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  • Un altro posto


    Ira

    Ho attraversato i corridoi di un ospedale per giorni, perfino per ore. Sono inciampata in un groviglio di storie così strettamente annodato da risultare inestricabile. Difficile camminare, parlare con chiunque senza incorrere in un racconto, qualcosa di vissuto e perduto in un attimo.

    Non c’è pudore, qui. Tutto è sotto gli occhi di tutti, e questo induce a condividere dolori e riflessioni come mai si farebbe senza questa coatta promiscuità di corpi e di anime. Cambiano i rapporti sociali, cadono le convenzioni, si viola continuamente l’altrui intimità e si entra, in qualche modo, a farne parte. Pure, nel momento in cui si rinuncia alla privacy per obbligo, si scopre la solidarietà. Niente illusioni: durerà un attimo, il tempo di portarsi via il proprio caro e dimenticare quel luogo unico e irripetibile. Ciò non toglie che in quel particolare momento le persone si confortino, si abbraccino, si scambino speranze e partecipazione. Qualche volta gli auguri a qualcuno per una soluzione che ambedue le parti sanno non esserci. E ci si sente ipocriti.

    Si vive nel breve termine. Non c’è un futuro remoto: siamo qui e ora. Il paziente oggi sta così. Forse anche domani, forse no, forse peggiorerà. Allora guardiamolo adesso, perché adesso si può fare qualcosa per lui. E in questo tempo contratto, fatto solo di questo attimo, di questa giornata senza un rimando alla successiva, l’Ospedale erge a difesa dell’Ordine Medico Planetario le sue routine. Mentre le vite si rianimano o cessano, mentre il dolore fisico e psicologico devasta i pazienti, a volte per giorni e senza tregua, mentre i destini subiscono svolte improvvise e impreviste, l’Ospedale celebra i suoi riti.
    La colazione, i pasti, la distribuzione dei farmaci e la misurazione della pressione, l’igiene mattutina. Tutto questo, e altro ancora, scandito con regolarità nel corso della giornata conferisce un senso di normalità. Si, il paziente del letto 6 sta morendo, il figlio lo veglia in attesa dell’inevitabile, ma gli altri pazienti devono mangiare, prendere le medicine, salvarsi. E allora si ammorbidisce, si smussa; riparato con un paravento il letto del moribondo si continua a vivere. Con gli altri e per gli altri.
    Una permanenza di più di una settimana in un ospedale è un normalizzatore esistenziale, una risposta a quello che non sappiamo di essere: una molecola il cui destino è irrilevante.

    Da un certo punto di vista rassicura. Ci restituisce chi siamo.


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    Commenti raccomandati

    Ciao, in genere non commento mai nulla, ma credo sia bello poter far parte di una community di persone che condividono gli stessi interessi =)
    il tuo è il primo racconto che leggo su questo forum e mi ha colpito anche perché ammetto che non mi aspettavo di trovare immediatamente qualcosa che mi interessasse al punto da rivedermici anche.
    Mi piace tantissimo il tema del futuro remoto assente, della vita che continua dal presente nonostante un contesto triste e difficile da sopportare considerato nell'insieme.
    Mi hai trasmesso qualcosa di vero e quindi di bello e di umano, poesia che si vede nella realtà e nella routine se un attimo ci si ferma e si guarda da un punto lontano =) 
    Mi hai trasmesso questo alla mia prima lettura, bello. 

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