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  • L'Ultimo Baluardo


    M.T.

    I primi raggi dell’alba sbucarono dalla cima del promontorio, scacciando le ombre del sentiero che si era lasciato alle spalle. Nonostante l’aria fredda del mattino, Amos giunse sulla cima con la fronte imperlata di sudore, il fiato che si condensava in piccole volute davanti alla bocca. Aspettando che il respiro tornasse regolare dopo la salita, lasciò che il sole del mattino lo scaldasse, come se questo servisse anche a scacciare i sogni del sonno. Le notti non erano mai serene: le inquietudini e le tensioni della giornata si riflettevano durante il periodo del riposo, ombre di paure che non lo lasciavano un solo istante, risucchiandogli le energie.

    Un luccichio proveniente dalla sua sinistra gli punzecchiò gli occhi, attirando la sua attenzione. Seguì il percorso tra le rocce, attento che gli spuntoni sporgenti e taglienti non lacerassero gli abiti. Il dedalo lo portò in uno spiazzo di pochi metri, affacciato sulla pianura sottostante che si allargava fin dove arrivava l’orizzonte.

    Il luccichio si spense e Amos si lasciò cadere su un masso, coprendosi gli occhi con una mano; le spalle si afflosciarono, come se il peso della notte di guardia fosse giunto tutto in una volta a reclamare il proprio tributo.

    «Perché?» le parole uscirono in un sussurro stanco. «Perché l’hai fatto Arist?»

    Lentamente passò le dita sulle palpebre, sospirando in maniera ancora più lenta. Riaprì gli occhi, posandoli sui rivoli rossi che scendevano tra le rocce; un rosso così denso che ricordava quello di rubini preziosi ma che valeva molto di più.

    Le ultime gocce caddero dalle dita pallide, increspando per un breve istante la pozza tra le gambe di Arist.

    Quand’era stata l’ultima volta che aveva sentito un suo incoraggiamento?

    Avrebbe dovuto captare i segnali, capire che c’era qualcosa che non andava. Ma in un mondo abitato da gente più dura della pietra, non c’era né spazio né attenzione per qualcosa di fragile come una parola gentile: troppo concentrati sull’essenziale per apprezzare la delicatezza di un simile gesto.

    Posò lo sguardo sugli occhi vitrei dell’amico fissi sull’orizzonte. Che cosa avevano visto per spingerlo a compiere quel gesto? La piana era vuota, nessun segno di movimenti sulla sua superficie. Questo però non significava che non ci fosse nulla: di tutti, Arist era quello che era sempre riuscito a vedere più lontano, ad andare oltre quanto si scorgeva.

    Un senso di gelo lo colse alla bocca dello stomaco.

    “Loro.”

    Sapeva che li stavano braccando da tempo, ma credeva che fossero ancora lontani. “Si sono avvicinati così tanto? Tutti gli sforzi e i sacrifici di questi anni non sono serviti a nulla?”

    Si alzò in piedi, arrivando fino al bordo del dirupo. «Che cosa hai visto per arrivare a questo punto?» sussurrò mentre scrutava l’orizzonte in cerca di un indizio che sapeva non esserci. Stancamente si voltò, percorrendo i pochi passi che lo separavano da Arist, fermandosi a poche spanne dal coltello immerso nella pozza di sangue. I tagli sugli avambracci erano profondi, arrivavano fino all’osso, partendo dal polso e giungendo fino al gomito: Arist era andato sul sicuro perché non ci fosse possibilità di salvarsi.

    Appoggiato all’albero dello stesso colore delle rocce, l’amico se ne stava seduto con le braccia appoggiate sulle ginocchia, le spalle afflosciate, la linea della bocca socchiusa come se da un momento all’altro dovesse esalare un ultimo, flebile respiro.

    Amos s’inchinò per sollevare il corpo. “Sono stanco di seppellire persone. Sono stanco di perdere un amico dopo l’altro.”

     

    Quando scese dal promontorio, trovò gli altri intenti a finire la colazione; una colazione magra, fredda, fatta di cibo in scatola, che dava l’apporto nutritivo necessario, ma che era priva di sapore.

    Al rumore dei suoi passi, Linder si voltò a guardarlo, corrugando le sopracciglia. «Arist?» domandò poggiando la tazza con il poco che rimaneva del caffè solubile.

