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  1. flambar

    [FdI 2019-3] " A b i s s o "

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic “ A B I S S O “ Conoscere tutto quello che mi circonda è sempre stato un chiodo piantato nel mio cervello, esempio: le piramidi d'Egitto sono costruite a identica forma della cintura d'Orione. In alcune zone del centro America sono state scoperte delle rampe di atterraggio, costruite quando ancora non esisteva l'aereo, nelle isole Rapa Nui a largo dell'oceano Pacifico esistono delle enormi statue in pietra aventi come copri capo simile ad uno scafandro d'astronauta che a un copri capo comune. Tutt'ora non si è scoperto come facevano gli antichi egizzi a trasportare enormi blocchi di pietra da centinaia di tonnellate, tagliarli con precisione che solo con il Laser si può attuare e poi trasportarli e posizionarli ad un centinaio di metri d'altezza se ancora non era stata scoperta l'uso della ruota? Tutte queste domande mi affascinavano e incuriosivano a tal punto che decisi di visitare quei luoghi compreso il triangolo delle Bermuda. Quindi non mi dispiaceva se due tre mesi all'anno li trascorrevo alla ricerca di prove dell'avvenuta visita aliena sul nostro pianeta. Ma quali prove... l'unica prova certa è stata che, personaggi malavitosi hanno approfittato del mio particolare momento per estorcermi tredici milioni di lire. Continuai lo stesso le mie ricerche, dove si verificava qualsiasi cosa strana o inspiegabile cero anch'io pronto a scattare foto e video. Ma … quali foto vuoi scattare, ma quali alieni vuoi vedere, per quale caxxio di motivo degli extraterrestri dovrebbero nascondersi da noi? Da queste valutazioni negative iniziai a perdere interessi per la ricerca. Una notte in navigazione a Nord del mar Adriatico, durante il servizio di guardia sul ponte comando della turbo nave “Fatma”. A dodici miglia traverso Cèrvia nel riminese si verificò per alcuni minuti un immane, silenziosissimo bagliore di luce intensa che avvolse l'intero scafo lasciandoci allibiti. Subito dopo ritornò la notte. In seguito a questo fatto la mia curiosità si riaccese, nacque in me il sospetto che dove avevo cercato non era altro che un depistaggio architettato da qualcuno per non farmi andare dove dovevo realmente esplorare. Questo spiega il motivo percui l'uomo non conosce la vita che si svolge nei fondali marini del suo stesso pianeta. Armato di nuova forza esplorativa, in ogni porto che si ormeggiava il bastimento dove ero imbarcato, andavo alla ricerca di un mezzo subacqueo d'acquistare, per poter monitorare il fondale della zona dove si era verificato l'episodio già descritto. Ebbi fortuna, nel porto di Rabat in Marocco, attraccato alla banchina sulla prua di un mini sommergibile c'era scritto; “On Sale.” ( in vendita) Giachè il proprietario era nelle vicinanze gli domandai il prezzo. Mi chiese dieci milioni di lire. Risposi: « occhei! prendo i soldi » evidentemente il marocchino non aveva capito niente di quel che gli avevo detto, abbassando la sua richiesta a cinque milioni di lire. Risposi:« Ma no!... aspetta che adesso ti porto il denaro » menomale che non so parlare il marocchino perchè, il corpulento proprietario diminuì ulteriormente il prezzo a quattro milioni, prima ancora che ci ripensasse, salì sul sottomarino e l'ormeggiai vicino alla nave Fatma. Nei giorni successivi approfittai dei tecnici della nave e addirittura uno di loro era un ex sommergibilista, imparai ad usare le valvole e pilotare il mezzo subacqueo, il piccolo ma efficace natante richiedeva solo di una buona manutenzione. Nel sottomarino potevano stare solo due persone, chiesi a mio fratello Elio essendo anche lui un marinaio se voleva partecipare, rispose di si, gli dissi di recarsi ad Ancona. La sera stessa all'arrivo ad Ancona incontrai mio fratello Elio. Messo al corrente delle intenzioni che avevo, esultò dicendomi: « quando si parte?» gli risposi:« prima dobbiamo impratichirci del mezzo, quindi salimmo a bordo del piccolo acquatico che chiamai “ Brik “ per recarci in una zona di basso fondale che ben conoscevo sulla costa anconese Arrivati sul posto ancorammo il Brik e scendemmo in mare non più profondo di un metro, per controllare se tutto era in ordine alle valvole di presa in acqua dello stesso scafo. Durante il controllo, sentì un grido di dolore di mio fratello gli domandai:« che c'è» rispose:« niente mi sono tagliato un piede con qualcosa » siccome l'acqua era molto bassa con le mani a tentoni trovai questo qualcosa che aveva ferito Elio. Man mano che lo estraevo dal fondale ebbi una sensazione molto strana, difatti quello che avevo tra le mani era di dimensioni e qualità sbalorditive, si trattava di una lega o di un metallo più o meno di un metro quadrato spesso e leggero come un foglio di carta da stampante ma forte e duro più dell'acciaio, impossibile piegarlo o tagliarlo col cannello. Incuriosito lo portai a bordo del Brik. Per tre giorni rimanemmo in quel posto ad esercitarci. Una volta pronti iniziammo ad esplorare il fondale più a largo. Comunque la zona da monitorare non era più profonda di sessanta metri, indi non molto impegnativa. Ogni tanto ci fermavamo per osservare meglio. In una di queste soste sentii un esclamazione di meraviglia di mio fratello:« Na! Ma io queste scritture le ho già viste » siccome stavo seduto dalla parte d'avanti la posizione mi consentiva pochi movimenti gli domandai di cosa stava parlando mi rispose guarda tu stesso e nello stesso momento mi passò in avanti lo strano foglio di metallo che avevamo trovato. Caxxio! Esclamai ma queste sono scritture dell'antico Egitto, come potevano aver scoperto una lega del genere? Il ritrovamento di quel materiale mi inquietava molto, dissi a mio fratello andiamo a terra conosco chi può tradurre quello che c'è scritto su questo strano foglio. Arrivati ad una banchina del porto di Ancona ormeggiammo il Brik prendemmo un'auto in affitto per recarci a Stresa sul lago Maggiore portando con noi il foglio. In viaggio mio fratello mi domandava in continuazione dove eravamo diretti, gli risposi:« stiamo andando dal professor Abidelcader Moamed Istrik espertissimo di scrittura egiziana » Arrivati a Stresa, suonai il campanello dell'abitazione del professore che ci accolse da grande amico. Presentammo il misterioso foglio, osservandolo disse:« si è scrittura dell'antico Egitto » domandai che cosa diceva: il professore rimase perplesso per un attimo ma poi incominciò a leggere dicendoci era un messaggio, che diceva: « Noi popolo di Erzenuk abitanti del pianeta Zegumbir appartenente al sistema solare di Al' Nair salutiamo ed auguriamo lunga vita al popolo che riceverà questo nostro pacifico messaggio Ad un certo punto il professore tacque, cambiando espressione disse, di ritornare domani perchè aveva un impegno che non poteva mancare. Come due idioti io e mio fratello gli lasciammo in consegna il foglio misterioso. Di buon ora l'indomani, suonai al campanello della casa del professore, suona, suona e suona alla fine si affacciò una signora dell'appartamento di sopra dicendoci che, il professore era partito presto e non si sapeva quando sarebbe tornato. Perciò io e mio fratello, considerando che era cosa inutile rimanere li, c'è ne tornammo ad Ancona come due cani bastonati Ma non era finita, arrivati con l'auto nelle vicinanze della banchina dove avevamo ormeggiato il piccolo mezzo subacqueo, notammo numerosa gente compreso agenti della polizia di stato e carabinieri.Domandai ad una persona che cosa fosse successo, rispose che stavano sequestrando quell'imbarcazione perchè sospettano che appartiene a terroristi o trafficanti di stupefacenti. Rassegnato guardai mio fratello Elio dicendogli:« questi sono più coglioni di noi, prima che ci chiudono in una cella e buttano la chiave in mare torniamocene a casa. » /44203-fdi-2019-3-il-bambino/?do=findComment&comment=783608
  2. flambar

    Ballerino di flamenco

    https://www.writersdream.org/forum/foru “BALLERINO DI FLAMENCO” Città di Siviglia (Spagna) da qualche ora sbarcato dal motopesca Oceanico “ Kanurra”, ero in cerca di un albergo per pernottare e decidere il da farsi dato che ero stato sbarcato con tutto l'equipaggio per colpa di una campagna di pesca disastrosa è maledetta, combattuta contro cicloni, tifoni, trombemarine enormi e violenti marosi superavano anche i quindici metri d'altezza, spesse volte la tempesta copriva la luce del sole da sembrare notte fonda, le ondate si infrangevano con violenza a dosso ai masconi prodieri da scuotere paurosamente l'intero bastimento. Il vento teso rompeva le creste dei flutti peggiorando ancor più la visibilità. Non era da escludere che in quelle condizioni c'era il rischio di sbiellare l'asse delle eliche, rendendo il natante ingovernabile e azzardatamente in balia di marosi giganteschi. Insomma il maltempo e la malasorte la fecero da padrona fino all'ultimo, tanto che nella manovra di ormeggio all'ordine pari indietro tutta le macchine non partirono, cioè quando partirono era oramai troppo tardi, l'abbrivio ci portò a speronare un traghetto ormeggiato che andò rapidamente a fondo. Durante la ricerca di una pensione, per le vie si sentiva il ritmo di una musica che conoscevo “il flamenco”un Night Club emanava quella straordinaria melodia. Stavo per entrare ma, con me c'era il mio magnifico Satana sicuramente non mi avrebbero fatto entrare, quindi rimandai per dopo aver trovato un hotel. Nelle vicinanza notai un piccola pensione, dissi a me stesso proviamo a domandare se accettano cani. La risposta fu: « este es un animal noble que puede entrar » (questo è un animale nobile può entrare). Più tardi in un ristorante a cena, ebbi lo stesso apprezzamento su Satana, entrai col cane senza nessun problema. Il terranova si fece tondo tondo per quanta carne gli fu regalata, il tutto adornato da un paio di bottiglia di birra. Finito di cenare, decisi di dare una occhiata al Night. Poco fuori del locale diedi l'ordine al cane; « Satana a terra » Le ballerine sentendo l'ordine esclamarono: « Madre de Dios el diablo »( madre di Dio il diavolo) nel frattempo terrorizzate uscirono dal locale guardandomi con occhi sgranati. Il titolare osservando la scena, scoppiò a ridere e rivolgendosi a me disse: « tu però vestito tutto di nero col cane anche nero che si chiama per giunta Satana.» Un po' seccato chiesi se mi era permesso di entrare? Entra entra tanto non c'è nessuno mi rispose. Difatti la sala era deserta, ma la musica c'era fui facilmente trascinato dalla passione e la sensualità del ritmo del flamenco i camerieri stupiti dal mio modo di esprimermi nella danza andalusa avvisarono coloro che erano usciti di rientrare per vedere come ballavo. Adagio, adagio rientrarono tutti, per ultimo ci fu un grande applauso ed in coro sentii: « es un talento natural » (è un talento naturale) Mentre sorseggiavo un Cubalibre si avvicinò un signore di una certa età, facendomi dei complimenti per come danzavo scambiandomi per un ballerino del Nord della Spagna. Mi presentai e gli dissi che ero italiano. Ad alta voce informò tutti che non ero Spagnolo ma italiano, poi mi invitò nel suo ufficio, dove le pareti esponevano tutti i trofei vinti in raduni di danza flamenca. Mi invitò a mettermi comodo e cosa desideravo bere. Arrivando subito alla questione, mi propose se volevo far parte della sua compagnia di danza. Insomma le sue intenzioni erano di ingaggiarmi come ballerino. La paga non era certo come quella di capitano, mi stava a cuore il desiderio di imparare più affondo il flamenco. Mi chiese dove alloggiavo, indicandogli l'albergo, sorrise dicendomi che l'albergo era di sua proprietà ed era stato il destino a farci incontrare, aggiungendo che se accettavo la sua proposta non mi avrebbe fatto pagare l'albergo. Accettai. Stavo per alzarmi, senza sollevare la testa mi domandò dove stavo andando. Ancor prima di rispondere, mi informò che in serata dovevo danzare con una ballerina che poi mi avrebbe presentato. Nell'istante che uscivo dall'ufficio replicò; « non allontanarti che tra non molto devi danzare » risposi: «non ho neanche un costume» hai ragione, vieni con me. Prese un metro da sarto mi misurò e dopo qualche minuto ero vestito da danzatore di flamenco. Uscendo dall'ufficio tutte le ballerine mi abbracciarono calorosamente baci di qua, baci di la ci trovammo come per magia sulla pedana da ballo. Da i primi movimenti lenti la danza ci trascinò nella passione più profonda coinvolgendoci nella pura sensualità di essa. Rimasi stupito dalla sensazione di piacere che provavo nel intonare il movimento del mio corpo col ritmo della musica, le ballerine poi mi inabissarono ancor di più nel vortice voluttuoso della danza. Alla fine ci fu un grande applauso, i clienti chiedevano il bis. Il Night era stracolmo fino fuori di gente curiosa di veder un italiano danzare il flamenco, danza tradizionale spagnola. Manolo, il direttore artistico del gruppo mi consigliò di non sudare e di andare nel suo ufficio a riposare perchè sicuramente sarei stato richiamato di nuovo per danzare. Non trascorsero più di dieci minuti e tutti i clienti presenti nel Night in coro esclamarono: «italiano! italiano! italiano!» Per curiosità aprì la porta ed ebbi un grande applauso, nel momento che a distanza ringraziavo la clientela, i musicanti andalusi iniziarono a esibirsi in un motivo che conoscevo molto bene “el toro” Si avvicinò a ritmo del brano una donna dalla bellezza strabiliante era una incantevole mora di fuoco, tipica bellezza latina che si muoveva dinnanzi a me con l'eleganza di una pantera nera. Inebriato dalla sua bellezza, dal suo profumo più il ritmo del flamenco non ero più padrone di me stesso. Nella sala si sentiva dire: « este chico tiene sangre andaluza» (questo ragazzo ha sangue andaluso) Per tutta la notte danzai con lei, in una piccola pausa Manolo mi riferì che dovevamo fare coppia fissa perchè era un gran spettacolo vederci ballare. Nel momento che il direttore artistico girò le spalle, Pilar (nome di comodo) mi diede uno sguardo da farmi piegare le ginocchia. Ogni giorno ci vedevamo per allenarci nella danza, non era solo il flamenco ma anche il tango argentino ed il flamenco arabo. Manolo si accorse che tra me e Pilar c'era una formidabile intesa, cambiò il suo modo di essere, divenne scortese nei nostri confronti e spesse volte molto aggressivo in alcune di queste discussioni azzardò ad un gesto come per alzarmi le mani. Per non avere ulteriori problemi chiesi il licenziamento. Il direttore artistico dovendo dare conto hai suoi soci venne a chiedermi scusa, pregandomi di ritirare la lettera di licenziamento. Acconsenti sotto la parola d'onore che non mi avrebbe più mancato di rispetto. Passarono sei mesi avemmo gran successo per tutto il sud della Spagna. A Malaga di sera durante una delle solite appassionate esibizioni, piene di ardore tra me e Pilar, Manolo davanti a tanta gente andò su tutte le furie dando un violento schiaffo a Pilar, la mia reazione fu immediata, con un solo pugno colpendolo tra la testa ed il collo. Lo scaraventai a terra come uno straccio. Il regista una volta ripresosi venne a chiedere scusa dicendomi: «Pilar es mi esposa» ( Pilar è mia moglie).Come potevo immaginare che tu fossi suo marito? Considerando che hai più di sessanta anni e lei si e no venti? L'indomani di prima ora sia io che la bella Pilar venimmo arrestati per tentato omicidio dalla polizia spagnola. Non abbiamo saputo niente per cinque giorni. Al momento del nostro rilascio ci informarono che Manolo stava bene ed aveva fatto i nomi di coloro che l'avevano accoltellato. Usciti dal carcere ci abbracciammo fortemente ed in un orecchio gli sussurrai: « tu esposo me rompiò las pelotas queres hacer el amor conmico? » Lei entusiasta rispose: « Siiii » Immaginate voi che sia potuto succedere con sei mesi di astinenza e cinque giorni di rabbia. ms/topic/43804-fdi-2019-1-il-corvo/?do=findComment&comment=782898
  3. flambar

