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  • Il fantasma della domenica


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    Ini

    Estratto dal libro “Dieci” - IL FANTASMA DELLA DOMENICA -

    CAPITOLO 1. LE MISTERIOSE APPARIZIONI

    «Zitte, fate silenzio, ho sentito le tavole del pavimento scricchiolare… lui è qui». Fu quasi un sussurro quello che uscì dalle labbra di Amos ma la reazione delle sorelle fece capire al ragazzo che avevano udito il suo ammonimento. Rimasero immobili come statue, gli sguardi rivolti verso il soffitto. La luce che filtrava dalle assi di legno illuminava l’ampio appartamento. I ragazzi videro chiaramente l’ombra proiettata sul loro pavimento, come se vi fosse qualcosa al piano di sopra che

    ostacolasse il naturale percorso della luce, qualcosa o… qualcuno. L’ombra prese a spostarsi lentamente verso di loro, questo tolse ogni dubbio ai ragazzi sulla sua origine. Dorothea stava per urlare ma la sorella riuscì a tapparle la bocca appena in tempo… un rumore metallico seguiva l’ombra nel suo lento incedere. La misteriosa presenza parve fermarsi, se ne resero conto sia dall’immobilità dell’ombra che dall’assenza del rumore udito poco prima. Rimase ferma per un

    tempo che ai fratelli parve interminabile, poi sembrò sparire improvvisamente. «Ve l’avevo detto che sarebbe venuto», sussurrò Amos alle sorelle. La sua voce tremava leggermente per l’esperienza appena vissuta. «Oggi è domenica, lui viene sempre la domenica», concluse con fare sapiente il ragazzo. «Potrebbero essere gli uomini neri che ancora ci stanno cercando», disse la piccola Dorothea, «la mamma ha detto che dobbiamo rimanere nascosti qui sotto fino alla fine della guerra.» L’umore dei tre divenne subito tetro. «Non possono essere i nazisti», esclamò Dalila, «loro sarebbero entrati in forze rompendo tutto, noi invece non abbiamo sentito altri rumori all’esterno della casa.» «E poi c’è l’altra questione», aggiunse il fratello, «come le spieghi le visite solo

    la domenica?» Dorothea si concentrò per tentare di dare una spiegazione ai fratelli più grandi.

    Odiava sentirsi esclusa da certi ragionamenti perché considerata troppo piccola, al contrario, amava avere sempre l’ultima parola. Rimase in silenzio per un po’, poi mise su un’espressione rassegnata… non riusciva a formulare alcuna ipotesi che potesse far luce sul mistero. Era la prima volta che assisteva all’ambigua apparizione ma aveva ascoltato i racconti di Amos le sere precedenti. Avvolta nelle calde coperte, con il cuscino ben stretto tra le piccole braccia, ascoltava rapita il fratello descrivere le misteriose apparizioni che, stranamente, si manifestavano sempre la domenica e mai durante gli altri giorni. La voce della madre li fece trasalire, la sentirono chiamarli con il suo solito tono pieno di apprensione. «La mamma ci cerca, dobbiamo andare.» Con quelle parole Dorothea mise fine alla questione, corse verso la cucina felice di non dover ammettere la sconfitta. «Mi raccomando, non parlate con la mamma del fantasma, non ci permetterebbe più di uscire dalla nostra camera», si raccomandò con loro Amos mentre le seguiva correndo verso la cucina. Trovarono Kassandra, la loro madre, china sul vecchio braciere in ottone e rame, i carboni al suo interno dovevano essere ancora caldi perché, oltre al calore che i figli riuscirono a percepire, si notavano scintillii arancioni tra di essi, eppure lei continuava ad ammucchiarli con le mani prive di protezione. «Dove siete stati, non sarete per caso usciti di casa vero?», chiese la donna mentre guardava negli occhi Dorothea, sapeva che la figlia più piccola non sarebbe riuscita a mentirgli.

    «No mamma, non siamo usciti di casa, eravamo nello studio di papà perché Amos ci voleva far vedere… ahi!» La bambina prese a massaggiarsi la caviglia appena colpita dal fratello. «Scusa, non l’ho fatto apposta.» Poi, rivolto alla madre, Amos concluse quello che la sorella stava provando a dire: «Siamo andati nello studio di papà perché volevamo vedere la sua foto», affermò sforzandosi di assumere un’espressione che potesse apparire triste, «è via da così tanto tempo che quasi non riusciamo a ricordarci il suo viso. Ma quando torna, quando finirà questa maledetta guerra?» Il tentativo di distrarre la madre da quello che Dorothea stava per confessare ebbe successo, il suo sguardo si addolcì mentre provava a rispondere al figlio: «Vedrai che tuo padre tornerà presto, la guerra finirà e lui e il nonno potranno far ritorno a casa», disse stringendolo forte a sé, Dorothea si unì all’abbraccio subito imitata da Dalila. Kassandra strinse forte quei fragili corpi, il calore emanato dal braciere bastava appena a scaldare l’ampio appartamento ricavato sotto la loro fattoria. Lacrime calde presero a solcare il suo viso mentre la memoria tornava inesorabile al giorno in cui aveva visto per l’ultima volta suo padre e suo marito: Le colonne di persone, ammassate come bestie, venivano spinte verso i già colmi vagoni da uomini prepotenti di nero vestiti. I volti erano emancipati e gli sguardi persi mentre portavano i pochi averi in piccole sacche che gelosamente stringevano al petto. Tra di essi Kassandra riconobbe il volto del padre e dell’amato marito. Lei osservava tutto dal sedile posteriore dell’auto della signora Neumann, un’aristocratica donna tedesca amica di Kassandra ormai da molti anni. Quella mattina l’anziana signora era passata a prenderla alla fattoria un’ora prima dell’alba. Sua nipote Brunhilde aveva passato la notte con forti dolori e febbre alta, a niente erano serviti i rimedi del dottor Agimund. Al contrario, lo sciroppo preparato in precedenza da Kassandra aveva alleviato le sofferenze della fanciulla. La signora Neumann aveva dovuto passare l’intera notte ad assistere la nipote. Quando Brunhilde finalmente prese sonno, lasciò la fedele domestica a vegliarne il riposo e, indossato l’elegante cappotto, ordinò all’autista di preparare la macchina. Arrivò alla fattoria di Kassandra dopo un breve viaggio. Il sole stava appena sorgendo, nonostante questo trovò il signor Bonifatius Cassel, padre di Kassandra, già in piedi con una tazza di caffè fumante stretta nelle forti mani. L’uomo si tolse il cappello e fece un inchino fin troppo esagerato, la guerra era in corso già da diversi mesi e l’odio dei nazisti verso tutte le minoranze era ormai manifesto. Con passo lento l’anziano si diresse verso l’abitazione senza cercare di nascondere il disprezzo che provava per la donna. Lei si accorse ovviamente dell’atteggiamento ostile dell’uomo, non provò però nessun rancore, il suo cuore era puro e non vi si poteva trovare traccia di odio neanche cercando ostinatamente… ma questo lui non poteva saperlo. Kassandra uscì subito dopo, evidentemente era stata avvisata delle condizioni della nipote della signora Neumann dato che portava con sé una voluminosa borsa medica. La signora osservò Kassandra stringere le mani davanti alla bocca fino a formare una specie di megafono ed urlare verso i campi, seguì allora il suo sguardo ed individuò una piccola figura in lontananza, muoveva su e giù il cappello per rispondere al saluto della donna. L’autista aprì lo sportello e lei prese posto accanto all’anziana signora. La salutò con calore mentre l’auto partiva. «Quell’uomo che stavo salutando è mio marito Angelus», disse Kassandra quasi per giustificare il suo comportamento poco consono. La signora Neumann annuì con il capo, poi fece un gesto con la mano, come se volesse scacciare una fastidiosa mosca. Kassandra capì che, in quel modo, intendeva chiudere una questione per lei evidentemente poco rilevante. Proseguirono il viaggio in silenzio, ognuno preso dalle sue preoccupazioni. La signora Liliana Neumann pensava con ansia crescente alla nipote, sperava in cuor suo che stesse ancora dormendo nel suo letto. Kassandra non smetteva di pensare ai figli. Suo marito e a suo padre dovevano svolgere un importante lavoro nei campi e sarebbero stati lontani dalla fattoria quasi tutto il giorno. La donna era terrorizzata all’idea di lasciarli senza alcuna protezione. Aveva avuto l’accortezza di ordinare loro di rifugiarsi nell’appartamento celato sotto la grande fattoria fino al suo ritorno. Nonostante questa premura, la donna sentiva l’ansia partire dallo stomaco ed invadere il suo corpo, prese a guardare il paesaggio dal finestrino dell’auto per distrarsi.

