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  • Sulla bocca di tutti


    Ira

    Che razza di posto. Bè, certo, bisogna andare a cercarsi le lande deserte e isolate, altrimenti qualcuno del paese può vederci e raccontare tutto al barbiere, che lo racconterebbe a sua moglie, che lo racconterebbe al fruttivendolo e nel giro di mezza giornata saremmo, come dici tu? ah, si, sulla bocca di tutti.
    Per carità, capisco le tue esigenze. Ho sempre cercato di capirle, di accontentarti. Ma qui è novembre, la terra è dura dal freddo, le stoppie già impallidiscono dal rosso al giallo rigido e secco dell’inverno. Ecco, lo so, tu sorridi di queste considerazioni:
    “Come fai a pensare se la terra è dura o morbida? Ma che ti viene in mente?”
    Tu sei uno di città, in paese ci sei finito per cercarti un lavoro; la guerra non ha risparmiato nessuno. Ma io sono nata in una stanza piena di spighe di lavanda e mentre mia madre spingeva, la levatrice prendeva gli asciugamani da dentro una vecchia credenza di legno fatta a mano dal mio bisnonno. Fuori, nell’aia, spannocchiavano il mais. Ce l’ho negli occhi, la terra. So come respira.
    Fa un freddo maledetto, e tu non sei ancora arrivato.
    Lo so, sei molto impegnato, il lavoro. Non che ti sia andata proprio bene. Il posto che avevi trovato in città è durato poco, la concorrenza è tanta: siamo pieni di reduci che devono ricostruirsi una vita. Così si licenziano le donne e si aprono le porte ai veterani. Insomma, alla fine sei qui, ma non ti adatti. Non sei tipo da vita di campagna.
    Ma dove sei finito?
    Accidenti a questo freddo che svuota le ossa. Sono in bicicletta, mica ho la macchina io, e se non arrivi tu con la tua con questo cappottino mi congelo. Probabilmente sei stato trattenuto dal tuo capo: non succede sempre? Ma insomma, alla fine potevamo incontrarci un altro giorno, mica era una cambiale che fosse proprio oggi. Vabbè, tanto è lo stesso, sempre in questa campagna gelata saremmo finiti.
    E’ bello, bisogna ammetterlo. Le stoppie rossastre, le canne col ciuffo che non si muovono perché l’aria è ferma. Un po' di nebbia che si alza da un metro sopra il terreno. Peccato un fondo di damigiana che spunta dal pelo dell’acqua. Incivili. Mi affaccio alla spalletta del piccolo ponte. Anche questo sembra andare in rovina: i pilastri di cemento smangiucchiati da un’invasione di muffe, i tubi di contenimento rossi di ruggine a larghe macchie.
    Io volevo l’amore, quello grande. Pensavo sempre che doveva essere alto e bruno, riservato e mai volgare. Poi sei arrivato tu. Non ci somigliavi neanche un po’, al mio ideale. Neanche da lontano.
    Chissà che cercavo, boh. Forse solo un po' di calore. Ormai non ero più una ragazzina, e mi ero stufata di stare a sentire mia madre e le sue prediche sulla gioia di riservare la propria verginità al compagno della vita. E poi, diciamolo, non sono mai stata bella come certe mie amiche, il compagno della vita sarebbe rimasto un fantasma , un mezzo sogno di quelli che sembrano quasi veri quando arrivano all’alba.
    Ma dove sei?
    Alla fine non posso lamentarmi, uno straccio d’amore me lo hai dato: quello che potevi. Io lo capisco, hai due figli, come potevi lasciare tua moglie? D’altra parte devi darmene atto, non ti ho mai chiesto niente. Non sono sicura che vorrei sposarti, se anche tu potessi.
    Voglio dire, vieni a letto coi calzini, ti lavi i denti dopo i nostri incontri, non prima. E poi di che parlo con te che ogni volta che mi viene uno dei miei magoni, quei nodi che mi si strozzano in gola, tu ridi e mi dici:
    “Oddio le donne. E adesso che c’è?”
    Ora però fa proprio freddo. Mi ricorda l’unica volta che siamo stati fuori assieme. Bè, non da soli, ovviamente. C’era il parroco, abbiamo fatto una gita al santuario. Tua moglie era dalla madre coi bambini, sei venuto da solo. Era stato bello, ci eravamo seduti vicini sul pullman e tu mi facevi vedere le cose dal finestrini, e ridevi con quel tuo sguardo chiaro.
    Sì, quella volta mi sembrò quasi che potessimo essere una coppia, anche se dovevamo stare molto attenti, fra due tue vicine e mia zia che controllava seduta nei posti in fondo. C’era un freddo artico, e il prete doveva fare spesso pipì, così faceva fermare il pullman continuamente con delle scuse assurde. Ti ricordi che volle obbligarci a una fermata per rifornirci di ciambelle e vin brulè? Che poi neanche sapevamo dove metterli.
    Comunque adesso sono stanca, facciamo l’amore ogni tanto e quando ci lasciamo mi sento in bocca sempre di più un sapore amaro, come se avessi perso una partita. Magari è così, ho perso e non l’ho ancora capito.

     

    “Milena, cavolo, ma dove sei?”

    “Eh?”
    “Ti chiamo e non mi rispondi.”
    “Scusa, ero sovrappensiero.”
    “Sono in ritardo, lo so. Quel buffone del capo mi ha trattenuto. Lo sai com’è, mica posso lasciarlo là a parlare e andarmene.”
    “No, certo che no.”
    “Aspetta, controllo che non ci sia nessuno in giro, poi ti bacio.”
    “Chi vuoi che ci sia qui, è fuori dal mondo. Sembra Marte.”
    “Non si sa mai. E adesso andiamo giù lungo il canale. C’è un posto con delle dune, si sta riparati.”
    “Come l’hai trovato? Ci sei andato con qualche collega, o con la migliore amica di tua moglie?”
    “Ma che dici, sciocchina. A me piaci solo tu, lo sai. Allora, andiamo?”
    “Certo, andiamo.”
    Milena guarda avanti. Finge di non vedere lo spazzolino da denti che gli sporge dal taschino.


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    Commenti raccomandati

    Una fotografia, più che un movie.

    Colori spenti, come l'animo di chi vive un amore clandestino che si avvia tristemente al termine.

    Non so se quello che ho letto è un flash, un'istantanea che descrive uno stato d'animo più che una storia, o se

    fa parte di un'opera complessa, ma ho apprezzato la tua capacità di trasmettere la rassegnazione di questa

    donna che ha perso l'illusione di contare veramente per l'uomo con cui ha cercato di trovare "uno straccio d'amore" .

    Ciao, Ira.     Mi piace come scrivi.(y)

     

     

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    Grazie, hai detto bene. E' l'istantanea di un attimo, del rendersi improvvisamente conto di non aver costruito nulla. E' la condizione di chi si trova senza speranze e perfino senza illusioni. Forse la condanna di questa donna è un eccesso di lucidità, che appunto non sempre è un dono.

    Ciao Piero.

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