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  • DreamsHall


    TestaAlata(E)

    Il gruppetto di ragazzi raggiunsero la scuola a sera inoltrata con le proprie bici, tranne Jake che arrivò sul portabagagli posteriore di quella Zack. I quattro superarono la recinzione arrugginita attraversando uno dei tanti punti in cui era stata aperta, e si diressero subito verso quella che un tempo sarebbe dovuta essere la palestra.

    Dei canestri rimanevano solo i tabelloni, crepe profonde percorrevano i muri come vene sporgenti, dal pavimento spuntavano piante ed erbacce secche.

    Jake si guardava attorno attraversando la polvere fluttuante e i raggi di luna che entravano dalle finestre senza vetri, mentre iniziava seriamente a chiedersi cosa potesse esserci lì di tanto importante da far litigare il trio riguardo al mostrarglielo o meno. Zack aveva insistito moltissimo, elencando ai suoi compagni gli innumerevoli pregi di Jake e i mille vantaggi che avrebbe portato al gruppo.

    «Ragazzi in cerchio, Jake tu in mezzo.» ordinò Cleo fissandolo dritto negli occhi.

    «Beh in teoria visto che siamo solo in tre non sarebbe più un triangolo?» intervenne Zack esibendo un sorrisone innocente.

    Cleo e Jude si girarono lentamente verso di lui con le espressioni più serie che erano in grado di fare aspettando le fatidiche parole.

    «Ok ok, sto zitto!» disse alzando le mani. «Mamma mia come siamo seri qui».

    Il gruppo si dispose nella formazione, gli occhi severi di Cleo tentavano di scrutare i pensieri di Jake attraverso quelli del ragazzo, trovando solamente confusione e curiosità.

    La ragazza tirò fuori un vecchio diario verde dal suo borsello, lo aprì perfettamente nel mezzo e fissò di nuovo Jake. Sulla copertina e sulla prima pagina c’era scarabocchiata una firma. “Di E.P.H. per tutti i sognatori.”

    «Ora ripeti con me. E tenta di essere convinto di ciò che dici».

    «Va bene, ma...mi spiegate almeno un po' che succede? Perché inizia ad essere abbastanza strana la cosa.» rispose Jake.

    «E lo sarà ancora di più fra poco.» disse Zack ridacchiando.

    «Non ti preoccupare, se seguirai noi non succederà niente.» aggiunse Cleo.

    Ma il tentativo della ragazza di rassicurarlo fece venire a Jake ancora più interrogativi.

    Che significa “se seguirai noi”? Seguire dove? E cosa potrebbe succedere altrimenti?

    «Ripeti con me: Io sono ancora in grado di sognare, giocare e amare la vita.»

    «Io sono ancora in grado di sognare, giocare e amare la vita».

    «E anche se molti sogni si sono infranti.»

    «E anche se molti sogni si sono infranti.»

    «Molti mi aspettano ancora...nel DreamsHall.».

    Il ragazzo alzò un sopracciglio in un’espressione confusa.

    “Tenta di essere convinto di ciò che dici”.

    Quindi continuò. «Molti mi aspettano ancora…»

    Jude e Zack sgranarono gli occhi in trepidante attesa di sentire quel nome.

    «Nel DreamsHall.»

    Improvvisamente le scritte sul diario iniziarono a brillare sempre forte di una luce gialla, la palestra iniziò a vorticare su sé stessa sempre più velocemente, il suono del vento e di risate di bambini riempirono le orecchie dei ragazzi che nel processo stavano ringiovanendo fino a ritornare bambini a loro volta.

    Il battito di Jake accelerò eguagliando la velocità di rotazione della palestra, il sangue gli pulsava nelle orecchie, i peli del braccio gli si rizzarono come aculei, un senso di pesantezza gli si formò nello stomaco e iniziò a salire fino in gola.

    Dopo una interminabile mezza dozzina di secondi la palestra iniziò a rallentare e il cuore di Jake seguì il suo esempio. Quando la stanza smise di roteare la palestra era completamente diversa, gli occhi del ragazzo vagarono contando le numerose differenze. La luce notturna era stata sostituita da un luminoso sole mattutino, al posto delle crepe e delle erbacce la stanza era tappezzata di graffiti colorati e rampicanti fioriti che la percorrevano per tutta la sua superficie. Infine adesso non solo gli anelli dei canestri c’erano, ma erano persino fatti di luce al neon e fluttuavano su e giù sincronizzati.

