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  • Gingersmyname

    ...E come ipnotizzata da quelle note così sensuali, così tristi, così drammatiche, il mio corpo si sollevò lentamente dal muretto in pietra,  come se non fossi più io a gestire le mie membra, e con la testa ed i sensi sintonizzati sulla stessa malinconia di quella melodia, i miei piedi si mossero con sensuale flemma verso il centro dello spiazzo, o forse verso il centro del mio io. Immobile giusto il tempo di un battito del cuore, mi spogliai della mia ruggine e cominciai la mia danza. Ed fu come sentirsi nuda di qualsivoglia vergogna, imbarazzo, ripensamento; lasciai che le mie braccia oscillassero secondo una cadenza tutta loro, gremita di una sensualità che pensavo non mi appartenesse.

     

    “Ay de mí llorona, llorona, llorona, llevame al rio...”

     

    Sentii il mio corpo fondersi con i pianti di disperazione che la donna cantava, senza chiedermi il perché. Dimenticai ciascuno dei miei più terribili ricordi e caddi incantata da quella litania. Non ero più me, il mio nome, il mio lavoro, il mio aspetto, né il mio avere o le mie mancanze. Le persone che intorno iniziarono a fissarmi con curiosità, presero le sembianze di ombre scure, dalle forme tondeggianti e non mi sentii più così infastidita da quei sguardi che avrebbero dovuto punzecchiarmi l’ego. Tutto sembrava fondersi perfettamente in quei miei gesti, in quelle mie movenze. E c’era ordine in quel caos. Perso il senso del tempo e ancorata alla certezza di quelle strofe, ispessivo l’asprezza dei miei gesti all’ indurirsi di quei lamenti che diventavano sempre più amari, sempre più tristi. 

    “Tapame con tu rebozo, llorona porque me muero de frío...”

     

    Al suono della strofa più straziante, sentii un improvviso calore estraneo; forte partiva dal bacino e come un fuoco che brucia lentamente la legna, questo lentamente bruciava ogni fibra del mio corpo. Percorreva le curve nascoste dei miei fianchi ed ad ogni Sol saliva sempre più su. Sempre di più, saliva. Mosso dai ritmi così dannatamente ipnotici, raggiunse con prepotenza il mio costato, e le mie braccia, e poi le spalle, il collo ed infine il mio volto. Non ricordavo quale fosse il sapore del freno e ebbra di libertà, accompagnai la mano del peccato verso il mio sedere e quasi come se fosse tutto parte di una coreografia, poggiai la mia gamba attorno all'anca del proprietario, chiudendolo in una morsa di fuoco. Per due secondi soltanto ci fu in me la convinzione di poter essere Circe l’incantatrice: ad ogni mio passo sguaiato, Ulisse accompagnava il suo senza esitazioni. E non c’era ragione per cui non dovesse ubbidirmi. 

     

    “No se que tienen las flores Llorona, las flores del campo santo...”

     

    La musica gitana incalzava e la donna gridava i suoi lamenti con più angoscia, il cuore pompava più intensamente e quelle mani di fuoco sembravano stringermi con maggiore fermezza. Sentii che nudo era il mio corpo sotto quella presa perché il raso del mio vestito non bastava a contenere tutta quella veemenza. E solo allora, solo dopo che l’ultima strofa di quella nenia fu pronunciata, la musica si fu assopita e non restò che l’alternarsi dei nostri affanni,  Tomàs mi strinse a sé mentre con la mano ancora calda di lussuria, mi strinse il mento verso il suo, costringendomi a guardarlo dritto negli occhi. Un sibilo rauco gli tuonò in gola, carico di brama ma prima che le sue labbra potessero assaggiare il sapore delle mie, una pioggia intensa ci crollò addosso. Ed il fuoco si spense con un battito di mani, quello dei nostri spettatori che dopo tutto quel tempo avevano finalmente ripreso le sembianze di tanti uomini smilzi e donne eleganti.

    Con l'effetto di un filtro anti-incantesimo, la pioggia spazzò via ogni traccia di magia e quella versione audace del mio essere scomparve nel nulla. "Oddiomio".

    Fradicia, con i capelli ormai scompigliati e attaccati alla fronte, e ansimante, mi ritrovavo ad un centimetro di distanza dal volto di Tomàs, così vicina che facile mi era percepirne il sapore della sua saliva. "Cazzo. Cazzo. Cazzo". Mi ritirai velocemente dalla sua presa prima che potesse dirmi qualcosa, sistemai il vestito e senza dire alcuna parola, corsi via verso l'uscio di casa. 

    "Ma che cazzo mi è passato per la mente? Come è potuto accadere, cioè che cazzo Nina, ma che ti è preso? Porca puttana non ne combini una buona, una. Non potevi semplicemente startene lì seduta per qualche altra mezz'oretta, attendere che la torta fosse tagliata, gli auguri cantati e buonanotte a tutti, no? Non potevi fare la cosa più semplice, tipo restartene ferma a guardare? "...

    (to be continued..)


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