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  • Dreamworld - Io, Katy e Lupo (Primo capitolo)


    Saryo

    “Aspettate, non è uno scherzo! Sto dicendo sul serio, dannazione!”. Lupo, il suo cane, si era girato alzando una zampa, urinando sull'albero e strattonando il guinzaglio, quasi facendolo cadere dal marciapiede. Donovan imprecò osservandolo mentre completava la sua pisciatina.

    “Ragazzo, ci stai facendo perdere tempo!” disse l'uomo, quasi incredulo.

    “Se salite su quella macchina e partite, voi morirete! In che lingua devo dirvelo?”. Il petto di Donovan si gonfiava e sgonfiava a ritmo serrato e si era accorto che gli mancava un po' di diplomazia per quello che stava tentando di fare.

    La moglie del tizio uscì dall'auto, mentre la bambina si era ammutolita. “Mamma forse dovremmo dargli retta...” aveva balbettato affacciandosi dal finestrino, una lacrima le rigava una guancia, gli occhi che fissavano quelli della madre.

    “Io non ci penso proprio a rinunciare alla nostra vacanza, per cosa poi? Un moccioso che ci dice di non partire altrimenti...” e poi soffocò una risata.

    “Mamma...” la bambina aprì lo sportello posteriore della station wagon appoggiando entrambi i piedi a terra, la mano sinistra sul tettino e...

    “Un incidente, ecco cosa vi capiterà se partirete!”. Donovan strattonò appena il guinzaglio e il cane gli si mise seduto di fianco.

    “Sparite, te e il tuo dannato cane. Abbiamo perso anche troppo tempo. E' agosto e non mi va di passare le ore in mezzo al traffico.” disse l'uomo avviandosi dalla parte del conducente.

    “Tanto non ti daranno mai retta!”. Donovan si raggelò, il suo sguardo si abbassò su Lupo, il Siberian Husky, che sembrò ricambiare il suo sguardo. “Tu parli!” disse di getto il ragazzo.

    “Certo che parlo, noi partiamo lo stesso e” disse l'uomo sbirciando il quadrante dell'orologio legato al polso, poi fece una smorfia prima di proseguire: “non me ne frega niente di quello che hai detto. E' assurdo quello che dici!”. Le portiere dell'auto sbatterono quasi all'unisono, il motore si accese in pochi istanti e Donovan si ritrovò a guardare il cofano posteriore che si allontanava. Vide la bambina in ginocchio sui sedili posteriori, le mani appoggiate al vetro, e l'auto scomparve appena voltata la curva.

    L'attenzione di Donovan, ora che la famiglia era partita, cadde su Lupo. Il ragazzo non disse nulla, forse quella voce se l'era solo immaginata. “Che stupido” disse il ragazzo a voce alta, il guinzaglio estendibile ricadeva in terra, “per un attimo avevo temuto che tu parlassi” disse rivolto al cane. Lupo alzò lo sguardo su di lui, la bocca si allargò come per sorridergli e qualcosa che non era un abbaio gli uscì di bocca: “E avevi sentito bene!”.

    “Mamma mi manderà da un psicologo” disse Donovan, serio. S'incamminò verso il parco in cerca di ombra, Lupo lo seguiva a un metro di distanza. “Ci mancava solo che sentissi il mio cane parlare” disse sedendosi alla prima panchina libera, “come se non bastassero i miei dannati incubi!”.

    L'aria di agosto era calda, caldissima. Era stata una pazzia uscire quel pomeriggio per tentare di avvisare quella famiglia...

    Donovan si voltò di scatto verso Lupo, sentiva intorno a sé l'aria quasi elettrizzata, qualcosa che era difficile da spiegare se non da provare. “Hai detto solo due frasi oggi” disse al cane, “ma forse è solo la mia immaginazione. Forse è solo questo cavolo di caldo, c'è da impazzire.”.

    “E lo dici tu a me? Io, che vivo con questa pelliccia tutti i giorni!”.

