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  • Questo è tutto, gente! (Capitolo I)


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    Passata l’euforia seguita alla sbornia dei reading in ogni luogo, delle ospitate in trasmissioni di qualsiasi natura (dai talk show per famiglie, a programmi di approfondimento sportivo, dove esibiva una padronanza del lessico calcistico a dir poco imbarazzante) e delle gratificazioni accademiche (aveva tenuto un paio di lezioni all’università. Lui, ritenuto, e non a torto, un emerito somaro dalla stragrande maggioranza dei suoi ex insegnanti), ne erano rimasti solo i postumi più nefasti. Uno sgradevolissimo senso di sfasamento spazio temporale, la quasi certezza di non valere poi molto, e una paura fottuta di riprovarci. Si sentiva gli occhi del mondo puntati addosso, malgrado al mondo non interessasse nulla di lui e delle sue storielle. Riprendere la penna in mano non sarebbe stata un’impresa facile. Di certo, c’era chi si aspettava grandi cose da lui. Il suo editore, ad esempio. Colpito più dall’incredibile capacità di piacere a un pubblico tanto eterogeneo quanto numericamente vasto, che dalla sua prosa grezza e claudicante, gli aveva sottoposto un contratto che lo obbligava a pubblicare tre romanzi nell’arco del successivo biennio. Un’idea insana, quella di firmare senza soffermarsi a leggere le clausole scritte in piccolo.  Sei mesi erano passati senza che una sola goccia d’inchiostro avesse macchiato la risma di carta che teneva sulla scrivania. «Forse dovrei uscire un po’», si era detto, «per ampliare la mia visione delle cose. Magari potrebbe essermi d’aiuto».  Cercava l’ispirazione ovunque fosse improbabile trovarla. Aveva un vero talento a riguardo. Non importava quali e quante indicazioni gli suggerissero di voltare a destra, all’ultimo momento una vocina nella testa lo convinceva a girare dalla parte opposta.   
    Giampaolo viveva poco fuori città, in un vecchio appartamento dai soffitti altissimi e i muri prossimi a un cedimento strutturale: un lascito dei suoi zii. Non perché fossero morti, semplicemente, alcuni anni prima, approfittando di una cospicua vincita al lotto, si erano trasferiti in una graziosa villetta in quel di Castel Gandolfo. Avevano quindi deciso di concedergli il vecchio bilocale per un affitto simbolico, che, nelle loro intenzioni, più che fungere da reddito alternativo (non avevano alcun bisogno di ulteriori entrate), avrebbe dovuto evitare di far sentire il nipote una persona capace di stare al mondo solamente sfruttando situazioni casuali e favorevoli, sì, insomma, un parassita. Nulla di più lontano dalla realtà. A Giampaolo, vivere sulle spalle degli altri non aveva mai causato problemi d’insonnia. Anzi, quando aveva bisogno di qualcosa, prima ancora di bagnarsi la fronte di sudore per ottenerla, non esitava a questuare come il più penoso dei mendicanti.  Si vedevano con cadenza regolare, circa una volta al mese, dai tempi della scuola. Dopo averne apprezzato per anni le stupefacenti capacità relazionali (che comprendevano, tra le altre cose, una disarmante maestria nel procurarsi ottime droghe a un prezzo concorrenziale), ora Emidio lo considerava poco più di una ′materia di studio′. Se fosse riuscito, in qualche modo che ancora non sapeva, a trasporre la sua essenza sulla carta, forse avrebbe potuto mettere in cantiere un nuovo romanzo.  