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  • Il primo uomo su Marte


    simasca

    IL PRIMO UOMO SU MARTE
    Camminavo per la strada, però non ero realmente lì. La mia mente almeno, la mia mente non
    camminava per il centro della città, con i passanti che camminavano veloci al nostro lato e le
    macchine che sfrecciavano verso chissà quale destino. No, nella mia mente c’era posto per un solo
    nome: Cristina. 5 anni insieme…dannazione, non poteva essere finito tutto così. Una telefonata,
    l’incontro in un bar, le solite parole”mi dispiace, ci ho riflettuto, è meglio per entrambi”, e la nostra
    storia d’amore era finita. 5 anni…5 anni che avevo dedicato a lei, io l’amavo per davvero. E
    adesso? Il lavoro andava male, avevo pochi amici, Cristina era stata negli ultimi tempi la mia luce,
    il mio faro nelle tenebre della vita. Adesso quella luce era sparita, e mi sentivo perduto. Forse era
    arrivato il momento di fare quello che avevo sempre sognato, andare a lavorare all’estero. Una
    nuova esperienza, iniziare de zero in un nuovo paese. Ma ne sarei stato capace? Non ero più tanto
    giovane, avevo già 37 anni, e da 10 lavoravo come contabile in una azienda, un lavoro monotono e
    ripetitivo che all’estero non è che mi avrebbe aperto molte porte. Avrei trovato qualcosa da fare se
    fossi andato via dall'Italia? Forse era arrivato il momento di rischiare, però avevo un paura. Ma la
    paura non era niente, pensando alla vita che mi aspettava….senza Cristina.
    Mentre camminavo per la strada, un rumore attirò la mia attenzione. Veniva da un gruppo di gente,
    una folla di almeno 20 persone che si erano riunite in un angolo e guardavano qualcosa che,
    evidentemente, doveva essere divertente, già che tutti ridevano. Un pagliaccio, mi dissi, o un
    saltimbanco di strada, uno di quei giovani che per guadagnarsi la vita offrono un istante di
    diversione alle anime tormentate che vagano per le vie di Bologna. Mi avvicinai, non perché avessi
    voglia di ascoltare barzellette, ma per vedere se tra la moltitudine la mia anima sanguinante potesse
    trovare un poco di pace, anche per solo un istante. Mi feci largo fra la folla, però quello che vidi non
    sembrava proprio un pagliaccio. Era un uomo di almeno 60 anni, basso e ingobbito. Vestiva abiti
    logori, degli stracci che a stento si sarebbero potuto chiamare vestiti. Aveva i capelli lunghi e poco
    curati, sporchi come il resto del corpo, e una lunga barba grigia. L’unica cosa viva in quell’uomo,
    che per il resto sembrava un rottame, erano gli occhi: azzurri, vivaci, che guardavano la folla con
    una espressione magnetica. Stava dicendo qualcosa, però all’inizio non riuscì a capire a cosa si
    riferisse. Quello che sì capì subito era che era abbastanza ubriaco, per non dire molto: barcollava nel
    stare in piedi, e in mano teneva una bottiglia di qualche tipo di liquore economico, quelli che
    annebbiano la mente e distruggono il fegato. E la folla rideva, così che cercai di ascoltare le parole
    di quell’uomo.
    “E tutto era deserto, non come i deserti che conosciamo sulla terra, no, non potete nemmeno
    immaginare com’era quel deserto. Chilometri e chilometri di pietre erose dal tempo, di dune di
    sabbia che avevano cambiato migliaia di volte forma, spinte dal vento, in un muoversi infinito. E il
    cielo….quel cielo impenetrabile, rosso come se il sangue di tutti gli dei dell’universo si fosse
    versato durante un'innominabile carneficina….”