    Donovan non rispose, ma si alzò di scatto. “E adesso che cavolo succede?” fece per pulirsi i jeans come se stessero andando a fuoco. “Qualcosa mi ha toccato!” disse rivolgendosi al cane.

    Allora puoi sentirmi! disse una voce dal nulla.

    Donovan si portò le mani alle orecchie, Lupo annusò l'aria e un ringhio basso partì dalla sua bocca.

    Senti, mi chiamo Katy e forse sei l'unico che può sentirmi. Ti prego, rispondimi se mi senti.

    Donovan si girò lentamente verso la fonte della voce, nel suo sguardo traspariva smarrimento, paura. Fece si con la testa.

    Grazie al cielo qualcosa è cambiato! Ah, l'incidente è appena avvenuto.

    “Quale incidente?” balbettò Donovan, lo sguardo che vagava in cerca di Katy.

    Le persone che dovevi salvare, sai, sono andati a prenderli adesso.

    Hai un dono, ragazzo, dovresti esserne felice.

    “Una maledizione, ecco quello che ho, altro che dono...dovrei essere con i miei amici, chessò, giocare a pallone, leggere qualche fumetto, non sedere su una panchina e parlare con un cane e con...” Donovan si zittì valutando cosa fosse Katy, “...cosa saresti tu?”.

    “Mentre voi parlate, io vorrei fare un giro. Sento odore di cagnette, sapete com'è!”.

    Il ragazzo si fermò a fissare Lupo, facendo una smorfia di disappunto. “Come mai parli solo ora? In tutti questi anni eri muto come un pesce, e adesso...”.

    Sono gli incubi che fai. Si è rotto un meccanismo che ha stravolto la tua vita e Lupo, a modo suo, ha sempre parlato. Comunque io sono un'anima incastrata fra il tuo mondo e il mio, un'essenza impalpabile che interagisce con le due realtà.

    “Impal-cosa? Certe volte non ti seguo e credo che dallo psicologo ci andrò da solo!”.

    Avevo venticinque anni quando è successo, credo di essere morta in un incidente, insomma di morte violenta e impalpabile vuol dire che non si può toccare.

    Lupo iniziò a leccarsi le parti basse, poi annusò l'aria. “Se mi sleghi, prometto che parlerò pochissimo! Sento che sta arrivando Dorothy. Ti prego.” il cane fissò gli occhi del ragazzo, quasi facendo uno sguardo languido.

    “Ma Dorothy è una bassotta, che te ne fai?” gli chiese quasi schifato. 

    “Ma è in calore!” tentò di giustificarsi Lupo.

    “Va bene, ma non la importunare troppo” disse Donovan slegandolo.

    Ci fu un attimo di silenzio, mentre Lupo correva in direzione di Dorothy. Donovan appoggiò la schiena alla panchina di marmo, i piedi quasi sfioravano il terreno brullo e secco.

    Facciamo un patto, disse Katy interrompendo il silenzio che si era creato, io e Lupo ti daremo una mano per salvare quelle persone, forse è per questo che sono incastrata qui.

    “E se fosse tutto un errore? Se io non dovessi salvare quelle vite? Se tutto questo si dovesse ritorcere contro di me? Che faccio poi?”.

    Ci sono io a darti una mano, tentò di incoraggiarlo Katy, eppoi non vedo perché non dovresti aiutare quelle persone. Forse, attraverso te, hanno una seconda possibilità di vivere.

    “E se poi la morte dovesse prendere di mira me?”.

    Vuol dire che hai fatto un tentativo e che la tua vita doveva terminare così. Nessun rimpianto, ragazzino! Ma ammettiamo che tu non volessi più agire, riusciresti a dormire la notte senza alcun rimorso?

    Donovan ci pensò per qualche istante: “Lo sguardo di quella bambina, mentre la macchina si allontana, non mi lascerà per un pezzo.” disse rimuginando a quel ricordo.

    E' per questo che dobbiamo agire insieme, disse risoluta Katy. Ma ti avviso: la morte tenterà di portarsi via le sue vittime comunque, per questo, quando sognerai, dovrai stare attento ai più piccoli dettagli.