    Amos andò a prendere il proprio zaino. «Morto.»

    Felua si mise subito in piedi. «Come?»

    «Si è tagliato le vene» rispose Amos sistemandosi le cinghie sulle spalle.

    Linder fissò il fondo della tazza con una smorfia, le labbra serrate fino a farle sbiancare. «Anche lui alla fine ha ceduto. Proprio lui, che è sempre stato la nostra speranza, ha mollato il colpo. Che possibilità possiamo avere, ora?»

    «Dobbiamo averne una. Dobbiamo trovarne una, per quelli che stiamo proteggendo» rispose con fermezza Amos, anche se in cuor suo sapeva quanto fosse stata vitale la presenza di Arist: lui era stato davvero la loro speranza, lui aveva sempre trovato il modo di spingerli avanti, anche quando sembrava che non ci fosse nulla da fare, anche quando tutto sembrava essere soltanto disperazione. Senza di lui, come avrebbero fatto? Chi avrebbe trovato il coraggio quando loro non ci sarebbero riusciti?

    «Che cosa diremo ai bambini?» Felua gli si avvicinò, i lineamenti inespressivi. Ma i suoi occhi tremavano.

    Amos si voltò a guardare l’avvallamento dove il gruppo dei piccoli aveva trovato riposo per la notte. «La verità.»

    Linder sputò per terra. «Li spezzerai in un secondo. Non riusciranno a sopportarne il peso: sai quanto confidavano in lui. »

    “È vero” Amos trasse un lungo respiro. «Lasciate che parli io. Andiamo.»

    Raccolti i pochi effetti personali, si diressero al campo dove si trovavano i bambini.

    Le pietre crepitarono sotto le suole, mentre il flebile vagito di un neonato si alzava negli ultimi residui di bruma, svegliato dalla madre adolescente perché doveva allattarlo. Passarono in mezzo a bambini addormentati, avvolti in coperte che erano poco più che mucchi di stracci.

    «Voi svegliateli» ordinò Amos ai compagni. «Io vado a chiamare quelli là» indicò un gruppetto vicino a una macchia di cespugli spinosi.

    Attraversando le ombre che si facevano sempre più corte, superò la piccola conca usata come latrina, i passi lenti e pesanti per quello che doveva dire. I movimenti del gruppetto cominciarono a farsi più distinti: ora li vedeva ondeggiare, mettersi a sedere e alzarsi in piedi. Una nenia indistinta arrivò alle sue orecchie. “Che cosa stanno facendo?” Rallentò il passo, attento a non far rumore per poterli osservare senza essere notato. I loro capelli erano sporchi di polvere, come i loro vestiti. Pantaloni e giacche piene di pezze. Scarpe consumate e bucate. Ma erano soprattutto i loro volti a colpire: sguardi spenti, privi d’innocenza. Stavano insieme perché sapevano che in gruppo avevano le maggiori possibilità di sopravvivenza, ma non provavano il piacere della compagnia reciproca. Non c’era gioia nel loro stare vicini, non si abbracciavano, non si toccavano, come se avessero delle spine capaci di pungerli se si avvicinavano troppo.

     

    In cerchio attorno a una rosellina

    Un mazzolino di fiori

    Cenere, cenere

    Andiamo tutti giù

     

    Conosceva quella melodia, fin da quando era bambino…ma le parole…quelle erano diverse… quanto erano diverse…com’erano diversi i bambini, come li aveva trasformati il Crollo: così piccoli e già conoscevano l’ineluttabilità della vita.

    Cenere, cenere…Andiamo tutti giù

    Un groppo gli si fermò in gola ripensando ad Arist, all'infanzia trascorsa insieme.

    Giro giro tondo, Casca il mondo, Casca la Terra, Tutti giù per terra: anche loro facevano quel gioco…un gioco semplice, innocente, eppure…così profetico. Il mondo era davvero caduto e tutta l’umanità era andata per terra, senza più riuscire ad alzarsi. Solo pochi anni erano passati dai Giorni della Rovina, i giorni in cui la civiltà era definitivamente scomparsa dopo il Crollo, e loro erano cambiati così tanto, divenendo irriconoscibili perfino a se stessi. Della fiamma vitale che avevano posseduto un tempo, ora rimaneva solamente cenere. E come la cenere era divenuta la loro vita: grigia.

