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  • L'uomo e i signori


    Jimmy

     

    Un uomo cammina su un sentiero desolato. È un giorno piovoso, ma per lui no, esistono giorni piovosi e giorni di sole solo quando sai qual è la differenza e lui, suo malgrado, non la conosce.

    Sono anni che cammina. Era partito ritto e coraggioso sotto quella pioggerellina e ora, guardatelo, cammina gobbo, con lo sguardo pieno di nulla; fissa il terreno umido e non guarda più davanti a sé, sa che non c’è arrivo e non vuole vedere se c’è un baratro.

    La pioggia; l’uomo amava la pioggia, quel rumore lo rasserenava, diceva che la pioggia portava calma e restituiva quiete al paesaggio, la pioggia era la consapevolezza che si chiudeva un capitolo e stava per aprirsene uno nuovo. Sentire la pioggia, coi suoi rumori,  coi suoi battiti, voleva dire essere pronti a rinascere: come l’acqua porta vita alle piante, così la pioggia è una fonte di nuova vita per il cuore che si sta spegnendo, perché porta con sé il messaggio di un sole che tornerà, a riscaldare, a guarire, a sorridere.

    L’uomo credeva nella pioggia, era convinto che ci sarebbe stato quel nuovo inizio, ma ora, ora guardatelo. Cammina senza una speranza e la pioggia che prima lo toccava leggera come un abbraccio dal cielo, ora è come proiettili che gli bucano la pelle, trapassando la carne, arrivando al cuore, al Centro, allo spirito. 

    Non sa cosa cerca, ma un tempo lo sapeva bene, poi ha scoperto che era impossibile, l’ha scoperto prima di essere solo; si esatto, l’uomo, che ora cammina senza compagnia e senza meta, non era l’unico a camminare sotto quella pioggia. Durante il suo cammino l’uomo ha incontrato molti simili a lui, vestiti meglio e con meno speranza di quanta ne avesse lui inizialmente. Non andava molto d’accordo con queste persone, perché camminavano sotto la pioggia trascinando con loro, allo stesso ritmo dei loro passi, uno strano aggeggio che evitava che le loro eleganti vesti si bagnassero. Consideravano la pioggia un nemico e chissà, forse ora darebbe loro ragione.

    Questi suoi simili, questi uomini o signori, come loro preferivano essere chiamati, gli raccontavano ogni giorno storie che lui reputava noiose, gli parlavano di numeri e di schemi e solo poche volte riuscivano a catturare la sua attenzione parlando della vita. Presto però, si era stufato anche di sentirli parlare riguardo alla vita, perché non gli piaceva come la descrivevano, non era d’accordo. I signori gli parlavano di come ognuno cercasse la propria strada e di come nessuno potesse trovarla, gli dicevano che ad un certo punto, dopo un po’ che cammini sotto la pioggia impari a temerla, poi a domarla. Ma come poteva l’uomo credere ad una simile affermazione? L'uomo credeva che in realtà, poiché erano stati costretti ad usare quegli aggeggi di protezione, poiché li avevano creati per paura, nonostante ora la pioggia non potesse toccarli fossero loro quelli ad essere stati domati.

    Così giorno dopo giorno questi signori davano all’uomo, che era partito così convinto, una spintarella di qua, una di là, facendolo barcollare e mettevano nella sua testa regole, numeri, schemi e la parola “impossibile”.

    L’uomo però, ogni tanto ci ride su, con una smorfia che in realtà porta la stessa amarezza che avrebbero espresso le lacrime, ma lui preferiva ridere perché un sorriso, a differenza delle lacrime, si distingue bene dalla pioggia; dicevo, ci ride su, pensando a come tutti gli dicessero che non c’era modo per diventare grandi e a come tutti in realtà lo ingannassero perché ognuno se ne andava, trovava una strada diversa e proseguiva, mentre lui no, lui rimaneva lì ed ora era solo.

    In realtà, non è che tutti prendessero una strada diversa, tutti invece, prendevano la stessa strada. Era uno stradone grande e ben delineato, era fatto di un materiale strano, scuro e colorato soltanto da una lunga serie di regole, solo che l’uomo avendolo incontrato aveva scelto di non andarci perché quel colore era del colore delle tenebre e lui cercava il sole, cercava una via che lo portasse fuori da quelle nuvole scure. La sua amica pioggia gli diceva di cercare il cielo e uscire da quei monsoni e lui si era domandato come, una via del colore della notte, l’avrebbe potuto condurre verso un nuovo giorno di luce.  Non era solo questo però, c’era dell’altro, se anche avesse voluto entrarci probabilmente non avrebbe potuto, perché i signori gli avevano detto che per entrare era necessario conoscere dei codici, bisognava essere capaci di guardare delle immagini poste lungo quella strada e di riconoscerle, di vederle proprio come tutti le vedevano e lui non era capace, fin da bambino non aveva mai saputo vedere il mondo come lo vedevano tutti.

    Così lui aveva scelto di continuare su quel sentiero che quando era partito aveva il colore del giorno, anche se da qualche tempo si mostra più cupo. Ancora adesso cammina e cammina per quella stessa via, ma si è accorto che il terreno è ora zuppo e assomiglia sempre di più a quella strada color notte che aveva incontrato e si chiede allora se forse non ha preso accidentalmente la strada sbagliata; potrebbe essere che senza accorgersene, a furia di sentire ogni giorno ripetersi quei numeri e quegli schemi abbia imparato a riconoscere quelle immagini piene di regole e sia finito accidentalmente sulla strada dei nuvoloni scuri.

    Ha le spalle martoriate come se trasportasse da lungo un giogo, gli occhi stanchi e le gambe indurite, le mani gelide come di un morto, ma screpolate a tal punto da sanguinare, dando prova di vita.

