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  • La bucata


    assuntina antonacci

    Quando era il giorno stabilito di “bucata” le donne della Fontana del Papa seguivano un procedimento particolare.

    Si cominciava con il setacciare la cenere di fornelli e camini, che si era messa da parte nei giorni antecedenti.

    Non era cenere comune ma in prevalenza di olivo, cerro o olmo, escludendo accuratamente legni come il castagno perché ricco di tannino, elemento che avrebbe macchiato i panni.

    Il bucato veniva bagnato e strofinato con sapone di Marsiglia dove erano visibili le macchie più grosse, una specie di rudimentale prelavaggio.

    Un contenitore, il paiolo, veniva messo sul fuoco del camino per la preparazione dell’acqua che doveva essere bollente.

    Sopra i panni si poneva un telo di cotone grezzo e robusto sul quale era sistemata della cenere.

    Si versava, quindi, abbondante acqua bollente che, miscelandosi alla cenere e filtrata dal telo di cotone grezzo, arrivava a bagnare i panni. Il liquido così ottenuto, la liscíva, assicurava un’azione sbiancante e disinfettante sul bucato.

    Questo vi era lasciato in ammollo per un po’ di tempo, trascorso il quale veniva tirato fuori e ci si recava al lavatoio per la battitura e risciacquatura.

    Chiaramente la cenere sullo straccio non era gettata via ma veniva fatta asciugare al sole ed anche usata per lavare piatti e stoviglie, in una sorta di riciclaggio perfetto, come perfetto era l’impatto ambientale, molto vicino allo zero.

    L’inconfondibile odore di fresco e di pulito del bucato era ovunque dopo questo trattamento con acqua e cenere filtrata.

    In primavera era una festa per gli occhi.

    I pesanti teli bianchi di lino, ricamati uno a uno con le iniziali delle spose, brillavano sul verde lussureggiante del prato assorbendo la fragranza delle erbe aromatiche, la mentuccia, la salvia, la lavanda. Un profumo stordente di pulito inondava le camere nuziali.


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