    "Scafo da combattimento"

    http://www.writersdream.org/forum/Forums/topic/39291-dim Durante le vacanze a Puerto Cortes in Honduras, conobbi uno strano e misterioso personaggio dal nome "Schreiber" sicuramente di origine tedesca. Costui venuto a conoscenza che ero un ufficiale di marina, mi offri un imbarco da comandante su di un motoscafo ormeggiato nel porto di Gibuti. in corno d'Africa. In questa zona del nostro pianeta, ventiquattr'ore su ventiquattro si verificano dei terremoti. Si pensa che l'intero corno d'Africa si stia staccando dal continente. Da Puerto Cortes, fu necessario cambiare cinque aerei per raggiungere Gibuti. Nell'aeroporto di Gibuti, mentre recuperavo le valigie, un tassista ad alta voce chiamava il mio cognome...mousieur Ucci...mousieur Ucci...gli feci cenno con la mano, mi disse che aveva l'ordine di condurmi a bordo. Arrivato sottobordo, notai che non era un motoscafo qualsiasi la forma mi indusse ad osservarlo con più attenzione, la denominazione poi era ancora più inconsueta"Laissez - les"(Lasciamoli) In poche parole si trattava di un grosso scafo da combattimento, totalmente costruito in alluminio pesante di cinque centimetri di spessore e di cinquanta metri di lunghezza, trasformato in un lussuoso panfilo a propulsione aerodinamica. Rimasi sorpreso! Non ero mai stato al comando di un simile natante. Dissi a me stesso...<<qua son caxxi amari!>> Salito a bordo, il marinaio di guardia mi intimò di scendere subito a terra, gli feci presente che ero il nuovo comandante. Con molte possibilità vedendomi molto giovane rispose:<<e io sono l'Ayatollah Khomeini>> fui costretto a prendere un'altro taxi per trovare alloggio in un albergo. L'indomani mattina, mi presentai all'agenzia marittima della nave, un impiegato mi accompagnò a bordo. Finito di sistemare le valigie nel mio alloggio. Chiesi al direttore di macchina di nazionalità inglese, se a bordo era tutto in ordine per provare lo scafo. All'occhei del macchinista, ordinai il posto di manovra. L'imbarcazione data la sua potenza, per avere una manovra più sicura in porto, aveva un motore ausiliare a propulsione meccanica di mille cavalli asse. Raggiunto il mare aperto e cioè l'oceano Indiano, il macchinista voleva provare l'intera potenza aerodinamica del natante, io incuriosito acconsentii, anche perchè volevo sapere con chi avevo a che fare e cosa tenevo tra le mani. Messo in moto il reattore, per tutto lo scafo si avverti come un sussulto, pareva un animale vigoroso, svegliato da un lungo sonno con l'intento di scatenare tutta la sua forza. Con molta cautela, aumentai la potenza, era incredibile la sua velocità sembrava di volare. Il buon senso mi consigliò di non andare oltre il cinquanta per cento della sua energia. Almeno nelle prime volte. Nei giorni successivi, venni a conoscenza che tutto il personale era stato da poco imbarcato cioè nessuno conosceva la nave compreso il direttore di macchina ed anche io che ero il comandante. Indi! Dovevo abituare l'equipaggio e me stesso al particolare natante in cui eravamo imbarcati. Perciò, effettuai altre prove anche con cattivo tempo. Prodigiose le sue capacità marinaresche, lanciato a tutta velocità con mare forza quattro cinque non si avvertiva nessuna vibrazione ne colpi di mare chi aveva proggettato quel natante sapeva il fatto suo. In una di queste prove chiesi un caffè, e chi mi trovai di fronte?...il marinaio che mi aveva cacciato di bordo. Ricordandosi di me gli cadde il vassoio con tutto il caffè. Tranquillo dissi, in fin dei conti stavi svolgendo con responsabilità il tuo servizio. Restammo ormeggiati a Gibuti una ventina di giorni. Finalmente, arrivò l'ordine di cambiare l'ormeggio per caricare della merce che si trovava ad un'altro molo. Imbarcammo più di diecimila scatole di cartone non sigillate e senza alcuna etichetta, il loro contenuto era sconosciuto a tutti. Finita l'operazione d'imbarco puntai la prua per Gedda porto dell'Arabia Saudita. Pur non usando tutta la potenza dello scafo, impiegammo poco tempo per arrivare a destinazione. Entrati nel porto di Gedda, subito finita la manovra di ormeggio, si avvicinò sottobordo un grosso Tir nella quale scaricammo tutta la merce imbarcata a Gibuti. Il Tir, a sua volta carico, partì ma, dopo una manciata di ore vennero degli agenti di polizia a prelevarmi. Chiesi il perchè di questo atto di forza, non ci fu risposta alcuna sembravano tutti muti e sordi. Ho una profonda conoscenza dei popoli e, quando si comportano in questo modo li ritengo delle teste di capra. Ragion per cui, salì sulla loro camionetta e ci avviammo nel deserto. Percorsi una settantina di chilometri, subito dopo una curva c' era il Tir ribaltato che avevamo caricato qualche ora prima sottobordo. Buona parte delle scatole si erano rotte e rovesciate sull' asfalto infuocato. Un considerevole numero di bottiglie frantumate, con il caldo emanavano un forte odor di alcool. Nel frattempo arrivò una grossa gru che raddrizzò il Tir e lo posizionò in gareggiata. Appurando l' inutilità della mia presenza in quel luogo mi avvicinai ad un tizio pieno di medaglie, poi seppi era il capo della polizia. Gli chiesi per quale motivo mi avevano portato lì. Questi evidentemente non conoscrendo alcuna lingua mi fece capire che il Tir dovevo pilotarlo io. Risposi, come io? << Non tengo neanche la patente dell' auto! E vuoi che piloti un Tir ?>> Per risposta, quello con le medaglie fece cenno ad un altro arabo di consegnarmi la patente ed era anche a mio nome. Insomma tutto in regola e se non mi sbrigavo ad ubbidire mi avrebbero accusato di contrabbando d'alcool. Nei paesi mussulmani per un reato del genere è prevista anche la pena per decapitazione. Il capo della polizia, si avvicinò e a cenni mi fece capire che << se sapevo pilotare una nave ero capace anche di pilotare un Tir.>> Pensa un po' tu in che casino mi trovavo. Comunque, come si dice, <<al toro infuriato è saggio prenderlo per le corna>>Indi! con la fifa a dosso presi posizione alla guida del Tir. Non sapevo neanche come avviarli il motore, tanto che domandai di indicarmi dove era situata la chiave di messa in moto. Dopo non poche difficoltà, riuscii a farlo singhiozzare. Però man, mano che provavo fui capace di farlo camminare, si d'accordo era un disastro ma andava. Percorsi alcuni chilometri in quelle condizioni iniziai a prendere confidenza con il Tir, Strada facendo, sentendomi più sicuro provai ad andare più veloce, tutto andava per il verso giusto. Trascorsero più di tre ore di cammino nel deserto. Arrivati a destinazione scortati dalla polizia, entrai con tutto il Tir in un enorme parco coltivato con fiori di ogni genere sembrava un paradiso nel deserto. Fermai il mezzo da trasporto in un piazzale antistante una lussuosa casa, nella quale si doveva scaricare la merce. Durante il trasferimento, venni a conoscenza che il carico era destinato ad un facoltoso e nobile arabo. Subito dopo, sopraggiunse un grosso furgone di colore scuro, dal quale uscirono un gruppo di donne tutte coperte da burqua integrale, pensai, faranno parte dell'harem del nobile. Quando mi passarono vicino le sentii mormorare e ridacchiare. Intuii che mi stavano guardando con occhi maliziosi, ma anche il loro accompagnatore si è accorto e di conseguenza servendosi di uno scudiscio le rimise in ordine. La legge islamica è molto severa con le donne che si espongono verso un uomo ed in particolare a quelli che non seguono la stessa religione. Da questo episodio deduco che i ricchi mussulmani seguono gli stessi principi dei preti cattolici...ovvero, <<Fratelli fate ciò che vi dico io ma non fate quello che faccio io.>> Al mio ritorno a bordo, raccontai tutto al direttore di macchina che scoppiò a ridere, aggiungendo; <<ti è andata bene, se ti beccavano alla guida del Tir col carico che trasportavi come minimo ti avrebbero decapitato>>. Io replicai, ma! <<Ero scortato dalla polizia.>> Nel momento di scendere in sale macchine mi rispose, <<quelli non erano poliziotti.>> Accidenti! <<Tutte a me devono capitare!>> I giorni successivi si instaurò il sospetto che lo scafo era utilizzato per il contrabbando, all'insaputa dell'equipaggio. Una mattina di buon ora, si avvicinò allo scafo un camion di colore sabbia sembrava militare. Avevano ordine di caricare della merce a bordo. Si trattava di duecentotrenta casse di legno, come al solito non sigillate senza etichette e con l'ordine scritto in arabo, da trasportarle nel porto di Aden nello Yemen. Fermai le operazioni d'imbarco della merce, informai l'agenzia marittima della nave che il natante al mio comando essendo un panfilo non era abilitato al trasporto di merci. In quattro e quattro otto. Un impiegato dell'agenzia mi recapitò un documento di abilitazione dello scafo, originale e scritto pure in italiano. Hai portuali, non fu necessario metterci tanto tempo per caricare a bordo le casse in questione. Chiamai il direttore di macchina dicendogli cosa pensavo; rispose <<tu sei il comandante io sono solo un tecnico,>> lasciando tutta la responsabilità a me. Deciso, ordinai ad un marinaio di aprire una cassa e scoprì che la sua confezione era formata da fucili d'assalto kalashnikov. La situazione era molto seria, mi domandavo, chi fosse costui che rischiava il sequestro per contrabbando di uno scafo molto più del valore del carico che trasportava? A questo punto, mi rifiutai di partire. Perciò, andai in agenzia a chiedere lo sbarco. Ritornato a bordo per prendere le mie cose, trovai sulla banchina dove stava ormeggiato il battello una moltitudine di gente in mimetica. Salito a bordo, presi possesso delle mie valigie, mentre mi apprestavo ad uscire due soldati armati ostacolarono il mio sbarco indicando di seguirli. E bene sapere che, non conoscevo queste persone e ne sapevo distinguere i loro gradi o mansioni. Comunque fui messo di fronte a quattro individui e subito incominciarono a minacciarmi di contrabbando. Insomma ero in trappola. Loro credevano e io glielo feci anche credere. Dissi, ma voi! <<Trasportereste un carico di questo tipo con la paga sindacale?>> A questa domanda si guardarono in faccia l'uno con l'altro, esclamarono! <<Questo era il problema?>> Mi chiesero a quanto corrispondeva la mia remunerazione, risposi cinquemila dollari americani al mese. Accettarono subito la richiesta. In serata ordinai il posto di manovra. Diedi un lungo sospiro di sollievo uscendo dal quel porto del caxxo. In mare aperto,(non tanto aperto, difatti, si era in navigazione in mar rosso) mi vennero dei dubbi, pensavo, che c'era anche la possibilità di cadere nelle mani nemiche o addirittura essere attaccato dai pirati considerando la zona. Tormentato dai dubbi anche perchè il mio primo dovere era la sicurezza dell'equipaggio. Si, avevamo delle armi a bordo, ma non eravamo truppe d'assalto. L'unica arma a nostro favore era la formidabile potenza del nostro scafo. Indi; allertai tutto il personale per abituarlo a delle accelerazioni improvvise. La parola d'ordine era “Cristo”a questa parola, tutti all'istante eravamo obbligati per propria sicurezza ad afferrarci a qualcosa di robusto per non subire danni fisici. In navigazione di notte, il radar era sempre acceso ma sapevo anche di non potermi fidare più di tanto. Ovvero, i radar di bordo alle navi, difficilmente rilevano le imbarcazioni piccole e basse sulla linea di galleggiamento. Difatti, non c'era più tempo, quando capimmo di essere circondati da scafi piccoli e veloci con a bordo gente armata e ostile. Per primo avvertimento fecero partire una raffica di mitra sulla nostra prua. Controllando il punto dove era stata sparata la raffica, non riuscivo dal ponte comando a vedere il danno che poteva causare allo scafo, per sicurezza siccome era notte osservai il punto con il binocolo a raggi infrarossi. Niente, neanche un graffio. Allora decisi Ordinai al macchinista il pronto in macchina, sapendo che i proiettili nulla avrebbero causato ad uno scafo di alluminio pesante di cinque centimetri di spessore, dissi, all'equipaggio di entrare in Tuga e gridai “Cristo!”dando tutta la forza in avanti, partendo a razzo si verificò una tremenda esplosione che squarciò la silenziosa notte dell'intero mar rosso tanto da lasciare inibiti sia noi e quelli che ci minacciavano. Osservare uno scafo di cinquanta metri di lunghezza planare sull'acqua a tutta forza è uno spettacolo stupendo, costatammo in oltre che non vi era nessuna vibrazione e il natante filava liscio a fior d'acqua come un predatore. Coloro che ci erano ostili non fecero neanche in tempo a sparare un sol colpo. Dopo qualche ora, si presentò il macchinista, disse che i consumi a quella velocità erano eccessivi e se poteva diminuire la potenza, io acconsentii. Nella mattinata, prima di arrivare a destinazione chiamai in assemblea l'equipaggio, chiesi loro cosa preferivano, andare a Gibuti con tutto il carico e rischiare un sequestro per contrabbando d'armi o consegnare il carico ai destinatari facendo finta di niente e poi prendere la rotta per Gibuti. Ad unanime decidemmo per la seconda opzione.
  4. flambar

    "Porto di Mazatlan ( Messico) (R)

