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  • Shopping compulsivo


    Tinucci

    Il treno era quasi vuoto. La donna bionda, cullata dai continui sobbalzi della carrozza, aveva occhi spenti. Portava un paio di calzoni larghi, marroni, una maglia nera a collo alto, scarpe nere maschili, coi lacci.

    Sul sedile di fronte una ragazza con i capelli lunghi, camicia bianca e gonna blu da impiegata, dormiva con il capo abbandonato contro il finestrino, la bocca semiaperta e il piede destro nudo, estratto nell’incoscienza del sonno dalla scarpa décolleté a mezzo tacco, evidentemente troppo stretta. Oltre la porta d’uscita, sull’altro sedile, una coppia di adolescenti che quella mattina aveva, chissà come e perché, saltato la scuola, chiacchierava: lui sussurrava qualcosa all’orecchio di lei e lei si lasciava sfuggire continue, timide risatine.

    Oltre i vetri sporchi del finestrino, la luce limpida di ottobre scolpiva e definiva le ombre e il grigio della città. Sfilavano vecchie case basse, palazzi, giganteschi grattacieli e strade, vicoli, canali, ponti e ferrovie, luci colorate, passi e vita, energia incontrastabile: Tokyo, come un mostro multiforme, inghiottiva allegramente anche quel treno e i suoi passeggeri.

    Una voce femminile, metallica ma dolce, ripeteva cantilenando annunci in una lingua incomprensibile per la donna occidentale. Solo i nomi delle vie e dei quartieri prima delle fermate avevano un qualche senso, anche se, data la pronuncia, li riconosceva a fatica.

    Alla stazione di Akihabara la donna scese. Si ritrovò confusa, risucchiata dal movimento continuo di macchine e persone, su strade che probabilmente non aveva mai visto, e dove comunque non aveva mai camminato da sola. Si allontanò circospetta dalla metropolitana, unico punto fermo della sua geografia e cardine della sua alterata capacità di orientamento. Negozi pieni di macchine fotografiche, computer, cellulari e materiale elettronico si ripetevano all’infinito lungo le vie intorno, talmente uguali l’uno all’altro da farle l’effetto di un sogno, di un incubo. Sulla soglia di ciascuno di essi un impiegato o una giovane ragazza sorridente invitavano i passanti a entrare, inchinandosi e ripetendo con una convinta, straordinaria cortesia, sempre le stesse parole. La donna bionda non fece molta strada: si infilò in un enorme discount store poco lontano dalla stazione e, senza sapere esattamente cosa cercare, continuò a vagare all’interno del negozio. Il fatto di essere dentro un edificio e potersi muovere senza rischiare di perdersi irreparabilmente la rassicurava. Guardava quasi senza vedere la quantità mostruosa di prodotti elettronici esposti senza particolare cura. Mancava quel rispetto sospettoso che ancora, nel suo paese, circondava quel tipo di manufatti; lì erano una merce come le altre, bisognava svenderla per renderla appetibile. Si ritrovò nel reparto degli smartphone e si lasciò attrarre dai colori luminosi e accattivanti degli schermi e degli involucri esterni. Cominciò a maneggiarne qualcuno, senza nessuna particolare intenzione, come i bambini piccoli manipolano i loro giochi di gomma colorati e profumati. Continuò in quell’attività senza senso, e si accorse che le dava un sollievo insperato, la ipnotizzava e la costringeva a un temporaneo oblio. La confusione di sottofondo, musica e rumore di folla e parole dagli altoparlanti, non la disturbava eccessivamente, poiché non capiva quei suoni e dunque non era costretta ad ascoltare. Un telefono piuttosto grande, di un rosa sfacciato e lucido, le capitò in mano all’improvviso e lei se ne sentì attratta, al di là della ragione. Seguendo il suo impulso, la donna lo trattenne e si avviò alla cassa che il commesso, con gesti e poche parole in un inglese imbarazzato, le indicava. Prima di pagare, però, il suo sguardo intercettò una fila di piccole macchine fotografiche digitali, tascabili, vivaci e colorate. Ne pescò una giallo sole, la rigirò pochi secondi tra le mani e la aggiunse al suo bottino. Quando volle riprendere la strada per la cassa si accorse di aver perso l’orientamento. Si guardò intorno per vedere se ci fosse qualche cartello, qualche indicazione, e ce n’erano parecchi, ma tutti usavano solo caratteri giapponesi, che lei non sapeva leggere. In compenso avvistò, qualche bancone più in là, dei piccoli elettrodomestici di cui non riusciva a riconoscere il genere e l’utilizzo. Si avvicinò per guardare meglio, e scoprì che doveva trattarsi, a giudicare dalle immagini sulle confezioni, di strumenti per la cura del viso femminile. Piccole spazzole rotanti, alimentate a pila, da passare sulle zone più grasse (naso, fronte, mento) per far meglio penetrare i prodotti per la pulizia. La donna bionda pensò che lei non aveva mai la pazienza di struccarsi come si deve e certamente la sua pelle ne soffriva. Quella macchinetta le sembrò improvvisamente indispensabile e non volle rimetterla a posto tra le altre in esposizione. La tenne con sé. Alzò lo sguardo e localizzò alle sue spalle una commessa sorridente, che la accompagnò alla cassa e la lasciò con un piccolo inchino e un ringraziamento. La donna pagò il telefono, la macchina fotografica e l’attrezzo per la pulizia del viso con la sua carta di credito, e si ritrovò di nuovo in strada, cercando ansiosamente una direzione per riprendere il cammino. In quel momento sentì suonare e vibrare il cellulare nella borsa; lo estrasse con qualche ritardo e vide che era una chiamata da suo marito, la solita telefonata che le faceva tutti i giorni dal lavoro, all’ora di pranzo. Non rispose. Il telefono infine tacque e lei lo rimise in borsa.

