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  • Se i cani potessero ridere


    Veronica Martinica G.

     

     

    Concordi sul pragmatismo animale, attingevamo alla canina saggezza, nella ricerca di un riparo.  L’intransigente orbita della terra raggiungeva il suo afelio alle cinque, ora in cui, il sole emergente, minacciava  tutti quanti inesorabile, restituendo, a ogni cosa, la propria verità.

    Come nella fiaba di Cenerentola, ma al contrario, mutate per incanto da una zucca le magiche carrozze si sarebbero trasformate in polverosi motor home delle più svariate epoche, furgonacci trasformati, tramite rumorosi e tossici generatori a gasolio, in accoglienti camper o caravan. Camion che rimorchiavano mini appartamenti trendy con divanetti in tema zebrato, tavolinetti di design e bull terrier bianchi con una macchia nera sull'occhio che di nome facevano Ebola o Tossina.

    I rampolli in canotta da basket e d3 e le loro debuttanti in fondina e gonne animalier, dopo aver tutta la notte danzato, si sarebbero guardati in faccia: smostrati e pallidi, spogliati di ogni artificio e ritornati alla subumana sorte di abiti consumati, volti grigi di polvere e visione midriatica. 

    Il mattino non si sarebbe stupito per l’epidemia di smascello che colpiva un individuo su tre, non avrebbe fatto caso al prodotto dell’abomaso dei giovani ruminanti che ne aveva coagulato, come caglio, la saliva ai lati della bocca, non si sarebbe curato, il giorno, della  sfilata di narici incoronate da cristalline concrezioni e neppure del corteo di pittoreschi entropion e nistagmi vari.

    Il giorno strappava alla discrezione del buio individui cenciosi, che vagavano, guidati da un intimo e sciamanico stupore dissociato.

    Il sorgere del sole illuminava anfratti isolati dove umani mutanti si rotolavano nella polvere, vittime di chissà quale delirio.

    Nella arida e omogenea distesa, gialla di terra polverosa, gli unici punti di riferimento erano gli assembramenti di vecchi automezzi: Furgoni, camper, caravan, camion, vecchi van, qualche tenda e rottami.

    Mi ero svegliata avvolta in una vecchia trapunta color pesca, adagiata sotto un unico arbusto. 

    Qualcuno mi aveva portata lontana dai capannoni fatiscenti e dalla loro babele.

    Qualcuno si era preso cura di me mentre ero dissociata dal mio corpo. 

    La stessa persona che mi aspettava fuori dal k hole. Che era lì, al mio risveglio, ogni volta.

    Mentre riprendevo possesso del mio corpo, sentivo la sua voce, il suo respiro, il suo difendere il perimetro in cui riposavo.

     Luca, il mio ragazzo e padrone della casa che occupavamo era, come sempre, disperso.

    Faceva un cazzo di caldo. Avevamo lasciato il bivacco per cercare acqua e salcazzo cos’altro.

    Dopo la fase spegnimento, uscita e successivo rientro nel corpo, c’era la fase trip, che per noi due, Philo e me, era un incessante ridere di qualsiasi cosa: La gente, i suoni, le mie dispercezioni, parole inventate, il nostro stesso storto deambulare, la totale incapacità di leggere lo spazio in cui ci muovevamo, come se ad ogni passo si aprissero voragini, le nostre facce lisergiche e snaturate, i nostri eloqui smozzicati.

    Raggiunta l’area degli accampamenti il sole era diventato un problema importante.

    I cani, incuranti della polvere e dei gas di scarico dei generatori avevano trovato ristoro nello spazio tra il suolo e il piano inferiore dei furgoni alloggio, in quel rettangolo buio, sollevato dal suolo per mezzo di quattro o otto cerchi in gomma e ferro.  

    Sembrava tutto così semplice e ovvio che avrei rinunciato alla mia umana orizzontalità in cambio della quale l’evoluzione aveva reso vulnerabili i miei punti vitali.

    Soprattutto il cuore, in quel giorno, come un cane, avrei voluto non aver esposto. Mi sarei fatta quadrupede pur di proteggerlo.

    “Non c’è un brandello d’ombra neanche a pagarlo”.

    “Già”.

