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  • CANTO DI CAPODANNO 2020


    Domenico De Ferraro

     

     

    CANTO DI CAPODANNO 2020

     

     

     

    Innanzi, innanzi per le fosche radure , dove si sta all’erta,  prima che  scenda la sera a mietere il mio dolore ,  palpitante,  solitario in fondo al tuo animo,  nel tuo amore di madre. Mi perdo , dove il giorno cade nel sogno  d’inverno,  verso un nuovo anno , con tutte le mie sconfitte i mie desideri  racchiusi  in  un sistema algebrico in  una forma senza tempo.

     

    In questo mio verseggiare in diversi idiomi , vorrei festeggiare  la fine di  questo anno  con  queste parole alate per cieli foschi e piovosi , Perdermi tra le  luci degli alberi di Natale che brillano  tra le contrade innevate.   Nel senso  dei sentimenti d’ogni uomo. Mano e  mano su questa terra contaminata,  in   questo delirio  che scivola nella mia ridicola  lirica ,  il mio canto  diventa un inno alla vita di molti anni passati.

     

    Vorrei saltare questo fosso oscuro , trovarmi tra le braccia di una donna allegra , gozzovigliare,  attendere il  nuovo anno,  una nuova speranza che mi faccia sorridere   nella conoscenza e nella bellezza. Io mi perdo ramingo per racconti e versi sinistri , solitario ,  sotto una stella in  una sera  d’inverno , vicino questo fuoco , vicino alla fiamma della vita che brucia i mie dubbi , le mie incertezze . Ed è  tutto cosi illogico,  come la morte , come il salto nel vuoto che  porta a compimento il senso  delle parole nell’alcova dei sogni.

     

    Cade  la neve in ugual modo  sulla terra  si stende e  cede ,  stride sotto il piede: avanti fugge il sospirare mio per l'aereo ferito. Ogni altro cosa  tace. Corro tra le stanche  nubi la luna sul  gran bianco e orrende le ombre disegnano  quel pino che tende cruccioso al suolo. Informe i rami infranti, mi faccio piccolo ed avanzo nella sera fredda con tutte le mie incertezze ,  incontro una donna che balla nuda nei miei pensieri , nella mia esistenza. E non fingo ne  riesco e fresco rinasco dalla guerra , dalla fame , dalla miseria dagli anni addietro che sono trascorsi indifferentemente in questo giro di frasi e ed espressioni primitive . E vedrò il mondo danzare in  una vecchio ritornello , sentirò il somaro ragliare , la pecora belare , vedrò  la vecchia spiare dietro uno specchio,  narrare questa storia che non sa ne di sale ne  di pie  passioni . E sono in tanti la in piazza ad attendere , qualcosa accada. E verrà un nuovo anno e verrà la mucca e la donna senza zucca  dentro una carrozza trainata da tre cavalli bianchi , andare cantando  quasi ignuda in giro per la città . Lei donzella della campagna mesta , dalla bella chioma bionda come l’onda che schiuma a riva e sorride alla speranza dei pesci venuti a galla .  Canta  questa storia che passa e non si fermerà al perché al nome dell’idiota che è in me .  Dialogo della  mia  rovina nella  epica fasulla , fatta ad immagine del caso. E non ci sono più indiani metropolitani , ne  presbiteri , ne alice nel paese delle meraviglie che rincorrono  il bianco coniglio .  Poiché l’amore ha superato , quella soglia dell’essere e dell’avere, di devenire  desti  nella saggezza che trascina con rabbia la bella nella baia del sole levante. E le barche andranno e ritorneranno dai mari dell’oriente , porteranno milioni di fiale di vaccini , tutti efficaci ,  tutti capaci di guarire da un male che mina il corpo e la forma , tua tonda molto simile  al mondo , abbigliata di  quanto amore e rimasto.

     

     

    Nel pensiero di morte mi cingo . Cingimi o bruma e gela  l'interno senso i frangenti che tempestano forti; Ed emerge il pensiero su quei marosi,  naufrago, ed al ciel grido : O notte  o inverno.  Che fanno laggiù́ nelle loro  tombe i morti? Oh vorrei  andare  e scendere nell’oblio delle frasi fatte , nella forma perfetta,  attendere senza sparare  tric-trac e bottamuro , senza alzare bandiera , senza nessuno che mi costringa a baciare  il volto della morte nascosta dietro queste parole . Che sono belle ed amiche della sorte .  Seguo colei che io chiamo amore . Ma ella è  partita , mi ha lasciato qui da solo con te luna ad ammirare il mare della mia terra. E l’onda dell’incoscienza mi trascina verso quell’essere negletto che non si pente , ne rimane perplesso all’ossesso. Oh quanto sesso avrei voluto fare . Quanto amore avrei voluto donare . Ma la luna si inabissa nel buio della notte e tutto scompare al mio sguardo in questa vita e in questo amore. Che non ha nome , neppure due gambe con cui passeggiare  , sopra un cornicione in bilico nella fantasia che trasforma ogni cosa. Ed avrei voluto cambiare vita , ma prometto quando arriverà la mia ora,  io mi tufferò  nel caos ,  con tutti i miei versi e le mie stupide canzoni romantiche.

