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Trovato 108 risultati

  1. Mister Frank

    Ponte alle Grazie

    Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: http://www.ponteallegrazie.it/contatti.asp?editore=Ponte alle Grazie proposte@ponteallegrazie.it Oppure torseo Ioscrottore (per proposte di narrativa) Distribuzione: Messaggerie http://www.ponteallegrazie.it/ced.asp?editore=Ponte alle Grazie&lang=ita Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  2. dfense

    Mario Vallone Editore

    Nome: Mario Vallone Editore Generi trattati: Narrativa, poesia, testi biografici, religiosi, e per bambini. Modalità di invio dei manoscritti: via mail (vallonemario@yahoo.it). http://www.mariovallone.it/invia-un-manoscritto/. Distribuzione: http://www.mariovallone.it/distribuzione/ Sito: http://www.mariovallone.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ThothLibri/ Da leggere, la pagina in cui l'editore illustra in maniera chiara ed esaustiva il proprio sistema di lavoro: http://www.mariovallone.it/modus-operandi/
  3. Giovanni Fara

    Catartica Edizioni

    Nome: Catartica Edizioni Generi trattati: Narrativa, saggi, biografia e memoriale, storico, romanzo di formazione Modalità di invio dei manoscritti: Inviando una e-mail all'indirizzo di posta catartica.manoscritti@gmail.com Distribuzione: Libro co. Sito: http://www.catarticaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/catarticaedizioni/ Dal sito dell'editore: Catartica Edizioni [...] Vogliamo essere indipendenti e controcorrente, una casa editrice che non pone censure preventive e che punta a valorizzare tutte le forme di espressione che nella letteratura così detta “tradizionale” non trovano sufficientemente spazio. [...] Il Progetto [...] Un progetto indirizzato principalmente, ma non esclusivamente, alla Sardegna, della quale intendiamo raccogliere e valorizzare le principali tematiche che animano il dibattito socio-politico e culturale. Una piccola casa editrice indipendente indirizzata a valorizzare le realtà locali, le periferie, le culture e le espressioni d'arte alternative che vengono trascurate dalla grande editoria incline alla sola logica del profitto e delle grandi tirature. Un progetto svincolato dunque dalla crescente massificazione e dall'appiattimento culturale imposto dall'industria editoriale dominante. Alla base di tutto questo c’è il desiderio di prestare attenzione ad ogni percorso del libro, partendo dalla valutazione del testo sino a mettere l'autore al centro di un lavoro di redazione mirato non solo alla stampa della sua opera ma anche alla cura dei dettagli, alla promozione, che consideriamo essenziale, e alla sua distribuzione. [...] [...] Catartica Edizioni pubblica opere di vario genere (Raccolte di racconti, Romanzi, Saggi politico-sociali ecc.) di scrittori emergenti e non, con particolare attenzione alle tematiche sociali delle realtà urbane, delle periferie e alle espressioni d’arte alternative. [...] L’idoneità alla pubblicazione [...] comporta la sottoscrizione di un contratto di edizione che non prevede nessun costo a carico dell’autore. [...]
  4. Edmalo

    Alise Editore

    Nome: Alise Editore Sito: https://aliseeditore.it/ Catalogo: https://aliseeditore.it/collections/audere-libri https://aliseeditore.it/collections/instapoeti https://aliseeditore.it/collections/eternity Modalità di invio dei manoscritti: https://aliseeditore.it/pages/manoscritti Distribuzione: Per sconti personalizzati o informazioni sulla distribuzione dei nostri titoli, si prega di scrivere a mail@aliseeditore.it Facebook: https://www.facebook.com/aliseeditore/ Contatti: Telefono: (+39) 02 5656 9586, mail@aliseeditore.it Alise Editore, fondato da Alessandro Alise, è il brand principale che dà il nome a tutto il Gruppo editoriale, formato da altri tre brand: Instapoeti, Audere ed Eternity. Marchi racchiusi in un unico Gruppo come in una famiglia. Insieme pubblichiamo libri di qualità, titoli suddivisi in collane innovative che spaziano dai romanzi alle storie vere, dalle biografie ai libri di formazione, di crescita personale, self-help, manualistica di business, lifestyle e comunicazione. Testi umoristici, d’intrattenimento, cucina, salute, tecnologia e benessere. La nostra passione? Pubblicare libri che rendono il mondo un posto migliore.
  5. dfense

    Carbonio Editore

    Nome: Carbonio Editore Generi trattati: Filosofia, narrativa fiction/ non fiction Modalità di invio dei manoscritti: https://carbonioeditore.it/carbonio-editore-contatti-2/ Distribuzione: non specificato Sito: https://carbonioeditore.it Facebook: https://www.facebook.com/Carbonioeditore Giovane casa editrice milanese. Hanno un catalogo molto interessante, in cui, però, non c'è un solo autore italiano. Seppur presumibilmente free, non credo che al momento prendano in considerazione esordienti (sul sito non ci sono specifiche precise, a riguardo). Magari mi sbaglio. (Magari...)
  6. Vincenzo Ferrara

