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  • Cavalier Hak (Libro secondo - Cap. 50)


    Hagar

    Hak si era data tre giorni di tempo per decidere cosa fare. Quello era il terzo giorno.

    «Dov’è Mercuria?» chiese il re.

    «Nello scriptorium» rispose Serio sotto un cielo che pioveva tuoni e fulmini come si erano visti solo la notte della guerra contro la Nube Scura.

    Il re si diresse veloce allo scriptorium. Nel cortile, riparato dalle tettoie, degli uomini stavano sfocando le pelli di vitello in calce viva e altri le tiravano su con dei bastoni e le infilavano nei secchi pieni d’acqua per farle ammorbidire. Poco più in là delle donne pulivano le pelli dalle impurità, e altri, su un tavolo, agganciavano con le corde dei sassolini sul bordo dei velli per fissarli ai telai e metterli ad asciugare.

    «Gli abati hanno rubato il segreto del luppolo ma non faranno mai pergamene come queste» disse a voce alta Hak entrando nella stanza antistante lo scriptorium.

    Lì delle donne stavano strofinando la pietra pomice sulle pelli essiccate per chiuderne bene i pori, altri le pulivano, tagliavano e foravano con cura meticolosa. Il re strinse una mano sulla spalla di una donna e poi guardò un uomo che aveva la paura stampata negli occhi.

    «Prima di uccidere te, buonuomo, i barbari dovranno uccidere me. Scommetteresti un soldo sulla mia morte?» gli chiese Hak.

    «MAI, mio re» scosse la testa l’uomo raddrizzando la schiena.

    Hak abbozzò un sorriso ed entrò nello scriptorium.

    La stanza era quadrata e aveva all'interno trenta leggii disposti su tre file. Degli amanuensi stavano tracciando le righe orizzontali sulle pergamene, ventisei per foglio, mentre altri ricopiavano pazientemente le nuove leggi dei draschi e dei regni volute da Hak. Mercuria era in piedi in fondo alla sala e stava osservando una donna che ultimava il dipinto di una miniatura su una pagina del suo trattato di medicina. Hak andò spedita da lei.

    «Da quanto tempo non dormite?» domandò il re alla strega.

    Mercuria si voltò a guardarla col suo solito sguardo burbero di infinita saggezza, ma quel giorno aveva anche gli occhi intrisi di dolcezza e velati di sconforto. Hak le fece cenno con una mano di seguirla e andarono a sedersi su una cassapanca lì vicino.

    «Voi pensate a respingere i barbari invasori fino a che il mio nuovo trattato sulle erbe mediche non sarà finito» cominciò Mercuria. «E servono ancora tre giorni! Due per finire le miniature e uno per la rilegatura» precisò la strega.

    «Tre giorni? Va bene, Mercuria, ma due sono già passati» sorrise Hak. «Oggi devo decidere se attaccare Omar e partire per le Città d’Oriente o attendere che salga sulle mura e sconfiggerlo senza decimare il mio esercito.»

    «Le Città d’Oriente?» ripeté confusa Mercuria.

    «I Giusti hanno preso Crisdossa, e Alessio mi ha chiesto aiuto» la informò Hak. «Innocente sta sterminando mezzo mondo solo per ridurre in schiavitù l’altro mezzo.»

    «Innocente può anche sterminare mezzo mondo, ma non ridurrà mai in schiavitù l’altro mezzo» ribatté decisa la strega.

    «Cosa ve lo fa pensare?»

    «Le cose sono sempre più complicate di quanto si pensi. C’è qualcuno che può dire alle nuvole, ai mari o ai venti dove andare? Agli astri, ai rami o alle radici degli alberi? Agli animali? Nessuno. L’unica realtà reale è che l’universo, come l’anima, è libero! Chi spreca la sua vita per ridurre in schiavitù altri esseri viventi è solo uno stolto, un illuso e il più schiavo fra tutti gli schiavi.»

    «Innocente… schiavo?» dubitò Hak.

