem del nobile. Quando mi passarono vicino le sentii mormorare e ridacchiare. Intuii che mi stavano guardando con occhi maliziosi, ma anche il loro accompagnatore si è accorto e di conseguenza servendosi di uno scudiscio le rimise in ordine. La legge islamica è molto severa con le donne che si espongono verso un uomo ed in particolare a quelli che non seguono la stessa religione. Da questo episodio deduco che i ricchi mussulmani seguono gli stessi principi dei preti cattolici...ovvero, <<Fratelli fate ciò che vi dico io ma non fate quello che faccio io.>> Al mio ritorno a bordo, raccontai tutto al direttore di macchina che scoppiò a ridere, aggiungendo; <<ti è andata bene, se ti beccavano alla guida del Tir col carico che trasportavi come minimo ti avrebbero decapitato>>. Io replicai, ma! <<Ero scortato dalla polizia.>> Nel momento di scendere in sale macchine mi rispose, <<quelli non erano poliziotti.>> Accidenti! <<Tutte a me devono capitare!>> I giorni successivi si instaurò il sospetto che lo scafo era utilizzato per il contrabbando, all'insaputa dell'equipaggio. Una mattina di buon ora, si avvicinò allo scafo un camion di colore sabbia sembrava militare. Avevano ordine di caricare della merce a bordo. Si trattava di duecentotrenta casse di legno, come al solito non sigillate senza etichette e con l'ordine scritto in arabo, da trasportarle nel porto di Aden nello Yemen. Fermai le operazioni d'imbarco della merce, informai l'agenzia marittima della nave che il natante al mio comando essendo un panfilo non era abilitato al trasporto di merci. In quattro e quattro otto. Un impiegato dell'agenzia mi recapitò un documento di abilitazione dello scafo, originale e scritto pure in italiano. Hai portuali, non fu necessario metterci tanto tempo per caricare a bordo le casse in questione. Chiamai il direttore di macchina dicendogli cosa pensavo; rispose <<tu sei il comandante io sono solo un tecnico,>> lasciando tutta la responsabilità a me. Deciso, ordinai ad un marinaio di aprire una cassa e scoprì che la sua confezione era formata da fucili d'assalto kalashnikov. La situazione era molto seria, mi domandavo, chi fosse costui che rischiava il sequestro per contrabbando di uno scafo molto più del valore del carico che trasportava? A questo punto, mi rifiutai di partire. Perciò, andai in agenzia a chiedere lo sbarco. Ritornato a bordo per prendere le mie cose, trovai sulla banchina dove stava ormeggiato il battello una moltitudine di gente in mimetica. Salito a bordo, presi possesso delle mie valigie, mentre mi apprestavo ad uscire due soldati armati ostacolarono il mio sbarco indicando di seguirli. E bene sapere che, non conoscevo queste persone e ne sapevo distinguere i loro gradi o mansioni. Comunque fui messo di fronte a quattro individui e subito incominciarono a minacciarmi di contrabbando. Insomma ero in trappola. Loro credevano e io glielo feci anche credere. Dissi, ma voi! <<Trasportereste un carico di questo tipo con la paga sindacale?>> A questa domanda si guardarono in faccia l'uno con l'altro, esclamarono! <<Questo era il problema?>> Mi chiesero a quanto corrispondeva la mia remunerazione, risposi cinquemila dollari americani al mese. Accettarono subito la richiesta. In serata ordinai il posto di manovra. Diedi un lungo sospiro di sollievo uscendo dal quel porto del caxxo. In mare aperto,(non tanto aperto, difatti, si era in navigazione in mar rosso) mi vennero dei dubbi, pensavo, che c'era anche la possibilità di cadere nelle mani nemiche o addirittura essere attaccato dai pirati considerando la zona. Tormentato dai dubbi anche perchè il mio primo dovere era la sicurezza dell'equipaggio. Si, avevamo delle armi a bordo, ma non eravamo truppe d'assalto. L'unica arma a nostro favore era la formidabile potenza del nostro scafo. Indi; allertai tutto il personale per abituarlo a delle accelerazioni improvvise. La parola d'ordine era “Cristo”a questa parola, tutti all'istante eravamo obbligati per propria sicurezza ad afferrarci a qualcosa di robusto per non subire danni fisici. In navigazione di notte, il radar era sempre acceso ma sapevo anche di non potermi fidare più di tanto. Ovvero, i radar di bordo alle navi, difficilmente rilevano le imbarcazioni piccole e basse sulla linea di galleggiamento. Difatti, non c'era più tempo, quando capimmo di essere circondati da scafi piccoli e veloci con a bordo gente armata e ostile. Per primo avvertimento fecero partire una raffica di mitra sulla nostra prua. Controllando il punto dove era stata sparata la raffica, non riuscivo dal ponte comando a vedere il danno che poteva causare allo scafo, per sicurezza siccome era notte osservai il punto con il binocolo a raggi infrarossi. Niente, neanche un graffio. Allora decisi Ordinai al macchinista il pronto in macchina, sapendo che i proiettili nulla avrebbero causato ad uno scafo di alluminio pesante di cinque centimetri di spessore, dissi, all'equipaggio di entrare in Tuga e gridai “Cristo!”dando tutta la forza in avanti, partendo a razzo si verificò una tremenda esplosione che squarciò la silenziosa notte dell'intero mar rosso tanto da lasciare inibiti sia noi e quelli che ci minacciavano. Osservare uno scafo di cinquanta metri di lunghezza planare sull'acqua a tutta forza è uno spettacolo stupendo, costatammo in oltre che non vi era nessuna vibrazione e il natante filava liscio a fior d'acqua come un predatore. Coloro che ci erano ostili non fecero neanche in tempo a sparare un sol colpo. Dopo qualche ora, si presentò il macchinista, disse che i consumi a quella velocità erano eccessivi e se poteva diminuire la potenza, io acconsentii. Nella mattinata, prima di arrivare a destinazione chiamai in assemblea l'equipaggio, chiesi loro cosa preferivano, andare a Gibuti con tutto il carico e rischiare un sequestro per contrabbando d'armi o consegnare il carico ai destinatari facendo finta di niente e poi prendere la rotta per Gibuti. Ad unanime decidemmo per la seconda opzione.
  9. flambar

    "Sergente Jaxson"

    http://www.writer'sdream.org/forum/forums/topic/40045-mi-11 Tutte le volte che tornavo a Brindisi, dopo un lungo periodo d'imbarco, mi piaceva passeggiare sul lungo mare. Era il mese di Gennaio e faceva tanto freddo, gradivo molto passeggiare e respirare quella lieve e gelida brezza marina. Quel giorno mi trovavo nei pressi dell'Hotel Internazionale. A poca distanza davanti a me, una bambina di colore, correva pericolosamente vicino ai margini della banchina. Pensavo ci saranno i genitori? Anche se in quel momento non notavo nessuno che la seguisse e controllasse. Nello stesso momento che facevo tutte queste riflessioni, la bimba ha inciampato ed è finita in mare. Senza esitare correndo mi tuffai sul punto dove avevo visto andare a fondo la bambina ma, i vestiti pesanti inzuppandosi d'acqua mi limitavano i movimenti ed una volta impregnati, mi tiravano sul fondo marino. Non riuscendo a toglieli di dosso incominciai a strapparli, gli sforzi che facevo mi aiutarono a sopportare l'acqua gelida, scura e inquinata impossibile vedere qualcosa. Costretto a effettuare apnee a tentoni. A quei tempi ero molto allenato in apnea per cui dopo interminabili minuti sott'acqua, riusci ad afferrare la bimba. La presi per le braccia e la tirai su consegnandola tra le mani tese di un uomo di colore. Dopo seppi che era il padre. Per tutto il tempo che ero rimasto in mare seminudo, i miei muscoli si erano intorpiditi tanto d'avere difficoltà a uscire fuori dall'acqua. Con grande sforzo...riuscii a tornare sulla banchina. Ero fracido ed infreddolito tremante come una foglia. Una settimana dopo, quel tragico episodio, passeggiavo come al solito sulla banchina dellungomare, si avvicinò l'uomo di colore a cui avevo consegnato la piccola era alto più di due metri. Si presentò come il papà della piccola, ringraziandomi di aver salvato da morte certa la figlia. Non finiva mai di baciarmi le mani. Per riconoscenza mi voleva riconpensare con del denaro che rifiutai. Disse che era un sergente della base nato di Brindisi e si chiamava "Jaxson". Intuendo la mia abitudine di passeggiare sul lungomare del porto, faceva in modo di incontrarci per caso e poi offrirmi da bere. Nacque una profonda amicizia e una grande fiducia reciproca. Un giorno, doveva incontrare una donna di sua conoscenza, mi chiese se potevo tenere la bimba com me per qualche oretta. Ma l'oretta passò, facendo spazio a due orette, fino ad arrivare a tre orette. Siccome la piccola diceva di avere fame ed aveva ragione essendo oramai le quattordici e trenta. decisi di portarla a casa mia. Appena arrivati a casa, mia madre che aveva sempre desiderato di avere una figlia, fu felice di vedere la piccola e rivolgendosi verso di lei con molta dolcezza disse... <<che bel angioletto nero>> pensando che fosse figlia mia...mi prese per un braccio e mi trascinò lontano dalla bambina per inveire contro di me...<<mascalzone cosa hai fatto? Questa è figlia tua!>> Per come era infuriata sarebbe stato difficile spiegarle e fargli capire che non era figlia mia. Non credendomi, si mise in braccio la piccolina prendendo finalmente posto a tavola. Mentre stavamo pranzando, notai che mia madre era felicissima di tenere in braccio la piccola, convinta oramai che fosse sua nipote. Finito di pranzare, uscii col mio cane "Satana"per fargli fare i suoi bisogni, la mamma rimase sola con la piccolina. In quel frangente, bussarono alla porta di casa, mia madre aprendo si vide davanti un uomo di colore alto più di due metri. Disse che era il padre della bimba ed era venuto per riprenderla. La mia mamma, convinta che fosse figlia mia, lo cacciò in malo modo sbattendoci la porta in faccia. Da dietro la porta iniziò a gridare<<questa è figghia di Cosiminu mia!>>(questa è figlia di Cosimino mio) Il sergente sentendo queste parole, minacciò di sfondare la porta, se non si sbrigava a consegnarli la piccola. Mia madre a sua volta lo minacciava di chiamare i carabinieri. Ma fu Jaxson a chiamare i carabinieri che arrivarono contemporaneamente al mio ritorno dalla passeggiata con Satana. Il sergente Jaxson ostinato batteva le mani sulla porta di casa della mia mamma gridando: quella è mia figlia dammela in dietro, a sua volta mia madre replicava: <<questa piccinna è nipotima figghia di Cosiminu mia perciò ti ndi puru sciri>>(questa piccolina è mia nipote figlia di Cosimino mio, perciò te ne puoi andare) anche i carabinieri si misero a gridare<<signora apra la porta o saremo costretti a abbatterla>>. Insomma gridavano tutti. Per calmare le acque, proposi a Jaxson di lasciare la piccola a mia madre per un pò, ovviamente rifiutò. allora mi venne una idea, pensando che con questo di convincere mia madre che non era figlia mia. Proposi: di porre la bimba tra me ed il sergente e di chiamarla per nome, con certezza la piccolina sarebbe andata con chi gli piaceva stare. Mia madre aprì subito la porta ed anche il sergente americano acconsentì di stare al gioco, per cui, ponemmo la bimba in mezzo a noi. La chiamò prima il sergente subito dopo toccò a me, e non vuoi che la piccina si lanciò a braccia aperte su di me. A questo punto, mia madre velocissima prese la bambina tra le braccia barricandosi di nuovo dentro casa gridando <<ha vistu...questa è figghia di Cosiminu mia e cioè nipotuma Mo! Aria!>>(hai visto, questa è figlia di Cosimino mio cioè mia nipote, adesso vai via). Per non ricominciare tutto daccapo, riuscii a convincere Jaxson a lasciare la bimba con noi per qualche giorno oppure fino a quando non sarebbe arrivata la sua ex moglie. Passarono un paio di giorni. Venne a casa la mamma della piccola. Mia madre la osservò a lungo e dato che la riteneva molto bella esclamò! <<sta femmina non teni nisciunu piccatu eti bedda comu na mattonna negra>>(questa donna non ha nessuna bruttezza è bella come una madonna negra)Poi rivolgendosi a me disse.<<ma moi si tu l'amanti di sta femmina?>> Con mia madre non c'era molto da spiegare si doveva solo acconsentire, oramai convintissima di quello che credeva aggiunse: sei stato talmente mascalzone da rendere cornuto quell'uomo di due metri. A fine scelsi di starmene zitto. E mo; viene il bello!...nel momento dei saluti e delle strette di mano, stranamente notai che la mia mamma aveva una espressione rassegnata mentre consegnava la figlia alla signora americana, la sentii borbottare << la mamma è la mamma>> Ma la piccola, si rifiutò di lasciare la mano di mia madre. A questo punto, feci opera di persuasione anche con la madre della bimba per farla rimanere ancora per qualche giorno. La signora americana, rispose che potevamo tenerla per un paio di mesi . Mia madre felicissima di tenere finalmente una nipotina anche se temporaneamente.
  10. flambar