    Jake tenne la bocca aperta così a lungo da seccarsi la lingua, ma la pacca gentile di Zack lo fece rinsavire.

    «Benvenuto nel DreamsHall!» gridò Zack con la sua voce stridula da undicenne.

    Jake si voltò di scatto, rimase impalato e lo squadrò da testa a piedi per poi tastarsi corpo e viso accorgendosi di aver letteralmente perso 4 anni di vita.

    «Cosa mi avete fatto? Cosa diavolo sta succedendo?» controllando se ciò che aveva in mezzo alle gambe fosse ancora al suo posto.

    «Tranquillo. Il DreamsHall ti porta agli anni di maggior allegria e spensieratezza giovanile.» disse Cleo legandosi in una coda di cavallo i lunghissimi capelli neri che le erano spuntati dopo la trasformazione.

    «Si può…tornare indietro?» chiese Jake.

    «Certo vai tra’! Ma adesso doppiamo portarti in segreteria li ti registrerai, se passerai la prova potrai entrare nel DreamsHall quando vuoi.» intervenne un Jude grassottello e con gli occhiali.

    Jake lo guardò in tralice. «Oddio! Sei veramente Jude?» domandò sollevando entrambe le sopracciglia e indicandolo ripetutamente. Il Jude alto e muscoloso aveva lasciato posto ad una sua versione infantile del tutto inaspettata.

    «Lascia stare.» Jude e Cleo risposero in coro con tono annoiato.

    Zack era in disparte stringendosi il ventre e trattenendo le risate come si fa con il vomito.

    Jake avrebbe voluto chiedere di che prova parlasse ma la situazione surreale fece perdere la sua domanda tra mille sue simili, estasi, e curiosità.

    Usciti dalla palestra il quartetto venne investito da una quantità incredibile di persone, i corridoi a forma di tubo erano come percorsi da dense file di formiche dirette al formicaio, bambini, adulti, personaggi dei film, dei cartoni, alieni, maghi, e altri studenti da ogni parte del mondo che avevano trovato il DreamsHall si riversavano in quel labirinto di colori accesi disorientando ancora di più il nuovo arrivato.

    Ma in mezzo a così tante stranezze gli occhi di Jake si posarono su un individuo dall’aspetto apparentemente anonimo. Umano, capelli corti castani, occhi chiari, vestito con un insolito completo nero.

    «...Zack...» Jake tasto compulsivamente la spalla dell’amico per attirare la sua attenzione il più in fretta possibile. «Ma quello era Luke Skywalker?».

    «Già, che tipo. È uno dei prof di educazione fisica.» rispose sorridendo e scuotendo la testa, come a ricordare divertenti aneddoti riguardanti l’eroe spaziale. «Da quel che ho capito è come se nel DreamsHall si materializzassero tutti i desideri più profondi e comuni dei giovani studenti di tutto il mondo, quindi anche desiderare di imparare dai propri idoli.»

    «Indipendentemente dal fatto che siano reali o meno?»

    «Esatto.»

    Dopo aver risalito il fiume di persone i quattro arrivarono alla segreteria della scuola situata al centro del primo piano. Era un’enorme cubo metallico ricoperto da effetti cromatici simili al bismuto, con diverse porte sparse disordinatamente su ogni faccia, il cubo girava su sé stesso come una porta girevole ad ogni contatto volontario o meno, e ad ogni sua rotazione l’assetto delle porte cambiava.

    Jake lo fissava atterrito mentre si avvicinava lentamente.

    «C’è…c’è qualcosa di normale in questo posto?»

    «Caro mio, questo è solo l’inizio.» disse Cleo mentre un sorrisetto beffardo si allargava sul suo volto.

    «Cosa devo fare?» Jake si avvicinò, con la cautela che si usa con le belve feroci, o con una madre arrabbiata. Il cubo emetteva suoni metallici, voci, rumori confusi al suo interno che rendevano difficile tranquillizzarsi.

