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  • Nella valigia un trip, un cd e un albero


    Veronica Martinica G.

     

     

    Tuco

     

    Faccia abbronzata da bracciante, capello ingellato, effetto bagnato, barba impeccabile e parfum d'etè di Kenzo.

    Da quando, a un decennio dalla revoca, per fuga da posto di blocco, ha riottenuto la patente, il Tuco si sbatte un po’ di più: si alza presto la mattina per andare a lavorare al distributore  di benzina, a una ventina di chilometri da casa sua, va al servizio a soffiare, fa gli esami del sangue e quando i controlli sono vicini qualcuno deve accollarsi la responsabilità del suo autocontrollo. “ “Ragazzi, stasera statemi dietro” e poi si presenta già sbronzo. Come quella volta che i 99 suonavano al crash e il Tuco da settimane tampinava Anna detta Nina perché lo accompagnasse a vederli e poi, a pochi giorni dal concerto, aveva iniziato a fare ostruzionismo: Mah, alla fine, non so se vengo, ci penso, domani devo andare in commissione al colloquio col medico e se vengo con voi, lo so già io, come va a finire”.

    “Tuco, non sei obbligato a bere, sta solo a te.”

    “No, mi sa che lancio il fold”.

    Poi, puntuale come la morte, ogni sacrosanta volta arriva la telefonata:

    “Ehi Tux, dimmi”.

    “Oh Vecchia, è tutto nelle tue mani, Nina, sul serio, sei mia sorella, io stasera vengo, ma tu, lo sai già, devi impedirmi di bere più di due birre, anche se ti supplico, mi raccomando”.

    “Ok Tuxival, ciao, tra le altre cose, io sto bene, grazie e comunque va bene, sarò integerrima”

    “Va be, magari anche tre”.

    “Allora, due o tre?”

    “Due, e basta”

    “Vada per due, un sorso dalla mia in caso e il tuo portafogli lo tengo io, in borsa”.

    “Andata”.

    Sotto casa del Tuco, all’ora stabilita,il copione poi si ripete ,quasi sempre uguale e anche la scena è la stessa: Tuco entra in auto rotolando con due Ipa in mano.

    Seguono silenzio e sguardi perplessi.

    “Ero a pranzo dal nonno” Inizia Tuco con eloquio impastato. “Ha aperto due bozze il vecchio bastardo, cosa facevo, non gli facevo compagnia? Son rovinato”.

    Tutti sanno già che le due Ipa portate da casa non giungeranno mai a destinazione ancora chiuse.

    Vaffanculo Tucano.

    Fa caldo. Tanto. È agosto.  La città è deserta. I pochi disgraziati non ancora in fuga fanno tutti quanti parte del sempre più folto gruppo dei precari, disoccupati o visionari free lance.

    Chi è nato nei primi anni Ottanta in una delle più ricche città della zona, lo sa.

    Cosa se ne fa Tuco, col suo tucano tatuato sulla coscia, i suoi occhi verdi e gialli e le cicatrici dei suoi diciotto piercing, di una laurea in Tecniche del settore moda?

    Ateneo di Bologna, sede di Rimini, Facoltà di Lettere e Filosofia, uno di quei corsi di laurea che all’inizio del millennio sbucavano ottimisticamente dal nulla, quei corsi ibridi, atipici, vere e proprie licenze al cazzeggio in cui il Tuco ha, impunemente sguazzato per otto anni. Ufficialmente la durata prevista per il conseguimento della Laurea del Tuco era di tre anni, ma chi è il fuori sede che non si è un po’ perso nel periodo dell’Università? Chi, è lecito domandarsi, appena annusata la libertà, non ne ha, un pochino, approfittato? Chi, si chiede il nostro eroe, non è mai entrato a far parte di crew Hip Hop, chi non si è improvvisato deejay? Chi, perdio, non ha mai coltivato erba e distribuito volantini anarchici per strada?  Se lo chiede il Tuco che cosa ci sia di strano nel farsi arrestare con accusa di violazione di domicilio almeno una volta nella vita. Era stata una svista, una piccola distrazione. Aveva bevuto molto quella sera, è vero, soprattutto tenuto conto della promessa fatta a Marion, aveva bevuto un po’ troppo, probabilmente, aveva bevuto comunque abbastanza da non riconoscere la porta di casa.  Ma lei, la Marion, la aveva presa troppo male. È vero anche che stava per sfondare a calci la porta dell’appartamento dei vicini del piano di sopra, ma quella cazzo di porta non si apriva, non doveva forse insistere nel tentativo, più che legittimo di entrare in casa?