    La famiglia Cassel viveva in una splendida fattoria sulle sponde della laguna di Stettino, nota anche come laguna dell’Odra, situata sulla foce del fiume Odra, condivisa tra Germania e Polonia. La tenuta era molto vasta. Il padre di Kassandra, Bonifatius Cassel, gestiva la proprietà con l’aiuto di Angelus, marito di sua figlia, ed alcuni braccianti del luogo pagati a giornata. Il lavoro era molto ma i due uomini parevano infaticabili, con sacrificio ed umiltà riuscirono ad avviare un’attività che negli anni divenne molto florida. Con l’inizio della guerra cambiò tutto. Cominciò la propaganda, l’esaltazione della razza ariana a discapito delle altre, la ricerca di una capo espiatorio su cui

    indirizzare l’odio collettivo. Le minoranze furono inevitabilmente prese di mira. Fu avviato un programma di eliminazione, anche fisica, sia degli avversari politici che di persone appartenenti a categorie ritenute nocive per il mondo come omosessuali, zingari, disabili e soprattutto ebrei.

    La preoccupazione si leggeva negli occhi degli uomini quando le prime scritte ingiuriose apparvero sui recinti che delimitavano la loro proprietà. Le persone del luogo, che solitamente prestavano servizio presso la fattoria dei Cassel, cominciarono a non presentarsi più al lavoro. Il clima di odio ed intolleranza che pian paino si stava creando verso di loro costrinse il signor Bonifatius a prendere una drastica decisione. Con l’aiuto di Angel e di Kassandra, svuotarono i grandi magazzini posizionati sotto l’abitazione principale, ammucchiarono i sacchi di semi e fertilizzanti vicino al fienile insieme alle altre attrezzature che occupavano gli ampi locali. Avrebbero pensato successivamente alla loro sistemazione, pensò l’anziano signore, in quel momento priorità era creare un rifugio sicuro per la sua famiglia. Dopo aver ripulito i locali pensarono all’arredamento, che ovviamente doveva essere essenziale. Trasportarono di sotto i lettini dei bambini, gli adulti si sarebbero dovuti accontentare di soluzioni diverse, era impensabile riuscire a spostare le pesanti strutture in ferro delle camere da letto fin là sotto. Mentre Kassandra si occupava delle scorte alimentari, gli uomini costruirono delle reti di fortuna con delle assi di legno trovate nel magazzino. Vi sistemarono sopra dei piccoli materassi, ricavati ammassando della vecchia lana all’interno di grandi sacchi, cuciti poi pazientemente da Kassandra e sua figlia Dalila. I loro vecchi materassi sarebbero rimasti nelle camere da letto, decise Bonifatius. Contava di rimanere poco in quegli angusti e bui locali e non avrebbe avuto senso trasportarli fin là sotto. Ma non era quello l’unico motivo che lo spinse a prendere quella decisione. Se ci fosse stato un controllo da parte dei soldati nazisti l’uomo sperava che, non trovando nessuno in casa, questi potessero credere che gli occupanti si fossero dati alla fuga. Trovare i letti privi di materassi avrebbe potuto solo insospettirli. Ultimati i lavori di allestimento, quando tutte le stanze al piano inferiore furono pronte all’uso, Bonifatius si premurò di celarne l’esistenza, ottenendo buoni risultati. Nascose la vecchia entrata dei magazzini murando letteralmente la porta. Ricavò un secondo passaggio, molto più piccolo, praticando un buco sul muro e nascondendolo poi con un pesante armadio. Prima di posizionare il vecchio mobile, Bonifatius ne intagliò il retro, ricavandone una porzione che si poteva far scorrere per accedere all’entrata segreta. Celò il taglio fatto sul legno grazie alla sua esperienza nei lavori manuali. Il risultato fu sorprendente. Ad un esame attento l’interno dell’armadio appariva privo di qualsiasi modifica. Solo sapendo esattamente in quale punto fare pressione si poteva far scorrere la porzione magistralmente intagliata. Una volta sistemato il mobile il risultato fu perfetto. Potevano accedere velocemente ai locali di sotto senza lasciare alcun segno alle loro spalle.

    I figli di Kassandra si trovavano proprio all’interno di quelle buie stanze quando l’auto della signora Neumann si fermò nell’elegante cortile della sua lussuosa casa. I nazisti entrarono nella loro fattoria nello stesso istante in cui la donna seguiva l’anziana signora dentro casa. Misero a soqquadro tutte le stanze e quando si resero conto che l’abitazione era deserta sfogarono la frustrazione rompendo i mobili e tutti i piatti e i bicchieri. I figli di Kassandra udirono tutto rannicchiati nei loro lettini pochi metri sotto i piedi dei soldati. Dalila teneva stretta a sé la piccola Dorothea, sentiva quel corpicino sussultare ogni qual volta dal piano superiore giungeva un tonfo o un forte rumore. Per tutta la durata dell’incursione la ragazza tenne la mano sulla bocca della sorella per evitare che un urlo rivelasse la loro presenza ai soldati. Guardando il soffitto vedeva i piccoli fasci di luce che filtravano dalle fessure del legno venir interrotti continuamente, a riprova della frenetica attività che si svolgeva pochi metri sopra di loro. Kassandra entrò nella buia camera di Brunhilde, congedò con un gesto della mano la donna che vegliava la fanciulla e si mise seduta accanto a lei. Attenta a non destarla, per prima cosa controllò la febbre posando delicatamente una mano sulla sua fronte. La trovò asciutta e fresca, lo sciroppo che le avevano somministrato aveva fatto effetto, ora la bambina aveva solo bisogno di riposo. Kassandra rimase poi ad osservare la fanciulla, spostò lo sguardo nell’ampia stanza… quanto era grande ed accogliente, pensò, soprattutto se paragonata a quella in cui i suoi figli si trovavano in quel momento. Il suo pensiero corse inevitabilmente alla fattoria, avvertiva uno strano senso di angoscia, decise che sarebbe tornata da loro. Chiuse delicatamente la porta della camera di Brunhilde e si avviò per le scale. Trovò signora Neumann nell’ampio salone, la cameriera aveva appena finito di versare il tè. Con un gesto la invitò a sedersi vicino a lei. «Sua nipote si è ripresa perfettamente signora, non ha più la febbre e il suo riposo è sereno», disse la donna rimanendo però in piedi, «con il suo permesso, ora avrei urgenza di tornare dai miei figli», concluse tenendo lo sguardo fisso in terra. Kassandra si ostinava a mantenere un atteggiamento remissivo e rispettoso con l’anziana signora anche se la loro era un’amicizia ormai consolidata. La signora Neumann stava per replicare, che diamine, pensò, si potrebbe fermare almeno per il tè, ma una nota di apprensione avvertita nella voce di Kassandra la fece desistere. «Ma certo mi cara», rispose invece, «avviso subito l’autista. Prima di partire però mi dovresti preparare un po’ di sciroppo, mi sentirei più sicura avendone una piccola scorta.» Kassandra si mise subito al lavoro, nel preciso istante in cui lei accendeva il fuoco sotto la pentola per scaldare la miscela di ingredienti, a qualche chilometro di distanza altri fuochi si stavano accendendo ma lo scopo di questi era di certo meno nobile del suo.

    Dalila stava per togliere la mano dalla bocca di Dorothea, da diversi minuti non si avvertivano più rumori al piano di sopra. Amos stava cercando di guardare l’esterno attraverso una piccolissima feritoia sul muro. «Non vi muovete, non sono andati via, è pieno di soldati qui fuori», sussurrò

    il ragazzo. Dalila strinse a sé la sorella, la sentiva tremare e trattenere a stento i singhiozzi, prese a carezzarle i capelli e a sussurrarle parole confortanti nel vano tentativo di placarne le paure. Cosa stavano facendo quei maledetti là fuori, pensò lei con rabbia. Non riuscì più a trattenersi… «cosa stanno facendo quei diavoli, perché non vanno via?» La ragazza si rese conto di aver usato un tono di voce troppo alto «Ti prego, dimmi che stanno andando via», aggiunse poi con voce appena

    udibile. Guardò Amos negli occhi sicura di leggervi rimprovero per la sua mancanza di attenzione di poco prima, quello che vi lesse però la allarmò ancor di più. «No Dalila, non stanno andando via», le rispose lui, «stanno accendendo dei fuochi, temo abbiano intenzione di bruciare la fattoria.»

