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  • Il Rapporto Brandt - Capitolo 1


    MimmoCapece

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    COME TUTTO EBBE INIZIO

     

    Berlino, 1 settembre 2059, Palazzo del Reichstag, un tempo sede della Bundestag (Parlamento Federale Tedesco).

     

    Alberich Richter, giovane segretario del ministro della giustizia del Länd, riceve l’incarico di riesaminare i documenti storici in possesso degli archivi di stato di Koblenz. Richter ha il difficile compito di valutare, in conformità a quei documenti, gli avvenimenti che portarono, il 30 aprile del 1945, alla scomparsa del Führer, Adolf Hitler.

     

    Nell’ambito del Rapporto Brandt, Alberich Richter inizia le sue ricerche che presto lo conducono presso la sede della Corte Suprema Tedesca, in passato IMT (Tribunale Militare Internazionale).

     

    Lo scopo d’indagare su quegli avvenimenti nasce dalla necessità di valutare l’eventuale presenza in vita di discendenti diretti del Führer.

     

    Richter è affiancato da un suo uomo fidato che, come da lui richiesto e con il sostegno del ministro, ottiene di avere al suo diretto comando. Adrian Schwarz, amico d’infanzia di Richter, ha il compito di esaminare la documentazione scientifica di carattere medico, mentre a Richter spetta la visione degli atti a carico dell’imputato Martin Bormann, condannato a morte per crimini di guerra. Bormann come il dottor Josef  Mengele, riuscì a scappare e il suo cadavere fu rinvenuto solo più tardi nel 1972.

     

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    Martin Bormann, si unisce al Partito Nazionalsocialista nel 1922, diventa membro del personale del Comando Supremo del Reparto d’Assalto 1928-1930, responsabile del Fondo di aiuto del partito, diviene Reichsleiter dal 1933 al 1945. Dal 1933-1941 al comando del capo di stato Maggiore presso l'Ufficio del vice del Führer, ancora capo della cancelleria del partito, il 12 aprile 1943, ottiene un ruolo di fiducia come segretario del Führer.

     

     

    Bormann come segretario del Führer, insieme al dottor Mengele, è ritenuto il custode del vero destino di Adolf Hitler.

     

    mangele.jpg.92c71b596def02b4d8486478a5faJosef Mengele, medico e militare tedesco, si laurea in antropologia presso l’Università di Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e in medicina alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte. Noto per gli esperimenti medici e di eugenetica che svolse nel campo di concentramento di Auschwitz, usando i deportati, bambini compresi, come cavie umane.


    Richter e il suo amico Schwarz devono mettersi sulle tracce lasciate da Bormann e Mengele. Nel periodo della loro latitanza hanno avuto modo di custodire, con altri membri della cancelleria del Führer, le vere sorti di Adolf Hitler.

     

    I due giovani, dato il tempo trascorso, hanno ben chiaro l’arduo compito loro assegnato e sono altrettanto consapevoli che il buon esito di tali indagini sarà determinante per la loro carriera.

     

    Richter fisicamente ricorda molto Mengele, alto, fisico filiforme e ben strutturato, ma a differenza di quest’ultimo non ha competenze scientifiche, ma sa di poter contare sull’amico. I due giovani, che hanno vissuto lontani dalla guerra, hanno fatto entrambi studi approfonditi sull’argomento, ognuno per le proprie competenze.

     

    Il giovane Schwarz, pur avendo la stessa età di Richter, è di salute più cagionevole e passa molto del suo tempo nel suo appartamento. Non ha grandi doti investigative, al contrario di Richter, ma è molto metodico e meticoloso. Lui usa uno schema mentale ben preciso per approcciarsi allo studio. Il suo appartamento di Berlino gli è stato assegnato circa cinque mesi prima, direttamente dagli uffici del Ministro, come per Richter che vive poco lontano.

     

    Un piccolo appartamento che in breve tempo ha saputo organizzare secondo le sue necessità. Un modesto ingresso arredato con lo stretto necessario e un corridoio che conduce a sinistra alla piccola stanza da letto. La scelta di quella soluzione è strettamente legata all’esigenza di dedicare la stanza più grande, quella posta sulla destra, alla funzione di studio, dove passa gran parte del suo tempo quando non è alla ricerca di nuovi documenti.