    Due versioni di Giuda - un'indagine terrificante

    Devo la scoperta del complotto di Giuda alla congiunzione tra un errore di battitura nel mio manuale di diritto amministrativo e la mia naturale propensione al distrarmi. Sono sempre stato così. Fin da quando ero piccolo, era impossibile rivolgermi la parola senza che io perdessi la concentrazione. Più che un disturbo, io l’ho sempre considerata una semplice sfumatura caratteriale. L’unico modo, da sempre, per attirare la mia attenzione è fare battute, possibilmente di pessimo gusto, stupide, brutte, se involontarie meglio ancora. Per fare un esempio, ai tempi del liceo un mio compagno mi disse, al posto di “hai rotto il cazzo”, “hai cotto il razzo”. La frase la ricordo ancora oggi. Il nome, il volto o qualsivoglia caratteristica di quel compagno di classe, no. Nessuno riesce a spiegarsi perché abbia scelto di iscrivermi Giurisprudenza. Nemmeno io. Forse sto cercando di sfidare i miei stessi limiti. Forse, trovandomi difronte a questi testi lunghissimi, omogenei e tecnici, tento di lottare contro la mia natura. Ma è solo un’ipotesi. Per scoprirlo, dovrei riuscire a vedermi dall’esterno come un fantasma col suo cadavere. In sostanza, dovrei morire. Qualche tempo fa mi trovavo nella cupa biblioteca dell’Università Statale di Apulia Marina, chino sul possente Manuale di Diritto Amministrativo I (UTET, Giorgio Luigi Borghese, ed. 2017). Era un periodo in cui, stranamente, riuscivo a concentrarmi; gli ultimi due esami, infatti, li avevo superati senza troppa fatica. Ma quella mattina, vittima di una diabolica combinazione dell’alfabeto, ebbi la più brutta ricaduta della mia vita. Ero arrivato al capitolo II, dove si trattava delle differenze tra giudice ordinario e giudice amministrativo. Il paragrafo incriminato recitava così: L’ordinamento prevede un Giuda ordinario, che si occupa della tutela dei diritti soggettivi, e un Giuda amministrativo, che si occupa della tutela degli interessi legittimi. Risi ad alta voce. Una ragazza seduta accanto a me mi fissò: ero l’unico a fare chiasso nel silenzio tombale della biblioteca. Le mostrai la pagina e lei abbozzò un sorriso. La giornata era ormai persa: non riuscivo a pensare ad altro. Ridendo ancora, fantasticai sulla possibile coesistenza di un Giuda ordinario, quello descritto dal Vangelo, e di un Giuda amministrativo, quindi diverso, forse apocrifo. Fotografai il paragrafo e lo inviai ai miei amici. Lo trovarono simpatico, tutto qui, ma io ne ero completamente ossessionato. Non riesco neanche a descrivere quanto trovassi divertente e affascinante quell’errore di stampa. Due sere dopo, a casa venne a trovarmi Roberto Prezzo, amico di famiglia nonché professore di filosofia all’Università Federico II di Napoli. Era un uomo di un’erudizione spaventosa e, soprattutto, aveva un senso dell’umorismo molto simile al mio. Adoravo parlare con lui. I miei genitori prepararono una cena leggera, ideale per discutere senza affanni. Al dolce gli raccontai dell’errore di Giuda. I miei trovarono la storia buffa, ma Prezzo si incupì. Restò in silenzio per un lungo momento, gli occhi bassi, la fronte colma di sudore, e mi chiese di mostrargli il libro. Trovata la pagina, gli passai il manuale. Lesse quelle righe molte volte, e il suo sudore aumentava ad ogni rilettura. “Giuda… amministrativo – sussurrò tremando – che Dio ci salvi…”. Cadde improvvisamente dalla sedia. Era svenuto. Al risveglio c’eravamo solo io e lui. Mi guardò con gli occhi di chi, da anni, cova un segreto terribile pronto ad essere finalmente rivelato a qualcuno. Senza neanche parlarmi, prese il libro e rilesse il passaggio in questione. “Mai avrei immaginato che un errore di stampa l’avrebbe fatta svenire dal ridere” dissi. “Guarda, caro Vincenzo, avrei davvero voluto che il motivo del mio svenimento fosse stato il semplice humor di queste righe. Ahimè, non è andata così” disse il professore. “Che significa?”. “Giuda ordinario… Giuda amministrativo… non sono errori di stampa, ma messaggi terrificanti di qualcosa che sta per accadere o che, forse, è già accaduto”. Mi rivelò che non era la prima volta che si trovava davanti a quell’errore di stampa nel testo di Borghese. Aveva consultato negli anni passati l’edizione del 2015, quella del 2013, nonché la prima stampa presso Garzanti nel 2008. Tutte presentavano lo stesso errore. Gli sembrava assurdo che nessuno se ne fosse accorto, così aveva iniziato ad analizzare quel paragrafo e a confrontarlo con le sue ricerche degli ultimi anni. “Giuda ordinario – mi disse – è quello secondo il Vangelo, ma questo è ovvio. Giuda amministrativo, invece, necessita un approfondimento maggiore. L’etimologia della parola amministrare, dal latino administrare, derivante da minister, ci dovrebbe portare ad chiederci di chi sia minister questo secondo Giuda. Se il Giuda ordinario ha come riferimento l’ordine biblico, quindi Dio, il Giuda amministrativo non può che essere minister, quindi servo, del suo opposto: Satana!”. Lo guardai dubbioso e chiesi: “Come si spiega invece l’associazione ai diritti soggettivi e agli interessi legittimi?”. “Semplice. In primis, l’autore ha naturalmente bisogno di nascondere il suo messaggio nell’apparente piattume delle definizioni giuridiche. In secundis, domandati bene cosa siano i diritti soggettivi: analizzandoli alla luce della teologia, sono i diritti del soggetto, subiectum, fedele di Nostro Signore. Gli interessi legittimi sono invece pretese personali, fuori dal diritto divino, basate su una lex che non può che essere satanica.” La settimana successiva prendemmo un treno per Torino. Il professor Prezzo mi portò alla sede dell’UTET, dove incontrammo Adolfo Casari, addetto alla stampa nella sezione giuridica della casa editrice, l’unico che aveva accettato di parlarci del manuale. “Era il novembre del 2014 e stavamo per dare il via alla ristampa del testo di diritto amministrativo di Borghese. Mi trovavo, come sempre, a rivisitare il tutto prima di dare l’okay, quando notai l’errore. Andai da Silvia Ocampo, dirigente della mia sezione, e le dissi che c’era un errore: Giuda al posto di giudice ben due volte! Sapete come mi rispose, quella stronza? Sì, vabbè, ciao. Testuali parole! Ero sconvolto, ma volevo tentare ancora. Le spiegai che non potevamo lasciar passare, perché già l’edizione 2013 presentava lo stesso identico problema e questa volta qualcuno se ne sarebbe accorto. E cosa doveva dirmi, secondo voi? Sì, vabbè, ciao. Umiliato, tornai in sala stampa e diedi l’okay. Da quel giorno, ogni notte, sogno la terribile voce di Ocampo che mi sussurra sì, vabbè, ciao”. Il giorno dopo saremmo andati a Milano, alla Garzanti. Passammo la nottata a passeggiare per le vie intorno alla Mole, ragionando sui pericoli che correva il mondo in presenza di un Giuda amministrativo. Prezzo pensava che fosse l’incarnazione di Satana, come Gesù lo era stato per Dio. Su Dio, però, c’era una trinità ben definita: Padre, Figlio e Spirito Santo, mentre per Giuda mancava il terzo elemento. “È probabile che in realtà ne possano mancare quattro, di elementi – mi disse – poiché il sei è il numero demoniaco per antonomasia. Abbiamo: 1) Padre, Satana 2) Figlio, Giuda amministrativo e forse anche 3) lo spirito demoniaco dell’interesse legittimo. Gli altri elementi mi sono ancora sconosciuti. Ho raccolto centinaia di testi di ogni tipo, dalla mistica asiatica alla cabbala ebraica, ma non ho trovato nulla su questi elementi mancanti.” Arrivammo a Milano in tarda mattinata. Parlammo con Roberto Bolano, inserviente alla Garzanti. “Era l’autunno del 2007. Ai tempi ero vicedirigente della sezione Lex qui alla Garzanti. Per via dei fatti che sto per raccontarvi, sono stato degradato alla posizione di bidello. Ero amato da tutti, principalmente perché ero l’unico a portare la coca alle feste del venerdì. Mi chiamavano Roberto El Coca, Cocherto o Robertina. L’ultimo nome lo odiavo. Ogni volta che sentivo, anche solo in lontananza, l’appellativo Robertina, io tremavo tutto, sudavo e mi veniva da piangere. Ma resistevo, perché in fondo ero El Coca, Cocherto, e non Robertina. La notte prima di avviare le stampe di Manuale di Diritto Amministrativo I dovevo dare l’ultima rilettura al testo. Per la prima volta mi accorsi che, voltando pagina 23, si passava direttamente a pagina 26. Sfilai l’unghia dell’alluce lungo il dorso del foglio e lo separai. Non avevo mai letto né pagina 24 né 25. Sniffai l’ultima striscia di coca e lessi: Giuda ordinario […] Giuda amministrativo. Non era un’allucinazione, l’errore c’era per davvero. Chiamai immediatamente Paolo Austero, il direttore, per informarlo. Mi disse di non preoccuparmi, che avrebbero provveduto loro a risolverlo. Loro? ma se ero io il responsabile! Ignorai l’ordine, corressi la pagina e confermai la stampa. Il giorno dopo tornai alla Garzanti ed ebbi un’orribile, duplice sorpresa: il libro era stato stampato con l’errore ed io ero stato degradato da vicedirigente a bidello. Ero vittima di una cospirazione. Andai all’ufficio di Austero per protestare. Non ricordo esattamente cosa gridai, ma di certo non erano cose piacevoli. Ad un certo punto, dall’angolo dietro la scrivania emerse un uomo che non avevo notato prima, un uomo anziano, alto e in abiti eleganti. Si avvicinò a me e batté il bastone sulla mia coscia. Era cieco. Mi prese per il collo e, sfiorando con la bocca il mio orecchio destro, disse Robertina. Scoppiai a piangere e fuggii. Da quel giorno mi limito a pulire i cessi e a sniffare con moderazione, dato che non posso permettermelo.” Il giorno dopo il professor Prezzo ed io affittammo un'auto. La nostra destinazione era una villa ai margini di Como, quasi in campagna. Lì, ad attenderci, c’era Giorgio Luigi Borghese. Prezzo mi raccontò che l’ultima volta che era stato a Como aveva quasi rischiato di morire. Era il 1993 ed era appena tornato da una conferenza sulla metafisica fascista a Lione quando venne attaccato da un branco di uomini incappucciati e armati di manganelli di gomma. Erano Templari Fascisti. Si diceva che l’ordine lombardo fosse il più violento, eppure nel caso di Prezzo si limitarono solo a picchiarlo. Bastarono infatti pochi cerotti ed una borsa di ghiaccio per renderlo pronto alla master class che avrebbe tenuto di lì a poco, un incontro sul rapporto tra il post-modernismo e il sesso anale. Anni dopo, alla luce della scoperta del Giuda amministrativo, avrebbe capito come tutto fosse collegato. “Volevano avvertirmi. Per tanti anni ho pensato che mi avessero attaccato per la mia conferenza in Francia. I templari, in realtà, sapevano solo della mia conferenza sul sesso anale. Lo sfintere, come saprai già, è l’anticamera dell’Inferno. Mi stavo incamminando verso la perdizione, verso Iudas minister, e loro mi stavano avvertendo. Ma il mistero della fede gli impedì di farlo in vie più chiare”. Entrammo nella villa di Borghese. La porta era già aperta. I muri interni, come quasi tutta la mobilia, erano candidi e puliti, di un biancore accecante. L’autore era in fondo al salotto, seduto su una grande poltrona scarlatta. Indossava uno smoking elegante, portava un bastone lungo e bianco e – questo lo notammo con terrore – era cieco. “Siete voi?” chiese con tono rilassato. “Sì” dissi. “Ebbene, ho sentito che vi siete interessati al mio manuale di diritto amministrativo. Ditemi tutto”. “No – disse Prezzo – è Lei a doverci dire tutto, tutta la verità sul Giuda amministrativo. Sappiamo che c’è una cospirazione mefistofelica in atto e non siamo gli unici”. “Non si agiti, professore, io mi sono solo limitato a diffondere un messaggio. Ha ragione, sì, il Giuda amministrativo esiste ed è già tra di noi, Filius degenerato di quel Pater cacciato dal paradiso. L’errore dei teologi, poveri stolti, è ritenere che l’Inferno sia un luogo alieno rispetto alla terra. Ma l’Inferno, figli miei, è la terra. E Satana vive qui da millenni.” “Che cosa possiamo fare per salvare il mondo?” dissi, esasperato. “Uccidere Iudas minister” disse Borghese. “Ovvero… Lei!” disse Prezzo. Il cieco rise di gusto. “Padre, Satana; Figlio, Giuda; Spirito Santo, interesse legittimo; infine, tre volte Satana, totale sei”. “Finalmente!” dissi. “Adesso possiamo andarcene” disse Prezzo. “Cosa? Perché?” “Ma non capisci? Se la terra è l’Inferno e Borghese è Satana, uccidere Borghese significherebbe eliminare l’Inferno e quindi la terra!” “Sono un po’ confuso” confessai. “Un giorno capirai” disse e, lasciandoci Borghese alle spalle, abbandonammo per sempre quella casa. Quello che il professor Prezzo ignorava era che, poco prima di lasciare Apulia Marina, avevo preso con me un piccolo crocefisso di legno e, subito dopo aver salutato Borghese, lo avevo lasciato cadere proprio sotto i suoi piedi. Sono sicuro che l’uomo, anche se cieco, se ne fosse accorto: pochi giorni dopo sono venuto a conoscenza della sua misteriosa scomparsa. Oggi, a distanza di tempo da quell’accaduto, vedo la terra (o l’inferno che dir si voglia) deteriorarsi pian piano, preparandosi all'apocalisse, e ne documento ogni minuziosa modifica. Solo Dio sa cosa non farei pur di non studiare.
  7. Starpas59