    Quello che accadde dopo i ragazzi non riuscirono a vederlo con gli occhi ma udirono tutto dal loro nascondiglio segreto: «Che cosa state facendo con quelle torce?» La voce indignata del nonno Bonifatius. «Non c’è bisogno che bruciate la casa, noi siamo qui, diteci come possiamo aiutarvi.», La voce più conciliante del loro amato papà. «Chi vive in questa fattoria insieme a voi? Dove sono vostra moglie e i vostri figli?» Una voce prepotente ed autoritaria pose quella domanda. «Siamo solo noi due», sentirono rispondere il loro papà, «mia moglie è partita due settimane fa per andare ad assistere la madre malata, ora si trovano in Polonia insieme ai miei figli.» Dopo questo i ragazzi udirono solo silenzio, sembrava prolungarsi all’infinito. All’improvviso arrivò fino a loro un grido, seguito subito da un tonfo… il rumore di un corpo che cade pesantemente in terra. Udirono le urla indignate del padre, le risate sboccate di molte persone a loro sconosciute come unica risposta. Vi furono poi le frasi di scherno, gli appellativi ingiuriosi che ferirono le orecchie dei bimbi nascosti pochi metri sotto di loro. Dorothea terrorizzata voleva urlare, Dalila la trattenne a stento, Amos si unì a lei e insieme riuscirono a placarla. Passarono diversi minuti, continuarono ad avvertire movimento al piano superiore ma pian piano sembrò tornare la tranquillità. Improvvisamente i soldati andarono via, sentirono i camion allontanarsi dalla fattoria. I fratelli attesero di udire nuovamente la voce del padre e del nonno… il silenzio che avvertirono premeva su di loro come un macigno. Si guardavano angosciati senza sapere cosa fare.

    Kassandra continuava a girare nervosamente la fede nunziale che portava al dito mentre osservava il paesaggio scorrere velocemente dal finestrino dell’auto della signora Neumann. L’anziana signora comprendeva perfettamente il suo stato d’animo, non erano certo tempi facili quelli per una famiglia ebrea come i Cassel. Nonostante questo, considerava esagerate le sue paure. Erano ancora

    sconosciuti, a lei come al resto del mondo, gli orrori che il regime avrebbe portato a compimento. Passarono pochi minuti e le convinzioni della vecchia signora crollarono all’istante appena scorse ciò che stava accadendo alla stazione dei treni. Ordinò all’autista di accostare, Kassandra non si era accorta di nulla. «Ora devi essere forte», le disse Liliana, «cerca di non fare sciocchezze», continuò

    indicando alla giovane donna la scena che l’aveva così tanto turbata. Kassandra fu costretta ad assistere impotente mentre il padre e il marito venivano fatti salire su quel maledetto treno, i suoi occhi si spostavano freneticamente in tutte le direzioni. Stava cercando i suoi figli, aveva il terrore di vederli insieme a tutti gli altri disperati… in quel caso nessuno sarebbe riuscito a trattenerla in quella maledetta auto. «Mamma, se mi stringi così forte non riesco a respirare>>, la voce di Dalila strappò la donna dai suoi tristi ricordi. Si rese conto che stava inconsapevolmente stringendo troppo i propri figli, li lasciò andare pur controvoglia. Quante settimane erano passate da quel maledetto giorno, si chiese la donna, da quanto tempo i miei figli non vedono la luce del sole? Ripensò al viaggio di ritorno dalla stazione ferroviaria: La sua angoscia per ciò che avrebbe potuto trovare una volta giunta a casa, le parole di conforto della signora Neumann che provava a mitigare le sue paure. Giunta alla fattoria rifiutò categoricamente l’aiuto gentilmente offerto dall’anziana signora: «Da qui in poi devo proseguire da sola, lei ha già fatto tanto per noi signora Neumann, non voglio coinvolgerla ulteriormente», le disse Kassandra mentre stringeva quell’esile corpo in un sincero abbraccio.  In realtà la donna non intendeva rivelare l’esistenza dell’appartamento segreto a nessuno, neanche a lei. La signora parve capire cosa intendesse dire la giovane ragazza, aiutare la donna a nascondersi avrebbe potuto metterla in guai seri. Kassandra entrò in casa solo quando sentì l’auto allontanarsi. Non badò alla devastazione che trovò dentro, corse subito al vecchio armadio. Dopo aver sistemato in modo precario un’anta trovata divelta, la donna fece scorrere il pannello di legno e finalmente poté abbracciare i figli. Dopo quel tragico giorno i nazisti tornarono alla fattoria molte volte, loro li udivano girare rumorosamente per la casa vuota. Per fortuna avevano trasportato nelle cucine provviste di cibo sufficienti per un lungo periodo, potevano restare nascosti in quei bui locali senza la necessità di uscire fuori. «Stavi per raccontare tutto alla mamma!» Amos si avvicinò alla porta chiusa della loro camera e, poggiando l’orecchio sul freddo legno, ascoltò ciò che avveniva all’esterno, intanto continuava a parlare alla sorella piccola: «Se mamma viene a sapere del fantasma non ci farà più uscire dalla nostra camera, lo sai come è fatta», continuò mentre si allontanava dalla porta, ormai sicuro che la madre fosse impegnata in cucina. Dorothea lo guardava sentendosi in colpa, si vedeva che faticava a trattenere le lacrime. Intervenne in sua difesa la sorella maggiore: «Lasciala stare Amos, lei è solo preoccupata che possano essere i soldati, per questo voleva parlarne a mamma», affermò Dalila mentre stringeva la sorella in un abbraccio protettivo. «Del resto, anche io non sono convinta sia un fantasma, potrebbe essere un vagabondo di passaggio», concluse fissando il fratello. «Un vagabondo che viene solo la domenica?», affermò Amos con una punta di sarcasmo nella voce, «e poi come lo spieghi quel rumore metallico?», continuò il ragazzo portandosi nuovamente vicino alla porta. «Come fai a sapere che le visite del fantasma avvengono solo la domenica? Chiusi qui sotto non riusciamo più a contare i giorni ormai da molto tempo.» Questa volta fu Dalila ad usare un tono sarcastico. «So che è domenica perché la mattina presto sento suonare le campane del paese», rispose semplicemente Amos mentre ascoltava i rumori all’esterno della camera. Il dito portato davanti al naso bastò al ragazzo ad imporre il silenzio… l’orecchio poggiato sulla porta, il rumore di piatti in cucina, la certezza che la madre fosse lontana, poi ecco pronto il piano. Per quanto avventato e pericoloso fosse, venne accolto con entusiasmo dalle sorelle… la prossima domenica avrebbero incontrato il fantasma.