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43148-mi-126 “ PORTO DI MAZATLAN “ (MESSICO) Da recente promosso 2° ufficiale di coperta. Salpammo a notte tarda dal porto di Marsiglia (Francia) rotta il canale di Panama per poi raggiungere la città di Los Angeles (USA). In navigazione nell'oceano Pacifico, a causa dello sciopero dei lavoratori portuali statunitensi fummo dirottati per Mazatlan, splendida città turistica. Finita la manovra di ormeggio, uscii in franchigia. Mentre passeggiavo, una grande insegna luminosa attirò la mia attenzione, c'era scritto”Taza de leche” (Coppa di latte) Incuriosito entrai, si trattava di un locale enorme fornito di ogni di genere di divertimenti. Non mi è stato difficile intuire che era anche una lussuosa casa del piacere. Nell'istante che ordinai un drink, si avvicinò una pomposa creola messicana. Approcciammo subito, bevemmo danzammo e tutto il resto... Nel pomeriggio dell'indomani ritornai a bordo. Una mattina visto che il “taza de le”che era aperto entrai tanto per curiosità e con mia grande sorpresa notai che l'ambiente che c'era la sera prima non c'era più. Il locale era frequentato da studenti. Domandai ad un cameriere spiegazioni, disse; che il locale dopo un certo orario ridiventava un bordello. Ancora incredulo, notai una bellissima mora seduta ad un tavolino visto che era sola, mi sedetti accanto a lei. La signora parlava in castigliano, da parte mia cercai di fargli capire a gesti che il castigliano non lo sapevo neanche fischiare, però lei mi sorrideva e a ricordo di come erano andate le cose la sera prima, ho pensato con questa sarà la fine del mondo. Incominciai a navigare con la fantasia. La signora mi sorrideva si, ma parlava in un modo allarmato, io continuavo a non capire. Ad un certo punto, si presenta tra di noi un tipo alto e smilzo e incomincia a litigare con la signora, non capivo quel che si dicevano, ma la strattonava con forza e in malo modo facendogli anche male, mi alzai per difenderla, ricevetti dallo smilzo un schiaffone in piena faccia nel col tempo tirò fuori da una fondina ascellare una grossa pistola a tamburo, ma fui più rapido di lui e lesto gli tolsi la pistola smontandogliela in un batterd'occhio( esercizio imparato durante il servizio militare) Fatto questo gli sferrai un tremendo gancio tra testa e collo riducendolo come un cencio. La signora mi implorava di andare via subito, perchè come si riprendeva sicuramente mi avrebbe ammazzato. Per evitare rogne ubbidì tornandomene a bordo. Al mattino, sottobordo numerose camionette della polizia e motovedette circondarono la nave. Avevamo l'ordine di scendere tutti in banchina, dal nulla mi apparve dinnanzi lo smilzo che avevo tirato il pugno. Adirato come una bestia disse:«Este ombre.» (quest'uomo) Non mi poteva capitare di peggio, avevo picchiato il capo della polizia messicana. Mi arrestarono di conseguenza persi anche l'imbarco, fui portato davanti ad un magistrato che mi domandò se sapevo parlare lo spagnolo. Ovviamente risposi di no, con un sorrisetto ironico mi condannò a sei mesi di lavori forzati e un corso di lingua spagnola. Consegnandomi alle guardie carcerarie delle prigioni municipali di Mazatlan. Durante il tragitto, il cellulare delle guardie si fermò in un piazzale antistante un Bar, il gesto mi inquietò molto pensando che qualcuno avesse l'intenzione di vendicare l'onta fatta al capo della polizia ed essendo incatenato non potevo muovermi. Aprirono le portelle del furgone e liberandomi dalle catene mi dissero:«non preoccuparti sappiamo che sei una persona per bene, vogliamo offrirti da bene per aver dato una severa lezione ad un scellerato capo della polizia.» In prigione feci conoscenza col mio maestro di lingua spagnola, si trattava di un famoso bandito messicano dal nome altisonante Fransisco Gomes de la Fuentes ed erano guai se non lo ripetevi tutto come stava scritto. Ogni mattina ci trasportavano sul luogo di lavoro più che altro consisteva nelle pulizie delle strade ecc... ecc... insomma da noi si dice lavori socialmente utili. Il carcere, che in realtà non si poteva definirsi tale, esso consisteva in un campo quasi quadrato di quattrocento cinquanta passi da un lato e cinquecento venti passi da l'altro lato. Il muro era inesistente ma esisteva una rete in metallo molto robusta con avviso di mantenersi a due metri distante dalla rete se si trascurava tale misura il cecchino di guardia sulla formaggetta aveva il diritto di sparare e quelli non scherzavano. Trascorsi un paio di mesi, una mattina dall'altoparlante sentii chiamarmi a colloquio. Mi domandavo chi poteva essere, già che non avevo avvisato nessuno dei miei famigliari. Mi accorsi che la guardia invece di portarmi in sala colloqui prese un altra direzione portandomi in un ufficio. È non vuoi che nell'istante dell'apertura della porta mi trovai davanti il famoso smilzo capo della polizia messicana. Nel riconoscendomi disse:«este hombre no» poi evidentemente ripensandoci e ricordando la mia rapidità nel disarmarlo mi richiamò proponendomi un ingaggio come agente nella polizia contro il narcotraffico. Sapevo che se accettavo dovevo stare al loro regolamento e lotta contro i narcotrafficanti era crudele e sanguinaria, lo stipendio poi era anche ridicolo. Perciò non accettai. Dopo qualche giorno lo smilzo non demordendo,entrò addirittura nell'area dei detenuti e davanti a tutti mi disse che:«se te elistas te doy el rango de sargento»( se ti arruoli ti do il grado di sergente) non accettai lo stesso. -la-ciotola/?do=findComment&comment=780439
  5. GLI EQUIVOCI DELL’EDITORIA. A grande richiesta, direttamente dall’ultima propagine europea dell’Oriente, il mio testo completo sull’editoria (pubblicato parzialmente da ‘il Foglio” di sabato 27): I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (molti, più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci. Ritengo che il primo, da parte di una famosa casa editrice, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’Est”. Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente. Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire esser bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere. Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in Casa Editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi. Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il Direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che Guerra e pace, ad esempio, al di là della mole, non sarebeb stato valutato il capolavoro, che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università… Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Per i libri per bambini e ragazzi è addirittura fondamentale! Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afgano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’ amica che lavorava alla redazione esteri del “Corriere della sera” e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque stauette votive in plastica celeste… Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore e fui ammesso a partecipare alle riunionioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’Est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuscinski dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione. Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro parautobiografico di una giovane signorina che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’Editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film. Eviterò di soffermarmi, perché l’ho già raccontato in altre occasioni, sulle decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu affidato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzittutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’Ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i resposnabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”!); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignado, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile. Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si ciamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da presentare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti. La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costati a chi li produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai. Sgombriamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana (dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Bollati Boringhieri, Donzelli): il suo fondatore e padrone per quasi cinquant’anni ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamnte arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Ma se si guarda alla sua impresa, da punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti. Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un rivoluzionario che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito Comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in questa avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, Il dottor Živago contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso Tropico del cancro di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici. Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e còlto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato A scopo di lucro. La tesi era che l'editoria è e deve rimanere un'impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l'obiettivo essenziale deve essere il profitto economico. Nell’editoria molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari il loro obiettivi e la missione umanistica della loro impresa. Oggi gran parte delle librerie, sono invece, purtroppo, dei posti equivoci: nel senso che non si capisce bene che funzione abbiano. Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai thè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, dovrebbe uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borghes, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o un’ affascinante raccolta dei testi dei tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese… Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Negli anni Novanta, le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Henry Potter ci hanno fatto capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani. I giovani sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che (altro equivoco!) fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altri arzigogolamenti teorici che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico e fanno loro apprezzare il “piacere del testo”. Quand’ero uno studente liceale, e stavo scoprendo il fascino misterioso del teatro, iniziai per caso a frequentare un piccolo negozio in riva all’Arno, accanto al Ponte Vecchio. La burbera e paffutella signora che lo gestiva mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice. Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno. Nelle librerie che frequentavo a Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni Ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la coppola, la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia “libraia”, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsiccie e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni. In quel mondo si è nutrito, ancora inconsapevolmente, il mio amore per l’editoria come missione culturale. La più originale libreria al mondo che ho visitato è la Marioka Shoten, di Yoshiyuki Marioka, a Ginza (Tokyo), aperta al piano terra dello storico, e miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti, edificio Suzuki (1929). Ogni settimana il libraio seleziona un unico volume per la vendita: lo espone, lo cura, lo circonda di immagini che lo completano, lo presenta attraverso una serie di incontri serali con l’autore o persone in grado di parlarne e alla fine della settimana lo sostituisce con un nuovo unico volume. A volte ho il sospetto che sia il libro, per la sua stessa natura, ad essere un oggetto equivoco. A cinque anni fui sorpreso dai miei genitori mentre mi arrampicavo su una scaletta fatta di grossi libri, nel tentativo di raggiungere la scatola di cioccolatini alle mandorle riposta sullo scaffale più alto della libreria del mio goloso, ed egoista, padre. Del resto, nella nostra casa di Firenze, dove c’erano libri ovunque, se ne faceva sovente un “uso improprio”. Se, durante i pranzi, non si trovava un cuscino, venivo rialzato al livello del tavolo mettendo sulla seggiola un robusto vocabolario, o, peggio ancora, per insegnarci a mangiare educatamente, con le braccia vicine al corpo, la mamma spesso ci costringeva a stringere sotto le ascelle due smilzi volumi. Il libro, che è uno strumento per comunicare storie e idee, solo a un certo punto del cammino umano ha assunto la forma cartacea che conosciamo e, nel futuo, avrà sempre più la forma immateriale del digitale e verrà letto su uno schermo. Ma la sparizione dei libri di carta non significherà affatto la fine dei libri: ci priverà però, purtroppo, dei mille usi che si possono fare dei volumi cartacei. A un certo punto, quando ero passato a lavorare in un’altra casa editrice assai importante, forse per una forma di impazzimento alal soglia della mezza età, mi incaponii nell’intravedere un grande futuro (che non ho nemmeno oggi del tutto abbandonato!) ai libri “popup”. Ormai con questa parola si intendono quelle piccole finestre che si aprono automaticamente quando si entra in una pagina web, per pubblicizzare particolari servizi del sito o per mostrare la pubblicità di inserzionisti. Sono cose che innervosiscono assai coloro che guardano un testo o un’immagine sullo schermo del computer e improvvisamente li trovano coperti da un messaggio estraneo. Fino a una ventina di anni fa, invece, con questo schioppettante termine, si definivano soltanto quelle meravigliose pagine dei libri per bambini che prendevano forma tridimensionale, facendo spuntare come arzigogolati funghi, dalle piatte pagine, castelli e animali a tre dimensioni. Realizzazioni ardite della fantasia dei disegnatori e miracoli della tecnica tipografica. Col progressivo passaggio dei libri dalla carta stampata alla forma digitale, e quindi immateriale (se non per l’elettronico supporto di lettura), il “popup” non hanno perso, e non perderanno, la loro identità materiale. Questi libri sono infatti tra i pochi che non potranno mai venir trasformati in file digitali: sono nati come giochi di carta e tali rimarranno. Sono insostituibili: neppure da macchinette simil-libro che producono ologrammi. Quand’ero bambino amavo farmi sorprendere dalle figure che si alzano una pagina dopo l’altra e toccare (e, perché no?, rompere) i meccanismi che legano le guglie di un castello o le possenti articolazioni di un dinosauro. Siccome i romanzi e i racconti un po’ alla volta spariranno come oggetti cartacei, è possibile immaginare che gli artisti si possano alleare agli scrittori di storie per dar vita a “popup” per adulti, che siano degli oggetti d’arte, in tiratura limitata e che, come avviene per le migliori “grafic-novel”, stimolino gli autori a pensare le loro storie in modo tridimensionale. In casa mia entrano molti libri: in parte li acquisto, ma molti mi vengono inviati per recensione dagli uffici stampa, o come omaggi da amici e conoscenti. Quando sono morti i miei genitori ho portato a casa mia una piccola parte (i libri più antichi) del loro grande e varia biblioteca. Li tengo per affezione, ma non li ho letti tutti: dovessi farlo, oltre a rischiare di sbriciolare quelle pagine ormai ingiallite, mi toccherebbe rinchiudermi in casa per alcuni anni. La porzione di miei “libri non letti” è quindi cresciuta parecchio. Un grosso incremento di “libri non letti” lo realizzai, nel 1986, quando tornai da Varsavia, dopo tre anni passati là a studiare, e mi posi il problema di come avrei fatto a trovare in Italia un libro che mi fosse servito: così, coi risparmi, acquistai prima della partenza molti volumi di classici e libri di riferimento, scelti secondo il criterio del “non si sa mai”. Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto "non letti" o appena consultati. Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione. Anche in quanto lavoratore dell’industria libraria tendo a considerare comunque tutti i libri che ho in casa (letti o non letti) come miei e indispensabili. In questo mi scontro con il resto della mia famiglia e anche con il gatto che, loro sostengono, si sentirebbe oppresso da tutti quei volumi che gli impediscono di nascondersi. I gatti e i famigliari sono i peggiori nemici dei libri non letti, che vorrebbero eliminare per fare spazio e dare aria: “quelli che non leggi mandali in cantina” è l’invito ricorrente che mi sento fare. Il sogno che ogni tanto faccio è quello di stabilirmi stabilmente in quella cantina, in mezzo a tutto quel bibliografico ben di Dio: fondare in quella caverna underground la mia propria casa editrice, portandoci una stampatrice (magari addirittura a caratteri mobili), e produrre per me tutto quello che mi passa per la mente. Mi cedo, come Paperon de Paperoni, sguazzare nei libri, come fossi in una piscina e pescare ogni tanto una pagina e mettermi a leggerla alla luce fioca della lampada che pende come un pendolo dal soffitto. Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, Una solitudine troppo rumorosa, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri. I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale» dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jirì Kolář affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.
  6. Mister Frank

    Ponte alle Grazie

    Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: http://www.ponteallegrazie.it/contatti.asp?editore=Ponte alle Grazie proposte@ponteallegrazie.it Oppure torseo Ioscrottore (per proposte di narrativa) Distribuzione: Messaggerie http://www.ponteallegrazie.it/ced.asp?editore=Ponte alle Grazie&lang=ita Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  7. flambar

    "Napoleone" il mio amico ratto di bordo

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39369-due-p "Napoleone" il mio amico ratto di bordo : Avevo circa 30 anni, per necessità accettai un imbarco con la qualifica di nostromo, pur avendo acquisito il titolo professionale di comandante. La nave si chiamava "Luigi I°" era una nave postale, cioè svolgeva un servizio di linea nei porti di Genova, Marsiglia, Caracas, Puerto Cortes, Tampa, Vera cruz, New Orleans e Barcellona. In navigazione, man mano che passavano i giorni, mi accorsi che nella mia cabina c'era un clandestino, ladro di cibo e rompi C... per dispetto lasciava i suoi bisogni sulla la mia biancheria, questo non lo potevo sopportare proprio. Il suo atteggiamento mirava a impossessarsi della cabina, ma quella era la cabina del nostromo, il nostromo ero io perciò doveva smammare lui. Machè - dice che quello se ne andava - allora fù cosa inevitabile, scoppiò una guerra tra me e lui, acquistai trappole di qualsiasi tipo e di qualsiasi nazione, - dici che quello se ne andava - strategie di avvelenamento di qualsiasi tipo, non demordeva voleva a tutti i costi la mia cabina. Un giorno mi chiamo il cuoco di bordo, chidendomi di seguirlo in silenzio, entrati nella cambusa, vedemmo un grasso ratto intento ad aprire una bottiglia di olio dopo di chè infilata la sua lunga coda nella bottiglia di seguito se la poneva in bocca tracannandosi una buona porzione di olio, una volta ingozzatosi, richiudeva la bottiglia, osservandolo meglio lo riconobbi era lui "Napoleone" il ratto" oramai padrone della mia cabina. Il ratto "Napoleone" pavoneggiandosi di tutte le vittorie avute contro di me, iniziò a sfottermi disturbandomi con i suoi squittii mentre dormivo e no smetteva di provocarmi, gli tiravo scarpe, tavole, bulloni d'acciaio, piatti con la speranza di ammazzarlo machè, neanche riuscivo a sfiorarlo,poi mi derideva con i suoi squittii e spariva. Oramai vicino alla resa, mi domandavo: d'intelligenza ne ha, di forza ne ha, di coraggio ne ha più di quello che deve avere, ma allora è un lider. ConvintO di avere a che fare con un lider dei ratti, decisi di farmelo amico. Stranamente ebbi successo. Gli portavo da mangiare, costruii per lui un giaciglio. Piano, piano conquistai la sua fiducia divenne mio amico, non solo non mi sporcava la biancheria ma svolgeva un tenace servizio di guardia alla cabina a finchè non entrassero altri ratti o persone. Per come lo tenevo curato e pulito, la gente lo scambiava con un cincillà anche quando lo portavo dai veterinai rimanevano meravigliati per la sua bellezza. In navigazione trascorserò più di 24 ore che non lo vedevo, incominciai a preoccuparmi, chiesi al capo macchinista se lo avesse visto, mi disse di stare tranquillo era il periodo di amore per questo motivo si è allontanato. Con mio rammarico da quel momento non lo vidi mai più.
  8. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 6

    Matematica Ero bravo in matematica, ma non era la materia che mi piaceva di più. Però era la materia in cui ero il più bravo, e mi piaceva essere il migliore. Sapevo con certezza di essere il migliore della mia classe e a detta della prof. ero il migliore della scuola. Ma, di nuovo, non era la materia che mi piaceva di più. Il momento che preferivo era la poesia. Non capivo benissimo le spiegazioni del prof. e non ottenevo i voti migliori - anche perché Italiano erano molte cose e non solo la poesia. Però mi piaceva da matti. Mi piaceva la comunicazione. Avrei voluto comunicare con tutti quanti. Non lo facevo, ma avrei voluto farlo più di ogni altra cosa al mondo. Forse era il fatto stesso di volerlo così fortemente che mi bloccava. Era così importante che provarci mi faceva paura. Ne ero terrorizzato. La matematica mi riusciva perché non mi dava l’impressione di comunicare. O almeno, comunicavo soltanto alla prof. e a i pochi che capivano lo stesso problema. La matematica mi riusciva bene perché non aveva parole. Aveva numeri, aveva lettere, ma solo pochi ci capivano davvero qualcosa. Avevo paura delle parole che avrebbero capito tutti, quelle che mi avrebbero fatto sentire nudo. Turista Ritornare in Ecuador è stato strano. L’odore di Guayaquil riuscivo a sentirlo già fin dall’aeroporto. Una grande famiglia che non riconoscevo più ci stava aspettando. Sentivo qualcosa di viscerale nei loro confronti. Come se riuscissi a riconoscere istintivamente che il loro sangue fosse simile al mio. Avevo quasi la sensazione di essere tornato a casa. Poi però iniziammo a parlare. E mi resi conto che non parlavo più spagnolo. Quello che parlavamo a casa coi miei genitori non era più spagnolo. Lasciati liberi, io e mio fratello avevamo iniziato a sviluppare una nuova lingua fatta delle parole più comode prese da entrambe le lingue, italiano e spagnolo. Presi da un’era fatta di velocità, anche il linguaggio rispecchiava questo nuovo bisogno: velocità nel capirsi. Nemmeno mi ricordavo come si dicesse giallo in spagnolo. Parola troppo lunga per poterla usare davvero. Perché perdere tempo a dire amarillo se posso dire giallo? E così la lingua interruppe la sensazione di essere a casa, in quello che era stato il mio paese per quasi sette anni. L’etichetta da straniero non riusciva ad abbandonarmi nemmeno qui, con il sangue del mio sangue. La nuova variante era turista, la nuova connotazione era “ti senti meglio di noi”. Per l’ennesima volta non mi sentivo di appartenere, ero fuori dal gruppo. Invece, volevo solo essere normale, essere come gli altri. Ero stanco di essere diverso, perché non riuscivo a vederci proprio niente di speciale in quella diversità. Nonno Non avevo mai visto quel nonno. Nella mia mente era come se mio nonno fosse morto, o come se non fosse mai esistito. Non ne avevo mai sentito parlare, e non avevo mai davvero nemmeno chiesto. Il papà di mio papà. Conoscevo molto bene la mamma di mio papà, e sapevo che l’uomo che aveva fatto da figura paterna a mio papà era stato prima malato e poi era morto. Ma era tutto fuori dai miei ricordi, da quello che avevo visto. Ora appariva di fronte a me questo piccolo uomo con un cappellino da baseball. Ha qualcosa di mio papà ma non riesco a vederci niente di me. Sono sempre stato fiero del mio cognome perché lo riconducevo a mio papà. Ora non so come sentirmi, con di fronte quest’uomo da cui viene lo stesso cognome mio e di mio padre. Mi piace immaginarmi le storie di uomini lontani nel tempo, accomunati a me dal sangue, dal dna. I padri dei padri dei padri (etc) di mio padre. Fantastico sulle loro imprese, piccole o grandi, celebri o dimenticate. Mi dico che forse sapevano che un loro discendente sarebbe stato come me. Mi dico che forse sono fieri di me. E poi mi trovo di fronte quest’uomo, colpito dall’inesorabilità del tempo; e non riesce ad essere all’altezza dei miti che tanto avrei voluto caratterizzassero il mio passato. Forse sono troppo ingiusto con lui. Forse ho ereditato il sentimento - anzi il risentimento - di mio padre nei suoi confronti. Mi dico che forse c’è un qualche errore, forse non è davvero lui mio nonno. Lo guardo negli occhi e mi rassegno. Non possiamo davvero scegliere da dove veniamo.
  9. flambar