    Un altro destino

    Titolo: Un altro destino Autore: Paola Starace Casa editrice: Amazon KDP ISBN-13 : 979-8577869267 cartacea - Codice ASIN: B08PZ98KXK digitale Data di pubblicazione: 08/12/2020 Prezzo: €11.50 cartacea - €9.99 digitale Genere: romanzo biografico Pagine:79 Quarta di copertina o estratto del libro: Carmine Schiavone junior è un giovane uomo costretto a crescere troppo in fretta, un ragazzo dallo sguardo malinconico e troppo spesso sfuggente, forse nel timore di lasciar trapelare le emozioni sapientemente trattenute e difese, che però non sfuggono all’autrice. Carmine ha un sogno: poter raccontare la sua storia di bambino conteso e di uomo dal pesante fardello, per quella che è, scevra da qualsiasi pregiudizio o invenzione. Paola Starace decide, dunque, di dargli voce lasciandogli campo libero sulla pagina affinchè si instauri un dialogo con il lettore senza la necessità di incomodare il libro di inchiesta o di denuncia; un uomo che non fa sconti a nessuno, neppure a se stesso, che non rinnega la sua storia fatta di relazioni affettive complesse e rese più complicate da un’eredità decisamente pesante. Una biografia breve, ma intensa, una storia che appassiona, coinvolge e commuove. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/dp/B08PXBGV8M#
  8. Giampo

    Theoria Edizioni

    Nome: Edizioni Theoria Sito: https://edizionitheoria.it/ Catalogo: https://edizionitheoria.it/index.php?r=catalog%2Fbooks&BookSearch[sort]=publication_date&BookSearch[order]=3 Modalità di invio dei manoscritti: https://edizionitheoria.it/index.php?r=site%2Fcontact&scenario=proposal Distribuzione: la rete promozionale è affidata a Libromania, mentre Messaggerie Libri è il distributore. Facebook: https://www.facebook.com/Edizioni-Theoria-208109706714486/ Questi sono giovani e fortissimi. Come si legge su Wikipedìa: Theoria è una casa editrice indipendente che ha avuto sede a Roma. Fondata nel 1982 e chiusa nel 1995, è rinata grazie al gruppo Rusconi nel 2017, con la sede spostata a Rimini (in verità è Santarcangelo di Romagna, ma la provincia è quella). Tra gli altri autori italiani Theoria ha pubblicato gli esordi narrativi di Fulvio Abbate, Giampiero Comolli, Marco Lodoli, Giulio Mozzi, Sandro Onofri, Sandra Petrignani e Sandro Veronesi. Grande importanza avevano anche le pubblicazioni scientifiche, la saggistica letteraria e le traduzioni di autori stranieri come Su Tong. La redazione di Theoria ha anche svolto una funzione di palestra e laboratorio per un'intera generazione di editor, curatori editoriali e traduttori, destinata successivamente a svolgere un ruolo importante nell'editoria italiana, e di cui hanno fatto parte: Paolo Repetti, Claudio Ceciarelli, Severino Cesari, Giulio Mozzi, Ottavio Fatica, Giacomo Scarpelli, Maria Rita Masci.
  9. dfense

