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  • chiara romano

     

    Giancarlo

    Tempo fa in ambulatorio ho avuto modo di conoscere due persone : un uomo di mezz’età e una ragazza poco più che ventenne.

    Ho pensato subito che si trattasse di padre e figlia, perché oltre ad avere gli stessi occhi color verde mare, il loro sguardo sembrava emanare la stessa vitalità ed energia.

    Spesso accade, che un genitore accompagni personalmente il proprio figlio a sottoporsi agli esami tossicologici, ma quella volta, come mi spiegarono poco dopo, i ruoli erano esattamente invertiti.

    Marisa era lì insieme a suo padre, ma era lui che si doveva sottoporre alle indagini tossicologiche.

    In realtà i suoi problemi di dipendenza dall’alcol risalivano a circa dieci anni prima, ma ormai ad ogni rinnovo della patente, la Commissione Patenti gli chiedeva di ripetere quegli accertamenti, per essere sicuri che non avesse avuto ricadute.

    Marisa mi raccontò di essere una studentessa della facoltà di psicologia, e mentre me lo diceva, riconobbi nello sguardo di Giancarlo, un moto di sano orgoglio paterno.

    Scherzando glielo avevo anche detto, mentre mi accingevo a tagliargli una ciocca di capelli per le indagini richieste, e lui con un sorriso luminoso mi aveva confessato:

    “E’ vero dottoressa, sono orgoglioso di mia figlia, è una ragazza intelligente e sensibile, se non fosse per lei, chissà che fine avrei fatto….”

    Aveva emesso un profondo respiro Giancarlo, subito dopo aver finito di parlare, come se quelle sue parole, da sole, fossero bastate a far riemergere un dolore pungente, che da tempo doveva albergare nel suo cuore.

    A quel punto Marisa, che era seduta dall’altra parte della stanza, era intervenuta:

    “Papà, ma perché ci pensi ancora, ormai è acqua passata, devi lasciare andare quanto è accaduto, altrimenti non consentirai mai alle tue ferite di guarire”.

    A quali ferite si riferiva Marisa? Mi chiesi, in silenzio, mentre, continuavo a fare il mio lavoro.

    “Ma come faccio Marisa? Se rifletto soltanto a quanto dolore ho provocato a te e a tua madre, mi sembra addirittura che mi manchi il respiro”.

    A quel punto, ricordo che lo sguardo della ragazza si era soffermato sul mio viso e probabilmente aveva letto nella mia espressione, quelle domande che in silenzio mi stavo ponendo. Infatti mi disse:

    “ Mio padre dottoressa ha avuto dei seri problemi con l’alcol.

    Parliamo di una vera e propria dipendenza, che l’aveva portato a cambiare profondamente la sua personalità.

    Quando ci penso, credo che si fosse trasformato addirittura in un altro uomo: non poteva essere il mio papà, me lo ripetevo allora e me lo continuo a ripetere ogni volta che ritorno con il pensiero a quel periodo così faticoso e infelice della nostra vita”.

    “Ma Marisa un cambiamento in grado di generare una dipendenza, doveva aver avuto origine da qualcosa, un evento scatenante ci doveva essere stato”,    avevo chiesto, mentre Giancarlo era andato nel bagno per fornire il campione urinario.

    “ Certo dottoressa, il tutto era cominciato quando gli affari dell’azienda che papà gestiva, avevano iniziato ad andare male….”

    “ Colpa della crisi forse” avevo aggiunto io, cercando di aiutarla in quell’amaro racconto.

    “Non solo purtroppo, o quantomeno, non fu quella la circostanza più dolorosa per mio padre.

    In realtà lui gestiva la sua azienda insieme a due altri soci e di comune accordo avevano deciso di estendere la loro attività anche in un’altra provincia. Gestivano un’impresa di pulizie, gli affari andavano bene, ricordo che in quegli anni facevamo sempre delle vacanze al mare in posti bellissimi.

