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  • Filosofia a cazzo


    GuglielmoMori

    Se c’è una cosa che ho capito è che non me ne frega un cazzo. Voi direte, di che? Di quello che ho intorno? Della vita? No, no. Non me ne frega un cazzo. Punto.

    Non me ne frega un cazzo di quello che ho fatto, del mio passato. L’altro giorno ho scoperto che, nonostante abbia nascosto il mio profilo Facebook ai non amici, erano comunque accessibili i miei post del 2009. Sono andato quindi a vedere cosa avessi pubblicato nel 2009. La morte. Post dal senso dell’umorismo che attribuirei a mia madre, una cinquantenne alle prese con i social, tanto per dire. Post da chiaro maniaco sessuale, che in realtà cercava ancora la prima fiamma. Per non parlare dei tantissimi stati che nei quali denunciavo la mia accidia: Guglielmo Mori non sta a fa un cazzo; non fa un cazzo; pure oggi non ha fatto un cazzo. Aggravante: scrivevo gli stati in terza persona perché contavo anche il mio nome. Undici anni dopo, lo ripeto: la morte. E alla distanza di un click la resurrezione: click, elimina, sei sicuro di voler eliminare il post? Si. Click, elimina, sei sicuro di voler eliminare il post? Si. Click, elimina, sei sicuro di voler eliminare il post? Si. Ho fatto fuori tutta la mia vita dal 2008 al 2010. È andata, non è mai esistita. Nessuno ne ha più ricordo. Non c’è più traccia.

    Ho capito che del mio futuro non me ne frega un cazzo. Il futuro è imprevedibile per sua stessa natura, no? Quando mi chiedevano: che vuoi fare da grande? Ma che ne so. Una miriade di possibilità, di alternative e l’unica cosa che potevo fare era scartarne qualcuna. Mica scegliere tra le tante, no. Scartarne qualcuna. Vuoi fare l’astronauta? Allora non potrai fare il giardiniere. Vuoi fare l’impiegato? Allora non potrai fare il cestista. Devi scegliere un percorso e seguirlo fino in fondo. Una bella strada dritta come quelle americane: via, dritta per dritta col deserto ai lati. Ma una sicurezza c’è. Lo Stato. Sono cresciuto con una sola sicurezza nella vita. Da grande devi lavorare per lo Stato. Perché lo Stato è sicuro, lo Stato ti tutela, il 27 di ogni mese hai il tuo stipendio lì nel conto. Lo Stato è il futuro. Fatti assumere in qualche ministero, fai tutti i concorsi che puoi, non importa dove ti mandano. Il posto è fisso e lo stipendio pure. E gli inseganti? Tre mesi di vacanza. Quindi ad un certo punto quando mi chiedevano “Che vuoi fare da grande?” inconsciamente pensavo “beh potrei fare questo, quell’altro o quell’altro ancora”, ma in fondo al mio cuore il seme dell’impiegato statale aveva iniziato a germinare.

    Se c’è una cosa che ho capito è che del mio presente non me ne frega un cazzo. Ma poi che è sto presente? Quanto dura? Perché se era presente quando ho iniziato a scrivere questa cosa, ora è passato. E del passato non me ne frega un cazzo. Il prossimo presente che vivremo, invece, non è futuro ancor prima di essere presente? E del futuro non me ne frega un cazzo. Quindi devo concludere che il presente non è altro che quella linea sottile che divide due realtà, entrambe inafferrabili perché una già passata, morta e sepolta e l’altra, neanche nata, è già destinata a finire in un attimo, nasce proprio col completo. E di entrambe non me ne frega un cazzo.

    Se c’è una cosa che ho capito è che ogni volta che dico che non me ne frega un cazzo, quel chiodo che ho dentro la testa, che mi ricorda costantemente i miei fallimenti, le mie figure di merda, i miei sbagli e mi grida, con la mia voce, che sono un coglione, mi penetra un po’ di più nel cervello. Quando arriverà al centro, quando non si potrà più muovere, né avanti né indietro, allora per toglierlo saranno cazzi, veri, amari. Però, fino a quel momento, anzi, fino al momento prima dell’irreparabile, non me ne frega un cazzo.

     


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