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  • CANZONE DI MARZO


    Domenico De Ferraro

    CANZONE DI  MARZO

     

    La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia. (Alda Merini)

     

     

    Canzone di  marzo, cantata  tra i denti , fischiata  come un pazzo per strada è entrato in questa  mia vita , con tante cose ancora da dire. Rime burlesche, scheletri appesi nell’armadio , danzano intorno a me , una macabra danza, ed io  canto  un ode alle  donne di tutto il mondo. Mischiando il bel tempo, al cattivo tempo i pensieri oscuri alla dolcezza delle mimose,  fiorite lungo il crinale dei monti tortuosi, che  odorosi  esalano i loro profumo  intenso  ed io  vago nell’ incerto passo.  Il vento mi spinge  lontano oltre quel muro , oltre il senso di un verso   ove tutto prende vita  in un attimo,  nel gioco del dare e dell’avere  tra  strade incerte  e  silenziose. E’ giunto il tempo dell’amore , una morte terribile è giunta , una speranza  si  desta in me ,  il senso d’una verità profonda  ,chiara, splendida vita  come una stella  caduta   dal cielo , dentro il  cappello di un pazzo profeta , in viaggio verso una terra  promessa .  Viaggia egli insieme a chi  non ha più nome ,  odio , speranza. Marzo   porta in seno   allegri acquazzoni , in questo  acquarello di colori  , annega questo cuore in varie  vittorie  e  sconfitte .

     

    Girando l’angolo di una stretta via , abbracciato  ad un amore sanguinante  , parte integrante di un anima universale  ,parte di una trama,  di una allegra commedia , dentro quello che  avrei voluto  essere , là sul finire della  via ,  tra i campi incolti dove la capra salta  , dove il leone attende la sua preda,  dove l’odio e l’inizio di un amore , dove le lacrime bagnano  il viso dei poeti  .  Sconosciuti poeti,   nervosi, neri , senza denari con denti macchiati di nicotina a passeggio lungo il  corso ,in cerca di una rima che elevi l’animo loro  in  grandi poemi , verso  una nuova conoscenza, verso  un discorso  che trascende il mondo in una nuova legge, in dolci ritmi.   Rime leste dalle orecchie a sventola ,  volano in alto nel cielo,  poi ricadano sulla terra ,  decantate   insieme a John  e  Harry   in quella canzone che fa pensare ,  mentre tutti seduti gli uni accanto agli altri , ascoltano   questa triste  canzone , che  ti prende per mano  ti porta in  giorni lontani fin verso  un piccolo sogno , conosciuto nel  morire ed altre rime.

    Là dove cantai  i miei  giorni poetici,   giorni di rabbia trascritti  in un racconto chiuso in un cassetto.  Vecchie  liriche cretine che mi  fanno piangere ancora , credere di non essere   più solo,  mentre   il treno passa ,  portandosi   via questa delusione , verso un altra città , dentro una  ennesima notizia ove la giornalista  annuncia al mondo intero altri morti . Canticchiando  arie  elleniche , vecchie  liriche ,zoppe , in mezzo ad una piazza deserta   , fumando  il domani  di  generazione passate .  Io attendo il pullman là dove tutto è  incominciato, seduto  là su quella panchina in compagnia di Carlo  e di Margherita.  E non so perché vorrei piangere o  non aver mai conosciuto questo inferno  poetico che mi trascino dietro. Ma  la verità  di questa  storia ,  ridacchia in me , ingrata, macchia e si gratta, le ascelle  cosi  che  io possa prenderò il pullman  ed andare  dove mi pare . Dove questa canzone di marzo  mi renderà  ancora più pazzo in questo verseggiare  in  questa voglia di uscire fuori di senno , lungo una corsia,  diritta  che  conduce  alla guarigione .  Ma come un gioco,  io  torno  indietro senza capire perché , ne come mai, tutto è  incominciato , prigioniero delle mie stupide poesie .

     

    Entro  in un bar,  ordino un caffè , sono solo in compagnia di me stesso con la  mascherina sul viso ,  con in tasca , poesie buone  sole a scacciare i  fantasmi della  mia ragione. Perduto  in  tanti silenzi  partirò   in groppa alla speranza , cavalcando   il vento della giovinezza . Perduto  ancora in quel senso oscuro , chiamato passione poetica, annegherò  in quel mare di  lettere  bisbetiche e occhialute. Parole mai domate,  mute in attesa , sparpagliate fuori l’uscio di casa   pronte a seguirmi  in ogni dove .  Sempre dietro ,  claudicanti , nervose , eclettiche ,  m’inseguono fin sull’autobus , m’aspettano fuori al bar  dove ogni mattino faccio   colazione, per condurmi  gioiose ed estroverse,  fino al mio posto di  lavoro. Buffe lettere , qualche volta bisticciano tra loro poi a  sera fanno pace  sul mio cuscino , si amano , ammettono le loro colpe ,  mi narrano sovente  delle   loro sventure . Lasciandomi   stanco di combattere quella mia  lunga guerra   nel mesto canto di primavera che come  una tenera  ninnananna  mi lascia addormentare  nel   dolce suono di mille orchestre , come un bimbo tra le braccia di sua madre.

     

    Questo  mia poesia  , muore mentre la  canto   .  Insieme alle tante mie  preghiere  , insieme  alla bellezza di un tempo non più mio  . E  forse  sono   uscito  fuori di testa  ,  verso dopo verso   chiedendomi  perché  mai  mi hanno   lasciato sotto la pioggia da solo in attesa passi l’autobus delle sette.  L’amore mi ha reso poeta  nel  volere di un  unico Dio ,  un Dio che conobbi infante  ed ora vive in eterno dentro il grembo di tutte le  donne del mondo. 

     

     


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