    CAPITOLO 2. IL BAMBINO FANTASMA

    Kassandra era china sul vecchio braciere, la legna all’interno ardeva di un rosso vivo, si vedeva l’aria tremolare tutto intorno. Alzò a malapena il viso sentendo i figli salutarla. Li vide dirigersi verso la stanza che lei aveva arredato personalmente al solo scopo di dare conforto al marito nei lunghi giorni di attesa e che, suo malgrado, lui non ebbe mai modo di usare. Tornò a dedicare la sua attenzione al braciere, vide nuvolette di fumo bianco partire da esse… impiegò qualche secondo

    per capire che erano le sue lacrime a generarle. «Avete sentito le campane questa mattina?», chiese Amos alle sorelle mentre chiudeva la porta alle spalle. «Sì, le abbiamo sentite, e allora?», rispose Dalila, improvvisamente sembrava meno convinta della validità del piano del fratello. «Vedrete che verrà anche questa volta», affermò con convinzione Amos. «Appena sentiremo il rumore metallico io e te saliremo nel massimo silenzio le scale», continuò guardando con serietà la sorella negli occhi, lei annuì rassegnata e lui finì di esporre il suo ardito piano: «Dorothea rimarrà vicino al corridoio a controllare mamma, se si allontanerà dalla cucina dovrai fischiare due volte, sarà questo il nostro segnale di allarme.» La sorella piccola era lieta di non dover partecipare a quella pazza avventura, l’idea del fantasma rumoroso la terrorizzava. Non lo diede a vedere però mentre si dirigeva verso il fondo del corridoio, assunse invece un atteggiamento offeso sperando di salvare le apparenze. Amos e Dalila rimasero in silenziosa attesa. Il rumore metallico arrivò e, benché atteso, procurò ai ragazzi un’ondata di autentico terrore, sentirono tutti i peli del corpo rizzarsi ed il sangue gelare nelle vene. Si Guardavano negli occhi immobili come statue di ghiaccio, la paura li aveva bloccati a tal punto che il piano preparato con tale cura rischiava di fallire, quella consapevolezza sembrò spronare Amos: «Muoviamoci o lo perderemo di nuovo», proruppe mentre afferrava Dalila per le spalle e la trascinava di peso verso la porta, un’occhiata a Dorothea gli confermò che la mamma si trovava ancora in cucina. Imboccò le scale senza controllare se la sorella lo stesse effettivamente seguendo. Il pannello di legno dell’armadio si mosse producendo un rumore lievissimo ma, all’orecchio di Amos, parve il più forte dei suoni. «Ora andiamo», disse senza voltarsi, esternava una sicurezza che in fondo non provava. Si trovò dentro il loro vecchio salone, tutte le imposte erano chiuse e, nonostante fuori vi fosse il sole, all’interno regnava l’oscurità. Guardandosi intorno il ragazzo notò dei dettagli che lo inquietarono… la casa sembrava cambiata. Durante le perquisizioni dei soldati nazisti avevano udito chiaramente il rumore di mobili buttati in terra, di piatti ed altri oggetti rotti. Erano stati costretti a rimanere impotenti, nascosti nell’appartamento segreto, mentre i soldati devastavano la loro casa. Si era aspettato quindi di trovare i segni di tanta devastazione. Invece tutto appariva in perfetto ordine, i mobili sembravano addirittura aggiustati. Rimase scioccato Amos… quasi si dimenticò del rumoroso fantasma. «Forza, proviamo ad avanzare», sussurrò alla sorella. Senza attendere risposta si inoltrò nell’ampio salone. Il loro vecchio tavolo in legno non c’era più, al suo posto il ragazzo vide un basso tavolino di marmo con piccole gambe intagliate. «Cosa sta succedendo?», si chiese sconvolto. Stava per continuare la sua avanzata ma un rumore giunse dal punto in cui era venuto, udì il cigolio di una porta che veniva leggermente aperta, poi qualcos’altro… una specie di sussurro. La paura tornò a farsi sentire. Amos si nascose come meglio poteva, udì un fruscio alle sue spalle, poi nuovamente quel sinistro rumore seguito da un sussurro giunse dal fondo della stanza. «Lui è qui», esclamò con voce appena udibile alla sorella nascosta dietro di lei… un leggero tocco sulla spalla gli confermò che il messaggio era stato compreso. Amos si fece coraggio, uscì dall’improvvisato giaciglio e si sporse per cercare di scorgere la fonte del rumore. Fece pochi passi e si nascose dietro il divano. Sentì alle sue spalle la sorella che silenziosamente lo seguiva nel buio. Amos si mosse di qualche passo, sentì il rumore metallico, aveva però qualche cosa di strano… sembrava provenire da una direzione diversa rispetto a quelli uditi in precedenza. «Amos… Amos», una voce sussurrò il suo nome, al ragazzo tremarono le gambe, la voce proveniva dal punto in cui era venuto. Sentiva il respiro della sorella alle sue spalle e questo sembrò dargli un po’ di coraggio. Si sporse ulteriormente per scrutare oltre il divano… le ante dell’armadio che celavano l’entrata del loro appartamento erano entrambe aperte, la sorella si trovava all’interno e sembrava lo stesse cercando sporgendosi nella buia stanza. Nello stesso istante udì un fruscio dietro di lui, questa volta seguito dal consueto rumore metallico. Amos conobbe in quel momento il significato della parola terrore… come negli incubi peggiori, il giovane udiva l’ignoto avvicinarsi lentamente alle sue spalle ma non riusciva a compiere alcun movimento, la paura lo aveva inchiodato lì. Dalila rimase ferma ai piedi delle scale, indecisa sul da farsi. Vide Amos salire e sparire nell’oscurità, il leggero rumore di legno contro legno confermò alla ragazza che il fratello aveva superato il passaggio. Diete un’occhiata disperata a Dorothea nella speranza di ricevere un segnale di allarme ma rimase delusa, il pollice alzato della sorella gli confermò che tutto era tranquillo. Non aveva scuse, lentamente prese a salire le scale. Arrivata in cima trovò il passaggio incautamente aperto, rimase sul confine dei due mondi torcendosi nervosamente le mani. Gli ammonimenti della madre sui pericoli che avrebbe potuto trovare fuori dal loro sicuro rifugio tornarono a tormentarla, improvvisamente capì la stupidità del piano elaborato da Amos. Dalila si sporse nella stanza buia cercando inutilmente di individuare il fratello, le porte dell’armadio cigolarono sotto il suo peso. La ragazza vide solo oscurità, provò allora a sussurrare il suo nome nel buio. Al terzo tentativo avvertì un rumore, subito dopo vide una figura sporgersi dal divano, stava guardando nella sua direzione e in quel momento lo riconobbe, era Amos. La ragazza stava per pronunciare il suo nome ma notò un movimento furtivo alle sue spalle, una figura informe stava seguendo lentamente il fratello, uno straziante rumore metallico accompagnava il suo lento avanzare. L’urlo di Dalila si unì a quello di Amos, la ragazza stava per fuggire da quella paurosa scena ma si rese conto che il fratello era rimasto bloccato. Quando lo raggiunse la creatura aveva già allungato le braccia per afferrarlo, lei lo prese con decisione dalle spalle e lo trascinò via di peso. Mentre correva verso il passaggio Dalila si aspettava di sentirsi afferrare da un momento all’altro ma non accadde nulla. Chiusero frettolosamente la porzione scorrevole dell’armadio per celarne il passaggio e si precipitarono giù per le scale. Trovarono la madre che li attendeva con un’espressione di allarme e paura in viso. «Dove siete stati e che cosa erano quelle urla?», chiese la donna mentre guardava le buie scale. I fratelli si guardarono disperati negli occhi, dovevano inventare una scusa plausibile o la madre avrebbe scoperto tutto. «Stavamo controllando che il passaggio segreto fosse correttamente chiuso, mi era sembrato di veder filtrare della luce», annunciò prontamente Dalila. Kassandra cercò conferma nello sguardo del figlio, Amos confermò la versione muovendo semplicemente il capo, non sarebbe riuscito a mentire alla mamma. Kassandra parve tranquillizzarsi, si incamminò verso la cucina, non era però del tutto convinta la donna. «Per quale motivo avete urlato tutti e due?», chiese prima di entrare nella stanza. Questa volta fu Amos a prendere la parola: «un ragno gigante è sbucato all’improvviso», esclamò il ragazzo mentre addentava una mela per evitare di incrociare lo sguardo di Kassandra. La scusa sembrò convincere la donna, lasciò i figli litigare scherzosamente per il cibo e si chinò sul braciere, la legna si stava esaurendo ed il freddo cominciava a farsi sentire negli umidi locali. Dopo aver mangiato, i ragazzi si rifugiarono nella loro stanza lasciando la madre in cucina. Appena la porta fu chiusa alle loro spalle iniziarono a parlare tutti e due insieme, l’eccitazione si mescolò alla paura mentre entrambi raccontavano l’esperienza appena vissuta. Dorothea seguiva con lo sguardo prima uno poi l’altra per non perdere neanche un dettaglio dei loro racconti, sembrava una spettatrice di un incontro di tennis. «Allora, lo avete visto o no il fantasma?» Quella semplice domanda sembrò troncare la discussione, Amos e Dalila esitarono entrambi prima di rispondere. «Più che visto, io l’ho sentito», ammise Amos tremando leggermente al ricordo. «All’inizio, sentendo il fruscio alle mie spalle, avevo creduto fossi tu che mi seguivi, a proposito, perché sei rimasta dentro l’armadio?», esclamò il ragazzo guardando con rimprovero Dalila. La ragazza non seppe spiegare il suo tentennamento: «Volevo controllare mamma prima di salire, quando sono arrivata su non sono riuscita a trovarti nel buio della stanza», si giustificò con un filo di voce. Amos evitò di infierire, prese per buona la scusa della sorella, pur conscio che i motivi che gli avevano impedito di seguirla erano altri. Una mano posata amichevolmente sulla spalla di Dalila intendeva comunicare alla ragazza che tutto era sistemato tra loro. L’espressione di sollievo sul volto della sorella fu evidente, questo sembrò spronarla a parlare: «Io non l’ho solo sentito il fantasma, io l’ho anche visto», disse lei tenendo lo sguardo basso. I fratelli la scrutarono in silenzio, Amos con uno sguardo dubbioso in volto, Dorothea al contrario sembrava deliziata ed impaurita al contempo, quell’avventura rompeva la monotonia del loro vivere da reclusi. Con aria da cospirazione si fece più vicino alla sorella maggiore, «sul serio lo hai visto?», chiese incredula, «ed era bianco con i buchi al posto degli occhi?», aggiunse ingenuamente, strappando un sorriso ai fratelli. La sorella sembrò riflettere seriamente su quanto chiesto, la sua espressione divertita mutò mentre con la mente tornava a quei terribili momenti, con un filo di voce prese a raccontare: «Era buio, le finestre tutte chiuse, vedevo la polvere danzare nei pochi fili di luce che filtravano dalle fessure del legno, cercavo Amos in quell’oscurità ma non riuscivo a vederlo. Ho provato a chiamarlo diverse volte, poi deve avermi sentito perché l’ho visto sbucare da dietro il divano. Nel momento in cui l’ho riconosciuto ho notato un movimento alle sue spalle. All’inizio ho visto un’ombra seguirlo, poi una figura informe è apparsa nell’oscurità. Ho urlato, sono corsa da Amos e l’ho afferrato un attimo prima che lo facesse il fantasma.» Dalila prese a tremare al ricordo, il fratello la strinse forte mentre Dorothea seguiva tutto con attenzione, sembrava eccitata più che impaurita. «Non fare così Dalila», disse il fratello per cercare di calmarla, «l’hai detto tu, era quasi tutto buio, magari ci siamo fatti prendere dal panico, forse i rumori e l’ombra che hai visto hanno una spiegazione razionale.» Il suo tentativo di rasserenare la situazione lo aveva fatto, il ragazzo guardò le sorelle per vedere se era riuscito a convincerle. Dorothea aveva accolto con evidente delusione la sua teoria, Dalila invece alzò gli occhi dal pavimento e lo guardò per la prima volta da quando erano entrati nella loro camera; «quando sono venuta a prenderti dentro il salone l’ho visto, è stato solo una frazione di secondo ma ho visto chiaramente il fantasma». Con quelle parole la giovane riportò l’ignoto dentro quella stanza. Il silenzio regnava mentre i tre riflettevano su quanto appena rivelato, fu sempre Dorothea a porre il secondo interrogativo: «Hai detto di averlo visto, puoi descriverne le sembianze?» Dalila chiuse gli occhi e tornò con la mente a quei concitati momenti, fu un sussurro quello che uscì dalle sue labbra: «L’ho visto solo per un attimo, era tutto scuro, non sono sicura ma mi è parso che il fantasma avesse le sembianze di un bambino, almeno la parte superiore del corpo».  I fratelli attesero che il tremore passasse e lei ricominciasse il racconto. «Ho visto le sue braccia tese pronte ad afferrarti, mentre fuggivo ho guardato sotto quel piccolo corpo che pareva muoversi come fosse un serpente, difatti non ho visto le gambe. Al suo posto ho scorto una massa informe che, muovendosi, sembrava trasportare di peso il corpo mutilato del bambino, come i centauri della mitologia greca, metà uomo e metà cavallo.» I fratelli la scrutarono con occhi sgranati, forse attendevano un segnale che rivelasse che la descrizione appena fatta era frutto della sua fantasia, inventata solo per spaventare loro, ma quando questo non giunse entrambi si fecero seri. Un freddo gelido sembrò calare dentro la stanza, improvvisamente l’avventura che avevano sognato di vivere si tinse di foschi colori. La descrizione di Dalila aveva dato un volto alla creatura fino a quel momento solo immaginata e le sue sembianze erano talmente terrificanti che persino la scaltra Dorothea sembrò turbata. Fu Amos a rompere il silenzio: «Io non sono riuscito a vedere il fantasma, ne avvertivo solo i movimenti alle mie spalle ma non me ne curavo pensando fosse Dalila. Però mentre vagavo per la stanza buia ho notato alcune cose forse più inquietanti del fantasma stesso, non so come spiegarlo ma il nostro vecchio salone sembrava… diverso.» Le parole del ragazzo catturarono l’attenzione di Dalila: «Cosa intendi dire che era diverso?»