Quel giorno ricorreva il consueto appuntamento con ´l’abbuffata alcolica´, come la chiamavano loro. Altro non era che una cena frugale accompagnata da beveraggi abbondanti ed etilici quanto bastava per renderli, a fine serata, privi di difese, allegri o melanconici, a seconda degli argomenti di cui avevano chiacchierato tra un bicchiere di vino e l’altro.  Il luogo dell’incontro era, alternativamente, la casa dell’uno o quella dell’altro. Per disgrazia di Emidio, era il turno dell’amico. Riceverlo nella propria villa in collina gli causava un certo disagio, ma riteneva molto più faticoso recarsi in quella stamberga da finto bohémien. Gli ricordava il tugurio in cui viveva prima che la fortuna cominciasse a mulinargli la lingua in bocca.  Abituato a passare da un impiego saltuario a uno che definire occasionale sarebbe eufemistico, nonché costantemente al verde, Giampaolo si era guardato bene dal rinnovare l’arredamento, o anche solo dal ridipingere le pareti.  In camera da letto, per ovviare alle numerose macchie di sporco e di umidità che chiazzavano i muri, aveva optato per una bizzarra pittura ´a spruzzo´. Svuotato un flacone di detergente per i vetri dal suo contenuto, e riempitolo con della vernice blu, aveva preso a sparare grossi nei tondeggianti sulle pareti. Ripetuta la medesima operazione con il colore verde, aveva contemplato con soddisfazione l’orrenda tempesta di pois di cui si era reso responsabile. L’armadio in finta radica, con inserti nero lucido, avrebbe turbato le notti di chiunque. Come abbiamo già appurato, però, nulla riusciva a derubarlo delle sue otto ore di oblio notturno. La cucina consisteva in una macchina del gas sporca e arrugginita che, a chi aveva la sfortuna di posarvi gli occhi addosso, dava l’impressione di essere sul punto di esplodere. Il lavello in ceramica, incassato in una muratura piastrellata da maioliche azzurre, era tanto grande da poter far da vasca da bagno a un bambino di cinque anni. Dei pensili in formica, usciti di prepotenza da un incubo anni settanta, è meglio tacere.  In bagno, il maiolicato mutava in un vezzoso colore rosa. Inguardabile. Nella sala da pranzo/soggiorno/studio/qualsiasi cosa, in cui l’aveva fatto accomodare, s’incontravano, senza troppo riguardo per il buon gusto, mobili in (finto) ciliegio, (finto) faggio, (finto) noce, ora in arte povera (diciamo pure ´arte miserabile´), ora sfacciatamente moderni, e un divano la cui imbottitura, oltre a fuoriuscire da ogni cucitura, era tanto comoda da sembrare composta da chiodi e pezzi di vetro. Insomma, un crogiolo sgraziato di stili e colori da far accapponare la pelle a un arredatore cieco. A Emidio, che nella sua vita pre successo letterario aveva soggiornato in una casa capace di ospitare, oltre al medesimo mobilio di pregio, un campo di addestramento per eserciti di ragni di qualsiasi specie e dimensione, non importava granché di dove avrebbe mangiato. Voleva solo distrarsi, fare due chiacchiere con una persona che lo conosceva da sempre, a cui non interessava sapere quanti soldi avesse accumulato e quali fossero i suoi progetti per immagazzinarne degli altri.  
    Quando i loro discorsi avevano preso quella piega, sul tavolo giacevano, vuote e coricate su un fianco, un paio di bottiglie di Primitivo di Manduria.  «Ci vorrebbe un atto legislativo che mi permetta di cacciarli. Almeno una volta l’anno», aveva detto Giampaolo, riferendosi ai suoi ex datori di lavoro. Si era appena licenziato dall’ennesima occupazione ′a perdere′. «Cacciarli?» «Sì, come fossero cervi, o cinghiali, che ne so». Emidio aveva sorriso. In effetti sarebbe stata una proposta di legge piuttosto interessante. Fosse stato a capo del governo, avrebbe fatto di tutto per farla approvare. 