    Ogni giorno cammina e non si è mai fermato, ma non sono solo i suoi piedi a non aver mai cessato di muoversi, anche la sua mente ha giocato per tutto tempo, ha giocato al gioco del filosofo che si fa molte domande senza mai avere qualcuno che sia in grado di rispondere. Ancora si chiede ogni giorno, tra un sospiro rassegnato e un tentativo di riprendere fiato, se quei signori in fondo non avessero ragione, se la sua strada conosca il sole, se la pioggia sia mai davvero stata sua amica o gli avesse mentito e poi, al culmine di ogni ragionamento ritorna sempre la stessa domanda, si chiede perché i signori gli abbiano detto che non si può diventare grandi se poi lo hanno fatto, lo hanno fatto tutti.

    La risposta sta nella differenza tra le due strade, si è detto un giorno; forse quel signore intendeva dirgli che non è possibile diventare grandi senza rimanere bambini, non è possibile diventare grandi senza imparare quei codici e senza imparare a vedere con gli stessi occhi; tutti quanti con gli stessi occhi. Purtroppo però, non avrà mai la risposta certa perché quel signore aveva lasciato la frase in sospeso, ma d’altronde la cosa non lo sorprendeva, era una caratteristica dei signori, i signori erano sempre di fretta.

     

    L’uomo ogni tanto si guarda il polso, cerca l’orologio per scoprire da quanto tempo sia in viaggio, da quanto duri la sua sofferenza, da quanto abbia smesso di sperare, ma non può scoprirlo perché è molto ormai che ha perso l’orologio, o più che perso l’ha donato. Lo aveva ceduto ad un signore che aveva deciso di andare sul sentiero dei monsoni e che gli aveva implorato quell’orologio. Senza di esso infatti si era perduto su quella via, era un requisito indispensabile, d’obbligo ad ogni passo. L’uomo non si era fatto molti problemi a donarglielo, anche perché diceva che quel ticchettio lo annoiava, era sempre uguale sempre monotono; lui infatti, aveva un’altra particolarità che lo faceva sembrare folle a tutti: lui contava il tempo cantando, alternando i ritmi, variando tonalità e genere. Aveva cantato per così tanto che ormai la sua voce era secca, eppure ancora cantava, ancora contava; che poi a cosa servisse contare così. Tutti gli dicevano che era un modo stupido di contare, era poco preciso, rischiava di non andare allo stesso ritmo degli altri, era l’ennesima volta in cui gli davano dell’incapace, perché non sapeva contare, contare come tutti. Lui però non si arrabbiava, rimaneva tranquillo e diceva loro che a lui non serviva mantenere lo stesso ritmo e che quello era l’unico adatto a lui, perché se doveva arrivare alla fine del suo cammino non c’era altro modo che usare il suo ritmo, altrimenti ci sarebbe stato il rischio di contare male i passi e ritrovarsi in un sentiero sbagliato, in un sentiero che non era suo.

    Povero uomo però, lui ha sempre parlato a tutti in un modo così calmo e pacato, non si è mai scomposto, mentre tutti appena accennava a questi suoi discorsi su immagini, ritmi o che so io, mostravano un’espressione di disapprovazione, lo prendevano in giro o peggio se ne andavano arrabbiati. D’altronde però, si diceva, li poteva anche capire, è normale che si diventi scorbutici o di cattivo umore a sentire tutto il giorno quel fastidioso e assillante ticchettio nelle orecchie.

     

    Mi sono però scostato troppo dal presente, mi sono perso in descrizioni passate e in ricordi, chiedo perdono, ma è che del presente non c’è molto da raccontare, mentre il passato è così ricco di avvenimenti significativi per la vita di quell'uomo.

    Nel presente c’è solo un passo, un passo e ora vedi un altro ancora, certo ogni tanto scivola in qualche pozzanghera e qualche volta trova una piccola salita o una piccola discesa, qualche volta sospira; qualche volta sorride con lo sguardo che guarda ai passi avanti ma vede i passi indietro, ma non c’è molto altro. Il suo presente è un vagare su un sentiero fradicio cantando il tempo, il tempo che ora sembra assomigliare sempre più al rumore di quell’orologio che donò, perché la voce è stanca, la gola secca e i suoni scuri variano di nota con fatica; certamente infatti, dopo anni di improvvisazione solitaria anche le idee come la speranza vengono a mancare.

    Ho guardato molto al futuro perché pioveva senza piovere, mentre ora piove e basta. Ho guardato indietro perché anche se non c’erano prati senza nuvole, c’era la fiducia che sarebbero arrivati, c’era la gioia nell’immaginarli; anche se non c’erano, c’erano. Ora è molto che non immagina, ora è perso per davvero; la strada non l’ha mai saputa, ma solo da un po’ è perso.

    L’uomo cammina su un sentiero desolato e mi chiedo se si domandi dove stia dirigendo il prossimo passo. Il suo cuore è sempre stato come una bussola e mi chiedo se il suo ago punti ancora verso il sole e verso quel posto dove potrà diventare grande senza smettere di essere bambino, dove potrà guardare le immagini in modo diverso dagli altri, dove la vita è musica e ognuno è direttore d’orchestra perché tutti cantano il proprio tempo.

    Me lo chiedo davvero, ma non so se avrò mai una risposta o se il suo cuore smetterà di battere prima che le sue labbra secche possano chiarirmi questo mistero, perché l’uomo è uno che si prende il suo tempo per rispondere, ci riflette bene, lui non è come i signori, lui non ha fretta, non ha fretta di vivere la vita.

    E forse questa è la mia risposta.


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