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  • Oggi, 6 giugno 1936


    Vincenzo Ferrara

    Quello qui presente è racconto inviatomi dal mio amico e, in senso spirituale, collega Kyle Sabia, uno studente americano conosciuto mesi fa nel mio semestre passato a Valencia. Era tornato in Spagna come turista dopo averci vissuto nel 2015. Disse che la città gli mancava da morire, e quando mi parlò della sua esperienza sentii una fortissima nostalgia per quel luogo che non avevo ancora lasciato.

    Su sua richiesta ho tradotto il suo testo in italiano, nella speranza di mantenere vivide le immagini e il ritmo dello scritto originale. Io ho fatto il possibile, ma sono sempre più convinto che le traduzioni siano una letteratura a sé stante. Sean, tra le varie cose, mi ha pregato di specificare che si tratta di una storia vera, ma non lo ritengo un dettaglio molto importante.

     

    I

    Ciò che ho scoperto leggendo le memorie di Antonio Gaetano Sabia, mio antenato italiano cresciuto in Basilicata negli anni venti e trenta del novecento, dà alla vastissima e diversificata storia dell’ossessione un contributo tanto piccolo quanto impressionante.

    Nel dicembre del 2015 tornai nella mia città in Oregon per una settimana: erano gli ultimi mesi del mio semestre all’estero, all’università di Valencia. Fui l’unico extraeuropeo nel mio corso di letteratura a tornare a casa per Natale quell’anno; tutti gli altri preferirono restare in Spagna e risparmiare così qualche dollaro. Ciò che mi spinse a tornare a casa fu una breve videochiamata con mio padre che, come me, si trovava in Europa. Stava partecipando ad un congresso a Matera come rappresentante dell’università di Portland. Nei suoi giorni liberi, poco prima di partire per Roma, approfittò della vicinanza per visitare la terra natale di suo nonno, Antonio Gaetano Sabia, morto in circostanze misteriose a pochi giorni dal suo sbarco a New York, nel 1937. Lasciò Matera per esplorare Potenza e i piccoli borghi dove era cresciuto, ossia Senise, Carbone e Trivigno. Fu un viaggio a vuoto, mi disse, poiché vedere quei luoghi con i suoi occhi non rievocò nulla in lui. Il passato restò nel passato.

    Ciò che sapevo di questo antenato l’ho scoperto ascoltando. Era nei ricordi della mia infanzia, nelle cene del Ringraziamento e di Natale, fantasma incatenato alle numerose e ripetute storie narrate dai miei familiari, e ognuna di queste storie finiva sempre per parlare sulla sua (ai tempi) rara ossessione per la scrittura, considerata da sua moglie e dai suoi parenti come un vizio (eufemismo per cancro). Metteva tutto su carta: i suoi pensieri, il suo lavoro, la sua vita domestica e talvolta anche piccole prose di finzione, poi ogni domenica – ogni singola domenica, specificavano – si recava in campagna per dar fuoco alle pagine. Seguì il rituale, indefesso, fino al 6 giugno 1936. Quel giorno, camminando lungo le vie di Potenza per recarsi alla piccola biblioteca dove aveva appena iniziato a lavorare, si fermò davanti ad un muro di mattoni rossi dove la gente era solita affiggere annunci mortuari. Ve n’erano tanti di solito, ma quel giorno gli occhi dei passanti avrebbero dovuto inumidirsi per un solo morto:
     

    Ieri, 5 giugno 1936, è venuta a mancare all’affetto
    dei suoi cari Maria Elena Pace, di anni 73

     

    Proseguì verso il lavoro senza far caso alla pericolosa distorsione operata da quelle parole. In biblioteca, riorganizzando lo scaffale M-Z della letteratura latina, ripensò a quel cartello e rise. Cosa ci fosse di così divertente in quell’annuncio era abbastanza chiaro: “Ieri, 5 giugno 1936”. Quel giorno, il suo oggi, era il 6 giugno. Poi sarebbe arrivato il 7, l’8, il 9 e il 10, così fino all’apocalisse. Ma su quella parete sarebbe sempre stato il 6 giugno 1936, congelato nell’eternità. Raccontò la vicenda alla moglie e risero insieme di gusto, poi si recò nel suo studio per scriverne sul suo diario:


       Domani, secondo l’annuncio mortuario di via Pretoria, sarà ancora ieri.*


    Il giorno seguente, domenica, andò in campagna trasportando un sacco di iuta zeppo di fogli di carta e quaderni. Rovesciò il contenuto su una sterpaglia di erbacce e circondò i fogli con dei sassi. Ma quando fu sul punto di dar fuoco ai manoscritti si rese conto che quel giorno non era solo domenica ma anche sabato. Lui non avrebbe mai potuto bruciare il suo manoscritto di sabato, assolutamente no, e in quel momento, pur essendo domenica, c’era una strada a Potenza dove era ancora sabato. Massacrato dall’indecisione, decise di rinunciare al falò. Per sempre. Fu grazie a questa scelta che mio padre riuscì a trovare alcuni scritti di Antonio Morini nella biblioteca comunale di Potenza per poi fotocopiarli e portarli con sé in Oregon, dove me li avrebbe fatti leggere nel Natale del 2015.