    «Bambini» la sua voce interruppe il gioco, portando su di sé l’attenzione. «Venite, dobbiamo raggiungere gli altri.»

    Seguendo la piccola fila indiana che lo precedeva, Amos diede uno sguardo alla zona in cerca di pericoli. Ma gli unici esseri viventi che vedeva erano i suoi compagni e il resto dei bambini che ora era in piedi, le palpebre cariche ancora di sonno, gli occhi appannati dal ricordo dei sogni notturni.

    «Avete preso tutta la vostra roba? Dobbiamo rimetterci in marcia» disse senza preamboli, sapendo quale domanda sarebbe giunta.

    «Arist dov’è?» chiese una ragazza dai capelli biondi tenuti a coda di cavallo. «Dobbiamo aspettarlo prima di ripartire.»

    «Arist non verrà con noi» posò lo sguardo sugli occhi puntati su di lui. «È morto» in fretta cercò di trovare le parole adatte, se mai potessero essercene. «È morto perché aveva subito troppe ferite… è andato avanti finché ha resistito, ma poi non ce l’ha fatta più ed è crollato. Lui non lo dava a vedere, ma gli ultimi scontri l’avevano segnato profondamente e hanno richiesto un prezzo molto alto.»

    «È morto per difenderci» disse atono uno dei ragazzi più grandi.

    «È morto per colpa nostra» aggiunse uno dei bambini più piccoli.

    “Quanta durezza. Quanta perdita.” «No. La colpa è solo dei Demoni. Sono loro gli unici responsabili.» “E noi stessi, perché gli abbiamo permesso di esistere, perché li abbiamo fatti nascere e li abbiamo alimentati.”

    Guardò i ragazzi uno a uno. “Questi sono il futuro dell’umanità, la possibilità di creare un mondo migliore, l’unica opportunità che la civiltà umana ha di risorgere, di rialzarsi dal Crollo, quando generazioni come le loro sono state le cause di quanto avvenuto? Viziati, superficiali, egocentrici, capricciosi, incapaci di apprezzare qualsiasi cosa: i giovani non erano una risorsa, ma una rimessa.” Le parole di Linder risuonavano lapidarie nella sua mente e non riuscì a reprimere un moto di disgusto pensando ad Arist che aveva creduto in loro, li aveva ritenuti davvero capaci di dare vita a un sistema migliore. Arist, che aveva sempre avuto speranza, che era stato uno dei suoi migliori amici e che ora non c’era più.

    Represse la rabbia. Se le giovani generazioni erano cresciute così, la colpa era anche dei padri che le avevano allevate: le loro colpe erano ricadute sui figli che avevano messo al mondo, gli avevano trasmesso la loro mentalità, il loro modo di vivere, i loro traumi.

    Questo però non toglieva che a rimetterci erano sempre altri. Lui, i suoi amici: non avevano fatto altro che continuare a perdere cose cui tenevano; un pezzo alla volta erano stati privati di tutto, fino a quando non era rimasto nulla, neppure le briciole.

    «È ora di andare» disse mettendosi in marcia. «Arist…avrebbe voluto che fossimo andati avanti.»

    Ma era davvero così? Dopo il gesto compiuto, le cose stavano davvero così? Che altro però gli rimaneva da fare? Dare un calcio a tutto e vagare solitario, senza una meta, senza uno scopo? Che sarebbe stato dei loro sforzi? Quello era l’ultimo scampolo d’umanità che gli rimaneva, il frammento di qualcosa per cui valeva ancora di lottare.

    “A che prezzo, però.”

     

    Il cammino si protrasse lento per tutta la giornata, un trascinare le gambe sulla piana desolata attorniata da montagne spoglie, una monotonia rotta solamente dal trovare riparo per una tempesta di sabbia. Quando si fermarono al tramonto erano stanchi e polverosi come sempre, come se il deserto stesse cercando di farli diventare una parte di sé. Nessun fuoco illuminò le ombre che si facevano tenebra per non rivelare la loro posizione.