    L’insistenza del Tuco è una di quelle forze a cui in natura è impossibile opporsi.

     Anna se la ricordava bene la volta che il Tuco voleva a tutti i costi che lei gli tagliasse i capelli. Era finita male.

    Il Tuco invece di quell’episodio si ricorda solo la faccia terrorizzata di sua madre che, la mattina dopo il fattaccio nu, lo fissava con orrore scendere le scale per andare a fare colazione.

     “Ma che hai fatto?”

    “Che ho fatto? Perché mi guardi così?”

    La madre lo aveva accompagnato davanti allo specchio del bagno e solo allora il Tucano aveva iniziato a intuire qualcosa: Il cranio costellato di zone glabre, come se, qualcuno strafatto di lsd, gli avesse tagliato i capelli, mentre lui dormiva.

    Non si ricordava nulla di quando, la sera prima, il cervello mandato in merda da una terribile sbronza molesta, aveva praticamente costretto la Nina, ubriaca quanto, lui a Sistemargli il taglio.

    “Non sono capace”

    “Ma va, dai!”

    “Sono ubriaca! Non ho voglia, lasciami stare!”

    Non aveva voluto sentire ragioni.

    Di fronte all’insistenza molesta e sbronza del Tuco nessuno può vincere e dopo diverse ore di trattative, insulti e minacce, presa a sfinimento, Anna aveva acceso la macchinetta da barbiere, dando inizio al massacro.

    Il Tuco raramente sa quello che vuole, ma quando lo vuole, lo vuole subito e non potendo accettare un no come risposta, lui insiste.

     

    È mattina, ma al distributore di benzina il tempo segue un disegno tutto suo, il suo trascorrere lo si misura in gocce, come negli ospedali.

    Mentre per Nina, al lavoro, sono i medicinali delle flebo che goccia a goccia scandiscono i minuti, le ore, i giorni, qui, all’area di servizio, sono le gocce di sudore a contare il tempo.

    Tuco, nel minuscolo e fetido cesso, si sciacqua la faccia, si lava le mani, guarda dentro il buco del lavandino dal quale esce un odore strano. Lo specchio, eroso sugli angoli da un verde ossido rimanda la faccia di Tuco leggermente distorta.

    Tuco allo specchio, con pettine e cera, dà un senso e un verso alla moltitudine di capelli, che l'estate, ogni anno, arricchisce di riflessi di un biondo spettacolare. Si pettina Tuco, scopre la fronte e si liscia la barba sotto la quale nasconde alcune brutte cicatrici regalo dell’acne.

     Tuco è bello, ma nessuno glielo ha mai detto. Non si sente bello infatti. Non la vede la meraviglia di quegli occhi grandi e verdi dalle ciglia lunghissime. Non glielo hanno mai detto che con quegli occhi lì ci poteva fare l’attore da quanto sono espressivi.

    Non si è mai piaciuto, forse perché da ragazzino era cicciotto. Non si piace tanto nemmeno ora che è diventato secco e che potrebbe avere un sacco di femmine.

    Tuco è un romantico. Anche adesso, mentre si pettina i capelli, sta pensando a Luisa, la sua donna. In realtà Luisa sua lo è quando ne ha voglia lei.

    Non è la classica bella figa, ma è la classica tipa che piace a Tuco: minuta, labbra sottili, lentiggini, occhi piccoli, aria da stronzetta indie snob.

