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  • Fuochi d'artificio


    Questa ragazza di classe mi sta parlando dell’aspirazione prometeica di creare la bellezza ideale attraverso la fotografia.

    Kiyomi mi spiega con fascino acuto la maniera in cui percepiva i cieli e la luce color ottano e mandarino, che scivolava nel maraschino. I colori erano la sua passione.

    “I colori discernono l’idea di bellezza per poi ricrearla casualmente, Stefano. La natura ha disperso la bellezza in maniera casuale e sta a noi ricercare gli elementi e immortalarli. Questa è la mia filosofia.”

    Bel modus operandi rispondo, mentre le prendo la mano. “Ti va di ballare?”

    “Vuoi provarci?”

    “Non dico mai no, Kiyomi. Ma questa volta è assolutamente no...”

    “Ok, allora” replica lei sorridendo.

    La serata è bellissima. La ragazza è bellissima. L’atmosfera è in fiamme in questo club e il mio maelstrom da fancazzista sta risalendo prepotentemente a galla, cresce secondo dopo secondo, lo vedo riflesso negli occhi di Kiyomi, una lucentezza differente sul suo viso, e questo l’ha provocato il mio effetto arousal personale. Mi sembra di essere tornato a vecchi tempi, quando la vita mi sembrava solo un campus di Storia dell’Arte. Io e Kiyomi. Tutto è cambiato in questi sei mesi. La prendo per mano cercando di arrivare nel buco di platea, in prossimità del palco, dove la calca è intensa.

    Ci lasciamo spingere da centinaia di ragazzi che se la stanno ballando alla grande al suono dub step del dj di turno e io mi metto a urlare con loro, notando la mia ex ragazza con la coda dell’occhio che mi guarda come fossi un ragazzino.

    In sei mesi, l’ho sentita solo una volta. Per sbaglio, mi era partita una chiamata.

    Ma ora, in questo momento, i neri capelli di Kyiomi attraggono la luce dei lampioni romani, mentre le sue labbra si schiudono per informarmi con entusiasmo che è stata al Mizuma, al Mori, al Watari, all’Hara e al Wako prima di sopprimere tutto a favore degli esami.

    Durante il periodo Erasmus ha vinto diversi premi a concorsi di fotografia e persino allestito una minuscola mostra in un pub a Nerima dal titolo Sezione Aurea. Kiyomi mi confessa che le è sempre piaciuto Zeusi, il pittore greco.

    “Adoro la sua bellezza compositiva, dove nulla è in eccesso. Totalmente assente l’hybris, la tracotanza, capisci Stefano?”

    “Assolutamente si.”

    Kiyomi si sposta una ciocca dietro l’orecchio con un sorriso a labbra serrate. “Sai, Stefano... una volta, pur con le mie ingenuità, ho scritto un trattatello con una fortissima tenuta teorica dal titolo I sollievi, un excursus personale su Sakai Hotsu e Kikuchi, i pittori del Nihonga, e Okuda Gensou, Gojo Jin, Kikuchi Yosai della scuola di Kyoto.”

    “Ce l’hai?”

    “Sì. Una volta te lo farò leggere...”

    “Spero tu abbia una copia in italiano!”

    Ci appartiamo nelle retrovie del locale, dietro un cumulo di bunker.

    Ho la bocca asciutta e gli occhi salati di sudore, i miei piedi sono andati a forza di essere calpestati. Beviamo un bicchiere di vino all’aperto, sedendoci su una panchina scassata che dà su un campetto di basket abbandonato. Uno spettacolo. Lei mi parla di altri colori: oro rosa, zaffiri, granati e ametiste... ci guardiamo negli occhi.

    Ballo di sguardo psichico tra noi.

    Lei continua a dribblare i miei segnali univoci. La sua inconfondibile voce nasale però mette d’accordo tutti. È come uno stimolatore neuronale, il suo la-la-la, per me. Per tutta la conversazione ha messo gli occhi solo sul cellulare e nient’altro. Quando termina il suo monologo, subentra un silenzio teso e imbarazzante. Secondi passano. Nessuno parla. Forse dovrei provarci.

     Chiedile del Giappone, Stefano.

    Chiedile come va la serata.

    Chiedile di uscire un’altra volta, deciso e intraprendente. Evita di mangiarti le tappe, abbi una voce sicura e sorridi con gli occhi. Resta imperturbabile.

    Ma fai come ti pare Ste’, basta che non la butti in coglionella come sempre!

    Dopo aver buttato la cicca mi massaggio il collo bollente, cercando qualcosa di sensato da dire. Nel momento in cui riesco ad aprire di nuovo bocca, scoppiano i fuochi d’artificio. Schizzano nell’aria come amplessi di dei greci, si arrotolano su loro stessi, s’alzano, esplodono, fischiano come all’ultimo dell’anno. Tutto avviene a circa un chilometro in linea d’aria dal locale dove ci troviamo e nessuno sente in quanto c’è una discoteca in fiamme e nessuno esce. Kiyomi ci rimane. Anche io.

    “Guarda Stefano, sono bellissimi!”

    Mi alzo, e mentre guardo con orgoglio i scoppi di luce nel cielo le rispondo: “amica mia, era già tutto previsto, li ho fatti preparare apposta per te!”

    “Come no, eh eh eh. Tu ci sai fare!”

    Le sposto una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Ha il viso finemente levigato, Kiyomi, sottile e lucente anche a notte fonda.

    “Ho voglia di baciarti, Kiyomi.”

    “Anche io, troppa. Mi sembra così strano non poterlo fare.”

    “Come mai?”

    “Sono un po’ sbronzetta, Stefano. E in fin dei conti ti conosco appena... è vero, siamo stati tre mesi insieme...”

    “Quattro!”

    “Voglio solo guardare i fuochi d’artificio.”

    “Prima che si spenga tutto, allora, ti bacio veloce.”

    “Io sono qua.”


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