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  • Clara cerca Clara


    Toddarts

    PROLOGO

     

    Si svegliò con l'alba già passata da molto e la sveglia di conseguenza ad aver trillato per almeno tre volte, senza che lei ovviamente se ne rendesse conto.

       Clara era fatta così: poteva cascare il mondo - letteralmente - e lei non si rendeva conto di nulla.

       … Lei, perlomeno, ma non sua madre – già difatti piantonata alla porta come un carceriere vecchio stampo; il palmo deciso a schiacciare la plancia d'interruttore. Quasi si divertisse, quella vecchia canaglia, ad accendere la luce di scatto improvviso e accecante; o come suo solito anche sbattendo le mani come in un applauso ridicolo.

       Clara Maglioni non la odiava, ma non la compativa nemmeno. Per lei, sua madre era come se non esistesse... e non si trattava neppure di un pensiero poi così tanto lontano dalla realtà: sua madre non c'era mai stata quando ne aveva avuto più bisogno in assoluto. No, non c'era mai stata, a meno che non le fosse convenuto per metterla in ridicolo o prendersi il merito deliziato di svegliarla di soprassalto e obbligarla a partecipare a un'altra ed estenuante giornata di scuola nel peggior Istituto della sua Regione. O ad esporla come chissà quale trofeo: in quello, come madre era la migliore.

       Cosa mai le sarebbe potuto importare che sua figlia dormisse così tanto a causa delle continue prese in giro da parte della classe di corso o dal restante degli allievi delle altre? Cosa poteva importare a Silvia Vanna se la sua unica figliola oltre a subire certe cattiverie a ciel sereno ne subiva anche e soprattutto a casa, in primis a causa sua e della sua completa ignoranza e indifferenza?

       Clara scosse il capo una, due, tre volte, e poi si nascose al disotto del cuscino, cercando di sfuggire all'odiosa luce.

       «Sono quasi le nove e tu stai per saltare la prima ora!» precipitò la Silvia, sbattendo un'altra volta le mani. «Finirai bocciata se continui così!»

       Clara controllò distrattamente l'orologio sul display del telefonino sul comò e lo rimise subito in stand-by. «Sono le 7 e mezza e ti ho già detto che oggi iniziamo un'ora dopo, per questo dormo di più».

       «Tu ti alzi comunque! E poi non credere che io creda alle tue cazzate, Cla. Adesso basta con questo atteggiamento o non esci per il resto della settimana e resti incollata ai compiti fin quando non impari la lezione! E nel vero senso della parola! Sei ancora indietro di almeno cinque materie!»

       «Tanto recupero tutto. E non si chiamano più compiti. Non sono una bimba delle elementari. E poi con chi dovrei uscire? Ogni volta che ti dico che vado da qualche amica ti metti a dire che sono tutte delle stronze e non posso mai organizzare un pigiama party. Tutte lo fanno.»

       «…Ora ti alzi! O lo dico a tua zia! Altro che le tue stupide amiche!»

       Clara si alzò senza obbiettare ulteriormente. Zia Veronica era l'ultima persona desiderata da parte sua in quella casa, e certamente non avrebbe permesso a sua madre l'occasione di proporle una visita di ''piacere''.

       «Vado a prepararmi...»

       «Era ora!» sbottò la madre, e finalmente spense la luce.

       La ragazza annuì trafelata e sospirò, guardando ancora una volta la sua stanza di ritorno al buio e provò una certa invidia per Dixster, il suo gattone soriano appollaiato sul davanzale riscaldato dal termosifone; e addormentato come nulla fosse.

       ''Quanto sarebbe bello essere un gatto'', pensò. ''Non fare niente tutto il giorno, trovare già la pappa pronta. Solo che un gatto vive meno di un essere umano.'' In qualche modo quest'ultimo pensiero le calò una qual sorta di corposa sensazione di amarezza. Né poteva immaginare che di lì a qualche giorno quel gattone l'avrebbe presto abbandonata.

       … Ma questa è un'altra storia.

     

       Il bagno si trovava a poca distanza dalla sua stanza, come lo è per tutte quelle persone che si trovano a vivere in un appartamento discutibilmente brutto e ristretto, in un condominio anonimo di periferia.

       L’avevano acquistato quando lei aveva circa dieci anni ed era da poco morto suo padre per un tragico incidente; e da lì non si erano mai mosse, se non per fare ogni tanto qualche commissione rapida o andare a trovare parenti per le feste comandate (ovvero i classici parenti che durante i giorni normali non si rendono neppure conto della tua esistenza e se hai bisogno di aiuto puoi ‘’anche attaccarti al tram’’).

       Non era una casa spaventosamente orrenda – di orrende ne aveva viste in giro tra quelle popolari come la sua accozzaglia di appartamenti della Strada 9 –, ma Clara la odiava comunque; come del resto odiava qualsiasi altra cosa.

       Aveva praticamente perso il piacere in ogni attività: pallavolo, tennis, danza… Tutte bellissime cose che oramai le davano il voltastomaco.

       Si scacciò i nuovi pensieri ahimè padroni e in frullo nella sua mente e fece altri passi verso il bagno. O almeno tentò di farlo, poiché ben presto si sentì come travolta – come al solito – dall’ansia.

       «Sei diventata improvvisamente una bella statuina o ti decidi a spicciarti? Ti ho detto che ne ho le scatole piene delle tue cazzate!» precipitò ancora sua madre, notandola lì piantata sul minuscolo corridoio e ticchettando nervosamente un piede al suolo.

       «Sì, sì. Mi sbrigo, ma… Dai, va’ a fare quel che stavi facendo, su.»

       «Se ci fosse ancora tuo padre!...»

       «Non c’è, ma se vuoi anche darmi colpa di questo fai pure. Per quel che mi riguarda.» Ma Silvia non riuscì a replicare oltre che Clara era oramai già entrata in bagno… Finalmente.

       … Sì, finalmente in bagno…

     

       … A vomitare l’anima.

     

    *

     

          «Dio solo sa che razza di cose ti fanno assumere quelle che ancora osi chiamare amiche! E questa dovrebbe essere l’ansia? Ansia di cosa, sentiamo!»

       «Lascia perdere, mamma. Lascia perdere.»

       Silvia le puntò un indice contro. «Lascia perdere? Lascia perdere?!? Sono tua madre e ho il diritto di sapere che diamine mi combini quando non sei a casa e non ti vedo! Secondo te è normale vomitare a stomaco vuoto appena ti alzi? E questo spiega anche per quale assurdo motivo tu ieri sera avresti voluto saltare cena e la tua faccia da idiota al tuo ritorno dal dopo scuola!

       «Di’ un po’ la verità – e vedi di non mentire a tua madre: hai tagliato scuola? Hai fumato qualcosa?... O peggio?»

       «Ma ti stai sentendo?» Clara prese l’ennesima gomma da masticare pur di non rivoltare nuovamente lo stomaco. «Non ho mai assunto droghe. Ho vomitato per l’ansia.»

       «Ma ansia de che! Senti… vai a scuola che ne riparliamo a pranzo, e vedi che se mi vomiti di nuovo ti faccio fare l’analisi del sangue!»

       «Sì, ma dai retta a me» replicò la ragazza, prima di sbattere sonoramente la porta d’ingresso e filarsela velocemente lungo la scalinata. «Tu fattela al cervello.»

     

    (Note autrice: esperimento tutelato su Patamu; codice di deposito: 96915

    Tutti i diritti riservati.

     

    ***Storia a più capitoli e in corso.)


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