    Riprese la strada più facile, quella che portava alla metropolitana. Seguendo indicazioni e vaghi ricordi, raggiunse la fermata della linea Yamanote e prese il primo treno in arrivo, dopo alcuni minuti. Questa volta sul vagone non c’erano posti liberi, e dovette viaggiare in piedi, tra donne di mezza età e studenti in divisa. Quasi nessuno parlava, gli occhi stanchi perduti nel niente. La donna occidentale invece scrutava quei volti che alla sua inesperienza sembravano chiusi, enigmatici, alla ricerca di particolari, espressioni e lineamenti che gliene schiudessero i misteri e le emozioni. All’improvviso si accorse di avere fame, malgrado la nausea che continuava ad affliggerla. Cercò di immaginare cosa avrebbe potuto comprare e mangiare una volta scesa dal treno, ma si rese conto che ogni fantasia la disturbava, e il disturbo era maggiore dell’appetito. Decise, amaramente, che non c’era più motivo di sforzarsi e che avrebbe saltato il pranzo: ormai era tardi. Scese a Shibuya-ku, insieme a molti degli studenti. Anche le strade erano piene di ragazzini e ragazzine che esibivano look stravaganti e una spavalderia appena repressa. Quei colori e quei vestiti sgraziati erano forse una vaga protesta contro il rigore e l’ipocrisia della tradizione, ma alla donna occidentale sembravano solo un’espressione di allegria e della giovinezza. Di rabbia e della giovinezza, anche. Le piacquero. Rinnegò quel suo look da vecchia, da monaco zen, e cominciò a guardare con famelico interesse le vetrine. Entrò in un grande magazzino, attratta dal suo nome pseudo-italiano. Ritrovò, in vendita, abiti e accessori molto simili a quelli che avevano attirato la sua attenzione a Shibuya Crossing. Non si domandò se fossero adatti a lei e alla sua età: cominciò a guardare, toccare, avvicinare al corpo vestiti, gonne, maglie e camicette di colori, fogge e fantasie improbabili. Intorno a lei molte ragazze facevano lo stesso, e malgrado tutto le sembravano belle, o almeno graziose. Alla fine scelse una gonna molto corta a quadri e degli stivali di vernice nera con un tacco alto e largo. Senza neppure provarli si avviò alle casse, ma passò vicino all’esposizione di smalti e prodotti per il trucco. L’attirarono ancora una volta i colori acidi e inconsueti: senza quasi scegliere, agguantò tutto quello che le sue mani potevano sostenere e si avviò frettolosamente a pagare.

    Mentre cercava l’uscita, per caso incrociò uno specchio e si vide com’era: una donna pallida, bionda, non alta, non magra, non più giovanissima, vestita di scuro, con due borse piene di merce incongrua appena pagata. Provò sorpresa e fastidio: ormai abituata ai volti e ai corpi orientali, i suoi lineamenti e la sua corporatura le apparivano grossolani, sgraziati. Sentì a malapena, sotto la musica e il rumore del magazzino, la suoneria del cellulare: lo estrasse dalla borsa, vide che era di nuovo suo marito. Non rispose e tornò verso la stazione.