    Cartman Edizioni

    Nome: Cartman Edizioni Sito: https://cartmanedizioni.it/ Catalogo: https://cartmanedizioni.it/libri/ Modalità di invio dei manoscritti: https://cartmanedizioni.it/casa-editrice/pubblica-con-noi/ Distribuzione: https://cartmanedizioni.it/acquistare/librerie-consigliate/ Facebook: https://m.facebook.com/cartmanedizioni/
  10. Kikki

    Fve editori

    Nome: Fve editori Sito: https://www.fveditori.it/ Catalogo: https://www.fveditori.it/ Pulsante Collane Modalità di invio dei manoscritti: https://www.fveditori.it/scrivi-con-noi/ Distribuzione: non specificato Facebook: https://www.facebook.com/fveditori/?ref=bookmarks
  11. José Quirce

    D'Ettoris Editori

    Nome: D'Ettoris Editori Sito: https://www.dettoriseditori.it/ Catalogo: https://www.dettoriseditori.it/bookstore/libri Modalità di invio dei manoscritti: non specificata Distribuzione: non specificata, ma è Messaggerie Libri (come indicato sul sito del distributore) Facebook: [non sono in grado di fornire dettagli poiché non sono iscritto]
  12. Aporema Edizioni

    Passepartout - Storie di un portiere notturno

    PASSEPARTOUT - Storie di un portiere Notturno Luca Di Martino Aporema Edizioni Pagine 162 ISBN Cartaceo 9788832144468 ISBN Ebook 9788832144567 Data di pubblicazione: maggio 2020 Prezzo della versione cartacea € 12,90 Prezzo versione digitale € 2,99 Link all'acquisto versione cartacea Link all'acquisto Ebook formato Kindle Link all'acquisto Ebook formato Epub Quarta di Copertina Vi siete mai chiesti quali segreti nascondano le camere d’albergo? Nella pulita compostezza del loro silenzio, notte dopo notte, storie tristi, appassionate, romantiche, immorali si avvicendano. Unico testimone, il portiere notturno, che tra savoir vivre e filosofia, regala un’identità a quei destini di passaggio, sottraendoli all’anonimato di una semplice firma. “Passepartout” è un libro scritto, come scrive lo stesso autore, per “liberare tutte quelle voci che nella notte raccontavano vite, problemi, situazioni a volte al limite del credibile”. Un insieme di racconti dunque, ma anche un insieme di riflessioni sui comportamenti umani e sul rapporto tra i sessi.
  13. OldRiver_

    Centauria Libri

    Nome: Centauria Libri Generi trattati: narrativa, manuali, biografie, varia Modalità di invio dei manoscritti: non specificato, nella sezione contatti c'è un indirizzo email generico: redazione@centaurialibri.it Distribuzione: non specificata Sito: http://www.centaurialibri.it/ Facebook: https://www.facebook.com/CentauriaLibri/
  14. Giampo

    Bulzoni

    Nome: Bulzoni Sito: https://www.bulzoni.it/it/ Catalogo: www.bulzoni.it/it/shop Modalità di invio dei manoscritti: www.bulzoni.it/it/contatti. Modalità non specificata, ma è possibile accordarsi per la spedizione del manoscritto telefonando in sede. Distribuzione: www.bulzoni.it/it/distribuzione Facebook: www.facebook.com/BulzoniEditore
  15. Giampo

    Adda editore

    Nome: Mario Adda editore Sito: https://lnx.addaeditore.it/ Catalogo: https://lnx.addaeditore.it/content/category/2-catalogo Modalità di invio dei manoscritti: https://lnx.addaeditore.it/content/36-invio-di-manoscritti Distribuzione: Non specificato Facebook: https://it-it.facebook.com/addaeditorebari/ Una casa editrice barese, attivissima sul proprio territorio, che pubblica praticamente qualsiasi genere e che si proclama non a pagamento.
  16. Aporema Edizioni

    Il sole in sella

    IL SOLE IN SELLA Giorgia Antonelli Aporema Edizioni ISBN Cartaceo 9788832144604 ISBN Ebook 9788832144703 Data di pubblicazione: luglio 2020 Prezzo versione cartacea: €13,90 Prezzo ebook: € 3,49 Pagine: 232 Link all'acquisto Cartaceo Link all'acquisto Kindle Link all'acquisto Epub Quarta di Copertina Per molti la boxe è uno sport che rappresenta la metafora della vita: si colpisce, si è colpiti, si va al tappeto e ci si deve rialzare. Anche l'equitazione può essere vista in questo modo. Non importa quante volte sei sbalzato dalla sella, se vuoi continuare a correre, devi risalirci una volta in più. Qui però non sei solo a combattere: c'è il cavallo, fedele alleato dell'uomo dalla notte dei tempi. Nel rapporto con questo nobile animale, Giorgia troverà la forza di affrontare e superare i mille imprevisti che la vita le metterà davanti, per far rinascere la luce della speranza e per riaccendere "Il sole in sella".
  17. Aporema Edizioni

    RISALIRE

    RISALIRE Igor Jogan Aporema Edizioni ISBN Cartaceo 9788832144475 ISBN Ebook 9788832144741 maggio 2019 Prezzo versione cartacea € 13,90 Prezzo versione digitale € 2,99 Pagine 220 Link all'acquisto cartaceo Link all'acquisto Kindle Link all'acquisto Epub Quarta di Copertina Nella vita di Libero, un ingegnere informatico di origini istriane, è arrivato il momento in cui di solito un uomo si ferma a riposare e a tracciare un bilancio della propria esistenza. Per lui invece è ancora l’ora delle sfide: quella col lavoro, perché i soldi della pensione non bastano mai, quella con la moglie, dalla quale ha deciso di separarsi, quella con il figlio, ormai adulto ed emigrato all’estero, che però ancora ha bisogno del suo aiuto per tirare avanti. Vorrebbe sedersi, invece deve ancora camminare e “risalire” lungo il crinale della vita e delle sue amate montagne. Ad affiancarlo in questo percorso, due donne: la giovane Paruša, che lo aiuterà a inserirsi nel mondo dell'e-commerce internazionale e l'affascinante Chiara, l'unica in grado di riaccendere una luce nel buio della sua anima ferita.
  18. Lui

    Ronzani Editore

    Nome: Ronzani Editore Generi trattati: Narrativa non di genere, Saggistica, Poesia, Tipografia ed Editoria: https://www.ronzanieditore.it/le-collane Modalità di invio dei manoscritti: contatto diretto attraverso la sezione "contatti" Distribuzione: https://www.ronzanieditore.it/punti-vendita/punti-vendita Sito: https://www.ronzanieditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/RonzaniEditore/ Dalla sezione "La Casa Editrice": La nascita di una nuova Casa Editrice richiede la compresenza di ingredienti precisi: l'amore per il libro come mezzo di espressione e come occasione di divulgazione del pensiero, un programma editoriale chiaro e coerente con il messaggio culturale che si intende offrire, un'altrettanto chiara idea del pubblico a cui ci si rivolge, una solida organizzazione d'impresa, la sensibilità per la scelta dei titoli e degli autori, la voglia di scovare nuovi autori e opere inedite che possano entrare in un catalogo uniforme, organico, dove i libri si “parlino l'un l'altro”, per sviluppare un pensiero e una narrazione coerente; infine – ed è una peculiarità che intendiamo sottolineare - la capacità tecnica di produrre libri belli: tipograficamente, graficamente, e per i materiali che si utilizzano nel farli. In altre parole la necessità che un gruppo di persone apporti la propria sensibilità e le proprie competenze al progetto: è un evento raro, ma quando accade genera una specie di magia. La Ronzani Editore, fondata nel 2015, nasce da questo felice incontro tra persone che condividono queste idee, da questa sentita esigenza di diffondere, divulgare l'amore per la lettura e per i bei libri, ma vorrebbe essere anche qualcosa di più: un “progetto culturale” che veda il libro come meraviglioso pretesto: per rendere concreta questa moderna e attualissima forma di resistenza, che si dispone partendo da tre collane classiche per una casa editrice di cultura, narrativa – poesia – saggistica, oltre a una quarta dedicata alla cultura tipografica ed editoriale.
  19. Massimiliano Marconi