    Proseguendo lungo il corridoio, arredato sempre con stile minimalista, si arriva, attraverso la prima porta immediatamente dopo la stanza da letto, a un piccolo bagno per arrivare infine alla cucina pensata in quella posizione ancor prima del suo arrivo.

     

    Il suo approccio allo studio gli impone la necessità di ampi spazi da dedicare al suo lavoro. Ha l’abitudine, infatti, di sfruttare lunghe pareti per appendere, secondo un suo ordine ben preciso, tutti quei documenti che lui ritiene decisivi per lo svolgimento del suo compito.

     

    A tale scopo ha chiesto e ottenuto di far rivestire quelle pareti da fogli di legno, questi gli consentono di fissare agevolmente qualsiasi documento con l’uso di puntine da disegno colorate. I colori, per il giovane medico, sono di notevole importanza per l’applicazione del suo metodo. Ha l’abitudine, infatti, di attribuire a ogni colore uno specifico significato.

     

    Detesta far uso del computer, se non per stilare i rapporti da sottoporre all’attenzione di Richter. A tale scopo utilizza uno SW-TB che gli è stato fornito dal Ministero. Si tratta di un modello datato e non rappresenta certo l’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia ma è esattamente quanto da lui richiesto dato che ne utilizzava uno simili durante i suoi studi universitari.

     

    22 febbraio, ore 9:30

     

    Driiin…Driiin! Squilla il telefono. Schwarz lo ignora, mentre continua nel lavoro di riordino. Driiin…Driiin! Ancora quel telefono. Finalmente dopo il quinto squillo decide di abbandonare lo studio per raggiungere l’ingresso, e preso il telefono: «Chi è? » Chiede con tono irritato.

    «Alla buonora! Chi vuoi che sia!»

    «Richter? Scusa, ma ero preso dal lavoro di riordino», risponde Schwarz che dopo una breve esitazione si ricompone.

    «Ok! Non importa! Senti ho un documento molto importante che sono riuscito a comprendere solo in parte. Ho bisogno del tuo aiuto», continua Richter.

    «Puoi portarmelo quando credi», risponde Schwarz, dando tutta la sua disponibilità.

    «Meglio di no, ci vediamo a casa mia diciamo tra mezzora», termina Richter riagganciando il telefono.

     

    Schwarz senza esitare afferra il suo vecchio soprabito appeso accanto alla porta d’ingresso ed esce mentre si avvolge la sciarpa che estrae dalla tasca. Si avvia a piedi percorrendo il viale alberato che conduce all’appartamento di Richter mentre inizia a pensare al motivo di quell’urgenza: “Perché Richter ha preferito incontrarmi nel suo appartamento? In fin dei conti il mio non dista che pochi minuti dal suo.”

     

    Schwarz ha la necessità di avere una risposta per ogni domanda che lo assilla e questo spesso diventa per lui motivo di turbamento.

     

    Dopo numerose domande, alle quali non riesce a dare alcuna risposta, affretta il passo per raggiungerlo prima possibile. Giunto sul posto guarda il suo vecchio orologio, antiquato come tutta la tecnologia di cui si circonda, e si rende conto di essere arrivato in largo anticipo.

     

    Per ripararsi dal forte vento che perversa sulla città, entra in un caffè proprio di fronte all’appartamento dell’amico, si guarda in torno come a cercare qualcuno, poi, dopo un attimo di attesa, volge lo sguardo verso i tavoli addossati alla vetrata e siede in posizione tale da potersi assicurare una completa visione dell’appartamento dell’amico.

     

    «Il signore prende qualcosa?», chiede un giovane cameriere, ma Schwarz è troppo assorto nei suoi pensieri per aver sentito.

    «Chiedo scusa, Signore! Vuole prendere un caffè?», insiste il giovane con modi garbati ma con voce più decisa.

     

    Schwarz, senza degnarlo di uno sguardo, alza la mano come a chiedere di attendere. Il ragazzo, confuso da quel gesto, resta ammutolito ed inizia ad osservare fuori dalla vetrata, nella stessa direzione, senza però capire esattamente cosa cercare.