    Amos volse il capo al cielo stellato, l’unica luce nell’oscurità. Quante notti aveva passato con gli amici davanti al fuoco di un camino, raccontandosi le avventure del vivere quotidiano, le arrabbiature del lavoro, le critiche ai governi, le risate fatte nel sentire una storia divertente…

    Le loro speranze, i loro ideali, i loro sogni…il mondo se li era presi e portati via.

    «Lo sai perché Arist si è suicidato?» la voce di Linder lo riportò bruscamente alla realtà. Il compagno stava tracciando dei segni sul terreno con un ramo.

    Amos rimase a fissarlo, aspettando che la risposta giungesse.

    «I Sette.»

    «I Sette» ripeté Amos: i Demoni Superni che avevano dato il via all’inferno sulla Terra.

    Linder sollevò davanti al volto il ramo, osservando il suo contorno. «È l’unica spiegazione. L’unica cosa capace di far perdere ogni speranza ad Arist. Se hanno cominciato a muoversi e si sono messi sulle nostre tracce, non abbiamo nessuna possibilità di sopravvivere.»

    «Possiamo eluderli, trovare un posto dove non possono trovarci.»

    Il compagno scosse il capo. «Non esiste nessun posto dove nascondersi da loro. Qualsiasi luogo noi sceglieremo, prima o poi ci troveranno e sarà la fine. Non c’è possibilità contro i Sette, sono oltre le capacità umane, anche per gente come noi che può usufruire dei Poteri.»

    «Possiamo continuare a spostarci: restando sempre in movimento possiamo sfuggirgli. Possiamo…»

    «…avere speranza» Linder prese il ramo con entrambe le mani e lo spezzò con un colpo secco. «Speranza? Non c’è nessuna speranza. Non abbiamo più niente per cui lottare. Abbiamo perso il mondo, che è divenuto un deserto. Abbiamo perso noi stessi, che siamo solo gusci vuoti» sputò sulle pietre. «Per cosa lottiamo? Per chi lottiamo? Non abbiamo più una casa e se anche l’avessimo ancora, non c’è nessuno ad aspettarci.»

    Amos lo osservò allontanarsi nel buio della notte, scendendo il sentiero tra le rocce per tornare al suo giaciglio. Un pezzo alla volta aveva visto sgretolare le convinzioni del compagno. Crepa dopo crepa, si erano aperte falle nel muro della sua saldezza. Giorno dopo giorno, lotta dopo lotta. Ma il vero cedimento era stato poco dopo i Giorni della Rovina, di ritorno da una lunga e pericolosa missione. Ciò che lo aveva fatto restare vivo e tornare indietro, era stato il pensiero che ci sarebbe stato qualcuno ad attendere il suo ritorno. Sentirsi aspettato lo aveva reso saldo, capace di sopportare ogni cosa.

    Ma quando era tornato, aveva trovato una casa con porte e finestre sprangate; c’erano solo camere vuote e buie ad attenderlo. Non c’era fuoco nel focolare, solo cenere. Sul pavimento, polvere. Sulle pareti, ragnatele.

    Niente distruzione. Niente rovina. Quelle sarebbero potute essere accettate: erano la loro realtà, la loro vita. Sapevano che potevano perdere tutto quello che avevano da un momento all’altro, che la tempesta poteva giungere e spazzare via ogni cosa. Un duro colpo, ma ai duri colpi erano abituati, sapevano pararli; erano i colpi bassi quelli più bastardi da schivare o incassare. Solo che alle volte l’armatura non riusciva a coprire tutte le parti deboli e ci si ritrovava scoperti e il colpo entrava in profondità. Troppo in profondità, fino a giungere all’osso, agli organi vitali.

    Dopo il ritorno, l’animo di Linder era divenuto come la casa cui era tornato: vuoto. Uno spazio dove il ricordo riecheggiava sordo d’abbandono, di una presenza che non aveva saputo aspettare, che non aveva saputo resistere quando lui invece era andato oltre i suoi limiti pur di tornare.

    Solo abbandono: ecco che cosa era rimasto di lei. Non avevano mai saputo che fine avesse fatto, dove si fosse diretta, se era morta o ancora viva: Linder non aveva mai provato a cercarla, né aveva mai tentato di parlare con qualcuno per provare a capire cosa l’aveva spinta a non aspettare. Nessuna spiegazione, nessun ragionamento lo avrebbe fatto stare meglio: niente sarebbe servito a farla tornare indietro. Ma anche se lo avesse fatto, la rottura non sarebbe potuta essere saldata: con la sua scomparsa, lei si era portata via qualcosa che non sarebbe più tornato.