    "Marinai guai si donne mai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39370- Eravamo ormeggiati nel porto di Ploce ex Jugoslavia, con una nave "Ranchera" (termine indicativo delle navi che trasportano bestiame vivo) di cui ero il comandante. Dovevamo imbarcare trecentocinquanta vitelli e trasportarli a Tripoli in Libia. Finite le operazioni di imbarco del bestiame, salpammo con direzione il porto di Tripoli. La navigazione si svolse serena perciò nulla da segnalare. Arrivati a destinazione. Finita la manovra di ormeggio, scesi in franchigia per visitare al città che ancora non conoscevo. Passeggiando, ammiravo le bellezze Nord africane, mi soffermai di fronte una vetrina, dove erano esposti orologi da polso per uomini. Mentre li osservavo, rimasi incantato dalla bellezza di una venere creola che si rifletteva sulla vetrina. Voltandomi, esclamai in dialetto brindisino<<sorii miaa cce ssi bedda!>>(sorella mia quanto sei bella) Ovviamente, quello schianto di femmina, non capi quello che gli avevo detto, ma lo intuì sicuramente dalla mia espressione. Purtroppo l'ha intuita anche colui che era al suo fianco di cui non mi ero accorto. Era il marito. Mi aggredi verbalmente in lingua araba, di conseguanza io lo aggredì verbalmente in dialetto brindisino, Sembrava la torre di babale. Adagio adagio fui circondato da gente che non centrava niente, intuendo il loro progetto e temendo anche per la mia vita, con tutta calma appoggiai le spalle al muro, per averli tutti di fronte. Anche se ero molto giovane, tenevo molta esperienza di risse tra marinai. All'accorgermi di uno di loro, che tirava fuori di tasca un coltellaccio arabo gli sferrai un pugno spaccandogli la mascella, poi caduto violentemente a terra rischiava di morire soffocato dal suo stesso sangue che gli usciva abbondantemente dalla bocca. Si avvicinò un'altro e fece la stessa fine. Gli altri consapevoli che non era tanto salutare avvicinarsi, restarono fermi. Approfittai di questa loro insicurezza per soccorrere l'uomo che avevo colpito per primo. Tenendo sempre sotto controllo coloro che mi stavano di fronte, lo girai su un fianco gli aprii la bocca con le mani per consentirgli di respirare. In quel momento arrivò la polizia tripolitana, mi consigliò di salire immediatamente sulla loro camionetta e andare via perchè si era radunata molta gente ostile nei miei confronti. Ubbidii! La loro divisa era molto strana, simile a quella dei carabinieri italiani, ma meno elegante. In caserma c'era già ad attenderci, la bella creola col marito la quale ancora furioso chiedeva vendetta. Sotto la caserma, si era radunata un'imponente folla decisa a linciarmi. Rimasi sorpreso quando il commissario in perfetto italiano mi disse <<ma che cazzo combini?>> a Tripoli è pericoloso fare dei complimenti a una donna! Risposi non capisco cosa avrei detto di tanto offensivo, ho fatto solo un complimento. Il commissario si alzò ed adirandosi mi disse << non ammettono apprezzamenti perchè sono di loro proprietà>>. Ironicamente gli domandai; le comprate? Rimasi allibido quando mi rispose di si! Di fatti la bella e giovane egiziana era costata al marito, trenta capre e quindici vitelli. In sintesi, il marito pretendeva un risarcimento solo perchè avevo maltrattato la sua proprietà. Ero giovane, mi sentivo in pericolo dovevo trovare una risoluzione. Rivolgendomi al capo della polizia gli domandai, ma tu se vedi una donna cosi bella non ti viene di fare degli apprezzamenti? Rispose <<l'avrei rapita>>. Il commissario a mia insaputa mise in atto una sceneggiata. Ad alta voce in arabo mi puntò una pistola in mezzo le costole, mi spinse verso una camionetta dove c'erano altri polizziotti e mettendomi le manette mi accompagnarono dentro il mezzo di trasporto. Pensai, adesso mi portano in carcere, ma mi sbagliavo. Diedi un grande sospiro di sollievo quando mi accorsi che ero sottobordo la mia nave. Il capo della polizia, scendendo dalla macchina e rivolgendosi ai marinai chiese a gran voce di chiamare il comandante. Da dentro la camionetta non capivo le richiesta del poliziotto ma sentivo le sue grida, ed incominciai a preoccuparmi di nuovo. Fortuna vuole che il signor De Vincentis il primo ufficiale di coperta. Scendendo dallo scalandrone mi vide. E chiamando a se il commissario gli disse. <<smettila di gridare il nostro comandante c'è l'hai tu!>> E mancato poco per crepare dalle risate. Saliti a bordo mi tolsero le manette. Li accomodai nel salone ufficiali offredo loro Coca Cola, aranciate, limonate e acqua. Pensando che essendo mussulmani non avrebbero gradito altro. Nel vedere quelle bevande il commissario si mise a gridare di nuovo dicendomi << ma allora vuoi finire in galera sul serio?>> Meravigliato chiesi perchè? Non potevo crederci, dei mussulmani che mi chiedevano da bere Whisky e Cognac. A far presente che Allah poteva non essere d'accordo, replicarono; << Allah vecchio! chiudi tutto lui non vede e non sente. Indi, per tre giorni e tre notti rimasero chiusi nel salone a bere e mangiare. Una volta sobri, mi ringraziarono con grande affetto ed andarono via. Intanto si continuava a scaricare i vitelli. Per puro caso incontrando il primo ufficiale, mi accorsi di un suo turbamento. Mi disse che non sopportava il modo in cui i portuali scaricavano la merce. Questi, in possesso di un bastone con le punte elettriche davano con molta crudeltà scariche elettriche ai testicoli dei bovini per farli camminare e scendere di bordo. Poi per farli salire sui camion ne dovevano portarne otto, ma capitava che qualche bovino era più grosso e non ci andavano, allora erano guai per quelle povere bestie, i portuali si accanivano con cattiveria e con ogni mezzo per farli entrare a forza nei camion. Proprio sotto i miei occhi si stava consumando quell'orrore. Furioso, scesi dalla nave per rimproverare gli scaricatori, ma questi imperterriti ignorandomi, continuavano! Stava per accendersi la miccia di una colossale rissa tra il mio equipaggio e i portuali. Mentre accadeva tutto questo, si presentò un uomo con atteggiamento minaccioso. Mi sembrava di averlo già visto, ma ero cosi infuriato e preoccupato per la situazione molto pericolosa che si stava creando, non ci pensai più di tanto. Costui, incominciò ad inveire contro di me gridando in arabo, ma capii benissimo dai suoi gesti cosa mi stava dicendo. Ovvero, "vediti i cazzi tuoi". Era il padrone dei vitelli, dei scaricatori, dei camion e di tutta la spedizione nonchè il marito padrone della splendida creola origine dei miei guai. Durante i tafferugli, arrivò il capo della polizia e rivolgendosi a me disse <<sempre tu combini casini?>>Gli esposi le atrocità che stavano commettendo a quel bestiame, dopo si rivolse al proprietario per chidere spiegazioni. Questi con tutta arroganza, inveendo contro il capo della polizia diceva che il trasporto doveva essere fatto cosi e basta! Il poliziotto non era d'accordo e lo fece arrestare per oltraggio e maltrattamento animale sequestrando tutti gli attrezzi di tortura. In seguito, si auto invito nel salone dove aveva già trascorso tre giorni e tre notti con l'intenzione di trascorrerne altre tanto, dicendo tanto Allah non vede. Grazie a Dio il bestiame in seguito fu trattato con molto rispetto.
  11. Ospite