     

    «Chiedo scusa, Signore! Ha deciso cosa prendere?», riprova il giovane.

    «Mi porti una tazza di the!», risponde finalmente Schwarz senza distogliere lo sguardo dall’appartamento.

     

    In quel momento arriva un’auto di colore nero, sembra un modello di altri tempi, ricorda vagamente una di quelle utilizzate in Germania nella metà degli anni cinquanta. Scorge dal finestrino oscurato la sagoma di un uomo che all’apparenza sembra proprio l’amico.

     

    Dopo pochi secondi quell’uomo scende dall’auto e Schwarz capisce che si tratta proprio di Richter. Si alza di scatto, si assicura la sciarpa attorno al collo e si avvia per raggiungerlo.

     

    «Mi scusi Signore, il suo the!», dice il cameriere con voce disfonica e tono sconcertato, mentre Schwarz, ormai di spalle, ha già guadagnato l’uscita.

     

    Prima con passi lunghi, poi accennando una corsa, si dirige verso l’amico cercando di anticipare il suo ingresso in casa.

     

    «Richter! Richter!», gli urla per attirare la sua attenzione, «Richter!» insiste, rendendosi conto che l’amico non ha ancora avvertito la sua presenza.

    Richter sta per chiudere la porta dietro di se, quando Schwarz con un ultimo slancio riesce a frapporre il piede tra la stessa e il battente.

     

    «Schwarz?», chiede Richter rivolgendosi all’amico, «Non pensavo che tu fossi già qui», aggiunge stupito, da quella veloce apparizione.

    «No… e che appena ricevuto la tua telefonata ho deciso di raggiungerti», cerca di spiegare, «Non importa! Comunque… ero al bar di fronte in attesa del tuo arrivo.»

    «Bene Schwarz. Molto bene! Entra ho tante cose da chiederti.»

     

    Mentre attraversano la hall, di quella che era stata l’ambasciata romena fino al 2028, Richter detta il ritmo spingendo Schwarz a compiere passi molto più ampi di quanto non facesse solitamente e raggiunto l’ascensore ne blocca la porta.

     

    «Su… dai Schwarz… ancora uno sforzo», gli dice accennando un sorriso come a volerlo sostenere in quella strana falcata.

    «Eccomi!», risponde Schwarz contraccambiando il sorriso, «Vedo che sei particolarmente eccitato!», aggiunge, mentre riprende fiato.

     

    Schwarz si accinge a selezionare il pulsante del terzo piano.

     

    «No Schwarz! Non il terzo», dice Richter mentre gli afferra la mano per guidarla verso il pulsante che conduce al quinto, «Il quinto Schwarz è lì che dobbiamo andare.», ancora con quel sorriso, «Un panorama mozzafiato! E’ fantastico! Molto più luminoso… ma non voglio toglierti la sorpresa vedrai che spettacolo», aggiunge, mentre Schwarz ascolta sorpreso e divertito per quello stravagante entusiasmo.

     

    «Ci siamo! Dimmi cosa ne pensi», annuncia, mentre la porta si apre. Un luminoso salone con ampie vetrate lasciano scorgere sulla destra la cupola della Bundestag e a sinistra il simbolo stesso della Germania, la quadriga trainata dai quattro cavalli della Porta di Brandeburgo, sempre viva nel suo splendore come dal restauro del 1958.

     

    «Una vista mozzafiato! Vero?», chiede Richter che ha già letto negli occhi dell’amico la risposta.

    «Aspetta di vedere il resto!», anticipa a Schwarz ancora ammutolito dalla visione di quello scorcio di storia.

     

    Vedendo l’amico ancora immobilizzato davanti a tanto spettacolo lo afferra per i fianchi e, quasi accennando un passo di danza, lo dirige verso una delle tante porte che circondano il salone, poi, con un altro movimento altrettanto leggiadro, si frappone tra l’amico e la porta per aprirla.

