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  • Ospite

    Ti ricordi, la sera prima c’era stato un temporale, dalla finestra della camera abbiamo visto il mare farsi viola, il cielo nero, poi la pioggia ha cominciato a picchiare sui vetri come schiaffi, allora ti ho cinta la vita da dietro e al tuo orecchio ho sussurrato, andiamo a letto, e tu hai inarcato la schiena contro di me, era già la terza volta quel giorno che facevamo l’amore, o forse la quarta, adesso è impossibile saperlo di preciso, ma non importa, quello che importa è che ci siamo ritrovati nudi, di nuovo ascoltando quel CD che amavamo, L’ha inciso in uno stato di grazia, dicevi parlando del musicista, musica e parole perfette, la colonna sonora della nostra vacanza fuori stagione a picco sul mare, sul comodino il libro in prosa di un poeta portoghese morto sessant’anni prima, che dividevamo come un pensiero, una confidenza, un sorriso, ci sembrava di essere un’unica cosa, ti ricordi? Ma sì che te lo ricordi, come ti ricordi quando la mattina dopo siamo entrati nel solito bar per fare colazione, quasi correndo, che poi... “solito”... c’eravamo semplicemente andati il giorno prima, appena giunti in paese, e ci saremmo tornati ancora nei due giorni successivi, ma comunque, cosa dicevo? ah, sì, che la mattina dopo la sera di tempesta siamo entrati ridendo e quasi di corsa nel bar, così ci siamo schiantati contro un muro di silenzio.

        Erano tutti fermi, il barista piegato in avanti, il peso del corpo che gravava con un braccio sul bancone, di fronte a lui la donna anziana, il cappello di paglia e fiori in testa, anzi c’era un solo fiore, giallo, forse, e davanti a lei la tazza di un cappuccino, al suo fianco probabilmente il marito, l’aria grave come tutti, come la cameriera lì in piedi, di lato, le braccia lungo i fianchi e le mani strette a reggere il vassoio steso lungo le gambe, alle spalle della coppia anziana una più giovane, sicuramente il genero e la figlia, o la nuora con il figlio. Seduta a un tavolino una bambina, che guardava fissamente la bambola stretta nella destra, l’altra mano adagiata sulla coscia. Forse era la nipote, o forse no, perché fuori, sul marciapiede che dava sull’ingresso opposto, si stagliava un’altra donna che noi vedevamo di spalle, il gomito piegato e alzato sopra la spalla, si capiva che teneva la mano a visiera per riparare gli occhi dal riverbero della luce limpida che segue i temporali, e forse era lei la madre della bambina, e non la donna della coppia matura in piedi dietro gli anziani, perché lei pure, al pari della bambina e degli altri lì nel bar, era come congelata in una bolla di immobilità e silenzio. Poi la vecchia al banco, rivolta al barista, ha detto, Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Così e poi nulla, finché l’ultima eco delle risate appassite sulle nostre labbra si è spenta, e nel momento in cui ci è apparso chiaro che le parole della vecchia erano il suggello di un discorso già pronunciato, tutti si sono voltati a guardarci, anche la donna sul marciapiede, che ora aveva gli occhi azzurri.

        C’era stato un momento di imbarazzo, il nostro, non degli altri, rotto dopo un attimo dal barista che sorridendo e staccando il braccio dal bancone ci ha salutato, così noi abbiamo risposto e il nostro buongiorno è stato come il segnale di un regista al resto della troupe, che si è mossa secondo un copione collaudato, ognuno ha fatto un movimento idoneo al contesto e il bar è divenuto nuovamente un luogo temporaneo di ritrovo e ristoro, però in noi è rimasta come un’eco di quell’atmosfera tesa che si era respirata fino a un attimo prima, perché la tensione era troppo densa per potersi dissipare in breve tempo. Chi era la bambina? ci siamo chiesti una volta fuori, forse quella seduta con la bambola in mano? ma no, era evidente che non si trattava di lei, perché... be’, perché altrimenti gli altri l’avrebbero guardata, lei stessa non se ne sarebbe rimasta lì in disparte a fissare la bambola, comunque sia in quel bar, fino a un attimo prima della nostra comparsa, era aleggiata l’idea di qualcosa di drammatico, una disgrazia, forse, e allora un’ombra era scesa sulla nostra vacanza, ma eravamo giovani, ti ricordi? lo scudo del nostro amore era tornato velocemente ad avvolgerci, così siamo scesi in spiaggia, la “nostra” spiaggia, il tempo di percorrere la stradina tortuosa e l’ombra si era dissolta. Più tardi, mentre entrambi eravamo rivolti verso il mare e io ti abbracciavo di spalle, altre ombre erano sorte all’orizzonte scurendo di nuovo il cielo. Velocemente ‑ appena il tempo di camminare con le mie labbra sul tuo collo, tre passi, dalla nuca all’orecchio ‑ una nuova tempesta si annunciava, più feroce di quella della sera prima, e ci ha fatto rientrare.