    Ti faranno del male - Andrea Ferrari

    Ti faranno del male – Andrea Ferrari. Titolo: Ti faranno del male Autore: Andrea Ferrari Casa editrice: Edizioni Leucotea (Leucotea Project) ISBN-10: 8899067767 ISBN-13: 978-8899067762 Data di pubblicazione: 20/04/2017 Prezzo (cartaceo): 12.90 euro, scontato su alcuni siti. Prossimamente anche l' e-book. Genere: Narrativa, Biografico, Noir Pagine: 102 Quarta di copertina: Andrea vive in un appartamento protetto del servizio di salute mentale. Vi trascorre le giornate quando non lavora come magazziniere o riflette sulla sua condizione vagando per la città. Ormai le donne sono per lui una chimera, non coltiva amicizie e ha una condizione economica precaria. L'uomo è rinchiuso in se stesso e affranto; neanche la pubblicazione del suo primo romanzo gli dona speranza. Dopo essersi ritrovato, suo malgrado, a vivere in tre diversi ospedali psichiatrici, l'arrivo di Carolina cambierà la sua vita. Questa ragazza dalle vedute antisemite e dai comportamenti particolari lo condurrà verso situazioni difficili da affrontare. Un romanzo che esaspera la naturale condizione dell'uomo: perché se tutto può andare per il verso sbagliato, quasi sicuramente lo farà. L'opera, seppur inventata, tratta in alcuni casi situazioni ed emozioni vissute in prima persona dall'autore. Per l'acquisto: Il romanzo sarà a breve (una settimana circa dopo la pubblicazione) disponibile in tutte le librerie. Le più veloci a farlo arrivare in caso di prenotazione, saranno Le Feltrinelli. Altrimenti è disponibile ai seguenti link: Amazon IBS Link utili: Edizioni Leucotea - Pagina del libro Pagina Facebook dell'autore Sito dell'autore Comunicato stampa
  12. Alessandro Cicos

    Congiuntivo

    E' corretta la frase: sarebbe bastato sparare un colpo, affinché una massiccia potenza di fuoco sarebbe giunta in pochi attimi? I due verbi "sarebbe", stonano ad orecchio ma non mi sembrano errati. Non c'è incertezza degli accadimenti.
  13. flambar

    "Il panfilo del peccato"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40592-le-tem Scontata la pena, nel carcere di Houston. Stati Uniti d'America. In breve tempo trovai imbarco come comandante di un grande e lussuoso panfilo, il cui proprietario era un facoltoso messicano. Dal porto di Houston facemmo rotta per il Messico. La paga era buona, la nave eccellente in tutti i sensi, l'equipaggio molto preparato, insomma mi trovavo molto bene. Arrivati a destinazione e finita la manovra di ormeggio, nel porto di Vera Gruz. Rimasi in attesa di nuovi ordini. Trascorsi tre giorni. si presentò l'armatore con i suoi numerosi ospiti, tutta gente facoltosa , potente sia nell'economia che nella politica, con essi vi erano delle bellissime donne. Subito dopo aver ultimato le operazioni di bunkeraggio e approvviggionamento viveri, salpammo con rotta le isole del Golfo Messico. Tutto era perfetto durante la navigazione! Ma...come succede in questi casi... non poteva andare sempre cosi! In navigazione notturna di guardia sul ponte comando, sentii della grida da donna provenienti dal salone dove erano riuniti tutti gli ospiti con l'armatore del panfilo. Allarmato, feci chiamare il contramestre (Nostromo) per verificare, cosa stesse accadendo. Con un cenno, mi azzitti, spiegandomi che se interveniamo perderemo sicuramente l'imbarco e poi ci saremo messi nei guai. Putroppo la donna o le donne continuavano a gridare anche richieste d'aiuto. Ero davvero preoccupato. Da quelle grida di dolore e le richieste d'aiuto. Il bastimento stava sotto il mio comando, rischiavo l'annullamento del titolo di capitano, perciò dovevo intervenire. Decisi di andare di persona a controllare cosa stesse accadendo. Nell'aprire la porta del salone, d'avanti a me si presentò una scena apocalittica, rimasi allibito. Il salone era pieno di fumo ma tanto fumo da stupefacenti da non vedere niente. cocaina e altre droghe diverse sparse da per tutto, sui tavoli bicchieri colmi di alcool, la cosa più preoccupante era, le donne legate e messe a terra per subire violenze e sevizie dall'armatore del panfilo e dai suoi ospiti. Tutti erano ubriachi e sotto l'effetto di droghe. A questo punto ordinai di porre fine a quella squallida orgia. Quei depravati, scoppiarono in una fragorosa risata, deridendo il mio comportamento autoritario. Un'ira incontenibile si impossesso di me, raggiunsi il mio alloggio, presi la pistola in dotazione al comandante. Radunai l'equipaggio, ordinandogli di aiutarmi a mettere fine a quel che stava succedendo, ci fu tanta titubanza nell'eseguire i miei ordini, fino ad arrivare a minacciarli di cancellare le loro matricole marinare, se non avessero eseguito quello che gli stavo chiedendo. Appena entrato nel salone dove ancora l'orgia continuava a svolgersi come se nulla fosse. Sparai tre colpi di pistola in direzione della paratia di dritta e con tono minaccioso ordinai di porre fine a quel scellerato spettacolo, diversamente li avrei messi tutti ai ferri (manette). Spaventati, si fermarono e con tutta tranquillità si fecero accompagnare nelle loro cabine accettando di essere chiusi dentro. Per sicurezza ordinai di chiudere gli Oblò e saldarli. Tutta la notte il panfilo, rimase fermo ad una trentina di miglia a Nord dell'isola di Giamaica, All'alba, decisi di consultare il proprietario del bastimento, per conoscere quale porto fare rotta in modo da potermi sbarcare. Si decise il porto di Tampico. Perciò tracciai la rotta, ponendo la prua del natante in direzione di Tampico. Tutta la navigazione si svolse in piena serenità. L'unico a non essere tranquillo ero io. Combattevo con la mia coscienza, il dovere mi obblicava a denunciare quello che era successo alle autorità marittime, ma poi mi sarei scontrato con quei pezzi da novanta. E sicuramente mi avrebbero dato filo da torcere nel difendersi dalle mie accuse. I dubbi erano molti, poi avrei vinto la causa? E giù pensieri, sopra pensieri. Ma poi ricordando come avevano ridotto quelle povere ragazze, che oltre tutto, difendevano i loro aguzzini dicendo che << era un gioco>> Decisi di andare fino in fondo. Arrivati nel porto di Tampico, finita la manovra di ormeggio, mi recai in capitaneria per denuncire il fatto. Pultroppo non mi fu possibile dare seguito alle mie intenzioni, ovvero proprio le autorità marittime mi consigliarono di non esporre denuncia. Di prendermi lo stipendio e di sparire prima che ci fossero state delle ritorzioni sia da parte dell'armatore che dei suoi pervertiti ospiti. Conoscendo in profondità la vita e in particolarità l'andazzo di quei luoghi, decisi di non esporre denuncia. Misi la coda tra le gambe e me ne tornai in Italia. Sono trascorsi più di quarant'anni dall'episodio e tutt'ora, avverto una dolorosa ferita lacerante provocata da me stesso nel profondo della mia coscienza.
  14. Alba Artemide

    Geeko Editor

    Nome: Geeko Editor Caratteristiche: casa editrice digitale ospitata su una piattaforma interattiva, che è anche un social network letterario. Chiunque può iscriversi, caricare racconti, recensioni, aggiornare un proprio blog letterario, leggere e commentare le storie caricate e interagire con gli altri utenti. Il sito è costantemente animato da varie iniziative dedicate agli appassionati di lettura e scrittura: contest narrativi, letture condivise, serate culturali di discussione, articoli di approfondimento, esercizi di scrittura creativa. Generi trattati: narrativa, senza esclusione di generi, comprese le raccolte di racconti. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.geekoeditor.it/proponi-la-tua-opera/ Distribuzione: I libri sono pubblicati in e-book (pdf, epub e formato per kindle) e scaricabili dal sito geekoeditor.it; sono inoltre scaricabili in formato pdf sulle principali piattaforme di distribuzione, attraverso il circuito di BookRepublic. Sito: https://www.geekoeditor.it/ Facebook: https://www.facebook.com/GeekoEditor/ Instagram: https://www.instagram.com/geekoeditor
  15. flambar