    “Era quello che sorrideva più di tutti, sempre allegro, sempre gioviale. Dopo di allora il suo viso non ha manifestato più alcuna emozione; una roccia sarebbe più espressiva” Amos mandò giù lo sputo che stava per lanciare per terra. “Ci siamo spinti oltre i nostri limiti per salvare gli altri: è questo il modo in cui veniamo ripagati?” levò gli occhi alle stelle. “Lassù, ci sei rimasto almeno tu? Perché se ci sei, la tua presenza non si sente per niente, Dio.” Sarebbe bastato un semplice segno, un piccolo segnale che c’era qualcuno, qualcosa che li osservava, che li vegliava, che nel momento del massimo bisogno sarebbe accorso in loro aiuto, sostenendoli, guidandoli quando ormai sembrava che non ci fosse più nulla da fare. Un’apparizione come si leggeva nei testi sacri o magari una luce…

    All’orizzonte, nel cielo della notte, la volta celeste si colorò di sfumature dorate. Il respiro gli si bloccò in gola. Era troppo presto per l’alba, mancavano ancora diverse ore al sorgere del sole. Ma allora…

    Si alzò di scatto, correndo lungo il sentiero della collina, incurante delle rocce contro cui sbatteva. Arrivò trafelato all’accampamento, sgusciando tra i corpi addormentati, diretto verso un punto preciso. Felua era raggomitolata tra le radici di un nodoso albero essiccato, usate come protezione dal vento della notte. Il giaciglio di Linder era vuoto, c’era solo l’ammasso confuso della logora coperta arrotolata su se stessa.

    Oltre le basse colline, il cielo rosseggiò dei colori del tramonto: una battaglia dove sarebbe stata solo perdita, dove non ci sarebbe stata vittoria.

    Chiuse gli occhi. Sapeva che prima o poi sarebbe andata in quel modo. Sapeva che si sarebbe gettato in una battaglia che non lo avrebbe lasciato vivo.

    Un’altra notte. Un altro amico perso.

    Riaprì gli occhi, muovendosi a lunghi passi.

    «Felua. Felua» scosse la donna con forza. «In piedi.»

    La compagna si sollevò su un braccio bofonchiando.

    «Raduniamo i bambini» senza tante cerimonie la aiutò ad alzarsi. «Dobbiamo raggiungere le montagne.»

    «Perché?» il sonno era scomparso all’istante dalla voce di Felua.

    Amos portò lo sguardo sui bagliori oltre le colline.

    «Demoni» sussurrò Felua comprendendo quello che stava accadendo. «Allora Linder…»

    Amos fece un secco cenno d’assenso.

    «Perché?»

    C’era una sola risposta a quella domanda, ma non era quella da dare. «Ci sta dando tempo per fuggire, trovare un riparo: i Sette sono sulle nostre tracce.»

    «I Sette…» lo sgomento trapelò nelle parole di Felua.

    Amos serrò la mascella: prima o poi glielo avrebbe dovuto dire. «Loro non sono qui: devono aver mandato delle avanguardie a cercarci» la trascinò per un braccio. «Aiutami a svegliare i bambini: dobbiamo andarcene alla svelta.»

    Non ci furono pianti o proteste: solo muta e rassegnata obbedienza. Non ci furono domande su dove fosse Linder, perché tutti avevano visto i bagliori oltre le colline. Presero a marciare, lo sguardo rivolto sempre avanti.

    Il sole li trovò in mezzo alla piana spoglia, il passo spedito senza mai fare una sosta, nemmeno per mangiare: dovevano raggiungere le montagne prima che la notte tornasse a raggiungerli.

    Di retroguardia, Amos si trovò spesso a voltarsi per osservare l’orizzonte che si erano lasciati alle spalle. L’alba era giunta come ogni giorno, coprendo i bagliori dello scontro oltre la linea delle colline, anche se ormai si erano andati affievolendo sempre più prima del sorgere del sole. Per qualche istante aveva sperato di vedere la figura di Linder avvicinarsi attraverso la pianura, ma in cuor suo sapeva che aveva visto l’amico per l’ultima volta la notte appena trascorsa. La speranza in breve si era mutata in timore che gli inseguitori facessero capolino, cominciando a guadagnare terreno su di loro. Ma ogni volta che guardava, c’era solo il tremolio delle rocce arroventate.