    Luisa si lascia amare a intermittenza. Lo vuole per sé, lo vuole diverso ma il problema principale è che lo vuole sobrio.

    Ogni volta che il Tuco, devastato dall’ennesima lite, getta la spugna e si mette ad uscire con un'altra, lei ritorna, fa i capricci, lo rivuole, lo riprende, poi, allontanata la rivale, si stufa e si ricomincia lo psicodramma.

    Anche adesso è in fase repulsiva. Tornerà. Torna sempre.

    Tuco lancia un'ultima occhiata allo specchio, esce dal bagno e la fronte torna ad imperlarsi di sudore.

    Domani-fanculo-parto coi rega.

    Una donna elegante è ferma in auto, davanti alla pompa numero due, aspetta di essere servita.

    “Il pieno, grazie.”

    “Buongiorno a lei”, risponde il Tuco mentre si allontana, rigirandosi in bocca imprecazioni che rotolano, dure, l’una sull’altra, come biglie.

    Domani.

    L’aria calda, mescolandosi agli idrocarburi, si fa liquida, l’asfalto ondeggia.

    Solo che arrivi domani

    Dopo aver servito la donna elegante col Suv, Tuco si spara il primo caffè corretto della giornata, sono le nove.

    La mattina gocciola lenta, tra gas di scarico, birre ed esalazioni benzeniche.

    Solo che arrivi domani, fanculo Lu, al mare ci vado con lo zio, la Nina e la Vi e magari è pure la volta buona che me la scopo, la Vi, che è tutta la vita che me la deve.

    A mezzogiorno Tuco si chiude nel ripostiglio, dietro al negozietto dove vendono Arbre Magiques e caramelle, apre la sua brandina da campeggio che tiene nascosta in auto e si addormenta per tutta la pausa pranzo. Sogna il mare, sogna birre ghiacciate e pisolini al fresco.

    Le ferie non esistono, ma questo finesettimana ci leviamo dal cazzo.

    Dove andiamo? Non importa, basta andare. Devo solo andare da Nello a comprare una ventina di grammi d'erba.

    Devo ricordarmi il frigo.

    Devo ricordarmi tutto.

     

     

     

     

     

    Lo Zio

     

    Nell’officina, lo Zio si occupa della programmazione delle macchine utensili, anche se il suo diploma prevederebbe per lui una diversa mansione, una diversa fatica, un diverso salario. Il posto dello zio dovrebbe essere dietro a una scrivania, di fronte a un monitor, lo Zio avrebbe diritto a un poggiapiedi ergonomico per prevenire i problemi posturali dovuti al lavoro d'ufficio, invece gli sono toccate delle pesanti scarpe antinfortunistiche, che maledice ogni sera, massaggiandosi il ginocchio. Fanno 38 gradi dentro al capannone. I padroni, tra cui Ezio, che con lo Zio si conoscono fin da bambini, non cacciano un soldo per tutelare i dipendenti: Non concedono pause per mangiare durante i turni, contano i minuti che gli operai trascorrono al cesso

    Ezio è il capo di tutto da quando il padre è morto. Ezio è un cocainomane alcolista, la cui inettitudine ha, più volte, fatto tremare le fondamenta dell'azienda miliardaria di cui si è improvvisamente ritrovato al comando. Ezio si masturba ogni mattina, seduto alla scrivania dell’ufficio, senza nemmeno preoccuparsi di chiudere la porta, come se nessuno potesse vederlo, come se, gli strani individui che si ammazzano di lavoro per lui fossero privi di occhi, orecchi e intelletto, oltre che di denaro.

    Ezio è butterato e viscido e da quando ha deciso di darsi una regolata ha iniziato a mettere peso, si è gonfiato, impigrito. Un leopardo grasso e scemo, pensa lo Zio, ogni volta che lo osserva. Un tempo eravamo amici, pensa subito dopo.