     

    «Wow!», finalmente Schwarz accenna il primo segno di ripresa. Una stanza immensa gli si apre davanti. I suoi occhi iniziano a luccicare come un bambino davanti alle caramelle. Sulla destra riesce a contare sette o forse otto schedari, mentre sulla parete opposta, interamente rivestita di legno, centinaia di puntine colorate già appese. Al centro un tavolo stretto e lungo, poi ancora una lavagna e in parte all’ampia finestra una scrivania con un computer dello stesso modello del suo. Solo a quel punto Schwarz, come risvegliato dalla percezione di una nota stonata, muta quello sguardo dal bambino esterrefatto nell’adulto perplesso e dubbioso qual era normalmente.

     

    «Richter… Tu con quel vecchio computer?»

    «Non vedo la tua poltrona!», aggiunge, mentre l’amico continua con un sorriso sempre più espansivo, «Come fai senza la tua poltrona quando hai bisogno di pensare?», insiste Schwarz, come a pretendere una spiegazione.

     

    «Possibile che tu non abbia ancora capito?», risponde Richter che con un’elegante rotazione del braccio guida lo sguardo dell’amico verso la parete ricoperta di puntine.

    In quel momento Schwarz, ritornato tra i ranghi e riacquistata la giusta lucidità, si accorge della disposizione non casuale delle puntine che in realtà compongono la parola: willkommen (Benvenuto).

     

    «Ok! Non dire nulla! Consideralo come un mio regalo personale!», aggiunge Richter, nel tentativo di indurgli una reazione.

     

    «Perché? Perché tutto questo. Non ho chiesto nulla di simile.», finalmente la prima frase di senso compiuto pronunciata da Schwarz.

    «Mi chiedi perché?», dice Richter. Rendendosi conto di aver risvegliato l’orgoglio dell’amico, aggiunge: «La risposta è molto semplice. Ho bisogno della tua massima efficienza su questo caso. Ho bisogno della tua presenza costante e questa perché sia chiaro non è una proposta ma un ordine mio caro amico.»

     

    «I miei documenti? Le mie cose?» chiede l’amico.

    «Schwarz mi deludi… potrei mai aver trascurato questo piccolo dettaglio? Mentre noi siamo qui a parlare due miei uomini sono già nel tuo appartamento per prenderti tutto il necessario. Non dovrai preoccuparti di nulla. Potrai concentrarti solo sul nostro lavoro e sulla nostra carriera.»

     

    Dopo quella lunga spiegazione, ricordando le parole di Richter, a Schwarz torna in mente il vero motivo della sua presenza in quell’appartamento:

     

    “…ho un documento, molto importante, che sono riuscito a comprendere solo in parte. Ho bisogno del tuo aiuto…”

     

    «Allora il documento che mi volevi sottoporre era solo un diversivo?», chiede l’amico sorridendo.

     

    «No mio caro amico quello esiste.», risponde Richter sfilando dalla sua valigetta un foglio ingiallito dai bordi frastagliati, «Volevo riservartelo come ciliegina sulla torta», aggiunge facendo l’occhiolino.

     

    E’ evidente che si tratta di un vecchio documento e questa non è una grande novità rispetto alla documentazione già in suo possesso.

     

    «Fai vedere!», dice Schwarz, sfilando il documento dalle mani dell’amico, che dopo una rapida occhiata, aggiunge:

    «Ma… questo è…»

    «Sì Schwarz, il referto medico legale. E’ proprio quello che stavamo cercando! Ora, se non ho capito male, il documento conferma, sulla base del calco dentale, che l’uomo rinvenuto nel 1972, tra le macerie di Berlino Sud, è sicuramente Martin Bormann.», aggiunge Richter.

     

    «Ma l’esame dello stato di decomposizione del cadavere non è compatibile con la presunta morte avvenuta nel 1945. Inoltre, il terriccio, di cui era ricoperto il cadavere, fu dichiarato incompatibile con il suolo berlinese ma perfettamente conciliabile con quello sud’americano.», completa Schwarz.

    «Quindi, se da un lato l’esame condotto nel 1998 sul DNA conferma la sua identità, questo documento dimostra che quel cadavere, pur essendo quello di Bormann, è stato collocato tra quelle macerie solo molti anni dopo.»