    Il papà riempiva di piccoli regali me e la mia mamma.

    Si dice che il denaro non dia la felicità, ma a noi, quel tranquillo benessere ce la dava e come.

    Eravamo felici, di quella contentezza fatta di piccole cose, di attenzioni quotidiane, di pensieri inaspettati, di gioiose premure.

    Ho avuto una bella infanzia, serena, soprattutto mi sono sentita molto amata.

    Ma improvvisamente quando avevo circa dieci anni tutto iniziò a cambiare.

    Papà prese a lamentarsi degli affari, diceva che forse avevano sbagliato alcuni investimenti, forse erano stati troppo ambiziosi e avevano fatto il passo più lungo della gamba.

    Iniziarono a circolare meno soldi, ma quello non sembrò un problema grave, almeno inizialmente.

    La mamma che aveva fatto da sempre la casalinga, trovò lavoro come commessa, in una nota boutique del centro, che era di proprietà di alcuni nostri amici.

    Ma questo, non turbò il nostro equilibrio, perché la mamma continuava a ripetere che non tutto il male viene per nuocere. Diceva infatti che era molto contenta di quel lavoro che in un certo senso, l’aveva sottratta alla monotonia della vita domestica.”

    “E allora cosa fu a destabilizzare l’equilibrio di Giancarlo?” chiesi incuriosita a Marisa.

    “Cosa fu a destabilizzarmi? Glielo dico io dottoressa” mi aveva risposto Giancarlo che nel frattempo era uscito dal bagno.

    “Avevamo deciso di aprire una nuova filiale e a me sembrava che anche lì gli affari andassero abbastanza bene.

    Davamo lavoro ad una ventina di persone e si era creato un bel clima di collaborazione anche con la sede centrale dove avevamo altre quaranta persone che lavoravano per noi.

    Ero soddisfatto dottoressa del mio lavoro, ero orgoglioso di pagare i miei dipendenti regolarmente, di aver sempre liquidato tredicesima e quattordicesima, oltre a vari premi per la produttività.

    Per cui, quando iniziai a prendere coscienza del fatto che i soldi sul conto dell’azienda non erano più quelli di prima, fui fortemente destabilizzato.

    Tremavo al solo pensiero di non riuscire a pagare gli stipendi, ma mi rendevo conto, che a breve, tutto ciò sarebbe inevitabilmente accaduto.

    Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, perché il lavoro non era diminuito e non mi risultava che ci fossero dei mancati pagamenti da parte dei nostri clienti, o quantomeno non per cifre particolarmente importanti.”

    “Cos’è che era accaduto allora Giancarlo?” avevo chiesto turbata.

    “Quello che stava avvenendo lo scoprì quando decisi di dare un’occhiata alle entrate e alle uscite del nostro conto. Di quello dell’azienda intendo.

    Non mi ero mai interessato del denaro, io gestivo il personale, i loro turni, i rapporti con le aziende esterne. Ma non i soldi. Mi ero sempre fidato dei miei soci, perché non avrei dovuto?

    E invece mi resi conto di essermi sbagliato sul loro conto e soprattutto su me stesso….. sulle mie capacità di gestire un’azienda…”

    “Ma cosa centri tu papà, ti sei fidato e basta, la dottoressa non lo sa, ma uno dei due soci era proprio tuo fratello. Non potevi immaginare che ti raccontassero solo mezze verità, che da tempo avevano iniziato a sottrarre denaro all’azienda che poi buttavano nelle sale da gioco.

    Cosa potevi saperne tu, che invece passavi le tue serate con me e la mamma a giocare a Monopoli.

    Lo sa una cosa dottoressa?

    Il mio papà era uno che si commuoveva per ogni cosa.

    Si era commosso quando era nato il nostro gattino, e anche quando erano uscite le prime rose da una piantina che avevamo preso da un’aiuola, a casa della nonna, la sera in cui lei era morta. L’avevamo piantata nel nostro giardino, e quando papà la vide fiorire non riuscì a trattenere le sue lacrime.