    “Va bene, accetto il tuo aiuto.”.

    “Non ci sono più le cagnette di una volta, Dorothy non mi ha quasi degnato di uno sguardo” s'intromise Lupo. Annusò l'aria cercando di captare la presenza di Katy, finché si accucciò vicino a Donovan: “Mi sono perso qualche cosa?”.

    “Nulla di importante, a parte che abbiamo formato un gruppo di salvataggio contro la Morte formato da: un ragazzo, un cane parlante e un'anima in pena!”.

    “Va bene” rispose Lupo, si grattò un orecchio con la zampa posteriore e sbadigliò, “però mi spetta razione doppia di pappa, passeggiate più lunghe e una cuccia più comoda. Ah! La coperta puzza, ne vorrei una nuova.”.

    Donovan alzò lo sguardo al cielo privo di nuvole e sospirò rumorosamente. “Spero di non dovermene pentire!”.

     

    Mi trovo in piazza Columbus, proprio sopra la rotatoria che sta in mezzo alla piazza. Calpesto l'erba alla faccia delle regole comunali, poi è buio e non ho visto nessuno qua intorno. Annuso l'aria che, nonostante sia notte, è calda e umida. Una leggera foschia aleggia per le vie della città e sembra volermi accompagnare. Sono solo, non so dove siano finiti Katy e Lupo.

    Comunque ora sono qui, e cosa faccio? C'è una finestra al quarto piano, l'unica accesa dell'unico sfigato che è rimasto in città ad agosto, le altre sono tutte chiuse. Il numero civico è il 13. Ma perché non sono a casa mia, nel mio letto? Che cavolo ci faccio qui a quest'ora?

    Entro nel palazzo con circospezione e salgo le rampe di scale fino al quarto piano. C'è un'etichetta con nome e cognome: John Duly, credo sia lo sfigato. Appoggio la mano sulla porta d'ingresso e noto la vernice marrone scura che è sfaldata dal tempo. Che faccio, suono? La porta non è chiusa, ma leggermente accostata, così la spingo piano verso l'interno.

    Mi trovo in un monolocale e c'è una puzza insopportabile, un paio di fioche lampadine illuminano la stanza. Fa quasi più luce il computer portatile acceso sul tavolo, davanti all'unica finestra. C'è qualcuno in bagno che canticchia, ed è pure stonato. Che schifo! Ora che ci penso, c'è puzza di marcio, come se ci fosse qualcosa andato a male. Di fronte all'ingresso, sulla parete opposta, c'è una specie di cucinotto: alcuni cartoncini buttati in un angolo attirano la mia curiosità. Cibo cinese andato a male.

    Sento l'acqua che scorre e il tizio che canticchia quella nenia insopportabile. Forse dovrei chiedergli di smetterla, così potrei capire perché sono finito qui dentro. Ho una brutta sensazione, come se qualcuno mi stia fissando alle spalle. Mi giro di scatto ma non vedo nessuno, a parte percepire uno strano vento, un'improvvisa folata di vento. Alcuni fogli, a fianco del portatile, si muovono all'improvviso. La porta d'ingresso sbatte e io quasi me la faccio sotto.

    “Chi è?” grida il tizio in bagno. Meno male che ha smesso di cantare! Lo sento uscire dalla vasca da bagno, ma fa un casino e ci mette parecchi secondi. Impreca contro sé stesso e sblatera qualcosa su una cura dimagrante.

    Me lo ritrovo davanti, munito di asciugamano che gli copre le parti basse. A occhio e croce deve pesare più di un centinaio di chili e potrebbe indossare il reggiseno di mia madre. Adesso capisco perché vive solo.

    Comunque si ferma davanti a me, ma guarda oltre. Indossa un paio di occhiali rotondi, che forse gli consentono di vedere oltre il suo naso.

    “Avevo dimenticato un'altra volta la porta aperta! Devo smetterla di prendere quelle pasticche.” esclama serio, osservando ogni angolo della stanza.

