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  • Nessun male viene per nuocere.


    lovigius

    Mancavano poco più di due mesi ai miei 32 anni, e la vita cominciava a prendere di nuovo un certo ritmo dopo l'incidente in moto che mi ha privato del mio braccio sinistro. Per quanto questa cosa possa essere stata un trauma per il corpo e la coscienza, ero felice di conservare integra la possibilità di impugnare una penna e buttare su un foglio i miei pensieri ingarbugliati. Ma questa era comunque una magra e inconsistente consolazione da contrapporre all'ovvia sensazione del cosiddetto arto fantasma. La delusione e lo sconforto nell'attimo in cui ogni volta mi sono dovuto rendere conto di non possedere più quella parte del corpo che sentivo ancora presente, era gigantesca, e ci ho dovuto combattere per molto tempo.

     

    Sono stato quindi costretto a tornare a casa dei miei nel primo periodo di convalescenza, dovevo abituarmi nuovamente a diventare indipendente, come se fossi nato per la seconda volta. Ma tornare a vivere da solo nell'umile casa che mi pagavo col mio lavoro, è stata comunque la prima sfida che mi sono imposto nel post-rinascita.

     

    Sta di fatto che ho imparato di nuovo tutto, dal camminare al vestirmi, dal prepararmi i pasti a rendere casa un posto vivibile. Il grosso è stato resettare ogni singolo ed elementare movimento e riprogrammare tutto secondo il nuovo schema scheletrico del mio corpo. C'è voluto qualche anno, ma la vita ha fatto il suo corso.

     

    La parte più divertente di tutta quella vicenda è stata indubbiamente il primo periodo del mio rientro a scuola, quando i miei ragazzini delle medie, a cui insegnavo letteratura, mi hanno riempito di buffe domande sul mio braccio invisibile.

     

    Me le ricordo tutte, le loro facce incredule quando mi hanno visto entrare in classe dopo i tre mesi di assenza. Se solo gli altri sapessero di quella loro espressione si farebbero certo le mie stesse grasse risate. Non sapevano se li stessi prendendo in giro o se avessero avuto loro un abbaglio nel guardarmi. Ci volle un po' anche a loro per rendersene conto, ma accettarono la cosa molto più in fretta di quanto abbia potuto fare io. Ai loro occhi, dopo tutte le risposte che ho dato alle loro domande, sembravo un eroe coi panni da professore, e questa cosa mi ha fatto scudo dagli sguardi mossi a pietà di tutti gli adulti.

     

    Così, proprio da quel periodo, ho cominciato ad odiare i weekend, contrariamente a quando ero bambino. E più che mai, avevo bisogno delle mie 6 ore quotidiane di lezione per sentirmi appagato.

     

    Ho riafferrato con una sola mano la mia vita e l'ho indossata come fosse una comoda borsa monospalla, ho iniziato ad apprezzare sempre di più l'equilibrio instabile delle mie giornate, e ho cominciato, infine, a credermi capace di provvedere a me stesso più di quanto non lo fossi da normodotato.

     

    Sono ringiovanito anche, sui pedali della bici che avevo preso a mio nonno come ricordo e che avevo lasciato dentro al garage. Anche se sembravo un mezzo Don Matteo che scarrozzava per il borgo, non mi facevo problemi perchè stavo bene ed era l'unica cosa che m'importava.

     

    Poi, è risaputo che quando la favola riprende toni pacati arriva un colpo di scena che destabilizza tutto. Nel mio caso, il colpo di scena è venuto giù diritto diritto dalla nuova legge del governo in carica. Sebbene sia stato fortunato, perchè non ho cambiato regione, sono stato trasferito nell'incubo di un istituto alberghiero a 15 km da casa mia.

     

    Allora ansia a mille e via. Niente più bici, autobus a singhiozzo per le porte di quel bordello.

     

    Gli adolescenti sono vasi contenenti il meglio e il peggio degli adulti, niente via di mezzo, e le loro domande non sono più ingenue e spensierate ma cominciano a far male e bisogna sapersi difendere. Io, da professore di lettere qual ero, mi difendevo coi libri. Le migliori pagine di London, Kafka, Pirandello, Pasolini e via dicendo, uscivo abbondantemente dallo sterile programma ministeriale pur di coinvolgere quegli spiriti selvaggi. Ma è dura avere a che fare con chi ha già scelto di usare il fuoco dei fornelli per poter campare.

     

    I primi sono stati due mesi d'inferno, dove io ero il più sfigato dei Dante, abbandonato alla mercé di centinaia di fiere, senza un Virgilio che mi tendesse la mano, e per giunta con un solo braccio per potermi difendere.

     

    Uno scenario a dir poco tragicomico.

     

    Dopo pagine buie e nere come la pece, di nuovo la mia storia si colorava di luci più vive. Non un Virgilio è venuto a salvarmi, ma la più angelica delle Beatrici con un camice da cuoca e il viso bianco di farina come fosse incipriata.

     

    L'ho vista che si chiudeva alle spalle la porta del laboratorio di cucina, mentre il viso contratto da quella che doveva essere un espressione arrabbiata si distendeva in un mezzo sorriso.

     

    Sono rimasto come un fesso, fermo a guardarla, a due metri da lei, convinto che non potesse vedermi. Per qualche strano motivo mi sentivo io stesso un arto fantasma. Ma per ovvi motivi lei mi vedeva e come.

    Lei s'è imbarazzata di suo, per l'aspetto e la farina, io m'ero imbarazzato di mio, per lo sguardo fisso e l'aspetto imbambolato.

    <Ho fatto credere ai ragazzi di andare a parlare col preside per prendere provvedimenti>.

    Stava rivolgendosi a me ovviamente, ed io, mente stupida e inopportuna le dico:<Le serve una mano?> .

     

    Non so se può essere chiara la situazione. Al primo incontro, uno senza un braccio, le dice se le serve una mano.

     

    Roba da fantascienza, e infatti, lei, come se fosse la battuta più bella del mondo, scoppia in una fragorosa risata che cerca ma non gli riesce di contenere.

     

    Allora sorrido anch'io, perchè il suo ridere è bello e naturale.

     

    Finite le risa, arrivano le scuse, dice di sentirsi mortificata, ma io le dico che non deve. Lei insiste, vuole farsi perdonare, m'invita a prendere un caffè.

     

    Il caso ha voluto che oggi siano due anni esatti da quel primo buffo incontro, due anni che sembrano una vita, una salita fatta a rincorrersi, a tendersi la mano, a tirarsi e a frenarsi a vicenda. Il caso ha trasformato la farina sulla faccia in un velo di tulle e la porta della classe in un portone di una chiesa. Invece io ho sfidato anche il caso, non cambiando per niente, rimanendo quel fesso senza un braccio che resta imbambolato a guardarla ogni volta che la vede. 


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    Commenti raccomandati

    Storia con un titolo senza dubbio appropriato, simpatica, con un finale in linea con il titolo. Scritta molto bene, scorrevole, cosa non che non sorprende vista la professione dell'autore.

    Si, alla fine ho riso anch'io.

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    Bentrovato @lovigius:)

     

    la tua è una straordinaria 'incursione in due mondi: quello dell'handicap fisico e quello del mondo degli adolescenti di oggi, spesso "scollati" in famiglia, a scuola e nel sociale. Complimenti: il testo possiede sfumature di dolore, di struggimento, ma anche ironiche e di speranza, come sono i diari di ogni vita.

    Soltanto il titolo mi aveva lasciato perplessa. Poi, mi sono ricordata la "formula" giusta del proverbio:

    Non tutto il male viene per nuocere.

     

     

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