    "Albatros"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40616-osser Ero al comando del motopesca oceanico"Marlin"da millecinquecento tonnellate di stazza. L'equipaggio era formato da marinai di diverse nazionalità. In zona di pesca a centotrenta miglia a Sud-Est dell'arcipelago dell'isole Kerguelen. In pratica queste isole sono situate a Sud dell'oceano Indiano molto vicino all'Antartide, è fra i pochi posti al mondo impossibile da raggiungere. Faceva molto freddo il vento perennemente teso e gelido, sembrava che volesse tagliarci le orecchie. . verso l'ora di pranzo, a poppavia del traverso, sentii un frastuono molto acceso. Andai a controllare cosa stesse accadendo, due membri dell'equipaggio cercavano di catturare un Albatro. La povera bestia era trattenuta da un grosso amo da pesca conficcato nel becco. In un primo momento, mi è venuta a dosso una irresistibile voglia di buttarli a mare tutti e due. ma da come gli ho guardati, hanno intuito che era necessario per loro sicurezza cambiare subito aria. L'Albatro è tra gli uccelli più grandi al mondo. E' un animale fantastico, enorme, fortissimo e potentissimo. dotato di una buona intelligenza e sensibilità. Ha un gran corpo dal colore bianco candido e sfumature nere sulle ali e sulla coda, la sua apertura alare e di quasi quattro metri. Ho sempre ammirato questo magnifico uccello nella sua formidabile destrezza a volare velocissimo rasente l'acqua Oooh!quasi toccarla, sfruttando le correnti d'aria create dai marosi. Con molte probabilità, l'Eterno Dio, gli ha impiantato dei sensori pe fagli percepire il senso delle correnti d'aria. insomma è come se avesse in se un pilota automatico. in oltre, ho rilevato che è capace anche di nutrirsi durante il suo volo rasente in mezzo ai grossi marosi della tempesta. Gli Albatros li ho sempre visti in pieno Oceano o quando eravamo in radar all'ancora a ridosso delle isole Kerguelen. Atterrano solo per covare le loro uova e allevare i propri cuccioli con grande amore. Era mia intenzione di liberargli il becco e lasciarlo andare, ma era ancora nel pieno delle sue forze e poteva causarmi delle ferite anche gravi. Persciò rimandai tutto a dopo pranzo. Rivolgendomi con tono duro all'equipaggio, ordinai di non fargli del male. Entrato nel mio alloggio per lavarmi le mani, osservai a traverso l'oblò quell'incantevole creatura, rimanevo affascinato della sua imponenza, fierezza e dal suo colore candido era divino. Finito di pranzare ordinai al capo pesca di portarmi i due marinai autori della cattura dell'Albatro. Si presentarono due marinai filippini. Chiesi loro, cosa serviva uccidere un animale cosi bello? Risposero, che lo avrebero imbalsamato per poi venderlo. Andai su tutte le furie, li afferrai per il petto e scuotendoli con molta violenza gli gridai << avete mancato di rispetto ad un dio!>>Adesso sicuramente saremo colpiti di gravi disgrazie. Non l'avessi mai detto. Mi ero dimenticato che i marinai filippini erano molto superstiziosi. Scoppiarono in un pianto disperato, suplicandomi di poterli aiutare a ripagare all'errore commesso." avevo raggiunto il mio scopo" Pur sapendo cosa dovevo fare, feci finta di riflettere, dopo qualche minuto di silenzio, gli ordinai di lasciare libero l'Albatro e che potesse volare felice nei cieli dell'oceano. Terrorizzati della maledizione che incombeva su di loro accettarono di buon grado. Ma liberare l'Albatro non era una cosa semplice. Nessuno di noi aveva abbastaza coraggio di avvicinarsi a quell'essere impavido e potente. Feci appena in tempo a fermare un marinaio che stava per tagliare la fune che lo teneva prigioniero. Spiegai ai marinai che dovevamo fare un lavoro fatto bene e coscenzioso perchè a parte le sofferenze non avrebbe avuto la possibilità di nutrirsi condannandolo a una brutta fine. Per cui per prima cosa dovevamo liberargli il becco dall'amo. Ma come diavolo potevamo avvicinarci? Pensai alla maniera di come si catturano i cani e cioè accalappiarlo. Finalmente...ma quale finalmente? Il suo dimenarsi era impressionante, stavamo perdendo coraggio, alla fine dopo vari tentativi riuscimmo a bloccare quella furia scatenata e a liberargli il becco dall'amo. Dopo di che lo lasciammo libero di volare. Per nostra sorpresa non spicco nessun volo, anzi quatto quatto se ne andò a rifuggiarsi a prua. Pensammo che fosse stanco e come si sarebbe riposato avrebbe preso il volo. Ma quale volo? La mattina si affaccio a un oblò del cuoco, e con gli occhietti da furbo chiedeva da mangiare," ma poi come sapeva che quello era proprio il cuoco, c'è lo stiamo ancora domandando tutti compreso il cuoco". Gli lanciavamo calamari di due chili che con facilità li prendeva a volo ingogliandoli in un solo boccone. Rimase a bordo per molti giorni. Aveva capito che con noi trovava facile rifocillarsi. Difatti noi pescavamo e lui mangiava. dopo qualche manciata di giorni l'Albatro era diventato uno di noi e cioè parte integrante dell'equipaggio che lo chiamò "Tonino"i marinai lo nutrivano abbondantemente, un mese che era con noi si era eccessivamente ingrassato.La cosa più sorprendente di Tonino era il cambio della guardia; in perfetto orario si presentava davanti la porta del marinaio montante. in attesa che arrivasse il marinaio smontante, finito la consegna accompagnava il marinaio montante al suo posto di guardia. Con me erano guai seri se qualcuno si azzardava a voler passare vicino l'uscio del mio alloggio. Nell'aprire la porta, dovevo fare molta attenzione perchè si accucciava proprio davanti l'entrata. Finita la campagna di pesca ci dirigemmo al porto più vicino. Ad un centinaio di miglia dalla terra ferma, Tonino incominciò ad essere irrequieto. Ero sicuro che non sarebbe mai venuto a terra con noi. La sua patria era l'immenso oceano. Infatti, si alzò in volo, effetuo due tre giri intorno al motopesca per salutarci con la sua potente voce e spari all'orizzonte.
  16. Commento su "In ricordo dei futuri capelli perduti" LINK alla PARTE 1 di 3 LINK alla PARTE 2 di 3 LETTERA SENZA INDIRIZZO [ PARTE 3 di 3 ] Forse un giorno hai giurato di voler diventare un santo (come se si potesse decidere di esserlo) o perlomeno un monaco. “Ora basta con questa vita, stare dietro a tutte queste stronzate, a tutte queste aspirazioni che non sono neppure mie” hai forse intimato a te stesso. Fin qui nulla di originale: prima o poi tutti decidiamo di ribellarci a quello che ci riserva il destino, rifiutando tutto quello che abbiamo, non curandoci di discriminare tra fattori positivi e fattori negativi. Il problema è che poi ti sei sentito in obbligo di diventare santo sul serio (ripeto, come se si potesse decidere di diventarlo). Non avendo il coraggio e le palle, hai cominciato con l'astensione. Non solo dalle cose turpi e riprovevoli ma da tutto ciò da cui ci si poteva materialmente astenere. Se togli tutto ciò che non è davvero necessario, rimane solo mangiare e dormire. E tu hai trovato tutto ciò nell'elemosina dei tuoi genitori. Hai fatto una scelta, non importa se giusta o sbagliata, e sei andato avanti così solo per la vergogna di tornare indietro sui tuoi passi. Come un emigrante che si reca nel nuovo o nuovissimo mondo alla ricerca di una vita migliore, hai scoperto all’improvviso di essere arrivato in un paese dove bisogna combattere per vivere, sudarsi la paga, condividere appartamenti con gente messa peggio di te, sopportare il disprezzo degli indigeni che inevitabilmente nella scala sociale ti collocano pressoché allo stesso livello dei barboni. Come se l'illuminazione di San Francesco si fosse risolta in un semplice capriccio contro il ricco padre. Abbandonata la vita ordinaria, si sarebbe mortificato nell'ascesi, nella preghiera e nella rinuncia, per scoprire un giorno di aver fatto tutto solo per dispetto dei genitori, solo per non essere come loro o come quelli come loro. Di questo tipo mi sembra la tua «santità», una purezza che viene dalla vigliaccheria o meglio una sporcizia del cuore che si autodefinisce pulizia, solo perché è diventata particolarmente abile nel descrivere ed elencare le nefandezze altrui. Non sei diventato santo per amore di Dio o degli uomini, ma per insolenza verso Dio e odio per gli uomini, sei diventato “santo” come certe rockstar, ma senza gli stessi soldi. Sei diventato santo per capriccio, santo per sfuggire alla vita, santo, non per missione ma per semplice dispetto. Qualcuno ha detto e tu dovresti rifletterci su: Chi si tortura lo spirito per elevare la propria condotta, si allontana dal mondo e prende abitudini eccentriche, si fa un’alta opinione di sé e denigra gli altri; costui non ha che orgoglio. È solo un eremita dei monti e delle valli, un uomo che condanna il mondo. È questo l’ideale di coloro che aspirano a disseccarsi nell’ascesi e a gettarsi nell’abisso. (Zhuang-zi) Qualche anno fa ho avuto tue notizie dal nostro comune amico. Mi ha parlato a lungo di te ma in sintesi ho capito che per un po' di anni hai effettivamente vissuto da monaco del medioevo prossimo venturo. Hai martoriato le tue carni con qualcosa di simile ad una postuma acne giovanile che ti ha invaso il corpo. Ti sei dedicato alla lettura ossessivamente, giorno e notte. Ti sei guadagnato da vivere facendo il cameriere nel Moloch stroboscopico che trasforma le urla scarnificate in musica piacevole per le orecchie. Ti sei ritirato in un mondo creato dal tuo demiurgo inconsapevole. Ognuno ha il suo demone e con l'aiuto di Dio può tenerlo a bada. Ma Dio per te non è altro, nel migliore dei casi, che un capitolo nella storia del pensiero, forse il migliore degli espedienti letterari. I religiosi di ogni religione, bizzarri e stilosi personaggi che possono ancora andarsene in giro con una bella barba lunga, senza che nessuno dia loro del senzatetto. Nel peggiore dei casi Dio è per te il dittatore dei dittatori. La fantomatica entità che con la menzogna ti impone di vivere con tristezza e limitazione. Dio è contro la vita, ti avrebbe donato l’esistenza con il solo scopo di rubartela subito dopo. Lo stesso respiro sarebbe solo un suono flautato del nostro macchinario. Quando il macchinario si inceppa, si blocca pure il respiro. E magari prima o poi troveremo il modo di sostituire i pezzi usurati del macchinario ed anche il respiro diventerà eterno. Potremo finalmente dimostrare che la vita c’è e basta, senza nessuna creazione. Tutto si può creare ma la vita no. È incredibile come dopo tanti secoli e tante filosofie, ci sia ancora così tanta voglia di dar la colpa a Dio di tutto. So che non la pensi davvero così ma i tuoi comportamenti dicono il contrario. Prendi per mano il tuo mondo e lo conduci verso il baratro come tutti gli altri. Passeggiano allegri su questa vita, trasformandola in grottesco festino, tu deambuli svogliato al loro fianco ma nello stesso tempo, non riesci nemmeno a godertela. Non so se tu abbia nel frattempo rivoluzionato la tua vita. Non ci crederei comunque. Non c'è rivoluzione che non si trasformi in dittatura. I cambiamenti imposti (dal basso, dall’alto non importa) comunque non funzionano mai. Solo i cambiamenti che vengono dal profondo funzionano davvero. So che ti sembro saccente. Ma se non credi a me, credi alla storia. Nelle scuole e nelle altre maestre di banalità della vita si ripete in continuazione questa massima, ma gli uomini continuano a comportarsi come se non fosse vero. La storia non è maestra di vita da un bel pezzo. È molto più forte il desiderio di credere ai finti eroi e adagiarsi sulla pura e semplice diceria catodica. Ci si illude adesso e per sempre che la propria epoca faccia eccezione. Invece non è così, per nulla, la nostra epoca non fa eccezione, noi non facciamo eccezione, tu non fai eccezione. Metti un oggetto nella tasca destra, poi torni a casa, metti il giubbotto sull'appendiabiti. Vivi la tua giornata, fai le tue cose. Poi all'improvviso hai bisogno di quell'oggetto, lo cerchi e puntualmente lo cerchi prima nella tasca sbagliata. Nella vita è così: ti sembra di aver messo ogni cosa al suo posto, poi ti guardi indietro e scopri che questi elementi tramano contro di te. Il posto sicuro, diventa in realtà un nascondiglio. Così è per te: ti sembra di aver trovato il tuo posto nel mondo, ma stai solo giocando a nascondino con te stesso, fai finta di non contare i giorni che passano ma sono proprio questi che ti rubano la vita, mentre perdi tempo a trincerarti nel tuo carcere volontario. Per te la volta celeste è diventata la parete interna di un teschio, ai cieli in una stanza, a casa tua, non ci credono più nemmeno le canzoni. L'aria si addensa. Soffochi e non sai perché. Qualcosa di invisibile ti ha piazzato un giogo sul collo, senza lasciarti scampo. Mentre giochi a far il santo che sfida l’ipocrisia e la falsità dell’uomo comune, non dimenticare mai che la tua cella è una cameretta da adolescente e il tuo cibo non è pane e acqua, ma latte e biscotti al burro. Assapora per bene la lama a doppio taglio della libertà: ti apparti dagli altri, elimini tutto, le abitudini, gli impegni, le piccole ingiustizie, i piccoli fastidi quotidiani, il superfluo e il necessario. Sei libero da tutti i pesi. Libero, finalmente libero infine. Ma per esser davvero libero, ricordatelo bene, devi anche restare solo. Solo come un cane. Le ferite fanno male, ma il sangue che cola via dalle ferite, di per sé, non fa male. Eppure è il sangue che porta via la vita. Puoi permetterti di non curare le tue ferite e lasciarle incancrenire. Ma non puoi permetterti di far gelare il tuo sangue. Ama, prega, fai l’amore, fai quel che vuoi, ma non lasciar indurire il tuo sangue. Altrimenti avrai vissuto cercando di cancellare te stesso dal mondo, per di più non riuscendoci mai del tutto. Addio, un amico.
  17. simone volponi