    Capanne

    Commento a Come Marty McFly Ho aperto l'album, la mia vecchia collezione di attimi, ed ecco che un piccolo frammento è schizzato fuori con forza dalle pagine polverose: l’esile istantanea di una lontana estate ai tempi delle scuole medie. Ricordo che in quell’anno – mi sembra il 1967 – i miei nonni avevano ritardato la partenza per il mare e a giugno ormai inoltrato ero ancora a casa a sopportare il caldo e le lunghe giornate oziose che trascorrevo purtroppo lontano dalle spiagge e dagli amici marittimi. Da buon lettore di fumetti e libri d’avventura decisi quindi di mettermi a fare l’esploratore. Uscivo la mattina, jeans, maglietta e un paio di Superga blu ai piedi, e arrivato in fondo alla mia strada anziché girare a sinistra verso la piazza, prendevo la via sulla destra: una corta “S” che all’improvviso diventava un viottolo accidentato che si perdeva nei campi assolati. Ma dopo pochi metri il panorama cambiava completamente. L’erba, i radi ulivi e le piccole costruzioni di mattoni e tegole un po’ sbilenche che sparavano nell’aria il frastuono dei telai sempre in funzione lasciavano il posto a una specie di boschetto ombroso di grossi alberi fra i quali spuntavano dalla terra, come funghi, delle capanne costruite alla bell’e meglio, con assi di legno sconnesse, pezzi di ondulato o altri materiali di recupero e i tronchi stessi a fare da colonne. E in mezzo a tutto questo, nascosto fra le fronde basse, sorgeva un vecchio edificio dalle pareti scalcinate e quasi completamente ricoperte di edera; gli infissi – quelli che ancora rimanevano – erano di quel verde pallido e scrostato che da anni non vede una mano di vernice. Per quanto possa sembrare strano, quel rudere era abitato da una coppia di contadini e dal loro figlio, un ragazzino più piccolo di me di un anno e tanto smilzo quanto io, in quegli anni, ero rotondetto. Le capanne ospitavano un po’ di animali, per lo più pollame, e soprattutto davano il nome a quella piccola porzione di territorio ancora selvatico e il soprannome al ragazzo che ci viveva. Lo avevo conosciuto alle elementari: un tipo un po' schivo, che durante la ricreazione se ne stava quasi sempre seduto in disparte, sprofondato nelle pagine grinzose di un fumetto oppure intento a sfogliare uno stropicciato mazzetto di figurine Panini. Le nostre affinità erano parecchie e fu piuttosto naturale cominciare a scambiarsi qualche parola e qualcuna di quelle figurine. Tutti lo chiamavano in quel modo: Capanne, e anch'io l'ho sempre associato solo a quel nome, tanto che proprio non ricordo quale fosse quello vero. Nelle mie mattinate da esploratore, Capanne mi accoglieva con un gran sorriso e occhi già ben svegli e luminosi sotto la tesa smangiucchiata di un grosso cappello di paglia. Addosso, una vecchia canottiera lisa e un po’ bucherellata cacciata in un paio di calzoni corti dal colore ormai indefinito e stretti in vita da una cintura di cuoio la cui lunga estremità penzolava fin quasi a terra; le gambe magre finivano in un paio di scarponcini slacciati dalle suole consumate e infangate. Era il suo tipico abbigliamento da lavoro. Ben diverso dai miei capi tutti belli pulitini… Ma nessuno dava peso a certe differenze. E qualunque cosa dovesse fare, gli davo volentieri una mano perché le varie incombenze fossero sbrigate velocemente e ci fosse tempo per dedicarsi alle cose davvero importanti: fabbricare un fucile a elastici usando un manico di scopa, qualche molletta per i panni e pezzi di camera d’aria; tirar fuori micidiali archi e frecce dalle stecche di ombrelli rotti per poi sfidarsi in gare senza fine contro bersagli di cartone; oppure, proprio non far niente se non sedersi con la schiena contro un albero a leggere i fumetti che non mancavo mai di portarmi dietro. Proprio come quel giorno. Dopo aver trotterellato qua e là con un paio di grossi secchi pieni di mangimi vari, ci mettemmo seduti all’ombra. Capanne buttò da una parte il suo cappellaccio di paglia e mi tese la mano in attesa del suo giornalino preferito, nel quale si tuffò a pesce. Io, ogni tanto, alzavo gli occhi dalle pagine del mio fumetto e intravedevo la figura di suo padre nel suo andare avanti e indietro con qualche pesante attrezzo in spalla. Era impossibile non notare la somiglianza fra lui e il figlio: stesso cappello sfrangiato, stessi lineamenti scolpiti, la stessa immancabile canottiera, pantaloni (lunghi) strizzati in vita e scarponi color del fango secco ai piedi. E stesso sorriso che gli saliva fino agli occhi quando si soffermava per darci un’occhiata da sotto la tesa del cappello. Sapevo che, purtroppo, tutto questo non sarebbe durato ancora per molto. Sapevo che presto tutti e tre se ne sarebbero tornati al loro paese di origine perché buona parte di quella zona sarebbe stata spazzata via per far posto a nuove abitazioni e nuove strade in modo che il mio quartiere, La Castellina, si ricongiungesse a quello adiacente, La Pietà. Da lì, quell’aria di provvisorio, di trasandato che pesava su tutto quanto. Stavamo là tutti concentrati nella lettura, dunque, quando sentimmo la voce di sua madre che chiamava per il pranzo e alla quale per primo rispose il brontolio sordo della mia pancia. Ci guardammo e scoppiammo in una risata che riuscì a contagiare anche i suoi genitori. E ancora ridevo fra me e me mentre correvo fra l’erba diretto verso casa. Ma il riso mi si spense improvvisamente in gola: una fitta acuta sotto il piede mi costrinse a buttarmi a terra sul fianco. Alzai la gamba destra, stringendola fra le mani nel tentativo di contenere il dolore. Attaccato alla suola di gomma della Superga c’era un pezzo di legno sul quale luccicava la grossa testa di un chiodo. E mi resi conto con orrore dov’era andata a finire la punta. Non so come, ma riuscii a non farmi prendere dal panico e a tirar via il chiodo dalla scarpa. Ricordo però che, oltre al piede, la bocca continuò a farmi male fino a sera, tanto devo aver stretto i denti nello sforzo. Mi alzai a fatica e zoppicai fino a casa. Dove finalmente arrivai grondando sudore e lasciando una scia di vistose gocce di sangue che traboccavano dalla tela della scarpa ormai completamente inzuppata. Sorvolo sulla reazione di mamma nel vedermi in quello stato. Diciamo che alla fine ce la fece a calmarsi e a chiamare il medico, che mi costrinse a stare una settimana intera disteso a letto con un chilo di garza imbevuta di alcol avvolta intorno al piede (fra l’altro non potevo neppure fare l’antitetanica perché in una precedente occasione mi ero scoperto allergico). Naturalmente tutto andò per il verso giusto e alla fine della settimana camminavo meglio di prima. Questo per quanto riguarda il fisico. Sull’animo invece mi rimasero un paio di profonde cicatrici. Già dalla prima mattina che potevo rimettere il naso fuori di casa mi incamminai – con molta attenzione – verso Capanne, per raccontare al mio amico cosa mi era successo e spiegargli il motivo per cui non ero più andato a trovarlo. Ma tutto ciò che mi trovai di fronte fu un gran polverone e un paio di ruspe che correvano avanti e indietro a spianare muri, capanne e fragili bersagli di cartone… Se n’erano andati, un paio di giorni dopo il mio piccolo incidente (seppi dopo), e io non avevo potuto dir niente al mio amico Capanne. Così, non solo perdevo un altro pezzetto di quel mondo, così importante ai miei giovani occhi, in nome dell'arrivo del progresso; ma soprattutto perdevo un amico. Ed era una perdita ancora più forte perché appesantita dal dubbio. Chissà se sarà partito a occhi bassi portando con sé solo del rancore verso chi lo aveva abbandonato senza una parola di saluto; oppure voltandosi un'ultima volta verso il punto in cui ero solito arrivare, seppure deluso, avrà sorriso, sicuro che se non mi ero fatto più rivedere era stato per fatalità e non per colpa? Mi piace pensare che, fra veri amici, è quest’ultima l'unica risposta.
  20. Elisabeth