    Sul finire del giorno trovarono i resti di una strada asfaltata, seguendola fino alle montagne e iniziando a salirla in mezzo alle ombre che si facevano sempre più dense. Il gruppo era sfinito, ma dovevano raggiungere il ponte che avevano visto dalla piana: una volta attraversato, lo avrebbero fatto crollare, mettendo tra loro e gli inseguitori un baratro invalicabile. Avrebbero guadagnato tempo e, con un poco di fortuna, magari sarebbero riusciti a far perdere di nuovo le loro tracce.

    La salita fu un continuo arrancare pieno di sbuffi e di ansiti. Tornante dopo tornante, l’ascesa proseguì nella notte che si faceva sempre più scura, le stelle che facevano capolino sopra le pareti della gola che costeggiavano l’asfalto.

    Dopo un cammino che parve non avere fine, sbucarono dinanzi all’imboccatura del ponte, le arcate di metallo che li osservavano come gigantesche ragnatele abbandonate e polverose. Poche decine di metri e sarebbero stati al sicuro: una volta crollato il ponte…

    Un raspare di artigli sull’asfalto giunse dai tornanti sottostanti: raschiante, stridente, aumentava d’intensità, facendosi sempre più vicino.

    Amos ritornò sui propri passi, avanzando al centro della discesa.

    «No» Felua lo fermò mettendogli una mano sulla spalla. «Li affronto io. Tu vai con i ragazzi.»

    Amos sentì il cuore sprofondare ancora più in basso. Fece per protestare, ma sapeva che in quel momento non poteva perdere tempo in discussioni. Incassando le spalle con rabbia, partì di corsa verso il gruppo che lo attendeva presso l’imboccatura del ponte.

    «Forza, muovetevi!» li esortò nel momento in cui l’incedere del nemico aveva raggiunto l’ultima curva.

    Un lampo brillò e le montagne vibrarono, trasmettendo il tremore alla struttura metallica. Un bambino scivolò a terra. Passandogli accanto di corsa, Amos lo sollevò tra le sue braccia, tenendogli il volto premuto contro la spalla perché non vedesse l’orrore che stava per scatenarsi.

    «Correte!» urlò mentre i rombi del combattimento si facevano sempre più sovrastanti. «Correte!»

    Superarono d’un balzo l’estremità opposta del ponte, inerpicandosi per il budello contorto della strada. Ultimo ad arrivare, Amos poggiò il bimbo a terra e si voltò verso lo scontro.

    I cavi di metallo stavano ondeggiando selvaggiamente, alcuni penzolavano spezzati sull’abisso come serpi impazzite. Il ponte era una massa brulicante di donne dal corpo squamoso che avanzavano su code pelose, di bambini dalla schiena irta d’aculei, uomini dalle braccia di gorilla che cavalcavano zebre dalla testa di lupi giganti.

    Chimere e Mutantropi. Vite create dagli uomini. Esperimenti della scienza fatti per superare la natura, evolvere oltre l’umana comprensione, divenire il nuovo stadio dell’esistenza. Una pazzia divenuta aberrazione dopo che era caduta tra le mani dei Demoni, trasfigurata in uno dei peggiori incubi.

    Zanne, artigli, pungiglioni: una marea che stava soverchiando il Potere scatenato da Felua, respingendola indietro passo dopo passo.

    Poi l’amica inciampò in una crepa e per un istante, un solo istante, perse l’equilibrio. Le furono tutti addosso, trascinandola al suolo, avvinghiandola con tentacoli, strappandole vestiti e carne con denti e artigli.

    In quell’attimo i loro sguardi s’incontrarono.

    Amos scattò in avanti, ma la mano di lei fu più veloce. Il Potere deflagrò sul cemento, mandandolo in pezzi. La struttura si staccò dalla montagna, precipitando nella voragine, trascinando con sé i mostri in una massa indistinta. Per un istante ancora vide Felua volteggiare nell’aria, prima che le tenebre la prendessero e la trascinassero al suolo.

