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  • Mortorio 3


    Andrea Bedo Bedin

    Mamma Adeline fu un fantasma per me. La vidi solo negli occhi di mio padre e in diverse apparizioni notturne che mi lasciarono confuso e secco di lacrime. Come i polpastrelli striscianti di un cieco che cercano di comporre il viso di uno sconosciuto, anch'io potevo solo immaginare i suoi lineamenti. Mio padre, il giorno della sua morte, incenerì ogni foto sulla porta di casa. Bruciò pure la valigia rettangolare di finta pelle che per anni le custodì gelosamente. Nel falò si salvarono a malapena i rinforzi angolari di acciaio che tenevano insieme le facce di quella valigia. Così l'unico volto di cui ebbi davvero bisogno, lo persi in quell'abbraccio di fuoco che si portò via per sempre tutti i lineamenti di mamma e una parte delle mie lacrime.

    Di quei pianti mio padre ne segnò a migliaia nelle pagine del suo diario di pelle nera, detto da lui il “Libraccio”, in cui annotava tutte le noie e le disgrazie che gli capitavano. Il Libraccio era un mattone pesante, delle dimensioni di due palmi di mano uniti a chiedere la carità, riempito di cartaccia giallognola e tutta ondulata sui tagli per l'umidità che si era bevuto. Si poteva chiudere con un piccolo gancio d'ottone che pacificava la prima di copertina con la quarta, tenendo segrete tutte le frustrazioni che si attorcigliavano in quei fogli. Ogni volta che papà lo apriva, il gracchiare delle pagine succhiate dal tempo sembravano accusare la mia esistenza.

    «François! Perché hai fatto questo a tuo padre? » sussurrava pagina sette.

    Pagina quarantacinque rispondeva: «Non se lo meritava! E adesso chi riporterà tua madre in vita?».

    Pagina ventitré non si sottraeva al processo: «Colpevole di omicidio!» e pagina cento, dall'alto della sua importanza numerica, gridava: «Colpevole di esistere!».

    1957, il numero delle pagine del Libraccio. 1957, il mio anno di nascita.


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