    «Ero stanco di avere a che fare con gente che non valeva il proprio peso in merda». «Cioè? Cosa vuoi dire?» «Ognuno di noi ha un prezzo. Letteralmente. Quello delle persone con cui lavoravo, se tu, per qualche motivo, avessi voluto comprarle, era inferiore al valore del loro corrispettivo in merda». Emidio l’aveva guardato, perplesso. Si era grattato la nuca. «Non credo che la merda sia quotata in borsa, né che si compri, quindi tecnicamente non ha un prezzo». «Be’, se la vendessero in barattoli sarebbe comunque più costosa di una conserva dei miei ex colleghi. Puoi giurarci!» «Ok». «Non mi credi? Mi stai trattando con sufficienza», aveva detto Giampaolo tirando su col naso. Lo faceva di continuo. Emidio non riusciva a capire se quel torturarsi le narici con l’indice e il pollice potesse dipendere da un’allergia o da quella dipendenza dalla cocaina con cui combatteva di tanto in tanto. Difficile dirlo, anche se lo sguardo spiritato con cui lo stava squadrando lo faceva propendere per la seconda ipotesi. «Chi, io?» aveva domandato, evitando accuratamente lo scontro frontale con le biglie impazzite che l’amico aveva al posto degli occhi. Non voleva litigare, ma neppure di starlo a sentire. «Perché continuo a flagellarmi in questo modo, a subire il fascino di certi loschi individui?», aveva pensato. Scavare nel torbido era un’attività strettamente necessaria al processo creativo che lo avrebbe portato a partorire un altro best seller, qualcosa di nuovo, che di sicuro non sarebbe piaciuto a nessuna autorità ecclesiastica. Era certo di non poterne farne a meno, anche se cominciava ad averne abbastanza. «No, davvero, cos’è successo dopo? Sì, insomma, adesso di cosa ti occupi?» l’aveva incalzato nella speranza di calmarlo. «Sto formando una comunità». «Una comunità?» «Sì, una comunità autogestita per tornare a vivere indipendenti. No money, fratello. Capisci?» «Certo», aveva detto Emidio strabuzzando gli occhi e annuendo con convinzione, anche se non aveva idea di cosa cazzo stesse parlando. «Ebbè!» aveva esclamato, rollandosi una canna. Sembrava soddisfatto, come uno scienziato che ha appena dimostrato un teorema costatogli decenni di studio cieco e disperatissimo. Sorrideva. «Ebbè!» aveva ripetuto. Emidio si era guardato attorno, imbarazzato, cercando una battuta che potesse accompagnare un congedo tanto prematuro, quanto, ormai, inevitabilmente necessario.  «Va bene, io andrei. Sai, domani…» «Devi alzarti presto, vero?» l’aveva interrotto Giampaolo, ridendo con una vaga aria canzonatoria. «Vendi ancora scaldabagni e frigoriferi?». Non sembrava una domanda, quanto una specie di accusa. Peccato che fosse del tutto infondata. «Scaldabagni e mobili da giardino» gli era risuonato nella testa. Aveva sorriso. Era completamente fuori dal mondo. Per questo adorava quel simpatico tossicodipendente in via di riabilitazione. Tutti conoscevano il nome di Emidio Pacifici, lui però non aveva idea di chi fosse diventato il suo ex compagno di scuola. «So che non puoi farne a meno, di lavorare intendo, ma almeno cercatene un altro». Emidio l’aveva guardato. «Di lavoro, intendo». «Sì, sì, ho capito». «Be’, cosa aspetti?» 