    “Torniamo da quel cespuglio discarica”

    “Però qui magari troviamo qualcosa con cui stonarci”

    “Dubito e comunque non ho soldi”

    “Guarda quei cani, che furbi, loro sì che hanno capito come si sta al mondo, dovremmo fare come loro”.

    “Tipo? Accucciarci sotto i furgoni?”

    “ Sì, potremmo, perché nessuno lo fa? Solo noi ci abbiamo pensato?”

    “Sì, perché noi siamo furbi”

    “Furbi come i cani”.

     

     

    Avevamo riso  pensando ai cani, che non potevano ridere della loro astuzia. Ridevamo, isterici, cinici, tristi e felici. Ridevamo della mia fragilità, della nostra amarezza, della nostra solitudine. Ridevamo del nostro dramma di amanti senza permesso e senza speranza.

    Erano gli ultimi giorni di leggerezza.

    Giorni di Stetoscopi per parlare attraverso porte chiuse, di padelle grattate, di deltoidi costellati, di notti sul divano, di “Apri la mano che ti faccio un regalo”,  di peli pubici tagliati con le forbici e nascosti in tasca, collane di gomma, neologismi che diventavano litanie, “tirati su i pantaloni che ti si vede il tanga e son pur sempre un uomo”, di viaggi in treno, di gambe che si sfiorano, di materassi luridi, di baci bagnati di pianto, di sedativi e lacrime nella vasca da bagno.

    Le ultime feste felici, le dita intrecciate strette, ancora per poco, agli ultimi brandelli di innocenza.

    Prima di quel viaggio.

    Prima del mio diploma, della mia fuga per fare la Veterinaria, prima dell’atteso esordio psicotico di Luca e della, meno attesa ma temuta, prima pera di Philo, delle bugie, delle macchie di sangue in bagno, sotto al lavandino,  sudore, pupille, abbandono. Philo dove sei? Perché non torni a casa? 

    Amarci non ci pareva cosa, a Philo e a me, non era il momento, lui non aveva voglia, io non avrei sopportato un altro abbandono.

    Eravamo noi i cani, randagi e stupidi. Sapevamo ridere di compassione ma non eravamo furbi.

    Luca, Philo e io ci siamo lasciati così. Come cani randagi. Io a Bologna, università e Ser.t perché anche senza buchi, la mia mente era corrotta, Philo nell’eroina e nella vigliaccheria dei robbosi e Luca nella follia. Tutti gli altri dileguati: Kappa è partito per New York, Kira, la rottweiler di Luca, moglie di Ubiq il cane che mi ha accompagnata per diciotto anni, è morta di solitudine e abbandono, Nena, compagna di Cilly, si è rubata l'Iveco con le ruote gemellate e è scappata col pusher tunisino che vendeva a entrambi la roba, Cilly  è partito per la Normandia insieme a Baslas che è stato trovato, anni dopo,  in un bosco in Francia con il cranio sfondato e i polsi legati. Morto stecchito. Tanti altri sono morti o impazziti.

    A me restava il ricordo di Philo. Di quanto lo amavo.

    Ci siamo rivisti, Philo e io, negli anni a seguire, ma senza mai guardarci negli occhi. Abbiamo camminato su una spiaggia fatti di LSD senza parlare, rigirandoci in bocca parole troppo difficili da sputare.

    Senza saper cosa dire.

    Poi per dieci anni nulla.

     Beffardo come sempre, come a volerci prendere per il culo,  il caso ci ha riavvicinati.

    Distrutti dalla vita.

    Io appena ripulita dall’ossicodone e con una Laurea e mezza e lui con le braccia  scavate di cicatriziali depressioni grosse quanto una moneta da 5 centesimi e qualche dente in meno.

    Amarci era la sola cosa che ci sembrava avesse un senso a quel punto, ma la vita non va mai come vorresti. La vita ti restituisce i detriti che l’alta marea ti aveva portato via senza garbo, quando pare a lei.

    Amarci è la sola cosa sensata da fare, se togli gli 80 mg di Metadone di Philo, le due bocce di xanax al giorno, il mio disturbo borderline, un tentato suicidio e un fidanzato che non mi ama ma che non se ne va.

    Ci proveremo ancora. Per ora ci amiamo ancora, in segreto.

     Forse questo è l’anno buono.


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