    [FDI 2019-1] Porto di Mahajanga

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43619-il-leone-marino-in-patagonia-racconti-brevi-in-“3-punti”/?do=findComment&amp;comment=774061 PORTO DI MAHAJANGA (Madagascar) Dopo mesi di travagliata navigazione in mezzo all’Oceano Indiano, il motopesca denominato Principe De Asturia, colosso di oltre cinquemila tonnellate di stazza lorda e con un equipaggio di cinquanta uomini, concluse la manovra di ormeggio nel porto di Mahajanga, Madagascar. Non appena toccata la terra ferma, il nostromo Francisco Rosario Igusi, un vecchio cileno dal viso avvizzito, mi portò in un bordello. Ero molto giovane, per questo lui era protettivo nei miei confronti. Mi trattava come un figlio. Così, per evitare che potessi intrattenere dei rapporti con prostitute, fonti inesauribili di guai e malattie, mi ordinò di aspettarlo in sala d'attesa mentre lui si appartava con una di loro. Era la prima volta che entravo in un bordello. Ero curioso, ma dovevo rispettare le indicazioni del nostromo. Mi appollaiai su uno smunto divanetto all’ingresso e mi accorsi che la maîtresse mi guadava con voluttuosa insistenza. Era una donna giunonica, dai capelli bruni e con tratti vagamenti europei. Nonostante gradissi le sue attenzioni, mantenni una severa compostezza. D'improvviso la maîtresse lasciò il posto in cui era seduta e, decisa, venne ad accomodarsi al mio fianco. Bastò il suo profumo a inebriarmi e a farmi dimenticare le raccomandazioni del vecchio nostromo. Non appena mi fece un cenno, la seguii senza replicare. Mi condusse in un’elegante camera da letto, drappeggiata con raffinatezza in stile veneziano e in cui aleggiava una dolcissima fragranza di lavanda. Le luci soffuse conferivano all’ambiente un'aria misteriosa e io ero intimorito, ma desideroso di fare quell’esperienza. Appena entrati, lei mi afferrò con forza e mi scaraventò sul letto. Oltre a essere molto giovane, io avevo trascorso più di tre mesi in mezzo all’oceano, senza vedere neanche l'ombra di una donna. Vi lascio immaginare cosa si scatenò in quel momento, visto che lei prediligeva accoppiarsi con i ragazzini. Fummo travolti da una forte eccitazione ma, quando lei mi portò a baciare le sue parti più intime, presi coscienza dello squallore della situazione e con garbo cercai di allontanarmi. Mi resi conto che no, non potevo farlo...con una prostituta! Lei continuava a insistere. Dai…italiano…Dai… Io continuavo a rifiutare. Allora si alzò in piedi sul letto e prese a declamare una poesia. Per trovare l'amore c'incontrammo nella casa della perdizione colpa tua, colpa mia o sua. All'alba del terzo giorno nulla poteva ostacolarci nella difesa della nostra libertà pur sapendola molto relativa. Solo allora mi resi conto che non era solo assatanata, era completamente pazza. Così, con lo stesso animo con il quale si dà ragione agli stupidi, feci finta di arrivare dove lei voleva. Lei approfittò dei miei lunghi capelli per afferrarmi e con incredibile forza schiacciò la mia testa dove tanto desiderava che fosse. Non riuscivo a liberarmi da quella morsa. Gridavo di mollare perchè non riuscivo a respirare, ma lei mi ignorava. Quella micidiale stretta stava ormai per soffocarmi, quando, per mia fortuna, il nostromo mi sentì urlare a squarciagola e accorse in mio aiuto. Si fiondò contro la puttana. Lascia … lascia … lu picciriddu che lo stai ammazzando, disse in dialetto siciliano, e io riuscì a riprendere fiato. Il buttafuori del bordello, sentendo tutto quel trambusto, pensò che io e il nostromo stavamo aggredendo la maitresse. Così, piombò nella stanza e si scagliò su di noi che, a nostra volta, reagimmo con durezza. Quel groviglio di corpi fu districato dalla polizia che, senza troppi giri di parole, ci ammanettò e ci condusse in un carcere non molto distante, dove ci fecero depositare tutto quello che avevamo. Io consegnai un accendino d'oro marca Ronson regalatomi da una donna ligure e una catena con un grosso crocifisso di grande valore. Poi ci chiusero in un’angusta cella. Tre giorni dopo, il nostromo, in non so quale lingua, riuscì a spiegare all'inquirente il malinteso. Chiarito tutto e riacquistata la libertà, andai a ritirare le mie cose ma l'accendino d'oro non c’era più. Feci finta di niente. Usciti dal carcere, ci rendemmo conto di essere nel bel mezzo di una foresta pluviale. Così, tornammo indietro e provammo a chiedere un taxi ma i carcerieri non si degnarono neanche di aprire la porta di acciaio. Trascorsa qualche ora, vedemmo uscire dal carcere un camion con a bordo una ventina di soldati armati in uniforme. Disperati, chiedemmo un passaggio. Loro scoppiarono a ridere mentre ci facevano posto. Parlavano e ridevano, parlavano e ridevano e, per spirito cameratesco, iniziammo a ridere come due fessi anche noi. Dopo un po’ il camion si bloccò di colpo e i soldati con rapidità si posizionarono a terra, con i fucili spianati e pronti a sparare. Incoscienti di quanto stava succedendo, noi rimanemmo seduti come due coglioni sul mezzo oramai vuoto. Quando sentimmo le pallottole fischiare nelle orecchie, con un solo balzo ci ponemmo a ridosso dei sodati che sparavano in direzione della foresta. Sembrava una battaglia tra alberi e uomini finchè anche dall’altra parte iniziarono a volare proiettili. Erano già morti quattro uomini del nostro gruppo e il comandante ci fece segno di usare le loro armi per difenderci. La battaglia si fece cruenta e il sordo rumore della sparatoria mi rompeva i timpani. Mentre cercavo di asciugarmi il sangue dalle orecchie, il comandante fu colpito e si accasciò a terra, esponendosi al nemico. Mi feci coraggio e lo trascinai fino a posizionarlo fuori tiro. L'infermiere fermò il flusso di sangue salvandogli la vita. Per tutto il periodo del combattimento, non so quante volte caricai e scaricai il mio Kalashnikov mirando in direzione degli alberi, senza mai vedere i nemici che ci stavano sparavano addosso. All’imbrunire, la sparatoria finì. Il nostromo si teneva il petto insanguinato appoggiato a una ruota del bus. Stupidamente, gli chiesi come si sentisse. Como si estuviera follando, mi rispose con un filo di voce. Guardai in direzione dell’infermiere che scosse la testa con rassegnazione. Mi accovacciai al fianco di Francisco e gli dissi di quella volta che lo accompagnai dall’urologo a Bangkok: il medico aveva un dito lungo quanto una mazza e lui mi aveva minacciato di morte se solo ne avessi parlato a bordo. Fu la prima cosa che feci e lui mi inseguì per tutta la nave riempendomi di calci nel culo. Il vecchio cileno rise e tossì sangue. Tu eres un hijo de puta, mi disse, e spirò. Siccome c'erano dei feriti molto gravi e si temeva che i nemici potessero ricomparire, fu necessario tornare indietro in fretta e furia. Adagiai il vecchio nostromo alle pendici di un gigantesco ebano e salii sul camion. Nel carcere si festeggiò la vittoria sul nemico. Boh. Io il nemico non l’avevo neanche visto, eppure tutti mi abbracciavano e mi offrivano alcol e tabacco in quantità. Non avevo voglia di fare baldoria, eppure bevvi e fumai come un dannato, in onore di quel vecchio puttaniere cileno che mi aveva salvato da una figa vorticosa, da una prigione puzzolente e che era morto per colpa mia. Il giorno seguente due militari mi accompagnarono in città con una vecchia ma ben tenuta Mercedes rosso fiammante. Loro davanti ridevano e scherzavano, io, raggomitolato dietro, rinsavivo dai fumi dell’alcol. Iniziai a fare i conti con quel fardello che mi sarei portato appresso per tutta la vita. Se avessi ascoltato le sue indicazioni, non saremmo finiti lì. Risi alle sue ultime parole, subito dopo però il vuoto mi strinse forte. Io il vecchio nostromo non lo avevo neanche sepolto. L’avevo solo adagiato sotto un albero. Al pensiero sentii freddo. Tre anni dopo nacque Francisco, il mio primogenito. Con aiuto formale di @Rica e @Andrea28
  10. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 5

    Una stanza per due Condividevo la stanza con mio fratello a Pioltello. Convivere con un'altra persona è un'esperienza formativa, e sicuramente mi ha insegnato tanto. Tutto questo però non riuscivo a vederlo mentre la condividevo con lui. Sapevo di tanti altri ragazzi che avevano il privilegio di avere una stanza tutta per loro. Avrei voluto essere arrabbiato con qualcuno, ma come avrei potuto arrabbiarmi con i miei genitori? Vedevo che anche loro condividevano la loro stanza con mia sorellina. Non c'era così tanto spazio, quello era il massimo. Vedevo le mura di fronte a me e sapevo di non poterle rompere. Però non ci ho mai creduto davvero che quello fosse il massimo. Volevo dello spazio per me, avrei costruito volentieri un muro in mezzo a quella stanza già piccola per poter avere un angolo tutto mio, solo mio. Volevo forse urlare dentro quella piccola stanza. Forse volevo piangere. Oppure annoiarmi, o sentirmi solo. Volevo quattro mura intorno a me, una porta da poter chiudere a chiave, un soffitto che mi coprisse dalla pioggia o neve, e un pavimento su cui potermi sdraiare. Al parco Giocavamo a calcio, al parco con mio papà. Forse attraverso tutte le partite che aveva visto giocare allo stadio San Siro, forse per un talento naturale, o forse per l’esperienza dei 22 anni che avrà sempre più di me... in ogni caso quando lo vedevo giocare, mi sembrava fortissimo. Credevo talmente tanto nella sua invincibilità, che pur sapendo di non essere per niente bravo a giocare, quando giocavo insieme a mio papà e mio fratello ero sicuro che potessimo battere chiunque. Chissà se è per questa sicurezza ingenua e magica che effettivamente vincevamo le partite contro altri gruppetti di tre persone, nel vecchio campo da basket vicino casa a Pioltello. Porte piccolissime e si poteva fare gol solo se il tiro era rasoterra. Forse avevamo una bella sintonia io, mio fratello e mio papà. O forse ricordo solo le volte in cui abbiamo vinto e ho dimenticato o minimizzo quelle in cui abbiamo perso. Il ricordo che fa da anteprima a questo mito che ho in testa è la partita giocata contro tre ragazzi più che adolescenti. Io e mio fratello, ancora alle medie, eravamo bilanciati dall'età di mio papà, adulto. Il fatto che i tre ragazzi avversari fossero neri, nella mia mente ricolma di pregiudizi, li rendeva più forti e temibili. Vincere fu magnifico. Io, che non mi ero mai interessato né al tifo né alle partite di calcio alla televisione, esultavo dentro di me come se avessi personalmente vinto i mondiali.
  11. flambar

    Conte Louis Arthur De la Gironde

    www.writersdream.org/foru “CONTE LOUIS ARTHUR DE LA GIRONDE” Ero un giovanissimo primo ufficiale di coperta (comandante in seconda) imbarcato su di un moderno portacontainer a turbopropulsori denominato “Relay.” Già da due giorni svolgevamo operazioni portuali nella città di Port Bouc (Francia). A sera tardi finito di piovere mi venne voglia di fare una passeggiata per le vie della città. Chiamai un taxi, e mi accompagnò nel quartiere della movida francese. Camminando nelle viuzze mi accorsi che la città era eccezionalmente pulita ed ordinata. Vi erano fiori e piante da per tutto, le finestre delle case adornate come le abitazioni delle fiabe. Una bella ragazza francese, mi sbarrò il passo dicendomi che mi amava e, desiderava passare la serata in mia compagnia. Pur Sapendo che era una messa in scena per attirare i clienti con l'intenzione di pulirgli il portamonete in un locale nelle vicinanze accettai lo stesso l'invito. Osservandola con più calma constatai che era estremamente bella, quando danzava i suoi movimenti erano talmente sensuali da lasciarmi senza fiato. Durante la danza la stringevo forte a me assaporando il suo inebriante profumo di femmina, fremevo sentendo il suo morbido corpo tra le mie braccia. Insomma ero partito e non sapevo neanche dove mi trovavo. Nell'istante in cui avevamo perso la testa tutti e due, manacce nervose con grande forza bruta ci distaccarono. Era il titolare del Bar Osteria nonchè, marito della bella ragazza che poco fa tenevo tra le mie braccia. Costui afferrò con tanta forza il braccio di lei da lasciarli dei lividi facendola urlare di dolore trascinandola in malomodo fuori dal locale. Da parte mia ancora non sapevo che era il marito ma, anche a saperlo non tollero che si tratti cosi una donna in mia presenza. Con sincerità le mie intenzioni erano di calmare le acque ma, il furibondo marito mi sferrò un tremendo pugno in faccia da farmi cadere per terra riuscendo a lesionarmi la mascella. Reagii immediatamente riducendo il titolare del locale un vero straccio gliene detti tante che metà bastavano. Seduto per prendere fiato, cinque individui mi aggredirono a tradimento riducendo il sottoscritto a “ Ecce Homo”. Tutto dolorante sporco di sangue chiamai un taxi che, vedendomi in quelle condizioni rifiutò il sevizio, consigliandomi di chiamare l'ambulanza. Alla fine per allontanarmi il più presto possibile dalla zona, mi incamminai zoppicante per raggiungere la nave. I dolori diventavano molto forti ed ogni tanto ero costretto a fermarmi per riposare. Mentre ero seduto su di una bitta al buio, si sentivano dei passi ritmati come un orologio rimbombavano per tutto il porto. Nel momento che riposavo a causa della serataccia trascorsa venni preso dallo sconforto, piansi ed una lieve vertigine mi fece cadere rovinosamente per terra. Una voce molto quieta in francese mi chiese:«che problemi hai marinaio» risposi:«niente non ti preoccupare»ma a causa dei forti dolori non ero in grado di alzarmi, lo sconosciuto calcolando la mia precaria situazione mi aiutò a sollevarmi di terra e con una sola mano riusciva a tenere dritti i miei novanta chili di peso corporeo. Evidentemente venni meno e svenni. Al mio risveglio, mi accorsi che non stavo nella la mia cabina, qualcuno mi aveva pulito disinfettato e messo venti punti di sutura sparsi per il corpo. Sentii bussare alla porta diedi il permesso di entrare, di fronte a me si presentò un uomo talmente bello che sembrava un angelo. Domandò come stavo, dicendomi che aveva avvisato il mio comandante perciò di non preoccuparmi. Ad un marinaio che aveva il compito di pulire la cabina domandai chi fosse; rispose era un nobile francese comandante della nave ed anche armatore, si chiamava “Louis Arthur De La Gironde” un conte. I dolori erano diventati più acuti di prima, i francesi c'erano andati duri. Allora di pranzo, il conte Louis, con molta gentilezza mi invitò al suo tavolo per consumare la pietanza Nell'istante in cui presi posto, la sua espressione cambiò del tutto compresa la sua voce, dopodichè mi pareva di dialogare con un vero diavolo. In atteggiamento da duro mi chiese di raccontare quello che mi era capitato. Per evitare guai non collaborai alle sue richieste. La sera decisi di ritornare a bordo del bastimento dove ero imbarcato. A notte fonda un ciclone spalancò la porta della mia cabina e afferrandomi di petto mi costrinse ad alzarmi per seguirlo. Voleva conoscere i responsabili del feroce linciaggio organizzato contro di me. Gli feci presente che eravamo solo in due, ed io nelle condizioni in cui mi trovavo avremmo avuto sicuramente la peggio, rispose;«tu non ti preoccupare me la vedo tutto io». Parcheggiò l'auto nelle vicinanze del locale in questione e mi obbligò a indicare i responsabili dell'aggressione nei miei confronti. Uscendo dall'auto mi intimò:« tu! resta qui! ». Quello che si è svolto dopo mi lasciò stupefatto. Anche io avevo esperienze di risse tra marinai, c'è da sottolineare che dette risse sono da definirle all'acqua di rose, in confronto allo spettacolo che offriva la bagarre del conte Louis, che pur essendo un uomo in torno al metro e ottantacinque centimetri si muoveva e saltava come l'agilità di un gatto. Ogni colpo che sferrava era una dura mazzata e se qualcuno si azzardava ad armarsi di coltello o di una qualsiasi cosa per offendere la situazione si aggravava facendolo diventare più aggressivo e più crudele. Non conoscevo il suo modo di lottare non l'ho visto neanche nei film al cinema, usava a secondo le circostanze tutte le parti del corpo colpendo con la massima precisione dove doveva colpire ed ogni colpo era un ko. In sintesi la lotta durò pochi secondi ed i cinque crollarono per terra come defunti. Non inveiva contro gli avversari. come loro avevano sicuramente fatto con me, attendeva che si ripigliassero o li aiutava a riprendersi gettandogli in faccia un bicchiere di acqua fredda dato che il locale essendo anche un ristorante ne trovava quanto ne voleva per poi colpirli con durezza. In fine disgustato della loro meschina resistenza con la massima calma rientrò in macchina dicendomi:«vieni con me marinaio ti offro un bicchiere di buon Cognac »in che maniera potevo non accettare? Perciò saliti a bordo della sua nave, quando entrai nella cabina rimasi sbalordito sembrava la sala di un nobile arabo tutta piena di veli, le paratie erano rivestite in mogano di Giamaica, per terra ricoperto con tappeti pregiati una vera reggia. Mi fece accomodare offrendomi uno squisito Cognac ma, nel momento che mi consegnava il bicchiere a calice toccò con ambiguità la mia mano, pensai con molte probabilità è stato un gesto involontario, un uomo cosi forte coraggioso che sotto i miei occhi aveva ottenuto la meglio con estrema facilità contro cinque energumeni sicuramente molto violenti, non poteva appartenere alla classe degli uomini gay. Senza offesa nei confronti dei gay. Purtroppo mi sbagliavo, nell'accorgermi che poneva spesso la sua mano sulle mie ginocchia e qualche volta accennava a dei gesti decisamente effeminati. Gli dissi:« scusami un momento adesso torno» Non tornai affatto ed in serata salpammo con rotta l'arcipelago delle Canarie. Del conte Louis è rimasto indelebile la sua educazione , la sua gentilezza, il suo coraggio e l'etichetta del suo squisito cognac tanto raro da riuscire a trovare una sola bottiglia molto costosa sorseggiandola alla sua salute. m/forums/topic/40649-mi-119-il-parchetto/?do=findComment&comment=773483
  12. flambar