    «Tranquillo Jake, se ce l’hanno fatta Jude e Cleo puoi riuscirci benissimo anche tu.» lo rassicurò Zack.

    «Sei proprio simpatico Zack.» un sorriso sarcastico lampeggiò sul volto di Cleo.

    «Ragazzi. Farcela a fare cosa? Io non sto davvero capendo nulla, e non sto facendo domande perché non so quali fare, potete dirmi qualcosa in più?» inspirò profondamente.

    «Fra’ vuoi sincerità?» Jude pulì le lenti degli occhiali con la maglia aspettando una risposta.

    «Si certo.»

    «In verità sappiamo poco pure noi. Siamo arrivati qui quasi per caso qualche mese fa, e abbiamo avuto la tua stessa reazione. Infondo abbiamo sempre creduto che cose del genere non potessero esistere, mondi paralleli, magia...» sorrise pensieroso. «Non ti diciamo quasi nulla perché a noi non è stato detto quasi nulla, solo...vai, questo l’unico modo che ci ha permesso di conoscere il mondo e questo mondo, ognuna delle nostre esperienze è stata diversa ma meravigliosa, quindi preferiamo che tu faccia la tua e che sia una bella sorpresa.»

    «Era quello che volevo dire io» borbottò Zack.

    «Per questo non volevamo farti venire qui così presto, volevamo sapere di più anche noi.»

    «Non era per mancanza di fiducia quindi?» domandò Jake al Gruppo.

    Jude sorrise. «No.»

    «Sei l’ultimo arrivato nel gruppo, ma sei del gruppo.» continuò Cleo.

    «Ho insistito io, lo sai no?» Zack gonfiò il petto.

    «Vi conosco solo da qualche mese, eppure sono qui. È un bel atto di fiducia, e voglio ricambiare.» Jake sorrise.

    Cleo ricambiò per prima e aggiunse. «All’interno del cubo troverai uno dei responsabili della scuola in base a che porta apri, lui o lei ti dirà tutto sulla prova che dovrai affrontare, sempre se la vorrai ancora affrontare.»

    «Voglio farlo!» disse Jake, il discorso del gruppo era finalmente riuscito a mettere ordine ai suoi pensieri, lasciando spazio solo alla curiosità.

    Il ragazzo aprì la prima porta che gli si parò davanti, ed entrò all’interno del cubo ancora in movimento. In mezzo ad esso vi era una vecchia scrivania in legno con cumuli di fogli e libri sparsi ovunque, dietro essa era seduto un uomo anziano dalla folta e lunga barba bianca e un cappello a punta. Il vecchio lo guardò da sopra i piccoli occhiali, si alzò e accarezzò la fenice appollaiata nella gabbia accanto a lui, che ricambiò con beccate amichevoli sulle dita.

    «Guarda Fannie, un nuovo arrivato.» si avvicinò a Jake tendendogli la mano e si presentò. «Il mio nome è…»

    «Albus Silente!». Il nome del potente mago esplose nella bocca del giovane.

    Albus ridacchiò compiaciuto. «Vedo che mi conosce già. Posso chiederle il nome.»

    «J…Ja…Jake!»

    «Jake, che bel nome. Benvenuto, sa già perché è qui?».

    «Non ne ho la pallida idea a dir la verità.»

    «É qui per sostenere una piccola prova. Sa cos’è un ippogrifo»

    «Certo!» dopo aver intuito spalancò la bocca e continuò. «No. Aspetta. Non vorrai mica dirmi che dovrò cavalcarne uno?»

    «All’incirca.» rispose ridacchiando. «Prima dovrà semplicemente farci amicizia.»

    «Cosa?»

    «E solo poi cavalcarlo»

    «Aspetta cosa?»

     

     

    Tra i vari spazi aperti attorno alla scuola vi era un campo da Quiddich ben curato con erba verde e luminosa, spalti colorati e stendardi svolazzanti ovunque. Spesso veniva utilizzato anche come luogo di ricreazione, ma in quel momento era per Jake il posto in cui credeva avrebbe perso la vita.