    «Esatto Richter, esatto!», conferma Schwarz.

    In quel momento però il giovane medico è assalito da un dubbio:

     

    “Questo è il documento che sembrava andato perduto per sempre! Il frammento custodito tra i miei incartamenti è quindi un falso! Eppure la datazione al carbonio 14 ne conferma la sua autenticità”, pensa Schwarz.

     

    «Ho l’atroce dubbio che il documento da te rinvenuto sia un falso dato che quello in mio possesso, se pur parziale, è riconducibile con certezza al periodo di quell’esame», dice esternando il suo dubbio all’amico.

     

    La risposta di Richter arriva con un semplice sorriso.

     

    “Perché quella smorfia?”, pensa Schwarz vedendo che l’amico non sembra per nulla sorpreso da quella considerazione.

     

    «Schwarz! Mio caro e fedele amico non ti avrei mai sottoposto questo documento se non avessi avuto la certezza della sua autenticità. Ora non chiedermi come l’ho avuto ma ti prego di fidarti.»

     

    «Ma il frammento in nostro possesso è autentico», controbatte Schwarz.

     

    «Non ho mai detto che non lo sia ma ti posso assicurare che lo è tanto quanto questo, mio caro amico», risponde Richter impugnando il referto per portarlo alla sua attenzione.

     

    «Ti chiedo solo di aver fiducia… Comunque ora è arrivato il momento di festeggiare per il tuo trasferimento», conclude cercando di deviare bruscamente il discorso. In quel momento arrivano i due uomini incaricati di prelevare i documenti e gli oggetti personali di Schwarz. Richter li invita a depositarli all’ingresso.

     

    «Fate attenzione! Maledizione!», sbotta Schwarz davanti ai due uomini, mentre con poca delicatezza lasciano cadere, incuranti del loro valore, i vari incartamenti.

     

    «Si tratta di documenti molto datati quanto delicati, signori!», ammonisce, ricomponendosi immediatamente dopo.

    «Bene Schwarz, forse è il caso di rinviare i festeggiamenti a dopo. Credo che tu abbia voglia di riordinare tutte le tu cose.», suggerisce Richter comprendendo le necessità del suo amico.

     

    «Credo sia il caso.», conferma Schwarz.

     

    «Ah… dimenticavo, lascerò a te il piacere di scoprire il resto della casa.», dice Richter congedandosi per lasciare tranquillo il suo amico.

    Schwarz è intento a mettere ordine e nel frattempo gli da le spalle, si volta e scorge la figura dell’amico dall’ultimo spiraglio della porta dell’ascensore quasi completamente chiusa. Senza dir nulla lo saluta con un solo gesto della mano. Rimasto solo nel suo nuovo appartamento inizia ad appendere con la solita precisione ogni documento.

     

    Centinaia di documenti: rapporti, lettere, ordini e referti, tutti scrupolosamente ordinati secondo un colore e nella giusta sequenza cronologica. Il rosso, per Schwarz, identifica la corrispondenza privata del Führer, l’arancio quella con le alte cariche dello stato e con il blu assicura tutti gli ordini impartiti durante le ultime fasi della guerra. Le ore passano e quelle ampie vetrate garantiscono ancora la luce sufficiente per proseguire il suo lavoro. Nonostante la stanchezza per quella giornata, così ricca di emozioni, il medico continua, continua, perché in realtà tra tutti i documenti che gli passano tra le mani ancora non ha trovato il frammento più importante, quello sul rinvenimento di Bormann. Ora che l’ultima puntina di colore verde è stata usata di quel suo frammento nessuna traccia. Con gli occhi rossi quasi fuori dalle orbite e con il battito del cuore che copre ogni altro rumore di fondo inizia a ribaltare tutte le scatole trasportate dai due uomini. Nulla! Quel documento sembra svanito. Solo dopo aver passato in rassegna ogni possibile angolo del salone e dello studio apre l’ascensore con la speranza di ritrovarlo. Nulla! Anche nell’ascensore nulla. Afferra le chiavi del suo vecchio appartamento e al pari di un segugio senza rendersene conto si ritrova per strada senza il soprabito e senza la sua sciarpa. Neanche il forte vento distoglie il suo sguardo che accompagna ogni suo passo alla ricerca di quel referto. Pochi minuti dopo si ritrova davanti alla porta del suo vecchio appartamento, la apre e sempre con lo sguardo rivolto a terra ne ripercorre tutto il perimetro con la speranza di vederlo spuntare fuori da un momento all’altro. Nulla! Niente di niente, non un solo documento, non una sola puntina.

