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  • Questo è tutto, gente! (II, un estratto)


    dfense

    II

    Le Rovine di Nuova Roma  (composizione e posologia)   


    Quella bizzarra creatura battezzata Le Rovine di Nuova Roma sarebbe sorta poco fuori Caprarola, un pittoresco paesino nei pressi del lago di Vico. Questo luogo, nobilitato dallo splendido Palazzo Farnese, era tanto affascinante e ricco di storia, quanto anonimo e inquietante. Perso nella vegetazione, sul fianco scosceso di una collina, appariva il rudere che avrebbe dovuto ospitare gli adepti di Giampaolo. Una setta dedita al culto del Dio Sole? Un’organizzazione sovversiva para comunista? Un centro di recupero per figli di papà anticonformisti con la tendenza a cercare risposte sul fondo di una bottiglia? Emidio non era ancora riuscito a determinare i contorni di questo progetto.  Un attimo prima di varcare la soglia di quell’edificio fatiscente, aveva sentito il bisogno di chiarire i suoi dubbi a riguardo. Se doveva fronteggiare l’ascesa al potere di un nuovo Jim Jones, o di una specie di Shoko Asahara nato all’ombra der Cupolone, aveva il diritto di saperlo. «Senti, cosa vorresti? Sì, insomma, quali obiettivi si prefiggerà la tua… associazione?» «Non sarà un’associazione». «Una setta?» lo aveva incalzato, mentre il suo cuore cambiava marcia, passando dalla seconda alla quarta grattando rumorosamente sulla frizione dell’anima.  Giampaolo si era messo a ridere. Aveva scosso la testa, come di fronte alla domanda sciocca di un bambino spaventato. 
    «No, niente di tutto questo». Emidio aveva tirato un sospiro di sollievo, pentendosi di aver mostrato tanta apprensione. Si era sentito un povero gonzo, e il desiderio di essere lontano da lì gli era bruciato in petto. Sì, in qualsiasi altro luogo, ma non lì. Persino nel negozio di elettrodomestici e complementi d’arredo in cui aveva lavorato per dieci anni. In fondo era un posto sicuro. In quel momento lo percepiva così. Sempre meglio della tomba delle mie ambizioni, com’era solito apostrofarlo quando vi era ancora prigioniero.  «Non ho un’idea precisa, sai. Devo ancora iniziare le audizioni». «Audizioni?» «Sì, insomma, i colloqui. Voglio avere intorno le persone giuste. Mi capisci?» Emidio aveva annuito, silente e privo della benché minima cognizione di ciò che quello sballato avesse in mente. Come aveva potuto pensare che un tipo inconcludente, schiavo del ´boh´, e geneticamente incapace di fare del male a una mosca potesse vestire la tunica rituale di un sacerdote satanico sanguinario e carismatico? Un vago sollievo aveva spazzato via l’untuosa sensazione di stupidità che gli si era spalmata addosso e, pur non comprendendo il fine ultimo di quel viaggio, né dove lo avrebbe condotto (con ogni probabilità da nessuna parte, si era detto, colmo di noia e rammarico), si era apprestato a entrare.  Il primo impatto non era stato dei migliori. Gli pareva impossibile che un uomo tanto benestante avesse potuto vivere lì dentro. Aveva lasciato al proprio nipote quasi mezzo milione di euro. Cos’era suo nonno, un ricco eremita? Come aveva accumulato quella piccola fortuna? Se non fosse stato per lui, Giampaolo avrebbe avuto un problema più grosso di quello di non disporre di quattro mura da denominare Le Rovine di Nuova Roma.   
    Uno spiantato parecchio confuso sul da farsi, privo di aspirazioni quanto della determinazione necessaria a imboccare una strada di qualsivoglia genere, e in più incline alla dipendenza (da qualsiasi cosa: alcol, droga, sesso, e pure da sogni tardoadolescenziali e pseudo-fricchettoni di emancipazione dalla società, a quanto pareva). Figlio di genitori separati che avevano dissipato i loro averi con i rispettivi nuovi coniugi, Giampaolo pareva il risultato più ovvio di un’equazione piuttosto elementare. A Emidio spiaceva ammetterlo, ma lo riteneva un luogo comune vivente. Durante la sua breve esistenza aveva fatto tutto ciò che ci si poteva aspettare da un ragazzo privo di una struttura familiare di stampo tradizionale, come se a sceneggiare la sua vita fosse stato chiamato il responsabile di qualche filmaccio dalla morale facile, di quelli che dopo cinque minuti sai già come andranno a finire. Il protagonista, sensibile e tormentato dalla propria incapacità di rapportarsi con una realtà greve e priva di una ´visione umanistica´ che possa far sperare in un domani migliore, compirà una stoica Via Crucis inginocchiandosi a ogni tappa, scendendo, di un gradino alla volta, una scala che lo porterà di fronte alla porta dell’inferno (a cui si guarderà bene dal bussare), per poi risalire lentamente rinnegando senza troppe remore gli anni ribelli. Al cinema, una storiella simile avrebbe incassato parecchio. Sarebbe stata in grado di dare filo da torcere ai cinepanettoni, Emidio ne era certo. Come al solito, la rabbia giovanile avrebbe pagato bene, per poi lasciare spazio alla disillusione, all’età dei compromessi, ai tradimenti a se stessi, alle rughe, alle pesanti borse sotto gli occhi, pessime contraffazioni di quelle dei propri vecchi. Tormentato e ottuso, Giampaolo si era trascinato in giro per il mondo. A Londra, raggomitolato su un materasso lurido, alla catena di pessime droghe sintetiche, aveva vissuto dentro uno squat da incubo. A spasso per Goa, in India, si era perso in una ricerca da romanzo d'appendice, e a Cuba, affogando nel rum sulle tracce del Che (subito smarrite per seguire le natiche marmoree di una morena che sognava l'Italia), aveva persino rischiato di prendere moglie. Poi il ritorno, con la coda tra le gambe. Lavori saltuari e malpagati, un po’ di furti e tante botte. “Forse sono state quelle a farlo rinsavire”, avrebbe potuto dire qualcuno se solo fosse rinsavito. Ancora un impiego senza futuro, e un sogno, gonfio di birra, che torna a galla, frustrato dall'impossibilità economica di perseguirlo. Non lo avrebbe mai ammesso (in fondo da bambino gli voleva bene a quel vecchietto), ma la morte di suo nonno era stata un terno al lotto.  