    Aveva riso di gusto. «Sono le lettere di presentazione che mi fregano. Non le so scrivere!» «Ma dai. Non eri una specie di scrittore?» Già, una specie molto fortunata, aveva pensato, mentre qualcosa di simile a un pungente senso di colpa gli arrossava il viso. Il netto sentore di aver raccolto dalla vita molto più di quanto era stato capace di seminare, l’impressione di averlo rubato a qualcun altro. Non era la prima volta che una sensazione del genere gli faceva girare la testa. Di solito le vertigini non duravano più di un paio di secondi, ma ora gli sembrava di stare precipitando dalla cima di un grattacielo alto un chilometro. «Sì», aveva detto, con un sorriso malconcio sulle labbra, «qualcosa del genere». «Non è difficile, sai? Guarda qua». Giampaolo aveva girato lo schermo del portatile, con cui stava giocherellando, verso di lui. «Cosa dovrei guardare?». Emidio faceva sempre più fatica a comprendere gli spericolati scarti mentali dell’amico. Si stava innervosendo. Aveva caldo e sete. L’odore acre della marijuana. Voglia di essere altrove. «Dopo essermi licenziato, e per circa un paio di mesi, fino alla settimana scorsa, insomma, non ho fatto altro che spedire curriculum». Una nuvola di fumo blu si era frapposta tra i due. «Se vuoi prendere spunto», gli aveva detto indicando una pagina di word. «Di che si tratta?» «La mia lettera di presentazione». «Perché hai smesso di spedire curriculum?» «Nessuno si è mai degnato di rispondermi!» aveva esclamato. «Riesci a crederci?» Emidio si era avvicinato allo schermo. Aveva socchiuso gli occhi.  
    Salve, mi chiamo Giampaolo Laidiè. Non ho mai scritto una lettera di presentazione. Se non mi fosse stato espressamente richiesto, lo avrei evitato volentieri. Cosa posso dirvi? Non ho conseguito master in scienze della nullafacenza, né ho perso tempo in noiosi corsi di specializzazione post laurea. Forse perché non ho una laurea. Sì, a scuola me la cavavo, ma l’università, mio Dio, troppo impegnativa per i miei gusti! Voglio dire, all’epoca non avevo neppure vent’anni! A quell’età un ragazzo ha ben altro a cui pensare, non siete d’accordo? Sì, insomma, non sono un granché adatto a svolgere lavori che richiedano chissà quali competenze tecniche, ma fortunatamente quello che offrite non mi sembra necessiti di un quoziente intellettivo troppo elevato, né di chissà quale cultura.  In questi anni mi sono occupato principalmente di vendita al dettaglio: scarpe, abbigliamento, integratori energetici (di cui poi hanno vietato la produzione, ma questa è un’altra storia) di enciclopedie, e chi più ne ha più ne metta. Dando un’occhiata al curriculum che vi ho allegato, ve ne sarete resi conto. Ma allora che senso ha ciò che vi sto scrivendo? Forse volete sapere qualcosa di meno deducibile dallo storico del mio percorso professionale, magari quali sono i miei sogni (si tratta di cose un po’ troppo personali perché possa parlarne a degli sconosciuti), le mie aspirazioni (come sopra, direi. Non prendetevela, ma nessuno vi ha mai fatto notare che fare domande così intime a persone con cui non si è in grande confidenza è da maleducati?), o anche solo per quale motivo ho cambiato lavoro così spesso negli ultimi anni. È presto detto. Ho alcune difficoltà a leccare il culo ai miei superiori e non sopporto (è bene che questo vi sia chiaro) che si controlli il modo in cui lavoro. Per dirla in maniera più esplicativa: se eviterete di starmi con il fiato sul collo, nemmeno fossi quel moccioso piagnucolante di vostro figlio, andremo d’accordo e nessuno si farà male. Scherzi a parte, ho quasi quarant’anni e se mi tratterete come un bambino potrei innervosirmi parecchio. Sarebbe spiacevole. Per me. Per voi, soprattutto. Be’, davvero non so cos’altro aggiungere. Nel caso abbiate domande o perplessità non esitate a contattarmi. Chiarirò ogni vostro dubbio con la massima solerzia.  Solo adesso, però, proprio nell’atto di salutarvi, mi viene in mente che forse volete sapere (da me? Non vi sembra una cosa assurda?) per quale motivo assumermi. Facile, se non lo faceste commettereste l’errore più grande della vostra vita! Ignorarmi sarebbe un atto degno di un demente. Senza, offesa, per carità. Detto questo, mi auguro di far presto parte della vostra squadra! Ciao a tutti!”  