     

    II

    Ciò che all’inizio provocò solo riso divenne presto un’ossessione. Il primo accenno di nevrosi lo si legge in uno dei suoi appunti:

     

       I registri sono tutti sbagliati.*

     

    Il resto della pagina è un susseguirsi di riflessioni, un pasticcio illeggibile dal quale io e mio padre abbiamo dedotto che, ad un certo punto, Antonio doveva aver iniziato a correggere i registri della biblioteca. Tutte le date successive al 6 giugno vennero modificate: Oggi, 6 giugno. Il suo lavoro di bilanciamento cosmico ebbe vita breve poiché il suo capo venne a sapere del fatto dopo meno di una settimana. Fu licenziato in tronco, il suo nome segnato in una lista speciale della sede cittadina del partito fascista. Il podestà lo avrebbe tenuto d’occhio data l’aria tesissima di quel 1936.

    In una terra come la Lucania, in un’epoca come gli anni trenta, la disoccupazione era la peggiore delle catastrofi immaginabili. Il terrore di una povertà imminente e la spada di Damocle del confino portarono la signora Morini alle soglie della disperazione. Raccontano i miei parenti che in quei giorni era solita recarsi nei più remoti dei santuari per pregare chissà quale delle tante, santissime Madonne. Il bisnonno, invece, sembrava turbato solo dall’annuncio mortuario.
    Un triste giorno decise che l’unico modo per metter fine alla sua ossessione era lottare contro la realtà stessa, per noi il 6 giugno 1936. Si destò in seguito ad un incubo:

     

       Vedevo demoni dagli artigli affilati che tagliavano il cielo e i pezzi di cielo cascavano sopra di me. Caduto il cielo, non c’era più nulla. Solo il numero 6.*

     

    Si vestì in fretta e corse verso via Pretoria. Con una torcia artigianale diede fuoco all’affissione. Ieri, 5 giugno 1936. Oggi, le fiamme di un nuovo giorno. Ieri, nulla.

     

    III

    Le ultime pagine del suo diario raccontano i motivi della sua fuga dall’Italia e del conseguente sbarco a New York. La mia conoscenza elementare della lingua italiana non mi ha precluso dal notare una certa bellezza nella forma e nella tensione narrativa del suo scrivere. Racconta, con parole precise e struggenti, della sua decisione finale. Era già nella lista nera e in città giravano strane voci su di lui, voci che erano sicuramente giunte al podestà, al partito. Nulla lo legava più a quella terra.

     

       Che razza di luogo è questo paese, un paese che non cura il marcio ma lo nasconde? Ciò che si scrive non è mai ciò che si vive, sui muri come nelle strade di ogni giorno. Ho gravi timori per questo nuovo mondo dove andremo, e il più grande è che in fondo non abbia nulla di nuovo.*

     

    I motivi che portarono alla sua morte a pochi giorni dallo sbarco a New York restano ancora incerti e i racconti si intrecciano e contraddicono tra di loro. Uno di questi, ufficialmente slegato dalla vicenda di Antonio Gaetano Sabia, racconta quasi perfettamente il finale di questa strana storia.

    Nei primi giorni del 1937 un certo John Doe – un signor nessuno, un Antonio Sabia – raggiunse fama nazionale nei passaparola quando iniziò a strappare ogni singola data da ogni giornale che gli capitava tra le mani nella terza avenue. Fu lo stesso John Doe ad entrare nella vecchia sede del New York Times, raggiungere l’ufficio del direttore, minacciarlo di morte e poi morire per un malfunzionamento dell’arma che gli stava puntando contro.

    Probabilmente non sapremo mai se John Doe e Antonio Gaetano Sabia siano stati la stessa persona, ma se ciò si rivelasse vero, anche solo in minima parte, si tratterebbe di una delle più emblematiche testimonianze della fragilità della mente umana di fronte alla violenza delle ossessioni che la infestano.

    ***

    Rimasi estremamente affascinato dal racconto del mio amico, eppure subito dopo averlo letto mi accorsi che mancava qualcosa. Se lo avessi scritto io, avrei sicuramente fatto riferimento alle lunghe conversazioni dove Kyle mi raccontava dell’uomo Antonio Gaetano Sabia. Di egli, senza alcun dubbio, c’è traccia nello scritto, ma solo come fatto storico, come mera testimonianza. Non essendo io lo scrittore non oserei mai aggiungere questo capitolo più “umano” al già funzionale racconto di Kyle, eppure rimpiango il fatto che non l’abbia fatto lui in prima persona. Gli scriverò al riguardo. Vorrei che parlasse, per esempio, della sua molteplicità. Per sua moglie, Antonio era un uomo dolce e romantico, che scriveva divinamente ma allo stesso tempo non riteneva il nostro mondo degno di quella bellezza, perciò bruciava tutto, sperando forse che il cielo potesse apprezzare. Per suo figlio, era una figura oscura, anaffettiva e incomprensibile, e il suo gesto domenicale era ai limiti dell’autismo. Per i nipoti, per Sean, era un uomo dai mille volti e dal passato enigmatico, ossessionato da un piccolo scherzo della morte. E così via.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    *In italiano nel testo originale


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