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  • Ira

    Lui se ne sta lì, come tutte le mattine, davanti al bar di Billy, sotto i portici. Seduto per terra, neanche il conforto di un cuscinetto. Remo esce dal caffè per andare al lavoro e, come tutte le mattine, gli deposita un cartoccio in grembo con dentro due brioche al cioccolato. Lo sanno tutti nel quartiere: a Remo toccano le brioche. L’uomo seduto in terra non fa mostra di vederlo, non ringrazia. Non lo fa mai.

    Si fa chiamare Tosco, chissà qual è il suo vero nome. Se ne sta lì e guarda il mondo. Gli piace il posto. Rimedia caffè e generi di conforto, dieci metri più in là c’è la fermata dell’autobus e lui si gode lo spettacolo della gente. I pendolari, le studentesse, le nonnine che vanno in panetteria, proprio vicino al bar. Qualcuna gli lascia lì mezzo euro. Lui a fine giornata raccoglie tutto e lo lascia a Billy per il caffè, o la merenda, o per nessuna ragione. Ma questo lo sanno solo loro due.

    “O’ Tosco, perché non vieni dentro e ti siedi? C’ho un tavolo tutto per te.”

    Lui non fa segno di averlo sentito e resta lì, in terra, col gelo di dicembre. Fra poco è natale e i bambini si fermeranno a guardarlo, convinti che Babbo Natale abbia rotto la slitta: gli chiedono che ne ha fatto dei loro regali. Oppure stanno lì zitti a guardarlo, intimiditi. E’ grasso, avvolto in una nuvola di barba e capelli bianchi, densi e ricci. Un borsello gli penzola di lato dopo aver attraversato il ventre gonfio. Nessuno sa cosa ci sia dentro, però lui non se ne allontana mai.

    Io l’ho scoperto da poco, il Tosco. Da un mese il mio capo mi ha cambiato gli orari e mi ha affibbiato i turni che finiscono il tardo pomeriggio. Io però mi sveglio sempre alla stessa ora ed esco alle sette come sempre, per cui non ho niente da fare. Così mi prendo il caffè da Billy e poi sto lì, a guardare Tosco. Non che non lo vedessi anche prima, ma adesso ho il tempo di pensarci su.

    A furia di studiarmelo mi sono reso conto che ha una vita sociale che vorrei per me. C’è una ragazza sui sedici anni che si ferma lì ogni giorno verso le due, quando finiscono le lezioni. Si siede vicino a lui, fuma per darsi un tono e gli racconta del suo ragazzo che va con le altre, che lei lo vorrebbe tutto per sé e che lui le dice che è preistorica. Poi c’è un dirigente della banca in fondo alla piazza. Quello fa la pausa pranzo da Billy e già che c’è offre da mangiare anche a Tosco, parlano poco, ma sembra che si capiscano. Uno col cappotto di tweed e la cartella di cuoio, l’altro coi jeans stinti calati sotto la pancia e un vecchio maglione con parecchi buchi. Poi c’è una signora dei quartieri alti, anziana, ben vestita. Tutti i giorni passa davanti a lui per andare verso il centro e tutti i giorni gli porta una torta, le frittelle fatte da lei, a volte un libro. Quando riceve il libro Tosco si illumina molto di più che per le frittelle, questo bisogna dirlo.

    Sto lì anche stamattina davanti al mio caffè. Lui è come al solito fuori dal bar, seduto in terra.

    Gli si avvicina un ragazzo. Avrà vent’anni, forse qualcosa in più. Magro, una camicia larga fuori dai pantaloni, un giubbotto di jeans. Io al suo posto creperei dal freddo. Prende una sedia e si siede vicino a Tosco, che non lo guarda. Ha l’aria di un provocatore. Mi avvicino da dentro alla finestra che affaccia sui portici e controllo. Se quello cerca guai sto pronto a intervenire.

    “Come si sta lì seduti per terra, vecchio?”

    Tosco tace.

    “Allora, perché non mi rispondi? Sono troppo insignificante per te?”

    Davanti a loro il traffico degli autobus alla fermata e, sullo sfondo, cinquanta metri più in là, la spalletta del viadotto. Sotto, la zona aperta della metro.

    “Che vuoi?”

    “Voglio capire perché ti siedi sempre qui, perché stai per terra invece che su una sedia. Pensi che se fossi seduto come tutti i cristiani nessuno ti farebbe l’elemosina?”

    “Ecco. Sarà per quello.”

    Il ragazzo trema, o almeno gli tremano le mani. Si gira la sciarpa intorno al collo. Sembra sovraeccitato. Sarà fatto di chissà quale schifezza. Tosco continua a non guardarlo. Una signora gli lascia cinque euro in terra, vicino al borsello. Lui non mette il cappello o il piattino. In realtà non ha l’aria di chiedere niente, è la gente che stabilisce perché lui è lì e cosa vuole, e si comporta di conseguenza.

    “Hai la maglia bucata ma barba e capelli sono puliti, non sei un barbone. Sono sicuro che hai una casa, magari vivi con qualcuno. Che fai? Voglio sapere perché stai qui. Devo saperlo.”

    Tosco si gira, lentamente.

    “Perché ‘devi’?”

    L’altro si imbarazza.

    “Bè, ecco, diciamo che mi serve. Sto cercando una cosa, vecchio, una cosa fondamentale.”

    Tosco non parla, lo guarda.

    “No, non te lo posso dire cosa cerco. Questo no. Dimmi solo perché stai qui.”

    “La mia vita è la mia, non ha niente da insegnarti. Tu devi vivere la tua.”