    Terminata la lettura, Emidio aveva guardato l’amico con la stessa intensa drammaticità che avrebbe adoperato per scrutare un alieno appena sbarcato sulla Terra. «Facile, no?» aveva detto Giampaolo. «Cosa?» «Scrivere una lettera di presentazione». «Sì, peccato che di solito la funzione di una lettera di presentazione sia quella di farti assumere, o comunque di farti fare bella figura con i tuoi possibili datori di lavoro». «Non ti seguo». «Nemmeno io». «Che vuoi dire? È perfetta, non trovi?» «Assolutamente». «Già! In effetti non capisco come abbiano fatto a non contattarmi. È anche per questo che alla fine ho mollato. Se un datore di lavoro X non è in grado di apprezzarmi dopo aver letto una lettera del genere» aveva detto indicando, sconcertato, lo schermo. «Be’ sì, è perfetta. Davvero. Ti dispiace se la copio?» «Mi stai prendendo in giro?» aveva chiesto l’amico, con un’espressione estremamente seria in volto. «Certo!» Silenzio.  «Cosa ci trovi di imperfetto?» «Stai scherzando?». Una domanda retorica, la sua. Era fin troppo evidente quanto Giampaolo stesse facendo sul serio. Emidio non riusciva a crederci. «Sei stato arrogante e inopportuno, per non dire altro. Gli hai intimato di non romperti i coglioni e, al tempo stesso, in maniera quasi minacciosa, di assumerti!» «Sono solo stato sincero». «Magari hai pensato di risultare simpatico? Un tipo originale, un passivo-aggressivo particolarmente estroso?» «La sincerità è una cosa importate, soprattutto all’inizio di un rapporto». «Sì, ok, ma che c’entra!» «Avere un lavoro è avere un rapporto. Non è gratificante quanto uno sentimentale o sessuale, ma è pur sempre un rapporto!» «Ci rinuncio», aveva pensato Emidio lasciandosi cadere le braccia lungo i fianchi. La faccia priva di espressione. Era esausto. «Non mi sembra che le tue lettere ˗ perché qualcuna ne hai sicuramente scritta ˗ piene di falsità del tipo “sono l’uomo che state cercando”, “ottima padronanza dei processi di vendita e un’adeguata capacità di gestire considerevoli carichi di stress”, o ancora “ho una spiccata predisposizione al lavoro di squadra finalizzato al raggiungimento degli obiettivi aziendali” abbiano sortito risultati migliori». Difficile dargli torto. «Scaldabagni e mobili da giardino», si era ripetuto nella testa, quasi con rabbia, provando il desiderio bruciante di mettere a parte il suo amico dell’assurda realtà che, malgrado ogni aspettativa, lo vedeva protagonista: «Sono il cazzutissimo autore di un libro che la settimana scorsa è entrato nella classifica dei dieci testi non religiosi più venduti di tutti i tempi! Idiota!» Stava per urlarglielo in faccia. Ne aveva una voglia matta.  «Sì, ok, lascia perdere. Hai ragione!» aveva esclamato, invece, vinto dalla logica contorta del folle che aveva di fronte. «Non devi darmi ragione per darmi ragione. Devi darmi ragione perché HO ragione, e lo sai». Gli stava scoppiando la testa, e glielo aveva detto: «Mi sta scoppiando la testa». Giampaolo gli aveva porto la canna. «Scaldabagni e mobili da giardino», aveva pensato di nuovo, stavolta con un certo sollievo, facendo segno di no con la testa. Aveva guardato l’orologio. Segnava le 23:45. Il giorno dopo non sarebbe dovuto andare al lavoro. Ma c’era da scrivere un altro capolavoro, dimostrare di essere qualcosa di più di un fortunatissimo imbrattacarte. «Andiamo fuori», aveva proposto Giampaolo alzandosi a fatica dal divano. «Un po’ di aria fresca ti farà bene».  