Vai al contenuto
  • INFO AGGIUNTIVE


    gianpiero pisso

    INCIPIT

     

    L’aria era pregna di vapor acqueo, di fumo delle candele e dell’alito puzzolente di centinaia di fedeli, di ogni estrazione sociale, che affollavano, quella domenica, le tre navate della chiesa di San Pietro, edificata attorno all’anno mille sopra la precedente cattedrale, sede vescovile della città di Perugia, che esisteva sin dal sesto secolo. Ora l’edificio religioso aveva annesso un monastero benedettino, che ospitava un’attiva comunità di monaci, dediti ai lavori dei campi e alla preghiera, secondo il motto dell’ordine: Ora et Labora.

    La mattinata era abbastanza fresca e dalla campagna si alzava dalla terra una densa bruma, che avvolgeva i casolari e le fattorie in un abbraccio intimo e ovattato, quasi volesse proteggere la riservatezza di quei luoghi e dei suoi abitanti, abituati ad alzarsi all’alba a trascinare l’aratro, a liberare le zolle dalle erbacce e a mantenere il terreno costantemente umido, condizione necessaria per un buon raccolto.

    La domenica mattina, però, così come in ogni altro giorno di festa, i contadini lasciavano i loro campi incustoditi, indossavano il loro abito migliore, abbandonavano i loro attrezzi di lavoro nei magazzini o nei loro capanni e con tutta la famiglia si recavano alla chiesa più vicina, perché santificare le feste comandate era una delle premesse per mantenersi in buoni rapporti con l’Altissimo.

    Là, sul sagrato dei luoghi di culto ed entro gli edifici religiosi, si mescolavano con coloro che abitavano entro le mura della città, gli artigiani, i bottegai, i commercianti, i faccendieri, che disponevano in genere di entrate superiori e di un tenore di vita più elevato, come si poteva percepire dalla foggia dei loro abiti e soprattutto dall’eleganza delle loro mogli e madri, dalle acconciature ricercate, che tenevano per la mano giovinetti dai capelli impomatati e dalle movenze contenute e sempre improntate a un certo controllato ritegno che, talvolta, era però scambiato per arrogante freddezza.

      Un sommesso brusio, trattenuto a stento, saliva sino al soffitto a cassettoni, intagliati e dorati, della navata principale della chiesa, ma non disturbava più di tanto la funzione di padre Vincenzo, uno tra i benedettini più anziani del monastero, intabarrato nel suo pesante saio e con guanti di lana dalle dite mozzate, per ripararsi dal freddo.

    Tutta quell’animazione era diretta alle prime panche della chiesa dove, imperturbabili, sedevano monsignor Innocenzo Malvasia, governatore della città, avvolto in un mantello verde oliva e il cardinale Bonifacio Bevilacqua, legato pontificio di Perugia e di tutta l’Umbria, dopo essere stato, a soli ventotto anni, patriarca di Costantinopoli.

    Le male lingue insinuavano che la sua amicizia con il nipote di papa Clemente VIII Aldobrandini, cardinal Pietro Aldobrandini, gli avesse permesso di raggiungere quella posizione così importante e di entrare nelle grazie del clero di Roma. Avvolto nella sua mantellina color porpora, teneva il busto eretto e lo sguardo fisso sull’altare.

    Innocenzo Malvasia aveva invece svolto, per il papato, delicati incarichi all’estero: commissario apostolico delle truppe pontificie, che papa Clemente aveva destinato a sostegno della Lega cattolica in Francia, era stato poi nunzio presso l’arciduca Ernesto d’Asburgo, governatore delle Fiandre, prima di essere nominato prima prefetto dell’Annona in Umbria e nella Marca anconetana, poi governatore di Perugia.

    Appena alle spalle delle due eminenti personalità, tutto il loro codazzo di servitori e aiutanti, in mezzo ai quali sedevano i membri della Confraternita dell’Orazione e della Morte, fondata trent’anni prima da sedici dinamici perugini, la cui missione principale era quella di dare sepoltura a chi non avesse ancora una tomba.

    Perugia, da sessant’anni, era stata conglobata nello Stato Pontificio e da due anni anche il ducato di Ferrara aveva fatto la stessa fine, essendo il duca Alfonso II d’Este morto senza eredi.

      Avevo viaggiato per circa dodici giorni, in carrozza, per giungere in città dalla mia bottega sulla laguna di Venezia ed ero soddisfatto di aver calcolato bene il mio arrivo: avrei dovuto raggiungere Perugia di domenica e avevo colto nel segno. Quando, all’alba, avevo avvicinato le prime abitazioni, sparse tra i campi che circondavano la città, avevo alzato lo sguardo verso la piccola altura a ovest, il monte Caprario dove, tra la vegetazione, avevo scorto prima lo snello campanile poligonale, a cuspide, con le sue linee gotiche e la croce sulla sua sommità, poi il profilo tozzo della chiesa e dell’abbazia prospiciente.