    Adesso devo stare attento ai dettagli. Siamo in tre in questa stanza, ma John crede di essere solo.

    Mi sento la faccia bagnata, qualcosa di caldo e puzzolente non mi fa quasi respirare...

     

    “Donovan? E' ora della passeggiata!” disse Lupo seduto accanto al letto.

    “Porcaccia miseria!” esclamò il ragazzo, mettendosi seduto, “Lupo, mi hai svegliato troppo presto, non avevo finito di sognare.”. Fece un paio di respiri e focalizzò alcuni dettagli. “John Duly, piazza Columbus 13, quarto piano.” disse Donovan ad alta voce, “Cominceremo la ricerca di questo tizio.”.

    Donovan correva in bicicletta – una montain bike rossa e nuova di zecca – con Lupo che lo seguiva a poca distanza. Sulla parte destra del manubrio aveva fissato un piccolo congegno elettronico a cristalli liquidi, un navigatore satellitare di ultima generazione che gli indicava il luogo di destinazione.

    Sei proprio sicuro che l'indirizzo sia quello? La voce di Katy gli teneva compagnia, mentre Lupo evitava di parlare.

    “Oh cavolo, certo che ne sono sicuro!” disse quasi seccato. Fece una smorfia di disapprovazione, non voleva attirare su di sé troppa attenzione per non sembrare un pazzo che parlava da solo.

    Donovan si fermò ad un incrocio pedonale per attendere il semaforo verde, mentre una voce femminile lo avvisava che mancava mezzo chilometro alla destinazione.

    “Per tutti gli ossi di questo mondo, cosa darei per avere meno peli!”. Lupo si mise seduto sul cemento, solo il tempo per grattarsi un orecchio con la zampa posteriore, poi guardò Donovan: “Manca molto?”.

    Scattò il verde e il ragazzo continuò a pedalare dirigendosi verso la piazza, evitando di rispondere al suo cane: c'era molta gente che affollava quelle strade. Qualcuno si era fermato ad osservare Lupo, mentre muoveva in modo strano la bocca come se stesse masticando della mollica di pane.

    Il ragazzo tirò a sé il freno, le ruota posteriore si bloccò lasciando una scia scura fra l'asfalto e il brecciolino. Si trovava di fronte alla rotatoria di piazza Columbus, ma il sole non era ancora tramontato. Una voce femminile disse: “Siete arrivati a destinazione, grazie per aver scelto i servizi Game Plus!”.

    Succederà di notte?

    Donovan quasi cadde dalla bicicletta, Katy gli aveva sussurrato quella frase all'orecchio, spaventandolo.

    “Ma mi volete lasciare in pace? Sto pensando!”, Donovan si guardò intorno, sperando che nessuno lo stesse osservando. “Comunque si! Succederà di notte, questa notte!”.

    Si fermarono sul marciapiede e Donovan s'immaginò Katy, ferma a fianco a lui che fissava il palazzo che avevano di fronte mentre le macchine attraversavano la rotatoria, e le persone che camminavano vicino a loro senza sapere...

    Donovan sbuffò spazientito, la sola attesa gli corrodeva l'anima. Trovò il posteggio per le bici, così legò la sua inforcando la ruota nell'apposito spazio e si riprese il navigatore mettendoselo in tasca.

    C'era qualcosa che non andava osservando la facciata del palazzo, la finestra al quarto piano. Forse si trattava di una stupida sensazione, una paura che gli usciva dai più profondi recessi della sua anima. Ma tutta questa storia gli sembrava un'esagerazione della fantasia. Donovan, ora, provava ansia.

    Sei pronto per affrontare il tuo destino?

    Donovan si limitò ad annuire, Lupo si leccò il naso e si mise seduto al suo fianco. Attesero nella veranda di un bar che la notte avesse la meglio sul giorno, mentre Donovan sorseggiava una Coca Cola.

    Ricordati dei dettagli, memorizza la casa di John Duly. Non vedrai la Morte in faccia, come non puoi vedere me. Ricordalo. Ma devi cercare di capire i meccanismi con cui lavora.