     

    Esausto con la schiena poggiata al muro si lascia scivolare per terra e portate le mani tra i capelli chiude gli occhi e cerca di imporre al suo cuore un ritmo più tollerabile per la sua salute. Inizia a riflettere e si rende conto che in tutti quei minuti ha privato la sua mente di ogni spunto di razionalità necessaria per di ricostruire l’accaduto.

     

    Conclude che la scomparsa di quel documento può essere imputata solo ai due uomini incaricati da Richter per il trasloco. Si porta al telefono del suo piccolo ingresso e compone il numero dell’amico.

     

    «Schwarz?», risponde Richter, mentre lui e troppo esausto per riuscire a far sentire la sua voce.

    «Schwarz? Sei tu?», chiede Richter, «Dannazione Schwarz. Che ci fai nel tuo vecchio appartamento? Perché non rispondi?»

    «Richter… sì sono io», risponde finalmente Schwarz che è riuscito a domare il suo cuore.

    «Cos’hai amico? Parla dannazione!»

    «Il frammento... Il frammento è andato perduto.»

    «Ora fai un lungo respiro e rimani tranquillo. Quello stupido frammento non ha più alcun valore, ora abbiamo la versione completa di quel referto.»

    «Bene Richter farò come dici tu. E’ il caso che ritorni a casa. Ho proprio bisogno di una lunga dormita.»

    «Giusto Schwarz. Ora hai solo bisogno di riposo.»

     

    Dopo aver riagganciato il nostro medico si dirige verso casa ripercorrendo lo stesso viale che lo ha condotto lì. Ora però non c’è più il battito accelerato del suo cuore a stemperare il freddo di quel vento che gli penetra il corpo. Giunto al nuovo appartamento si accorge di non averne le chiavi e troppo infreddolito decide di recarsi al bar di fronte per prendere quel the che aveva dimenticato di bere al mattino. Entrato nel locale si guarda attorno poi si dirige verso un tavolo d’angolo, si siede e alza una mano come a indicare che vuole ordinare qualcosa. Gli si avvicina lo stesso cameriere del mattino, Schwarz lo guarda ma senza riconoscerlo.

     

    «Posso portarle un the Signore?»

    «Sì! Ben caldo per favore.»

    «Signor Schwarz?», chiede il ragazzo.

    «Come sa il mio nome?»

    «Il Dottor Richter mi ha anticipato che sarebbe arrivato per ordinare un the e mi ha pregato di lasciarle questo soprabito», spiega il ragazzo.

    Il nostro medico ormai ha imparato a non sorprendersi di nulla quando c’è di mezzo il suo amico e non prova neanche a voler comprendere come avesse fatto a capire che sarebbe passato da quel bar. Afferra il suo soprabito, ringraziando il ragazzo, poi nell’estrarre la sciarpa della tasca nota le chiavi del nuovo appartamento e un sorriso sfugge dal suo viso.

    Il ragazzo si allontana per preparare il the mentre Schwarz afferrato le chiavi si volta per osservare l’ingresso del suo nuovo appartamento e attraverso la vetrata nota nuovamente l’auto nera che aveva visto al mattino.

     

    «Signore il suo the.»

     

    Distolto dalla voce del ragazzo Schwarz si volta un istante per poi riportare la sua attenzione verso quell’auto che nel frattempo è già scomparsa. Stanco e infreddolito prende la tazza con entrambe le mani per scaldarle. Inizia a sorseggiare lentamente il suo the per godere di ogni singola goccia che, ad una a una, inizia a calmare il suo corpo.

     

    Alza nuovamente la mano per richiamare l’attenzione del ragazzo che in un istante gli si avvicina.

    «Desidera altro Signore?»

    «Solo il conto grazie e aggiunga il the che ho ordinato stamane.»