    Era perfettamente al centro del campo a solo una decina di metri dalla creatura che lo osservava con sguardo solenne, non era Fierobecco, il manto di questo ippogrifo era di un molto grigio molto scuro quasi nero, ed aveva un collare argentato di cui Jake ignorava l’utilità. La bestia scalpitava e trottava impaziente, due supervisori la stavano strigliando e calmando, mentre un terzo molto giovane con occhi azzurri e capelli scuri tentava di calmare Jake e contemporaneamente, elencare i vari punti della prova.

    «Ha tre fasi: socializzazione, interazione e volo.»

    «Volo?» Jake sgranò gli occhi.

    «Si ma non ti preoccupare, se non completi le prime due fasi il volo è escluso dalla prova.»

    «Quindi mi converrebbe non superarla per mia incolumità giusto?»

    Gli occhi azzurri del giovane supervisore si strinsero perplessi.

    «Nel DreamsHall non si muore.» appoggiò una mano confortante sulla spalla di Jake, abbassandosi leggermente a causa della differenza di altezza. «Al massimo ci si sveglia o si finisce come me.»

    Jake prese un lungo respiro. «Va bene.» Poi buttò fuori tutta l’aria. «Cavalchiamo ‘sto ippogrifo!»

    I due supervisori si avvicinarono con la creatura, che ora aveva un’elaborata sella in cuoio ornato con motivi circolari e cinghie in acciaio scintillante sulle briglie. La bestia sussultò brevemente alzando le zampe anteriori e sbattendo gli zoccoli scuri a terra, Jake indietreggiò per un istante. Pochi secondi dopo i due erano l’uno difronte all’altro a soli 3 metri di distanza.

    «Cerca di non mostrarti agitato, guardalo negli occhi.» sussurrò Occhi azzurri.

    «La fai facile tu.» borbottò Jake.

    «È come approcciarsi a un grosso cane, mostrati sicuro e amichevole e il gioco è fatto.»

    «Va bene»

    Jake iniziò ad avanzare, ma la tensione creata dal momento mise fretta al suo battito e alle sue gambe mettendo in agitazione anche il pennuto che in risposta emise un strillo acuto a allargò le ali per farsi più grosso.

    «Più piano, più piano.» lo avvertì il ragazzo.

    Jake si girò in direzione dell’ammonimento, e vide il giovane dietro di lui a qualche passo di distanza. Era rimasto nella sua posizione lasciando avanzare solo Jake per non far agitare la creatura.

    «Non ti preoccupare sono dietro di te.»

    Jake annuì e avanzò.

    Anche uno dei due supervisori dell'ippogrifo era rimasto indietro, ma quello con più sintonia con la creatura avanzava con essa tenendola per le briglie.

    Pochi secondi dopo Jake era già con una mano sul suo muso accarezzandola cautamente e sorridendo. Iniziava chiedersi il senso di questa prova. Perché far fare una cosa del genere a quello che apparentemente era un ragazzino di 11 anni? Che significa “al massimo ci si svegli…

    «Bravo. Ora dagli questo.» Il secondo esaminatore porse al giovane esaminato il corpo di un furetto. «Lentamente.»

    «Posso?»

    «Si, sì.»

    Prima ancora che Jake potesse effettivamente dare il suo regalino al pennuto questi glielo strappò di mano con una rapida beccata.

    «Ok bello. Sei proprio affamato.» esclamò Jake.

    «È solo ingordo.» L’esaminatore, un grosso omone barbuto che poteva vagamente ricordare Hagrid tirò Jake per la manica fino a portarlo davanti alla sella. «Ora puoi anche cavalcarlo. Ah si chiama Crepuscolo.»

    «Veramente?» il giovane esaminato granò gli scintillanti occhi nocciola e alzo un tantino troppo la voce, Crepuscolo squittì in risposta.

    «Shhh. Non scherzo.» L’uomo prese Jake per i fianchi e lo sollevò di peso posizionandolo sul destriero alato che si lamento con un breve strillo. «Hai socializzato. Hai interagito. E ora voli.»

    «Oh mio dio...ma che succederebbe se dovesse andare male? Che succederebbe se mi... “svegliassi”?» domandò dalla schiena di Crepuscolo.

    L’omone tirò fuori dalla sua grossa tracolla in pelle un altro furetto e lo lanciò all’ippogrifo che lo addentò al volo. «Ti ritroveresti mezzo rintronato nel luogo da cui sei venuto e potresti fare più fatica ad entrare la prossima volta. E ora vai!»