    «Nonostante il frastuono che abbiamo udito quando i nazisti sono entrati dentro casa, il rumore di mobili rotti, di piatti e bicchieri buttati in terra, quando camminavo per il salone non ho visto niente sul pavimento. I mobili sembravano sistemati ed alcuni erano addirittura diversi dai nostri, come se ora vi abitassero altre persone», rispose Amos.Le sorelle si guardarono incredule, tante strane teorie presero ad uscire inarrestabili dalle loro bocche. Sarebbero andati avanti all’infinito ma furono interrotti dal richiamo della madre, la cena era pronta. Decisero di rimandare a dopo le loro congetture, corsero verso la cucina facendo a gara e spintonandosi, sembrava avessero dimenticato gli orrori appena vissuti. Il calore sprigionato dalle braci aveva riscaldato l’ambiente, entrando i ragazzi trovarono la tavola apparecchiata e la madre che li attendeva già seduta al suo posto. Si sedettero dopo aver salutato Kassandra con un bacio sulla guancia. Amos guardò Dorothea negli occhi, aveva già avvisato la sorella di non parlare con la madre del fantasma, vedendo però l’eccitazione a stento trattenuta dalla piccola capì che sarebbe stato un compito assai arduo per lei. Iniziò quindi a parlare prima che potesse farlo lei, pose delle domande a sua madre nel tentativo di distrarre Dorothea: «Mamma, secondo te quando finirà la guerra?», chiese il giovane, poi senza attendere risposta aggiunse; «quando potremo riabbracciare papà e il nonno?» Amos si pentì subito di aver fatto quella domanda, l’espressione della madre si rabbuiò. Si alzò dalla sedia senza rispondere e si avviò verso la riserva di legna. «Non so quando finirà questa maledetta guerra», affermò la donna mentre prendeva dei ciocchi di piccole dimensioni dal mucchio, «però so che noi dobbiamo rimanere nascosti in questo rifugio segreto se vogliamo essere al sicuro», concluse mentre stringeva tra le mani i pezzi di legno talmente forte che queste assunsero una sfumatura bianca per la pressione. Finito di mangiare i ragazzi uscirono correndo dalla cucina, chiusi al sicuro nella loro camera elaborarono un nuovo piano. Questa volta avrebbero atteso il fantasma direttamente nascosti dietro il passaggio segreto, avrebbero però scrutato le sue mosse rimanendo al suo interno.

    CAPITOLO 3. LA FOTOGRAFIA

    I giorni passarono velocemente, le campane del vicino paese suonarono a festa quella domenica mattina. Kassandra fu meravigliata di vedere i figli già in piedi a quell’ora, varcarono assonnati la porta e con naturalezza si sedettero composti a tavola. Quell’insolita circostanza avrebbe dovuto mettere in allarme la donna. Normalmente era costretta a svegliare uno per uno i figli, vederli tutti e tre insieme avrebbe dovuto far sospettare alla madre che avevano qualcosa in mente. La donna era invece completamente presa nel vano tentativo di scaldare i vasti locali, continuava ad incrementare il braciere con piccoli pezzi di legna. Le scorte alimentari lasciate da nonno Bonifatius sembravano non finire mai. I ragazzi mangiarono a sazietà e poi uno ad uno sgattaiolarono dalla cucina.