    Stand by me

    Stamattina pioveva ed io non sono riuscita a smettere di fissare quella pioggia sottile che scendeva cantilenante e dolce. Ora ha smesso. Apro la finestra e mi arriva alle narici l’odore unico della terra bagnata. E d’improvviso mi assale il ricordo di un’altra terra bagnata e di un tempo andato. D’estate io e Marie, appena smetteva di piovere, correvamo fuori e andavamo a caccia di lumache. Non so perché ci fossimo fissate con le lumache. Probabilmente il fascino di un animaletto che si porta la casa appresso era per noi irresistibile. Ci tuffavamo nell’erba alta del giardino che correva lungo tutta la casa e la prima che ne trovava una guadagnava dieci punti. Una volta ne trovammo una ventina, una colonia. Le battezzammo una per una e a turno la sera ci eravamo date l’ingrato compito di contarle. Ne mancava sempre qualcuna all’appello. E noi restavamo lì a chiederci per quale ragione fossero l’emblema della lentezza quando invece a noi sfuggivano con una regolarità inspiegabile. E fu nel cercare di recuperarne una che successe. Il giardino nel quale le nostre scorribande prendevano vita finiva su un terreno incolto, una proprietà contesa da anni tra eredi mi pare e per questo abbandonata a se stessa. In effetti non c’era nulla che ne segnasse i reali confini, per cui talvolta capitava che correndo ci finivamo in mezzo anche se sapevamo che oltre un certo albero, abbattuto da un fulmine chissà quanto tempo prima, ci era stato vietato di inoltrarci. Ci avevano raccontato che al centro del terreno incolto sorgeva dal nulla una casa a cui mai e poi mai dovevamo avvicinarci. Noi più di una volta ci avevamo fantasticato sopra. A seconda dell’umore di una delle due si trasformava in un castello o in un antro dove sicuramente viveva una strega. L’influenza delle nostre letture infantili giocava anche il suo ruolo devo ammettere. Ma quando accadde non ci stavamo pensando da molti giorni alla casa, eravamo state costrette dalla pioggia a riversare la nostra fantasia su altri obiettivi. Perciò ancora adesso sono convinta che se non fosse stata per la lumaca non ci saremmo avventurate oltre l’albero caduto. Ma era diventata una questione di principio recuperarla ormai. Senza avvedercene ci ritrovammo così di fronte alla “casa”. Era una semplice costruzione su due piani, con un balconcino rotondo sorretto da due colonnine con un arco che introduceva alla porta d’ingresso. L’edera, infestante, ne disegnava i contorni e i tratti, e piccole rose bianche ne puntellavano gli angoli addolcendoli. Non era un castello, ma nemmeno un antro buio dove potesse trovarsi a suo agio una strega degna di questo appellativo. “Vai avanti tu” mi disse Marie. Circospette e guardinghe ci avvicinammo all’arco di edera e pietra. “Non credi che dovremmo tornare indietro invece?” Le risposi sussurrando. Ma in risposta ottenni solo uno spintone che mi fece inciampare in un gradino nascosto dalle erbacce. Il risultato fu che per evitare di rimetterci l’arcata superiore appena spuntata mi aggrappai ad una maniglia che spuntava dalla porta a cui a furia di spintoni ci eravamo approssimate. E la porta si aprì senza sforzo. L’interno ci sorprese molto più dell’esterno ormai preda sconfitta dell’edera. Un camino scoppiettante – sebbene non avessimo visto fumo né avvertito l’odore avvicinandoci – con davanti un tavolino ci si presentò davanti gli occhi. Delle piccole poltroncine basse, una libreria e delle lampade completavano l’arredamento. “Andiamo via” mi disse Marie, ma io non le risposi assurdamente affascinata da quello spettacolo insolito e del tutto fuori da ogni logica. La casa doveva essere un rudere abbandonato, così mio padre lo aveva sempre descritto. Invece sembrava non solo essere abitata ma era anche arredata di tutto punto. Su una delle poltrone giaceva abbandonata una veste bianca punteggiata di fiorellini rosa. Senza alcuna coscienza, tipica dei bambini, iniziammo a gironzolare per quella stanza toccando i libri, fingendo di prendere il tè nelle tazzine di porcellana finissima conservate nella credenza, indossando dei cappelli con delle piume lunghissime che giacevano abbandonati su un divanetto, senza pensare nemmeno per un attimo all’eventuale proprietaria di tutte quelle cose. Ridevamo e ci rotolavamo sul tappeto persiano che copriva parte del pavimento in legno levigato. Finché non sentimmo un rumore provenire dal piano di sopra. La risata ci si bloccò in gola. Guardandoci con gli occhi sgranati e con i cuori che battevano all’impazzata, ci liberammo dei cappelli e iniziammo a correre inciampando nel tappeto, urtando il tavolino che rovinò a terra, e guadagnammo la porta. La corsa verso casa fu talmente furiosa che chiunque ci avesse scorto avrebbe visto solo un groviglio di gambe e braccia, una macchia indistinta sullo sfondo verde degli alberi. Avevamo fatto tardi e trovammo i nostri rispettivi genitori furenti, neanche ci salutammo con Marie e a capo chino rientrammo ognuna nella sua casa pronte alle sgridate. Più tardi, durante la cena, quando cercai di raccontare le cause del nostro ritardo a mio padre ricordo che lui prima mi guardò stranito e poi mi rispose laconico “ci sono passato ieri, non ci abita nessuno in quella casa, perché non è nemmeno una casa, sono rimaste solo le fondamenta. Un incendio la distrusse tanto tempo fa”. Presumo che la stessa risposta fu data anche a Marie. Quando ci rincontrammo l’indomani ci aspettava il mare azzurro e la promessa di cento bagni, le lumache erano ormai partite ognuna con la sua casupola per nuove avventure, e noi non ne parlammo mai di quel pomeriggio. Ogni tanto però ci fissavamo negli occhi e un sorriso complice si allargava sulle nostre bocche con le finestrelle. Non rividi più Marie, quella fu l’ultima estate che andammo in quella casa dal giardino scomposto a racchiuderne i lati. E fu l’ultima estate di un tempo ancora inconsapevole. Sta ricominciando a piovere. L’aria si è fatta gelida. Meglio chiudere la finestra.
  21. Giampo