    “Eccolo, dritto al punto, vero? Vivere cosa? Questa cosa senza senso, questa corsa a precipizio verso il niente? Sembriamo tutti lemming. Sai cosa sono, vecchio?”

    “Sono topi, un particolare tipo di topi, che si moltiplicano indiscriminatamente. Quando il gruppo è troppo numeroso per la loro sopravvivenza, una parte corre verso l’abisso e si suicida. Almeno, così dicono i contadini russi.”

    “Non è vero, ma mi piace l’immagine. Tutti a vivere di corsa, studiare, fare l’amore, sposarsi, fare figli e cercare un posto alle assicurazioni. Non necessariamente in quest’ordine. Non lo sappiamo neanche, cosa facciamo.”

    “Tu sei qui adesso. Mi hai cercato, vuoi delle risposte. Lo sai quello che stai facendo. E sai cosa vuoi sapere.”

    Il ragazzo guarda il ponte sul viadotto.

    “Ma non la troverai lì, la tua risposta.”

    “Che vuoi dire?”

    “Che non è un salto da lì che ti dirà come devi vivere. Non vuoi scoprirlo, prima?”

    “Ehi, vecchio, cosa credi di aver capito? Mica voglio saltare, voglio solo…”

    Si perde a guardare la spalletta del ponte, come se vedesse qualcosa nel suo ‘di là’, qualcosa accessibile a lui solamente.

    “Capire com’è, lo so. Ma quando sei lì non c’è ritorno per raccontarlo a nessuno, il tuo com’è. Neanche al te stesso di prima. Quello sparisce nel momento in cui salti, mi capisci?”

    “Non cercare di dissuadermi, non c’è niente qui, per me.”

    Tosco fa spallucce. Il vento freddo gli fa sobbalzare le ciocche bianche.

    “Non voglio dissuaderti, nessuno può dissuadere nessun altro dal fare niente. Niente che voglia veramente fare. Dico solo che qualunque cosa scoprirai buttandoti non sarà la risposta alle domande che ti stai facendo adesso.”

    “La fai troppo complicata. E’ solo da decidere: lo faccio o no? E allora torno all’inizio: tu perché sei qui, a morire di freddo, a prendere le elemosine? A che ti serve sopravvivere?”

    Tosco si accende un lurido toscano che tira fuori da un taschino.

    “Io so guardare.”

    “Che vuol dire?”

    “Guardo e riesco a vedere. La gran parte delle persone guarda e non vede niente. E guardare seduti per terra dà una prospettiva diversa. Si vede tutto la postura, la camminata. Il viso è addestrato a mentire, perché è sempre stato il centro dell’attenzione. Si, finge continuamente. Il corpo non lo sa fare, è sincero, spietato.”

    Il ragazzo si siede per terra, guarda la gente da sotto. Poi guarda Tosco.

    “Non ti distrarre, concentrati.”

    Tornano a guardare la folla, in silenzio. Passa una signora sui cinquanta, e mette un euro vicino al ragazzo.

    “Sei promosso accattone. E’ carriera, questa.”

    Il ragazzo guarda Tosco, poi gli dice:

    “Posso tornare domani? Guardiamo la gente insieme.”

    “Io sono qua.”

     

    Arriva Billy a pulire il tavolino.

    “Tosco è un fenomeno. Sai che ha appena convinto un ragazzo a non suicidarsi?”

    Billy sorride storto.

    “Sai chi è Tosco veramente?”

    “Perché, tu si?”

    Billy va a prendersi un taglio di bianco.

    “E’ stato perseguitato per anni da un padre violento, un pezzo di merda che viveva di espedienti, che pensava solo a bere e lasciava Tosco senza mangiare. Ha dovuto arrangiarsi presto, ha fatto di tutto, anche il croupier e quello che pulisce i cadaveri in un’impresa di pompe funebri. E’ riuscito a laurearsi con le borse di studio, è diventato psichiatra. Ha cresciuto un figlio che oggi fa l’ingegnere in America. Si sentono due volte l’anno e lui è contento.”

    “E poi, cosa è successo?”

    “La mia teoria è che ha fatto troppo, e troppo in fretta. Adesso si riposa. Non ha bisogno di soldi, ha un piccolo appartamento, sempre lo stesso da tutta la vita, vive di niente, lo vedi qui com’è. Guarda la gente, parla con quelli che lo cercano. Io dico che fa lo psichiatra di strada.”

    “Ma gli altri credono che sia un barbone.”

    “Si, molti lo pensano. Qualcuno invece ha capito.”

    “Cosa?”

    “Che lui è niente perché si sente niente, e perché essere niente gli piace. Si mescola, si dimentica di esistere. Allora vanno da lui, chiedono consiglio, oppure gli si siedono vicino, qui sotto il portico, e stanno in silenzio. Ascoltano la giornata, se capisci cosa voglio dire.”

    “Io ho capito poco, se non che Tosco ti ha contagiato, sei matto anche tu.”

    Billy diventa serio.

    “Io lo avverto che si ammalerà a stare lì, seduto per terra. Gli dico di venire dentro, almeno in inverno.”

    “E lui?”

    “Ride, mi dice che ha compiuto la sua missione, quello che viene dopo è tutto in più.”

    “E che diavolo vorrebbe dire?”

    Billy ha gli occhi lucidi, se ne scappa verso il banco a farsi un altro dito di bianco.

    Glielo dico sempre, al Billy: invecchi e diventi come mia zia, che piange sempre. Mi sa che domani non ci vengo al bar, vado a spasso prima del lavoro. Da queste parti ci sono troppi filosofi.

     


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