    "Un anno e mezzo tra gli aborigeni"

    http://www.writersdream.org/foru 36 “ Un anno e mezzo tra gli aborigeni” Nel lontano Giugno del 1971, imbarcai come comandante sul motopesca oceanico”Astrum” di duemila tonnellate di stazza, battente bandiera Tailandese all'epoca ormeggiato nel porto di Makassar (Indonesia) Appena prese le consegne dal comandante sbarcante, ordinai il posto di manovra. Una volta in mare aperto, puntai la prua in una zona di pesca molto vasta situata tra l'oceano Pacifico e l'oceano Indiano, più o meno nei gradi venti e trenta di latitudine Sud. All'arrivo nella predetta zona, ne subimmo di tutti i colori, tanto che l'intero equipaggio mi soprannominò “Capitan Storm”. In oceano gli Storm possono creare dei marosi alti oltre i venti metri, il vento può anche superare i duecento chilometri orari. Ciò nonostante, non tutti i mali vengono a nuocere. Indi, dopo aver superato questa esperienza nessun'altra perturbazione atmosferica violenta mi ha intimorito. Durante le mareggiate, il pesce si raduna favorendo la sua cattura. Dopo cinquanta giorni di Oceano burrascoso tutte le celle frigorifere erano stracolme di pesce pregiato. Giacchè, non avevamo altre celle frigorifere libere, segnai la rotta per il porto più vicino. La società armatrice fu davvero miracolata, dato che versava in cattive condizioni economiche. Finita la manovra di ormeggio nel porto di Mackay Harbur, in Australia, subito iniziò le operazioni di sbarco del pescato. Nella tarda mattinata, ebbi la visita del direttore generale della società armatrice del motopesca, era venuto appositamente da Bangkok per controllare che cosa avevamo pescato, felicissimo di quello che aveva riscontrato nelle celle frigorifere, desideroso di premiarmi mi domandò cosa volevo per regalo. Gli risposi, mi è sufficiente la mia paga. Mentre andava via felice e sorridente, si mise a cantare “O Sole mio”nella sua strana lingua. Durante le operazioni di sbarco, il mio sguardo incontrò quello di una ragazza aborigena addetta allo smistamento del pescato, in men che no si dica, senza neanche accorgerci ci trovammo tutti e due sotto le lenzuola del letto della mia cabina. Li rimanemmo per tre notti e tre giorni! Molti di voi, esclameranno Oohh! Senza crederci, ma le cose vi assicuro andarono proprio così. La ragazza mi ha più volte ripetuto il suo nome, ma io non sono mai riuscito a capirlo e ne pronunciarlo. Essendo, un abitante di quel luogo quasi primitivo, gli chiesi se sapeva accendere un fuoco senza fiammiferi. Mi rispose di no. Dopo i giorni d'amore, la riaccompagnai a casa con un taxi. Mi presentò tutti i suoi parenti e amici, ma anche in questo caso, non riuscii a capire chi erano i suoi genitori. Le operazioni di sbarco si prolungarono per altri cinque giorni. Una sera, venne la ragazza aborigena, mi disse che un suo zio, sicuramente era capace di accendere un fuoco senza fiammiferi. risposi...”allora andiamo a trovarlo”... quando mi spiego che lo zio viveva in una tribù distante cinquecento chilometri, in pieno deserto, mi sconfortai. Ma il desiderio di conoscere quella tecnica prevalse sullo scoraggiamento iniziale, chiesi alla ragazza di accompagnarmi da questo suo zio. La società della nave, informata della mia decisione di lasciare il comando arrivò anche a minacciarmi di morte. Oramai quello che avevo deciso era irrevocabile e mi avventurai in quel viaggio odissiaco. Il primo tratto lo facemmo col treno, poi con i cavalli e finire a piedi dato che nessuno ci dava i cavalli, infatti la zona di territorio che dovevamo per forza passare era infestata da grossi rettili di cui molti velenosi. La tribù dove eravamo diretti viveva in luoghi remoti in una forma molto primitiva. Si nutrivano di quello che la natura gli offriva, nei primi giorni mi domandavo spesso << cosa si può trovare per nutrizione in una grande distesa desertica?>> Mi sbagliavo di grosso, ovvero; gli aborigeni per nutrirsi uccidevano qualsiasi animale compreso rettili e grossi topi. Però prima di mangiarli, chiedevano perdono a gli stessi animali finanche alle piante che offrivano i loro rami secchi per accendere il fuoco. Voi direte che schifo! Vi posso garantire che non è così, in realtà se teniamo conto che, tutti i rapaci si nutrono di carne di topo, i serpenti, i gatti randagi, i cani e addirittura i pesci questo sta a significare che se fosse un cibo disgustoso non verrebbe mangiato da tanti individui di diversa specie. Camminammo per due giorni e due notti in pieno deserto, senza accorgerci eravamo arrivati a destinazione. La ragazza, mi presentò allo zio, uno sciamano, spiegando perchè mi aveva portato in quel sperduto villaggio australiano. Alchè! Questi scoppiò in una fragorosa risata e riferendo la mia richiesta a tutti gli altri membri della tribù, provocò altrettanta ilarità. Gli aborigeni non riuscivano a capire, come mai una persona evoluta proveniente da una civiltà progredita desiderava imparare ad accendere il fuoco in quel modo. Per loro al mio cervello mancava qualcosa. Incominciarono a prendermi in giro, quando mi vedevano, si procuravano un fiammifero e lo accendevano per poi correre via ridendo. Intanto tra una risata e l'altra notai che la mia accompagnatrice discuteva animatamente in una capanna con delle ragazze del villaggio. Domandai che stesse accadendo, non ebbi risposta, di colpo mi trovai da solo nella capanna in compagnia di una di loro. Lei, parlava la sua lingua a me incomprensibile, il suo tono di voce però era chiarissimo perciò senza farla alla lunga ci amammo tutta la notte su un giaciglio di pietra. Nei giorni che seguirono si verificò la stessa identica cosa, ma con ragazze diverse...tutto il villaggio era accorrente di quello che accadeva, ma nessuno protestava. In verità, a me faceva molto piacere di come andavano le cose. Dopo un po' di tempo mi venne un dubbio...sospettai che la ragazza aborigena accompagnatrice mi vendesse alle sue amiche, difatti ogni sera litigavano nelle vicinanze della capanna dove alloggiavo, poi dal loro tono intuivo che si erano messe d'accordo facendo rimanere sempre quella che gli aspettava di restare a farmi compagnia. Ebbi anche l'impressione che tutta la tribù fosse in qualche maniera consenziente. E strano ma non raro il loro comportamento, spesso sentivo dire da vecchi marinai che alcuni popoli della terra, facevano accoppiare le loro giovani fanciulle con maschi di altri popoli giusto per cambiare i loro originali lineamenti somatici preistorici ed affinarli hai tratti occidentali, per ottenere questo avevano scelto me come capo stipite di una razza aborigena più evoluta e più graziosa. Certamente non ho le prove di quello che dico, però sembra strano ed inusuale che con tanti giovani maschi del villaggio nessuno reclamava. Ah!.. un'altra cosa, non so se ho dei figli tra quella gente. Stando per un anno e mezzo con loro, imparai il rispetto della natura e di tutto ciò che ci circonda, essere generosi, non solo con il prossimo ma con tutto, specialmente con le piante e gli animali. La più stupefacente era la costruzione rapida di una piccola capanna per ripararsi dalla burrasca e difendersi dai serpenti notturni che normalmente sono molto velenosi. Con loro ho imparato ad amare il silenzio, saper ascoltare e vedere nella saggia maniera, infatti gli aborigeni non parlano molto e se sono costretti a farlo lo eseguono come un mormorio. Quello che più mi ha affascinato del loro comportamento è il rito di perdono che chiedevano in tutti casi a gli esseri viventi animali o piante che siano, compresa la madre terra, si così la chiamavano convinti anche che si tratta di un essere vivente. Come potersi avvicinare alla selvaggina durante la caccia, attività di tutti i giorni. Particolarmente affascinato ed incuriosito dei loro insegnamenti facevo un sacco di domande, ma la risposta più sorprendente fu su “Chi siamo noi?” A questa mia domanda, lo sciamano sorrise dicendomi: << tu sai chi sei tu!..>> m/forums/topic/40287-leggere
  13. dfense

    Bolognese Editore

    Nome: Bolognese Editore Modalità di invio dei manoscritti: / Distribuzione: / Sito: / Facebook: /
  14. Fino a
    L’Associazione culturale e teatrale “Luce dell’Arte” di Roma indice il Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone” – I valori della famiglia 1^ Edizione, in onore del rag. Giovanni Leone, un“uomo di grande spessore culturale”, ricco di una rara nobiltà d’animo, distintosi per l’impegno e l’ardore messi nel suo lavoro di impiegato postale, ma soprattutto per la forte sete di conoscenza che l’ha portato a studiare sempre libri di svariate discipline, costruendosi in casa un’enorme biblioteca, ed il senso di sacrificio, amore per la famiglia che l’ha accompagnato fin da giovanissimo, dandogli la forza di vincere ogni battaglia esistenziale. Ecco perché abbiamo voluto sottolineare il tema “I valori della famiglia”, ritenendolo il motore principale di questo uomo che ha lasciato tanto interiormente a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo o averlo vicino. Il premio è suddiviso in Tre sezioni ed è aperto ad autori italiani e stranieri. Età minima autori per partecipare 18 anni; età massima nessun limite. Sezione A) Poesia a tema Libero: si può partecipare con poesie edite o inedite in lingua italiana o vernacolo con traduzione che trattino qualsiasi tematica. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Sono ammessi anche libri editi di poesia o e-book e raccolte poetiche inedite. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annessa breve poesia o piccola raccolta poetica, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Sezione B) Narrativa e Teatro a tema “I valori della famiglia”: si può partecipare con racconti, romanzi e testi teatrali editi o inediti con tema “I valori della famiglia”, in larga misura opere che trattino qualsiasi situazione e sentimento legato alla famiglia. Nel genere testi teatrali precisiamo che oltre a commedie e tragedie, sono ammessi per la partecipazione monologhi, corti teatrali e brevi sceneggiature. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Si possono inviare anche e-book. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annesso racconto breve o monologo, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Sez. C) Narrativa e Teatro a tema Libero: si può partecipare con racconti, romanzi e testi teatrali editi o inediti che trattino qualsiasi tematica. Nel genere testi teatrali precisiamo che oltre a commedie e tragedie, sono ammessi per la partecipazione monologhi, corti teatrali e brevi sceneggiature. Il numero massimo di opere da inviare è di tre. Si possono inviare anche e-book. Nessun limite di lunghezza per gli elaborati. N.B. E’ possibile inviare illustrazione o dipinto di propria creazione con annesso racconto breve o monologo, in questo caso allegare copia opera artistica in formato jpeg 13 x18. Premi per i Primi Quattro classificati, Premio Assoluto della Critica, Premio Miglior Giovane Autore, Menzioni Speciali, Segnalazioni di Merito e Diplomi d’Onore. Prevista quota di partecipazione base di 10 euro. Scadenza bando il 10/07/2017. Per richiesta di bando completo, contattare il Presidente dell'associazione, la dr.ssa Carmela Gabriele, al seguente indirizzo e-mail: associazionelucedellarte@live.it. Recapito telefonico Ass. Luce dell'Arte: 3481184968. Il sito da visitare è: www.lucedellarte.altervista.org Pagina Facebook Ass: Associazione culturale e teatrale Luce dell’Arte Pagina Facebook Premio: Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone” Pagina Google Premio: Premio di Poesia, Narrativa e Teatro “Memorial Giovanni Leone”- I valori della famiglia
  15. Cla87

    La pioggia interiore

    La pioggia batte sui vetri della mia cucina, apro leggermente la finestra. Amo questo profumo. Le giornate uggiose mi portano ad essere una persona riflessiva, purtroppo molto più del solito. La testa si riempie di pensieri di ogni genere, alcuni che feriscono quasi come se fosse necessario avere sempre delle conferme. Come se l'unica soluzione per uscire vivi da questa vita fosse aggrapparsi a qualcuno. Le giornate di pioggia riescono a creare dentro di me un vortice di emozioni diverse, oserei dire contrastanti. Mi fisso a osservare la pioggia che cade. Sì, sono sicuramente una persona metereopatica e lunatica. In giornate come questa ripenso sempre ai miei rapporti personali, mi faccio mille domande alle quali spesso non so neanche dare risposta, metto in dubbio amicizie centenarie e mi faccio un po' prendere dallo sconforto. Ho molti amici, ma forse nessuno è mai stato amico con me nello stesso modo in cui lo sono stata io con loro. Quando avevo bisogno mi sono spesso trovata a fare i conti con me stessa. Nonostante tutto, ancora oggi, non ho imparato che devo bastarmi. Eppure la vita è questo, i giorni di pioggia ci saranno sempre. Bisogna solo riuscire ad essere se stessi, forse non dando neanche mai agli altri l'opportunità di sapere di essere troppo importanti per noi.
  16. flambar

    P o r t o di O d e s s a

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43174-sono- “PORTO DI ODESSA” ( Mar Nero) Durante la permanenza nel porto di Odessa, ebbi un invito dal circolo marinai sovietici per commemorare un famoso uomo di mare russo. Conoscendo come vanno dette commemorazioni cioè bevi tu che bevo anch'io e poi finirla in una furibonda scazzottata tra marinai. Per non mettermi come al solito nei guai, cercai una scusa dicendo a gli organizzatori che, il mio cane Satana non si sentiva bene e non mi andava di lasciarlo solo chiuso in cabina. I marinai russi, risposero che potevo portare il cane all'evento. A questo punto, non sapendo a cosa aggrapparmi andai alla manifestazione russa. Fu una bellissima cerimonia, tutti i partecipanti indossavano abiti eleganti tipo tait e smoking le donne sembravano delle bamboline vestite a festa la più bassa era di centottanta centimetri c'erano più donne marinare che uomini. Tutto molto divertente in quell'occasione conoscetti una giunonica ragazza sovietica dal nome Anzhelika. La cosa ancor più strana era che, avevamo bevuto tutti e moltissimo ma la famosa scazzottata non si verificò. Meglio cosi! A tarda serata, essendo il bastimento dove ero imbarcato ormeggiato non molto lontano dal luogo in cui mi trovavo, per il ritorno decisi di fare una passeggiata distensiva, in compagnia del mio adorato Satana. Era veramente una splendida sera, ornata da una sottile brezza marina. All'improvviso, saltando da un giardino a tipo Ah Ah un gruppo di giovani mi sbarrarono il passo. Satana nella penombra essendo di colore nerissimo non era visibile, sembrava che non ci fosse. Il più corpulento prese la mia mano sinistra ed osservando l'orologio al mio polso mi propose di venderlo. Ritirando la mano dalle sue gli dissi che: l'orologio in questione non era in vendita per due ragioni. Primo perchè era un regalo e secondo essendo di marca “Rolex” aveva un certo valore ed i rubli non valevano niente. Non ci fu ragione, continuavano ad insistere ed ostacolarmi il cammino. Volevano a tutti i costi il mio Rolex! Uno dei giovani del gruppo, si avvicinò minaccioso. Satana intuendo il pericolo che stavo correndo. Sbucò dal nulla nella notte buia e con un balzo azzannò la mano del giovane si senti anche il sinistro scricchiolio delle ossa frantumate. Stupiti dalla feroce difesa del mio cane, il gruppo rimase immobilizzato facendo spazio tra di loro, attraverso la quale riuscii a scappare dirigendomi verso il cancello dell'entrata del porto. Fu un bene per loro e anche per me perchè Satana li avrebbe azzannati tutti. Le sue mascelle si chiudevano come una morsa d'acciaio. Difatti era capace di stritolare una stinco di vitello con un solo morso. Trattandosi poi di un cane di terranova dal peso di settantasette chili, faceva impressione solo a vederlo. Tanta era la preoccupazione per la situazione in cui mi ero cacciato ed anche l'alcol che avevo bevuto, da dimenticare che con me c'era Satana. Mentre correvo a perdifiato avvertivo che dietro c'era una bestia feroce che mi inseguiva. Quanto più correvo tanto più sentivo quest'animale che cercava di raggiungermi ringhiando. Giunto all'entrata del porto, mi accorsi che era solo Satana a correre dietro di me. Le guardie notando il mio ansimare chiesero il motivo di quella corsa. Raccontai tutta la vicenda, dopo di che, osservando il cane, rilevarono che aveva qualcosa incastrato tra i denti. Di conseguenza non c'è voluto molto ad intuire che erano le dita della mano sinistra del giovane Ucraino, azzannato da Satana per difendermi. I poliziotti del porto considerarono grave l'episodio e chiamarono il loro capo. La figura che si presentò non aveva niente di umano! Il capo aveva un aspetto terribile, pareva un cadavere. Era alto e magrissimo, aveva il viso pallidissimo e l'aspetto severo i napoletani lo avrebbero definito “O Jettatore” L'impiegato dell'agenzia mi allertò contro di lui. Disse che, era una persona cattiva e violenta. Il capo dei poliziotti mi domandò perchè il mio cane aveva quelle dita tra i denti, gli raccontai tutta l'aggressione subita. Ero convinto che avrebbe reagito male contro di me ed invece, mi meravigliai molto quando gli vidi appoggiare la mano sulla testa del mio Satana per poi aprirgli la bocca e controllare se ci fosse dell'altro, il cane non permetteva tanta confidenza a gli estranei ed ancora mi domando; come mai non reagì. Ad un certo punto, le guardie e il loro capo si misero in agitazione non riuscivo a capire il perchè. Il capo della polizia, mi fece cenno di salire in fretta sulla sua auto, gli indicai che non potevo lasciare solo il cane mi rispose di portare anche lui. A sirene spiegate e a tutta velocità entrammo in ospedale e di corsa ci avviammo in direzione di una stanza. Gli agenti risoluti afferrarono con forza un giovane con la mano sinistra fasciata da poco scaraventandolo contro la parete con estrema violenza, era l'ucraino aggredito da Satana. Il capo mi chiese se lo conoscevo, feci finta di non capire. L'impiegato dell'agenzia marittima mi avvertì che, il capo della polizia aveva il potere di mandarmi in Siberia se non collaboravo. Ragion per cui risposi, che le dita erano le sue. Non l'avessi mai fatto! Il capo gli si avvicinò con calma come se pensasse a tutt'altra cosa. Con un movimento rapido afferrò la testa del malcapitato e gliel'ha sbattette con tutta la forza, contro la spalliera di ferro del letto spaccandogli la bocca e presumo anche tutti i denti. Le mura della stanza e le persone nelle vicinanze furono imbrattate da schizzi di sangue ovunque. Non riuscendo a capire il motivo, di una reazione cosi violenta e crudele. Stavo per intervenire e calmare la ferocia del capo della polizia, l'impiegato dell'agenzia me lo impedì trascinandomi fuori dalla stanza dicendo « vuoi finire in galera ai lavori forzati?» Perplesso per ciò che era accaduto e con tante domande che mi imponevo senza averne risposta. Ritornai in compagnia del mio Satana sul bastimento al mio comando, stanco di quel brutto giorno e con la voglia di poter al più presto salpare allontanarmi da quel luogo dannato.
  17. ebreovenutodallanebbia