    «Ha già provveduto a tutto il dottor Richter.»

     

    Schwarz senza dire parola fa un cenno con la testa, si alza, impugna il mazzo di chiavi e si avvia verso l’appartamento. Attraversa la strada apre la porta, entra e si dirige verso l’ascensore che lo conduce al quinto piano. Arrivato si guarda attorno alla ricerca di una camera da letto, apre una delle porte rimaste ancore chiuse e la trova. E’ esattamente come aveva sperato che fosse, piccola, accogliente e con il giusto numero di mobili. Da quella stanza si accede direttamente al bagno anch’esso, seppur più ampio del previsto, arredato in stile moderno ma minimalista. Si reca nel salone decidendo che non era il caso in quel momento di guardare altro di quell’appartamento. Prende le sue valige, ritorna in camera, le poggia sullo scrittoio presente accanto all’armadio e inizia con lenti movimenti a riporre ogni indumento al suo posto. Come se conoscesse l’esatta posizione di ogni cosa si volta per raggiungere un armadietto più stretto in cui depone gli asciugamani, mentre, immediatamente accanto, in uno dei cassetti dispone in ordine i calzini, in un altro i boxer, poi ancora in un altro le cravatte e così per tutto il resto.

     

    In quel momento Schwarz ha come l’impressione di aver vissuto da sempre in quell’appartamento.

     

    Inizia a far scorre l’acqua della doccia in attesa che raggiunga la giusta temperatura. La doccia per Schwarz rappresenta uno dei pochi rituali che il giovane medico si concede durante la giornata per la cura del suo corpo. Entrato in doccia sosta immobile sotto il getto d’acqua bollente e solo quando i suoi capelli sono pregni d’acqua inizia a frizionarli con il solito shampoo che lui stesso prepara. Un composto a base di bicarbonato di sodio e aceto in parti uguali al quale aggiunge il doppio in acqua e alcune gocce di olio essenziale. Terminato con i capelli passa al resto del corpo per il quale utilizza un altro suo preparato a base di polvere di avena e glicerina. La necessita quasi maniacale di ripulire il suo corpo è come una sorta di purificazione che lui ritiene avere dei benefici anche per la mente. Al termine procede, completamente immobile, per altri due minuti con quella che lui definisce “doccia di contrasto” alternando getti di acqua calda e fredda. Quest’ultimo atto è per il nostro medico di fondamentale importanza per un’azione rinvigorente attraverso la quale, riattiva le sue difese immunitarie e la circolazione sanguigna, rinforza il sistema nervoso e tonifica la muscolatura. In sostanza si tratta di una sorta di palestra passiva con gli stessi benefici ma senza alcuno sforzo.

     

    Termina la sua doccia si asciuga frizionando molto bene i capelli per poi passare al resto del corpo. Al termine si avvia verso la stanza da letto lasciando cadere l’asciugamano in un cesto collocato esattamente lì dove doveva essere.

    Abbandonato tra quelle lenzuola, al caldo di un morbido piumino, inizia a pensare a quella lunga giornata ripercorrendone tutti i momenti fondamentali e come in un puzzle tenta di riordinare tutti quei tasselli che lasciano troppe domande in sospeso.

     

    Ora molti pensieri tornano alla sua mente le stesse frasi di Richter risuonano chiare in ordine sparso:

     

    “…non ti avrei mai sottoposto questo documento se non avessi avuto la certezza della sua autenticità.”

     

    “Quello stupido frammento non ha più alcun valore…”

     

    “Non ti ho mai detto che lo stralcio di quel referto non sia autentico ma ti posso assicurare che lo è tanto quanto questo…”, pensa cercando di scrutare nella sua mente l’immagine del volto di Richter.

    Il citofono suona ripetutamente e risvegliato da quel suono si accorge di essersi addormentato.

     

    Si alza e indossata la sua vestaglia si dirige nel salone già completamente illuminato dalle luci del giorno.

     

    «Dormito bene?», sente Schwarz mentre osserva il suo amico sul piccolo monitor.

    «Direi proprio di sì Richter. Ti aspetto su», risponde invitandolo a salire.