    In estate, tra i muri di macchinari in moto, l’aria sembra solidificarsi, la temperatura all’interno delle sale raggiunge livelli immorali e pericolosi e non è insolito vedere qualche operario perdere i sensi: quegli stronzi scansafatiche, e poi cosa fai, non li mandi in pronto soccorso? Ma che si mettessero nei nostri panni questi emiliani di merda, noi che dobbiamo mandare avanti un’impresa, che cacciamo i soldi, a noi chi ci tutela?

    Ezio se ne frega, ma la madre e la sorella storcono il naso, si incazzano: questi pezzenti svenevoli, sempre a far finta di star male, che vogliono la pausa per bere e per mangiare, che si lamentano del caldo. Dovrebbero solo ringraziarci che gli diamo da lavorare, di questi tempi. Bestie. Tutta colpa dei tipi come quell’amico di Ezio, che parla di coscienza sociale e rivendica diritti a tutto spiano, quella spina nel fianco, parassita di un sindacalista.

    Parla tanto lo Zio, è vero, a volte a sproposito, ma non per idiozia, piuttosto per quel genere di spontaneità che la Nina ha sempre considerato sintomo di purezza d’animo: Tutto voce e cuore è il mio Claudio.

    Zio Megafono, lo chiamano i ragazzi.

    Parla eccome lo Zio, con un timbro troppo alto, fastidioso perfino, soprattutto dopo qualche bicchiere di troppo, è stato operato due volte al ginocchio sinistro, che però continua a far male. A fiaccargli i legamenti adesso, sono quelle maledette scarpe antinfortunistiche che pesano come mattoni . Prende gli antidolorifici con la codeina, lo Zio, perché quel cazzo di ginocchio grida e batte e scrocchia, tira, e quando lo allunga fa rumore di rami secchi spezzati.

    Le iniezioni di acido ialuronico aiutano, ma costano come un figlio in collegio.

    Era una promessa del calcio lo Zio. E poi? E poi basta: il famoso ginocchio lo aveva mollato. Addio calcio.

    Addio al sacrosanto e imprescindibile diritto, che spetterebbe ad ogni essere umano, di sognare in grande.

    E allora, finite le scuole, per tenere a freno la sua inquietudine aveva fatto cose brutte, cose pericolose, con gente cattiva.

    Aveva dovuto cacciare un sacco di soldi per uscirsene dal quel brutto giro e uscirne significava rinunciare a un bel po' di contanti extra.

    Tutto era partito quell’estate di Blow, quando i ragazzi piangevano miseria e Loris era ancora vivo.

    Quando poi, avevano iniziato a pedinare la Nina e a fare discorsi strani, lo Zio aveva pagato ed era stato zitto; lo Zio parlava tanto, ma non in quel senso.

     “La tua fidanzata è molto bella, cosa va a fare tutti i giorni alla stazione, in bicicletta?” 

    “Non ti sarà mica venuto in mente di metterti a fare da solo il nostro Business vero Zio?”

    “Abbiamo visto la tua nipotina, Zio, somiglia molto a tua sorella. Sei fortunato.”

    Lo Zio si era ingoiato un secchio di merda, aveva chiesto un prestito alla sorella e, con una pietra in gola, aveva pagato.

    Il cadavere di Loris, infine, ritrovato in un’auto ferma in mezza campagna, a fare da conferma alla convinzione dello Zio che la Nina gli avesse, inconsapevolmente salvata la vita.

    Domani la porto al mare, la Nina, che lei è bella e se lo merita. Devo dire al Tuco di prendere il frigo. Devo far controllare la macchina. Devo dire alla Vi di fare una delle sue ricerche.

     

     

     

     

     

    VI

     

    Vittoria, detta Vi, si guarda allo specchio e si vede grassa. Non che nessuno si sia mai lamentato dei suoi seni enormi, che erano enormi già quando al liceo portava una trentotto o dei suoi bei fianchi o delle fossette che sembrano fare da accento alla maestosità del suo culo, e non è neanche una che si lamenta, delle sue rotondità-ha problemi ben più gravi-dice lei, ma in realtà ci sta male.