    Due secondi di troppo

    Sabato 25 maggio presso la libreria Il Catalogo di Pesaro, via di Castelfidardo 60, Alessandro Melchiorri di Arcigay Agorà Pesaro e Urbino incontra l'autore del romanzo "Due secondi di troppo". La presentazione è organizzata con la collaborazione di Marche Pride, Agedo Marche e Ubik
  18. flambar

    "Lu Curtu e Lu Smilzu"

    http://www.writersdream.org/foru “LU CURTU E LU SMILZU” Eravamo attraccati nel porto di Hull in Inghilterra, nella regione del Yorkshire. E' una città famosa come porto di pescatori. Durante la franchigia, in un Bar incontrai due marinai, Piluti e De Vita eravamo tutti membri dello stesso equipaggio. Il nomignolo di Piluti era “lu Smilzu”perchè era alto e magro, mentre invece quello di De Vita era “lu Curtu”questo perchè era basso e tarchiato. Chiesi per mera curiosità che cosa stessero facendo in quel Bar mi risposero che aspettavano delle ragazze. In quel periodo storico, in Inghilterra, era più facile fare amicizia con le ragazze inglesi, erano molto disinibite, rispetto alle ragazze italiane. Gli augurai una buona serata e andai via. A notte fonda, fui allertato dal marinaio di guardia allo scalandrone. Da lontano gli era sembrato di vedere, lu Curtu e lu Smilzu, non camminavano bene seguendo dritto la strada ma la percorrevano a zig – zag come se fossero ubriachi. Ero molto preoccupato, le banchine d'Inghilterra sono molto alte per effetto delle alte e basse maree. Diedi ordine al marinaio di guardia di recarsi a dare un aiuto ai marinai per evitare si facessero male. Il marinaio appena giunto vicino, si accorse che non erano affatto ubriachi ma erano stati picchiati a sangue molto duramente. Giunti a bordo, chiesi a Piluti e a De Vita di raccontarmi cosa era successo e chi li aveva ridotti in quello stato. Dissero che, dopo averli salutati nel Bar dove ci eravamo incontrati, si accomodarono alle sedie libere del loro tavolino due ragazze inglesi. I due marinai, non conoscendo le usanze del luogo avevano pensato che quelle belle figliole ci stavano. Addirittura, lu Smilzu suggerì a lu Curtu di offrire da bere e di regalare dieci sterline inglesi a testa. Le ragazze felicissime ringraziarono”thank you”. A lu Curtu l'offrire dieci sterline gli pareva una miseria, per cui propose di dargliene altre quaranta tanto per non sembrare taccagni. Le ragazze felicissime li ringraziarono di nuovo. I due marinai, oramai cotti, pensarono che avrebbero passato una notte da favola. Ad un certo punto della serata, le due ragazze si alzarono e salutandoli andarono via.”thank you, Bay bay”. I due marinai non conoscendo la lingua, si convinsero che fossero andate via per organizzare al meglio la serata che già per se si presentava scintillante. Perciò, rimasero al tavolino ad attenderle. Oramai era giunta mezza notte ed il Bar doveva chiudere la sua attività. Lu Smilzu e lu Curtu non avevano nessuna intenzione di lasciare quel Bar insistevano di voler attendere ancora le due ragazze per chiudere in bellezza la serata. I titolari del Bar, cercavano di spiegargli, ovviamente parlando in inglese di non aspettarle tanto non sarebbero mai venute, i due marinai non conoscendo la lingua non riuscivano a capire. In fine, i camerieri chiesero l'intervento ad un pizzaiolo italiano assunto in una locanda nelle vicinanze il quale spiegò a lu Smilzu e al lu Curtu che le ragazze non sarebbero mai tornate e il Bar doveva chiudere. Non c'era verso di convincerli ad uscire dal Bar. Purtroppo, una parola tira l'altra...scoppiò una rissa furibonda e i due marinai ebbero la peggio. A me dispiaceva molto vederli cosi martoriati, oltretutto erano due uomini dal gran cuore, avevano anche una certa età, tutti e due erano prossimi alla pensione. Quella notte, non riuscii a chiudere occhio pensando al marinaio Piluti e al marinaio De Vita. La mattina presto, chiamai in assembla l'intero equipaggio, per informarlo di come si erano volti i fatti della rissa e non potevamo far finta di niente lasciando correre, comunque non eravamo tutti d'accordo sulla maniera di punire gli scellerati che avevano ridotto quasi in fin di vita quei due vecchi marinai. Tuttavia, eravamo d'accordo che la punizione si doveva fare. Una sera, non si è mai capito come mai, ci trovammo tutti nel salone equipaggio, il sangue e il desiderio di vendetta prevaleva su qualsiasi argomento che esponevamo, insomma la testa era partita a tutti e allora decisi ci armammo di asce antincendio, catene, tubi di ferro, tutto ciò che poteva consentire di distruggere il Bar e la pizzeria in questione. Ma...la volontà di Dio, mi consigliò di fermare la spedizione punitiva perchè nelle condizioni psichiche che eravamo poteva anche scapparci il morto. Indi, tornammo a bordo ad aspettare il giorno della partenza. Quattro ore prima della partenza all'albeggiare, svegliai il direttore di macchina ed il primo ufficiale sia di macchina che di coperta, stabilii di procurarci dei bidoni di plastica dalla capienza non più di dieci quindici litri per riempirli di benzina, difatti mi ero accorto che nelle vicinanze dei due locali c'era un impianto automatico di carburanti per autoveicoli. Una volta appurato che dentro i locali da distruggere non c'era anima viva ponemmo fuoco a tutto, poi a passo normale tornammo sulla nostra nave. A l'orario stabilito per la partenza con tutta calma lasciammo il porto di Hull che in quel momento con sirene delle ambulanze e dei pompieri sembrava fosse scoppiata l'apocalisse, un fumo nerissimo aveva coperto l'intera città. Al capo macchine, gli venne un dubbio, mi chiese se avessi notato telecamere nel distributore di benzina, risposi <<certo che le ho viste>> << Ma sei matto>>disse il capo macchine, fai conto che ci hanno scoperto e catturato. Gli risposi, << difatti abbiamo da una ora a poppavia un cacciatorpediniere che ci segue >>dissi al macchinista e ai due ufficiali di stare tranquilli, la posizione delle telecamere avevano ripreso solo me. Trascorsa una mezzora di tempo dal caccia si alzò in volo un elicottero con a bordo le forze speciali. Armati come erano si impossessarono della nave, gridando volevano sapere chi era il comandante, al presentarmi mi misero i ferri ai polsi ed accostarono per centoottanta gradi il natante al mio comando. Ci stavano portando in dietro. All'arrivo nel porto di Hull, c'era ad attendermi tutte le autorità della città per interrogarmi. La prima cosa che mi fecero presente era che in Inghilterra vi era la pena di morte per impiccagione. Siccome non rispondevo alle loro domande tendenziose, al chiedermi il perchè stavo facendo scena muta risposi, <<di darmi la possibilità di difendermi,>> in coro esclamarono <<è un tuo diritto!>> Allora seguitemi. Accettarono la mia richiesta, li portai in ospedale dove erano ancora ricoverati i due marinai massacrati. A presa visione si ammutolì l'intera autorità della città. Mi liberarono dalle manette, in ventiquattro ore fu fatto il processo e mi condannarono a dieci mesi di prigione, pena sospesa. Nel lasciare l'aula del tribunale il giudice ad alta voce mi disse <<non ci sono riuscito io in tanti anni a chiudere quei locali, ci sei riuscito tu in poche ore. Grazie.>> In seguito, un impiegato dell'agenzia della nave mi mostrò, dei giornali inglesi che avevano scritto degli articoli sull'accaduto. nel contenuto erano tutti più o meno uguali dandomi il nomignolo di “Capitan Smashes”(Capitan Fracassa) alla fine mi ringraziavano di aver liberato la città dal quel covo di delinquenti. m/forums/topic/41185-mentr
  19. flambar

    Mannheim

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/4292 “ MANNHEIM “ Un pomeriggio afoso, mi trovavo nella splendida cittadina tedesca di Mannheim. Mentre aspettavo mio fratello Mario che, risiedeva in Germania per motivi di lavoro, nel ripararmi dal sole cocente, mi sedetti su di un sedile a ridosso di una banchina del fiume Reno. Allungando lo sguardo avanti a me, intravidi tre uomini che picchiavano selvaggiamente un altro uomo. Era una scena orribilmente disgustosa. Quel poveretto era trattenuto per le braccia da due di loro ed il terzo lo colpiva senza nessuna pietà con un rigido e pesante tubo di gomma. Non sopportando quel vile spettacolo, decisi di intervenire per dare aiuto a quel povero diavolo che, oramai esanime dai tremendi colpi subiti, giaceva a terra e i tre energumeni continuavano a prenderlo a calci. D'impetto mi lanciai contro di loro gridando facendo finta di cercare un'arma, l'azione colse di sorpresa i tre che spaventati si dileguarono immediatamente. Osservando l'uomo a terra, stava soffocando col suo stesso sangue che gli andava in gola, Era un uomo enorme feci fatica a girarlo su di un lato e agevolargli la respirazione posizionai bene la sua lingua altrimenti sarebbe morto soffocato. Nelle vicinanze non c'era nessuno che poteva darmi una mano, non molto lontano vidi delle cabine telefoniche, purtroppo era tutto scritto in tedesco ma da una indicazione« Polizei» intuii che si trattava di un numero telefonico della polizia del luogo, che a sua volta non sapendo la lingua italiana ed io tanto meno il tedesco non esisteva nessuna possibilità di intenderci. Mi venne in mente di non chiudere la linea telefonica per far individuare la posizione, la cosa funzionò. Difatti dopo pochi minuti arrivò una pattuglia. Uno dei poliziotti riconoscendo l'uomo a terra, con molta agitazione allertò altro personale ed in poco tempo la banchina si riempi di ambulanze e pattuglie. I medici vedendomi sporco di sangue mi chiese se stavo bene, in quell'istante senza nessuna spiegazione ne motivo venni afferrato con forza da alcuni poliziotti che nel maltrattarmi mi obbligarono a reagire contro di loro e atterrandone uno mi ridussero a “Ecce homo”. Mi ripresi ammanettato ad un lettino di ospedale con quattro poliziotti di guardia. Ero pieno di dolori da tutte le parti ma quello che più si sentiva era il non poter respirare per alcune costole rotte e la spina dorsale contusa. Dopo alcuni giorni, venni interrogato tramite interprete da un magistrato. Il giudice venuto a conoscenza di come erano andati i fatti non credendomi andò su tutte le furie facendomi rinchiudere nell'infermeria del carcere. L'uomo da me soccorso, continuava a restare in coma profondo, io pieno di dolori, testimoni dei fatti non n'esistevano, insomma ero in trappola ed al topo in trappola non resta che mangiarsi l'esca. Ogni giorno agenti di polizia e magistrati mi interrogavano per ore ed ore con modi violenti e con tutti i dolori che avevo a dosso altro che, gestapo ss. Chiedevano i nomi dei miei complici e a quale movimento politico appartenevo. Oramai rassegnato ad una fine ingloriosa, dato che erano già sette giorni che subivo torture psicologiche e violente stando seduto ed ammanettato ad una sedia. Inaspettatamente, il tono dei miei aguzzini cambiò, intuii dalla loro voce che le cose stavano cambiando. Difatti, l'interprete mi riferì le loro scuse chiedendomi addirittura di perdonare il loro errore nell'avermi trattato male per tanto tempo. Questo dava ad intendere che quel gigantesco uomo da me soccorso si era ripreso. Risposi;«Okey!,Okey! Adesso però lasciatemi libero di andare dove mi pare». Il poliziotto mi rispose che ero ospite del signor “Elmut(nome di comodo dell'uomo che avevo soccorso)per riconoscenza mi invitava a trascorrere la convalescenza a casa sua, siccome ero sofferente dalle percorse subite accettai. Fui scortato dalla polizia manco fossi un presidente. Arrivammo di fronte ad un grande cancello controllato da guardie armate. Dal cancello, occorrevano circa una ventina di minuti d'auto per arrivare alla casa di Elmut insomma ero nel mezzo di una immensa tenuta. Scesi dall'auto al centro di un favoloso giardino dove fui accolto dalla madre di Elmut che non finiva mai di baciarmi e ringraziarmi di aver salvato il figlio da morte certa. A tavola nell'ora di pranzo, ebbi modo di conoscere quello schianto di moglie di Elmut e della focosa figlia. Ad un tratto mi sentii toccare con un piede la gamba. Capì subito era l'anziana madre di Elmut a provocarmi. Non detti importanza alla cosa. Finito di pranzare, andai a riposarmi nella camera a me assegnata. A tarda serata, l'anziana signora, venne a farmi visita era in vestaglia trasparente, l'abbigliamento indicava le sue intenzioni. La osservai minuziosamente non era male data l'età. Gli piaceva provocarmi, ed essendo già infiammato dalla provocazione fatta durante il pranzo...Insomma...Finimmo per concludere nei migliori dei modi. Al mattino presto, sentii dialogare l'anziana signora e la veemente moglie di Elmut. Parlavano in tedesco perciò non riuscivo a capire niente. Ma dall'atteggiamento assunto nell'istante che si sono accorte della mia presenza, ho intuito che stavano parlando di me. Durante la colazione mattiniera, continuavano a guardarmi ed a ridere a schiatta core. La seconda notte di soggiorno, venne a farmi visita la sensuale moglie di Elmut. Era in ansia per la mia salute e sentiva la necessità di dovermi consolare. In vita mia non sono stato mai più consolato con tanta passione e brio. Bhe!.. Lascio alla vostra esperta fantasia quello che può essere successo in seguito... Il giorno dopo sempre durante la colazione mattutina, stessa storia, parlavano tutte e tre in tedesco e per come mi guardavano era facile intuire che si raccontavano le mie performance amorose chiamandomi con un nomignolo irripetibile che mi avevano dato... La terza notte venne a trovarmi in camera la giovane e focosa figlia, c'è mancato poco che il letto prendesse fuoco. Insomma furono giorni bollenti, ma tanto bollenti che non sentivo più i dolori che avevo in precedenza. Elmut, si era ripreso ma continuava a restare in ospedale. Il quindicesimo giorno, mi presentarono l'unico figlio “maschio” di Elmut che mi abbracciò affettuosamente troppo affettuosamente. Durante la cena non toglieva gli occhi di dosso alla mia persona, non gradivo il suo modo di atteggiarsi. Mentre dialogava con i suoi famigliari sentii ancora il nomignolo che mi avevano dato...per cui decisi di scappare via e subito... Ma il denaro che avevo in tasca non era sufficiente per prendere il treno e arrivare a Brindisi. Nell'istante che pensavo al da farsi per togliermi da quella difficile situazione, il mio sguardo fu attratto da un'auto parcheggiata. Si trattava di una FIAT 800 con targa italiana ornata con tendine ai vetri, sedili in lana di capra compreso lo sterzo e la scritta sul cruscotto«vai piano pensa a noi» ed in fine una capo di morte sulla leva del cambio. Esclamai!«Peppo Contardi detto Maciste!»solo lui poteva addobbare un'auto in quella maniera, difatti lo vidi arrivare da lontano con i suoi capelli tinti di nero per l'avanzata età, era tutto vestito di pelle lucida nera aveva sulle spalle scritto «Oltre la morte». Gli raccontai quello che mi era successo. Mi chiese se volevo un passaggio, ovviamente gli risposi di si, tornandomene a casa. 8-borde"
  20. Ngannafoddi

    Aipsa Edizioni

    Nome: Aipsa Edizioni Sito: http://www.aipsa.com/ Catalogo: http://www.aipsa.com/catalogo-aipsa-edizioni Modalità di invio dei manoscritti: http://www.aipsa.com/spazio-autori Distribuzione: http://www.aipsa.com/distributori Facebook: https://www.facebook.com/aipsaedizionicagliari/ Con sede a Cagliari, membro dell’AES, pubblica prevalentemente sulla Sardegna, mostrando le diverse sfaccettature del patrimonio culturale dell’Isola (storia, memorialistica, poesia, narrativa, letteratura per ragazzi, cinema, giallistica, musica e lingua sarda), nonché aspetti e fenomeni della società dell’oggi. Particolarmente curati nella veste grafica, i volumi presentano un prezzo di copertina contenuto e sono rivolti ad un vasto pubblico.
  21. Ngannafoddi