    Un brivido attraversò la schiena di Donovan, come fosse uno strano presentimento. Ma lui non si sentiva ancora pronto, almeno non lo sapeva ancora. Distrattamente tirò fuori il navigatore, era ancora acceso ma sul video erano apparse delle linee di disturbo. Le immagini che trasmetteva la televisione del locale presero a sfarfallare, un fruscio copriva la voce di un giornalista che dava le ultime notizie.

    Lupo si girò a guardare Donovan, mentre lui avrebbe voluto risentire la voce di Katy.

    E' ora di muoversi!

    “Gli incidenti domestici sono la prima causa di morte!” si ripeteva Donovan salendo le scale. L'interno del palazzo era sudicio e trascurato, proprio come ricordava nel sogno. Le pareti di un verde patetico, con pezzi di intonaco che sporcavano scale e pianerottoli.

    Hai paura? Chiese Katy.

    “Si!” rispose Donovan, posando il piede sull'ultimo gradino prima di giungere alla meta.

    “Se può consolarti, anche io ho paura!” s'intromise Lupo appena dietro di lui.

    Tienitela stretta, la tua paura. Potrà esserti d'aiuto.

    “Credevo che fossi tu a dovermi aiutare” ribatté il ragazzo, poi si fermò ad osservare la porta che aveva di fronte e la scritta in piccolo a destra. La luna piena illuminava il cielo e quel bagliore penetrava attraverso l'unica finestra del quarto piano di quel palazzo. Una lampadina fioca era l'unica fonte di luce in quel posto, ma non era nulla al confronto di quella che emetteva la luna quella notte.

    La luce nel pianerottolo diminuì l'intensità un paio di volte, come se c'era stato uno sbalzo di tensione.

    “Non è un buon segno, vero?” chiese Lupo.

    Ci siamo!

    Donovan fece un respiro profondo e spinse la porta verso l'interno. Cigolò appena rivelando un ambiente piccolo, poco arredato e senza alcun tocco femminile. Un divano letto appoggiato alla parete di sinistra, un vecchio tavolo con sopra un portatile acceso, un'abatjour che illuminava una parte della stanza. Un odore di cibo avariato invase con prepotenza le narici di Donovan, provocandogli disgusto.

    Lupo avanzò fino al centro della stanza, un'altra luce proveniva dal bagno con la porta appena accostata.

    “John Duly si sta facendo il bagno” disse a voce bassa Donovan, osservandosi intorno.

    Cosa succederà? Chiese Katy, la voce sembrava provenire dalla zona del portatile, forse stava osservando attentamente ogni angolo del monolocale.

    “La porta si aprirà e questo farà uscire il ciccione!” bisbigliò il ragazzo.

    Potresti usare altri termini? Non è carino.

    “Parli così perché ancora non l'hai visto!” le rispose. Quello scambio di battute aveva allentato la tensione in lui, quasi facendolo sorridere.

    La porta d'ingresso si aprì verso l'interno e Donovan percepì quella stessa paura che aveva avuto nel sogno: una folata di vento aveva mosso i fogli a lato del portatile, ma le tende alla finestra non si erano affatto spostate.

    Lupo mostrò i denti e il pelo gli drizzò. I canini scintillarono alla luce dell'abatjour.

    “Chi è?” gridò John Duly dal bagno.

    Nascondetevi!

    C'era poco tempo, ma Donovan aveva già pensato a cosa fare: tirò in avanti il divano letto ricavandone un nascondiglio temporaneo, la luce fioca li avrebbe resi quasi invisibili.

    John Duly arrivò al centro della stanza munito di asciugamano fermato alla vita, convinto che in casa non ci fosse nessuno.

    “Avevo dimenticato un'altra volta la porta aperta! Devo smetterla di prendere quelle pasticche.” disse osservandosi intorno. Richiuse la porta con una spinta e si girò verso il portatile.

