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  • Mortorio


    Andrea Bedo Bedin

    Pratico cadaveri da che ne ho memoria. Mio padre gestiva i servizi funebri di un paesello alle pendici del Ballon d'Alsace, un monte stritolato tra i dipartimenti dell'Alto Reno, del Vosgi e il territorio di Belfort. La mia infanzia scelse subito sotto quale ombra coltivare i propri passatempi. Bare, cripte, campisanti e processioni diventarono il mio paese delle meraviglie, come un ragazzino tra le rutilanti attrazioni di un luna park. Il mio primo giro di giostra lo feci a cinque anni, durante una tanatoprassi operata da mio padre ad un contadino delle secche campagne di Lepuil, il nostro disordinato cumulo di case che gareggiavano per il grigiume delle facciate, la decadenza dei legni crudi delle finestre, la confusione delle tegole dei tetti e le spastiche geometrie dei mattoni sputati sui muri. Chi mi raccontò che gli abitanti del paese, dopo la seconda grande guerra, decisero di costruire le case più spaventose mai concepite per allontanare quelle che consideravano visite indesiderate, morti ambulanti, cani malarici, notturne presenze rumorose, fu il dottor Robert. Medico legale, architetto, vivaista, cuoco eccellente e buon amico di famiglia, il dottor Robert fu come un secondo padre. Un primo dovrei dire, considerando che Lazare avrebbe voluto declassarsi in silenzio. Si, Lazare, mio padre. È curioso come la sua famiglia avesse già visto in lui una certa affinità con le sventure. La storia del suo nome infatti regalò i natali ad altre parole che avrebbero definito posti macabri e sinistri come i lazzaretti, pezzenti e disagiati chiamati in Spagna lazzari, furbi e furbetti che in Italia avrebbero chiamato lazzaroni.


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