    Lo sguardo perso nel vuoto, Amos fissò l’abisso.

    Un’altra notte. Un’altra perdita.

    Il prossimo sarebbe stato lui, poi il calvario sarebbe finito: non avrebbe più dovuto soffrire. Anzi, la fine della sofferenza poteva arrivare subito: sarebbe bastato un solo passo per farla finita. Un passo e si sarebbe ricongiunto con i suoi amici e tutto sarebbe andato bene, sarebbe tornato come qualche anno prima, quando quella pazzia doveva ancora scatenarsi...

    Le mani si strinsero a pugno facendo sbiancare le nocche, cominciando a tremare. Perché tutti decidevano di lasciarsi andare? Perché lasciavano su di lui il carico da portare avanti? Perché doveva farlo da solo? Poteva salvarla…perché non gliel’aveva permesso?

    Ma di nuovo, conosceva la risposta. Felua era sempre stata innamorata di Linder: pur sapendo che lui stava con un’altra, era rimasta ad aspettare. E quando lui era rimasto solo, aveva coltivato la speranza che per loro ci fosse un futuro insieme. Ma un germoglio, se cresce nel deserto e non viene annaffiato, è destinato ad appassire e seccarsi. Giorno dopo giorno Felua non era più stata una donna, ma la semplice ombra di Linder, accontentandosi di essere questo.

    Quando però il corpo cessa d’esistere, anche l’ombra segue il suo stesso destino.

    Sentì tirare una manica della giacca. Sotto di lui, un bambino che gli arrivava a malapena all’anca lo fissava con occhi sbarrati.

    «Che cosa facciamo adesso?» fu la domanda biascicata attraverso le labbra tremanti.

    Amos gli posò una mano sui capelli arruffati. «Andiamo avanti.»

    Fu una discesa stanca, dove i piedi venivano trascinati sull’asfalto e i volti tenuti chini, troppo stanchi, troppo avviliti per dire anche solo una parola. In retroguardia, Amos fissava le schiene curve dai ragazzi. Ragazzi di cui conosceva a malapena il nome, raccattati e portati in salvo dalle città in rovina, strappati dalle mani di bande di uomini selvaggi, di Mutantropi e Chimere affamate. Non sapeva nulla di loro, non conosceva le loro storie, né mai aveva provato a conoscerle; proprio lui che era stato quello che prestava più attenzione alle parole degli altri.

    “Che cosa sono diventato per essere arrivato a chiedermi che cosa sono questi bambini per me, se vale la pena che continuino a vivere?” osservò le teste chine, i passi strascicati. “Perché faccio questo? Sto portando avanti il sogno di altri, le aspettative che gli adulti hanno avuto su di me e sulla mia generazione. Siamo cresciuti con il senso della responsabilità, consci che avevamo un dovere da compiere, ma non credendo davvero che le nostre azioni sarebbero servite per l’umanità, tanto meno per la sua sopravvivenza. Abbiamo avuto un’esistenza serena, pensando solamente a vivere la nostra vita, almeno fino a quando non è avvenuto il Crollo: a quel punto è cambiato tutto” corrugò la fronte, dibattuto tra la voglia di libertà e il senso del dovere. “Ma io e la mia generazione abbiamo conosciuto pace e serenità e anche affetto e calore umano; lo stesso non possono dire questi bambini. Loro sono cresciuti in mezzo a un conflitto creato da altri, non hanno responsabilità per quanto è successo; non è giusto che vivano una vita del genere per colpe altrui, morendo senza aver conosciuto altro che dolore e privazione.”

    Il conflitto interiore cominciò a scemare mentre fissava quelle spalle chine. “Non sono semplici numeri, non dopo il sangue che i miei amici hanno versato, non dopo quello che è stato sacrificato. Speranza. Allegria. Amore” sentì un cambiamento avvenire in lui: il dolore della perdita c’era ancora, ma qualcosa si stava innalzando sopra di esso. Qualcosa di resistente, inamovibile, che non si sarebbe fatto schiacciare. “Per il sangue e i valori in cui hanno creduto i miei amici combatterò, perché nulla sia stato vano: il ricordo di quello che sono stati sarà ciò che mi sosterrà. Continueranno a esistere in me e saranno la forza che mi permetterà di far sì che anche questi bambini abbiano la possibilità di sognare. E niente e nessuno impedirà che questo avvenga.”