    Fu Dalila a dire alla mamma la scusa che avrebbe dovuto coprire le loro reali intenzioni: «Andiamo nello studio di papà a leggere una favola a Dorothea.» I fratelli chiusero rumorosamente la porta dello studio del padre, rimanendo però all’esterno. Con passo felpato Amos e Dalila salirono le buie scale, come la volta precedente Dorothea rimase di guardia in fondo al corridoio. Fecero scorrere nel massimo silenzio la porzione di armadio che celava il passaggio segreto. Amos lo varcò per primo, fu costretto però ad entrare nella stanza per permettere alla sorella di passare. Il loro piano prevedeva di non entrare ma di attendere il fantasma al sicuro dentro l’armadio, non avevano tenuto conto del poco spazio all’interno. Si ritrovarono entrambi fermi immobili nel buio salone. Amos si mosse con maggior sicurezza e raggiunse il divano, si nascose dietro mentre chiamava silenziosamente la sorella. Dalila era scioccata, non riusciva a muoversi, continuava a guardare il loro vecchio salone non riconoscendolo. Man mano che gli occhi si abituavano all’oscurità nuovi particolari apparvero alla ragazza. Un tavolino in marmo di cui ignorava l’origine, pentole nuove appese alle pareti mai possedute dalla sua famiglia. Notò una foto incorniciata su un tavolino, le persone ritratte attirarono la sua attenzione benché non fossero ben visibili nella stanza poco illuminata. Stava per avvicinarsi ed afferrarla ma avvertì in quel momento la porta di casa aprirsi cigolando, si affrettò a raggiungere Amos dietro il divano dimenticando la foto. I fratelli rimasero in silenzio, entrambi udivano il battito del cuore dell’altro, poi il familiare rumore metallico arrivò alle loro orecchie. Dalila strinse talmente forte la mano del fratello che lui fu costretto a liberarsi della presa, contemporaneamente portò il dito al naso per imporre il massimo silenzio. Pian piano si allontanò dal riparo del divano e scrutò nella direzione in cui aveva sentito provenire il rumore. Raggi di sole filtravano dalle imposte illuminando parzialmente la stanza, granelli di polvere danzavano alla luce formando figure fantasiose, il ragazzo le osservava rapito. La mano della sorella sulla sua spalla lo riportò alla realtà: «Guarda lì», le sussurrò lei. Il ragazzo seguì le sue indicazioni e vide cosa gli stava indicando, rimase perplesso e affascinato dallo strano fenomeno. Entrambi i ragazzi guardavano verso la cucina, sembrava che l’aria stesse tremando per effetto di un grande fuoco, ma non scorsero alcuna fonte di calore che potesse giustificare quello strano fenomeno… poi accadde qualche cosa di ancor più misterioso. L’immagine della loro vecchia cucina prese a sostituire quella in cui si trovavano, videro apparire i loro vecchi mobili proprio come i ragazzi li ricordavano. Durò solo pochi secondi, poi tutto tornò come prima. I fratelli si guardarono sgomenti. Amos stava per parlare ma un avvertì un fruscio provenire dalla cucina, guardando attraverso l’aria rarefatta cercò di individuarne la fonte. Vide un’ombra avanzare lentamente verso di loro, il mobile bastava a celarne quasi completamente la figura, il ragazzo scorgeva solo una parte della testa, il suo sinuoso avanzare metteva i brividi. «Guarda dietro quel mobile», sussurrò il ragazzo con tono allarmato, «sta venendo verso di noi.» La paura li aveva bloccati entrambi, seguivano con gli occhi il lento incedere della creatura. Videro la punta della testa arrivare fin al bordo della cucina, poi improvvisamente fermarsi. I ragazzi non potevano vedere materialmente cosa si nascondesse lì dietro, l’ombra che proiettava dentro la stanza arrivava però a lambire i loro piedi. La osservarono scioccati, rappresentava la prova che la creatura era reale e ora si trovava a pochi centimetri da loro. La situazione sembrava in stallo, poi improvvisamente la creatura si mosse con una rapidità sorprendente. Uscì dal suo riparo, nello stesso momento compì un movimento che fece urlare di terrore i fratelli… la parte superiore del suo piccolo corpo compì una sorta di piroetta, mentre il resto rimase immobile. I suoi occhi si inchiodarono su quelli dei ragazzi, un urlo straziante uscì dalla sua bocca. Il panico si impossessò dei fratelli, corsero verso il passaggio segreto rovesciando tavolini e sedie. Amos varcò il passaggio preso dal panico, nella fretta non si accorse del lembo di camicia impigliato in uno dei chiodi, si ritrovò la schiena quasi nuda quando si fermò al sicuro nelle buie scale. Dalila correva dietro al fratello, avrebbe voluto tuffarsi in quel maledetto passaggio ma doveva attendere che lo varcasse prima Amos, istintivamente allungò una mano ed afferrò la foto incornicia notata poco prima. Subito dopo si affrettò ad attraversare il varco e a chiudersi il passaggio alle spalle. La ragazza non aveva avuto il coraggio di voltarsi per vedere se il fantasma l’avesse seguita. Si sedette accanto al fratello, entrambi ansimanti tesero l’orecchio nel timore di udire il suono metallico seguirli lungo le scale, per fortuna l’unico rumore che udirono fu lo scalpitio di piccoli piedi che correvano verso di loro. Dall’angolo del corridoio apparve la figura allarmata di Dorothea: «Cosa è successo lì sopra?», chiese la fanciulla, poi, voltandosi verso la cucina, aggiunse con tono concitato; «la mamma vi ha sentito urlare, è molto allarmata, preparatevi perché sta arrivando.» Appena la bambina finì la frase la figura di Kassandra irruppe tra loro, aveva il grembiule sporco di cibo e fuliggine, le mani annerite dal carbone e l’espressione allarmata… si calmò subito appena vide i figli. «Cosa erano quelle urla?», eslamò la donna mentre osservava con stupore l’oggetto che Dalila stringeva in mano, «e non raccontatemi ancora la storia del ragno gigante!», continuò senza staccare gli occhi dalla cornice che la figlia stringeva con forza. I figli la guardavano senza rispondere, Kassandra si protese verso Dalila e con rabbia gli strappò la foto dalle mani: «Da dove viene questa foto, dove l’avete presa?», chiese la donna tenendo l’oggetto in mano senza guardarlo. Dalila stava per dire qualche cosa ma improvvisamente udirono un rumore di passi provenire dal soffitto, qualcuno stava camminando nelle stanze superiori, polvere fine prese a cadere sulle loro teste. Kassandra cinse i figli in un abbraccio protettivo. «Non vi muovete, fate silenzio, loro sono qui, ci stanno cercando», ammonì la donna in un sussurro appena udibile. La misteriosa presenza sopra di loro prese a camminare lentamente, dopo ogni passo si fermava alcuni secondi, poi riprendeva il suo lento avanzare… come una persona intenta a cercare qualcosa. Nuvole di fumo uscivano dalla bocca di Kassandra ad ogni suo respiro, la temperatura stava scendendo lì sotto, nonostante la situazione la donna si ritrovò a pensare al braciere abbandonato in cucina. La famiglia Cassel rimase ferma sulla soglia delle scale mentre i passi continuavano a rimbombare nei bui locali, Kassandra stringeva a sé i figli terrorizzati. Passarono diversi minuti prima che la calma tornasse a regnare nel loro appartamento. La donna continuò a imporre il silenzio nonostante non si udisse provenire alcun rumore dal piano superiore. «Potrebbe essere un trucco, dobbiamo rimanere zitti ancora un po’.»