    Il mio occhio si era poi posato sulla massiccia costruzione, sul versante sud della collina, la Rocca Paolina, che aveva decretato la fine delle ambizioni indipendentiste della cittadina.

      Nel 1540, perduta la guerra contro lo Stato della Chiesa, papa Paolo III Farnese aveva obbligato i loro abitanti a erigere un’inespugnabile fortezza, che avrebbe dovuto ospitare una guarnigione pontificia.

    Ciò era stato portato a termine radendo al suolo tutte le abitazioni di proprietà della famiglia Baglioni che, durante il conflitto, si era distinta per la sua accesa avversione al papato.

      Avevo sopportato pazientemente un trasferimento così faticoso perché avevo necessità di vedere la chiesa di San Pietro colma di fedeli e di verificare il comportamento dei presenti durante la funzione: mi avevano comunicato che nessun avvenimento clamoroso era accaduto recentemente a Perugia e che tutte le funzioni si erano svolte nella completa normalità e questo mi aveva incupito, rattristato e indotto a verificare di persona. Probabilmente qualcosa era andato storto nei miei piani.

      Quando, di prima mattina, ero entrato nella chiesa, l’edificio era ancora vuoto, così ne avevo approfittato per gironzolare tra le tre navate.

    Dapprima mi ero soffermato accanto alla seconda colonna marmorea sulla sinistra, delle diciotto che circondavano la navata centrale, fissando intensamente l’immagine impressa sul marmo grigio, che raffigurava l’architetto costruttore della chiesa, abate e quindi priore di tutto il complesso benedettino, Pietro Viscioli.

    Quella era la colonna del miracolo, almeno così si raccontava, poiché durante la costruzione della chiesa stava crollando addosso a un gruppo di maestranze, ma con un gesto imperioso della mano Pietro aveva fermato la sua caduta.

    Poi, a passo lento, avevo costeggiato le pareti delle navate laterali, passando in rassegna le innumerevoli tele, appese ai muri, sulle quali spiccavano nomi di artisti di cui avevo sentito molto parlare: Giorgio Vasari, Eusebio da San Giorgio, Pietro Vannucci, noto come il “Perugino”.

    Accanto a ogni dipinto mi ero soffermato alcuni minuti in religioso silenzio, strizzando gli occhi e mettendo così in risalto le piccole rughe che cominciavano a far da cornice alla mia fronte, nonostante portassi i miei anni, credo, in modo più che onorevole.

    Avevo esaminato le pennellate dei vari quadri, la composizione delle figure rappresentate, la loro prospettiva, le tonalità di colore, il modo di stendere le tinte, la loro interazione con l’ambiente circostante e mi ero lisciato più volte lo sparuto pizzetto di cui andavo fiero. Assieme ai pur modesti baffi e al ciuffo di capelli, che cercavo con cura di sistemarmi proprio in mezzo alla testa, a nascondere un’incipiente stempiatura, ero convinto che mi donassero un’immagine di artista impegnato. In effetti, lo ero veramente.

    Per dieci di quelle tele non vi era stato però bisogno di soffermarmi più di tanto. Le conoscevo in ogni loro piccolo dettaglio, giacché portavano il mio stesso nome: Antonio Vassilacchi era scritto nell’angolo destro di quelle opere, con una grafia minuta e in discesa, la mia, che eseguivo senza fronzoli e senza sottolineature. Odiavo gli artisti che facevano di tutto per attirare l’attenzione sulla loro firma e avevo sempre pensato che quello fosse un espediente per distrarre l’occhio dei compratori dalla qualità, spesso scadente, delle loro tele.

    Erano tutte scene della vita di Cristo e le avevo dipinte in parte nella mia bottega di Venezia, in parte nella stessa Perugia dove, alcuni anni prima, per completare il mio lavoro, mi ero trasferito con il mio “primo aiuto”, il bravo Tommaso Dolabella.


    Libro Collegato: Capitolo Precedente: Capitolo Successivo:


    Feedback utente

    Commenti raccomandati

    Non ci sono commenti da visualizzare.



    Crea un account o accedi per lasciare un commento

    Devi essere un utente per inserire un commento.

    Crea un account

    Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

    Registra un nuovo account

    Accedi

    Sei già registrato? Accedi qui.

    Accedi Ora

×