        Era stato nel negozio di frutta e verdura che siamo venuti a sapere la notizia, prima ancora che ne parlassero i giornali, perché in paese si era già sparsa la voce della scomparsa del bambino. Aveva sette anni ed era in auto con il padre quando questi si era fermato al distributore sulla statale. Per caso si era incontrato con un cliente, attardandosi a parlare con lui nel bar della stazione di rifornimento, e una volta tornato alla macchina il figlio non c’era più. Anche dal tabaccaio dove ci siamo fermati perché volevi comprare un pacchetto di sigarette ‑ che poi, noi non fumavamo, ma quella sera ne avevi voglia e allora anch’io ho detto, Sì dài… ‑ anche dal tabaccaio, dicevo, si parlava della scomparsa del bambino. Siamo rientrati nell’appartamento con un peso sul cuore, e questa volta non si è dissolto, abbiamo cercato di attenuarlo leggendo insieme, stretti sul divano, alcune pagine del libro, le braci delle sigarette che punteggiavano la penombra della stanza, rischiarata a tratti da un lampo. Ma poi siamo finiti a parlare della scena del bar, l’abbiamo scomposta come il fotogramma di un film, il fermo immagine sul presagio di una tragedia, non riuscivamo a toglierci dalla mente che se nel pomeriggio era successo qualcosa di tremendo a metterlo in moto era stata la sensazione di immobile silenzio che avevamo percepito di sfuggita lì nel bar, quando la vecchia ha pronunciato quelle parole, quasi un incantesimo, Noi non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Quell’immagine ci sembrava un rebus, e risolverlo magari avrebbe sciolto il sortilegio, o la maledizione.

        La vecchia stava in piedi davanti alla tazza del cappuccino sul banco, il braccio teso come se l’avesse appena riposta sul piattino, e con quello del barista, su cui egli poggiava tutto il suo peso, formava un angolo ottuso, come se fossero i due cateti di un triangolo scaleno; il vecchio era al suo fianco, anche lui davanti a qualcosa, forse un bicchiere, un calice! ecco cos’era, un calice con un dito di vino bianco, e la cameriera, seria come tutti, occupava uno spazio intermedio fra i due vecchi e la coppia matura alle loro spalle. Più indietro ancora la bambina, seduta al tavolino presso la porta-finestra spalancata, dove si stagliava quella che doveva essere la madre. E cosa guardava, quella donna, mentre tentava di ripararsi con una mano a visiera gli occhi? Che cosa c’era in quella direzione? Non lo sapevamo, non conoscevamo per nulla quel bar, che con la voracità di una coppia innamorata in vacanza avevamo battezzato “il nostro”. Tu dicevi che dall’altra parte c’era un palazzo, io dicevo che il palazzo c’era, sì, ma da dove si trovava la donna si doveva vedere uno squarcio del belvedere dall’altro lato della piazza. Forse, ho azzardato, guardava il profilo del mare. Alla fine ci siamo tranquillizzati dicendoci che non dovevamo per forza pensare al peggio, magari l’indomani mattina saremmo venuti a sapere che si era aggiustato tutto, il bambino era tornato a casa e insomma tanto magone per nulla. Ci siamo addormentati lì sul divano, abbracciati, mentre fuori si sentiva ruggire il vento, e lo scrosciare aggressivo della pioggia contro il vetro, e i tuoni.

        La mattina dopo non c’erano novità, anzi, c’era ancora più preoccupazione in giro. Siamo tornati al bar, tu avresti voluto chiedere al barista della vecchia, per sapere di cosa stavano parlando poco prima che arrivassimo noi, ma c’era molta gente, e tutti discutevano del bambino. Lo conoscevano, conoscevano il padre e la madre, una donna aveva la figlia in classe con lui, faceva la seconda, disse anche il nome della sezione, e negli anni a venire non ce la saremmo più scordata, era la 2A. La tempesta era finita ma continuava a piovere, così abbiamo passato la mattina passeggiando sotto i portici e senza sapere come siamo finiti in un museo di bottoni. Non ci potevamo credere che esistesse un museo del genere, anche se dopo averlo visitato e aver prestato attenzione alle spiegazioni appassionate della custode ci sembrava strano che musei come quello non fossero più diffusi. Solo al momento di salutarla lei scuotendo la testa ci aveva detto, Avete sentito di Mino? Noi abbiamo annuito, ma è finita lì, non voleva dirci altro, solo dare sfogo a un peso che l’opprimeva, allora abbiamo detto arrivederci e ce ne siamo andati, con il suo stesso peso sul cuore.