    Carthago Edizioni

    Nome: Carthago Edizioni Sito: https://www.carthago.it/ Catalogo: https://www.carthago.it/catalogo/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.carthago.it/contact-us/ Distribuzione: Non specificata Facebook: https://www.facebook.com/CarthagoEdizioni/
  22. https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/42986-la-legatura/?do=findComment&amp;comment=761525 Biancaneve e i sette nani (a true and unsaid tale) Sigla! C’era una volta, in quel di Paestum, comune di Capaccio, una principessa buona, bella e pallida come una mozzarella di Bufala. Il suo nome era Biancaneve. Biancaneve viveva con la matrigna (anche se il grado di parentela delle due non l’ho mai ben capito, vado per supposizione) in quello che, tra gli edifici del luogo, più poteva assomigliare a un castello: il tempio di Poseidone. La matrigna era infatti una perfida regina locale, molto bella (più bella che intelligente, altrimenti si sarebbe trovata una dimora più consona), che non si accontentava di vivere in appartamento. La vita al castello (tempio) trascorreva tranquilla e felice: d’estate era un’abitazione fresca, aerata e in riva al mare. D’inverno però si faceva apprezzare di meno. Ma Biancaneve, animo candido, non badava ai disagi né si lagnava dei geloni: molti animali la andavano a trovare nella sua dimora e lei, che amava ogni creatura, era contenta, e trascorreva il tempo parlando con conigli, scoiattoli, gabbiani, cani randagi ecc. Man mano che cresceva, Biancaneve diventava sempre più bella. Tanto bella che i sudditi, passando, non guardavano più la mamma, ma la figlia(stra). E la regina se ne era accorta. «Sta svergognata mi ruba i follower su Instagram!», andava su tutte le furie. Si sfogava aggredendo verbalmente un povero specchio magico che, ormai da tanti anni, la serviva con fedeltà e sincerità: «Specchio, cretino che non, sei altro! Dimmi immediatamente chi la più bella del reame!». Lo specchio, tentando di indorare la pillola, rispondeva: «Oh mia regina, tu sei bella assai! Ma c’è una ragazza, nel reame di Capaccio-Paestum, che è più bella di te… E me ne sono accorto io che sono un oggetto senziente*, ma pur sempre un oggetto, figurati i sudditi. La sua pelle è candida come la mozzarella, e ci sono anche notevoli analogie tra le sue forme e la zizzona di Battipaglia…». «Chi è? Dimmelo che la combino una mappina!». «Il suo nome è: Biancaneve». La regina ci rimaneva talmente male, che è necessario soprassedere su ciò che diceva imprecando. Riassumendo: si rammaricava del fatto di aver allevato una serpe in seno. Un giorno, fatto a pezzi lo specchio, mandò a chiamare la figliastra e le disse che se ne doveva andare, altrimenti la strozzava con le sue mani. Sola, triste e perduta, Biancaneve si incamminò per la statale che collega Capaccio alla Salerno-Reggio Calabria e, nutrendosi di gustosissimi latticini offertigli da benevoli ma un po’ bavosi imprenditori lattiero-caseari, giunse sino a Battipaglia. Era stanca, e la notte incombeva. «Dove dormirò? Ohimè son perduta… Non scorgo templi che possano ospitare e proteggere il mio sonno!». Sull’uscio di una casupola, non visto, stava osservando la scena un nano molto alto, decisamente belloccio, che in gioventù aveva riscosso un discreto successo come frontman di un gruppo rock-blues psichedelico di San Francisco. Si faceva chiamare Eolo Esposito, e viveva lì con gli amici musicisti Gongolo Esposito e Mammolo Esposito. Quando vide Biancaneve, tutta affranta, aggirarsi nei pressi della propria abitazione, con un fischio chiamò gli amici e disse loro: «Volevate la corista bulgara per l’incisione? Eccola là!». Questo fraintendimento era dettato dall’eccentrico abbigliamento di Biancaneve, che effettivamente poteva essere scambiata per una corista bulgara, con quella gonna e tutti quei nastrini colorati. Il quiproquo fornì l’occasione dell’incontro: i nanetti molto alti la chiamarono con un gran urlo armonizzato di quinta e di settima, e la invitarono ad entrare in casa. Fugato l’equivoco, i tre nani si riunirono in conciliabolo, lanciando ogni tanto pesanti sguardi lascivi verso la nuova arrivata. Poi, con un forte accento americano, si sarebbe detto di Memphis, Mammolo disse: «Vabbè, noi cercavamo pure una donna delle pulizie. Cinquecento euro con i contributi oppure seicento a nero, se resti fissa. Pure la notte. Capisci a me». Biancaneve fu felicissima: aveva risolto in un colpo solo il problema dell’alloggio e anche quello del lavoro. In più, optando per la seconda proposta, avrebbe potuto pure fare richiesta per il reddito di cittadinanza. Vai a rifiutare. Mentre si addiveniva all’accordo, Gongolo si commiatò un secondo, talmente eccitato da confondersi con il saluto (“hallo, hallo, I don’t know why you say goodbay and I say hallo”, diceva), per tornare di lì a poco in compagnia di altri quattro nani (bassi come si deve, stavolta), di cui due sbavavano e sghignazzavano, e altri due sembravano chi imbronciato e chi assonnato. «Allora, voi non avete sonno? S’è fatta ‘na certa, andiamo a nanna?», disse uno degli ospiti, che si presentò come Dotto. «Ma perché, dormite qua anche voi?», chiese Biancaneve. «Stasera sì, stasera siamo in sette», rispose Eolo, detto anche il re lucertola. «Sì, andiamo a nanna, io ho sonno», disse Pisolo. «No, tu no. Siete in cinque», disse Brontolo e, poggiando delicatamente la mano sulla spalla del sonnolento amico, lo spinse verso l’uscita. «Ricchioni!», mormorò Dotto. «E comunque sono le diciotto, che cacchio, mi pare un po’ presto per dormire», protestò Biancaneve. «Ma a noi piacciono i preliminari», disse a quel punto uscendo fuor di metafora Eolo, «C’mon, baby, light our fire!». Quella notte non si capì niente e tutti ne rimasero entusiasti. Compreso Brontolo e Pisolo: il secondo perché non gli parve vero di dormire dalle diciotto alle dodici del giorno dopo, il primo perché, nel buio, riuscì a sottrarsi all’ammucchiata e restò tutta la notte accanto al tenero amico, a vegliarne il sonno accarezzandogli il naso. Tutte le notti così. Grazie che poi stava nervoso. Di comune accordo, si decise che avrebbero vissuto tutti insieme felici e contenti. Intanto le voci su Biancaneve si diffondevano per tutta la provincia di Salerno, ed erano arrivate fino alle orecchie della regina cattiva. Si dicevano cose davvero assurde, tipo che fosse riuscita a portarsi a letto in una sola volta Jim Morrison, Paul McCartney ed Elvis Presley travestiti da nani. Immaginate quanto rosicava la matrigna! «Jim lo avevo puntato io da una vita!», urlava, e dalla rabbia, avendo già fatto fuori lo specchio, tirava certi cazzotti alle colonne del tempio da provocar danni milionari. «Mandatemi a chiamare il cacciatore!», urlò ai servi. E quelli: «Cacciatore? Ma se qui sono tutti allevatori di bufale». «Va bene lo stesso, era per dire. Non vi state ad attacca’ al capello!». «Sì, oh nostra regina». E tempo manco un quarto d’ora si presentò lì il proprietario di un’azienda di produzione e somministrazione di mozzarelle molto nota, di cui per privacy tacciamo il nome. «Portami il cuore di Biancaneve!», gli ordinò la regina. «Maestade, in realtà è un prodotto che non conosco. Intende le burrate quelle…». «Intendo il cuore di Biancaneve in senso letterale, coglione di un bovaro!». Presa in consegna la missione, l’allevatore partì per Battipaglia (dove stava di casa Biancaneve ormai lo sapevano tutti) e, incontrata la fanciulla per strada, sfoderò il coltello e le si avvicinò minaccioso. Fattosi ormai a un palmo da lei, però, scoppiò in lacrime: era uno di quelli che l’aveva sfamata, quand’era sola e persa, in cambio di momenti indimenticabili. Di uccidere Biancaneve l’allevatore non aveva cuore, ma di cuori di bufala ne aveva a ufo: portò uno di questi alla regina. Più bella che intelligente ok, ma completamente idiota no. Come si fa a scambiare un cuore di bufala per un cuore di Biancaneve? Giustiziato che fu l’allevatore, la regina chiamo i servi e disse: «Ho capito, qui tocca rivolgersi ai professionisti. Si dice che il dottor Otto Von Nain faccia parte della comune. Portatemelo qui». «Otto Von Nain?», risposero i servi. «Il nano Dotto. Su, pedalare». E fu così che anche Dotto si presentò al cospetto della regina. «Guten Tag, herr Doktor. Wir haben uns lange nicht gesehen…», disse lei. I due si erano conosciuti in Argentina, durante una latitanza di gruppo. Dotto (che allora ancora non si chiamava così, e non era ancora affatto nano, bensì un folle e sadico chirurgo nazista) aveva il Mossad alle calcagna e l’aiuto della regina cattiva, che era anche strega all’occorrenza, era consistito nel trasformarlo in nano, facendolo uscire dai radar dei sui inseguitori. E visto che c’erano, per dare meno nell’occhio, avevano lanciato un incantesimo anche sulla cavia portatile di Von Nain, quella che aveva sempre appresso e su cui sperimentava i propri trattamenti contro l’invecchiamento della pelle, trasformandolo in Cucciolo. Quelle cure provocavano come effetto collaterale un rincoglionimento devastante. Ma se Cucciolo ha quell’aria idiota lo deve perlopiù al periodo in cui era ancora un chitarrista famoso (tal Keith Richard). «Parliamo pure in italiano, mia regina, sempre meglio non farsi notare», disse Dotto. Ribadisco: più bella che intelligente. «È vero che fai parte della cricca che vive con Biancaneve?», chiese lei. «Beh… è la nostra ragazza alla pari…». «La devi uccidere!». «Ma, maestà…». «Un’altra parola e telefono a Netanyahu». E fu così che Dotto, con la morte nel cuore, tornò a casa. Trovò Biancaneve che rassettava e canticchiava una canzoncina che fa così: «Impara a fischiettar, fiù fiù fiù fiufiufiuffiuffiù, ed il serpente fino al lago tu cavalcherai! Impara a fischiettar, tralalallalalallalà, [and so on, ad libitum]». Quando vide Dotto si fermò, aggiustò una ciocca, fece gli occhi languidi e disse: «Uff, ho scopato fino a mo. Scopiamo?». Dotto si concesse quell’ultima emozione. Poi, con indolenza da Proust, alterò la frutta iniettandovi massicce dosi di eroina, di cui un po’ tutti i nani erano assuntori. Nessuno invece era assuntore di frutta, facevano come i bambini, solo Biancaneve la mangiava. E per la verità pure Brontolo, che altrimenti non riusciva ad andare di corpo (altro motivo di costante nervosismo), Ma, ‘sti cassi, Dotto pensò che era la volta buona che si levavano dalle scatole pure lui. Dopo cena, morsa la mela, Biancaneve esclamò: «Kosmiko!», e poi stramazzò al suolo in preda a un arresto cardiaco. Pure Brontolo, ma nessuno (tranne Pisolo) se lo filò. La tumularono in una bara di vetro lì dove era sempre vissuta: nell’area archeologica; recitarono un rosario e se ne tornarono a casa moggi moggi. Caso volle che in vacanza a Paestum si trovava, proprio in quei giorni, l’artista un tempo noto come Il principe. Il principe aveva condotto una vita di eccessi, la solita storia di sesso droga e rock’n’roll, ogni giorno una donna diversa: Aurora, Cenerentola, Raperonzolo e compagnia cantante. Quella condotta, a lungo andare, aveva compromesso la sua salute. Ma, si sa, meglio essere ricchi e aristocratici che poveri ed emarginati, quando ci si ammala: si faceva la pulizia del sangue ogni mese, aveva tredici bypass e molte componenti del suo corpo erano ormai bioniche, compreso un microdefibrillatore che per sicurezza si portava sempre istallato sulla punta della lingua. Si imbatté in Biancaneve, ancora soda e lattea: dietro la lastra trasparente sembrava proprio una mega zizzona di Battipaglia. Gli venne uno strano appetito. Quel bacio fu una vera scossa elettrica, qualcosa da resuscitare i morti. E taciamo gli effetti benefici che la lingua superaccessoriata del principe sortì su altre parti del corpo di Biancaneve. Non appena ripresasi, dopo averlo conosciuto da manco due ore, Biancaneve prese il suo salvatore per il bavero e gli disse: «Ma io ti sposo!». E vissero tutti felici e contenti. Tranne la regina cattiva che continuò a rosicare dannatamente. E Pisolo, che continuò a piangere il perduto amore. E i nani, che rimpiangevano la concubina. E gli allevatori di bufale, i cui affari andavano sempre peggio per quella vicenda della diossina. E la comunità di Paestum, le cui bellezze archeologiche erano sempre più trascurate. E i lettori di questa fiaba, che sicuramente se la passavano meglio prima di leggerla. Fine Sigla!
  23. flambar

    "Marinai guai si donne mai"

    http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/39370- Eravamo ormeggiati nel porto di Ploce ex Jugoslavia, con una nave "Ranchera" (termine indicativo delle navi che trasportano bestiame vivo) di cui ero il comandante. Dovevamo imbarcare trecentocinquanta vitelli e trasportarli a Tripoli in Libia. Finite le operazioni di imbarco del bestiame, salpammo con direzione il porto di Tripoli. La navigazione si svolse serena perciò nulla da segnalare. Arrivati a destinazione. Finita la manovra di ormeggio, scesi in franchigia per visitare al città che ancora non conoscevo. Passeggiando, ammiravo le bellezze Nord africane, mi soffermai di fronte una vetrina, dove erano esposti orologi da polso per uomini. Mentre li osservavo, rimasi incantato dalla bellezza di una venere creola che si rifletteva sulla vetrina. Voltandomi, esclamai in dialetto brindisino<<sorii miaa cce ssi bedda!>>(sorella mia quanto sei bella) Ovviamente, quello schianto di femmina, non capi quello che gli avevo detto, ma lo intuì sicuramente dalla mia espressione. Purtroppo l'ha intuita anche colui che era al suo fianco di cui non mi ero accorto. Era il marito. Mi aggredi verbalmente in lingua araba, di conseguanza io lo aggredì verbalmente in dialetto brindisino, Sembrava la torre di babale. Adagio adagio fui circondato da gente che non centrava niente, intuendo il loro progetto e temendo anche per la mia vita, con tutta calma appoggiai le spalle al muro, per averli tutti di fronte. Anche se ero molto giovane, tenevo molta esperienza di risse tra marinai. All'accorgermi di uno di loro, che tirava fuori di tasca un coltellaccio arabo gli sferrai un pugno spaccandogli la mascella, poi caduto violentemente a terra rischiava di morire soffocato dal suo stesso sangue che gli usciva abbondantemente dalla bocca. Si avvicinò un'altro e fece la stessa fine. Gli altri consapevoli che non era tanto salutare avvicinarsi, restarono fermi. Approfittai di questa loro insicurezza per soccorrere l'uomo che avevo colpito per primo. Tenendo sempre sotto controllo coloro che mi stavano di fronte, lo girai su un fianco gli aprii la bocca con le mani per consentirgli di respirare. In quel momento arrivò la polizia tripolitana, mi consigliò di salire immediatamente sulla loro camionetta e andare via perchè si era radunata molta gente ostile nei miei confronti. Ubbidii! La loro divisa era molto strana, simile a quella dei carabinieri italiani, ma meno elegante. In caserma c'era già ad attenderci, la bella creola col marito la quale ancora furioso chiedeva vendetta. Sotto la caserma, si era radunata un'imponente folla decisa a linciarmi. Rimasi sorpreso quando il commissario in perfetto italiano mi disse <<ma che cazzo combini?>> a Tripoli è pericoloso fare dei complimenti a una donna! Risposi non capisco cosa avrei detto di tanto offensivo, ho fatto solo un complimento. Il commissario si alzò ed adirandosi mi disse << non ammettono apprezzamenti perchè sono di loro proprietà>>. Ironicamente gli domandai; le comprate? Rimasi allibido quando mi rispose di si! Di fatti la bella e giovane egiziana era costata al marito, trenta capre e quindici vitelli. In sintesi, il marito pretendeva un risarcimento solo perchè avevo maltrattato la sua proprietà. Ero giovane, mi sentivo in pericolo dovevo trovare una risoluzione. Rivolgendomi al capo della polizia gli domandai, ma tu se vedi una donna cosi bella non ti viene di fare degli apprezzamenti? Rispose <<l'avrei rapita>>. Il commissario a mia insaputa mise in atto una sceneggiata. Ad alta voce in arabo mi puntò una pistola in mezzo le costole, mi spinse verso una camionetta dove c'erano altri polizziotti e mettendomi le manette mi accompagnarono dentro il mezzo di trasporto. Pensai, adesso mi portano in carcere, ma mi sbagliavo. Diedi un grande sospiro di sollievo quando mi accorsi che ero sottobordo la mia nave. Il capo della polizia, scendendo dalla macchina e rivolgendosi ai marinai chiese a gran voce di chiamare il comandante. Da dentro la camionetta non capivo le richiesta del poliziotto ma sentivo le sue grida, ed incominciai a preoccuparmi di nuovo. Fortuna vuole che il signor De Vincentis il primo ufficiale di coperta. Scendendo dallo scalandrone mi vide. E chiamando a se il commissario gli disse. <<smettila di gridare il nostro comandante c'è l'hai tu!>> E mancato poco per crepare dalle risate. Saliti a bordo mi tolsero le manette. Li accomodai nel salone ufficiali offredo loro Coca Cola, aranciate, limonate e acqua. Pensando che essendo mussulmani non avrebbero gradito altro. Nel vedere quelle bevande il commissario si mise a gridare di nuovo dicendomi << ma allora vuoi finire in galera sul serio?>> Meravigliato chiesi perchè? Non potevo crederci, dei mussulmani che mi chiedevano da bere Whisky e Cognac. A far presente che Allah poteva non essere d'accordo, replicarono; << Allah vecchio! chiudi tutto lui non vede e non sente. Indi, per tre giorni e tre notti rimasero chiusi nel salone a bere e mangiare. Una volta sobri, mi ringraziarono con grande affetto ed andarono via. Intanto si continuava a scaricare i vitelli. Per puro caso incontrando il primo ufficiale, mi accorsi di un suo turbamento. Mi disse che non sopportava il modo in cui i portuali scaricavano la merce. Questi, in possesso di un bastone con le punte elettriche davano con molta crudeltà scariche elettriche ai testicoli dei bovini per farli camminare e scendere di bordo. Poi per farli salire sui camion ne dovevano portarne otto, ma capitava che qualche bovino era più grosso e non ci andavano, allora erano guai per quelle povere bestie, i portuali si accanivano con cattiveria e con ogni mezzo per farli entrare a forza nei camion. Proprio sotto i miei occhi si stava consumando quell'orrore. Furioso, scesi dalla nave per rimproverare gli scaricatori, ma questi imperterriti ignorandomi, continuavano! Stava per accendersi la miccia di una colossale rissa tra il mio equipaggio e i portuali. Mentre accadeva tutto questo, si presentò un uomo con atteggiamento minaccioso. Mi sembrava di averlo già visto, ma ero cosi infuriato e preoccupato per la situazione molto pericolosa che si stava creando, non ci pensai più di tanto. Costui, incominciò ad inveire contro di me gridando in arabo, ma capii benissimo dai suoi gesti cosa mi stava dicendo. Ovvero, "vediti i cazzi tuoi". Era il padrone dei vitelli, dei scaricatori, dei camion e di tutta la spedizione nonchè il marito padrone della splendida creola origine dei miei guai. Durante i tafferugli, arrivò il capo della polizia e rivolgendosi a me disse <<sempre tu combini casini?>>Gli esposi le atrocità che stavano commettendo a quel bestiame, dopo si rivolse al proprietario per chidere spiegazioni. Questi con tutta arroganza, inveendo contro il capo della polizia diceva che il trasporto doveva essere fatto cosi e basta! Il poliziotto non era d'accordo e lo fece arrestare per oltraggio e maltrattamento animale sequestrando tutti gli attrezzi di tortura. In seguito, si auto invito nel salone dove aveva già trascorso tre giorni e tre notti con l'intenzione di trascorrerne altre tanto, dicendo tanto Allah non vede. Grazie a Dio il bestiame in seguito fu trattato con molto rispetto.
  24. flambar