    E faglielo entrare in testa alla Vi che un po' di autocritica non le farebbe male, che gli uomini non sono proprio tutti da buttare, non sono tutti esseri inutili.

    Vai a spiegarle che magari, una volta tanto, potrebbe scendere dal piedistallo e contare fino a venti prima di mandare a fare in culo il povero stronzo di turno che, intimorito dalla sua rabbiosa intransigenza, se la fila via a gambe levate.

    La Vi ha iniziato a mettere peso e ad odiare gli uomini in modo irreversibile dopo la fine della sua storia con Denny, che era rimasto l'ultimo barlume di speranza nel genere maschile a cui si teneva aggrappata.

    I maschi, alla Vi, la hanno sempre, inequivocabilmente delusa: Primo il nonno, che le infilava le mani sotto la gonna, le sfiorava il seno.

    Vecchio rattuso, lo chiamava, ma che allungasse le mani, la Vi, se lo è tenuta per sé fino a quando, quel nonno di merda, non ha tirato le cuoia. Lo ha accompagnato alla morte odiandolo e dopo averlo seppellito, senza lacrime, ha sputato fuori la verità. Lo ha raccontato come se fosse un dettaglio da poco, nella vastità di merdosa inettitudine della vita di quell’uomo.

    Lo ha raccontato come se fosse roba da nulla perché lo faceva anche con la mamma e con la zia e la mamma guai anche solo a metterla in discussione.

     Perché, mamma, non lo hai allontanato? Perché, tu che sapevi, ce lo hai portato in casa? 

    Poi il babbo, che ha sempre lavorato, ha fatto quello che ha potuto, che portava tutta la famiglia in vacanza in roulotte ma che poi, un bel giorno, non è più andato bene e la mamma lo ha cacciato. È tornato a vivere con i giostrai, la famiglia elettiva che aveva abbandonato per costruirsene una sua. È andato in depressione, ha avuto un ictus e manco voleva andare in ospedale.

     E a noi chi ci pensa?

     Ma poi, Mamma, perché lo hai mandato via?

    Perché devo sopportare la vergogna di un padre mezzo zingaro che fa il giostraio?

    E a completare il quadro, Fabio, la sua metà, il gemello della Vi, che con la Vi non ci azzecca proprio un cazzo.

    Fabio ha bisogno di aiuto, non posso lasciarlo solo con mamma, Fabio è scappato dalla comunità, Fabio ha picchiato la mamma, Fabio non posso lasciarlo in mezzo a una strada, Fabio qui, Fabio lì.

    Scuse.

    Purghe.

     Pretesti per non tagliare il cordone, mezzucci per sabotare la  storia con Denny, che la Vi se la voleva sposare, che la amava e voleva invecchiare con lei, Denny che andava a tirare fuori dai guai Fabio, quando lo beccavano a rubare bici, a fare casino, che pagava i suoi debiti, Denny che sopportava, con pazienza da asceta, le imprevedibili sfuriate della Vi, che scaturivano all’improvviso, dal nulla.

    Perché, mamma non hai cacciato anche Fabio per strada quando è scappato dalla comunità? Quando ci ha rubato e venduto tutti i gioielli, quando mi prendeva i soldi dalla borsa?

    Perché, mamma, ho dovuto mollare il D.A.M.S, che mi piaceva e che andavo benissimo siccome Fabio non trovava lavoro e tutto era un casino?

    Perché, hai permesso che ti picchiasse e che ci facesse vergognare?

    Perché, mamma non hai amiche oltre a tua madre?

    Perché, mamma vuoi che io diventi come te?

    Dopo anni di testardaggine, di muri, rassegnato, Denny aveva incontrato un'altra.

    Amava la Vi, ma non era più sicuro di essere ricambiato. L’altra era bella, dolce e aveva voglia di convivere e di darsi completamente. Anche lei aveva un fratello problematico, ma non aveva paturnie, non aveva la fobia dei piedi, amava ricambiare il sesso orale e con lei non era sempre, tutto, solo, un enorme problema.

     La Vi, probabilmente, non credeva che una vita normale, per lei, fosse possibile.