    "Non ho più l'anima, me l'hanno uccisa"

    commento Mi hanno preso nel sonno, quando ero indifeso e pensavo alla mia rossa, ai suoi baci dal sapore di cristallo e gin. Mi hanno trascinato dentro un’aula illuminata solo dalle torce infilate nelle teste di quanti avevano subito il mio stesso destino, teste appese alle mura come monito. Seduto in terra, in catene, fisso le labbra del magister e le sento pronunciare la macabra sentenza. «Sia dunque posta fine a questa soverchia situazione in fieri!» tuona il gigante, il volto rosso come l’inferno. Sbatte così forte il martello sullo scranno che quello si spezza in due e la cosa lo fa imbestialire di più. Allora lo vedo estrarre un revolver, alzare il braccio in aria e sparare con rabbia contro il soffitto, e in quell’istante di puro caos e polvere da sparo l’uomo della Barba compare, luminoso e accompagnato da una musica santa. La sua voce riecheggia: «E sia!» L’avvocato che mi hanno assegnato solleva la testa solo in quel momento e biascica un: «Fhtagn!», poi si rimette a digitare parole senza senso sul suo apparecchio a tentacoli. Dice che con quello può comunicare con gli alieni e con il fantasma di Cortès, ma non ci credo. Mai fidarsi di un avvocato con i polpastrelli grossi come ricci. Due gendarmi con le armature da ferro da stiro mi prendono per le braccia e mi trascinano via. Vedo il tizio russo delle Raio Trans salire nudo sullo scranno con scritto sul petto, in rosso: «Shalimov libero!» e scuoto la testa mentre lo fanno sparire. Cazzo. Quando l’uomo della Barba infierisce su di me e sentenzia: «Partorirai con dolore!», una donna si getta in ginocchio e si strappa le vesti inondando di lacrime il freddo piombo che avvolge l’aria. Non la capiscono, ha problemi con gli articoli. Le mie chiappe grattano il pavimento mentre mi trascinano al patibolo e riesco a guardare dalla parte dei miei bravi ragazzi. Manca solo O’Animale. Starà correndo con la Vespa a tutto gas, ma arriverà in ritardo anche all’ultimo saluto. Cazzo, il Minchia sta scontando l’ergastolo e adesso spreca l’unico permesso che gli hanno dato per vedermi ridotto così. Vorrei chiedergli come cazzo ha fatto a farsi cresce una crocchia da samurai sulla sua testa pelata come un proiettile, ma mi limito a un ghigno. Vicino a lui c’è anche il Figlio di Satana. Quel fregnetto metà giapponese, un quarto donna, e tutto il resto malattia, mi fa un cenno, scosta il giubbotto per farmi vedere il lanciafiamme al napalm. È pronto a usarlo, ma scuoto la testa per dirgli: «No, amico, andrò all’inferno da solo.» Prima che i ferro da stiro mi trascinino giù nella botola, intravedo la partigiana Piedella correre e urlare: «Francesco! Francesco!» Ma la vedo di spalle, corre dalla parte opposta. Dove cazzo vai. E non mi chiamo nemmeno Francesco. È un mese che sono legato qui, dentro una cella buia, e l’unica cosa che posso vedere è la lama che pendola. È una grande barba nera e tagliente che oscilla in perpendicolare al mio corpo, che scende inesorabile, e il suo obiettivo è la mia pancia. Quando arriverà, la barba nera mi taglierà in due. Così messo posso solo pensare, perdermi nei ricordi. Cerco di immaginare le mie pupe, il loro sapore, il loro profumo, le loro grida. Quella milfona di Mahialin ci sapeva fare. Mi mancheranno i fianchi scoscesi di Napolì e il boschetto vittoriano dell’inglesina… cazzo ragazze, vorrei avervi qui con me, adesso che la barba quasi mi accarezza il pelo. Fanno entrare un prete. Almeno me ne andrò all’altro mondo pulito, anche se Dio non se l’aspetta una canaglia come me. «Padre Leo si sbrighi che c’è un funerale» sento dire dalla perpetua che accompagna il prete. Faranno anche a me il funerale? «Controlla che le vecchie abbiano rinnovato l’abbonamento» dice il prete, «sennò pagano il biglietto, rincarato! In prima fila alle mie messe ci stanno solo quelli con l’abbonamento.» «Sì, padre.» «E metti via il vino buono, che i preti si rubano tutto. Sono peggio dei dottori. Me lo bevo io dopo.» «Sì, padre.» Restiamo soli e il prete mi si accosta. La barba si è fermata, ma alla prossima oscillazione mi scardinerà il laniccio dell’ombelico, e allora… «Li confessi ‘sti peccati?» mi chiede il prete. «Prega tu, che hai la pelle dura, io so’ creatura, non posso pregà.» Sputo verso i suoi piedi. Volevo essere sprezzante, mi sono sputato su un braccio. Il prete segna una croce in aria: «Ego te absolvo, in nomine Mick, Keith, e Charlie e Robert. Stammi bene.» Se ne va e la barba riprende a oscillare. Adesso, tra un secondo, mi squarcerà e vedrò di che colore sono le mie budella. Ma la barba si ferma di nuovo, il muro alla mia destra crolla e una luce entra nell’oscurità. Vedo una donna che sporge dal buco e che mi dice: «Link!»
  18. Commento 1 su "Bestseller" Commento 2 su "Maria cercava" LINK ALLA PARTE 1 di 3 LETTERA SENZA INDIRIZZO [ PARTE 2 di 3 ] Mentre scrivo, ogni tanto torno indietro e mi chiedo se sia il tuo cognome a ispirarmi queste metafore. Così banale, così comune, eppure così adatto ad esprimere tutto ciò che si azzera in un silenzio visivo. Più le parole suonano mute all'orecchio del mio cuore, più vedo davanti a me apparire quel bianco accecante che tutto cancella. Il nulla e la luce che tutto cancellano e tutto illuminano. Mi è sempre piaciuto immaginare così la fine di tutte le cose. Chissà forse in questo siamo rimasti uguali: nell'invocare più luce, più verità su questo mondo. Una verità che sia svelamento, che irrompa dal cielo nel nostro petto, non una verità “scritta da qualche parte”, una verità di cui qualcun altro ha avuto esperienza e che noi conosciamo solo per racconto e per invidia. Una verità che magari pensiamo di possedere perché abbiamo letto il copione che ne racconta la sua discesa sulla terra. Si questo l'abbiamo desiderato spesso: più luce, più verità, vivere nella verità, farne parte, non guardarla da lontano sullo schermo da cui scivolano le nostre illusioni. L'abbiamo sempre desiderato ma abbiamo sempre sottovalutato il punto di fondo: che la verità potrebbe non piacerci affatto, che potremmo apprezzare di più la menzogna e che in definitiva quasi tutti viviamo nella menzogna consapevole, invocando la verità per puro esercizio di stile. In un certo senso mi manca il tuo cattivo esempio: da solo sono i miei stessi giudizi a mettermi con le spalle al muro. Di me hai apprezzato tante qualità, ma mi hai avversato non appena le idee si sono fatte più solide, tanto dure a volte da spaccare la vita in emisferi inconciliabili. Mi apprezzavi nelle gozzoviglie e non è strano: da quel verso, non è un segreto, la «retta» via si smarrisce di rado. Questo mi ha tenuto sempre un passo più indietro rispetto a te: mi ha sempre insospettito la determinazione e la costanza con cui inseguivi il vizio. Perché poi ho perso tanto tempo assieme a te a sparlare delle mollezze altrui quando non ti importava altro che una vita facile a passo svelto? Forse perché pensavo fossi padrone della tua vita e del tuo corpo. Ora non lo penso più. Troppo volte ho visto le tue membra cercare di sfuggirti in ogni direzione. Mi chiedo se sia ancora tutto al suo posto: se hai ancora la testa ricurva sulle palle come l’hai sempre avuta e se hai ancora quelle benedette pustole che ti impedivano d’annoiarti. Mi chiedo se ti addormenti ancora con la sigaretta tra le dita e la dispensa come cuscino. Riesci ancora a leggere per una notte intera ininterrottamente? Fai ancora la collezione di segnalibri? Oppure ti accontenti di fare l’orecchietta alla pagina. Oppure non leggi più del tutto? No, non credo: hai troppo bisogno della sapienza altrui come anestetico. Quando avrai letto anche l’ultimo dei libri, comincerai a scriverne. Mi chiedo se troverai mai una reale via d’uscita tra tutti quegli ‘a capo’ oppure continuerai all’infinito a svoltare l’angolo e rimetterti in cammino da sinistra anche se potrebbe essere quasi impossibile per te indovinare il vettore giusto nello spazio. Mi ricordo quando distinguevi tra «giovane» e «giovine» dove il secondo era il trentacinquenne mai cresciuto… Ora che anche noi abbiam compiuto la stessa età, a quale delle due categorie senti di appartenere? Pensa che ci son fior di sociologi che hanno costruito una carriera su questo tema «fondamentale», quando bastavano un paio delle nostre battute a dir tutto. Strano il mondo vero? C’è chi guadagna sui nostri scherzi e passa pure per persona seria. Scambi ancora il giorno con la notte come i bimbi in fasce? Io, nonostante gli orari di lavoro, non ne sono uscito del tutto (e qui ci starebbe bene l’emoticon del sorriso ma non mi sembra il caso in una lettera così desueta). Abbiamo vissuto più a notte fonda che di mattino presto, sfiorando l’alba solo per residuo di poesia. Mi telefonavi ad orari improponibili perché avevamo istituito ormai un nostro fuso orario. L’unica volta che te ne ho cantate quattro, avevi interrotto un bagno caldo fuori tempo massimo. Ogni tanto rivedo quella che passerà alla storia come la tua ultima fidanzata: da lei in poi sai bene che hai fatto del mondo un unico bordello e, all’ombra di questa sensazione, hai iniziato ad odiarlo. Ti manda ancora delle lettere, mi ha detto: qualche riga e una vecchia bolletta che non avete mai pagato. Abbiamo disprezzato quasi tutto, ricordi? Soprattutto per lasciare in pace noi stessi. Ci siamo divertiti a dileggiare chi cerca il paradiso in terra. Non giardini con frutta e ruscelli, come nei testi sacri, ma lunghe e infinite avenue con negozi scintillanti a destra e a sinistra. L'eternità dell'acquisto. La pace dei sensi a intermittenza. Una serie infinita di vetrine da contemplare. Il nostro viso sovrapposto nel gioco di trasparenze di questo presepe delle vanità. Avere tante cose e non potersele godere per mancanza di tempo. La vita che non basta per usare tutte le cose che abbiam comprato e la vita che non basta nemmeno per metterle in ordine. Questo era per noi l'inferno. Ma l'inferno è anche rinchiudersi in camera come hai fatto tu, rifugiarsi dal mondo, evitare qualsiasi confronto per sentirsi i migliori e sputare veleno su chicchessia. Visto da fuori il mondo fa sempre schifo. Ma basta tuffarcisi dentro per far parte dello schifo immediatamente. Dopo cinque minuti hai già concluso tanti di quei compromessi, che al confronto l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti sembra un novello Ivan il terribile. E poi dopo tutto, in tutto il tuo livore verso gli altri e verso il mondo consumista, non avevi comprato anche tu un portatile Apple, emblema dell'edonismo travestito da filosofia di vita? Tanti buoni propositi e poi tutti finiamo per cercare la pace eterna nella paradisiaca avenue. Tutti nessuno escluso. Sparire non ti servirà a sentirti migliore. Al massimo potrai desiderare invece di avere. In questo caso, non c’è ontologia che tenga, invertendo l'ordine dei termini, il prodotto non cambia.
  19. flambar