    Donovan si affacciò quel tanto per vedere, mentre l'uomo gli dava le spalle. Qualcosa di sinistro era lì con loro, in quella stessa camera. Qualcosa che si poteva solo percepire, e non si trattava certo di Katy. Lupo era accucciato a terra, immobile, ma si vedeva che aveva paura.

    Il ragazzo non aveva idea di cosa fare perché il sogno non gli aveva mostrato altro, ma quasi se la faceva addosso. La camera era invasa da un'aria elettrizzante, una presenza che si muoveva senza toccare nulla, senza farsi vedere, ma era lì per reclamare un'altra vita come era successo per quella famiglia. E solo lui e Katy e Lupo sapevano, quasi un fardello che gli faceva sentire le gambe molli.

    “Come diavolo agirà?” si chiese Donovan, osservando John Duly che trafficava con il portatile. Nemmeno si era seduto, ma se ne stava in piedi con la mano sul mouse e a leggere alcuni appunti che aveva scritto.

    Donovan si fermò ad osservare il pavimento, le pozze d'acqua che aveva lasciato John che non portava nemmeno un paio di ciabatte. Il cavo del portatile scendeva fino a toccare terra, proseguendo fino alla prima presa utile e la luce si spense per un attimo, finché riprese la stessa intensità.

    John Duly bofonchiò qualche parola incomprensibile e si diresse di nuovo in bagno, Donovan sarebbe voluto uscire da dietro il divano per avvisarlo che sarebbe morto, ma in che modo? Prese coraggio e sentì la presenza di Lupo dietro di lui, le zampe che ticchettavano appena sul pavimento.

    Sbirciò facendo attenzione a non farsi vedere: il tizio era di fronte allo specchio e si stava radendo con una lametta, nulla di pericoloso ma vide un ripiano in vetro. John aveva acceso una piccola radio che vi era appoggiata sopra.

    Stava accadendo qualcosa, ora, nel bagno. Stava diventando freddo, come se qualcuno avesse aperto un grande frigo proprio nel bagno. Il vetro si crinò leggermente, provocando una piccola vena nella mensola. In pochi istanti questa si ruppe in due e la radio cadde nel lavabo mentre l'acqua ancora scorreva.

    John Duly fu attraversato da una scossa, il cuore si fermò facendolo cadere a terra.

    Coraggio, fagli il massaggio cardiaco!

    Donovan entrò in bagno e girò il corpo a pancia in su, praticandogli il massaggio e soffiando nella sua bocca. Il torace si gonfiava senza avere segni di ripresa, finché, come una specie di convulsione, il corpo di John Duly ebbe un sussulto. John Duly non era morto.

    Un'ambulanza arrivò a piazza Columbus a sirene spiegate, fermandosi al civico 13. Donovan, Katy e Lupo uscirono dal palazzo pochi minuti prima.

    Come ci si sente ad aver sconfitto la Morte nella tua prima battaglia? C'era una punta di soddisfazione nelle parole pronunciate da Katy, che Donovan era riuscito a percepire. Dopo tutto anche Katy era un'anima strappata alla vita, rimasta a vagare sulla terra senza un'apparente spiegazione. Ma forse una spiegazione c'era: quello che era accaduto a lui un paio di notti fa, il fatto di poter ascoltare sia Lupo sia la stessa Katy. Poter far sopravvivere qualcuno ad una morte certa. Donovan cominciava a sentirsi quasi importante.

    Era rientrato tardi quella notte, più tardi del previsto, ma per fortuna che sua madre non era rimasta sveglia ad aspettarlo. Le coperte leggere frusciavano sul suo pigiama, mentre era lì a trovare una comoda posizione: le braccia portate fra nuca e cuscino.

    La stanza era buia, solo i lampioni esterni emanavano luci e ombre su una parte del soffitto. Lupo era silenzioso, quella notte. Rovesciato su un fianco e occhi aperti che fissavano una zona della stanza: faceva troppo caldo per dormire nella cuccia. Lupo sospirò.

    “Abbiamo salvato una persona, oggi. Ancora non so se sia successo realmente.” disse Donovan a voce bassa.

    Si addormentò.

     


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