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  • La rana di vetro


    Vonnettesheim

    Candido: “Secondo me è lei” infilando gli occhiali da sole
    Pangloss: “Ma chi?”
    Candido: “La cameriera del bar che sta sotto l’ufficio. La bionda.”
    Pangloss: “Ma che!”
    Candido: “Ma si guardala bene è lei. Neanche io la riconoscevo.”
    Pangloss: “Ma … Buh. Forse si. Forse è lei. E chi la riconosceva.”
    Candido: “Anche io non la riconoscevo. Eppure è lei.”
    Pangloss: “Senza la divisa da lavoro sembra un’altra.”
    Candido: “Si. Ma non dipende solo da come è vestita.”
    Pangloss: “Ma tu la riconosceresti ovunque mi sa” ridacchiando.
    Candido: “Io si. Del resto tutti si mimetizzano, per adattarsi all’ambiente in cui si trovano, per sopravvivere. Solo che gli esseri umani, invece di mutare il colore della pelle e degli occhi, adattandolo al verde delle foglie, al riverbero della neve, alle mille sfumature dell’erba secca, alle venature del legno o alle mutevoli iridescenze del fondo marino, invece di cambiare i gesti, la postura e la voce, per confondersi nella natura ed ingannare i nemici, come fanno gli animali, assumono la forma che meglio li protegge dalle insicurezze, dagli altri, dai ricordi, dalle immagini, dai sogni rimossi e dalle voci che non smettono mai di parlargli. Sono le voci dei genitori, degli amici, sia quelli che gli assomigliano che quelli diversi. Gli amici che disobbediscono, sfidando la fortuna, e quelli maturi e responsabili, sposati e con figli, che lottano per mantenere la famiglia. Sono le voci dei professori di scuola, che non hanno mai smesso di indicare la strada maestra e di accusare, di segnare con la matita blu gli errori più gravi, quelli che proprio non si voleva commettere, quelli che provengono dalle debolezze più radicate, dai nodi irrisolti. E’ la voce delle fidanzate o dei fidanzati perduti, con il loro sguardo deluso, che ripete sempre lo stesso rimprovero, la stessa amara costernazione per quella totale mancanza di disponibilità. Ma è anche la voce di coloro che sono rimasti, nonostante tutto, sottoscrivendo ogni singola clausola. In attesa che si compia la beata speranza. Hai mai provato, mentre ascolti i tuoi pensieri, a capire a chi appartiene la voce con la quale stai parlando? E’ stupefacente, prova!”
    Pangloss: “Con la voce di tua sorella!” sganasciandosi in una risata bassa.
    Candido: “Siamo tutti accompagnati da fantasmi, più o meno loquaci, e se ti giri di scatto ne puoi intuire la presenza, alle tue spalle, anche tu; puoi vedere un’ombra fugace che scompare velocissima. Perchè non occorre essere uno schizofrenico conclamato per sentire le “voci”. Anzi, è proprio la cosiddetta normalità che rende tutto più difficile, perchè induce a scambiare quelle voci per pensieri propri, nei quali identificarsi. Invece sono lugubri borborigmi di fantasmi”
    Pangloss: “Tu pensi davvero che con questa roba la cameriera te la darà?”
    Candido: “Che ne sai? Ma non penso” ride.
    Pangloss: “Dai andiamo” alzandosi.
    Candido: “Sappi che ad avere una speranza di libertà sono solo quelli che percepiscono che queste voci non invecchiano mai, non cambiano e impongono sempre gli stessi precetti. E tutto ciò che non cambia, non invecchia nè muta, anche se molto lentamente, è morto, è vuoto. E le cose morte è necessario lasciarle andare. Così, forse, si guarisce o, comunque, si sopravvive dignitosamente”.
    Pangloss: “Così parlò Peter Pan. Fabbrichi le malattie per impegnare l’enorme quantità di tempo a disposizione per ragionare di possibili terapie. Sposati!”
    Candido: “E certo! La tecnica di sopravvivenza per eccellenza. Fingersi morti!” ride.
    Pangloss: “Ma vai a cagare …”
    Candido: “Eppure c’è una forma di mimetismo che mi piace. La rana di vetro è una specie di rana tropicale dal corpo trasparente. Lei non si adatta all’ambiente circostante, ma semplicemente lo trascende, riflettendolo, col suo corpo cristallino. E così siede, serena, restituendo al mondo il verde smeraldo della foglia su cui si è posata e il raggio di sole che filtra tra i rami della foresta, accendendo la goccia di rugiada che scivola sul suo dorso. In silenzio, per ascoltare, se del caso, la voce del vero sè”.
    Pangloss: “Tiè!
    Candido” “Che è?”
    Pangloss: “Il conto”


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