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  • ArrigoXXX

    Mestre per me che a 15 anni vivevo a Treviso, rappresentava la città. Moderna, frenetica, cosmopolita, densa di opportunità. Al posto dei dolci viali alberati, dei portici eleganti e degli incantevoli scorci fluviali, li c’erano stretti marciapiedi, tangenziali tagliate da un traffico veloce, sottopassaggi illuminati da neon gialli e dalle pareti grondavano scritte di tutti i tipi, a pennarello, spray o pennello.

    Assomigliava a Milano o agli scorci delle grandi città intravisti nelle vacanze d’estate con i miei genitori.

    Quei muri parlanti mi chiamavano, mi invitavano a gettarmi nella mischia e mi svelavano dei codici d’accesso.

    Li c’erano radio che trasmettevano rock, di quello vero, oscuro, radicale e attualissimo. Li c’erano concerti di sconosciute band straniere nel gran teatro della piazza principale. Un negozio di abbigliamento dove trovavi i desiderati anfibi, il chiodo, i bomber e un negozio di dischi rock, punk compreso. Tutte cose che nella mia città mancavano.

    Un comune della cintura urbana aveva addirittura invitato me e Pierpaolo ad una esposizione di fanzine. Noi sbarbi di prima superiore che avevamo osato ciclostilare i nostri pensieri e desideri. Ci invitava con una lettera a casa, su carta intestata, ad una “vernice”, dandoci modo di scoprire che le pitture  non centravano nulla ma che invece ci sarebbero stati offerti prosecco e salatini. Come a dei giornalisti veri, come a degli adulti.

    Nella Treviso di Benetton e del Disco Palace la cultura alternativa coincideva con la disperazione dei pochi punk persi tra droga e violenza o nella marginalità sociale e nel disagio psichico di alcune avanguardie.

    Fu una di quelle domeniche pomeriggio che partimmo per Mestre, il tam tam ci aveva avvisato di un concerto pomeridiano al centro culturale Bissuola, un intero edificio moderno e colorato, dedicato alla cultura dal basso.

    Suonavano due band legate allo stile skinhead, che ancora stentavamo a capire con tutte quelle similitudini e differenze dal punk. Il giorno prima all’interno della stessa manifestazione c’era stata l’inaugurazione di una mostra dedicata all’opera di Andrea Pazienza, alla presenza dello stesso Maestro.

    Mio padre mi accompagna a prendere il treno in stazione, dove devo incontrarmi con Nicola, Lorenzo, Luca e gli altri amici convocati per la trasferta. Al momento di scendere dalla macchina, salutando mi cadono dalla tasca aperta del chiodo un cucchiaino e quello che sembra in tutta evidenza essere un coltello a scatto. Un’ombra si posa sul viso di mio padre. Il cucchiaino è di solito il fedele accessorio di ogni tossico-dipendente, ma nel mio caso è lo strumento tascabile che accompagna la riserva di scatolette di carne Simmenthal o tonno di cui mi rifornisco dalla dispensa familiare prima di ogni gita per placare senza soldi la fame che tormenta me come ogni altro adolescente. Lui lo sa. Il coltello a serra manico una volta fatto scattare rivela al posto della lama un pettine da bulletto, come visto nel film Grease.

    All’arrivo al centro Bissuola siamo accolti da un corridoio gremito da una selva di Zanardi cartonati in dimensioni reali che introducono alla mostra di Pazienza. In cartellone le band che di li a poco saliranno sul piccolo palco allestito per l’occasione.

    Ghetto84 da Bologna e Dirty Joy da Mestre.

    I Ghetto84 sono esilaranti, capitanati da un giovane e simpaticissimo cantante, ci infiammano con un set scatenato di cui mi si fissano nella memoria due cover cantate in italiano, “steppin’ stone” dei Monkees in cui il ritornello è sostituito da un omaggio al loro club bolognese, “oi, oi, oi! siam gli scooter boys, siam dell’Illinois!”. La seconda è letteralmente la canzone più coverizzata della storia, “Louie Louie” che viene storpiata in “Luigi e Luisa”. Siamo entusiasti.

    Dopo di loro tocca ai Dirty Joy, band locale che si è fatta conoscere con un demo tape che sta circolando parecchio. Il bassista sfoggia un magnifico Fender Precision nero che mi dicono essere appartenuto agli Stranglers. Il cantante è uno skinhead perfetto. Il look impeccabile con polo, bretelle e testa rasata è completato da una faccia da vero portuale cockney. Di una credibilità assoluta.

    Il loro pezzo su Villa Franchin, una delle tantissime ville venete della zona, recentemente occupata e subito sgomberata, scatena il pubblico che rompe nel coro potente che reclama la villa, “Villa – Franchin diventerà – un centro – sociale – per tutta la città!”.

    Noi sbarbi siamo all’estasi. Quello è il modo in cui vogliamo passare le domeniche, altro che ingurgitare tramezzini all’Antico Pallone!

    Ad un certo punto il cantante brandendo il microfono come una clava, tra un pezzo e l’altro, proclama con convinzione: “ROCK, CONTRO LA FUSIONE!”. Ci guardiamo in faccia, i pensieri corrono veloci al nucleare, ai graffiti che in quei giorni tracciamo dappertutto, con un teschio i cui tratti sono sostituiti dalla ventolina simbolo della radioattività. Starà parlando di quello? È un attimo, il cantante spazza ogni dubbio aggiungendo: “perché Mestre resta Mestre e Venezia resta merda!”.

    Sta parlando di calcio, della ventilata fusione tra le due squadre locali.

    Resterà un classico per anni, tra di noi, quando uno non sa cosa dire o semplicemente vuole spezzare un momento di silenzio affermare deciso “ROCK CONTRO LA FUSIONE!”.


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