    Non credeva di meritare qualcosa di bello.

    Quanta perversione nel volersi immolare.

    Il mito della donna forte, madre coraggio.

     Affronta tutto a muso duro, la Vittoria e quando può, attacca, per prima.

    Se ne va in giro dicendo che vuole un figlio, da tirare su da sola, chiede di essere fecondata e basta.

    Io da sola ci sto da Dio.

    Cazzate Vi. Nessuno sta bene da solo. Nemmeno tu.

    Vittoria si guarda il culo e sceglie tra i costumi da bagno quale mettere in valigia. La cassintegrazione se non altro le ha concesso un po' di tempo libero.

    Andiamocene al mare, Dio, fa che Fabio non meni la mamma mentre sono via.

    Non voglio pensare a niente.

    Voglio sbronzarmi fino al coma, voglio fare il bagno nell'acqua salata.

    La Vi ha bisogno di questo finesettimana come tutti e quattro.

    Sono grassa.

    E chissenefrega.

     Io mangio.

     A me le magre stanno sul cazzo.

     

     

     

    La Nina

     

    Eccola là, la Nina, accucciata di fronte al portone di casa, le mani frugano impazienti e isteriche l’interno della borsa, afflosciata sul suolo. Così china, accosciata in equilibrio sui talloni, trasandata e minuscola, Nina, sembra ancora più piccola. Una piccola fiammiferaia, una zingara, una che fa la pipì per terra. La Nina affronta senza paura la schizofrenia architettonica dell’interno di quella cattedrale del caos, dove: accendini, rossetti, briciole, documenti e una miriade di altri oggetti impensabili convivono senza una logica. Si sposta i capelli da davanti al viso, gli occhiali da sole le scivolano lungo il naso dritto, sudato, finendo risucchiati, a loro volta, nel ventre di quella borsa dalle le fauci spalancate, che pare senza fondo. Nina odia il rituale quotidiano della ricerca degli oggetti, ne odia l’assurda coreografia, la necessità di un piano d’appoggio, odia l’ansia che la pervade quando la ricerca si protrae più a lungo del previsto, odia affacciarsi a quel microcosmo dai confini di stoffa che è lo specchio della sua esistenza.

     Vorrebbe poter fare come gli uomini la Nina, riporre tutto quanto nello spazio di un portafogli, o in tasca: vorrebbe, degli uomini, avere il pragmatismo, la freddezza, il distacco. Vorrebbe imparare a fare a meno. Invece, la sua natura nomade e dipendente la spinge ad accumulare, ad attaccarsi.

     La Nina, spesso, quando cerca qualcosa nella borsa si affida solo alle mani, annaspando alla cieca, soppesando, esaminando al tatto, fa ricorso alla vista solo in situazioni estreme; non è che non ci pensi è che proprio non le viene. Gli occhi servono per leggere, per guardare le cose belle, per piangere, per comunicare.

    Gli occhi della Nina, dicono, sono identici a quelli di suo nonno paterno, neri, cupi, indecifrabili

    Quel nonno che, senza saperlo, le ha insegnato che la ribellione è   un’espressione di libertà e di coraggio, glielo ha insegnato senza conoscerla mai, pagando però con la sua stessa vita il prezzo di quella disobbedienza. Quel nonno perseguitato, sequestrato di notte, torturato e messo in fila insieme ad altri cinque ribelli ad attendere, inevitabile, la mitraglia. Meglio morto che fascio.

    Lo Zio era uno dei pochi a riuscire ad affacciarsi a quel ribollire cupo appena dietro le fessure degli occhi di Nina e a riuscire a guardarci dentro, guardarci oltre e trovarci cose belle. Forse perché quelle cose belle erano state messe lì per lui.