    Edizioni Clichy

    Nome: Edizioni Clichy Sito: https://edizioniclichy.it Catalogo: https://edizioniclichy.it/shop Modalità di invio dei manoscritti: https://edizioniclichy.it/chi-siamo Distribuzione: Mondadori Libri Facebook: it-it.facebook.com/edizioni.clichy
  22. Vincenzo Ferrara

    Oggi, 6 giugno 1936

    Commento Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Mi disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una strana forma di nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato. Su sua richiesta ho tradotto il testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Kyle, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante. Today, June 6th, 1936 (Oggi, 6 giugno 1936) I Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante. Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche soldo. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato. Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma che abitava le numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto: Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73 Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Sarebbe poi arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario: Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.* Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti dell'antenato nella biblioteca comunale di Potenza, per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015. II Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti: I registri sono tutti sbagliati.* Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno 1936. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato su una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936. In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Sabia alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario. Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era di lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo: Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.* Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Si fermò di fronte a quell'affissione maledetta, iniziò a sudare e tremare. Mettere un uomo di fronte alla nudità dei propri incubi significa portarlo alla follia o, nel migliore dei casi, alla morte. Non siamo fatti per queste cose, viviamo nel paradosso ma dobbiamo ignorarlo per vivere nella decenza. Antonio avvicinò la torcia a quel muro e, in pochi secondi, l'annuncio fu in fiamme. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, il fuoco di un nuovo giorno. Ieri, meglio non saperlo. III Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra. Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Un paese che ha la sua definizione di marcio, tutta particolare. Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.* I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, sembra quasi rivelare l'epilogo di questa strana storia. Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse una certa fama nei passaparola della nazione quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni singolo giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu poi quel John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro. Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia fossero stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano. *** Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento a tutte quelle cose che Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona (gli scriverò al riguardo, prima o poi). Vorrei che avesse parlato, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo strano e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella dura bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era una probabile manifestazione di autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via. *In italiano nel testo originale
  23. Giampo

    Edizioni Ponte Gobbo

    Nome: Edizioni Pontegobbo Sito: http://www.edizionipontegobbo.com Catalogo: http://www.edizionipontegobbo.com/e-books.php Modalità di invio dei manoscritti: non specificato (http://www.edizionipontegobbo.com/contatti.php) Distribuzione: non specificato nel sito, ma dovrebbe essere Casalini Libri. Facebook: https://www.facebook.com/ed.pontegobbo/
  24. flambar

    Conte Louis Arthur De la Gironde

    www.writersdream.org/foru “CONTE LOUIS ARTHUR DE LA GIRONDE” Ero un giovanissimo primo ufficiale di coperta (comandante in seconda) imbarcato su di un moderno portacontainer a turbopropulsori denominato “Relay.” Già da due giorni svolgevamo operazioni portuali nella città di Port Bouc (Francia). A sera tardi finito di piovere mi venne voglia di fare una passeggiata per le vie della città. Chiamai un taxi, e mi accompagnò nel quartiere della movida francese. Camminando nelle viuzze mi accorsi che la città era eccezionalmente pulita ed ordinata. Vi erano fiori e piante da per tutto, le finestre delle case adornate come le abitazioni delle fiabe. Una bella ragazza francese, mi sbarrò il passo dicendomi che mi amava e, desiderava passare la serata in mia compagnia. Pur Sapendo che era una messa in scena per attirare i clienti con l'intenzione di pulirgli il portamonete in un locale nelle vicinanze accettai lo stesso l'invito. Osservandola con più calma constatai che era estremamente bella, quando danzava i suoi movimenti erano talmente sensuali da lasciarmi senza fiato. Durante la danza la stringevo forte a me assaporando il suo inebriante profumo di femmina, fremevo sentendo il suo morbido corpo tra le mie braccia. Insomma ero partito e non sapevo neanche dove mi trovavo. Nell'istante in cui avevamo perso la testa tutti e due, manacce nervose con grande forza bruta ci distaccarono. Era il titolare del Bar Osteria nonchè, marito della bella ragazza che poco fa tenevo tra le mie braccia. Costui afferrò con tanta forza il braccio di lei da lasciarli dei lividi facendola urlare di dolore trascinandola in malomodo fuori dal locale. Da parte mia ancora non sapevo che era il marito ma, anche a saperlo non tollero che si tratti cosi una donna in mia presenza. Con sincerità le mie intenzioni erano di calmare le acque ma, il furibondo marito mi sferrò un tremendo pugno in faccia da farmi cadere per terra riuscendo a lesionarmi la mascella. Reagii immediatamente riducendo il titolare del locale un vero straccio gliene detti tante che metà bastavano. Seduto per prendere fiato, cinque individui mi aggredirono a tradimento riducendo il sottoscritto a “ Ecce Homo”. Tutto dolorante sporco di sangue chiamai un taxi che, vedendomi in quelle condizioni rifiutò il sevizio, consigliandomi di chiamare l'ambulanza. Alla fine per allontanarmi il più presto possibile dalla zona, mi incamminai zoppicante per raggiungere la nave. I dolori diventavano molto forti ed ogni tanto ero costretto a fermarmi per riposare. Mentre ero seduto su di una bitta al buio, si sentivano dei passi ritmati come un orologio rimbombavano per tutto il porto. Nel momento che riposavo a causa della serataccia trascorsa venni preso dallo sconforto, piansi ed una lieve vertigine mi fece cadere rovinosamente per terra. Una voce molto quieta in francese mi chiese:«che problemi hai marinaio» risposi:«niente non ti preoccupare»ma a causa dei forti dolori non ero in grado di alzarmi, lo sconosciuto calcolando la mia precaria situazione mi aiutò a sollevarmi di terra e con una sola mano riusciva a tenere dritti i miei novanta chili di peso corporeo. Evidentemente venni meno e svenni. Al mio risveglio, mi accorsi che non stavo nella la mia cabina, qualcuno mi aveva pulito disinfettato e messo venti punti di sutura sparsi per il corpo. Sentii bussare alla porta diedi il permesso di entrare, di fronte a me si presentò un uomo talmente bello che sembrava un angelo. Domandò come stavo, dicendomi che aveva avvisato il mio comandante perciò di non preoccuparmi. Ad un marinaio che aveva il compito di pulire la cabina domandai chi fosse; rispose era un nobile francese comandante della nave ed anche armatore, si chiamava “Louis Arthur De La Gironde” un conte. I dolori erano diventati più acuti di prima, i francesi c'erano andati duri. Allora di pranzo, il conte Louis, con molta gentilezza mi invitò al suo tavolo per consumare la pietanza Nell'istante in cui presi posto, la sua espressione cambiò del tutto compresa la sua voce, dopodichè mi pareva di dialogare con un vero diavolo. In atteggiamento da duro mi chiese di raccontare quello che mi era capitato. Per evitare guai non collaborai alle sue richieste. La sera decisi di ritornare a bordo del bastimento dove ero imbarcato. A notte fonda un ciclone spalancò la porta della mia cabina e afferrandomi di petto mi costrinse ad alzarmi per seguirlo. Voleva conoscere i responsabili del feroce linciaggio organizzato contro di me. Gli feci presente che eravamo solo in due, ed io nelle condizioni in cui mi trovavo avremmo avuto sicuramente la peggio, rispose;«tu non ti preoccupare me la vedo tutto io». Parcheggiò l'auto nelle vicinanze del locale in questione e mi obbligò a indicare i responsabili dell'aggressione nei miei confronti. Uscendo dall'auto mi intimò:« tu! resta qui! ». Quello che si è svolto dopo mi lasciò stupefatto. Anche io avevo esperienze di risse tra marinai, c'è da sottolineare che dette risse sono da definirle all'acqua di rose, in confronto allo spettacolo che offriva la bagarre del conte Louis, che pur essendo un uomo in torno al metro e ottantacinque centimetri si muoveva e saltava come l'agilità di un gatto. Ogni colpo che sferrava era una dura mazzata e se qualcuno si azzardava ad armarsi di coltello o di una qualsiasi cosa per offendere la situazione si aggravava facendolo diventare più aggressivo e più crudele. Non conoscevo il suo modo di lottare non l'ho visto neanche nei film al cinema, usava a secondo le circostanze tutte le parti del corpo colpendo con la massima precisione dove doveva colpire ed ogni colpo era un ko. In sintesi la lotta durò pochi secondi ed i cinque crollarono per terra come defunti. Non inveiva contro gli avversari. come loro avevano sicuramente fatto con me, attendeva che si ripigliassero o li aiutava a riprendersi gettandogli in faccia un bicchiere di acqua fredda dato che il locale essendo anche un ristorante ne trovava quanto ne voleva per poi colpirli con durezza. In fine disgustato della loro meschina resistenza con la massima calma rientrò in macchina dicendomi:«vieni con me marinaio ti offro un bicchiere di buon Cognac »in che maniera potevo non accettare? Perciò saliti a bordo della sua nave, quando entrai nella cabina rimasi sbalordito sembrava la sala di un nobile arabo tutta piena di veli, le paratie erano rivestite in mogano di Giamaica, per terra ricoperto con tappeti pregiati una vera reggia. Mi fece accomodare offrendomi uno squisito Cognac ma, nel momento che mi consegnava il bicchiere a calice toccò con ambiguità la mia mano, pensai con molte probabilità è stato un gesto involontario, un uomo cosi forte coraggioso che sotto i miei occhi aveva ottenuto la meglio con estrema facilità contro cinque energumeni sicuramente molto violenti, non poteva appartenere alla classe degli uomini gay. Senza offesa nei confronti dei gay. Purtroppo mi sbagliavo, nell'accorgermi che poneva spesso la sua mano sulle mie ginocchia e qualche volta accennava a dei gesti decisamente effeminati. Gli dissi:« scusami un momento adesso torno» Non tornai affatto ed in serata salpammo con rotta l'arcipelago delle Canarie. Del conte Louis è rimasto indelebile la sua educazione , la sua gentilezza, il suo coraggio e l'etichetta del suo squisito cognac tanto raro da riuscire a trovare una sola bottiglia molto costosa sorseggiandola alla sua salute. m/forums/topic/40649-mi-119-il-parchetto/?do=findComment&comment=773483
  25. U'