    «Audizioni!» aveva esclamato Emidio ridendo di gusto, facendo attenzione a non calpestare un gatto mummificato che giaceva sulla soglia di quella che una volta doveva essere stata la cucina. «Cos’è, vuoi fare una specie di reality su come sopravvivere senza lavorare?». Una battuta alla quale Giampaolo non aveva replicato. Sembrava stesse prendendo seriamente in considerazione l’eventualità di produrre uno show chiamato La Comunità da vendere a qualche emittente digitale che permettesse a tutti, previo pagamento di un canone adeguato, di godere della visione delle gesta quotidiane di un gruppo di scoppiati dediti alla contemplazione della natura selvaggia, alla meditazione guidata, e a una sana ubriachezza molesta. 
    «Mi sono espresso male. Sempre lì a pesare le parole, tu. Un giorno o l’altro diventerai davvero uno scrittore, vedrai!» lo aveva detto senza intento denigratorio, come un buon augurio. Emidio lo aveva recepito in questa maniera. Si era lasciato andare al piacere di sentirsi amato e, in cuor suo, in quel momento, pur non proferendo parola, aveva sperato che l’amico ottenesse quel che voleva. Qualunque cosa fosse. «Come intendi reclutare i tuoi… coinquilini? Si può dire così?» «Non lo so, di come ti pare», aveva fatto spallucce. «Ho qualche contatto. Innanzitutto una ragazza che ho conosciuto su Facebook». «Tutto qui?» «Da qualche parte bisogna pure cominciare». Il pavimento era coperto da uno spesso strato di terriccio. In alto, tra le travi in legno che reggevano il soffitto, nidi di rondine e ragnatele. L’aria era fredda e umida, sapeva di marcio. Se non fosse stato certo che il nonno di Giampaolo era morto in ospedale, a seguito di una lunga malattia, avrebbe temuto di veder spuntare una gamba o un braccio putrefatto da qualche anfratto buio. C’era poca luce. Filtrava attraverso una finestra dai vetri rotti che si affacciava sul lago poco distante. «Su Facebook? Non sapevo che persone interessate a cose di questo genere frequentassero i social network». «Con quello che non sai ci si potrebbe riempire un’enciclopedia». Stavolta la voce del suo amico era suonata aspra di sarcasmo, simile a quella di un vecchio saggio. «Ci sarà da lavorare parecchio» aveva detto Emidio tentando di riprendersi, di cambiare discorso e al tempo stesso di mostrarsi partecipe. A ben vedere, non si trovavano nella cucina. Definirla tale era inesatto. La casa consisteva in un’unica ampia sala, una sorta di tetro loft. Un ipotetico hipster ne sarebbe andato matto, avrebbe fatto pazzie pur di accaparrarsela. Sarebbe arrivato a vendere al chilo la propria barba chilometrica a qualche collega glabro, pur di racimolare la folle somma di denaro che lo divideva dalle muffe che prosperavano indisturbate su ogni superficie, dalle porte cigolanti come in un brutto film dell’orrore, e da quell’indescrivibile sensazione di catastrofe imminente. Lì dentro si sarebbero potuti tenere party degni di restare negli annali! «Sì», aveva ammesso un po’ preoccupato, «è ridotta male». Muoveva piano le labbra. Un mormorio appena percettibile. Stava facendo il conto di quanto sarebbe occorso per rendere vivibile quel posto? Avrebbe dovuto attingere a piene mani dal suo tesoretto. Emidio aveva nascosto un sorriso dietro la mano che teneva premuta sulla bocca. Non era certo che l’amico si sarebbe dissanguato. Continuava a ritenerlo un simpatico impostore, un borghese piccolissimo a cui, chissà perché, piaceva vestirsi da autonomo sessantottino. Uno spettacolo avvilente. In più aveva sempre sospettato che fosse un po’ taccagno. Un peccato imperdonabile per un nemico giurato della proprietà privata. «Be’, mettiamoci al lavoro!». Una dichiarazione improvvisa che aveva sorpreso Emidio al punto di costringerlo a riposizionare la mascella al proprio posto con le mani, onde evitare di farla cadere a terra. L’aveva guardato inforcare in tutta fretta la porta d’ingresso che penzolava, malinconica, sui cardini. «Dove vai? Che vuoi fare adesso?»  «La casa l’abbiamo trovata, no? C’è. Esiste. Adesso è ora di riempirla!». Era montato in macchina con un balzo, pieno d’entusiasmo. «Non vieni?» aveva domandato, vedendolo impalato sull’uscio. «Dove?» «A Caprarola. Ho un appuntamento con la ragazza che ho conosciuto su Facebook, non te l’avevo detto?» «No». «Vabbè, che differenza fa? Hai di meglio da fare? Vuoi dare una spolverata ai soprammobili?» Emidio si era voltato. La stanza disadorna, più bisognosa di un miracolo divino che di un’impresa di pulizie. «Arrivo».


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