    L a g I U S T I Z I A

    “ TURBO NAVE RELAY” ULTIMO IMBARCO “gIUSTIZIA” Al finire degli anni ottanta. Arrivò a casa un telegramma di richiesta visita medica preventiva d'imbarco con qualifica da primo ufficiale di coperta(comandante in seconda)su di un bastimento portacontainer. Quindi, inforcai il mio motorino e mi recai presso l'ambulatorio per effettuare la visita. Disgrazia vuole che, un auto uscendo a retro marcia dal parcheggio, l'autista non si accorge in tempo del mio arrivo sbarrandomi la strada, persi l'equilibrio e caddi dal motorino andando a sbattere violentemente la testa sul marciapiede causandomi un coma profondo. Un ambulanza mi venne in aiuto, trasportato all'ospedale Di Summa di Brindisi, dopo qualche giorno mi dimisi dal ricovero e con un forte mal di testa tornai a casa. L'incidente oltre ad avermi causato dolore fisico, mi aveva anche arrecato un danno economico facendomi perdere l'occasione d'imbarcarmi. Siccome non avevo mai avuto a che fare con la gIUSTIZIA, trovai utile informarmi a quale avvocato rivolgermi. Tutti i miei amici indicarono l'avvocato Donativi, perciò andai a fargli visita nel suo studio. A prima vista l'avvocato sembrava sapere il fatto suo. Intanto il tempo correva ed io ero ancora disoccupato ed avendo a carico una famiglia numerosa composta da moglie e cinque figlioli ancora in tenerissima età, insomma la situazione era molto difficile. Nel frattempo, mi accorsi che la visita medica biennale sul libretto di navigazione era da qualche giorno scaduta, già chè mi trovavo sbarcato, presentai all'ufficio gente di mare della capitaneria di Brindisi domanda di effettuare visita medica. Prestabilito il giorno puntuale mi presentai agli uffici della cassa marittima di Bari. Durante la visita tutto andò per il meglio ma, un elettroencefalogramma, annullò la biennale di conseguenza le autorità marittime sequestrarono il libretto di navigazione peggiorando ancor più la mia già precaria situazione. Da questo punto iniziano i miei guai. Il tempo inesorabilmente passava ed in assenza del libretto di navigazione, continuavo a rimanere disoccupato erano già trascorsi sei mesi dall'incidente. Una sera oramai sull'orlo di una crisi di nervi, mi recai dall'avvocato per sollecitare il pagamento di almeno il periodo di convalescenza, l'avvocato diede la colpa del ritardo ad un certo magistrato di cognome Bocchini, per cui, decisi che l'indomani mattina sarei andato da lui. Puntualissimo mi presentai dal giudice della causa, questi con disprezzo verso il fascicolo del mio avvocato mi consigliò addirittura di cambiarlo accusandolo di mafiosità, in quell'istante stavo pensando ai bisogni della mia numerosa famiglia e non ricordando il cognome del giudice, sbagliai chiamandolo «signor Pompini». La gente nel sentire pronunciare questa frase si misera a ridere a crepa pelle, il giudice invece si mise a gridare sgarbatamente dicendomi che il suo cognome era; «Bocchini e non Pompini», da parte mia con i nervi a pezzi risposi: «Bocchini o Pompini è lo stesso cazzo» quindi, non rompere i coglioni e pagami almeno il periodo di convalescenza visto che nel fascicolo c'era un assegno a mio nome. Quel cornuto di magistrato per risposta chiamò i carabinieri che mi accompagnarono fuori. Dopo dieci giorni d'attesa, recapitai una busta proveniente dal tribunale dove mi informava che il denaro l'aveva ritirato il mio avvocato. L'avvocato Donativi si rifiutò di portare la causa in appello a Lecce, fui costretto a procurarmi un altro avvocato che sbagliando a sua volta mi chiese cinque milioni di lire per continuare a sostenere la causa in cassazione. E chi me li dava a me cinque milioni di lire? Allora non mi restò altro che, protestare contro l'operato del tRIBUNALE. Accusandolo di vigliaccheria e di proporre al pubblico avvocati meschini e poco preparati. Trascorrevo le mie giornate raccogliendo cartoni per scrivere frasi offensive rivolte ai magistrati della causa, difatti i giudici erano tre, più quattro avvocati più sei periti, più tre medici della criminologia forense di Bari. Diciassette dottori e vari aiutanti e praticoni, insomma un intero ateneo per prendersi cura della mia situazione, riducendo me e la mia numerosa famiglia in miseria. Ah! In seguito si verificò una situazione da manicomio, dovuta al fatto che il tribunale mi dichiarava abile ad assumere il comando di navi mentre invece la cassa marittima mi dichiarava non idoneo ai servizi della navigazione proprio per la specifica qualifica, in fine il sottoscritto e la sua famiglia in mezzo a loro per oltre dieci anni senza ricavare niente. Dunque, deciso attaccai su tutte le cancellate del tribunale i cartoni con le scritte offensive sul suo operato, ne attaccai tanti di cartoni da trasformarlo in un cartonville. In un primo momento, vennero i carabinieri a prelevarmi sequestrando tutti i cartoni appesi al palazzo di “gIUSTIZIA” nella caserma furono necessarie cinque o sei ore per dattiloscrivere il rapporto dopo di chè mi lasciarono tornare a casa. Ma non avevo nessunissima intenzione di tornare a casa e incurante dell'ora tardi, deciso presi l'auto e girai per la città alla ricerca di altri cartoni, ne trovai tanti che trascorsi tutta la notte a scrivere le frasi eclatanti e offensive nei confronti del palazzo di gIUSTIZIA ed i suoi magistrati. Ritrasformai il tribunale in una nuova cartonville più di prima. «faceva proprio schifo» Tornarono alla carica di nuovo le forze dell'ordine come al solito sequestrarono i cartoni appesi, scrivendo il loro rapporto di cinque ore, rilasciato libero ricominciai a girare per la città alla ricerca di cartoni per attaccarli al palazzo di gIUSTIZIA. Rivennero alla carica ancora le forze dell'ordine questo si ripetette per una decina di giorni. Le forze dell'ordine oramai stanchi, consegnarono l'incarico alla polizia di stato, a loro volta stanchi di ripetere sempre le stesse cose, consegnarono tutto l'andazzo alla polizia municipale che non durò neanche una giornata e riconsegnò tutto alla DIGOS polizia politica. Insomma si erano persi per strada i meschini uccellini. Una mattina, si verificò un fatto molto grave, mentre attaccavo uno dei miei cartelli di protesta un poliziotto mi colpì violentemente alle costole con il calcio della sua pistola di ordinanza, per il dolore facevo molta fatica a respirare, questo episodio ne venne a conoscenza la procura del tribunale e tramite un impiegato mi mandò a chiamare. Salito al quinto piano del palazzo di gIUSTIZIA constatai che c'era in atto una riunione di pezzi grossi, proprio a causa dell'episodio della pistola, il procuratore un certo Giordano Bruno con fare autoritario, mi chiese se sapevo riconoscere il poliziotto che mi aveva colpito. Rivolgendomi a tutti i presenti dissi: «consiglio di volpi distruzione di galline, ma io non sono una gallina, sono venuto qui per dirvi che, in Palestina dei bambini indossano delle cinture esplosive per fare delle stragi sacrificando la loro giovane vita. Perciò vi consiglio: d'insegnare l'educazione ai vostri sgherri, diversamente se mi disperate non faccio altro che chiamarvi a raccolta schiacciare il bottone mandando a fanculo voi e me» non ho nient'altro da dirvi. Scendendo dal quinto piano aprii tutti i rubinetti dei bagni di tutti i piani allagando tutti e tutto. In seguito un amico mi regalò una motosaldatrice attesi l'ora giusta per saldare i cancelli chiudendo dentro il palazzo di gIUSTIZIA tutta la gente che c'era. Un' altro giorno, presi tenda da campeggio cane e barbecue per fare campeggio nel giardino antistante il tribunale. Mentre mi stavo cucinando una gustosa omelette, si presentarono di nuovo gli sgherri sequestrarono tutto auto compresa. Recandomi a casa nelle vicinanze di un negozio vidi dei grossi cartoni, chiesi se li potevo prendere e tornai con essi nel giardino del tribunale, finito di costruirmi una bella dimora di cartoni riaccesi il fuoco per cuocere delle saporitissime salcicce. Si ripresentarono di nuovo gli sgherri, stavolta un po' più nervosi, sequestrarono il tutto. Non demordendo vidi a terra nei pressi di un cantiere edile dei pezzi di legno, chiesi al guardiano se me li potevo prendere, il guardiano acconsenti. Usando una vecchia carriola trasportai tutto il legname nel giardinetto del palazzo di gIUSTIZIA e incominciai a costruirmi una bella capanna di legno. I soliti sgherri tornarono all'attacco sequestrando tutta quella immondizia e pregandomi di non ritornare, pronunciai una sola frase: «ok! A domani». L'indomani trovai due cessi sporchi in una discarica abusiva pubblica, li caricai sull'auto, per collocarli all'entrata del tribunale scrivendoci, palazzo di gIUSTIZIA Brindisi e Lecce. Vennero gli sgherri e sequestrarono il tutto. Ogni giorno inventavo una nuova provocazione, per cui fabbricai il “Cornumetro”strumento di precisione per misurare le corna dei palazzi di gIUSTIZIA e arredare il certificato di crescita corna distribuendo dei volantini per informare il personale che le corna del tribunale essendo per natura loro già molto pesanti potevano far crollare il palazzo e arrecare infortuni al personale stesso. Una mattina durante la distribuzione del certificato un sottotenente delle forze dell'ordine, scendendo dalla macchina, ad alta voce maleducatamente dandomi del tu mi ordinava di porre fine alla manifestazione. Siccome continuavo a manifestare chiamò la centrale, la quale mandò un'altra pattuglia con a bordo un capitano come lo vidi gli consegnai uno dei miei volantini, mandandolo su tutte le furie, con la bava alla bocca dandomi del tu sgarbatamente minacciava di rovinarmi, (neanche che stavo ben combinato) tuttavia, gli chiesi se potevo fargli una domanda ma lui continuava a gridare, gli richiesi se potevo fargli una domanda, la stessa cosa si ripetette altre tre – quattro volte alla fine acconsenti di fargli una domanda e gli chiesi:«Ma voi rapporti contro natura ne avete mai avuti?» Menomale che i suoi colleghi erano pronti ad immobilizzarlo. Non ricordo esattamente quanti mesi ho trascorso sotto il tribunale a protestare, in seguito misero una pattuglia fissa con l'ordine di servizio di prelevarmi e condurmi in caserma, trattenendomi per tutto l'orario di lavoro, dopo di che mi rilasciavano. Durante una di queste manifestazioni, un amico mi regalò un vecchio sassofono, pensando che si suonava come la tromba, incominciai a soffiarci dentro senza alcun risultato. Qualcuno del tribunale, impietosito dai miei sforzi per far emettere qualcosa al sassofono, ad alta voce gridò «ci manca l'ancia»non sapevo neanche cosa fosse l'ancia. Andai ad un negozio musicale per acquistarne qualcuna e, una volta visto come si montava al sassofono, tornai nei pressi del tribunale ad avviare la mia protesta accompagnato dal sassofono ed ogni volta che emetteva un suono, faceva tremare le finestre del palazzo di gIUSTIZIA. Man mano che cercavo di intuire come fargli emettere un suono qualsiasi mi accorsi che la musica che improvvisavo mi era più facile eseguirla, alla fine scoprii come fargli emettere delle buone melodie, tanto gradite alla gente che frequentava il tribunale da farli ballare nel cortile del tRIBUNALE stesso, quando l'imprigionavo saldando tutti i cancelli. Ad un certo punto, la manifestazione di protesta si trasformò in una festa da ballo spontaneamente organizzata nel cortile del palazzo di gIUSTIZIA. Osservando la situazione, non conveniva più protestare anche perchè, mi ero accorto che, i frequentatori del tRIBUNALE avevano una profonda espressione di tristezza, ovvero, la stessa gente compreso avvocati, magistrati ecc...quando la incontravo al cimitero, la loro espressione era più gaia, perciò per pietà decisi di non continuare la protesta. Di conseguenza, stavo tutto il giorno disoccupato e non avendo più nulla da fare divenni un malacarne. Fortunatamente (cosa molto rara al sottoscritto)uno dei miei figli mi chiese di disegnare il grafico di un flauto per eseguire delle note, in pratica il bambino imparava ad eseguire le note osservando il disegno del flauto, da qui, nacque l'idea di imparare a suonare meglio il sax. Per cui, divenni un membro dell'associazione artisti di strada, ebbi gran successo il modo personale di suonare il sax piaceva alla gente, riuscii a vendere molti dischi eseguiti col sax ed il flauto traverso. Avevo scoperto un altro modo di vivere e per giunta amavo tanto, visto che riuscivo a tenere bene anche la situazione famigliare. Ma una sera, mentre mi preparavo per esibirmi in una piazza di Verona, notai un mio collega a terra che veniva preso a calci da un paio di uomini forse del luogo, senza esitare abbandonai tutta l'attrezzatura da musicista per aiutarlo, avevo una buona dose di esperienze in risse, perciò mi fu facile sbarazzarmi di quei due energumeni. Purtroppo nel furore della scazzottata ci andò di mezzo anche la polizia locale, fui arrestato e bannato dall'associazione, persi anche tutta l'attrezzatura da musicista. Quindi! Tutto daccapo. La mia mamma, diceva sempre«la fame aguzza l'intelletto» ed aveva ragione. Difatti, un giorno mentre facevo compagnia ad un amico che non voleva andare da solo nella città di Lecce mi accorsi che in detta città si svolgeva un gran passeggio di gente di tutte le specie. Tornato a casa, cercai tra i miei vecchi ricordi il costume indonesiano per il ritorno in Italia. Ebbi fortuna era ancora intatto, nuovo con tutte le scarpe ed il turbante. Chiesi a uno dei miei figli di regalarmi il suo flauto da quattro soldi, quel mascalzone di bambino pretese cinquemila lire per darmi lo strumento in questione con tutto che l'avevo pagato io per lui. A sera tardi, indossato il costume indonesiano andai a Lecce. Trovato il punto strategico iniziai show da incantatore di serpente che non c'è. Qualcuno dirà, ma cosa vuoi ricavare da una idea del genere? Vi posso assicurare che nulla è più gustoso nella vita, di vincerla sulle difficoltà che la vita stessa ti dà. Tanto è vero, che come prima serata lo show dell'incantatore di serpente che non c'è, mi fece portare a casa milletrecento euro. Ogni qualvolta che indossavo il costume da cerimonia indonesiano riuscivo a riempire il cesto in vimini dai settecento ai mille euro. Quando indossavo il costume indonesiano era difficile riconoscermi, ma una sera mentre mi esibivo, sentii una voce chiamarmi “comandante Ucci lei qui?” Era uno dei marinai sotto il mio comando, la realtà della fine che avevo fatto per colpa di gente incapace e di un tRIBUNALE arrogante si proietto come una lancia nella mia mente da non farmi più esibire per strada. Sapevo che, era necessario trovare al più presto possibile una valida soluzione per difendere il cervello diversamente rischiavo una depressione. Domandai a me stesso cosa sapevo fare oltre a mettermi continuamente nei guai?La risposta fu immediata«sapevo addestrare i cani». Come al solito ebbi grande successo, organizzai cinque raduni per cani da presa. Molti giovani impararono l'addestramento. Però il mio modo di addestrare era basato solo per sviluppare un cane da guardia e da difesa, perciò molto aggressivi. Destino volle, di farmi conoscere un grande amico, un certo Uccio Rubino che a sua volta mi presentò Antonio De Benedittis grande maestro di cinofilia dell'addestramento sportivo per cani di tutte le razze. Acquisii dal maestro Antonio i suoi insegnamenti diventando più sicuro e più preciso e tutto andò in meraviglia. Ma! Un maledetto giorno senza una valida ragione si presentarono i carabinieri con i veterinari della SAUB per ordine del tRIBUNALE sequestrarono tutti i cani facendoli morire atrocemente in un canile lager del comune di Brindisi. Ma questa è un'altra storia che vi racconterò in seguito. http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36355-col
  25. Annarita Zanon

    La fossa

    Ultimamente è tutto parecchio complicato e io non riesco a gestirlo. Mi sono ridotta a qualcosa che sembra nulla e che piano piano, nulla, lo sta diventando. Sto impazzendo. Devo sempre più fare affidamento all'altro per andare avanti o comunque, per mantenere quel minimo a cui sono arrivata. Sto raschiando il fondo di questo pozzo profondissimo che è la mia emotivività alterata. Spero che questo sia il mio fondo. Fin ora però c'è sempre stato un fondo più fondo. Ogni giorno più giù. Più mi propongo di risalire e più cado. Non sembra esserci un limite inferiore. e^-x. La funzione della mia vita al cui 0 mi sto avvicinando da sinistra. La mia tangente è sempre più verticale.
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