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  • CANTO DI HALLOWEEN


    Domenico De Ferraro

     

     

     

     

    Scorre questa vita mentre m’ interrogo  del male che m’affligge.   Nell’apocalisse  delle stagioni , trascinandomi  nei versi scialbi,  baffuti , pomposi che si muovono nel dolce  desio  ,circoscritto  nel  creato.  La morte vaga , esule per lidi austeri . Traffica  sotto il banco del fruttivendolo , oltre questa indicibile,  mole di lavoro , oltre questo colloquio , oltre questi cimiteri fioriti , ove i morti  si uniscono in coro nei  giorni  dei defunti.

     

    Bambino ebbro di innocenza ,  rincorri la bellezza delle stagioni passate , rincorri la  bianca farfalla nel prato sempre verde,  dove si sedeva un tempo  tua madre nel rimorso  di un ricordo doloroso.  Sono passato e non ho compreso cosa ha significato amarti  . Sono passato dal vinaio e non ho bevuto vino, ne ho partecipato alla rivolta contro il vinaio,  che crede di essere più furbo  degli ubriaconi.

     

    Il padre ritornerà da lavoro,  vi ritornerà portando in dono questo sorriso alla sua sposa , nello scibile si  trascende l’organico essere di una ragione fatta ad immagine della verità. La falsità si liscia i baffi , fa finta di nulla ,  di credere che si poterebbe stare meglio senza pagare le tasse. E la città è un labirinto di vicoli stretti,  di lupanari  frequentati da belle donne che hanno imparato a volare insieme agli angeli.

     

    Anche se  non riesco a spiegarmelo  , spingo,  avanti questo cuore, provando a  capire il nesso logico,  che riassume la sorte di noi uomini .  Scopro l’insignificante  ,  rimango  con la scopa in mano a scopare,  fuori il basso mentre,  passa il boss delle  cerimonie. Sono , stato in africa , tanto tempo fa , sono stato oltre,  quello che tu credi ,  nelle vesti di un  fachiro,  ho preso un areo a Nairobi , per stare alle cinque , ben vestito dal signore  dei pigmei.

     

    Un canto ,  mi portò lontano,  oltre questa religione  letteraria del più del meno , dell’essere poeti o  morti al qual tempo . Sotto le carrube il moribondo , suonava  il mandolino,  cantava  la sua triste canzone  , tanta triste che tutte le signore della buona società , si riunirono  intorno alla sua tomba . E  bomba non bomba la bandiera , sventolò  nel vento del mattino , nell’eco dei canti dei morti del sessantotto .

     

     Là,  dove  sono  perse le  fievole tracce degli anni e ancora confusi , si spera in un tempo migliore,  in un fiorire di rime in un essere che  salverà noi tutti da questo male che ci affligge. Cresce  il contagio in un gioco di rime , di dare e avere , d’incontri occasionali e  tutti sono d’accordo che finiremo per ritrovarci   al  camposanto a parlare con i morti del passato. Con quell’aria ,  che non significa nulla , ci siamo rivisti,  strada,  facendo e bastato un attimo ed io sono perito  poi risorto,  poi sono passato in altre forme disdicevoli , trascinato dal  verbo  delle rime e dei versi fasulli .  Ho preso il  mio volo , ed il vero volto di ciò che sono.

     

    L’eterna fugacità delle passioni,  riassume  una immagine apocalittica , fa  emergere una logica dei fatti che si possono desumere dalle imposte. Molti lo hanno scoperto  ,   usando i propri  piedi ,  cosa si può divenire ,  di che pasta siamo fatti . Ed io non ho chiaro,  il significato di ciò che sarei potuto essere , senza essere quello che sono stato. Ed ho visto le dolci meretrice , sotto il ponte della Maddalena,  le ho viste vendere un sorriso ,  ed il loro corpo a poco prezzo , ad un pazzo marinaio,  ad un passante distratto , ad un venditore di collant ,  ad un ladro,  ad un ragazzo in cerca di emozioni. Ho visto,  poi non  sono riuscito a tacere , poiché quello che andava detto , lo dissi   sul muso del signore con i baffi , seduto fuori al bar senza ombrello. Che aspettava l’autobus per ritornare a casa con la speranza   tutto  passasse in fretta  insieme a  questa guerra,  intrisa di tanta violenza.   Giunta con i turisti  ed i tedeschi , con i  loro teschi argenti sul berretto .Mentre la madre ed il padre del morto , rimasero   seduti in chiesa a pregare le anime di tutti i  defunti.

     

    Ogni essere , richiama a se i vani amori della sua infanzia , non c’è una influenza , ne un discorrere di fatto ,di  come si è  di come eravamo , siamo risorti  nel canto perseguito come se fossimo signori dei nostri sogni  . Come fossero presi da uno strano moto che rinasce,  scema fa finta di capovolgere il vero e le rime astruse , nello scorrere dei versi sibillini. Non c’è differenza,  ne perdura la vita,  nella morte,  poiché l’amore è  stato  sepolto  per sempre nei fossi bassi del pio camposanto.  

     

    Un raggio  di sole  scioglie la corolla dei fiori di campo dondolanti nel pomeriggio  , fiori danzanti  nella scena surreale ove tutto scorre , attraverso  questo fiume di morti che discutono  animosamente , mentre escono ed entrano dal camposanto.   Ed è inutile ridere,  come tacere  ed il diverso,  emerge cosi distrattamente nella mente , nella perdurante armonia di una poesia che non sa di sale,  che sale , scende , non dice nulla di buono,  tenera come la morte , come la ragione  dialogica di Socrate.

     

    Esiste un tempo per raccontare,  un tempo per vivere e per ridere della nostra corporale morte , sarà un giorno felice ,ascoltare il canto di tante anime pellegrine,  sarà come se tutto , fosse  sempre stato  nella sorte avversa . Sotto la  pioggia che bagna gli occhi , le mani .  Nel sole che riscalda il conoscere ed il cuore di questo tenero  amore fanciullo.  Anima  di un vagabondo ,  moribondo,  assopito  sotto il ponte della pia  Maddalena. Ove io passo , dove in tanti sono passati , prima e dopo di me.

     

     


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