    «Schiavo nella mente! Schiavo nel cuore! Schiavo di se stesso. Schiavo più di ogni altro schiavo» elencò decisa Mercuria.

    «Sapete, a volte mi chiedo se si saprà mai la verità» disse il re facendo seguire alle parole un lungo respiro. «Una volta Serio mi ha raccontato di un dipinto che ritraeva due Giustissimi insieme: un uomo e una donna. La donna era molto più alta dell’uomo, ma i Giusti hanno voluto che fosse dipinta molto più bassa di lui per affermare anche in quel modo l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini. E sebbene avesse i capelli biondi, loro l’hanno fatta dipingere coi capelli scuri, perché non andava sprecato l’oro per ritrarre le donne» raccontò amareggiata Hak.

    «La verità è spesso trafugata e mascherata, Cavalier Hak, quando non stuprata e arsa al rogo come una strega. L’unica cosa che possiamo fare è lottare per difendere la verità anche con le nostre vite, come stiamo facendo. Ma voi avete ragione, la verità è dipinta sui muri, scolpita nel marmo e scritta sulle pergamene, e ognuno la dipinge, scolpisce e descrive come vuole. Ai posteri il compito di riconoscerla in mezzo a tante menzogne.»

    «Come faranno a riconoscerla?» volle sapere Hak.

    «Arte del bene, della verità e della giustizia. La verità, come un’ancella di Venere, si accompagna sempre ad altre due grazie, che sono il bene e la giustizia. Se non c’è bene e giustizia, non può esserci nemmeno verità.»

    «Temo che la lotta per difendere la verità non avrà mai fine.»

    «Nemmeno quando sarà accertata e nota a tutti, Cavalier Hak. Ci sarà sempre qualcuno che la rimetterà in discussione, anche fra mille anni, usando il suo potere per camuffarla, violentarla e bruciarla al rogo sempre per il desiderio folle di possedere altri uomini.»

    In quel momento arrivò tutto trafelato Ortensio.

    «Mio re tanti hanno la febbre alta e chiedono di Mercuria» disse agitato il funzionario.

    Da lì a un attimo arrivò anche Settimo.

    «Mio re, l’esercito di Omar è in ginocchio!» esultò il cavaliere. «A centinaia stanno morendo uno dopo l’altro. Marte è con noi!»

    Hak si voltò a fissare il vuoto, pensierosa e turbata. «Vengo con voi a vedere i malati» disse a Mercuria.

    Il re aprì la porta della sala medica con al seguito Mercuria, Ortensio e Settimo. La stanza era maleodorante e piena di malati sdraiati sui lettini, riversi sul pavimento e accasciati alle pareti. Tossivano, tremavano e si lamentavano, altri deliravano e si contorcevano dal dolore sul pavimento sporco di vomito e chiazze di sangue vivo. Un uomo spirò in quel momento vicino alla porta fra le braccia di sua moglie e suo figlio. Un rivolo di sangue gli colava dalla bocca e sul collo aveva un grosso bubbone nero.

    «È la morte nera!» annunciò Mercuria rimboccandosi le maniche ed entrando nella stanza.

    Hak, Ortensio e Settimo si guardarono sconvolti.

    Da lì a pochi minuti morì Omar, anche lui col corpo ricoperto di bubboni e la bocca sporca di sangue. I suoi uomini lo seppellirono in fretta e poi abbandonarono i malati, i morti in attesa di sepoltura e il campo di battaglia, decisi a scappare il più lontano possibile di lì.

    Hak salì su un torrione e improvvisamente i lampi si fermarono nel cielo e le mostrarono bene i luoghi. Il castello era circondato dal fuoco, dalle macerie e da un’immensa distesa di morti e uomini e donne agonizzanti. Ordinò che tre soldati andassero a liberare il popolo incatenato alle macchine da guerra dei Giusti e poi andò a chiudersi nella sua cappella privata per parlare col Dio Loro.


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