    Per lui, io lo so, era come se una parte della nonna fosse ancora lì: lei adorava quella pianta di rose bianche, gliela aveva regalata il nonno per un suo compleanno.

    E poi papà si emozionava sempre quando io, nelle ricorrenze importanti,  recitavo le poesie. Non so ancora oggi, se si emozionasse di più per il loro contenuto, o per me che le interpretavo.

    Ma ad un tratto tutto ciò sparì, di colpo papà, iniziò a non commuoversi più.

    Era sempre arrabbiato con me, con la mamma, con il mondo intero.

    Urlava e basta. Noi a suo dire, sbagliavamo sempre tutto, l’intero mondo era sbagliato”. Aveva raccontato tutto d’un fiato Marisa, quasi volesse con le sue parole liberarsi di un fardello pesante, che ancora sentiva gravare sulle sue esili spalle.

    “No, in verità dottoressa ero solo arrabbiato con me stesso, per essere stato un ingenuo, un facilone, e poi come le ha detto Marisa uno dei due soci era mio fratello……ero stato ingannato dal mio stesso sangue, come dire, da una parte di me” aveva aggiunto con la voce tremante Giancarlo.

    “Purtroppo Giancarlo credo che anche suo fratello fosse vittima di una dipendenza, forse anche più grave della sua…” gli risposi guardandolo dritto negli occhi.

    “Certo dottoressa, ma questo io lo capì molto dopo, quando iniziai a curare la mia di dipendenza.

    Ma prima dovetti toccare il fondo.

    Avevo iniziato a bere senza neanche farci caso, senza essere realmente cosciente di quello che facevo. Ma ogni volta che bevevo, i miei pensieri si dissolvevano nella nebbia che l’alcol generava nella mia mente.

    Ma se da una parte, in quei momenti, le mie preoccupazioni si affievolivano, la rabbia invece cresceva sempre di più, nei confronti di tutto e di tutti.

    Mi sentivo una vittima, mi sentivo ingiustamente ingannato, e non mi importava di essere diventato causa di sofferenza per gli altri.

    Ero troppo concentrato sul mio dolore per preoccuparmi anche di quello di chi mi stava attorno” confessò Giancarlo con un filo di voce.

    “Ma come fece a liberarsi dalla sua dipendenza?” gli chiesi.

    “In un certo senso sono stato fortunato.

    Una sera avevo bevuto, avevo litigato con mia moglie per delle banalità come ormai accadeva di frequente.

    Lei si era messa a piangere e io non so perché, ma quelle lacrime che le avevo visto versare tante volte nella mia più totale indifferenza, quella sera, non riuscivo proprio a tollerarle.

    A tutto ciò si aggiunsero le parole di mia figlia, che sentendo sua madre piangere, era arrivata in cucina e semplicemente, guardandomi dritto negli occhi mi aveva detto: papà perché non sei più tu?

    Ricordo che quella domanda mi provocò un dolore quasi fisico.

    Era come se quelle parole avessero addirittura il potere di graffiarmi l’anima.

    Come se quel quesito che la mia bambina innocentemente mi aveva posto, racchiudesse tutte quelle domande a cui da tempo, io stesso, non riuscivo a dare risposta.

    A quel punto avevo preferito scappare, il desiderio di andare via da quella casa si era trasformato improvvisamente in un urgenza che non poteva essere rimandata.

    Di colpo mi sentii prigioniero, come se avvertissi nitidamente la sensazione di essere stato privato mio malgrado, della mia libertà…….forse della mia stessa vita.

    Ma poi per un attimo pensai, che non era la mia casa ad essere diventata una prigione, e tanto meno mia moglie e mia figlia dei carcerieri come ultimamente avevo iniziato a credere, forse ero solo prigioniero della mia dipendenza, era lei che prepotentemente mi teneva in ostaggio.

