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  • Le cose che non ho capito


    swinny

    Ci sono cose che non ho mai capito. Cose banali, normali, di routine, che io non ho mai capito. Non perché fossi poco arguta, anzi, se c’è una cosa che non mi ha deluso è proprio la mente, la mia s’intende, ma perché non mi interessavano, non le prendevo in considerazione. Erano così, e basta. Accadevano.

     

    Non ho mai capito il perché di quei viscidi baci sulle guance al momento dei saluti, tra persone che non s’amano, né provano affetto o peggio, stima. Non ho mai capito perché il ragionier Fantozzi facesse ridere, il calcio entusiasmasse le masse e le persone sognassero i grattacieli. Non ho mai capito perché si debbano iniziare le lezioni alle 8:00 di mattina, quando sarebbe un’ora bellissima se la si passasse a girarsi tra le lenzuola, o la moda di avere un cane e metterlo al guinzaglio per portarselo dietro ovunque, neanche l’avesse chiesto mai, il cane dico, di andare in macelleria, che poverino proverà anche un po’ di compassione o al bar. Non ho mai capito neanche quelli che vanno al bar.

     

    Ruggero invece, è uno che il perché si andasse al bar l’aveva evidentemente capito anche se non me lo spiegava mai.

     

    C’erano cose però che anche lui doveva non aver capito di me e che s’era limitato ad accettare. Sorrido sola al pensiero di tutte quelle volte in cui m’avrà visto buttare via la pasta avanzata dal pranzo, una porzione abbondante che a dirlo è un vero peccato, però in casa mia gli avanzi non si sono mai mangiati e in verità neanche mi sentivo troppo in colpa nel farlo.

    Chissà quante volte si sarà chiesto perché ne cuocevo così tanta, perché prima non la pesassi.

     

     M’aveva anche comprato una bilancia, bellissima. D’un acciaio lucido che non serviva neanche conoscerne la marca per capire che l’avesse pagata un po’. Me l’aveva fatta trovare accanto ai fornelli senza aggiungere una parola, come a dire “usala dai che così sprechiamo meno pasta” ma io mai, neanche una volta.

    Pensavo sempre che quel giorno andavo troppo di corsa che l’avrei fatto l’indomani e sono passati 18 anni. Ma non m’ha mai chiesto niente e io la bilancia l’ho sempre spolverata e, a dirla tutta, quando passavo la pezza umida ci facevo anche un sorriso dentro, per vedere la mia faccia deformata dalla scodella, anche quando ero arrabbiata. M’era preso così.

     

    Tanti sono stati i silenzi, giornate intere alle volte. Lo sentivo schiarirsi la gola, sussurrare i titoli del giornale quando al mattino lo sfogliava, salutare con sospiri, più che parole, qualche conoscente mentre perlustrava il giardino. Quanti chilometri in quel giardino. Lui è, mica io. Sia mai.

    Io neanche saprei disegnarlo adesso il mio giardino, m’ha sempre messo una certa ansia, non l’ho mai vissuto bene, ecco.

     

    Una paura costante di assalti improvvisi da parte di lumache, gechi o cavallette. Quest’ultime poi provo ribrezzo anche solo a nominarle. Quel corpo affusolato, quasi atletico, quel loro essere foglia e legno assieme, verdi e rigide mi disgusta. Ruggero invece si divertiva a cacciarle, scovarle e anche ammazzarle, lo so. Chissà cosa gli diceva la testa. La prima volta che lo vidi, avevo 23 anni, m’avevano detto che dovevo pulire i vetri ogni giorno e io li pulivo, ripetendo a mente cantilene inventate e scurrili che immensamente mi divertivano e aiutavano ad ottemperare obblighi che m’erano incomprensibili e vidi lui vestito di camicia linda, guardarsi attorno, aspettare che l’essere volasse basso, si posasse e poi con lentezza calpestarlo. Mi spaventai come poche volte.