    E continuò a farfugliare…era forse un profeta, o un predicatore? Mi avvicinai a una persona che,
    ridendo di gusto, si stava allontanando dal gruppo, e gli chiesi:”Mi scusi, di cosa sta parlando quel
    signore?”. L’uomo, con un sorriso sulla faccia, mi sorrise e disse:”Se hai tempo, amico, fermati a
    ascoltarlo. Quel pazzo è la cosa più divertente che abbia mai sentito”. Non mi sembrava che
    quell’uomo fosse un comico, non ne aveva l’aspetto, e poi le sue parole erano pronunciate con una
    foga che rasentava l’isteria, così che domandai:” Però…di che sta parlando”. Il passante che avevo
    fermato mi mise una mano sulla spalla e mi disse:”Non te lo perdere, quel pazzo ci sta raccontando
    un segreto, un segreto che nessuno dovrebbe sapere…”ridacchiò”Ci racconta di come lui faceva
    parte di un progetto speciale, una operazione di vari governi che si erano riuniti per finanziare il
    progetto più importante della storia. Quell’uomo,che afferma di chiamarsi Matheson, dice di aver
    partecipato a questo progetto, e- ascolta bene- di essere stato il primo uomo ad aver viaggiato ed
    essere atterrato su Marte!” e se ne andò ridendo.
    “Che?” esclamai, e mi girai verso l’oratore, che si era calmato. La folla si stava diradando,tutti
    sorridendo,e facendo commenti tipo:” che pazzo che è quel tipo” o “proprio fuori di testa”. La folla
    si diradò, e senza volerlo rimasi l’unico davanti a Matheson, se questo era il suo vero nome. Errore
    da parte mia. Barcollando, l’uomo venne verso di me, e mi mise una mano sulla spalla. Puzzava
    d'alcool, alcool economico, di pessima qualità. Mi guardò e mi disse:” La gente non capisce, vero
    amico?Io cerco di raccontare segreti che i grandi poteri vogliono che restino tali, e invece di
    ascoltarmi ridono di me, come se fossi un pazzo. Pazzi sono loro…loro non sono stati su Marte”.
    Bevve un sorso di alcool dalla bottiglia, e aggiunse:” mi chiamo Matheson, Richard Matheson.
    Sono americano, ma vivo da molti anni in Italia. Tu come ti chiami, amico?”
    La situazione mi metteva in imbarazzo, visto che fare amicizia con un alcolizzato evidentemente
    fuori di testa era l’ultima cosa di cui avevo bisogno quel giorno. Però c’era qualcosa negli occhi di
    quell’uomo che mi impediva di andarmene. Non erano gli occhi di un pazzo, erano gli occhi di
    qualcuno che aveva visto molto, e c’era un’intelligenza che brillava dietro le sue pupille. “Mi
    chiamo Matteo” risposi” e devo andare, mi dispiace” e mi allontanai. Però Matheson mi seguì:”
    amico” disse” mi sembri un tipo più intelligente di quella folla. Se mi accompagni a casa, perché
    con quello che ho bevuto non so se sono in grado de farlo da solo, ti racconterò altre cose di Marte,
    cose…interessanti”.
    “E dove vivi?” chiesi.
    “All’angolo di via Riva Reno, non è lontano”rispose.
    In effetti mi prendeva di strada, e pensai che parlare con un folle forse mi avrebbe aiutato a
    scordarmi, anche per un momento, del dolore che mi provocava il ricordo di Cristina. E poi, cosa
    avevo da temere? Matheson era più basso di me, stentava a reggersi in piedi, quindi anche se avesse
    voluto attaccarmi non avrebbe avuto molte possibilità di successo. “Perché no?” dissi “andiamo”
    aggiunsi, e ci incamminammo verso casa di quello strano tipo.
    Matheson continuava a bere dalla bottiglia, sorsi che diventavano sempre più frequenti. Notò che
    guardavo la bottiglia, e mi disse:”Non è la prima del giorno, proprio no….bisogna bere e tanto, per
    dimenticare”.