        Si chiamava Giacomo, per gli amici e la famiglia Mino, e l’hanno trovato il giorno dopo in un fosso. Gli era successo tutto quello che tutti avevano temuto fin dal primo istante. Tutti, anche noi. Eppure dopo il museo dei bottoni avevamo fatto la spesa, e poi eravamo tornati a casa, dove io avevo cucinato gli spaghetti con il pesto fresco preparato da me, avevamo comprato anche un mortaio apposta per i pinoli, e un coltello largo per battere il basilico, perché la cucina, la “nostra” cucina, non ce l’aveva. E poi c’eravamo amati di nuovo, e poi ci eravamo addormentati. Il telegiornale della sera aveva detto all’intero Paese che del piccolo Giacomo ancora non si erano trovate tracce. Altre ventiquattr’ore e sarebbe arrivata la notizia finale. Era la nostra ultima sera, che abbiamo passata stretti sul divano, senza leggere, quasi senza parlare. Eppure… eppure siamo stati felici. Quella, ancora quarant’anni dopo, quando iniziò la mia malattia, per noi era stata la nostra vacanza felice, il culmine della vita a due, prima che arrivassero Martina e Francesco. La vacanza felice di quando eravamo ragazzi.

        Forse è per questo che sei voluta tornare nel nostro bar, magari per vedere se c’era ancora. C’è, vedi? E tu sei seduta proprio dov’era la bambina con la sua bambola in mano, al tavolo più in là ora è accomodata una giovane coppia con una bambina forse un po’ più piccola della “nostra”, questa avrà sette, otto anni, l’altra ne avrà avuti… nove? E ci sono anch’io, pure se adesso, da come la bambina di oggi ti ha guardato, ti sei ricordata di essere sola. Ma nonostante tutto, anche ora che sono solo un pensiero sottile nella tua testa, e guardo i tuoi capelli grigi, le mani rugose, io sento di essere ancora qui con te, e mi sembra così facile passeggiare con le mie labbra sul tuo collo, solo tre passi leggeri, dalla nuca all’orecchio. Che buffa, la mia assenza, vero? Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per lo sguardo di questa bambina.


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    Commenti raccomandati

    Bello, intenso, che dire...complimenti. Particolarmente ben condotto il gioco dei ritmi, l'intreccio dei pensieri. E' proprio un bel racconto, grazie per averlo condiviso.

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    Molto bello. Ancora ti dico: bravo, bravo. Solo avrei preferito un finale diverso, senza sorprese. Mi hai fatto morire il narratore!

    Occhio al refuso "staccando il braccio dal balcone"/bancone

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    Non ricordavo cosa avevo già letto di tuo e sono andato a rivedere: Il serial killer di editori. Che registro diverso: bravo anche per questo. Un altro suggerimento, ma solo perchè odio le virgolette: puoi pensare di levarle da quel nostro ripetuto. Hai descritto benissimo l'intimità della coppia, anche senza virgolette quel nostro è proprio vostro. Ciao bbello, a rileggerti con piacere, sandro

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    "Balcone"... dài, volevo vedere se stavi attento ;) (bravo tu che te ne sei accorto: ho corretto).  Per il finale... ho pensato il racconto proprio partendo da lì. Grazie a te per i complimenti.

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    Ciao =)
    racconto dal contenuto molto molto carino, il finale è veramente bello "Che buffa, la mia assenza, vero? Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per lo sguardo di questa bambina." e ancora più carino l'utilizzo del plurale fino all'ultima frase.
    Incuriosisce all'inizio, colpisce alla fine, ma nella parte centrale c'è qualcosa che mi ha fatto perdere per un attimo l'interesse ma non tanto da non finire la lettura =) 
    Mi piace molto che ruoti tutto attorno a un ricordo felice "Eppure… eppure siamo stati felici." che vive ancora.

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    Ciao, scusami per il ritardo della risposta :)

    La parte in cui mi sono distratta è quando racconti che la coppia scompone in fotogrammi la scena del bar e poi la descrivi nuovamente anche se in maniera diversa, ripetendo che se non fosse stato per lo sguardo della bambina non si sarebbero accorti di nulla, l'ho trovato un po' ripetitivo e forse avrei preferito leggere proprio questa frase solo all'inizio e alla fine :)

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