    Prese un altro treno della linea Yamanote. Sul sedile di fronte al suo un bambino di pochi mesi, senza capelli e vestito di bianco, dormiva tra le braccia della madre. In completo abbandono, aveva le gote piene, la bocca rosea semiaperta, la fronte un poco sudata, gli occhi due mezzelune scure. La madre, una ragazza giovane, di tanto in tanto gli passava la mano sulla fronte, o gli posava un bacio breve sul viso e gli sussurrava qualche parola dolce. La donna occidentale fissava quella scena incapace di distogliere lo sguardo, eppure nessun dolore affiorava. Scese dopo pochi minuti alla fermata di Shinjuku. Non si allontanò tuttavia, ma entrò direttamente nei grandi magazzini sopra la stazione. La scala mobile sembrava arrancare verso l’infinito: piano su piano, si vendeva di tutto, per tutti i gusti. Vestiti, accessori, cibo, mobili, giocattoli, cancelleria, libri, souvenir, borse lussuose, gioielli, elettronica, e ogni tipo di merce immaginabile. Le solite voci femminili cantilenanti, le solite musiche, il solito ribollire confuso di passi e parole. Quella donna, pentita di aver scelto un acquario troppo grande per i suoi movimenti senza senso, nuotò a caso, chiusa nella sua bolla di silenzio, aliena, ed emerse ancora a caso a un livello qualsiasi del cetaceo luminoso che l’aveva pacificamente inghiottita. Si ritrovò tra gli accessori: borse, scarpe, cinture, foulard. I colori della merce e degli allestimenti erano discreti, signorili. Quella donna si aggirava tra mille borsette di pelle che non vedeva. Ne scelse una piccola, il cui colore le ricordava quello fiammeggiante delle foglie autunnali che aveva osservato col marito una settimana prima, passeggiando con qualche affanno su sentieri in lieve salita, ampi, in una giornata felice. Poi, pochi banconi più in là, si provò mille cappelli, davanti a uno specchio che rifletteva un viso e uno sguardo in cui lei si rifiutava di guardare. Alla fine prese un cappellino nero di paglia, decorato da piccoli fiori bianchi, che non avrebbe mai messo. Si ritrovò vicina a una cassa e pagò i suoi acquisti. Una giovane commessa sorridente li inserì in una borsa di plastica verde, che le consegnò ringraziandola. Quella donna bionda ritornò sulla scala mobile, salì di due livelli ed entrò nel reparto abbigliamento femminile. Si aggirò a lungo tra vestiti di ogni stile e colore e infine affondò lo sguardo, e poi le mani, su una camicetta di seta verde acqua, con piccole decorazioni geometriche di un tono di verde più scuro. Cercò a lungo la cassa, e intanto sentiva affiorare da interiori e inesplorate lontananze qualcosa, come un tremore, un tuono, un annuncio di sciagura. Infine trovò il modo di pagare anche l’ultimo acquisto. Tornò sulla scala mobile e continuò a salire, fino all’ultimo livello. Si ritrovò, alla fine di quel viaggio, al piano dei ristoranti, le cui vetrine, in fila, esponevano le fedeli riproduzioni dei cibi che il loro menù offriva. Quella donna camminò e camminò, mentre sentiva l’affanno aumentare, finché incontrò un ristorante dove si serviva curry. Ricordò il profumo e il sapore forte e speziato di quella crema che accompagnava il riso bianco e insipido e le sembrò sopportabile. Entrò nel locale, si sedette a un piccolo tavolino di legno, ordinò indicando le immagini sul menù a un cameriere piccolo e magrissimo. Infine consumò in pochi minuti il suo piatto e pagò. Quando uscì si accorse che stava piangendo, o forse era una reazione al cibo piccante. Risalì sulle scale mobili e rifece tutta la strada in discesa.

    Uscì dai grandi magazzini reggendo altre due borse: si accorse di colpo che era stanca, e che gli acquisti pesavano. Si accorse anche che le lacrime continuavano a scendere, e che non le poteva controllare. Si sedette sui gradini, davanti all’uscita del negozio. Appoggiò le borse per terra, davanti ai suoi piedi. La gente entrava, usciva, le passava davanti e non sembrava accorgersi di nulla. Dopo qualche minuto il suo cellulare suonò. Si sentiva così confusa. Lo lasciò squillare tre o quattro volte, poi lo estrasse dalla borsetta. Era di nuovo suo marito, e questa volta, asciugandosi le lacrime, quella donna occidentale rispose.

    “Mara! Mi hai fatto impazzire, ero terrorizzato. Perché non rispondevi? Ma dove sei?” disse concitata una voce che lei conosceva molto bene. Alla confusione e all’angoscia si unì una strana dolcezza, che però la fece piangere ancora di più, fino a singhiozzare. Stringeva il telefono e non riusciva a rispondere.

    “Mara! Che cos’ hai? Dove sei? Che succede? Parlami per carità!”

    Dopo qualche lunghissimo minuto, la confusione si attenuò, e il dolore tornò a galla, pesante, feroce, totale. Si mangiò ogni altra sensazione. Quasi gridando, riuscì finalmente a rispondere: “Sono a Tokyo. Davanti all’uscita di Odakyu, a Shinjuku. Vieni a prendermi. Non posso tornare. Vieni a prendermi.”

    “Ma perché amore? Che sta succedendo?”

    Mara continuava a piangere, e non sapeva dire più nulla.

    “Il dottore? Che ti ha detto il dottore stamattina? Mara, parlami ti prego…”

    Mara, stupita di riuscire a dirle, quelle parole, rispose a mezza bocca: “Non c’è più, il battito. Il bambino non c’è più.”

    La gente passava, entrava e usciva, e non sembrava farci caso.

     

     


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