     

     

     

    Ammiro le  stelle che splendono  sul  mare . Le quali dicono - O bella luna, non dormire.  O bella luna, svegliati ché noi vogliamo per l’universo   andare.  Vogliamo fermarci sulle povere  camerelle ,  ove nel sonno sta nostra sorella.  Nostra sorella splendente e bruna che un mago ci ha rapita, o madre luna. Quale delitto e mai  questo?  Cosa rispondi ,  non hai  nome,  non hai  senso .

    Ti trastulli in   questa serenata,  fatta a lume spento,  sotto la luna madre in questo vecchio anno che è  passato , portandosi tante giovani vite,  tanti vecchi amici,  tanti compagni d’arme e d’avventure   Emergere dalla fonte di aretusa , da dentro la caverna di Procolo,  sopra il monte dell’Olimpo. 

    Sulla  cima  del  colle , rispondono i pini e dalla riva del fiume

    gli ontani:

    O stelle da begli occhi piccolini, perché́ fate quei discorsi vani?

    Ella ci apparve in seno alla morte .

    E dove ella sbocciò , ninfa dal suolo

    Crebbe  come una rosa ora  canta  come un usignolo. -

    Prima  che le stelle tramontano nel mare,

    Al monte e al piano tace ogni rumore:

    La terra buia una camera  ardente pare

    Ove s'addormenta  al fin l'umana prole.

    Come breve è la notte, o bella mia!

    Desto nel bosco l'uccellino già̀ pia.

    L'alba dell’inverno t'imbianca le strade ,

    E il saluto del mondo in cuor mi pone.

     

    Cosi ascolto il canto del pio uccello smarrito  nel bosco,  nella sera d’inverno. Vaga il mio pensiero,  fino ai limiti di un universo  che non deduce il primato dell’incoscienza e piango,  mi dispero , cerco un senso adatto all’occasione. Ed ho trascorso , una intera notte con la morte e con la sua sorella sorte , che si è fatto  beffa del mio sentire. E verranno i malandrini con i mandolini e gli aquiloni voleranno verso il mare nell’orizzonte , ove tutto è grazia   con il canto del pio uccello in un sogno  ella  si fa bella nel suo  destino .

     

    Ho giocato con la vita , ora che sono giunto , alla fine di questo anno anelo all’innocenza  che germoglia tra le radure sempre verdi , ove non c’è nessuno in  attesa in fondo alla strada,  percorsa e la morte gira distratta per strade silenziose e fredde , con tutto quello che avevo da dire e non ha  mai detto.  Con il fiato in gola , con la mia agonia , che balla in questa sera  di fine anno , con tutte le mie speranze che mite si avvicinano a te e ti baciano nel sonno. Sono accanto al tuo letto nell’ora cupa con il timore di uomo perplesso nell’ossesso delle parole che minute si fanno rosse.

    Avrei  voluto  capire

    Quando ho bussato , nessuno mi ha aperto

    Ero fuori al freddo

    Non ero preparato a finire  l’anno, prima di  aver  inviato  questa lettera alla befana

    Tutto cosi sempliciotto

    Cerca , trova,  hai sotterrato  un amore

    Ero gioioso

    Ero alla fermata dell’autobus

    Che sera piovosa

     

     

    Sale la nebbia sui prati bianchi , alta  come un cipresso , nel camposanto un campanile,   sembra vero , segna il confine fra la terra e il cielo.

    Prendimi amore adesso tra le tue  braccia , stringimi non mi lasciarmi  da sola.

    Poiché  tu che vai, tu rimani

    Se vedrò   la neve,  me  ne andrò domani

    Rifioriranno le gioie passate nel  vento  di un altro anno che verrà.

    Non voglio cadere nel ridicolo sono matto e canto la mia vita come ella viene .

    Anche la luce sembra morire  con l'ombra incerta di un divenire

    dove anche l'alba diventa sera e i volti sembrano teschi di cera.

    Ora sarò  nel vuoto nell’incoscienza,  scherzo e sputazzo

    faccio lo stronzo.

    L’ ammetto  non ho capito nulla

    Tu che vai,  tu rimani ,  ricorda anche la neve morirà̀ domani

    L'amore  ci lascerà,   nella stagione del biancospino

    La terra stanca sotto la neve , dormire nel  silenzio di un sonno greve d'inverno , raccogliendo  la mia fatica , di mille secoli passati , in  un'alba antica.

    Ma tu che stai, perché́ rimani?

    Un altro inverno tornerà̀ domani , cadrà̀ altra neve a consolare i campi , cadrà̀ altra neve sul camposanto.

    Solo adesso, prova gioia  e sono fuori dal gioco ,  nella  pia speranza , che spezza questo delirio , questo amore rimosso.

    Rimango desto  in attesa che giunga la fine di questo soffrire,  nervoso ,  come le parole dette,  durante  questa anno .

    Ogni cosa finisce in bocca ad un pesce.

    Cresce , scema poi  si rammenta di tanto inverno , di tanto amore , mai  fatto,  tutto muta con te e  senza di te , siamo rimasti in pochi alla festa di fine anno.

    Sia lieta la gioia  del verseggiare , sia lieve la vita.

    Sia lieto questo canto di fine anno.


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