    La mia infanzia nell'accademia navale di Brindisi

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40278-dai Il desiderio di diventare un marinaio, si rafforzò col trascorrere l'infanzia a casa di mio nonno materno, presso l'accademia navale. Ero diventato la mascotte dei giovani cadetti dell'accademia. La casa di mio nonno era distante una decina di metri dal mare, adoravo quel luogo e costringevo la mai giovanissima mamma a stare molto attenta, perchè come si distraeva mi buttavo in mare sia che era d'inverno o di estate. I cadetti, sapendo questo mio modo di fare, trovavono divertimento nel distrarre mia madre e per conseguenza mi buttavo in mare, siccome ero ancora piccolino, non sapevo nuotare ma non sapeva nuotare neanche mia madre, perciò i cadetti erano costretti a tuffarsi anche loro per salvarmi. Purtroppo una mattina, ci fu una brutta avventura. Alla mia mamma piaceva lasciassi crescere i capelli molto lunghi, sfuggito alle sue attenzioni come al solito mi buttai in mare, rimasi impigliato con i capelli a uno scoglio sott'acqua. Fortuna volle! che fuori di casa c'era la zia Susy, grande nuotatrice. Intuedo che stavo per annegare, senza esitare si tuffò in mare e immergendosi afferrò con forza i miei lunghi capelli e li tirò fino a lasciare una grossa ciocca impigliata allo scoglio. Cosi facendo mi salvò la vita. La mia esoberanza, era molto pericolosa, mio padre, pensado di farmi placare, di ritorno da Isernia portò un cucciolo di pastore abruzzese. Era un magnifico esemplare femmina dal colore bianco come il latte la chiamai "Diana" la sua età era intorno ai quattro/cinque mesi e la mia tra i quattro/cinque anni. Ben presto divenne mia amica di giochi e di avventure. Era una cagna formidabile. La mia mamma, teneva in grande considerazione Diana, avendo valutato che faceva più attanzione di lei nel non perdermi d'occhio. Diana mi insegnò a catturare i porcospini, unica fonte proteica dell'epoca, in quegli anni la repubblica italiana era molto giovane, per colpa di una guerra disastrosa molta gente soffriva la fame...Ooohh! Fame! Fame! Noi con la venuta di Diana e il suo talento naturale per trovare la selvaggina e catturarla la soffrivamo meno. Quando andavamo a caccia di porcospini, la cagna era sempre attenta che non facessi rumore, Ma col mio carattere esuberante, pretenderlo era molto difficile. Tuttavia la cagna, mi faceva capire che dovevo stare zitto e muovermi con cautela per catturare i porcospini, diversamente ci scappavano, se non stavo alle sue regole mi mordicchiava, mi dava delle zampate o si teneva lontano da me. Purtroppo, per colpa di una incosciente derattizzazione, il pastore abruzzese venne a mancare. Per il forte dolore dovuto alla sua perdita, mi rinchiusi in me stesso. Non parlavo più, non mangiavo più! Dopo una settimana in quello stato, mia madre mi ricoverò con urgenza in ospedale. Ero denutrito e disidratato, il bambino vivace che c'era una volta, non c'era più. Il pediatra, dopo aver saputo il motivo per cui ero ridotto in quelle condizioni, consigliò a mio padre e a mia madre di trovare un'altro cucciolo di cane che potesse sostituire la mia Diana. Non ci fu rimedio. Si disperava mio padre vedendomi in quello stato. Per salvarmi decise di partire con l'elicottero di un suo amico per andare a Isernia, presso i suoi parenti con la speranza di trovare un cucciolo di pastore abruzzese simile a Diana. Giunto a Isernia, malauguratamente i suoi parenti, pur conoscendo la grave situazione, si rifiutarono di donargli il cucciolo in questione. Scoppio una violente rissa, mio padre rimase ferito, nonostante tutto, riusci a impossessarsi del cucciolo e portarlo in ospedale. Le mie condizioni fisiche erano oramai gravissime quasi esanime. Mio padre per salvarmi da morte certa, con insistenza mi chiedeva di osservare il cane che aveva portato. Con le poche forze rimaste, guardai il cucciolo, in quell'istante si era messo in una posizione che colpì la mia curiosità...Finalmente il cucciolo riusci a fare il miracolo... dopo giorni e giorni che non parlavo ne mangiavo eclamai << papà !... sembra un guerriero !>> nell'ospedale ci fu una esplosione di gioia, finalmente avevo parlato, mio padre felicissimo mi disse, lo chiameremo "Guerriero". Mi ripresi subito e tornai a casa. Trascorsi alcuni mesi, ci fu un grave lutto in famiglia. Morì lo zio Elio, fratello minore di mia madre, aveva appena diciott'anni, era un bel ragazzo alto, forte e a quanto si dice, proprio per questa sua forza sotto uno sforzo, ruppe qualche organo del fegato e in poco tempo ne ebbe la morte. Tuttora, le grida di dolore di mio nonno, echeggiano indelebili nelle mie orecchie...Eliu ...Eliu...Eliu...per tutta la notte nel porto si sentirono le grida di un padre disperato che chiamava il figlio morto. L'intera città di Brindisi, voleva bene a zio Elio. Per trasportare la sua bara al cimitero, usarono una grande carrozza funebre di color nero, trainata da otto cavalli neri. Sembrava il funerale di un principe. In verità mio zio Elio, pur non essendo un principe poco ci mancava per esserlo. Infatti, approfittando del suo prestante fisico, di notte in perfetta solitudine, nuotando si avvicinava alla banchina dell'arsenale, dove vi erano ammucchiati tonnellate di ferro e col rischio di essere ammazzato da una sentinella armata. Pezzo per pezzo nel massimo silenzio, trascinava sott'acqua i blocchi pesanti di ferro per poi venderlo. Il ricavato, veniva diviso alle famiglie più bisognose per allietare i morsi della fame di coloro che abitavano nelle baracche della zona denominata "Corea" (adesso c'è la caserma della guardia di finanza) Incominciai le scuole elementari, Guerriero aveva preso l'abitudine di accompagnarmi a scuola, poi puntualmente mi riaccompagnava a casa. Un maledetto giorno, nell'attraversare la strada, un cavallo che trascinava un carretto scalciò proprio nelle mie vicinanze, mi spaventai. Guerriero credendomi in pericolo attaccò il cavallo uccidendolo, il carrettiere per la paura sparì di colpo. Qualcuno allertò i carabinieri con l'intenzione di fare uccidere il cane. Mio padre era già partito per Isernia per consegnarlo ai suoi parenti. Quando ritornò a casa, iniziarono i preparativi per emigrare in Brasile
  20. flambar