    l’italienischen freund

    Qui Avevo sperato un’intrusione nel budello metropolitaine fatto di mercati, spesa quotidiana, pizzicagnoli e soffitte e invece Suplice mi presenta a un’amica sua, figlia in vista di antichi ugonotti, e grazie a dio si limita a una presentazione sommaria e frugale. ‘Tolto il dente tolto il dolore, direste voi’, dice Suplice sulla soglia, nel suo vestito biancolatte e con le Kickers da bambina, mentre io controllo che la suola della mie tiger sia netta per non macchiare parquet, moquette, mattoni d’oro o qualunque altro genere di arazzi e passamanerie potrei scovare all’interno. Il nostro anfitrione è una donna asciutta e ben vestita, non priva di una certa austera bellezza, peccato gli occhi rossi e il fazzoletto ciancicato. Mentre tira su dal naso ci fa accomodare su un divano blu di prussia con i cuscini di velluto sui quali mi ritrovo a tracciare con le dita prima fragili figure astratte, poi timidi cazzetti che diventano sempre più sfacciati finché non è Suplice a mettere fine di suo pugno alla frenetica cazzomachìa e con un gesto della mano, stende il velluto e cancella ogni fellatio come gesso sulla lavagna. Con la mia tazza di caffè americano posso finalmente ammirare lo scorcio della Neue Synagoge con la cupola in stile moresco e le decorazioni a traliccio ed ignorare bellamente il nostro ospite che ormai credo di aver inquadrato come una donna scopata male dentro un matrimonio nato stanco da cui avrebbe fatto bene a saltar fuori alla prima occasione o quantomeno al primo accenno di corna. Perché oltre ad aver compreso che suo marito non la toccherebbe più neanche con il cazzo del giardiniere yemenita – si tratta evidentemente di un’iperbole visto che non ho niente contro yemeniti, giardinieri o cazzi in genere-, questa ragazza si rammarica per un’esistenza di cui ha solo vagheggiato, dopo averne assaggiato uno scampolo durante il primo anno da sposina. Capirai la noia quando la pendola - la pendola!!! - ha suonato la prima ora passata a raccogliere confessioni di scopate tristi come un Natale senza neve. Non ce l’ho fatta più: mi sono acceso una sigaretta e le ho chiesto, bitte, che mi facesse avere qualcosa di più alcolico di un vov o avrebbe finito per disperarsi mentre strappavo lunghe strisce di carta da parati dai muri, o mentre le tormentavo il bordo della boiserie con le chiavi dell’auto. Cosa che ovviamente ho solo pensato, ma Suplice, la faunetta dall’animo wikka, deve aver avvertito la parabola discendente di ogni mio bioritmo e ha domandato alla frau ‘sii cortese Janis, è possibile avere una birra per l’italienischen freund?’. Di nuovo liberi abbandoniamo la regina del cristianesimo ai mugugnii e ai suoi ‘se fossi’ e Suplice lascia finalmente che la guidi nel quartiere con la bussola del mio incredibile, indomito cuore e mi osserva ritrovare il sorriso ogni volta che riconosco un volto, l’insegna di un negozio o il beccuccio di una fontanella che piscia di traverso. La trascino al mercato in piazza dove ci adoperiamo in un poco di spesa quotidiana; le bancarelle itineranti mi son sempre piaciute per quell’idea di informalità e nomadismo che li porta ad apparecchiare i bancali ogni giorno in un luogo diverso, con la fatica nelle mani e quell’aria da zingari per bene. Ma forse tutto si riduce alla mancanza dell’odioso sottofondo musicale dei supermercati o allo spiffero del reparto surgelati, alla tessera coi punti e al catalogo coi premi. Un’idea di modernità che non riesco a fare mia, i prodotti sugli scaffali mi mettono tristezza. La dignità compita di un banchetto montato con la brugola invece – abusivo o meno – riesce sempre a rallegrarmi. Va a finire che compro un po’ di tutto, dalla primizia al cavolo cappuccio, seguendo sostanzialmente una logica cromatica. La trattativa mi costringe a rispolverare un lessico lontano da quello del turista quasi sempre ‘mbuttunato di orrendi complementi di moto a luogo, totalmente inadatto per scoprire quale sia il taglio di vitello migliore per servire un Abgebraunte Kalbshaxe come dio comanda.
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