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  • Anna e il pane


    assuntina antonacci

    Anna, bimbetta che dorme, avvolta in una vecchia e pungente coperta militare sui sacchi del farinaccio, un piccolo caldo pertugio s’era creato sotto il suo peso leggero.

    I ricordi dipanano e rianimano di vita quelle porte sgangherate e abbandonate nei vicoli stretti delle case che si abbracciano attorno alle vecchie mura del castello dei Frangipane.

    Lì, poco distante e di fronte al maestoso portale del Palazzaccio c’era il forno, dove la fornaia “la fija de la roscia” cuoceva il pane.

    Era il suo lavoro, la sera provvedeva a riempire il forno con lunghi pezzi di legno di ogni tipo, il migliore era l’ulivo, ma non sempre ce n’era di questo legno prezioso e così Bellino il poeta il marito della fornaia trasportava al forno, sulla groppa del suo asino, ogni tipo di legno, meno il castagno che avrebbe “schizzato” scintille sulle “coppie” di pane.

    La fornara era un lavoro particolare e faticoso, alle tre del mattino la fornaia si svegliava e dalla vicina casa di via ripa alta scendeva e, dopo poche decine di metri si trovava nella larga stanza, le fascine ormai ben asciutte e soprattutto secche dell’anno precedente e poste nel forno dalla sera avanti, velocemente il fuoco era acceso.

    Socchiusa la bocca del forno, una sbirciata al foglio dove c’era la lista delle donne che s’erano “segnate” a cuocere il pane, talvolta la fornaia usava un pezzetto di carbone per scrivere, la memoria era forte, un rapido sguardo al fuoco e via fuori, nel buio della notte riconosceva ogni casa, ogni porta. Un fragoroso picchio alla porta e uno strillo secco:- “ le quattro per le cinque!”-

    Le donne in fretta scoprivano il grosso impasto che veniva suddiviso in quattro cinque pezzi e collocato con una spolverata di farinaccio sulle tavole che il giorno prima avevano preso al forno.

    Tutto è pronto, le tavole venivano poste sopra la “curoja” ben appoggiata in testa, ben coperte e affacciandosi fugacemente uscivano di casa.

    Alle quattro del mattino il pane doveva essere al forno.

    Alle cinque si iniziava a cuocere.

    Non c’era il termometro e per sapere se il forno era a giusta temperatura, Assunta posava una foglia di cardo: se questa si appassiva, il forno era pronto, se invece la foglia diventava nera, era troppo caldo.

    Pochi attimi e la lunga pala di legno avrebbe nascosto il pane dentro quella bocca infuocata … ma prima c’èra la “conta” a chi sarebbe toccato il centro e a chi il lato e a chi l’entrata del forno.

    Il posto migliore per la cottura era il centro, ai lati cuoceva troppo, all’entrata cuoceva poco, nel centro era perfetto.

    La donne chiacchieravano e lavoravano ai ferri, talvolta accesi scambi di vedute, che la fornaia subito attenuava.

    Tra poco il prezioso e dorato cibo sarebbe stato sfornato e una volta a casa posto nella cassa del pane.

    Una volta finito di cuocere il pane e il forno era meno caldo, allora si cuocevano i dolci, molti cuocevano le mele e le pacche erano messe ad essiccare sulla parte posteriore esterna del forno. Deliziose erano le mele avvolte in pasta di pane.

    I tempi erano duri, Bellino faceva l’ortolano e tutta la roba dell’orto serviva alla loro tavola e alla vendita, quando c’erano tante uova, queste venivano “barattate” con un po’ di olio dall’Eva, il prosciutto era scambiato con il farinaccio, a casa rimaneva la spalla.

    Anna ricorda quei tempi con tenerezza e passione, l’acqua in casa non c’era, il bagno neppure.

    Il desinare era povero ma ricco di inventiva, le zucchine erano cucinate in molti modi, i fagioli erano il piatto principe, la carne solo poche volte e durante le feste ed è su quella vita di sacrifici che i figli hanno potuto capire il senso del rispetto del cibo, e che forse oggi non c’è più.


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