    "Satana" o cacciuttiello

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35481-la-mo Nel lontano 1974, ero imbarcato come primo ufficiale di coperta, sulla turbonave "Oregon" (bandiera ombra). Mentre navigavamo nell'oceano Atlantico, con rotta per il centro America, arrivò un fax dalla società armatrice della nave, la quale ci ordinava di cambiare rotta e dirigerci nella baia di "Hudson" a Nord del Canada. Giunti nella rada di "Fort Giorge" demmo fondo alle ancore, dato che non vi era fondale a sufficienza per avvicinarci alla costa. Le operazioni portuali si prolungarono più del previsto, con quaranta gradi sotto lo zero, l'avanzare della banchisa artica bloccò l'attività del bastimento. Per evitare che il ghiaccio danneggiasse lo scafo, si usò la dinamite. Dorante una di queste pericolose operazioni, mi imbattei in un batuffolo tutto nero che scavava nel ghiaccio. pensando che fosse un cucciolo d'orso, mi avvicinai per prenderlo ma fui azzannato. Per mia fortuna visto il freddo intenso indossavo guanti molto spessi. Siccome non aveva nessuna intenzione di lasciare la presa, mi oblicò a tornare a bordo. Tolto il guanto dove era attaccato, sparì nelle fauci del cucciolo, aveva una fame... lo rifocillai con un litro di latte, un chilo di carne, un chilo di formagio e tre cornetti alla crema. Dopo essersi abbuffato, soddisfatto crollò addormentandosi profondamente. Ogni volta che cercavo di accarezzarlo, mi azzannava. Ero sempre convinto che si trattava di un cucciolo d'orso. Mangiava tantissimo, dovevamo stare attenti alla cambusa perchè aveva sempre fame. In una visita delle giubberosse canadesi. Invitai come di consueto il loro comandante e i suoi colleghi a prendere un drinck nel salone ufficiali. Non l'avessi mai fatto! Appena visto il presunto cucciolo d'orso, il comandante canadese esclamò ... << ooohhh! mon amie, vous avez un gross problème.>> Questo cane appartiene al governo canadese e un militare. Con mia grande sorpresa esclamai... come un cane! E' un cucciolo d'orso. Il comandante delle giubberosse, con espressione seria replicò, era un cucciolo di cane di terranova e da una settimana che lo cercavano. Mi chiese come mai lo avevamo a bordo; gli spiegai, di averlo trovato proprio da qualche giorno. La mia dichiarazione non lo convinse e ordinò alle guardie di arrestarmi. L'equipaggio della turbonave, nel vedere che mi mettevano le manette stavano per scontrarsi con le giubberosse, per non peggiorare ancorpiù la situazione intervenni, dicendo, che sicuramente tutto si chiarirà al più presto. Mi portarono direttamente in galera. Fuori la temperatura era scesa a quaranta sottozero. L'inverno canadese è molto freddo e la cella dove ero prigioniero anche se il termosifone era caldo non era sufficiente per riscaldare l'ambiente. Trascorsi in quelle condizioni tre giorni. Dopo di che mi processarono e fui assolto. Grazie all'avvocato che dimostrò con i fatti, l'impossibilità di poter rubare un cucciolo di quella razza, essendo molta aggressiva alla latitudine che eravamo. Inoltre nel canile, vi erano altri sette cuccioli difesi da trenta cani di terranova, trovarono anche il buco dove il cucciolo era fuggito. Lasciare quel bellissimo cucciolo in un canile, mi spezzava il cuore, ogni volta che tornavo nel mio alloggio sentivo qualcosa che mi mancava. L'indomani mattina, deciso mi recai alla caserma delle giubberosse, chiesi di poter parlare con il comandante, mi fu concesso, gli proposi di darmi il cane, ero disposto anche a pagarlo. Il suo Nooo! ... fu categorico, parlando in francese mi disse ... << Si nous faisons, nous allos a fini en prigion les deux ( se lo facciamo finiremo in galera tutti e due)>> A questo punto è invano insistere. Perciò me ne tornai a bordo. Trascorsa una settimana, incontrai il comandante delle giubberosse in uno dei carruggetti della nave, era da solo ... e voleva parlare con me. " mi proponeva un affare". Meravigliato gli chiesi, quanto mi sarebbe costato questo affare" Con voce imponente rispose (Rian) niente. Ci sarebbe stato uno scambio. Si trattava di una vendita irregolare. Loro avrebbero imbarcato sulla nave millecinquecento bottiglie di whisky e in seguito lo avrebbero ritirato. Insomma del contrabbando di sostanze alcoliche. In cambio avrei avuto il cucciolo di terranova. Non ci pensai due volte, acconsenti. Fatto l'accordo. Andai alla caserma a prendermi il cucciolo. La scelta in un primo momento fu difficoltosa, i cuccioli erano tutti uguali, però quello che desideravo aveva una sua caratteristica "la sua aggressività". Mi posi in mezzo alla cucciolata, con lo stivale provocavo i cuccioli a reagire, ma rimasi deluso nessuno reagiva, non riuscivo a trovarlo. Allungai lo sguardo, vidi che ce n'era uno tutto solo, intento a sgranocchiare qualcosa. Capii subito che doveva essere lui. Divenni ancora più convinto, quando stuzzicandolo con la punta del mio stivale mi rispose come una jena cercando di azzannarlo. Aprendogli la bocca notai che gli mancavano due dentini da latte che aveva perso quando mi morse un polpaccio. Ero felicissimo di aver ritrovato il mio cucciolo. Le giubberosse esclamarono << l'anima gemella prima o poi la si trova sempre>> Riportato a bordo si organizzò una festa. Tutti eravamo felici del suo ritorno. Una notte recandomi in cabina per prendere dei sigari, incrociai il suo sguardo, il luccichio dei suoi occhi mi impressionò, avendo delle conoscenze sull'astronomia diabolica, la quale afferma che i nati della bilancia sono protetti da Satana in persona, lo chiamai "Satana". Mi seguiva ovunque, la stessa mia ombra mi seguiva di meno. Erano guai seri se qualcuno si azzardava a entrare nella nostra cabina. Si nostra... perchè quello spudorato di cane costringeva anche me a chiedere permesso prima di entrare, però conosceva il suo posto, il suo principio era << questo è tuo ok! non lo tocco, ma questo è mio prova a toccarlo>>. Non permetteva a nessuno compreso le ragazze con cui facevo amicizia di avvicinarsi a me. Qualche volta ero costretto a lasciarlo chiuso in cabina. Potevo dire, stasera dormo fuori per come la riduceva. Spesso mi veniva la voglia di ammazzarlo a quel lestofante di cane di terranova, ma poi mi calmavo pensando, al suo muso appoggiato dolcemente sulla mia gamba mentre ero seduto a leggere qualcosa. Adesso che mi ricordo, quando lo portai a casa di mia madre. La fece davvero grossa quel furfante. negli anni settanta poche famiglie si potevano permettere di cibarsi di carne. Noi la mangiavamo due volte la settimana. La mia mamma si arrabbiò con me, accusandomi di aver mangiato con tanta ingordigia tutta la carne da non lasciare niente ne a lei ne ai miei fratelli. Giurai solennemente che non ero stato io. Non mi credettero. La storia si è ripetuta altre volte . E il colpevole ero sempre io. Insomma ogni settimana c'era da litigarsi in famiglia. Ma,"tanto va la gatta al lardo finche non ci lascia lo zampino". Una mattina ebbi un bacio dalla mia mamma, cosa inconsueta, addirittura mi chiese anche scusa, (altra cosa impossibile)di avermi accusato ingiustamente riferendosi all'episodio della carne. Disse vieni nascondiamoci da Satana. Dopo un pò di tempo, vidi quel lestofante di cane, che con fare furtivo apriva la porta del frigorifero prendeva la carne, tutta la carne e se la traccannava di un sol colpo, poi per giunta, quel quadrupede assassino, si prendeva cura di chiudere il frigorifero.
  21. flambar

    "B r e u"

    http://www.writer'sdream.org/forum/forums/topic/38003-mi-11 "B r e u" Dopo un anno d'imbarco sulla motonave "Azalea" Ritornai a casa col treno, come al solito portava un notevole ritardo, per cui giunsi in stazione alle ore zero due e trenta. Insomma in piena notte. A quell'ora il servizio cittadino dei pulman compreso quello dei taxi era già terminato da un pezzo. In quel periodo abitavo al rione Paradiso, per raggiungerlo mi toccava fare una lunga camminata, in una città totalmente deserta e scura pareva un luogo lugubre. Era una notte buia, non risplendeva la Luna ne le stelle che mi potessero aiutare a vedere meglio la strada che stavo percorrendo data la scarsa illuminazione, oppure in qualche modo tenermi compagnia, per giunta come cornice di un quadro tenebroso si era messo a soffiare anche una gelida e pungente ebrezza marina, era proprio una notte da lupi. Mi feci coraggio misi in spalla il mio sacco da marinaio prendendo la direzione di casa. Dopo ave camminato per qualche chilometro, stavo attraversando la zona denominata "Saga" il più tetro luogo della città di Brindisi, dove la temperatura è ancora più gelida e il buio è ancora più scuro a stento si poteva vedere un pò di strada. Arrivato all'altezza di una curva, almeno cosi mi e sembrata, dove erano stati costruiti degli ovili, sentii in mezzo a l'erba un forte fruscio, d'istinto mi voltai per vedere che cosa fosse ma col buio pesto che c'era non fu possibile notare qualcosa. Continuai a percorrere il mio cammino facendo finta di niente. Ma persisteva in me la sensazione che qualcuno mi stesse seguendo, nel frattempo si verifico un'altro rumore, chiesi ad alta voce; chi fosse colui che di nascosto nell'ombra mi seguiva. Non ci fu nessuna risposta. Pensando che poteva anche essere un malintenzionato o addirittura dei mal intenzionati, allungai il passo per arrivare subito a casa o in una zona più illuminata. Non riuscivo a liberarmi dalla sensazione di essere seguito. Infastidito, decisi escogicare un tranello contro costui che molestava il mio sereno e tranquillo cammino, ero molto giovane, espertissimo di risse tra marinai di qualsiasi nazionalità e di qualsiasi specie, avevo grande fiducia del mio micidiale destro. Perciò, con movimenti rapidi mi nascosi dietro un grosso albero. Aspettai cinque minuti, dieci minuti ma chè, nessuno si faceva vivo, ma proprio in quell'istante, sentii un cupo e minaccioso ringhio alle mie spalle. Molto adagio mi voltai, e vidi sbuccare dal buio un lupo nero più nero della pece, aveva gli occhi che sembravano due fiamme dell'inferno, l'unico suo biancore erano i denti splendenti. Pensai adesso sono nei guai veramente molto seri, intanto mi preparavo a difendermi la vita avvolgendo il mio braccio sinistro con la cappotta da marinaio, e cercando qualche bastone ma col buio che c'era non si trovava niente. Mi piazzai preparandomi al peggio. Ma osservando meglio l'animale che avevo di fronte, valutai che era molto vecchio e trasandato per poter competere con me in una lotta, perciò era solo la paura che me lo faceva vedere ostile e minaccioso. Infatti il suo atteggiamento era che mi conoscesse. Allora ricordai! Era "Breu" un forte e impavido lupo nero amico della mia infanzia. Breu era addestrato a condurre il gregge da solo. Faceva tutto lui, apriva loro i cancelli e li richiudeva portandoli al pascolo da solo e riportando il gregge negli ovili, nel suo mestiere era formidabile. Non era un pastore tedesco ma un lupo italiano. Lo chiami col suo nome, con dolcezza mi si avvicino appoggiando con delicatezza sul palmo delle mie mani il suo muso biancastro dovuto all'età avanzata. Era molto magro, parlamdogli lo invitai a seguirmi a casa , dove lo avrei aiutato a riprendersi. Purtroppo, dopo alcuni passi crollò esanime! Sembrava di avermi aspettato per darmi un ultimo saluto. Il dolore della sua morte mi strazio il cuore, piansi, piansi tanto nel profondo dell'anima mentre lo seppellivo sotto la pioggia scrosciante.
  22. flambar