    I minuti passavano, la donna non si decideva a lasciare liberi i figli, continuava a guardare il soffitto con occhi spaventati… «mamma, io devo fare la pipì.» La semplice richiesta della piccola Dorothea strappò un sorriso ai fratelli, la madre ne fu subito contagiata e la tensione si allentò. Si trasferirono tutti in cucina nel massimo silenzio. «Non possiamo sapere se i soldati sono andati via davvero», sussurrò loro la madre, «ora voi andate in camera vostra ed evitate qualsiasi rumore fino a nuovo

    ordine.» Mentre i ragazzi stavano per uscire dalla cucina la donna aggiunse: «Dopo mi dovrete spiegare cosa erano quelle urla e dove avete trovato questa cornice.» Nel pronunciare quelle parole la donna guardò per la prima volta l’oggetto che stringeva in mano. Per sua fortuna i figli avevano già lasciato la stanza e non videro la sua faccia stravolta quando osservò il volto immortalato nella fotografia. La memoria tornò a quel maledetto giorno… il treno in attesa sui binari, colonne di disperati sferzati con i bastoni venivano fatti salire sui vagoni in attesa. Il viso dell’amato marito, dietro di lui suo padre Bonifatius. Faticava a tenere il passo di Angelus, stava per rimare indietro ma un uomo con un’elaborata divisa militare ed un vistoso cappello lo colpì con un calcio dietro la schiena. Il volto di quel soldato, quegli occhi piccoli e gelidi… era lo stesso ritratto nella fotografia che la donna stringeva in mano. Kassandra era scioccata… cosa ci faceva la fotografia di quel maledetto in casa sua? continuava a chiedersi. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel maledetto volto. Sentì la rabbia divampare dentro di sé, scagliò la cornice contro il muro con tale impeto da mandare in frantumi il vecchio legno. Il rumore attirò i figli, lì sentì correre verso la stanza abbandonando ogni precauzione. Speriamo che i soldati siano andati via, pensò Kassandra mentre raccoglieva i pezzi di cornice dal pavimento. I figli entrarono spaventati in cucina.

    «Che cosa è successo mamma, cosa era quel forte rumore?», chiese Amos mentre un’occhiata al pavimento e alla cornice rotta gli diede la risposta, senza bisogno che la mamma parlasse.

    Kassandra raccolse la foto da terra, prese ad osservarla con maggior attenzione mentre parlava con i figli: «Dove avete preso questa cornice?», domandò loro con un tono di voce talmente gelido che i ragazzi ne rimasero impressionati. Mentre poneva la domanda Kassandra osservava l’altra figura immortalata nella foto, un bambino in carrozzella posava accanto all’uomo, la mano di lui sulla

    spalla del giovane in un naturale gesto protettivo suggerì alla donna che potesse essere il figlio.