    Disperato avevo preso la macchina e mi ero diretto non so neanche io dove.

    Ma quella sera avevo bevuto davvero troppo e alla prima curva che avevo imbroccato, ero uscito fuori dalla carreggiata andandomi a schiantare contro un albero, al lato della strada.

    Fui portato in ospedale in gravi condizioni, rischiai la vita, ma paradossalmente, quella circostanza, mi consentì di recuperarla.

    Sono stato in coma per due settimane, ma io ero presente in quella stanza della sala rianimazione, mi sembrava solo di aver varcato i limiti del mio corpo, come se non fossi più contenuto nei suoi confini.

    Lo so dottoressa che probabilmente quelle sensazioni erano dovute ai farmaci, ma mi sembrava di scrutare dall’esterno me stesso, e la cosa peggiore era che osservavo, con un’improvvisa  lucidità, una persona che non mi piaceva più.

    Mi resi conto di non essere più l’uomo che ero sempre stato.

    A quel punto non ricordo se soffrissi di più per le ferite causate dall’incidente o per quei graffi nell’anima, provocati dalla consapevolezza del degrado, che l’alcol aveva portato nella mia vita.

    Improvvisamente mi sembrò che il dolore che sentivo nel mio corpo e nella mia anima, occupasse tutto lo spazio del mio essere, riuscendo ad albergare e a fare da padrone, in ogni singola cellula, come se di colpo, tutto il mio essere, fosse diventato una sua proprietà.

    Una mattina, non so come accadde, mi ritrovai nuovamente nel mio corpo.

    I dolori li avvertivo ancora, forse anche più di prima, però nel profondo mi sentivo diverso, come se una parte di me fosse morta, e un’altra invece rinata.

    Quando presi coscienza di quanto era accaduto, chiesi prima di tutto scusa a mia moglie e poi a Marisa: mi vergognavo di tutto ciò che ero stato, del dolore che avevo provocato.

    Avevo cercato di fuggire dalle difficoltà che mi si erano presentate, nella maniera più ignobile….”

    “Ora basta papà, perdonati, noi l’abbiamo fatto da tempo, anzi io e la mamma non ti abbiamo mai neanche condannato, e tu questo lo hai sempre saputo” aveva detto Marisa interrompendolo bruscamente.

    “Non è così facile purtroppo…. Comunque dottoressa decisi che mi sarei fatto aiutare sia per liberarmi dalla mia dipendenza che per riuscire a fare ordine nella mia mente e soprattutto nel mio cuore.

    Quando si dice che tra il primo vagito e l’ultimo respiro si nasce e si muore tante volte, io penso, che per me, sia stato proprio così”.

    Avevo ascoltato in silenzio il racconto di Giancarlo, anche perché erano gli ultimi utenti della giornata, fuori nella sala d’aspetto, non c’era più nessuno ad attendere il proprio turno.

    Avevo osservato Marisa abbracciare  con lo sguardo suo padre, e poi ricordo, che a bassa voce aveva detto:

    “Papà anche se tu non fossi il mio padre, se anche fossi un uomo estraneo, per te stesso egualmente ti amerei.”

    Riconobbi nelle sue parole i versi di una poesia di Camillo Sbarbaro.

    Di colpo mi voltai verso Giancarlo e vidi il suo volto che teneramente si rigava di lacrime.

    Sorridendo pensai: ecco è tornato ad essere il padre che Marisa ricordava, un uomo ancora in grado di  commuoversi dinanzi all’ascolto di una poesia recitata dalla propria bambina.

    Salutai  Giancarlo e Marisa con un abbraccio, grata per avermi donato con il loro racconto, un frammento della loro vita  che, come in uno scrigno, racchiude , paure, rimorsi e speranze in quel loro continuo alternarsi che caratterizza come sempre, ogni storia di ordinaria quotidianità.


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