    L’esaminatore diede una forte pacca sul didietro della creatura, lo schiocco risuonò come uno sparo e Crepuscolo scattò in avanti stridendo insieme a Jake.

    «Aspettaaaaaa.»

    «Tieni strette le briglie e rilassati.» Gli grido tra le mani Occhi azzurri. «Pensa a un momento felice e divertiti, questo è anche il tuo sogno!»

    «Ehi, smettila!» gli intimò Hagrid 2.0.

    Appena si staccarono da terra il vento cominciò a schiaffeggiare Jake costringendolo a farsi più piccolo e aerodinamico. Non percependo il graduale aumento di quota il ragazzo non riuscì a non guardare in basso accorgendosi di aver già superato il confine del campo da Quiddich. I suoi compagni era in piedi sugli spalti, esultavano e lo osservavano allontanarsi.

    Una visione incoraggiante.

    “Pensa a un momento felice e divertiti”.

    La prima cosa che gli venne in mente fu proprio il suo undicesimo compleanno, quella volta c’erano pure suo padre e lo zio Kirk che non vedeva da anni.

    Il volo del pennuto si stabilizzò, i tremolii e le folate violente diminuirono gradualmente.

    Suo padre e suo fratello arrivarono insieme con mezz’ora di ritardo. Tutti gli altri invitati erano presenti e già intenti a socializzare dieci minuti prima dell’orario previsto, ma i due fratelli divennero subito l’anima della festa con barzellette e aneddoti divertenti sull’infanzia di Jake. Come quella volta che zio Kirk aveva sollevato in aria una volta di troppo un neonato Jake, che espresse la sua gratitudine ricolorando la camicia bianca dello zio in qualcosa di più tendente al pistacchio. Gli adulti risero fragorosamente, mentre i bambini presenti si diedero a smorfie e versi di disgusto.

    Il divertimento tenne testa all’imbarazzo, ma quella sera vinse il primo, grazie ad una spettacolare performance di suo padre e suo zio mezzi ubriachi che cantavano a squarcia gola in piedi al ristorante un misto tra “Tanti auguri” e la canzone del matrimonio dei genitori di Jake.

    Non li aveva mai visti cosi uniti.

    Dopo quel giorno non aveva più visto suo zio.

    Perché? Tagliare i contatti e rovinare un rapporto tanto bello era davvero così facile?

    Suo padre gli aveva mai spiegato perché, preferiva non parlarne.

    Domande dolorose si accumulavano nella mente del ragazzo, si accigliò fissando a occhi stretti il paesaggio verdeggiante davanti a sé.

    Crepuscolo perse quota velocemente, la sensazione di vuoto interruppe quello che avrebbe dovuto essere un bel ricordo. Grossi alberi si stagliavano davanti a loro e la creatura sembravano non essere più in grado volare, minacciando seriamente un rovinoso schianto sulle conifere.

    «Crepuscolo!» grido Jake, un forte calore si espanse nel petto, il cuore gli pulsava in gola. «Sali, sali, ci stiamo per schiantare.»

    L’ippogrifo sbatté le ali più forte nel vano tentativo di riprendere quota, scalciava in aria e strepitava, il suo panico alimentava quello di Jake. I due gridarono all’unisono schiantandosi violentemente sul primo albero che si trovarono davanti, la pelle del ragazzo grattò contro la corteccia, il corpo del pennuto cadendo finì sopra ad un grosso ramo, e Jake lo seguì a ruota gridando. Prima su un ramo e poi su un altro. Il tonfo fece cadere decine di foglie aghiformi sul suolo.

    Dopo l’ultimo ramo Jake si schiantò al suolo a pancia all’aria, ma al posto di un pizzicante letto di foglie la sua schiena incontrò il pavimento della palestra della scuola, e al posto del cielo coperto dalle chiome degli alberi vide il soffitto della stanza.

    “Gli altri non ci sono”.

    Si rialzò mugugnando, e passò le mani su tutto il corpo per capire in quali punti avesse subito danni maggiori accorgendosi si non avere nemmeno un graffio o un livido, e di non star provando alcun dolore.

    «Oh...ecco cosa intendeva con: “Al massimo ci si sveglia”»


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