     

    Chi avevo sposato?

     

    E invece lui ammazzava grilli, io recitavo a mente porcherie. Del resto sono le nostre perversioni a darci la dimensione della nostra umanità. La generosità e le perversioni. Neanche l’amore, troppo spesso bieco, cattivo, egoista.

     

    Le generosità invece a me m’ha sempre commosso e anche a Ruggero. È per questo che lui, quando andava a fare la spesa comprava sempre un canovaccio blu. Perché sapeva che era il mio colore preferito e a me ‘sta cosa m’ha commosso per 40 anni. Io quale fosse il mio colore preferito glielo dissi a 17, mentre eravamo seduti sui gradini di un vicoletto all’angolo di Piazza Marco Antonio, me lo ricordo perché ci interrogammo l’un l’altro e fu come fare l’amore. Tornai a casa con l’idea di possederlo e di non aver voglia di fare nient’altro. Tutto il giorno. Ero sazia.

     

    Lo so. Ti spiazzo Francesca.  Ti spiazzo a dirti che Ruggero mi dava baci sulle ginocchia fino a 200 giorni fa.

     

    Eppure è questo il ricordo che vorrei tu avessi di noi. Non di me, né di lui. Perché in quest’epoca siamo stati una cosa sola. E siamo finiti ad essere due vecchi con le ginocchia da baciare.

     

    La prima volta lo fece perché caddi.

    La seconda per controllare che la cicatrice fosse svanita.

    La terza perché a svanire fosse il tempo.

     

    Mi manca ora che le ossa fanno male e l’artrosi o qualunque altra cosa sia, mi toglie il respiro. I suoi baci erano solvente. Io credo di essere stata altrettanto generosa con lui. Gli ho dato i figli che voleva. Li ho attesi, partoriti, curati, perché si esaudisse il suo desiderio, non il mio. Io, Francesca, volevo fare la rivoluzione, fumare sigarette, fumarle sui treni, vedere l’Africa, stringere le mani nere di persone povere.

    Dormire all’aperto.

     

    Né i bigodini, né le crostate della domenica t’hanno mai rivelato niente, vero? Per nasconderlo a te, che hai quegli occhi neri, indagatori, tanto simili ai suoi, devo essere stata proprio brava. Ingannare tua madre, invece, è stato più facile. Lei è una colomba, vola alto sulle tentazioni, e porta la pace. M’ha fatto bene averla, da neonata, mettermela sul petto mi placava, a piangere ero io, mica lei. Piangevo per tutte le cose a cui avevo rinunciato, per le gonne che dovevo indossare, per le Afriche che non avrei mai visto, e lei mi consolava, quel suo profumo di latte cullava le mie angosce.

     Sono stata una donna felice, ho conosciuto la mia natura e anche il modo per addomesticarla.

    Le mie ginocchia, i baci di Ruggero, il profumo di Ida.

     

    Era il 1987 quando sei nata tu.  Avevo 53 anni e mi sentivo vecchia non conoscendo la vecchiaia. Mi ricordo che quando tuo padre mi chiamò dall’ospedale, stavo sfogliando una vecchia enciclopedia, che non m’era mai andato di pulire, per trovare la voce supernova. Alla televisione non si parlava d’altro se non di quella esplosione stellare avvenuta circa 168.000 anni prima e finalmente visibile. Mi ricordo che quella distanza tra me e la supernova, tra me e quei 168.000 anni mi tormentava, portandomi in universi senza tempo e senza luce in cui non volevo andare. Con lo stomaco in subbuglio per quello strano senso di vertigine calzai scarpe di pelliccia e venni a farti visita.

     

    La supernova t’aveva portato da me. Ida era tornata a profumare di latte, Ruggero continuava ad ammazzare cavallette e tuo padre se ne andava.

    Si perdeva in quegli universi senza tempo tuo padre, perché il modo per addomesticare la sua natura, forse, non l’aveva ancora trovato.