Dal terrazzo si sarebbe potuto godere di una vista notevole, se non avessero deciso di erigere una specie di grottesco totem, a chissà quale multinazionale, proprio lì di fronte. Un’infinita distesa di finestre a specchio che non riflettevano un bel niente. Alcune erano illuminate da una luce un po’ pallida e parecchio sinistra. In quelle stanze disadorne, dai muri bianchi tappezzati da oscuri grafici, Emidio immaginava muoversi dolenti lavoratori notturni mal pagati: impiegati con contratti part time ululanti alla luna piena; stagisti emaciati come i protagonisti di un film per ragazzine con un debole per eunuchi fotofobici dai canini sporgenti; o uomini comuni dalla pelle gialla d’itterizia, in perenne lotta contro un destino avverso. Emidio si era stretto nelle spalle, felice che ci fossero diversi metri di aria fresca a separarlo da quell’incubo impiegatizio. Aveva respirato profondamente. Prima o poi l’avrebbe scritto, quel maledetto romanzo. Anche se avesse fallito l’impresa, non sarebbe mai finito lì dentro. Una certezza che, fissando le finestre malamente illuminate di fronte a lui, gli aveva infuso una speranza profonda, qualcosa che si sarebbe potuta scambiare per fede.  «Va meglio?» aveva chiesto Giampaolo. Emidio si era appoggiato al parapetto e aveva lasciato che un sorriso da missionario gli aprisse il viso. Si era sporto nel vuoto. Un sospiro. «Sì, grazie. Sto bene». «Vuoi?». Era tornato a porgergli il mozzicone ardente. Un paio di centimetri di gioia fatta d’erba, stretta tra le dita con l’esperta delicatezza con cui un chirurgo avrebbe maneggiato un bisturi. «E basta, cazzo!» aveva esclamato Emidio facendogliela saltare di mano con uno schiaffo. Giampaolo aveva sbarrato gli occhi, inorridito, nemmeno fosse stata sua madre quella che fluttuava nel vuoto, diretta senza indugio verso l’asfalto. «Sei un coglione!» «Anche tu non scherzi», aveva replicato con un sorriso che, già sapeva, non sarebbe riuscito a contagiare l’amico orfano della sua compagna Marjù. 
    «Hai bisogno di riallineare i tuoi chakra. Perché stasera non dormi qui?» «Mmm… che proposta indecente. Sono contento che ti sia finalmente deciso a fare outing, ma mi vedo costretto a declinare l’offerta. Niente di personale». «Idiota. Se resti qui, domattina puoi accompagnarmi a fare un sopralluogo». «Per cosa?» «Devo verificare le condizioni dello stabile in cui nascerà Le Rovine di Nuova Roma». «E che roba sarebbe?» «La comunità autogestita di cui ti ho parlato poco fa». «Hai davvero… cioè, vuoi…» Emidio non credeva che l’amico facesse sul serio. «Non ho idea se sia agibile o meno. È una vecchia cascina che ho ereditato da mio nonno. Non è molto lontana. Sta in provincia di Viterbo, ma non ho voglia di andarci da solo». Emidio se l’era immaginato nei panni di un’improbabile Charles Manson di provincia. Un guru assai poco carismatico, a suo avviso. «Cos’hai in mente?» avrebbe voluto chiedergli per raccogliere elementi utili a dare corpo a quella fantasia e plasmarla in forma di racconto, eppure aveva preferito tacere. Già, avrebbe potuto essere un buon punto di partenza. Per cosa, però, non ne aveva idea. «Meglio che starsene a languire di fronte allo schermo bianco del portatile», si era detto, timoroso al tempo stesso di andarsi a cacciare in un pasticcio dagli esiti catastrofici. «Ok». Una risposta affermativa, benché, a giudicare dal tono con cui era stata pronunciata, poco entusiasta.  «Fantastico!» aveva esclamato Giampaolo, rollando un’altra canna. 


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