    Nel frattempo, nessuna risposta arrivò dai figli. «Allora, mi volete dire dove avete preso questa cornice?», ripeté la donna mentre, distogliendo gli occhi dalla foto, prese ad osservarli con sguardo severo. Amos e Dalila avevano un’espressione scioccata in volto, la bocca della figlia era spalancata, entrambi osservavano il retro della foto. «Mio Dio mamma, leggi la data scritta dietro», riuscì a dire sua figlia. «Non mi interessa della data!», urlò Kassandra mentre voltava la foto, «dovete dirmi dove diavola l’avete…» non riuscì a finire la frase. Leggendo quanto scritto dietro l’immagine la donna ebbe un mancamento, sarebbe finita rovinosamente in terra ma fortunatamente Amos riuscì a sorreggerla con l’aiuto di Dalila. La piccola Dorothea osservava la scena da un angolino della cucina, era rimasta in disparte dato che non aveva ancora capito bene l’importanza della cornice e perché la madre tenesse tanto a scoprirne la provenienza. Avrebbe voluto ascoltare il racconto del fantasma dai fratelli, argomento ben più eccitante di una vecchia foto, pensò la bambina mentre la raccoglieva da terra. Osservò l’immagine dell’uomo e del piccolo bambino non trovando niente di misterioso in essa. La depose sul tavolo con l’immagine rivolta verso il basso, stava per raggiungere ifratelli e la madre ancora svenuta ma si bloccò quando lesse la data scritta sul retro; - 12 febbraio 1945 -. La fanciulla rimase perplessa, nonostante la giovane età percepì del mistero in quell’appunto. Non riusciva ancora a fare i conti, ma ricordava che quando lei e la sua famiglia si erano rifugiati nell’appartamento segreto era l’anno 1939… la data scritta dietro la foto doveva essere per forza sbagliata, pensò mentre raggiungeva Amos e Dalila. La notte scese veloce, l’appartamento celato sotto la grande fattoria era immerso nel buio, ad eccezione di un piccolo barlume proveniente dalla cucina. Kassandra sedeva sul tavolo di legno, i figli accanto a lei e la misteriosa foto al centro. Le candele spente per maggior sicurezza, unica fonte di illuminazione le braci che, ardendo dentro il grande braciere, riscaldavano e illuminavano parzialmente l’ambiente. «Avanti, ora raccontatemi tutto dal principio», disse la madre ai figli, con lo sguardo indicava la foto al centro del tavolo. L’immagine del misterioso uomo e del bambino in carrozzella sembrava danzare per l’effetto del calore che il vicino braciere produceva nell’aria. «Amos, guarda il bambino», sussurrò Dalila al fratello, «il suo viso assomiglia a quello del fantasma.» Dorothea sobbalzò sulla sedia, si fece più vicino ai fratelli per ascoltare meglio, finalmente si parlava del misterioso fantasma. Kassandra, al contrario di Dorothea, rimase perplessa quando udì l’affermazione della figlia. «Ma quale fantasma? Di cosa stai parlando? Non provare ad inventare strane storie… voglio sapere dove avete preso questa foto», urlò la madre sbattendo i pugni sul tavolo. I figli rimasero meravigliati dalla sua reazione, da quando vivevano nell’appartamento segreto erano abituati a svolgere tutte le mansioni nel massimo silenzio, la paura di essere uditi all’esterno aveva instillato questa precauzione nel loro stesso essere. Mai avevano udito la madre alzare il tono della voce in quel modo. Fu Amos a raccontarle la storia del fantasma e della sua strana peculiarità di visitare la loro casa sola la domenica: «La prima volta che ho avvertito la presenza del misterioso fantasma ero solo, Dalila e Dorothea erano in cucina con te, stavate preparando il pane. Io mi ero rifugiato nello studio di papà perché quella mattina avevo voglia di leggere un libro, sai che non riesco a concentrarmi se intorno a me non c’è silenzio assoluto. La stanza era ben illuminata dalla luce che filtrava dal piano di sopra, non accesi le candele, mi misi seduto sulla sedia e iniziai a leggere. Ero talmente assorto dalla storia che il mondo esterno smise di esistere, non udivo neanche più le vostre risate provenire dalla cucina. Ad un tratto la pagina che stavo leggendo divenne buia, sollevai gli occhi verso il soffitto e vidi che proprio sopra di me i raggi del sole non riuscivano più a passare attraverso le fessure del legno, mi resi subito conto che qualcosa si trovava fermo pochi metri sopra di me. Osservai più incuriosito che spaventato la porzione di buio che sovrastava la mia testa quando questa prese a muoversi lentamente, uno straziante rumore metallico seguiva il suo lento movimento. Cominciai ad avere paura, volevo chiamarvi ma temevo che dal piano di sopra potessero udirmi, rimasi immobile. L’ombra continuò ad avanzare nella camera… quel maledetto rumore rischiava di farmi impazzire, poi improvvisamente tutto finì e ci fu di nuovo il silenzio. Continuai ad osservare il soffitto per diversi minuti, non accadde nulla. Vidi la luce che pian piano sbiadiva e decisi di raggiungervi in cucina. Voi eravate così allegre, con le mani imbiancate e le macchie di farina ovunque, persino sul viso, non so, mi convinsi che il fenomeno a cui avevo assistito poteva avere tante spiegazioni razionali. Ad esempio, poteva esser stato un animale, o persino un vagabondo… comunque decisi che non era il caso di parlarvene.» Amos aveva un’espressione colpevole mentre guardava la madre, lei rimase però imperturbabile e lo spronò a proseguire il racconto. «I giorni passarono e quasi non pensai più a quanto successo nello studio di papà. Andai altre volte a rifugiarmi lì. All’inizio stavo con l’orecchio teso in attesa di udire altri inquietanti rumori, poi, dato che nulla accadeva, cominciai a rilassarvi e a dimenticare l’accaduto. La domenica successiva, come da abitudine, eravamo intenti alla preparazione del pane, questa volta partecipai anche io. Udii strani rumori provenire dal piano di sopra nel pomeriggio, ricordo che in quel momento ero in bagno. Corsi nello studio e assistetti alla medesima scena, non vidi l’ombra muoversi per la stanza perché il sole era ormai basso, la sua luce non arrivava comunque fin sotto il nostro appartamento. Il rumore stridulo però era il medesimo, oltre ad esso sentii chiaramente il tonfo di un oggetto che cadeva in terra. Poi, come la volta precedente, tutto finì improvvisamente. Allora ebbi la certezza che stava accadendo qualche strano fenomeno nel nostro vecchio appartamento. Decisi di non parlarne con te, mamma, perché ero certo non si trattava di soldati nazisti. Sono già venuti ad ispezionare la casa e le loro visite sono state sempre violente e molto rumorose. Abbiamo udito i loro mezzi arrivare e parcheggiare in cortile prima di sentirli invadere la casa. Quanto stava accadendo era diverso, decisi di parlarne a Dalila e Dorothea.» Il ragazzo si preparò al rimprovero che era sicuro sarebbe arrivato, guardando la madre però la vide concentrata nel suo racconto e decise di proseguire: «La domenica successiva ci siamo chiusi nello studio di papà tutti e tre insieme, non abbiamo dovuto attendere molto prima che lo strano fenomeno si ripetesse, questa volta però hanno assistito alla scena anche Dalila e Dorothea.» Detto questo Amos prese a fissare la sorella, lui aveva fatto la sua parte, ora toccava a Dalila proseguire. La madre guardò le figlie in cerca di una conferma a quanto detto da Amos, la trovò nei loro sguardi seri e privi di qualsiasi incertezza, poi Dalila proseguì il racconto: «É stato tremendamente inquietante, i rumori, la certezza di una presenza estranea così vicino a noi… però a differenza di Amos non ero certa si trattasse addirittura di un fantasma. In principio anche io pensavo potesse essere un animale o un vagabondo in cerca di cibo. Così, mossa dalla curiosità, ho accettato con entusiasmo l’idea di salire al piano di sopra e cercare di vedere con i nostri occhi la fonte di quegli strani ed inquietanti rumori.» Udite quelle parole il volto di Kassandra sbiancò, l’idea dei figli all’aperto la terrorizzò a tal punto che prese a tremare lievemente. «Dove avete preso quella cornice?», chiese la donna con voce apparentemente calma. Stava cercando di dominare il turbine di emozioni che pian piano sentiva salire dallo stomaco ed invadere il suo corpo. Intendeva ottenere il maggior numero di informazioni possibili dai figli, era suo dovere proteggerli. L’apparente calma della madre spinse Dalila a continuare il racconto. Descrisse quanto accaduto nel loro vecchio salone al piano di sopra, la sua corsa disperata verso il passaggio segreto dopo aver sottratto Amos dalla presa della misteriosa creatura, la scusa del ragno raccontata per giustificare le urla. Poi raccontò del secondo incontro, le movenze terrificanti della creatura, la fuga in preda al panico, la cornice presa per istinto mentre attendeva che il fratello passasse attraverso la stretta apertura… concluse il breve racconto con voce trafelata. Kassandra rimase in silenzio talmente a lungo da costringere i figli a scambiarsi sguardi interrogativi… «che ne pensi mamma?», chiese Amos a Kassandra. «Non so cosa pensare ragazzi, però potrebbe non essere un fantasma, magari è un povero sventurato capitato in questa casa chissà per quale motivo». Detto questo Kassandra prese a guardare intensamente i figli; «perché avete pensato ad un fantasma?», esclamò fissandoli negli occhi. Fu Amos a rispondere, mentre parlava continuava a tenere lo sguardo fisso in terra, come se si vergognasse di quanto stava per dire: «Abbiamo visto l’aria tremolare come se un fuoco ardesse a poca distanza… poi è apparso quella specie di essere. Si muoveva come un serpente e l’aria tutto intorno a lui continuava a sfumare mentre avanzava verso di noi. Ha tentato di afferrarmi, poi ha urlato… non so cosa fosse ma sicuramente non apparteneva al nostro mondo». Le parole di Amos portarono l’ignoto dentro la stanza, nessuno osava fiatare, persino la piccola Dorothea si era fatta silenziosa e, convinta che nessuno se ne fosse accorto, si era messa più vicina alla mamma. «Il fantasma non è l’unica cosa strana che abbiamo notato lassù.» Le parole di Dalila rimasero sospese nella stanza… gli occhi della madre erano già colmi di inquietudine mentre attendeva che lei continuasse. La ragazza se ne rese conto ma aveva un disperato bisogno di raccontarle quanto visto, a malincuore proseguì il racconto: «La nostra vecchia stanza appariva diversa, non so come spiegarlo a parole, ma mentre la osservavo sembrava mutare davanti ai miei occhi… pur rimanendo la stessa, sembrava appartenere ad un tempo diverso dal nostro». Kassandra guardò la figlia, questa volta il suo sguardo apparve meno inquieto, una leggera ruga apparve agli angoli della sua bocca, stava quasi sorridendo nonostante la gravità della situazione. «Puoi provare a spiegarmi meglio tesoro, cosa intendi quando dici che sembrava appartenere ad un tempo diverso?», domandò abbassando lo sguardo per nascondere lo scintillio divertito che sicuramente si scorgeva nei suoi occhi. Fu nuovamente Amos a prendere la parola, spiegò alla madre gli strani oggetti visti nella loro vecchia camera, il misterioso tavolo in marmo che aveva sostituito quello in legno, i mobili aggiustati ed i pavimenti puliti. Ascoltato il racconto del figlio lei si fece nuovamente seria, lentamente prese la fotografia dal tavolo. Kassandra osservava il volto del militare, i figli fissavano la data assurda scritta nel retro, provarono a parlare tutti insieme. La madre impose il silenzio, avrebbero affrontato un mistero per volta, inutile provare a risolverli tutti insieme, disse ai figli. Decise quindi di spiegargli dove aveva già visto la persona ritratta nella fotografia. Questo significava dover raccontare loro l’orrore visto alla stazione dei treni, l’incognita sul futuro del loro padre e del loro nonno. Era pronta ad affrontare il dolore e la rabbia che ciò avrebbe inevitabilmente portato? si chiese la donna mentre esitava a parlare. - 12 febbraio 1945 -. Kassandra fissava quella data assurda sul retro della fotografia, rigirandola nelle mani prese ad osservare con maggior attenzione il volto dell’uomo… neanche si accorse del gesto mentre meccanicamente indossava gli occhiali. I figli la guardavano incuriositi, lei continuava ad osservare quel maledetto volto. Cosa stai cercando, pensò mentre lo sguardo si concentrava sulle rughe dell’uomo, non starai cercando sul suo volto la prova dei sei anni passati? Questo pensiero la terrorizzò, buttò la foto sul tavolo come se scottasse. «Tutto bene mamma?» I figli la osservavano spaventati. «Fa freddo qui dentro», esclamò Kassandra. Si alzò dal tavolo e mise altri pezzi di legna nel vecchio braciere… «cerchiamo di risolvere un mistero per volta», aggiunse con un filo di voce. Le mani a coppa sopra la pentola confermarono alla donna che il calore stava aumentando, si alzò e raggiunse i figli. «Venite qui vicino a me, vi racconterò dove ho già visto quell’uomo», sussurrò rassegnata. Si misero tutti e quattro intorno al tavolo, il calore delle braci scaldava ed illuminava la stanza. Parlando con voce calma e piatta la madre raccontò in quale circostanza aveva visto l’uomo, pur evitando i particolari più crudi, descrisse gli orrori a cui aveva assistito alla stazione dei treni. Quando finì il suo racconto nessuno dei figli parlò, rimasero in silenzio… si udiva solo il sommesso pianto della piccola Dorothea. Fu Dalila la prima a parlare, pose la domanda che certamente stava tormentando anche i suoi fratelli: «Mamma, dove hanno portato papà e il nonno, dove era diretto quel maledetto treno?» Kassandra chiuse delicatamente la porta della camera dei figli, era avvilita per non esser riuscita a rispondere alla domanda di Dalila. Forse non avrei dovuto dirgli la verità, si disse mentre si avviava verso la cucina. Sentiva i bisbigli dei figli provenire dalla stanza, faticheranno a prender sonno, pensò mentre raccoglieva il braciere… CONTINUA

    zia a scrivere la tua storia...


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