     

    Non t’abbiamo mai chiesto cosa ne pensassi, non t’abbiamo mai fatto piangere, non te l’abbiamo mai ricordato. Ruggero voleva addirittura che lo dimenticassi, che imparassi, crescendo, che gli uomini da amare sono quelli come lui, quelli ti danno il cuore senza spiegarti perché lo facciano.

     

    «Ma cos’hanno sempre da dirsi questi qui?» diceva indicando le telenovela che facevano da sfondo alle mie giornate.

    «Quand’è che capirai che più due s’amano e più non hanno bisogno di parlare? Vedi questi due se solo s’amassero si guarderebbero… e basta.»

    Per Ruggero l’amore andava così.

     

    Eppure la tentazione di andarsene io lo so che deve averla avuta anche lui. Ne avrà sognate di donne, di strade, di case, di giardini in cui camminare, di bar in cui bere. Soprattutto quell’estate, quella in cui io conobbi Biagio.

    Francesca, non lo tradii mai io tuo nonno, pur essendo laica ero intrisa di un cattolico perbenismo che mi censurava. Quello che provavo per lui era pari all’amore che provavo per me stessa, per Ida, per te, per la vita. Era inevitabile e viscerale. Sentito e sentimentale. Quello che provai per Biagio era tutto l’opposto. Era una tentazione leggera, un languorino dolciastro, la soddisfazione che si prova nel succhiare una caramella.

     

    Biagio aveva l’anima del poeta, una macchina fotografica e un negozio di arance di Sicilia.

    Scriveva poesie su fogli ingialliti che profumavano d’agrumi e le disseminava lungo il paese, attaccandole un po’ ovunque, dove capitava, dove voleva. Tranne una che infilava, sempre, in un’insenatura della strada che costeggiava il mio giardino. Sapevo che scriveva per me e lo seppe anche Ruggero, quando una mattina la vide, la poesia dico, animarsi con il vento, mentre andava a lavoro.

    La prese e lesse: In uno tempo che non conosco/sono attore nella tua pupilla/libeccio agostano nei tuoi capelli./M’infrango nel tuo profumo/come un soldato prima della resa./Arriverà la pace?

    Ruggero non era tipo da gelosie facili né elucubrazioni infondate. Rientrò, posò il foglio sul tavolo, ci piazzò sopra un arancio e uscì.

     

    Quando la trovai, la poesia, mi sentii colpevole. Biagio risvegliava la mia forza vitale, la mia anima selvatica, il mio intelletto e la mia curiosità. Quando entravo nella sua bottega, giocavo con il suo desiderio. Lo guardavo a lungo, ridevo per poco, mi disegnavo i fianchi fingendo di sistemare le pieghe del vestito.

     

    Divenimmo complici, amici sfrontati, mi insegnò a scattare fotografie, a riconoscere la luce, a dare vita alla natura morta. In paese lo notarono, Ruggero lo notò, e se non lo notò gli amici glielo fecero notare. Avevo 34 anni e stavo scrivendo condanne all’infelicità. Me ne resi conto perché Ruggero una sera non rientrò dal bar e mai seppi dove andò e perché un altro giorno Biagio non aveva arance, all’infuori di due talmente brutte che nessuno le voleva, e perché, un altro giorno ancora, io non volevo uscire di casa per non inciampare in tutte quelle dannate poesie e nella mia superficialità. Francesca, l’amore non fa mai del male. Vorrei che fosse questa la mia eredità.

    Questa e tutte le parole che Biagio mi ha scritto e il tetto sotto il quale cammini ora che Ruggero volle fare realizzare privandosi dei benefici della pensione. Voleva che avessi la vista più bella di tutte, che fossi nella casa più alta per immergerti tra le stelle e magari vedere una nuova supernova.

     

    Ti amiamo.

    I tuoi eternamente nonni,

    Flora Levi e Ruggero Bastiani.

    ...


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