    “Zingara, punk, non siamo in uno squat a Londra o in un capannone dismesso a ballare sotto le casse, la puoi aprire la borsa, tiralo fuori quel pacchetto di paglie invece di frugare come una scimmia”.,

    Lo Zio si era innamorato della Nina un ‘estate in Salento. Lei lo aveva portato a un teknival e gli aveva insegnato una delle cose più importanti da sapere nella vita, ovvero che se hai la fortuna di trovare del buon oppio fresco, l’ultima cosa al mondo che devi fare è fumarlo come si vede nei film, a meno che tu non voglia sprecare quel meraviglioso dono di madre Natura, la sola cosa da fare è avvolgerne una pallina da almeno uno 0,4 in una cartina e buttarlo giù con un po’ d’acqua, poca che poi senno lo vomiti e addio otto ore di paradiso e prurito.

    In quell’occasione, osservando quel piccolo folletto destreggiarsi tra marcioni, camper, cani e muri di casse con la grazia di una libellula, lo zio aveva creduto di aver incontrato la donna della sua vita.

    Il pensiero lo aveva sfiorato già una volta, anni prima a casa dello zio: la Nina era lì per caso, con il tizio con cui se la faceva all’epoca per comprare del fumo. lo Zio giocherellava con la sua beretta per fare il fico.

    “Me la fai tenere un po’ in mano?”

    Era autunno, Nina indossava una gonnellina plissettata tartan, grigia e rossa, ammiccante e inverosimile allusione allo stile “college inglese”, stivali pesanti e collant neri, leggermente velati, o forse erano autoreggenti? Inconsapevole dell’impatto erogeno del suo gioco, impugnata l’arma che credeva un giocattolo, Anna si era avvicinata allo Zio, seduto sul divanaccio lurido della mansarda, aveva allargato le gambe e tendendo le braccia aveva puntato il ferro in faccia allo Zio.

     Bang.

     Colpito.

    Quella volta lì, lo Zio era dovuto restare seduto sul divano a lungo e a ripensarci, poi, da solo, la stessa notte, gli era venuto inevitabile toccarsi.

    La Nina estrae le chiavi dalla borsa ed entra in casa, quel bilocale che ha arredato da sola, in cui vive da sola, perché la vita purtroppo non è mai come nei film e l’amore cambia e a volte fa paura.

    Prima dello Zio, Anna, non si era mai sentita davvero amata e protetta. Non conosceva la quiete, non credeva che esistesse qualcuno con cui poter essere completamente sincera, qualcuno che non scappasse terrorizzato se messo di fronte ai suoi lati oscuri.

    Nonostante la consapevolezza del fatto che Lo Zio fosse l’unico amore possibile, lei era scappata, come sempre.

    Nina, artista imbattuta della fuga.

    L’appartamento è straordinariamente in ordine. Evento raro, in genere collegato all’imminente visita lampo del pezzo di merda con cui la Nina ha da un po’ deciso di rovinarsi la vita. Mette a posto per lui, che la tiene legata, sospesa in un’attesa senza tempo, imbrigliata in una rete di fantasie e illusioni, dalla quale forse, nemmeno lei vuole liberarsi.

    Non glielo dice, a lui, che al mare ci va con Lo Zio, non che pensi che a lui freghi qualcosa, o che anche se fosse, possa lui permettersi di indignarsi, non lo fa perché non vuole ammettere che non è ancora riuscita a dimenticarlo, ad andare avanti.

    A volte lo zio stenta a riconoscere la donna che un tempo era un’appendice della sua persona, quella che gli aveva ridato la voglia di viere, alla quale era impossibile mentire, quella che gli riconosceva il senso di colpa dal tono di voce.

     Anche la Nina non si riconosce più. Non si ricorda com’era tutto più facile prima, non si ricorda che un tempo era capace di ridere, di essere buffa e di credere in sé stessa.

    Dove sei finita Nina?

    Quand’è che hai smesso di credere che la vita possa essere divertente? Che c’è gente che ti vuole bene e che hai ancora tanto da dare e da ricevere?

    Nina prepara uno zaino per un fine settimana al mare, preleva qualche soldo al bancomat, porta il cane dai suoi e torna alla casa dove per anni ha vissuto insieme a Claudio.


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