    “Dimenticare cosa?” chiesi
    “Marte” rispose, e si fermò, e i suoi occhi si persero nel vuoto, come se stesse ricordando qualcosa
    troppo doloroso per essere spiegato a parole.”Marte” ripeté” Sai? Io 20 anni fa non ero come
    adesso, no, ero un giovane forte, prestante, e un buon studente di ingegneria a Oxford. Ero un
    vincente, un uomo che poteva raggiungere il successo in questo mondo così competitivo. E un
    giorno…io e altri 2 studenti fummo convocati da alcuni dirigente della NASA, e ci sottoposero a un
    programma specialmente duro-per trovare persone speciali, dicevano. Io passai i test, a e viaggiai
    fino al Kazakistan. Li mi ritrovai con altre 7 persone, proveniente da tutto il mondo, i migliori…per
    il progetto congiunto più importante mai concepito dall’uomo:il viaggio dell'uomo e la discesa su
    Marte, il pianeta Rosso.”
    Smise di parlare, e riprendemmo a camminare. Un po mi sentivo in imbarazzo, che quest’uomo
    fosse davvero andato su Marte era qualcosa a dir poco assurdo, e ancor più assurdo era che stesse
    parlando li con me, per strada, ubriaco, un rottame umano che doveva avere problemi per andare al
    supermercato, altro che Marte. Però ormai ero in gioco, e chiesi:”E sei davvero atterrato su Marte?
    Com’è?”
    Matheson mi guardò e sorrise:” Sì, sono atterrato su Marte, io e gli altri 7 eroi, l’orgoglio
    dell’umanità….e sai com'è Marte? è….morto, deserto. Siamo stati li vari giorni terrestri, in quel
    deserto senza limiti, infinito. Oggi giorno, nelle città, è difficile capire cosa sia la vera solitudine. Io
    su Marte l’ho provata. Non la semplice sensazione di essere solo, no, una solitudine assoluta, una
    solitudine che ricopre tutto, le montagne, il deserto, il cielo…quel cielo rosso…rosso sangue, come
    se qualcuno avesse pianto lacrime sanguinanti per lamentarsi della solitudine degli esseri viventi. E
    quel cielo, quel cielo che sempre ci guardava…io credo che una scheggia di quel cielo ci sia entrata
    nell’anima. Marte era abitato, sai? Abbiamo visto immense città, superiori a quelle costruite
    dall’uomo. Erano città di edifici poderosi, con guglie che si lanciavano verso il cielo, e torri che
    sfidavano l’universo. Abbiamo visto strade che serpeggiavano per i deserti, ai cui bordi statue di
    creature fantastiche guardavano impassibili lo scorrere dei millenni. Abbiamo visto edifici che
    potevano essere cattedrali, dedicate a dei il cui nome non abbiamo mai sentito. Abbiamo visto tutto
    questo…ma tutto era morto, corroso dal tempo, morto da milioni o miliardi di anni. Tutto
    morto….solo il silenzio regnava su Marte, e il ricordo corroso di miliardi di fantasmi che secoli fa
    erano stati esseri vivi, e che il tempo aveva distrutto a tal punto che neppure le loro anime vagavano
    ormai in quei deserti millenari. Sai una cosa, amico? Io ho capito perché i marziani si sono
    estinti….i miei colleghi dicevano un sacco di cazzate scientifiche, ma i lo so…i marziani si sono
    estinti per la solitudine.”e smise di parlare.
    Anch’io non sapevo cosa dire, così che facemmo il resto del camino in silenzio. Arrivammo a casa
    di Matheson, un edificio fatiscente, con il portone sfondato. Lo aiutai a salire, e non fu facile,
    perché viveva al 5º piano e non vi era ascensore, anzi, c’era ma era fuori uso. Aprì la porta della
    casa dell’uomo con le chiavi che mi diede: mi giunse una folata di fetore dove si mescolavano
    alcool, mancanza di pulizia e cibo putrefatto, e quasi vomitai. L’appartamento era un disastro: non
    sarà stato più grande di 30 mq, con il suolo ricoperto di spazzatura e l’unica finestra chiusa, come se
    il Sole non osasse entrare in quel santuario alla rovina umana. Vidi un lavandino, pieno di piatti
    sporchi, da cui veniva un odore nauseante. Le pareti erano macchiate di muffa, e da quello che
    doveva essere il bagno veniva un odore di sporcizia. Portai Matheson fino all’unico letto che c’era
    nell’appartamento, e lo adagiai sul cuscino, sentendo l’odore di sudore rancido del materasso.