    "Texas il Samurai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40120-il-cane Appena venuto in possesso dei titoli professionali marittimi, trovai imbarco come primo ufficiale a Livorno su di una motonave denominata "Delfinia". Raggiunsi il porto di Livorno in taxi e, sottobordo al "Delfinia" non feci in tempo ad aprire lo sportello della macchina che dalla nave sentii chiamare il mio nome con espressione di gioia ... Cosiminoooo! alzai lo sguardo e chi vidi? Il mio grande amico "Texas Addio" (era un sopranome dovuto al suo modo di vestire). Lui era come un fratello per me, avevamo trascorso più di tre anni sulla stessa nave dividendoci la cabina e quando eravamo in franchigia ne combinavamo di tutti i colori. Fui davvero contento di rivedere quell'omone siciliano. Texas scese immediatamente dalla nave per raggiungermi e aiutarmi a trasportare i bagagli a bordo. Saliti a bordo, si avvio con i miei bagagli in direzione della tuga equipaggio, lo fermai dicendogli che li dovrebbe portare nella cabina del primo ufficiale. Texas pensava che stessi scherzando e mi consigliava di non dare più seguito allo scherzo perchè ci potevano stare delle conseguenze. Gli feci presente che avevo conseguito il grado di primo ufficiale. Continuava a non credermi e a dissuadermi dallo scherzare ma proprio in quel momento mentre mi accingevo ad andare nella zona a me assegnata, incontrammo il comandante della nave che mi salutò ..." buon giorno e ben venuto a bordo signor primo ufficiale"! A questo punto Texas meravigliato, mi fece i complimenti e nei miei confronti cambiò atteggiamento diventando ossequioso. Mi accorsi di questo suo cambiamento e gli ricordai che l'amicizia nata nei tre anni di navigazione insieme, sulla stessa nave non l'avevo dimenticata e non poteva cancellarla pur essendo diventato un suo superiore. Salpammo per il porto di Tripoli in Libia. Ritornati a Livorno. Fu consegnata la posta dell'equipaggio al secondo ufficiale facendola pervenire a tutti i marinai. A Texas non fu recapitata subito perchè momentaneamente assente di bordo, per cui essendo suo amico fu consegnata a me per fargliel'avere. Come presi in mano quella busta anonima, sentì una strana sensazione come un brivido che mi attraversava per tutto il corpo ... comunque non ci pensai più di tanto. Quando Texas tornò a bordo gli consegnai la busta. Dopo un paio di giorni, finite le operazioni portuali, salpammo per il porto di Genova. Nella notte, durante la navigazione, mentre svolgevo il mio servizio di guardia sul ponte di comando, il timoniere Piluti mi comunico che Texas era assente al suo posto di guardia. E molto strano, che un insatancabile lavoratore, rispettoso delle regole e non avrebbe mai lasciato il suo posto di guardia senza il mio permesso. c'era qualcosa che non quadrava. Ordinai al timoniere di andare a controllare nella cabina di Texas. Subito tornò, stravolto da non riuscire a parlare. era pallido in viso, dovetti dargli un paio di schiaffi per poterlo far rinvenire dallo stato di schock in cui era caduto. Quando si riprese non faceva che gridare ... Texas ...Texas ... Texas... non riusciva a dire altro. Immediastamente capì che era accaduto qualcosa di grave. Azionai il pilota automatico e mi recai correndo nella cabina di Texas. Aprendo la parta, si presentò una scena sconvolgente. Raccapricciante ... Texas si era suicidato facendosi harakiri! la cabina era imbrattata da schizzi di sangue ovunque, giaceva in ginocchio su di un candido panno bianco e le sue budella fuoriuscite, una scena agghiacciante. Era morto dissanguato e chi sa da quanto tempo era in quella posizione. cercavo di capire, il motivo di un simile gesto, non c'era stata nessuna ombra nella sua mente o nel suo spirito. Era una persona dall'animo buono, un ragazzo puro e leale. Tutto l'equipaggio gli voleva bene. Volgendo lo sguardo verso il suo comodino, notai una lettera, era indirizzata a me, sulla quale c'era scritto il motivo del suo estremo gesto. Nella busta vi era anche la lettera anonima che gli avevo consegnato. In essa qualcuno lo informava del tradimento della moglie. Sottolineando che i figli che lui adorava tanto non erano suoi. Continuando a leggere c'era scritto, che tutto il denaro che aveva guadagnato con sacrifici stando imbarcato erono serviti a mantenere la moglie, il suo amante e i figli non suoi. Non riuscendo a reggere questo dolore e a questa onta si è suicidato alla maniera dei Samurai. Presumo, che Texas abbia scelto questo modo orribile di togliesi la vita perchè essendo appassionato di arti marziali, rispettava il modo di vivere dei samurai. Infatti, secondo la loro dottrina, lo riteneva responsabile dell'abominevole e disgustoso comportamento della moglie e il harakiri era l'unico modo per purificare la sua colpevole anima.
  23. Lauram

    segni

    [Rimosso su richiesta dell'autrice]
  24. flambar

    "Un bambino dagli occhi color turchese"

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39888-i-pasticcini-della-signora-lia/?do=findComment&amp;comment=708218 Era il freddo mese di Dicembre, avevamo ormergiato da poco la moto nave "Merak"nel porto di Hamburg a Nord della Germania. Sceso in franchigia, decisi di andare dove tutti i marinai vanno quando stanno nel porto di Hamburg e cioe il rione "Sampaoli"in questo quartiere, c'è la via delle donne in vetrina, divertimenti di ogni genere e discoteche. In una di queste conobbi "Ruth" uno schianto di ragazza polacca, come al solito mi innamorai perdutamente. Consumammo ore e ore di passione, dimostrando che non è necessario conoscere la lingua quando si vuole amare. Pultroppo, travolto da tanto trasporto verso la bella polacca. Dimenticai l'orario di rientro a bordo della nave che partì senza di me. Di conseguenza, visto che mi erano rimasti pochi marchi, sparì anche la bella polacca. Adesso si presentava davvero un bel problema da risolvere! Non possedevo il denaro sufficiente per affittare una camera d'albergo e per strada la temperatura scendeva anche fino a trenta gradi sotto lo zero, pensai stavolta sono nei guai veramente molto seri! Per difendermi dal gelo, non avendo una dimora, mi rifugiai nell'Ubahn, la metropolitana Hamburghese. Mi resi conto, che non c'è l'avrei mai fatta a sopravvivere in quelle condizioni da clochard e con quella temperatura. Andai a chiedere aiuto all'ambasciata italiana, era chiusa. In Germania è usanza chiudere tutti gli uffici per quindici giorni nel periodo delle festività natalizie. Chiesi all'uomo di guardia all'ambasciata di chiamare qualcuno che mi aiutasse, infastidito della mia insistenza, minacciò "adesso chiamo la polizia". Non volevo problemi con nessuno tanto meno con la polizia tedesca. Perciò andai via. Ero disperato, cercavo di combattere lo sconforto con degli aforismi come "la fame aguzza l'intelletto"ecc...ecc...Nel pomeriggio, incominciò a calare la nebbia e che nebbia!...non si vedeva niente. il freddo normale si definisce pungente, quello di Hamburg è più appropiato definirlo "tagliente. Per difendermi dalla gelatura, entrai in una stazzione della metropolitana. Un tedesco, intuendo che ero in difficoltà mi regalò venti marchi e con dei cenni mi fece capire di berli alla sua salute. Li accettai volentieri avevo una fame...Intanto dovetti uscire stava arrivando il controllore. Uscito dalla metro, non avendo una meta da raggiungere, anche a causa della fitta nebbia, mi trovai in un luogo alberato, con molte difficoltà e avanzando a tentoni, arrivai a una porticina semiaperta, entrai e mi trovai in un grande salone vuoto. Lungo le pareti vi erano delle finestrelle senza infissi, sul suolo ammucchiati disordinatamente una moltitudine di rami e foglie secche, spostai tutto da un lato creando un bel mucchio. Ne raccolsi un pò lo posizionai a centro dandogli fuoco per riscaldarmi. Il fumo provocato dal fuoco usciva senza problemi dalle finestrelle per cui non c'era pericolo di intossicarmi. Avevo una gran fame, oramai ero da tre giorni in quelle condizioni. Uscii dal salone in cerca di cibo. La nebbia si poteva tagliare col coltello, ma riuscii acquistare un bel pò di carne, vino e pane. Stranamente, con tutto che la nebbia era diventata più fitta mi trovai senza accorgermi nel salone. Ancora mi domando come ho fatto a trovare la strada giusta.Il fuoco era ancora acceso, arrostii la carne, mangiai e bevvi un bel po di vino e finalmente rifocillato...potevo permettermi una buona dormita. In questo modo trascorsi dieci giorni. Poi la nebbia di colpo sparì. Uscendo, ispezionai la zona per capire dove diavolo mi trovavo. Con mia sorpresa scoprii che il salone era la base di una grande statua eretta al conte Otto van Bismarck. Per ringraziarlo di avermi dato rifugio, mangiai e bevvi alla sua salute. Una mattina, recandomi nella metro per riscaldarmi, in strada come per incanto incontrai una donna con un bambino in braccio. Era un bambino bellissimo, aveva gli occhi color turchese, rimasi affascinato dalla loro intesità e bellezza. La mamma mi chiese l'elemosina, le risposi<<eehh! Sori mia proprio a me la chiedi?>>Continuai a camminare, ma fatti alcuni passi la chiamai, tirai fuori quel pò che possedevo e glielo donai. Riprendendo la mia via, imprecavo contro me stesso<< adesso un posso neanche permettermi un panino>>Trascorsa una mezzoretta, sentii gridare, Matrosen, matrosen era la polizia tedesca che mi chiamava, si avvicinarono e mi chiesero se fossi un marinaio italiano, ovviamente risposi di si.Invitarono a salire sulla loro auto per portarmi in caserma. Dove mi consegnarono tutto il mio stipendio maturato per l'imbarco e il biglietto aereo per raggiungere la nave in Onduras. Ritirai tutto ringraziai i poliziotti, presi un taxi con la speranza di trovare la donna col bambino. Ma dopo averla tanto cercata, non l'ho più ritrovata. Ancor oggi la cerco!
  25. Vanish

    Autoconsolazione da scrittura

    Titolo: Autoconsolazione da scrittura Autore: Vanessa Costa Collana: Fuoriclasse Casa editrice: Argento Vivo Edizioni ISBN: 9788894249682 Data di pubblicazione (o di uscita): 29 Settembre 2018 Prezzo: 10 euro Genere: Narrativa Pagine: 80 Quarta di copertina: Una giovane ragazza fa della scrittura la sua più solida fonte di autoconsolazione. Riesce ad esprimersi solo scrivendo, ogni testo è una piccola grande confessione. Intima ed introspettiva scrive di se stessa per necessità. Il filo conduttore dell’intero libro è il bisogno impellente di raccontarsi senza filtri. Un diario intimo che con naturalezza si è composto anno dopo anno, accompagnando la scrittrice nel suo percorso di vita e custodendo le riflessioni di una ragazza che cresce, ama, soffre, si interroga costantemente. Link d'acquisto: http://www.argentovivoedizioni.it/scheda.aspx?k=autoconsolazione-da-scrittura
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