    «Fai con calma ti aspetto nel bar di fronte», dice Richter che sembra essere già sveglio da molto più tempo. «Immagino che ti sia appena svegliato», aggiunge.

    «Certo Richter dammi il tempo di rivestirmi e ti raggiungo.»

     

    Ore 8:15, Schwarz giunto al bar entra e si avvia verso Richter. Un individuo di fronte a se procede nella direzione opposta alla sua. L’uomo indossa un cappotto grigio e sul capo un borsalino dello stesso colore che mette in ombra il suo viso. Le scarpe di pelle nera, al ritmo dei suoi passi, emettono un suono come di suole rinforzate da metallo. Nel punto in cui quasi si affiancano ruotano leggermente la testa, ognuno nella direzione dell’altro, fino a incrociare gli sguardi. Dopo aver oltrepassato quel punto, Schwarz ritorna con la sua attenzione su Richter che è intento a bere un caffè mentre sfoglia un giornale.  

    «Novità, Richter?»

    «Ciao Schwarz. Siedi! Prendi qualcosa!»

    «Il mio solito the grazie.»

    «Sebastian!» Richter chiama il giovane cameriere, «un the, fette biscottate e marmellata di mirtilli, per il mio amico per favore», ordina al giovane.

    «Certo dottor Richter!», risponde Sebastian.

    «Novità? Mi chiedi se ho delle novità Schwarz?», dice all’amico che, senza attendere la risposta, aggiunge: «Abbiamo molte novità Schwarz ma in questo momento i miei pensieri sono rivolti all’incontro con il Ministro che si terrà tra dieci giorni.»

    «A tal proposito ho bisogno che tu metta in relazione la latitanza in Sud America di Bormann con quella di Mengele. Nel Pomeriggio ti farò pervenire i documenti riguardanti gli studi di eugenetica condotti da Mengele sotto il falso nome di Helmut Gregor. Tra i vari documenti troverai anche un estratto anagrafico del Comune di Termento, si tratta di un piccolo paese italiano del Trentino. Il Comune è noto per aver prodotto numerosi documenti d’identità falsi favorendo la fuga di molti nazisti», continua Richter, mentre Schwarz beve il suo the ascoltandolo.

    «E’ importante che tu riesca a tradurre in modo comprensibile i risultati di quegli studi e che tu metta in relazione questi con Bormann che nei vari documenti di Mengele è citato con il nome di Padre Agustín von Lembach. Avrebbe avuto un ruolo fondamentale negli esperimenti condotti, poiché, con la copertura della sua falsa identità aveva accesso agli archivi dei bambini orfani di madre e padre ospiti nella comunità redentorista con sede in Argentina a La Paz che è una città della provincia di Entre Ríos. I bambini prelevati erano usati negli esperimenti condotti da Mengele certo che nessuno li avrebbe mai reclamati.» Schwarz continua ad ascoltare l’amico affascinato, come sempre, dalla sua abilità investigativa.

     

    Richter richiama nuovamente Sebastian chiedendo un altro caffè.

    «Ricorda Schwarz che il Ministro è tanto interessato alla ricerca di un eventuale discendente del Führer quanto agli studi di eugenetica condotti dal dottor Mengele,» puntualizza Richter all’amico.

    «E’ ora che io vada. Sarò fuori Berlino per cinque giorni e non dimenticare che la relazione dovrà pervenirmi prima dell’incontro con il Ministro», conclude Richter impugnando la sua valigetta, mentre già in piedi termina, senza gustarlo, il suo caffè e salutato l’amico si porta rapidamente verso l’uscita.

     

    Richter, nella sua abile capacità espositiva, rivela sempre un alone di mistero e Schwarz sa che non deve chiedere più di ciò che gli è riferito. Ma non può fare a meno di domandarsi come faccia ad avere accesso a tutte quelle informazioni e come riesca a produrre quei documenti che in più di ottant’anni molti hanno cercato di ottenere.

     

    Ora il medico rimasto solo, seduto a quel tavolo, chiama il giovane Sebastian per chiedere il conto e scopre che l’amico l’ha preceduto, ma in fondo non se ne stupisce.


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