    L’uomo che era stato un tempo, che aveva cercato di risolvere tutto con il dialogo, pensando che si potessero cambiare le cose senza usare la forza, fu lasciato in mezzo alle svolte della gola che si stavano lasciando indietro: apparteneva a un’epoca che non c’era più ed era giusto che restasse assieme ai corpi degli amici. Levò un muro a separarlo dal passato lasciato alle spalle, facendolo crescere fino a divenire fortezza e cingendo il nuovo credo che aveva abbracciato. “Sarò il baluardo contro cui nessun Demone prevarrà.”

    Una dopo l’altra le Porte si aprirono, facendo confluire il Potere dentro di lui.

    Sorpassando il gruppo, prese da parte uno dei ragazzi più grandi.

    «Conducili fino alla fine della gola e aspettate il mio arrivo» disse a bassa voce.

    Il ragazzo lo scrutò con sospetto. «E se non arrivi?»

    «Arriverò» rispose Amos con decisione, facendogli cenno di andare. «Stanne certo.»

    Uno per volta li vide sparire dietro una curva, mentre all’orizzonte il cielo stava cominciando a rischiararsi. “Non sarà un’altra notte. Non sarà un altro calvario.”

    La luce nella gola si fece sempre più forte, rendendo distinti i contorni del mondo.

    Il Demone giunse lungo la strada con passo calmo, sicuro di sé, gli occhi che luccicavano della forza dell’Essenza traviata dal suo Vizio. Sorridendo sprezzante, levò una mano.

    Sabbia e rocce crearono un muro contro le falci di vento levatesi all’improvviso.

    Il Demone schizzò in aria, evitando la raffica di pietre giunta dalle pareti della gola. Levitando sopra la testa dell’uomo, creò un vortice nella propria mano e lo scagliò contro l’avversario.

    Amos lo schivò con un balzo di lato, venendo raggiunto dai detriti della voragine che si era creata dove si trovava solo un istante prima.

    «Vieni giù!» urlò sollevando a sua volta la mano.

    In risposta al gesto, dalla cima della gola un palmo con gigantesche dita di rocce si levò a oscurare il cielo, abbattendosi sul Demone e schiacciandolo al suolo come una mosca.

    Amos si avvicinò alla massa contorta e maciullata, scostando le rocce che la tenevano imprigionata e prendendo il volto sanguinante nella mano. Senza sforzo sollevò il Demone, tenendo le dita scostate perché potesse fissarlo negli occhi.

    «Noi umani non siamo semplice carne da macello per il vostro alimento» disse con voce dura. «Questo dovete mettervelo bene in testa» la presa delle dita aumentò la pressione, schiacciando il cranio con secchi scricchiolii. «Prima di tornartene all’inferno, avvisa i Sette che se proveranno ad avvinarsi a noi, aprirò le Porte del Paradiso, riducendoli a semplici ricordi.» La testa esplose in un fiotto di sangue e cervella.

    Gettato il corpo del Demone nella voragine da lui stesso creata, andò a raggiungere il gruppo di ragazzi che lo stavano aspettando. Li trovò sparpagliati all’imbocco della gola, alcuni addormentati in qualche anfratto all’ombra.

    Si fermò dove la strada cessava di esistere, inghiottita dal mare di sabbia, scrutando l’orizzonte.

    Lui, l’ultimo rimasto, orfano di un mondo perduto anni prima, sarebbe stato padre e guida di una nuova generazione, portandola oltre il deserto, cercando una terra dove avrebbero trovato la promessa di una vita migliore.


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    Commenti raccomandati

    Davvero interessante. Credo che ci sia vero potenziale in questa storia che va dal survival al fantasy con scioltezza. il protagonista è un 'eroe stanco ma determinato. Lettura piacevole, il back grund appena accennato da corpo a questo racconto che, se sviluppato può dare il via a qualcosa di più. Per me Bravo.(y)

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    Ti ringrazio, Danilo. Quella che ho postato qui è una delle prime versioni di quello che è il capitolo iniziale di un romanzo (vedere le tag sotto al racconto) appartenente a una serie fantastica/dispotica/post apocalittica che ho scritto.

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