    Matheson collassò sul materasso e sembrò addormentarsi. Volevo andarmene da li, il prima
    possibile. Mi avvia alla porta, ma prima di uscire vidi una foto alla sinistra dell’entrata, una foto in
    una cornice di legno che rappresentava una bella donna di circa 20 anni con in braccio un bambino
    di circa 4 anni. Mi chiamò l’attenzione, perché era l’unica cosa pulita in quel posto schifoso. Vidi
    che sotto la foto, appoggiata sul comodino, vi era una lettera, ingiallita dal tempo. Senza volerlo la
    guardai, e lessi quello che vi era scritto:
    “Matheson” diceva “ ascoltami bene, ti ho già detto di smetterla di cercare di metterti in contatto
    con me. Io devo pensare al bambino, a nostro figlio, ricordi? Quel figlio che non vedi mai, con cui
    non giocavi mai. Normale, considerando che passi il giorno a bere e a ubriacarti con gli animali
    dei tuoi amici. Ho sempre accettato che non avessi un lavoro fisso, e sai perché? Perché ti amavo.
    Ma tu ami di più l'alcool e le puttane, perché so anche che spendi i soldi per andartene a scopare
    con quelle li. Io lo accettavo, si, però adesso abbiamo un figlio, ho un figlio, perché a te non ne è
    mai fregato niente. Non ti chiedo soldi, che mi spetterebbero dopo il divorzio, solo ti chiedo di
    lasciarci in pace,a me e al bambino. Non voglio che mio figlio cresca con un padre alcolizzato.
    L’hai picchiato, ricordi?E hai picchiato me, ma io sono adulta,posso sopportarlo, però non ti
    permetterò di far male a Michael. Matheson, lasciaci in pace, esci dalla nostra vita, non vogliamo
    più sapere niente di te”
    La lettera era firmata “Jane”, e aveva un data: 14 luglio 1994, 20 anni fa…..
    Matheson si rigirava nel letto, e diceva:”I marziani…morti di solitudine….la solitudine, non c’è
    bisogno di catastrofi per sterminare una razza, le malattie dell’anima sono molto più letali. Sono
    morto….siamo morti….”
    Uscì di casa, tornai in strada. Presi il telefono, e marcai il numero di Cristina. Mi rispose con una
    voce stanca:”Che vuoi Matteo? Lasciami in pace, ti ho detto che tra noi è finita” e attaccò. Avrei
    potuto dirle che l’amavo, che non potevo vivere senza di lei, ma sapevo che sarebbe stato inutile.
    Guardai il mondo intorno a me: c’era il Sole, la gente camminava al mio lato, veloce, senza farmi
    caso, un passante come gli altri, invisibili gli uni agli altri. Viviamo in un mondo globale, dicono, e
    poi non riusciamo nemmeno a vedere il dolore della persona al cui lato passiamo. Gli edifici si
    alzavano verso il cielo, contenendo vite e un’attività frenetica, ma erano impermeabili, quello che
    succedeva li dentro era solo affare di chi viveva li dentro, non gli importavano i problemi di chi
    sfiorava i loro muri. Le strade erano piene di macchine, mostri metallici dal freddo cuore che
    portavano l’indifferenza del metallo nella vita degli esseri umani. La città fremeva di vita, ma io,
    senza Cristina, non mi ero mai sentito così solo, in quella porzione del mondo civilizzato fremente
    di vita ma che a me sembrava un immenso deserto. E allora capì. Capì le parole di Matheson, quello
    che voleva dire, il senso di solitudine assoluta che non bisognava andare a cercare su un altro
    pianeta. E capì che anch’io, come Matheson, avevo viaggiato a Marte.


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